Quota 100, allarme nel comparto sanità

Sanità-Legge stabilitàIl sindacato dei medici Anaao-Assomed, responsabilmente, ha lanciato un allarme per l’introduzione di quota cento per il pensionamento.

Come è ormai noto, il Governo si appresta a riformare la Legge Fornero introducendo la quota 100. L’uscita interesserà, in pochissimo tempo, 25 mila persone che lavorano nella sanità tra medici e dirigenti sanitari, cioè i nati tra il 1954 e il 1957. Aggiungendosi alle 45 mila uscite previste dalla Legge Fornero, ci sarà un esodo dagli ospedali di circa 70 mila tra medici e dirigenti medici. L’allarme è stato lanciato dal sindacato dei medici Anaao Assomed dopo aver fatto un’analisi delle ricadute della riforma delle pensioni sul Servizio sanitario nazionale.

In un comunicato diffuso dal sindacato dei medici si legge: “Non basteranno i giovani neo specialisti a sostituirli, ma soprattutto è a rischio la qualità generale del sistema, perché i processi previdenziali sarebbero così rapidi e drastici da impedire il trasferimento di esperienze e di pratica clinica. Superato lo scalone previdenziale creato dalla Legge Fornero i medici e i dirigenti sanitari abbandonano il lavoro con una età media di 65 anni, grazie anche ai riscatti degli anni di laurea e specializzazione. La riforma determinerà in un solo anno l’acquisizione del diritto al pensionamento di ben 4 scaglioni, diritto che verrà largamente esercitato visto il crescente disagio lavorativo per la massiccia riduzione delle dotazioni organiche. Il Conto annuale dello Stato mostra che dal 2010 al 2016 i medici e i dirigenti sanitari in servizio sono diminuiti di oltre 7.000 unità. Questo ha permesso alle Regioni una riduzione delle spese per il personale che limitatamente al 2016 ammonta a circa 600 milioni di euro. Diversi miliardi, se il calcolo viene effettuato dal 2010 ad oggi”.

Negare il diritto alla salute è come negare il diritto alla vita. La sanità è un servizio essenziale che andrebbe migliorato e non peggiorato.

Roma, 03 ottobre 2018

Salvatore Rondello

Sanità. Medici in Italia, una carenza preoccupante

medici

Dal Nord al Sud d’Italia, oggi è un continuo rincorrersi di notizie sulla progressiva carenza di medici negli ospedali pubblici e in tutto il nostro sistema sanitario: una vera emorragia, causata anzitutto dal progressivo pensionamento dei medici in carica, dei quali il 51,5% ha già più di 55 anni. Le proiezioni da qui al 2025 dicono che più di 40.000 medici andranno in pensione (soprattutto medici di famiglia); mentre da qui al 2022, calcolando anche i nuovi laureati e specializzandi, e anche se dovesse verificarsi uno sblocco totale del turnover, ci sarà comunque un “buco” di più di 11.000 dottori.

L’emorragia deriva non solo dal pensionamento: dal 2012 al 2017, ad esempio, ben 24.651 dirigenti medici hanno lasciato il servizio sanitario per i più vari motivi (inclusi anche trasferimenti all’estero e passaggio a più remunerativi impieghi privati). In particolare, la carenza di dottori riguarderà soprattutto medici di base e anestesisti; e poi igienisti, patologi clinici, internisti, chirurghi, nefrologi e riabilitatori.

L’ AMSI, Associazione Medici di origine Straniera in Italia, lancia il suo allarme per questa carenza di medici e altri professionisti nel settore della sanità italiana: viste anche le numerose richieste che arrivano all’ associazione da cliniche private e ospedali, dal sud al nord .
Sono state più di 100 le richieste dall’inizio del 2018. Maggiormente vengono dal nord (Piemonte, Lombardia, Veneto): dove sono richiesti ortopedici, pediatri, anestesisti, medici di famiglia, specialisti presso gli ospedali, medici sul territorio e presso i centri di pronto soccorso, guardia medica e 118. Tanti medici di origine straniera si presentano presso le strutture, e possono lavorare quando si tratta di chiamate dirette a tempo determinato in ospedali, e a tempo indeterminato nelle cliniche private. Poi, però, non possono sostenere nessuna selezione, a causa del requisito della cittadinanza italiana, obbligatoria per poter sostenere concorsi presso le strutture pubbliche.

“Siamo molto preoccupati per questa carenza di medici e professionisti della sanità in Italia, e dalla mancanza di soluzioni e di programmazione per colmare questa carenza, ormai europea e mondiale”, dichiara il prof. Foad Aodi, fondatore dell’ AMSI e delle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e del Movimento internazionale “Uniti per Unire”. Per Aodi, “urge affrontare le questioni dei concorsi per i professionisti della sanità d’ origine straniera, del numero chiuso presso le Università, della programmazione del numero di specialisti presso le scuole di specializzazione, in base alle esigenze di oggi. Bisogna anche risolvere i problemi inerenti ai turnover e ai medici in pensione”
“Esprimiamo inoltre solidarietà e vicinanza a tutti i cittadini colpiti da episodi di razzismo e discriminazione, ormai in aumento”, prosegue Aodi. “Questi episodi sono più del 35 per cento rispetto all’ anno scorso, secondo il nostro sportello congiunto Amsi, Co-mai e Uniti per Unire: vedi i casi del collega del Senegal Ibrahima Diop e della giovane atleta italiana Daisy Osakue, vittima nei giorni scorsi dell’ ennesima e deprecabile aggressione razzista. Le nostre associazioni Amsi ,Co-mai e Uniti per Unire sono impegnate costantemente nel promuovere e sostenere iniziative contro il razzismo: opponendosi nettamente a chi , quotidianamente, semina odio tra gli esseri umani”

