Trump e l’immigrazione: più politica che legalità

donald trump“Se non potete venire legalmente, non venite affatto”. Questo l’avvertimento del vicepresidente americano Mike Pence a coloro che cercano di entrare in America senza i documenti appropriati. Pence parlava in una conferenza stampa in Brasile dove si era recato per colloqui con il presidente Michel Temer.

La questione di legalità per coloro che entrano in America senza i documenti tipici necessari rimane dubbia perché se un individuo si presenta al confine richiedendo asilo non è automaticamente squalificato. La determinazione di permettere o vietare l’ingresso non spetta a Pence né agli agenti della polizia di frontiera ma bensì a un giudice che esamina il caso e poi emette la sentenza.

Il governo americano può interpretare le leggi e metterle in pratica usando una certa flessibilità sulle priorità delle risorse che inevitabilmente sono limitate. Alcuni reati ricevono attenzione immediata mentre altri prendono più tempo. Nel caso di coloro che entrano negli Stati Uniti senza documenti la legge americana li considera colpevoli di un “misdemeanor”, un’infrazione minore punibile con la deportazione. L’amministrazione di Donald Trump però ha deciso di interpretare la legge in maniera drastica con la sua pratica di tolleranza zero per coloro che vengono detenuti alla frontiera. In effetti, Trump ha trasformato l’infrazione in “felony”, un reato maggiore che richiede l’arresto, vedendo questi individui come meritevoli di carcere.

Questa interpretazione della legalità dell’amministrazione di Trump riflette la sua ideologia sull’immigrazione in generale. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha speso molte parole in campagna elettorale denigrando gli immigrati vedendoli in termini negativi, ignorando la storia americana come paese di immigrati. Nemmeno le sue esperienze e legami personali hanno influenzato la sua ideologia per apprezzare gli aspetti positivi dell’immigrazione. Si ricorda che il nonno e la madre del 45esimo presidente erano immigrati. La prima e la terza moglie, first lady Melania, sono anche loro nate all’estero.

Dal suo annuncio per la corsa alla presidenza con la dichiarazione sui messicani come criminali alle sue più recenti asserzioni espresse nel suo recente viaggio in Europa, si deduce chiaramente che il 45esimo presidente vede l’immigrazione come fonte di problemi. In un’intervista al Sun di Londra, Trump ha persino dichiarato che i migranti distruggono la cultura europea.

Non sorprende dunque la sua politica di tolleranza zero per bloccare immigrati che cercano di entrare dal confine col Messico. La sua politica di separare i bambini dai loro genitori però è stata vista dall’America come troppo lontana dai valori del paese. Dopo la bufera mediatica, il 45esimo presidente è stato costretto a fare marcia indietro con un ordine esecutivo mettendo fine alle separazioni dei bambini dai genitori senza però eliminare la tolleranza zero.

Per quanto riguarda la legalità della sua politica anche la giustizia lo ha costretto a fare marcia indietro. Un giudice di San Diego nel mese di giugno di questo anno ha dato un mese di tempo all’amministrazione Trump di riunificare le famiglie con bambini di cinque anni o meno. Solo 57 su 103 di questi bambini sono però stati riuniti con i loro genitori. In alcuni casi i genitori erano già stati deportati e i bambini sono rimasti in America in affido. Difficile sapere se adesso i bambini verranno deportati o si cercherà qualche altra sistemazione. Comunque sia, si può capire la tragica situazione di queste famiglie.

La politica della tolleranza zero doveva risolvere la questione degli arrivi ma i numeri ci dicono che l’impatto non è stato quello desiderato. Nel mese di giugno il numero di detenzioni al confine ha raggiunto 34.000 individui, un po’ meno del mese di maggio, ma la fluttuazione è tipica di altri anni.

La politica messa in pratica da Trump non ha risolto la questione degli arrivi poiché le cause fondamentali non sono state toccate. La situazione di crisi in America Centrale da dove proviene la stragrande maggioranza di questi migranti continua senza speranze di abbattimento. L’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mostrato nessun interesse per intervenire a risolvere il problema. Infatti, lo sta peggiorando. Trump ha annunciato la fine del programma TSP (Temporary Protected Status), iniziato nel 1990 che ha concesso residenza temporanea a individui provenienti da paesi afflitti da guerre civili o disastri naturali. Hanno beneficiato circa 400 mila individui, principalmente dell’America Centrale, ma anche del Nepal, Somalia e Sudan. L’idea era che una volta le condizioni sarebbero migliorate questi individui avrebbero fatto ritorno a casa loro. Il governo ha rinnovato il permesso di residenza per alcune centinaia di immigrati dalla Somalia ma nel caso degli altri paesi il rinnovo è stato negato.

