Berlusconi e Di Maio. Due forni per Salvini

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Prima due forni per Di Maio e adesso due forni per Salvini. Luigi Di Maio è un esperto su come attivare due forni: a maggio tentò di formare “il governo del cambiamento” sia con la Lega sia con il Pd. Parlò e trattò sia con il segretario democratico Maurizio Martina sia con quello leghista Matteo Salvini, poi la palla andò in buca con il Carroccio. Il capo politico del M5S avrebbe preferito una intesa con i democratici, ma il Pd bocciò l’accordo (un secco no arrivò soprattutto dall’ex segretario Matteo Renzi).

Adesso è il turno di Salvini: prima non ha smantellato i due forni, quindi ha riacceso quello con Silvio Berlusconi accanto a quello con Di Maio. Il vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno e segretario della Lega è e rimane al governo con Di Maio, ma decide anche con Berlusconi il nuovo “presidente di garanzia” della Rai Marcello Foa. La commissione parlamentare di Vigilanza mercoledì 26 settembre ha votato a maggioranza qualificata la sua candidatura bocciata, invece, prima di Ferragosto. I parlamentari di Forza Italia sono stati determinanti per raggiungere l’alto quorum dei due terzi dei voti. Non solo. Il segretario del Carroccio imbocca con il presidente di Forza Italia la strada dell’alleanza nelle elezioni regionali (Piemonte, Emilia Romagna, Sardegna, Abruzzo, Calabria, Basilicata) e, probabilmente, nelle europee.

Due forni per Salvini. La nuova intesa, dopo forti polemiche e scaramucce, è scattata attraverso due incontri nelle case di Berlusconi: prima nella cena di domenica 16 settembre nella villa di Arcore e poi nel vertice di Palazzo Grazioli a Roma di giovedì 20 settembre allargato a Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia). Salvini prima smentisce e poi conferma. Smentisce per rassicurare Di Maio: «Non c’è nessuna strategia del doppio forno», il governo con i cinquestelle «durerà cinque anni». Ma poi confermato per il doppio forno per conquistare le giunte regionali, provinciali e comunali: «Io vado da Berlusconi e parlo solo di accordi locali».

L’ex presidente del Consiglio si mostra comprensivo con Salvini: «Deve tenere i rapporti con l’altra parte, bisogna capirlo…». Il Cavaliere ha fatto buon viso a cattivo gioco: avrebbe siglato l’accordo per evitare una penalizzazione delle sue tv Mediaset per mano dei grillini e per scongiurare il completo sgretolamento di Forza Italia sotto il rullo compressore della concorrenza leghista.

L’esecutivo con i grillini, anche se le posizioni sono contrapposte su molti temi, viaggia a gonfie vele per Salvini: secondo i sondaggi la Lega avrebbe oltrepassato il 30% dei voti, raddoppiando il 17% ottenuto nelle elezioni politiche del 4 marzo. Salvini ha conquistato l’egemonia politica sul governo Conte mietendo consensi e mettendo in un angolo Di Maio. Due forni per Salvini. Riaccendendo il forno con Berlusconi ha portato a casa una micidiale potenza di fuoco mediatica (grazie alla Rai e a Mediaset) che moltiplica le possibilità di stravincere le elezioni europee.

Anche un eventuale voto politico anticipato sarebbe gradito. La manovra economica 2019 è passata la notte di giovedì 27 settembre sull’asse dell’accordo Salvini-Di Maio, ma restano molti contrasti con il M5S (sulla stessa Legge di bilancio, le opere pubbliche, la giustizia, la sicurezza, gli immigrati). Finora i dissensi sono stati sempre superati ma l’atmosfera si sta pericolosamente surriscaldando. C’è chi azzarda la crisi di governo e le elezioni politiche anticipate. Berlusconi spera nella rottura: «Credo che in un futuro non lontano il centrodestra tornerà finalmente di nuovo alla guida del governo». Il vero beneficiario sarebbe il ministro dell’Interno. Le urne potrebbero segnare il trionfo di Salvini come leader del centro-destra e nuovo presidente del Consiglio.

Rodolfo Ruocco

Commissioni. Un ex Mediaset presidente Vigilanza Rai

RaiLa Rai in mano a un ex di Madiaset con il silenzio assenso dei Cinque Stelle che non battono ciglio, loro che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Sono stati così eletti dalle Camere i quattro consiglieri di amministrazione della Rai di nomina parlamentare. L’Aula del Senato ha eletto Rita Borioni (101 voti), componente uscente e riconfermata in quota Pd, e Beatrice Coletti (133), manager televisivo, candidata scelta dal M5s. Alla Camera sono stati eletti Igor De Biasio e Gianpaolo Rossi. De Biasio, in quota Lega e sostenuto dalla maggioranza, ha ottenuto 312 voti, mentre Rossi, intellettuale vicino a FdI, ne ha incassati 166. In commissione di vigilanza era stato eletto presidente Alberto Barachini, parlamentare di Forza Italia, con 22 voti, un voto in più del quorum  che era di 21. L’elezione di Barachini è arrivata al terzo scrutinio dopo le prime due votazioni andate a vuoto.

