Scrive Fabio Fabbri:
Gli auspici di Scalfari

Caro Direttore, qui a Tizzano, il mio paese, è una domenica nuvolosa, a tratti piovosa. e quasi fredda. Archivio per ora l’osteria e la passeggiata nella strada dietro il Castello e dedico la prima parte del pomeriggio alla mazzetta dei giornali: il lusso che, per ora, in attesa della sorte pericolante dei nostri vitalizi, ci è consentito.
Il primo approccio, dopo un’occhiata alla Gazzetta di Parma, è per il fondo domenicale di Eugenio Scalfari. Come Ti ho forse raccontato, Scalfari è stato uno dei miei maestri di gioventù, insieme a Ernesto Rossi, Mario Pannunzio Francesco Compagna e Leopoldo Piccardi. Abbiamo vissuto insieme l’avventura genetica del Partito Radicale. Poi lui fu eletto a Milano deputato del PSI ed io a Parma senatore del nostro partito, agli albori del nuovo corso di Bettino Craxi. Considero Eugenio un giornalista e uno scrittore di altissimo valore. Bettino lo stimava molto come imprenditore del giornalismo, ma diffidava dei suoi progetti politici.
Bene, nell’editoriale di domenica 28 ottobre, il “mio” Eugenio dedica il suo incipit al suo caro amico Mario Draghi (io l’ho solo conosciuto fugacemente quando lo convocai a Palazzo Chigi nella mia veste di sottosegretario nel Governo di Giuliano Amato. Avvertii che mi trovavo in presenza di un alto ingegno).
Riassumo la narrazione del fondatore di Repubblica perché sul punto sarebbe utile anche una nostra riflessione sul Tuo Avanti e nel nostro piccolo partito. Orbene, Scalfari spera che Draghi, terminata l’attuale esperienza di banchiere europeo, possa ottenere “una carica europea di carattere presidenziale per lottare in favore di novità tecnologiche, politiche e anche militari in un mondo di continenti.”. Poi, calato da questo empireo, affronta con lucida esegesi il conflitto in corso fra l’Italia e l’Unione Europea per concludere infine con uno sguardo all’appuntamento delle elezioni europee, che sono già dietro l’angolo. Dopo un excursus sui recenti risultati elettorali, Scalfari fa realisticamente perno sul tonfo del PD: dal 40 per cento delle europee al 20 per cento delle “idi” del 4 marzo. Scrive che Renzi sarebbe orientato alla formazione di un movimento “che si muova liberamente fra il centro e la sinistra e si allei con il PD riconoscendogli la leadership dell’area di centro sinistra”.
Ecco, per quel poco che conta, la mia opinione in proposito. E’ fin troppo facile impallinare questo progetto. In politica, come nella vita, niente ha più insuccesso dell’insuccesso: e Renzi porta il peso di un insuccesso fragoroso. Eugenio lo sa bene; e infatti prospetta la formazione di una squadra composta da Minniti, Zingaretti, Franceschini, Zanda, Delrio, Calenda, Fassino. Mi permetto di aggiungere che nel campo socialista esistono personalità politiche, non ultra-ottuagenarie come me, in grado di scendere in campo come valide “riserve della Repubblica”.
Il riassunto-commento del fondo di Scalfari, finisce qui, rd inizia il mio invito a quel che resta della cultura e della politica liberalsocialista e liberaldemocratica a ragionare con spirito costruttivo sulla condizione periclitante della nostra Nazione, avendo presente che l’elezione del Parlamento europeo. Ne ha ragionato Dario Franceschini, in una intervista pubblicata su “La Repubblica del 28 ottobre. A questo ferrarese garbato e di buona cultura va bene il “ fronte repubblicano di Calenda”,ad eccezione del nome.
