Barbagallo: “Sicurezza sul lavoro bene indisponibile”

BarbagalloAngeletti-UIL

Il 14 luglio scorso, dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ha visto ufficialmente la luce il cosiddetto decreto dignità che già tante polemiche e veleni ha sparso, che adesso si trova all’esame del Parlamento che lo dovrà convertire in legge. Sui contenuti di questo decreto, e su altri temi di attualità legati al mondo del lavoro, abbiamo intervistato Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil.

Segretario Barbagallo, qual è il giudizio della Uil sul decreto dignità varato di recente dall’attuale Governo?
Le novità introdotte dal cosiddetto decreto dignità in materia di lavoro, rappresentano per la Uil un primo, seppur debole, passo verso un miglior bilanciamento di tutele e diritti per le lavoratrici e lavoratori. In particolare, la regolamentazione in materia di delocalizzazione è in sintonia con le proposte avanzate dalla Uil. Così come ci trovano concordi le misure per il contrasto alla ludopatia. Non condividiamo, invece, l’introduzione del criterio di “equipollenza” tra contratti a termine diretti e in somministrazione, considerata la differenza di natura e finalità che li caratterizza. Siamo, però, favorevoli alla reintroduzione delle causali, di cui sarebbe auspicabile un ritorno anche per il primo contratto a tempo determinato. Manca, invece, una normativa di “raccordo” tra la precedente disciplina e quella attuale. Ci riferiamo, in particolare, a un periodo transitorio che consenta, senza perdite occupazionali, proroghe e rinnovi per i contratti in essere.

Quali considerazioni trarre dalla verifica dei dati della rappresentanza sindacali, richiesta recentemente dal ministro Di Maio? Va nell’ottica dell’imbavagliare i sindacati? E c’è qualche sindacato “amico” o che ha comunque in gran simpatia l’attuale governo e il ministro del lavoro?
Non vedo questi “rischi”. La questione è un’altra e la nostra posizione al riguardo è semplice e chiara. Il vice premier Di Maio chiede una verifica dei dati relativi alla rappresentanza sindacale? Noi siamo prontissimi. Peraltro, per avere chiaro il quadro della rappresentatività dei sindacati, basta leggere i risultati delle consultazioni elettorali che, sistematicamente e a scrutinio segreto, si svolgono in tutti i luoghi di lavoro, coinvolgendo tutti i lavoratori.  Ad esempio, nelle recenti elezioni per il rinnovo delle Rsu nel pubblico impiego, dove esiste già una legge che regolamenta il tutto, ha votato circa il 90% dei lavoratori coinvolti. Il livello di partecipazione, dunque, è stato altissimo ed è stata così confermata la volontà di farsi rappresentare, in particolare, dal sindacato confederale per la tutela dei propri interessi e la difesa dei propri diritti. Ovviamente, si vota anche in tutti i luoghi di lavoro del settore privato e gli esiti emersi dalle singole imprese sono conosciuti e pubblicizzati. Anche in questo caso, peraltro, c’è già un’intesa tra sindacati e associazioni imprenditoriali per la verifica e la misurazione della rappresentanza: occorre, semplicemente, che venga applicata in toto per avere un quadro complessivo e generalizzato della rappresentatività. A tal proposito, il sistema delle imprese, da un lato, e il Ministero del lavoro, dall’altro, hanno da svolgere alcune incombenze. Insomma, quanto “pesano” i sindacati è cosa nota e se occorre qualche intervento per ufficializzare e pubblicizzare questo dato, la Uil è a disposizione.

Parliamo del caporalato: come combattere questo ritorno a uno sfruttamento che ricorda molto da vicino il mercato degli schiavi?
Nonostante tutti gli sforzi messi in campo e i provvedimenti varati anche su sollecitazione del sindacato, il caporalato continua a essere una piaga per il mondo del lavoro. Per debellare questo fenomeno, bisogna aumentare i controlli e tenere alta la vigilanza sul territorio. Su questo fronte, la Uil sta conducendo una battaglia in prima linea, anche con sacrifici personali e rischi per la propria incolumità di alcuni nostri attivisti. Bisogna proseguire su questo terreno ed estirpare la mala pianta. La cosa paradossale, però, è che accanto a un caporalato, per così dire, “tradizionale”, c’è anche un nuovo caporalato che si sta affermando, con il cosiddetto nuovo che avanza. Alcune imprese 4.0, soprattutto multinazionali, attraverso le piattaforme digitali e tramite app, offrono lavoretti senza garanzie e tutele contrattuali. Insomma, siamo di fronte a una sorta di caporalato 4.0 che pone problemi altrettanto seri e che sfrutta soprattutto le difficoltà e le necessità dei giovani. Tutto ciò fa capire perché ci sia sempre più bisogno di sindacato e perché la nostra battaglia debba proseguire con maggior vigore e determinazione, nonostante alcuni attacchino in modo pretestuoso e scomposto il movimento sindacale.

I voucher, che tanto hanno fatto discutere anche la stessa maggioranza di governo, per non parlare dell’opposizione, possono contribuire a limitare il fenomeno o lo aggraverebbero?
In agricoltura, così come nel turismo, l’uso dei voucher non deve essere ampliato, altrimenti aumenta in automatico la precarietà. È dimostrato, infatti, che a una diminuzione dei voucher corrisponde un incremento dei contratti stagionali che, pur essendo improntati a criteri di spiccata flessibilità, preservano alcune importanti tutele per i lavoratori coinvolti. Al contrario, come si allargano le maglie per i voucher, i contratti stagionali diminuiscono. Insomma, in questi specifici settori e in particolari condizioni, esistono già tutti gli strumenti contrattuali per coniugare le esigenze delle imprese con le garanzie ai lavoratori: non è necessario altro.

A proposito di Salvini, sull’accoglienza avete idee ben diverse da quelle del ministro dell’interno? Come dovrebbero affrontare l’Italia e l’Europa il problema delle migrazioni, ormai diventato una sfida epocale?
In questa tragedia, l’Europa continua a essere colpevolmente assente, mentre dovrebbe gestire l’accoglienza, garantendo una ripartizione che tenga conto delle dimensioni dello Stato membro, del Pil e del lavoro disponibile. Intanto, il prezzo continuano a pagarlo i migranti: uomini, donne e bambini. Questo è inaccettabile. Così come è altrettanto inaccettabile che questi esseri umani siano abbandonati a loro stessi, prima vittime di malfattori e delinquenti che si approfittano della loro condizione di bisogno, e poi ostaggio dei contrasti della politica.  Secondo la normativa internazionale e la legge del mare, chi è in pericolo, va soccorso. L’Europa, poi, dovrebbe gestire il successivo smistamento dei flussi.

