Onu: “In Italia cresce razzismo e violenza”

razzista pelatoL’Italia sotto osservazione dal parte dell’Onu per violenza e razzismo. Queste le preoccupazioni di Michelle Bachelet, neo Alto commissario Onu per i diritti umani che aprendo i lavori del Consiglio Onu per i diritti umani, riunito a Ginevra fino al 28 settembre ha detto: “Abbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento dibatti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom”. Non siamo i soli, preoccupazione anche per l’Austria.

Gli sforzi dei governi per respingere gli stranieri non risolvono la crisi migratoria e causano solo nuove ostilità, sostiene Michelle Bachelet che critica i muri di confine, la separazione delle famiglie di immigrati e l’incitamento dell’odio contro i migranti. “Queste politiche non offrono soluzioni a lungo termine a nessuno, solo più ostilità, miseria, sofferenza e caos”, afferma. Nelle osservazioni di oggi, l’Alto commissario non cita esempi concreti, ma una versione più lunga del suo discorso presentato al Consiglio con riferimento a paesi tra cui Stati Uniti, Ungheria e Italia.

All’inizio di settembre, Bachelet ha ottenuto la carica succedendo al diplomatico giordano delle Nazioni Unite Zeid Ra’ad Al Hussein, noto per il suo approccio altamente conflittuale nei confronti di alcuni di  questi paesi.

“Il Governo italiano ha negato l’ingresso di navi di soccorso delle Ong. Questo tipo di atteggiamento politico e di altri sviluppi recenti hanno conseguenze devastanti per molte persone già vulnerabili”: sottolinea  il neo Alto commissario per i Diritti Umani Michelle. Bachelet  esorta l’Unione europea ad “intraprendere operazioni di ricerca e soccorso umanitario per le persone che attraversano il Mediterraneo” e a “garantire l’accesso all’asilo e alla protezione dei diritti umani nell’Unione europea”.

“L’Italia – è la risposta del ministro dell’Interno, Matteo Salvini – negli ultimi anni ha accolto 700mila immigrati, molti dei quali clandestini, e non ha mai ricevuto collaborazione dagli altri paesi europei. Quindi non accettiamo lezioni da nessuno, tanto meno dall’Onu che si conferma prevenuta, inutilmente costosa e disinformata: le forze dell’ordine smentiscono ci sia un allarme razzismo. Prima di fare verifiche sull’Italia, l’Onu indaghi sui propri stati membri che ignorano diritti elementari come la libertà e la parità tra uomo e donna”.

