Rai in stallo. Nencini: “Non conoscono la democrazia”

Riforma-Rai

“Sono ancora in attesa di indicazioni dell’azionista e nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano”. Così Marcello Foa, dopo lo stop subito ieri. Dopo la nomina a presidente della Rai, ieri in Commissione di Vigilanza Rai sono mancati i 2/3 dei voti richiesti in Commissione. Hanno votato in 23: 22 i sì (il quorum era 27) 13 del M5s, 7 della Lega e due di Fdi. Non hanno partecipato al voto Pd, Leu e Forza Italia. Una scheda bianca.

La proposta di Foa è comunque respinta al mittente. Marcucci, capogruppo del Pd a Palazzo Madama si dice pronto ad andare dal Capo dello Stato . “Se l’occupazione abusiva di Marcello Foa in Rai continuerà, siamo pronti a chiedere al Capo dello Stato di riceverci. Le prerogative del Parlamento nella effettività della carica di presidente sono chiare, e il governo M5S e Lega le sta stravolgendo. Si deve procedere subito ad una nuova candidatura che passi dal Cda e venga votata dalla Vigilanza”.

Oggi il Cda di è riunto nuovamente, ma non è ancora emerso un nome alternativo per la presidenza. La situazione, dunque, è in completo stallo: il cda non ha al momento indicato un nome alternativo a Foa e di conseguenza la Commissione di Vigilanza, che ha già bocciato il primo candidato, non può procedere a una nuova nomina. Il vertice dell’azienda radiotelevisiva resta di conseguenza “zoppo”.

Quello che balza all’occhio è comunque la sistematica occupazione di poltrone da parte di Lega e 5 Stelle. “Stanno facendo in fretta – commenta il segretario del Psi Riccardo Nencini – in meno di due mesi stanno rinnovando presidenze e amministratori delegati. Sulla Rai però questa cosa si è fermata. Ma la Commissione vigilanza Rai è il Parlamento. El Parlamento che dice no. È inutile insistere su un nome. È il Parlamento, attraverso la Commissione, che ha detto che quel nome non va bene. Ergo deve trovare un nome in grado di raccogliere il consenso dei terzi indicato della legge. Tutto il resto è distonico rispetto alle procedure di democrazie parlamentare”.

Il deputato Pd Michele Anzaldi rincara la dose: “Il cda Rai non sarà legittimamente costituito e in carica finché non sarà nominato un presidente che entri formalmente nelle proprie funzioni attraverso il voto favorevole dei 2/3 della Vigilanza Rai. Quanto alla circostanza che Foa possa comunque presiedere il cda, secondo il diritto e la prassi che in assenza di un presidente e di un vicepresidente un cda sia presieduto dal consigliere anziano, in questo caso non si applica, poiché la commissione di Vigilanza non ha dato il proprio assenso proprio al fatto che il consigliere Foa sia presidente e quindi possa presiedere il consiglio”.

Rai. Buemi, tempi duri per un’informazione autonoma

RAI-RiformaIn nome della battaglia contro la lottizzazione si lottizza. Questa la morale della vicenda Rai ai cui vertici il governo, tramite il ministero dell’economia, ha posto persone di propria fiducia. Ne di più ne di meno di come è sempre successo. Insomma il governo ha raggiunto l’accordo sulle nomine “in ottemperanza alle disposizioni di legge e di statuto e a completamento delle designazioni già effettuate dal Parlamento e dall’azienda, per il rinnovo del Consiglio di Amministrazione della Rai il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, ha proposto al Consiglio dei Ministri i seguenti nominativi: Fabrizio Salini, indicandolo per la carica di amministratore delegato, e Marcello Foa per la carica di consigliere di amministrazione”. Si legge così in una nota del Ministero dell’Economia. Foa sarà votato dalla commissione di Vigilanza per la carica di presidente dell’azienda radiotelevisiva.

“Oggi diamo il via a una rivoluzione culturale. Ora ci liberiamo dei raccomandati e dei parassiti”, nella Rai”. Ha detto il vicepremier Luigi Di Maio. Il perché poi i nominati in precedenza siano dei raccomandati e quelli di oggi non lo siano, è tutto da capire. Va ricordato comunque che le norme in vigore sono figlie della riforma voluta dal governo Renzi. “I risultati di una riforma sbagliata e pensata a favorire la propria continuità di governo – afferma l’esponente socialista Enrico Buemi senatore nella scorsa legislatura – ha portato oggi a consentire a Lega e 5 Stelle di occupare la Rai con leadership oscurantiste al servizio di interessi diretti di forze politiche e di governo che le hanno scelte. Saranno tempi duri, più del passato, per una informazione autonoma e libera da condizionamenti di varia natura, ma purtroppo sempre al servizio del potente di turno”. Dall’opposizione quindi l’accusa è quella di militarizzare la Rai: “Nessuna nomina di garanzia: Salvini e Di Maio vanno contro la legge e militarizzano la Rai con una spartizione senza precedenti. Tria e Conte non pervenuti”. Sono le parole di Michele Anzaldi, segretario della commissione di Vigilanza Rai. “Foa – continua Anzaldi – è un fedelissimo di Salvini mentre Salini è stato l’ad de La7 nel momento in cui la tv di Cairo si è trasformata in un lungo talk show filo M5s contro Renzi e il Pd. Vogliono asservire il servizio pubblico alla loro lottizzazione selvaggia”.

NUOVO CHE AVANZA

Il nuovo che avanza sembra muoversi con sistemi molto vecchi. Quelli della spartizione. Infatti la corsa all’occupazione delle poltrone è in pieno svolgimento. Dopo le commissioni parlamentari questa volta tocca alle ferrovie il cui cda è stato azzerato con un colpo netto. L’amministratore delegato Renato Mazzoncini ha già annunciato che lascerà l’incarico. Non si è aspettata la scadenza, il governo ha voluto intervenire subito. Una decisione annunciata dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli, con un post sulla piattaforma social. Il cda era stato rinnovato nel novembre 2017. L’operazione di azzeramento tra l’altro arriva in momento in cui è quasi certa la mancata fusione tra Anas e Fs.

Tensioni si erano già avute sopo le nomine Rai. Con Michele Anzaldi (Pd) e Giorgio Mulè (Fi) che hanno sollevato perplessità riguardo al vertice che si è tenuto martedì sera a Palazzo Chigi sulla scelta della nomina dell’amministratore delegato Rai – che spetta al Tesoro – alla presenza, oltre che del ministro dell’Economia e di quello dello Sviluppo economico Di Maio, anche del ministro dell’Interno Salvini e del presidente del Consiglio Conte. Con il presidente della Vigilanza Barachini che ha alzato un “cartellino giallo”, perché in quel vertice si sarebbe parlato anche delle direzioni dei Tg, condizionando la nomina del futuro amministratore delegato.

