Arrivano di nuovo le pagelle delle agenzie di rating

Moody-s-Rating-ItaliaArrivano le nuove pagelle delle agenzie di rating sull’Italia. La maggioranza dei media e tanti politici sono contenti come a Natale, sotto l’albero. Finalmente sapremo che i nostri titoli si avvicinano sempre più al livello di “spazzatura” e la cosa sembra consolare molti.

In passato, abbiamo più volte messo in guardia da queste “incursioni”. Lo abbiamo fatto quando al governo c’era Berlusconi e le opposizioni usavano i rating per provare che tutto andava male. Lo abbiamo fatto quando al governo c’erano i vari governi del centrosinistra e le opposizioni sventolavano le pagelle negative. Lo facciamo anche ora con il nuovo governo e le nuove opposizioni.

I rating di Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch non sono valutazioni fatte da enti indipendenti ed eticamente impeccabili. Le agenzie sono imprese private con base negli Usa che hanno la pretesa di giudicare le economie del resto del mondo. In America, invece, sono annualmente tenute d’occhio dalle istituzioni di controllo per scovare eventuali conflitti d’interesse e non sono per niente amate dalle autorità di governo.

Il loro ruolo nefasto e corresponsabile nella Grande Crisi del 2007-8, i loro trascorsi e i legami con le grandi banche e con la finanza speculativa, non depongono bene.

Fitch è posseduta dal colosso della comunicazione Hearst, che ha capitali e partecipazioni in centinaia di differenti business privati. Tra i suoi executive vanta dirigenti che hanno lavorato con banche e finanziarie come Merryl Linch, Lehman Brothers, Goldman Sachs, l’inglese Lloyd Bank, la Beneficial Corporation, ecc.

Moody’s Corp. ha un fatturato di 4,2 miliardi di dollari per i suoi servizi finanziari e di rating. I suoi grandi azionisti sono fondi d’investimento e grandi banche. I suoi dirigenti si sono fatti le ossa nella Federal Reserve, nella City Group, nella JP Morgan Chase, nelle multinazionali della farmaceutica e del petrolio, come l’ExxonMobil.

La S&P Global controlla anche l’omonima agenzia di rating. Prima era controllata dal conglomerato Mc Graw Hill Financial, una multinazionale dei servizi finanziari, che ha cambiato nome. I grandi azionisti sono i chiacchierati fondi d’investimento Black Rock e Vanguard. Vanta dirigenti che sono stati in posizioni di comando alla City Bank, alla JP Morgan Chase, alla banca olandese ING, al francese Credit Agricole, al Credit Suisse, e anche in grandi corporation tra cui la PepsiCo, la Lockeed Martin (tecnologia militare), ecc.

Basterebbe una veloce occhiata ai loro siti internet per farsi un’idea precisa dei tanti passaggi dal mondo della grande finanza e della speculazione a quello delle grandi corporation che dominano i mercati e viceversa.

E’ più che opportuno, quindi, ricordare quanto detto su di loro dalle massime autorità americane. Il documento “The financial crisis inquiry report”, preparato da una Commissione bipartisan e pubblicato dal governo americano nel 2011, evidenzia in oltre 650 dettagliatissime pagine le nefandezze perpetrate prima e durante la Grande Crisi finanziaria del 2007-8. Così sintetizza: ”Noi affermiamo che i fallimenti delle agenzie di rating sono stati delle cause essenziali della distruzione finanziaria. Le tre agenzie sono state le provocatrici chiave del meltdown finanziario. I titoli legati alle ipoteche immobiliari, centrali nello scatenamento della crisi, non potevano essere valutati e venduti senza il marchio di approvazione delle agenzie. Gli investitori, spesso in modo cieco, hanno fatto affidamento sui loro rating. In alcuni casi erano persino obbligati a comprare tali titoli, pena un aggravamento degli standard relativi alle regole sui capitali loro impostogli. La crisi non sarebbe potuta avvenire senza le dette agenzie. I loro rating, prima alle stelle e poi repentinamente abbassati, hanno mandato in tilt i mercati e le imprese”.

Anche il dossier del Senato americano “Wall Street and the financial crisis: anatomy of a financial collapse”, pubblicato nel 2011, sulla base di approfondite indagini e di numerose audizioni, dettaglia il ruolo centrale e nefasto delle agenzie nel provocare la Grande Crisi. Evidenzia, in particolare, il loro ruolo fraudolento nel propinare titoli taroccati dai loro rating.

Non deve quindi sorprendere se nel 2015 solo la S&P ha pagato 1,5 miliardi di dollari di multa per simili comportamenti fraudolenti. Una sanzione monetaria molto conveniente, sia per il modesto importo, sia perché l’agenzia ha evitato che le indagini andassero più a fondo, facendo eventualmente emergere risvolti più scabrosi e penalmente perseguibili.

Evidenziamo tutto ciò certo non per occultare gli evidenti problemi economici del nostro paese. Ci sembra, però, insopportabile la mancanza di critiche nei confronti delle citate agenzie private di rating, che, dopo aver contribuito grandemente a provocare la crisi finanziaria più grande della storia, di cui il mondo e l’Italia soffrono ancora, imperterrite, e riverite, proseguono a dare pagelle a tutti, governi e imprese.

Se i loro rating fossero degli esercizi innocui di dispensare giudizi non richiesti, si potrebbe lasciarle giocare. Purtroppo i rating sono presi in considerazione dai mercati per giudicare le varie economie nazionali e, di conseguenza, per definire anche i tassi d’interesse sul debito pubblico. Si rammenti, inoltre, che la Bce li usa per definire l’affidabilità delle obbligazioni pubbliche dei paesi membri dell’Ue e per decidere se accettare o no tali titoli in garanzia per operazioni di credito e di finanziamento.

Ciò, in verità, ci sembra una cosa del tutto “indigesta”.

Mario Lettieri (già sottosegretario all’Economia) e Paolo Raimondi (economista)

Missione di Tria alla corte dei finanziatori cinesi

economia-cinaDa ieri e fino al primo di settembre, il ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria sarà in Cina per la sua prima visita ufficiale al di fuori dell’Unione europea. Della delegazione fa parte anche il Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta.

Nella missione, finalizzata a rafforzare il dialogo economico e la cooperazione tra Roma e Pechino, sono previsti molti appuntamenti con istituzioni e con la comunità economica e finanziaria. A Pechino il ministro Tria ha avuto un incontro bilaterale con il ministro delle Finanze cinese Liu Kun, e colloqui con il governatore della People’s Bank of China, Yi Gang.

Nel secondo giorno della missione cinese, il ministro Giovanni Tria, accompagnato dal sottosegretario Michele Geraci e da una folta delegazione di imprenditori e banchieri, fra cui il vicedirettore generale della Banca d’Italia Fabio Panetta, l’ad di Cassa Depositi e Prestiti Fabrizio Palermo e l’ad di Snam Marco Alverà, ha incontrato oggi a Pechino il suo omologo Liu Kun e il governatore della People Bank of China, la banca centrale cinese, Yi Gang. Appena messo piede in Cina, Paese dove ha insegnato a lungo e che conosce bene, Tria ha rassicurato in un’intervista a China Radio International: “L’Italia non è in cerca di acquirenti del suo debito pubblico, perché in questo momento non abbiamo questo problema”.

Ospite a una cena all’ambasciata italiana a Pechino il numero uno di via XX settembre si è mostrato ottimista sulla sostenibilità del debito pubblico italiano, e sulle chances di un abbassamento dello spread nelle prossime settimane. Quel che davvero chiedono gli investitori stranieri, ha aggiunto, sono anzitutto ‘regole certe’.

La visita di Tria in Cina è arrivata in un momento non proprio roseo per l’economia italiana. Si avvicinano le scadenze della nota di aggiornamento al Def e della legge di bilancio, due rimasti assenti dal dibattito pubblico quest’estate. Il Belpaese è peraltro in attesa del giudizio delle agenzie di rating sull’economia italiana. Moody’s ha rimandato l’esame all’indomani della revisione del Def, vuole avere chiaro il quadro delle riforme, soprattutto quelle fiscali. L’agenzia Fitch che attualmente ha giudicato l’Italia con un BBB e outlook stabile, ha previsto una nuova valutazione per il 31 agosto, quando Tria sarà a Shanghai. D’altra parte, Tria sa di avere dalla sua una storia consolidata di rapporti commerciali e finanziari fra Roma e Pechino. Solo nel 2017 l’interscambio è balzato a quota 49 miliardi di dollari, di pari passo con una riduzione del deficit italiano verso il Dragone fino a 8,8 miliardi di dollari.

