Tennis: tutto pronto per Milano. Barty, Khachanov e i numeri uno

BBPk64DProssimi appuntamenti con il tennis, a seguire, le Next Gen Atp Finals e le Atp Finals di Londra. Se tutto è pronto per le prime – al via dal 6 al 10 novembre prossimi a Milano – si è cominciato già a formare lo schieramento dei big che scenderanno in campo nelle seconde. Per quanto riguarda l’evento italiano, si è già cominciato a giocare e si è concluso il torneo di qualificazione preparatorio – tutto italiano – per decidere quale sia il tennista nostrano ad entrare a pieno regime nel ‘tabellone’. Il vincitore è risultato un sorprendente Liam Caruana, che ha sconfitto il favorito Raul Brancaccio; dopo aver perso il primo set, l’atleta ha rimontato; una partita equilibrata in cui ci sono stati anche due tiebreak, che si è aggiudicato appunto il futuro vincitore. Se nel primo set è stato Raul ad andare subito in vantaggio per 3-1, nel secondo è stata la volta di Liam a passare avanti nel punteggio con lo stesso score. Un tennista molto vivace, con ottima mobilità, che ha saputo mettere pressione, essere incisivo con la sua velocità di colpi, in grado di rispondere a tutto e di respingere ogni colpo, costringendo l’avversario a venire in avanti a rete e a prendersi più rischi. Molto preciso, anche nell’incontro precedente con Giacomini, altro tennista dal gioco molto dinamico e rapido, dai colpi molto potenti e profondi, con cui ha messo in atto una rimonta similare. Quasi due match speculari. Brancaccio era il favorito, sembrava il più esperto, il più solido, il più maturo, il più equilibrato, invece si è fatto sorprendere dal fervore di un tennista fresco, grintoso, che ha fatto della giusta rabbia agonistica il vigore per vincere. 2-4 4-1 4-3 4-3 il punteggio finale con cui Caruana è diventato l’ottavo partecipante alle Next Gen Atp Finals. Sicuramente sono stati giovani che hanno regalato emozioni. Un’ottima vetrina per tutti quanti, ognuno voglioso di rappresentare l’Italia. Come sempre c’è riuscito solamente uno, ma – date le esperienze passate – sicuramente resterà un’esperienza positiva e un ottimo trampolino di lancio per ciascuno. Nulla da fare quest’anno per Matteo Berrettini e per Andrea Pellegrino, a quest’ultimo forse ha giocato un brutto scherzo l’emozione; ma, se si pensa che solamente un anno fa Matteo Berrettini giocò ed entrò nel tabellone delle Next Gen Atp Finals, ma poi perse subito al primo turno, eppure quest’anno di strada ne ha fatta, facile pensare a quali prospettive rosee e positive si aprano per questi giovani talentuosi e forti soprattutto da un punto di vista mentale. Caruana ha realizzato un sogno, compiendo quel miracolo in cui confidava, sulla spinta delle fede religiosa che sente, tanto da avere tatuato sul costato un passo della Bibbia, tratto dal Libro dei proverbi, che cita proprio la frase: “confida nel Signore con tutto il tuo cuore [….]”. Milanista (anche se, per le Next Gen Atp Finals sarebbe stato disposto anche, in caso di vittoria, a vestire la maglia dell’Inter e gridare persino: ‘forza Inter!’ – come ha confessato in un’intervista rilasciata a Supertennis), tifoso e grande estimatore di Kei Nishikori (per il suo temperamento moderato e tranquillo, per la sua velocità di colpi e rapidità di movimento e spostamento in campo: “in questo lo vedo e sento simile a me” – ha ammesso il giovane tennista -), invece, Raul Brancaccio. Questo ci riporta al grande appuntamento con i big per le Atp Finals di Londra e al torneo precedente indoor: il Master 1000 di Parigi Bercy. Ad aggiudicarselo proprio un ex Next Gen: il 22enne Karen Khachanov. Un torneo strepitoso per il russo, che si aggiudica il terzo titolo stagionale e il quarto in carriera. Infatti quest’anno si è imposto: a Marsiglia (altro indoor in Francia) – sul francese Lucas Pouille (per 7/5 3/6 7/5) -, alla Kremlin Cup a Mosca (sul francese Adrian Mannarino, con un doppio 6/2), ora al Rolex Paris Master di Parigi Bercy. Suo primo Master 100 in carriera. Il suo primo torneo vinto risale al 2016, quando conquistò l’Open di Chengdu sullo spagnolo Albert Ramos-Vinolas per 6/7 7/6 6/3. Sicuramente non finiranno qui i successi e i traguardi per questo tennista talentuoso, che sale alla posizione n. 11 del mondo e si concede la possibilità di giocare le Atp Finals di Londra. Ai danni di Fabio Fognini, che non riesce ad accedervi. Infatti