‘Prodigi – la musica è vita’: dare voce e speranza ai bambini

Prodigi_Flavio_Insinna_Anna_Valle_2017_thumb660x453Il 20 novembre scorso è stata la giornata mondiale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, promossa dall’Onu nel 1989 e a cui l’Italia ha aderito nel 1991; tra l’altro tale data segna anche l’anniversario dell’adozione della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: attualmente più di 190 Paesi l’hanno già ratificata. Il 22 e 23 novembre, invece, in Italia è stata la seconda Giornata nazionale per la sicurezza nelle scuole: molte le iniziative per scuole all’avanguardia e più sicure appunto; inoltre l’on. Valeria Fedeli (ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) per la circostanza firmerà sia un decreto per destinare risorse ai Comuni per mettere a norma (secondo criteri anti-sismici anche tramite progetti come quello di #scuoleinnovative) i plessi scolastici, sia il Protocollo d’intesa per l’avvio della programmazione #MutuiBei 2018-2020 – con la vicepresidente della Banca Europea degli Investimenti, Dario Scannapieco, e ad Antonella Baldino, della Cassa Depositi e Prestiti (CDP) -.
In linea con tali ricorrenze ed iniziative su Rai Uno è andata in onda, come lo scorso anno, una nuova edizione di “Prodigi – la musica è vita”. Condotta, invece che da Vanessa Incontrada, da Flavio Insinna ed Anna Valle. A valutare i giovani piccoli talenti una giuria composta dal maestro Beppe Vessicchio (per la categoria della musica strumentale), da Gigi D’Alessio (per il canto) e da Carla Fracci (per la danza). Non è stato solo un modo per festeggiare l’Unicef, ma soprattutto per parlare di quanto c’è bisogno nel mondo di aiuto, di quanto questo possa venire dalla musica e dall’arte in genere (anche la danza stessa ad esempio), di quello che è stato realizzato e di quanto ancora si può fare. Quasi per sollevare una preghiera di speranza, per dare fiducia nel futuro. Forse per questo, non a caso, ha vinto – prodigio tra i prodigi (erano sette tra musicisti, cantanti e ballerini) – il 13enne di Avezzano Marco Boni (nel canto con la sua esibizione in “Halleluja” di Leonard Cohen e votato da una giuria di 100 esperti oltre che dalla preferenza dei tre giurati d’eccezione). Il vincitore è stato finalista a “Ti lascio una canzone” e tre volte a Sanremo Junior e ha vinto ben 26 concorsi canori internazionali.
Un appello a compiere una vera e propria rivoluzione è venuto da più fronti, a partire dalla cantante Anastacia: il titolo del suo ultimo album “Evolution” (di cui ha presentato il singolo) invita quasi al cambiamento e al progresso, ad andare avanti nello sviluppo di nuovi modi per dare una speranza. “Per me la musica – ha detto la cantante – è la luce nel buio, è qualcosa che mi rasserena e dà speranza”. Poi da Francesco Totti, con il suo messaggio solidale di promozione dell’acquisto di pigotte dell’Unicef a scopo di beneficenza. Poi soprattutto da una bambina siriana cieca, che ha molto commosso. La piccola ha cantato un brano il cui testo è molto profondo e significativo: “rivogliamo la nostra infanzia … insieme cresceremo più forti …. abbiamo scritto questa canzone con il nostro dolore e la sofferenza: ascoltateci!”. Sono solo alcune delle frasi della canzone. Ha “impressionato” soprattutto l’appello all’ascolto: ovvero a sentire la loro voce che grida il diritto all’infanzia e all’istruzione.
Molto è stato fatto dall’Unicef, ma non basta. Storie vere fanno ben rendere conto della gravità della situazione. Beppe Vessicchio è stato in Brasile, dove si muore per malnutrizione sin dall’infanzia. Con un piccolo gesto si può fare molto: basti pensare che delle bustine nutritive del costo di soli 0,30 euro possono salvare una vita. Oppure, ad esempio, Samantha Togni e Samuel Pedron (di “Ballando con le stelle”) sono stati in Bangladesh e in Yemen, dove si muore per polmonite o diarrea; allora si rendono indispensabili vaccini, che costano 0,10 euro (con un euro se ne possono acquistare, dunque, ben dieci). Cifre irrisorie per noi, non ci si paga neppure un caffè – ha fatto notare Anna Valle -. A dare qualche numero poi è stato Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia: in Siria e in Iraq è stata portata acqua potabile a 25 milioni di persone; 11 milioni di bambini si sono visti garantiti il diritto allo studio e all’istruzione con la costruzione di scuole ex novo con il contributo di Unicef; sono state consegnate due milioni di dosi di vaccini per bambini e tre milioni di loro sono stati salvati dalla malnutrizione. Donare è un gesto facile e semplice (basta chiamare o inviare un sms al 45566) e per i primi 200mila che telefonavano per donare ricevevano in regalo una maglietta dell’Unicef disegnata da Francesca Versace.
Ma non tutte le storie sono a lieto fine. Particolarmente drammatiche quelle di due scuole: quella di canto in Brasile e quella di danza in Bangladesh. La prima è stata salvata dalla violenza dei poliziotti (che volevano farla chiudere brutalmente) dal maestro di un piccolo gruppo di bambini (come anche nell’altro caso), che li ha invitati a non andarsene, a non uscire dalla scuola, ma a restare e cantare: con un’opposizione e una resistenza pacifica non violenta. Purtroppo la vicenda non è finita bene perché, nonostante non abbia chiuso, la scuola ha subito una grave perdita e ha visto un grave lutto colpirla: la morte di un bimbo kamikaze (Moises), che si è fatto saltare in aria; il piccolo aveva anche cantato con i suoi compagni lo scorso anno per Papa Francesco.
Bimbi a cui non occorrono solo medicine, zaini (con libri, quaderni, penne e matite, astucci) per andare a scuola o cibo, ma soprattutto serenità. “Il mio sogno è che la pace e la stabilità (e la tranquillità aggiungiamo noi) tornino nella mia patria”, ha detto la bimba siriana che ha incantato tutti con la sua voce.
Ma esistono storie dolorose anche dalle nostre parti. Gigi D’Alessio è andato a Rocca di Papa a visitare il centro d’accoglienza “Un mondo migliore”. “Non c’è solo la prima accoglienza da curare, ma occorre anche occuparsi dell’inclusione” delle persone che accogliamo – ha affermato il cantante a proposito dei migranti che sbarcano sulle nostre rive -. A tale proposito non è stato fatto vedere solo il messaggio (durante un concerto) del vocalist degli U2, Bono, di ringraziamento alla Guardia Costiera, che salva molte vite umane. Lo stesso Flavio Insinna ha voluto sottolineare in maniera sentita che questi soccorritori marittimi “salvano vite umane, non numeri”. A bordo delle navi della Guardia Costiera vi sono operatori Unicef, proprio per poter interagire meglio con i migranti; per i soccorritori “fare del bene è una missione, non può essere considerato un lavoro, ma è un privilegio” – ha commentato chi ne ha fatto una professione e ha contribuito a salvare ben 26mila minori non accompagnati (anche orfani) su quelle barche. Ad esempio, molto dimostrativo, è stato mostrato il salvataggio di una bimba. Tra l’altro proprio Papa Francesco ha invitato a non strumentalizzare politicamente i migranti, in vista della prossima Giornata internazionale della pace del primo gennaio 2018.
E poi ci sono stati a “Prodigi” 2017 le vicende di Alessandro, un bimbo di Amatrice che ama suonare la tromba e da cui non si è voluto separare neppure durante il terremoto; quando c’è stata la terribile scossa, prima di evacuare dalla scuola è tornato indietro ed è salito a prendere il suo inseparabile strumento. Oppure quella di Giada, che ha voluto danzare sin da piccolina; ma non avevano soldi per comprare scarpe nuove, buone; le facevano male, dunque, ai piedi e così il padre le ha cucito a mano sulla suola della spugna all’interno delle scarpe per non farla ferire. Se “la musica è vita”, è anche passione non meno della danza. “La danza è respiro, è armonia, è sensibilità pura senza affettazioni” – ha commentato Carla Fracci. E proprio il vissuto di un bambino, il ballerino 14enne Luigi, si lega a quello passato dell’étoile. Come è stato per quest’ultima agli esordi, anche il piccolo studia danza classica nella stessa scuola di danza classica a Stoccarda dove andò la Fracci. Un vero talento, la cui impostazione tecnica, la profusione, l’impegno, lo spirito di sacrificio e di dedizione, l’amore e la passione sono stati ben visibili a tutti. E allora, a proposito di talenti, la Fracci ha voluto rivolgere un appello: “i talenti non devono emigrare, devono restare in Italia e il nostro Paese non deve lasciarli andare via e far morire la danza, che è un’arte pura”. Come la purezza di questi bambini, dell’infanzia.
A loro spetta il dono della speranza. Dando loro voce. Perciò ci piace concludere ricordando la significativa iniziativa centrale messa in campo su più fronti (dalla politica, allo sport, alla musica, alla moda) per la Giornata mondiale del “takeover”, ossia il fatto che i piccoli hanno “preso il posto” degli adulti in questi settori con esibizioni, scelte e decisioni palesando le loro volontà. Per citare alcune delle personalità di prestigio che si sono prodigate per tale “causa”: il Goodwill Ambassador dell’Unicef, David Beckham, la presidente del Cile Michelle Bachelet, la cantante, autrice e attrice Pink, l’attrice Millie Bobby Brown, le cantanti, autrici e musiciste Chloe x Halle, le star del rugby degli All Blacks, Ryan Crotty, Kane Hames e Jeffrey Toomaga-Allen e gli attori Hugh Jackman e Debora-lee Furness (che hanno avviato una campagna di raccolta fondi per garantire acqua potabile, assistenza sanitaria e cibo ai bambini delle parti più povere del mondo).

