Olivier Faure, la nuova politica socialista in Francia

locatelli FaureOltre mille partecipanti al congresso del Partito Socialista francese a Aubervilliers, periferia nord di Parigi, che ti fa sentire depressa prima di arrivarci ma, una volta dentro l’area congressuale, senti che c’è spazio per la speranza e un filo di ottimismo.
Una regia giusta, un tono giusto, né scoraggiato dal 6% alle ultime elezioni né trionfalista, il che fa ben sperare conoscendo i nostri cugini francesi, poco propensi rinunciare alla grandeur anche quando non è il caso.
Due giorni di congresso che si conclude con il discorso di Olivier Faure, il nuovo leader del PS francese (lo chiamano Primo Segretario), eletto qualche giorno prima con l’86% dei voti, dopo aver sconfitto gli altri tre candidati ed essere rimasto solo al ballottaggio, per il ritiro di Stéphane Le Foll, secondo al primo turno.
Un’ora e mezzo di discorso per buona parte dedicato a farsi spazio tra Emmanuel Macron e Jean Luc Mélenchon, entrambi definiti dal leader socialista populisti e demagoghi.
“C’è un governo che non è di sinistra ed una sinistra che non è di governo. È dunque urgente far sentire di nuovo la voce di una sinistra che sa governare e proporre una alternativa”, scandisce con convinzione il nuovo leader.
Olivier Faure rivolge i suoi attacchi soprattutto al Presidente della Repubblica, ne mette in evidenza le contraddizioni, e le furbizie, gli fa il verso: “non sono né di destra, né di sinistra”, “non ha ragion d’essere la distinzione tra destra e sinistra”, per poi fare, aggiunge, una politica di destra e una di…. destra.
Di Mélanchon dice che incarna una sinistra protestataria che non vuole affatto governare.
Da’ indicazioni di ambiti di lavoro, dall’ecologismo al bisogno di politiche sociali, annuncia l’apertura di tanti cantieri di lavoro e tra questi il primo è destinato all’Europa, anche per il prossimo appuntamento del maggio 2019, quello delle elezioni europee che prevedono l’indicazione della testa di lista entro l’anno.
Un’Europa che deve ritornare al popolo cui spetta riprendere nelle proprie mani la costruzione europea. È questo l’obiettivo che si danno i socialisti francesi perché la politica non può essere racchiusa nel quadro nazionale désormais dépassé….
Parole forti accompagnate da un altro sferzante giudizio sul duo Macron-Mélenchon, il primo europeista ma non di sinistra e il secondo di sinistra ma non proprio europeista, definendo in questo modo lo spazio di azione e l’identità del PS francese: europeista e di sinistra.
Un filo di ottimismo e di speranza, guastato ahimè dall’abbandono del PS francese da parte dell’organizzazione giovanile, il Mouvement des jeunes socialistes (MJS) .
Roxane Lundy, leader del movimento ha chiesto al partito di rispettare la loro decisione libera ed autonoma. Resta qualche dubbio avendo lei stessa anticipato due settimane fa il desiderio di confluire in Génération, movimento fondato lo scorso luglio da Benoit Hamon, il candidato socialista uscito sconfitto alle presidenziali con il peggior risultato fatto registrare dai socialisti francesi da decenni.

Pia Locatelli

Colorni e la scomparsa della sinistra in Europa

Qui di seguito il testo della relazione introduttiva al convegno “Il percorso politico di Eugenio Colorni”, Roma, 29 maggio 2017, organizzato dalle Fondazioni Nenni, Turati, Buozzi e dall’Istituto Hirschman-Colorni


 

Polonia-protesteEugenio Colorni scriveva su l’Avvenire dei Lavoratori del 1 febbraio del 1944: “Socialismo, umanismo, federalismo, unità europea sono le parole fondamentali del nostro programma politico.”

Vi era indubbiamente un clima politico culturale se l’idea di Unità Europea, legata sempre a programmi di riforma sociale, venivano da gruppi francesi come «Combat», «France-Tireur» e «Liberté» ovvero come ricorda sempre Silone dal Movimento del lavoro libero in Norvegia o dal Movimento Vrij Nederland in Olanda ed anche da sparsi gruppi di tedeschi antinazisti.

La collaborazione di Colorni alla redazione e soprattutto alla diffusione del Manifesto di Ventotene, a mio avviso, ne fa uno degli autori a ricordare al pari di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi. Sicuramente è un suo merito la diffusione nel mondo socialista Ignazio Silone, allora a capo del Centro Estero di Zurigo del PSI e dell’Avvenire dei Lavoratori ebbe già sentore del Manifesto di Ventotene nell’autunno del 1941 e più tardi ricevette un appello analogo, dal Movimento «Li bérer et Fédérer» di Tolosa, nel quale militava Silvio Trentin, il padre di Bruno.