Ma torniamo alle ferrovie. “Come cantava Checco Zalone, la Prima Repubblica non Si scorda mai. Lega e M5s si muovono secondo le peggiori logiche spartitorie. Sono solo interessati all’ occupazione di poltrone”. È il commento su Twitter del segretario del Pd Maurizio Martina. Secondo l’ex ministro delle infrastrutture Graziano Delrio l’unico motivo plausibile dietro la decisione di far saltare l’operazione viene dalla brama di poltrone di Lega e Cinque Stelle. Raffaella Paita, deputata Pd in commissione Trasporti parla di “un blitz da stato autoritario in piena regola. Stiamo assistendo all’applicazione alla lettera della meritocrazia in salsa grillina, quella che funziona al contrario. Toninelli, il ministro muto che non viene in commissione, che non dà le deleghe ai sottosegretari, che blocca la modernizzazione del paese, rende noto, con un post su Facebook, che procederà alla decapitazione dei vertici di una delle società più strategiche del paese”. “E’ una spartizione selvaggia – aggiunge il capogruppo Pd al Senato Marcucci – che fa impallidire quelle della Prima Repubblica”. Ma il cambiamento grillino si abbatte anche sull’operazione Fs-Anas, completata a gennaio con la nascita di un colosso da 11 miliardi. Dopo giorni di tira e molla, ora la decisione sembra praticamente presa con Toninelli che riteiene non vi siano motivi per tenerle insieme. L’Anas, che in questa operazione ha conquistato l’autonomia finanziaria, però avverte: il Governo come azionista può decidere, ma “per fare queste operazioni – osserva l’a.d. Vittorio Armani – bisogna pensarle in modo da non distruggere valore”. “Per noi – ha detto ancora – è fondamentale quello che abbiamo acquisito entrando in Ferrovie: l’autonomia finanziaria e la capacità industriale di essere un’azienda invece che pubblica amministrazione”. Con la sua entrata nel gruppo Fs, ha poi spiegato Armani, l’Anas ha acquisito autonomia finanziaria e capacità industriale. Due valori, questi, che secondo l’ad vanno preservati.

Il caso Casalino e i giornali di Partito

vitaliziBufera sul Partito al Governo, il M5S, stavolta nel mirino il portavoce del presidente del Consiglio e da anni capo della comunicazione del Movimento, Rocco Casalino. A scatenare la bufera odierna, le parole con cui l’ex concorrente del Grande Fratello ha apostrofato Salvatore Merlo, giornalista de Il Foglio: “Adesso che il Foglio chiude, che fai? Mi dici dici a che serve il Foglio? Non conta nulla… Perché esiste?”.
Tutto è iniziato quando ieri durante i festeggiamenti per il taglio dei vitalizi, evento a base di palloncini e spumante organizzato da Casalino, ai quali era presente il giornalista Merlo per fare il suo lavoro, ma il Portavoce di Conte a cui non piacciono le critiche e dopo la serie di “legnate” prese su Il Foglio, si avvicina proprio a Merlo e lo insulta.
Tuttavia al giornalista l’uscita ha portato a ironizzare ancora si più sul Movimento, bersagliando proprio Casalino: “amore, amore”, urla Rocco a un deputato, battendo le mani, “tienilo più in alto quel palloncino!”
inoltre è servita meglio di una pubblicità in piazza, la difesa del cronista è arrivata forte e bipartisan.
Andrea Romano del Pd ha chiesto di “fare piena luce sulle minacce e intimidazioni rivolte da Rocco Casalino contro il Foglio e il suo giornalista Salvatore Merlo”. Mentre dall’altra parte degli schieramenti Guido Crosetto, FdI ha twittato: “Per quanto non condivida parte della linea editoriale del Foglio e molte delle posizioni di Claudio Cerasa, questa mattina sono corso a comprarne una copia ed oggi pomeriggio farò l’abbonamento on-line. Mi hanno convinto a farlo le parole di Rocco Casalino”. Il quale però si difende: “Era solo una battuta rivolta al giornalista del Foglio, in un momento informale di festeggiamenti per i vitalizi. Sono certo che Merlo ne fosse ben consapevole, considerando che ho specificato anche con lui che stavo scherzando. Credo fortemente nella libertà di stampa e nel pluralismo dell’informazione, sono il primo a volere che ci siano più mezzi di informazione possibili, ovviamente abolendo il finanziamento pubblico”.
Ma la polemica monta. Il dem Michele Anzaldi sollecita l’Ordine dei giornalisti di Milano ad aprire un’istruttoria.
La frase di Casalino è quindi anche un chiaro riferimento al fatto che il Foglio percepisce finanziamenti pubblici come giornale di partito, tanto che il direttore Cerasa era stato rimbeccato per non esser stato un po’ più morbido con il nuovo Esecutivo e per restare in tema, il solo giornale di Partito che non riceve finanziamenti pubblici è ancora e attualmente il nostro Avanti!

Trump a Putin: “Torni nel G8”

trump putin

Il primo  viaggio istituzionale  di  Giuseppe Conte  è con un  aereo di Stato. Il volo diretto al G7 di Charlevoix, in Quebec, è decollato ieri alle 19 da Roma. Per la sua trasferta in  Canada, quindi, il neo presidente del Consiglio non ha utilizzato un  volo di linea, tema sul quale negli scorsi anni sono state vibranti le polemiche dei Cinque Stelle. Ma, i pentastellati hanno precisato che non si tratta del  Airbus A340,  l’aereo voluto da  Matteo Renzi  e costato  150 milioni di euro, e assicurano anche di aver tentato fino all’ultimo di provare ad organizzare la trasferta con voli di linea. Questa soluzione è risultata inopportuna per il tempo che sarebbe stato necessario a causa degli scali necessari per raggiungere la destinazione canadese e per l’esigua disponibilità di posti  sui voli delle tradizionali compagnie per una partenza  “last minute”  che comunque sarebbe costata di più. In ogni caso, ha assicurato il M5S, è intenzione del premier utilizzare il più possibile aerei di linea soprattutto per le  tratte più brevi. La notizia della scelta di aereo fatta dalla presidenza del Consiglio ha comunque provocato la reazione dell’opposizione.  Michele Anzaldi, deputato del  Partito Democratico, ha detto: “Conte prende esattamente  lo stesso aereo  usato da tutti i presidenti del Consiglio, compreso Renzi”.