Per quanto riguarda l’Europea, le attuali spinte nazionaliste e le nuove e vecchie destre, con un forte asse antieuropeo che sta prendendo piede all’interno della stessa Unione, possono portare alla dissoluzione di un sogno lungo settant’anni?
Questa Europa della finanza, dei burocrati e della politica dell’austerità a noi non è mai piaciuta. Ma dall’Europa non si può più prescindere e uscire dall’euro ci costerebbe molto più dei sacrifici fatti per entrarvi. Dobbiamo, invece, contribuire a rifondarla sul sociale, sul lavoro, sullo sviluppo, sui popoli. Soprattutto, dobbiamo imporre regole di solidarietà che valgano sempre e per tutti. Insomma, serve più Europa, con più politiche comuni, a partire da quelle fiscali sino a quelle sulla difesa. Ma i cittadini europei devono potere influire di più sui nuovi assetti e sulle scelte che ne conseguono. Questa è l’Europa che vogliamo, in cui crediamo e che vorremmo trasferire ai nostri figli, quelli della cosiddetta generazione Erasmus. Spetterà forse a loro, forti di questa esperienza di scambi formativi, gettare basi culturali, più solide e più profonde, per la costruzione di un edificio comune più accogliente e meglio organizzato.

Padova, Carrara, Napoli, si allunga sempre di più l’elenco dei morti sul lavoro. Sembra proprio che il diritto alla vita dei lavoratori, degli operai in particolar modo, sia diventato un’optional. Come si può fermare questa strage continua?
Dobbiamo impostare la nostra azione sindacale sapendo che la salute e la sicurezza sono beni indisponibili, sono una precondizione del rapporto di lavoro e un dovere del datore di lavoro. Non basta, però, affermare principi, bisogna salvare vite umane. Pertanto, noi chiederemo che si investa di più in prevenzione e si accrescano i poteri di controllo e interdizione in capo ai rappresentanti per la sicurezza. Al tempo stesso, riteniamo che sia anche necessario costruire sia un sistema di inasprimento delle pene, che in alcuni casi determinati possa fungere da deterrente per comportamenti illegittimi, sia un sistema premiale sulla base di logiche assicurative già operanti.

Antonio Salvatore Sassu

Padova, Carrara, Napoli. Altri tre operai morti sul lavoro

morti-lavoro-3-704x385Cresce il numero delle morti bianche. In due città diverse, due operai sono morti sul posto di lavoro ieri, mentre martedì a Napoli un altro ragazzo di appena 21 anni ha perso la vita per un lavoretto in nero.
Ieri mattina a Marina di Carrara è morto Luca Savio, travolto da un blocco di marmo. L’uomo aveva 40 anni e aveva un contratto di soli sei giorni, aveva firmato il 6 luglio, ma aveva iniziato a lavorare il 9 luglio. Secondo una prima ricostruzione, il lavoratore dopo essere stato schiacciato dal blocco ha avuto un arresto cardiaco, conseguenza dei gravissimi traumi riportati. I soccorritori hanno provato a rianimarlo sul posto per 30-40 minuti, ma purtroppo non c’è stato niente da fare.
“Siamo di nuovo qui a piangere un altro morto sul lavoro a Carrara. È già il secondo in pochi giorni. Ma oramai
anche le nostre lacrime sembrano appartenere alla vuota routine. È ora di dire basta a questa strage oramai
quotidiana”, così il presidente di Acli Toscana, Giacomo Martelli sulla sciagura avvenuta.
Secondo i dati diffusi dalla Regione Toscana, in 10 anni gli infortuni subiti dagli operai nelle cave delle Apuane è sceso dai 174 del 2006 ai 61 del 2016, ma nello stesso arco di tempo è aumentato il numero gli infortuni mortali: 1 nel 2006, 1 nel 2007, 1 nel 2010, 1 nel 2012, 2 nel 2015 e 3 nel 2016. Il 2017 è stato l’anno migliore durante il quale non si sono registrate perdite sul lavoro, mentre dall’inizio del 2018 quello di oggi rappresenta il secondo infortunio mortale nel settore del marmo.
Sempre ieri a Campodarsego, in provincia di Padova, un operaio 45 anni, di Modena e titolare di una ditta esterna che lavorava per la Maus, è morto cadendo da una impalcatura. Il lavoratore stava effettuando lo smontaggio di un macchinario, che doveva essere imballato per poi essere spedito negli Stati Uniti, quando all’improvviso ha perso stabilità ed è caduto, sbattendo violentemente la testa su un altra macchina e procurandosi un profondo taglio che ha causato un arresto cardiocircolatorio.
Negli ultimi mesi la Maus, che annovera una 40ina di dipendenti, è stata al centro di diverse vertenze sindacali. “Si tratta di un’azienda ad altissima tecnologia- spiega Loris Scarpa, segretario provinciale di Fiom- le difficoltà economiche rischiano troppo spesso di riflettersi sugli investimenti per la sicurezza. È una situazione devastante”.
Martedì a Napoli Salvatore Caliano, ha perso la vita nel cuore di Napoli mentre puliva il lucernario dell’ascensore in un palazzo di via Duomo. La vetrata non ha retto e il ragazzo è precipitato dal quarto piano. Salvatore lavorava per il bar Tico di via Duomo, all’incrocio con via San Biagio dei Librai. Era entrato in quel palazzo, al civico 238, per un lavoretto che gli sarebbe servito ad arrotondare. Nel quartiere, tutti sapevano di quell’incarico a nero. Alla tragedia della morte, il tentativo squallido di occultare il lavoro in nero: “Aveva accettato di pulire un lanternino nella sua ora di spacco, a pranzo – sostiene una signora – lo dimostra il fatto che avesse ancora i guanti”. Una versione confermata anche da altri testimoni: “I guanti glieli hanno tolti solo in ospedale, non ci vengano a dire che era salito in quel palazzo per portare il caffè perché è una menzogna”, afferma un altro soccorritore.

Muore un altro operaio travolto da una lastra di marmo

operaio lonateUn altro operaio muore lavorando. Negli ultimi mesi a morire sono soprattutto lavoratori edili in ditte appaltatrici, stavolta è accaduto in un cantiere edile di via Mantova, a Lonato del Garda (Brescia), dove un operaio di 59 anni è rimasto schiacciato sotto il cestello elevatore dell’autocarro sul quale stava lavorando. L’incidente è avvenuto ieri intorno alle 11 e l’uomo ha perso subito conoscenza e non si è mai ripreso durante le prime operazioni di soccorso. Ora l’operaio è deceduto in seguito alle gravi lesioni riportate.
Secondo la prima ricostruzione dei fatti, al vaglio dei carabinieri della Compagnia di Desenzano del Garda e dei tecnici dell’Ats, l’operaio si trovava nel cestello quando una lastra di marmo del peso di 40 quintali si è staccata travolgendo il mezzo, che si è ribaltato ferendo il 59enne, rimasto sotto la struttura in metallo. Sarà anche da appurare se le vigenti leggi sul lavoro sono state rispettate. Il cantiere interessato è quello della lottizzazione dell’area “Catalpa”.