“Il ruolo degli stranieri in Italia – continua Aodi – in realtà è fondamentale, soprattutto nei settori della sanità, dell’agricoltura, dell’edilizia, dell’ elettronica,della gastronomia, delle badanti e colf . Con l’Amsi abbiamo potuto verificare – grazie ad un nostro accurato studio – come, negli ultimi dieci anni, il numero dei medici di nazionalità italiana è sensibilmente sceso ed è stato in parte bilanciato dalla presenza dei medici stranieri: ma non negli ospedali, o come medici di famiglia (sempre per la problematica dei concorsi). Ribadiamo il nostro #No al razzismo e #Si al rispetto dei valori umani e ad una campagna d’informazione contro #intolleranza cieca e per fini politici” .

Aodi conclude ribadendo che gli italiani non sono un popolo di razzisti, ma stanno solo vivendo una fase molto difficile dal punto di vista sociale, politico, economico e dell’ integrazione. Adesso tocca alla politica riaffermare il principio della buona convivenza e della tolleranza e del rispetto reciproco.

Fabrizio Federici

Sanità e informazione, accordo in arrivo

medici 2Che analogie ci possono essere, tra i vissuti professionali quotidiani di giornalisti e medici? Diverse, in realtà.
Presso l’Ordine dei Giornalisti del Lazio, nella sala conferenze della “Stampa Romana”, il Presidente dell’ Ordine dei Medici di Roma, Antonio Magi, e il segretario dell’ Associazione Stampa Romana, Lazzaro Pappagallo, hanno firmato un accordo-quadro per affrontare meglio una serie di problemi comuni ad ambedue le professioni.
Ci riferiamo anzitutto a quelle situazioni di disagio, e anche di pericolo, che i professionisti della sanità e dell’ informazione affrontano molto spesso a causa di molteplici fattori: vedi le aggressioni – verbali e anche fisiche – che spesso subiscono i medici, da parte di pazienti (o da loro parenti e amici, ma anche occasionali “simpatizzanti”) stanchi d’ attendere per ore di essere visitati, esasperati dalle lungaggini burocratiche del SSN. Dall’altro, le aggressioni analoghe che sempre piu’ spesso subiscono i giornalisti ( già 46 casi nel 2018): per non parlare delle “querele temerarie”, anzi miliardarie, che arrivano, con richieste di risarcimento esorbitanti, ad ambedue le categorie, da parte di utenti che si ritengono, spesso a torto, vittime di casi di malasanità, o di cittadini che si sentono calunniati. Il discorso, poi, è piu’ ampio, e andrebbe riferito a tutti quegli episodi – moltiplicatisi, in Italia, negli ultimi anni – che indicano un generale imbarbarimento della società: non ci sono solo i giornalisti presi a testate e minacciati di morte, e i medici aggrediti anche nei loro studi; ma anche gli insegnanti minacciati d’ esser sciolti nell’acido da loro alunni, sino all’episodio incredibile (Roma, 2016) della signora, salita su un bus dell’ Atac, che, urtata dalle risposte un po’ sgarbate del conducente, chiana il marito e, al capolinea del mezzo, gli fa picchiare a sangue il povero autista.
“Anzitutto per combattere meglio questi fenomeni (che rendono difficile e stressante il lavoro quotidiano di medici e giornalisti), abbiamo deciso di firmare quest’ accordo, che sviluppa la collaborazione tra le nostre due categorie “, hanno precisato Magi e Pappagallo. “Ma anche – ha sottolineato il Presidente dell’ OMCeO di Roma – per combattere l’ altro preoccupante fenomeno delle “fake news”, delle notizie errate, che hanno effetti molto spesso devastanti (vedi, ad esempio, l’ abitudine di molti pazienti di cercare la cura “fai da te”, solo consultando in Rete il “Dottor Google”, anzichè rivolgendosi al medico di famiglia o agli altri presìdi sanitari). Questo è possibile se si crea un presidio di primo intervento, una sorta di “Pronto soccorso informativo” per i giornalisti su sanità e medicina: che, gestito dall’ Ordine mediante un numero telefonico dove risponderanno medici qualificati, permetterà di dare ai giornalisti notizie sempre esatte e aggiornate ( stiamo pensando anche a specifiche app, di cui potranno usufruire tutti i cittadini)”.
“Al giorno d’ oggi, del resto”, ha aggiunto il segretario di “Stampa romana”, “nessuna categoria professionale può operare senza rapportarsi ad altre, senza avviare una minima collaborazione; e come giornalisti, dobbiamo chiederci cosa possiamo fare, con i medici, per offrire servizi veramente migliori ai cittadini, in un Paese che sta cambiando sempre di più ad un ritmo impressionante”. “Piu’ in generale, poi”, ha aggiunto Magi, ” l’ OMCeO di Roma si propone di sviluppare rapporti costruttivi con tutte le altre categorie professionali: contribuendo, all’ attivazione di quel “tavolo interprofessionale” previsto da un’apposita legge della Regione Lazio, rimasta sinora inattuata”.
” Interprofessionalità e rapporto stretto col territorio, questi due aspetti sono stati centrali nel programma della lista “Medici Uniti”, vincitrice, a dicembre scorso, delle elezioni all’ Ordine di Roma. “ ha aggiunto in chiusura, il prof. Foad Aodi, consigliere dell’ OMCeO di Roma, coordinatore dell’ Area Rapporti coi Comuni e Affari esteri. “ Un applauso a questa iniziativa dell’ accordo, che rafforza la collaborazione tra medici e giornalisti, dal territorio italiano sino ad arrivare a livello internazionale: sempre in prima linea per prevenire, curare e informare. Vedi, ad esempio, il successo della “Giornata della Salute” organizzata, il 21 aprile, dal Comune di Ladispoli insieme all’ Ordine Medici di Roma: con piu’ di 1.000 visite specialistiche gratuite effettuate da medici qualificati. Il tutto grazie anche all’informazione ramificata sui quotidiani locali. Mentre, cosa ancor piu’ importante, medici e giornalisti si trovano quotidianamente in prima linea nelle aree piu’ calde del mondo ( dalla Siria alla Libia): gli uni cercando il piu’ possibile di curare le popolazioni, gli altri cercando d’ informare il mondo su quello che accade “.