Oggi ci sarà il debutto sulla scena internazionale del nuovo premier italiano Giuseppe Conte al vertice mondiale del G7. Al di là della curiosità legata all’accoglienza del nuovo scenario politico, per l’Italia si tratterà di una presenza in sordina, per una serie di ragioni. La prima: il leit motiv del vertice sembra essere ‘Trump contro il resto del mondo’ per via dei messaggi ancora una volta sprezzanti partiti dalla Casa Bianca all’indirizzo dei partners. La seconda: il tema più scottante sul tavolo dei sette capi di governo è quello dei dazi commerciali, tema su cui la nuova alleanza giallo-verde non si è sbilanciata più del necessario (ad eccezione di una entusiasta adesione di Salvini, alcuni mesi fa, al sistema delle barriere commerciali). La terza: Giuseppe Conte porterà con sé il dossier preparato dallo staff del suo predecessore Paolo Gentiloni, anche se sta per essere messa a punto una strategia autonoma.

In Canada, accanto al padrone di casa Justin Trudeau, ci saranno Donald Trump (che secondo i media americani era sul punto di disertare l’appuntamento), Angela Merkel, Theresa May, Emmanuel Macron, Shinzo Abe e per l’appunto Giuseppe Conte. Ancora una volta è stato lasciato fuori dalla porta Vladimir Putin che continua a scontare le sanzioni dell’Occidente dopo l’invasione della Crimea. La vigilia è stata animata come detto da alcune dichiarazioni incrociate tra il premier canadese Trudeau e Donald Trump. La Cnn ha riportato una telefonata piuttosto tesa tra i due leader; alle lamentele di Trudeau a proposito dei dazi commerciali e alla richiesta di spiegazioni da parte di quest’ultimo, Trump avrebbe risposto: “Non bruciaste forse la Casa Bianca come nel 1812?” (facendo un po’ di confusione con la storia: ad appiccare il fuoco furono gli inglesi e non i canadesi).

Donald Trump arriverà per ultimo in Canada per partecipare al G7 e sarà il primo ad andarsene. La Casa Bianca ha confermato che il presidente Usa lascerà anticipatamente i lavori del vertice tra i grandi del mondo, ufficialmente per andare con un po’ di anticipo a Singapore per lo storico summit con il leader nordcoreano Kim Jong Un.

Anche in Canada, a poche ore dall’appuntamento, era circolata la voce che Trump non voleva proprio presentarsi al G7, cosa che avrebbe rappresentato uno strappo senza precedenti.

Per quando riguarda invece lo storico incontro del 12 giugno, il presidente americano nel corso di una conferenza stampa congiunta, alla Casa Bianca, con il premier giapponese, Shinzo Abe, ha risposto così a chi gli chiedeva se pensava di invitare Kim negli Stati Uniti: “La risposta alla seconda parte della domanda è sì, ovviamente se l’incontro andrà bene. Penso che sarebbe accolto bene e credo che lui stesso possa accogliere bene l’invito, quindi è molto probabile che accada”.

Sul vertice, Trump ha ribadito anche che la Corea del Nord deve rinunciare al nucleare, se vuole un accordo per ammorbidire le sanzioni statunitensi e ha dichiarato che il summit potrebbe durare più di un giorno: “Uno, due, tre: dipende da quello che succede”.

In vista del G7 in Canada, in programma oggi e domani, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha mandato in giro qualche messaggio: “Non vedo l’ora di raddrizzare gli iniqui accordi commerciali con i Paesi del G-7. Se non succede, ne usciremo anche meglio!”. Ed anche: “Il Canada fa pagare dazi del 270% sui prodotti caseari statunitensi. Non ve lo avevano detto, vero? Non è giusto per i nostri agricoltori!”.

Forzature storiche a parte, le barriere commerciali imposte dall’inizio di giugno da Washington ai suoi storici partners pesano molto. Europa e Canada lamentano la disparità di trattamento da parte dell’amministrazione americana, che ha intavolato un dialogo sull’argomento con la Cina (da cui subisce un feroce dumping commerciale)  ma ha usato il pugno di ferro con l’Occidente .

Trudeau ha detto: “Non potremo fare a meno di manifestare la nostra scontentezza”. Trudeau, assieme al suo omologo Emmanuel Macron auspica un fronte comune contro Trump per sbloccare la situazione”.  Due giorni fa, Bruxelles ha annunciato che farà scattare una serie di ritorsioni sull’import dei prodotti ‘made in Usa’.

Infine c’è la prevedibile curiosità attorno al debutto di Giuseppe Conte in rappresentanza dell’Italia. Il nuovo presidente ha disertato il Consiglio dei ministri proprio perché in volo per il Canada. Il nuovo rappresentante di Roma catalizzerà inevitabilmente l’attenzione soprattutto per le posizioni espresse riguardo ai rapporti con Mosca. Il fronte occidentale ritiene essenziale mantenere le sanzioni contro Putin (ad eccezione di Trump che mantiene un rapporto ambivalente) mentre Conte, nel suo discorso di insediamento al Senato ha manifestato l’intenzione di fare un passo indietro con il rischio di rompere il fronte, ma  ricevendo un altolà da parte del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Un’apertura di credito all’Italia è arrivata da colei che è indicata come il nemico da parte di Lega e M5S, vale a dire Angela Merkel.

Rispondendo nell’ambito dell’Europa forum a Berlino, la cancelliera ha detto: “Fra Germania e Italia dovremmo parlare gli uni con gli altri, invece di parlare gli uni degli altri, e non iniziare la comunicazione in modo indiretto con insinuazioni e congetture”.

La linea dell’Italia, più in generale resta quella già annunciata: da un lato fedeltà ai partner occidentali, dall’altro apertura di credito verso la Russia. Lo ha ribadito ancora Matteo Salvini: “Il mio punto di vista sulle sanzioni alla Russia continua a essere quello che mantengo da anni a questa parte, ovvero che le sanzioni non risolvono nulla e che mantenendo fede agli impegni internazionali presi, ritengo fondamentale tornare a dialogare, a commerciare e a ragionare amichevolmente con la Russia”. In serata, parlando al tradizionale ricevimento all’ambasciata russa a Roma, il ministro dell’interno si è spinto anche un pò oltre. Alla domanda se è possibile un veto italiano in Europa sulle sanzioni alla Russia, Salvini ha risposto: “Dobbiamo ragionarci. In Europa almeno a parole qualcosa sta cambiando. Siamo una squadra. Lasciateci partire, ma sulle sanzioni abbiamo le idee chiare”.

Non sarà un esordio internazionale facile quello di Giuseppe Conte al G7 di Charlevoix. Catapultato in pochissimi giorni dalle aule dell’università di Firenze al tavolo dei leader mondiali, il nuovo presidente del Consiglio avrà tutti gli occhi puntati su di lui per essere considerato il premier di un governo euro-scettico, populista e aperturista verso la Russia di Putin.

