I Socialisti rinascono con Schulz e spaventano la CDU

Anche se mancano ancora sette mesi alla elezioni, fissate per il 24 settembre, la CDU di Angela Merkel cerca di contrastare la rapida scalata della SPD nei sondaggi gettando ombre sull’onestà del candidato socialdemocratico Martin Schulz. Il sospetto, l’aver agevolato la carriera dei suoi collaboratori a Bruxelles nelle vesti di Presidente del Parlamento Europeo.

shulz merkelGermania: Martin Schulz incalza Angela Merkel nei sondaggi, la CDU passa al contrattacco

La rinascita dei socialdemocratici. La corsa alla Cancelliera tedesca, che finora vedeva Angela Merkel in fuga solitaria verso il quarto mandato consecutivo, è diventato uno scontro a due. A gennaio, infatti, il distacco fra la CDU dell’attuale Cancelliera e la SPD del vice-Cancelliere e Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel era ancora superiore ai dieci punti percentuali: poca la fiducia dell’elettorato nel candidato socialdemocratico, la cui leadership è stata schiacciata da quattro anni di alleanza di governo con Angela Merkel. Questo ha spinto Gabriel al ritiro dalla competizione e dalla guida del partito aprendo la strada alla candidatura all’ex-Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz e – allo stesso tempo – favorendo il recupero della SPD, data nei più recenti sondaggi alla pari o in leggero vantaggio rispetto alla CDU: 31% a 30%. Inoltre, Schulz sarebbe stato capace di riaccendere gli animi dell’elettorato socialdemocratico portando ad un aumento degli iscritti – più 4631 in due settimane – e convincendo gli astenuti a tornare a votare. Difatti – secondo quanto riporta un’indagine Insa-Opinionstrend per il settimanale Der Spiegel – un quinto degli elettori socialdemocratici non avrebbe partecipato all’ultima tornata elettorale del 2013, ma sarebbe intenzionato a farlo a settembre per supportare la corsa del carismatico ex-Presidente. Dal punto di vista politico, la riapertura della corsa alla Cancelleria ha inoltre allontanato le possibilità di una coalizione di governo a tre fra CDU, SPD e Verdi – soluzione data per scontata in chiave anti-euroscettica quando la SPD era data attorno al 20% – e riaperto i giochi per un governo dei socialdemocratici insieme alla Sinistra e agli stessi verdi, riportando per la prima volta in 12 anni la CDU all’opposizione. Nonostante tutto, lo scenario più probabile rimane quello della Grande Coalizione fra i due partiti maggiori, anche se non è impossibile che la guida di questa sia proprio dei socialdemocratici.

La sfida. La discesa in campo di Schulz avviene dopo 23 anni passati al Parlamento Europeo, una carriera che lo ha portato a scontrarsi con Silvio Berlusconi, capogruppo del Partito Socialista Europeo e, infine, alla presidenza della stessa assemblea. Libraio, autodidatta senza titolo di studio, viene considerato in Germania come un “uomo del popolo“, è arrivato al successo politico dopo aver affrontato i propri demoni personali fatti di alcolismo e depressione giovanile. Politicamente è un esponente “conservatore” della corrente centrista del partito, non differenziandosi in questo dallo stesso Sigmar Gabriel da cui si distingue, invece, per il più pronunciato carisma e la capacità retorica, considerata “passionaria” e, per questo, molto diversa da quella pragmatica e rigida dell’attuale Cancelliera. La presa di Schulz sull’elettorato, ha spinto Angela Merkel – apparsa finora ancora lontana dalla campagna elettorale – a correre ai ripari rivolgendo la propria attenzione al consolidamento del proprio partito risolvendo il contrasto interno con la CSU – colonna bavarese della CDU – incentrato sulla politica di porte aperte all’immigrazione della Cancelliera, contestata da Monaco. Conscia di come l’appoggio della CSU sia essenziale per essere confermata al governo, Angela Merkel ha concordato un piano in 16 punti per il contenimento dell’immigrazione volto ad agevolare le espulsioni, favorire il riconoscimento dei rifugiati – garantendo alle autorità il controllo dei cellulari degli immigrati – e incentivare i ritorni volontari: una svolta a destra intesa – anche – a limitare l’avanzata verso i populisti di Alternativa per la Germania (AfD).

I panni sporchi di Martin Schultz? Riconsolidato il fronte interno, l’attenzione della CDU si è spostata verso Martin Schultz e se da una parte Angela Merkel – refrattaria a scendere direttamente nell’agone politico – si è rallegrata nel sottolineare l’importanza di avere una competizione elettorale equilibrata, dall’altra i toni sono stati alzati dai parlamentari europei del suo partito e dal loro capogruppo, Herbert Reul. Egli ha reso pubblico un dossier di nove pagine che accusa Schulz di  atti di nepotismo politico compiuti in qualità di Presidente del Parlamento Europeo a favore dei membri del proprio staff personale a Bruxelles. Sotto accusa ci sarebbero una serie le nomine che hanno portato alcuni membri del gabinetto della Presidenza Schulz – fra cui alcuni dei suoi collaboratori più stretti e di lunga data a posti interni all’amministrazione parlamentare, incarichi a tempo indeterminato non legati alla durata della Presidenza. In particolare il documento – che riprende in larga parte un dossier pubblicato da POLITICO nel 2016 – punta l’indice sulla nomina a Direttore Generale alla Presidenza – il numero due dell’assemblea – di Markus Winkler e quella a Direttrice della Commissione Affari Economici e Finanziari di Monika Strasser. Entrambi socialdemocratici, il primo ha servito come segretario personale di Schultz dal 1996, la seconda come ex-tesoriera dell’europarlamentare. A queste si dovrebbero aggiungere una serie di nomine minori che hanno spinto il Presidente del gruppo Verdi Europei Phillippe Lamberts a dichiarare come per farsi strada al Parlamento Europeo fosse necessario “essere tedeschi e socialisti”. Di fronte alle accuse è stata immediata la risposta della SPD: per la Segretaria Generale Katarina Barley si tratterebbe di “calunnie elettorali” diffuse – sostiene il membro della direzione del partito, Ralf Stegner – nel tentativo di “diffondere accuse infondate, sperando che qualcuna attecchisca nell’elettorato”.

Schäuble all’attacco. Mentre si apre il fronte europeo, contro il candidato socialdemocratico scende in campo anche Wolfgang Schäuble. Secondo il potente Ministro delle Finanze – considerato uno dei falchi del governo Merkel – Schultz starebbe portando avanti una campagna elettorale di matrice populista. Il candidato socialdemocratico – dice il Ministro – “dovrebbe fermarsi di più a riflettere” e non cercare di dividere la società tedesca “alterando dati” e citando “verità alternative”.  “Nessun politico intenzionato a combattere il populismo che minaccia l’Unione, dovrebbe esprimersi e comportarsi come Herr Schultz” dice il Ministro, criticando anche la tendenza di Schultz – politico di carriera – a presentarsi quale “uomo del popolo” e candidato outsider lontano dalla “casta politica”: “essere stati al parlamento europeo ed esserne arrivati alla Presidenza, significa far parte dell’establishment”. Sempre secondo Schäuble, l’atteggiamento del candidato socialdemocratico sarebbe assimilabile a quello di Donald Trump aggiungendo che “se Schultz invitasse i propri sostenitori a scandire qualcosa come Make Europe Great Again – Rendiamo l’Europa di nuovo grande – allora sarebbe letteralmente la copia di Trump”.