“La nostra solidarietà, e il nostro pieno riconoscimento”, prosegue Aodi, “vanno a tutti i medici e giornalisti che rischiano la propria vita per l’ interesse comune, senza distinzioni.
Le statistiche presentate dall’ Ordine dei Medici di Roma sulle aggressioni ai medici ( nel 2017, in media 3 aggressioni al giorno, il 68% nei confronti di donne, il 32% di uomini: di tutte queste, il 60% minacce semplici, il 20% percosse, il 10% minacce a mano armata, un altro 10% atti di vandalismo; il tutto con un costo, per la collettività, di 3.783 giornate lavorative in meno, e, per il SSN, di 30.056.750,00 euro) fanno preoccupare molto. Bisogna iniziare a curare questo male sociale iniziando dalla collaborazione interprofessionale, e dagli aspetti culturali, anche per quanto riguarda le discriminazioni nei confronti dei medici di origine straniera e di colore: come é successo recentemente, in Lombardia, nei confronti di quel collega del Camerun”.

Fabrizio Federici

Sanità: infermieri in piazza. Ma arriva l’accordo

infermieri

Dopo lo sciopero di ieri dei medici annullato all’ultimo minuto, oggi sono scesi in piazza gli infermieri. Nonostante la pioggia, sono molte le bandiere delle sigle sindacali degli infermieri (Nursing e Nursing-up) che sventolano in piazza Santi Apostoli a Roma per manifestare contro il mancato rinnovo del contratto di lavoro del comparto Sanità. “Per il momento siamo circa un migliaio”, dicono fonti dell’organizzazione, “ma nel corso della mattinata arriveremo a circa 2.500 persone”. “Meritiamo un contratto dignitoso”, è la scritta che si legge su un grande striscione sopra un palco al centro della piazza. “Lo stato d’animo dei colleghi – spiega all’Agi Stefano Barone, segretario provinciale di Roma – è di stanchezza, di arrabbiatura e di delusione. Siamo troppo pochi e non riusciamo a far fronte alle richieste che ci arrivano dalle strutture sanitarie. Inoltre su di noi gravano una serie di responsabilità che non ci fanno lavorare in maniera serena. In più – sottolinea ancora Barone – abbiamo un contratto che non ci permette di lavorare in maniera dignitosa. Di questo stanno discutendo in questo momento all’Aran i segretari nazionali dei nostri sindacati. La trattativa è in corso da ieri sera. Dopo 9 anni di blocco abbiamo bisogno di maggior rispetto”, conclude.

Hanno incrociato le braccia circa l’80% degli infermieri italiani. Sono i dati forniti dalle Asl e daidirigenti sindacali Nursing Up rispetto allo sciopero in corso oggi, che hanno registrato il blocco della maggioranza delle attività sanitarie, fatti salvi i servizi garantiti secondo quanto prevedono i contingenti minimi e le urgenze.

Ma proprio oggi è stata siglata la pre-intesa per il rinnovo del contratto del comparto sanità che riguarda circa 540 mila lavoratori tra infermieri, operatori sanitari e amministrativi del Sistema sanitario nazionale. L’aumento delle retribuzioni sarà mediamente di 85 euro a partire dal prossimo mese di marzo. “Firmato il rinnovo del contratto del Comparto sanità. Un passo importante – afferma su twitter il ministro della Salute Beatrice Lorenzin – per restituire la dignità a migliaia di professionisti che ogni giorno lavorano nel nostro SSN e garantiscono la salute dei nostri cittadini. Adesso andiamo avanti anche per i medici”. Il ministro per la Pubblica amministrazione, Marianna Madia ringrazia “tutti coloro che ogni giorno si occupano della nostra salute. Concluso un percorso a cui stiamo lavorando da quattro anni: il rinnovo del contratto, fermo da quasi 10 anni, di oltre 3 milioni di dipendenti pubblici”.

