La politica estera di Trump: minacce e poi abbracci

trump dazi“Farò scattare lo shutdown se i democratici non voteranno per la sicurezza del confine, che include il muro al confine col Messico”. Questa è una delle ultime minacce emerse da uno dei tanti tweet del presidente Donald Trump.

Minacciare e poi indietreggiare consiste di una strategia del 45esimo presidente. La usa non solo nelle questioni interne ma anche nei suoi rapporti con leader esteri. In tempi recenti lo ha fatto con il leader coreano Kim Jong-un. Dopo avere minacciato di distruggere la Corea del Nord, Trump ha cambiato strategia ed ha annunciato che si sarebbe incontrato con Kim Jong-un. Infatti, l’incontro è avvenuto a Singapore  lo scorso giugno e secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, la Corea del Nord ha accettato l’idea della denuclearizzazione della penisola. Seguirono incontri fra Mike Pompeo, segretario di Stato americano, e leader coreani alla conclusione dei quali i coreani hanno accusato gli americani di comportamenti da gangster. Pompeo ha minimizzato sostenendo che tutto sta procedendo bene. La consegna dei resti di 55 presunti soldati americani morti nella Guerra di Corea (1950-53) è stato un buon segnale che Trump ha particolarmente gradito, ringraziando Kim profusamente. Adesso però, il Washington Post ci informa che nuove immagini satellitari dei servizi di intelligence americana indicano che la Corea del Nord ha iniziato a costruire altri missili intercontinentali. In effetti, si è ritornati al punto di partenza anche se bisogna ammettere che la retorica bellicosa al momento sembra essere finita.

Trump però ha usato la stessa strategia di minacce e poi fatto passi indietro anche con gli alleati. In questo caso si è trattato di possibili guerre di dazi. Dopo avere dichiarato il NAFTA (Trattato nordamericano di libero scambio) sfavorevole agli Usa il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo. Alla fine Trump ha imposto dazi sull’acciaio e alluminio costringendo Justin Trudeau, primo ministro canadese, a ricambiare con dazi di 12,6 miliardi su importazioni dagli Stati Uniti. Al G7 del mese di giugno il 45esimo presidente si è comportato in modo arrogante, lasciando l’incontro un giorno prima della fine. Poi  parecchi tweet dall’Air Force One sono venuti a galla attaccando personalmente Trudeau di essere “disonesto e debole” aggiungendo anche che aveva dato indicazioni di non “appoggiare il documento finale del G7”.

Al vertice Nato a Bruxelles il presidente americano ha continuato i suoi attacchi agli alleati, dichiarando che la Germania ha stabilito accordi sul gas e il petrolio con la Russia e paga “miliardi  e miliardi di dollari ogni anno a Mosca”  e che la Germania è “completamente controllata dalla Russia”. Pochi giorni dopo in un’intervista al giornale londinese The Sun, il 45esimo presidente ha criticato aspramente il primo ministro britannico Theresa May per il suo debole tentativo di mettere in pratica Brexit. Il giorno dopo però ha cambiato rotta dichiarando che la May è “una donna formidabile”. Questi attacchi agli alleati sono alla fine sfociati in un dietrofront di Trump concluso pochi giorni fa in un incontro con Jean-Claude Junker, il presidente della Commissione Europea,  nel quale i due leader sembrano avere sventato una guerra di dazi.

Trump ha usato una simile minaccia contro il presidente iraniano Hassan Rouhani il quale aveva iniziato la guerra verbale dicendo che una guerra con “l’Iran è la madre di tutte le guerre”. Il 45esimo presidente ha ribattuto in un tweet con caratteri maiuscoli avvertendolo gli iraniani di “Fare attenzione” e di “non minacciare mai più gli Stati Uniti o subirebbero conseguenze mai viste nella storia”. Dopo una settimana però Trump ha fatto marcia indietro, annunciando che sarebbe pronto ad incontrarsi con il presidente iraniano  in qualunque posto senza precondizioni.