Le aspettative dell’attuale governo per la missione del Mef sono entusiastiche. Lo dimostrano le parole del sottosegretario Geraci, che ha scritto: “È giunto il momento per l’Italia di cavalcare l’onda cinese, invece che lasciarci travolgere da essa”. Anche Geraci è profondo conoscitore della Cina, dove ha vissuto e insegnato per diversi anni, ed è coordinatore della task force del Mise messa in piedi da Luigi Di Maio con l’obiettivo di ‘potenziare i rapporti fra Cina e Italia in materia di commercio, finanza, investimenti e cooperazione in Paesi terzi, facendo sì che l’Italia possa posizionarsi come partner privilegiato e leader in Europa in progetti strategici quali la Belt and Road Initiative e Made in China 2025”.

Il primo giorno di Tria a Pechino si è aperto con la firma di un memorandum d’intesa fra Cdp e Intesa San Paolo per rafforzare il sostegno all’internazionalizzazione delle imprese italiane in Cina e delle imprese con sede in Cina controllate da realtà italiane. Fra le altre cose, il protocollo punta a facilitare l’accesso al credito delle imprese italiane in Cina e, per quelle clienti di Intesa San Paolo, a promuovere i servizi offerti da Sace-Simest, il polo unico dell’export di Cdp. Una parte importante della missione italiana è stata dedicata al settore della green energy. La sera, presso l’ambasciata italiana, l’ad di Snam Alverà e il presidente di SGDI Hu Yuhai hanno firmato un memorandum per “la realizzazione di impianti di biogas e biometano finalizzati alla produzione di elettricità da fonti rinnovabili nelle zone rurali della Cina”. Ancora Snam, questa mattina, ha firmato un altro memorandum con State Grid International Development, l’azienda controllata al 100% dalla statale State Grid Corporation of China (Fortune 500 l’ha definita la prima utility al mondo). L’azienda italiana metterà a disposizione le sue conoscenze in materia per costruire impianti di biogas e biometano nelle zone rurali del Dragone. È stato poi il turno di Cdp che ha siglato un accordo preliminare con Bank of China Limited (Boc), una delle più importanti banche commerciali cinesi, assieme all’Istituto Nazionale di Promozione italiano. Obiettivo dell’accordo, firmato dall’ad di Cdp Palermo e dal vicepresidente di Boc Lin Jinzhen all’ambasciata italiana, il sostegno dell’export nostrano e il finanziamento di progetti infrastrutturali ed ecosostenibili. Chiude il cerchio, al momento, il settore cantieristico. Oggi Fincantieri ha firmato un memorandum con il più grande conglomerato cantieristico cinese, la China State Shipbuilding Corporation, alla presenza dell’ad Giuseppe Bono e del direttore Lei Fanpei. Fra le novità previste una joint venture per costruire navi da crociera, e nuovi investimenti in ricerca e sviluppo per svariati settori.

La missione cinese di Tria è stata annunciata con una certa enfasi dal governo Conte. Premesso che per il momento gli accordi presi non si spingono oltre ai memoranda of understanding, un bilancio complessivo della visita non potrà prescindere da una comparazione con la chinese connection dell’economia italiana avviata già da alcuni anni. Molte delle intese siglate in queste ore non sono infatti altro che il proseguimento, senza grandi novità, di partnership ben più pesanti celebrate con il governo di Matteo Renzi, che in tema di investimenti cinesi ha segnato una netta cesura con il passato. Nel luglio del 2014 era stato l’allora ministro del Mef Pier Carlo Padoan a recarsi in missione nel Paese del dragone. Lì aveva incontrato il governatore della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan. Il faccia a faccia ha aperto una stagione di shopping selvaggio di Bank of China in Italia. Solo in agosto, sotto gli occhi preoccupati della Consob, aveva superato la soglia del 2% delle sue partecipazioni in asset strategici come Telecom Italia, Fiat Chrysler, Eni, Enel, Prysmian e Generali.

Per fare un altro esempio, il matrimonio fra Cdp e State Grid International risale a un’operazione di fine luglio 2014 coordinata e voluta da Franco Bassanini, allora presidente di Cdp. Per circa due miliardi di euro veniva ceduta ai cinesi il 35% di Cdp reti, il veicolo di investimento voluto da Enrico Letta che sostiene Snam, Terna e Italgas. Un’operazione che pose un tema di sicurezza non indifferente e che non mancò di sollevare voci critiche dalle colonne di alcuni giornali. Insomma, l’entusiasmo del sottosegretario Geraci di una ‘nuova onda cinese’ da cavalcare deve fare i conti con una realtà di fatto: la chinese connection italiana è solida, anzi solidissima da almeno quattro anni.

In queste settimane, assistiamo a una fase in cui l’interessamento del nostro governo nei confronti della Cina sembra diventato piuttosto palese: nei prossimi giorni, sia il sottosegretario del Mise, Michele Geraci, sia il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in Cina cercheranno di creare contatti che possano portare fondi e investimenti in Italia nell’ambito di due missioni sincrone ma separate.

Ma sta succedendo qualcosa di particolare? Alberto Forchielli, fondatore di Mandarin Capital Partners, il più grande fondo di private equity sino-europeo, e Osservatorio Asia, centro di ricerche no-profit, ha così commentato: “Non mi pare niente di eccezionale, niente di nuovo, voglio dire. Negli ultimi anni ci siamo aperti alla Cina, e Pechino ha potuto disporre di ciò che voleva in Italia. Per esperienza diretta, posso dire che sono vent’anni che portiamo avanti queste missioni: sono due decenni che ci siamo aperti ai cinesi e i governi precedenti a quello attuale sono stati molto aperti”.

Sulla possibilità di innescare nuove situazioni in questo momento, Forchielli ha detto: “Niente che mi risulti: la storia di Alitalia, dei porti, non sono novità. Sono anni che cerchiamo di proporle a Pechino. Trieste e Venezia come sbocco della Nuova via della Seta navale possono essere interessanti per la Cina, ma il governo centrale ha per certi versi le mani legate visto che poi ci sono studi di fattibilità da soddisfare e vincoli locali. Mi pare ci sia molta ingenuità, quella di chi affronta il problema per la prima volta”.

Anche se è stato smentito, è legittimo pensare che il ministro Tria possa cercare di sostituire gli acquisti di titoli di stato italiani del Quantitative Easing che la Bce interromperà a dicembre con Pechino. Su questo argomento il parere di Forchielli è il seguente: “Mettiamola così: è bene fare la proposta, portarli all’attenzione, ma dobbiamo tenere conto che la Cina si muove per il 95 per cento su base finanziaria e per il resto politica. Prendiamo l’esempio di quello che fa in Pakistan, Libia o Venezuela: quelli sono Paesi in cui l’interesse politico può portare Pechino a investire, ma un conto è piazzare 20 miliardi in Pakistan un conto è farlo in Italia. Là cambiano le cose, in Italia anche se acquistassero 20 miliardi di Btp per noi cambierebbe poco e per loro idem. Investire da noi è più costoso. La Cina dovrebbe allora vederci come un interesse politico, e dunque cambiare agenda nel proprio portafoglio e investire molti soldi nel nostro debito, però su questo lasciatemi esprimere scetticismo. A Pechino piacciono le situazioni più stabili e soprattutto più, diciamo così, liberal e free-trader. Ossia, il governo sovranista che c’è in Italia adesso, piace molto meno del governo Renzi e del governo Prodi: i cinesi si fidano molto poco di quel genere di situazioni, al di là del rispetto e della cordialità formale”.