Aborto. Il Cile verso
la depenalizzazione

aborto cileDopo un anno di polemiche e discussioni infuocate, la Camera di Santiago ha approvato una proposta di legge che abroga il divieto totale di interrompere una gravidanza introdotto nel 1989 sotto la dittatura di Pinochet. I deputati hanno infatti approvato un testo che consente l’interruzione di gravidanza in caso di stupro, di rischio per la salute della madre e di malformazioni del feto.
“Incredibile, approvato”, ha detto incredulo il presidente della Camera dei Deputati, Marco Antonio Nunez, dopo l’acceso dibattito che si è concluso con l’approvazione della maggior parte del progetto presentato nel gennaio dello scorso anno dal presidente Michelle Bachelet.
Un grande passo per il Cile dove la pratica dell’aborto veniva praticato illegalmente e dove nonostante la fine della dittatura di Pinochet, in oltre 25 anni di democrazia, nessun Governo ha mai cambiato la norma voluta dal dittatore.
il sì della Camera (66 favorevoli e 44 contrari) è arrivato nonostante la forte contrarietà dei partiti cattolici e conservatori, dopo che il governo è riuscito ad avere l’appoggio di alcuni esponenti della Democrazia Cristiana. Per diventare legge serve ora l’approvazione del Senato. La presidente socialista Michelle Bachelet è riuscita per il momento a tener fede a uno dei suoi progetti promessi in campagna elettorale. Il progetto di legge del governo gode infatti di un ampio appoggio tra la popolazione. L’indagine Plaza Pública–Cadem del luglio di quest’anno ha registrato che il 74 per cento dei cileni appoggia l’aborto se è in pericolo la vita della madre, il 72 per cento quando la donna è rimasta incinta durante una violenza e il 72 per cento lo approva se esiste un’alta probabilità che il feto non sopravviva.
La legge prevede inoltre che i medici possono rifiutarsi di praticare l’aborto, ma comunicandolo in anticipo e per iscritto al direttore della struttura sanitaria. Sarà poi il centro di salute a dover assegnare un altro medico o a indirizzare un altro posto per la paziente incinta.

Redazione Avanti!

Le Donne che hanno
fatto il Socialismo

psiDietro a ogni grande uomo…c’è una grande donna, così dietro alle lotte sull’emancipazione e la liberazione degli uomini (in particolare di operai e braccianti), tipiche del Socialismo, ci sono state dietro, ma anche in primo piano, le donne. Ferdinando Leonzio ha scritto 21 biografie eccellenti di donne, ognuna di un’epoca e correnti diverse ma accomunate dallo stesso obiettivo la libertà, la giustizia per il riscatto non solo delle donne ma “dell’intera umanità”, in un libro “Donne del Socialismo”, edito da Vydavatelstvo divis Slovakia spol s.r.o.  Definirle solo femministe o donne del socialismo appare riduttivo, in quanto leggendo il libro, le battaglie e la determinazione di queste donne, fa di loro dei veri personaggi di primo piano, non solo sul versante dell’emancipazione femminile, ma anche su quello dei diritti e dei riscatti delle classi meno abbienti.