Chiudo questo fin trappo lungo proemio enfatizzando che la nostra “piccola comunità”, come Tu la chiami, ha qualche titolo per interloquire in proposito: per quanto minuscola per risultati elettorali, il nostro PSI ha alle sue spalle una storia prestigiosa e un serbatoio di buone idee.
Espongo dunque, temerariamente, alcune ipotesi di lavoro.
Possiamo farci promotori di una chiamata alle armi delle personalità della cultura di rango europeo, per fortuna ancor viva in questa Italia alle vongole” ( cosi la chiamavano i “taccuini” di seconda pagina de Il Mondo). Penso a scrittori e giornalisti di rango che operano nel solco della tradizione liberaldemocratica e liberalsocialista. Aggiungo che anche l’impegno nell’agone politico odierno, così come il semplice consiglio dei “padri” ancora in vita della ingiustamente vituperata Prima Repubblica, possa essere utile e fecondo.
Facciamoci dunque promotori di manifestazioni di “riscossa nazionale” in molte città, d’Italia, chiamando alla partecipazione, insieme ai sindaci e ai presidenti delle regioni del centro sinistra, la nutrita schiera di sindaci ed amministratori “civici”: quelli del movimento “l’Italia in comune” inventato dal Sindaco di Parma Federico Pizzarotti.
Non dobbiamo aver timore di gridare che l’Italia è già vicina alla secessione dall’Europa. Ed anche al tracollo politico-economico.
Mi viene alla mente, come esempio incoraggiante, la “ripartenza” del PSI di Craxi dopo la sconfitta elettorale degli anni ‘70. Fu decisiva la mobilitazione di molte delle energie della sinistra non comunista e di illustri personalità della cultura laica.
Serve dunque, ora e subito, un “nuovo inizio” che non sia offuscato della disfatta elettorale del Pd e non sia contraddetto dall’esito del Congresso del PD, che potrebbe essere deludente e vistosamente conflittuale.
Può anche essere utile, nel contesto di questo “colpo d’ala”, l’impegno di una “squadra di autorevoli padri garanti”, esemplari per loro storia e il loro esempio nella vita pubblica. In questo spirito di rinascenza ci può essere posto e “gloria” anche per le Fondazioni che tengono viva la storia e la memoria della sinistra politica e sindacale.
Aggiungo ancora che in questo crogiuolo potrà positivamente maturare la scelta dei capilista prestigiosi e popolari nelle vaste circoscrizioni in cui si articola la consultazione italiana per l’elezione del Parlamento di Strasburgo, che comprende anche le circoscrizioni “estere”.
:Va da sè che questo appuntamento cruciale deve essere affrontato dall’opposizione al governo in carica da una coalizione di centro sinistra che abbia un nome nuovo, che rappresenti il campo largo europeista e di opposizione dura e ragionata al nazional-populismo governante e confortata da manifesto per una “Nuova Italia in una più forte Europa”.
Con la deformazione che mi deriva dall’ultima mia esperienza ministeriale, enfatizzo che la “Novella Europa” deve comprendere anche “l’Europa della Difesa”, pilastro di un nuovo rapporto euro-atlantico nell’era di Trump e di Putin.
Sono fiducioso che su questo antico e glorioso giornale sboccerà un florilegio di proposte e che nei prossimi mesi si provveda alla costituzione di un “governo ombra” che incalzi ogni giorno, sulle scelte da compiere, il Governo Salvini-Di Maio.
Post-scriptum. Pecco di ingenuità ottimistica se penso che l’appuntamento elettorale potrà interrompere la letargia di quella vasta parte del mondo sindacale, imprenditoriale, culturale e giornalistico che si ostina ad ignorare o edulcorare il pericolo altissimo che grava sul futuro dell’Italia.