Sul profilo di Barachini, giornalista neoeletto senatore, mantiene qualche riserva M5s, come ha spiegato il senatore Gianluigi Paragone, che a caldo si è augurato che questi non faccia “gli interessi di Mediaset, ma quelli degli italiani”. Da parte sua, Barachini ha chiesto ai colleghi, in particolare di M5s (che comunque avevano votato scheda bianca), di essere “valutato sul merito” e ha aggiunto di volere “una Rai imparziale e radicata sul territorio”.

Per quanto riguarda l’altra commissione rimasta ancora senza vertice, il Copasir, è stato eletto presidente Lorenzo Guerini. L’esponente del Pd ha ottenuto 8 voti e una scheda bianca. Un assente (Elio Vito). Il Copasir inizierà il suo lavoro in concreto la prossima settimana, martedì riuniremo l’Ufficio di presidenza e tutti insieme decideremo quali saranno i temi all’attenzione del Comitato”, ha spiegato Guerini ai cronisti alla Camera che gli chiedevano se il Copasir metterà subito all’Odg la questione migranti.

“Voglio ringraziare tutti i parlamentari, in particolare il Pd per aver indicato il mio nome per la presidenza – ha poi detto il neo presidente del Copasir -. L’avvio dei lavori delle commissioni di garanzia e delle Giunte è un passaggio fondamentale per i lavori del Parlamento”.

Ciò che sta succedendo su Commissioni di garanzia e Copasir è “incredibile”. È il commento di Luigi Bersani di Leu. “Le famose opposizioni – parlo di Pd e Forza Italia – attribuiscono la presidenza della Vigilanza Rai a un uomo Mediaset. Siamo al dadaismo puro, e non voglio neanche parlare di altro. In altri tempi una cosa così avrebbe suscitato il finimondo. Tanto valeva aspettare qualche mese, se si risolvono i problemi di Berlusconi, metterci direttamente lui e tanti saluti. Questa sarebbe l’opposizione”. Rimane invece ancora in stallo il rinnovo dei vertici della Cassa Depositi e Prestiti.

Maria Maddalena: primo film dal punto di vista della donna di Magdala

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Il primo vero film su Maria Maddalena, la donna che fu la probabile compagna di Gesù di Nazareth (in passato si registra solo l’abominevole “Maria Maddalena”, pellicola realizzata per Mediaset, come parte della serie “Gli amici di Gesù”, per il Giubileo del 2000, con Maria Grazia Cucinotta come protagonista). Parliamo di “Maria Maddalena”, il film del regista australiano Garth Davis realizzato ultimamente in coproduzione anglo-american-australiana, e nelle sale dal 15 marzo scorso.
Maria di Magdala è personaggio centrale nella vicenda di Cristo: la pellicola di Davis segue complessivamente le narrazioni sia dei Vangeli canonici che degli apocrifi. Aderendo alle ricostruzioni fatte dagli storici moderni, i quali han contestato l’identificazione ( fatta per la prima volta, nel 591 d. C., da Papa Gregorio Magno) di Maria con l’adultera da Cristo salvata dalla lapidazione, o addirittura con un’ ex-prostituta (identificazione peraltro ridiscussa dalla stessa Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II).

Nel film, Maria, ottimamente interpretata da Patricia Rooney Mara (la Lisbeth Salader di “Millennium”, pellicola tratta dal romanzo di Stig Larsson “Uomini che odiano le donne”), è una donna ebrea in rivolta contro la sua famiglia, che vorrebbe per forza darla in sposa a un uomo che non ama ( la scena in cui i suoi familiari, saputo della sua adesione al movimento di Gesu’, si precipitano da Lui cercando di riportala a casa con la forza ricorda fortemente l’episodio, di molti secoli dopo, del tentato rapimento di Chiara d’ Assisi, aderita al movimento di Francesco, da parte dei suoi parenti). Solo conoscendo Gesu’, e capendo che la sua rivoluzione non è violenta e non riguarda la politica, ma l’ interiorità dell’uomo, soprattutto il suo rapporto con Dio, premessa essenziale per poter veramente cambiare il mondo secondo princìpi di amore cosmico, Maria trova la sua strada.
La Maddalena di Garth Davis, quindi, è senz’altro una delle prime femministe: colpita a fondo dalla forza e dalla coerenza del messaggio di Cristo (qui interpretato da un grande Joaquin Phoenix, già lo psicotico Commodo del “Gladiatore” e l’ ambiguo carceriere del marchese de Sade in “Quills-La penna dello scandalo”). Seguendo piu’ i testi apocrifi, il film ci mostra poi i contrasti tra gli apostoli – iniziati a manifestarsi già con Cristo ancora vivo – sull’ ammissibilità, per la mentalità dell’ epoca, che una donna, per quanto affettuosamente vicina a Gesu’, potesse ricoprire un ruolo dominante nella sua comunità (la questione, che riflette fortemente le tensioni presenti nelle primissime chiese cristiane, sembrava riguardare anche la probabile esistenza d’ un insegnamento esoterico del Cristo stesso, e la stessa ammissibilità d’ un vero e proprio esoterismo cristiano).
Girata a Matera ( città ormai promossa – da Pasolini a Mel Gibson e altri – a “Gerusalemme cinematografica”) , Gravina e altre località del Mezzogiorno, nonchè in Spagna e a Malta, il film si caratterizza inoltre per un ritmo non incalzante ma dolce e meditato, che riflette pienamente l’ evoluzione mentale e spirituale dei protagonisti. Ottima la fotografia di Greig Fraser. Senz’ altro da vedere.