i due tennisti si contendevano il posto per l’appuntamento londinese; ma al russo è riuscita un’impresa strepitosa, mentre l’azzurro si è trovato di fronte un solido Federer a fermare il suo cammino. Khachanov ha sconfitto, di seguito: Krajinović, per 7/5 6/2; Ebden per 6/2 2-0, quando l’australiano si è ritirato; Isner, per 6/4 6/7 7/6; Alexander Zverev, numero cinque del mondo, per 6/1 6/2 e Dominic Thiem, numero sette del mondo, per 6/4 6/1. Approdando, così, alla finale. Un talento il suo indiscusso, esploso di recente. Gioca da quando aveva tre anni e, in finale, ha persino superato il numero uno al mondo Novak Djokovic. Il russo ha giocato in maniera strepitosa, molto solida, mettendo a segno alla perfezione ogni colpo: di dritto o di rovescio, al servizio o a rete, da fondo o in attacco. Davvero pressoché ingiocabile. Il serbo ha raggiunto la vetta della classifica mondiale, ma si è dovuto arrendersi alla maggiore freschezza fisica e agonistica del russo, che in finale lo ha sconfitto per 7/5 6/4. Forse Nole ha pagato la stanchezza della dura semifinale contro Roger Federer, durata tre ore e terminata solamente al terzo set per 7/6 5/7 7/6; per non parlare del match contro Cilic nei quarti, vinto dal serbo per 4/6 6/3 6/2. Due partite perfette giocate da Djokovic, anche con tutta l’influenza addosso. Davvero encomiabile il suo estro da campione e da maestro. Tutti vedevano nella semifinale tra i due big indiscussi la vera finale dl torneo. Per quanto la finale reale non abbia mancato di regalare emozioni, sicuramente il pathos e la tensione che ci sono stati per lo scontro tra Federer e Djokovic entreranno nella storia del tennis e non saranno facili da ripetersi. Il campione di Basilea inseguiva il suo record di cento tornei vinti, che ha solo sfiorato; ma ha giocato la sua partita perfetta, la migliore di sempre probabilmente. Il miglior Nole ha vinto sul miglior Roger. Se avessimo dovuto scegliere una canzone a descrivere quell’incontro tra titani, sarebbe stato “Unici” di Nek, quando dice: “due come noi non li hanno visti mai, siamo unici, unici, gli unici, io e te”. Sì, perché – in fondo – resteranno comunque due campioni, ma soprattutto due grandi amici, prima che due grandi rivali. Li abbiamo trovati insieme a giocare in doppio alla Laver Cup e forse li ritroveremo a sfidarsi di fronte alla 02 Arena di Londra per le Atp Finals (in programma dall’11 al 18 novembre prossimi). Potremmo, a pieno regime, definirli i nuovi Borg&McEnroe, degli anni Ottanta, nel nuovo millennio. Se c’era chi voleva una nuova partita, sensazionale come la finale storica di Wimbledon del 1980 tra Borg e McEnore, beh, forse l’hanno trovata in questa semifinale del Master 1000 di Parigi Bercy tra Federer e Djokovic. Lo svizzero che attacca, come l’americano, l’altro che difende benissimo e respinge tutto come un materasso, proprio come lo svedese. L’elvetico compito e serafico come Bjorn, il serbo più irascibile come lo statunitense. Ma due talenti indiscussi, unici appunto, campioni della racchetta intramontabili. Sempre e per sempre. Dopo quella semifinale ci si chiedeva cos’altro ci fosse ancora da vedere nel tennis di tanto spettacolare. Forse proprio il talento di Khachanov. Federer aveva appena giocato una partita impeccabile contro Kei Nishikori, proprio contro il nipponico tanto apprezzato dall’italiano Brancaccio. Al giapponese aveva rifilato un doppio 6/4. Precedentemente sua vittima era stata, agli ottavi, un Fabio Fognini mai entrato veramente nel match, conclusosi per 6/4 6/3 a favore di Federer: nel primo set l’italiano riesce a rimanere ancorato fino al break decisivo del 6/4; partita in equilibrio che però crolla nel secondo set. Con questa sconfitta, e con la successiva vittoria di Karen, alle Atp Finals di Londra andrà il russo e non l’azzurro. Sia Roger che Fabio, tra l’altro, si erano avvantaggiati di due dei tre ritiri che hanno caratterizzato il Master di Parigi Bercy. Fucsovics per Fognini e Milos Raonic per Federer; ma, per un infortunio ai muscoli addominali, è stato costretto a rinunciare anche Rafael Nadal. Un peccato per lo spagnolo, che non ha potuto così difendere il primato della classifica mondiale.
