Psi Sardegna, proposta per il centrosinistra

Gianfranco Lecca

Gianfranco Lecca

Il Partito socialista sardo ha fatto tesoro degli errori alla base delle sconfitte alle ultime politiche e alle recenti amministrative isolane, e si riorganizza in vista delle elezioni regionali della primavera prossima.
L’occasione è stata la recente assemblea regionale dei socialisti sardi, svoltasi a Cagliari il 2 luglio scorso, che era aperta agli iscritti e ai non iscritti, ai riformisti e ai democratici di diversi orientamenti, ma con una militanza di area “sorella” di quella socialista.

E questa assemblea ha dato buoni risultati soprattutto dal punto di vista del dialogo con i possibili alleati e per la stesura di un programma e di una lista comune per le prossime regionali.

rocco celentano

Rocco Celentano

Al segretario regionale, Gianfranco Lecca, e al presidente regionale Rocco Celentano, abbiamo chiesto maggiori dettagli.

Siete soddisfatti dai risultati dell’assemblea?
Certamente. Dall’assemblea sono emersi non solo contributi importanti per rigenerare la presenza del Partito Socialista in Sardegna, partendo proprio dallo scenario politico regionale, ma anche alcuni tra i temi del nostro programma per le prossime elezioni regionali.

Era anni che non si vedeva una sala così piena, con centinaia di persone, alcune anche in piedi, e con un parterre di ospiti di altre forze politiche così interessati a far diventare comune un progetto di impronta socialista. Vogliamo citarli tutti?
Ai lavori hanno partecipato diversi rappresentati di partiti e associazioni della Sardegna: Michele Piras (ex Sel, attualmente indipendente), il consigliere regionale Antonio Gaia (Upc), Paolo Maninchedda (segretario del Partito dei Sardi), l’assessore regionale all’Industria, Maria Grazia Piras, e Stefano Secci, presidente regionale dell’Associazione Ajò. Vogliamo approfittare anche di questa occasione per ringraziarli della partecipazione e del contributo che hanno dato alla discussione.

Quindi dei buoni risultati che fanno sperare per un percorso nuovo che potrebbe rappresentare la vera novità delle prossime regionali?
Certamente. Tutti gli interventi degli ospiti hanno sottolineato il comune impegno per creare una nuova proposta politica insieme a noi socialisti, tracciando un percorso per costruire una prima risposta al bisogno di alleanza a sinistra tra partiti e movimenti che permetta di affrontare le prossime elezioni regionali del 2019 con una proposta comune.

Non c’è un secondo aspetto importante da sottolineare scaturito invece dagli interventi dei compagni socialisti? Quello che sta portando i socialisti sardi verso una nuova frontiera?
Gli interventi socialisti, a partire da quello del segretario regionale Gianfranco Lecca, che ha svolto un’ampia relazione introduttiva, e degli altri che hanno fatto seguito, hanno pronunciato un apprezzamento per le posizioni espresse dagli ospiti politici, ma indicato anche la strada per sviluppare e approfondire le alleanze future.

Che sarebbe poi il congresso?
Sicuramente la strada per iniziare questo nuovo percorso è quella del Congresso regionale, che sarà convocato tra la fine di settembre e i primi di ottobre di quest’anno.

E il congresso renderà operativa la nuova strada maestra, cioè la nascita del Partito Socialista Sardo?
Sì. L’assemblea ha assunto la determinazione che la nuova fase del Partito Socialista passa attraverso un sistema istituzionale basato su un federalismo di stampo regionale e di rapporto con il Partito nazionale, nonché su un’Italia delle regioni e delle organizzazioni dei partiti articolate su scala regionale, modalità necessaria e indispensabile per garantire autonomia e salvaguardia delle identità.