Contemporaneamente, da Roma, Matteo Salvini detta la linea e smarca l’Italia dall’Ue sulla contrarietà totale ai dazi imposti da Donald Trump. Alla vigilia del G7 il vicepremier Salvini ha affermato: “Le politiche commerciali vanno ristudiate. L’Italia è una potenza che esporta e quindi va protetto il ‘made in Italy’ e credo che le politiche di Trump siano soprattutto per arginare la prepotenza tedesca. L’Italia non deve subire né l’una né l’altra manovra”.

La Merkel ha già manifestato qualche timore: “Non credo che ci sarà un problema drammatico al G7 nella posizione europea, anche se per la prima volta c’è Conte”.

Il neo presidente del Consiglio avrà incontri bilaterali con Merkel, Trump, Macron, May e Trudeau. Sembrerebbe determinato a farsi portavoce degli interessi dei cittadini italiani avendo già affermato: “La prima posizione dell’Italia sarà farsi conoscere, la seconda farsi rispettare”.

Le aspettative sono altissime. Ieri, anche il vicepremier Luigi Di Maio ha sostenuto che l’appartenenza all’Alleanza Atlantica non elimini il dialogo con la Russia con la proposta di revisione del sistema delle sanzioni. Di Maio ha chiarito: “Non sarà un governo supino alle volontà degli altri governi. L’Italia storicamente ha avuto la funzione nell’ambito della Nato di essere un Paese che dialogava con i Paesi dell’Est come la Russia”.

Lunedì prossimo il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg sarà a Roma per incontrare Conte, ma certamente il G7 sarà un primo importante test.

Conte in Quebec avrà anche un primo colloquio con il presidente della Commissione UE, Jean Claude Juncker. Con i colleghi europei avrà modo di aprire la discussione in vista del Consiglio di fine giugno sul futuro dell’Ue per trattare temi cruciali come l’immigrazione e l’unione bancaria e monetaria.

Matteo Salvini ha già avvisato: “A me piacerebbe che gli organismi internazionali di cui facciamo parte e a cui contribuiamo economicamente, essendo organismi di difesa, difendessero la sicurezza italiana ed europea”.

Al G7 a Charlevoix, in agenda, oltre alla questione sui dazi, ci sono anche Iran e clima. Tre dossier dove c’è una notevole distanza tra i leader mondiali e Trump. Infatti, la Casa Bianca sta valutando se il presidente firmerà il documento finale.

Se al summit di Taormina fu faticosamente raggiunto un documento finale a sette, limato fino all’ultimo, dal quale restò fuori solo il clima, a Carlevoix si pensa già che la dichiarazione comune non ci sarà affatto. In proposito la cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto: “Ci si sta lavorando, ma ci sono troppi dissensi”. Questa percezione conferma la posizione della Casa Bianca. Il tycoon va in Canada tutt’altro che disposto a ricevere lezioni dagli altri leader.

Il maggior dissenso parte proprio dalla questione sui dazi che, direttamente o indirettamente, colpiscono tutti i leader presenti: Canada (gli Usa stanno anzi valutando ulteriori misure contro il Paese che ospita il summit), Giappone, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna. Secondo molti osservatori, minacciano gli stessi progressi compiuti dal G7 con la Cina e le sue pratiche commerciali. Nulla però fa pensare ad un possibile spiraglio dopo il fallimento del summit dei ministri delle Finanze nel quale gli Usa non sono arretrati di un millimetro sulle tariffe imposte a Europa e Canada su acciaio (del 25%) e alluminio (del 10%) dal primo giugno. La risposta dell’Ue, che va a colpire il cuore del dei prodotti a stelle e strisce, dai jeans Levi’s alle moto Harley Davidson, partirà da luglio. Il G7 potrebbe rappresentare l’ultimo momento utile per trovare un compromesso. Ma Trump si presenta a Charlevoix con la minaccia più temuta: la possibilità di estendere i dazi alle auto importate da Europa e sud-est asiatico. Una misura, hanno avvertito Tokio e Bruxelles, che porterebbe gravi turbolenze sul mercato globale e determinerebbe la fine del Wto.

Lontanissimi i leader degli altri Paesi e sempre Trump anche sull’uscita degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano. La risposta europea non è stata solo politica. Bruxelles ha subito messo in sicurezza le aziende europee, applicando lo ‘statuto di blocco’, la norma volta a neutralizzare gli effetti extra-territoriali delle sanzioni Usa e aggiornando il mandato sul prestito esterno della Banca europea per gli investimenti (Bei), rendendo l’Iran un Paese candidabile alle attività di investimento. L’inquilino della Casa Bianca rimane però irremovibile anche su questa decisione, che in un giorno ha demolito uno dei capisaldi di Obama. L’altro era l’accordo di Parigi sul clima, rimasto fuori dal comunicato congiunto di Taormina e che di certo non rientrerà in quello (se ci sara’) di Clarlevoix.

Crescita, lavoro e parità di genere saranno forse gli unici temi sui quali non ci saranno eccessive spaccature. Anche all’interno dei Paesi europei le distanze non sono poche. A cominciare dall’immigrazione, con la spaccatura totale sulla riforma del regolamento di Dublino. Proseguendo con il rapporto nei confronti della Russia. Temi fuori dall’agenda del G7 ma che entreranno certamente nei bilaterali che Conte avrà con la Merkel e con il presidente della Commissione europea Jucker, soprattutto dopo le turbolenze degli ultimi giorni per l’apertura dell’Italia al Cremlino.

A sorpresa è arrivata l’apertura di Donald Trump alla Russia. Prima della partenza per il vertice del G7 in Canada, Donald Trump ha detto: “Alla Russia dovrebbe essere permesso di tornare nel G8”.

Immediato è stato il commento del premier italiano Giuseppe Conte: “Sono d’accordo con il presidente Trump: la Russia dovrebbe rientrare nel G8. E’ nell’interesse di tutti”.

Dmitri Peskov, il portavoce di Putin ha commentato dalla Cina: “La Russia si concentra su altri formati”.

Oltre al G8 di oggi e domani, i prossimi appuntamenti importanti saranno il Consiglio Europeo il 27 e 28 giugno ed il summit Nato l’11 ed il 12 luglio.

Lo scenario mondiale, dopo le dichiarazioni del Presidente Trump a sostegno delle aperture anticipate dal premier Conte si presenta con nuovi ed interessanti sviluppi da seguire attentamente. Ma anche lo scenario politico italiano assume una colorazione diversa.

