Turchia, la crisi finanziaria sembra senza fine

turchiaSi è aggravata la crisi finanziaria della Turchia e i mercati finanziari sono spaventati. Il crollo della lira turca sembra senza fine mentre vola il rendimento dei titoli di Stato. Il mercato azionario ha limitato i danni con una flessione intorno al mezzo punto percentuale.

Le vendite a piene mani della valuta turca ha avuto riflessi anche sui bond governativi. La lira turca ha perso in pochissimo tempo, dopo l’apertura dei mercati, il 7% sul dollaro scivolando a 5,97 mentre il cambio con l’euro precipita a 6,84.

Sul reddito fisso il bond governativo a 10 anni ha toccato il massimo storico con il rendimento schizzato al 22,82% rispetto al precedente 18,85%.

Adesso, la Turchia è diventata l’investimento più rischioso al mondo. Il premio richiesto per acquistare titoli di Stato del paese è il più elevato sul pianeta. Dai mercati è considerato più prudente acquistare bond governativi di Egitto, Uganda e Kenya.

La curva dei rendimenti si è invertita. In sostanza il rischio a breve è superiore su quello a lungo termine.

Sui bond governativi con scadenza a un anno il rendimento è volato al 19,95%. Forte pressione anche sul rendimento triennale che è schizzato al 23,53%.

Dal Bollettino trimestrale della Banca dei Regolamenti apprendiamo che alla fine del 2017 le banche italiane erano esposte nei confronti della Turchia per 16,8 miliardi di dollari con ulteriori 5 miliardi di dollari di potenziale esposizione determinati da contratti in derivati, estensione di garanzie e linee di credito.

In totale l’esposizione delle banche estere in Turchia ammonta, sempre a fine 2017, a 264,7 miliardi di dollari che sale a oltre 330 miliardi considerando altre esposizioni potenziali come i derivati (3,6 miliardi di dollari) e estensione garanzie (56 miliardi).

L’esposizione verso la Turchia nel corso del 2017 è aumentata di oltre 20 miliardi di dollari. Quella delle banche italiane è salita di oltre 3 miliardi. Gli istituti spagnoli hanno la leadership con quasi 84 miliardi di dollari, pari a circa un terzo del totale. Sull’esposizione degli istituti iberici pesa Bbva che detiene la Garanti bank, terza banca turca. Infatti sull’esposizione totale spagnola la metà è in valuta locale a differenza delle altre banche estere che hanno una modesta esposizione in lira turca (per le banche italiane solo 264 milioni di dollari).

Rilevanti anche le esposizioni delle banche francesi con oltre 37 miliardi, seguite da quelle della Gran Bretagna con 18,7 miliardi, Stati Uniti con 17,7 miliardi e Germania 17,4 miliardi.

Secondo il Financial Times, la Bce sarebbe preoccupata per l’esposizione di alcune banche dell’area euro verso la Turchia, e il quotidiano cita Bbva, Bnp Paribas e UniCredit. Tra le banche con rilevanti esposizioni figurano anche Ing, Hsbc e Citybank che hanno una presenza diretta nel paese.

Bbva è la banca più esposta nei confronti della Turchia con un totale di attività di 78 miliardi di euro a fine 2017 secondo il bilancio del gruppo spagnolo.

Eppure solo due anni fa, dall’ufficio del presidente Erdogan veniva diffuso un comunicato nel quale il governo turco era interessato a promuovere l’acquisizione di Deutsche Bank.

Il settore bancario turco in ogni caso ha attirato il forte interesse da parte di gruppi esteri ma anche di fondi sovrani in particolare del Medio oriente. Tra le operazioni più recenti il gruppo Abraaj ha rilevato il 10% della turca Fibabanka, mentre il fondo sovrano del Kazakhstan è il principale azionista di Sekerbank dopo il fondo pensione dei dipendenti.

Per quanto riguarda UniCredit, dal bilancio 2017 emerge che il totale di attività denominate in lira turca ammonta a 18,2 miliardi considerando attività, passività e derivati. Sul totale 11,8 miliardi rappresentano finanziamenti alla clientela e 2,4 miliardi sottoforma di titoli di debito.