Dilma-rousseff

Dilma Roussef

Scorrendo l’indice troviamo nomi eccellenti che hanno fatto la storia del Socialismo, come Angelica Balabanoff, Anna Kuliscioff, Rosa Luxemburg ma anche socialiste di storia contemporanea come Dilma Roussef, Michelle Bachelet o Segolene Royal. Il grande merito però dell’autore è che quello di aver ripreso storie di grandi donne finite quasi nel dimenticatoio della memoria contemporanea, nonostante abbiano speso la loro intera esistenza per la “causa dei lavoratori”. Un caso eccellente è ad esempio quello dell”Angelo biondo’ Bianca Bianchi, di cui si scopre che dopo la campagna elettorale per l’Assemblea Costituente nella lista del Psiup (circoscrizione Firenze-Pistoia), “ottenne 15384 voti di preferenza, doppiando addirittura i voti presi dal capolista, il celeberrimo Sandro Pertini, eroe e medaglia d’oro alla Resistenza, un’icona del socialismo italiano”. Non solo ma leggendo la sua biografia, ci si accorge di quanto ancora quelle lotte da lei condotte, come l’istruzione siano ancora attuali: “Per quanto concerneva la scuola, si dichiarò contraria alle sovvenzioni statali alla scuola privata, sospettata di concedere con troppa facilità diplomi e titoli, proponendo per essa il reclutamento degli insegnanti attraverso regolari concorsi”.

Figura di spicco poi, è Maria Giudice, nonostante non abbia mai ricoperto incarichi di partito di spessore o lasciato opere ideologiche di rilievo. Una donna che si è impegnata nel socialismo e nelle sue lotte, che aderì all’idea del socialismo come a una vera e propria fede e per essa sacrificò tutta la sua esistenza con coerenza e impegno. Fu tra le prime giornaliste socialiste, la prima a dirigere il periodico Il grido del popolo sostenendo che era “necessario formare nel proletariato una consapevole coscienza di classe”. Giudice ha conosciuto e collaborato con tutte quelle figure di spessore nelle battaglie della classe lavoratrice italiana nei primi del ‘900: Ernesto Majocchi, Angelica Balabanoff, Umberto Terracini, Giuseppe Romita, Edmondo de Amicis, Antonio Gramsci e Giuseppe Emanuele Modigliani. E per la sua fede incrollabile nel socialismo, è finita in carcere molte volte, senza mai per questo dissentire o avere ripensamenti. Donna più femminista che socialista, è stata invece Anna Maria Mozzoni, che si avvicinò alle idee socialiste, ma non aderì mai completamente al Partito, anche se può considerarsi la prima dirigente donna socialista per essere stata inserita nella Commissione del Partito dei Lavoratori italiani.

Mozzoni però entrò in contrasto con un’altra donna simbolo del socialismo, Anna Kuliscioff, per “lo scarso attivismo dei socialisti verso la questione femminile”. La stessa contestazione fatta ai mazziniani sull’idea che la donna fosse fatta per la famiglia, venne rivolta ai socialisti colpevoli di essere convinti che “l’emancipazione dei lavoratori portasse con sè quella delle donne”. La via per l’emancipazione femminile, era vista dalla Mozzoni, nel diritto al voto, su cui scrisse anche sull’Avanti! “Non accettate protezioni ma esigete giustizia!”. Nel 1906, tramite il deputato repubblicano, Roberto Mirabelli, presentò una petizione per il voto alle donne…ma vide il suo sogno realizzarsi solo 40 anni dopo.

Pia Locatelli

Pia Locatelli

Socialista quanto femminista è invece la dinamica Pia Locatelli, esponente di spicco non solo nel Partito socialista italiano, ma anche europeo. Nonostante la Locatelli si sia ritrovata nel mezzo della bufera che ha spaccato e spazzato via gran parte dello storico partito, è riuscita come pochi, a far valere le istanze sociali e a rimettere in primo piano un partito che sembrava ormai al tramonto, grazie alle sue notevoli capacità di lavoro e al suo attivismo in materia di libertà civili. Ed è per questo che ha condotto le sue battaglie anche all’Estero, diventando una delle donne italiane più conosciute e apprezzate. Nel 1988 fu tra gli osservatori internazionali dell’Onu per le elezioni in Cile e fece anche parte “della delegazione in Sudafrica per le prime elezioni del dopo Apartheid, in seguito alle quali fu eletto Nleson Mandela”. Le sue battaglie per la tutela delle donne le giovarono la carica di vicepresidente dell’Internazionale Socialista Donne, dal 1992 al 1999. Ma il suo impegno non si è mai arrestato solo per la causa femminile e la sua volontà fare del socialismo un movimento per “creare una società sempre più libera e giusta in tutto il mondo” l’ha portata ad essere tra i fondatori nel 1992 in Olanda, del Pse (partito socialista europeo). Nel 2003 diventa poi presidente dell’Internazionale Socialista e nel 2005 fu incaricata da Romano Prodi di coordinare il programma di politica estera dell’Unione per le elezioni politiche del 2006.