Nell’era dell’Europa a guida tedesca, i partner europei non possono ignorare quanto succederà a settembre a Berlino.

Simone Bonzano

 il Caffè e l’Opinione

Una nuova sinistra plurale in Europa e in Italia

Le prime parole di Benoit Hamon dopo la vittoria alle primarie per il candidato della sinistra alle presidenziali francesi del prossimo 23 aprile, rivolte agli elettori, sono state: “Avete lanciato un messaggio chiaro di speranza e di rinnovamento, voglio scrivere una nuova pagina dalla sinistra e della Francia. Insieme abbiamo deciso di fare della questione sociale e della questione ecologica due elementi fondamentali di un nuovo progetto”.

Un candidato di sinistra autentica dunque, su posizioni diverse dal moderatismo di Hollande e del partito socialista europeo, sempre più omologato all’ordoliberalismo della Merkel, in grado di partecipare al circuito di una nuova sinistra, unita e plurale, con il laburista James Corbyn e con nuove esperienze come Podemos in Spagna e lo spirito originario di Syriza in Grecia, che guardi anche al programma di Bernie Sanders per le passate presidenziali americane, che ponga al centro i diritti sociali, il lavoro e il contrasto al potere della finanza globale.

Anche in Italia ci sono fermenti per la costruzione di una nuova sinistra, in grado di tenere assieme valori e tradizioni diverse, dal riformismo socialista all’ambientalismo consapevole e a posizioni politiche più radicali, distinta e diversa dalla deriva centrista del Pd e da un antagonismo ideologico sterile e protestatario, per candidarsi al governo del paese, contro l’austerity teutonica e il suo monetarismo, per una politica economica e sociale che metta la piena occupazione, l’estensione del welfare state in una logica di inclusione, un nuovo diritto del lavoro. Si tratta di un laboratorio a cui contribuiscono sia l’iniziativa di Massimo D’Alema che la fase costituente di Sinistra Italiana e la straordinaria mobilitazione di popolo nella battaglia per il No nel referendum costituzionale.

Un’ipotesi politica è proprio quella di compattare il popolo di sinistra, partendo dai comitati per il No alla riforma della Costituzione, evitando di ripetere gli errori del passato per “un soggetto unitario della sinistra”, in grado di rappresentare quella parte ampia di elettorato che non si riconosce nel Pd renziano. Ecco, quindi, che, dopo la vittoria referendaria, c’è un lavoro di consolidamento delle reti e dei comitati a difesa della Costituzione da realizzare, con l’obiettivo di attuare la Costituzione, senza diventare un partito politico novecentesco, con nuove battaglie quali il proporzionale nella legge elettorale e i referendum sociali promossi dalla Cgil”.

Insomma, una nuova sinistra in Italia, unita e plurale, deve evitare il politicismo, ponendosi due temi: quello di un programma di radicali riforme sociali e quello, per dirla con Zygmut Baumann, della sua “constituency, del suo blocco elettorale”, formato da quella parte di società che ha pagato i costi della globalizzazione e dell’Europa della moneta unica: lavoratori dipendenti, pensionati, precari, disoccupati e ceto medio. L’alternativa è il campo libero alle “Due destre” sul modello americano: establishment da una parte e neopopulismo dall’altra.

Maurizio Ballistreri

IL DEBUTTO

paolo_gentiloni1-1353x900“È la prima volta che ho l’onore di rappresentare l’Italia nel Consiglio europeo. Oggi la principale questione che affronteremo tra tante sarà l’immigrazione: sapete che da questo punto di vista l’Italia è molto esigente, perché non siamo ancora soddisfatti della discussione sul regolamento di Dublino che fissa le regole dell’accoglienza dei rifugiati”. Lo ha detto il neo presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni, parlando con i cronisti all’uscita dal pre-vertice del Pse oggi a Bruxelles, poco prima dell’inizio del Consiglio europeo.
“Abbiamo lanciato un programma per fronteggiare insieme i fenomeni migratori dall’Africa”, ha ricordato Gentiloni, “l’abbiamo lanciato a gennaio e ci aspettiamo risultati concreti”, ha detto aggiungendo che al vertice Ue di oggi, comunque, “sarà fatto un passo avanti che a mio avviso è importante, perché insieme a Francia e Germania con il Niger firmeremo un primo accordo che vale un centinaio di milioni e che cerca di mettere più forza nella gestione dei flussi migratori dal Niger verso la Libia”.
“Consideriamo che il Niger è l’anticamera dei flussi verso la Libia”, ha spiegato il primo ministro italiano, “e quindi nel contesto di un politica che deve fare molti passi avanti, adesso con Hollande e Merkel e insieme al presidente nigerino Mahamadou Issoufou ne facciamo uno piccolo ma significativo”.
Temevano che la bocciatura del referendum avrebbe precipitato il Paese verso una rapida deriva populista. Perciò dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker arriva subito una sponda al nuovo esecutivo: “Sentiamo che ci sono problemi molto gravosi nel Mediterraneo e non possiamo disconoscere la situazione in Italia. Ribadisco: non possiamo lasciar sola l’Italia nell’ambito della crisi migratoria”, dice parlando alla plenaria del Parlamento europeo. E assicura: “I fondi che l’Italia mette a disposizione per mitigare la crisi migratoria non possono rientrare nel campo d’applicazione del patto di Stabilità. Quanto l’Italia fa per migranti, e l’Italia fa molto, non deve portare a conseguenze negative in termini di bilanci per il Paese”.
L’immigrazione non è il solo punto focale su cui si discuterà in Europa, in agenda oggi e domani ci saranno anche Ucraina, Siria e, quindi, inevitabilmente la questione della Russia. Tema sul quale l’Italia potrebbe essere di nuovo protagonista. Roma, infatti, è sempre stata orientata a una normalizzazione dei rapporti con Mosca. E se i rapporti Usa-Russia, con la nomina a segretario di Stato di Rex Tillerson, amministratore delegato di ExxonMobil e amico di Vladimir Putin, vanno verso il disgelo, potrebbe essere proprio il nostro Paese – che nel 2017 ospiterà il G7 – la sponda di Washington in Europa in questa direzione. Strada però a Bruxelles tutta in salita, non solo per le riserve dei Paesi centro-orientali, ma anche visti gli sviluppi ad Aleppo, ancora una volta teatro delle stragi compiute dal regime di Assad con il supporto russo.
Ma già da martedì, nella lettera di congratulazioni a Gentiloni, cogliendo subito l’importanza del tema sisma per la tenuta del nuovo Governo, aveva assicurato: “La Commissione europea continuerà ad essere al fianco dell’Italia per sostenere il percorso di riforme e assicurare una rapida e completa ricostruzione delle aree colpite dal terremoto nei mesi scorsi”. Insomma niente ostacoli per Roma, non servono manovre aggiuntive: “È corretto dire che quello che è richiesto all’Italia è tutto incluso nell’opinione” della Commissione Ue di novembre “e non abbiamo altre parole da aggiungere”, chiarisce una portavoce della Commissione Ue rispondendo ai giornalisti che chiedono precisazioni sul punto. Sembra insomma un momento d’oro per l’Italia a Bruxelles. Anche il Parlamento europeo, infatti, sarà dal 2017 con ogni probabilità a guida italiana, essendo i due principali candidati gli italiani Antonio Tajani per il Ppe e Gianni Pittella per il Pse. Non a caso, Gentiloni domani parteciperà alla riunione dei leader del Pse che precede sempre il Consiglio europeo. Riunione alla quale la presenza italiana non è sempre garantita.
Il presidente del Pes Sergei Stanishev dopo aver incontrato il Presidente del Consiglio italiano ha detto: “Siamo molto felici di accogliere Paolo Gentiloni, il primo ministro del nuovo governo italiano guidato dal Partido Democratico. Non vediamo l’ora di lavorare con i nostri colleghi italiani sulla nostra agenda nel contesto del prossimo 60 ° anniversario del Trattato di Roma”.
Gianni Pittella, leader del gruppo Socialista & Democratici di deputati, è stato acclamato dai leader del PES come candidato per la presidenza del Parlamento europeo. I leader hanno convenuto che la presidenza Pittella sarebbe una pietra miliare per l’agenda sociale PES nelle istituzioni dell’UE.
“I socialisti non staranno a guardare mentre l’ossessione della destra con austerità e tagli mette in pericolo il futuro dei cittadini europei. Solo gli investimenti in grado di fornire posti di lavoro di buona qualità potranno far tornare in Europa una crescita forte e sostenibile”, dice Stanishev.
“Abbiamo concordato oggi che siamo pronti a combattere nei nostri paesi, al Parlamento europeo e al Consiglio europeo – a partire da oggi -. Per l’investimento sociale di cui i nostri cittadini hanno bisogno”.