E un infortunio è alla base di una delle sorprese del Wta di Zhuhai. Costretta a rinunciare per un problema al ginocchio, Madison Keys viene rimpiazzata dalla cinese Whang Qiang. Quest’ultima arriverà sino in finale, dove affronterà l’australiana Ashleigh Barty. Per la tennista di Tianjin si tratta della quarta finale stagionale, in questo 2018 assolutamente da incorniciare per lei. Infatti ha vinto il primo titolo all’Open di Jiangxi, sulla connazionale Saisai, su cui conduceva per 7/5 4-0; poi il torneo di Guangzhou sulla Putinceva per 6/1 6/2; mentre ha perso le finali al Wta di Honk Kong da Dajana Jastrems’ka per 6/2 6/1 e quella di questo torneo di Zhuhai dalla Barty per 6/3 6/4.
Ormai fa parte della top 20 e ha battuto diverse top 10, dimostrando un talento eccezionale. Forse le manca qualcosina nel gioco a rete e nella gestione emotiva delle finali. Non ha ancora pieno controllo della pressione nelle finali, ma giocarle in casa dà ancora più agitazione e se ne sente maggiormente il peso ovviamente. Soprattutto per una giocatrice di 26 anni, che ha ancora davanti un margine di miglioramento (persino enorme azzardiamo). Nella finale al Wta di Zhuhai, infatti, la differenza l’ha fatta proprio la maggiore padronanza a rete da parte dell’australiana, in grado di mettere a segno buone volées; mentre, in attacco, la Wang ha sbagliato colpi facili ed è stata più volte passata con facilità dall’avversaria. Tuttavia, buone le sue percentuali al servizio, e ottime prime di battuta eseguite. La Barty è stata più in grado di spostare la cinese e farla stancare, mentre la tennista di Tianjin non ha saputo aggredire i colpi in back, soprattutto di rovescio, dell’altra.; né tanto meno è stata in grado di farle male, di metterle pressione, rispondendo con il back al back dell’australiana. Il gioco più dinamico e versatile della Barty ha fatto la differenza. Si è dimostrata giocatrice completa, in grado di rimontare e rigirare intere partite; come la semifinale contro la Goerges. L’australiana (22 anni e attuale n. 19 del mondo) ha sconfitto la tedesca (e campionessa in carica uscente) con il punteggio di 4/6 6/3 6/2, in un’ora e 47 minuti. La Goerges parte bene e chiude il primo set con un break di vantaggio per 6/4; anche nel secondo va subito 2-0, con un break a suo favore che sembrava decisivo per chiudere il match; invece la Barty lo recupera e poi fa contro-break, così che porta a casa il secondo parziale per 6/3; con una Goerges sempre più in confusione, stanca e che non sa più che fare per bilanciare la maggiore dinamicità di gioco dell’australiana, tutto più facile per la Barty nel terzo set, che si impone agevolmente per 6/2. Dei successi della Wang abbiamo detto, mentre non è una novità neppure per la Barty la vittoria al Wta di Zhuhai. Infatti, per la tennista di Ipswich, si tratta del terzo titolo in carriera: dopo quello di Kuala Lampur (il primo, nel 2017), sulla giapponese Nao Hibino per 6/3 6/2: e dopo i due di quest’anno: oltre a questo a Zhuhai, quello a Nottingham (a giugno scorso) contro Johanna Konta, per 6/3 3/6 6/4. Ma ha collezionato anche altre tre finali perse: a Birmingham dalla Kvitova (nel 2017) per 6/4 3/6 2/6, a Wuhan (sempre lo scorso anno) dalla Garcia per 7/6 6/7 2/6, e quest’anno dalla Kerber a Sydney, con un doppio 6/4.
Ma c’è un’interessante coincidenza da registrare anche nella semifinale della Wang. Affrontava la Muguruza, proprio come nella semifinale del Wta di Hong Kong. Proprio come allora, vince la cinese al terzo set: ad Hong Kong aveva perso il primo set per 7/5 e poi aveva rimontato per 6/4 7/5. Qui a Zhuhai, invece, la piega con un netto 6/2 6/1. Le impartisce una dura lezione, mettendola in difficoltà con l’estemporaneità e l’istintività del suo gioco spesso di controbalzo, con aperture veloci dei movimenti, grande intensità, buona mobilità, aggressività in avanzamento, anche se stenta a venire a rete. La Muguruza corre, corre, corre, deve far miracoli per fare il punto, commette tanti errori e tanti gratuiti, va in confusione, non sa più che fare. Un episodio è emblematico e si ripete, nella semifinale di Zhuhai come in quella di Hong Kong: Garbine chiama il coach in campo, chiede consiglio con un po’ di disappunto: ‘che cosa vuoi che faccia ora?’ – gli dice -; l’allenatore (Sam Sumyk), per tutta risposta, se ne va stizzito e risentito, con un gesto della mano che non promette nulla di buono (e, infatti, da allora la Muguruza perderà un punto dopo l’altro): disaccordo molto amaro (o semplice fraintendimento?) tra i due.

Torneo di Stoccarda a Federer. Bene Gasquet e Krunic nei Paesi Bassi

roger federer stoccardaL’assenza dai campi non ha influito negativamente sul ritorno di Roger Federer. Lo svizzero, dopo lo stop per la stagione sulla terra rossa, torna a giocare sull’erba a Stoccarda. Perfettamente a suo agio sulla superficie, in una forma fisica ottima (fisico asciutto, freschezza agonistica, sembra ringiovanito), disegna il campo che è una bellezza. Sicuro al servizio, quando lascia partire il dritto si apre il campo (ma anche col rovescio, in accelerata con quale dei due fondamentali gli capiti prima) e va a chiudere col passante di rovescio o in avanti a rete con la volée o lo smash. Solitamente è questo il suo schema vincente, ma non disprezza il serve&volley. Specialmente sull’erba diventa in-giocabile e neppure il potente dritto di Milos Raonic (fino a 137 km/h) riesce a fermarlo e ad impedirgli di alzare la coppa in Germania. Per 6/4 7/6 si aggiudica il suo 98esimo titolo in carriera. Più lottato il secondo set perché lo svizzero si è complicato un po’ la vita insistendo di più appunto proprio sul dritto micidiale del canadese; tuttavia ha saputo giocare meglio i punti decisivi e fondamentali: il talento dell’elvetico è indiscusso, ma sicuramente la sua arma vincente per essere un campione così “longevo” è proprio la forza mentale più che la tecnica ineccepibile e straordinaria, un’esperienza che non si può insegnare. Ed in questo insegna molto la semifinale contro l’australiano Nick Kyrgios: una dura battaglia terminata solamente al terzo set (6-7 6-2 7-6) e dopo due tie-break in cui non sono mancate le occasioni al giovane ‘Aussie”; non facile rimontare, sotto di un set, per il n. 1 del mondo contro il re degli aces, perfettamente a suo agio sull’erba. Anche al successivo torneo di Halle, sempre in Germania, parte bene e continua la sua corsa ad accumulare vittorie su vittorie: vince facile il primo turno contro Aljaz Bedene per 6/3 6/4. A Stoccarda è bastata un’ora e venti minuti circa al 36enne svizzero per completare quella che era la sua 148^ finale (record di e per pochi altri tennisti) e portarsi a casa la ‘Mercedes Cup’ (con la macchina in palio con cui è tornato a casa prima di ripartire appunto per Halle).
Se Federer è il re di Stoccarda, nei Paesi Bassi (all’Atp 250 di ’s-Hertogenbosch, Atp 250 proprio come quello appena citato di Stoccarda con un montepremi di 656mila euro e poco più, circa), invece, vi sono due trionfatori: Richard Gasquet (che si aggiudica il derby francese contro Chardy) e Aleksandra Krunic (che si era imposta al Foro Italico sulla nostra Roberta Vinci). Ma vediamo meglio nel dettaglio cosa è successo.
La finale maschile nei Paesi Bassi a Gasquet. Gasquet va subito avanti nel punteggio e si porta in vantaggio per 4-2 nel primo set; ma a questo punto Chardy fa contro-break, però poi perde di nuovo il servizio e manda il connazionale a servire per il primo set. Grazie a due passanti strepitosi di Gasquet (prima di dritto incrociato e poi di rovescio) si aggiudica il primo set definitivamente; da segnalare anche un recupero straordinario su una volée, con il rovescio in corsa che mette all’incrocio delle righe prima di riportarsi di nuovo in vantaggio. Non bastano i dritti potenti (anche a 147 km/h) di Chardy, che spreca le occasioni di break che ha. Nel secondo set, infatti, Chardy va addirittura avanti 5-3, ma si fa rimontare prima 5-4 poi 5-5 ed è tie-break; ma Gasquet nel tie-break va subito avanti e lo conquista abbastanza tranquillamente.
Il momento clou che però ha fatto svoltare e ‘rigirare’ il match e il secondo set (ovvero annullando la possibilità di allungarlo al terzo set per Chardy e di ritornare in partita e rimontare, per poi andare a vincere) è stato proprio quando è andato a servire sul 5-3. Chardy conduceva per 40-15 sul 5-3, ma -prima un passante incredibile di Gasquet- poi soprattutto una palla chiamata out sulla sua seconda di servizio lo ha fatto particolarmente innervosire (dopo un errore di rovescio, che ha mandato lungo), facendogli perdere il controllo, i nervi e la concentrazione. Ha dato così la palla break a Gasquet, che poi se ne è procurata un’altra con uno straordinario passante di rovescio incrociato in cross ad uscire a cui è seguito il doppio fallo di Chardy che, al cambio campo, ancora discuteva di quella palla (la seconda di servizio) con l’arbitro. Gasquet ha completato, successivamente, a 15 il recupero sul 5-5 (con un ace).
Il tie-break che ne è derivato si è svolto così: 1-0 Gasquet, 1-1, 2-1 Gasquet (su un errore in risposta di Chardy), 2-2 (Gasquet manda lungo un recupero di rovescio), 3-2 Gasquet con uno stupendo passante di dritto rasoio alla rete, errore di dritto di Gasquet ed è 3-3, 4-4 con una bella volée di Gasquet, errore dritto di Chardy e Gasquet va 5-4 (due match points con il servizio a disposizione), ace di Gasquet ed è 6-4 per lui, poi 6-5 con Chardy che si aggiudica il punto con un dritto in attacco in avanzamento, 7-5 Gasquet con un recupero su una palla bassa di dritto che trasforma in demi-volée in attacco in controtempo che non riesce a prendere Chardy, su cui non arriva decretando, così, la vittoria definita del connazionale francese.
Tra l’altro, qui ad ‘s-Hertogenbosch, Gasquet (testa di serie n. 2) aveva battuto il giovane greco Stefanos Tsitsipas (testa di serie n. 5) per 7/6(2) 7/6 (4) ai quarti e Bernard Tomic in semifinale per 6/4 6/7(8) 6/2 (semifinale dura e molto combattuta che, ciononostante, non gli ha impedito di vincere la finale).
La finale femminile di ‘s-Hertogenbosch. Ad imporsi è la serba Aleksandra Krunic (testa di serie n. 7), in grado di battere in semifinale niente di meno che la testa di serie n. 1 Coco Vandeweghe in tre set per 2/6 7/6(4) 7/6(1): la statunitense è sempre una giocatrice temibile, soprattutto ha dimostrato di esserlo particolarmente sull’erba, superficie che predilige e che ben si confà al suo schema tattico aggressivo, al suo tennis d’attacco e al suo gioco basato sempre sul ricercare il colpo vincente con pochi scambi (dunque un risultato che vale doppio per la Krunic). Poi altri tre set sono serviti alla serba per aggiudicarsi la finale del torneo e imporsi sulla belga Kirsten Flipkens, che va avanti di un set nel primo parziale subito per 7/6; poi la Krunic rimonta, prendendo sempre più terreno riuscendo a fare il break decisivo che la porterà sul 7/5 (dopo un parziale in equilibrio ancora, ma in cui la Flipkens concede qualcosina in più, facendo qualche errore in più). Poi dilaga per 6/1 nel terzo e decisivo set, andando subito 4-1 e poi 5-1. Impegno premiato per la giovane atleta, che non ha mai mollato, ma è stata più incisiva quando è servito, approfittando del momento di cedimento dell’avversaria e di ogni suo ‘regalo’ (ogni gratuito concesso), entrando sempre più in partita fino a dominare nel terzo e decisivo set. La serba, a soli 25 anni, sale così alla posizione n. 44 del mondo e si impone nel torneo, nonostante una vistosa fasciatura al braccio. Inutile non associare e far tornare alla mente il ricordo che la lega all’Italia. Infatti la Krunic agli Internazionali Bnl d’Italia di quest’anno, lo scorso maggio, ha affrontato proprio la nostra Roberta Vinci nella sua ultima partita che ha disputato prima del ritiro definitivo ufficiale dal tennis giocato. In quel turno la serba ha trionfato con il punteggio di 2-6 6-0 6-3, parziale che ha entusiasmato ancor di più tutti i fans azzurri che hanno sperato nella vittoria dell’atleta di casa.