Fabrizio Federici

SILENZIO VIOLATO

agcom

A meno di una settima dal voto, in periodo di par condicio, interviene l’Agcom. Il contendere il divieto della diffusione di sondaggi nei giorni precedenti il voto. Direttiva violata da Rai e Mediaset, per episodi relativi, rispettivamente, alla trasmissione ‘Mezz’Ora in Piu” (Rai3) di domenica scorsa in occasione dell’intervento di Luigi Di Maio e alla trasmissione, nella stessa data, Domenica Live su Canale 5 in occasione dell’intervento di Silvio Berlusconi.

L’Autorità inoltre ha ordinato alle testate giornalistiche “Libero Quotidiano”, “il Fatto Quotidiano”, “Giornalettismo” e “Affari Italiani” di pubblicare, con le stesse caratteristiche dell’articolo contestato, la notizia della violazione dell’art.8 della legge n. 28/2000 commessa “per aver aggirato, nelle pubblicazioni, in varie forme, incluse quelle che riportano presunti sondaggi asseritamente reperiti in rete, il divieto stabilito dalla legge”.

La violazione dello stesso divieto è stata inoltre contestata alle testate “Il Giornale” e “l’Opinione delle libertà” in relazione ad articoli apparsi, rispettivamente, in data 24 febbraio e 23 febbraio. Il Consiglio dell’Autorità ha inoltre deliberato di invitare gli uffici ad avviare analoghe contestazioni nei confronti di siti o pagine web, in cui sono stati pubblicati e diffusi sondaggi. La decisione – con il solo voto contrario del commissario Martusciello – è stata adottata nella riunione di ieri del Consiglio, verificando numerose violazioni al divieto di pubblicazione e diffusione di sondaggi e rilevazioni elettorali sui mezzi di informazione.

In una nota l’Agcom sottolinea che l’art. 8, comma 1, della Legge n. 28/2000 vieta espressamente – nei quindici giorni precedenti la data delle votazioni e fino alla chiusura delle operazioni di voto – di “rendere pubblici o, comunque, diffondere i risultati, anche parziali, di sondaggi sull’esito delle elezioni e sugli orientamenti politici e di voto degli elettori”. Il divieto è rivolto a tutti i mezzi di informazione destinati al grande pubblico attraverso cui è possibile la pubblicazione o la diffusione di contenuti ad una pluralità indeterminata di destinatari.

Infine, l’Autorità, in conformità con il punto 3. delle “Linee guida per la parità di accesso alle piattaforme online durante la campagna elettorale per le elezioni politiche 2018” ha disposto la segnalazione, ai cosiddetti operatori Over The Top che partecipano al Tavolo Tecnico di autoregolamentazione (istituito con delibera n. 423/17/CONS), dei contenuti relativi a sondaggi elettorali, anche parziali o assimilabili, pubblicati e diffusi online nei 15 giorni antecedenti al voto.

“Come avevamo denunciato, Berlusconi e Di Maio hanno violato la par condicio. Ora è ufficiale: i leader di Fi e M5s uniti nell’illegalità e nel mancato rispetto delle regole. L’intervento dell’Agcom contro Rai3 e Canale5 per la violazione del divieto di diffondere sondaggi, peraltro taroccati, è stato tempestivo e pienamente opportuno”. È quanto scrive su Facebook il deputato del Partito democratico Michele Anzaldi, segretario della commissione di Vigilanza Rai. “Ora servono – prosegue Anzaldi – sanzioni dure: la legge sulla par condicio è in vigore da 18 anni, è inaccettabile che nel 2018, a pochi giorni dal voto, si possano ancora commettere trasgressioni del genere”. Protesta invece la Lista insieme praticamente cancellata da ogni format informativo.

Chiede chiarezza anche Roberto Fico, deputato M5s e presidente della commissione di Vigilanza Rai: “A cinque giorni dal voto è doveroso che l’Autorità rompa il silenzio, risponda agli esposti pervenuti e faccia chiarezza su quanto accaduto nelle ultime settimane. Se ci sono state violazioni rispetto al tempo fruito dal presidente del Consiglio, siano richiamate immediatamente le emittenti responsabili. Non si può restare in silenzio su un aspetto cosi’ importante della par condicio”. Fico, sulla sua pagina Fb ricorda invece di aver presentato una settimana fa un esposto sulla “situazione preoccupante sul piano della par condicio: la sovraesposizione del presidente del Consiglio Gentiloni al Tg1”. “Tra oggi e domani saranno pubblicati i nuovi dati, ma, a prescindere da cosa ci diranno, abbiamo avuto due settimane consecutive di violazione della legge nel principale tg” segnala ancora Fico che ricorda: “la legge impone che nei periodi di campagna elettorale il governo sia quasi assente sul piano mediatico”.

Tv. Insieme: ai cittadini negato diritto a essere informati

RAI-RiformaDal 14 febbraio Angelo Bonelli è in sciopero della fame “per la democrazia e la dignità”. “In questa campagna elettorale – ha detto il leder dei Verdi – noi della Lista Insieme siamo stati espulsi dai contenitori di informazione e con noi i temi dell’ambiente, del lavoro, dell’innovazione e tutte le tematiche sociali”. Bonelli ha  annunciato l’inizio dello sciopero in un video pubblicato sulla pagina Facebook ‘Insieme2018’.