Invece, quali sono i primi temi programmatici comuni, scaturiti proprio dall’assemblea che caratterizzeranno questa nuova alleanza? Temi che sicuramente saranno ampliati dal prossimo congresso.
I temi programmatici condivisi riguardano: la riforma dello statuto regionale per ripensare l’architettura istituzionale della Sardegna, lasciando alla Regione la funzione legislativa e agli enti locali quella della gestione; definizione del ruolo e dei poteri delle Provincie, atteso che non state abolite; valorizzare il sentire comune; declinare meriti e bisogni dando priorità ai giovani; lavoro e un necessario piano straordinario per il lavoro; auto impiego: lotta alla povertà e riduzione delle disuguaglianze; scuola e cultura; insularità e continuità territoriale; costo dell’energia; infrastrutture; politiche ambientali e turismo.

Ho partecipato ai lavori quindi posso anche dirlo: erano anni che non si vedeva un’assemblea così partecipata e soprattutto con così tanti interventi. Possiamo dire che, dopo due o tre anni di riunioni di direttivi regionali passati a parlarci addosso, di fronte alla possibilità di estinguerci abbiamo finalmente deciso di darci una mossa, di ritornare a parlare di politica?
E’ stata un’assemblea partecipata e impegnata sui valori alti della Sardegna, per cui sia il presidente sia il segretario regionale ringraziano tutti i presenti all’assise. Ci dispiace per chi non ha trovato spazio per esporre il proprio pensiero, ma non si poteva operare diversamente data la ristrettezza dei tempi.

Ma ci sarà un’altra occasione di incontro e di dibattito, se non sbaglio?
Sì. I compagni e tutti coloro che intendono porre all’attenzione dell’assise socialista le proprie posizioni, lo potranno fare liberamente in una prossima assemblea regionale che sarà convocata al più presto, prima del Congresso.

Antonio Salvatore Sassu

Ius soli in stand by. Arriva lo sciopero per approvarla

Flash mob a sostegno dello Ius Soli

Sullo ius soli continua la battaglia, con ministri e parlamentari che, da oggi, entrano in uno sciopero della fame a staffetta per l’approvazione della legge che riconosce la cittadinanza italiana agli immigrati di seconda generazione. Ed è pioggia di critiche dalle opposizioni, a partire dalla Lega che prende di mira l’adesione del ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio. Da sottolineare è che sulla legge, arenata in Senato da due anni e approdata in Aula senza che la commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama abbia potuto concludere i lavori, a causa della mole di emendamenti presentati, pesa ancora, a tutt’oggi, una valanga impressionante di proposte di modifica: oltre 50mila. E la possibilità che si proceda con la fiducia, magari sostenuta, in modo tecnico, anche da altri gruppi come Sinistra italiana, potrebbe comportare qualche rischio per la maggioranza, dopo lo stop arrivato pochi giorni fa dal partito di Angelino Alfano: per Ap, in tutto sono 24 i senatori, è un tema da non affrontare in questo scorcio di legislatura.

In ogni caso, la legge non è stata inserita in calendario durante l’ultima conferenza dei capigruppo, lo scorso 27 settembre, suscitando le proteste della presidente del Misto Loredana De Petris(Si). Ma tant’è: c’è chi non demorde e, in Senato, si apprende, sta raccogliendo, ad uno ad uno, i nomi di chi è disposto a votare le norme contese. Una raccolta, viene spiegato, del tutto trasversale ai partiti.

Intanto, al digiuno di protesta – annunciato dal senatore Pd Luigi Manconi che insieme ai parlamentari Elena Ferrara, Paolo Corsini, Vannino Chiti, Lucio Romano, Sergio Lo Giudice, Walter Tocci, Franco Monaco, Sandra Zampa, Michele Piras, Loredana De Petris, ha raccolto il testimone dell’iniziativa attuata lo scorso 3 ottobre da oltre 900 insegnanti di tante scuole italiane – sono in tanti a partecipare: il ministro Graziano Delrio, il viceministro Mario Giro e i sottosegretari Benedetto della Vedova, Andrea Olivero e Angelo Rughetti; il presidente della commissione Affari Sociali della Camera, Mario Marazziti; la presidente dell’Alleanza contro l’intolleranza del Consiglio d’Europa, Milena Santerini; il presidente della Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito, Giampiero Scanu; il segretario e la presidente di Radicali italiani, Riccardo Magi e Antonella Soldo, e, in pochissime ore, sottolinea lo stesso Manconi, oltre una settantina di parlamentari. Fra questi anche quelli di Rete dem. Ma ci sono anche artisti come Alessandro Bergonzoni, Andrea Segre, Ascanio Celestini, nonché Emanuele Macaluso e don Virginio Colmegna.