Aumenta il Pil e l’Europa mette in stand-by l’Italia

Rai-Padoan-Cda

Dall’Istat giunge oggi una buona notizia. Nel terzo trimestre del 2016 si registra un aumento del PIL di +0,3% su base trimestrale ed un +0,9% su base annuale rispetto al 2015. I dati sono stati forniti destagionalizzati e corretti per gli effetti di calendario. La stima precedente valutava una crescita acquisita dello 0,6% su base annuale. Nel trimestre precedente la crescita su base trimestrale era stata nulla ossia dello 0% .
A caldo il Ministro Padoan esulta all’incontro con i parlamentari del Pd: “una previsione in linea con le stime del Governo”.
Il terzo trimestre 2016 ha avuto due giornate lavorative in più rispetto al trimestre precedente ed una giornata in meno rispetto allo stesso trimestre del 2015. La crescita del PIL, in sintesi è stata determinata da un incremento di valore aggiunto nei comparti dell’industria e dei servizi, mentre per l’agricoltura si è registrato un decremento. La domanda nazionale, al lordo delle scorte, ha dato un contributo ampiamente positivo compensato parzialmente dal saldo negativo della componente estera netta.
Nello stesso periodo, in termini congiunturali, su base trimestrale, il Pil è aumentato dello 0,75% negli Stati Uniti, dello 0,5% nel Regno Unito, dello 0,2% in Francia.
In termini tendenziali su base annua, si registrano i seguenti aumenti: 1,5% negli Stati Uniti, 2,3% nel Regno Unito, dell’1,1% in Francia. Nell’area Euro il Pil è cresciuto complessivamente dello 0,3% su base trimestrale e dell’1,6% rispetto allo stesso trimestre del 2015.
Rispetto agli altri Paesi non si può dire che il PIL dell’Italia primeggi. Tuttavia, il risultato conseguito è certamente importante. Contribuirà sicuramente a frenare il tendenziale aumento dello spread tra BTP decennali e Bund tedeschi. In coincidenza, la Commissione della UE ha sospeso il giudizio sulla manovra finanziaria fino al 2017. Domani la Commissione dovrebbe dare indicazioni in tal senso ed anche se la manovra potrebbe non rispettare le regole europee su debito e deficit, non dovrebbe richiedere nessuna manovra aggiuntiva ma soltanto il chiarimento delle spese per gli immigrati e per il terremoto. La Commissione, inoltre, dovrà pubblicare un moratoria per il biennio 2017-2018 ed attaccherebbe la linea economica della Merkel.
Anche i dati sul debito pubblico pervenuti dalla Banca d’Italia lasciano ben sperare. A settembre il debito delle amministrazioni pubbliche si attesta a 2.212,6 miliardi registrando un calo di 12,1 miliardi rispetto ad agosto. Nei primi 9 mesi del 2016 il debito è aumentato di 39,9 miliardi come risulta dal bollettino mensile della Banca d’Italia “Finanza pubblica, fabbisogno e debito”. A settembre del 2016 le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state di 32 miliardi risultando maggiori delle entrate dello stesso mese del 2015 pari a 30,2 miliardi. Complessivamente le entrate dello Stato per i primi 9 mesi del 2016 hanno raggiunto 302,6 miliardi con un incremento del 4,6% sullo stesso periodo del 2015. Per completare il 2016 si dovranno aggiungere le entrate di ottobre, novembre e dicembre. Soltanto per il mese di novembre, da uno studio fatto dalla Cgia di Mestre, nelle casse dello Stato dovrebbero entrare 55 miliardi tra Irpef, Ires, Iva, addizionali varie ed altre imposte. Nell’analisi non sono stati presi in considerazione i contributi previdenziali.

Elezioni Berlino. La fine della grande coalizione

angela-merkelLe elezioni di domenica scorsa 18 settembre hanno segnato la fine della grande coalizione che governva Berlino. Per i due maggiori partiti tedeschi è stato un tracollo, assieme hanno perso oltre l’11% dei voti; la Spd è scesa dal 28,3 del 2011 al 21,6, la Cdu dal 23,3 al 17,6. Per i Cristiano democratici si tratta del peggiore risultato della storia berlinese del dopo guerra. L’effetto Merkel è stato pesante come nelle regionali del 4 settembre scorso in Meclemburgo-Pomerania.

I socialdemocratici si possono consolare per essere rimasti il primo partito e per potere confermare nella carica il borgomastro uscente, Michael Mueller. A parte questi due risultati positivi, il presidente socialdemocratico e vicecancelliere Simom Gabriel, ha espresso il suo malcontento per il risultato raggiunto, per di più, in un contesto in cui la partecipazione elettorale è fortemente aumentata (dal 60,2 del 2011 a circa il 67%) per cui non può essere chiamato in causa a giustificazione l’assenteismo.

Lo stesso Gabriel ha espresso preoccupazione per il risultato dell’Afd (Alternative fuer Deutchland) che ha raggiunto il 14,2%. È vero che i populisti di destra sono ancora soltanto il quinto partito e hanno inglobato quasi completamente un altro movimento di destra (i Pirati)  già presente con l’8,9% nel Senato berlinese e questa volta rimasti al palo.
Ma è un risultato che li pone molto vicino alla sinistra (15,6 dall’11,7 del 2011 con una buona affermazione) e ai Verdi, scesi dal 17,6 al 15,2 e la stessa Cdu con il 17,6 non è lontana. Materia di preoccupazione quindi ce ne è abbastanza e anche se è vero che la stragrande maggioranza ha votato per partiti democratici, non è ragione sufficiente per rimanre del tutto tranquilli in una situazione così fluida e incerta legata alle ondate di immigrazione. Va notato infine il buon risultato del vecchio partito liberale (Fdp) che è riuscito questa volta con un buon 6,7% a superare il quorum.