Esposizioni rilevanti anche per istituti che non fanno parte dell’area euro come il colosso americano Citibank con 9 miliardi. Più consistenti sono le esposizioni di Hsbc che vanta un attivo di 32 miliardi in Turchia e Ing Bank con 12 miliardi.

Il gruppo del Qatar Qnb possiede la Finansbak che detiene asset per 28 miliardi di euro in Turchia, il gruppo Burgan con sede in Kuwait controlla la Burgan Bank con attività per 6 miliardi di euro mentre la russa Sberbank controlla il 99% di Denizbank che vanta asset per 27 miliardi di euro.

Come se non bastasse, il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, commentando la crisi turca con la valuta nazionale in caduta libera, ha scritto su Twitter: “Ho appena autorizzato il raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio della Turchia, visto che la loro valuta, la lira turca, è scesa rapidamente contro il nostro dollaro forte! L’alluminio sarà ora al 20% e l’acciaio al 50%. I nostri rapporti con la Turchia non sono buoni, al momento!”. Figuriamoci cosa avrebbe potuto fare Trump se i rapporti con la Turchia non fossero stati buoni.

Sui mercati finanziari pesano i timori legati non solo allo stato di salute finanziaria della Turchia, ma anche all’esposizione ad Ankara delle banche europee. Il crollo della lira turca rispetto al dollaro è arrivato con un calo del 12 per cento in un solo giorno.

Nel 2017 l’Italia è stata il quinto partner commerciale della Turchia con 19,8 miliardi di dollari di interscambio totale (+11,1% rispetto al 2016), di cui 11,3 miliardi di dollari in esportazioni e 8,5 miliardi di dollari in importazioni e una quota di mercato del 5,1%. Per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri sempre nel 2017, secondo i dati di ‘info mercati esteri’, l’Italia ha fatto investimenti per 124 milioni di dollari, in aumento del 42,5% rispetto al 2016, e ha confermato la propria presenza nel paese con oltre 1.418 aziende.

Nei primi 5 mesi del 2018 l’Italia è diventata il quarto partner commerciale con 9 miliardi di interscambio totale (+17,0%) rispetto ai primi cinque mesi del 2017, di cui 4.814 milioni di import (+14,5%) e 4.231 milioni di export (+20,1%) determinando un saldo negativo per la Turchia di 582 milioni di Usd. Sempre nei primi 5 mesi dell’anno in corso l’Italia si conferma quinto fornitore della Turchia dopo Cina, Russia, Germania e Stati Uniti e il terzo cliente dopo Germania e Regno Unito. Il flusso di vendite è aumentato del 9% rispetto al 2016 e i primi mesi del 2018 sembrano confermare questa ascesa, con un incremento del 6% nei primi due mesi di quest’anno in particolare per i beni di consumo (alimentari e bevande, abbigliamento) e beni di investimento e intermedi (macchinari, metalli, gomma e plastica).

Il confronto fra i primi cinque mesi del 2018 e il 2017 mostra un incremento del deficit commerciale della Turchia con il resto del mondo, cresciuto del 41,4% da Usd 24,9 miliardi a Usd 35,2 miliardi. Le esportazioni sono aumentate del 7,9% passando da Usd 64,3 a Usd 69,3 miliardi, mentre le importazioni hanno registrato una crescita maggiore pari a 17,2%, passando da usd 89,1 a Usd 104,5 miliardi. Nel complesso l’interscambio totale ha registrato un aumento del 13,3%, da Usd 153,4 a Usd 173,8 miliardi.

Il presidente turco, Erdogan, ha invitato i suoi cittadini a non farsi prendere dal panico per il crollo della lira turca sui mercati valutari denunciando campagne contro il suo Paese. Erdogan ha detto: “Ci sono diverse campagne in corso, non prestate loro alcuna attenzione. Non dimenticate questo: se loro hanno i dollari, noi abbiamo la nostra gente, il nostro diritto, il nostro Allah”.