Verona, muore operaio schiacciato da lastra di cemento

pasquale-misitano-morto-verona-schiacciato-da-cemento-720x407Una strage ‘bianca’, un altro morto sul lavoro. Un operaio, che lavorava per una ditta che opera in subappalto nel cantiere per la realizzazione della variante alla SP.6 dei Lessini, è rimasto schiacciato sotto una pesante sponda di cemento che non era fissata bene ai ganci di sicurezza. Inutili i soccorsi dei colleghi di lavoro e dei sanitari del 118, arrivati con l’elicottero di Verona Emergenza assieme ai Vigili del fuoco.
Pasquale Misitano stava lavorando vicino ad un muretto nel cantiere della variante alla Sp6 quando questo è stato travolto.
L’uomo lascia due figli piccoli e la moglie in attesa del terzogenito. La ricostruzione del tragico incidente è al vaglio degli inquirenti.
Sul posto anche il personale della Poliza di Verona e dei vigili del fuoco, con due squadre più un’autogru, oltre ai tecnici dello Spisal dell’Ulss 9 Scaligera e ai carabinieri di Grezzana.

Incidenti sul lavoro. Nel 2017 aumentano le morti bianche

Assegno di ricollocazione

LA DOMANDA ANCHE DAI PATRONATI

A partire dal 28 maggio scorso è più semplice fare richiesta per l’assegno di ricollocazione, la dote che lo Stato fornisce al disoccupato che percepisce la Naspi Inps da almeno 4 mesi per la sua formazione e riqualificazione, così da renderlo “appetibile” per le imprese e il mercato del lavoro in generale: sarà infatti possibile – ha fatto recentemente sapere il Ministero del lavoro – richiederlo anche rivolgendosi ai patronati convenzionati con l’Anpal.

E’ entrato così nella piena operabilità il principale strumento delle politiche attive del lavoro introdotto con il Jobs act, la cui messa a regime si è avuta il 14 maggio dopo un periodo di sperimentazione. «In questo modo si completano le misure previste dal Jobs Act – ha al riguardo dichiarato il presidente dell’Anpal, Maurizio Del Conte – e si vedono quindi i frutti del lavoro svolto dalla nascita dell’Agenzia ad oggi, un lavoro pioneristico per molti aspetti, che abbiamo portato avanti insieme al Ministero del Lavoro e in forte sinergia con le Regioni».

«Sono soddisfatto – ha del pari affermato l’ex ministro del Welfare, Giuliano Poletti – con l’avvio definitivo dell’assegno di ricollocazione, strumento essenziale per dare concreta attuazione alle politiche attive, aiutiamo le persone a trovare un lavoro: tutte le nostre politiche sono state finalizzate a questo obiettivo, non ad offrire un sostegno assistenzialistico».

L’assegno di ricollocazione può essere richiesto dai beneficiari di Naspi Inps da almeno 4 mesi. La somma di denaro messa a disposizione può essere utilizzata presso un Centro per l’Impiego o un’Agenzia per il lavoro accreditata, che assegnerà un tutor al disoccupato, per essere affiancato in un programma personalizzato di ricerca intensiva di un nuovo impiego.

L’importo dell’assegno – da un minimo di 250 euro ad un massimo di 5.000 euro, a seconda del tipo di contratto e del grado di difficoltà per ricollocare il disoccupato – viene riconosciuto all’ente che fornisce il servizio di assistenza alla ricollocazione, solo se la persona titolare dell’assegno trova lavoro.

Le tipologie di contratto per le quali si riconosce l’esito occupazionale sono il tempo indeterminato, compreso l’apprendistato, il tempo determinato, maggiore o uguale a 6 mesi (3 mesi per Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia). Il destinatario dell’assegno può scegliere liberamente l’ente da cui farsi assistere: il Centro per l’Impiego o l’operatore accreditato scelto assegnerà – come detto – un tutor che lo affiancherà attraverso un programma personalizzato di ricerca intensiva per trovare nuove opportunità di impiego adatte al suo profilo.

La sperimentazione finora ha interessato circa 29 mila destinatari estratti in maniera casuale dallo stock di potenziali destinatari comunicati dall’Inps. Costoro potevano iscriversi al programma rivolgendosi ai centri per l’impiego dove era stato sottoscritto il patto di servizio personalizzato, oppure registrandosi al sito – ottenendo le credenziali di accesso per l’area riservata – e seguendo l’apposita procedura. Dal 14 maggio 2018 l’assegno di ricollocazione è entrato a regime per tutti gli aventi diritto.

Incidenti sul lavoro

NEL 2017 AUMENTANO LE MORTI BIANCHE

Tra gennaio e dicembre del 2017 sono state presentate all’Inail 635.433 denunce di infortuni sul lavoro (-0,2% rispetto al 2016), 1.029 delle quali con esito mortale (+1,1% rispetto al 2016). Lo rende noto l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro.

Denunce di infortunio 

La diminuzione delle denunce di infortunio, 1379 in meno rispetto al 2016 – secondo i dati Inail – è dovuta esclusivamente al calo degli incidenti in occasione di lavoro (-0,7%), mentre quelli accaduti nel tragitto casa-lavoro, in itinere, sono aumentati del 2,8%. Sull’inversione di tendenza registrata tra il 2016 e il 2017 (-0,2%) ha avuto un peso decisivo, secondo l’Istituto, il mese di dicembre, nel quale sono state rilevate 3.395 denunce in meno (39.524 contro 42.919) rispetto allo stesso mese del 2016 (-7,9%), anche in presenza di un numero più basso di giorni lavorativi (18 contro 20).

Alla diminuzione delle denunce presentate all’Istituto nei 12 mesi del 2017 ha contribuito in modo decisivo la gestione Agricoltura, che ha fatto segnare un calo del 5,2% (1.848 casi in meno), mentre il Conto Stato ha presentato un aumento dello 0,4% (443 denunce in più) e l’Industria e servizi un sostanziale pareggio (+26 casi).

A livello territoriale si assiste a un netto contrasto tra Nord e Centro-Sud. Tra gennaio e dicembre le denunce di infortunio sono, infatti, aumentate al Nord-Est (1.171 casi in più) e al Nord-Ovest (+1.133), mentre sono diminuite al Centro (-1.108 casi), al Sud (-1.435) e nelle Isole (-1.140). Gli aumenti più sensibili, sempre in valore assoluto, si sono registrati in Lombardia (+1.708 denunce) ed Emilia Romagna (+1.177), mentre le riduzioni maggiori sono quelle della Sicilia (-1.304) e della Puglia (-1.078).

Infortuni mortali

Per quanto riguarda gli incidenti mortali, le denunce presentate all’Inail nei 12 mesi del 2017 sono state 1.029, con un incremento dell’1,1% all’analogo periodo del 2016 (+1,1%). L’incremento registrato nel 2017 è dovuto agli incidenti mortali avvenuti in itinere (+5,2%), mentre quelli in occasione di lavoro sono diminuiti dello 0,4%.