Per la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, il rinnovo del contratto di lavoro della sanità è “un risultato estremamente importante”, soprattutto perché si torna ad un regime di orario di lavoro che prevede i riposi. “Per noi – ha detto la leader della Cgil – è una notizia importante non solo perché così abbiamo rinnovato tutti i contratti del settore pubblico dopo una intensa fatica ma perché con il contratto della sanità si raggiunge un risultato estremamente importante: si torna ad un regime di orario che prevede il riposo, che e’ stato il grimaldello con il quale nella sanità, in questi anni, sono successe anche cose insopportabili per le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori”.

La firma di oggi per il segretario confederale Uil Antonio Foccillo “rappresenta, dopo una maratona di ormai quasi 10 anni, un traguardo storico per il pubblico impiego”.”Si è trattato di un percorso in salita che ci ha portato a restituire dignità ai lavoratori che, giorno dopo giorno, garantiscono servizi essenziali al Paese. Esattamente come il personale del Ssn che, tra l’altro, ha dovuto far fronte ai continui tagli di questi anni a strutture e organici, con ovvie ripercussioni sui carichi di lavoro”.

Questo rinnovo, continua Foccillo, “riconosce i dovuti incrementi economici, in linea con l’accordo del 30 novembre, e le adeguate tutele, anche ridando ruolo al sindacato nei luoghi di lavoro e mettendo un freno all’unilateralità delle amministrazioni attraverso un nuovo modello di partecipazione. Esprimiamo tutta la nostra soddisfazione per i risultati di questa stagione contrattuale. Senza il nostro impegno e la nostra tenacia – conclude – non si sarebbe avviato il tavolo di trattativa in Aran e i lavoratori avrebbero dovuto attendere ancora altri anni per un rinnovo che invece oggi abbiamo reso possibile”.

Sanità verso lo sciopero nazionale il 23 febbraio

Sanità-tagli-posti letto-ospedali“In mancanza della convocazione per aprire le trattative contrattuali, sarà sciopero nazionale il 23 febbraio anticipato da una serie di iniziative che saranno attuate a partire dal 12 febbraio”. L’ultimatum dei medici, veterinari e dirigenti sanitari è stato lanciato da tutte le sigle sindacali in rappresentanza di 150 mila professionisti che chiedono di “sbloccare finalmente l’apertura della trattativa per il rinnovo del contratto 2016-2018”.

In particolare, si alzano i toni della protesta con “la richiesta di incontro urgente al Ministro della Funzione pubblica in quanto organo politico che deve vigilare sull’attività dell’Aran; denuncia alle Procure della Repubblica per omissione di atti di ufficio rispetto alla sentenza della Corte Costituzionale del luglio 2015 che ha stabilito lo sblocco dei contratti; presidio alla sede Aran il 15 febbraio; assemblee il 22 febbraio in tutte le Aziende Sanitarie; sciopero nazionale di 24 ore il 23 febbraio”.

“La decisione di spostare la data dello sciopero dall’8 e 9 al 23 febbraio – chiarisce una nota congiunta di Anaao Assomed, Cimo, Aaroi-Emac, Fp Cgil Medici e Dirigenti SSN, Fvm Federazione Veterinari e Medici, Fassid (Aipac-Aupi-Simet-Sinafo-Snr), Cisl Medici, Fesmed, Anpo-Ascoti, Fials Medici, Uil Fpl Coordinamento Nazionale delle Aree contrattuali medica, veterinaria sanitaria – è stata dettata solo dal senso di responsabilità che ci lega soprattutto ai nostri pazienti ai quali non vogliamo procurare ulteriori disagi. Non è più possibile continuare a negare a migliaia di professionisti in barba alla Costituzione il diritto a contrattare le condizioni che regolano il proprio lavoro”, concludono.

Lo sciopero, afferma il segretario del Nursing-up, Antonio De Palma, “porterà al blocco di attività degli ospedali e delle sale operatorie”. Secondo gli infermieri, infatti, “la misura è colma: ora noi infermieri siamo stanchi di aspettare – dichiara De Palma – vogliamo riprenderci la nostra dignità di lavoratori che si traduce in un’adeguata retribuzione e riconoscimento, condizioni degne di una società civile”. Tra le richieste, lo sblocco del turnover “per dire basta alla fuga dei cervelli e all’emigrazione dei giovani infermieri che vanno all’estero a portare competenze e professionalità che non vengono riconosciute in Italia”. I sindacati dicono anche “basta ai tagli lineari delle dotazioni organiche, al demansionamento dei professionisti sanitari e alle pretese di deroghe indiscriminate alle ore di riposo giornaliere e al riposo settimanale”. Gli infermieri attivi nel Ssn, ricordano i sindacati, sono circa 250 mila, e oltre 50 mila sono quelli iscritti alle due organizzazioni sindacali che hanno proclamato lo sciopero, dopo un fallito tentativo di riconciliazione al ministero del Lavoro con la controparte pubblica.