Una biografia intensa in cui spicca anche il premio come migliore parlamentare dell’anno per il settore “Ricerca e Innovazione” dall’Europarlamento nel 2009, o come migliore deputata italiana nel 2013. Pia Locatelli, nonostante le sue missioni all’Estero, non ha mai dimenticato di condurre le sue battaglie anche in Italia, dove è stata paladina nel diritto all’autodeterminazione e alla salute della donna, denunciando arretratezze culturali tipiche del nostro Paese, come l’obiezione di coscienza sull’interruzione di gravidanza e sulla pillola del giorno, senza dimenticare le ristrettezze mentali che accompagnano il fenomeno del femminicidio. Altre donne contemporanee, che l’autore non dimentica di inserire sono infine Johanna Sigurdardottir, Primo ministro islandese, passato agli onori della storia per la sua dichiarata omosessualità, ma che l’autore mette in primo piano per il coraggio e la determinazione di essere riuscita, nonostante la crisi e la bancarotta del Paese, a non sacrificare lo Stato sociale in nome dell’Austerity. Ma il socialismo delle donne, come il socialismo in genere, si è evoluto da alcune convenzioni, così Helle Thorning-Schmidt, primo ministro donna della Danimarca che riuscì con eleganza e bellezza a far breccia anche negli ultimi pregiudizi sulle donne, o belle o intelligenti.

Maria Teresa Olvieri

Ferdinando Leonzio, Donne del Socialismo, Vydavatelstvo divis Slovakia spol s.r.o.

Il libro è reperibile presso l’autore, fleonzio@yahoo.it

Cile. La sfida riformista di Michelle Bachelet

Bachelet_Michelle_CileDopo quattro anni torna Michelle Bachelet, dopo quattro anni il Cile torna socialista, e un nuovo paese latinoamericano sarà guidato da una donna come in Argentina (Cristina Kirchner), Brasile (Dilma Rousseff), Costa Rica (Laura Chinchilla), Giamaica (Portia Simpson) e Trinidad e Tobago (Kamla Persad-Bissessar).

A quattro anni di distanza dal suo primo mandato, la Bachelet si ripresenta ai cileni con un’ambiziosa agenda riformista per ridurre le disparita’ sociali. Un programma riformista che punta all’innovazione del sistema fiscale e dell’istruzione, in particolare quella universitaria lacerata da anni di tagli e da dure proteste studentesche. Durante la campagna elettorale, che l’ha portata nel dicembre scorso a sbaragliare la sfidante conservatrice Evelyn Matthei con il 62% delle preferenze, ha promesso istruzione universitaria gratuita e fine dei sussidi statali agli atenei privati, entrambi i temi al centro delle dure proteste studentesche che hanno scosso il Paese.

Non di solo welfare si occuperà Michele Bachelet, che torna alla guida del proprio Paese dopo l’esperienza a capo dell’Onu Donne, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dell’uguaglianza di genere e di empowerment femminile. Bachelet punta a modificare la Costituzione, una sfida importante per la leader socialista che nell’attuazione di un’audace riforma fiscale potrebbe ottenere 8,2 miliardi di dollari, pari al 3% del Pil. Un obiettivo ambizioso da raggiungere di fronte al rallentamento della crescita e al declino della domanda asiatica di rame, primaria risorsa naturale cilena.

Al momento, la Presidenta gode della maggioranza necessaria al Congresso per far passare la riforma fiscale, ma deve ancora formare alleanze con l’opposizione e gli indipendenti per mettere mano al sistema universitario e alla Costituzione, quest’ultimo, secondo gli analisti, uno scoglio

non facile da superare. Tra le sfide interne, anche la composizione della vasta coalizione che l’ha portata alla vittoria, composta da cristiano democratici, socialisti e comunisti, con le rispettive istanze e interessi da comporre.

Un secondo mandato eccezionale, chiamata a giurare direttamente nelle mani della presidente del Senato, Isabel Allende, figlia di Salvador Allende e prima donna a ricoprire un simile incarico. Insieme a lei, c’era il nuovo esecutivo composto da 14 uomini e 9 donne. “La vittoria di oggi è un sogno collettivo che trionfa”.