Tra i motivi dell’incremento delle denunce mortali tra il 2016 e il 2017, secondo i dati dell’Istituto, rientrano senz’altro i cosiddetti incidenti plurimi, eventi, cioè, che hanno provocato la morte di almeno due lavoratori contemporaneamente. Nel 2017 si sono verificati, infatti, 13 incidenti plurimi rispetto ai sei del 2016. Tra gli incidenti plurimi del 2017 spiccano, in particolare, le due tragedie avvenute in gennaio in Abruzzo, a Rigopiano e Campo Felice.

L’aumento si è registrato nella gestione Industria e servizi (+1,9%), in Agricoltura (+6,0%), mentre il Conto Stato riduce la percentuale del 29,5%. Dall’analisi territoriale emerge un aumento delle denunce mortali nel Nord-Ovest e nel Mezzogiorno e un calo nel Nord-Est e nel Centro.

L’incremento maggiore (+44 decessi) si è avuto nel Nord-Ovest (Lombardia +19, Liguria +16, Piemonte +7, Valle d’Aosta +2), seguito dal Mezzogiorno con 15 casi in più (Abruzzo +28, Molise +2, Campania -9, Puglia -3, Basilicata -3, Calabria nessuna variazione) e dalle Isole, con un caso in più (Sicilia +5, Sardegna -4). Le denunce di infortunio con esito mortale sono in diminuzione, invece, nel Nord-Est (-40 casi), dove ai cali rilevati in Veneto (-28), Emilia Romagna (-13) e provincia autonoma di Trento (-5) si contrappone l’incremento del Friuli Venezia Giulia (+6 casi), mentre per la provincia autonoma di Bolzano non si rileva nessuna variazione. In diminuzione anche il dato del Centro (-9 decessi), sintesi della riduzione rilevata in Umbria e nelle Marche (-5 ciascuna) e dell’aumento di un caso nel Lazio, con la Toscana che conferma, invece, lo stesso numero di denunce del 2016.

Banche

PERSI 44MILQ POSTI DI LAVORO IN 8 ANNI

Forte calo dell’occupazione nel comparto bancario. Secondo quanto rilevato da First Cisl, in otto anni sono andati persi 44mila posti di lavoro. A fine 2009 i bancari italiani erano 330mila, nel 2017 sono scesi quasi a quota 286mila. Solamente nel corso del 2017 i posti persi sono stati 13.500. Un’emorragia, spiega il sindacato, “che prosegue con i piani di uscita dei grandi gruppi”.

“Al Nord abbiamo perso un addetto ogni 10, al Sud quasi 2 su 10. E’ un tributo occupazionale enorme versato sull’altare della mancata riforma del sistema bancario. Il cambiamento non può più attendere”, ha commentato il segretario generale di First Cisl, Giulio Romani, che ha aggiunto: “I tempi per una riforma che tuteli il risparmio e il lavoro e che rilanci l’occupazione sono maturi”.

“Nessuno – ha proseguito Romani – venga più a dirci che il personale costa troppo: ai 2,9 miliardi di utile realizzati dai cinque maggiori gruppi bancari italiani nei primi tre mesi del 2018 hanno dato un enorme contributo i 5 miliardi delle commissioni nette, che sono strettamente correlate al fattore lavoro e valgono il 119% del costo del personale, contro il 112% di fine 2017. L’efficienza del personale è dunque molto alta e il costo del lavoro assorbe solo il 33% dei proventi operativi. Lo straordinario apporto dei dipendenti va riconosciuto tangibilmente: il tempo dei tagli economici e occupazionali è finito, è ora di coinvolgere i lavoratori negli organi di controllo delle banche”.

Quanto al rilancio occupazionale, ha spiegato il responsabile dell’Ufficio Studi di First Cisl, Riccardo Colombani, si tratta di “una priorità, poiché dal 2009 abbiamo avuto flessioni a doppia cifra in tutte le aree del Paese, anche se una lettura superficiale delle rilevazioni della Banca d’Italia può trarre in inganno, indicando illusori incrementi in province come Torino o Bergamo, che nell’ultimo anno sembrano cresciute l’una di 3.000 e l’altra di 500 addetti, mentre non è così”.

“Il problema – ha continuato Colombani – è che per il 2017 la vigilanza ha attribuito alla provincia della nuova capogruppo gli addetti delle ex direzioni delle banche che sono state oggetto di integrazione, per cui chi lavora nelle ex sedi delle venete è conteggiato come fosse a Torino, sede legale di Intesa Sanpaolo, chi sta negli ex uffici centrali di Banca Marche e di Etruria è sul conto di Bergamo, sede di Ubi, chi è nelle direzioni delle tre casse acquisite da Cariparma è contabilizzato a Parma. Stimando opportuni correttivi sulle varie regioni coinvolte, riteniamo realistico affermare che in otto anni il Nord Ovest ha perso poco meno dell’11% dei suoi bancari, il Nord Est il 12,5% circa, l’Italia Centrale poco più del 16% e il Mezzogiorno quasi il 17%, mentre nel solo 2017 il Sud è sceso più del 5% contro un calo di poco superiore al 4% al Nord, con il Centro anche in questo caso collocato su un valore intermedio”, ha concluso il responsabile.

Carlo Pareto

Morti sul lavoro:
dati da paese incivile

mortibiancheNei giorni scorsi un giovane operaio di 19 anni è morto in un’azienda veneta schiacciato da un macchinario. Il povero Michele, dopo il diploma, aveva deciso di aiutare la famiglia trovando impiego in una fabbrica di laterizi. La straziante e commovente lettera della fidanzatina, dà il conto della tragedia umana e famigliare: una vita spezzata a neppure vent’anni, sogni e speranze che se ne vanno con un lavoro che dovrebbe essere di sostegno a un’esistenza e a una prospettiva di futuro, anziché segnarlo per sempre. Si tratta, purtroppo, di una delle tante vittime del lavoro in Italia, a segnare un dato che, seppur in calo, supera le 1.000 all’anno, una cifra inattesa per un paese civile. La situazione non può che spingere a una profonda riflessione sul tema della sicurezza dei luoghi di lavoro. L’intervento dei segretari provinciali di CGIL, CISL e UIL segna alcuni punti importanti: “il lavoro chiede un tributo di sangue che non può essere né sottovalutato né sottaciuto.

