Si Chiude la XIII Festa del cinema di Roma: non solo noir

festa del cinema xiiiE son 13. Sì è conclusa la tredicesima Festa del cinema di Roma. Record di incassi e presenze, guastati – nelle ultime giornate – dal maltempo: Roma allagata da temporali, ma – del resto -, anche lo scorso anno il giorno di chiusura aveva visto presentarsi la stessa situazione.
A parte questo, i numeri parlano chiaro. Un incremento del +6%, rispetto al 2017, di riempimento delle sale. Le proiezioni, in tutto 266, si sono svolte in tutta Roma in un totale di 14 sale: 4 all’Auditorium e 10 nel resto della Capitale. 91 complessivamente i film, provenienti da ben 30 Paesi. Di quelli in concorso, a vincere il Premio BNL del pubblico è stato “Il vizio della speranza” di Edoardo De Angelis. Proprio questo riconoscimento ha visto un +20% di votanti. Ma a crescere non è stato solo l’interesse per la manifestazione, che ha visto l’attrazione di ben 72 partner aderenti; ma anche l’attenzione della stampa. Un +1% in più di pubblicazioni su quotidiani locali, nazionali e di servizi radio e tv sui Tg; un +2% sul Web e un +13% addirittura sulla stampa estera e internazionale.
E che dire di come l’evento è stato seguito sui social e di quanto è stato condiviso lì? Basti pensare che c’è stato un incremento del +12% su Facebook, del +13% su Twitter, del +30% su Instagram e del +30% su YouTube.
Del resto molti gli ospiti e gli incontri con star internazionali. A partire da Martin Scorsese – forse il più seguito -, con gente in fila anche da quattro ore prima, che si è dovuta scrivere il numero di ordine d’ingresso per far rispettare la coda e l’ordine di entrata (si è arrivati a quota 104 presenze solo di pubblico, oltre agli accreditati, e ci si è dovuti bloccare e fermare per il sold out). Il regista Premio Oscar ha ritirato il Premio alla carriera, così come Isabelle Huppert. Per non parlare di Cate Blanchett, o Michael Moore, per arrivare fino al nostro Giuseppe Tornatore. Infine, l’ultimo giorno, incontro con le sorelle Alba e Alice Rohrwacher.
Ma, oltre a sette milioni in più d’incasso, grazie anche a un 9,2% in più di spettatori nel serale, un successo strepitoso lo ha avuto la sezione “Alice nella città”, con una presenza massiccia di scuole e ragazzi, adolescenti e alunni che sono rimasti fuori dalle sale di proiezione per quanto erano numerosi, ben 3.500; infatti la maggior parte delle proiezioni sono avvenute nel Sala Cinema Vision (con 180 posti) e nel Music Hall (con 280). Questi alcuni dei film che hanno vinto: “Ben is Back”, per la regia di Peter Hedges con Julia Roberts (che al cinema uscirà il 20 dicembre prossimo); Jellyfish (regia di James Gardner), “Go home-a casa loro”, per la regia di Luna Gualano. Un successo soprattutto della collaborazione di ‘Alice’ con ‘Every child is my child’, perché -spiegano gli organizzatori della sezione -: “bisogna aiutare gli ultimi, chi è in difficoltà, chi ha bisogno, soprattutto i bambini; perché ogni bambino è il nostro bambino. Pertanto parte del ricavato di ‘Alice nella città’ andrà in beneficenza a ‘Every child is my child’: è giusto così”.
Un’edizione della Festa del cinema incentrata sul noir. Infatti anche la copertina prevedeva un investigatore, con il classico cappello, un impermeabile e una pistola – come porta di consuetudine uno che fa questo mestiere -. Ma potremmo ben dire in nero…e bianco; nel senso che non c’è stato solo l’aspetto ‘poliziesco’ e nero a connotare i film e questa stagione della manifestazione; ma anche il ‘bianco’ della commedia e dell’innocenza di giovani protagonisti, spesso al centro dei film. Dunque non vuol dire un festival senza colori, tutt’altro, anzi il contrario persino. Un esempio su tutti è stato il riportare al cinema il mito di Stanlio e Ollio, alias Stan Laurel e Oliver Hardy in “Stan&Ollie”, per la regia di Jon S. Baird. Con immagini di repertorio in bianco e nero, affiancate alle scene a colori. Un film anche a tratti drammatico e realistico, molto veritiero e verosimile, che però non ha rinunciato a una venatura comica e ironica. Oltre a questa rivisitazione, molti i temi interessanti e importanti, anche nuovi, affrontati nei film in Concorso alla Festa del cinema 2018. Innanzitutto la magia in “The house with a clock in its wall” di Eli Roth, con Jack Black e Cate Blanchett. Sembra seguire saghe tipo Harry Potter o Twilight, ma – in realtà – dietro il soprannaturale, i superpoteri, la magia, l’inganno, gli incantesimi, le maledizioni messe in campo, non mancano tante risate regalate da una verve comica e, soprattutto, tutto porta alla ricerca di una propria identità e di riappropriarsi del senso della famiglia. Il piccolo protagonista di 10 anni, Lewis Barnavelt, saprà ben scegliere tra il proprio bene e quello delle persone cui è affezionato e che gli sono care, come lo zio Jonathan. Non esiterà tra lo scegliere se salvare solo se stesso oppure non rinunciare a salvare lo zio e l’amica di quest’ultimo: Mrs Zimmerman (Blanchett). Tutti e tre insieme sconfiggeranno il male, che sembrava più forte e potente, ma Lewis non ha dubbi: per lui sono loro la sua famiglia ora, da quando ha perso i genitori in un tragico incidente. Nonostante i loro difetti e imperfezioni. La cosa interessante è racchiusa nella frase d’apertura con cui inizia il film, di Albert Einstein: “La vita è come andare in bicicletta, se vuoi stare in equilibrio devi muoverti”. Sempre altra magia, con in più un po’ di tono horror, nel film “Halloween” di David Gordon Green, festa ormai alle porte. Oltre alla magia, un altro argomento non trascurabile è quello dei corrieri della droga, costretti a trasportare droga in corpo, al centro di “Sangre blanca” (regia di Barbara Sarasola-Day): sangue, della morte e delle ferite+il bianco della cocaina e dell’innocenza dei due giovani protagonisti, vittime della disperazione: Martina e Manuel (che morirà durante la fase di ‘trasporto’); ma sarà il racconto di formazione della prima, che ritroverà – per un breve periodo -, il rapporto con il padre Javier. La musica e i colori del Brasile sono portati sul grande schermo da Jeferson De in “Correndo Atràs”, tanto da sembrare un musical e con la proiezione terminata con una standing ovation, che mostra il sogno di diventare calciatore di un giovane, Glanderston: il nuovo Neymar, con un piede e un tocco di palla, una velocità tipo quelle di Pelè, agli occhi di Paulo Ventania, che cerca un progetto per sfuggire alla povertà e alla miseria del suo Paese, oppresso dai debiti e con una moglie e un figlio a carico da mantenere. Entrambi cercano, attraverso il calcio, il proprio riscatto, con il secondo che si fa imprenditore del primo, tra le insidie e le angherie di chi vuole truffare questo apprendista manager calcistico di un talento indiscusso, con la peculiarità di avere solo tre dita del piede destro. Così come cerca di redimersi attraverso il pugilato Miguel Galindez detto “Bayoneta”, la cui storia è raccontata in “Bayoneta” di Kyzza Terrazas; come avvenne lo scorso anno con “A prayer before dawn”.
Andando avanti nell’analisi degli argomenti trattati dai film, problemi di droga, tossicodipendenza, disintossicazione, dipendenza dagli stupefacenti e relativi difficili rapporti con la famiglia e difficoltà per uscire da questo tunnel sono al centro di “Beautiful boy” di Felix Van Groeningen, come di “Ben is back”. L’omosessualità al maschile è trattata in “Boy erased” (regia di Joel Edgerton); con Nicole Kidman e Russel Crowe; tra l’altro l’attrice fu presente alla Festa del Cinema con “Lion-la strada verso casa”, con una storia simile, poiché il protagonista di “Boy erased” deve ritrovare la strada verso casa, per ritornare dalla sua famiglia, dai genitori, e la madre lo aiuterà, accogliendolo e capendolo più del padre, che ha mostrato da sempre più ortodossia e ritrosia. E omosessualità al femminile c’è in “The miseducation of Cameron Post” (diretto da Desiree Akhavan); per entrambi anche il duro confronto con il rigore (religioso) ferreo di una religione che vorrebbe ‘cambiarli’ e ‘guarirli’. Se – tra i film per ragazzi – “Mia et le lion blanc” (di Gilles de Maistre) vuole sensibilizzare sul rischio estinzione per i leoni (soprattutto quelli rari bianchi), specie che in Sud Africa sta quasi scomparendo e che deve essere protetta e salvaguardata dai cacciatori che li uccidono spietatamente; “My dear prime minister” (regia di Rakeysh Omprakash Mehra), avanza l’enorme problematica dell’assenza di bagni pubblici in India, a Mumbai. Il protagonista Kannu, di 8 anni, scrive direttamente al primo ministro per farne costruire uno pubblico, dopo che la madre Sargam una sera è stata violentata mentre si recava ad espletare i bisogni naturali lontano da casa; aveva persino tentato di costruirne uno privato tutto loro, ma il maltempo lo ha presto distrutto. Se “Jan Palach” di Robert Sedlacek, narra e rivista la vicenda del giovane studente che si dette fuoco in Cecoslovacchia in segno di protesta nel 1969, “Three identical strangers” (di Tim Wardle) parla di tre giovani che scoprono di essere gemelli e apprendono l’esistenza di fratelli che non sapevano di avere nella New York degli anni Ottanta; ispirato a una storia vera realmente accaduta. Così come lo è “Green book” (regia di Peter Farrelly), che ripercorre la storia del pianista afroamericano di successo Don Shirley; con Viggo Mortensen e Mahershala Ali; il film ha ottenuto un tripudio di risate e ha conquistato e soddisfatto decisamente il pubblico. Commuove “The hate u give” (regia di george Tillman Jr.) sulla discriminazione dei neri e sugli episodi di intolleranza da parte della polizia nei loro confronti. Gente senza diritti, cresciuta nell’odio, nel dolore, nella sofferenza; quello stesso odio che si riversa sulle ultime generazione di giovani e piccoli. Protagonista è una ragazza Starr, di 16 anni, che si lancerà in un monologo finale – pregnante e ricco di significato – che molto fa ragionare e scuote le coscienze; decide di testimoniare per l’assassinio di un amico, Khalil, che spacciava droga, per sopravvivere, per il boss locale. Starr era cresciuta negli insegnamenti del padre e cerca di proteggere anche il fratellino minore, ma tutto cambierà quando quest’ultimo prenderà in mano una pistola e sarà pronto ad uccidere anche lui per salvare il padre. È in quel momento che è ora di dire ‘basta!’ a tutta quella violenza, a quella distinzione tra bianchi e neri che si vuole mascherare dietro l’ipocrisia. Per il centenario della fine della prima guerra mondiale si è ripercorso il tema dell’Olocausto e della deportazione in “They shall not grow old” (di Peter Jackson), con materiale d’archivio così come in “Who will write our history” (di Roberta Grossman). Il tema del suicidio, trattato con ironia sullo stile di “Green book”, è al centro di “Dead in a week or your money back” (di Tom Edmunds): un giovane, William, si vuole suicidare, ma tutti i suoi tentativi falliscono; decide di chiedere aiuto a un killer professionista vicino alla pensione, Leslie, che promette di ucciderlo entro una settimana, con cui firma persino un contratto formale non rescindibile. Però la vita del giovane cambierà totalmente e lui non vuole più morire, perché trova la sua ragione di vita in una giovane editrice, che si interessa al suo libro che ha sempre desiderato pubblicare; la stessa ragione per cui vale la pena morire, che è quella per cui lottare e vivere; ma William si rende improvvisamente conto che il senso di vuoto che sentiva era di inutilità e che la cosa che più gli premeva era sapere di essere utile, di poter aiutare gli altri: la sua morte preferita è essere investito dopo aver salvato un bambino, mentre tutti applaudono a questo nuovo eroe. Intanto Leslie lo insegue per ammazzarlo. Riuscirà a sfuggire a questa sorte beffarda e triste, cinica e spietata? O basterà l’amore dell’editrice a salvarlo?
Tra i film d’animazione va segnalato “Funan” (regia di Denis Do): il racconto della deportazione nei campi di prigionia in Cambogia della popolazione della protagonista Chou. Così come, della sezione “Alice nella città”, da rilevare la presenza di “Capernaum”, della regista Nadine Labaki. A Beirut il 12enne Zain deve districarsi per la sopravvivenza, nelle insidie e intemperie della vita, dopo che è fuggito di casa perché non ha condiviso che la sorellina sia stata data in sposa a soli 11 anni e che, successivamente, sia morta di parto. Sarà solo una delle tante tragiche situazioni che la gente del posto è costretta a vivere quotidianamente: l’espatrio, il rischio espulsione, il doversi comprare documenti falsi e di che vivere vendendo qualunque cosa, anche di contrabbando, oppure smerciando droga, prostituendosi, vendendosi come schiavi o meglio schiave – soprattutto le donne -; rubando, anche i più piccoli, per cui c’è solo l’obbligo di lavorare e non il diritto di andare a scuola. Si sopravvive nutrendosi di acqua e zucchero e così via. Per questo Zain decide di denunciare i genitori che lo hanno fatto nascere e vivere in un mondo del genere e in una società così squallida e misera, in segno di protesta, per ribellarsi e provare a cambiare qualcosa. La disperazione, infatti, rende anche pronti ad uccidere per vendicarsi di chi ci ha fatto del male, ma rende anche vulnerabili, facili prede di approfittatori senza scrupoli. Così come in “Jellyfish” (di James Gardner) la giovane protagonista deve crescere in fretta occupandosi del fratellino. E in centri di accoglienza è ambientato, in una Roma con tanto di invasione di zombie, “Go home” (di Luna Guarano): l’unico che potrebbe salvarsi da questi esseri mostruosi è Enrico, ma verrà tradito dal fatto stesso di non essere riuscito a salvaguardare e tutelare il più piccolo di tutta la contenuta comunità del centro di accoglienza (simbolo del futuro e di speranza per il domani), nonostante il sacrifico dei compagni. Un errore, un egoismo imperdonabile, un fallimento involontario certo, ma su cui nessuno è disposto a sorvolare. Zombie che avevamo trovato alla Festa del cinema lo scorso anno nel film “In un girono la fine”, prodotto dai fratelli Manetti, per la regia di Daniele Misischia, con Alessandro Roja.
Il bullismo è al centro di “Measure of a man” (di Jim Loach), così come la droga è alla base di “Hot summer nights” (di Elijah Bynum); così come Paolo Ruffini in “Up&Down-un film normale” parla dell’universo di ragazzi affetti da sindrome di Down in grado di recitare uno spettacolo intenso e memorabile, mentre ci si interroga sul senso e sul significato di ‘essere normale’. Cinque attori con la sindrome di Down, della Compagnia di Livorno Mayor Von Frinzius dell’amico – da più di 20 anni – Lamberto Giannini, ed uno autistico, sono i protagonisti di questo spettacolo con cui Ruffini ha voluto portare “parità e uguaglianza”, per lanciare il seguente messaggio – a chi ha tale tipo di problematiche -: “tu vali quanto me” e non “oh poverino/a”. “Ho capito che – ha concluso il regista – forse a volte agli ‘ultimi’ non interessa essere primi”, primeggiare, ma solo partecipare e godersi il loro momento, senza aspirazioni di gloria. Sulla stessa linea di “Be kind” (di Sabrina Paravicini), che mostra la diversità a tutto tondo.
Se non si può ignorare l’ultimo film da attore di Robert Redford in “The old man and the gun” di David Lowery, alla stessa maniera non passa inosservato il docufilm denuncia, inchiesta giornalistica, non priva di una satira sarcastica, di Michael Moore “Fahrenheit 11/09”, a cui fa eco la miniserie “Watergate”; e – a proposito di serie – come promesso lo scorso anno, è arrivata una nuova stagione di Skam Italia (diretta da Ludovico Bessegato). Così come a “Bayoneta” nella sezione “Alice nella città” è speculare “Butterfly” (di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman), ispirato alla storia di Irma Testa, giovane che si dette al pugilato.
Nella sezione in Concorso non delude “Notti magiche” di Paolo Virzì, in cui il cinema indaga se stesso, mostrando tanti retroscena inediti; dietro un giallo poliziesco in stile “Il capitale umano” (dello stesso regista); e sulle note della colonna sonora dei Mondiali d’Italia del 1990. Protagonisti sono tre giovani aspiranti sceneggiatori con i loro sogni nel cassetto. Non manca la musica alla Festa del cinema, come fu negli anni scorsi, con Michael Bublè e Rolling Stones. Quest’anno è la volta degli Afterhours in “Noi siamo Afterhours” di Giorgio Testi, in cui il frontman Manuel Agnelli racconta il concerto sold out al Forum di Assago per poi ripercorrere tutta la carriera del gruppo; o di De Gregori in “Vero dal vivo Francesco De Gregori” di Daniele Barraco; ma anche de “Il flauto magico di piazza Vittorio” di Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu. O, ancora, di Fabio Rovazzi che, dopo l’esperienza de “Il vegetale” di Gennaro Nunziante (storico collaboratore di Checco Zalone) e di “Nut job-tutto molto divertente”, presenta il suo nuovo video (nella versione lunga): “Faccio quello che voglio”, incontrando anche il pubblico.
Alla Festa del cinema, da segnalare anche un altro importante ritorno: quello di Rosamund Pike: dopo “Gone girl-l’amore bugiardo”, con Ben Afflek, di David Fincher del 2014 e dopo “Hostiles” dello scorso anno, per la regia di Scott Cooper, l’attrice torna con un’altra intensa e straziante storia in “A private war” di Matthew Heineman: un biopic sulla reporter di guerra Marie Colvin, che – dal 1985 al 2012 – collaborò con il Sunday Times.
Così come interessanti sono stati i due film più lunghi della kermesse: “Corleone, il potere, il sangue. Corleone, la caduta” di Mosco Levi Boucalutl (sul clan dei Corleonesi, due ore e mezza) e “An elephant still sitting” di Hu Bo (ben quasi quattro ore di durata).
Il film che ha più emozionato forse è stato “If beale street could talk” di Barry Jenkins (il regista premio Oscar di “Moonlight”, presentato sempre qui alla Festa del cinema di Roma): la storia d’amore tra due giovani (Tish e Alonzo), separati dall’arresto per sbaglio di lui e lei che – nel frattempo – resta in attesa del loro figlio oltre che della sua liberazione e della prova della sua legittima e presunta innocenza. Il film emblematico della manifestazione è sicuramente stato quello d’apertura: “Bad times at the El Royale” di Drew Goddard; ricorda un po’ “La truffa dei Logan” per la verve a tratti comica, per quanto abbia una sfumatura molto più noir, tanto da essere presente un investigatore come quello della locandina dell’evento. Sette i protagonisti di una storia dall’intreccio eccellente, come i capitoli di un romanzo complesso quanto la vita dei personaggi, con i loro segreti, eppure incastonati così bene da tenere col fiato sospeso sino all’ultimo; così come ha fatto la 13a edizione della Festa del cinema: una contaminazione di generi e stili, per un cinema ‘nuovo’ e innovativo. E, ricorrenze per ricorrenze, non poteva passare indisturbato l’evento per i 15 anni delle Winx (dopo l’ape Maya dello scorso anno); così come non potevamo non segnalare la commedia (genere che non poteva essere assente) “Ti presento Sofia” di Guido Chiesa (con Fabio De Luigi e Micaela Ramazzotti).

“Ti presento Sofia”, commedia sentimentale sulla diversità

Ti-presento-sofia-filmMara … ti presento Sofia; anzi, Sofia si presenta. Potremmo dire così – parafrasando il film (del 1989, per la regia di Rob Reiner) “Harry, ti presento Sally” -, per introdurre l’ultima commedia di Guido Chiesa; con Fabio De Luigi e Micaela Ramazzotti. Molto divertente, è la storia di un padre (Gabriele, De Luigi); sposato, poi divorziato e con una figlia, – Sofia (Caterina Sbaraglia) -, è convinto di aver chiuso con l’amore, dedito solamente alla sua bambina e al suo negozio, perché “troppo complicato” per avere una storia o un’altra relazione. “È solo una scusa, sei tu il problema, non Sofia”, tuonano i suoi amici (come il medico Beppe, alias Bob Messini), che cercano di fargli conoscere altre donne. Invece Gabriele è tutto casa e Chiesa (in omaggio al regista) ,- come si suole dire-. Tutto casa e negozio: ex musicista, ha una piccola ‘bottega’ di strumenti; dove lavora con il fratello minore immaturo Chicco (Andrea Pisani), che ha cresciuto lui, dopo che il padre li ha abbandonati.
Dunque pensa solo a far quadrare i conti (e ad ogni incontro con altre donne mostra sempre tutte le foto di Sofia e non parla che di lei). Tutto prosegue in una tranquilla e classica routine standard, almeno finché non incontra di nuovo – dopo circa dieci anni – una sua amica di gioventù (ed ex fiamma): Mara (Micaela Ramazzotti). Quest’ultima è una fotografa che gira il mondo, ama la sua indipendenza e, soprattutto, non ama i bambini. Tra loro inizia una storia, ma Gabriele non può dirgli di Sofia, così come non può dire a Sofia di Mara; anche perché la sua ex moglie Adriana (Caterina Guzzanti) è di nuovo incinta del suo nuovo marito Max (Daniele De Martino). Ma il ritorno di Mara non sarà il solo nella sua vita, così come quella di Caterina Guzzanti non sarà l’unica partecipazione straordinaria nel film. Infatti Gabriele rivedrà anche quel padre illusionista che tanto odia: Oscar, interpretato da Sheldon Shapiro.
E, anche per questo, la musica ha un ruolo preponderante in “Ti presento Sofia”. Se quest’ultima già di per sè in una commedia serve a dare ritmo e colore, qui lo è ancor di più. La colonna sonora giusta avrebbe dovuto prevedere e includere – a ragion veduta – la canzone di Alvaro Soler “Sofia”. Invece, oltre a segnalare la presenza degli Afterhours e di Manuel Agnelli, il brano – molto melodico (che si preannuncia esso stesso un tormentone) – che ne fa da cornice è quello che canta Sofia, che fa più o meno così: “One way or another….”, ovvero – tradotto dall’inglese – “una strada o l’altra”. Perché, in fondo, la cosa che accomuna i tre personaggi è la ricerca di stabilità, di cui hanno bisogno. Anche quelli come Mara, che – si scoprirà – più che odiare i bimbi, odia i bugiardi. Mai mentire in amore, perché le bugie hanno le gambe corte. E Gabriele non potrà tenere il suo ‘segreto’ per sempre. Provare a cambiare in continuazione l’arredamento di casa, quando accoglie la figlia o la sua donna, non gli servirà a sfuggire i problemi. Ed è così che la verità che si palesa è una sola: fuggire dai e i problemi, non basterà ad evitarli e sfuggirgli eternamente. Eppure, è come se ognuno cercasse la sua strada, un modo o un altro per cambiare la propria vita in meglio (che sembra come se apparisse loro un po’ troppo monotona) – come dice la strofa della canzone di Sofia -. Più che un triangolo qualsiasi, i tre sono di fronte alle loro paure: quella di scappare sempre davanti alle difficoltà, di non riuscire ad esprimere quello che provano e di essere abbandonati, lasciati soli e feriti ancora una volta. Per questo andare in analisi non sarà sufficiente. La paura di sbagliare e di dover scegliere incombono.
Ma non si deve per forza scegliere tra figlia e amata, tra padre e ‘matrigna’. Per questo la somma perfetta di tre sembra fare uno: un solo cuore, un solo amore, anche se diverso – in differenti forme -. La domanda che ci si deve porre, che sembra essere alla base del film e di partenza, non è: che cosa devo fare? Che faccio ora, in mezzo al caos sentimentale in cui ci si ritrova? Ma quello che fa notare Gabriele a Mara: sai quanto è bello amare, vivere, avere una storia con una persona diversa da te? Sai quanto può arricchire? L’altro ha sempre qualcosa che tu non hai. In fondo, non è male! Sembra quello che hanno pensato sia Mara che Sofia. È l’intraprendenza e la complicità di quel “sono cose nostre” che si dicono. Nemiche e amiche per affetto di Gabriele. Così c’è sempre una via di mezzo percorribile. E prima o poi si cresce tutti, anche gli apparenti immaturi come Chicco (molto legato al padre però); e finalmente riuscirà ad aprirsi con la donna che ama: Piera (Chiara Spoletini). Ancora una volta tutto siglato dalla musica, a sancire questo; come la canzone che Chicco scrive per il fratello Gabriele. E così si scopre che tra padre e fratelli, cioè un fratello che per lui è stato come un padre perché gli ha fatto da papà, c’è quello che lui chiama e battezza ‘patello’. Così come potremmo creare il neologismo di ‘mamica’, cioè mamma-amica per Mara, da parte di Sofia.
L’eccezione che conferma la regola: chi odia i bimbi, impara ad accettarli, perché sono loro che – con il loro istinto – portano quello scompiglio salvifico alle nostre vite. Sarà infatti Sofia stessa a ‘smascherare’ sia Gabriele che Mara, presentandosi all’improvviso (come dicevamo all’inizio) – senza preavviso, come lo era stato il ritorno di Mara – a casa del padre, spacciandosi per la sua sorella più piccola, per aiutarlo. Anche così piccola, saprà dare il suo contributo. Così come una cinica come Mara, non è poi così spietata e cattiva, ma anche lei è stata ferita.
L’interpretazione straordinaria degli attori ne fa una commedia riuscita. Caterina Guzzanti, simpaticissima, doppiamente incinta per ben due volte. Chiara Spoletini sembra quasi doppiata da Serena Rossi (con un potente accento napoletano come quello dell’attrice in “Song’e Napule”). Andrea Pisani tira fuori la stessa voce di Eugenio Franceschini. Micaela Ramazzotti è perfetta per la parte, disinvolta e molto fresca nella sua lunga capigliatura. Fabio De Luigi ha il personaggio che sembra costruito apposta per lui e lo calza a pennello.
Tutto questo ne fa molto di più di una semplice commedia umoristica e degli equivoci quasi. Più che una commedia sentimentale su un intreccio amoroso, sembra una commedia sulla (accettazione della) diversità, che rende tutto migliore, più bello e… che rende sempre tutto pazzesco – come cantava Chiara Galiazzo in “Nessun posto è casa mia”. Un modo per vedere la genitorialità e l’essere figli con uno sguardo diverso, ma con entrambi i punti di vista forniti. Senza giudicare né criticare. E in questo ha aiutato molto il fatto che il film sia stato scritto a sei mani, con il contributo di tre genitori anche. Il regista definisce la sua opera “una commedia sentimentale, con uno spirito rock, con l’ambizione di andare oltre i cliché”. È la liberazione di tre personaggi “bloccati”. in apparenti sicurezze e certezze. Per imparare a non rinunciare, a non scappare, ad aprirsi, a dichiararsi, a non rassegnarsi.

“L’altra metà del cinema” III edizione Arena Forlanini dedicata a donne

arena forlanini“L’altra metà del cinema” racconta, in sette week end e quattordici film dedicati alle donne, la parità di genere e i temi del femminile attraverso film di grandi autori, anche internazionali, ospitati alla Festa del Cinema di Roma e in altri importanti festival di tutto il mondo. Da sabato prossimo, 14 luglio, al 26 agosto, al via la terza edizione dell’Arena Forlanini (Piazza Carlo Forlanini 1, Roma): lo annunciano Laura Delli Colli, alla guida della Fondazione Cinema per Roma, e il Direttore Generale, Francesca Via. La manifestazione rientra nel programma di CityFest, si svolge in collaborazione con Alice nella città ed è realizzata grazie alla Regione Lazio con l’obiettivo di sfruttare l’area dell’ex ospedale per il miglioramento della qualità della vita nel quartiere.

Le proiezioni, a ingresso gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili, saranno accompagnate da incontri aperti al pubblico con autori e attori. I quattordici titoli in programma vanno dalle opere del cineasta spagnolo Pedro Almodóvar (Julieta) e del francese Martin Provost (Quello che so di lei) a quelle degli italiani Paolo Virzì (La pazza gioia), Edoardo De Angelis (Indivisibili), Sergio Castellitto (Fortunata) e Matteo Rovere (Veloce come il vento). Ci sarà spazio per la commedia e per il dramma in tutte le sue declinazioni (da La notte che mia madre ammazzò mio padre di Inés París a Sicilian Ghost Story di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia), per i temi dell’adolescenza e del rapporto genitori-figli (Piuma di Roan Johnson, Il cratere di Silvia Luzi e Luca Bellino) per giungere fino ai riadattamenti teatrali (Lady Macbeth di William Oldroyd). Infine, non mancherà un focus su alcune indimenticabili figure femminili, rese straordinarie da grandi interpretazioni attoriali (Jackie di Pablo Larraín, Florence di Stephen Frears, Gloria di Sebastian Lelio).

Per ricordare il regista Carlo Vanzina, prima di ogni proiezione verranno proposte alcune sequenze tratte dai film del regista romano.

Si ringrazia: 01 Distribution, BIM, Exit media, Fandango, La Sarraz, Lucky Red, Medusa, Rai Cinema, Teodora Film, Universal Pictures, Warner Bros.


L’ALTRA METÀ DEL CINEMA

“L’altra metà del cinema” si aprirà sabato 14 luglio alle ore 21 con Fortunata di Sergio Castellitto. Il film sarà introdotto da Edoardo Pesce, uno dei protagonisti. La pellicola, con la sceneggiatura di Margaret Mazzantini, è stata presentata al Festival di Cannes 2017 nella sezione “Un Certain Regard” ed è valsa a Jasmine Trinca il David di Donatello e il Nastro d’Argento per la Migliore attrice protagonista. Così il regista, sceneggiatore e attore romano racconta il suo film: “Fortunata è un aggettivo qualificativo femminile singolare. Ma è anche il nome di una donna. E soprattutto un destino. E non è detto che quel destino uno se lo meriti. Ci sono uomini in questa storia che non sono d’accordo sulla felicità di Fortunata”.

Domenica 15, il pubblico potrà assistere a La notte che mia madre ammazzò mio padre di Inés París: la regista e sceneggiatrice madrilena, affiancata da un cast di stelle, realizza una black comedy campione di incassi, con un esilarante intreccio che mescola le atmosfere di Agatha Christie con il più brillante humor spagnolo.

Il programma della manifestazione proseguirà il weekend successivo (sabato 21 luglio ore 21) con Gloria di Sebastian Lelio, film che esplora in profondità sentimenti e passioni di una donna divorziata prendendo spunto da storie realmente accadute nella città di Santiago. La stessa capitale cilena, insieme alla musica (compresa “Gloria” di Umberto Tozzi), può essere considerata come un ulteriore personaggio del film. La protagonista Paulina Garcia si è aggiudicata l’Orso d’Argento per la migliore attrice al Festival di Berlino.

Il giorno dopo, sempre alle ore 21, sarà la volta di Piuma di Roan Johnson, presentato in concorso alla 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La pellicola affronta il tema della gravidanza nella società contemporanea: protagonisti del film una coppia di diciottenni, in un viaggio inatteso verso la maturità e le responsabilità, proposto attraverso uno sguardo leggero e ironico ma mai superficiale.

“L’altra metà del cinema” tornerà sabato 28 luglio alle ore 21 con Il cratere di Silvia Luzi e Luca Bellino, introdotti da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli di Alice nella città, al loro primo lungometraggio dopo il successo dei documentari La minaccia e Dell’arte della guerra. Il film, presentato alla Settimana Internazionale della Critica, descrive l’ossessione di un padre verso le qualità canore della figlia, la ricerca del successo e della felicità a partire da un contesto di emarginazione, il desiderio viscerale di una rivincita personale e sociale da sempre agognata.

Il sogno di diventare una cantante torna in Florence di Stephen Frears (domenica 29 ore 21): tratto da una storia vera, il film è una commedia agrodolce che tratta temi come l’amore, la musica (la colonna sonora è firmata da Alexandre Desplat) e la realizzazione, a ogni costo, delle proprie aspirazioni. Il film è interpretato magistralmente da tutto il cast, Meryl Streep in primis, che è venuta a presentarlo alla Festa del Cinema di Roma nel 2016.

La programmazione della settimana successiva si aprirà, sabato 4 agosto alle ore 21, con Julieta di Pedro Almodóvar, il regista più popolare e amato del cinema spagnolo, Oscar® per il Miglior film straniero con Tutto su mia madre e per la Miglior sceneggiatura originale di Parla con lei. Con Julieta – che si ispira a tre racconti di Alice Munro, Premio Nobel per la letteratura – il cineasta torna a esplorare i temi a lui più cari, quelli legati all’universo femminile.

Domenica 5 agosto alle ore 21 sarà proiettato Sicilian Ghost Story di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, favola oscura e romantica che porta sul grande schermo una storia d’amore impossibile tra due adolescenti. Nel 2017, il film ha aperto la Semaine de la Critique di Cannes.

Sabato 11 agosto (ore 21), “L’altra metà del cinema” proporrà Quello che so di lei di Martin Provost. Il film, un vero inno alla vita, ha al suo centro una storia di trasformazione: le due donne protagoniste della pellicola infatti colmano insieme il vuoto delle loro esistenze imparando a lasciarsi il passato alle spalle.

Il giorno dopo sarà la volta di Veloce come il vento di Matteo Rovere: il pluripremiato film, venduto nel mondo in più quaranta Paesi, vede protagonista una giovane pilota che, non ancora maggiorenne, gareggia nel campionato italiano GT. La trama sviluppa contemporaneamente numerosi temi forti, dalla disgregazione della famiglia agli affetti perduti, dalle subculture all’emarginazione, dal talento dissipato al desiderio del riscatto.

Il primo film in programma nel successivo fine settimana sarà Indivisibili di Edoardo De Angelis (sabato 18 agosto ore 21). Presentato alle Giornate degli Autori, il film ha vinto sei David di Donatello e cinque Nastri d’argento. Protagoniste della pellicola, due gemelle identiche con sogni e aspirazioni molto diversi, indivisibili in una società che porta a spettacolarizzare anche la loro diversità. Domenica 19 alle ore 21, il programma ospiterà Jackie di Pablo Larraín: il regista e sceneggiatore cileno dirige un film di grande impatto in cui emerge con forza la straordinaria prova attoriale di Natalie Portman, magistrale nel rendere la glaciale determinazione e la sofferta bellezza della protagonista nel momento più duro della sua vita.

Il weekend conclusivo della rassegna si aprirà sabato 25 agosto con Lady Macbeth di William Oldroyd. Al suo esordio cinematografico, il regista teatrale inglese firma un dramma in costume vittoriano, adattando liberamente il romanzo breve di Nikolaj Leskov “Lady Macbeth nel distretto di Mcensk”, e mescolando con sapienza William Shakespeare e Henry James, Michael Haneke e Alfred Hitchcock. L’ultimo appuntamento sarà con La pazza gioia, uno dei film più amati di Paolo Virzì, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes. La storia è quella di due donne simili e distanti allo stesso tempo, fragili e complesse, legate da una medesima condizione e da un intenso desiderio di ribellione, protagoniste di una fuga, ironica e toccante, lungo le strade della Toscana.

IL PROGRAMMA DAL 14 LUGLIO AL 26 AGOSTO

Ingresso gratuito fino a esaurimento posti disponibili.

Sabato 14 luglio, ore 21

FORTUNATA

di Sergio Castellitto, Italia 2017, 103’ [Universal Pictures]

Cast: Jasmine Trinca, Alessandro Borghi, Edoardo Pesce, Stefano Accorsi.

Fortunata è una giovane madre con un matrimonio fallito alle spalle e una bambina di otto anni. Ha una vita affannata, fa la parrucchiera a domicilio mentre sogna di aprire un negozio di parrucchiera tutto suo.

Domenica 15 luglio, ore 21

LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZÒ MIO PADRE

di Inés París, Spagna 2016, 94’ [Exit Media]

Cast: Belén Rueda, Eduard Fernández.

Isabel si propone di organizzare la cena di lavoro che suo marito Angel e la sua ex moglie Susana hanno in agenda con un famoso attore argentino: lo vogliono convincere a essere il protagonista del loro prossimo film.

Sabato 21 luglio, ore 21

GLORIA

di Sebastian Lelio, Cile 2013, 105’ [Lucky Red]

Cast: Paulina García, Sergio Hernández

Divorziata da anni con due figli ormai adulti, Gloria cerca un nuovo equilibrio in feste, eventi serali e discoteche nelle quali poter incontrare qualcuno della propria età, un nuovo fidanzato. Quando però sembra averlo trovato questi si rivela inaffidabile e misterioso.

Domenica 22 luglio, ore 21

PIUMA

di Roan Johnson, Italia, 98’ [Lucky Red]

Cast: Luigi Fedele, Blu Yoshimi, Michela Cescon.

Ferro e Cate sono due diciottenni che condividono un’attesa che è però un problema: lei è incinta. C’è anche l’esame di maturità che incombe e un viaggio in Spagna e Marocco da fare con gli amici. Di fatto non sembrano esserci le condizioni minime per portare avanti la gravidanza.


Sabato 28 luglio, ore 21

IL CRATERE

di Silvia Luzi, Luca Bellino, Italia, 2017, 93’ [La Serraz]

Cast: Rosario Caroccia, Sharon Caroccia.

Il cratere è terra di vinti, spazio indistinto, rumore costante. Rosario è un ambulante, un gitano delle feste di piazza che regala peluches a chi pesca un numero vincente. La guerra che ha dichiarato al futuro e alla sua sorte ha il corpo acerbo e l’indolenza dei tredici anni. Sharon è bella e sa cantare, e in questo focolaio di espedienti e vita infame lei è l’arma per provare a sopravvivere. Ma il successo si fa ossessione, il talento condanna.

Domenica 29 luglio, ore 21

FLORENCE

di Stephen Frears, Usa/Gb 2016, 110’ [Lucky Red]

Cast: Meryl Streep, Hugh Grant, Simon Helberg.

L’ereditiera newyorkese Florence Foster Jenkins sogna di diventare una cantante lirica, nonostante le limitatissime doti canore. Il suo sogno diventerà realtà grazie all’attore teatrale St. Clair Bayfield, suo marito e manager, che riuscirà ad organizzare un concerto per lei alla Carnegie Hall, nel 1944.

Sabato 4 agosto, ore 21

JULIETA

di Pedro Almodóvar, Spagna 2016, 96’ [Warner Bros]

Cast: Emma Suarèz, Adriana Ugarte, Daniel Grao, Imma Cuesta.

Il film racconta il rapporto conflittuale tra una madre, Julieta, e sua figlia, Antía, vissuto fra sensi di colpa e sofferenze. Julieta non è mai riuscita ad essere la madre di cui Antía avrebbe avuto bisogno, nessuna delle due è riuscita a superare il dolore per la perdita di Xoan, padre di Antía e marito di Julieta. A volte però il dolore, anziché avvicinare le persone, le allontana: così, quando compie diciotto anni, Antía abbandona la madre senza alcuna spiegazione. Julieta la ricerca in ogni modo possibile e scopre quanto poco conosca la figlia.

Domenica 5 agosto, ore 21

SICILIAN GHOST STORY

di Antonio Piazza, Fabio Grassadonia, Italia/Francia 2017, 120’ [Bim Distribuzione]

Cast: Julia Jedikowska, Gaetano Fernandez, Croinne Musallari, Andrea Falzone, Federico Finocchiaro.

Luna è una ragazzina siciliana che frequenta un compagno di classe, Giuseppe, contro il volere della madre perché il padre di lui è coinvolto con la malavita. Giuseppe un giorno scompare misteriosamente, al termine di un pomeriggio passato insieme a Luna. Lei non si dà pace e decide di cercarlo da sola.

Sabato 11 agosto, ore 21

QUELLO CHE SO DI LEI

di Martin Provost, Francia 2017, 116’ [BIM]

Cast: Catherine Frot, Catherine Deneuve.

Claire è un’ostetrica che nel corso della sua vita professionale ha fatto nascere innumerevoli bambini amando la propria professione. Proprio in un momento difficile per il suo lavoro ricompare dal passato una donna che l’aveva fatta soffrire quando era giovane. Si tratta di Béatrice, colei per cui suo padre aveva lasciato la famiglia.

Domenica 12 agosto, ore 21

VELOCE COME IL VENTO

di Matteo Rovere, Italia 2016, 119’ [Fandango]

Cast: Stefano Accorsi, Matilda De Angelis, Paolo Graziosi

Giulia è una pilota che a soli diciassette anni partecipa al prestigioso campionato italiano GT. Durante una delle prime gare del campionato, il padre ha un infarto e muore. Al funerale si presenta Loris, fratello maggiore Giulia, ora tossicodipendente ma un tempo pilota di talento, che pretende di tornare nella sua vecchia casa.

Sabato 18 agosto, ore 21

INDIVISIBILI

di Edoardo De Angelis, Italia 2016, 100’ [Medusa]

Cast: Marianna Fontana, Angela Fontana, Antonia Truppo.

Viola e Dasy sono due gemelle siamesi che cantano ai matrimoni e alle feste e, grazie alle loro esibizioni, danno da vivere a tutta la famiglia. Le cose vanno bene fino a quando non scoprono di potersi dividere.

Domenica 19 agosto, ore 21

JACKIE

di Pablo Larraín, Usa/Cile 2016, 100’ [Lucky Red]

Cast: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig.

Sono passati cinque giorni dalla morte di John Kennedy e la stampa bussa alla porta di Jackie per chiedere il resoconto. Una relazione particolareggiata dei fatti di Dallas. Jackie ristabilirà la verità e stabilirà la sua storia attraverso le domande di Theodore H. White, giornalista politico di “Life”.

Sabato 25 agosto, ore 21

LADY MACBETH

di William Oldroyd, UK 2016, 88’ [Teodora]

Cast: Florence Pugh, Cosmo Jarvis, Paul Hilton.

La giovane Katherine vive reclusa in campagna, inchiodata da un matrimonio di convenienza, evitata dal marito, disinteressato a lei, e tormentata dal suocero che vuole un erede. La noia estrema e la solitudine spingono Katherine, durante una lunga assenza del marito, ad avventurarsi tra i lavoratori al loro servizio e ad avviare una relazione appassionata con uno stalliere.

Domenica 26 agosto, ore 21

LA PAZZA GIOIA

di Paolo Virzì, Italia/Francia 2016, 116’ [01 Distribution]

Cast: Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti, Valentina Carnelutti

Donatella e Beatrice sono ospiti di una comunità per donne affette da disturbi mentali in Toscana. Impegnate in alcuni lavori di riabilitazione, le due colgono al volo l’occasione di scappare via e cominciare un viaggio avventuroso che cambierà le loro vite.

“La pazza gioia di Virzì”. Una amicizia sincera
in una storia struggente

pazza gioia

Ề stata Rai Tre a mandare in onda l’eccellente film per la regia di Paolo Virzì del 2016: “La pazza gioia”. Una storia struggente e intensa che vede la straordinaria interpretazione delle protagoniste: Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi. Il racconto di un’amicizia sincera, di una complicità naturale e rara che si viene a creare inaspettatamente. Il disturbo mentale trattato e visto con occhi diversi. La ricerca della felicità di due donne e la loro fuga verso la serenità e la liberazione da ogni pregiudizio; la rincorsa verso ciò che conta davvero: l’amore, l’affetto, l’amicizia appunto. Sono questi ultimi sentimenti autentici che spingono a compiere il gesto estremo di una sana follia, della lucida pazzia di chi è disposto a tutto pur di ottenere quella gioia che gli spetta, quel diritto quasi che gli viene negato.

Da qui il titolo: quella gioia ritrovata che rende pazzi di felicità appunto, per cui si compie qualsiasi follia; persone libere che diventano matte di gioia finalmente e non perché siano malate. Ritenute socialmente pericolose, forse perché semplicemente incomprese, sarà la loro solidarietà reciproca a riabilitarle. Ề l’incontro di due anime fragili, la cui sensibilità è stata offesa dalla violenza, dalla crudeltà di un mondo superficiale che giudica senza conoscere, o provare a capire veramente e basato solo sull’apparenza, sulla convenienza, sull’arrivismo dell’interesse personale. Con brutalità il pressapochismo sentimentale ed emotivo di gente distratta si è accanito su di loro privandole persino di un semplice gesto d’affetto e di riconoscenza. Vittime soprattutto di un maschilismo abbietto, sarà la vicinanza fra di loro e del personale di Villa Biondi (nei dintorni di Pistoia, una comunità per donne affette da disturbi mentali dove si ritrovano entrambe e si incontrano) a ripagarle. Remunerate almeno psicologicamente, riusciranno a trovare la loro strada e il coraggio per “ricominciare” e ripartire da zero quasi, ma con un obiettivo ben preciso: essere pazze di gioia, godendosi finalmente la vita nonostante non abbiano avuto molto e riappropriandosi di tutto ciò che di buono sono riuscite a costruire. La loro alchimia nasce probabilmente dal riconoscersi simili, un’empatia che le fa comprendere perfettamente facendo capire ad ognuna ciò di cui ha bisogno veramente l’altra. Molto è racchiuso nella frase commovente che Donatella (il personaggio di Micaela Ramazzotti) dice a Beatrice (quello di Valeria Bruni Tedeschi): “meno male che ci sei tu” (ad aiutarmi, a sorreggermi, a soccorrermi, a sostenermi).

Ề sicuramente l’interpretazione profonda ed intensa, molto sentita e partecipata, delle due attrici -a tratti struggente e commovente- il vero fiore all’occhiello del film, dando il valore aggiunto che ne fa la differenza. Non è un caso che abbiano ottenuto molti riconoscimenti. David di Donatello 2017 a Valeria Bruni Tedeschi quale Miglior attrice protagonista (oltre a Miglior Film e Miglior regista a Paolo Virzì -tra l’altro-); l’anno prima già i Nastri d’argento 2016 avevano convalidato la critica positiva, incoronando Virzì “regista del miglior film”, eleggendo entrambe (sia Valeria Bruni Tedeschi che Micaela Ramazzotti) miglior attrici protagoniste; oltre a premiare Paolo Virzì e Francesca Archibugi per la Miglior sceneggiatura (riconoscimento confermato anche ai Globo d’Oro 2017) e Carlo Virzì per la Miglior colonna sonora. Infine ai Ciak d’Oro 2017 vediamo la conferma per Miglior film e quella per Miglior attrice protagonista a Micaela Ramazzotti. Ma i premi per le due attrici non sono finiti qui. Infatti la Ramazzotti ottiene quello Wella per l’immagine e la Bruni Tedeschi quello Shiseido. Sempre nel 2016. Senza considerate che verranno elette anche quali Migliore attrice dell’anno nel 2016: all’Ischia Film Festival Valeria Bruni Tedeschi, e dalla Federazione Italiana Film d’Essai (che premia “La pazza gioia” quale Miglior Film d’Essai tra l’altro) la Ramazzotti.

Se già una menzione alla colonna sonora è stata giustamente fatta, occorre aggiungere una precisazione: è la canzone “Senza fine” di Gino Paoli a delineare l’isolamento e il distacco dalla realtà di Donatella che adora quella canzone e con cui si sottrae e distrae dal senso di oppressione e sofferenza che la circonda, estraniandosene. Quasi ad evidenziare il romanticismo di quest’anima delicata che desidera qualcosa di duraturo e vero.

Il film, infatti, non è meno realistico e drammatico -a tratti persino doloroso e tragico- di altri dello stesso regista quali “Il capitale umano”, cui tra l’altro “La pazza gioia” è molto legato per diverse ragioni. Innanzitutto per il tono e poi per come è nato. Presentato in anteprima nella sezione Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2016, distribuito in 400 copie, dal 10 maggio al 5 giugno 2016 ne è stata persino ricavata una mostra alla Casa del Cinema di Roma con le foto di scena. Tutto, però, è cominciato da un’intuizione acuta e fortunata di Paolo Virzì mentre stava girando una scena de “Il capitale umano”; vide la moglie Micaela Ramazzotti, incinta della loro secondogenita (venuta a trovarlo per il suo compleanno) camminare insicura nel fango e nella neve per mano di Valeria Bruni Tedeschi “con un misto di paura e di fiducia”: quello che volle descrivere nel rapporto tra Donatella e Beatrice, che imparano a fidarsi l’una dell’altra e a sorreggersi a vicenda, ne “La pazza gioia” appunto. Per quanto riguarda, poi, il personaggio di Valeria Bruni Tedeschi di Beatrice Morandini Valdirana, la sua camminata leggiadra e spensierata, con una risata che dà un senso di pura rilassatezza e libertà (reiterata con entusiasmo dall’attrice più volte nel film “La pazza gioia”) deriva sempre da una scena finale non prevista de “Il capitale umano”, tagliata durante il montaggio e raffigurante Carla Bernaschi che fugge dalla sua casa correndo a piedi nudi nel parco della villa.

“La pazza gioia”: l’evasione di due donne che ora sanno di non essere più sole, ma di avere qualcuno su cui poter contare che le è vicino. Due caratteri diversi che si incontrano e completano, complementari ed antipodici allo stesso tempo.
Beatrice così esuberante, intraprendente, egocentrica, effervescente, solare, frizzante, nasconde l’amarezza della delusione per essere stata rifiutata da un uomo volgare e violento quale Renato (alias Bobo Rondelli): lei nobile aristocratica ricca, decaduta. Apparentemente più forte, maschera tutto dietro un sorriso.
Donatella: fragile, depressa, ha avuto un figlio (Elia di un anno) dal suo ex datore di lavoro (Maurizio) del locale dove faceva la ballerina sul cubo, che non l’ha riconosciuto e l’ha abbandonata. Più aggressiva e violenta, è molto introversa e meno capace di reagire.

Barbara Conti