Bocciata la grande coalizione, che non raggiunge più maggioranza assoluta. Si aprano due scenari: un governo Spd, Cdu e Verdi oppure un più coraggioso e innovativo Spd, Verdi e Sinistra, che molti socialdemocratici vedono come la scelta giusta per le politiche del 2017. Ma Gabriel ha invitato chiaramente a non trasferire a livello nazionale il risultato di Berlino, il che significa, probabilmente, nessuna apertura alla Linke.
Ma è anche vero che non è possibile presentarsi alle politiche del settembre 2017 senza scelte chiare e coraggiose. La Grosse Koalitioin è morta a Berlino città, a Berlino capitale è moribonda e la sua leader a livella nazionale Angela Merkel, sta affondando in acque sempre più agitate.

“Il voto di Berlino – è il commento del Segretario del PSI Riccardo Nencini – sancisce la sconfitta non della sola Merkel ma della Grande Coalizione. Lì è la straordinaria novità. Proiettate Berlino sul piano nazionale e ne vedrete delle belle”. “ Ce n’è abbastanza perché socialisti e popolari europei rivedano i cardini dell’U.E.” – ha aggiunto. “Ognun per sé non va più bene nemmeno per i tedeschi” – ha concluso Nencini.

I continui “ce la facciamo, ce la facciamo” della Merkel non convincono più, sono accolti con insofferenza. I Cristiano democratici sono probabilmente divisi al proprio interno. L’ala bavarese della Csu vuole la testa della Merkel, la cui ricandidatura a cancelliere diventa ogni giorno improbabile. Il dopo Merkel è di fatto cominciato; con la fine del monopolio dei due partiti maggiori, Cdu e Spd, si apre un interrogativo sulla tradizionale stabilità tedesca. Si aprono nuovi equilibri di cui in questo momento si vedono più i rischi che le promesse.

 Edoardo Gianelli

Serve di nuovo la democrazia

Forse proprio il mese di agosto da poco trascorso, ha dato l’immagine più reale del maggiore dei fattori negativi del nostro tempo: la diseguaglianza sociale.
Pochissimi ultraricchi come faraoni del nostro tempo che tutto possono concedersi in una sorta di perenne dorata esistenza, una ristretta fascia di ricca borghesia con grandi agi e poi una sorta di infernale girone dantesco in cui, secondo le previsioni di Karl Marx (il cui pensiero economico è di grande attualità, dalle teorie sull’imperialismo economico, la globalizzazione finanziaria ai giorni nostri, al plusvalore in ambito salariale), sono confluiti il ceto medio e il mondo operaio e quindi, gli esclusi, gli “invisibili”: disoccupati, pensionati al minimo, senza reddito e senza casa, mentre alle porte dei singoli Stati continua a bussare la moltitudine di chi fugge dalla fame e dalla guerra.
La globalizzazione dei mercati finanziari, con la debolezza della sovranità degli Stati rispetto a potenti soggetti come banche d’affari, fondi di investimento, agenzie di raiting e organismi tecnocratici internazionali quali il Fondo Monetario, ha prodotto una incredibile concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi grandi speculatori, a danno della gran parte dei cittadini del pianeta, che si è manifestata pubblicamente con l’attacco alla sterlina e alla lira da parte di alcuni raiders, già a partire dall’autunno 1992.
Rino Formica, uno dei più autorevoli politici italiani dei trascorsi anni ’80 e dirigente di primo piano del Partito socialista, a tal proposito ha affermato “Abbiamo sottovalutato un elemento. La globalizzazione, col crollo degli imperi, ha creato un’instabilità che non è solo il terrorismo armato, ma anche quello finanziario”. La politica economica globale, purtroppo, è sempre più segnata dal primato della finanza e delle banche, mentre l’Europa si trova stretta nella camicia di Nesso dell’austerity e della deflazione.
Il tema è quello dell’insicurezza della nostra società “liquida”, descritta dal sociologo Zygmunt Baumann, che a livello internazionale appare stretta tra guerra in Medio Oriente, terrorismo islamico, crisi finanziaria e sociale, con i drammi in Italia di chi ha perso i propri risparmi nella “oscura” vicenda delle banche salvate dal governo (con nuovi interventi alle porte!), degli esodati ancora senza pensione (con l’”oscena” proposta di collateralizzare le pensioni degli italiani!), dei disoccupati e delle famiglie che soffrono l’insufficienza del reddito.
E proprio il tema della politica e della sua crisi, inteso come il primato della rappresentanza nelle istituzioni e a livello collettivo, si presenta come decisivo nella determinazione dell’insicurezza diffusa. Infatti, la progressiva marginalità delle funzioni di rappresentanza, relegate solo a compiti di buona amministrazione, ha stimolato esclusione e diseguaglianza in nome dell’integrazione spontanea fra mercato e Stato, con la primazia del primo e la molecolarizzazione della società, con la formazione di oligarchie espressive di élites economiche, dell’informazione, del potere giudiziario che hanno relegato i decisori politici ad una funzione subalterna, da remunerare magari per i servigi resi con incarichi di prestigio: da ultimo l’ex presidente della Commissione europea Barroso, rigido esecutore delle politiche del IV Reich di Frau Merkel funzionali alle “esigenze dei mercati”, nominato presidente della più importante banca d’affari del mondo, Goldman Sachs.
La conseguenza è stata la disarticolazione della sfera politica in svariate dimensioni decentrate e residue di una postmodernità che regredisce al premoderno, senza legami identitari e di senso, frantumata in microcosmi sociali, protetti e sovente autoreferenziali. E così, gli italiani (ma il problema riguarda più in generale tutti i cittadini dei paesi che, un tempo, si definivano di democrazia occidentale) devono fare i conti con le drammatiche conseguenze sociali prodotte dalla più devastante crisi economica non solo del XXI secolo ma anche rispetto al “Grande crollo” del 1929, aperta dalla cosiddetta “fine delle ideologie”, con la fine del sistema dei partiti della Prima Repubblica, il declino del Welfare State e del modello di dialogo sociale organizzato con i sindacati e le associazioni d’impresa demolito in Italia dalla “disintermediazione” di Renzi.
Ma, d’altronde, quando si leggono dichiarazioni come quelle del presidente del Consiglio sui risparmi del referendum, ci si rende conto di come il declino della democrazia dipenda anche dalla qualità delle élites politiche: i risparmi del taglio dei senatori possono “finire in un fondo destinato a combattere la povertà”, peccato che secondo l’Istat in Italia le persone sotto la soglia di povertà sono 4 milioni. Ne consegue che se tutti i 500 milioni fossero loro destinati, ognuna riceverebbe 125 euro all’anno. Vale a dire, 10 euro al mese, “bene, bravo, bis!” avrebbe detto Petrolini!
Ma forse Brexit e l’esito del referendum sulla riforma costituzionale in Italia serviranno a cambiare l’attuale prospettiva.