Il populismo nazionalista e sostanzialmente antidemocratico di Erdogan non ha certamente migliorato la Turchia. Le controriforme strutturali messe in atto da Erdogan per modificare il processo democratico attuato cento anni fa dall’Ataturk, hanno prodotto gli effetti devastanti in atto.

Salvatore Rondello

La Grecia deve godere della solidarietà senza limiti dell’Ue

tsiprasI Paesi egemoni sul piano economico dell’Unione Europea, anziché accollarsi “l’onere e l’onore” di favorire la costituzione di uno stabile sistema monetario, utilizzando i loro surplus valutari, così come hanno fatto, per esempio, gli USA dopo il 1944, hanno preferito tutelare egoisticamente i loro esclusivi interessi nazionali. In tal modo, essi hanno mancato di considerare che, nel lungo periodo, l’assenza di un’area valutaria stabile potrebbe riproporre, a danno di tutti, lo spettro finale degli anni Trenta; non sarebbe un obiettivo esaltante per chi, come ad esempio la Germania, oggi si illude di potersi sottrarre agli obblighi contratti con la firma dei Trattati costitutivi dell’Unione Europea; Trattati che hanno impegnato, economicamente tra l’altro, tutti i Paesi firmatari a trasformare l’Unione da semplice mercato in un nuovo soggetto istituzionale politicamente solidale.

I Paesi economicamente egemoni hanno invece preferito percorrere la presunta “scorciatoia” dell’austerità, imposta a quei Paesi membri dell’UE maggiormente colpiti dalla crisi, i cui effetti negativi sono stati, per i Paesi più compromessi, direttamente proporzionali al livello del loro indebitamento pubblico. Tra questi, la Grecia, anche per responsabilità interne, è stato il Paese maggiormente colpito dalle misure restrittive imposte dalle istituzioni europee, per le pressioni su di esse esercitate dai Paesi economicamente in surplus.

Ciò che va immediatamente sottolineato è che se gli Stati membri dell’UE fossero stati molto più propensi ad accelerare il processo di integrazione politica, l’eccessivo indebitamento di alcuni Paesi avrebbe potuto essere evitato o quantomeno contenuto, attraverso una politica monetaria unitaria, con cui sarebbe stato possibile esercitare un efficace controllo sui conti pubblici. Poiché ciò non è avvenuto, e i Paesi dotati dei maggiori surplus finanziari non hanno svolto alcun ruolo a garanzia della stabilità interna all’intera area dell’euro, ci si trova oggi di fronte al problema del come soddisfare le richieste con cui la Grecia si appella alla solidarietà europea, per alleggerire il peso non più sopportabile dell’austerità imposta.

Dopo la vittoria di Syriza e gli impegni elettorali assunti dai suoi leader, la richiesta di solidarietà nei termini in cui è stata formulata sembra non trovare facile accoglimento. Alla Grecia, al presente, non resta che valutare la strada più conveniente da percorrere. Una strada è quella che le parti più conservatrici dei Paesi creditori si augurano sia prescelta; ciò in quanto la Grecia, rappresentando per loro un “peso morto”, con la sua fuoriuscita, consentirebbe ai rimanenti Paesi dell’eurozona di porre rimedio più celermente ai problemi dei restanti Paesi in crisi.

La seconda strada è più complessa e ricca di implicazioni politiche che potrebbero fare comodo alla Grecia; ciò perché l’uscita varrebbe a dimostrare che l’unione monetaria è a rischio, nel senso che la sua sopravvivenza, in ultima istanza, dipenderebbe da decisioni che possono essere prese unilateralmente dai singoli Paesi, quando essi lo ritenessero conveniente. Questa seconda strada non può non preoccupare i restanti Paesi dell’UE. L’uscita dall’euro della Grecia costituirebbe un grave precedente, destinato a creare incertezza e instabilità nei mercati finanziari; è questo il motivo per cui è largamente nutrita la speranza che ciò non avvenga. Tra l’altro, se ciò accadesse, gli investitori finanziari si vedrebbero costretti a praticare tassi d’interesse più elevati, per coprirsi contro i maggiori rischi, con enorme aggravio di costi per quei paesi che, come l’Italia, sono ancora nella condizione di dover collocare sui mercati finanziari i PPT, per procurarsi le risorse finanziarie necessarie a finanziare la propria spesa pubblica.

Sulla “Grexit”, cioè sull’uscita dall’euro della Grecia, diversi istituti hanno analizzato l’intensità delle reazioni da parte degli altri Paesi europei: l’”IFO”, un centro studi tedesco, ha valutato che alla Germania converrebbe lasciare che la Grecia se ne anadasse, mentre la “Fondazione belga Bruegel” e l’Istituto francese “Iéseg School di Management” si sono espressi per la conservazione della Grecia nell’eurozona, in considerazione del fatto che l’exit greco sarebbe costoso per tutti, ma sopratutto per i greci.

Questi ultimi istituti hanno avvertito che la svalutazione cui andrebbe incontro la moneta nazionale greca, dopo l’uscita dall’euro, produrrebbe gravi effetti indesiderati; ciò perché la Grecia non ha una grande industria esportatrice, per cui i presunti effetti positivi legati a possibili maggiori esportazioni, indotte dalla svalutazione che farebbe seguito all’exit, sarebbero assai limitati. Tuttavia, i pericoli intrinseci a un inasprimento dell’esterno austerity imposta alla Grecia potrebbero costituire una sorta di “arma di ricatto” che la stessa Grecia potrebbe “agitare”, giusto per fare accogliere le sue richieste da parte delle Istituzioni Europee.

Dopo la vittoria di Syriza, Alexis Tsipras si è trovato improvvisamente solo; persino Matteo Renzi, che era sembrato così in sintonia con le richieste greche, ha voltato le spalle al premier ellenico, spiegando che la decisione della Banca centrale europea riguardo alle pretese della Grecia è stata legittima e opportuna. Se le richieste di Syriza non dovessero essere accolte, ma la Grecia decidesse di “restare” in Europa, i suoi leader attuali potrebbero “attestarsi” su una linea di minor resistenza, chiedendo una rimodulazione del debito in essere e la concessione di nuovi prestiti, ma anche l’affievolimento delle condizioni che saranno imposte per rilanciare la crescita e, soprattutto, la modificazione dei Trattati e delle Istituzioni europee. Quest’ultimo punto, per ironia della sorte, potrebbe diventare un valido sprone per rilanciare il processo di cambiamento dell’attuale confederazione tra Stati in una vera federazione politica.

Si tratta di una richiesta condivisa da molti Paesi dell’eurozona, e soprattutto dalla Banca centrale europea che, nella persona del suo presidente, Mario Draghi, dopo aver ripetutamente dichiarato che tecnicamente e statutariamente non possono più essere erogati aiuti alla Grecia, ha da ultimo affermato che il problema greco e quello della rigidità della BCE, sono diventati problemi politici; infatti, la loro soluzione, con i minori danni possibili per l’intera UE, deve essere cercata nella capacità dei governi degli Stati membri di andare oltre le regole vigenti, consentendo alla Banca centrale di intervenire a favore degli Stati in difficoltà, conformando le istituzioni dell’Unione agli impegni e alle promesse contenuti nei Trattati vigenti.

E’ difficile dire se una ripresa del processo d’integrazione politica potrà essere favorita dalla “crisi greca”, considerato che, nella situazione d’incertezza attuale, dove sono fatti valere gli egoismi nazionali, il presidente della BCE sta interpretando il ruolo di protagonista di quel processo d’integrazione, fondando la speranza che la pressione della situazione della Grecia, provochi il “rinsavimento” di quegli Stati che dimostrano d’essere legati, dopo aver smarrito, come nel caso della Germania, la loro memoria storica, a un passato che i Trattati istitutivi dell’UE erano stati originariamente accolti per un suo definitivo superamento.

Non può non dispiacere, perciò, che tra gli indifferenti rispetto alla ripresa del processo d’integrazione politica vi sia anche l’attuale Primo ministro italiano. Un tema questo, riguardo al quale l’attuale governo non risulta impegnato a soddisfare un’aspettativa ancora condivisa dalla maggioranza degli italiani; la sua propensione al riformismo è unicamente orientata all’interno del Paese, mentre dovrebbe essere inquadrato nella prospettiva di un più generale riformismo europeo.

Renzi sembra maggiormente preoccupato di consolidare, in modo confuso e a volte spregiudicato, la sua posizione interna, noncurante del fatto che l’Italia, come la Grecia, per curare i propri mali endemici ha bisogno della solidarietà europea; egli invece, nelle sue esternazioni di fronte ai rappresentanti del governo greco, è sembrato unicamente preoccupato di garantire il sicuro ricupero dei circa 37 miliari di crediti che l’Italia vanta nei confronti della Grecia. Si spera solo che così non sia e che il governo attuale dell’Italia, com’è nelle speranze del presidente della BCE, rinsavisca e interiorizzi la necessità di garantire che l’Italia concorra, non solo a rimuovere realmente il pericolo dell’uscita dall’eurozona della Grecia, ma anche a mostrare un suo maggiore impegno sul fronte del riformismo europeo.

Vi è anche da sperare che le istituzioni europee vadano incontro alle aspettative del popolo greco per evitare la possibile fuga della Grecia dall’Europa, non tanto per il “peso” della Grecia sul piano degli interessi materiali nei confronti dell’Europa o del resto del mondo (appena il 2% del PIL europeo e lo 0,2/0,3% di quello mondiale), quanto per ciò che essa rappresenta, non solo per l’Europa, ma per l’intero mondo occidentale, sul piano culturale. La cultura classica del mondo ellenico costituisce ciò da cui l’Occidente, e soprattutto l’Europa, hanno derivato la loro civiltà, fondata sull’atteggiamento critico nei confronti del loro passato e del loro presente; in quanto critici della loro tradizione e del loro essere presente, l’Occidente e l’Europa possono essere percepiti, come alcuni non disinteressatamente vorrebbero che fosse, culturalmente deboli, a causa del loro presunto relativismo gnoseologico. In realtà, il criticismo occidentale ed europeo è assunto come metodo, ovvero come modalità di approccio alla conoscenza degli stati del mondo: il relativismo metodologico è la fonte della forza e del dinamismo dell’Occidente e dell’Europa, in quanto esclude la possibilità di poter conservare ab eterno delle certezze fideisticamente acquisite; esso invece, accetta che la conoscenza dei fatti naturali e sociali, acquisita su basi razionali, sia sempre mutevole a valida pro-tempore, in quanto sempre in divenire.

Se l’Europa politica perdesse la Grecia, perderebbe la “culla” della propria memoria storica; ciò dovrebbe essere sufficiente a giustificare, non solo l’obbligo morale di aiutare senza limiti il Paese all’interno del quale si colloca quella culla, ma anche l’impegno a fare della cultura classica, ereditata in primis dall’Europa, il motivo dell’identità della stessa Unione europea. Ciò, in alternativa al motivo della cristianità, il quale, per quanto nobile, è portatore, soprattutto nella sua regolazione cattolica, non del relativismo metodologico, ma di quello filosofico, che esporrebbe l’Europa, con il supporto irresponsabile dei molti “atei devoti”, ad un ritorno alla “fissità” e all’immobilismo della tradizione. Anche e soprattutto per questa ragione, che ad alcuni potrà sembrare di natura emotiva, ci si deve augurare che la Grecia rimanga nell’ambito dei Paesi europei, non solo sul piano economico, ma soprattutto su quello politico, per il debito incommensurabile che l’Europa ha contratto nei suoi confronti su quello culturale.

Gianfranco Sabattini

Come costruire lo Stato imprenditore

Nel numero 3/2014 di “Economia e Lavoro”, la rivista della Fondazione Giacomo Brodolini, ha ospitato i testi di una “discussione” sull’idea-proposta di Mariana Mazzucato sul come trasformare all’interno delle economie capitalistiche lo Stato tradizionale in Stato imprenditore; ciò per uscire dalle secche della crisi e rilanciare la crescita e lo sviluppo. L’articolo introduttivo della Mazzucato è seguito, a commento, da numerosi interventi, tra i quali quello di Riccardo Bellofiore che, oltre a dare maggior forza esplicativa alla desiderabilità della proposta della Mazzucato, offre l’occasione per l’aggiunta di qualche chiosa.

La tesi dell’articolo della Mazzucato riporta quella del suo libro, pubblicato alcuni mesi or sono, il cui titolo “Lo Stato innovatore” riassume in sé il senso e il significato della “discussione”: “Oggigiorno – afferma la Mazzucato – gli Stati di tutto il mondo puntano a una crescita ‘intelligente’ guidata dall’innovazione e sperano che questa crescita, rispetto al passato, sia anche più ‘inclusiva’ e ‘sostenibile’”. L’Autrice, sviluppando il suo discorso su questo tipo di crescita, sottolinea come il suo perseguimento richieda un profondo ripensamento sul ruolo e la funzione delle politiche pubbliche, finalizzate non solo al finanziamento del tasso di innovazione dell’intera economia, ma anche ad orientare la sua direzione. Perché tali politiche possano essere coronate da successo, occorre però che l’innovazione e l’orientamento siano perseguiti sulla base di una giustificazione di quelle politiche assai diversa da quella tradizionalmente avanzata.

Esse, infatti, devono andare oltre la necessità di fare fronte, come sinora è avvenuto, ai cosiddetti “fallimenti di mercato” e a quella di assicurare come scopo primario la realizzazione di una giustizia distributiva fine a sé stessa; l’obiettivo della promozione di una crescita più inclusiva comporta che sia necessariamente salvaguardata l’attenzione che deve essere riservata alla distribuzione dei rischi e dei benefici, intrinseci alle politiche pubbliche innovative e di governo delle linee future di crescita e sviluppo dell’intera economia. Per l’attuazione di politiche pubbliche del tipo di quelle proposte dalla Mazzucato, occorrono imprese disposte ad investire nel lungo periodo, nonché uno Stato imprenditore in senso schumpeteriano, e in quanto tale innovatore per definizione, disposto ad accollarsi l’onere di effettuare investimenti ad alto rischio che, di solito, gli imprenditori privati non sono in grado di effettuare, o che tendono ad evitare per l’alta rischiosità.

Alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, il ruolo dello Stato è stato ridotto a mero “eliminatore” dei rischi del settore privato, per via del fatto che era divenuta prevalente l’idea che la sua funzione dovesse essere quella di limitarsi a “regolare” il funzionamento dei mercati, nel senso di evitare l’eccessivo indebitamento pubblico, considerato la causa dell’instabilità economica, anche se è stato invece l’indebitamento privato a creare le condizioni dell’instabilità, come poi è risultato evidente con la crisi dei mercati immobiliari americani dei “sub-prime”.

Per realizzare politiche pubbliche innovative, quali quelle proposte dalla Mazzucato, occorre che lo Stato, diventando dinamico ed innovatore, si doti di un nuovo “quadro economico che possa giustificare il ruolo del settore pubblico nel ‘dirigere’ il cambiamento, dando vita alle giuste strutture istituzionali che possano sostenere il cambiamento e adattarvisi in modo dinamico”; occorre anche che siano elaborati nuovi indicatori economici coi quali valutare l’ammontare degli investimenti pubblici necessari e la loro produttività, calcolata in funzione della misura del loro “impatto trasformativo”. Quest’ultimo, evocando la logica argomentativa keynesiana, non deve essere tanto finalizzato a realizzare in senso anticongiunturale ciò che al momento non viene fatto dai privati, quanto a creare le condizioni perché lo Stato assuma, come afferma Bellofiore, il “ruolo del motore di un diverso sviluppo […], nell’orizzonte di un keynesismo strutturale”.

Il perché della necessità di cambiare il ruolo dello Stato è messo in evidenza con chiarezza da Bellofiore; il cambiamento è imposto dalla configurazione che il capitalismo ha assunto, con l’avvento del pensiero neoliberista, alla fine degli anni Settanta; configurazione andata poi in crisi nel 2007/2008. Il neoliberismo ha reso possibile mettere in discussione le condizioni cui aveva dovuto sottostare il capitalismo dopo la fine del secondo conflitto mondiale, “de-democratizandosi” attraverso la compressione delle richieste sociali (particolarmente quelle volte ad ottenere il finanziamento delle politiche di pieno impiego) per porre un limite al crescente indebitamento dello Stato. Paradossalmente, sottolinea Bellofiore, nonostante il crescente contenimento della spesa pubblica, lo Stato si è trasformato in un debitore permanente, perché costretto dai mercati finanziari del capitalismo neoliberista a una elevata “valorizzazione” del capitale, mediante l’apprezzamento continuo delle attività detenute in portafoglio; ciò per evitare la crisi dei mercati mobiliari e immobiliari sottostanti a tali attività. Il pericolo di possibili svalutazioni delle attività in portafoglio è divenuto in tal modo lo strumento attraverso il quale i mercati finanziari hanno conquistato la primazia sui mercati reali.

Lo Stato, intervenendo a sostegno dei mercati finanziari, non ha minimamente inteso sottrarsi al ruolo di stampella dell’economia privata, nel senso che il neoliberismo, lungi dall’essere stato “in continuità con la dottrina liberale classica”, ha concorso alla realizzazione di una regolazione delle istituzioni economiche, ridefinendone forma e funzioni. In tal modo, i cittadini sono stati ridotti a meri consumatori di servizi prevalentemente finanziari, per cui l’ineguaglianza, sia rispetto alle risorse economiche disponibili che ai diritti politici, è divenuta la dimensione permanente e necessaria dei sistemi economici ad economia di mercato.

La primazia dei mercati finanziari, separando il consumo dei cittadini dal reddito guadagnato sul mercato del lavoro, ha favorito che si espandesse il consumo a debito, dando luogo, come è risultato dall’esperienza dei mercati amglosassoni, a tre conseguenza tutte negative: un aumento delle proprietà immobiliari acquisite attraverso l’ottenimento di mutui bancari, lo sviluppo di mercati finanziari secondari che hanno consentito di diluire i rischi connessi alle varie forme di debito e una crescente deregolamentazione dei mercati finanziari.

Tutto ciò ha condotto a una gestione politica della domanda, ovvero ad una sorta di “keynesismo privato”, nel senso che, a differenza di quanto accadeva col keynesismo tradizionale, dove era lo Stato ad indebitarsi per attenuare gli esiti delle fluttuazioni cicliche attraverso il sostegno dell’occupazione, col keynesismo privato l’indebitamento dello Stato è stato orientato a finanziare il consumo separato dal potere d’acquisto da lavoro; tutto ciò al fine di consentire allo Stato di sostenere le aspettative dei consumatori ed a promuovere una dinamica dei prezzi correnti nei mercati mobiliari e immobiliari perché risultassero sempre orientati verso l’alto. Tale stato di cose, se per un verso ha concorso a contrastare la sopravvenienza continua di crisi, per un altro verso, ha spinto ad indirizzare i prestiti in tutt’altra direzione, che non verso il settore reale; ciò ha dato origine ad una forma di capitalismo interventista, per fare “del consumo a debito una nuova variabile autonoma della domanda effettiva”, mentre lo Stato si è fatto “imprenditore” nei luoghi dove lo sviluppo del capitalismo finanziario è risultato “più forte e dinamico”.

In questo modo, la politica del pieno impiego ha originato un “mondo del lavoro frammentato e precarizzato”, che non ha potuto opporsi alla compressione dei salari ed a quella dei consumi sociali. Più che a una frammentazione del mondo del lavoro – secondo Bellofiore – si è avuta una “sussunzione reale” del lavoro nella finanza e nel debito, che non ha solo “compresso il salario”, ma ha anche strumentalizzato il lavoro nella valorizzazione immediata degli investimenti in attività mobiliari e immobiliari, che hanno finito col trasformarsi in bolle finanziarie, la cui deflagrazione ha originato la situazione di crisi generalizzata attuale. Se le cose stanno così, conclude Bellofiore, per il rilancio della crescita e dello sviluppo, lo Stato non può che andare ben oltre la pura e semplice stabilizzazione dei mercati: “il suo intervento dovrà piuttosto essere quello di assumere direttamente e forse permanentemente, il ruolo di un diverso sviluppo”. Ma un discorso che rimetta al centro la decisone di cosa, come e quanto produrre “può contare solo su due cose: la crisi del capitalismo e il conflitto dal basso dei soggetti sociali”.

Questo modo di concepire il superamento della crisi è però molto distante dalla prospettiva intrinseca alla proposta della Mazzucato; quest’ultima, non afflitta dal catastrofismo di Bellofiore, evoca la necessità che la fuoriuscita dalla stagnazione, attraverso l’ausilio di politiche pubbliche attuate da uno Stato pervaso da autentico spirito schunpeteriano, avvenga con iniziative riformiste in grado di dare risposte positive ai diversi aspetti della crisi: come devono essere intese le nuove politiche pubbliche dinamiche; come realizzare una nuova concettualizzazione del ruolo dinamico del settore pubblico; come dovrebbero essere organizzate le istituzioni per consentire allo Stato di assumersi i rischi delle iniziative di lungo periodo, per far sì che la nuova crescita sia una “crescita intelligente”, da risultare totalmente inclusiva e sostenibile per l’intera società. Le risposte non possono essere rimandate a un presunto crollo del capitalismo, che, malgrado le sue debolezze, non sarà certo disposto, come lo stesso Bellofiore riconosce, a rinunciare ad imporre dall’alto le soluzioni alla stabilità dei mercati che “lo hanno visto stravincere negli ultimi decenni”.

Gianfranco Sabattini

CRISI EUROPEA: MONTI DA HOLLANDE PER RAFFORZARE L’ASSE ITALIA-FRANCIA

È iniziato ieri il tour europeo di Mario Monti con prima tappa a Parigi, dove ha incontrato il presidente francese Francois Hollande con il quale ha ribadito l’impegno per difendere e rafforzare la zona dell’euro. Oggi il capo del governo italiano è atteso ad Helsinki per cercare di convincere la Finlandia che lo scudo antispread è stato concepito solo per i Paesi virtuosi. Il governo finlandese già al Consiglio Ue era stato tra gli avversari più risoluti nei confronti del meccanismo anticrisi, arrivando a minacciare il veto proprio insieme all’Olanda. Nel frattempo le borse europee hanno chiuso negativamente, in attesa del vertice della Bce previsto per domani. Lo spread si è attestato a 480 punti. Continua a leggere

Lo spread tocca i 530 e Milano precipita ai minimi storici. L’economista: «Necessaria una vera unione fiscale, politica e monetaria»

Un inizio di settimana davvero nero per i mercati finanziari: ieri la Borsa di Milano è stata tra le peggiori dopo l’avvio di Wall Street e lo spread è schizzato sfiorando i 530 punti, attestandosi poi a 516 punti base con il rendimento del titolo italiano ben oltre il 6% mentre il differenziale tra Bonos spagnoli e Bund tedeschi è volato a quota 627 punti per un rendimento che supera il 7,5%. La moneta unica è calata ai minimi da due anni sotto quota 1,21 – ma è poi risalita – contro il dollaro. L’Avanti!online ha fatto il punto con l’economista Mario Zanco secondo il quale «la politica economica dell’Ue deve essere più espansiva». Continua a leggere

I nodi dell’Euro tornano al pettine

I mercati finanziari oggi registrano i seguenti andamenti: 1) un calo dell’euro verso dollaro e Yen, 2) la riduzione dei rendimenti dei titoli di stato dei paesi ritenuti meno a rischio (Germania, Stati Uniti, Regno Unito) a fronte di un aumento dei rendimenti dei titoli di stato degli altri paesi europei con un conseguente allargamento degli spread contro il Bund tedesco, 3) una forte correzione dei mercati azionari, in calo tra il 2% ed il 4% in Europa e oltre l’1% negli Stati Uniti (Indice S&P500), 4) un calo generalizzato di tutte le materie prime tra lo 0,6% ed il 3%. Queste dinamiche dicono una cosa univoca: la stabilità dell’area euro è tornata al centro dei timori degli investitori o speculatori che dir si voglia e costoro cercano rifugio negli investimenti ritenuti meno rischiosi. Continua a leggere