Come aveva fatto con Kim Jong-un e gli alleati, Trump ha fatto marcia indietro, assumendo un tono conciliatorio, in effetti suggerendo che forse aveva sbagliato. Il presidente Rouhani però fino ad adesso non ha accettato l’invito, tenendo in mente l’esperienza della Corea del Nord. Bisogna ricordare però che Trump aveva già cercato di incontrare Rouhani lo scorso settembre quando il presidente iraniano ha fatto un discorso  alle Nazioni Unite. La leadership iraniana ha rifiutato.

Gli iraniani non hanno affatto digerito il ritiro di Trump dell’accordo sul nucleare  che era stato firmato dall’amministrazione di Barack Obama, i Paesi del consiglio di sicurezza Onu, la Germania e l’Iran. Inoltre, Trump aveva annunciato nuove sanzioni per punire l’Iran.

La situazione economica in Iran è precaria in parte a causa delle sanzioni e quindi un vertice con Trump avrebbe potuto migliorare la situazione. In ogni probabilità Rouhani ha capito che le affermazioni alternanti di Trump che un giorno minaccia l’Armageddon e poi fa marcia indietro totale rendono qualunque accordo con l’America poco affidabile.

Ci sarà anche una visione antitetica sui vertici che Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia per negoziare mentre gli iraniani li vedono in modo più cauto quando non sono preceduti da negoziati.

La strategia di minacce e poi marcia indietro favorita da Trump non si applica però a Vladimir Putin per cui il presidente americano ha sempre espresso parole dolcissime. L’ex direttore della Fbi James Comey, licenziato da Trump nel maggio del 2017, ha recentemente mandato un tweet chiedendo ai lettori di fare una lista di tutti gli individui attaccati da Trump e poi chiedersi perché Putin non fa parte della lista. Una domanda alla quale ci darà la risposta il procuratore speciale Robert Mueller che sta investigando il Russiagate.