Anche a Wimbledon
la sfida Italia-Spagna

LONDON, ENGLAND - JULY 04: Camila Giorgi of Italy returns a shot in her Ladies’ Singles Third Round match against Caroline Wozniacki of Denmark during day six of the Wimbledon Lawn Tennis Championships at the All England Lawn Tennis and Croquet Club on July 4, 2015 in London, England. (Photo by Ian Walton/Getty Images)

Camila Giorgi (Photo by Ian Walton/Getty Images)

Nonostante la pioggia non si sia fatta attendere, l’edizione 2016 del Grand Slam di Wimbledon non poteva iniziare meglio nella giornata d’apertura, con un match a dir poco favoloso. Mentre in contemporanea in Francia si giocavano gli ottavi di finale degli Europei di calcio 2016 tra Italia-Spagna, a Londra si affrontavano parallelamente la spagnola Garbine Muguruza (testa di serie n. 2) e l’italiana Camila Giorgi. Mentre la nazionale azzurra, però, si portava in vantaggio al 3’ con il primo goal di Chiellini nel primo tempo, la Muguruza saliva 3-1 nel terzo e decisivo set, strappando il servizio alla nostra atleta che avrebbe permesso alla neo vincitrice del Roland Garros di mettere la firma definitiva su un match duro ed equilibrato durato più di due ore e mezza. 6-2, 5-7, 6-4 il punteggio finale, che ben descrive la lotta pari tra le due tenniste soprattutto per quanto riguarda la tenacia, la forza di volontà, l’ostinazione, il coraggio, lo spirito di iniziativa, di lotta e di sacrificio, la determinazione e l’orgoglio di non mollare, non cedere, di contrastare sempre. Sì, perché Camila ha giocato e lottato alla pari con la spagnola, sfidandola proprio sulla personalità, sul carattere, sul carisma e sulla capacità di sapersi imporre in campo e prendere l’iniziativa.

La Giorgi ha avuto molte occasioni e ha impressionato in particolare con il suo dritto, che ha fatto partire a tutto braccio in diverse circostanze, sorprendendo l’avversaria e affascinando il pubblico. Non ha mai tremato, ha sempre sfidato a testa alta con fermezza una tennista quale la Muguruza in grado di trascinare un’intera squadra di Federation Cup come la Spagna (nella sfida contro l’Italia per lo spareggio per restare nel World Group). Risoluta e decisa, non ha avuto cedimenti, neppure per la presenza sugli spalti di Conchita Martinez, capitana appunto della Fed Cup spagnola. Non è riuscita a vendicare le connazionali che hanno incassato un netto e umiliante 4-0 in quel confronto per la ‘salvezza’. Così, mentre da una parte si gioiva per il goal di Chiellini, su una punizione calciata da Eder, e da lì a presto per il raddoppio di Pellè al 46’ del secondo tempo su assist di Darmian, in Inghilterra per gli italiani gli umori non erano gli stessi. Camila è uscita fuori dal campo un po’ amareggiata, delusa e arrabbiata per l’occasione sfumata, che ha rincorso molte volte e quasi raggiunto altrettante; sfiorando quella che sarebbe stata un’impresa altrettanto epocale quanto quella della nazionale di calcio. Meritava davvero, ma per lei c’è stata e resta sicuramente la soddisfazione di aver offerto un grande spettacolo di ottimo tennis e di aver fatto impensierire la spagnola. La Muguruza nel finale ha esultato, quasi rilassata per essersela cavata, avendo faticato non poco per trovare il bandolo della matassa di un match equilibrato, alla pari, in cui l’italiana l’ha messa in difficoltà non poche volte.