Potrebbe esserci il rischio che l’Italia, se i cinesi dovessero allungare di più i propri tentacoli su infrastrutture e debito, finisca trattata come uno dei paesi finanziariamente più deboli in cui Pechino è penetrata in profondità rendendoli degli stati pseudo-satelliti. Stiamo attraversando un momento in cui i paesi occidentali cominciano a valutare come non troppo vantaggioso l’ingresso cinese nei propri settori strategici. Secondo Forchielli: “Questa missione è in controtendenza e fuori tempo: però in questa fase in cui l’Occidente si sta chiudendo, la nostra esposizione potrebbe anche risultare appealing per i cinesi. Potrebbe però, perché in generale non riesco a vedere come l’interesse di Pechino possa in qualche modo aumentare attorno all’Italia, considerando che tutto quello che i cinesi potrebbero fare qui ha un prezzo molto alto”.

Forchielli, in conclusione, fa una riflessione pragmatica: “Occorre capire dai segnali postumi quanto sarà interessata ai cinesi la visita italiana, e il modo migliore per farlo è seguire i giornali del partito (il China’s Daily o il Global Times, per esempio) per vedere e analizzare che genere di copertura verrà riservata ai rappresentati di Roma, perché, i cinesi sono fortissimi a fare i brindisi, ma poi attenzione perché le cose possono finire male: un conto sono i brindisi, un altro è la fatica per portare a casa i risultati”.

Il premier italiano si vanta di aver stabilito una relazione eccezionale col presidente americano, che in questo momento però sta guidando la campagna di chiusura alla Cina del mondo occidentale. Il Mise, annunciando la formazione della Task Force Cina, ha scritto che quello è uno strumento indispensabile per “evitare di restare a guardare passivamente l’asse mondiale spostarsi verso est”. Washington fa le guerre commerciali alla Cina, ma per fortuna sembrerebbe che non interessi più di tanto cosa facciamo, o meglio cosa vorremo fare, con la Cina. Gli Usa guardano ai rapporti bilaterali, per adesso.

Alessia Amighini, co-head dell’Asia Program dell’Ispi e professoressa di Economia e Public policy all’Upo, ha così commentato la visita di Tria in Cina: “L’interessamento dell’attuale governo nei confronti della Cina non segna una svolta, anzi non è altro che il segnale della volontà di continuazione delle buone relazioni bilaterali intercorse negli ultimi anni. L’Italia, in ambito europeo, mantiene relazioni migliori di altri paesi con Pechino, per gli importanti legami economici e culturali che da sempre intercorrono, e che si sono ulteriormente approfonditi negli ultimi quattro-cinque anni: dimostrazione evidente ne è stata la presenza del capo del governo italiano al Forum internazionale di Pechino nel maggio del 2017, unico tra i paesi dell’Europa continentale e dell’allora G8, e segnali tangibili sono i molteplici e crescenti legami bilaterali che si manifestano in progetti di collaborazione artistica, culturale, economica, scientifica, tecnologica. Oggi il governo italiano riconosce la necessità di continuare sulla stessa linea dei precedenti, per non perdere quello che deve essere giustamente considerato un prezioso capitale relazionale. L’elemento che viene proposto come una novità da Geraci è la volontà di cambiare atteggiamento da passivo ad attivo e di acquisire consapevolezza delle potenzialità correnti e future, ma a ben vedere è da oltre un anno l’Italia si è mostrata più assertiva di quanto non sia mai stata nei confronti degli interessi cinesi in casa nostra. Porti, interporti e reti stradali e ferroviarie, come tristemente ricordato a tutti noi dalla cronaca recente, sono ambiti di grande fabbisogno di interventi e investimenti, e molti di essi sono da tempo oggetto di interessi o mire cinesi. Se cavalcare l’onda cinese vuol dire anche coinvolgere effettivamente la controparte cinese in investimenti di effettivo interesse nazionale (per esempio, ma non solo, i territori di Genova e Trieste, già ufficialmente individuati come primi snodi delle nuove vie della seta in Italia, e anche nodi importanti nei Corridoi europei) che beneficiano molto i commerci cinesi non solo in Italia, ma in tutto il Mediterraneo, mantenendone però noi il controllo, allora il corso delle relazioni potrà dirsi rinnovato. Finora l’onda cinese si è presentata soprattutto sotto forma di acquisizioni di aziende in difficoltà finanziaria, con intenti non predatori nella maggior parte dei casi. Questo è avvenuto perché gli investitori cinesi avevano interesse ad acquisire brand e competenze, a mettere piede in Italia, non a saccheggiare aziende depositare di know-how molto prezioso. Poi ci sono i cosiddetti investimenti di portafoglio, ed il più interessante in questi giorni è proprio il 5 per cento di Autostrade, acquisito dal Silk Road Fund nel 2017, per circa 750 milioni di euro. Il ribasso del titolo dopo la tragedia di Genova e lo scenario di una non ben definita ri-nazionalizzazione della rete autostradale è di certo un tema di cui i cinesi vorranno parlare e su cui vorranno rassicurazioni concrete e precise, che per ora il governo Conte non sa dare, perché non mostra la minima idea di che cosa saprà, potrà e vorrà fare. E questo non è un buon precedente per chiedere ai cinesi ulteriori investimenti. Non c’è nulla di nuovo in vista, i cinesi continuano a battere sugli stessi tasti, forse perché i progetti e le proposte del passato recente non si sono ancora realizzati. Di nuovo, nel prossimo futuro, potremmo vedere semmai la realizzazione effettiva dei tanti dialoghi intercorsi e mai concretizzati. Forse un nuovo modello di collaborazione economico-finanziaria che faccia leva sull’interesse e la volontà cinese di investire in Italia (dove ormai non vuole investire più nessuno, quasi neppure gli italiani), non tanto con una logica del breve, ma con una prospettiva a lunga gittata. Il 5 per cento in Autostrade aveva questo obiettivo, se non sbaglio? Serviva a finanziare un attore importante nella Belt and Road. Invece di rafforzare e potenziare la rete in Italia, si è usato il nuovo capitale per finanziare l’internazionalizzazione di Atlantia. In questo momento Italia e Cina hanno entrambe necessità di mantenere e se possibile rinnovare tutta la nostra rete di trasporti e infrastrutture: noi per non crollare, i cinesi per non veder bloccati tutti i loro commerci che passano per il Mediterraneo. Usiamo a leva questo loro interesse a servizio di progetti di sviluppo nazionale. Pechino ha sempre obiettivi di medio-lungo termine. Noi abbiamo purtroppo sempre obiettivi di breve, perché del lungo non ci preoccupiamo molto, e agiamo spesso solo in emergenza. I capitali cinesi non sono stati sempre ben visti in Italia e in Europa: certo andare a chiedere soldi ora, dopo che gli si è dato dei banditi prima non ci mette in una condizione favorevole. Pechino si presterà a collaborare sulle nostre esigenze di cassa, ma sposterà il gioco sul futuro. Può essere uno schema perseguibile solo se non perdiamo la bussola, e spetta a noi arrivare con un’idea, un progetto nel quale coinvolgerli: dovremmo arrivare a Pechino con un’idea ambiziosa, ispirata alla modalità dirigista alla cinese, ora che gli interessi finanziari privati nazionali non hanno molto da pretendere. È vero che molti dei paesi riceventi gli investimenti cinesi targati Bri sono finiti in zona rossa in termini di debito estero e il contributo marginale del debito nei confronti della Cina è molto elevato. Per questi paesi la dipendenza dalla Cina è al contempo finanziaria e politica. Il debito pubblico italiano out standing è così elevato che il contributo marginale della Cina non ci farebbe diventare suoi satelliti. Però, nonostante lo spread in salita renda i nostri titoli di Stato molto più redditizi degli altri in Europa, i cinesi cercano ritorni a lunga, e investire in Italia non li da. A differenza della parziale chiusura di alcuni paesi europei, soprattutto Germania e Francia, e pure dell’apertura quasi incondizionata di altri, tra cui Grecia e Ungheria, l’Italia ha una posizione intermedia più ragionevole, nella consapevolezza (certamente da parte cinese e finalmente anche italiana) di numerose sinergie, in molti settori produttivi, agricoli e manifatturieri, ma anche nelle infrastrutture. Mantenere buone relazioni con entrambe le grandi potenze è indispensabile. A maggior ragione con la maretta della guerra commerciale tra Pechino e Washington, che potrebbe diventare un maremoto, se dovesse coinvolgere settori ben più strategici come cyberspace ed energia. Sebbene voglia farci credere il contrario, Trump ha sempre bisogno dell’Europa per tener testa a Russia e Cina. In questi giorni l’asse russo-tedesco nel progetto del raddoppiamento del Nord Stream ha mostrato a tutti che è opportuno evitare eccessive dipendenze bilaterali, e la Cancelliera Merkel così facendo ha convinto Trump ad appoggiare il South stream, di vitale importanza per la sicurezza energetica europea e anche per impedire un dominio incontrastato cinese in Asia centrale. L’Italia ha un ruolo centrale nella diversificazione degli approvvigionamenti di energia per tutta l’Europa, e anche per questo non ci sono inclinazioni davvero incompatibili”.