La situazione in America Centrale non è migliorata affatto e questi individui, residenti in America da quasi trent’anni, con figli nati in questo paese, sarebbero costretti a ritornare alla stessa situazione dalla quale erano sfuggiti. Una denuncia è stata presentata e un giudice di Boston sta considerando il caso.

L’aspra retorica di Trump sull’immigrazione è stata mantenuta in quasi due anni di mandato presidenziale. Le promesse però non si sono concretizzate. Il muro al confine sud del paese non è stato costruito ne tantomeno pagato dal Messico come aveva annunciato alla nausea nei suoi comizi. Poco importa. Il 45eismo presidente costruisce una sua realtà che presenta mediante i suoi tweet e anche nei suoi comizi. Ce lo conferma anche lui letteralmente. In un recente discorso davanti un gruppo di veterani l’attuale inquilino alla Casa Bianca ha consigliato ai suoi ascoltatori di non credere “ciò che vedono e leggono sulla sua amministrazione”. Una frase che ci rimanda al romanzo di George Orwell e le dittature in cui la verità la possiede solo il governo e la impone per ottenere il controllo totale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

“Un piano per portare Battisti in Italia”

BATTISTISarebbe pronto un piano per riportare già nei prossimi giorni in Italia, Cesare Battisti, ex membro dei Proletari armati per il comunismo, da anni latitante in Brasile. È quanto sostiene il sito del quotidiano “O Globo”. L’idea sarebbe quella di imbarcare il terrorista su un aereo della polizia federale direttamente da Corumbà – la città del Mato Grosso dove si trova in arresto da due giorni per sospetta evasione fiscale e riciclaggio di denaro – con destinazione Roma.

L’esecutivo del presidente Michel Temer starebbe tentando di risolvere le varie questioni legali per restituire definitivamente Battisti all’Italia definitivamente. Tra gli ostacoli da superare ci sarebbe però l’assenza di una dichiarazione formale da parte del nostro governo di impegnarsi a rispettare le regole sulla detenzione penale (detracao penal in portoghese). In base ai trattati di estradizione, le autorità di Roma devono cioè vincolarsi ad assicurare all’imputato lo stesso regime di detenzione previsto dalle leggi brasiliane.

Secondo O Globo, l’Italia dovrebbe impegnarsi ad applicare la pena massima prevista in Brasile per i delitti commessi da Battisti (condannato all’ergastolo nel nostro Paese) e cioè al massimo 30 anni di carcere.

A chiedere che Battisti sconti la sua pena in Italia è il segretario del Psi Riccardo Nencini per il quale “Cesare Battisti non è un eroe perseguitato, ma un assassino che ha ucciso delle persone. Deve tornare in Italia per scontare la sua pena in nome della giustizia giusta, del rispetto e dell’onore delle vittime del terrorismo”. “Ora è auspicabile che sia possibile interagire rapidamente con le autorità brasiliane che, con l’arresto di Battisti, hanno la possibilità, concedendo l’estradizione, di rimuovere l’atto di arbitrio compiuto dall’ex presidente Lula – ha ricordato il segretario del PSI – quando concesse ad un criminale, condannato dalla Magistratura giudicante di uno Stato libero e democratico, lo status di rifugiato politico. Battisti – ha concluso Nencini – deve essere estradato e scontare nelle carceri italiane la pena che gli è stata comminata”.

Pietro Forno, che da giudice istruttore a Milano si occupò dei processi per gli omicidi commessi dai Proletari armati per il comunismo, descrive Cesare Battisti come “un professionista della fuga, è una persona che ha un a laurea honoris causa in fuga”. “È un delinquente comune che si e’ radicalizzato, per usare un termine di moda, in carcere. la radicalizzazione non riguarda soltanto il terrorismo islamico”, spiega Forno.