Giratasi verso il suo team, ha fatto un gesto come se volesse dire di aver vinto di testa, forse più di esperienza. Nel secondo set la Muguruza ha avuto un calo di concentrazione, brava la Giorgi ad approfittarne, aumentando l’aggressività, assalendola con un gioco più ‘di pressing’ per dirla con il linguaggio calcistico, attaccandola maggiormente. Ancor più brava e astuta la spagnola a partire subito al contrattacco nel terzo set, senza innervosirsi, scoraggiarsi e a recuperare l’attenzione sullo schema tattico; ritrovava, così, quello vincente del primo set, dove aveva disegnato il campo alla perfezione, in maniera ineccepibile e ingiocabile per Camila, che nulla poteva se non osservare l’esecuzione magistrale di fondamentali portati in maniera esemplare, da manuale, con una superiorità da parte della numero due al mondo. Dunque onore al merito di Camila di aver avuto la capacità di rimettersi in partita, ma la differenza la Muguruza l’ha fatta nella scelta dei tempi e delle pause, in cui ha avuto anche dei momenti di ‘tregua’ in cui giocava in fase più difensiva che aggressiva, ma sempre presente in campo e pronta a far sentire il suo ‘peso’, la sua personalità e ad imporsi. Quasi si volessero intimidire a vicenda, le due si sono risposte con una sfida di colpi vincenti a chi tirasse quello migliore, con una potenza, una profondità e una precisione inaudite.

La Giorgi è molto migliorata e avrà sicuramente altre occasioni per fare bene ed arrivare sino in fondo nei tornei, come accaduto a Katowice in Polonia dove ha perso 6/4 6/0 dalla Cibulkova. In particolare sull’erba si esprime bene e sembra essere la superficie che più le è congeniale e che ama. Intanto la Muguruza si è slavata in corner, se fossimo a una partita di calcio.

Bene, in compenso a Wimbledon, le altre italiane al primo turno: Sara Errani ha battuto, con un doppio 6-4, la rumena Patricia Maria Tig, all’esordio in uno Slam; Francesca Schiavone, ha eliminato la n. 66 al mondo, la lettone Anastasija Sevastova, con il punteggio di 7-6(7) 6-4. Anche Roberta Vinci ha sofferto, ma si è imposta su Alison Riske. La statunitense ha trascinato la tarantina al terzo set, ma alla fine è venuta fuori tutta la grinta della n. 7 del mondo e testa di serie n. 6, che ha portato a casa il match (dopo oltre due di gioco) per 6/2 5/7 6/3; giusto in tempo prima dell’interruzione per pioggia.

A proposito di Italia, da rimarcare anche la vittoria, sulla terra questa volta però, di Marco Cecchinato all’Aspria Tennis Cup, il challenger che si gioca a Milano. Il giovane tennista ben si era messo in evidenza quest’anno agli Internazionali Bnl d’Italia di tennis a Roma, al Foro Italico, durante le qualificazioni e durante il torneo stesso; al primo turno, infatti, affrontò sul Centrale Milos Raonic, portando il canadese al terzo set, in una partita strabilinate e molto lottata, dove solo un po’ di emozione gli ha impedito di ‘giocarsela’ ancora meglio. Con un netto doppio 6/2 ha vinto una finale abbastanza agevolmente contro il serbo Laslo Djere, uscito stanco da una maratona in semifinale (il 20enne serbo, aveva avuto ben 10 match point in semifinale prima di chiudere con lo spagnolo Daniel Gimeno-Traver). Cecchianto sale, così, al n.130 della classifica mondiale, aggiudicandosi un torneo challenger importante, che in passato vinse anche Filippo Volandri (nel 2013).

Barbara Conti

Murray, Mayer e Keys incoronati campioni

Andy Murray after winning Queen's finalATP a Londra del Queen’s e in Germania ad Halle. Donne impegnate nel Wta di Birmingham. Questo lo scenario sull’erba che si è appena concluso. Guardando a Wimbledon, anche se ancora manca Eastbourne. Ad accomunare tutti i tornei non solo la pioggia caduta in continuazione. Sono apparsi i tornei degli scivoloni. Le cadute sono state molte per tennisti e tenniste, che hanno rischiato seri infortuni, soprattutto a ridosso della rete, meno praticata del fondo, dove il suolo era più consumato. Una dimostrazione della pericolosità di giocare su questa superficie e ciò ha risaltato le capacità degli atleti che si sono mossi con abilità sull’erba.