Ci ribelliamo al considerare ineluttabili le morti e gli infortuni sul lavoro e richiamiamo tutti alla massima vigilanza perché questo non continui a succedere applicando le norme e la formazione con rigore e perché si faccia della sicurezza un diritto certo ed esigibile. Ribadiamo ancora una volta l’imprescindibile necessità che la sicurezza nei luoghi di lavoro dev’essere per tutti una priorità e che la prevenzione e la formazione sono indispensabili per un lavoro sicuro e di qualità”. Alcune domande sorgono allora spontanee:  i nostri luoghi di lavoro sono davvero così insicuri? Se si, perché? Le autorità preposte attuano le verifiche indispensabili? La burocrazia e le leggi nazionali sono chiare? I lavoratori sono opportunamente preparati sui temi della sicurezza? C’è un modo per facilitare gli investimenti in sicurezza? La sicurezza viene vista dalle imprese come un costo o come un investimento? Esistono modelli di sicurezza verso cui tendere? Esistono modi di monitorare l’efficacia degli investimenti in sicurezza? Tenuto fermo che la giovane vita di Michele ormai è spezzata, e che non potremo restituirlo alla sua famiglia, così come non potremo restituire le tante, troppe vittime bianche di questa emergenza nazionale, possibile che non si riesca ad aprire una riflessione seria sul perché di queste tragedie? Auspico una dovuto dibattito da parte delle associazioni di categoria e dei lavoratori e la necessaria attenzione da parte del mondo politico. Ormai non si tratta di una questione di statistiche, ma di civiltà.

Leonardo Raito

Morti sul lavoro, sono 753 da gennaio a settembre

morti-biancheSecondo l’ultima analisi condotta dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro di Vega Engineering sulla base di dati INAIL, da gennaio a settembre 2016 sono 753 le morti bianche rilevate in Italia di cui 549 infortuni mortali avvenuti in occasione di lavoro e 204 quelli accaduti in itinere.
Rispetto allo stesso periodo del 2015, quando si contavano 856 vite spezzate, il decremento della mortalità è pari al 12,3 per cento.

L’Emilia Romagna, con 70 infortuni mortali rilevati in occasione di lavoro, si mantiene alla prima posizione della triste graduatoria per numero di morti bianche. Al secondo posto troviamo il Veneto con 59 incidenti mortali, mentre con 57 vittime si localizza in terza posizione la Lombardia. In questo triste scenario l’eccezione è rappresentata dalla Valle D’Aosta che ad oggi non registra infortuni mortali.

Per quanto riguarda le macro aree, dall’analisi si evince che è il Sud Italia, rappresentato da Campania, Puglia, Basilicata e Calabria, a registrare il dato peggiore con 119 casi di morti rilevati in occasione di lavoro.

Roma, ancora una volta, guida la tragica classifica provinciale degli infortuni mortali sul lavoro con un totale di 27 vittime registrate, seguita da Bologna e Torino con 16 decessi.

Il settore economico che conta il maggior numero di morti bianche (74 pari al 13,5% del totale dei casi di morte in occasione di lavoro) è rappresentato dalle Costruzioni. Si posizionano al secondo posto le attività manifatturiere con 65 decessi (pari all’11,8% del totale) e al terzo il settore del trasporto e magazzinaggio con 62 casi pari all’11,3%.

Da gennaio ad ottobre si contano 84 stranieri deceduti (il 15,3 per cento del totale) e 36 donne. La fascia d’età più colpita – che costituisce il 33,3 per cento di tutte le morti rilevate in occasione di lavoro – risulta essere sempre quella compresa tra i 45 e i 54 anni. Tuttavia, l’incidenza più elevata della mortalità rispetto alla popolazione lavorativa coinvolge gli ultra sessantacinquenni.

I dati sopra citati sono disponibili attraverso la pubblicazione mensile sul sito www.vegaengineering.com.

Se il datore di lavoro
è inadempiente,
il TFR lo paga l’Inps

Datore inadempiente
IL TFR LO PAGA L’INPS

Il principale non paga il Tfr? Nessun problema per il lavoratore, che può ottenere la liquidazione del trattamento di fine rapporto direttamente dall’Inps. Di fronte all’insolvenza del datore di lavoro non soggetto a procedure concorsuali, si ricorda, bastano l’esistenza e la consistenza del credito risultanti da un titolo (anche giudiziale) e l’insufficienza del patrimonio ereditario. A chiarirlo è stata la Cassazione con la recente sentenza n. 8072/2016 che si è pronunciata sul caso di alcune dipendenti di una società in accomandita semplice che trascinavano in giudizio il fondo di garanzia dell’Inps per il pagamento del Tfr, oltre agli ultimi stipendi dovuti in seguito alla cessazione del rapporto di lavoro. “In caso di insolvenza del datore di lavoro non soggetto alle disposizioni della legge fallimentare – si legge nella sentenza – qualora il lavoratore agisca, ai sensi dell’art. 2 della legge 29 maggio 1982, n. 297, nei confronti del fondo di garanzia per ottenere il pagamento del trattamento di fine rapporto gravante sull’eredità giacente, presupposto per l’obbligo di intervento del fondo sono a) l’esistenza e la consistenza del credito risultante da un titolo anche giudiziale, che il lavoratore ha l’onere di precostituire, e b) l’insufficienza del patrimonio ereditario, che può considerarsi provata, oltre che con l’esperimento infruttuoso dell’esecuzione o con lo stato di graduazione dei crediti predisposto dal curatore dell’eredità giacente, anche con la dichiarazione del curatore dell’insufficienza delle garanzie patrimoniali del debitore e dell’impossibilità di procedere alla liquidazione concorsuale per incapienza dell’attivo”.

 Morti sul lavoro
ALLARME INAIL, +16% nel 2015

Sono tornati a salire nel 2015 gli incidenti mortali sul lavoro: +16% le denunce rispetto al 2014, 1.172 casi a fronte dei 1.009 dell’anno precedente. Ma i primi dati del 2016 sono migliori: nel primo trimestre dell’anno in corso, infatti, le denunce di infortunio con esito mortale sono state 176, con un calo del 14,6% rispetto all’analogo periodo 2015. La stima è dell’Inail secondo cui si tratta di “un dato preoccupante che interrompe un andamento comunque positivo”. Dal 2010-2014, infatti, annota ancora l’istituto, le denunce hanno registrato una flessione del 24,21%. L’Inail in occasione del 1° maggio, Festa del Lavoro, e della tradizionale cerimonia di celebrazione alla presenza del Presidente della Repubblica ribadisce “il proprio impegno per l’efficace tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori e per la diffusione e promozione della cultura della prevenzione”. Nel 2015 inoltre sono state 632.665 le denunce di infortunio sul lavoro pervenute all’Inail, con una flessione del 3,9% rispetto alle 658.514 dell’anno precedente. Il dato, spiega l’Istituto, è in linea col costante andamento positivo registrato nel Paese negli ultimi anni che, nel solo quinquennio 2010-2014, ha visto una contrazione complessiva delle denunce pari al 23,9%. Dati questi, nel complesso, però ancora provvisori, spiega ancora l’Inail, perché si riferiscono a denunce oggetto di procedimenti istruttori ancora in corso. Il 2016 comunque sembra essersi avviato positivamente: le ultime rilevazioni disponibili registrano che, nel periodo compreso tra il 1° gennaio e il 31 marzo, infatti, le denunce di infortunio compresi i casi mortali, sono state 152.573, con una riduzione dello 0,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le denunce di infortunio con esito mortale sono state 176, con un calo del 14,6% rispetto all’analogo periodo del 2015. “I dati dell’andamento infortunistico disponibili sono positivi, ma non devono comunque far abbassare la guardia. Finché ci sarà un solo morto per il lavoro, sarà una sconfitta per tutte le istituzioni”, commenta ancora l’Inail. Quanto all’impegno finanziario l’Inail ricorda le risorse impiegate per il miglioramento degli ambienti di lavoro nel 2015, sono state pari a un miliardo e 300 milioni negli ultimi cinque anni. Un sistema di finanziamenti che prosegue nel 2016, “anche con iniziative speciali per settori a maggior rischio”. A cominciare dalla bonifica dell’amianto, inserito nel bando ISI di dicembre 2015, cui sono stati destinati 83 milioni di euro. All’innovazione tecnologica in agricoltura sarà dedicato, invece, entro l’anno un bando di finanziamento per 45 milioni di euro (35 milioni nel 2017).