Sul tema dello Ius soli è intervenuta, a favore, anche la presidente dell Camera, Laura Boldrini: “non ho pensato di fare lo sciopero. È un tema su cui mi sono impegnata molto ed è scontato che ci sia il mio sostegno. Però ci penso. Vediamo un po’, perché no? Non è una cosa che ho deciso”, ha detto ai microfoni”. “Mettere nello stesso cesto terroristi, barconi e immigrati come fa Salvini è veleno puro per la società italiana. Stiamo parlando di bambini e ragazzi figli di immigrati regolari e stabili, che sono cresciuti e che hanno studiato nel nostro Paese. E che per due terzi sono di religione cristiana. Diamo loro la cittadinanza e, con essa, i diritti e anche i doveri degli italiani” ha spiegato il sottosegretario agli Esteri Benedetto della Vedova che ha dato la sua adesione allo sciopero di protesa.

Non demorde il Carroccio che ribadisce la sua posizione contro “la pagliacciata messa in piedi da esponenti anche di rilievo del Pd è imbarazzante e degrada il dibattito. Prima annunciano uno sciopero, poi si rendono conto di aver esagerato perché in fondo allo Ius Soli non ci tengono così tanto e allora decidono per una ‘staffetta’ e non mangeranno per sei ore a testa. Una vera e propria cialtronata. Sullo Ius Soli la nostra contrarietà è netta perché le priorità per il paese sono altre”, dichiara il capogruppo a Palazzo Madama, Gian Marco Centinaio.

Gabriele Del Grande. Si lavora per un incontro domani

io sto gabrieleL’Italia si unisce attorno al caso del giornalista e blogger arrestato al confine fra Turchia e Siria il 10 aprile, Gabriele Del Grande. Dalle Università, alle associazioni, fino ai frati di Assisi, tutti si sono mobilitati e hanno fatto appello la rilascio del giovane lucchese. Ma dopo la mobilitazione dell’opinione pubblica, adesso tocca alle Istituzioni.
Adesso il capo della Farnesina, Angelino Alfano ha fatto sapere che le autorità turche “ci hanno avvisato per telefono che domani alle 9 ci sarà la possibilità di un incontro” di Gabriele Del Grande con il console italiano in Turchia e con il proprio legale. A darne notizia è proprio il ministro degli Esteri oggi al termine di un incontro con il proprio omologo della Repubblica dell’Azerbaijan Elmar Mammadyarov. Nella giornata di ieri Alfano ha avuto una conversazione telefonica con il il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu in cui ha chiesto il rilascio del giornalista arrestato. “Ho confermato la nostra ferma richiesta di rilasciare immediatamente Gabriele Del Grande” ha detto Alfano ai giornalisti aggiungendo che Cavusoglu ha dichiarato che da parte turca si sarebbero al più presto terminate tutte le procedure necessarie. Alfano ha inoltre sottolineato la necessità di fornire a Del Grande assistenza legale e consolare. Martedì scorso il giornalista ha potuto fare una telefonata per la prima volta da quando è detenuto e ha detto che sta bene promettendo poi di iniziare uno sciopero della fame per protestare contro la violazione dei suoi diritti. Lo stesso giorno la Farnesina ha rilasciato una dichiarazione chiedendo “il rilascio di Del Grande nel pieno rispetto della legge”.
Anche il padre del 35enne da sempre impegnato nel giornalismo di denuncia, Massimo Del Grande, ha fatto sapere che “la Farnesina si sta dando da fare per organizzare l’incontro con Gabriele, che dovrebbe avvenire domani, venerdì”. “Mio figlio lì solo non ce lo lascio – ribadisce Massimo Del Grande – è chiaro che per andare in Turchia c’è una burocrazia che richiede alcuni adempimenti. Noi questa vicenda la viviamo giorno per giorno, momento per momento”.
Nel frattempo attorno all’Italia si schiera anche l’Unione Europea. Da Pechino Federica Mogherini, l’Alto rappresentante Ue per la politica estera ha fatto sapere che sul caso di Gabriele Del Grande, “ci siamo coordinati con le autorità italiane fin dal primo momento, come facciamo in casi simili in cui la responsabilità principale è dello stato membro. L’Ue, in questo particolare caso, si è attivata per sostenere l’azione dell’ambasciatore italiano ad Ankara, che oltretutto ho sentito nei giorni scorsi, per sostenere l’azione della Farnesina e del governo italiano rispetto alle autorità turche”. “Questo sta già accadendo in modo discreto ma spero produttivo”, aggiunge Lady Pesc.
“L’ambasciata italiana in Turchia sta seguendo da vicino la questione del fermo di Gabriele Del Grande: finora non c’è stata la possibilità di incontrarlo ma ci confermano che sta bene. È sottoposto a una procedura di espulsione anche se i tempi del rimpatrio non sono certi”. Lo ha detto all’ANSA il deputato di Mdp Michele Piras che, con una delegazione italiana di parlamentari tra i quali Arturo Scotto e Franco Bordo, ha incontrato le autorità diplomatiche italiane. “Da quanto abbiamo appreso – aggiunge Piras – Del Grande sarebbe stato fermato perché non in possesso dell’accredito stampa né dell’autorizzazione per stare dove si trovava”. Ora la delegazione si trova nel Parlamento turco per incontrare i rappresentanti del partito di opposizione Hdp (che rappresenta la sinistra filo curda), mentre stasera sarà la volta del faccia a faccia con gli esponenti del Chp.