Il due settembre sapremo quali frutti avrà raccolto la missione Tria in Cina.

Salvatore Rondello

La Lega teme il collasso da spread, il M5S no

spreadLo spread può diventare una malattia pericolosa, pericolosissima. Nel novembre 2011 morì il governo di Silvio Berlusconi per collasso da spread. Il differenziale tra i buoni del tesoro decennali italiani e quelli tedeschi esplose fino a 574 punti, portando quasi al crac i conti pubblici nazionali: Berlusconi fu disarcionato da presidente del Consiglio e al suo posto subentrò l’economista Mario Monti alla guida di un governo tecnico.

Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, braccio destro del segretario leghista Matteo Salvini, teme che la storia possa ripetersi, ha paura di un nuovo attacco dello spread con la vendita sui mercati finanziari internazionali di una valanga di titoli del debito pubblico italiano. Il collasso da spread potrebbe arrivare tra fine agosto e i primi di settembre.

Già qualcosa si è visto: lo spread, da quando l’esecutivo di Paolo Gentiloni ha ceduto il passo al governo Conte-Salvini-Di Maio, è aumentato da 120 a 280 punti: circa 5 miliardi di euro in più l’anno da pagare in interessi sui titoli del debito pubblico. Giorgetti a ‘Libero’ ha confidato: «L’attacco me lo aspetto, i mercati sono popolati da affamati fondi speculativi, che scelgono le prede e agiscono». Soprattutto in estate i rischi sono alti «quando ci sono pochi movimenti nelle Borse, un periodo propedeutico a iniziative aggressive nei confronti degli Stati, come è accaduto in Turchia».

Giorgetti teme un attacco politico delle élite internazionali al governo Lega-M5S, il primo esecutivo populista nella storia dell’Europa occidentale: «Il governo populista non è tollerato. La vecchia classe dirigente italiana ed europea vuol fare abortire questo governo per non alimentare precedenti populisti», ma l’orizzonte dell’esecutivo «non sarà di breve termine. L’accordo con il M5S è saldo».

Il 31 agosto e il 7 settembre saranno due date cruciali perché prima Fitch e poi Moody’s si pronunceranno sull’affidabilità del sistema finanziario del Belpaese. A fine mese ci sarà la revisione del rating da parte di Fitch, i primi di settembre sarà la volta di Moody’s. Si teme un declassamento della solvibilità dell’enorme debito pubblico nazionale e, in quel caso, sarebbe un disastro, la bancarotta. Forse per questo motivo sia Giorgetti sia il ministro per le Politiche Europee Paolo Savona sono andati a trovare Mario Draghi. Probabilmente proprio essi, due euroscettici critici sull’euro, sono andati a chiedere aiuto al presidente della Banca Centrale Europea, il primo convinto sostenitore dell’”irreversibilità” della moneta unica del vecchio continente.

Luigi Di Maio, pilastro del governo Conte assieme a Salvini, invece non ha paura del collasso da spread. Il capo del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, in una intervista al ‘Corriere della Sera’ si è mostrato fiducioso: «Non credo che avremo un attacco speculativo…Io non vedo il rischio che questo governo sia attaccato, è una speranza delle opposizioni». Ma si tiene pronto a reagire: «Se qualcuno vuole usare i mercati contro il governo, sappia che non siamo ricattabili».

Reddito di cittadinanza, flat tax e modifica della legge Fornero sulle pensioni sono le tre principali promesse sulle quali Di Maio e Salvini hanno vinto le elezioni politiche del 4 marzo, ma sono provvedimenti molto costosi, considerati rischiosi da Bruxelles per l’impatto sui malandati conti pubblici italiani. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo ha usato toni suadenti verso la commissione europea: «I provvedimenti fondamentali del contratto li faremo col massimo rispetto degli equilibri di bilancio». Comunque nel voto europeo di maggio «l’establishment sarà spazzato via da elezioni storiche». Bastone e carota. La partita è aperta tra il governo populista grilloleghista e l’Unione Europea.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Lo spread a 320 torna a far paura

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Nuova impennata dello spread. Gli scossoni politici-istituzionali e la lunga vacatio governativa fanno sentire i propri effetti sui mercati e fanno cadere una pesante ombra sulla fiducia dei nostri titoli di stato. Infatti lo spread tra Btp e Bund decennali ripiega a 282 punti base, con il tasso di rendimento sui titoli italiani al 3,10%. Ma solo poche ora prima aveva toccato i 320 punti base. Il titolo italiano rende il 2,38%. Il differenziale sulla scadenza decennale, invece, ripiega a 275 punti base con un rendimento del Btp al 3,03%. Lo spread tra il Btp a due anni il corrispondente titolo tedesco ha invece toccato i 313 punti base, ai massimi dal 2012 quando l’Italia era nel pieno della crisi finanziaria. Insomma del giro di poche settima si è fatto un balzo indietro di sei anni. Giù anche la borsa: Milano perde il 3% con tutti i titoli bancari sotto forte pressione.

Il primo effetto di questa nuova tempesta è il taglio del rating italiano da parte delle agenzie. La prima a muoversi in questa direzione è Moody’s. “Se il prossimo governo porterà avanti politiche di bilancio – si legge in una nota – insufficienti a posizionare nei prossimi anni il debito su una traiettoria di discesa”. Altrettanto negativo sarebbe “un fallimento nell’articolare e presentare un’agenda di riforme strutturali credibili”. Nello stesso comunicato Moody’s reputa “molto improbabile” un rialzo del rating, spiegando che una conferma potrebbe invece arrivare se il programma di riforme si rivelasse ambizioso e se il governo delineasse un effettivo percorso di rientro del debito.

L’incertezza politica pesa anche sulla fiducia delle famiglie italiane nei confronti della situazione economica del Paese. Sono i dati certificati dall’Istat secondo cui a maggio si registra un “marcato calo dell’indice del clima di fiducia dei consumatori” che “interrompe la sostanziale tenuta registrata nei primi 4 mesi del 2018”. Nel mese, “la fiducia dei consumatori raggiunge il valore più basso dallo scorso settembre (ad agosto era pari a 111,3)”. Al calo dell’indice, dettagliano gli statistici, “hanno contribuito i giudizi e soprattutto le attese sulla situazione economica del paese, fortemente peggiorate”.

I Cinque Stelle e il costo del reddito di cittadinanza

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Il reddito di cittadinanza costerebbe oltre 100 miliardi di euro. La proposta che ha consentito al Movimento 5 stelle di diventare il primo partito in Italia è una misura mirata, che  dovrebbe interessare circa 9 milioni di persone, secondo le stime contenute nel documento con cui illustrano la misura. Nel documento del movimento penta stellato si legge: “La selezione è stata fatta includendo tutti coloro che non hanno reddito o hanno redditi molto bassi”.

Dalle vaghe ed imprecise indicazioni fornite, tra cui i requisiti dei beneficiari e gli importi erogabili, si potrebbe immaginare, di conseguenza, che  la proposta dei grillini si dovrebbe collocare a metà tra il salario minimo garantito e il reddito minimo garantito.