“Care amiche e cari amici – prosegue Bonelli – in queste settimane, in questi mesi, abbiamo subito un’espulsione drammatica, inaccettabile, vergognosa dei nostri temi, che sono fondamentali per il futuro delle generazioni che verranno. In questa campagna elettorale di questi temi non si parla. Zero presenze per noi nei contenitori di approfondimento informativo della Rai, La7 e Mediaset: tutto ciò è inaccettabile quando ci troviamo di fronte a tanti altri esponenti di liste che sono regolarmente invitati. Mi chiedo come sia possibile che i cittadini chiamati a votare, possano farlo con consapevolezza e con una maggiore informazione, se ci e’ impedito di poter rappresentare ed esprimere le nostre idee, le nostre proposte in materia ad esempio di conversione ecologica, parlare di auto elettrica, parlare di sicurezza alimentare per liberare le nostre tavole dai pesticidi e dai veleni e quindi garantire il benessere anche ai nostri figli, garantire il lavoro ai giovani attraverso i processi di innovazione tecnologica, più diritti e meritocrazia. Questo accade perché c’è una telecrazia che ci ha buttato fuori. Basta pensare che secondo Emg solo il 6% degli elettori sa che la nostra lista Insieme esiste. Per tutte queste ragioni, a difesa della nostra dignità e per la democrazia, oggi inizio lo sciopero della fame – conclude Bonelli – finché non verrà restituito ai cittadini il diritto ad informarsi e a noi il diritto ad esistere”.

Esprimono  vicinanza a Bonelli Riccardo Nencini e Giulio Santagata che in nota affermano: “E’ una battaglia che vale la pena di combattere, quella intrapresa da Angelo Bonelli, per la democrazia e la dignità della lista “Insieme”. Gli esprimiamo la nostra vicinanza”. “Basti pensare che secondo autorevoli sondaggi appena il 5% degli elettori sa che la nostra lista esiste. Si rischia così che i cittadini non abbiano, in questa campagna elettorale,un’informazione completa ed esaustiva per andare votare consapevolmente. Per questo – concludono Nencini e Santagata – riteniamo doveroso che venga restituito ai cittadini il diritto ad informarsi e che tutte le forze politiche abbiano gli stessi spazi all’interno di trasmissioni televisive”.

Tim, il presidente calma le acque per il Golden Power

05/09/2015 Cernobbio, Forum Economico Ambrosetti nella foto Arnaud de Puyfontaine e Giuseppe Recchi

Giuseppe Recchi e Arnaud de Puyfontaine

Torna in primo piano Tim e la grinta del neo presidente Arnaud de Puyfontaine che stavolta prova a calmare le acque sulle ultime notizie di un ricorso alla Presidenza della Repubblica per aggirare il Golden power. Oggi de Puyfontaine prova a correggere il tiro a margine del Business Forum Italia-Francia alla Luiss: “È un ricorso tecnico, è una misura tecnica. Abbiamo le migliori relazioni con il Governo, con Palazzo Chigi. Andiamo avanti per trovare elementi pratici. È solo un problema di calendario”. “C’è un ottimo clima – ha assicurato De Puyfontaine – e sono felice della situazione. Bisogna andare avanti, lavoriamo”, poi il presidente francese di Telecom Italia dice: “Telecom Italia è la prima società italiana, il primo investitore italiano e tutti gli italiani dovrebbero essere orgogliosi del lavoro che si sta facendo”.
Anche la società ieri aveva assicurato che non si trattava di un atto ostile, per il Cda Tim il ricorso dipenderebbe infatti dal fatto che il governo non ha ancora istituito il comitato per la sicurezza che avrebbe dovuto dare esecuzione al golden power. Per questo Telecom ha sfruttato le ultime ore a disposizione per fare ricorso, anche se sarebbe disposta a trattare con l’esecutivo. Tuttavia un’altra novità esce dall’ultima riunione in casa Telecom: il vicepresidente esecutivo Giuseppe Recchi, lo stesso che aveva lasciato la presidenza in favore del francese già CEO di Vivendi, lascerà anche le deleghe operative, pur restando nel consiglio della società, per assumere la guida di un private equity europeo.
A tal proposito de Puyfontaine ha spiegato: “Mi ha avvisato ieri che stava per annunciare un nuovo lavoro, visto che questa nuova responsabilità non è compatibile con il mantenimento della carica sulla sicurezza”. Infine, Telecom Italia: “Sta bene, Genish e il suo team stanno facendo un ottimo lavoro, i risultati saranno annunciati a marzo, il piano industriale DigiTim sara’ approvato in quella occasione, e’ una bella societa’”, ha concluso.
Tuttavia con l’addio di Recchi si fa ancora più complicato il passaggio del delicatissimo dossier del Golden Power: adesso la cabina di comando di Telecom è composta dall’Ad israeliano Genish e dal presidente francese Arnaud de Puyfontaine, due stranieri che non potranno esercitare tali deleghe come quello del cosiddetto Nos, il nulla osta di segretezza rilasciato dal governo per l’amministrazione di aziende considerate strategiche per la sicurezza nazionale.
Nel frattempo sembra tutto pronto per il nuovo piano DigiTim, il cui nuovo piano industriale di Telecom Italia sarà presentato a marzo. Il piano 2018-2020 poggerebbe su quattro pilastri: centralità del cliente, reti smart, trasformazione digitale e convergenza, ma tutto è rimandato dopo l’avvio dell’iter per la Joint Venture con Canal Plus a sua volta legato all’accordo della stessa Vivendi (CEO de Puyfontaine) con Mediaset, che dovrebbe entrare a farne parte con una quota intorno al 20%.