Giovedì il giudice federale Odilon de Oliveira ha confermato l’arresto per l’ex membro dei Proletari armati per il comunismo, stabilendo che le circostanze suggeriscono che Battisti stesse provando a fuggire in Bolivia “temendo di essere effettivamente” riportato in Italia con l’estradizione.

Tuttavia, sempre secondo O Globo, l’attuazione del piano del governo per l’estradizione dipende dalla conferma o meno dell’arresto da parte della Corte suprema federale (Stf), alla quale ha presentato ricorso in appello la difesa di Battisti. Se la Stf emettesse un’ingiunzione, Battisti non potrebbe essere imbarcato su un aereo della polizia brasiliana diretto in Italia.

Brasile, l’assalto ai ministeri e l’ira contro Temer

brasilia 2Dietrofront del presidente brasiliano che ha revocato il decreto con il quale veniva autorizzato l’uso dell’esercito per difendere gli edifici pubblici a Brasilia contro le violenti proteste anti-governative scoppiate nella capitale federale, dopo le accuse dell’opposizione, l’opinione pubblica contro e una popolazione inferocita in piazza. Sul varo del decreto ci sono state anche un rimpallo di responsabilità: Temer aveva fatto sapere che l’aveva sollecitato il sindaco di Brasilia, che però ha fatto sapere aveva detto di essersi solo consultato con il Capo dello Stato e aveva a sua volta giudicato “eccessiva” la misura. Temer a sua volta aveva scaricato tutto sul ministro della Difesa in una girandola di accuse e controaccuse.
Tutto è iniziato dopo che ieri Brasilia dopo l’imponente manifestazione contro il governo Temer, iniziata in maniera pacifica e alla quale avrebbero partecipato 200 mila persone, si è trasformata in una violenta battaglia tra 200 mila manifestanti e 5 mila poliziotti e con almeno 5 persone colpite da armi da fuoco. Scontri che hanno provocato un morto, 49 feriti e 7 arrestati. Il presidente del Brasile, vista l’insufficienza delle risorse di polizia, ha deciso di utilizzare, sulla base dell’articolo 142 della Costituzione federale, i “membri delle forze armate”, come spiegato in un comunicato della Segreteria di comunicazione sociale. Da qui, il dispiegamento di 1.300 soldati e 200 fucilieri navali nelle strade della capitale brasiliana.
Secondo i media e alcune testimonianze proprio la notizia dell’esercito ha aizzato la folla già furibonda con il presidente per gli ultimi scandali. Così molti manifestanti sono andati nella zona dove ci sono i ministeri e il Congresso e divisi in gruppi sono entrati e hanno devastato gli interni, in alcuni di questi hanno anche appiccato degli incendi. Persino la cattedrale è andata a fuoco ma con danni contenuti.
Secondo il giornale “Folha de Sao Paulo” i dimostranti, che chiedevano le dimissioni del presidente Michel Temer, hanno dato fuoco alla sede del dicastero dell’agricoltura e assaltato edifici dei ministeri della pianificazione, della sanità, della finanza, della cultura, del lavoro e della scienza.
Dopo la richiesta di impeachment, la coalizione governativa rischia di sfaldarsi, in particolare sulle due grandi riforme proposte dall’esecutivo conservatore sul lavoro – con un aumento delle ore di occupazione e una riduzione dei poteri dei sindacati – e sulle pensioni.

Il Presidente Temer nella ‘tangentopoli’ brasiliana

temer 2In Brasile è arrivato un vero terremoto politico che rischia di far saltare dalla poltrona anche il Capo dello Stato, Michel Temer, arrivato alla presidenza dopo l’impeachment e le dimissioni della socialista Dilma Rousseff. Due imprenditori hanno consegnato alla giustizia delle registrazioni secondo cui il presidente Michel Temer autorizzò il pagamento di tangenti all’ex presidente dei deputati, Eduardo Cunha. A renderlo noto il quotidiano carioca O Globo sottolineando che lo scopo di Temer era evitare nuove accuse legate all’inchiesta Lava Jato.
Gli imprenditori sono Joesley e Wesley Batista, proprietari di uno dei gruppi investiti dallo scandalo della carne avariata venduta in cambio di tangenti da ben 21 aziende. In cambio di favori da parte del governo, gli imprenditori avrebbero versato, oltre alle cifre ‘stabilite’ per risolvere i ‘problemi’ dell’azienda, anche una rata settimanale di 500mila Real (150mila euro), da consegnare per i successivi 20 anni all’ex presidente della Camera Eduardo Cunha, in carcere per una condanna a 15 anni di carcere per corruzione e riciclaggio, per pagare il suo silenzio. Dalle registrazioni si apprende che Joesley Batista avrebbe incontrato Temer il 7 marzo, registrando la conversazione in cui il presidente lo autorizzava a passare una mazzetta a Cunha, che si trova in carcere dopo essere stato condannato per aver incassato milioni di dollari di mazzette nell’ambito dello scandalo dei fondi neri del colosso Petrobras. “Devi continuare a farlo”, queste sarebbero state le parole di Temer. I fratelli Batista hanno ‘svelato’ tutto alla magistratura in cambio di uno sconto di pena.
Nella notte Temer ha convocato una riunione d’urgenza con i suoi collaboratori, smentendo ogni accusa a suo carico. Come sostenuto da Joesley Batista, il comunicato ufficiale del palazzo presidenziale del Planalto conferma un incontro tra l’imprenditore e Temer avvenuto “ai primi di marzo”, riunione nella quale, viene però puntualizzato, “non ha avuto luogo il colloquio” al quale fa riferimento Batista e “non è successo niente che potesse compromettere la condotta del presidente”.
Il Partito dei Lavoratori ed altri cinque partiti hanno quindi chiesto le dimissioni del presidente e le elezioni anticipate e in seguito alla notizia i brasiliani sono scesi in piazza chiedendo l’apertura di un processo di impeachment per il presidente.
Ma il presidente Temer non sembra intenzionato a dimettersi e ha invece fatto sapere alla stampa: “Sto vivendo il peggior momento della mia vita” e precisando che il presidente ritiene di essere stato vittima di una “cospirazione” da parte dei proprietari del gruppo Jbs.

Brasile. Scontri per il piano austerità del Governo Temer

brasiliaIl Governo di Michel Temer arrivato a Brasilia dopo l’impeachment della socialista Rousseff mostra ora il suo vero volto. Con un emendamento costituzionale, denominato «PEC 55», il governo di Michel Temer punta a riportare sotto controllo la finanza pubblica e a far affluire nel Paese nuovi investimenti dall’estero, ma a discapito della popolazione più povera e disagiata.
Il Senato brasiliano, con 53 voti a favore e 20 contro, ha approvato ieri un provvedimento di austerità che prevede 20 anni di congelamento della spesa sociale, una modifica alla Costituzione che punta a contenere la spesa pubblica per i prossimi 20 anni e che ha portato a scontri e tumulti in tutto il paese sudamericano. Le proteste contro la misura sono deflagrate in maniera violenta nella capitale Brasilia e almeno in una dozzina di Stati. Il timore è che l’austerity colpirà principalmente settori quali sanità e istruzione, che sono già sottofinanziati.

Limitare la spesa pubblica attraverso una modifica della Costituzione è senza precedenti in Brasile e una mossa che dovrebbe essere seguita da un’altrettanto impopolare riforma del sistema pensionistico. Il governo brasiliano ha recentemente avviato una serie di misure di austerità per sistemare i conti pubblici e far fronte, dopo anni di crescita, alla recessione economica.

Migliaia di manifestanti sono scesi in strada durante la sessione di lavori del Senato per protestare contro il piano. Dopo il voto le proteste sono diventate violente: alcuni manifestanti hanno dato fuoco ad un autobus a Brasilia e hanno dato l’assalto agli uffici della tv locale Globo ritenuta filogovernativa. L’assalto è stato respinto dalla polizia in assetto antisommossa.

Brasile. L’ex Presidente Lula ‘scalda i motori’

Il Senato Federale del Brasile ha approvato per 61 voti a 20 l’impeachment del Presidente Rousseff, prima donna eletta a capo dello Stato carioca. Dilma ha dichiarato che il processo di impeachment l’avrebbe condannata “per il quadro d’insieme”. Con questa frase sibillina, l’ormai ex-presidente intendeva sottolineare che veniva cacciata non per aver commesso un reato, ma perdeva il suo incarico a causa di una manovra di palazzo, un complotto politico ordito dal suo vice, Michel Temer, che assume ora il comando del Brasile.


dilma-e-lulaRio de Janeiro, 2 settembre 2016 – L’impeachment di Dilma Rousseff, eletta solo due anni fa da decine di milioni di brasiliani, è stato approvato come previsto. Chi si aspettava scene di giubilo e manifestazioni oceaniche in favore della defenestrazione della Presidenta, però, è rimasto deluso. Il voto definitivo è arrivato alla fine di un lunghissimo ed estenuante processo, che ha reso palese l’inconsistenza giuridica del procedimento (definito “ridicolo” dall’ex Presidente della corte suprema, Joaquim Barbosa, mai tenero con il Pt) ed ha evidenziato l’inettitudine della classe politica chiamata a sostituire il partito di Lula e Dilma alla guida del gigante sudamericano. La sbornia post-olimpica, poi, ha fatto il resto, e così il Paese ha accolto piuttosto tiepidamente un verdetto scontato. L’indifferenza della società brasiliana, soprattutto nei settori contrari ai governi petisti, si deve anche alla scarsissima fiducia in Temer, alla guida di un governo debole, non legittimato da alcun mandato popolare (in Brasile vige un sistema presidenziale), accusato a livello nazionale ed internazionale di essere un governo golpista, e che, come se non bastasse, dovrà affrontare una delle peggiori crisi economiche mai conosciute a quelle latitudini. Per il Brasile si prospettano almeno un paio d’anni politicamente complicati, almeno fino alle prossime elezioni, previste teoricamente per il 2018. Lula, sempre sotto la lente della “talvolta curiosamente solerte” magistratura brasiliana, scalda i motori per una campagna elettorale che si prevede infinita e senza esclusione di colpi, soprattutto se saranno confermate le promesse del nuovo governo: tagli, “iniezioni shock di capitalismo” e privatizzazioni.

Riccardo Galetti

Brasile. Governo Temer, ritorno al passato

temerIl governo del Presidente ad interim Michel Temer (PMDB), insediato da meno di 24 ore, vanta già un triste primato: è il primo esecutivo totalmente maschile da quello del generale Garrastazu Médici, Presidente tra il ‘69 ed il ’74, in piena dittatura militare. Il primo in assoluto dal ritorno della democrazia. Il leader del PMDB non è riuscito ad individuare neanche una candidatura femminile per uno dei 23 dicasteri che compongono il suo esecutivo. Assenti dalla compagine governativa anche ministri di origine afro-brasiliana, che pure rappresentano una fetta importante della popolazione, più di 14 milioni di cittadini. Ma la scarsa rappresentatività della società brasiliana non è l’unico problema dell’esecutivo provvisorio.

Un terzo dei membri del governo (7 su 23) sono indagati o sono sospettati di aver avuto un ruolo nel maxi-scandalo Lava-Jato, la celebre indagine che ha contribuito a logorare la Presidente eletta Dilma Rousseff, mai sfiorata dalle inchieste. Il nome dello stesso Temer ha fatto capolino più volte in diverse indagini della magistratura brasiliana per finanziamenti irregolari o illegali ricevuti a partire dal 1996. Sul Presidente ad interim, inoltre, pende una condanna in secondo grado per aver violato la normativa sulle donazioni elettorali, e rischia pertanto di diventare ineleggibile per i prossimi 8 anni. Non male per un governo nato sull’onda della reazione alla corruzione imperante.

Anche la legittimità politica del governo è messa in dubbio da più parti. Tralasciando per il momento l’inesistente sostegno popolare per Temer, la coalizione di governo non è legittimata da alcun mandato elettorale, e addirittura 11 dei 23 ministri del nuovo esecutivo avevano sostenuto il candidato sconfitto, Aecio Neves (PSDB), in occasione delle ultime presidenziali. Il Ministro degli Esteri José Serra (PSDB), di origini italiane, oltre ad aver sostenuto la candidatura delle opposizioni nel 2014, vanta una lunga storia di disfatte elettorali: è stato per due volte candidato alla presidenza e per due volte sconfitto (nel 2002 da Lula e nel 2010 da Rousseff) oltre ad aver perso nel 2012 anche la corsa per la poltrona di Sindaco di São Paulo (anche in questo caso contro un candidato del PT, Fernando Haddad).

Insomma, l’esecutivo del Presidente ad interim non sembra poter vantare credenziali etiche e politiche più solide di quello che l’ha preceduto.

Eppure, nonostante si tratti di un governo temporaneo, non mancano i primi annunci epocali, come quelli del Ministro dei Trasporti Mauricio Quintella Lessa (PR, già condannato per appropriazione indebita) che prevede massicce privatizzazioni, a partire da porti ed aeroporti. Sono invece attese per oggi le prime importanti dichiarazioni sulla politica economica di Henrique Meirelles (PSD), ex Presidente del Banco Central e nuovo Ministro delle Finanze.

Riccardo Galetti
Responsabile Esteri della Federazione dei Giovani Socialisti

Brasile. Domani il voto sull’impeachment al Senato

dilma-rousseff-facepalmSono i momenti peggiori per il Brasile, in queste ore continuano i colpi di scena sull’impeachment della Presidente Dilma Rousseff. Ieri sembravano essersi calmate le acque dopo che il presidente ad interim della Camera brasiliana, Waldir Maranhao, che ha sostituito Eduardo Cunha, ha annullato il voto del 17 aprile con cui la Camera aveva approvato la messa in stato d’accusa della Presidente brasiliana, Dilma Rousseff. La spiegazione nella nota della presidenza è che sono stati registrati vizi di forma durante la sessione. Ma poche ore fa la situazione è stata ribaltata, dal presidente del Senato brasiliano, Renan Calheiros, che ha deciso di confermare il voto sull’impeachment contro la Rousseff per domani, ignorando le giustificazioni di Maranhao.
“Tutti sappiamo che sono vittima di un golpe, ma invito alla calma e alla cautela”, ha commentato la Presidente brasiliana che è accusata di aver manipolato il bilancio dello Stato nel 2014 prima della sua rielezione per non far emergere le difficili condizioni dell’economia brasiliana. Si aspetta il voto di domani, ma in caso di sospensione sarebbe il vicepresidente Michel Temer, del partito di centrodestra PMDB e suo principale rivale, ad assumere la presidenza ad interim. La presidente guerrigliera Rousseff dovesse essere definitivamente riconosciuta colpevole quest’ultimo resterebbe al potere fino al 2018.

“Ho intenzione di combattere – ha detto la Rousseff davanti a un pubblico entusiasta – con tutti gli strumenti che ho, democratici e legali, per impedire l’interruzione illegale del mio mandato”.

Redazione Avanti!

Brasile: Dilma pericolosamente vicina all’impeachment

Dilma RousseffCon 38 voti a favore, 27 contrari e nessun astenuto, la commissione parlamentare speciale incaricata di valutare il possibile impeachment di Dilma Rousseff ha approvato il documento del relatore, Jovair Arantes (PTB, Partido Trabalhista Brasileiro) , che consigliava  l’apertura del processo di  destituzione della Presidente.
Affinché il procedimento sia formalmente instaurato, la relazione del deputato dell’opposizione dovrà ora essere approvata da almeno due terzi dei componenti dalla Camera, riuniti in sessione plenaria. Secondo il regolamento della Camara dos Deputados le discussioni dovrebbero iniziare entro le prossime 48 ore e concludersi entro domenica 15 Aprile. Se almeno 342 dei 513 deputati voteranno a favore della relazione, Dilma sarà sospesa dall’incarico per un periodo di 180 giorni, durante i quali sarà il Senato a giudicare la posizione della vincitrice delle elezioni del 2010 e 2014.

La vittoria delle opposizioni favorevoli all’impeachment in commissione era ampiamente prevista (anche se ci si aspettava un risultato più equilibrato) e la vera battaglia si combatterà nella sessione plenaria, dove i numeri lasciano pensare ad un risultato tutto da  scrivere.
Ad oggi, secondo le proiezioni del quotidiano paulista Estadão, la camera sarebbe divisa tra 299 favorevoli all’impeachment, 123 contrari e 91 indecisi. La lettura dei numeri è resa particolarmente difficile dalla scarsa disciplina partitica, caratteristica storica della politica brasiliana, dall’ambiguità ideologica di tante formazioni politiche e dal fatto che diversi partiti abbiano lasciato libertà di voto ai propri eletti.
Alcuni mezzi di informazione raccontano inoltre di una febbrile attività intorno all’Hotel Golden Tulip, a Brasilia, dove l’Ex Presidente Lula, tornato al centro dell’azione politica nelle ultime settimane, starebbe coordinando gli sforzi del PT per convincere almeno altri 49 deputati a sostenere il governo Rousseff.

Lula starebbe offrendo ai deputati indecisi posti di governo e appoggio per la rielezione in occasione delle elezioni del 2018, quando l’ex-Presidente potrebbe essere di nuovo candidato. Secondo un sondaggio diffuso domenica, infatti, lo storico leader del PT risulta ancora il candidato preferito dai brasiliani, almeno al primo turno, tallonato da vicino dalla ex-Ministra di Lula ed ex petista Marina Silva.
Lo stesso sondaggio ha fornito dati sconfortanti per Michel Temer (PMDB), vero manovratore degli attacchi a Rousseff e primo in linea di successione in caso di caduta della Presidente, che è dato, nel più ottimista dei casi, al 2%.

La richiesta di impeachment, dalle traballanti basi legali secondo diversi giuristi, riguarderebbe l’utilizzo delle “pedaladas fiscais” (letteralmente “pedalate fiscali”) nella redazione del bilancio dello stato durante il primo mandato dell’erede di Lula. L’esecutivo, secondo i presentatori della denuncia, avrebbe utilizzato strumenti fiscali irregolari (sostanzialmente ritardando dei pagamenti destinati ad istituti bancari) per ottenere un saldo primario maggiore e trovare quindi finanziamenti per diversi programmi sociali, tra i quali il famoso e colossale piano per l’edilizia popolare “Minha Casa, Minha Vida”. Secondo il governo quella delle pedaladas è una pratica comune, utilizzata in diverse occasioni da Presidenti e Governatori statali (tra i quali, sempre secondo il PT, anche Aécio Neves quando era Governatore dello stato di Minas Gerais). Al di la delle basi giuridiche della richiesta di impeachment, appare comunque chiaro che la vicenda rientra nel logorante clima politico generale, in linea con i continui assalti al governo di Brasilia.

Riccardo Galetti

La crisi politica in Brasile ad un punto di svolta

dilma-rousseffLa crisi politica, economica e istituzionale che sta fustigando il governo di Dilma Rousseff dal 2014, anno della sua rielezione, non accenna a placarsi. L’ultimo, e probabilmente letale, colpo alla prima Presidente donna ad occupare il palazzo di Planalto arriva dagli alleati del PMDB, che decideranno oggi se lasciare la coalizione di governo. Il PMDB (Partido do Movimento Democrático Brasileiro) è il più grande partito del paese per numero di iscritti ed il secondo per numero di seggi al congresso, ininterrottamente ed ambiguamente al governo, tanto con il PT che con i governi centristi di Cardoso, dalla metà degli anni 90. La relazione tra il PT e il principale socio della coalizione, cha ha sostenuto Dilma nel 2010 e 2014, si è deteriorata proporzionalmente al crollo di popolarità di Rousseff e si è aggravata drammaticamente con il cortocircuito istituzionale delle ultime settimane ed in particolare con le convulsioni politico-giudiziarie che hanno interessato l’ex-Presidente Lula.

La rottura del PMDB con la compagine governativa pare scontata visto che Michel Temer, Presidente del partito e vice di Dilma dal 2010, è accusato da più parti di essere uno dei manovratori degli attacchi al PT. In caso di rinuncia della Presidente in carica o di successo del processo di impeachment intentato contro di lei al congresso, sarà infatti Temer ad assumere la Presidenza fino al 2019. Secondo ambienti vicini alle istanze petiste Temer sarebbe pronto ad approfittare dell’ordalia mediatico-giudiziaria in atto contro Rousseff e avrebbe stretto un accordo con diversi membri dell’opposizione con cui starebbe già discutendo la distribuzione dei dicasteri nel futuro Governo Temer I.

All’esecutivo, dopo il ribaltone del PMDB e di altri partiti minori, resterebbe il solo appoggio del PT, del Partido Comunista do Brasil e del Partido Democratico Trabalhista che fu di Leonel Brizola, ad oggi l’unico partito brasiliano membro dell’Internazionale Socialista.

Per il governo Roussef, che entro aprile dovrà affrontare il Congresso per una richiesta di impeachment, il capolinea sembra sempre più vicino.

Riccardo Galetti
Responsabile Esteri Federazione dei Giovani Socialisti