Maurizio Ballistreri

SICUREZZA SOTTO ACCUSA

francia guardia nazionaleDopo l’episodio della Chiesa di Rouen, l’indice viene puntato direttamente sui servizi di sicurezza francesi. Il 19enne Nabil Abdel Malik Petitjean, uno dei due terroristi che hanno ucciso padre Jacques Hamel, e ridotto una seconda persona in fin di vita, non solo era schedato da un mese, ma già quattro giorni prima dell’omicidio, l’unità di coordinamento della lotta antiterrorista (Uclat) aveva diffuso una nota nella quale affermava di aver ricevuto, da un servizio straniero, un’informazione su un individuo “che sarebbe pronto a partecipare a un attentato sul territorio nazionale”, la segnalazione non aveva un nome ma una foto, quella di Abdel Malik Petitjean. A segnalarlo i servizi dell’intelligence della Turchia già il 10 giugno scorso, ma il giovane era già rientrato in Francia. Così dopo Adel Kermiche si viene a sapere che anche l’altro complice era schedato e noto.

I servizi avevano schedato Petitjean con la lettera “S” delle persone radicalizzate a rischio di passare all’azione era ricercato da cinque giorni dalla polizia. Lo Stato islamico ha postato un video in cui si vedono i due attentatori giurare fedeltà al ‘califfo’ Abu Bakr al Baghdadi. Lo riporta l’agenzia di stampa dell’Isis, Amaq. Il fatto che entrambi fossero già conosciuti dagli investigatori ha creato numerose polemiche. Il ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve interpellato ha precisato che la detenzione preventiva è anticostituzionale in Francia. Proprio sulla Sicurezza Cazeneuve ha fatto sapere ieri che “dopo l’appello che è stato lanciato ai nostri concittadini a impegnarsi… sono 2.500 i francesi che hanno manifestato il proprio interesse, e non cessiamo di ricevere richieste di adesione”.
L’appello è stato lanciato dal presidente francese François Hollande ai francesi per contribuire a garantire la sicurezza contro il terrorismo- E oggi l’Eliseo ha annunciato la creazione di una “guardia nazionale” composta da riservisti. “Le modalità di formazione e la ripartizione delle forze di protezione sul territorio francese saranno definite in concertazione con l’insieme degli attori”, precisa la presidenza della Repubblica, dopo un incontro tra il capo dello Stato e dei parlamentari che hanno lavorato sul tema.

“Il presidente della Repubblica ha deciso che venga presentata una comunicazione al Consiglio di Difesa all’inizio del mese di agosto, poi che si tenga una consultazione delle commissioni parlamentari a settembre, al fine di rendere operativa al più presto la costituzione di questa forza al servizio della protezione dei francesi”, dice la nota.

E nell’attesa di settembre, quando inizieranno le consultazioni parlamentari sulla formazione della forza, a Cannes borse o valigie di grosse dimensioni sono state bandite per l’estate dalle spiagge, così come annunciato dal sindaco David Lisnard.

Dalla Germania invece il pugno duro arriva contro chi invoca nuove misure di sicurezza contro i migranti. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha interrotto la vacanza che stava facendo nel nord della Germania per tornare a Berlino e rispondere alle critiche che le vengono mosse sulla gestione dell’immigrazione dopo gli attacchi di Monaco e Ansbach. Contro “la minaccia del terrorismo” servono “nuove misure” ma la Germania non cambierà la sua politica di accoglienza ha detto la Merkel ribattendo, in una affollata conferenza stampa, alle critiche che le arrivano sia da sinistra che da destra. La Germania “resta fedele ai suoi principi e darà rifugio a chi lo merita”. La cancelliera ha poi detto che i rifugiati che hanno compiuto violenze “si sono fatti beffe del Paese da cui hanno ricevuto aiuto e dei volontari e di chi ha dato loro rifugio da zone di guerra”.

Merkel ha quindi spiegato che il ministero dell’Interno potenzierà i controlli, anche rafforzando lo “scambio di informazioni” con i Paesi nord africani e dell’area del Medio Oriente per evitare infiltrazioni di terroristi. “Dobbiamo proteggere i nostri confini, dobbiamo mettere in equilibrio integrazione, libertà e sicurezza, in modo da poter continuare a vivere in maniera sicura”, ha rilevato Merkel. “Gli attacchi recenti nel mondo sono scioccanti, dobbiamo restare uniti. Come cancelliera mi sono riunita subito con i miei colleghi di gabinetto e con i capi delle forze dell’ordine. Sono state sfide difficili, abbiamo preso decisioni importanti che verranno messe in atto”.

Ecofin, trattativa aperta per il salvataggio di Mps

Quello dell’Ecofin di ieri e oggi è stato un appuntamento molto impegnativo. Davanti ai ministri dell’economia e delle finanze, sul tavolo il deficit di Spagna e Portogallo con la richiesta automatica di sanzioni, la questione degli aiuti alle banche italiane che vedono crescere il totale delle ‘sofferenze’ salito a 200 mld, le previsioni al ribasso per la nostra economia, causa Brexit, del Fmi. E mentre il ministro Padoan esclude che ci sia un ‘caso Italia’ il suo collega ceco Babis, in un tweet ha scritto che il problema “più grande per l’Europa potrebbe essere la salute di alcune banche italiane”.

Il presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem col ministro Pier Carlo Padoan

Il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem col ministro Pier Carlo Padoan

Il Consiglio dei ministri finanziari Ue ha confermato l’indicazione fornita dalla Commissione europea sulla mancata correzione, da parte di Spagna e Portogallo, del deficit eccessivo, che resterà sopra il 3% del Pil perché i due Paesi non hanno deciso “azioni efficaci” come richiesto dalle raccomandazioni di Bruxelles. Per questa ragione potrebbero scattare le sanzioni che possono arrivare allo 0,2% del Pil, ma Madrid e Lisbona hanno la possibilità di presentare un ricorso entro 10 giorni per la riduzione fino all’annullamento delle sanzioni. Una speranza fondata sia sulle parole del presidente di turno dell’Ecofin, lo slovacco Peter Kazimir – “Sono sicuro che alla fine raggiungeremo una soluzione intelligente” – sia sulle posizioni della stessa Commissione propensa formalmente, alla luce dei progressi fatti dai due Paesi, di proporre sanzioni solo simboliche, cioè di un ammontare pari a zero.