I protagonisti sono stati diversi. Innanzitutto nel femminile Madison Keys, che ha conquistato il titolo e la top ten, riuscendo nell’impresa mancata per poco a Roma contro Serena Williams. Forse la tensione minore di giocare contro una tennista meno temibile quale Barbora Strycova l’ha facilitata. Colpi meno potenti, ma soprattutto un’avversaria troppo nervosa e incostante, seppur ostica. Con un netto 6/3 6/4 l’americana si è sbarazzata della ceca n. 30 del mondo, che già tanto aveva rischiato in semifinale contro la Vandeweghe. Coco si è fatta sorprendere al terzo set e ha perso con il punteggio di 2/6 6/4 6/3. In lacrime, l’americana dominava il gioco, quando la ceca è riuscita a ribaltare il match. Neppure il coach è servito a far riprendere la Vandeweghe, che non è stata in grado di bissare la vittoria della settimana precedente a ‘s-Hertogenbosch. Forse un cedimento nervoso per un accumulo di tensione enorme per essere a un passo dal conquistare due tornei, ormai vicinissima alla seconda finale consecutiva. Come al Foro Italico, Carla Suarez Navarro si è fermata in semifinale. La spagnola sicuramente è più a suo agio sulla terra.

Nel maschile Andy Murray è riuscito a trionfare in casa al Queen’s, un torneo cui tiene molto e che ha vinto già tante volte (2009, 2011, 2013, 2015 e 2016). Per il secondo anno, dunque, lo scozzese si è confermato campione, con la madre e la moglie sugli spalti ad applaudire di gioia. Ma ha dovuto faticare moltissimo e solo un po’ di fortuna gli ha dato ragione del più che valido Milos Raonic, davvero impressionante nel giocare un tennis splendido in quello che è stato il suo miglior torneo di sempre: concentrato, impostato, ordinato, deciso, ha disegnato il campo in maniera perfetta, attaccando, mettendo pressione e togliendo ritmo all’avversario. Un Murray in difficoltà ha vinto di rabbia, orgoglio e fortuna. Il canadese stava servendo sul 4-1, al secondo set e avanti già di uno, in vantaggio nel punteggio. Rischiava di portarsi sul 5-1 e dunque sembrava una partita chiusa. Due palle su cui lo scozzese ha chiamato il challenge hanno ribaltato l’esito: non chiamate out dai giudici di linea, sono risultate fuori di pochi millimetri. Murray è riuscito così a pareggiare per poi portarsi avanti ed andare a vincere per 6/7(5) 6/4 6/3, in oltre due ore di gioco. Soddisfazione doppia per lui e per il suo allenatore Ivan Lendl. Quest’ultimo ha vinto il suo duello a distanza con il ‘nemico’ principale di sempre John McEnroe, che segue Raonic (sempre in prima fila sugli spalti).

Ma un altro match entusiasmante è stato ad Halle quello in semifinale tra Zverev e Federer. Il giovane tedesco ha giocato un tennis stellare come non mai prima, molto maturato. Non solo ha battuto il campione svizzero al terzo set, vincendo per 7/6(5) 5/7 6/3, ma si è aggiudicato la sua seconda finale in un derby tedesco con Mayer. Quest’ultimo si è affermato giustiziere dei giovani emergenti talentuosi, eliminando il più che valido Milos Raonic, in semifinale in due set per 6/3 6/4; poi il 32enne tedesco si è imposto su Zverev in finale: gli ha tolto ritmo anticipando le sue accelerazioni, avanzando per primo a rete. Venendo avanti, però, bravo il 19enne spesso a passarlo. Forte soprattutto nel servizio (in particolare sulle prime, ma ha piazzato anche molti aces), Zverev non solo ha tirato l’incontro sino al terzo set, ma è stato l’autore dei punti più belli. Ancora più esperto e abile, però, Floryan Mayer. Alexander è uscito a testa alta, sconfitto in maniera più che dignitosa con il punteggio di 6/2 5/7 6/3. Ha stupito principalmente la sua mobilità. Molti i rischi di infortunio corsi, ma in scivolata e in tuffo ha chiuso punti fenomenali. Questo prepara un tabellone maschile in fermento per Wimbledon, con molti candidati che potrebbero rivelarsi veri outsiders. I campioni di sempre non sono più al sicuro. Dalla loro solo l’esperienza può aiutarli.

Barbara Conti