L’Italia di fronte
al contrasto tra gli USA
e la Germania

merkel-trumpL’avvento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha avuto l’effetto di fare emergere in tutta la sua estensione il latente “conflitto” esistente tra il Paese a “stelle e strisce” e quello europeo, potenza globale emersa sulle ceneri della Grande Depressione che l’economia-mondo ha sperimentato negli ultimi dieci anni. La latenza del conflitto aveva sinora nascosto il fatto che i motivi della sua nascita risalgono a molto tempo addietro; le circostanze attuali sono solo l’occasione che ne ha determinato l’”emersione”.

Come viene osservato nell’Editoriale del n. 5/2017 di Limes, a partire dalla sconfitta di Hitler, gli USA, assurti a potenza mondiale già dalla fine della Grande Guerra, hanno “ricostruito” l’Europa devastata per “controllare essenzialmente la Germania e impedirne l’aggregazione all’impero sovietico”. Ciò è stato realizzato con l’organizzazione di un’”Euroamerica”, fondata su due pilastri: “il primo, geopolitico, il Patto Atlantico, con il suo braccio militare, la NATO (1949). Il secondo, geoeonomico, la Comunità poi Unione Europea […], paradigma dell’impero [degli USA] per consenso stabilito da Washington”, del quale sono stati “premessa inaggirabile il Piano Marshall (1947) e il miracolo economico tedesco, favorito dal battesimo del marco, per unilaterale iniziativa americana (1048)”. E’ da considerarsi sorprendente che nella retorica narrativa circa i motivi e gli ideali costantemente ricordati in tutte le celebrazioni europeiste, si perseveri nel sorvolare sulla “matrice statunitense” del cosiddetto “progetto europeo”.

Com’è noto, dopo la sua sconfitta, la Germania sconfitta è stata “smembrata” fra tutte le potenze vincitrici e la “spartizione” è stata considerata la “garanzia reciproca tra i vincitori della guerra, subito mutati in rivali”, per cui nessuno poteva portarla dalla propria parte, ma tutti erano impegnati “al di qua e al di là della cortina di ferro, a impedire la rinascita della Germania unita”. Anche questo è un aspetto normalmente trascurato dalle narrazioni storiche concernenti la seconda parte del secolo scorso riferite al Vecchio Continente; ciò che viene ignorato e taciuto è il fatto che la contrapposizione Est-Ovest non escludeva la convergenza dell’interesse dell’Unione Sovietica e dei Paesi occidentali, cioè dell’America, e soprattutto, della Francia e della Gran Bretagna; Paesi, i quali, in quanto vincitori dell’hitlerismo, erano convinti che il miglior modo di preservare la pace tra i popoli fosse quello di tenere lo Stato tedesco disunito, poiché considerato “come intrinsecamente militar-imperialista”.

Fino al 1990, la creazione di due Stati tedeschi, sorti per iniziativa delle potenze vincitrici, ma dotati di scarsa sovranità, è stata “inscritta nel regime di occupazione interalleata sancito il 5 giugno 1945 dalla dichiarazione di Berlino”, con cui le quattro potenze occupanti si sono attribuiti i pieni poteri sulla Germania sconfitta. Con la creazione dei due stati tedeschi, la Repubblica Federale tedesca e la Repubblica Popolare Tedesca, i Paesi occupanti hanno evitato – osserva l’Editoriale di Limes – di “dissolvere formalmente il Reich”; fatto questo che sarebbe stato possibile realizzare solo con un trattato di pace che, però, avrebbe restituito ai tedeschi la piena sovranità statuale. Le potenze vincitrici hanno così preferito diventate collettivamente i successori dell’antico impero tedesco, generando in tal modo “un paradosso tuttora vigente: il fantasma dell’impero germanico, tenuto virtualmente in vita dai vincitori”, per assicurarsi l’un l’altro che non si ricostituisse un effettivo soggetto geopolitico desinato a diventare un futuro concorrente.

La nascita della Repubblica federale Tedesca aveva solo parzialmente alleviato il regime di occupazione da parte dei Paesi vincitori del terzo Reich hitleriano; ma il territorio federale era divenuto, oltre che il deposito delle armi atomiche utilizzate per il contenimento dell’URSS, anche la sede nella quale l’intelligence statunitense poteva intercettare con discrezionalità tutte le comunicazioni riguardanti lo Stato federale in regime di semi indipendenza.; in sostanza, la Repubblica Federale Tedesca era nata e viveva “come satellite americano”.

Tuttavia, dopo il crollo del “Muro”, e con esso quello dell’URSS, e l’integrazione (favorita dall’America) dei Länder orientali nella Repubblica Federale, le relazioni tra gli USA e la Germania si sono aperte ad una nuova prospettiva. La scelta americana, anche contro la resistenza di Francia e Gran Bretagna, non era immotivata, ma sorretta dal convincimento che la Germania non dovesse mai più svolgere un ruolo di superpotenza; convincimento, questo, fondato sull’idea che la riunificazione dopo il crollo dell’URSS sarebbe stata inevitabile, per cui tornava comodo “controllare” il centro dell’Europa attraverso un Paese “amico”.

La realtà è evoluta prendendo una piega del tutto imprevista, che nel tempo è valsa ad aprire un solco tra USA e Stato Germanico, caratterizzatosi in modo crescente, sia in termini economici, che in termini politici. Dal punto di vista economico, la storia ha fatto sì che venissero a trovarsi di fronte il Paese, gli USA, con il più alto debito estero, e quello, la Germania, con il più alto surplus commerciale. La diversità delle posizioni finanziarie nei confronti del resto del mondo era il risultato – afferma l’Editoriale di Limes – delle differenze esistenti nelle culture politico-istituzionali prevalenti all’interno dei due Paesi: quella americana, “profondamente ottimistica, universalista e messianica, fondata sulla libertà e sulla responsabilità individuale, sulla limitazione del potere statale e sulla religione del capitalismo”; quella tedesca che, nonostante l’influenza pluridecennale del Paese a “stelle e strisce”, si è conservata “pessimista, introvertita, volta ad addomesticare gli spiriti animali del mercato in nome della solidarietà e del consenso”.

Partendo da posizioni tanto diverse è stato inevitabile che i due Paesi a confronto non si intendessero riguardo al modo più conveniente di governare le relazioni internazionali, strumentali agli Usa, per la gestione del loro impero, sia pure in fase calante, e alla Germania, in funzione, però, dei suoi crescenti interessi economici. Un obiettivo, qust’ultimo che il Paese teutonico ha inteso perseguire attraverso una presenza attiva ed egemone all’interno dell’Unione Europea.

Poiché lo spazio comunitario è divenuto troppo vasto ed eterogeneo, esso ha finito con l’essere stato lentamente percepito contraddittorio dall’establishment tedesco rispetto alle proprie ambizioni, a tal punto da aver interiorizzato l’idea di eliminare la contraddizione con un mutamento dello “stare in Europa” della Germania, attraverso un’”Europa a due velocità” o, peggio, con la realizzazione di un “nucleo centrale europeo”, costituito, oltre che dalla Germania, dagli altri Paesi e regioni europee legati alla “catena industriale” tedesca. In tal modo – afferma l’Editoriale di Limes – la Repubblica Federale Tedesca verrebbe a configurarsi “come collante dei diversi gironi europei, in una lasca ma intangibile cornice. Così rovesciando il postulato genetico Euramerica, che faceva delle Comunità uno dei due pilastri attorno a cui organizzare il contenimento della Germania”.