Sciopero medici, adesione dell’80% e stop a interventi

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Manifestazioni e sit-in in tutta Italia per dire “basta” al “sottofinanziamento” della Sanità pubblica e per chiedere nuove assunzioni ed il rinnovo del contratto scaduto ormai da otto anni. Medici e veterinari italiani hanno oggi incrociato le braccia, intimando al governo di “cambiare rotta”: uno sciopero nazionale che ha raggiunto un’adesione oltre le aspettative degli stessi sindacati promotori, con punte dell’80%, mentre negli ospedali sono saltati circa 40mila interventi chirurgici programmati e migliaia di visite specialistiche. La Sanità pubblica “è in piena emergenza”, afferma il segretario nazionale del maggiore dei sindacati dei medici dirigenti, l’Anaao-Assomed, Costantino Toise, sottolineando il “grande successo” dello sciopero e ribadendo il ‘no’ della categoria a “condizioni di lavoro non più accettabili”.

Il blocco per una giornata di “40.000 interventi chirurgici non urgenti e di centinaia di migliaia di visite specialistiche ed esami, per quanto fonte di disagio per i cittadini – evidenzia – è servito per cercare di evitare un blocco totale e definitivo della sanità pubblica”. E l’adesione è stata alta, avvertono le organizzazioni mediche, “nonostante la reiterazione, in queste ore, di numerosissimi comportamenti antisindacali per impedire il diritto di sciopero, messi in atto da certe Amministrazioni”. Il punto, ribadiscono, è che “l’insufficienza di risorse economiche rende ormai difficile mantenere i risultati di salute conseguiti, che già manifestano le prime crepe con la riduzione degli anni di buona salute nella fascia di età over 65, con l’aumento della spesa privata, che ormai lega il diritto alla salute al censo, con l’eccezionale incremento di diseguaglianze territoriali”. Infatti, attacca il segretario nazionale della Fp Cgil medici e Dirigenti Ssn, Andrea Filippi, “il grande assente nella legge di Bilancio è proprio la Sanita’”.

Un malessere, quello dei camici bianchi, che ha dato vita ad oltre 50 sit-in e manifestazioni dal Nord al Sud: a Roma, i medici hanno manifestato davanti al ministero dell’Economia con cartelloni che riportavano un messaggio chiaro, ‘Senza i medici restano solo i miracoli’. Infatti, “negli ultimi 20 anni non si sono ristrutturati i servizi mentre abbiamo perso – evidenziano i sindacati – oltre 9.000 medici”. A fronte di ciò, affermano ancora le organizzazioni, “colpisce il distacco della politica” e forte è la delusione anche per il mancato incontro con il governo: “Da una parte il governo ci dice che ci appoggia ma dall’altra non ci riceve, come è successo oggi. C’è mutismo – afferma Filippi – ma noi continueremo comunque imperterriti nella nostra battaglia”.

Medici a confronto in Europa
L’Italia spende molto meno degli altri per la sanità, con un numero di medici inferiore rispetto a molti concorrenti e retribuzioni più basse degli altri. Il confronto del sistema sanitario italiano, oggi in sciopero, con quello degli altri paesi, è impietoso sotto molti punti di vista.
SPESA TOTALE: secondo il rapporto Ocse ‘Healt at a Glance’ “l’Italia ha speso 9,1% del Pil nel settore sanitario nel 2015, meno della media pesata Ue del 9,9% e molto meno di Germania, Svezia e Francia, che hanno speso circa l’11%”.

NUMERO DI MEDICI E INFERMIERI: sul numero di medici ogni mille abitanti l’Italia ‘tiene’ con 3,8 un dato leggermente superiore alla media Ocse che è 3,4 ma che comunque è inferiore a quello di molti diretti concorrenti come Germania (4,1), Spagna (3,9) o Svezia (4,2). Ci sono però preoccupazioni per il futuro con diverse ricerche che hanno sottolineato come l’età media dei medici italiani sia tra le più alte. Dove invece il nostro paese segna il passo è sul personale infermieristico: 5,4 unità ogni mille abitanti in Italia contro i 9 della media Ocse, che vede anche punte di 13,3 in Germania o 18 in Svizzera. Anche per posti letto siamo molto indietro, 3 ogni mille abitanti contro i 4 della media Ocse.

ORARIO: il contratto di lavoro italiano, spiega un rapporto realizzato da Anaao Assomed e Snr, stabilisce un orario di 38 ore settimanali. Inoltre la durata media dell’orario di lavoro, calcolata su un periodo di quattro mesi, non potrà in ogni caso superare le 48 ore settimanali, comprensive delle ore di lavoro straordinario. Secondo i sindacati che promuovono lo sciopero però in molti casi si superano questi limiti, e i controlli sul rispetto della direttiva europea che stabilisce norme rigide sui riposi tra un turno e l’altro non sono rispettati. Negli altri paesi europei la situazione è varia, si passa da 37,5 ore settimanali per la Spagna a 52 ore con la reperibilità per l’Olanda a 48 per la Francia a 40 per l’Inghilterra a un massimo di 58 ore per la Germania.