Salvatore Rondello

Governo, un’intesa piena di ostacoli

Camera Deputati

Si parte alla ricerca di una maggioranza in grado di sostenere un governo. Le consultazioni al Quirinale inizieranno mercoledì 4 marzo. Ma il primo giro rischia di andare a vuoto. Perché la via di un’intesa giallo-verde è irta di ostacoli, a partire dalla volontà di Salvini di includere Forza Italia. Il M5s prova a rilanciare la propria iniziativa convocando già per domani un incontro “sui programmi” dei capigruppo di tutti i partiti. Ma il Pd, corteggiato dai grillini e agitato dalle sue divisioni, si tira fuori: “Non avranno i nostri voti”, dice Matteo Renzi.

In attesa dell’avvio delle consultazioni, inizia in confronto tra i gruppi parlamentari. Il primo incontro è alla Camera tra i capigruppo di M5s con Forza Italia. Danilo Toninelli e Giulia Grillo hanno incontrato Anna Maria Bernini e Maria Stella Gelmini. “E’ stato un incontro molto utile: abbiamo ascoltato le loro proposte e abbiamo presentato le nostre. Andremo avanti con un confronto parlamentare continuativo al livello dei capigruppo”, ha detto la Bernini al termine. I pentastellati hanno incontrato poi LeU. “Noi abbiamo detto che non ci sottraiamo al dialogo e al confronto sulle cose concrete anzi vediamo positivamente il fatto che si esca da una fase in cui si parla di poltrone. Sul confronto parlamentare diamo la nostra totale disponibilità”. hanno detto lasciando la riunione che si è tenuta alla Camera con i capigruppo M5s i rappresentanti di Leu, Loredana De Petris e Federico Fornaro.

Nel frattempo, Matteo Salvini, frena sul reddito di cittadinanza. “Dopo 5 anni di propaganda ora scoprono che si sono sbagliati. Per anni hanno promesso soldi, illudendo le persone e speculando sulla pelle di chi non ce la fa. Passata la festa, gabbato lo santo. Vergogna”. E’ questo il retweet con cui l’account Lega-Salvini Premier rilancia un’intervista in cui l’esponente Pd Michele Anzaldi critica, in maniera dura, il reddito di cittadinanza portato avanti dal M5S.

Anche Salvini prova a spingere sull’acceleratore: “O parte un governo o si va subito al voto. Non ci sto a tirare a campare, discutere per un anno di legge elettorale sarebbe devastante”. Il leader della Lega assicura che il centrodestra è “granitico”, anche se al primo giro di consultazioni ognuno si presenterà per proprio conto. E aggiunge che con il M5s “c’è un dialogo”: un governo è possibile. I Cinque stelle proseguono in realtà un corteggiamento sotto traccia al Pd. Ma Salvini, che fa sapere che non accetterebbe un incarico “al buio” senza avere prima un accordo, mostra di non crederci: “Voglio veder Di Maio trovare 90 voti in giro che si convincono…”.

Il leader della Lega esclude un esecutivo con i Dem, ma assicura che M5s non ha l’esclusiva dei contatti: “Sento tutti i pezzi del Pd”. L’accenno di Salvini ai “pezzi” del Pd non è casuale, perché dietro l’unità sulla linea dell’opposizione, il partito democratico sembra diviso in due, tra renziani e orfiniani che rifiutano ogni dialogo e il correntone “governista” che non vuole l’Aventino.

Intanto Renzi cerca di compattare il proprio partito: “La situazione politica è chiara: il Pd starà all’opposizione. E stando all’opposizione potrà dare un aiuto al Paese portando un clima di civiltà e rispetto del Governo che nei nostri confronti purtroppo non c’è stato. L’opposizione si può fare bene. Chi ha vinto le elezioni si metterà d’accordo, prima o poi: del resto Cinque Stelle e Centrodestra stanno facendo accordi in tutti i passaggi istituzionali”. E ancora: “Quando eravamo al Governo noi, questa fase delicata della democrazia parlamentare si chiamava ‘accaparramento di poltrone’. Ora che c’è un accordo che va da Berlusconi a Di Maio, passando per Salvini, per i centristi, per la Meloni (cinque forze, un nuovo pentapartito) si chiama ‘rappresentanza istituzionale’. Quelli che quando c’eravamo noi gridavano nei talk contro gli inciuci, oggi vanno in tv a spiegare la necessità degli accordi che smentivano con forza prima delle elezioni. Guardiamo il positivo, amici. Il vocabolario della politica migliora: si passa dagli insulti ai toni istituzionali. E nelle aule del Parlamento il clima è molto più tranquillo”.

Comune nel partito democratico cresce la tensione. Il mal di pancia è ben visibile nella diatriba sollevata in particolare da Dario Franceschini (poi sposata da Andrea Orlando) su una questione formale. Ovvero se convocare i gruppi Pd di Camera e Senato prima del quattro marzo (come invocato dai ministri della Giustizia e dei Beni Culturali) per chiarire la linea politica dem quando i partiti saranno ricevuti al Colle per discutere sul governo. Oppure se convocare la riunione dei gruppi dei due rami del Parlamento solo all’indomani delle consultazioni col Quirinale, come replica Lorenzo Guerini. Il segretario reggente Maurizio Martina sta mediando tra le varie anime dem, anche se la sua idea è di convocare i Gruppi e la direzione all’indomani delle consultazioni al Quirinale per un confronto interno. E, soprattutto, per fare il punto della situazione.

Reddito di cittadinanza, Lega e grillini ai ferri corti

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Sembrava che M5S e Lega si stessero accordando per fare il governo, trovando intesa sui vitalizi, sulle pensioni d’oro e sull’abolizione della legge Fornero. Sarebbero questi i punti sui quali le ricette di Lega e 5 Stelle più combaciano. È vero che Salvini vuole abolire la riforma Fornero e Di Maio ha messo nel mirino principalmente i vitalizi degli ex parlamentari e le pensioni d’oro sopra i 5mila euro lordi. Ma quando si passa dagli slogan alle ipotesi concrete, le proposte dovrebbero essere ampiamente convergenti. Eventualmente, a frenare le iniziative, dovrebbero essere le coperture finanziarie. A livello tecnico, entrambi i movimenti mirano a introdurre la cosiddetta ‘quota 41’, intesa come anzianità contributiva che dovrebbe permettere di andare in pensione a prescindere dall’età, oltre che ‘quota 100’, come somma di età e contributi. Entrambi, poi, si spingono a ipotizzare l’aumento delle minime. Quanto ai vitalizi e alle pensioni d’oro, Salvini non li considera una priorità, ma è anche vero che non ha mai escluso un intervento su questi assegni e che, in realtà, l’operazione potrebbe servire anche a trovare un po’ di risorse per finanziare, in parte, il superamento della Fornero. In ballo, comunque sia, c’è il taglio dei trattamenti degli ex parlamentari e dei pensionati per la parte non coperta dai versamenti pregressi.