Abolizione del canone Rai. Scontro Pd-Calenda

Governo:Calenda, domani a Bruxelles, da lunedì impegno Mise

E’ scoppiato lo scontro fra il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ed il segretario del PD, Matteo Renzi, sull’abolizione del canone Rai. Infatti secondo una indiscrezione riportata oggi dal quotidiano “La Repubblica”, Matteo Renzi avrebbe intenzione di proporre nella imminente campagna elettorale l’abolizione del canone Rai. Renzi avanzerebbe la proposta nella prossima direzione del Partito Democratico. Nell’articolo si legge che l’obiettivo di Renzi sarebbe quello di colpire una brutta tassa invisa a molti. Tassa che Renzi ha riformato quando era premier inserendola  nella bolletta della luce. Il segretario del Pd punterebbe inoltre a modificare i tetti pubblicitari, per permettere alla tv pubblica di fare piena concorrenza ai colossi privati come Mediaset.

“Il PSI – afferma il coordinatore della segreteria del Psi, Gian Franco Schietroma – esprime soddisfazione per il fatto che pare che sia intenzione del Segretario PD Matteo Renzi proporre l’abolizione del canone RAI. L’iniziativa va nel senso auspicato da tempo dai socialisti, i quali, sin dalla 15^ Legislatura, avevano presentato una proposta di legge per abolire il canone RAI, trattandosi di una sorta di tassa ormai anacronistica poiché, nel corso degli anni, erano e sono venuti meno quei presupposti (anche in relazione all’enorme aumento degli introiti pubblicitari) e quelle caratteristiche dell’ente televisivo che ne giustificavano l’esistenza”. “Peraltro – continua Gian Franco Schietroma – è ancora più inammissibile continuare a vessare gli utenti con l’imposizione del pagamento del canone, quando la RAI procede ad un ingiustificato e considerevole spreco di risorse, con superstipendi inaccettabili e affidandosi anche a costose produzioni esterne per i vari programmi televisivi, pur avendo un gran numero di dipendenti, con professionalità di rilievo e molto ben pagati. Inoltre, in un momento in cui tante famiglie sono in grave difficoltà economica, gli italiani passano gran parte del tempo libero davanti alla televisione ed è davvero iniquo che vengano tassati anche per questo. D’altra parte – conclude – è assolutamente necessario ridurre la pressione fiscale, giunta ormai a livelli insostenibili”.

Di fronte a questa notizia, il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ha risposto con un ‘tweet’: “Il Governo Renzi ha messo canone in bolletta e non si può promettere in campagna elettorale il contrario di quello che si è fatto al Governo. Se si vuole affrontare la questione del canone allora si ragioni su privatizzazione RAI altrimenti è presa in giro. Come noto io sono favorevole alla privatizzazione. Ma questo è il tema. Il messaggio levo il canone ma finanzio con fiscalità generale gioca su uno dei grandi problemi dell’Italia: considerare i soldi dello Stato qualcosa che non ha a che fare con i soldi dei cittadini. Spero che l’idea di abolire il canone Rai sostituendolo con un finanziamento dello Stato non sia la proposta del Pd per la campagna elettorale come riportato da  Repubblica. I soldi dello Stato sono i soldi dei cittadini e dunque sarebbe solo una partita (presa) di (in) giro”.

Sul tema è intervenuto anche il sottosegretario alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli, che dice: “Sono sorpreso dalla fretta con cui si dà tutto per certo  dal tono di alcune reazioni. Quello che so è che il governo Renzi con la riforma del canone in bolletta ha recuperato l’evasione ed abbassato il costo per i cittadini onesti che lo pagavano. Quanto alla privatizzazione di Rai di cui parla Calenda, trovo contraddittorio da un lato preoccuparsi di difendere l’Italianità di infrastrutture strategiche e dall’altro teorizzare la privatizzazione di una realtà come Rai che finirebbe, facile previsione, in mani non italiane”.

A Calenda ha risposto in un ‘tweet’ anche il deputato Pd Michele Anzaldi, segretario della commissione di Vigilanza Rai, : “Caro Calenda, se tagliamo 1,5 mld spesa pubblica ed eliminiamo canone Rai i cittadini pagano meno. Altro che presa in giro: serve processo modernizzazione ed eliminazione sprechi unici in panorama tv con risparmio immediato 500mila euro. Far risparmiare cittadini come con stop Imu”.

Mentre  Roberto Fico, deputato del M5s e presidente della Commissione vigilanza Rai commenta su ‘facebook’: “Renzi e il Pd hanno aspettato la fine della legislatura e lo scioglimento delle Camere per fare l’ennesima proposta propagandistica sulla Rai con l’occhio puntato sulle elezioni”.