In realtà, sarebbe qualcosa di diverso, dal nome con cui è stata battezzata la misura stessa, reddito di cittadinanza, che invece indicherebbe un’erogazione universale, cioè per tutti i cittadini di un paese, ricchi e poveri, occupati e disoccupati. Il costo dell’intervento proposto dai grillini sarebbe, secondo le loro stime, pari a 16 miliardi di euro, che andrebbero divisi tra una platea di circa 9 milioni di persone (meno di 1.700 euro a persona).

Ma, gli ultimi dati disponibili dell’Istat indicano che  le persone povere, in Italia, sono più di quelle stimate dal Movimento 5 stelle. Le persone che risultano in povertà assoluta sono 4,7 milioni, a cui vanno sommati altri 8,5 milioni di individui che vivono in povertà relativa, per un totale di 13,2 milioni.

Risultati simili si ottengono dall’indagine di Bankitalia sui bilanci delle famiglie, da cui emerge che il 23% delle famiglie italiane, nel 2016, è a rischio povertà. Considerando che i nuclei familiari nello stesso anno sono 25,4 milioni, e in media i componenti sono 2,4 milioni, si può arrivare al totale di 14 milioni di persone. La copertura di 16 miliardi, necessari per i 9 milioni stimati dai grillini, salirebbe così a circa 25 miliardi di euro. Arrivando all’intervento universale, cioè all’intervento che reddito di cittadinanza, invece, dovrebbe andare a tutta la popolazione, quindi circa 60 milioni di persone. Moltiplicando la spesa prevista per la platea individuata dal Movimento 5 stelle a tutti gli italiani la spesa supererebbe i 100 miliardi di euro.

Più che il reddito di cittadinanza pari ad una mortificante elemosina che non risolve il problema della dignità umana, la via da seguire dovrebbe essere quella del reddito da lavoro, o meglio, la piena occupazione di keynesiana memoria.

Inoltre, l’impatto sociale del cosiddetto reddito di cittadinanza, potrebbe essere uno stimolo alla pratica del lavoro nero con le immaginabili ripercussioni negative anche sul piano previdenziale. Poi, il Movimento penta stellato non ha mai detto come e dove trovare le coperture di bilancio per pagare il reddito di cittadinanza.

Preoccupazioni che si pongono anche le agenzie di rating. Recentemente, nel suo rapporto, Fitch ha evidenziato che l’esito delle elezioni, in Italia, ha reso difficile la formazione di un governo stabile, ha aumentato la probabilità di un allentamento fiscale e ha ulteriormente indebolito le prospettive di riforme economiche strutturali. Secondo Fitch: “L’alto livello di frammentazione politica emerso dalle urne limita la capacità del prossimo governo di tenere fede alle promesse elettorali”. Promesse che un’altra agenzia di rating, Moody’s, a febbraio, aveva giudicato insostenibili.

Alla luce della vittoria del partito euroscettico e anti-establishment, cioè del Movimento 5 Stelle, che ha portato a casa il 32,7% dei voti seguito dalla Lega (17,4%) che ha fatto meglio di Forza Italia (14%), Fitch sostiene che è aumentata l’influenza di politiche populiste, a prescindere che sia esercitata da dentro o da fuori di un governo. L’agenzia di rating ha sottolineato che sia il M5S sia la Lega hanno recentemente allentato la loro retorica anti-euro. Comunque, i negoziati per formare una coalizione saranno difficili e potenzialmente prolungati e non è chiaro fino a dove i potenziali partner si spingeranno nel fare convergere le loro piattaforme politiche, rendendo incerta la composizione del prossimo governo. Fitch si è posta due domande. Quanto il movimento di Luigi di Maio sarà disposto a fare compromessi visto che tradizionalmente non è stato disposto a fare parte di coalizioni? Il Partito Democratico sarà disposto a formare un governo con il centro-destra o con il M5S considerato che il partito portato alle elezioni dall’ormai non più segretario Matteo Renzi, reduce di una sconfitta con il 18,7% delle preferenze, ha detto che il suo destino è essere all’opposizione?

Sembrerebbe che gli interessi di bottega prevalgano agli interessi del Paese. Le vittorie elettorali di M5Stelle e della Lega sono state ottenute con una propaganda demagogica e stanno trascinando il Paese verso una pericolosa destabilizzazione.

E’ necessario, al più presto, costruire per il Paese una nuova alternativa fatta di contenuti responsabili, la cui guida dovrebbe essere affidata a persone credibili ed oneste, politicamente ed intellettualmente. Ampi spazi potrebbero aprirsi per il Psi, ma bisognerebbe saperli cogliere iniziando un percorso di maggiore autonomia.

Salvatore Rondello

Industriali e analisti guardano al dopo voto

confindustria

Dopo il voto, arrivano i commenti degli industriali e di qualche agenzia di rating. A margine dell’assemblea generale di Sistema Moda Italia, il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, sul risultato elettorale ha detto: “Il M5S è un partito democratico: non fa paura. Lo abbiamo detto a Verona, riteniamo che alcuni provvedimenti abbiano dato effetti sull’economia reale in questo momento storico. In particolare il Jobs Act e il piano ‘Industria 4.0’. Smontarli significa rallentare. Invece dobbiamo accelerare se vogliamo ridurre il divario e aumentare l’occupazione nel paese. Abbiamo bisogno di una precondizione che si chiama crescita. Un po’ era nell’aria un esito di questo tipo ma non a questo livello. Bisogna prendere atto del voto degli italiani, avere a cuore l’interesse del Paese. E questo perché, soprattutto, fa notare abbiamo appuntamenti importanti, non solo in chiave italiana, per continuare ad accelerare sulla crescita e ridurre i divari nel paese che sono emersi anche in funzione dell’esito di voto. Abbiamo appuntamenti importanti a Bruxelles: a marzo la riunione dei capi di stato, tra marzo e luglio un dibattito importante sul bilancio europeo e in particolare sulla politica di coesione è determinante per il nostro Paese”.

Sergio Marchionne, ad di Fca, in conferenza stampa dal salone dell’auto di Ginevra, ha affermato: “I  nuovi protagonisti della politica italiana non li conosco ma non mi spaventano, ne abbiamo passate di peggio”.

Il numero uno di Fca, Sergio Marchionne, sembra molto fiducioso sull’Italia dopo gli ultimi risultati elettorali. Continuando ha aggiunto: “Ho una grandissima fiducia che il Paese ce la farà e troverà il modo di andare avanti. Il presidente della Repubblica Mattarella ha un grande lavoro da fare e sostituire il mio giudizio al suo sarebbe una grandissima stupidaggine”.

Il colosso statunitense dei rating, Moody’s ha affermato: “La direzione della politica economica e fiscale del prossimo governo, che emergerà solo nei prossimi mesi, sarà fondamentale per la solvibilità dell’Italia”.

In un documento di valutazione pubblicato dopo i risultati delle elezioni, l’agenzia di rating ha sottolineato: “La necessità di una strategia credibile per portare l’elevato rapporto debito pubblico/PIL dell’Italia su una chiara tendenza al ribasso, che sarebbe positiva per il merito di credito dell’Italia. La mancanza di un tale percorso di politica fiscale metterebbe l’Italia in rotta di collisione con l’UE”.

L’agenzia Moody’s ha rilevato anche: “Oltre alla politica fiscale del prossimo governo, il nostro altro focus sarà se un’agenda di riforme strutturali emergerà dal nuovo esecutivo”.

Insomma, Moody’s ha valutato: “Piuttosto che l’esatta composizione del prossimo governo, le sue politiche economiche saranno fondamentali per determinare la direzione del merito di credito dell’Italia”.

Intanto, per l’Italia, il primo problema da affrontare sarà la formazione di un nuovo governo. Poi, ci sarà il problema della compatibilità delle proposte elettorali di chi ha vinto le elezioni con una politica economica realizzabile senza provocare nuovi traumi agli italiani.

Salvatore Rondello

Padoan-Camusso, è scontro sulla manovra

camusso padoan

Ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato la manovra per il 2018 e subito sono iniziate le polemiche. Il Segretario generale della CGIL, Susanna Camusso, in un’intervista fatta al Circo Massimo per Radio Capital, ha affermato: “La  manovra approvata ieri, è una manovra che favorisce le rendite e che mantiene lo status quo. Si è fatta una scelta politica: si poteva intervenire sulla finanza, sul patrimonio e facilitare chi lavora e chi produce e invece si è scelto di usare questo slogan sulle tasse, facendo credere che è una risposta a tutti e invece è una risposta solo ad alcuni, mantenendo la pressione fiscale alta”.