Sara Pasquot

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La Bachelet stravince e riconquista la Moneda
Locatelli: Ora in Cile riforme possibili

Locatelli_Pia_e_Bachelet_MichelleÈ stato definito il ballottaggio più originale del mondo, forse unico nella storia, quello che ha visto contrapporsi due donne nella corsa alla Presidenza del Cile e che ha sancito l’ampia vittoria, con il 63%, della socialista Michelle Bachelet, nuovamente alla Moneda dopo una pausa di quattro anni in cui la destra liberista non ha saputo dare risposte alla richiesta di riforme del Paese. Nel blog ‘Il Cile archivia la destra di Piñera’, di Sara Pasquot
Una vittoria scontata, segnata però da un fortissimo astensionismo, che ha superato il 50%, e dal voto di protesta dell’estrema sinistra che, certa del risultato, ha votato scrivendo “AC” sulla scheda, per chiedere un’Assemblea costituente che attui le riforme.
Ne parliamo con Pia Locatelli, deputata socialista e presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne che ha seguito personalmente le vicende cilene dal golpe di Pinochet, al plebiscito dell’88, alle prime elezioni democratiche dopo la dittatura e ha conosciuto personalmente la neopresidente.

In Cile due donne candidate a guidare il Paese e per la seconda volta una presidente, mentre in Italia i vertici della politica sono ancora un appannaggio tutto maschile. Sono più avanti di noi in tema di parità e diritti?
Non direi. Il fatto che per la seconda volta ci sia una donna alla presidenza e che questa donna sia una socialista è senza dubbio un bellissimo segnale, così come lo è il fatto che la sinistra per vincere nuovamente abbia avuto bisogno di una donna, ma nel campo dei diritti e della parità di genere il Cile non è un Paese avanzatissimo. La stessa Bachelet, nel corso del suo precedente mandato, non ha firmato la convenzione del Cedaw (Il protocollo per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne), e nel nuovo parlamento la percentuale femminile non supera il 15,8% alla Camera e il 18% al Senato. Il fatto che vi siano state due donne al ballottaggio non è un segno di avanzamento: la destra ha candidato la Matthei, sperando proprio di annullare il vantaggio di Michelle in quanto donna. Ma la Bachelet non è stata eletta perché donna, ma perché è brava.

Il forte astensionismo e il voto di protesta gettano ombre sulla vittoria socialista e sono molti quelli che rimproverano la presidente di non aver fatto nel precedente mandato le riforme promesse.
Molte cose non si sono potute fare a causa dei vincoli della Costituzione che prevede un quorum qualificato per poter attuare alcune riforme come quella per l’aborto terapeutico, per l’istituzione del matrimonio egualitario o per il primato dell’istruzione pubblica, che è stato il cavallo di battaglia della Bachelet in questa campagna elettorale. Per questo in molti hanno chiesto nella scheda una nuova Costituzione e non a caso la riforma della Carta rientra tra le prime cose annunciate da Michelle dopo la sua elezione. Adesso che la destra, come è avvenuto nelle precedenti legislature, non ha più i numeri per bloccare le riforme sono convinta che i risultati ci saranno.

La Bachelet ha promesso di fare 50 riforme in 100 giorni, obiettivo non semplice tanto più che molte di queste presuppongono un aumento delle tasse. Lei stessa ha detto che non sarà facile…
Sì lo ha detto, ma anche aggiunto: “Ma quando mai è stato facile cambiare il mondo”. In Cile esiste ancora un gap spropositato tra ricchi e poveri e per ridurlo è necessario un aumento della pressione fiscale sui ceti più ricchi e sulle società. L’aumento delle tasse servirà anche a riformare le strutture politiche ed economiche risalenti alla dittatura del generale Pinochet e ad offrire un’istruzione universitaria gratuita. Attualmente, infatti, gli studenti universitari cileni pagano tasse universitarie tra le più alte al mondo. Per portare avanti queste riforme la Bachelet potrà contare anche sull’appoggio dei tantissimi giovani che l’hanno votata e su quello di una terza donna, la portavoce del movimento studentesco sceso in piazza contro il governo di Piñera, Camila Vallejo, candidata con il Partito comunista che ha avuto un seggio in Parlamento.

Tu sei stata in Cile più volte e hai conosciuto personalmente la Bachelet, un giudizio politico e umano.
Le due cose inevitabilmente si intrecciano. Ricordo l’emozione che ho provato il giorno della sua prima elezione: Lagos, il presente uscente, aveva scelto una donna a sostituirlo, aveva vinto la democrazia, aveva vinto una socialista, aveva vinto una donna. Quello che colpisce maggiormente di Michelle è la coerenza. Lei veramente dice quel che pensa e fa quel che dice. È una donna simpatica e diretta, ma non è una sprovveduta. Sa misurare le sue forze e sa quando bisogna rinunciare a una battaglia perché non si è in grado di vincerla. Sicuramente merita la stima di cui gode, ma soprattutto è una garanzia per le minoranze, perché non vieterà mai a chi non è d’accordo con le sue politiche di manifestare per esprimere opinioni diverse.

Il processo di pacificazione in Cile si può dire definitivamente compiuto?
Direi di sì. Dal plebiscito dell’88, quando i cittadini ebbero il coraggio di dire no a Pinochet, il cammino democratico è stato costante e va dato atto al governo socialista di Lagos di aver portato avanti questa delicatissima fase di transizione senza traumi facendo in modo che la cittadinanza tornasse ad avere fiducia nelle sue istituzioni, mettendo da parte l’odio, la vendetta e la violenza. In questo processo è stato molto importante affrontare il problema delle violazioni dei diritti umani accadute durante la dittatura. Il Paese non avrebbe capito se non si fosse chiarito quello che era successo nel passato. È stata fatta giustizia, per quanto si potesse fare, ma non c’è stata vendetta.