Domenico Maceri

Usa fuori dal Consiglio dei diritti umani

haley pompeoNon è la prima volta, gli Stati Uniti avevano già boicottato il Consiglio dei Diritti Umani durante l’amministrazione di George W. Bush, rimanendone fuori per tre anni e tornando a farne parte con Obama. Washington avrebbe potuto anche scegliere di stare all’interno dell’organizzazione come osservatore non votante, ma ha preso invece una decisione definitiva, rimanendo fuori dall’organo che ha sede a Ginevra e di cui fanno parte 47 nazioni. Ma in queste ore la decisione definitiva dii lasciare il Consiglio dei diritti umani così come annunciato dall’ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Nikki Haley, che ha accusato l’istituzione di essere “un protettore dei molestatori dei diritti umani e un pozzo nero di pregiudizi politici”. Il ritiro è arrivato mentre l’amministrazione Trump è sotto il fuoco di un’intensa critica per la sua politiche di “tolleranza zero” adottata al confine con il Messico, dove nelle ultime settimane le autorità stanno separando i bambini dai genitori che cercano di entrare illegalmente negli Stati Uniti.
L’ambasciatrice ha citato tra le azioni del Consiglio da inserire nella “lista nera”, oltre il pregiudizio nei confronti di Israele, l’ammissione tra i suoi membri del Congo, così come l’incapacità di affrontare le violazioni dei diritti umani in Venezuela e in Iran. “Quando abbiamo chiarito che avremmo fortemente perseguito la riforma del Consiglio – ha aggiunto – paesi come Russia, Cina, Cuba ed Egitto hanno tentato di minare i nostri sforzi”. “Voglio chiarire che questo passo non significa che ci ritiriamo dai nostri impegni sul fronte dei diritti umani”, ha affermato da parte sua Mike Pompeo: “Anzi, facciamo questo passo perché il nostro impegno non ci consente di rimanere parte di un’organizzazione ipocrita e egoista che si fa beffe dei diritti umani”. Nell’ultimo anno Haley ha criticato più volte l’organo Onu per il trattamento riservato ad Israele. “Quando questo organo approva più di 70 risoluzioni contro Israele, un Paese con una forte posizione sui diritti umani, e solo sette risoluzioni contro l’Iran, che invece ha una pessima reputazione in materia, sai che qualcosa è profondamente sbagliato”, ha detto nei mesi scorsi.
Mosca ha reagito alla decisione denunciando il “volgare cinismo” degli Stati Uniti e il loro “disprezzo” per le Nazioni unite, definendo l’uscita dall’Unhcr una decisione “errata”. “Gli Stati Uniti hanno ancora una volta inflitto un grave colpo alla loro reputazione di difensori dei diritti umani, hanno mostrato il loro disprezzo per l’Onu e le sue strutture”, ha dichiarato in una conferenza stampa la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.
Dopo tanto tempo sono d’accordo Londra e Mosca. Il ministro degli esteri britannico, Boris Johnson ha ammesso: “È deplorevole  non è un segreto che anche il Regno Unito ha chiesto delle riforme in seno al Consiglio dei diritti umani, ma restiamo impegnati nel lavorare dall’interno, per rafforzare questo organo”. La Casa Bianca è da tempo che pensava di togliersi dal consiglio dei diritti umani dell’Onu, e già le prime minacce avvennero l’anno scorso, quando venne trasferita l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo la Città santa come capitale di Israele.
Il solo ad appoggiare la decisione è il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha commentato la mossa di Washington: “Una decisione coraggiosa contro l’ipocrisia e le bugie dell’organismo internazionale. Il consiglio – ha proseguito – è un’organizzazione parziale, ostile, anti-israeliana che ha tradito la sua missione di proteggere i diritti umani”. Secondo Netanyahu, il Consiglio non si è soffermato sulle violazioni dei diritti umani, bensì su Israele: “Quel Consiglio si è ossessivamente fissato con Israele, l’unica vera democrazia del Medio Oriente. Israele ringrazia il presidente Trump, il segretario Pompeo e l’ambasciatore Haley per la loro coraggiosa decisione contro l’ipocrisia e le menzogne del cosiddetto Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani”.

Corea del Nord e Usa siglano accordo sul nucleare

trump corea

Si è concluso oggi, 12 giugno 2018, a Singapore il primo storico summit tra il presidente Donald J. Trump degli Stati uniti d’America ed il presidente Kim Jong Un della Repubblica democratica popolare di Corea (DPRK).

Il presidente Trump e il presidente Kim Jong Un hanno condotto un complessivo, profondo e sincero scambio di opinioni sulle questioni relative per lo stabilimento di nuove relazioni Usa-Dprk e sulla costruzione di un regime di pace robusta e duratura nella Penisola coreana. Il presidente Trump s’è impegnato a fornire garanzie di sicurezza alla Dprk ed il presidente Kim Jong Un ha ribadito la sua ferma e incrollabile determinazione per una completa denuclearizzazione della Penisola coreana.

Convinti che stabilire nuove relazioni Usa-Dprk contribuirà alla pace e alla prosperità della Penisola coreana e del mondo e riconoscendo che la costruzione di una reciproca fiducia potrà promuovere la denuclearizzazione della Penisola coreana, il presidente Trump ed il presidente Kim Jong Un hanno stabilito quanto segue:

1. Gli Stati uniti e la Dprk s’impegnano a stabilire nuove relazioni Usa-Dprk in accordo con il desiderio dei popoli dei due Paesi alla pace e alla prosperità.

2. Gli Stati uniti e la Dprk uniranno i loro sforzi nel costruire un regime di pace duratura e stabile nella Penisola coreana.

3. Ribadendo la Dichiarazione di Panmunjom del 27 aprile 2018, la Dprk s’impegna a lavorare verso una completa denuclearizzazione della Penisola coreana.