RETRIBUZIONE: Per i medici ospedalieri in Italia si va, sempre secondo Anaao, da un minimo di circa 50mila euro lordi annui per un medico e dirigente con meno di 5 anni di anzianità ad un massimo di circa 65mila euro lordi annui per il direttore di struttura complessa. In Inghilterra invece uno specialista prende da 75.000 a 101.000 sterline (da 85mila a 115mila euro), mentre in Olanda lo stipendio medio dei medici è circa 73mila euro. Impietoso anche il confronto con la Germania. “I medici in formazione specialistica, che sono considerati lavoratori a tutti gli effetti – e non studenti – guadagnano un salario che passa dai 4.190 euro (primo anno) a 5.386 euro (sesto anno) – si legge nel rapporto Anaao -. Uno specialista guadagna da 5.530 (primo anno) a 7.102 (dal 13 anno in poi) ma può arrivare anche a 200.000 l’anno. Un Capo Dipartimento riceve uno stipendio annuo lordo con una componente fissa di circa 129.000 euro e una parte variabile di circa 127.000 euro”.

AMSI e UMEM: medici
che lavorano all’estero

obiettori_medici-abortisti-ginecologiNegli ultimi 2 anni, 3500 medici giovani e 1500 medici ospedalieri e in pensione hanno chiesto di poter trovare lavoro, o comunque fare esperienza lavorativa, all’estero: rivolgendosi agli appositi sportelli di AMSI, Associazione Medici d’origine Straniera in Italia, e UMEM, Unione Medica Euromediterranea. Questi i dati – certo non incoraggianti per la sanità italiana – che, insieme al “Manifesto Sanità e multiculturalismo”, saranno presentati il 2 dicembre mattina, alla clinica “Ars Medica” di Roma, nel corso del Congresso AMSI – col patrocinio di UMEM e movimento “Uniti per Unire” – centrato su “Urgenza in cardioogia e medicina sportiva” (con rilascio di 6 crediti ECM per i partecipanti).

“Presso il nostro sportello AMSI, UMEM e “Uniti per Unire”- precisa Foad Aodi, medico fisiatra, fondatore di AMSI e UMEM, e membro del “Focal Point” per l’integrazione in Italia per l’alleanza delle Civiltà UNAOC-organismo ONU.- arrivano numerose telefonate, e richieste tramite Email, Whatsapp, Facebook, da parte di medici italiani e d’ origine straniera che desiderano lavorare all’estero o farvi esperienza professionale, o far ritorno ai loro Paesi d’ origine. La maggior parte delle richieste di lavoro all’estero proviene dal Sud (Campania,Sardegna,Sicilia, Puglia), dal Centro (Lazio: Roma, Latina, Frosinone ) e dall’ Emilia Romagna. Da parte di medici giovani e medici ospedalieri esercitanti nelle branche di chirurgia, neurochirurgia, oculistica, ginecologia, chirurgia plastica e vascolare, Pronto soccorso e cardiochirurgia: principalmente per motivi economici e di sviluppo professionale, anche perché i giovani medici italiani hanno poche possibilità di fare chirurgia applicata ed esperienza varia in Italia”.

Le richieste di fare esperienze lavorative varie e di ricerca all’ estero provengono, invece, da medici ancora ospedalieri, universitari e in pensione: soprattutto da Veneto, Lombardia, Piemonte, Trentino e Campania. Quest’ultima categoria è formata maggiormente da medici esperti e specialisti in diabetologia, ginecologia, pediatria, malattie cardiovascolari e infettive, endocrinologia, dermatologia, gastroenterologia, angiologia e pnemologia .

” I Paesi ambiti dai nostri colleghi italiani”, prosegue il Prof. Aodi, “sono soprattutto Israele, Giordania, Libano, Spagna, Francia, Belgio, Germania, Austria, Svezia, Portogallo, Tunisia, Palestina, Albania, Romania, Qatar, Cuba e altri Paesi dell’ Africa”.

Infine, Aodi si rivolge al mondo delle istituzioni, sanitario, universitario e degli Ordini professionali: “Bisogna affrontare subito questi problemi, e prevenire quella che oggi, in Italia, si preannuncia come vera e propria carenza di medici: causata da fuga all’estero, numero chiuso degli accessi all’ Università, alto numero di medici che nei prossimi anni andranno in pensione, e ‘alto numero di medici internazionali che iniziano a ritornare nei loro Paesi d’ origine (Paesi arabi, africani e dell’ Europa sudorientale, come Albania e Romania”.

Fabrizio Federici

Sanità, 500mila i medici stranieri in Europa

medicoNegli ultimi 5 anni sono cresciute del 30% le richieste dei professionisti della sanità italiani (medici, farmacisti, infermieri, fisioterapisti, psicologi e odontoiatri) di recarsi a lavorare all’ estero; e sono aumentate del 40% le richieste di lavoro dall’ estero per i professionisti della sanità italiani e di origine straniera lavoranti in Italia. La maggior parte di queste richieste di lavoro arriva da Paesi UE (Belgio, Francia, Germania, Spagna, Inghilterra), e da Svizzera, Europa dell’ Est (Russia, Albania, Romania), Paesi arabi (Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Libia) e sudamericani (Ecuador, Brasile, Colombia). Numerose, poi, le richieste di sostegno umanitario e sanitario provenienti dai Paesi africani e dai Paesi arabi in stato di conflitto, come Siria, Iraq, Yemen e Libia.

Sono queste le statistiche riportate dalla Confederazione Internazionale Unione Medica Euro Mediterranea – UMEM, dall’Associazione Medici di Origine Straniera in Italia (AMSI) e dal Movimento Internazionale “Uniti per Unire”: sviluppate insieme alla rete dei professionisti della sanità aderenti a queste realtà, e operanti in tutti Paesi Euromediterranei.