Canali online e assistenza diretta
SI RAFFORZA COLLABORAZIONE TRA CONSULENTI LAVORO E EQUITALIA

Equitalia e Consulenti del lavoro rafforzano la collaborazione per offrire un servizio di assistenza sempre più attento ai contribuenti che si trovano alle prese con cartelle di pagamento, rateizzazioni e procedure di riscossione. Il protocollo d’intesa, firmato oggi dall’amministratore delegato di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini e dalla presidente del Consiglio nazionale dei Consulenti del lavoro, Marina Calderone, prevede l’utilizzo di canali di contatto online, incontri formativi e tavoli tecnici di confronto, anche con l’intervento degli enti impositori, volti a esaminare argomenti di interesse comune. Il protocollo pone le basi per il rinnovo degli accordi tra le strutture territoriali con l’obiettivo di una capillare cooperazione finalizzata a rendere più agevole e diretto il rapporto tra fisco e contribuenti. In particolare, grazie agli accordi che saranno sottoscritti a livello locale, i Consulenti del lavoro, regolarmente iscritti all’Ordine, potranno accedere allo sportello telematico dal sito www.gruppoequitalia.it per richiedere assistenza per conto dei loro assistiti. Nella pagina dedicata ad “Associazioni e Ordini” è infatti possibile interagire direttamente con le sedi provinciali di Equitalia per richiedere informazioni e confrontarsi al fine di analizzare i casi più delicati. Con l’occasione, sarà distribuito ai Consulenti del lavoro e pubblicato sul sito di Equitalia il manuale d’uso dello sportello telematico, un vademecum per guidare i professionisti all’utilizzo del servizio online. “Vogliamo e dobbiamo essere – ha detto l’amministratore delegato di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini – dalla parte dei cittadini, questo significa anche rendere agevole poter saldare i propri debiti. La collaborazione con i Consulenti del lavoro è significativa e utile nell’ottica di semplificare gli adempimenti dei cittadini-contribuenti attraverso l’utilizzo delle tecnologie e il dialogo costante con i professionisti che li rappresentano”. “Abbiamo voluto concretizzare, grazie alla proficua collaborazione con Equitalia, strumenti utili ai Consulenti del lavoro per meglio assistere i contribuenti in una fase economica che ancora trova innumerevoli oggetti in difficoltà finanziaria” ha commentato Marina Calderone, presidente Consiglio Nazionale Ordine Consulenti del Lavoro. “Poter utilizzare anche tecnologia online per la definizione dei casi concreti è certamente di grande ausilio per la gestione dell’attività professionale”.

Consulenti lavoro
IVA ANCHE DOPO CESSAZIONE ATTIVITA’ PROFESSIONALE

“I giudici della Corte Suprema di Cassazione, con la sentenza 21 aprile 2016, n. 8059, hanno ritenuto tassabili, ai fini dell’Iva, i compensi riscossi dopo la cessazione dell’attività professionale e relativi a ‘vecchie prestazioni’ rese prima della cessazione”. Ne ha dato notizia la Fondazione Studi dei consulenti del lavoro che ha analizzato le motivazioni della sentenza nel parere giurisprudenziale n.3 espresso di recente. “Nello specifico, il Supremo Collegio, confermando sostanzialmente – spiegano i consulenti del lavoro – l’impostazione teorica sposata dall’Agenzia delle Entrate nella risoluzione 20 agosto 2009, n. 232/E, ha enunciato il seguente principio di diritto: ‘Il compenso di prestazione professionale è imponibile a fini Iva, anche se percepito successivamente alla cessazione dell’attività, nel cui ambito la prestazione è stata effettuata, ed alla relativa formalizzazione'”. “La tassabilità ai fini dell’Iva – concludono i consulenti – è sancita da una distinzione concettuale che viene fatta tra il ‘fatto generatore’ dell’imposta, costituito dalla prestazione di servizi effettuata, e l”esigibilità’ dell’imposta, che è il diritto dello Stato di ottenere, da un dato momento, il pagamento dell’Iva dal soggetto passivo”.