È ancora buio sull’assassinio di Giulio Regeni

Verita Giulio RegeniÈ passato un mese dal rapimento di Giulio Regeni, preso da sconosciuti in una strada del Cairo la sera del 25 gennaio, l’anniversario della rivolta di Piazza Tahrir, e fatto ritrovare il 3 febbraio lungo un fosso lungo l’autostrada, ma a oggi ancora non ci sono ipotesi credibili, tracce, su assassini, moventi e mandanti. Per questo oggi, convocata dall’associazione Antigone e dalla Coalizione italiana libertà e diritti civili (Cild), si è svolto un sit-in davanti all’ambasciata del Cairo cui ha partecipato anche – unica presenza delle Istituzioni – Pia Locatelli, parlamentare socialista e presidente del Comitato dei Diritti Umani della Camera dei Deputati. Al sit-in hanno aderito, tra gli altri, Amnesty Italia e l’Arci.

Il timore è oggi che la ‘ragion di Stato’, ovvero l’intreccio di interessi economici e politici attorno al governo egiziano del generale Al-Sisi – salito al potere con un golpe contro il governo islamista emerso dalla ‘primavera araba’ di tre anni fa – finisca per nascondere per sempre la verità oppure che ne venga confezionata una ad hoc per tacitare le proteste dell’opinione pubblica.

Ricordiamo che oggi riguardo alla crisi libica e alla penetrazione dell’Isis, l’Egitto è un alleato strategico non solo dell’Italia, ma di tutti quei Paesi, anche in Medioriente, che si difendono dal terrorismo Regeni_mix-310x165di matrice islamica. E sempre l’Egitto è un partner economico di primaria importanza dopo che l’Eni ha scoperto il più grande giacimento di idrocarburi della regione e si prepara al suo sfruttamento con reciproco vantaggio, soprattutto per glui egiziani che annaspano da anni in una crisi economica terribile aggravata dal terrorismo che indebolisce l’industria del turismo.

Il governo del Cairo insomma non ha nessuna ragione logica per fare un torto all’Italia, ma forse deve nascondere una verità scomoda oppure una colpa di cui non ha una responsabilità diretta.