Lo strumento decisivo per riorganizzare l’Unione europea, in modo che questa non risulti contraddittoria rispetto all’obiettivo della tutela degli interessi tedeschi, è l’euro, “una divisa bizzarra e priva di uno Stato che la garantisca”, che non gode buona fama tra i Paesi esterni al “nucleo centrale europeo”; a tenere in vita tale divisa “resta la paura delle catastrofi” che potrebbero derivare dalla sua morte e che la Cancelliera Merkel sembra impegnata a salvare sino a che sarà possibile.

Il pericolo di una crisi irreversibile dell’Eurozona preoccupa l’Amministrazione americana, perché se la moneta unica fallisse porterebbe al fallimento anche il progetto di Unione Europea, cioè del disegno col quale gli Stati Uniti hanno cercato di tenere sotto controllo la rinascita di una Germania, la cui forza economica potrebbe spingerla a maturare obiettivi politici globali. A preoccupare gli Stati Uniti, oltre alla possibile crisi irreversibile dell’Eurozona, è anche la “svolta tedesca sul fronte militare”, non solo perché la Germania intende dotarsi di forze armate moderne, ma anche perché analisti e politici tedeschi hanno avviato un dibattito sull’opportunità che il Paese si doti da solo, o assieme ad altri, di un arsenale atomico.

La crisi della Germania con gli USA, che si trascinava latente da anni, è fragorosamente emersa dopo la conclusione “traumatica” del G7 di Taormina, portando lo scontro a vivere “una fase acuta”, a causa soprattutto della riaffermata vocazione mercantilistica di Trump e della sua intenzione di chiamare gli Stati che sinora si sono avvalsi dell’”ombrello protettivo” della NATO a spese del Tesoro americano ad accollarsi il peso di una maggiore partecipazione al costo del suo mantenimento. Da quest’ultimo punto di vista, in particolare, “con 50 miliardi di dollari di avanzo commerciale nei confronti della superpotenza americana – afferma Dario Fabbri in “Così gli Stati Uniti attaccheranno la Germania” (Limes n. 5/2017), e con 179 installazioni militari del Pentagono sul suolo tedesco, “agli occhi di Trump la Germania incarna il nemico perfetto, la nazione parassita che approfitta dell’altrui generosità”. Il neo presidente americano è deciso a “stravolgere” la tradizionale relazione bilaterale che sinora è stato possibile conservare tra i due Paesi, “costringendo Berlino a incrementare il budget della difesa. Per realizzare l’aumento dell’export statunitense e la diminuzione del fardello militare promessi al suo elettorato”.

D’altra parte, Berlino non può trascurare il fatto che gli USA rappresentano un importante sbocco per le esportazioni tedesche; nel 2016, ad esempio, gli Stati Uniti sono stati “il terzo partner commerciale della Germania, con 165 miliardi di euro di interscambio, pressoché alla pari della Francia (167 miliardi) dietro soltanto la Cina (170 miliardi), nonché il primo mercato per l’export teutonico con 107 miliardi di euro”. Inevitabile, quindi, il risentimento tedesco di fronte alle “minacce trumpiane” che, se attuate, ostacolerebbero la politica economica tedesca, orientata all’esportazione in tutto il mondo. E’ ancora inevitabile, quindi, che la Germania guardi l’altra sponda dell’Atlantico “con occhi lucidamente antiamericani, decisa a sottrarsi alla “eterodirezione e […] perseguire unilateralmente i propri interessi, specie nei confronti di Russia e Cina”.

Quale potrà essere la conclusione dello scontro in atto? Difficile dirlo; si può tuttavia concordare con chi ritiene che la disgregazione dell’Occidente, come esito di un ulteriore approfondimento del confronto tra i due Paesi interatlantici, non convenga né all’America, né all’Europa; gli Stati Uniti non possono rinunciare all’”ordine mondiale” in nome della nazione, mentre l’Europa, ovvero ciò che resta ancora dell’originario progetto europeo, ormai ridotto a “vaga categoria dello spirito”, sia pure afflitta dalla contrapposizione tra i diversi interessi nazionali, potrebbe materializzarsi in una “Piccola Europa Confederata” in salsa tedesca.

Quali le possibili scelte dell’Italia in tutto questo rimescolamento delle carte a livello di politica internazionale? Si osserva che non sceglierà l’America, perché il protezionismo trumpiano, se attuato, sarebbe messo in discussione il perno intorno al quale gira l’export nazionale; sceglierà forse la Piccola Europa a trazione germanica, oppure non sceglierà affatto, perché l’Italia preferisce spesso subire le scelte altrui, piuttosto che esprimere le proprie.

Gianfranco Sabattini

 

Allacciarsi alla cintura Merkel-Macron!

Non c’è che dire, dopo l’elezione di Macron col suo atto di fede, premiato, nella missione dell’Europa con tutti gli adeguamenti necessari, intanto per far fronte ai duri colpi della Brexit prima e dell’elezione di Trump poi, dopo le pronunce inequivocabili della Merkel di accettare la sfida del disimpegno di Trump dalla Nato e, non potendo più contare sugli alleati di sempre, mettersi alla testa del riscatto europeo invocando una comune solidarietà, l’Italia deve accelerare la soluzione dei problemi strutturali interni ed allacciarsi con la cintura Merkel-Macron perchè si avverte che l’Europa sta per decollare. Macron riceve imperialmente Putin senza fare sconti sulla politica espansiva ad est e sulle condizioni di garanzie democratiche specie nell’informazione e nella tutela dell’autonomia dei singoli stati da ingerenze informatiche devastanti già verificatesi durante la campagna elettorale americana, mettendo in evidenza che solo un clima di reciproca fiducia può consentire di battere ovunque il comune nemico del terrorismo di qualunque matrice. Non solo ma la Merkel è andata già oltre e, rispetto al preannunziato disimpegno di Trump dagli accordi di Parigi sull’ambiente, risponde chiamando la Cina vitalmente interessata a risanare le sue metropoli invivibili per smog e gas tossici con costi immensi di vite umane e di risorse impiegate. Sotto questo profilo bisogna riconoscere che l’Italia ha la convenienza e la necessità di fare presto e bene. In quest’ottica ha ragioni da vendere Renzi a volere anticipare le elezioni e non solo perché il rinvio darebbe un enorme contributo all’opposizione nel sottolineare le ricadute di una manovra tutta lacrime e sangue, che può essere ammortizzata e dare i suoi frutti nell’arco di una legislatura ma perché senza la forza ed il tempo necessari per le riforme strutturali, istituzionali comprese, l’Italia se lo sogna di essere nel gruppo di testa chiamato a rilanciare l’Europa a livello mondiale. I critici sprovveduti che temono il nuovo asse franco-tedesco si guardano bene dall’indicare alternative ad una cerniera che può tenere insieme l’Europa contro i rischi di disintegrazione, purchè Macron sia portavoce ed interprete dell’Europa mediterranea e la Merkel faccia altrettanto con quella del nord e dell’est. Intanto è necessario resistere i primi due anni della gestione Trump perché al loro termine molto se non tutto può cambiare in America dove, grazie a Dio, c’è una sorta di termometro che misura la bontà o meno dell’amministrazione in carica. Mi riferisco all’elezioni senatoriali di medio termine che confortano o penalizzano l’amministrazione in carica, come è già successo ad Obama che ha visto arrivare lo tsnunami trumpiano perdendo la maggioranza e quindi fortemente condizionato nei suoi programmi. Trump se prosegue nel suo isolazionismo pagherà i prezzi della destabilizzazione che sta provocando in tutto il mondo e dovrà venire a più miti consigli come quelli europei. Tornando in Italia la fretta di Renzi può essere salutare ma le scelte specie in materia elettorale, messo ormai alle strette, dimostrano che l’uomo solo non tanto al comando quanto nelle strategie di lungo periodo non può diventare prigioniero del cerchio magico degli yes men o women e che il PD plurale, promesso col passaggio dall’io al noi, è ben lontano dall’essere avviato.