Carlo Pareto

Pensioni pubbliche costano il 15,7% del Pil

Ocse
PENSIONI PUBBLICHE HANNO ASSORBITO 15,7% PIL ITALIA
In Italia, le pensioni pubbliche hanno assorbito il 15,7% del Pil in media durante il periodo 2010-2015, il secondo valore più elevato tra i Paesi Ocse. E’ quanto emerge dal rapporto Ocse ‘Pensions at a Glance’ presentato oggi a Roma dal direttore del Dipartimento per l’impiego, il lavoro e gli affari sociali dell’Ocse, Stefano Scarpetta. ”La rapida transizione -ha spiegato- verso il sistema contributivo nazionale per tutti i lavoratori dal gennaio 2012, l’aumento dell’età del pensionamento e la sua equiparazione per uomini e donne permetteranno, secondo le proiezioni del gruppo di lavoro sull’invecchiamento dell’Unione europea di ridurre, all’orizzonte 2060, la spesa pubblica per pensioni di circa due punti di Pil, rispetto ad una riduzione media di 0,1% nell’Unione europea”. Alcuni cambiamenti recenti, secondo l’Ocse, potrebbero però rallentare la riduzione della spesa pensionistica con un effetto negativo sulla sua sostenibilità finanziaria. A seguito alla decisione della Corte Costituzionale del maggio 2015, sono cominciati i rimborsi ai pensionati con pensioni di importo compreso a 3 e 6 volte il minimo che hanno subito delle perdite di reddito pensionistico derivanti dal blocco dell’indicizzazione nel 2012 e 2013. L’invecchiamento rapido della popolazione, il contesto di bassa crescita economica e le persistenti difficoltà sul mercato del lavoro esercitano un’ulteriore pressione sulle finanze del sistema pensionistico. Ad oggi, il sistema di previdenza sociale ha svolto, sempre secondo l’Ocse, un ruolo importante nel proteggere gli anziani dal rischio di povertà, assicurando loro delle buone condizioni di vita rispetto ad altri gruppi di età. Oggi in Italia, il 9,3% degli over 65 vive in situazione di povertà relativa. Le persone anziane hanno un reddito medio superiore al 95% di quello della media nazionale. Il passaggio ad un sistema di tipo contributivo nazionale è stato accompagnato dall’eliminazione della pensione integrata al minimo, lasciando unicamente una prestazione assistenziale come rete di sicurezza per i pensionati futuri. Il valore della rete di sicurezza è relativamente basso: gli individui senza contributi previdenziali riceveranno il 19% del salario medio rispetto al 22% in media nei Paesi Ocse. Una proporzione crescente di lavoratori è confrontato a periodi di disoccupazione o al lavoro part-time o precario. Data l’esistenza di uno stretto nesso tra contributi previdenziali e prestazioni pensionistiche, l’effetto di interruzioni contributive avrà un effetto più marcato sulle prestazioni pensionistiche del futuro, con un effetto negativo sull’adeguatezza dei redditi pensionistici e contribuendo possibilmente all’aumento della povertà degli anziani nel futuro. L’effetto di interruzioni di carriera e di ritardi nell’entrata sul mercato del lavoro, secondo il rapporto, potrebbe essere più elevato in Italia che nei Paesi Ocse in media. Nonostante la presenza di alcuni meccanismi che permettono di ridurre in parte l’effetto di carriere interrotte (come l’aumento dei coefficienti di trasformazione per le donne con figli e i contributi versati durante i periodi di disoccupazione) in Italia mancano degli ammortizzatori efficaci che proteggano la pensione dall’effetto di interruzione di carriera.

Certificati di malattia
NEL 2014 PIÙ NELLA P.A. CHE NEL PRIVATO
Nel 2014 sono stati trasmessi 11.494.805 certificati medici per il settore privato e 6.031.362 per la pubblica amministrazione. Il numero di quelli inviati, rispetto al 2013, presenta un lieve aumento dell’0,8% per la pubblica amministrazione e una diminuzione del -3,2% per il settore privato. I dati sono dell’Inps. La quota dei certificati medici trasmessi nel primo trimestre per ogni anno e comparto è pari poco più del 30% del totale annuo; nel terzo trimestre invece la percentuale scende, ad esempio nel 2014, al 18,5% per il settore privato e al 14,8% per la Pa. Confrontando la distribuzione mensile del numero dei certificati di malattia 2014 con quella dell’anno precedente, si osserva nel settore privato una diminuzione dei certificati a gennaio e febbraio e una sostanziale stabilità nei mesi successivi. Anche nel settore pubblico si registra una diminuzione dei certificati nei primi due mesi del 2014 rispetto all’anno precedente, che però è più che compensata da un aumento degli stessi a marzo e nella seconda metà dell’anno.

In cima alla classifica la Lombardia – La Lombardia guida la classifica delle assenze sul lavoro per malattia sia nel settore pubblico che in quello privato. La Regione con il maggior numero di lavoratori del settore privato interessati nel 2014 da almeno un evento di malattia è la Lombardia con 894.175 lavoratori (22,0%), seguita da Veneto, Emilia Romagna e Lazio (poco più del 10%). Per la pubblica amministrazione le regioni con il maggior numero di lavoratori con almeno un evento di malattia nel 2014 sono Lombardia (12,5%), Lazio (11,9%) e Sicilia (10,3%). Nel complesso, comparto pubblico e privato, la distribuzione dei certificati di malattia a livello territoriale evidenzia che nel 2014 il Nord-Ovest, è l’area geografica che, con il 27,9%, presenta il maggior numero di certificati medici, seguito dal Centro con il 21,6%, dal Nord-est con il 21,1%, dal Sud con il 19,3% e dalle Isole con il 10,1%. Con riferimento alla distribuzione regionale, per il settore privato, in Lombardia si concentra la maggior parte dei certificati medici del 2014, con 2.418.618 certificati pari al 21,0%, seguita dal Lazio (11,6%); per la Pa, invece, al primo posto abbiamo il Lazio con il 14,4% e la Sicilia con il 12,8%, e a seguire Campania (11,0%) e Lombardia (10,9%).
Nel privato calo massimo in Sicilia
Nel settore privato, a fronte della diminuzione del -3,2% del numero dei certificati medici trasmessi nell’anno 2014 rispetto all’anno precedente, si evidenzia, a livello regionale, una riduzione massima in Sicilia (-6,7%) e, unica regione in contro tendenza, un aumento del 2,8% in Puglia. Nella Pa, allo 0,8% di aumento del numero dei certificati medici trasmessi nell’anno 2014 rispetto al 2013, contribuiscono in modo particolare il Lazio (+3,6%) e la Sardegna (+3,4%) mentre in Friuli Venezia Giulia si registra un decremento pari a -4,4%.

Su legge di stabilità
PATRONATI CHIEDONO INCONTRO URGENTE A BOLDRINI
I patronati aderenti al Ce.pa (Acli, Inas, Inca, Ital) hanno chiesto alla Presidente della Camera, Laura Boldrini, un incontro urgente da svolgersi prima che la manovra finanziaria sia licenziata dal Parlamento, “con la richiesta di fare le dovute pressioni affinché sia cancellata la norma sui tagli ai patronati, unica alternativa per consentire a questi istituti di poter continuare la loro attività di tutela gratuita nei confronti dei cittadini, soprattutto i più bisognosi”. Ne dà notizia una nota del Cepa. Una misura contenuta nella legge di stabilità “taglia di 28 milioni di euro il Fondo Patronati e riduce sia l’aliquota contributiva che lo alimenta, sia l’acconto sull’attività già realizzata”, fa sapere il Ce.pa che avverte: “Si tratta di una misura che, se approvata, metterebbe in ginocchio l’esistenza dei Patronati che scontano già il taglio strutturale di 35 milioni dello scorso anno, arrivando a registrare, dal 2015 in poi, un totale annuo di riduzione di risorse di 63 milioni di euro”. “Pur avendo apprezzato il maxiemendamento – si legge nella lettera indirizzata alla Presidente Boldrini – approvato al Senato della Repubblica, con il quale è stato ridotto il taglio di 48 milioni di euro originariamente previsto nella prima stesura della legge di Stabilità, restiamo profondamente preoccupati.” “Dovremmo affrontare –precisano i patronati- una dolorosa riduzione del personale che con impegno e passione ogni giorno lavora a contatto con tutti i cittadini italiani e immigrati che vivono nel nostro paese o all’estero. Il provvedimento, allo stato attuale, comporterebbe la chiusura di molti dei nostri sportelli e i cittadini sarebbero quindi lasciati in balia del mercato privato dei consulenti, con l’aggravante di dover pagare per ottenere prestazioni previdenziali e socio-assistenziali cui hanno diritto.” Uno scenario contro il quale, precisa il Ce.Pa, “continuiamo a ricevere significativi attestati di solidarietà non solo da parte di deputati e senatori, ma anche degli Enti previdenziali (Inps e Inail), che hanno ripetutamente sottolineato come la riduzione delle risorse per noi metta in pericolo il loro stesso funzionamento”. “Solo lo scorso anno un milione e 182.413 mila persone hanno firmato una petizione chiedendo al Parlamento di cancellare del tutto una norma ingiusta che ha già rischiato di mettere una pietra tombale sul diritto alla tutela gratuita. Quest’anno i cittadini hanno deciso di ribadire il proprio ‘no ai tagli ai patronati’ mettendoci la faccia, sostenendo con un selfie la Campagna promossa dai Patronati d’Italia (Acli, Inas, Inca e Ital) “#xidiritti #iocimettolafaccia”.
Inail