Dopo le divergenze su chi dovrebbe occupare la poltrona della presidenza di palazzo Chigi, le cose stanno cambiando.

Matteo Salvini frena nuovamente sul reddito di cittadinanza dopo le aperture di alcuni giorni fa.  Il 26 marzo scorso il leader della Lega aveva detto: “Se il reddito di cittadinanza fosse pagare la gente per stare a casa dico di no, ma se fosse uno strumento per reintrodurre nel mondo del lavoro chi oggi ne è uscito allora sì”. Invece, oggi arriva lo schiaffo della Lega al M5S su Twitter: “Dopo 5 anni di propaganda ora scoprono che si sono sbagliati”.

Il messaggio è stato inserito ritwittando un post al vetriolo del deputato Pd Michele Anzaldi sulla proposta dei pentastellati. Il canale del Carroccio ‘Lega – Salvini premier’, ha riportato il virgolettato del deputato Anzaldi: “Per anni  hanno promesso soldi, illudendo le persone e speculando sulla pelle di chi non ce la fa. Passata la festa, gabbato lo santo. Vergogna”.

Non c’è pace nei rapporti tra  Lega e Cinque stelle, in questi giorni pasquali prima delle  consultazioni che inizieranno il 4 aprile. Dopo la sfida di Matteo Salvini  a Luigi Di Maio  (“Deve trovare 90 voti”), è ancora una volta il Carroccio ad agitare il clima politico.  Motivo del contendere, dunque, il  reddito di cittadinanza  tanto caro a M5S (e sul quale il leader della Lega sembrava disposto ad aprire): l’account ‘Lega Salvini premier’ ha ritwittato malignamente l’accusa rivolta dal democratico  Michele Anzaldi  ai 5 stelle per essersi rimangiati la promessa del reddito di cittadinanza.

Salvini in pratica condivide l’articolo pubblicato ieri dal giornale on line ‘Il populista’, dal titolo “Anzaldi: Sul reddito di cittadinanza i Cinquestelle sono senza vergogna”.

Il deputato grillino  Alfonso Bonafede ha risposto: “La Lega non ha capito, io parlavo del reddito universale di cittadinanza che è quello che dice Beppe Grillo e riguarda una visione di più lungo termine, io ho detto che quello non è ancora sostenibile, però il reddito di cittadinanza così come l’abbiamo posto in campagna elettorale è coperto e rimane la nostra priorità da realizzare”.  Bonafede ha specificato di aver risposto a una domanda di Luca Telese su Radio 24 riferendosi alla proposta di Grillo che propone un reddito che spetti di diritto a ogni cittadino, per nascita. Ed ha aggiunto:  “Anzaldi sta continuando a rilanciare un tweet che è  basato su una  notizia sbagliata. Su una fake news”. Alla domanda del giornalista di Radio24 : “E il fatto che quel tweet sia  stato rilanciato anche dalla Lega?”, il deputato grillino ha ribattuto:  “Chiunque lo rilanci sta rilanciando un  tweet sbagliato, perché  basato su un errore di fondo”.

Intanto il capogruppo M5S in Senato, Danilo Toninelli, al termine degli incontri con i capigruppo di Fi, Lega e Leu che si sono svolti oggi a Montecitorio, ha dichiarato: “Sono stati incontri costruttivi, le altre forze politiche hanno apprezzato la nostra iniziativa di far incontrare tutti i capigruppo per discutere di temi e questa è la prova che quando si parla non di poltrone ma di soluzioni per i problemi dei cittadini e di temi come la lotta alla povertà e il sostegno a famiglie e imprese, anche forze politiche differenti possono dialogare per il bene esclusivo del Paese”.

Nel frattempo, la via per la formazione di un governo si è fatta ancora più impervia. Non sarà facile trovare un accordo sia nel merito programmatico che nella forma. Chi fa i programmi elettorali dovrebbe sapere che ‘la luna nel pozzo, quando si fa giorno scompare’.

S. R. 

Quando le pluricandidature limitano la parità di genere

maria elena boschiTra i numerosi temi ricorrenti del dibattito politico italiano c’è sicuramente la parità di genere. Anche queste elezioni hanno dato il loro contributo, soprattutto alla luce del risultato della consultazione nazionale svoltasi il 4 marzo scorso. Come abbiamo avuto modo di raccontare nel nostro report Tre poli contrapposti, il parlamento che si sta per insediare sarà quello con la percentuale più alta di donne.

Le donne nel parlamento italiano
Già nella scorsa legislatura avevamo testimoniato un’impennata delle donne in entrambi i rami. Alla camera l’aumento era stato del 50%, passando dal 20,41% della XVI legislatura al 30,7% della XVII. Con l’arrivo della XVIII legislatura la percentuale è destinata a crescere ancora, sino al 34,62%. Per capire quanto sono cambiati i numeri, basta pensare che solamente 10 anni fa, nella XV legislatura (2006-2008), le donne erano la metà, il 17,2%.

Pure a Palazzo Madama i numeri sono da record. Rispetto al 28,44% di senatrici della XVII legislatura, già percentuale più alta raggiunta fino ad all’ora, nella XVIII passeremo al 34,75%, segnando un aumento di 6 punti percentuali. Il trend negli ultimi anni ha portato a quasi raddoppiare la percentuale di donne, considerando che nel periodo 2006-2008 il dato era fermo al 13,43%.

Crescono le donne nel parlamento italiano
Andamento delle donne dalla I (1948) alla XVIII (2018) legislatura

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DA SAPERE
Per consentire il confronto tra legislature il totale è sul totale dei deputati e senatori. Sono stati considerati quindi sia quelli cessati, sia quelli subentrati in corso.

FONTE: openpolis

Scomponendo tutto questo per le principali liste di elezione, emergono delle considerevoli differenze. Guida il Movimento 5 stelle, il solo a sfiorare quota 40%, e sopra la media del parlamento. A seguire due dei principali sconfitti di queste elezioni: Forza Italia (34,93%) e il Partito democratico (33,93%). Molto più distanti le altre liste: la Lega e Fratelli d’Italia sono quasi 10 punti percentuali dietro al Movimento 5 stelle, rispettivamente al 30,89% e al 30,23%. Chiude Liberi e uguali, le cui donne rappresentano il 27,77% degli eletti.

Le donne elette nelle principali liste
Il risultato delle politiche 2018

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DA SAPERE
Per ognuna delle principale liste abbiamo calcolato la percentuale di donne sul totale degli eletti.