Dal giorno del ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, avvenuto proprio mentre doveva cominciare un’importante visita di una foltissima delegazione economica italiana guidata dal ministro Guidi, dall’Egitto sono arrivate notizie confuse o palesemente false, se non veri e propri depistaggi. Il giovane ricercatore prima era morto in un incidente stradale, poi in un tentativo di rapina, poi in durante un incontro a sfondo omosessuale e ieri pure per una vendetta personale, ma intanto agli investigatori italiani inviati a collaborare con quelli egiziani, fino ad oggi pare non sia stato dato neppure un elemento concreto per indagare, a cominciare dai tabulati telefonici del suo cellulare. E così è stato anche per altre possibili tracce degli assassini come i nastri delle telecamere attorno all’abitazione di Regeni. Tra le ipotesi circolate, forse ad arte, si è parlato anche di un complotto per colpire i rapporti tra i due Paesi, ai danni di Al-Sisi. Un complotto nato all’interno delle forze di polizia o di quelle di sicurezza, ispirato dai Fratelli musulmani per screditare il governo.

Locatelli Pia

Pia Locatelli

“Gli investigatori italiani non possono essere soltanto informati, devono avere accesso a documenti sonori e filmati, reperti medici, atti della procura di Giza” ha ripetuto ieri il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, durante il question time alla Camera dei deputati. In questa frase, tutto il disappunto del Governo perché purtroppo a oggi resta solo un’unica certezza: il giovane è stato sequestrato e torturato prima di essere ucciso.
“Il corpo di Giulio Regeni porta una firma, la firma della tortura di Stato e dobbiamo scoprire nomi e cognomi di chi ha messo quella firma. Vogliamo la verità”, ha detto Riccardo Noury, portavoce di Amnesty. “E’ un caso di tortura come centinaia di altri in Egitto”, spiega Noury. “Si tratta di metodi, utilizzati nelle stazioni di polizia. Con questo non vogliamo arrivare a nessuna conclusione, non spetta ad Amnesty stabilire chi siano i colpevoli, ma è doveroso mantenere alta l’attenzione. Non accetteremo – ripete – nessuna verità di comodo”. Nessuna accusa da parte di Amnesty International Italia, come ha spiegato il portavoce, Riccardo Noury. Segni di tortura che tuttavia mettono in luce una metodologia adottata “dalle forze dell’ordine e dalla polizia egiziani. Con questo non vogliamo arrivare a nessuna conclusione, non spetta ad Amnesty stabilire chi siano i colpevoli, ma è doveroso mantenere alta l’attenzione”. E questo, garantisce Pia Locatelli, “è quanto vuole il governo italiano. Verità”. “A un mese dal brutale assassinio del giovane studente italiano in Egitto, ancora non si conoscono le circostanze della sua morte  sopraggiunta in seguito a torture e sevizie. Chiediamo ancora una volta all’Egitto di fare chiarezza sulla vicenda, senza lentezze, omertà, tentennamenti e versioni discordanti, come quelle degli ultimi giorni. Il Governo italiano, come ci ha garantito ieri il Ministro Gentiloni, non intende abbassare la guardia e non si accontenterà di verità di comodo”.
Tante le sigle che hanno aderito alla manifestazione: Arci, Articolo 21, Cittadinanza attiva, Link Roma, Asgi, Usigrai, Fnsi, Cgil, Cisl, Uil. Presenti oltre Pia Locatelli, Nicola Fratoianni e Michele Piras (Sel), Paolo Ferrero (Prc) e il segretario dei Radicali italiani, Riccardo Magi. A rappresentare la famiglia Regeni, l’avvocato Alessandra Ballerini.

Ancora ritardi nella
erogazione della mobilità

C.L.A.S-Sardegna

“Abbiamo atteso oltre ventidue mesi per aver ragione del saldo delle indennità di mobilità in deroga relative il 2013. Ci sono stati pagati solo nell’ottobre 2014. All’ atto del pagamento ci hanno applicato in maniera arbitraria la tassazione Irpef al 23%. A oggi, 30 gennaio 2015 l’Inps  sta  pagando con forti ritardi due mensilità –  gennaio – febbraio 2014 – in palese  violazione degli accordi presi nel mese di dicembre 2014. Continua a leggere