Brennan e Mueller: grossi grattacapi per Trump

trump-delirio“Considererei un onore se lei revocasse anche il mio nullaosta per la sicurezza”. Così scriveva William H. McRaven nelle pagine del Washington Post esprimendo un notevole disappunto per la revoca del nullaosta di sicurezza a John Brennan. McRaven era stato ammiraglio della marina americana e comandante delle forze speciali che eliminarono Osama bin Laden nel 2011. Donald Trump ha voluto punire Brennan per essere stato uno degli individui chiave che ha scatenato l’inchiesta del Russiagate ma anche per i suoi critici commenti sull’operato del 45esimo presidente.

Si ricorda che Brennan, dopo l’incontro fra Trump e Vladimir Putin a Helsinki del 16 luglio, aveva accusato il presidente americano di tradimento per avere preso la parte del leader russo invece di sostenere i gruppi di intelligence americana che hanno determinato l’interferenza russa nell’elezione americana del 2016. Il giorno dopo Trump si è reso conto di avere sbagliato e ha spiegato che si era trattato di una svista linguistica.

Poco credibile ovviamente perché il 45esimo presidente non ha mai digerito la tesi dell’interferenza russa vedendo questa possibilità come macchia alla sua vittoria del 2016 ma anche alla possibile trasparenza sui suoi rapporti finanziari con oligarchi russi. Punire Brennan togliendogli il nullaosta di sicurezza non avrà un grande impatto sulla vita personale o pubblica dell’ex direttore della Cia ma riconferma la rottura fra Trump e il mondo dell’intelligence.

I nullaosta sulla sicurezza vengono mantenuti da ex membri dell’intelligence per varie ragioni. Non è raro che questi individui vengano richiamati o consultati dai membri di un nuovo governo per assistenza e chiarezza su temi di vitale importanza. In queste consultazioni gli ex funzionari spesso vengono aggiornati su informazioni confidenziali che richiedono il nullaosta. Senza questa capacità di fare uso della saggezza, accumulata in anni di servizio, ne soffre il Paese.

In tempi passati queste transizioni avvenivano di routine e gli ex funzionari del mondo dell’intelligence rimanevano in grande misura nell’anonimato. Il caso di Brennan è diverso per il fatto che Trump non ha accettato con fatti e parole le conclusioni del mondo dell’intelligence sull’interferenza russa nell’elezione.

Le parole sono evidenti nei suoi innumerevoli tweet in cui attacca a destra e manca non solo l’inchiesta di Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate, ma difatti tutte le agenzie di intelligence. Questa campagna contro l’intelligence è iniziata con il licenziamento di James Comey, direttore della Fbi dopo il rifiuto di questi di mettere da parte le inchieste su Michael Flynn, il consigliere della sicurezza nazionale, licenziato da Trump dopo poche settimane di lavoro. Dopo avere messo Comey da parte, il 45esimo presidente ha licenziato 25 individui della Fbi e del dipartimento di giustizia, incluso Andrew McCabe, numero 2 alla Fbi, e Sally Yates, vice procuratore generale.

Trump ha anche dimostrato il suo disappunto su Jeff Sessions, procuratore generale, e Rod Rosenstein, vice procuratore generale, nominati proprio dal presidente stesso. Nel caso del primo lo ha deriso e offeso pubblicamente e in uno dei tanti tweet ha anche suggerito che Sessions dovrebbe mettere fine all’inchiesta di Russiagate. Il vero responsabile dell’inizio dell’inchiesta sull’interferenza russa sull’elezione americana è però Rosenstein poiché Sessions si era ricusato considerando il suo conflitto per avere partecipato alla campagna elettorale di Trump.

La revoca del nullaosta di Brennan non è dunque una distrazione come molti analisti hanno suggerito. Si tratta di un altro attacco all’intelligence per cercare in tutti i modi di minare direttamente e indirettamente l’inchiesta di Mueller ma allo stesso tempo cercare di sminuire le conseguenze, con poco successo, come ci dimostrano alcuni recentissimi eventi.