Anche sui giovani, UMEM, AMSI e Uniti per Unire riportano nuovi dati: negli ultimi 5 anni, la maggior parte degli studenti di medicina d’ origine straniera provenienti dai Paesi arabi, africani, asiatici, dall’ India e dal Sud America si è recata in prevalenza nei Paesi dell’Est (Russia, Albania, Moldavia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia, Romania, Polonia, Slovacchia): per studiare, per motivi economici e per l’ assenza del numero chiuso (come avveniva in Italia, Germania e Francia negli anni ’80). In questi Paesi, infatti, i corsi di Laurea sono meno costosi e sempre più disponibili in lingua inglese.

Per quanto riguarda l’Italia, oggi un numero crescente di studenti italiani sceglie la strada della laurea o della specializzazione da conseguire all’estero, per poi far ritorno in Italia facendosi riconoscere il titolo di studio. Grazie alla libera mobilità dei professionisti della sanità che abbiano conseguito un titolo di Laurea Europeo, riconosciuto in tutti i Paesi Ue, si registra una migrazione continua di questi professionisti in tutta Europa: che causa in alcuni Paesi delle carenze, e in altri, invece, un sovraffollamento di personale medico sanitario, col problema comune della mancanza di conoscenza della lingua, della cultura e delle leggi del Paese scelto dai professionisti. Questo è stato, ad esempio, il caso della Germania, del Belgio e della Svizzera: che ha causato non pochi episodi di disagio ai pazienti, cui spesso han fatto seguito denunce sporte contro i medici.

Foad Aodi, in qualità di Fondatore di AMSI, Presidente di UMEM, membro della Commissione Salute Globale della FNOMCeO, chiarisce al riguardo: “Sicuramente l’immigrazione dei professionisti della sanità nell’ area euromediterranea è cambiata notevolmente rispetto agli anni ’60, ’70, ’80 e ’90, a causa della situazione geo-politica e dei conflitti in corso in alcuni Paesi del Medio Oriente, dell’Africa, del Sud America e nei Paesi dell’Est. Dopo la caduta del muro di Berlino e dopo la delusione del “sogno” delle Primavere Arabe, tanti medici, provenienti dai Paesi dell’Est e arabi, si son recati a lavorare in Germania (è il caso dei siriani), in Francia( professionisti in prevalenza nordafricani, provenienti da Algeria, Marocco e Tunisia), in Belgio (professionisti europei di varie nazionalità), in Scozia e Inghilterra. Stando alle statistiche che abbiamo riportato recentemente – prosegue Aodi – e che contano 62 mila professionisti della sanità d’ origine straniera esercitanti in Italia (di cui 18 mila medici), la situazione dell’integrazione in Italia è ottimale, e c’è una buona collaborazione tra i professionisti d’ origine straniera e i colleghi italiani. In Europa, secondo le nostre statistiche, ci sono più di 500 mila medici stranieri: 400 mila sono fissi e 100 mila sono in continua mobilità. Proponiamo quindi all’ Unione Europea d’ effettuare un monitoraggio continuo delle esigenze del mercato del lavoro nell’ ambito sanità, condotto Paese per Paese: per evitare i casi di sovraffollamento o di carenza di personale medico sanitario e, al tempo stesso, contrastare il problema della fuga dei cervelli. Chiediamo, inoltre, d’ incentivare corsi di lingua, di cultura e di legislazione del Paese scelto per i professionisti della sanità; nella tutela del diritto alla salute universale e nell’ottica d’ una sanità globale e multiculturale, contrastando il fenomeno della medicina “difensiva” ( quel fenomeno, cioè, tipico dei Paesi industrializzati, che porta molti pazienti ad avere scarsa fiducia nei medici, e molti medici ad affidarsi sempre piu’ – per timore di ricevere denunce – a compagnie assicurative e a studi legali, con enorme incremento della spesa in questi settori, N.d.R.) che spesso lede il rapporto di fiducia tra medico e paziente”.

Fabrizio Federici

Gap Previdenziale e incubo pensione per i medici

Consulcesi, realtà leader nella tutela dei camici bianchi, ha raccolto i pareri di oltre 2mila medici sulla previdenza complementare: il 51% degli intervistati ha già scelto un fondo pensione, privilegiando i privati.

medici 2Medici tra paura e lungimiranza quando si tratta del proprio futuro pensionistico. Oltre l’80%, infatti, teme che una volta abbandonato il camice bianco, la differenza tra l’attuale retribuzione e l’importo della pensione farà registrare un crollo drastico, tra il 30 e il 50%. Per questo motivo, più della metà di loro ha deciso di non farsi cogliere impreparato ed è già ricorso alla previdenza complementare. Sono questi i dati rivelati da un sondaggio effettuato da Consulcesi, realtà leader nella tutela dei camici bianchi, che ha raccolto opinioni e timori di 2722 medici in tema di previdenza complementare.
SÌ ALLA PREVIDENZA COMPLEMENTARE, MEGLIO SE PRIVATA
Dal sondaggio emerge innanzitutto che il 51% degli intervistati ha già aderito a una forma di previdenza complementare, di cui il 39% ha preferito un fondo privato rispetto a un fondo di categoria, scelto dal restante 13%. Su base geografica, si segnala inoltre che sono soprattutto i medici del Sud (42%) a preferire il privato, seguiti da Nord (39%) e Centro (35%).
I MEDICI TEMONO UN GAP PREVIDENZIALE TRA IL 30% E IL 50%, I PIÙ SPAVENTATI AL NORD
La paura di vedere il proprio reddito calare drasticamente nella delicata fase della vecchiaia accomuna l’81% degli intervistati. Il 42% di loro, infatti, teme di perdere più della metà rispetto a quanto percepito attualmente; il 39% condivide questo allarme ma crede che subirà un calo leggermente più contenuto, comunque di oltre il 30%. Di fatto, solo il 7% degli intervistati dichiara che avrà sostanzialmente lo stesso reddito attuale. È interessante notare che i più pessimisti in materia di gap previdenziale sono i medici del Nord: il 47% degli interpellati presume una riduzione del reddito superiore al 50%.
PER I CAMICI BIANCHI È FONDAMENTALE LA DEDUCIBILITÀ FISCALE
Se i medici lamentano diversi motivi che frenano l’adesione a un fondo di previdenza complementare, tra cui la scarsa conoscenza della materia (il 22%) e l’eccessiva burocrazia (il 4%), il fattore che la stragrande maggioranza considera strategico è la massima deducibilità fiscale, considerata molto importante per il 71% degli intervistati.
I MEDICI SONO INFORMATI E VOGLIONO MAGGIORI INCENTIVI
Tra gli altri dati emersi, si registra che la maggioranza dei medici conosce le diverse forme di previdenza complementare (il 58%) e l’81% chiede a gran voce un intervento legislativo per incentivare l’adesione a questi fondi.

Tunisia- Italia, confronto
tra professionisti della sanità

Aborto-Medici obiettoriIl Centro Socio-Culturale Tunisino in Italia e il Comitato “Darna Amici Dar Tounsi”, in collaborazione con l’Associazione dei Medici d’ Origine Straniera in Italia (AMSI), il Movimento internazionale “Uniti per Unire”, la ASL RM4, La FIMMG-Lazio, l’Unione Medica Euro-Mediterranea, le Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), organizzano il 18 ottobre pomeriggio a Roma, al Centro Socio-Culturale Tunisino di Via Cupa , la tavola rotonda “Cooperazione Sanitaria Italia-Tunisia”. Ospiti, i medici tunisini del Comitato dei Medici di Monastir: che, a seguito del successo dell’esperienza in Tunisia, dove sono stati organizzati, nel 2016, vari eventi di ricerca e prevenzione, con la partecipazione di 164 professionisti della sanità (su temi come l’ipertensione nell’adulto, il diabete maschile, il fumo attivo e passivo, il cancro al seno), fanno il loro ingresso in Italia per confrontarsi e avviare una concreta cooperazione coi colleghi italiani. Parteciperanno rappresentanti delle autorità, direttori di ASL ed esperti della sanità italiana, medici ospedalieri e di medicina generale, specialisti ambulatoriali, medici d’origine straniera, docenti e ricercatori internazionali.

“Siamo fieri del ruolo che i professionisti della sanità italiani e d’origine straniera svolgono in Italia e all’estero”, dichiara il presidente di AMSI Foad Aodi, medico fisiatra, consigliere della Fondazione dell’Ordine dei Medici di Roma e membro della commissione Salute Globale della FNOMCeO. “Vogliamo che le diverse realtà della Sanità, italiane e straniere, pubbliche e private, territoriali e ospedaliere, s’ uniscano per dar vita a nuovi progetti per i cittadini di Italia, d’Europa e del mondo. Il lavoro dei medici è un incentivo alla ricerca, ma- come è emerso chiaramente negli ultimi decennni – anche un’importante chiave di cooperazione internazionale. Solo uniti possiamo fronteggiare il problema crescente dell’emergenza immigrazione, e colmare quel vuoto di servizi sanitari nei Paesi che vivono in uno stato di continua emergenza”.
Non solo “parole”, i professionisti della sanità con la tavola rotonda del 18 completano due giornate di lavoro. Già domenica 16 ottobre, infatti, la delegazione dei medici di Monastir ha partecipato sempre a Roma, insieme ai medici di AMSI, all’ “Open Day” per la prevenzione dedicato alla Comunità tunisina: con una dimostrazione teorica e pratica delle patologie più frequenti, specie quelle cardiovascolari, presso il Centro Socio- Culturale Tunisino in Italia “Dar Tounsi”. Seguiva, lunedì 17 , la visita degli stessi medici tunisini all’ospedale “San Paolo” della Asl Rm4 a Civitavecchia: con la partecipazione del Direttore generale della ASL Rm4 Giuseppe Quintavalle, del Presidente AMSI Aodi e del Direttore del Centro Socio-Culturale tunisino, Fawzi Mrabet. Uniti nella volontà di rafforzare l’impegno a favore dello scambio socio-sanitario, in collaborazione con l’Unione Medica Euromediterranea (istituita ad agosto a Nizza su proposta del presidente Aodi) e altre associazioni mediche europee dove anche i medici tunisini avranno un ruolo importante.

Fabrizio Federici