In un altro ‘tweet’ Calenda ribatte : “Non capisco perché, dopo aver fatto tante cose serie e buone per la crescita, gli investimenti e l’occupazione, vedi dati ISTAT di oggi, si debba ricadere sulla linea delle promesse stravaganti a tutti su tutto. È un peccato”.

Sul tema è intervenuto anche anche l’Usigrai affermando: “E puntuale come un orologio svizzero parte la campagna elettorale e arriva l’attacco alla Rai”. Secondo il sindacato dei giornalisti Rai si tratta di un copione che si ripete da anni. Nel comunicato di Usigrai si legge: “Segnaliamo che laddove si è abolito il canone, il Servizio Pubblico è stato fortemente ridimensionato. A tutto vantaggio dei privati. Se questo è l’obiettivo basta dichiararlo apertamente.
Del resto è curioso che prima si mette il canone in bolletta e poi si propone di abolirlo. Vuol dire non avere idee. Ci aspettiamo una dura presa di posizione pubblica da parte dei vertici Rai.  A difesa dell’autonomia e del futuro dell’azienda”.

Salvatore Rondello

Mondiali. La Rai resta fuori dai diritti tv

RaiDopo l’esclusione dell’Italia dai mondiali di calcio si torna a parlare di Mosca 2018 con un’altra esclusione della Rai dalla partita dei diritti tv. Infatti notizie di stampa affermano che la Rai non parteciperebbe al rialzo per l’acquisizione dei diritti del mondiale di calcio in Russia, al momento nelle mani di Mediaset. Si tratta dei diritti di tutte le 64 partite della Coppa del Mondo del prossimo anno. Le partite “saranno visibili per la prima volta – si legge in una nota di Mediaset – sulla tv commerciale italiana, che li offrirà ai suoi telespettatori gratuitamente. Oltre che in Italia, ‘Russia 2018’ sarà visibile in diretta anche sulle reti spagnole del gruppo Mediaset”.

Un duro colpo per la Tv di Stato. Tanto che il deputato Pd e segretario della commissione di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi si chiede: “Come usano i miliardi garantiti dal canone in bolletta pagato dai cittadini?”. “A che serve incassare così tanti soldi pubblici, se si fanno soffiare un evento del genere? Possibile che non siano riusciti a mantenere uno storico programma Rai, come il Mondiale, peraltro sapendo che l’informazione sportiva rappresenta uno dei compiti del servizio pubblico, come da Contratto di servizio? Sarà

interessante sapere come giustificheranno questa ennesima dimostrazione di incapacità e arroganza”. “In questi anni l’informazione è diminuita – prosegue Anzaldi – programmi di approfondimento sono stati cancellati, il pluralismo si è ridotto, sono stati eliminati programmi storici di carattere sociale come ad esempio sull’ambiente, ora per la prima volta nella storia viene persa anche la messa in onda in chiaro dei Mondiali di calcio: possibile che la Rai riesca a trovare i soldi solo quando c’è da garantire contratti milionari a conduttori come Fazio e alla sua società di produzione?”. “Ancora una volta – conclude Anzaldi – è stata presa una decisione suicida, che aiuta la concorrenza. E ora molti cittadini si chiederanno: a che serve allora pagare il canone?”. Domande a cui il management della tv pubblica dovrebbe dare risposte non evasive.

Durissima anche la reazione dell’Usigrai: “Il mondiale di calcio per la prima volta sarebbe fuori dalla Rai. Una decisione – afferma il sindacato dei giornalisti Rai – che reputiamo densa di rischi. Il primo è quello dell’erosione del ruolo di servizo pubblico con scelte che cominciano a sembrare frutto di una strategia mirata alla delegittimazione della Rai come patrimonio dei cittadini. Ci chiediamo se vi sia consapevolezza di questo nei vertici aziendali e anche nell’azionista”.

L’Usigrai aggiunge – sempre riportando quanto scritto da organi di stampa – che secondo l’azienda di viale Mazzini sono troppi 85 milioni senza gli azzurri e con un tetto pubblicitario che porterebbe una notevole perdita di bilancio. Si punterebbe invece sulla Champions League – dove però – dice l’Usigrai – non c’è la certezza di prevalere nella gara per i diritti tv -, partendo dal giusto presupposto che dalla prossima stagione l’Italia sarà rappresentata da 4 squadre. “Ci chiediamo e vi chiediamo – continua il sindacato Rai – se il ruolo del servizio pubblico possa essere esclusivamente quello di ragionare sui costi senza immaginare la propria funzione”. A parere dell’Usigrai “magari si potrebbe dire sì al Mondiale recuperando gli sprechi dovuti ad appalti esterni, al ruolo prevalente delle società esterne per produzioni che la Rai potrebbe gestire direttamente grazie alle professionalità che ha al proprio interno. I conti, ve lo assicuriamo, tornerebbero ugualmente e addirittura ci sarebbero ulteriori risorse per esercitare quel ruolo affidatoci dalla Convenzione di servizio pubblico”. Infine, “tra i rischi di queste valutazioni sui diritti che l’azienda sta facendo, ci chiediamo se in un quadro politico in via di definizione che purtroppo continua pesantemente ad influire su questa azienda, non si tenda a impostare delle scelte non sulla base degli interessi dei telespettatori ma su quelli dei competitor del settore. Forse qualcuno sta nuovamente respirando aria di RaiSet?”.