4. Gli Stati uniti e la Dprk s’impegnano a recuperare i resti dei prigionieri di guerra, con l’immediato rimpatrio di quelli già identificati.

Avendo preso atto che il summit Usa-Dprk, il primo nella storia, è stato un evento epocale di grande significato per superare decenni di tensioni e ostilità tra i due Paesi e per l’apertura di un nuovo futuro, il presidente Trump e il presidente Kim Jong Un si sono impegnati a realizzare pienamente e rapidamente quanto stipulato in questa dichiarazione. Gli Stati uniti e la Dprk si sono impegnati a proseguire i negoziati, guidati dal segretario di Stato Usa Mike Pompeo e i relativi alti funzionari Dprk, alla prima data possibile, per implementare gli esiti del summit Usa-Dprk.

Con l’accordo sottoscritto a Singapore, il presidente Donald J. Trump ed il presidente Kim Jong Un, si sono impegnati a cooperare per lo sviluppo delle nuove relazioni Usa-Dprk, per la promozione della pace, della prosperità e della sicurezza della Penisola coreana e del mondo.

L’impegno per lavorare a una completa denuclearizzazione della Corea del Nord è il punto principale emerso dallo storico incontro tra il presidente Usa Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un: il punto di partenza per gli altri sviluppi futuri.

Il presidente degli Stati Uniti d’America, in una conferenza stampa al termine dell’incontro, ha detto: “Il mio incontro con Kim è stato onesto, diretto e produttivo. Un vertice storico dal quale deriva un messaggio di pace.  Le sanzioni rimarranno in vigore fino alla completa denuclearizzazione. Parliamo di denuclearizzazione completa della Corea del Nord e sarà verificata”.

L’incontro tra Donald Trump e Kim Jong Un è avvenuto poco dopo le 9 (le 3 in Italia) con un copione scenico hollywoodiano: il presidente Usa e il leader nordcoreano si sono ritrovati sul patio del Capella Hotel, sull’isola di Sentosa, attraversando due porticati opposti.

Il leader nordcoreano, Kim Jong Un ha detto: “Abbiamo avuto un incontro storico, abbiamo deciso di lasciarci il passato alle spalle, abbiamo firmato un documento storico, il mondo vedrà un importante cambiamento. Vorrei esprimere gratitudine al presidente Trump per aver fatto accadere questo incontro”.

Poi la firma congiunta del documento (prima della quale uno 007 nordcoreano ha controllato la penna).

Dopo la firma del documento congiunto con il leader nordcoreano Kim Jong Un, il presidente americano Donald Trump ha detto: “Il processo di denuclearizzazione della Corea del Nord  inizierà molto velocemente”.

La Cina ha accolto favorevolmente il primo incontro assoluto tra Usa e Corea del Nord, tra Donald Trump e Kim Jong Un, esprimendo l’auspicio che le parti possano lavorare insieme per la denuclearizzazione della penisola. Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi ha commentato: “Il summit ha un importante e positivo significato, e ha dato via a una nuova storia. L’invito alle parti, inoltre, è di risolvere i nodi sulla sicurezza attraverso colloqui paritari”.

Con il tappeto rosso sistemato ovunque, i leader dei due Paesi si sono stretti la mano per la prima volta da 70 anni avendo come sfondo le bandiere dei due Paesi: è durata più di 10 secondi, con Trump che ha rafforzato il contatto col giovane leader poggiando brevemente anche la mano sinistra sul braccio destro di Kim.

Il ‘supremo comandante’ nordcoreano ha detto al tycoon in inglese; “Nice to meet you Mr. President”. Poi, i due si sono messi in posa per i flash dei fotografi e telecamere per immortalare lo storico momento. Trump prima di dare il via al faccia a faccia assistito dai soli interpreti,  durato circa 40 minuti, anticipando di avere con lui una relazione formidabile, ha detto: “E’ un onore essere qui”. Donald Trump, avendo Kim seduto sulla poltrona alla sua sinistra, ha detto di sentirsi veramente bene. Il leader nordcoreano ha ribattuto: “Non era facile arrivare qui… C’erano ostacoli ma li abbiamo superati per esserci”.

Alla fine del colloquio, mentre si spostavano in un’altra sala per il meeting allargato, Trump ha avuto il tempo per una battuta ad uso dei media:  “E’ andato molto, molto bene”.

Alla riunione dedicata alla questione del nucleare, hanno preso parte anche il segretario di Stato Mike Pompeo, il capo di gabinetto John Kelly e il consigliere sulla Sicurezza nazionale John Bolton; mentre per la parte nordcoreana, il braccio destro del leader Kim Yong-chol, il ministro degli Esteri Ri Yong-ho e Ri Su-yong, presidente della Commissione diplomatica della Suprema assemblea del popolo.

Sul nucleare con il leader nordcoreano, Trump ha detto: “Con Kim Jong Un risolveremo un grande problema, un grande dilemma, lavorando insieme ce ne faremo carico”.

Tra sorrisi, strette di mano e atmosfera cordiale, il meeting ha ceduto il testimone al pranzo di lavoro dove sono proseguire le conversazioni. Un menù a base di sapori asiatici e occidentali. Il menù degli antipasti ha previsto un cocktail di gamberetti con insalata di avocato, kerabu’ di mango verde condito con miele di lime e piovra fresca, cetriolo ripieno alla coreana (Oiseon). Poi i due leader si sono concessi una breve passeggiata. Il tycoon ha mostrato al leader coreano ‘the beast’, la macchina presidenziale del presidente americano. Il tycoon, nel singolare siparietto, ha aperto anche lo sportello.

In conclusione dell’incontro, Kim ha detto: “Ci saranno sfide davanti ma lavoreremo con Trump. Supereremo tutti i tipi di scetticismo e le speculazioni su questo summit e credo che questo sarà un bene per la pace”. Trump ha replicato fornendo assicurazioni: “Li risolveremo… e non vedo l’ora di lavorare con lei”.

Dunque, il summit di Singapore si è svolto in un clima di distensione. Con lo storico incontro sono state poste non soltanto le basi di un percorso pacifico nella penisola coreana, ma anche quelle per il superamento del regime comunista della Corea del Nord.

Dopo quasi settant’anni dalla guerra di Corea, con la separazione al trentottesimo parallelo delle due Coree, forse si stanno creando le premesse per una riunificazione del territorio coreano. Infatti, oggi non ci esistono più le motivazioni storiche che dettero origine alle due Coree.

Salvatore Rondello

Gina Haspel, la prima donna al vertice della Cia

gina-haspel-ciaDopo il passaggio di Mike Pompeo alla guida del Dipartimento di Stato americano, il nuovo numero uno della CIA è Gina Haspel, la prima donna a capo dell’agenzia d’intelligence statunitense. Nel corso della sua lunga carriera in qualità di agente, la 61enne si è distinta soprattutto come protagonista di diversi episodi di tortura. Nel 2002, infatti, aveva guidato diverse sessioni in cui due sospetti terroristi erano stati torturati all’interno di una prigione segreta in Thailandia.

Le registrazioni degli interrogatori relativi a quegli episodi, avvenuti fra il 2002 e il 2005, sono state distrutte su ordine della stessa Haspel. Nel gennaio dell’anno scorso, però, la decisione del presidente Donald Trump di scegliere Haspel come vice della Cia (e ora come capo) è stato un segnale molto chiaro.

Dopo gli anni di Barack Obama e del tentativo di chiudere con il periodo delle torture dell’amministrazione Bush post 11 settembre, Trump ha chiarito che la sua intenzione è fare il contrario. Secondo Mike Pompeo, ad esempio, il waterboarding e altri metodi di interrogatorio condannati da molti osservatori internazionali per i diritti umani, non devono essere considerati torture.

La Haspel è stata a capo del primo centro di detenzione all’estero della Cia, quello in Thailandia, dove nei primi mesi dopo gli attentati alle Torri Gemelle venivano portati i sospetti catturati in Medio Oriente e in Asia. Entrata nella Cia nel 1985, negli ultimi 30 anni si è occupata di controterrorismo sia all’estero che nella sede centrale di Washington. Adesso la sua nomina dovrà essere approvata dal Senato e di certo alcuni senatori potrebbero avere dei dubbi sulla sua conferma.

Proprio per il suo passato controverso, l’European Center for Constitutional and Human Rights ha chiesto a un tribunale in Germania di emettere un mandato di arresto per il ruolo della donna nelle torture nei confronti dei detenuti nel 2002.

Con la nomina di Gina Haspel a capo della Cia viene confermata la politica aggressiva e minacciosa di Donald Trump, collaborato ormai quasi esclusivamente da ‘falchi’ senza scrupoli.

Salvatore Rondello

Usa: via Tillerson, Trump si affida al falco Pompeo

Rex Tillerson

Rex Tillerson

Nuovo terremoto alla Casa Bianca. Il presidente Donald Trump ha licenziato il segretario di Stato, Rex Tillerson, e al suo posto ha nominato il direttore della Cia, il 54enne italo-americano Mike Pompeo: vuole un duro forgiato dalla destra del Tea Party per preparare il prossimo faccia-faccia con il leader nordcoreano, Kim Jong-un, e accompagnare i negoziati con le potenze mondiali, irritate dai dazi su alluminio e acciaio. La scelta, annunciata con un tweet mattutino che pare abbia spiazzato lo stesso Tillerson di rientro dal tour africano, porta al Dipartimento di Stato un falco sull’Iran. Pompeo lo ha definito la repubblica islamica “il più grande Stato sponsor del terrorismo” e non avrà difficoltà ad assecondare il presidente nella richiesta di rivedere l’accordo sul nucleare. Nel giro di poltrone, a Langley arriva un’altra dura, la 56enne Gina Haspel, prima donna a guidare l’agenzia d’intelligence americana. Haspel cambia semplicemente scrivania perché fino ad oggi era la vice di Pompeo, nominata appena un anno fa. Le voci di un possibile avvicendamento al dipartimento di Stato si rincorrevano da tempo e Pompeo era dato in pole position. “Farà un ottimo lavoro”, ha assicurato Trump nel ‘tweet’. Per Tillerson, appena silurato, i ringraziamenti di rito, ma è noto che l’ex ad della Exxon aveva anche un rapporto personale difficile con un presidente a cui bastava un tweet per smontare gli sforzi diplomatici del Dipartimento di Stato. A ottobre, mentre Tillerson tentava di rilanciare il negoziato diplomatico con Pyongyang, Trump fece sapere che “sprecava il suo tempo”.

Un disprezzo clamorosamente ricambiato negli stessi giorni da Tillerson quando definì il presidente “un idiota”, definizione che in seguito ha minimizzato ma mai smentito. È stato lo stesso Trump a spiegare ai giornalisti la sua scelta sul prato della Casa Bianca, poco dopo l’annuncio, prima di imbarcarsi alla volta della California. Trump ha sottolineato di aver ponderato a lungo l’avvicendamento del suo segretario di Stato e ha spiegato che sono state decisive le divergenze su diversi dossier, a cominciare dall’accordo sul nucleare iraniano. Invece con Pompeo, un falco sull’Iran che considera Vladimir Putin “pericoloso”, c’è sempre stata più intesa. L’inquilino della Casa Bianca ha precisato di non averne discusso con Tillerson ma di aver deciso “da solo”.

“In realtà andavo d’accordo con Rex” ma abbiamo “una diversa mentalità”, ha spiegato. Pare che non ci sia stata neppure una telefonata tra i due, al punto che Tillerson ha confidato ai collaboratori di non conoscere le ragioni del suo licenziamento.