Sempre Colorni deve essere considerato uno degli ispiratori de Il socialismo federalista dell’«Avvenire del Lavoratore» (1) una delle componenti della conversione socialista di Ignazio Silone, che nella sua visione ebbe la stessa importanza dell’ Internazionalismo del suo periodo comunista. Due sono gli articoli di Silone nel quale delinea la sua visione europea del socialismo. Il primo fu pubblicato dall’”Avanti!” di Roma con il titolo “Prospettiva attuale del Socialismo Europeo”. Il secondo sempre dall’”Avanti!” di Roma del 28 gennaio 1945 col titolo “Europa di Domani”. Per Silone “l’Europa moderna ed il socialismo sono termini storici intimamente connessi. Il socialismo moderno infatti è nato in Europa nel corso del secolo passato, contemporaneamente all’Europa moderna. Le fasi di sviluppo e le crisi del socialismo moderno sono coincise con il progresso e le difficoltà dell’Europa”.

Il dibattito fra i compagni socialisti sul futuro dell’Europa e sulle prospettive di ricostruzione per il Vecchio continente: dal federalismo europeista di Carlo Rosselli alla proposta di una «Costituente europea per la pace» lanciata da Giuseppe Emanuele Modigliani, all’europeismo di Angelo Tasca era già iniziato nell’esilio francese. Al dibattito partecipò anche Giuseppe Saragat quando si trasferì a Parigi, dopo aver trascorso un triennio in Austria, ove conobbe Otto Bauer e l’austromarxismo, ma la sua visione federalista anche in seguito al Patto Ribbentrop Molotov si connotò sempre più come un europeismo democratico alternativo al totalitarismo (2).

Siamo tributari di Silone e Colorni della convinzione che non c’è prospettiva socialista se non c’è una chiara scelta federalista, cioè senza una dimensione internazionale della politica, al di là delle singole proposte, perché il destino del socialismo democratico e dell’Europa sono indissolubilmente legati. Questa intuizione non è stata perseguita con coerenza, avrebbe chiesto per esempio la creazione di un Partito Socialista transnazionale, cioè una visione internazionalista, di cui l’europeismo non poteva essere un surrogato, ma un’articolazione continentale. La costruzione europea si è fatta, invece, ponendo alla base la libera concorrenza ed il mercato, guidate da un centralismo burocratico senza effettivi contrappesi democratici. Non solo l’allargamento a Est della UE è stato un processo, che non si è distinto da quello della NATO, quando, nella visione socialista di Cole (3) condivisa da Silone Soltanto il socialismo democratico avrebbe potuto unificare l’Europa e farla servire da mediatrice storica tra il continente sovietico e il continente americano. Una visione che si accompagnava al superamento delle ragioni storiche sella divisione tra socialisti e comunisti, questo lo si poteva pensare negli anni 1944 e 1945 quando si era uniti nella lotta al nazifascismo.

Lo sviluppo nel dopoguerra andò in tutt’altra direzione: nei paesi conquistati dall’Armata Rossa si compì l’unificazione forzata dei partiti socialisti e comunisti, con la scomparsa politica dei primi, anche quando il nome del Partito non divenne formalmente comunista come il POUP (Partito Operaio Unificato Polacco) o mantenne il riferimento socialista come nei casi del Partito Operaio Socialista Ungherese e della SED (Partito di Unità Socialista della Germania). In Occidente la Guerra Fredda portò i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti ad una scelta di campo occidentale, con la sola eccezione fino alla rivoluzione ungherese del 1956 del PSI. Socialisti e democristiani sono la grande maggioranza dei padri fondatori dell’Europa, con l’eccezione di Altiero Spinelli, che in Italia collaborò con socialisti e comunisti (4). Nel 1999 fu l’anno della predominanza socialista in Europa, cioè nella UE a 15, con 11 primi ministri socialisti, che sarebbero stati 12 se nel 1996 Aznar non avesse sostituito Felipe Gonzalez. La presenza contestuale di Blair, Schröder, Jospin e D’Alema per non parlare che dei grandi paesi non ha impresso un corso nuovo all’Europa della UE, ma piuttosto è stata la Commissione Prodi dal 16 settembre 1999 fino al 31 ottobre 2004 con proroga al 21 novembre dello stesso anno con la scelta dell’allargamento a Est. Nel contempo a sinistra del PSE la denuncia dell’Europa, come l’Europa dei capitalisti e dei banchieri, è stato un bell’alibi per i partiti della sinistra per non impegnarsi nella costruzione di un’altra Europa,, finché il nome non diventò un’insegna elettorale nel 2014 grazie al successo di Tsipras e di Syriza, che non superò le contraddizioni del Partito della Sinistra Europea, che comprende partiti, con scarsa peso nel parlamento Europeo e in quelli nazionali della UE fatta eccezione per la LINKE e Sinistra Italiana e di cui non fanno parte formazioni di sinistra di successo come Podemos di Iglesias o la France Insoumise di Mélenchon