Ok al Dl fiscale: dalla rottamazione cartelle ad Alitalia

cartella esattoriale

Il Consiglio dei Ministri ha varato il decreto fiscale  con parte delle coperture della prossima manovra. La seduta del Cdm è durata poco più di un’ora e dopo, non c’è stata la consueta conferenza stampa. Durante i lavori del CdM non si è parlato di Golden Power, ma, se ne parlerà ad una prossima riunione. Nel decreto fiscale, a quanto si apprende da fonti di governo, è stata inserita una norma anti-scalate.

Le principali misure inserite nella bozza del decreto legge fiscale vanno dalla rottamazione bis  delle cartelle fiscali, al rifinanziamento delle missioni internazionali, alla costituzione del ‘Fondo imprese Sud’, al Fondo di Garanzia per le Piccole e medie imprese ed alla proroga del prestito ponte per Alitalia.

Per le cartelle fiscali, oggetto della misura sono i carichi affidati al 30 settembre 2017. Il pagamento delle somme dovute può essere effettuato in un massimo di cinque rate, da pagare a luglio, settembre, ottobre, novembre 2018 e a febbraio 2019. La richiesta di adesione va presentata entro il 15 maggio 2018. Il termine per regolarizzare il pagamento di rate saltate è fissato al 30 novembre 2017.

Vengono rifinanziate le missioni internazionali all’estero ed individuate nuove risorse per la rideterminazione del piano di assunzioni straordinarie di tutte le forze di polizia. Gli incarichi a generali ed ammiragli potranno durare al massimo tre anni e non potranno essere rinnovati o prorogati.

Per attuare gli accordi in materia di immigrazione, è previsto l’invio all’estero di personale appartenente alla carriera prefettizia. Oneri previsti: 1 milione l’anno per il triennio 2018-2020. Al fine di sostenere il tessuto economico-produttivo di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, è stato istituito un Fondo, denominato ‘Fondo imprese Sud’ a sostegno della crescita dimensionale delle piccole e medie imprese. Dotazione iniziale pari a 150 milioni di euro.

La dotazione del Fondo di Garanzia per le piccole e medie imprese è incrementata di 350 milioni per il 2017 e di 200 milioni per il 2018. Prevista la proroga della restituzione del finanziamento ad Alitalia e la costituzione del fondo imprese in crisi tra cui rientrerebbe l’ILVA. Per l’alluvione di Livorno, sono sospesi i termini dei versamenti e adempimenti tributari nei confronti delle persone fisiche residenti ed alle imprese che hanno la sede legale a Livorno e negli altri Comuni colpiti dall’alluvione del 9 e 10 settembre. I versamenti vanno effettuati entro il 16 ottobre 2018.

Nuove risorse per la bonifica e il rilancio di Bagnoli a Napoli (164 milioni per il 2017) e per la rigenerazione urbana di Matera (3 milioni). Arrivano 32,5 milioni di risorse: 9 milioni al Bambino Gesù; 11 milioni alla Fondazione Irccs Santa Lucia; 12,5 milioni al Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica.

Il ministro per i rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, al termine del Consiglio, ha annunciato: “Il provvedimento è stato approvato salvo intese. Tra le misure previste nel decreto fiscale è stata inserita anche una norma antiscorrerie contro le scalate ostili. La misura è ancora in via di definizione”. Della misura anti scalate ne ha parlato più volte il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda che avrebbe voluto introdurla fin dalla Legge sulla concorrenza con emendamento. Ma l’operazione saltò all’ultimo momento. All’epoca Calenda assicurò: “È pronta, deve trovare il veicolo giusto”. La norma contro le scorrerie prevede che, una volta superata una determinata soglia azionaria, l’investitore debba inviare una lettera di intenti in cui chiarisce gli obiettivi, così da evitare scalate opache. L’Esecutivo aveva posto la necessità di un provvedimento in materia dopo la scalata di Vivendi a Mediaset.

Il decreto fiscale è una prima parte della manovra 2018 ed accompagna la legge di bilancio che sarà in discussione lunedì prossimo in Parlamento.

Salvatore Rondello

Fincantieri-Stx: scontro Roma-Parigi

fincantieriMacron sta aprendo una ingiustificata conflittualità con l’Italia. Ieri la furbata con l’accordo pacificatore tra i principali rivali della Libia raccogliendo i frutti di un lungo e tenace lavoro svolto dall’Italia. Oggi, riapre la questione del controllo di Fincantieri su Stx-France già concordata con Hollande.

Il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire ha dichiarato di preferire soluzioni uguali, al 50 e 50 per Stx France, la società a monte dei cantieri Saint Nazaire attiva nella produzione di portaerei e navi da crociera. In cambio, Le Maire avrebbe prospettato all’Italia di accrescere la cooperazione in campo navale militare. Un’offerta che non riscuote consensi: Fincantieri ha rilevato lo scorso aprile il 66,67% di Stx France dagli azionisti sudcoreani, Stx Offshore&Shipbuilding finiti in amministrazione straordinaria, con un investimento di 79,5 milioni di euro.