Cecilia Sanmarco

Il Cile archivia la destra di Piñera

Il Cile archivia l’epoca Piñera con la destra che tocca il peggior risultato di sempre e torna socialista, con Michelle Bachelet, 62 anni, già presidente fra il 2006 e il 2010.
Bachelet ha battuto con il 62,16% dei voti la candidata del centrodestra, Evelyn Matthei (37,30%), secondo i risultati ufficiali resi noti dal servizio elettorale cileno.
La Presidenta nella sede centrale del suo comitato ha ribadito l’intenzione di portare avanti un programma di profonde riforme, che includa “una Costituzione che diventi quel patto sociale nuovo, moderno e rinnovato che il Cile chiede e di cui ha bisogno”, parlando a migliaia di sostenitori davanti l’hotel San Francisco in pieno centro di Santiago del Cile.

Dopo avere definito quello attuale un momento storico, la Presidenta ha affermato che il suo trionfo appartiene alle migliaia di persone che dal 2011 rivendicano i diritti sociali e dei cittadini.
“Un grazie speciale ai giovani, che hanno espresso con forza il loro desiderio di costruire un sistema educativo pubblico, gratuito e di alta qualità. Oggi ormai nessuno può dubitare che il lucro non può essere il motore dell’educazione, perché i sogni non sono un bene del mercato, sono un diritto di tutti”.
“È tempo di avviare cambiamenti sostanziali”, ha concluso la socialista Bachelet, che potrà contare su una forte e nuova alleanza, che occuperà  67 dei 120 seggi della Camera e 21 dei 38 seggi del Senato, allargata anche ai voti delle formazioni comuniste, una forza.

Nel prossimo Parlamento saranno tanti i giovani leader a debutto, una generazione politica “figlia” delle proteste studentesche che hanno interessato il Paese negli ultimi due anni. Fra questi la più nota è Camila Vallejo, “pasionaria” di soli 25 anni. La Vallejo, ex presidente della Federazione Studentesca (Fech) diventata famosa per il suo ruolo nelle mobilitazioni e candidata alla Camera dalla Gioventù Comunista, sarà il volto nuovo del nuovo mandato di Michelle Bachelet.
La Bachelet, che terminò la sua presidenza con un tasso di gradimento dell’80%, rimasta sempre ampiamente favorita da quando in primavera aveva annunciato l’intenzione di ricandidarsi alla presidenza del suo Paese, dovrà fare i conti con una disaffezione alla vita politica dei cileni, infatti sul voto politico ha pesato l’incognita dell’affluenza alle urne, con un astensionismo che alla fine ha superato il 59%.
Con queste elezioni alla presidenza per la prima volta in Cile si è votato con un nuovo sistema elettorale, che prevede la registrazione volontaria da parte dei 13,6 milioni di aventi diritto, un sistema già contestato anche da parte della nuova coalizione, infatti la stessa Vallejo ha già proposto di ripristinare l’obbligo di voto per aumentare la democrazia e non avere alla guida di un Paese un Parlamento che rappresenta solo una parte dell’elettorato.

La seconda volta di Michelle Presidenta del Cile sarà soprattutto una questione di donne. Mai come in questo momento saranno loro le attrici  della vita politica cilena. Donne, e di tutte le età, e con radici politiche nei percorsi più diversi. Tra il primo e il secondo mandato la Presidenta Michelle Bachelet ha diretto a New York, UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dell’uguaglianza di genere e di empowerment femminile e il risultato di quell’esperienza ha segnato inevitabilmente anche la politica della sua nazione.

Sara Pasquot

Michelle Bachelet
verso la Moneda

dal blog di Gennaro Carotenutogiornalismo partecipativo

Nel caldo di questa precoce estate australe e con una partecipazione minima saranno Michelle Bachelet (centro-sinistra) ed Evelyn Matthei (destra) a disputarsi la presidenza del Cile nel ballottaggio del 15 dicembre. Rappresentata come popolarissima e quasi madre della patria, capace di cooptare i comunisti e proporre ampie riforme che superino l’impalcatura pinochetista dello Stato, Bachelet non ha per ora frenato la crisi della politica tradizionale messa a nudo da una partecipazione elettorale inferiore al 50%.

L’ex presidente ha ottenuto poco più di 3 milioni di voti, il 46,6% dei suffragi, una percentuale equivalente a quella che la portò al ballottaggio nel 2005 (46%, i voti furono 3,7 milioni ancora in regime di voto obbligatorio). Evelyn Mattei ha raggiunto l’obiettivo minimo del ballottaggio con un disastroso 25% (1,6 milioni di voti), il peggior risultato per le destre dal ritorno della democrazia nel 1989 se si eccettua Arturo Alessandri che nel 1993 si fermò al 24,4%. Ancora nel 2005 l’attuale presidente Piñera e Joaquín Lavin sommarono il 48,6% (il primo poi perse il ballottaggio). Nel 2009 Piñera stesso raggiunse il 44% per poi battere il grigio Eduardo Frei di un soffio al secondo turno.