Il problema più grave è che le grosse perdite socialiste non si trasferiscono massicciamente alla loro sinistra e spesso vi sono perdite dell’intero schieramento teoricamente alternativo che comprenda anche i Verdi e in generale gli ecologisti.

In nessun paese europeo, ad eccezione della Gran Bretagna, ma ora in fuoriuscita dall’UE, la sinistra è rappresentata da un solo partito, che possa aspirare al governo. Formalmente vi è una Grande Coalizione PPE-PSE, ma il PPE ha una posizi0one centrale ed è riuscita la trasformazione da Partito Democristiano e Socialcristiano in partito di centro conservatore in armonia con i cosiddetti poteri, di cui il Presidente della Commissione, Juncker, è un vassallo. Per togliere ogni dubbio il suo partito non è più il PPCS (Partito Popolare Cristiano Sociale), ma semplicemente il PD affiliato al PPE, per non confondersi con il PD affiliato al PSE. Il PSE non ha, invece, un’identità precisa e un programma alternativo all’austerità e su dossier delicati come i fenomeni migratori ha posizione differenziate.

Il quadro europeo è ancora instabile mancano i risultati delle legislative francesi di giugno 2017, delle britanniche dello stesso mese e soprattutto di quelle tedesche del 24 settembre, per non parlare di quelle italiane oscillanti tra la fine del 2017 e l’inizio 2018 a dio piacendo e al Presidente Mattarella. Riuscirà la sinistra in senso lato a compiere quella riflessione auspicata da Colorni e Silone nel 1994, cioè legare il suo destino a quello di un processo di integrazione europea, che abbia come centro la Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, le cui norme hanno lo stesso valore giuridico dei Trattati per l’art. 6 TUE e una politica economica che salvaguardi la coesione sociale e le conquiste del welfare state e persegua con coerenza una politica di pace e cooperazione per uno sviluppo economico equo e solidale?

Felice Carlo Besostri
Blog Fondazione Nenni

(1) Corrado Malandrino “Socialismo e libertà. Autonomie, federalismo, Europa da Rosselli a Silone” Milano 1990

(2)“Il federalismo europeista in Giuseppe Saragat” di Michele Donno in L’ACROPOLI Anno XVII – n. 6 (2016)

(3)G.D.M. Cole “Europe, Russia and the Future” del 194

(4)Nominato dai primi nella Commissione Europea e dai Secondi nel Parlamento italiano e in quello europeo

 

L’anno zero del Partito Socialista francese

hollande Macron

Il Partito Socialista francese è allo sbando: secondo i sondaggi, potrebbe uscire dalle imminenti elezioni legislative con un pugno di deputati. Questa è solo la fase finale di un lento ma inesorabile declino, iniziato durante la presidenza di François Hollande. Cos’è andato storto? Il Partito Socialista francese è ormai un’esperienza politica da archiviare o potrebbe, invece, risorgere dalle sue ceneri? Lo abbiamo chiesto a Christine Vodovar, professoressa di storia comparata dei sistemi politici alla LUISS ed esperta di storia dei partiti socialisti in Francia e Italia.

Professoressa Vodovar, la presidenza di François Hollande è stata caratterizzata da una prima fase, più interventista, e una seconda, più liberale. Quanto la svolta liberale ha inciso sul fallimento di Hollande?
Non sono convinta che sia stata la svolta liberale di per sé ad aver inciso sul fallimento di François Hollande. Hollande ha sempre avuto una linea di socialismo liberale e, in tal senso, si può ipotizzare che ciò che ha fatto nella seconda metà del quinquennato sia quello che voleva fare fin dall’inizio. Ma avendo stipulato durante la campagna elettorale un accordo con l’ala sinistra del suo partito, è stato costretto, nei primi due anni del suo quinquennato, a portare avanti delle politiche, soprattutto economiche, che tenevano conto di queste posizioni. Perciò, quando ha fatto la svolta liberale, Hollande si è trovato a fare i conti con i cosiddetti frondeurs, l’opposizione interna al suo partito, che ha provato in maniera sistematica ad ostacolare le misure che cercava di prendere. Hollande non è quindi riuscito a dare un indirizzo di politica economica omogeneo al suo quinquennato. Ma, soprattutto, anche in seguito alla svolta liberale, non è riuscito a invertire il corso negativo dell’economia francese. Solo il deficit pubblico annuo è stato in un qualche modo contenuto. Gli altri indicatori, come, ad esempio, il tasso disoccupazione, quello di povertà, il bilancio commerciale con l’estero o il debito pubblico, non solo sono ancora tutti in negativo, ma sono anche peggiorati nel corso degli anni.