QUEST’ANNO 100 MORTI BIANCHE IN PIÙ
Gli infortuni sul lavoro sono in calo ma non è così per i casi mortali, che, dati aggiornati a fine ottobre in base alle denuncia arrivate, sono circa 100 in più rispetto allo stesso periodo del 2014. Così organismi dell’Inail, nel giorno dell’Assemblea sull’Amianto, spiegando che è in corso uno studio per appurare e comprendere le cifre.

Carlo Pareto
c.pareto@alice.it

Morti bianche. Nessun calo
di decessi e infortuni

Morti-biancheL’Osservatorio Indipendente di Bologna sulle morti sul lavoro ha pubblicato oggi i dati drammatici delle morti ed infortuni del 2015. L’Osservatorio venne fondato dal metalmeccanico in pensione Carlo Soricelli il 1° gennaio 2008 creato in memoria di Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demani i sette giovani operai della ThyssenKrupp di Torino, morti nella notte del 5-6 dicembre 2007. Di seguito le morti per infortuni sui luoghi di lavoro nelle regioni italiane per ordine decrescente. Con le morti sulle strade e in itinere occorre almeno raddoppiare il numero di morti per infortuni che sono qui sotto segnalati. Tra parentesi () tutti i morti nelle varie Regioni compresi i morti sulle strade e in itinere (proiezioni statistiche che vedono segnalati anche i morti sulle strade che non dispongono di un’assicurazione INAIL.

MORTI SUI LUOGHI DI LAVORO NEL 2015 – Dal 1 gennaio al 21 settembre. Infortuni sul lavoro di cui 496 morti sui luoghi di lavoro, e oltre 100 se si aggiungono i morti sulle strade e in itinere

Lombardia 66 (135). Toscana 53 (108). Campania 41(84). Veneto 38 (77). Sicilia 36 (67) Piemonte 31(63). Lazio 30 (61). Emilia-Romagna 28 (57). Puglia 25 (51). Abruzzo 17 (35). Liguria 15 (31). Trentino-Alto Adige 14 (30). Marche 13 (28). Umbria 12 (23). Molise 11 (23). Sardegna 9 (19). Friuli-Venezia Giulia 7 (16). Basilicata 6 (13). Calabria 9(19). Valle D’Aosta (1) (2). I lavoratori morti sulle autostrade, all’estero e in mare non sono segnalati a carico delle regioni. Sono le province di Brescia 21, Bari con 15 a guidare questa triste classifica delle morti per infortuni sui luoghi di lavoro. Segue Vicenza con 13.

“Altro che cali delle morti per infortuni sul lavoro – dichiara in una nota il presidente Carlo Soricelli, si sono solo trasferiti in categorie non tutelate direttamente dall’INAIL e dallo Stato Italiano”. L’allungamento dell’età pensionabile con la Legge Fornero, l’abolizione dell’articolo 18 per i nuovi assunti, il ‘Jobs Act’ e’l’alleggerimento’ delle normative sulla sicurezza degli ultimi governi stanno producendo questi risultati. Occorre tenere presente che nelle statistiche delle morti sul lavoro lo Stato considera morti sul lavoro anche i lavoratori che muoiono sulle strade e in itinere e che tantissime categorie come per esempio le Partite Iva Individuali, Vigili del Fuoco, Poliziotti, Carabinieri, lavoratori in nero, pensionati in agricoltura e tante altre non rientrano nelle statistiche ufficiali. L’INAIL ha registrato nel 2014 complessivamente 662 morti sul lavoro, di questi oltre 300 sono morti in itinere ma le denunce per infortuni mortali sono state 1107.

Noi nel 2014 abbiamo registrati ben 661 morti sui luoghi di lavoro (tutti documentati) se si aggiungono i morti sulle strade e in itinere si superano nel 2014 i 1300 morti. Come potete vedere i morti per infortuni sui luoghi di lavoro non sono mai stati così tanti da quando il 1° gennaio 2008 è stato aperto l’Osservatorio. In questi otto anni di monitoraggio delle vittime abbiamo registrato che i morti per infortunio si sono in larga parte trasferiti dall’INAIL a altre categorie. Sono aumentati i morti in nero, in grigio, ma soprattutto nelle Partite Iva individuali. Ma perché questa enorme differenza? L’INAIL occorre ricordarlo ancora una volta, registra le morti solo dei propri assicurati e in tantissimi non lo sono. Sta a noi che svolgiamo un lavoro volontario fare conoscere anche questo aspetto ai cittadini italiani.

Terribile la situazione in Toscana quest’anno, regione che vede già un aumento delle morti per infortuni sui luoghi di lavoro del 36% sull’intero 2014, anno che ha avuto 28 lavoratori morti sui LUOGHI DI LAVORO. Micidiale la sequenza delle morti causate dal trattore in Italia, sono già 99 dall’inizio dell’anno e 69 dal 1° maggio Festa dei Lavoratori e inaugurazione dell’EXPO che “nutre il pianeta”, ma anche il suolo italiano con il sangue dei nostri agricoltori. Non si possono certo inserire tra le morti per infortuni sul lavoro i casi come quello del bambino di 8 anni di Avezzano travolto dal mezzo guidato dal padre che probabilmente non l’ha visto mentre faceva manovre, o di quel giovane di 28 anni, anche lui schiacciato dal trattore, che faceva la gara con amici per poi postare la corsa sul web. A tantissimi sfugge che il trattore è il mezzo più pericoloso in assoluto, è per questo che abbiamo richiesto tantissime volte al ministro Maurizio Martina, di fare una campagna informativa sulla pericolosità del mezzo, senza ottenere nessun risultato. A chi lo guida, inoltre, occorrerebbe richiedere una patente d’idoneità psicofisica, soprattutto se hanno un’età avanzata. Ma è una misura impopolare. Piangere dopo non serve a niente.

Francesco Brancaccio