Più ingarbugliata rimane la questione delle nostre banche su cui si sta discutendo da giorni su possibili ricapitalizzazioni precauzionali di quegli istituti oberati da pesanti sofferenze. Il principale nodo riguarda il contributo da chiedere agli investitori, come previsto dalle regole europee del Bail In. Roma vorrebbe una sospensione delle regole, ma per ora non è riuscita a spuntarla anche perché vorrebbe dire far pagare alla collettività le speculazioni andate a male di pochi.
“Nel discutere la Brexit – ha detto il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan al termine dell’Ecofin – siamo stati concordi che ha fatto emergere instabilità in tutto il sistema bancario europeo e non solo” e quindi non c’è un’identificazione “solo nel sistema italiano”. “Il sistema bancario rimane solido” anche se ha sofferto di alcuni anni di “recessione profonda”. “Il fatto che qualcuno dica che il rischio generato dal sistema bancario italiano sia così elevato è una dichiarazione completamente infondata”. Non tutti infatti la pensano come lui. “Tutti parlano di Brexit come di un grosso problema, ma è solo speculazione. Un problema più grande per l’Europa potrebbe essere la salute di alcune banche italiane” ha scritto su Twitter, durante l’Ecofin, il ministro dell’economia della Repubblica Ceca Andrej Babis mentre il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem ha fatto notare che i problemi italiani sono precedenti alla Brexit, un fatto di appena due settimane fa. Comunque lo stesso Dijsselbloem, si è detto sicuro che una soluzione al problema sarà trovata entro il mese di ottobre, “ben prima che parta il referendum in Italia”.
Rispondendo alla domanda di un giornalista, Dijsselbloem ha confermato che per ricapitalizzare le banche è possibile usare il Meccanismo europeo di Stabilità (Esm), ma nel quadro di un programma che l’Italia non sembra abbia voglia di sottoscrivere perché la sottoporrebbe a vincoli e controlli esterni. “Considero problematica la facilità con la quale i banchieri chiedono l’aiuto pubblico. Contrasterò questa tendenza molto fermamente. I problemi bancari – ha concluso Dijsselbloem – devono essere risolti in primo luogo nelle banche e dalle banche”.

La data prevista entro cui trovare un accordo è quella del 29 luglio quando l’Eba – l’Autorità bancaria europea (European Banking Authority) divulgherà i risultati degli stress test. Se due settimane non si saranno individuate chiare soluzioni al caso Monte dei Paschi di Siena (Mps) e agli altri guai bancari del nostro Paese allora potrebbero emergere seri problemi di instabilità.

Per una soluzione spingono in tanti, a cominciare dalla Francia mentre la resistenza più forte viene da Berlino. Conservatori e socialdemocratici, cioè i due partiti della maggioranza della Larga Coalizione (Große Koalition) che regge il Governo Merkel, si sono nuovamente dichiarati contro gli aiuti pubblici alle banche italiane in difficoltà e hanno chiesto al governo Renzi di attenersi alle regole europee.
Angela Merkel, Pier Carlo PadoanIl potavoce parlamentare per l’economia della Cdu, Joachim Pfeiffer, “Il governo italiano rispetti le regole per la liquidazione ordinata e la ristrutturazione delle banche”, ha detto alla RND (Redaktionsnetzwerk Deutschland), gruppo editoriale proprietario di 30 testate regionali, che una violazione delle regole europee, leggi Bail In, sarebbe “inaccettabile”. A ruota il vice presidente del gruppo parlamentare Spd, Carsten Schneider, ha avvertito che l’Italia non deve aggirare le regole adottate per proteggere i contribuenti europei. Il Bail In è stato infatti pensato per responsabilizzare il board delle Banche, scaricando su azionisti e obbligazionisti il peso di condotte speculative sbagliate per evitare che, come avvenuto in passato, sia lo Stato a farsi carico col denaro pubblico degli ‘errori’ dei banchieri. Come si è visto però di recente, l’applicazione delle regole risulta ‘dolorosa’ anche per i piccoli risparmiatori che possono essere stati ingannati dalle banche oppure aver scelto un rischio calcolato per interessi ben più corposi di quelli offerti dai Titoli di Stato. E il danno collaterale di queste regole di pulizia a vantaggio della collettività, è la perdita di consensi elettorali, un tema su cui, come si vede sono tutti molto sensibili prima delle elezioni, non solo in Italia.

Intanto il bollettino della Banca d’Italia racconta che le sofferenze bancarie è rallentata a maggio sui 12 mesi precedenti, ma che il dato complessivo si è attestato a un soffio dai 200 miliardi di euro (199,994) tornando ai massimi da gennaio, quando fu toccato il picco di 202,065 miliardi.

PRATICHE DI DIVORZIO

Juncker FarageAAA, cercasi strategia comune per un divorzio che potrebbe non essere neppure consensuale. Il dopo-Brexit si annuncia complicato per la politica nel Vecchio Continente. Al vertice di Berlino, oggi e domani, la partita per trovare una linea unitaria dei 27 in risposta al referendum britannico, non è semplice e anche il pre-vertice a tre di ieri, tra Merkel, Hollande e Renzi, non ha portato a una schiarita decisa e condivisa.

Dietro le parole di circostanza dei leader nelle conferenze stampa, si delinea sempre più chiaramente l’esistenza di due partiti. C’è quello dei ‘frenatori’, degli attendisti che vorrebbe rinviare quanto più possibile l’apertura della pratica ufficiale del divorzio di Londra, che schiera in prima linea la Cancelliera Angela Merkel, il presidente del Consiglio, Donald Tusk, alcuni governi dell’Europa del nord. Contro c’è il Parlamento europeo che reclama l’attivazione ‘immediata’ della procedura per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, i governi ‘mediterranei’, e chi ritiene che perdere tempo, dare l’impressione che si possa lasciare l’Ue senza pagare ‘dazio’, anzi ricontrattando misure favorevoli agli scambi commerciali senza condividere le regole sociali, non farebbe che dare nuova energia al partito degli euroscettici. Peggio, convincerebbe altre fette di opinione pubblica europea che contano solo le Banche, gli ‘affari’ e tutto il resto può anche restare in un angolo.

“L’Unione Europea – ha detto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk – è pronta ad avviare la procedura di divorzio anche oggi”, ma, sulla base dei Trattati è la Gran Bretagna che “deve avviare questo processo, questo è l’unico modo per farlo e questo significa che dobbiamo essere pazienti”. Insomma aspettare, lasciando che sia Londra a scegliere il come e il quando.

I tempi sembrano inevitabilmente allungarsi – la domanda deve vessere presentata dal premier inglese, ma Cameron è dimissionario e ha detto che lo farà il suo successore – e sul fondo si agitano questioni concretissime. L’interscambio della Germania con la Gran Bretagna, per esempio, è dell’8% e dunque la Brexit mette in ballo una fetta consistente del Pil tedesco. Poi c’è il rapporto con i Paesi del nord Europa, Polonia in testa, che consentono alla Merkel di amplificare il suo potere tra i 27 e sullo sfondo le elezioni politiche che si terranno l’anno prossimo.

Insomma, pare di capire da quanto avvenuto finora, a Berlino non c’è tutta questa fretta di avviare le pratiche del divorzio. Un comportamento speculare a quello britannico dove, a cominciare dal ‘falco’ euroscettico Nigel Farage, leader dell’Ukip, c’è davvero poca voglia di rinunciare ai vantaggi certi di oggi per quelli incerti, più che altro promessi, di domani.

Sul fronte opposto Italia e la Francia, spingono perché la situazione si chiarisca presto, esortando Londra a iniziare prima possibile la procedura ufficiale della Brexit, mossa che in base all’art.50 del Trattato di Lisbona, deve essere fatta dal Paese che vuole andarsene.

La Germania sembra invece voler procedere con più cautela e starebbe preparando un piano in tre punti per assicurare la coesione dei Paesi dell’Unione europea.

La vicenda ha poi anche aspetti curiosi come il semestre di presidenza di turno dell’Unione che toccherebbe nella seconda metà dell’anno prossimo al successore di David Cameron al n.10 di Dowing Street. E Cameron nel frattempo ha spiegato ai suoi concittadini che sì, stanno lasciando l’Europa, il progetto dell’Europa unita, ma che non bisogna voltargli le spalle perché ‘questi Paesi sono i nostri vicini, i nostri amici, i nostri alleati, i nostri partner e mi auguro possiamo trovare il modo di mantenere contatti il più possibile stretti in termini di commercio, cooperazione e sicurezza in quanto ciò che va bene per noi va bene anche per loro’.
Per ora l’unica decisione certa è la data di un altro vertice, straordinario, a settembre a Bratislava.

Ma se a Berlino si naviga a vista, al Parlamento europeo almeno il dibattito è stato più trasparente.
Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker – criticato dai principali commentatori tedeschi per come ha gestito il negoziato con Cameron e la partita del referendum – ha detto, d’accordo con la Merkel, stop ai colloqui informali con Londra prima della formalizzazione del risultato del voto popolare, ovvero della richiesta di uscita. “L’ora è grave” – ha dichiarato – ma “io sono allergico alle incertezze” e quindi “vorrei che la Gran Bretagna rispettasse la volontà del popolo britannico senza nascondersi dietro giochi a porte chiuse”. “Sono sorpreso di vedere che io, proprio io che in Gran Bretagna vengo dipinto come tecnocrate, eurocrate e robot, voglio trarre le conseguenze del voto. E loro no?”.

Il Parlamento, in seduta plenaria straordinaria, ha chiesto “un’implementazione rapida e coerente della procedura di revoca” dell’appartenenza della Gran Bretagna alla Ue in conseguenza della decisione del popolo britannico nel referendum. La risoluzione bipartisan è stata approvata a larghissima maggioranza con 395 voti a favore, 200 contrari e 71 astenuti.
Contro questa risoluzione ha votato il Movimento 5 stelle insieme agli europarlamentari di Nigel Farage, di Alexis Tsipras e della Lega di Matteo Salvini.

“Bisogna rispettare il voto” del referendum e “bisogna trarre le conseguenze” e “vorrei che il Regno Unito chiarisse, non domani mattina, ma chiarisse la propria posizione”. Juncker ha sottolieato di non volere che “si affermasse l’idea di negoziati segreti a porte chiuse” con i rappresentanti di Londra tanto che, sottolinea, “ho vietato ai commissari di discutere con i rappresentanti del governo britannico”. “No notification – ha scandito – No negotiation”. “Non è ammissibile che ora il governo britannico cerchi di avere contatti informali” con la Commissione”. “Dobbiamo costruire un nuovo rapporto con la Gran Bretagna, ma siamo noi a dettare l’agenda, non chi vuole uscire”.

La seduta ha avuto anche un contorno divertente quando Farage si è trovato a tu per tu con Juncker davanti ai giornalisti. “Ho sempre pensato che non bisogna lasciare le nazioni ai nazionalisti, che sono antieuropei e antipatrioti”, ha detto Juncker e poi si è rivolto a Farage dicendosi stupito di trovarlo lì visto che aveva appena votato perché la Gran Bretagna lasciasse l’Unione. “Lei ha detto di essersi sbagliato sui dati di bilancio” ma avendolo ammesso solo dopo il referendum “ha mentito”. Ed ha chiuso affermando, “questa è l’ultima volta che ci parliamo in questa sede”.

L’arrivo di Farage all’Europarlamento è stato accompagnato da fischi e polemiche e lui ha ringraziato ironicamente per “la calorosa accoglienza”. Poi ha spiegato di non aver nessuna intenzione di lasciare subito il suo seggio: “Non intendo dimettermi – ha detto – fino a quando il lavoro sarà fatto”. “Abbiamo vinto la guerra ora dobbiamo vincere la pace”.

Anche la famiglia del Pse si è riunita in un prevertice e il suo presidente, Serghei Stanishev, ha auspicato una veloce sostituzione di Cameron di moto tale che il nuovo premier britannico possa avviare subito la partica di divorzio perché bisogna guardare avanti e non c’è tempo da perdere dopo il ‘terremoto politico’ che ha investito l’Europa.
“Se i nostri partner europei – ha detto il segretario del Pd, Matteo Renzi, – accetteranno l’idea della scommessa e di un’Europa più capace di valori, intesi come valori sociali, un’Europa con l’anima e non solo che guarda al portafoglio, penso che lo shock della Brexit potrebbe essere paradossalmente persino un fatto positivo”. “Adesso la vera commessa è riuscire a recuperare quel sentimento di appartenenza che è emerso nei giorni dopo il referendum. C’è bisogno – ha aggiunto – di un’Europa che sia più capace di valori, non solo di quelli economici e finanziari. Dobbiamo parlare di Europa sociale, del volontariato, degli asili nido, delle scuole, dei musei, dell’innovazione. L’Europa è questa, non solo procedure, burocrazia, vincoli e parametri”.

EFFETTO BREXIT

Tra stupore e preoccupazione, i governanti europei sono alle prese con un problema di cui non si conoscono bene neppure le forme e le dimensioni. Si chiama Brexit e soprattutto, dopo-Brexit.
Su questo si interrogano da ieri a quattr’occhi i leader dei Paesi più importanti della Ue, l’italiano Matteo Renzi, il francese François Hollande, la tedesca Angela Merkel
Un primo vertice a due ieri sera a Parigi tra Renzi e Hollande, un incontro a tre oggi con la Merkel e da domani un Consiglio europeo a 27 (senza David Cameron) sul leninista ‘che fare?’.

Borse in picchiata effetto BrexitItalia, borsa in caduta e spread in crescita
Per ora gli effetti più evidente sono totto gli occhi di tutti: borse in picchiata, valute sotto stress, previsioni economiche in caduta. La borsa italiana è tra quelle che più soffrono, anzi la peggiore in Europa, peggio anche di Londra, ma va molo male anche Francoforte. Milano aveva fatto oltre -12 venerdì, viaggia sul -3,5% oggi. A tirarla verso il basso, sono sempre i titoli bancari per i 200 miliardi di crediti in sofferenza del sistema che sconta sempre il peso dell’enorme debito pubblico (destuinato ad aumentare grazie anche alla ‘flessibilità’ strappata da Roma). E naturalmente ne risente lo spread tra i nostri Btp e i tedeschi equivalenti, i Bund: viaggia oltre i 160 punti, dieci in più dei Bonos spagnoli. Peggio solo il Portogallo e l’Ungheria – il doppio del nostro – e quelli della Grecia che sono ormai sostanzialmente fuori mercato.

Questo oggi, ma nessuno è in grado di capire come sarà domani mentre è evidente che l’Ue deve riprendere l’iniziativa politica che non può essere lasciata nelle sole mani, se pur abilissime, della Bce di Mario Draghi.