Se François Hollande è stato fin dall’inizio sostenitore di un socialismo liberale, si può affermare che Emmanuel Macron è il suo vero erede?
Assolutamente sì. Emmanuel Macron è il continuatore di quello che avrebbe voluto fare Hollande nella seconda parte del suo mandato. Le ricette sono un po’ diverse, ma l’idea è la stessa. I due condividono una visione di politica economica liberale, mirata a rendere più flessibile il mercato del lavoro e a sgravare le imprese da una serie di costi sociali. Macron vuole farlo meno brutalmente dei repubblicani e vuole che le misure liberali in questione siano accompagnate da una serie di misure sociali. In tal senso, durante la campagna si è molto ispirato alla cosiddetta flexi-security attuata nei paesi del nord Europa.

Riuscirà Macron dove Hollande ha fallito, ovvero a invertire gli indicatori economici?
È impossibile rispondere ora. Si può tuttavia sottolineare che Hollande era membro del Partito Socialista, mentre Macron non lo è. Possiamo dire che, se le elezioni legislative gli daranno un’ampia maggioranza – cosa che potrebbe anche essere – avrà le mani meno legate e non sarà obbligato a fare compromessi con una certa parte della sinistra, com’è stato invece il caso di Hollande. Inoltre, Macron ha più carisma di Hollande e riesce a sedurre maggiormente la gioventù e gli ambienti europei. Il suo potenziale di partenza è quindi maggiore ma, se non riuscirà a invertire gli indicatori, c’è il rischio che i populisti del Front National e dell’estrema sinistra ritornino con ancora più forza alla prossima tornata elettorale.

Quali sono le cause della sconfitta di Benoît Hamon, candidato socialista alle presidenziali? Ha perso perché è stato visto come il continuatore di una politica fallimentare? Perché ha fatto le promesse sbagliate, come quella sul reddito universale? O perché, semplicemente, mancava di carisma?
Innanzitutto, Hamon non ha potuto contare su un partito compatto alle spalle. Durante la presidenza di Hollande è stato il capo dell’opposizione interna e c’è una parte del partito, come l’ex primo ministro Manuel Valls, che non glielo ha perdonato. A livello di personalità, Hamon è sicuramente un uomo di apparato. Non ha grande carisma e non lo ha aiutato il non aver mai coperto ruoli in grado di dargli una statura nazionale. Il problema è che non è riuscito a creare consenso a sinistra né sulla sua persona, né evidentemente sulle sue proposte. Ma su questo punto, ha pagato il fatto che, avendo vinto le primarie e ottenuto allora un’ampia legittimità attorno al suo programma iniziale, gli è stato molto difficile ridefinire questo programma in tale modo da creare quel consenso più ampio presso i militanti e gli elettori socialisti e di sinistra, necessario per qualificarsi al secondo turno. Anche se la sua linea politica non era del tutto credibile, l’idea del reddito universale era comunque una novità e avrebbe potuto convincere la parte dell’elettorato più popolare che invece ha preferito votare Mélenchon e Le Pen. In ogni caso, non credo che Hamon sia apparso come l’erede di Hollande. Ha piuttosto scontato il fatto di aver preso in mano un partito che negli ultimi cinque anni si è estremamente indebolito. Ancor prima che Macron scendesse in campo, i candidati del Partito Socialista si stavano preparando a un’enorme sconfitta alle legislative. L’elettorato francese si è spostato a destra. Sondaggi ed elezioni di medio termine lo avevano da tempo confermato.
Infine, va ricordato anche che Hamon ha dovuto affrontare un Jean-Luc Mélenchon che è riuscito benissimo a imporsi come candidato più credibile per un certo tipo di elettorato di sinistra.