Fabio Fabbri

INDOVINA CHI VIENE A CENA

Spada - LaPresse 24 03 2015 Verona ( Italia ) Politica Il segretario della Lega Nord Matteo Salvini in visita ai padiglioni di Vinitaly 2015 nella foto : matteo salvini

La politica passa dalla piazza agli incontri esclusivi per pochi convitati. Sia a destra che a sinistra le carte si decidono a un tavolo, ben ristretto. Ma mentre il Centrodestra si organizza senza lasciarsi critiche alle spalle, il Centrosinistra sconta ancora una volta una crisi che non vuole cedere il passo e anzi, peggiora di giorno in giorno e di iniziativa in iniziativa.
Ieri due cene, nessuna delle quali prevedeva come invitato l’attuale segretario del Pd, Maurizio Martina: una convocata a casa sua dall’ex ministro Carlo Calenda, che si è pubblicamente rivolto a Renzi, Gentiloni e Minniti con due obiettivi dichiarati: farli smettere di litigare, e metterli d’accordo su una ricetta che faccia uscire il Pd dall’impasse. L’altra convocata subito dopo da Nicola Zingaretti, per rispondere per le rime all’iniziativa ostile di Calenda. Entrambe sono state annullate e hanno portato al ‘digiuno’ di Roberto Giachetti che ha annunciato lo sciopero della fame per chiedere che venga fissata la data del Congresso. “La situazione che ci troviamo di fronte non consente più di giocare, abbiamo giocato anche abbastanza. Devo dire francamente che sono incazzato nero, penso che non sia accettabile quello a cui abbiamo dovuto assistere a proposito di cene e incontri. Penso che non sia più possibile andare avanti così. Tutto questo lo avevo ampiamente previsto, tutti avevano deciso di non fare il congresso subito e che questo avrebbe comportato che il congresso si sarebbe svolto dappertutto tranne che nella sede opportuna”, afferma durante una diretta Facebook e sottolinea: “Il sondaggio ci dà sotto il 17 per cento: davvero al nostro popolo possiamo offrire uno spettacolo di questo tipo? Io penso che sia necessario che tutti inizino a ragionare sulla situazione che ci troviamo di fronte. Io le ho provate tutte, ho spiegato che non era possibile rimandare il Congresso, che la situazione necessitava una reazione immediata”. Infine, l’annuncio roboante: “A questo scenario indecoroso reagisco tornando alle mie origini: dalla mezzanotte di ieri sera ho iniziato lo sciopero della fame perché sia immediatamente convocata una assemblea straordinaria e fissata la data del congresso del Partito democratico”.
“Una cena a quattro con invito su Twitter è fatta apposta per farti litigare. E se invece di rimestare nel solito mortaio si mangiasse un panino, tutta la sinistra riformista, per decidere che fare? C’è poco tempo e il rischio è che il Pd ci porti tutti a fondo”, scrive su Facebook il segretario del Psi, Riccardo Nencini.
I toni non sono morbidi da parte del neo iscritto ai dem, Carlo Calenda, per il quale ai dirigenti del Pd “non importerà” di perdere le prossime elezioni europee e regionali: “Quello che importa a loro è il congresso. Sta diventando un posto in cui l’unico segretario che si dovrebbe candidare è il presidente dell’associazione di psichiatria”. Ma smentisce la frase che gli è stata attribuita sul fatto che ‘il Pd merita l’estinzione’. “Con Gentiloni e Minniti parlo continuamente – prosegue Calenda – nel Pd c’è un’entità, che si chiama Renzi, che non si capisce cosa voglia fare e che va avanti per conto suo. È una roba un pò singolare. È stato un presidente del Consiglio che all’inizio aveva veramente voglia di cambiare l’Italia e che ha fatto cose buone. È un grosso peccato”. Poi conclude: “L’unica cosa che vuole fare il Pd in questo momento è una resa dei conti fra renziani e antirenziani in vista di un congresso che doveva esserci, per me, settimane fa, e tutto sarà paralizzato in questa cosa di cui al paese non frega nulla. Nel frattempo, l’opposizione si fa in ordine sparso”. Calenda poi risponde sul mancato invito all’attuale segretario che non sente da ‘due mesi’. Maurizio Martina risponde: “Adesso basta, chiedo a tutti più generosità e meno arroganza. Il Pd è l’unico argine al pericolo di questa destra”. E fa un appello in vista della mobilitazione del 30 settembre a Roma: “È possibile chiedere a tutti i dirigenti nazionali del mio partito una mano perché la manifestazione del 30 sia grande, bella e partecipata?”.
Nel frattempo però a destra si decide senza intoppi. Domenica sera la riunione ad Arcore tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, alla quale hanno preso parte anche Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti e che fonti di Forza Italia definiscono un “positivo” anche se ambienti del centrodestra precisano che nessuna decisione è stata presa. Che il leader della Lega avesse deciso che la ‘visita’ al Cavaliere dovesse rimanere in ambito privato è ormai noto, tanto che i dossier più caldi come la decisione sulla presidenza della Rai e le alleanze per le elezioni regionali sono stati rinviati ad un successivo incontro. Ma nel frattempo non si maschera l’irritazione degli alleati di Governo della Lega. Anche se ufficialmente il Movimento cinque stelle ha finto disinteresse, alla base continua lo sgomento per l’alleanza di Salvini con il Cavaliere che potrebbe mettere così le mani proprio sulla tv di Stato, la Rai. “È stata una cena positiva, non si è parlato di Rai ma del futuro del centrodestra e del rapporto Lega-Fi. Ci sarà un incontro nei prossimi giorni tra Cav, Salvini e Meloni”. Così a Rtl 102.5 il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani.