Roca

Draghi annuncia: quaresima finita. E l’Italia trema

Dopo Macron, Draghi. Aria meno intossicata in Europa. Non spazzerà via tutte le nubi sul futuro ma è certamente meno stantia del recente passato. Secondo il Presidente della Bce la ripresa ora è resistente, più solida. Mentre si profila un nuovo (e diverso da ieri) asse franco-tedesco sulla cui qualità politica è difficile fare previsioni, dopo l’avvento di Macron all’Eliseo, ecco che la massima autorità monetaria del Vecchio Continente lancia un messaggio che annuncia inevitabili novità. Si avvicina, pare di capire, la fine del QE che ha cercato di sostenere lo sforzo verso la crescita senza default, malgrado le riserve di un certo mondo tedesco, si intuisce un probabile ritocco all’insù dei tassi. Insomma siamo alla vigilia di importanti cambiamenti.

Ma ne sappiamo anche di più sulla tenacia con cui Draghi ha portato avanti una eterodossa politica monetaria: secondo la sua analisi finalmente la maggioranza silenziosa sta vincendo i round elettorali contro i populismi; si può ricominciare a costruire nuovi passi comuni per l’ Europa e non solo sul nodo dell’immigrazione. L’argine monetario difeso con grande determinazione acquista così in modo più esplicito anche una valenza più “politica”, una scelta di campo a favore di un’ Europa dalla quale non si deve tornare indietro anche perché ci sono i consensi utili a promuovere questa scelta ( tanto meno dall’euro che Draghi quasi non menziona, convinto come è della necessità di guardare avanti).

In questo senso la complessa scommessa di Macron ottiene un avallo non da poco, probabilmente non sgradito alla Merkel. Draghi, Macron, Merkel, questo può esssere oggi il nuovo… trio Europa. Le conseguenze non tarderanno a farsi sentire. Chi ha perso tempo, mentre la Bce cercava di farlo guadagnare a tutti e s’affacciava il fenomeno Macron, avrà di che rimpiangere la sua inerzia. Quando i tassi torneranno a salire, quando la “normalità” monetaria busserà alle porte dei conti pubblici (e del sistema bancario) non sarà più possibile trincerarsi dietro gli alibi. E per l’Italia quel “Trio” finirà, se saprà procedere, per disegnare uno spartiacque complicato con quello che abbiamo alle spalle.

Siamo indietro, non dimentichiamolo, in tema di produttività, dobbiamo recuperare ancora almeno 300 mila posti di lavoro persi con la recessione ed oltre sette punti di Pil. Non abbiamo politiche del lavoro adeguate ai ritmi della rivoluzione tecnologica, gli investimenti non decollano, il mercato interno stenta mentre per esso lavora più dell’80 per cento delle nostre imprese. Inoltre il nostro welfare è in attesa di una svolta inevitabile (domanda inquietante: quali pensioni per i tanti giovani condannati ad una interminabile precarietà?) E la giungla delle diseguaglianze si dirama sempre più fitta. I cambiamenti alle viste, come sempre accade, sono anche una opportunità. I limiti attuali della nostra classe dirigente sono arcinoti, ma ciò non toglie che processi come quelli in… marcia in Francia siano possibili. Almeno per porre le basi della classe dirigente nuova in grado di misurarsi con un mondo rivoluzionato.

L’attaccamento alle poltrone, la rissosità, le ambiguità nella lotta per possedere il potere e non utilizzarlo per costruire l’Italia di domani, sono un macigno che frena il cammino in questa direzione. Ma il vero scontro, culturale, politico e sociale sembra essere proprio questo: rimuovere quel macigno e ritrovare sintonia con coloro che in Europa sanno guardare oltre i nazionalismi e i non meno deleteri provincialismi. In questo scontro rischiano di scomparire nobili ed antiche tradizioni politiche, vedi il tramonto del socialismo europeo. Non i suoi ideali, la cultura solidaristica, ma la forma partitica appare davvero logora. E non è neppure in discussione il valore della scelta di sinistra. Non quella velleitaria e salottiera che abbiamo vissuto da noi, ma quella che continua ad essere baluardo di diritti del lavoro e della dignità della persone, specie di quelle che sono meno favorite, escluse. E che dovrebbe battersi anch’essa per una nuova Europa.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

L’Europa dopo le elezioni
in Francia e Germania

Pierre-Yves Le Borgn

Pierre-Yves Le Borgn

Un terremoto elettorale rischia di stravolgere gli equilibri politici in Europa. I prossimi mesi non saranno segnati solo dalle elezioni presidenziali e legislative in Francia e da quelle federali in Germania, ma si voterà anche in Norvegia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovenia e Portogallo. Senza dimenticare le elezioni locali in Regno Unito, che promettono di portare a galla tutte le tensioni del post-Brexit e l’Italia, dove si voterà al più tardi nel 2018.

Mai come prima d’ora il processo di integrazione europea è stato tanto al centro della contesa elettorale. L’Europa è diventata un tema su cui si costruiscono le campagne e si impernia il dibattuto politico.

Quale sarà il volto dell’Europa dopo le elezioni in Francia e Germania? La domanda sta facendo il giro del continente. Hanno provato a rispondervi mercoledì scorso, a Strasburgo, presso l’Associazione Parlamentare Europea, Günter Krichbaum (Cdu), presidente della commissione affari esteri del Bundestag, e Pierre-Yves Le Borgn’ (Partito Socialista), presidente del gruppo di amicizia franco-tedesco all’Assemblea Nazionale, giunti nella capitale europea per discutere con un gruppo di eurodeputati di vari schieramenti politici.

La situazione politica in Germania e Francia è molto diversa. “Nel prossimo Bundestag, più dell’80% degli eletti sarà europeista. Questo è un segnale di speranza”, ha dichiarato Krichbaum. Lo stesso, però, non si può dire in Francia. A tal proposito, Pierre-Yves Le Borgn’ ha lamentato che “secondo i sondaggi, più del 50% degli elettori sarebbe pronto a votare al primo turno per un candidato che è contro l’euro e l’Unione europea, come Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, che mettono apertamente in discussione le quattro libertà fondamentali (di circolazione di persone, di merci, servizi e dei capitali, ndr) dell’Unione europea”.