Il segretario generale della Cgil ha spiegato anche che dopo la scelta annunciata dal governo di non voler intervenire sull’età pensionabile, il sindacato valuterà congiuntamente come reagire dicendo: “Abbiamo oggi un appuntamento con Cisl e Uil per valutare perché la chiusura non è arrivata al tavolo con il ministro Poletti ma dopo da Gentiloni in conferenza stampa. Faremo una valutazione comune. La politica pensa di essere autosufficiente e per questo le serve dire che la rappresentanza è inutile. C’è un atteggiamento ostile non solo nei confronti dei sindacati per questa idea di autosufficienza che però non mi sembra dia grandi risultati.  Il Governo aveva firmato con Cgil, Cisl e Uil un accordo sull’aspettativa di vita e sulle pensioni anche per i giovani che è stato disatteso. Dell’eventuale reazione discuteremo adesso con le lavoratrici e i lavoratori Cgil, Cisl, Uil”.

Immediata la risposta del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan: “Mi chiedo Susanna Camusso che legge di bilancio abbia visto, non corrisponde a questa descrizione. Abbiamo messo risorse per gli investimenti pubblici, per gli investimenti privati, risorse per l’occupazione giovanile Stiamo dando una scossa alla crescita.  Intervenire sull’Irpef in questa legge di bilancio non è stato possibile per la scarsità di risorse, mi auguro che si possa fare immediatamente nella prossima legislatura. Non è vero che non siamo intervenuti sulle pensioni perché ci sono misure come l’ape sociale e l’ape donna che introducono elementi per le persone che ne hanno più bisogno.  C’è una legge concordata in sede Ue che tiene conto dell’allungamento delle aspettative di età, ma ci sono anche molti meccanismi introdotti per affrontare la questione, come per i lavoratori usuranti che hanno diritto ad andare in pensione prima”.

Il Governo ha chiuso ogni spiraglio su possibili interventi in materia previdenziale a partire dalla richiesta dei sindacati di uno stop all’aumento dell’età di vecchiaia collegato all’aspettativa di vita previsto per il 2019.

Il premier, Paolo Gentiloni, al termine del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alla manovra, ha detto: “ C’è una legge in vigore e la rispetteremo”.

In pratica, quindi, si attenderanno i dati Istat previsti per questo mese sull’andamento dell’aspettativa di vita tra il 2013 e il 2016 e si procederà all’aumento dell’età di vecchiaia sulla base di questo andamento. Al momento la previsione è di un aumento nel 2019 di 5 mesi (arrivando a 67 anni). Pertanto, i sindacati hanno manifestato la loro preoccupazione.

In mattinata, ieri, i leader di Cgil Cisl e Uil, prima del Cdm, hanno incontrato il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, esprimendo preoccupazione per l’assenza di misure significative sulla previdenza, anche per quanto riguarda gli impegni assunti dal Governo l’anno scorso sulla fase due e augurandosi aperture dal Cdm. Le misure in legge di Bilancio sulla materia saranno invece marginali, come quella che agevola le lavoratrici madri (con uno ‘sconto’ contributivo di sei mesi per un massimo di due anni) nell’ accesso all’Ape sociale, che la leader della Cisl, Annamaria Furlan, ha giudicato insufficiente.

Nessuna indicazione sembra in arrivo sulla pensione di garanzia per i giovani né condizioni più favorevoli per il pensionamento delle donne nel complesso che hanno avuto figli così come chiesto dai sindacati (un anno di anticipo per ogni figlio con un limite di tre anni). Il numero uno della Cgil, Susanna Camusso, ha detto: “Voglio esprimere la preoccupazione per la mancanza di risposte sulla previdenza. Serve un atto normativo che sospenda l’aumento dell’aspettativa di vita”. Il leader della UIL, Carmelo Barbagallo, ha detto: “Non c’è bisogno di risposte significative sulla fase due della previdenza”. Furlan per la CISL ha commentato: “Se sul lavoro, con gli sgravi per le assunzioni stabili dei giovani al 50% ( 100% al Sud) e sul rinnovo dei contratti pubblici ci sono segnali positivi, sul capitolo pensioni non è così. Spero che Gentiloni ci convochi”. Il segretario generale dello SPI-CGIL, Ivan Pedretti, ha attaccato sostenendo: “Con arroganza il governo non risponde ai problemi di milioni di persone e disattende gli impegni che si era preso per la seconda fase di confronto con i sindacati sulle pensioni. A questo punto non è più rinviabile una grande mobilitazione”.

Nel frattempo, oggi è arrivata anche la valutazione di Moody’s che mantiene un outlook negativo sul sistema bancario italiano che riflette la continua pressione sui nostri istituti affinché riducano i loro grandi stock di crediti problematici in un contesto in cui ci sono limitate opportunità di raccogliere capitali, una redditività che continua ad essere debole e una significativa esposizione di credito verso il governo italiano. Nella nota, si legge: “Una fragilità solo parzialmente mitigata da una leggera ripresa economica e da flussi più bassi di Npl”.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, replicando prontamente, ha spiegato: “La questione degli npl sta subendo un’accelerazione positiva. Lo stock delle sofferenze è diminuito del 25% da inizio anno. Ci sono giudizi molto più positivi da altri investitori istituzionali. Si tratta, ha spiegato, di un’immagine che non rispecchia la realtà”. La crescita dell’1,3% del Pil attesa da Moody’s nel 2018 viene definita ‘un miglioramento marginale’ che supporterà i volumi di attività e quindi i ricavi ma che è improbabile possa condurre a una significativa riduzione dei crediti problematici, che dunque continueranno a scendere gradualmente ma a restare alti mentre le banche stanno affrontando continue pressioni per alzare i livelli di accantonamenti su questi crediti. Moody’s ricorda che alla fine dello scorso anno i nostri istituti avevano in bilancio 349 miliardi di crediti deteriorati, lo stock più alto in Europa, che rappresentava il 17,3% dei loro prestiti lordi, più di tre volte la media dell’Unione Europea (5,1%). Anche se gli accantonamenti sono migliorati salendo adesso al 51% si tratta comunque di una soglia appena sopra il 50% del livello pre-crisi del 2007 e comunque generalmente inferiore al livello che sarebbe richiesto per vendere questi asset sul mercato. Per Moody’ è invece positiva la riduzione dei flussi di nuovi Npl attesa nel 2018 in quanto ridurrà gli accantonamenti e sosterrà la redditività. Tuttavia la capacità di generare utili resterà debole nel 2018 sulla scorta di una serie di fattori che pesano sui ricavi come, per esempio, i bassi tassi di interesse e la limitata crescita dei prestiti. Dal punto di vista della raccolta, il sistema italiano resta solido grazie all’alto peso dei depositi che riduce l’esigenza di rifinanziarsi all’ingrosso. Tuttavia, la prevista riduzione dei bond utilizzabili nel bail in mano al pubblico retail, ridurrà la protezione per i bond senior e per i depositanti in caso di risoluzione.
Oltre al noto contesto finanziario, il varo della manovra avviene in un periodo in cui continua e si rafforza la fuga degli italiani all’estero. Nel 2016, sono state 124.076 le persone espatriate, con un aumento del 15,4% rispetto al 2015. L’aumento è caratterizzato soprattutto dai giovani: oltre il 39% di chi ha lasciato l’Italia nell’ultimo anno ha tra i 18 e i 34 anni (+23,3%). Il 9,7% ha tra 50 e 64 anni: sono i disoccupati senza speranza rimasti senza lavoro. Dal 2006, la mobilità italiana è aumentata del 60,1%. Questi dati emergono dal Rapporto Italiani nel Mondo 2017 di Migrantes presentato oggi a Roma. Nel Rapporto si legge anche: “Le partenze non sono individuali ma di famiglia, intendendo sia il nucleo familiare più ‘ristretto’, ovvero quello che comprende i minori (oltre il 20%, di cui il 12,9% ha meno di 10 anni) sia la famiglia ‘allargata’, quella cioè in cui i genitori (ormai oltre la soglia dei 65 anni) diventano ‘accompagnatori e sostenitori’ del progetto migratorio dei figli (il 5,2% del totale). Le donne sono meno numerose in tutte le classi di età ad esclusione di quella degli over 85 anni (358 donne rispetto a 222 uomini): si tratta soprattutto di vedove che rispondono alla speranza di vita più lunga delle donne in generale rispetto agli uomini. Il continente prioritariamente scelto da chi ha spostato la sua residenza fuori dell’Italia nel corso del 2016 è stato quello europeo, seguito dall’America Settentrionale. Rispetto allo scorso anno, quando la Germania era stata la meta preferita, quest’anno il Regno Unito registra un primato assoluto tra tutte le destinazioni, seguito da Germania, Svizzera, Francia, Brasile e Usa. La Lombardia, con quasi 23 mila partenze, si conferma la prima regione per partenze, seguita dal Veneto (11.611), dalla Sicilia (11.501), dal Lazio (11.114) e dal Piemonte (9.022). C’è però una regione che presenta un dato negativo, ed è il Friuli Venezia Giulia, da cui nell’ultimo anno sono partite 300 persone in meno (-7,3%)”.