A Parigi renzi ha cercato ieri di ottenere il sostegno di Hollande alla ricetta italiana che prevede di cambiare le regole per ottenere più flessibilità proponendo una diversa valutazione degli investimenti pubblici che dovrebbero essere scorporati dal patto di stabilità. La proposta non dispoiace all’Eliseo che in vista delle elezioni dell’anno prossimo, non ha nessuna voglia di fare altre manovre di austerità per mettere un freno a un deficit statale in vertiginoso aumento, ben oltre il famoso tetto del 3%. Renzi punta poi sul tema della sicurezza, della difesa comune e dell’immigrazione per cambiare la percezione che gli europei hanno oggi dell’Unione europea. Sul tema dei migranti propone il rafforzamento del Migration Compact per l’Africa mentre Hollande chiede una Schengen 2 che renda definitivi i controlli alle frontiere solo in casi di emergenza. Quanto alla Difesa europea, Parigi con l’uscita della Gran Bretagna punta a creare una difesa a livello comunitario, facendo convergere gli eserciti di Berlino, Roma, Varsavia e Parigi, l’unico Paese che disponde dell’arma nucleare. La tesi contrapposta è quella di un rafforzamento europeo della Nato.
Questioni assai complesse, che già in passato hanno portato a divaricazioni forti e che da domani saranno davanti ai 27 sotto l’urgenza provocata dalla Brexit.Hollande Merkel Renzi

Renzi: “Voto pesa come un macigno sull’Ue”
Questa mattina , il Presidente del Consiglio è venuto a parlare alle Camere per illustrare la posizione italiana in vista del vertice europeo. “Siamo di fronte – ha detto – a una vicenda storica, chi cercasse oggi di minimizzare o di strumentalizzare ciò che è avvenuto commetterebbe un errore politico. Il voto inglese pesa come un macigno per la storia del’Ue”. “Non entro qui nel merito dell’articolo 50” che aprirà il negoziato per l’uscita dall’Ue della Gran Bretagna “e sulle regole del gioco. Sono dinamiche che affronteremo in sede europea. Ma l’Italia dice che tutto può fare l’Europa tranne che aprire per un anno una discussione sulle procedure dopo aver discusso un anno sulle trattative. Così si perde di vista il messaggio del referendum” inglese e “se oggi, a dispetto di larga parte delle previsioni, con affluenza straordinaria”, ha vinto la Brexit, “tutto possiamo fare tranne che fare finta di niente. Se il popolo vota e altrove si cerca di mettere la pezza su ciò che il popolo ha deciso, si mina il gioco democratico. Serve questa consapevolezza indipendentemente dalle opinioni del singolo”. Quindi “quello che si apre domani è un vertice Ue, temo non sarà l’ultimo a occuparsi di questi argomenti, che dovrà essere concentrato non solo sull’uscita della Gran Bretagna, ma anche su rilancio dell’Ue, su come impostare una strategia”. Secondo il presidente del Consiglio, “oggi manca la consapevolezza della gravità della situazione: non vorrei che si potesse pensare di far finta di niente o che si possa immaginare un percorso molto lungo in attesa di un altro referendum”. “Questo è momento per riportare Ue alla sua forte identità, un’Ue che combatte una battaglia di giustizia sociale non solo burocratica. Oggi manca la consapevolezza della gravità della situazione: non vorrei che si potesse pensare di far finta di niente o che si possa immaginare un percorso molto lungo in attesa di un altro referendum. Rispetteremo quello che decidono i britannici ma l’Europa deve smuoversi perché se si sta un anno ad aspettare perdiamo le sfide con le priorità del nostro tempo. Ciò che è avvenuto nel Regno Unito può essere la più grande occasione per l’Europa se smettiamo di stare sulla difensiva. Le ragioni per le quali abbiamo criticato dall’interno le istituzioni Ue cercando di portare il nostro contributo sono rese più forti che mai dalle dinamiche voto inglese. L’Ue si deve occupare più di questione sociali e meno di questione burocratiche” Occorre cogliere l’occasione che si sta presentando perché “ciò che è avvenuto nel Regno Unito può essere la più grande occasione per l’Europa, se smettiamo di stare sulla difensiva”.

Pastorelli: i giovani hanno votato per restare
Nel corso del dibattito è intervenuto per i socialisti, Oreste Pastorelli che ha voluto introdurre almeno una nota positiva: “Hanno votato per la Brexit le persone oltre i 65 anni e scelto di restare in Europa i giovani, quella generazione Erasmus che sa che i confini non hanno più senso in un mondo globalizzato. Questo ci dà speranza per il futuro”. (qui il testo completo).Al termine del dibattito, è stata approvata una mozione della maggioranza che servirà a rappresentare la posizione italiana nel vertice Ue di domani e dopodomani. (qui il testo completo)

Nencini scrive ai leader Pse: congresso straordinario
Nello stesso tempo il segretario del Psi, Riccardo Nencini, ha scritto una lettera ai leader del Pse sollecitando un Congresso straordinario dei socialisti europei per reagire alla Brexit e al lento declino dell’ideale europeo.
“L’Europa – ha scritto – è appesa a un filo. Può precipitare in una lenta agonia oppure, se troviamo il coraggio dei pionieri, affrontare una condizione drammatica con soluzioni decisive. Non basta pretendere l’immediata fuoriuscita dell’Inghilterra dall’Unione. Urge una proposta di pari forza – uguale e contraria – all’impatto provocato dall’esito referendario su mercati e istituzioni. Adesso!”. “L’Europa è stata innanzitutto patria di culture e di valori, una fucina di futuro – ha proseguito Nencini nella lettera – il baluardo postbellico verso dittature di segno opposto. L’abbiamo ridotta a un tavolato di norme, di regolamenti, tuttalpiù a centro decisionale per questioni finanziarie. Troppo poco di fronte a cambiamenti epocali. Troppo poco di fronte alla globalizzazione. Troppo poco, insomma, di fronte all’inizio di una storia nuova, un secondo tempo sorto dal superamento di Yalta e dall’ingresso nello scenario internazionale di agguerriti protagonisti. Troppo poco, infine, di fronte a un’emergenza socioeconomica che da anni miete vittime nel mercato del lavoro.

Non possiamo recedere dalle nostre responsabilità. Combattere rigurgiti nazionalisti guardando a una cornice federale; abbassare la soglia del rigore per rilanciare investimenti e occupazione e offrire così una risposta al vento populista che spazza i confini dell’Unione; rileggere il Trattato di Dublino, dotarsi di un ministro europeo per le finanze, rivedere le parti più obsolete del Trattato di Maastricht, mettere le briglie a un capitalismo finanziario che guarda con sospetto alle politiche sociali. Più Europa ma una diversa Europa, non il ripiegamento nella nostalgia, nell’isolamento. Verremmo spazzati via. Aveva proprio ragione Thomas Mann: solo l’Europa può salvarci dai nostri egoismi.
Torno a chiedere a ciascuno di voi, nel nome di una storia comune, la convocazione dei vertici del Partito del Socialismo Europeo perché si discuta e si scelga una strada condivisa”- ha ribadita Nencini.”Si chiamino a raccolta le energie più giovani, gli intellettuali che intendono sporcarsi le mani, l’intera società di mezzo. Prima che altri referendum, già minacciati in Francia, in Italia, in Olanda e altrove, ci trovino impreparati e incerti. Prima che sia troppo tardi. Citare Spinelli e Adenauer senza seguirne le tracce sarebbe soltanto colpevole”- ha concluso.