Nessuna resipiscenza

Secondo l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti l’alleanza Lega/M5s sarà durevole perché poggia su un “patto di potere” che a lui ricorda il pentapartito degli anni 80 (sic!).
L’affermazione è stata resa nel corso dell’intervento dell’esponente del Pd al talk show serale de La 7 condotto dal genero di Enrico Berlinguer con il controcanto di un chierichetto tanto impertinente quanto irrilevante.
Che l’alleanza poggi su un patto di potere non c’è dubbio ma che c’entra il riferimento ad una alleanza risalente ad un’era politica lontana che comunque aveva caratteristiche di ben altra natura e complessità?
Paragonare un alleanza di governo di stampo nazionalpopulista al pentapartito infatti è un’offesa all’intelligenza degli spettatori più avvertiti e una grossolana semplificazione storica e politica che certo non sarà di alcuna utilità per acquisire consensi.
Non c’è dunque speranza per la sinistra riformista.
Marco Minniti, d’altra parte, nonostante i ripetuti tentativi di affrancamento dalle robuste radici terzinternazionaliste, antropologicamente resta un apparatchnik postcomunista che non perde occasione, più o meno consapevolmente, di mostrarsi tale.
La sua vicenda politica è esemplare.
Reggino di nascita, iscrittosi giovanissimo alla Fgci, entrò rapidamente a fare parte del Sinedrio del Pci del capoluogo calabrese fino a diventare il segretario della locale federazione dopo a un biennio trascorso a Botteghe Oscure ad imparare l’arte.
Nel 1989,con il crollo del Muro di Berlino, come molti suoi colleghi in Italia, si trovò nella condizione di essere l’ultimo federale del Pci diventando il primo del neonato Pds.
Ma l’anno di svolta nella carriera di Minniti fu il 1994 quando, segretario regionale del Pds calabrese, dopo la caduta di Occhetto strinse un sodalizio con Massimo D’Alema, sostenendo la sua candidatura alla segreteria nazionale.
Negli anni successivi l’ascesa di Minniti ai vertici del partito, mercé il fortissimo legame fiduciario con il Lider Maximo, fu inarrestabile e culminò, dopo il Congresso di Firenze del 1998 con la nomina a segretario organizzativo dei neonati Ds con l’incarico di dare attuazione all’operazione Cosa 2, ovvero al tentativo di liquidare definitivamente la presenza autonoma e organizzata dei socialisti, inglobandoli nel corpaccione dell’exPCI.
Nei pochi mesi in cui ricoprì l’incarico Minniti si applicò con fervore,furore e rigore alla realizzazione del mandato ricevuto.
Gli scarsi risultati ottenuti compiendo ogni sorta di nefandezze contro ciò che restava del ricostituito partito dei socialisti italiani, reclutando con blandizie e altro dirigenti e amministratori, non arrestarono la sua ascesa. Chiamato al governo da D’Alema seguitò, ricoprendo l’importante ruolo di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, a perseguire il disegno annessionista arrivando persino, nel 2000, alla vigilia delle elezioni regionali nella sua Calabria a mettere il veto sul candidato socialista (e probabile vincitore) alla presidenza per imporre un candidato a lui gradito che, neanche a dirlo, perse rovinosamente.
Negli anni successivi Minniti pur tra alti e bassi ha continuato, anche dopo la rottura con D’Alema, ad essere considerato uno dei più autorevoli dirigenti del Pd fino a diventare, è storia recente, Ministro dell’Interno del Governo Gentiloni.
Ricapitolando: un cursus honorum importante anche se singolare in cui i “patti di potere” sono stati la cifra dominante: quattro partiti (Pci, Pds, Ds, Pd),innumerevoli incarichi apicali, parlamentari e di governo.
Oggi, nella drammatica situazione in cui è precipitata la sinistra riformista, non c’è traccia di resipiscenza da parte sua ma la solita pretesa che caratterizza gli eredi della tradizione berlingueriana di indicare, anche dopo anni, vedi caso dopo che il settimanale L’Espresso ha avviato una riflessione spassionata su Craxi e il suo tempo, di indicare quelli che furono avversari (o nemici?) come il termine di paragone più appropriato per descrivere e/o definire i mali attuali della politica italiana.
Parafrasando Nanni Moretti, “con questi personaggi al timone il csx è destinato a perdere”.
Forse, visti i chiari di luna attuali (e le candidature alla segreteria nazionale di cui si parla) nel Pd, occorrerà farsene una ragione.

Emanuele Pecheux

Renzi innesca la bagarre nei dem accusando Gentiloni

gentiloni-renzi9.jpg_997313609Non bastavano le liti interne, la spaccatura che ha portato alla nascita di un’altra sinistra, non bastava aver ‘congelato’ le proprie dimissioni dopo il flop elettorale. Matteo Renzi va oltre, non si assume nessuna responsabilità per la debacle del Pd, ma punta il dito direttamente contro i due Capi delle Istituzioni: Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni. Quest’ultimo è stato sempre molto apprezzato non solo dal suo Partito, ma anche tra gli italiani e dopo solo un anno di Governo. Gentiloni è stato tra i pochi del Pd a non essere azzoppato dal voto, ha vinto il suo collegio con percentuali ottime a differenza di Franceschini e Minniti e nonostante si sia sempre distinto per la sua compostezza stavolta non ha retto alle accuse del segretario Renzi. L’attuale Presidente del Consiglio alla fine si è “arrabbiato”, tanto da aver esclamato: “Mi ha dato dell’inciucista. Lui a me”. E dopo aver ribadito che lui non sta pensando a fare accordi di un certo tipo con nessuno si sarebbe sfogato dicendosi “sconvolto” dal discorso di Renzi, “per come ha ricostruito i motivi della sconfitta” e per quelle dimissioni che dimissioni in realtà non sembrano.
Le accuse a Gentiloni unite alle sue ‘dimissioni congelate’ hanno riaperto la ferita nel Partito democratico, già alle prese con la più grande batosta elettorale per la sinistra nell’Italia Repubblicana. La delusione è cocente e si fa strada nelle decisioni dei dem: la prima è proprio una dei renziani della prima ora, la governatrice del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani (che ha strappato al fotofinish un seggio in Parlamento, grazie al meccanismo del calcolo dei resti) ma che annuncia di lasciare la segretaria nazionale. “Alla luce del risultato delle elezioni, per senso di responsabilità nei confronti di tutta la comunità del partito, ho preso la decisione di dimettermi dalla Segreteria nazionale del Pd”, ha annunciato: “Un atto – dice – doveroso e improrogabile”.
Ma i malumori si sono propagati tra i big del Pd dopo le accuse del senatore Zanda, tra questi anche il Vice Maurizio Martina, mentre Gianni Cuperlo, espressione della minoranza interna, la delusione è forte: “Dal segretario di un partito pesantemente sconfitto dal voto, mi sarei atteso un’assunzione di responsabilità, come classe dirigente, che non passasse solo dall’affermazione ‘prendo atto e me ne vado’ ma da un’analisi dei limiti dell’azione condotta in questi anni”. E a proposito delle affermazioni del segretario, che accusa il presidente Mattarella di non aver concesso due finestre elettorali più favorevoli parla di “passaggi francamente inaccettabili. Come anche la scelta di rinviare le dimissioni a dopo la formazione del nuovo governo”.
Lorenzo Guerini prova a rimettere pace: “Lunedì prossimo faremo Direzione nazionale e quello sarà il luogo e il momento per aprire una riflessione seria e responsabile sui risultati e sui prossimi passaggi”. Afferma il coordinatore della segreteria del Partito Democratico.
Nel frattempo si profilano già le candidature, più o meno implicite, di due governatori, Sergio Chiamparino e Nicola Zingaretti, ultimi capisaldi di una sinistra sbaragliata ovunque.
Ma Renzi, dopo la smentita sulla sua settimana bianca, fa ben capire di non lasciare senza aver ‘combattuto’ l’ultima battaglia e continua ad accusare gli altri. “Le elezioni sono finite, il PD ha perso, occorre voltare pagina. Per questo lascio la guida del partito. Non capisco le polemiche interne di queste ore. Ancora litigare? Ancora attaccare me?”. Matteo Renzi replica via social network ai suoi critici, fuori e dentro il Pd. Ai primi, ai media, spiega che “parlare di me, ancora, è inspiegabile. Sono altri, adesso, a guidare il Paese: occupatevi di loro, amici dell’informazione”. Agli altri, all’opposizione interna, lancia la sfida a confrontarsi a carte scoperte in Direzione: “Per me il Pd deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari”.

Migranti. “Governo concreto. Dalla destra chiacchiere”

Immigrazione

“Non possiamo accettare di essere condizionati da posizioni troppo diverse da quelle che la civiltà europea considera posizioni giuste”. Così il premier Paolo Gentiloni, parlando del tema immigrazione durante una lezione sull’Europa all’università Humboldt di Berlino. Un tema che sta diventando sempre più al centro dello scontro della campagna elettorale. Un tema che va trattato in prospettive e non solo con l’obiettivo di lucrare una mancia di voti in più durante la campagna elettorale.

“Il Governo – ha esortato il Senatore socialista Enrico Buemi responsabile giustizia del Psi, e candidato nel collegio senatoriale uninominale di Pinerolo – Moncalieri per la coalizione di centro-sinistra – emani subito un provvedimento che preveda misure per il temporaneo utilizzo gratuito da parte delle Amministrazioni locali, per attività nell’interesse delle comunità ospitanti, di cittadiniimmigrati in attesa di regolarizzazione giuridica o di ricollocazione nei Paesi di origine”. “Noi socialisti già da tempo abbiamo presentato due disegni di leggi (S. 2507 Misure per l’istituzione di programmi di volontariato per l’esecuzione di lavori volti a creare un’Italia più bella e S. 2198 Misure in materia di percorso di cittadinanza) in materia di immigrazione che sono già stati proposti alla valutazione del Senato nella XVII Legislatura”, ha commentato Buemi. “Adesso è necessario che il Governo, con un decreto, anticipi tali misure”, ha concluso.

La destra si vanta di avere le soluzioni per gestire l’immigrazione. Avere una ricetta pronta e semplice sul tema degli immigrati clandestini è “umiliante per l’intelligenza dei cittadini”, quindi “si gioca a chi la spara più grossa”, è il pensiero di Pier Ferdinando Casini, candidato per il centrosinistra, che ha criticato la proposta di Silvio Berlusconi sul rimpatrio di 600mila migranti irregolari. “Ma secondo voi arrivano con la carta di identità? No, occultano i documenti – ha detto Casini – e non riusciamo a capire da dove vengono. Dove le identifichiamo e dove rimandiamo queste persone se non ne sappiano le generalità?”. Secondo Casini “ha fatto di più Minniti per contrastare l’immigrazione clandestina dei tanti proclami di Salvini che cercano solo di iniettare veleno negli italiani. Questo governo ha lavorato sulle cose concrete. Le altre sono chiacchiere”.

PENISOLA(TA)

Biblioteca Nicolini-2L’Italia si ritrova isolata a Tallinn e di fronte al ‘muro’ del no dell’Europa. Nel vertice in Estonia dopo Francia e Spagna, anche Germania e Belgio si oppongono all’apertura di altri porti Ue, come invece proposto dall’Italia. Il Belgio ha messo immediatamente le mani avanti: “Non credo che il Belgio aprirà i suoi porti” ai migranti salvati nel Mediterraneo” ha tenuto a precisare il ministro per l’Asilo e politica migratoria belga Theo Francken.
Ad aprire il fronte del No la Germania con il ministro dell’Interno tedesco Thomas de Maiziere che arrivando alla riunione a Tallinn ha affermato: “Non sosteniamo la cosiddetta regionalizzazione delle operazioni di salvataggio”. Così il ministro tedesco in riferimento alla proposta italiana di condividere con altri Stati l’accoglienza dei migranti salvati nel Mediterraneo. Il ministro ha comunque assicurato il proprio sostengo ad un’Italia sottoposta alla dura pressione della crisi dei migranti. Tuttavia scrive il sito del giornale “Die Zeit” che il ministro ha detto in occasione del Vertice di Tallin che Berlino vuole aiutare Roma a “ridurre il numero dei migranti che giungono e vogliono giungere in Europa senza essere bisognosi di protezione”.
La solidarietà non manca, ma i ministri europei non vogliono aprire i loro porti alle navi dei migranti. “L’Italia ha chiesto aiuto, e noi vogliamo dargliene, ma i porti della Spagna sono sottoposti ad una pressione importante nel Mediterraneo occidentale, aumentata del 140%, che impone anche a noi un grosso sforzo per i salvataggi in mare”, afferma il ministro dell’Interno spagnolo Juan Ignacio Zoido.
“Aprire più porti” europei ai migranti soccorsi “non risolverà il problema. Bisogna pensare al ruolo che i porti africani potrebbero avere”, porti come quelli “di Tunisia ed Egitto ad esempio”. Lo sostiene il ministro per la Sicurezza e Giustizia olandese Stef Blok.
Ad ogni modo il ministro degli Interni italiano sembra ottimista e, secondo il suo parere, alcuni passi avanti sono stati fatti verso l’Italia, come il controllo delle Ong e i finanziamenti libici. Per il Capo della Farnesina invece la Libia è solo la punta dell’Iceberg. “La crisi dei migranti non può essere fermata solo nelle acque del Mediterraneo. Ci vuole un lavoro a sud della Libia”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Angelino Alfano nella conferenza stampa conclusiva della conferenza dei paesi di transito. “Perché l’afflusso dei migranti diminuisca occorre non arrivino in Libia”, ha sottolineato il titolare della Farnesina.
“La riunione è andata secondo le aspettative, perché c’era un’agenda che era già stata disegnata dall’incontro di Parigi di domenica scorsa e dalla Commissione europea”, dice Marco Minniti lasciando la riunione di Tallin, che rileva “una posizione quasi unanime”, su tre punti: Libia, codice di condotta delle organizzazioni non governative, e rimpatri con la stretta sui visti. La questione della “regionalizzazione della missione Triton”, ha ricordato Minniti, non era all’ordine del giorno della riunione di Tallinn. “Abbiamo chiesto una riunione a Frontex, che sarà probabilmente la prossima settimana”, ha spiegato il titolare del Viminale, “è evidente però che ci sono posizioni contrastanti. Noi manteniamo il nostro punto di vista, gli altri mantengono il loro ma la discussione sarà nella sede formale che è quella di Frontex”. Minniti punta a rivedere la missione Triton per il soccorso nel Mediterraneo e quindi a far sì che anche gli altri Paesi europei si facciano carico dei migranti salvati.
Ma frenare l’entusiasmo italiano ci pensa direttamente l’Ue. “Cambiare il mandato della missione Triton? “No. Il mandato della missione è ben definito. Si tratta di migliorare l’attuazione di quanto già concordato. Fanno già un lavoro molto buono”. Così il commissario europeo alla Migrazione Dimitris Avramopoulos arrivando alla riunione dei ministri dell’Interno a Tallinn.
L’atteggiamento di chiusura degli Stati membri non ha sorpreso l’Italia che però adesso prova a lavorare per rinegoziare e ottenere qualcosa in più per quanto riguarda Frontex e la ricollocazione degli arrivi in Italia così come in Grecia.

Viminale alla Raggi: “I soldi sui migranti li avete presi”

minniti_raggiIl Viminale risponde a suon di numeri alla Sindaca Raggi. Virginia Raggi aveva infatti protestato e chiesto di porre un freno ai profughi, ma dal Ministero degli Interni arriva una lunga lettera in cui si fa presente che non solo Roma deve fare la sua parte, ma che il Campidoglio ha già beneficiato del Bonus Gratitudine di 500 euro a migrante: nelle casse della Capitale infatti sono stati versati, tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, 2 milioni e 340 mila euro. Inoltre, sempre lo scorso anno, nell’autunno del 2016, il governo ha anche elargito all’amministrazione comunale capitolina un contributo straordinario di mezzo milione di euro per l’accoglienza dei profughi.
La Sindaca di Roma sembra essersene dimenticata e ieri dopo aver presentato il piano per superare i campi rom in città, Virginia Raggi aveva chiesto al Ministero dell’Interno di mettere un freno agli arrivi dei migranti e ai nuovi centri accoglienza nella Capitale. Vista la “forte presenza migratoria e il continuo flusso di cittadini stranieri”, per la sindaca serve “una moratoria sui nuovi arrivi” in città. La sua posizione è messa nero su bianco in una lettera inviata al prefetto Paola Basilone: “Trovo impossibile, oltre che rischioso, ipotizzare ulteriori strutture di accoglienza, peraltro di rilevante impatto e consistenza numerica sul territorio comunale”. L’argomento rimbalza presto a livello nazionale, con il blog di Beppe Grillo che rilancia e sottolinea gli impegni dell’amministrazione anche su altri fronti: “Chiusura dei campi rom, censimento di tutte le aree abusive e le tendopoli. Chi si dichiara senza reddito e gira con auto di lusso è fuori. Chi chiede soldi in metropolitana, magari con minorenni al seguito, è fuori”.
Tuttavia Roma non regge nemmeno il confronto con Milano, nella Capitale ci sono 4694 migranti dei 7250 previsti dal Viminale, mentre nel Capoluogo lombardo ben 5500 dei 4104 previsti. Ma la posizione di Roma non solo non trova riscontro nei fatti, ma nemmeno nei patti. In base all’accordo del 10 luglio 2014, ogni regione deve accogliere una percentuale di migranti pari alla propria quota di accesso al Fondo nazionale per le politiche sociali (per esempio alla Lombardia spetta il 14,15% del totale e al Lazio l’8,6%). E così nel “piano dei 200mila” a tutti toccherà fare di più di oggi. Due esempi: nel 2017 la Lombardia dovrà passare dagli attuali 25mila posti a oltre 28mila, la Campania da 16mila a oltre 19mila. E all’interno di ogni regione, l’accordo Viminale-Anci di dicembre prevede che i comuni fino a duemila abitanti dovranno ospitare 6 migranti, i comuni con più di 2mila abitanti 3,5 migranti ogni mille residenti, mente le città metropolitane (già sotto stress, in quanto hub di transito di molti rifugiati) avranno uno “sconto”: 2/3 posti ogni mille abitanti.

UN PASSO INDIETRO

migrantiSì definitivo dell’Aula della Camera al decreto legge Minniti in materia di immigrazione. I voti a favore sono stati 240, 176 i contrari, 12 gli astenuti. Sul testo ieri il governo aveva incassato la fiducia a Montecitorio. I socialisti non hanno partecipato alla votazione. I motivi li ha spigati nell’Aula di Montecitorio Pia Locatelli, presidente del gruppo del Psi. “Il Gruppo socialista ha votato la fiducia solo per lealtà nei confronti del Governo e della maggioranza, ma per la nostra storia e i nostri principi non possiamo votare a favore di un provvedimento che giudichiamo in parte ingiusto e in parte inefficace. Per questo motivo non parteciperemo a questa votazione e usciremo dall’Aula”. Queste le parole con cui Pia Locatelli, nel suo intervento,  ha annunciato l’uscita dall’Aula.

“Questo provvedimento – ha aggiunto – se da un lato contiene punti apprezzabili, come l’inserimento dei migranti nei lavori socialmente utili e l’aumento del personale destinato al potenziamento delle commissioni territoriali, dall’altro rischia di contraddire i principi di garantismo e di difesa dei diritti umani che noi socialisti abbiamo sempre sostenuto con forza. In particolare, attraverso la procedura unica per le espulsioni, l’abolizione del secondo grado di giudizio per il riconoscimento del diritto d’asilo, l’abolizione del contraddittorio, limitato da una procedura semplificata, il rito camerale, priva del dibattimento, di fatto si configura per i migranti una giustizia minore, una procedura specifica che solleva non pochi dubbi di costituzionalità”.

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloini ha parlato di una approvazione che inserisce norme più e strumenti più efficaci: “Tempi più rapidi per diritto asilo. Strumenti più efficaci per accoglienza e integrazione”.

Nello stesso giorno arrivano i dati Frontex sull’immigrazione. Nel rapporto dell’organizzazione si afferma che l’Italia sia rimasta sotto pressione migratoria anche nel mese di marzo. Sulla rotta del Mediterraneo centrale sono passate 10.800 persone, “oltre in quinto in più” rispetto al mese precedente, portando il totale dei primi tre mesi a circa 24.250, “quasi il 30% in più delle stesso periodo del 2016”. Sulla rotta verso la Grecia del Mediterraneo orientale sono passate 1.690 persone, “pari al 6% rispetto all’anno scorso prima dell’accordo Ue-Turchia”. Frontex in una nota indica che la provenienza della maggior parte dei migranti intercettati lungo la rotta del Mediterraneo Centrale verso l’Italia è stata da Bangladesh, Nigeria e Guinea, ma “dall’inizio di marzo, ha cominciato a crescere il numero di migranti provenienti dal Corno d’Africa (specialmente eritrei e somali), probabilmente in gran parte a causa del miglioramento delle condizioni meteorologiche lungo la via di terra verso la Libia”. Lungo la rotta balcanica, preferita da afghani, siriani e pachistani sono state infine registrate “meno di 380 intercettazioni” ovvero “quasi il 70% in meno rispetto al mese precedente ed appena il 7% della cifra di marzo 2016”.

Anche i dati del Viminale appena aggiornati indicano un amento dei migranti sbarcati in Italia: sfiorano quota 27mila nel 2017, il 35% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, che alla fine fece registrare il record degli arrivi (181mila). Ma nonostante il flusso continuo di sbarchi, cala il numero di migranti ospitati nel sistema di accoglienza: sono 175.480 contro i 176.554 del 31 dicembre dello scorso anno. Le principali presenze di registrano nelle strutture temporanee (137.957), mentre nel Sistema di accoglienza per richiedenti asilo sono ospitate 23.867 persone. La Lombardia è in testa tra le regioni con 23.700 stranieri in accoglienza, seguita dalla Campania (15.122) e dal Lazio (14.854).

COSA PREVEDE
Composto da 23 articoli, la cui finalità principale, come hanno precisato il ministro dell’Interno e della Giustizia, è rendere più rapido l’esame delle domande di asilo, istituendo delle sezioni di tribunale specializzate in materia di immigrazione e asilo. Molto discussa e contestata dall’opposizione è stata un’altra norma-cardine del decreto: l’abolizione del secondo grado di giudizio nel caso la richiesta di protezione internazionale sia stata respinta dal tribunale competente.

Contro i paragrafi F e G dell’articolo 6, si sono schierati infatti diversi giuristi (oltre che le associazioni di volontariato che assistono i migranti) dichiarando che la norma collide sia con gli articoli 24 e 111 della Costituzione (Giusto processo con i tre gradi di giudizio e diritto alla difesa), sia con l’articolo 6 della Convenzione europea sui diritti umani (diritto al contraddittorio).

Per la determinazione dell’accoglimento della domanda di asilo, le nuove disposizioni prevedono inoltre un rito camerale senza udienza, nel corso della quale il giudice si limiterà a prendere visione della videoregistrazione del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale.

La legge attribuisce al Csm il compito di predisporre un piano straordinario di applicazioni di magistrati per coprire le esigenze delle nuove sezioni specializzate. In ciascun tribunale distrettuale potranno essere applicati al massimo 20 magistrati per 18 mesi, rinnovabili di ulteriori 6 mesi. Inoltre il ministero dell’Interno sarà autorizzato a assumere fino a 250 impiegati a tempo indeterminato per il biennio 2017-2018, da destinare agli uffici delle Commissioni territoriali o nazionali. Il ministero della Giustizia potrà a bandire concorsi per l’assunzione di 60 funzionari da assegnare al Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità.

Sarà incrementato di 20 unità il personale per l’Africa delle sedi diplomatiche e consolari, per le accresciute esigenze connesse al potenziamento della rete nel continente africano, derivanti anche dall’emergenza migratoria. E’ previsto inoltre un aumento di spesa per l’invio in Africa di personale dei Carabinieri per la sicurezza delle ambasciate.