Don McGahn, l’avvocato della Casa Bianca sta collaborando con Mueller sul Russiagate da nove mesi e ha parlato con gli investigatori almeno tre volte per un totale di 30 ore. Paul Manafort, il manager della campagna politica di Trump per quattro mesi, è appena stato condannato su otto capi di accusa per frode fiscale. Michael Cohen, ex legale di Trump, si è dichiarato colpevole su 8 capi di accusa, incluso uno sulla violazione della legge elettorale per un candidato politico (non specificato ma facile da identificare). Il pericolo di ulteriori informazioni che questi tre individui potrebbero fornire a Mueller non è da sottovalutare anche se l’inchiesta include molte altre testimonianze che potrebbero incastrare il presidente.

La revoca del nullaosta a Brennan si riallaccia dunque al Russiagate che preoccupa l’attuale inquilino della Casa Bianca. Ciononostante l’azione contro Brennan va oltre la sua persona minacciando altri individui ma creando allo stesso tempo incertezza per tutti i 4 milioni di funzionari che lo posseggono e che potrebbero perderlo se il presidente lo decide. Per molti di questi individui si tratta di estrema necessità poiché senza il nullaosta perderebbero il loro posto di lavoro. Inoltre c’è da considerare anche l’effetto negativo per futuri individui che vogliano lavorare nel mondo dell’intelligence.

Questo clima di incertezza dovuto all’attacco a Brennan ha colpito tutto il mondo dell’intelligence. Ecco perché più di trecento ex membri dell’intelligence che hanno servito con presidenti repubblicani e democratici hanno firmato una lettera di supporto a Brennan. La lista è formata da ex membri di sicurezza e intelligence e include i 15 ex capi della Cia di tutte le presidenze da Ronald Reagan a Barack Obama. La ha firmato persino William H. Webster, 95enne, ex direttore della Fbi e Cia in amministrazioni democratiche e repubblicane. I firmatari non sono necessariamente d’accordo con le idee politiche espresse da Brennan ma rivendicano il diritto alla libertà di espressione per tutti.

Un diritto messo in pratica da McRaven nel suo pezzo sul Washington Post. L’ex ammiraglio sperava che dopo l’elezione Trump diventasse il presidente di cui il paese ha bisogno. McRaven definisce questo presidente come uno che mette il bene degli altri prima di se stesso servendo da modello per tutti. Trump, secondo McRaven, ci ha “imbarazzati” davanti agli occhi dei bambini, e umiliati nel mondo. Ma la cosa peggiore è che ha “diviso la nazione”.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Il Fmi avverte: il protezionismo blocca la crescita

FMI-christine-lagardeLa numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha lanciato un allarme sul rischio della guerra commerciale iniziata dal presidente degli Stati Uniti. Donald Trump, intenzionato a mettere dazi sull’acciaio e sull’alluminio, bloccherebbe la crescita globale. La presidente del FMI, intervenendo a radio RTL, ha detto: “Se il commercio internazionale viene messo in discussione da questi tipi di misure, sarà un canale di trasmissione per un calo della crescita, un calo degli scambi e sarà temibile. In una guerra commerciale alimentata da aumenti reciproci delle tariffe doganali, nessuno vince”.

La scorsa settimana, Donald Trump si è vantato su Twitter che le guerre commerciali sono ‘facili da vincere’ dopo che il suo annuncio iniziale delle tariffe del 10% sulle importazioni di alluminio e del 25% sull’acciaio introdotto negli Stati Uniti aveva provocato una protesta globale.

Gli alleati degli Stati Uniti hanno minacciato ritorsioni con possibili dazi sulle merci statunitensi che entrano nei loro mercati. L’UE dovrebbe dettagliare le sue misure di ritorsione oggi.

Christine Lagarde ha aggiunto: “Siamo preoccupati che queste misure non siano innescate, stiamo sollecitando le parti a raggiungere accordi, tenere negoziati, consultazioni”.

Nel frattempo, la crescita economica dell’area euro è stata ritoccata al ribasso, al 2,3 per cento sull’insieme del 2017 secondo una nuova stima diffusa da Eurostat. Nella indicazione iniziale l’ente di statistica comunitario aveva quantificato l’espansione al 2,5 per cento. Per quanto riguarda l’ultimo trimestre dello scorso anno il Pil ha segnato un più 0,6 per cento rispetto ai tre mesi precedenti e un più 2,7 per cento su base annua.

La commissaria UE, Malmstroem, sul protezionismo Usa ha detto: “Chiediamo a Washington di ripensarci. Ma se così non fosse abbiamo preparato una serie di interventi. Il primo intervento sarebbe quello di adire al Wto, l’organizzazione mondiale del commercio. L’Ue poi sarebbe pronta a mettere in campo una serie di provvedimenti per fronteggiare l’eventuale reindirizzamento di acciaio, che sarebbe stato destinato al mercato Usa, verso l’Ue, puntando comunque a evitare una chiusura su scala globale del settore. Infine, discutiamo diversi prodotti Usa su cui potremmo imporre misure per ridurre l’impatto molto negativo dei dazi in questione. Tra i possibili prodotti Usa oggetto di rappresaglie vi sono beni industriali ma anche Whiskey o dolciumi”.

L’amministratore delegato di FCA, Sergio Marchionne, dal salone dell’auto di Ginevra, ha detto: “È necessario evitare una guerra commerciale tra Usa e Ue, perché in uno scontro sui dazi alla fine vincerebbero gli Stati Uniti. Calmatevi tutti fate andare avanti il processo, fateli parlare: qualcosa si risolve. Minacciare dazi con dazi non risolve assolutamente niente. Se io dovessi fare la guerra dei dazi fino alla fine vince l’America, basta guardare il bilancio economico: importa più di quanto esporta”. Per Marchionne non preoccupano nemmeno le dimissioni del capo consigliere economico di Donald Trump, Gary Chon. Il numero uno di FCA ha spiegato: “La posizione di Trump sui dazi non poteva cambiare dopo due giorni. Cohn se ne è andato in maniera molto delicata, gli ha dato tempo fino alla fine del mese”.

In realtà le dimissioni di Conh sono un nuovo scossone alla Casa Bianca. Gary Cohn, il principale consigliere economico di Donald Trump, ha annunciato le sue dimissioni dopo la controversa decisione del presidente Usa di imporre dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio. Dimissioni che hanno spinto recentemente le Borse asiatiche in rosso. Alla base dell’addio proprio lo scontro sui dazi. L’ex numero due di Goldman Sachs si è unito alla lista impressionante degli stretti collaboratori di Trump che hanno abbandonato la nave. La scorsa settimana si è dimessa Hope Hicks, fedelissima che ha lasciato l’incarico di capo della comunicazione della Casa Bianca. Prima ancora avevano abbandonato, per esempio, il capo dello staff Reince Priebus e il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn.

Sulle dimissioni di Cohn, Trump ha scritto su Twitter: “Prenderò presto una decisione sulla nomina del nuovo capo consigliere economico. Molte persone vogliono l’incarico, sceglierò in modo saggio!”. Intanto oggi è atteso che l’Ue esponga i suoi piani per rispondere ai dazi su acciaio e alluminio minacciati da Trump. In parte già anticipato, ci si attende che Bruxelles possa prendere di mira prodotti Usa come jeans, moto e whiskey. Già venerdì scorso, il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, aveva minacciato di colpire brand come Harley Davidson e Levi’s, e appunto il whiskey con dazi sulle importazioni. L’annuncio ha spinto Trump a una nuova minaccia, quella di tassare le auto provenienti dall’Ue, alimentando ulteriori timori dello scoppio di una guerra commerciale. A Bruxelles non è attesa una decisione ufficiale, visto che Trump deve ancora firmare il provvedimento sui dazi, ma il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto all’Europa di essere pronta ad agire in modo rapido se lo farà.

Non è stata la prima volta che Gary Cohn, 57 anni, si è mostrato apertamente in disaccordo con Trump. Ad agosto del 2017 ha criticato il presidente Usa per la sua reazione a seguito delle violenze razziste di Charlottesville, in Virginia, ma in quel caso non era arrivato alle dimissioni. In un laconico comunicato di commiato, l’ex capo dell’influente Consiglio Economico Nazionale ha dichiarato: “È stato un onore servire il mio Paese e attuare delle politiche pro crescita favorevoli agli americani, in particolare con il voto di una riforma fiscale storica”. Trump invece ha commentato così: “Gary ha fatto un lavoro straordinario per attuare il nostro programma, aiutando ad arrivare a una riforma fiscale storica e a liberare ancora una volta l’economia americana”. Concedendo l’onore delle armi, Trump, però, non ha menzionato i disaccordi di fondo.

Il nodo dello scontro è stato proprio la mossa protezionistica di Trump sui dazi. Cohn, sostenitore del libero scambio, difendeva il commercio libero, equo e reciproco. Al Forum economico di Davos a gennaio aveva dichiarato: “Ci piacerebbe che la Commissione europea mettesse fine ai suoi dazi su molti prodotti che vorremmo importare dagli Stati Uniti”. Purtroppo ha perso la battaglia interna contro voci decisamente più protezioniste della sua all’interno dell’amministrazione Trump. Il New York Times, già la scorsa settimana, ha riportato le motivazioni quando il presidente aveva anticipato la sua intenzione di imporre dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio”. Cohn aveva minacciato le dimissioni, sottolineando che si trattava di misure pericolose per l’economia. Su Cohn hanno prevalso voci decisamente più protezioniste, come quella del consigliere per il commercio Peter Navarro e del segretario per il Commercio Wilbur Ross.

Il nome di Navarro, 68 anni, sta circolando fra i possibili successori: economista, è l’autore di decine di libri fra cui ‘Death by China: how America lost its manufacturing base’, cioè ‘Morte per mano della Cina: come l’America ha perso la sua base industriale’, in cui critica la guerra economica condotta da Pechino e le sue ambizioni di dominare l’Asia; da quando ha assunto l’incarico si è scagliato anche contro la Germania, accusata di usare un euro ‘ampiamente svalutato’ per sfruttare i suoi principali partner commerciali fra cui gli Usa, e senza sorpresa è anche favorevole ai dazi imposti a tutti i Paesi importatori senza distinzioni.

Il piano sui dazi, fra l’altro, non è stato ben accolto dai repubblicani, che tradizionalmente sono di solito a favore del libero scambio. In prima fila il presidente della Camera, il repubblicano Paul Ryan, che ha invitato Trump ad avere un piano ‘più furbo’ che fosse più ‘chirurgico e più mirato’, segnalando che le misure protezionistiche potrebbero avere le ‘conseguenze non volute’ di una guerra commerciale. Trump, tuttavia, si è mostrato irremovibile, ribadendo la sua posizione nel corso di un incontro martedì alla Casa Bianca con il premier svedese Stefan Löfven. In quella occasione si è scagliato contro l’Ue e gli europei affermando: “Rendono praticamente impossibile per noi di fare affari con loro; l’Ue non ci ha trattati bene. È una situazione commerciale molto ingiusta”.

Trump, sempre più circondato da ‘falchi’, non lascia spazi a dialoghi costruttivi per l’umanità, senza rendersi conto degli effetti negativi in cui nessuno sarà il vincitore, ma tutti perderanno qualcosa.

Salvatore Rondello

Usa. I democratici cedono sullo shutdown

WASHINGTON, DC - JANUARY 22 : Senate Minority Leader Chuck Schumer (D-NY) leaves a meeting with Senate Democrats on Capitol Hill, January 22, 2018 in Washington, DC. Lawmakers are continuing to seek a deal to end the government shutdown, now in day three.   Drew Angerer/Getty Images/AFP == FOR NEWSPAPERS, INTERNET, TELCOS & TELEVISION USE ONLY ==

Drew Angerer/Getty Images/AFP

Quando si parlerà dello shutdown, si parlerà di chi era il presidente dell’epoca”. Così Donald Trump in un’intervista del 2013 alla Fox News per commentare lo shutdown durante la presidenza di Barack Obama. Sul recente shutdown però il 45esimo presidente ha detto che la colpa è tutta “dei democratici”. La volubilità di Trump è notissima e quindi non sorprende che lui rifiuti le sue responsabilità.

Lo shutdown di Trump è durato solo tre giorni perché un gruppo bipartisan di senatori moderati è riuscito a stabilire un consenso che alla fine è stato accettato dalla leadership repubblicana e democratica. I voti tempestivi nelle due Camere e la firma di Trump hanno riaperto le porte del governo delle funzioni non essenziali ma un altro shutdown potrebbe ripetersi fra breve.

L’accordo siglato ed accettato dai democratici non era molto diverso dalla proposta rifiutata pochi giorni fa eccetto per il fatto che si dovrà ripetere tutto fra tre settimane invece di quattro. L’altro punto importante per i democratici è stata la promessa di Mitch McConnell, presidente del Senato, di aprire la strada a una discussione e un susseguente voto per risolvere la questione del Daca, che protegge i giovani portati in America clandestinamente dai loro genitori, cresciuti qui ed in effetti cittadini senza documenti.

Il presidente Barack Obama li aveva protetti con il suo ordine esecutivo ma Donald Trump lo aveva revocato nel settembre scorso chiedendo alla legislatura di risolvere il dilemma in modo permanente. Le priorità dei legislatori repubblicani durante il primo anno di presidenza di Trump, come si ricorda, sono state però il tentativo fallito di revocare Obamacare e la riforma fiscale firmata dal presidente. La questione dei “Dreamers” era stata messa da parte.

I repubblicani avevano agito in ambedue i casi senza l’aiuto dei repubblicani. Per aumentare il tetto delle spese ed evitare lo shutdown hanno però inciampato sul filibuster al Senato che richiede 60 dei cento voti presenti. I democratici hanno inizialmente votato contro ma poi hanno cambiato idea. Una buona strategia per Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, per parecchie ragioni. Fra tre settimane avranno un’altra chance per mettere pressione sui repubblicani. Schumer ha inoltre considerato la situazione precaria di parecchi candidati democratici che dovranno correre per la rielezione quest’anno in aree del Paese vinte da Trump. Quindi spingere troppo sullo shutdown avrebbe potuto fornire munizioni ai candidati repubblicani.

Il 45esimo presidente ha cercato di sintetizzare le ragioni dello shutdown come responsabilità dell’opposizione contrastando gli immigrati illegali e i cittadini americani. Questi immigrati sono ovviamente i “dreamers” i quali sono nel Paese illegalmente ma non per colpa loro. Gli americani hanno capito la loro situazione e quasi l’80 percento crede che il loro status dovrebbe essere regolarizzato. Non sorprende dunque che i primi sondaggi sullo shutdown abbiano assegnato la colpa a Trump e al suo partito considerando la maggioranza repubblicana delle due Camere e il controllo della Casa Bianca.

Schumer però ha capito che votando per porre fine allo shutdown gli darà tre settimane per mettere pressione sui repubblicani a negoziare e raggiugnere un accordo per la sanatoria dei “dreamers”. In teoria dovrebbe essere facile considerando le parole “dolci” di Trump su questi giovani che sono già integrati nella società americana e conoscono poco o niente del Paese di origine dei loro genitori. L’ordine esecutivo di Obama gli ha permesso di lavorare e studiare liberamente. Alcuni di loro sono divenuti insegnanti, infermieri, poliziotti e altri si sono persino arruolati nelle forze armate americane. Alcuni sono divenuti genitori di figli nati in America e dunque cittadini statunitensi a tutti gli effetti. Hanno tutte le carte in regola eccetto per la mancanza di documenti permanenti.

Manterrà McConnell la sua promessa per aprire la strada alla regolarizzazione dello status dei “dreamers”? L’ala sinistra del Partito Democratico crede di no ed ecco perché parecchi senatori hanno votato contro la riapertura del governo. C’è poi da ricordare che anche se il Senato raggiunge un accordo il disegno di legge dovrà poi passare alla Camera dove lo attenderebbe un futuro incerto. Paul Ryan, speaker della Camera, non ha fatto la stessa promessa di McConnell. Bisogna ricordare inoltre che nel 2013 il Senato aveva approvato una legge per regolarizzare lo status dei “dreamers” e fornire un percorso di integrazione agli 11 milioni di immigrati non autorizzati. La Camera però non si pronunciò al riguardo e il disegno di legge fu abbandonato. Si ripeterebbe questa situazione nel 2018? È possibile, ma Schumer ha scommesso per un esito diverso.

Ovviamente gli rimane la possibilità di causare un altro shutdown in tre settimane in caso di mancanza di successo. Il voto bipartisan però di riaprire le porte del governo potrebbe essere di buon auspicio per la cooperazione fra i due partiti di lavorare insieme per il bene del Paese. Potrebbe anche fornire a Trump un’opportunità per cominciare a governare in modo bipartisan. I suoi guai però vanno al di là dei rapporti con i democratici. Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate, ha già indicato che vuole interrogare il 45esimo presidente per chiarire il licenziamento di Michael Flynn e James Comey. L’ombra della possibile collusione russa sull’elezione del 2016 continua a ingombrare la Casa Bianca.

Domenico Maceri,
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Le bugie di Flynn, ex consigliere alla sicurezza Trump

Michael FlynnMichael Flynn, ex consigliere alla sicurezza nazionale di Donald Trump, si dichiarerà colpevole di aver mentito agli agenti Fbi sui suoi contatti sulla Russia e si è detto pronto a testimoniare contro Donald Trump. Lo riferiscono i media americani. In particolare – secondo quanto anticipano i media americani – Flynn dichiarerà di aver mentito agli investigatori dell’Fbi sull’incontro dello scorso dicembre, durante il cosiddetto periodo di transizione, con l’ambasciatore russo a Washington Sergei Kislyak. Michael Flynn che rischia fino a un massimo di 5 anni di carcere e una sanzione da 250.000 dollari, ha amesso di aver computo azioni sbagliate. “La mia dichiarazione di colpevolezza e la volontà dicooperare con il procuratore speciale – ha detto – riflettono la decisione che ho preso nel miglior interesse della mia famiglia e del mio paese. Accetto la piena responsabilità delle mie azioni”. Secco il primo commento della Casa Bianca: “Nei capi di accusa e nella dichiarazione di colpevolezza di Flynn non c’è nulla che coinvolga altre persone. Il caso riguarda solo lui”.

Le false dichiarazioni si riferiscono alla deposizione rilasciata da Flynn nelle mani dei federali il 24 gennaio scorso, quattro giorni dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Questi ultimi sviluppi confermano come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale abbia deciso di cooperare con gli uomini del procuratore speciale Robert Mueller che indagano sul Russiagate. Secondo i media americani, Michael Flynn sarebbe pronto a testimoniare contro Donald Trump. Lo ha detto lo stesso Flynn apparendo in tribunale.

Flynn è il primo funzionario dell’amministrazione ed il quarto legato alla campagna ad essere accusato formalmente nel quadro dell’inchiesta condotta da Mueller su possibili collusioni tra governo russo e membri del team di Trump oltre che su eventuali azioni di intralcio alla giustizia e reati finanziari. L’ex presidente della campagna di Trump, Paul Manafort, ed il suo vice, Rick Gates, sono stati accusati formalmente lo scorso mese: si sono dichiarati non colpevoli. E il consigliere per la politica estera della campagna di Trump George Papadopoulos si è riconosciuto colpevole di aver reso una falsa dichiarazione al Fbi riguardo ai suoi contatti con funzionari legati al governo russo.