FONTE: openpolis

Cosa dice la legge elettorale rosatellum bis
L’attuale legge elettorale prevede alcuni elementi per favorire la parità di genere, che hanno funzionato in parte. La materia viene affrontata sia nella composizione delle liste per i collegi plurinominali, che nella scelta dei candidati in quelli uninominali.

In ogni collegio plurinominale ciascuna lista, all’atto della presentazione, è composta da un elenco di candidati presentati secondo un ordine numerico. […] in ogni caso, il numero dei candidati non può essere inferiore a due né superiore a quattro. A pena di inammissibilità, nella successione interna delle liste nei collegi plurinominali, i candidati sono collocati secondo un ordine alternato di genere

– Art. 1 comma 10 – Legge elettorale rosatellum bis
Per quanto riguarda i seggi assegnati con il metodo proporzionale, nella scelta del listino bloccato, le segreterie dei partiti sono obbligate a collocare i nomi secondo un ordine alternato di genere. Essendo che il numero di candidati non può essere inferiore a due o superiore a quattro, questo forza il rapporto di genere a essere o 1:1 o 2:1. Il sistema direziona quindi la scelta dei nomi, tentando, con dei limiti che poi vedremo, di pareggiare la presenza di uomini e donne nel parlamento italiano. Non solo, viene anche specificato che nella scelta dei capolista nessuno dei due generi può superare quota 60%.

Nel complesso delle candidature presentate da ogni lista o coalizione di liste nei collegi uninominali a livello nazionale, nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60 per cento, con arrotondamento all’unità più prossima

– Art. 1 comma 10 – Legge elettorale rosatellum bis
Il rapporto 60-40 deve anche essere mantenuto nella scelta dei candidati nei collegi uninominali. Al livello nazionale quindi ogni lista, o coalizione di liste, deve selezionare i candidati assicurandosi che nessuno dei due sessi sia rappresentato in misura superiore al 60%.

Il problema delle pluricandidature
Sulla carta quindi il tentativo del legislatore di assicurare una rappresentanza omogenea dei due sessi è chiara. Ciò ha portato molti giornali in queste settimane a considerare un “fallimento” il non aver raggiunto quota 40% di donne nel parlamento italiano. Purtroppo però, per come è strutturata la legge elettorale, le regole sulle quote di genere sono fortemente depotenziate dalle pluricandidature. Un candidato nei collegi plurinominali può presentarsi in 5 diversi collegi al livello nazionale. In aggiunta a questi può anche correre in un collegio uninominale.

Cosa implica tutto questo? Per spiegarlo facciamo un esempio concreto. Come noto Maria Elena Boschi era la candidata del centrosinistra nel collegio uninominale di Bolzano. Allo stesso tempo però è stata candidata, come permesso dalla legge, in 5 diversi collegi plurinominali: Lazio 1-03, Lombardia 4-02, Sicilia 1-02, Sicilia 2-01 e Sicilia 2 -03. In tutti questi collegi Maria Elena Boschi era capolista, implicando che il secondo in lista fosse un uomo, sempre come richiesto dalla legge. In 4 dei 5 collegi plurinominali in questione il Partito democratico ha ottenuto un solo seggio, assegnato quindi a Maria Elena Boschi. Essendo però vincitrice del collegio uninominale di Bolzano, questi 4 seggi sono andati ai secondi in lista, ovviamente tutti uomini. In pratica, candidando la stessa persona in 5 collegi plurinominali, a cui si può anche aggiungere la candidatura in un collegio uninominale, le quote di genere vengono di fatto aggirate. Solo nel collegio Lazio 1-03, avendo il Pd ottenuto 2 seggi, è rientrata comunque una donna, in quanto l’esclusione della sottosegretaria ha fatto eleggere il secondo (uomo) e terzo candidato (donna) in lista.

Non si tratta di un caso isolato, e gli esempi che si possono citare sono molti, tra cui: Giorgia Meloni (candidata ed eletta all’uninominale di Latina e allo stesso tempo come capolista in 5 diversi collegi plurinominali) e Marianna Madia (candidata ed eletta all’uninominale Roma 2 e candidata come capolista in 2 diversi collegi plurinominali, nonché come seconda in altri 3). Proprio quest’ultima ci permette di analizzare un’altra fattispecie interessante.

Seconda in lista nel collegio Lazio 1 – 02, dove il Pd ha ottenuto 2 seggi, ha lasciato il posto a Michele Anzaldi, terzo in lista. Per via della sua elezione in un collegio uninominale, la contemporanea candidatura da seconda in lista in un collegio in cui il Pd ha ottenuto 2 seggi ha permesso a 2 uomini di essere eletti. .

È chiaro quindi che tutte le discussioni sulle quote rosa, la parità di genere e simili rischiano di diventare sterili se poi nel concreto ci sono modi per ovviare ai paletti legislativi.

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SILENZIO VIOLATO

agcom

A meno di una settima dal voto, in periodo di par condicio, interviene l’Agcom. Il contendere il divieto della diffusione di sondaggi nei giorni precedenti il voto. Direttiva violata da Rai e Mediaset, per episodi relativi, rispettivamente, alla trasmissione ‘Mezz’Ora in Piu” (Rai3) di domenica scorsa in occasione dell’intervento di Luigi Di Maio e alla trasmissione, nella stessa data, Domenica Live su Canale 5 in occasione dell’intervento di Silvio Berlusconi.

L’Autorità inoltre ha ordinato alle testate giornalistiche “Libero Quotidiano”, “il Fatto Quotidiano”, “Giornalettismo” e “Affari Italiani” di pubblicare, con le stesse caratteristiche dell’articolo contestato, la notizia della violazione dell’art.8 della legge n. 28/2000 commessa “per aver aggirato, nelle pubblicazioni, in varie forme, incluse quelle che riportano presunti sondaggi asseritamente reperiti in rete, il divieto stabilito dalla legge”.

La violazione dello stesso divieto è stata inoltre contestata alle testate “Il Giornale” e “l’Opinione delle libertà” in relazione ad articoli apparsi, rispettivamente, in data 24 febbraio e 23 febbraio. Il Consiglio dell’Autorità ha inoltre deliberato di invitare gli uffici ad avviare analoghe contestazioni nei confronti di siti o pagine web, in cui sono stati pubblicati e diffusi sondaggi. La decisione – con il solo voto contrario del commissario Martusciello – è stata adottata nella riunione di ieri del Consiglio, verificando numerose violazioni al divieto di pubblicazione e diffusione di sondaggi e rilevazioni elettorali sui mezzi di informazione.

In una nota l’Agcom sottolinea che l’art. 8, comma 1, della Legge n. 28/2000 vieta espressamente – nei quindici giorni precedenti la data delle votazioni e fino alla chiusura delle operazioni di voto – di “rendere pubblici o, comunque, diffondere i risultati, anche parziali, di sondaggi sull’esito delle elezioni e sugli orientamenti politici e di voto degli elettori”. Il divieto è rivolto a tutti i mezzi di informazione destinati al grande pubblico attraverso cui è possibile la pubblicazione o la diffusione di contenuti ad una pluralità indeterminata di destinatari.

Infine, l’Autorità, in conformità con il punto 3. delle “Linee guida per la parità di accesso alle piattaforme online durante la campagna elettorale per le elezioni politiche 2018” ha disposto la segnalazione, ai cosiddetti operatori Over The Top che partecipano al Tavolo Tecnico di autoregolamentazione (istituito con delibera n. 423/17/CONS), dei contenuti relativi a sondaggi elettorali, anche parziali o assimilabili, pubblicati e diffusi online nei 15 giorni antecedenti al voto.

“Come avevamo denunciato, Berlusconi e Di Maio hanno violato la par condicio. Ora è ufficiale: i leader di Fi e M5s uniti nell’illegalità e nel mancato rispetto delle regole. L’intervento dell’Agcom contro Rai3 e Canale5 per la violazione del divieto di diffondere sondaggi, peraltro taroccati, è stato tempestivo e pienamente opportuno”. È quanto scrive su Facebook il deputato del Partito democratico Michele Anzaldi, segretario della commissione di Vigilanza Rai. “Ora servono – prosegue Anzaldi – sanzioni dure: la legge sulla par condicio è in vigore da 18 anni, è inaccettabile che nel 2018, a pochi giorni dal voto, si possano ancora commettere trasgressioni del genere”. Protesta invece la Lista insieme praticamente cancellata da ogni format informativo.

Chiede chiarezza anche Roberto Fico, deputato M5s e presidente della commissione di Vigilanza Rai: “A cinque giorni dal voto è doveroso che l’Autorità rompa il silenzio, risponda agli esposti pervenuti e faccia chiarezza su quanto accaduto nelle ultime settimane. Se ci sono state violazioni rispetto al tempo fruito dal presidente del Consiglio, siano richiamate immediatamente le emittenti responsabili. Non si può restare in silenzio su un aspetto cosi’ importante della par condicio”. Fico, sulla sua pagina Fb ricorda invece di aver presentato una settimana fa un esposto sulla “situazione preoccupante sul piano della par condicio: la sovraesposizione del presidente del Consiglio Gentiloni al Tg1”. “Tra oggi e domani saranno pubblicati i nuovi dati, ma, a prescindere da cosa ci diranno, abbiamo avuto due settimane consecutive di violazione della legge nel principale tg” segnala ancora Fico che ricorda: “la legge impone che nei periodi di campagna elettorale il governo sia quasi assente sul piano mediatico”.

Il Pd non fa “sconti” a Grasso e chiede gli arretrati

Francesco Bonifazi al suo arrivo all'assemblea nazionale del Partito Democratico a Roma, 14 dicembre 2014. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Francesco Bonifazi al suo arrivo all’assemblea nazionale del Partito Democratico a Roma, 14 dicembre 2014.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Dopo il divorzio arrivano i conti da pagare, Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd, ha infatti richiesto a Pietro Grasso 83mila euro per non aver versato negli ultimi cinque anni le quote al gruppo del Pd al Senato. Richiesta respinta al mittente, il leader di Liberi e Uguali, risponde con una lunga lettera pubblicata da Repubblica, in cui non solo si giustifica davanti alle numerose richieste, ma per il presidente del Senato le dichiarazioni di Bonifazi “sono infamanti” e rappresentano “una sorta di ritorsione” nei suoi confronti.
“Non ho mai ricevuto da voi – precisa Grasso – alcuna comunicazione in merito alla quota economica mensile che avrei dovuto versare al Pd in ragione della mia elezione, né le modalità di pagamento. Eppure dal marzo del 2013 al giorno delle mie dimissioni dal gruppo del Pd in Senato sono trascorse 56 mensilità. Abbastanza occasioni per farlo, non crede?”. Inoltre Grasso contrattacca e prende di mira la ‘mala gestione’ (a suo dire) dei dem: “Aggiungo una cosa. Lasci fuori da questa orrenda strumentalizzazione i dipendenti del Pd. Sono in cassa integrazione in virtù di una gestione economica e finanziaria disastrosa e di un indebitamento milionario causato, in primis, dalla fallimentare campagna referendaria: a loro, così come ai giornalisti dell’Unità, di Europa e alle loro famiglie, va tutta la mia solidarietà – conclude il presidente del Senato -. Questo usato da Lei e da alcuni suoi colleghi di partito è un modo di condurre il confronto politico che rifiuto: mi auguro che non sia questo il tono della vostra campagna elettorale. Di certo non sarà il mio, se non costretto”. Grasso ricorda quindi: “Nel mio secondo giorno da presidente del Senato ho scelto di dare un segnale di sobrietà tagliando, fatte salve le indennità irrinunciabili, varie voci tra cui quelle previste come ‘rimborso spese per l’esercizio del mandato’, esattamente quella dalla quale i parlamentari prelevano la quota che versano nelle casse del Pd. Oltre ai tagli alle mie indennità ho dimezzato il costo complessivo lordo del gabinetto del presidente e del fondo consulenza, con un risparmio annuo di circa 750.000 euro. Al termine del mio mandato avrò dunque fatto risparmiare alle casse dello Stato più di quattro milioni di euro”.
Tuttavia contro queste ultime argomentazioni arriva il disappunto del deputato Pd, Michele Anzaldi: “Grasso dice che la pensione da magistrato se l’è guadagnata. E chi lo mette in discussione? Anche il presidente Mattarella percepisce la sua pensione, ma ha scelto di evitare che il cumulo con lo stipendio da presidente della Repubblica sfori il tetto da 240mila che nella pubblica amministrazione tutti sono chiamati a rispettare. Perché Grasso non ha fatto lo stesso? È infamante chiedergliene conto?”.
A mettere i puntini sulle I anche il costituzionalista e senatore Pd, Stefano Ceccanti che dalle pagine di Democratica puntualizza come sia impossibile che Grasso, anche se presidente del Senato, non debba finanziare un partito essendone poi leader. “O si ritiene che un Presidente di Assemblea nel momento in cui è eletto si debba iscrivere al Gruppo Misto per rimarcare l’indipendenza (ed è una tesi ben sostenibile) e in quel caso ovviamente sarebbe esente dal contributo, oppure, se invece resta iscritto al gruppo di origine, come ha scelto di fare Grasso fino a pochi giorni fa, non può che comportarsi come tutti gli iscritti a quel gruppo”.