Al di là di un risultato tra le due candidate principali che, punto più punto meno, era previsto, la questione più rilevante è quella dello stravolgimento della tradizione di voto nazionale, iscrizione al voto e poi obbligo, ribaltata in un modello all’europea: iscrizione automatica e voto libero. Per i politologi è di gran lunga l’elemento di più complessa lettura ed è difficile valutare l’impatto della fine del voto obbligatorio che ha caratterizzato queste elezioni. Dei 13,5 milioni di aventi diritto meno del 50% (6,65 milioni) si è recato alle urne, un elemento che conferma la cilena come una società scarsamente interessata alla politica. Nel 2009 erano stati 7,3 milioni contro 8,3 milioni di iscritti. Se l’89% di partecipazione virtuale del 2009 non è comparabile con il 49% reale di questa domenica è rilevante l’evaporazione di oltre mezzo milioni di voti. Restando prudenti sull’evoluzione dei flussi, di sicuro è stata smentita la speranza che l’eliminazione della necessità di iscrizione comportasse una facilitazione di accesso al processo elettorale. Più che il non doversi iscriversi per i cileni ha fatto premio la fine dell’obbligo. In troppi, piuttosto che i seggi, hanno affollato come ogni domenica i mall, i centri commerciali, le cattedrali laiche del cile neoliberale. Imprevedibile e senza precedenti è infine il comportamento degli elettori il 15 dicembre. Come e con quanti voti si affermerà Michelle Bachelet?

Altro fattore è la conferma della fine conclamata del bipolarismo cileno. Nel 1999 Ricardo Lagos e Joaquím Lavín presero al primo turno il 96% dei voti e sembrò addirittura esaltante il 3,2% della comunista Gladys Marín. Oggi poco più dei due terzi di voti si concentra sulle candidate principali. Erano stati tre quarti nel 2009 quando però, di fronte allo scarso appeal del candidato della Concertazione Eduardo Frei, aveva soprattutto prosperato la candidatura dell’indipendente progressista Marco Enríquez-Ominami che aveva superato il 20%. Oggi il quadro è ulteriormente frammentato. La scommessa di Michelle, di cooptare il Partito Comunista e il movimento studentesco nella vecchia Concertazione (simboleggiati da Camila Vallejo e gli altri ex-studenti entrati in parlamento), ha prodotto finora un risultato elettorale che potrà trovare sostanza solo con una vera stagione riformista. Dall’assemblea costituente che superi la carta scritta da Pinochet alla riforma del sistema educativo privatistico ed escludente, da almeno una parvenza di equità fiscale alla sanzione di alcuni diritti civili come il matrimonio egualitario in un paese dove il divorzio è stato ripristinato da appena un decennio, i nodi verranno al pettine quando Bachelet tornerà alla Moneda. Di sicuro il rifiuto della proposta politica tradizionale resta alta. Il fallimento della Matthei che sarà tamponato dal 40 e più che prenderà al ballottaggio è evidente e più che alla ex-ministra di Piñera va imputato a tutta la destra. Anche i tre milioni di voti per la Bachelet sono un risultato misero per una presidente che i media tendono a rappresentare come più popolare di quello che realmente è. È pur vero che in quel 30% dei candidati minori non emerge alcuna possibile alternativa di governo. Marco questa volta cede la metà dei suoi voti (11% a 10%) al suo omologo più destrorso Franco Parisi che aveva provato a succhiare le ruote alla Matthei. Per Enríquez-Ominami è un fallimento. Il candidato umanista (ecosocialista) Marcel Claude, l’uomo della sinistra non cooptata dalla Nuova Maggioranza, non arriva al 3%, come Gladys nel 1999, molto meno del 5,4% di Tomás Hirsch nel 2005. È interessante notare che nei sondaggi condotti tra i cileni all’estero (ai quali Bachelet promette il diritto di voto) Marcel Claude sarebbe giunto al ballottaggio superando di gran lunga Matthei. Al suo fianco va citato almeno l’ambientalista (e santone) di origine libanese Alfredo Sfeir che supera il 2%.

Non è banale per Michelle Bachelet il cammino verso il ballottaggio. Se Matthei non ha nulla da perdere l’ex presidente, pur rischiando poco o nulla, non può permettersi di vincere con un numero minimo di votanti che getterebbe ulteriore delegittimazione sui partiti della Concertazione. Esauriti i discorsi sulle figlie dei due generali, il democratico e il golpista (il lettore attento di questo sito apprezzerà gli siano stati risparmiati), il ballottaggio restituisce quel Cile politicante dell’ultimo quarto di secolo, il Cile neoliberale dal quale il paese reale sembra sempre più lontano non perché vi si opponga ma perché lo considera come uno stato di natura immutabile. Evelyn non vuol cambiare il modello e Michelle, pur non essendo una novità, promette tanto sapendo di poter apportare solo cambiamenti minori. Non è che ci sia molto da sperare.