Sono quasi 5 milioni, al primo gennaio 2017, gli italiani che vivono all’estero secondo i dati delle iscrizioni all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero). Per la precisione, sono 4.973.942, che costituiscono l’8,2% degli oltre 60,5 milioni di residenti in Italia alla stessa data. Un numero che è costantemente aumentato negli anni (nel 2006 erano poco più di 3 milioni, +60,1%).  Oltre la metà risiede in un Paese europeo, ma le comunità italiane più numerose sono in Argentina (804mila), Germania (724mila) e Svizzera (606mila). E’ il Regno Unito, comunque, il Paese che ha visto aumentare le iscrizioni all’Aire (+27.602 nell’ultimo anno). Più della metà degli italiani residenti all’estero provengono da regioni del Sud. Aumentano i single, scendono i coniugati. In crescita anche gli italiani nati all’estero: dai circa 1,7 milioni del 2014 ai quasi 2 milioni del 2017.

La manovra non è certamente la panacea per tutti i mali del Paese ed è limitata dalle insufficienti risorse disponibili. L’assunzione di circa 1.500 nuovi ricercatori è sicuramente un segnale positivo ma ancora insufficiente. Tuttavia, un impegno importante il Governo potrebbe assumerlo: far emergere l’economia sommersa combattendo l’evasione e l’elusione sia fiscale che contributiva.

Salvatore Rondello

Moody’s vede positivo per il Pil Italiano

Moody'sMoody’s rivede al rialzo le stime di crescita dell’economia italiana. L’agenzia internazionale di rating stima per il 2017 e il 2018 una crescita del Pil dell’1,3%, contro lo 0,8% e l’1% previsti in precedenza. A sostenere il miglioramento delle stime sull’Italia, spiega il Global macroeconomic outlook di Moody’s, sono sostanzialmente “la politica monetaria e di bilancio e una ripresa più forte nell’Ue”. Nel complesso la stima è di una crescita del 2,1% nell’Eurozona per il 2017 e dell’1,9% nel 2018, dopo il +1,6% del 2016.

“I robusti indicatori – spiegano gli esperti dell’agenzia parlando dell’Ue – suggeriscono che la crescita subirà un’accelerazione per il resto dell’anno, mentre l’indice di fiducia dei consumatori si attesta al top da 16 anni e fa ben sperare per una ripresa sostenuta dai consumi”. Riviste al rialzo anche le stime di crescita di Germania, al 2,2% e al 2%, e Francia, all’1,6% per il biennio 2017-18 dall’1,3% e dall’1,4%.

Immediate le reazioni politiche alle nuove stime, complici anche i dati positivi sull’andamento del fatturato nei servizi dell’Istat (che aumenta dello 0,7% rispetto al primo trimestre 2017) e sulla fiducia dei consumatori nella zona euro (con l’Italia al top). Dati, questi ultimi, sottolineati e rilanciati anche dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni: “Istat, Ue. Risultati positivi fanno crescere fiducia nella nostra economia. Impegno perché più fiducia significhi più lavoro”, scrive su Twitter.

Tra le prime voci del Pd a commentare ‘a caldo’ le nuove stime c’è Matteo Renzi, che su Facebook scrive: “Ciò che abbiamo costruito in questi anni sta finalmente dando frutti per l’Italia”. Per Ernesto Carbone si tratta di “risultati confortanti”, di chi, come il Pd e i governi Renzi e Gentiloni, ha sostenuto la crescita contro “la decrescita felice” auspicata dal M5S. “Tutti gli indicatori – afferma il responsabile sviluppo del Partito democratico – dicono che le riforme e in generale le politiche adottate dal governo Renzi e poi proseguite da quello Gentiloni stanno ottenendo importanti risultati che dovranno essere ulteriormente rafforzati e stabilizzati”. Sulla stessa lunghezza d’onda Debora Serracchiani (“Pil, l’Italia conferma il segno +. Riforme realizzate dai governi Pd hanno rilanciato la crescita con cui è possibile ridurre le diseguaglianze”), Matteo Colaninno (“Il merito, oltre che di un clima internazionale ed europeo molto più favorevole, è delle riforme che i Governi Renzi e Gentiloni hanno voluto tenacemente e coraggiosamente portare avanti”).

Di ben altro tenore i commenti dei forzisti Daniela Santanchè (“Non credo che l’Italia dovrebbe farsi influenzare dai giudizi di Moody’s) e Lucio Malan (“Siamo alle solite: un Governo che strumentalizza dei numeri velatamente positivi per sponsorizzare la propria causa”.