L’amministratore delegato della Fincantieri, Giuseppe Bono, nel corso della presentazione agli analisti dei risultati del primo semestre che si è chiuso con un risultato positivo di 11 milioni, in aumento di 6 milioni rispetto al primo semestre 2016, ha dichiarato: “L’obiettivo dell’acquisizione di Stx è industriale e non politico. In questa operazione, abbiamo il pieno sostegno del nostro governo. Siamo fiduciosi che l’accordo sarà raggiunto. Siamo ancora nella fase di negoziazioni con lo Stato francese per la definizione della struttura della futura governance in Stx France con nuove posizioni dopo le elezioni in Francia”.

Parigi però avrebbe ancora la carta per rovesciare il tavolo: l’operazione era stata concertata con Parigi quando all’Eliseo c’era Francois Hollande. Entro sabato 29 luglio il governo targato Macron potrebbe tecnicamente esercitare la prelazione – con un costo economico altissimo – con cui nazionalizzare i cantieri Saint Nazaire.

Il Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, parlando a margine di una conferenza stampa ha affermato: “Non abbiamo nessuna intenzione di andare avanti se non ci sono le condizioni. E’ stato firmato un accordo dal precedente governo francese, che contiene alcune condizioni fondamentali per la realizzazione del progetto da parte di Fincantieri. Condizioni che sono conosciute anche all’attuale governo”. Per il ministro Calenda: “Questo è un buon test per capire se chi parla di europeismo e valori liberali poi li applica”.

Il ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan prende atto con rammarico dell’orientamento del governo francese ad esercitare il diritto di prelazione su STX. Il titolare del dicastero di Via XX Settembre in una nota si è così espresso: “L’attuale esecutivo francese ha deciso di cancellare accordi già presi sulla presenza di Fincantieri nella compagine sociale di STX. Abbiamo dato la nostra disponibilità ad ascoltare le esigenze del nuovo governo, ma non c’è nessun motivo per cui Fincantieri debba rinunciare alla maggioranza e al controllo della società francese”.

Nel frattempo il titolo della Fincantieri ha perso circa il 10% alla Borsa di Milano scendendo a 0,945 euro per azione.

Non si comprende nemmeno perché la Francia non ha posto nessun veto ai Sud coreani che già detenevano la quota di controllo di Stx. La Fincantieri ha acquisito direttamente dal Tribunale di Seul il 66,7% del pacchetto azionario della Stx-France che gestisce i cantieri francesi.

Con Hollande, l’assetto societario della stessa Stx prevedeva la maggioranza assoluta in mani italiane, fra Fincantieri e Fondazione CrTrieste. Macron lo ha messo in discussione ed ha chiesto di ridiscuterlo. Oggi, dopo le indiscrezioni e i rumors dei giorni scorsi, il ministro dell’economia, Bruno Le Maire, davanti alla Commissione degli affari economici del Senato, è venuto allo scoperto affermando: “Aspettiamo la risposta del governo italiano sulla proposta di un’azionariato diviso a metà fra Italia e Francia”. Poi ha aggiunto di sperare in una risposta positiva. In conclusione, in caso di esito negativo ha detto: “Tutto si deciderà entro la fine di questa settimana”.

La risposta del governo italiano non si è fatta attendere. Il Ministero dell’Economia e Finanza ha ricordato l’ampia disponibilità a modificare gli accordi già raggiunti al massimo livello e i due requisiti irrinunciabili per una nuova intesa: in mani italiane devono restare la maggioranza di Stx e il voto decisivo nel consiglio di amministrazione in caso di stallo. Requisiti intorno ai quali sono state delineate le modifiche da apportare agli accordi che però i francesi non hanno voluto accettare. A questo punto, a pochi giorni dalla scadenza del 29 luglio, termine ultimo per il governo francese (che ora detiene il 33,3% di Stx France) per esercitare il diritto di prelazione sul 66,67% acquistato da Fincantieri a Seul, la partita è tutta politica. Con gli italiani che vogliono la certezza di poter gestire sul piano industriale i cantieri e i francesi che vogliono salvaguardare la minoranza di blocco in Stx France. Sullo sfondo resta la partita industriale della più importante acquisizione italiana in Francia degli ultimi decenni, primo passo per la creazione di un grande polo europeo della cantieristica in grado di competere sullo scenario globale.

L’Italia non ha mai creato nessun problema alla Francia per i suoi investimenti in Italia. Dovrebbero ricordare i francesi l’acquisto della BNL da parte di BNP-Paribas, della Cassa di Risparmio di Parma attraverso il Credit Agricole, della catena di distribuzione GS oggi della francese Carrefour, della presenza del gruppo Bollorè in Telecom ed in Mediaset, etc…

Complessivamente gli investimenti francesi in Italia ammonterebbero a 37 miliardi di euro pari al 7% dell’intera capitalizzazione della Borsa italiana, mentre gli investimenti italiani in Francia non raggiungono 20 miliardi di euro e rappresentano soltanto lo 0,9% della capitalizzazione della Borsa francese.

Gli italiani hanno già subito le campagne napoleoniche in Italia del 1800. Ricordano anche il mancato rispetto dei francesi alla tregua da loro stessi chiesta nel 1849 durante la battaglia della Repubblica Romana. Con la creazione dell’Europa gli italiani mantengono buoni rapporti con tutti i popoli ed amano vivere in pace, ma non sono più disposti a subire violenze e dominazioni. Gli italiani si sentono europei e pensano a fare una grande Europa.

Non sappiamo ancora cosa vuol fare Macron che ha la desinenza in comune con Napoleon.

Salvatore Rondello