Sono tante le sfide che minacciano il futuro dei cittadini europei. C’è la guerra in Ucraina, la situazione fragile in Turchia, il dramma in Siria, la Brexit da gestire e il cambiamento climatico che causa l’esodo di migliaia di persone verso l’Europa. La situazione di profonda incertezza è responsabilità anche degli Stati Uniti. “Una volta il segretario di Stato americano, Henry Kissinger, si chiedeva ironicamente quale fosse il numero dell’Europa. Oggi la situazione si è invertita. Non sappiamo cosa attenderci degli Stati Uniti: l’amministrazione parla spesso in modo diverso da Trump”, ha riconosciuto il presidente della commissione affari esteri del Bundestag.

“All’incertezza si deve rispondere con più Europa”, hanno concordato il deputato Cdu e quello socialista. “I cittadini europei sono il 7% della popolazione mondiale e a fine secolo saranno solo il 4%… Se vuoi andare veloce vai da solo, ma se vuoi andare lontano vai in compagnia”, ha suggerito Krichbaum, criticando la scelta dei britannici di lasciare l’Unione e, in particolare, la decisione dell’ex premier David Cameron, di indire un referendum. “C’è differenza tra un capo di stato e uno statista. Se dopo la guerra fosse stato chiesto ai francesi di esprimersi sulla possibilità di collaborare con la Germania nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio, questi avrebbero probabilmente detto di no. I leader politici di quel periodo fecero delle scelte coraggiose, David Cameron no”, questo il verdetto del deputato tedesco.

Non è solo Cameron ad aver commesso degli errori. Negli ultimi anni, anche l’alleanza franco-tedesca, vero motore del processo di integrazione, ha dato segni di inceppamento. La responsabilità, secondo Krichbaum, sarebbe in buona parte dell’attuale presidente francese, François Hollande. “Hollande ha sofferto a causa di un bassissimo indice di gradimento tra la popolazione e questo gli ha impedito di portare avanti i suoi programmi – questa l’analisi del deputato tedesco – In Europa bisogna dividersi i compiti. Se la Francia è debole, gli altri Paesi hanno l’impressione che sia solo la Germania a dare la carte”.

Chi sarebbe allora il candidato ideale a rilanciare l’intesa franco-tedesca? “Emmanuel Macron”, rispondono all’unisono Krichbaum e Le Borgn’. “Macron ammira il dinamismo dell’economia tedesca e, se eletto, ricercherà delle soluzioni economiche nel segno della coalizione esistente o, in caso di sconfitta della Merkel, con un governo guidato da Martin Schulz”, ha dichiarato Le Borgn’, uno dei tanti socialisti che hanno scelto di stare con Macron e non con il candidato ufficiale del partito, Benoît Hamon. Le Borgn’ ha riconosciuto che le divisioni interne al suo partito hanno radici lontane e rimontano alla deindustrializzazione che ha preso piede negli anni Ottanta.

Anche Krichbaum ha speso parole di elogio per candidato di En Marche. “Macron, con la legge che porta il suo nome, è stato l’unico in Francia che ha tentato di fare riforme. In Francia i sindacati sono meno cooperativi che in Germania e spesso bloccano lo sviluppo della competitività. È nell’interesse di ogni Stato membro cercare di aumentare la propria competitività. Bisogna smetterla col dire che lo facciamo perché è la Germania o l’Unione europea che ce lo chiede”, ha messo in chiaro il deputato cristiano-democratico.

L’Unione europea deve ripartire dal motore franco-tedesco e deve farlo approfittando dello spazio di manovra offerto dai trattati esistenti. Sia Il deputato francese che quello tedesco hanno elogiato il concetto di doppia velocità, secondo cui gli Stati membri desiderosi di procedere verso un’integrazione più stretta avrebbero ogni diritto di farlo. “Dobbiamo però stare attenti a non frammentare l’Unione”, ha messo in guardia Krichbaum.

La maggior parte degli eurodeputati presenti all’incontro non ha sollevato particolari obiezioni alle parole di Krichbaum e Le Borgn’. Con l’eccezione di Roger Helmer, eurodeputato dell’UKIP, il partito che più di tutti ha fatto campagna per la Brexit.

“Qui tutti dicono che per essere forti sulla scena mondiale bisogna essere grandi e integrati, ma non è necessariamente così. Guardate Singapore e la Corea del Sud – ha provocato il britannico – il Regno Unito una volta fuori dall’Unione sarà il più grande acquirente di prodotti europei. Se non troveremo un accordo, a restare senza lavoro saranno tanti lavoratori tedeschi, francesi o belgi. È nel vostro interesse negoziare un accordo di libero scambio con noi, molto più di quanto lo è istituirne uno con Canada e Corea del Sud”.

E ricordate: “Noi concluderemo un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti prima di voi”, questo lo schiaffo finale dell’eurodeputato britannico.

Schulz contro Merkel
antidoto ai populismi

E’ ricorrente contro gli attacchi terroristici in Europa l’affermazione “Guai a farsi prendere dalla sindrome della paralisi, occorre intervenire e prendere le misure necessarie per ritornare ad una vita normale, migliore antidoto contro chi vorrebbe trascinarci in una spirale di violenza e di paralisi” Mi pare che un’analoga condotta dovrebbe essere adottata contro i populismi che per via democratica, in un crescendo contenuto com’è accaduto in Olanda, tentano l’assalto al potere per realizzare i loro devastanti obbiettivi.

Ebbene è proprio la dialettica democratica e la salvaguardia delle istituzioni a rappresentare la strada maestra per il riassorbimento dei conati antidemocratici ed antisistema. La discesa in campo di Schulz contro la Merkel, nonostante la grande coalizione che governa la Germania, obbedisce in pieno alla logica della fisiologia del ricambio democratico e riduce lo spazio alle forze più estreme specie se antisistema. Chi rischia di più in questo scontro è certamente la Merkel perché insidiata a destra, su quella destra che vittoriosamente fino ad oggi era riuscita quasi ovunque a tenere sotto la soglia del 5% che dà accesso alle istituzioni. Che l’aria fosse cambiata è apparso chiaro nelle elezioni nei lender, anche in quelli in cui la situazione economica non offriva alibi a dissociazioni, prova provata che soffiava un vento che prescindeva dal giudizio sul governo locale. Tanto per intenderci soffiava il vento trumpiano che già inaspettatamente aveva fatto perdere ad Obama la maggioranza al Senato pur avendo registrato evidenti successi sul piano degli investimenti e del lavoro. E’ il grande tsunami delle migrazioni di massa destinate a durare ed accrescersi a far temere il peggio e la destabilizzazione degli equilibri raggiunti in ogni singolo Paese. Non meraviglia che la ricetta nel breve più accattivante è quella della chiusura nazionalista (“Prima gli americani! Coniugata poi secondo i diversi Paesi in preda agli stessi fenomeni).