L’accusa a carico di Flynn è la prima dell’inchiesta Mueller che tocca qualcuno alla Casa Bianca ed è uno dei segnali che testimonia che l’indagine si sta intensificando. Il documento della FBI, riferisce ancora la Cnn, cita due occasioni in cui Michael Flynn avrebbe reso false dichiarazioni: la prima riguardava le sue conversazioni con l’ambasciatore russo riguardo le sanzioni dell’amministrazione Obama contro Mosca e l’esortazione di Flynn alla Russia a non intraprendere la via dell’escalation, la seconda le conversazioni con l’ambasciatore russo in vista del voto del Consiglio di Sicurezza sulla fine degli insediamenti israeliani.

Usa, Donald Trump come Richard Nixon

Donald Trump

Donald Trump

Dopo giorni il dubbio pare non ci sia più. Donald Trump è indagato per una possibile ostruzione della giustizia. Lo stesso reato per cui Richard Nixon si dimise evitando un sicuro impeachment. Lo scoop è del Washington Post, che cita dirigenti coperti dall’anonimato.

“Il procuratore speciale Robert Mueller che guida l’inchiesta sul ruolo della Russia nelle elezioni del 2016 interrogherà alti dirigenti dell’intelligence come parte di una più ampia indagine che ora include l’esame dell’ipotesi se Donald Trump ha tentato di ostruire la giustizia”, scrive il Washington Post.

Ovviamente durissima la reazione di Trump, che in un tweet bolla lo scoop del Wp come la più grande caccia alle streghe della storia americana. L’ipotesi di ostruzione alla giustizia si è profilata dopo che il tycoon ha licenziato a sorpresa l’allora capo dell’Fbi James Comey, che indagava sul Russia-gate. Ipotesi che ha preso più corpo dopo la deposizione al Senato dello stesso Comey, che ha accusato Trump di avergli fatto pressioni per far cadere l’indagine sul suo ex consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn. Il presidente ha contestato questa versione, definendo Comey un bugiardo, oltre che una ‘gola profonda’, e si è detto pronto a testimoniare sotto giuramento. La mossa dei Mueller lascia intendere, secondo il Wp, che il procuratore vuole andare al di là della disputa tra i due, cercando prove a carico (o a discarico) con altri testimoni.

Il presidente, secondo notizie di stampa dei giorni scorsi, avrebbe telefonato a Coats e a Rogers chiedendo di negare pubblicamente l’esistenza di qualsiasi prova di collusione tra la sua campagna e i russi. Coats inoltre avrebbe riferito ad alcuni suoi collaboratori che Trump gli aveva chiesto di intervenire su Comey per lasciare la presa su Flynn. Nella loro audizione pubblica al Senato entrambi i capi dell’intelligence hanno negato di aver mai subito pressioni da Trump, ma hanno anche precisato di non voler svelare il contenuto delle conversazioni col presidente. Lo faranno con Mueller? Quanto a Ledgett, avrebbe scritto il memo interno dell’Nsa che documenta la telefonata del presidente a Rogers. Il procuratore speciale intanto ha già acquisito i memo di Comey sui suoi colloqui con il tycoon.

I media Usa avevano già svelato nelle scorse settimane come Kushner fosse coinvolto nelle indagini del Russiagate come “persona di interesse”. Una notizia che mise in serio imbarazzo il presidente Trump durante il summit del G7 di Taormina, con il genero costretto a rientrare prima negli Stati Uniti insieme alla figlia di Trump, Ivanka. Ma è la prima volta che emerge come gli investigatori si stiano concentrando sulle operazioni finanziarie riconducibili a Kushner. Finora nel mirino c’erano i suoi incontri con l’ambasciatore russo a Washington Sergei Kislyak e con Sergei Gorkov, numero uno della Vnesheconombank, banca di proprietàdello stato russo. Nell’incontro con Kislyak, Kushner avrebbe anche proposto di instaurare un canale di comunicazione diretto ma segreto tra la casa Bianca e il Cremlino