I sondaggi annunciano per il Partito Socialista una disfatta alle legislative. Come il PS potrà riprendersi da questa sconfitta e tornare ad essere il baricentro della sinistra francese?
La crisi del Partito Socialista ha delle radici profonde, l’elezione presidenziale ha soltanto dato un colpo di grazia. Quello che è venuto meno quest’anno è il grande partito della sinistra costruito da François Mitterrand tra il ‘69 e il ‘71, in grado di accogliere quasi tutte le sensibilità della sinistra di governo e anche qualche fetta di quella anti-sistemica. Si è chiuso un ciclo. Sinistra liberale, sinistra socialdemocratica e sinistra radicale non riescono più a dialogare. È difficile, a breve termine, ipotizzare una ricongiunzione. Se La République en marche sopravvivrà a Macron – impresa questa tutt’altro che facile – potrebbe diventare, almeno per ora, un’alternativa al vecchio PS.

Il Partito Socialista è quindi condannato a essere una forza di opposizione, sul modello del Labour di Jeremy Corbyn in Gran Bretagna?
Non sono sicura che il modello Corbyn sia quello più adeguato per una ripresa del Partito Socialista. Non credo che se dovesse intraprendere questa strada, riuscirebbe a fare meglio di questa volta in termini di voti. I delusi dalla politica di Macron andranno, nell’immediato, a rinforzare il campo di Mélenchon oppure si ritireranno dopo una breve sosta nel mondo della politica. Dopo le legislative, il Partito Socialista non potrà contare su molti deputati. Bisognerà ricostruire dalla base, dai comuni e dalle province.

Se il partito di Macron riuscirà a imporsi come soggetto politico stabile, c’è il rischio che l’alternanza si faccia tra il “né a destra né a sinistra” del nuovo presidente e il “né a destra né a sinistra” di Le Pen?
Se La République en marche, come partito, si imporrà e diventerà uno degli assi del sistema politico, diventerà una sorta di Democrazia Cristiana. E, diciamocelo, il sistema italiano nella Prima Repubblica non brillava certo per alternanza. Se Macron riuscirà ad andare fino in fondo con il suo progetto politico, il rischio è quindi che l’alternanza si faccia tra un partito di governo, credibile e moderato, e un’opposizione populista che si sta rafforzando.  Però la scossa che Macron, con la sua strategia, ha già dato al sistema, e il rinnovamento generazionale che è in atto, potrebbero anche costringere i partiti tradizionali a rinnovarsi, ridando invece vigore alla vecchia divisione – non affatto scomparsa – tra destra e sinistra.

Matteo Angeli

Fassin, no alla tentazione del populismo di sinistra

podemos“La sinistra non deve cedere alla tentazione del populismo, inseguendo gli elettori dei vari Trump e Le Pen, ma deve rivolgersi, invece, al popolo degli astensionisti, a chi è disgustato e non si lascia ammaliare dal fascismo”. È questo l’appello di Éric Fassin, professore di scienze politiche all’università Paris VIII, che, alla vigilia delle elezioni in Francia, ha pubblicato un libro che sta facendo molto discutere, “Populisme: le grand ressentiment” (Populismo: il grande risentimento).
Nella sua opera, Fassin mette in guardia quegli intellettuali di sinistra che, come la filosofa belga Chantal Mouffe e il suo collega argentino, Ernesto Laclau, sostengono la necessità di un populismo di sinistra, in grado di mobilitare “chi sta in basso” contro “chi sta in alto”, contro quella che in Italia viene definita “casta” e negli Stati Uniti “establishment”. In tal senso, Mouffe e Laclau affermano che, per spostare il populismo a sinistra, è necessario “ripulire il termine da razzismo e xenofobia e mettere l’accento sull’anti-elitismo, compreso il rifiuto del neoliberismo”.
Una strategia che, però, secondo Fassin, potrebbe portare la sinistra al suicidio. Questo perché, per Fassin, “il populismo non è necessariamente una reazione contro il neoliberismo, ma piuttosto un espediente per garantirgli popolarità”. Una tesi simile a quella del sociologo britannico Stuart Hall, che afferma che “il populismo non è un’arma contro, ma bensì al servizio del neoliberismo”. Fassin porta l’esempio del nazional-liberismo dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, dove il “liberismo” in economia era per i più ricchi e il “nazionalismo”, inteso come discorso a difesa dell’identità e cultura nazionale, strizzava l’occhio ai più poveri.
Fassin distingue tra populismo e classi popolari e lo fa citando l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti. Il sociologo francese fa notare che la maggior parte dei poveri che hanno votato negli Usa, quando hanno votato, non l’hanno fatto per Trump. In questo senso, la maggior parte degli elettori che hanno votato per Il populista Trump, non appartengo alle classi popolari.
Lo stesso discorso vale per chi vota Marine Le Pen. Minoranze, africani, arabi, che costituiscono una buona fetta delle classi popolari francesi, sono il bersaglio della retorica della candidata frontista. Per lei, il popolo è “bianco” e costituito, opportunisticamente, solo da chi ha diritto di voto. Non è quindi (solo) con le élite che se la prendono gli elettori di Marine Le Pen, ma è, soprattutto, contro una fetta notevole di “chi sta in basso”, secondo uno spirito totalmente anti-egalitario.
Chi sostiene la necessità di un populismo di sinistra, “si illude che gli elettori di Trump e Le Pen possano un giorno votare Sanders e Mélenchon, ispirati dal rifiuto del neoliberismo, che accomunerebbe i due candidati”, continua Fassin.
Ma il populismo di sinistra non è l’antidoto a quello di estrema destra. “Il popolo di Trump lo ha sostenuto non perché questo si dice contro la globalizzazione, ma a causa dei suoi propositi xenofobi e razzisti – afferma Fassin – Non l’hanno preso seriamente sulle proposte economiche ma hanno creduto sinceramente ai suoi propositi sul piano culturale. Il suo è un discorso sull’insicurezza culturale”. E ancora: il vero successo di Trump sta nella sua capacità di mobilitare una versione “sessista e razzista dell’identità del maschio bianco”.
Secondo Fassin, gli elettori di Trump sono mossi dal ressentiment, ovvero un senso di risentimento e ostilità, quasi di invidia, verso donne, minoranze e “classi assistite”. Indipendentemente dal loro ceto sociale, questi elettori rimproverano alle élite di governo di consentire, a chi non se lo meriterebbe, di passare davanti a loro nella fila d’attesa per il sogno americano. In altre parole, sono contro la discriminazione positiva.
L’uguaglianza non rientra tra i valori degli elettori dei populisti. Si tratta di gente pronta a darsi la zappa sui piedi: pur di non vedere gli altri godere dei benefici dello stato sociale, preferiscono chiederne la riduzione, anche se questo avrà un impatto negativo anche per loro.
“Gli elettori di estrema destra non sono delle vittime di cui dobbiamo ascoltare la sofferenza – denuncia Fassin – sono soggetti politici mossi da passioni tristi, che conviene combattere sostenendo altri soggetti e altre passioni… Sono pecore smarrite che potrebbero trasformarsi in lupi”.
Il risentimento non si traduce in rivolta, il rancore non si può trasformare in indignazione. Questa gente non voterà mai per Sanders o Mélenchon.
“La sinistra non deve puntare sul populismo ma deve provare a conquistare gli astensionisti, coloro che non si sono lasciati affascinare dalla retorica fascista”, suggerisce allora Fassin.
Come? Recuperando la distinzione tra destra e sinistra, che il populismo cerca in tutti i modi di trascendere.
“Il popolo non deve unirsi contro un nemico, ma di fronte a un progetto – è la conclusione del sociologo francese – È ovvio che di fronte al neoliberismo è più facile fare opposizione che inventare e proporre. Ma quello che serve ora è un programma sostanziale per una sinistra vera. Non è il nemico che deve consentire di unificare il popolo, ma la qualità del progetto di cui ci si fa portatori. Prima di costruire un popolo bisogna ricostruire la sinistra”.

Matteo Angeli

Legge elettorale e sistema politico: il caso francese

francia elezioniL’uninominale a due turni, in vigore in Francia da tempo immemorabile (salvo parentesi, più o meno prolungate, come il proporzionale della IV Repubblica) è stato, almeno sino ad oggi, un sistema feroce ma razionale.

Feroce, perché premia, oltre ogni limite, la “coalizzabilità” (e cioè la possibilità di essere inserito in un sistema di alleanze) rispetto alla rappresentatività. Così, nelle ultime politiche, il Pcf, con il 2.5% dei voti ha circa venti deputati; mentre il Fronte Nazionale, con meno del 20% ne ha uno o due.
Razionale per almeno due ragioni: la principale è la felice combinazione tra pluripartitismo e bipolarismo. Al primo turno (alle presidenziali e , successivamente, alle elezioni per la Camera dei deputati, si confrontano, nel centro-destra come nel centro-sinistra, diversi candidati, portatori di diverse opzioni politiche. Al secondo, le due famiglie si compattano, contro l’avversario comune. Per altro verso, il doppio turno (al contrario del Mattarellum, tanto caro ai Pd di ogni ordine e grado), offre, come dire, ampie possibilità ai candidati con radicamento locale: se finora lo stesso Pcf ha mantenuto una sua rappresentanza a Palazzo Borbone è stato per la qualità dei suoi amministratori locali.

Ma anche i sistemi più razionali e collaudati nel tempo possono entrare in crisi. Come sta avvenendo oggi. Ed è allora sulle cause strutturali, sulle manifestazioni presenti e sui possibili esiti di questa crisi che dobbiamo cominciare a ragionare.
A venire meno per primo è il confronto tra le linee proprio del primo turno. Crolla, per prima, la competizione a sinistra: con la scomparsa del Pcf e la frammentazione della sinistra plurale. A quel punto, il partito dominante, leggi il Psf, non ha più alcun bisogno di confrontarsi con gli altri: si tratta sul numero di seggi da concedere a questo o a quello; sicuri di poterne comunque ottenere il concorso al secondo turno in base al principio del “voto utile”. Quasi contemporaneamente, però, l’emergere del Fronte nazionale spegne il fecondo confronto tra gollisti, conservatori e liberisti in atto da sempre nel centro-destra. Un confronto che si esaurisce con le primarie; e poi tutti insieme, per occupare uno dei due posti necessari per accedere al ballottaggio.

Con la presidenza Hollande, poi, viene meno la contrapposizione sinistra-destra che, da secoli aveva caratterizzato il sistema. Per anni i socialisti avevano potuto mascherare la flagrante contraddizione tra la purezza del loro discorso ideologico e la loro pratica compromissoria come tra il mito del “modello francese”e la subalternità rispetto al contesto internazionale ed europeo. Con la crisi economica e l’avvento di una nuova destra insieme sociale e sovranista, l’impalcatura crolla.

Tutto ciò ci riconduce alla situazione attuale. In cui, per la prima volta nella storia della Francia moderna, il confronto, al secondo turno, non sarà più tra sinistra e destra ma tra liberisti e sovranisti; tra Macron (una specie di Renzi più acculturato e suadente) e Marine Le Pen. Un confronto in cui la sinistra, spaccata in due tra due candidati oltretutto “di sinistra”- Hamon e Mèlenchon, non arriverà, quasi sicuramente, al ballottaggio e rischia di avere una presenza marginale nel prossimo parlamento ( a meno che i due rivali di oggi trovino miracolosamente un’intesa sulle candidature).

E, guardando all’immediato futuro, un confronto in cui né la Le Pen né Macron risulteranno in definitiva vincitori. La Le Pen perché scatterà automaticamente contro di lei l’unione sacra in difesa della repubblica. Macron, perché il suo approccio liberista-populista è condiviso da circa un quarto dell’elettorato francese; con la conseguenza di risultare fortemente minoritario nel prossimo parlamento.
E dunque un presidente di un colore e un parlamento di colore diverso. Non accadeva dal 1995; ma allora la cosa dette luogo ad una proficua collaborazione tra Chirac e Jospin.
Oggi, invece, tutto appare confuso e incerto. Comprese naturalmente le nostre previsioni…

Alberto Benzoni

Francia, a sinistra arriva l’effetto sorpresa Hamon

Risultati a sorpresa nelle primarie socialiste francesi che dovranno nominare il candidato alle prossime elezioni presidenziali. Benoit Hamon, ex ministro dell’Istruzione e rappresentante dell’ala più radicale del partito, è arrivato in testa al primo turno, tallonato dall’ex premier Manuel Valls, che era dato per favorito. Hamon ha raccolto il 36% dei consensi, il secondo un deludente 31%. In terza posizione si è piazzato Arnaud Montebourg, con il 17,6% dei voti, che ha subito annunciato il suo sostegno ad Hamon. Vince così Benoit Hamon, il candidato del reddito di cittadinanza, il socialista utopista che ha capeggiato la fronda contro la sua maggioranza di governo. Domenica prossima, al ballottaggio, se la vedrà con l’uomo che ha incarnato il governo che Hamon contestava, l’ex primo ministro Manuel Valls.


 

hamonEvitato il disastro, ma…

di Alberto Benzoni

Si è, dicono i nostri compagni francesi, “evitato il disastro”. Perché sono andate a votare 1.8 milioni di persone. Una cifra non disprezzabile. Ma, cinque anni fa, erano 2.8. E, alle primarie del centro-destra si stava intorno ai 5 milioni.
Si è evitato il disastro, perché c’è stato un dibattito vivace tra diversi candidati, uniti soltanto, ad eccezione di Valls, dal giudizio negativo sulla presidenza Hollande (ricambiato, peraltro, dallo stesso Hollande che, nel libro autobiografico sulla sua esperienza di presidente, accompagna una doverosa autocritica con una denuncia, spesso aspra, dei comportamenti del partito e dei suoi stessi collaboratori). Ma, per la verità, si trattava di candidati, come dire, di seconda schiera; lontani dagli Strauss Kahn e dalle Aubry di cinque anni fa e nemmeno lontani parenti degli Jospin e degli Chevenement degli inizi secolo.

Si è evitato il disastro, almeno secondo i cultori della continuità “di sinistra”del socialismo francese, perché, a questo primo turno, uno dei due candidati dell’area, Hamon, il cui cavallo di battaglia è stato il reddito di cittadinanza, con il 36% dei suffragi ha superato il blairiano e attuale presidente del consiglio Valls ( 31%) e, con il concorso dell’altro, e più famoso, esponente di quest’area, Montebourg, può essere ragionevolmente certo di una vittoria al ballottaggio di domenica prossima. Per inciso, sia Hamon che Montebourg avevano votato no al referendum sulla costituzione europea ed erano usciti dal governo Valls in occasione del voto della nuova legge sul lavoro, senza dimenticare che non avevano mai approvato la politica economica e sociale di Valls. Ma questa vittoria è dovuta più alla debolezza politica del loro avversario che alla loro forza propria. Ed è avvenuta in un contesto in cui il partito socialista francese attraversa uno dei momenti più difficili della sua storia; e al punto di rischiare la sua marginalizzazione politica.

Oggi, i sondaggi sulle prossime presidenziali danno tra il 25 e il 30% la Le Pen e Fillon, con una leggera preferenza per la prima; al terzo posto Macron (l’ex ministro per l’economia di Hollande…) intorno al 15%; poi il socialista di sinistra Mèlenchon tra il 10 e il 15%; e, infine, appena sotto il 10%, il candidato socialista.

Cos’è successo? È successo che il grande bacino socialista di cinque anni fa si è svuotato verso due diversi emissari: il primo, in ordine di tempo, quello dei delusi di sinistra; il secondo, quello dei delusi per una svolta liberal-liberista annunciata anche in modo provocatorio e poi sostanzialmente abortita. Ed è successo anche che sia Macron, con la sua “rivoluzione liberale e sociale” che Mèlenchon, con la sua sinistra radicale e “ribelle” (“insoumise”) abbiano invaso il territorio politico-elettorale, rispettivamente del centro- destra e della sinistra classica ( per la prima volta nella sua storia, il Pcf non è stato in grado di presentare un candidato alle presidenziali; ma anche i verdi sono alla canna del gas). A livello di primarie, questo ha danneggiato più Valls ( i cui sostenitori potenziali non sono andati proprio a votare) che Hamon. Nella prossima primavera, questo limiterà fortemente ( anche perché non ci sarà l’argomento del voto utile) la possibilità di recupero del candidato Psf a sinistra; tra l’originale e la copia si preferisce sempre la prima.
Perché tutto questo? Parlare con il senno del poi suggerirebbe, sempre, sobrietà nel commentare ciò che è avvenuto. ed è attenendosi a questo aureo principio, che ci limitiamo a due sintetiche constatazioni.
Primo: in un contesto in cui, in termini di competizioni elettorali, le vecchie guerre di trincea (in cui lo spostamento di voti si misurava sulle dita di una sola mano) sono diventate guerre di movimento, il centro- destra classico (in Francia come in Germania, in Gran Bretagna come in Spagna) regge l’urto popolar-populista molto meglio della sinistra classica ( forse perché non deve dimostrare niente?).

Secondo: il partito socialista francese è sempre stato maestro nel conciliare il rigore nei principi o meglio nella loro enunciazione con il pragmatismo dilagante nella condotta politica di ogni giorno. Ma, purtroppo (o per fortuna) le parole della politica, oggi, contano meno di zero; e, quindi, quel vecchio gioco non funziona più. Anzi, si ritorce in modo feroce contro quelli che continuano a praticarlo.

Parigi. È tra due donne
la sfida per il dopo-Delanoë

Nathalie-kosciuszko-morizet-Anne HidalgoConto alla rovescia per 36 mila comuni francesi. Mancano due settimane alle elezioni che saranno il banco di prova per il Presidente Hollande e per la sinistra francese prima delle elezioni europee di maggio. In tutta la Francia la situazione è quanto mai in bilico; tanto l’Ump che i socialisti del PSF hanno accusato i colpi dei troppi scandali dei loro leader nazionali e intanto Marie Le Pen ha rivitalizzato l’estrema destra. Ma se in Italia la questione delle donne candidate scatena una vera bufera politica, Parigi val bene una quota. Infatti in una delle più grandi città del mondo il problema è stato rapidamente risolto: candidati uomini semplicemente neppure ci sono.  Continua a leggere