Tornando a Schulz ed alla sua sfida alla Merkel c’è da notare, con onore per i socialisti francesi, che la scelta europeista non è affatto messa in discussione quanto piuttosto le misure da mettere inatto laddove il disagio sociale è più forte e proprio per questo potrebbero aprirsi ulteriori varchi alle forze euroscettiche ed antieuropeiste per rifugiarsi nelle autarchie nazionali con una perdita certa nell’agone globale inarrestabile ma che solo entità sovranazionali possono essere in grado di contenere e governare. Gli obbiettivi enunciati da Schulz vanno da maggiori investimenti verso le fasce più deboli, in particolare per le pensioni, per l’assistenza e per l’istruzione. Come coprire i costi relativi non è dato ancora sapere e lo stesso Schulz ha rimandato al programma vero e proprio in corso di definizione. Le tre linee maestre indicate per caratterizzare la sfida socialista si riassumono in più giustizia sociale, più rispetto e dignità per ciascun cittadino. Basterà questa dialettica contrapposizione elettorale a frenare e riassorbire i populismi sulla cresta dell’onda? Un dato è certo che lo scontro in Germania avviene come in passato con la rete di protezione della grande coalizione anche se gli equilibri interni potrebbero mutare e verificarsi il sorpasso di Schulz sulla MerKel e questa a sua vota rifarsi a livello europeo. Inutile dire che da noi è tutto più complicato e difficile e che fino ad ora, a partire dalla legge elettorale navighiamo a vista… corta.

Merkel e il cambio di rotta sull’accoglienza ai rifugiati

angela-merkel-a-essen“Chi è fuggito dalla propria patria a cerca protezione in Germania ha il diritto di avere un rifugio sicuro” così afferma il Ministro dell’Interno Thomas de Maizière in risposta all’interrogazione parlamentare del 27 febbraio a seguito della pubblicazione – da parte del Bundeskriminalamt, la polizia federale tedesca – dei dati sulla violenza verso migranti e richiedenti asilo in Germania nel 2016. Secondo i dati ufficiali, l’anno scorso sono state registrate nel paese 3500 violenze contro i rifugiati: poco meno di 10 al giorno. La maggioranza di questi attacchi – 2545 – hanno colpito individui singoli provocando 560 feriti, fra cui 43 bambini. Sotto mira anche le case degli immigrati – 988 attacchi registrati – e i volontari delle ONG di aiuto ai rifugiati.

Post-verità e politica. Da circa due anni – da quando la Germania ha inaugurato la propria politica dell’accoglienza ai rifugiati, il tema dell’accoglienza ai migranti è diventato centrale nel dibattito politico. Per la CDU della Cancelliera Angela Merkel, le “porte aperte” a profughi e richiedenti asilo è stata la risposta più logica alla crisi umanitaria che si stava svolgendo ai confini dell’Europa. Per i suoi oppositori – sia interni al partito sia del partito populista di destra Alternativa per la Germania (AfD) – tale politica ha aperto le porte ai terroristi e generato un'”ondata di criminalità”. Nonostante i dati ufficiali della polizia federale testimonino che gli immigrati non commettono più crimini dei tedeschi, l’allarme sicurezza si è espanso tramite i social network e i media nazionali, spesso sovvertendo i dati reali. Un esempio è la mappa online – ripresa da vari media nazionali e internazionali, fra cui l’agenzia di stampa Sputnik, spesso critica con Angela Merkel – che, documentando in tempo reale i rapporti della polizia tedesca, ha “stabilito” che l’84% dei crimini commessi in Germania avvengono per “colpa” dei migranti. Tale carta vanta oltre 4 milioni di visualizzazioni su Google ed è condivisa su vari media, primi fra tutti Twitter e Facebook. Peccato – come ha smascherato la recente analisi del Bureau of Investigative Journalism – che sia manipolata ad arte escludendo dal computo tutti i reati denunciati in cui la nazionalità o etnicità del colpevole sia omessa. Secondo gli autori, gli stessi dati analizzati in maniera coerente, testimoniano che solo il 13% dei crimini attestati siano compiuti da immigrati, in linea con quanto riportato dalla polizia federale.

Queste smentite, però, non riescono ad imporsi nel clima generale di sospetto che aleggia in una parte della popolazione tedesca, la quale associa l’arrivo dei rifugiati a due eventi in particolare: la serie di violenze sessuali verificatesi a Colonia durante il capodanno del 2016 – compiuto da una banda di nord-africani – e l’attacco terroristico – compiuto da un immigrato tunisino – avvenuto a Berlino lo scorso dicembre. Attorno a questi avvenimenti, si è costruito il consenso delle forze anti-migrazione, siano essi partiti – AfD, ma anche parte della CSU bavarese – o movimenti come PEGIDA (acronimo che sta per Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente).

Populismo e violenza. L’emergenza del populismo nel paese è dimostrata dalla crescita dell’AfD, il partito populista retto dal 2014 da Frauke Petry. A livello nazionale AfD – nato solo nel 2013 e le cui posizioni anti-islamiche sono vicine a quelle del Front National francese – è, secondo gli ultimi sondaggi, il terzo partito a livello federale con il 10% delle intenzioni di voto, una quota che, se confermata la porterebbe, all’interno del parlamento federale nelle prossime elezioni del settembre 2017. Seppure in crisi (ha perso il 5% dei consensi da inizio dell’anno), e comunque destinato ad un ruolo marginale nel parlamento, l’impatto che AfD ha avuto nella politica tedesca è significativo, soprattutto a livello dei singoli stati. Il partito ha un gran seguito negli stati della ex-Germania Est – dove, nelle elezioni avvenute negli ultimi due anni in Sassonia, Sachsen-Anhalt e Turingia ha ricevuto rispettivamente il 25, il 22 ed il 20 percento delle preferenze – e nelle zone rurali dei ricchi stati della Germania meridionale, come dimostrano i dati riguardanti il Baden-Württenberg (17%) e la Baviera (10%) dove si voterà nel 2018. In ciascuno di questi stati la crescita del partito di estrema destra è associato all’aumento dei crimini contro i rifugiati. Indicativo il caso della Sassonia dove AfD è accreditata del 25% dei voti e dove nel 2015 (anno in cui in Germania sono arrivati quasi 890.000 rifugiati e nel Land si sono registrate 153 aggressioni ai migranti) l’indice di criminalità nella regione è sceso del 4%. Nello stesso periodo la violenza da parte di militanti di estrema destra è, invece, aumentata del 30%.

Il passo indietro. La scalata mediatica dell’AfD – che ricalca quella di altri partiti populisti europei, basata più sulla paura che sui fatti – ha suscitato particolare apprensione nell’Unione, l’alleanza federale che riunisce i cristiano-democratici di Angela Merkel con i cristiano-sociali bavaresi. Questi ultimi hanno ingaggiato una battaglia politica interna contro la Cancelliera facendo pressione per un cambio di rotta, soprattutto alla luce dei risultati elettorali di AfD e dei fatti di Colonia e Berlino. Tali critiche sono venute anche dall’interno del partito ed in particolare dalle frazioni CDU della Sassonia, del Baden-Württenberg e della Turingia, ovvero gli stati dove AfD ha eroso il consenso al partito centrista. Accusata di aver tradito le posizioni conservatrici ed essersi avvicinata alle posizioni moderniste dei Verdi – cosa peraltro confermata dalle intenzioni di voto di parte della base tradizionale del partito ecologista, laureati ed accademici – Angela Merkel si è vista costretta a fare un passo indietro sulla politica di accoglienza, soprattutto a livello mediatico.

I 16 punti. Nel corso degli ultimi due anni, il fulcro della politica tedesca nel corso della crisi dei rifugiati è stato di regolamentare gli arrivi – con la chiusura della rotta balcanica a scapito della più pericolosa rotta mediterranea – e applicando criteri di selezioni rigidi. Questo ha permesso di far scendere il numero di arrivi dagli 890.000 del 2015 ai 280.000 del 2016. Anche i tassi di rigetto sono molto alti: se al 75% degli Eritrei viene garantito l’asilo, lo stesso succede al 57% dei siriani, al 25% degli Afgani – paesi in stato di guerra – e al 2% dei Pakistani – cui parte del paese è in uno stato di guerra latente. Nonostante i risultati, per venire in contro al malcontento mediatico la CDU ha varato un piano in 16 punti il cui scopo è di favorire l’identificazione mediante centri appositi sparsi nel paese e il rientro volontario mediante altri centri e sussidi, a cui è stato assegnato un budget annuo di 90 milioni di euro. Allo stesso tempo viene garantita al Ministero dell’Immigrazione la possibilità di utilizzare i dati dei cellulari dei richiedenti asilo per confermarne l’identità. Il nuovo piano ha fatto rientrare la ribellione interna del partito e ristabilito i rapporti fra CDU e CSU, ma ha anche ulteriormente sottolineato la debolezza dei grandi partiti tedeschi di fronte al populismo anti-migranti, mostrando come AfD e PEGIDA stiano riuscendo a modificare la politica nazionale pur rimanendone ai margini. Quella che era l’utopia del “ce la faremo” urlato da Angela Merkel alla Germania di fronte all’accoglienza verso i rifugiati, sembra ora affievolita, una piccola voce di un paese impaurito.

Quanto sta accadendo in Germania – non diversamente da quanto avviene allo stesso tempo in Olanda – attorno alla “fobia migranti” è indicativo di come il tema sia strumentalizzato a scopi meramente politici. Come afferma la portavoce dei Verdi al parlamento federale Irene Mihalic: “Gli immigrati non sono più o meno criminali delle altre persone che vivono qui [in Germania]” ed è “incredibile” come i media e i partiti siano stati capaci di usare a proprio uso e consumo i fatti del 2016 ed i dati reali per modificare la posizione della Germania sui migranti.

L’utopia tedesca si è scontrata con la realtà della campagna elettorale.

Pubblicato originariamente dall’autore su: il Caffè e l’Opinione

I Socialisti rinascono con Schulz e spaventano la CDU

Anche se mancano ancora sette mesi alla elezioni, fissate per il 24 settembre, la CDU di Angela Merkel cerca di contrastare la rapida scalata della SPD nei sondaggi gettando ombre sull’onestà del candidato socialdemocratico Martin Schulz. Il sospetto, l’aver agevolato la carriera dei suoi collaboratori a Bruxelles nelle vesti di Presidente del Parlamento Europeo.

shulz merkelGermania: Martin Schulz incalza Angela Merkel nei sondaggi, la CDU passa al contrattacco

La rinascita dei socialdemocratici. La corsa alla Cancelliera tedesca, che finora vedeva Angela Merkel in fuga solitaria verso il quarto mandato consecutivo, è diventato uno scontro a due. A gennaio, infatti, il distacco fra la CDU dell’attuale Cancelliera e la SPD del vice-Cancelliere e Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel era ancora superiore ai dieci punti percentuali: poca la fiducia dell’elettorato nel candidato socialdemocratico, la cui leadership è stata schiacciata da quattro anni di alleanza di governo con Angela Merkel. Questo ha spinto Gabriel al ritiro dalla competizione e dalla guida del partito aprendo la strada alla candidatura all’ex-Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz e – allo stesso tempo – favorendo il recupero della SPD, data nei più recenti sondaggi alla pari o in leggero vantaggio rispetto alla CDU: 31% a 30%. Inoltre, Schulz sarebbe stato capace di riaccendere gli animi dell’elettorato socialdemocratico portando ad un aumento degli iscritti – più 4631 in due settimane – e convincendo gli astenuti a tornare a votare. Difatti – secondo quanto riporta un’indagine Insa-Opinionstrend per il settimanale Der Spiegel – un quinto degli elettori socialdemocratici non avrebbe partecipato all’ultima tornata elettorale del 2013, ma sarebbe intenzionato a farlo a settembre per supportare la corsa del carismatico ex-Presidente. Dal punto di vista politico, la riapertura della corsa alla Cancelleria ha inoltre allontanato le possibilità di una coalizione di governo a tre fra CDU, SPD e Verdi – soluzione data per scontata in chiave anti-euroscettica quando la SPD era data attorno al 20% – e riaperto i giochi per un governo dei socialdemocratici insieme alla Sinistra e agli stessi verdi, riportando per la prima volta in 12 anni la CDU all’opposizione. Nonostante tutto, lo scenario più probabile rimane quello della Grande Coalizione fra i due partiti maggiori, anche se non è impossibile che la guida di questa sia proprio dei socialdemocratici.

La sfida. La discesa in campo di Schulz avviene dopo 23 anni passati al Parlamento Europeo, una carriera che lo ha portato a scontrarsi con Silvio Berlusconi, capogruppo del Partito Socialista Europeo e, infine, alla presidenza della stessa assemblea. Libraio, autodidatta senza titolo di studio, viene considerato in Germania come un “uomo del popolo“, è arrivato al successo politico dopo aver affrontato i propri demoni personali fatti di alcolismo e depressione giovanile. Politicamente è un esponente “conservatore” della corrente centrista del partito, non differenziandosi in questo dallo stesso Sigmar Gabriel da cui si distingue, invece, per il più pronunciato carisma e la capacità retorica, considerata “passionaria” e, per questo, molto diversa da quella pragmatica e rigida dell’attuale Cancelliera. La presa di Schulz sull’elettorato, ha spinto Angela Merkel – apparsa finora ancora lontana dalla campagna elettorale – a correre ai ripari rivolgendo la propria attenzione al consolidamento del proprio partito risolvendo il contrasto interno con la CSU – colonna bavarese della CDU – incentrato sulla politica di porte aperte all’immigrazione della Cancelliera, contestata da Monaco. Conscia di come l’appoggio della CSU sia essenziale per essere confermata al governo, Angela Merkel ha concordato un piano in 16 punti per il contenimento dell’immigrazione volto ad agevolare le espulsioni, favorire il riconoscimento dei rifugiati – garantendo alle autorità il controllo dei cellulari degli immigrati – e incentivare i ritorni volontari: una svolta a destra intesa – anche – a limitare l’avanzata verso i populisti di Alternativa per la Germania (AfD).

I panni sporchi di Martin Schultz? Riconsolidato il fronte interno, l’attenzione della CDU si è spostata verso Martin Schultz e se da una parte Angela Merkel – refrattaria a scendere direttamente nell’agone politico – si è rallegrata nel sottolineare l’importanza di avere una competizione elettorale equilibrata, dall’altra i toni sono stati alzati dai parlamentari europei del suo partito e dal loro capogruppo, Herbert Reul. Egli ha reso pubblico un dossier di nove pagine che accusa Schulz di  atti di nepotismo politico compiuti in qualità di Presidente del Parlamento Europeo a favore dei membri del proprio staff personale a Bruxelles. Sotto accusa ci sarebbero una serie le nomine che hanno portato alcuni membri del gabinetto della Presidenza Schulz – fra cui alcuni dei suoi collaboratori più stretti e di lunga data a posti interni all’amministrazione parlamentare, incarichi a tempo indeterminato non legati alla durata della Presidenza. In particolare il documento – che riprende in larga parte un dossier pubblicato da POLITICO nel 2016 – punta l’indice sulla nomina a Direttore Generale alla Presidenza – il numero due dell’assemblea – di Markus Winkler e quella a Direttrice della Commissione Affari Economici e Finanziari di Monika Strasser. Entrambi socialdemocratici, il primo ha servito come segretario personale di Schultz dal 1996, la seconda come ex-tesoriera dell’europarlamentare. A queste si dovrebbero aggiungere una serie di nomine minori che hanno spinto il Presidente del gruppo Verdi Europei Phillippe Lamberts a dichiarare come per farsi strada al Parlamento Europeo fosse necessario “essere tedeschi e socialisti”. Di fronte alle accuse è stata immediata la risposta della SPD: per la Segretaria Generale Katarina Barley si tratterebbe di “calunnie elettorali” diffuse – sostiene il membro della direzione del partito, Ralf Stegner – nel tentativo di “diffondere accuse infondate, sperando che qualcuna attecchisca nell’elettorato”.

Schäuble all’attacco. Mentre si apre il fronte europeo, contro il candidato socialdemocratico scende in campo anche Wolfgang Schäuble. Secondo il potente Ministro delle Finanze – considerato uno dei falchi del governo Merkel – Schultz starebbe portando avanti una campagna elettorale di matrice populista. Il candidato socialdemocratico – dice il Ministro – “dovrebbe fermarsi di più a riflettere” e non cercare di dividere la società tedesca “alterando dati” e citando “verità alternative”.  “Nessun politico intenzionato a combattere il populismo che minaccia l’Unione, dovrebbe esprimersi e comportarsi come Herr Schultz” dice il Ministro, criticando anche la tendenza di Schultz – politico di carriera – a presentarsi quale “uomo del popolo” e candidato outsider lontano dalla “casta politica”: “essere stati al parlamento europeo ed esserne arrivati alla Presidenza, significa far parte dell’establishment”. Sempre secondo Schäuble, l’atteggiamento del candidato socialdemocratico sarebbe assimilabile a quello di Donald Trump aggiungendo che “se Schultz invitasse i propri sostenitori a scandire qualcosa come Make Europe Great Again – Rendiamo l’Europa di nuovo grande – allora sarebbe letteralmente la copia di Trump”.

Nell’era dell’Europa a guida tedesca, i partner europei non possono ignorare quanto succederà a settembre a Berlino.

Simone Bonzano

 il Caffè e l’Opinione

Una nuova sinistra plurale in Europa e in Italia

Le prime parole di Benoit Hamon dopo la vittoria alle primarie per il candidato della sinistra alle presidenziali francesi del prossimo 23 aprile, rivolte agli elettori, sono state: “Avete lanciato un messaggio chiaro di speranza e di rinnovamento, voglio scrivere una nuova pagina dalla sinistra e della Francia. Insieme abbiamo deciso di fare della questione sociale e della questione ecologica due elementi fondamentali di un nuovo progetto”.

Un candidato di sinistra autentica dunque, su posizioni diverse dal moderatismo di Hollande e del partito socialista europeo, sempre più omologato all’ordoliberalismo della Merkel, in grado di partecipare al circuito di una nuova sinistra, unita e plurale, con il laburista James Corbyn e con nuove esperienze come Podemos in Spagna e lo spirito originario di Syriza in Grecia, che guardi anche al programma di Bernie Sanders per le passate presidenziali americane, che ponga al centro i diritti sociali, il lavoro e il contrasto al potere della finanza globale.

Anche in Italia ci sono fermenti per la costruzione di una nuova sinistra, in grado di tenere assieme valori e tradizioni diverse, dal riformismo socialista all’ambientalismo consapevole e a posizioni politiche più radicali, distinta e diversa dalla deriva centrista del Pd e da un antagonismo ideologico sterile e protestatario, per candidarsi al governo del paese, contro l’austerity teutonica e il suo monetarismo, per una politica economica e sociale che metta la piena occupazione, l’estensione del welfare state in una logica di inclusione, un nuovo diritto del lavoro. Si tratta di un laboratorio a cui contribuiscono sia l’iniziativa di Massimo D’Alema che la fase costituente di Sinistra Italiana e la straordinaria mobilitazione di popolo nella battaglia per il No nel referendum costituzionale.

Un’ipotesi politica è proprio quella di compattare il popolo di sinistra, partendo dai comitati per il No alla riforma della Costituzione, evitando di ripetere gli errori del passato per “un soggetto unitario della sinistra”, in grado di rappresentare quella parte ampia di elettorato che non si riconosce nel Pd renziano. Ecco, quindi, che, dopo la vittoria referendaria, c’è un lavoro di consolidamento delle reti e dei comitati a difesa della Costituzione da realizzare, con l’obiettivo di attuare la Costituzione, senza diventare un partito politico novecentesco, con nuove battaglie quali il proporzionale nella legge elettorale e i referendum sociali promossi dalla Cgil”.

Insomma, una nuova sinistra in Italia, unita e plurale, deve evitare il politicismo, ponendosi due temi: quello di un programma di radicali riforme sociali e quello, per dirla con Zygmut Baumann, della sua “constituency, del suo blocco elettorale”, formato da quella parte di società che ha pagato i costi della globalizzazione e dell’Europa della moneta unica: lavoratori dipendenti, pensionati, precari, disoccupati e ceto medio. L’alternativa è il campo libero alle “Due destre” sul modello americano: establishment da una parte e neopopulismo dall’altra.

Maurizio Ballistreri

IL DEBUTTO

paolo_gentiloni1-1353x900“È la prima volta che ho l’onore di rappresentare l’Italia nel Consiglio europeo. Oggi la principale questione che affronteremo tra tante sarà l’immigrazione: sapete che da questo punto di vista l’Italia è molto esigente, perché non siamo ancora soddisfatti della discussione sul regolamento di Dublino che fissa le regole dell’accoglienza dei rifugiati”. Lo ha detto il neo presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni, parlando con i cronisti all’uscita dal pre-vertice del Pse oggi a Bruxelles, poco prima dell’inizio del Consiglio europeo.
“Abbiamo lanciato un programma per fronteggiare insieme i fenomeni migratori dall’Africa”, ha ricordato Gentiloni, “l’abbiamo lanciato a gennaio e ci aspettiamo risultati concreti”, ha detto aggiungendo che al vertice Ue di oggi, comunque, “sarà fatto un passo avanti che a mio avviso è importante, perché insieme a Francia e Germania con il Niger firmeremo un primo accordo che vale un centinaio di milioni e che cerca di mettere più forza nella gestione dei flussi migratori dal Niger verso la Libia”.
“Consideriamo che il Niger è l’anticamera dei flussi verso la Libia”, ha spiegato il primo ministro italiano, “e quindi nel contesto di un politica che deve fare molti passi avanti, adesso con Hollande e Merkel e insieme al presidente nigerino Mahamadou Issoufou ne facciamo uno piccolo ma significativo”.
Temevano che la bocciatura del referendum avrebbe precipitato il Paese verso una rapida deriva populista. Perciò dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker arriva subito una sponda al nuovo esecutivo: “Sentiamo che ci sono problemi molto gravosi nel Mediterraneo e non possiamo disconoscere la situazione in Italia. Ribadisco: non possiamo lasciar sola l’Italia nell’ambito della crisi migratoria”, dice parlando alla plenaria del Parlamento europeo. E assicura: “I fondi che l’Italia mette a disposizione per mitigare la crisi migratoria non possono rientrare nel campo d’applicazione del patto di Stabilità. Quanto l’Italia fa per migranti, e l’Italia fa molto, non deve portare a conseguenze negative in termini di bilanci per il Paese”.
L’immigrazione non è il solo punto focale su cui si discuterà in Europa, in agenda oggi e domani ci saranno anche Ucraina, Siria e, quindi, inevitabilmente la questione della Russia. Tema sul quale l’Italia potrebbe essere di nuovo protagonista. Roma, infatti, è sempre stata orientata a una normalizzazione dei rapporti con Mosca. E se i rapporti Usa-Russia, con la nomina a segretario di Stato di Rex Tillerson, amministratore delegato di ExxonMobil e amico di Vladimir Putin, vanno verso il disgelo, potrebbe essere proprio il nostro Paese – che nel 2017 ospiterà il G7 – la sponda di Washington in Europa in questa direzione. Strada però a Bruxelles tutta in salita, non solo per le riserve dei Paesi centro-orientali, ma anche visti gli sviluppi ad Aleppo, ancora una volta teatro delle stragi compiute dal regime di Assad con il supporto russo.
Ma già da martedì, nella lettera di congratulazioni a Gentiloni, cogliendo subito l’importanza del tema sisma per la tenuta del nuovo Governo, aveva assicurato: “La Commissione europea continuerà ad essere al fianco dell’Italia per sostenere il percorso di riforme e assicurare una rapida e completa ricostruzione delle aree colpite dal terremoto nei mesi scorsi”. Insomma niente ostacoli per Roma, non servono manovre aggiuntive: “È corretto dire che quello che è richiesto all’Italia è tutto incluso nell’opinione” della Commissione Ue di novembre “e non abbiamo altre parole da aggiungere”, chiarisce una portavoce della Commissione Ue rispondendo ai giornalisti che chiedono precisazioni sul punto. Sembra insomma un momento d’oro per l’Italia a Bruxelles. Anche il Parlamento europeo, infatti, sarà dal 2017 con ogni probabilità a guida italiana, essendo i due principali candidati gli italiani Antonio Tajani per il Ppe e Gianni Pittella per il Pse. Non a caso, Gentiloni domani parteciperà alla riunione dei leader del Pse che precede sempre il Consiglio europeo. Riunione alla quale la presenza italiana non è sempre garantita.
Il presidente del Pes Sergei Stanishev dopo aver incontrato il Presidente del Consiglio italiano ha detto: “Siamo molto felici di accogliere Paolo Gentiloni, il primo ministro del nuovo governo italiano guidato dal Partido Democratico. Non vediamo l’ora di lavorare con i nostri colleghi italiani sulla nostra agenda nel contesto del prossimo 60 ° anniversario del Trattato di Roma”.
Gianni Pittella, leader del gruppo Socialista & Democratici di deputati, è stato acclamato dai leader del PES come candidato per la presidenza del Parlamento europeo. I leader hanno convenuto che la presidenza Pittella sarebbe una pietra miliare per l’agenda sociale PES nelle istituzioni dell’UE.
“I socialisti non staranno a guardare mentre l’ossessione della destra con austerità e tagli mette in pericolo il futuro dei cittadini europei. Solo gli investimenti in grado di fornire posti di lavoro di buona qualità potranno far tornare in Europa una crescita forte e sostenibile”, dice Stanishev.
“Abbiamo concordato oggi che siamo pronti a combattere nei nostri paesi, al Parlamento europeo e al Consiglio europeo – a partire da oggi -. Per l’investimento sociale di cui i nostri cittadini hanno bisogno”.

Aumenta il Pil e l’Europa mette in stand-by l’Italia

Rai-Padoan-Cda

Dall’Istat giunge oggi una buona notizia. Nel terzo trimestre del 2016 si registra un aumento del PIL di +0,3% su base trimestrale ed un +0,9% su base annuale rispetto al 2015. I dati sono stati forniti destagionalizzati e corretti per gli effetti di calendario. La stima precedente valutava una crescita acquisita dello 0,6% su base annuale. Nel trimestre precedente la crescita su base trimestrale era stata nulla ossia dello 0% .
A caldo il Ministro Padoan esulta all’incontro con i parlamentari del Pd: “una previsione in linea con le stime del Governo”.
Il terzo trimestre 2016 ha avuto due giornate lavorative in più rispetto al trimestre precedente ed una giornata in meno rispetto allo stesso trimestre del 2015. La crescita del PIL, in sintesi è stata determinata da un incremento di valore aggiunto nei comparti dell’industria e dei servizi, mentre per l’agricoltura si è registrato un decremento. La domanda nazionale, al lordo delle scorte, ha dato un contributo ampiamente positivo compensato parzialmente dal saldo negativo della componente estera netta.
Nello stesso periodo, in termini congiunturali, su base trimestrale, il Pil è aumentato dello 0,75% negli Stati Uniti, dello 0,5% nel Regno Unito, dello 0,2% in Francia.
In termini tendenziali su base annua, si registrano i seguenti aumenti: 1,5% negli Stati Uniti, 2,3% nel Regno Unito, dell’1,1% in Francia. Nell’area Euro il Pil è cresciuto complessivamente dello 0,3% su base trimestrale e dell’1,6% rispetto allo stesso trimestre del 2015.
Rispetto agli altri Paesi non si può dire che il PIL dell’Italia primeggi. Tuttavia, il risultato conseguito è certamente importante. Contribuirà sicuramente a frenare il tendenziale aumento dello spread tra BTP decennali e Bund tedeschi. In coincidenza, la Commissione della UE ha sospeso il giudizio sulla manovra finanziaria fino al 2017. Domani la Commissione dovrebbe dare indicazioni in tal senso ed anche se la manovra potrebbe non rispettare le regole europee su debito e deficit, non dovrebbe richiedere nessuna manovra aggiuntiva ma soltanto il chiarimento delle spese per gli immigrati e per il terremoto. La Commissione, inoltre, dovrà pubblicare un moratoria per il biennio 2017-2018 ed attaccherebbe la linea economica della Merkel.
Anche i dati sul debito pubblico pervenuti dalla Banca d’Italia lasciano ben sperare. A settembre il debito delle amministrazioni pubbliche si attesta a 2.212,6 miliardi registrando un calo di 12,1 miliardi rispetto ad agosto. Nei primi 9 mesi del 2016 il debito è aumentato di 39,9 miliardi come risulta dal bollettino mensile della Banca d’Italia “Finanza pubblica, fabbisogno e debito”. A settembre del 2016 le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state di 32 miliardi risultando maggiori delle entrate dello stesso mese del 2015 pari a 30,2 miliardi. Complessivamente le entrate dello Stato per i primi 9 mesi del 2016 hanno raggiunto 302,6 miliardi con un incremento del 4,6% sullo stesso periodo del 2015. Per completare il 2016 si dovranno aggiungere le entrate di ottobre, novembre e dicembre. Soltanto per il mese di novembre, da uno studio fatto dalla Cgia di Mestre, nelle casse dello Stato dovrebbero entrare 55 miliardi tra Irpef, Ires, Iva, addizionali varie ed altre imposte. Nell’analisi non sono stati presi in considerazione i contributi previdenziali.