IL TESTIMONE

draghi 3Una giornata segnata dalla debolezza delle borse europee che riprendono fiato dopo la testimonianza del governatore della Bce Mario Draghi alla Commissione per gli affari monetari ed economici del Parlamento europeo.
Le affermazioni di Draghi guardano a un miglioramento della situazione economica dell’Eurozona, ma restano comunque caute al riguardo.
La “ripresa resistente” con l’aumento negli ultimi due anni del pil procapite del 3% nell’eurozona, il sentimento economico al top da 5 anni e la disoccupazione al 9,6%, il livello più basso da maggio 2009, “sono passi nella giusta direzione ma sono solo i primi passi”, afferma il presidente della Bce all’Europarlamento, sottolineando che “dobbiamo continuare su questa strada”. “Le decisioni di politica monetaria prese in dicembre”, ha quindi sottolineato, “sono quelle giuste nel contesto attuale”. Rispondendo a una domanda sulla possibilità di un ritorno al protezionismo a livello globale afferma: “Guardiamo con preoccupazione a annunci di potenziali misure protezionistiche”. E sull’Europa ha aggiunto: “L’Ue è stata creata sulle basi del libero scambio – dovremo giudicare quando vedremo quello che è stato annunciato”.
“L’idea di ripetere le condizioni che hanno portato alla crisi finanziaria è qualcosa di molto preoccupante”, e “l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è l’allentamento delle regole”. È il monito del presidente della Bce in riferimento all’intenzione Usa di modificare le regole del settore finanziario. “Il fatto che non abbiamo visto svilupparsi rischi per la stabilità finanziaria è una ricompensa per le azioni intraprese da regolatori e legislatori sin dallo scoppio della crisi”, ha sottolineato.
“Diversamente da una percezione diffusa, le condizioni economiche dell’eurozona sono stabilmente migliorate” ma “i rischi per le previsioni dell’eurozona restano al ribasso e sono prevalentemente legati ai fattori globali”. Draghi spiega che le decisioni di dicembre “definiscono un equilibrio tra la nostra fiducia crescente” sulle prospettive dell’eurozona, e “allo stesso tempo, alla mancanza di un chiaro segno di convergenza dei tassi d’inflazione”.
L’inflazione in aumento, infatti, sta causando frustrazione in alcuni Paesi – in testa la Germania – mentre la lenta uscita dalla crisi finanziaria sta alimentando un intenso mormorio sull’integrazione europea. Non aiuta poi la presidenza della Casa Bianca di Donald Trump che sta minacciando di strappare gli accordi commerciali già esistenti, e l’incertezza politica del Vecchio Continente che vede dopo anni alle elezioni europee di quest’anno un’ascesa di partiti estremisti.
Draghi ha anche espresso le sue preoccupazioni sul “pericolo populista” che minaccia l’abbandono dell’euro, ricordando il Trattato di Maastricht che fu una “decisione coraggiosa” e “segnò ‘una nuova tappa nel processo dell’integrazione europea’”. Alla vigilia del 25esimo anniversario dello stesso Trattato, Draghi ricorda che “con la moneta unica abbiamo forgiato bond che che sono sopravvissuti alla peggiore crisi economia dalla Seconda guerra mondiale”. “È facile sottostimare la forza di questo impegno” politico, ha ammonito, “che ci ha tenuto insieme per 60 anni” in “tempi difficili”.
“L’euro è irrevocabile, questo dice il Trattato”, afferma durante il suo intervento all’Europarlamento e quanto a un’Unione a più velocità, Draghi, dopo aver rilevato che “non è ancora chiaro” che cosa è stato detto a Malta, ha osservato: “È un concetto ancora da sviluppare, una visione appena abbozzata su cui non sono in grado di esprimere alcun commento, almeno al momento”. “Non siamo manipolatori della moneta”. Così, in italiano, il presidente della Bce Mario Draghi ha risposto all’eurodeputato Marco Zanni (Enf) sulle critiche alla Bce del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble. “Le politiche monetarie fatte riflettono le diverse posizioni nel ciclo economico dell’eurozona e degli Usa”, ha sottolineato, ricordando che nel 2013 il tasso di cambio euro/dollaro era a 1,40 e che già allora la Germania aveva un surplus commerciale del 6% con gli Usa.
Nonostante l’intervento incoraggiante di mario Draghi, Piazza Affari dopo essersi ripresa continua la sua discesa (-1,9%) e resta la piazza peggiore in Europa. Ad appesantire il Ftse Mib sono dalla mattina i titoli del comparto bancario, con le azioni di Unicredit che nel giorno dell’avvio dell’aumento di capitale flettono del 5% (-14% i diritti). Male anche Bper (-5,7%), Banco Bpm (-4,5%), Mediobanca (-3,3%), Fineco (-3,4%), Ubi (-3%). In calo anche Unipol (-4%) e Unipolsai (-3,1%). Giù Leonardo (-2,8%) e Generali (-2,9%). Fanno bene solo Cnh (+3,1%) e Telecom.
(+1,5%).
Ma a preoccupare ancora di più è la corsa al rialzo dello spread. Il differenziale di rendimento tra il Btp e il Bund vola a 200 punti base, toccando questa soglia per la prima volta da febbraio 2014. Il tasso sul decennale del Tesoro cresce al 2,35%. A pesare non solo l’incertezza economica, ma anche l’approssimarsi del pronunciamento di Moody’s, che ha un outlook negativo sul rating Baa2, atteso per venerdì 10 febbraio.
In cattive acque sullo spread con l’Italia anche la Francia. Dopo che la leader del National Front, Marine Le Pen, nel suo discorso elettorale ha annunciato che se diventerà presidente negozierà l’uscita della Francia dall’euro, lo spread Francia-Germania — ovvero il differenziale di rendimento tra i titoli decennali francesi e quelli tedeschi — si è allargato a 72 punti base, col tasso sul titolo francese a 10 anni all’1,10%, ai massimi da marzo 2013.

La tolleranza della BCE verso le agenzie di rating

agenzie-rating-672-351Come prevedibile, le agenzie di rating sono tornate al centro della scena in modo irritante. Seguendo l’esempio delle famose ‘tre sorelle’, la Standard & Poor’s, la Moody’s e la Fitche, anche la Dbrs canadese si è autonomamente assunta l’autorità morale e politica e ha declassato il sistema Italia al livello BBB.

Allo stesso tempo l’americana Moody’s sta patteggiando con il dipartimento di Giustizia americano il pagamento di una multa di ben 846 milioni di dollari per aver gonfiato le sue stime sui titoli tossici, a suo tempo legati ai mutui immobiliari, che contribuirono alla grande crisi finanziaria. È noto che in precedenza la stessa S&P aveva patteggiato una multa simile per 1,37 miliardi di dollari.

La decisione della Dbrs, già Dominion Bond Rating Service, è stata motivata con la solita “lista della spesa”: incertezza politica, debolezza del sistema bancario, alto livello delle sofferenze creditizie, crescita bassa e alto debito pubblico, ecc. L’analisi negativa è infarcita anche di semplicistiche e banali riflessioni sulla nuova legge elettorale e sulle future elezioni. Ovviamente avrà un ulteriore e concreto impatto negativo sulla credibilità dell’Italia. In particolare, quando le banche italiane chiederanno un prestito alla Bce dovranno portare in garanzia beni, titoli di stato, in quantità maggiore rispetto a prima. Il declassamento certifica l’aumento del “rischio paese” con conseguenti effetti sui mercati, sui titoli obbligazionari e sulla propensione a investire.

In verità, la cosa più irritante è il comportamento della Bce e delle altre istituzioni europee che tacciono sulle nuove evoluzioni delle suddette agenzie.
Negli anni passati si è molto parlato della necessità di creare un’agenzia di rating europea indipendente. Alla fine non se ne è fatto niente.
Nonostante il fatto che varie commissioni d’indagine del Congresso americano avessero denunciato le tre grandi agenzie di rating americane per complicità, corruzione, conflitto di interesse e per tante altre malefatte in relazione alla bolla dei mutui subprime e a quella dei derivati finanziari ad alto rischio, la Bce non ha mai volute mettere in discussione la credibilità delle “tre sorelle”. Ha solo deciso nel 2008 di affiancare loro la Dbrs, volendo forse farci illudere che, in quanto canadese, essa sarebbe potuto essere realmente indipendente. Niente di più errato. Purtroppo è proprio la Bce a conferire alle quattro agenzie di rating l’autorità di interferire pesantemente con l’andamento economico dei paesi europei.

Per qualche ragione inspiegabile la Bce e altri istituti europei sono stati e sono ancora meno critici e più tolleranti verso l’operato delle agenzie di rating rispetto alle stesse autorità americane. È il momento che Francoforte dia qualche spiegazione.

La Dbrs, creata nel 1976, ha il suo quartier generale a Toronto, in Canada, ma oggi è forse la più americana di tutte. Dal 2015 essa è controllata da un consorzio di interessi, guidato dal The Carlyle Group di Washington e dalla Warburg Pincus di New York.
La Carlyle è il più grande private equity al mondo coinvolto soprattutto nei settori della difesa e degli investimenti immobiliari. Si ricordi che il private equity è un fondo che di solito raccoglie capitali privati con l’intenzione di acquisire imprese non quotate in borsa. La Carlyle è impegnata in numerosi fondi di investimento e anche in hedge fund speculativi. Fino al 2008 era conosciuta come la multinazionale che vantava stretti rapporti politici, in particolare con la famiglia Bush e con la casa reale saudita. Una sua controllata, la Carlyle Capital Corporation, che si era specializzata nella speculazione finanziaria con derivati emessi sui mutui subprime e sulle ipoteche, nel 2008 divenne insolvente (in default) per oltre 16 miliardi di dollari!

Anche Warburg Pincus è un fondo di private equity frutto della fusione di due banche. Esso è grandemente impegnato nei settori dei servizi finanziari, dell’energia e delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni. Il suo presidente attuale è Timothy Geithner, già ministro del Tesoro dell’Amministrazione Obama, che ha coordinato tutte le operazioni di salvataggio finanziario delle banche e delle assicurazioni in crisi dopo il 2008. È doveroso chiedere alla Bce di rendere conto delle ragioni della grave decisione di sottoporre governi e istituti creditizi alla valutazione di agenzie di rating non affidabili, forse politicamente condizionate e sicuramente interessate agli andamenti di borsa.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi