Pensioni. In arrivo un nuovo prelievo sulle pensioni d’oro

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QUOTA 100: BOOM DI USCITE IN 2019

Il prossimo anno circa 420.000 italiani riusciranno a sommare alla nuova soglia anagrafica di 62 anni almeno 38 anni di contributi pensionistici e potranno andare in pensione con le nuove regole. Ma negli anni successivi, calcola una fonte che ha avuto accesso a dati riservati dell’Inps, la platea aggiuntiva dei potenziali nuovi pensionati ‘quota 100’ sarà di 20.000-30.000 persone l’anno, il 5-7% di quanti usciti il primo anno.

Nel 2019 infatti l’accesso alla pensione, oltre a chi soddisfa la condizione 62+38, si aprirà a tutti i cittadini con un’età tra i 63 e i 66 anni e contributi tra i 38 e i 42 anni, in totale 21 possibili differenti profili. Nel 2020 si aggiungerà un solo profilo, quello dei neo-62enni con almeno 38 anni di contributi.

Il governo Conte definirà i dettagli della nuova norma previdenziale in un disegno di legge ancora tutto da scrivere, ma l’evidenza di queste proiezioni spiega perché abbia stanziato risorse simili nel 2019 (6,75 miliardi), nel 2020 e nel 2021 (7 miliardi ogni anno) per finanziare questa riforma.

L’impatto scaricato in gran parte sul primo anno rende poco significativo anche chiedersi se questa quota 100 sia una misura una tantum, come ipotizzato da Moody’s, o strutturale, come sostiene il governo, essendo poco rilevante la differenza nell’impatto sui conti pubblici.

Possibili variabili

In questo quadro non mancano comunque le incognite. Quanti dei potenziali 420.000 cittadini andranno davvero in pensione? La convenienza sarà un fattore importante. Il governo ha assicurato che il calcolo della pensione con questo nuovo metodo non avrà penalizzazioni, ma ci saranno comunque due fattori di potenziale scoraggiamento. Ci sarà il divieto di cumulo oltre una cifra limitata e l’assegno della pensione sarà più leggero perché costruito con un minor numero di anni di contributi. Questa penalizzazione potrebbe essere pesante soprattutto per i lavoratori che ancora godono del sistema retributivo e che sono la maggior parte della platea 2019, perché verrebbero probabilmente a mancare loro gli anni di maggiore remunerazione. Potrebbe poi esserci chi rinuncia ad andare in quiescenza nel 2019, pur avendo raggiunto quota 100, per farlo poi dal 2020 o dal 2021: al risparmio per lo Stato nel 2019 seguirebbe un maggior onere, comunque nei livelli previsti, negli anni seguenti. Altro elemento di incertezza attiene i cosiddetti ‘silenti’, i cittadini che da anni non corrispondono contributi all’Inps e quindi non rientrano più nei conteggi dell’istituto. Si tratta di un segmento di persone che hanno iniziato a lavorare presto, maturando i 38 anni di contributi, ma che negli ultimi anni sono usciti dal mercato del lavoro e non versano contributi volontari. Le stime numeriche su questo segmento sono ancora più difficili, ma è tuttavia un ulteriore elemento di cui il governo, quando definirà il disegno di legge, dovrà tenerne conto.

Decreto Lavoro 2018

LE NUOVE REGOLE PER I CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO

Scaduto il periodo transitorio per i contratti a termine, scattano le nuove norme del decreto lavoro, stabilite dallo scorso 14 luglio. Secondo Inps, i nuovi contratti a termine in agosto si sono ridotti del 50% rispetto al mese precedente, mentre Istat ha rilevato una crescita dei rapporti a tempo (+0,8% a settembre) contro un calo di quelli permanenti (-0,5%). La circolare del Ministero del lavoro chiarisce i termini del nuovo decreto. Il 31 ottobre scaduto il periodo transitorio Dal primo novembre è scattata la nuova normativa che coinvolge oltre 500 mila tra lavoratori e imprese, per un totale di circa tre milioni di dipendenti a tempo determinato. Per loro le vecchie regole sul rinnovo del rapporto lavorativo sono rimaste valide fino al 31 ottobre scorso. Ora il periodo transitorio stabilito dal decreto lavoro (Dl 87/2018), convertito nella legge 96/2018 in vigore dal 12 agosto scorso, è scaduto, e dall’inizio di novembre sono partite le nuove misure.

Le nuove norme sul lavoro dal 1 novembre

In particolare le nuove regole, applicate ai contratti rinnovati a partire dal 1 novembre 2018 (o iniziati a partire dal 14 luglio 2018, momento dell’entrata in vigore del decreto) e chiarite dalla circolare del Ministero, prevedono che:

1. La durata massima del primo contratto a termine senza causale sia di 12 mesi;

2. Oltre i 12 mesi, la proroga necessita di causale, ovvero occorre precisare la temporaneità del rapporto di lavoro e le esigenze lavorative alle quali si fa fronte con tale contratto, che devono avere natura straordinaria. Questa necessità si pone anche quando i 12 mesi si raggiungono con la proroga e non con il contratto originario;

3. Il numero massimo di proroghe è fissato a quattro nell’arco di 24 mesi (prima erano cinque nell’arco di 36 mesi);

4. La durata massima dei rapporti a tempo determinato fra uno stesso datore di lavoro e uno stesso lavoratore è fissato in 24 mesi, a meno che il contratto collettivo non preveda diversamente;

5. Tali norme non valgono per i contratti stagionali;

6. A partire dal 14 luglio sono già validi i criteri di maggiorazione dei costi ad ogni rinnovo: lo 0,5% per ogni proroga, in via cumulativa;

7. A partire dal 12 agosto è entrato in vigore il limite del 30% di lavoratori flessibili per azienda (a tempo determinato o in somministrazione) rispetto al totale.

Bonus laureati con 110 e lode

COME SARA?

Nella legge di bilancio è stato inserito un articolo che prevede, solo per il 2019, un anno di esonero dal versamento dei contributi Inps fino a 8 mila euro, a chi assume a tempo indeterminato, anche part time, giovani laureati con 110 e lode. La misura riguarda chi si è laureato, non in università telematiche, e abbia meno di 30 anni, limite che sale a 34 anni per chi è in possesso del dottorato. Il titolo deve essere stato conseguito dal 1 gennaio 2018 al 30 giugno 2019. L’incentivo esclude premi e contributi Inail ed è cumulabile con altri bonus.

L’incentivo non si applica ai datori di lavoro domestico, né spetta ai datori di lavoro che, nei 12 mesi precedenti l’assunzione con l’incentivo, hanno proceduto a licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo o a licenziamenti collettivi nella stessa unità produttiva dove s’intende procedere all’assunzione agevolata.

Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo del soggetto assunto con il bonus o il licenziamento di un diverso lavoratore impiegato nella stessa unità produttiva e inquadrato con la stessa qualifica del lavoratore assunto con il bonus, effettuato nei 24 mesi successivi all’assunzione agevolata, comporta la revoca del bonus e il recupero di quanto fruito. L’incentivo è fruito nel rispetto della normativa sugli aiuti in regime «de minimis».

“In Italia, nel 2017 si sono contati un totale di 44.422 laureati magistrali (biennio o ciclo unico). La quota dei 110 e lode è pari in media al 38,1% del totale, ma l’asticella varia in base alla collocazione geografica dell’ateneo: il 33,3% al Nord, il 40,9%, nel Mezzogiorno e il 42,9% nel Centro”.

Manovra Governo

RISPUNTA IL PRELIEVO SULLE PENSIONI D’ORO

In arrivo un nuovo prelievo sulle pensioni d’oro. Accantonata l’idea del ricalcolo con il metodo contributivo, l’esecutivo giallo-verde, come già anticipato in diverse occasioni, starebbe pensando di introdurre un contributo di solidarietà sugli assegni pensionistici che superano i 4.500 euro.

Il taglio, come già sperimentato in passato, dovrebbe colpire in maniera progressiva e dovrebbe essere modulato su diversi scaglioni, anche a seconda dell’età di accesso alla pensione, tutti ancora da definire. La misura infatti, ha ammesso anche la capogruppo della Lega in commissione Lavoro della Camera, Laura Murelli, “non è stata messa a punto e arriverà nel corso dell’esame della manovra alla Camera, come emendamento alla legge di Bilancio”.

Carlo Pareto

L’ATTACCO

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Parte il secondo round di accuse del Governo italiano verso le istituzioni europee, stavolta contro il numero uno della Bce, Mario Draghi, l’uomo che ha alleggerito il carico del debito dei Paesi più sofferenti della zona Euro (come l’Italia) con il quatitative easing.

Luigi Di Maio ha attaccato Mario Draghi,  dopo il monito lanciato ieri dal presidente della Bce sull’aumento dello spread che sta incidendo sul capitale delle banche italiane. Il vicepremier pentastellato, su Rai2, ospite della trasmissione ‘Nemo’, ha detto: “Mi meraviglia che un italiano a capo della Bce si metta ad avvelenare ulteriormente il clima. Stiamo facendo una manovra mai fatta prima, dalla parte dei deboli e non delle lobby e delle banche. Stiamo mantenendo le promesse e non torniamo indietro”.

Parlando con Enrico Lucci, Di Maio ha spiegato: “Sostenere le banche non significa prendere i soldi agli italiani, lo spread sale perché c’è la paura che noi vogliamo uscire dall’euro e dall’Europa. Ma non è vero non è nel nostro contratto di governo e noi non vogliamo uscire”.

Di Maio, però, forse non sa che, un uomo politico serio, prima di fare promesse elettorali agli elettori avrebbe il dovere di verificarne la praticabilità.

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico ha poi affrontato il capitolo Standard&Poor’s, che dopo la bocciatura di Moody’s la scorsa settimana, potrebbe annunciare stasera prospettive negative sulla tenuta del debito italiano che preludono a un possibile declassamento tra pochi mesi. Di Maio ha affermato: “Non ho paura del giudizio di Standard&Poor’s. La Francia è più indebitata di noi, che abbiamo un debito privato quasi inesistente e questo crea stabilità”.

Infine, Di Maio non ha risparmiato una stilettata all’ex premier, Matteo Renzi. Ha così commentato: “Ci vuole poco a essere meglio di Renzi, ma decideranno i cittadini. Al Circo Massimo c’erano 30mila persone, e se guardate la nostra area bibite, quello era il numero delle persone della Leopolda”.

In soccorso del governo italiano sono arrivate le dichiarazioni del presidente dell’Associazione delle banche russe, Garegin Tosunyan, che, a margine del XI Forum economico eurasiatico di Verona,  ha detto: “Senza dubbio c’è un interesse reciproco tra Russia e Italia, anche sul mercato dei titoli. Ovviamente prima dell’emissione dei titoli è molto importante una valutazione dei rischi, ma è un fatto che la Russia e l’Italia abbiano intenzione di venirsi incontro. Non solo lungo lo spettro dei vari prodotti e dell’energia, ma anche sul mercato finanziario. Lo dimostra il lavoro attivo delle banche italiane sul mercato russo, e l’attivo interesse dei russi verso l’Italia sugli investimenti possibili”.

Oggi, Piazza Affari ha ridotto il calo dopo le notizie sul Pil trimestrale Usa migliore delle stime. L’indice Ftse Mib è sceso dell’1,1% a 18.726 punti, con Eni (+0,51%) unico titolo in rialzo, mentre Intesa cede lo 0,85% e Unicredit l’1,31%. Nonostante lo spread in calo a 308 punti restano pesanti Ubi Banca (-3%), Banco Bpm (-2,6%) e, soprattutto, il Carige (-4,35%). Più cauta Mps (-1,46%), mentre continuano le vendite su Saipem (-5,41%). Fuori dal paniere principale, prosegue la corsa di Astaldi (+4,9%), mentre frena Tiscali (-7%).

Il Tesoro ha venduto tre miliardi di euro del nuovo Ctz novembre 2020 e 996 milioni del Btp indicizzato maggio 2028. I rendimenti in asta sono balzati per entrambi i titoli, raggiungendo il 2,34% per il Btp (+78 centesimi rispetto al collocamento di fine luglio) e l’1,626% per il Ctz (+91 centesimi rispetto a un mese fa).

Oggi c’è molta attesa per il giudizio di Standard & Poor’s sull’Italia. Dopo l’avvertimento di Fitch, che ha espresso dubbi sulla manovra, e la bocciatura di Moody’s della scorsa settimana, l’agenzia di rating statunitense potrebbe annunciare prospettive negative sulla tenuta del debito italiano facendo tornare l’incubo del declassamento. Attualmente il nostro Paese si trova un gradino sopra il livello dei cosiddetti ‘titoli spazzatura’, ovvero alla soglia del ‘non investment grade’, la categoria di imprese e Paesi cioè molto rischiosi per la platea di investitori. Ma quali sarebbero i rischi per l’Italia nel caso di un’ulteriore previsione al ribasso?

Se Standard & Poor’s si esprimesse con una revisione in negativo dell’outlook, cioè le prospettive future, il mercato potrebbe cominciare a riposizionarsi con effetti quasi immediati, anche se non meccanici. In primo luogo, potrebbero cambiare le politiche di investimento dei grandi fondi internazionali, ossia fondi comuni o fondi pensione, che diversificano e mettono un tetto massimo ai titoli più rischiosi.

Ci sarebbe poi da considerare l’effetto scia che il downgrade di un rating sovrano porta con sé. Le agenzie di rating riuniscono i comitati e valutano le implicazioni del declassamento di un Paese sulle società residenti che emettono obbligazioni. Sarebbe, nel caso, quasi scontata una revisione per il settore pubblico (Comuni, pubblica amministrazione), per quello delle partecipate statali e soprattutto per quello delle banche, molto esposti sui titoli governativi.

Quanto allo sguardo delle Authority europee nei nostri confronti non cambierebbe molto. Per le regole della Bce, sia ai fini del QE che ai fini delle operazioni di rifinanziamento con Titoli di Stato come garanzie collaterali (beni offerti in garanzia di un prestito), basta che almeno una delle quattro agenzie mantenga il Paese in area investment grade per continuare le operazioni.

Salvatore Rondello

Incubo patrimoniale e allarme da spread

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Resta l’incubo patrimoniale. Lo spread continua a tormentare l’esecutivo Conte-Salvini-Di Maio: il differenziale dei tassi d’interesse tra i titoli del debito pubblico italiano e quelli tedeschi supera ancora la pericolosa soglia 300. Non solo: la Borsa di Milano perde altri colpi.

Il governo grillo-leghista, però, ha più volte escluso l’introduzione dell’imposta sui patrimoni. «Non ci sarà nessuna patrimoniale». Giuseppe Conte ha solennemente smentito ogni ipotesi di imposta patrimoniale alla fine del Consiglio dei ministri di sabato 20 ottobre. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, seduti accanto al presidente del Consiglio, hanno respinto con ugual forza l’idea di ricorrere alla tassa più temuta dai contribuenti italiani e di tutto il mondo.

Qualche giorno prima a Radio radicale era stato Salvini a formulare una secca smentita: «Non ci saranno né patrimoniali né prelievi dai conti correnti, non chiederemo fedi nuziali in pegno» (il riferimento è stato agli appelli di “oro alla patria” del fascismo per finanziare la guerra). Il segretario della Lega, vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha assicurato: «Fa tutto parte della fantasia». In precedenza il capo politico del M5S aveva garantito: «Smentisco che finirà con una patrimoniale. Per me la patrimoniale è una tassa illiberale».

L’allarme patrimoniale però continua a girare: terrorizza i risparmiatori ed è innescato dallo spread raddoppiato a 300 ed esploso a metà ottobre fino a 340 punti, il livello più alto dal 2013. Sono due le cause della vorticosa salita dello spread che ha fatto aumentare pesantemente i tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico italiano: 1) le critiche della commissione europea al governo Lega-M5S sfociate martedì 23 ottobre nell’invito a rivedere, atto inedito, la bozza della manovra economica 2019 considerata «una deviazione senza precedenti» delle regole per l’euro, 2) lo scontro nel governo tra Di Maio e Salvini sul condono penale previsto dalla prima versione del decreto legge sulla “pace fiscale”.

Ma se i due vice presidenti del Consiglio alla fine hanno trovato l’accordo per modificare il decreto, invece i dissensi tra il governo Conte-Salvini-Di Maio e Bruxelles sulle linee della legge di Bilancio 2019 sono scoppiati. Il 23 ottobre, il giorno della bocciatura della Ue, lo spread è risalito fino a quota 318 per chiudere la seduta a 315. La Borsa di Milano, invece, ha concluso la seduta perdendo un altro 0,86%. La più dura reazione dall’interno dell’esecutivo giallo-verde è arrivata da Salvini: «Non attaccano un governo, ma un popolo».

Già nei giorni scorsi c’è stato il declassamento dei titoli del debito pubblico italiano da parte di Moody’s, una delle maggiori agenzie di valutazione internazionali: ora potrebbe essere il turno di altre società di rating. Così il Tesoro per vendere Bot e Btp (necessari per pagare stipendi, pensioni e appalti) è costretto ad aumentare fortemente i tassi d’interesse. Si è parlato anche del lancio di speciali titoli destinati ai risparmiatori italiani per sopperire alla fuga degli investitori esteri cominciata alcuni mesi fa.

Da una parte c’è l’esigenza di ridurre il deficit pubblico e dall’altra di realizzare le costose promesse elettorali di grillini e leghisti (pensione e reddito di cittadinanza, rimborso dei risparmiatori frodati dalle banche, modifica della legge Fornero sulle pensioni, “pace fiscale”, riduzione delle imposte iniziando con la flat tax per i lavoratori autonomi con partita Iva).

Un dialogo resta aperto tra il “governo del cambiamento” e la commissione europea, tuttavia ancora non si vede una possibile mediazione, auspicata anche dal presidente della Bce Mario Draghi, per evitare una rottura (ma il ministero dell’Economia steserre studiando su come ridurre il deficit). C’è il pericolo di un avvitamento dello spread fino 400-500 punti, un livello insostenibile, da crac per i conti pubblici del Belpaese.

Il fallimento della Grecia nel 2014-2015 è un drammatico incubo. Il premier ellenico Alexis Tsipras contestò la politica di austerità della Ue e riuscì ad ottenere il salvataggio del paese, restando nell’euro, a prezzo di grandissimi sacrifici. Allora la patria di Pericle e di Aristotele vide lo spread alle stelle e visse la tragedia sociale del taglio delle pensioni, degli stipendi pubblici, dei servizi negli ospedali e dei bancomat bloccati per mancanza di fondi. Gli investitori internazionali portarono i capitali all’estero e i greci (almeno quelli che poterono) trasferirono i loro conti correnti in euro in altre banche europee o dei “paradisi fiscali”. Un analogo meccanismo di fuga è già iniziato in Italia dopo la salita dello spread e le cadute della Borsa di Milano.

Fa paura soprattutto l’imposta sui patrimoni. Quando uno Stato rischia la bancarotta ricorre alla patrimoniale, uno degli strumenti usati nei casi di emergenza finanziaria. E l’imposta patrimoniale è il principale spauracchio dei risparmiatori.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

DIABOLICO PERSEVERARE

moscovici tria

Il governo ha risposto alla lettera della Commissione Ue consegnata da Moscovici a Tria la settimana scorsa. Nei tempi stabiliti, entro le ore 12 di oggi, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha inviato la lettera di risposta all’Ue indirizzandola al vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, ed al commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici.

Nella lettera, il ministro Tria ha scritto: “Pur riconoscendo la differenza delle rispettive valutazioni, il Governo italiano continuerà nel dialogo costruttivo e leale così come disciplinato dalle regole istituzionali che governano l’area euro. Il posto dell’Italia è nell’area euro. Il governo è fiducioso che la manovra di bilancio non esponga a rischi la stabilità finanziaria dell’Italia né degli altri paesi membri dell’Unione europea. Riteniamo infatti che il rafforzamento dell’economia italiana sia anche nell’interesse dell’intera economia europea. Comunque, prendendo atto delle divergenze con Bruxelles sugli obiettivi di finanza, l’esecutivo si impegna a intervenire qualora il deficit dovesse superare gli impegni assunti. Qualora i rapporti debito/Pil e deficit/Pil non dovessero evolvere in linea con quanto programmato il governo si impegna a intervenire adottando tutte le necessarie misure affinché gli obiettivi indicati siano rigorosamente rispettati”.

Il ministro dell’Economia ha così replicato alle tre questioni sollevate da Dombrovskis e Moscovici nella loro lettera relative alla deviazione del saldo strutturale rispetto a quanto prescritto dal Patto di Stabilità, alla riduzione del debito e alla mancata validazione dell’Ufficio parlamentare bilancio delle previsioni contenute nel Def: “Per quanto riguarda il sentiero del saldo strutturale, il Governo italiano è cosciente di aver scelto un’impostazione della politica di bilancio non in linea con le norme applicative del Patto di Stabilità e Crescita. È stata una decisione difficile ma necessaria alla luce del persistente ritardo nel recuperare i livelli di PIL pre-crisi e delle drammatiche condizioni economiche in cui si trovano gli strati più svantaggiati della società italiana. Il Governo intende inoltre attuare le parti qualificanti del programma economico e sociale su cui ha ottenuto la fiducia del Parlamento italiano. La Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, e la Relazione al Parlamento a esso allegata, chiariscono che il Governo prevede di discostarsi dal sentiero di aggiustamento strutturale nel 2019 ma non intende espandere ulteriormente il deficit strutturale nel biennio successivo e si impegna a ricondurre il saldo strutturale verso l’obiettivo di medio termine a partire dal 2022. Qualora il PIL dovesse ritornare al livello pre-crisi prima del previsto, il Governo intende anticipare il percorso di rientro. Il Governo considera le condizioni macroeconomiche e sociali attuali particolarmente insoddisfacenti a un decennio dall’inizio della crisi e reputa necessario imprimere un’accelerazione alla crescita. La dinamica del Pil è ovviamente cruciale quando si valutano gli sviluppi del rapporto debito/Pil. Inoltre, va sottolineato il calo significativo di tale rapporto previsto per il prossimo triennio, a differenza di quanto sperimentato dalle finanze pubbliche italiane nell’ultimo decennio. Tale evoluzione è frutto delle misure a favore della crescita che verranno introdotte con la prossima legge di bilancio. Tra queste il rilancio degli investimenti pubblici che godrà non solo di maggiori risorse finanziarie ma di semplificazioni normative e di nuovi strumenti di capacity building che faciliteranno la loro esecuzione in tempi brevi. Il Governo è fiducioso di poter far ripartire gli investimenti e la crescita del Pil e che il recente rialzo dei rendimenti sui titoli pubblici verrà riassorbito quando gli investitori conosceranno tutti i dettagli delle misure previste dalla legge di bilancio. Per quanto riguarda i rendimenti sui titoli pubblici, lo scenario programmatico del DPB (Documento programmatico di bilancio, ndr) assume tassi di rendimento sui titoli di Stato inferiori a quelli riscontrati sul mercato negli ultimi giorni ma coerenti con i livelli registrati all’atto della chiusura delle stime. Nello scenario programmatico sono stati infatti indicati livelli di rendimento lievemente più elevati rispetto allo scenario tendenziale per tener conto degli sviluppi di mercato che sono nel frattempo intervenuti”.

Il governo non modifica la manovra ma si manifesta disponibile al dialogo senza renderne noti i margini, a parte l’impegno a modificare se le condizioni di crescita ipotizzate non dovessero manifestarsi. La partita con l’Ue resta aperta, ma non sappiamo cosa deciderà domani la Commissione Ue.

Intanto, in Italia, i sindacati bocciano la manovra e scendono sul piede di guerra. Alcuni giorni fa, gli studenti in piazza hanno contestato duramente le scelte di politica economica del governo.

L’agenzia di rating Moody’s ha abbassato il rating e lo spread da marzo scorso si è raddoppiato.

Nonostante il parere sulla manovra espresso da importanti istituzioni economiche italiane ed internazionali, nonostante il parere disinteressato di economisti di chiara fama, nonostante la posizione isolata in cui si trova l’Italia in seno all’Ue, il governo giallo-verde, imperterrito continua a sostenere una politica di bilancio contro corrente. E’ ormai chiaro che dietro alla manovra ci potrebbero essere disegni antieuropeisti da attuare senza nessuno scrupolo nei confronti degli italiani che pagherebbero il prezzo di politiche economiche destabilizzanti e disatrose. Le prospettive future non consentiranno la realizzazione delle stime di sviluppo ipotizzate: tra due mesi finirà il ‘Quantitative Easing’ della BCE, le misure protezionistiche stanno rallentando lo sviluppo mondiale dell’economia. Manca una credibile politica di equa distribuzione della ricchezza. La prospettiva futura è quella di un paese sempre più povero.

Salvatore Rondello

Arrivano di nuovo le pagelle delle agenzie di rating

Moody-s-Rating-ItaliaArrivano le nuove pagelle delle agenzie di rating sull’Italia. La maggioranza dei media e tanti politici sono contenti come a Natale, sotto l’albero. Finalmente sapremo che i nostri titoli si avvicinano sempre più al livello di “spazzatura” e la cosa sembra consolare molti.

In passato, abbiamo più volte messo in guardia da queste “incursioni”. Lo abbiamo fatto quando al governo c’era Berlusconi e le opposizioni usavano i rating per provare che tutto andava male. Lo abbiamo fatto quando al governo c’erano i vari governi del centrosinistra e le opposizioni sventolavano le pagelle negative. Lo facciamo anche ora con il nuovo governo e le nuove opposizioni.

I rating di Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch non sono valutazioni fatte da enti indipendenti ed eticamente impeccabili. Le agenzie sono imprese private con base negli Usa che hanno la pretesa di giudicare le economie del resto del mondo. In America, invece, sono annualmente tenute d’occhio dalle istituzioni di controllo per scovare eventuali conflitti d’interesse e non sono per niente amate dalle autorità di governo.

Il loro ruolo nefasto e corresponsabile nella Grande Crisi del 2007-8, i loro trascorsi e i legami con le grandi banche e con la finanza speculativa, non depongono bene.

Fitch è posseduta dal colosso della comunicazione Hearst, che ha capitali e partecipazioni in centinaia di differenti business privati. Tra i suoi executive vanta dirigenti che hanno lavorato con banche e finanziarie come Merryl Linch, Lehman Brothers, Goldman Sachs, l’inglese Lloyd Bank, la Beneficial Corporation, ecc.

Moody’s Corp. ha un fatturato di 4,2 miliardi di dollari per i suoi servizi finanziari e di rating. I suoi grandi azionisti sono fondi d’investimento e grandi banche. I suoi dirigenti si sono fatti le ossa nella Federal Reserve, nella City Group, nella JP Morgan Chase, nelle multinazionali della farmaceutica e del petrolio, come l’ExxonMobil.

La S&P Global controlla anche l’omonima agenzia di rating. Prima era controllata dal conglomerato Mc Graw Hill Financial, una multinazionale dei servizi finanziari, che ha cambiato nome. I grandi azionisti sono i chiacchierati fondi d’investimento Black Rock e Vanguard. Vanta dirigenti che sono stati in posizioni di comando alla City Bank, alla JP Morgan Chase, alla banca olandese ING, al francese Credit Agricole, al Credit Suisse, e anche in grandi corporation tra cui la PepsiCo, la Lockeed Martin (tecnologia militare), ecc.

Basterebbe una veloce occhiata ai loro siti internet per farsi un’idea precisa dei tanti passaggi dal mondo della grande finanza e della speculazione a quello delle grandi corporation che dominano i mercati e viceversa.

E’ più che opportuno, quindi, ricordare quanto detto su di loro dalle massime autorità americane. Il documento “The financial crisis inquiry report”, preparato da una Commissione bipartisan e pubblicato dal governo americano nel 2011, evidenzia in oltre 650 dettagliatissime pagine le nefandezze perpetrate prima e durante la Grande Crisi finanziaria del 2007-8. Così sintetizza: ”Noi affermiamo che i fallimenti delle agenzie di rating sono stati delle cause essenziali della distruzione finanziaria. Le tre agenzie sono state le provocatrici chiave del meltdown finanziario. I titoli legati alle ipoteche immobiliari, centrali nello scatenamento della crisi, non potevano essere valutati e venduti senza il marchio di approvazione delle agenzie. Gli investitori, spesso in modo cieco, hanno fatto affidamento sui loro rating. In alcuni casi erano persino obbligati a comprare tali titoli, pena un aggravamento degli standard relativi alle regole sui capitali loro impostogli. La crisi non sarebbe potuta avvenire senza le dette agenzie. I loro rating, prima alle stelle e poi repentinamente abbassati, hanno mandato in tilt i mercati e le imprese”.

Anche il dossier del Senato americano “Wall Street and the financial crisis: anatomy of a financial collapse”, pubblicato nel 2011, sulla base di approfondite indagini e di numerose audizioni, dettaglia il ruolo centrale e nefasto delle agenzie nel provocare la Grande Crisi. Evidenzia, in particolare, il loro ruolo fraudolento nel propinare titoli taroccati dai loro rating.

Non deve quindi sorprendere se nel 2015 solo la S&P ha pagato 1,5 miliardi di dollari di multa per simili comportamenti fraudolenti. Una sanzione monetaria molto conveniente, sia per il modesto importo, sia perché l’agenzia ha evitato che le indagini andassero più a fondo, facendo eventualmente emergere risvolti più scabrosi e penalmente perseguibili.

Evidenziamo tutto ciò certo non per occultare gli evidenti problemi economici del nostro paese. Ci sembra, però, insopportabile la mancanza di critiche nei confronti delle citate agenzie private di rating, che, dopo aver contribuito grandemente a provocare la crisi finanziaria più grande della storia, di cui il mondo e l’Italia soffrono ancora, imperterrite, e riverite, proseguono a dare pagelle a tutti, governi e imprese.

Se i loro rating fossero degli esercizi innocui di dispensare giudizi non richiesti, si potrebbe lasciarle giocare. Purtroppo i rating sono presi in considerazione dai mercati per giudicare le varie economie nazionali e, di conseguenza, per definire anche i tassi d’interesse sul debito pubblico. Si rammenti, inoltre, che la Bce li usa per definire l’affidabilità delle obbligazioni pubbliche dei paesi membri dell’Ue e per decidere se accettare o no tali titoli in garanzia per operazioni di credito e di finanziamento.

Ciò, in verità, ci sembra una cosa del tutto “indigesta”.

Mario Lettieri (già sottosegretario all’Economia) e Paolo Raimondi (economista)

Missione di Tria alla corte dei finanziatori cinesi

economia-cinaDa ieri e fino al primo di settembre, il ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria sarà in Cina per la sua prima visita ufficiale al di fuori dell’Unione europea. Della delegazione fa parte anche il Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta.

Nella missione, finalizzata a rafforzare il dialogo economico e la cooperazione tra Roma e Pechino, sono previsti molti appuntamenti con istituzioni e con la comunità economica e finanziaria. A Pechino il ministro Tria ha avuto un incontro bilaterale con il ministro delle Finanze cinese Liu Kun, e colloqui con il governatore della People’s Bank of China, Yi Gang.

Nel secondo giorno della missione cinese, il ministro Giovanni Tria, accompagnato dal sottosegretario Michele Geraci e da una folta delegazione di imprenditori e banchieri, fra cui il vicedirettore generale della Banca d’Italia Fabio Panetta, l’ad di Cassa Depositi e Prestiti Fabrizio Palermo e l’ad di Snam Marco Alverà, ha incontrato oggi a Pechino il suo omologo Liu Kun e il governatore della People Bank of China, la banca centrale cinese, Yi Gang. Appena messo piede in Cina, Paese dove ha insegnato a lungo e che conosce bene, Tria ha rassicurato in un’intervista a China Radio International: “L’Italia non è in cerca di acquirenti del suo debito pubblico, perché in questo momento non abbiamo questo problema”.

Ospite a una cena all’ambasciata italiana a Pechino il numero uno di via XX settembre si è mostrato ottimista sulla sostenibilità del debito pubblico italiano, e sulle chances di un abbassamento dello spread nelle prossime settimane. Quel che davvero chiedono gli investitori stranieri, ha aggiunto, sono anzitutto ‘regole certe’.

La visita di Tria in Cina è arrivata in un momento non proprio roseo per l’economia italiana. Si avvicinano le scadenze della nota di aggiornamento al Def e della legge di bilancio, due rimasti assenti dal dibattito pubblico quest’estate. Il Belpaese è peraltro in attesa del giudizio delle agenzie di rating sull’economia italiana. Moody’s ha rimandato l’esame all’indomani della revisione del Def, vuole avere chiaro il quadro delle riforme, soprattutto quelle fiscali. L’agenzia Fitch che attualmente ha giudicato l’Italia con un BBB e outlook stabile, ha previsto una nuova valutazione per il 31 agosto, quando Tria sarà a Shanghai. D’altra parte, Tria sa di avere dalla sua una storia consolidata di rapporti commerciali e finanziari fra Roma e Pechino. Solo nel 2017 l’interscambio è balzato a quota 49 miliardi di dollari, di pari passo con una riduzione del deficit italiano verso il Dragone fino a 8,8 miliardi di dollari.

Le aspettative dell’attuale governo per la missione del Mef sono entusiastiche. Lo dimostrano le parole del sottosegretario Geraci, che ha scritto: “È giunto il momento per l’Italia di cavalcare l’onda cinese, invece che lasciarci travolgere da essa”. Anche Geraci è profondo conoscitore della Cina, dove ha vissuto e insegnato per diversi anni, ed è coordinatore della task force del Mise messa in piedi da Luigi Di Maio con l’obiettivo di ‘potenziare i rapporti fra Cina e Italia in materia di commercio, finanza, investimenti e cooperazione in Paesi terzi, facendo sì che l’Italia possa posizionarsi come partner privilegiato e leader in Europa in progetti strategici quali la Belt and Road Initiative e Made in China 2025”.

Il primo giorno di Tria a Pechino si è aperto con la firma di un memorandum d’intesa fra Cdp e Intesa San Paolo per rafforzare il sostegno all’internazionalizzazione delle imprese italiane in Cina e delle imprese con sede in Cina controllate da realtà italiane. Fra le altre cose, il protocollo punta a facilitare l’accesso al credito delle imprese italiane in Cina e, per quelle clienti di Intesa San Paolo, a promuovere i servizi offerti da Sace-Simest, il polo unico dell’export di Cdp. Una parte importante della missione italiana è stata dedicata al settore della green energy. La sera, presso l’ambasciata italiana, l’ad di Snam Alverà e il presidente di SGDI Hu Yuhai hanno firmato un memorandum per “la realizzazione di impianti di biogas e biometano finalizzati alla produzione di elettricità da fonti rinnovabili nelle zone rurali della Cina”. Ancora Snam, questa mattina, ha firmato un altro memorandum con State Grid International Development, l’azienda controllata al 100% dalla statale State Grid Corporation of China (Fortune 500 l’ha definita la prima utility al mondo). L’azienda italiana metterà a disposizione le sue conoscenze in materia per costruire impianti di biogas e biometano nelle zone rurali del Dragone. È stato poi il turno di Cdp che ha siglato un accordo preliminare con Bank of China Limited (Boc), una delle più importanti banche commerciali cinesi, assieme all’Istituto Nazionale di Promozione italiano. Obiettivo dell’accordo, firmato dall’ad di Cdp Palermo e dal vicepresidente di Boc Lin Jinzhen all’ambasciata italiana, il sostegno dell’export nostrano e il finanziamento di progetti infrastrutturali ed ecosostenibili. Chiude il cerchio, al momento, il settore cantieristico. Oggi Fincantieri ha firmato un memorandum con il più grande conglomerato cantieristico cinese, la China State Shipbuilding Corporation, alla presenza dell’ad Giuseppe Bono e del direttore Lei Fanpei. Fra le novità previste una joint venture per costruire navi da crociera, e nuovi investimenti in ricerca e sviluppo per svariati settori.

La missione cinese di Tria è stata annunciata con una certa enfasi dal governo Conte. Premesso che per il momento gli accordi presi non si spingono oltre ai memoranda of understanding, un bilancio complessivo della visita non potrà prescindere da una comparazione con la chinese connection dell’economia italiana avviata già da alcuni anni. Molte delle intese siglate in queste ore non sono infatti altro che il proseguimento, senza grandi novità, di partnership ben più pesanti celebrate con il governo di Matteo Renzi, che in tema di investimenti cinesi ha segnato una netta cesura con il passato. Nel luglio del 2014 era stato l’allora ministro del Mef Pier Carlo Padoan a recarsi in missione nel Paese del dragone. Lì aveva incontrato il governatore della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan. Il faccia a faccia ha aperto una stagione di shopping selvaggio di Bank of China in Italia. Solo in agosto, sotto gli occhi preoccupati della Consob, aveva superato la soglia del 2% delle sue partecipazioni in asset strategici come Telecom Italia, Fiat Chrysler, Eni, Enel, Prysmian e Generali.

Per fare un altro esempio, il matrimonio fra Cdp e State Grid International risale a un’operazione di fine luglio 2014 coordinata e voluta da Franco Bassanini, allora presidente di Cdp. Per circa due miliardi di euro veniva ceduta ai cinesi il 35% di Cdp reti, il veicolo di investimento voluto da Enrico Letta che sostiene Snam, Terna e Italgas. Un’operazione che pose un tema di sicurezza non indifferente e che non mancò di sollevare voci critiche dalle colonne di alcuni giornali. Insomma, l’entusiasmo del sottosegretario Geraci di una ‘nuova onda cinese’ da cavalcare deve fare i conti con una realtà di fatto: la chinese connection italiana è solida, anzi solidissima da almeno quattro anni.

In queste settimane, assistiamo a una fase in cui l’interessamento del nostro governo nei confronti della Cina sembra diventato piuttosto palese: nei prossimi giorni, sia il sottosegretario del Mise, Michele Geraci, sia il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in Cina cercheranno di creare contatti che possano portare fondi e investimenti in Italia nell’ambito di due missioni sincrone ma separate.

Ma sta succedendo qualcosa di particolare? Alberto Forchielli, fondatore di Mandarin Capital Partners, il più grande fondo di private equity sino-europeo, e Osservatorio Asia, centro di ricerche no-profit, ha così commentato: “Non mi pare niente di eccezionale, niente di nuovo, voglio dire. Negli ultimi anni ci siamo aperti alla Cina, e Pechino ha potuto disporre di ciò che voleva in Italia. Per esperienza diretta, posso dire che sono vent’anni che portiamo avanti queste missioni: sono due decenni che ci siamo aperti ai cinesi e i governi precedenti a quello attuale sono stati molto aperti”.

Sulla possibilità di innescare nuove situazioni in questo momento, Forchielli ha detto: “Niente che mi risulti: la storia di Alitalia, dei porti, non sono novità. Sono anni che cerchiamo di proporle a Pechino. Trieste e Venezia come sbocco della Nuova via della Seta navale possono essere interessanti per la Cina, ma il governo centrale ha per certi versi le mani legate visto che poi ci sono studi di fattibilità da soddisfare e vincoli locali. Mi pare ci sia molta ingenuità, quella di chi affronta il problema per la prima volta”.

Anche se è stato smentito, è legittimo pensare che il ministro Tria possa cercare di sostituire gli acquisti di titoli di stato italiani del Quantitative Easing che la Bce interromperà a dicembre con Pechino. Su questo argomento il parere di Forchielli è il seguente: “Mettiamola così: è bene fare la proposta, portarli all’attenzione, ma dobbiamo tenere conto che la Cina si muove per il 95 per cento su base finanziaria e per il resto politica. Prendiamo l’esempio di quello che fa in Pakistan, Libia o Venezuela: quelli sono Paesi in cui l’interesse politico può portare Pechino a investire, ma un conto è piazzare 20 miliardi in Pakistan un conto è farlo in Italia. Là cambiano le cose, in Italia anche se acquistassero 20 miliardi di Btp per noi cambierebbe poco e per loro idem. Investire da noi è più costoso. La Cina dovrebbe allora vederci come un interesse politico, e dunque cambiare agenda nel proprio portafoglio e investire molti soldi nel nostro debito, però su questo lasciatemi esprimere scetticismo. A Pechino piacciono le situazioni più stabili e soprattutto più, diciamo così, liberal e free-trader. Ossia, il governo sovranista che c’è in Italia adesso, piace molto meno del governo Renzi e del governo Prodi: i cinesi si fidano molto poco di quel genere di situazioni, al di là del rispetto e della cordialità formale”.

Potrebbe esserci il rischio che l’Italia, se i cinesi dovessero allungare di più i propri tentacoli su infrastrutture e debito, finisca trattata come uno dei paesi finanziariamente più deboli in cui Pechino è penetrata in profondità rendendoli degli stati pseudo-satelliti. Stiamo attraversando un momento in cui i paesi occidentali cominciano a valutare come non troppo vantaggioso l’ingresso cinese nei propri settori strategici. Secondo Forchielli: “Questa missione è in controtendenza e fuori tempo: però in questa fase in cui l’Occidente si sta chiudendo, la nostra esposizione potrebbe anche risultare appealing per i cinesi. Potrebbe però, perché in generale non riesco a vedere come l’interesse di Pechino possa in qualche modo aumentare attorno all’Italia, considerando che tutto quello che i cinesi potrebbero fare qui ha un prezzo molto alto”.

Forchielli, in conclusione, fa una riflessione pragmatica: “Occorre capire dai segnali postumi quanto sarà interessata ai cinesi la visita italiana, e il modo migliore per farlo è seguire i giornali del partito (il China’s Daily o il Global Times, per esempio) per vedere e analizzare che genere di copertura verrà riservata ai rappresentati di Roma, perché, i cinesi sono fortissimi a fare i brindisi, ma poi attenzione perché le cose possono finire male: un conto sono i brindisi, un altro è la fatica per portare a casa i risultati”.

Il premier italiano si vanta di aver stabilito una relazione eccezionale col presidente americano, che in questo momento però sta guidando la campagna di chiusura alla Cina del mondo occidentale. Il Mise, annunciando la formazione della Task Force Cina, ha scritto che quello è uno strumento indispensabile per “evitare di restare a guardare passivamente l’asse mondiale spostarsi verso est”. Washington fa le guerre commerciali alla Cina, ma per fortuna sembrerebbe che non interessi più di tanto cosa facciamo, o meglio cosa vorremo fare, con la Cina. Gli Usa guardano ai rapporti bilaterali, per adesso.

Alessia Amighini, co-head dell’Asia Program dell’Ispi e professoressa di Economia e Public policy all’Upo, ha così commentato la visita di Tria in Cina: “L’interessamento dell’attuale governo nei confronti della Cina non segna una svolta, anzi non è altro che il segnale della volontà di continuazione delle buone relazioni bilaterali intercorse negli ultimi anni. L’Italia, in ambito europeo, mantiene relazioni migliori di altri paesi con Pechino, per gli importanti legami economici e culturali che da sempre intercorrono, e che si sono ulteriormente approfonditi negli ultimi quattro-cinque anni: dimostrazione evidente ne è stata la presenza del capo del governo italiano al Forum internazionale di Pechino nel maggio del 2017, unico tra i paesi dell’Europa continentale e dell’allora G8, e segnali tangibili sono i molteplici e crescenti legami bilaterali che si manifestano in progetti di collaborazione artistica, culturale, economica, scientifica, tecnologica. Oggi il governo italiano riconosce la necessità di continuare sulla stessa linea dei precedenti, per non perdere quello che deve essere giustamente considerato un prezioso capitale relazionale. L’elemento che viene proposto come una novità da Geraci è la volontà di cambiare atteggiamento da passivo ad attivo e di acquisire consapevolezza delle potenzialità correnti e future, ma a ben vedere è da oltre un anno l’Italia si è mostrata più assertiva di quanto non sia mai stata nei confronti degli interessi cinesi in casa nostra. Porti, interporti e reti stradali e ferroviarie, come tristemente ricordato a tutti noi dalla cronaca recente, sono ambiti di grande fabbisogno di interventi e investimenti, e molti di essi sono da tempo oggetto di interessi o mire cinesi. Se cavalcare l’onda cinese vuol dire anche coinvolgere effettivamente la controparte cinese in investimenti di effettivo interesse nazionale (per esempio, ma non solo, i territori di Genova e Trieste, già ufficialmente individuati come primi snodi delle nuove vie della seta in Italia, e anche nodi importanti nei Corridoi europei) che beneficiano molto i commerci cinesi non solo in Italia, ma in tutto il Mediterraneo, mantenendone però noi il controllo, allora il corso delle relazioni potrà dirsi rinnovato. Finora l’onda cinese si è presentata soprattutto sotto forma di acquisizioni di aziende in difficoltà finanziaria, con intenti non predatori nella maggior parte dei casi. Questo è avvenuto perché gli investitori cinesi avevano interesse ad acquisire brand e competenze, a mettere piede in Italia, non a saccheggiare aziende depositare di know-how molto prezioso. Poi ci sono i cosiddetti investimenti di portafoglio, ed il più interessante in questi giorni è proprio il 5 per cento di Autostrade, acquisito dal Silk Road Fund nel 2017, per circa 750 milioni di euro. Il ribasso del titolo dopo la tragedia di Genova e lo scenario di una non ben definita ri-nazionalizzazione della rete autostradale è di certo un tema di cui i cinesi vorranno parlare e su cui vorranno rassicurazioni concrete e precise, che per ora il governo Conte non sa dare, perché non mostra la minima idea di che cosa saprà, potrà e vorrà fare. E questo non è un buon precedente per chiedere ai cinesi ulteriori investimenti. Non c’è nulla di nuovo in vista, i cinesi continuano a battere sugli stessi tasti, forse perché i progetti e le proposte del passato recente non si sono ancora realizzati. Di nuovo, nel prossimo futuro, potremmo vedere semmai la realizzazione effettiva dei tanti dialoghi intercorsi e mai concretizzati. Forse un nuovo modello di collaborazione economico-finanziaria che faccia leva sull’interesse e la volontà cinese di investire in Italia (dove ormai non vuole investire più nessuno, quasi neppure gli italiani), non tanto con una logica del breve, ma con una prospettiva a lunga gittata. Il 5 per cento in Autostrade aveva questo obiettivo, se non sbaglio? Serviva a finanziare un attore importante nella Belt and Road. Invece di rafforzare e potenziare la rete in Italia, si è usato il nuovo capitale per finanziare l’internazionalizzazione di Atlantia. In questo momento Italia e Cina hanno entrambe necessità di mantenere e se possibile rinnovare tutta la nostra rete di trasporti e infrastrutture: noi per non crollare, i cinesi per non veder bloccati tutti i loro commerci che passano per il Mediterraneo. Usiamo a leva questo loro interesse a servizio di progetti di sviluppo nazionale. Pechino ha sempre obiettivi di medio-lungo termine. Noi abbiamo purtroppo sempre obiettivi di breve, perché del lungo non ci preoccupiamo molto, e agiamo spesso solo in emergenza. I capitali cinesi non sono stati sempre ben visti in Italia e in Europa: certo andare a chiedere soldi ora, dopo che gli si è dato dei banditi prima non ci mette in una condizione favorevole. Pechino si presterà a collaborare sulle nostre esigenze di cassa, ma sposterà il gioco sul futuro. Può essere uno schema perseguibile solo se non perdiamo la bussola, e spetta a noi arrivare con un’idea, un progetto nel quale coinvolgerli: dovremmo arrivare a Pechino con un’idea ambiziosa, ispirata alla modalità dirigista alla cinese, ora che gli interessi finanziari privati nazionali non hanno molto da pretendere. È vero che molti dei paesi riceventi gli investimenti cinesi targati Bri sono finiti in zona rossa in termini di debito estero e il contributo marginale del debito nei confronti della Cina è molto elevato. Per questi paesi la dipendenza dalla Cina è al contempo finanziaria e politica. Il debito pubblico italiano out standing è così elevato che il contributo marginale della Cina non ci farebbe diventare suoi satelliti. Però, nonostante lo spread in salita renda i nostri titoli di Stato molto più redditizi degli altri in Europa, i cinesi cercano ritorni a lunga, e investire in Italia non li da. A differenza della parziale chiusura di alcuni paesi europei, soprattutto Germania e Francia, e pure dell’apertura quasi incondizionata di altri, tra cui Grecia e Ungheria, l’Italia ha una posizione intermedia più ragionevole, nella consapevolezza (certamente da parte cinese e finalmente anche italiana) di numerose sinergie, in molti settori produttivi, agricoli e manifatturieri, ma anche nelle infrastrutture. Mantenere buone relazioni con entrambe le grandi potenze è indispensabile. A maggior ragione con la maretta della guerra commerciale tra Pechino e Washington, che potrebbe diventare un maremoto, se dovesse coinvolgere settori ben più strategici come cyberspace ed energia. Sebbene voglia farci credere il contrario, Trump ha sempre bisogno dell’Europa per tener testa a Russia e Cina. In questi giorni l’asse russo-tedesco nel progetto del raddoppiamento del Nord Stream ha mostrato a tutti che è opportuno evitare eccessive dipendenze bilaterali, e la Cancelliera Merkel così facendo ha convinto Trump ad appoggiare il South stream, di vitale importanza per la sicurezza energetica europea e anche per impedire un dominio incontrastato cinese in Asia centrale. L’Italia ha un ruolo centrale nella diversificazione degli approvvigionamenti di energia per tutta l’Europa, e anche per questo non ci sono inclinazioni davvero incompatibili”.

Il due settembre sapremo quali frutti avrà raccolto la missione Tria in Cina.

Salvatore Rondello

La Lega teme il collasso da spread, il M5S no

spreadLo spread può diventare una malattia pericolosa, pericolosissima. Nel novembre 2011 morì il governo di Silvio Berlusconi per collasso da spread. Il differenziale tra i buoni del tesoro decennali italiani e quelli tedeschi esplose fino a 574 punti, portando quasi al crac i conti pubblici nazionali: Berlusconi fu disarcionato da presidente del Consiglio e al suo posto subentrò l’economista Mario Monti alla guida di un governo tecnico.

Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, braccio destro del segretario leghista Matteo Salvini, teme che la storia possa ripetersi, ha paura di un nuovo attacco dello spread con la vendita sui mercati finanziari internazionali di una valanga di titoli del debito pubblico italiano. Il collasso da spread potrebbe arrivare tra fine agosto e i primi di settembre.

Già qualcosa si è visto: lo spread, da quando l’esecutivo di Paolo Gentiloni ha ceduto il passo al governo Conte-Salvini-Di Maio, è aumentato da 120 a 280 punti: circa 5 miliardi di euro in più l’anno da pagare in interessi sui titoli del debito pubblico. Giorgetti a ‘Libero’ ha confidato: «L’attacco me lo aspetto, i mercati sono popolati da affamati fondi speculativi, che scelgono le prede e agiscono». Soprattutto in estate i rischi sono alti «quando ci sono pochi movimenti nelle Borse, un periodo propedeutico a iniziative aggressive nei confronti degli Stati, come è accaduto in Turchia».

Giorgetti teme un attacco politico delle élite internazionali al governo Lega-M5S, il primo esecutivo populista nella storia dell’Europa occidentale: «Il governo populista non è tollerato. La vecchia classe dirigente italiana ed europea vuol fare abortire questo governo per non alimentare precedenti populisti», ma l’orizzonte dell’esecutivo «non sarà di breve termine. L’accordo con il M5S è saldo».

Il 31 agosto e il 7 settembre saranno due date cruciali perché prima Fitch e poi Moody’s si pronunceranno sull’affidabilità del sistema finanziario del Belpaese. A fine mese ci sarà la revisione del rating da parte di Fitch, i primi di settembre sarà la volta di Moody’s. Si teme un declassamento della solvibilità dell’enorme debito pubblico nazionale e, in quel caso, sarebbe un disastro, la bancarotta. Forse per questo motivo sia Giorgetti sia il ministro per le Politiche Europee Paolo Savona sono andati a trovare Mario Draghi. Probabilmente proprio essi, due euroscettici critici sull’euro, sono andati a chiedere aiuto al presidente della Banca Centrale Europea, il primo convinto sostenitore dell’”irreversibilità” della moneta unica del vecchio continente.

Luigi Di Maio, pilastro del governo Conte assieme a Salvini, invece non ha paura del collasso da spread. Il capo del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, in una intervista al ‘Corriere della Sera’ si è mostrato fiducioso: «Non credo che avremo un attacco speculativo…Io non vedo il rischio che questo governo sia attaccato, è una speranza delle opposizioni». Ma si tiene pronto a reagire: «Se qualcuno vuole usare i mercati contro il governo, sappia che non siamo ricattabili».

Reddito di cittadinanza, flat tax e modifica della legge Fornero sulle pensioni sono le tre principali promesse sulle quali Di Maio e Salvini hanno vinto le elezioni politiche del 4 marzo, ma sono provvedimenti molto costosi, considerati rischiosi da Bruxelles per l’impatto sui malandati conti pubblici italiani. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo ha usato toni suadenti verso la commissione europea: «I provvedimenti fondamentali del contratto li faremo col massimo rispetto degli equilibri di bilancio». Comunque nel voto europeo di maggio «l’establishment sarà spazzato via da elezioni storiche». Bastone e carota. La partita è aperta tra il governo populista grilloleghista e l’Unione Europea.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Lo spread a 320 torna a far paura

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Nuova impennata dello spread. Gli scossoni politici-istituzionali e la lunga vacatio governativa fanno sentire i propri effetti sui mercati e fanno cadere una pesante ombra sulla fiducia dei nostri titoli di stato. Infatti lo spread tra Btp e Bund decennali ripiega a 282 punti base, con il tasso di rendimento sui titoli italiani al 3,10%. Ma solo poche ora prima aveva toccato i 320 punti base. Il titolo italiano rende il 2,38%. Il differenziale sulla scadenza decennale, invece, ripiega a 275 punti base con un rendimento del Btp al 3,03%. Lo spread tra il Btp a due anni il corrispondente titolo tedesco ha invece toccato i 313 punti base, ai massimi dal 2012 quando l’Italia era nel pieno della crisi finanziaria. Insomma del giro di poche settima si è fatto un balzo indietro di sei anni. Giù anche la borsa: Milano perde il 3% con tutti i titoli bancari sotto forte pressione.

Il primo effetto di questa nuova tempesta è il taglio del rating italiano da parte delle agenzie. La prima a muoversi in questa direzione è Moody’s. “Se il prossimo governo porterà avanti politiche di bilancio – si legge in una nota – insufficienti a posizionare nei prossimi anni il debito su una traiettoria di discesa”. Altrettanto negativo sarebbe “un fallimento nell’articolare e presentare un’agenda di riforme strutturali credibili”. Nello stesso comunicato Moody’s reputa “molto improbabile” un rialzo del rating, spiegando che una conferma potrebbe invece arrivare se il programma di riforme si rivelasse ambizioso e se il governo delineasse un effettivo percorso di rientro del debito.

L’incertezza politica pesa anche sulla fiducia delle famiglie italiane nei confronti della situazione economica del Paese. Sono i dati certificati dall’Istat secondo cui a maggio si registra un “marcato calo dell’indice del clima di fiducia dei consumatori” che “interrompe la sostanziale tenuta registrata nei primi 4 mesi del 2018”. Nel mese, “la fiducia dei consumatori raggiunge il valore più basso dallo scorso settembre (ad agosto era pari a 111,3)”. Al calo dell’indice, dettagliano gli statistici, “hanno contribuito i giudizi e soprattutto le attese sulla situazione economica del paese, fortemente peggiorate”.

I Cinque Stelle e il costo del reddito di cittadinanza

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Il reddito di cittadinanza costerebbe oltre 100 miliardi di euro. La proposta che ha consentito al Movimento 5 stelle di diventare il primo partito in Italia è una misura mirata, che  dovrebbe interessare circa 9 milioni di persone, secondo le stime contenute nel documento con cui illustrano la misura. Nel documento del movimento penta stellato si legge: “La selezione è stata fatta includendo tutti coloro che non hanno reddito o hanno redditi molto bassi”.

Dalle vaghe ed imprecise indicazioni fornite, tra cui i requisiti dei beneficiari e gli importi erogabili, si potrebbe immaginare, di conseguenza, che  la proposta dei grillini si dovrebbe collocare a metà tra il salario minimo garantito e il reddito minimo garantito.

In realtà, sarebbe qualcosa di diverso, dal nome con cui è stata battezzata la misura stessa, reddito di cittadinanza, che invece indicherebbe un’erogazione universale, cioè per tutti i cittadini di un paese, ricchi e poveri, occupati e disoccupati. Il costo dell’intervento proposto dai grillini sarebbe, secondo le loro stime, pari a 16 miliardi di euro, che andrebbero divisi tra una platea di circa 9 milioni di persone (meno di 1.700 euro a persona).

Ma, gli ultimi dati disponibili dell’Istat indicano che  le persone povere, in Italia, sono più di quelle stimate dal Movimento 5 stelle. Le persone che risultano in povertà assoluta sono 4,7 milioni, a cui vanno sommati altri 8,5 milioni di individui che vivono in povertà relativa, per un totale di 13,2 milioni.

Risultati simili si ottengono dall’indagine di Bankitalia sui bilanci delle famiglie, da cui emerge che il 23% delle famiglie italiane, nel 2016, è a rischio povertà. Considerando che i nuclei familiari nello stesso anno sono 25,4 milioni, e in media i componenti sono 2,4 milioni, si può arrivare al totale di 14 milioni di persone. La copertura di 16 miliardi, necessari per i 9 milioni stimati dai grillini, salirebbe così a circa 25 miliardi di euro. Arrivando all’intervento universale, cioè all’intervento che reddito di cittadinanza, invece, dovrebbe andare a tutta la popolazione, quindi circa 60 milioni di persone. Moltiplicando la spesa prevista per la platea individuata dal Movimento 5 stelle a tutti gli italiani la spesa supererebbe i 100 miliardi di euro.

Più che il reddito di cittadinanza pari ad una mortificante elemosina che non risolve il problema della dignità umana, la via da seguire dovrebbe essere quella del reddito da lavoro, o meglio, la piena occupazione di keynesiana memoria.

Inoltre, l’impatto sociale del cosiddetto reddito di cittadinanza, potrebbe essere uno stimolo alla pratica del lavoro nero con le immaginabili ripercussioni negative anche sul piano previdenziale. Poi, il Movimento penta stellato non ha mai detto come e dove trovare le coperture di bilancio per pagare il reddito di cittadinanza.

Preoccupazioni che si pongono anche le agenzie di rating. Recentemente, nel suo rapporto, Fitch ha evidenziato che l’esito delle elezioni, in Italia, ha reso difficile la formazione di un governo stabile, ha aumentato la probabilità di un allentamento fiscale e ha ulteriormente indebolito le prospettive di riforme economiche strutturali. Secondo Fitch: “L’alto livello di frammentazione politica emerso dalle urne limita la capacità del prossimo governo di tenere fede alle promesse elettorali”. Promesse che un’altra agenzia di rating, Moody’s, a febbraio, aveva giudicato insostenibili.

Alla luce della vittoria del partito euroscettico e anti-establishment, cioè del Movimento 5 Stelle, che ha portato a casa il 32,7% dei voti seguito dalla Lega (17,4%) che ha fatto meglio di Forza Italia (14%), Fitch sostiene che è aumentata l’influenza di politiche populiste, a prescindere che sia esercitata da dentro o da fuori di un governo. L’agenzia di rating ha sottolineato che sia il M5S sia la Lega hanno recentemente allentato la loro retorica anti-euro. Comunque, i negoziati per formare una coalizione saranno difficili e potenzialmente prolungati e non è chiaro fino a dove i potenziali partner si spingeranno nel fare convergere le loro piattaforme politiche, rendendo incerta la composizione del prossimo governo. Fitch si è posta due domande. Quanto il movimento di Luigi di Maio sarà disposto a fare compromessi visto che tradizionalmente non è stato disposto a fare parte di coalizioni? Il Partito Democratico sarà disposto a formare un governo con il centro-destra o con il M5S considerato che il partito portato alle elezioni dall’ormai non più segretario Matteo Renzi, reduce di una sconfitta con il 18,7% delle preferenze, ha detto che il suo destino è essere all’opposizione?

Sembrerebbe che gli interessi di bottega prevalgano agli interessi del Paese. Le vittorie elettorali di M5Stelle e della Lega sono state ottenute con una propaganda demagogica e stanno trascinando il Paese verso una pericolosa destabilizzazione.

E’ necessario, al più presto, costruire per il Paese una nuova alternativa fatta di contenuti responsabili, la cui guida dovrebbe essere affidata a persone credibili ed oneste, politicamente ed intellettualmente. Ampi spazi potrebbero aprirsi per il Psi, ma bisognerebbe saperli cogliere iniziando un percorso di maggiore autonomia.

Salvatore Rondello

Industriali e analisti guardano al dopo voto

confindustria

Dopo il voto, arrivano i commenti degli industriali e di qualche agenzia di rating. A margine dell’assemblea generale di Sistema Moda Italia, il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, sul risultato elettorale ha detto: “Il M5S è un partito democratico: non fa paura. Lo abbiamo detto a Verona, riteniamo che alcuni provvedimenti abbiano dato effetti sull’economia reale in questo momento storico. In particolare il Jobs Act e il piano ‘Industria 4.0’. Smontarli significa rallentare. Invece dobbiamo accelerare se vogliamo ridurre il divario e aumentare l’occupazione nel paese. Abbiamo bisogno di una precondizione che si chiama crescita. Un po’ era nell’aria un esito di questo tipo ma non a questo livello. Bisogna prendere atto del voto degli italiani, avere a cuore l’interesse del Paese. E questo perché, soprattutto, fa notare abbiamo appuntamenti importanti, non solo in chiave italiana, per continuare ad accelerare sulla crescita e ridurre i divari nel paese che sono emersi anche in funzione dell’esito di voto. Abbiamo appuntamenti importanti a Bruxelles: a marzo la riunione dei capi di stato, tra marzo e luglio un dibattito importante sul bilancio europeo e in particolare sulla politica di coesione è determinante per il nostro Paese”.

Sergio Marchionne, ad di Fca, in conferenza stampa dal salone dell’auto di Ginevra, ha affermato: “I  nuovi protagonisti della politica italiana non li conosco ma non mi spaventano, ne abbiamo passate di peggio”.

Il numero uno di Fca, Sergio Marchionne, sembra molto fiducioso sull’Italia dopo gli ultimi risultati elettorali. Continuando ha aggiunto: “Ho una grandissima fiducia che il Paese ce la farà e troverà il modo di andare avanti. Il presidente della Repubblica Mattarella ha un grande lavoro da fare e sostituire il mio giudizio al suo sarebbe una grandissima stupidaggine”.

Il colosso statunitense dei rating, Moody’s ha affermato: “La direzione della politica economica e fiscale del prossimo governo, che emergerà solo nei prossimi mesi, sarà fondamentale per la solvibilità dell’Italia”.

In un documento di valutazione pubblicato dopo i risultati delle elezioni, l’agenzia di rating ha sottolineato: “La necessità di una strategia credibile per portare l’elevato rapporto debito pubblico/PIL dell’Italia su una chiara tendenza al ribasso, che sarebbe positiva per il merito di credito dell’Italia. La mancanza di un tale percorso di politica fiscale metterebbe l’Italia in rotta di collisione con l’UE”.

L’agenzia Moody’s ha rilevato anche: “Oltre alla politica fiscale del prossimo governo, il nostro altro focus sarà se un’agenda di riforme strutturali emergerà dal nuovo esecutivo”.

Insomma, Moody’s ha valutato: “Piuttosto che l’esatta composizione del prossimo governo, le sue politiche economiche saranno fondamentali per determinare la direzione del merito di credito dell’Italia”.

Intanto, per l’Italia, il primo problema da affrontare sarà la formazione di un nuovo governo. Poi, ci sarà il problema della compatibilità delle proposte elettorali di chi ha vinto le elezioni con una politica economica realizzabile senza provocare nuovi traumi agli italiani.

Salvatore Rondello