Mosul allo scontro finale, un milione di civili allo stremo

mosul

Le forze irachene si preparano per l’imminente assalto finale ai quartieri occidentali della città di Mosul: è il rush finale per riconquistare l’ultima zona ancora in amano ai jihadisti, dove si teme siano rimaste intrappolate 750mila persone. E se la parte occidentale è ancora in mano ai jihadisti, anche nella zona tornata sotto il controllo iracheno, in cui risiedono 400mila persone, la situazione è ancora difficile e la paura non è sparita.

A quattro mesi esatti dall’inizio dell’offensiva, la battaglia a Mosul è ancora lungi dall’essere conclusa. Dall’antichissima seconda citta’ irachena il 14 giugno 2014, nella moschea al Nur, il leader dell’Isis, Abu Bakr al Baghdadi, proclamò la nascita del ‘califfato’ e da li’ progressivamente estese la presenza jihadista verso sud, nelle regioni tribali sunnite dell’Anbar, e verso ovest, per cercare un collegamento e una continuità territoriale con la roccaforte in Siria, Raqqa.

L’operazione per riconquistarla -“Qadimun ya Nineweh, che in arabo significa, ‘Stiamo arrivando, Ninive’- è cominciata il 16 ottobre scorso: in campo l’esercito iracheno, con l’appoggio dei miliziani curdi e dell’aviazione straniera, soprattutto statunitense. Solo il 17 gennaio, dopo tre mesi di  violenti combattimenti, le autorità hanno annunciato la  riconquista del controllo di Mosul est. Nei giorni scorsi un video diffuso dalla Raf, l’aeronautica militare britannica, ha mostrato il bombardamento e la distruzione del quartier generale dell’Isis in città.Il maltempo sta ostacolando l’avvio dell’offensiva finale nei quartieri occidentali, inizialmente previsto per l’11 febbraio, dove la situazione umanitaria di chi è rimasto  intrappolato si preannuncia catastrofica. Il comandante delle forze speciale dell’antiterrorismo, il generale Maan al Saadi, ha detto che ci vorranno almeno 7 giorni per arrivare alle porte della città; e che l’ostacolo maggiore sono ancora i civili, che i jihadisti utilizzano come ‘scudi umani’ e sottopongono a terribili ritorsioni (a metà gennaio una tv libanese ha raccontato la storia di una donna e dei suoi quattro figli dati alle fiamme di fronte a un gruppo di profughi).

Anche se più piccola, la parte occidentale di Mosul è quella più densamente popolata, dove centinaia di migliaia di  persone vivono da settimane praticamente in una situazione di assedio: poco cibo, scarseggiano i medicinali. Tutti i ponti che collegano le due parti sul fiume Tigri, già danneggiati dal bombardamenti della coalizione, sono stati distrutti.

Le Nazioni Unite hanno annunciato che domenica riprenderanno le attività umanitarie nella parte orientale della città. I lavori erano stati  sospesi temporaneamente all’inizio della settimana, per la perdurante situazione di insicurezza: si temono le cellule ‘dormienti’ dell’Isis che si nascondono e potrebbero preparare una nuova offensiva sull’ovest. “Tutti parlano della liberazione ma Daesh è ancora qui, i suoi droni sorvolano le nostre teste, colpiscono le nostre case, o nostri ospedali, le moschee”, racconta Omar Samir un abitante del quartiere di Azzouhour. “Gli attentati kamikaze sono tornati e questo riporta alla memoria il Daesh”, aggiunge Umar Samer, un abitante del quartiere di Al-Zuhoor. Il 9 febbraio un kamikaze si è fatto saltare in un noto ristorante nella parte orientale, ferendo diverse vittime. Nuriya Bashir, una sessantina d’anni, è restata a Mosul est nel corso dell’intera offensiva, ma ha deciso di abbandonare la casa con i nipoti due giorni fa: “Il marito di mia figlia è stato ucciso da un drone  lasciato cadere da una granata. Il Daesh sapeva dove si trovava quella sera. Cellule dormienti sono ovunque”, racconta dal campo profughi di Hassansham, alla periferia orientale della città. “Con la liberazione di Mosul est, molti profughi avevano lasciato il campo per ritornare alle loro case”, racconta Rizqar Obeid, il direttore dei campi di Khazer e Hassancham. “Ma negli ultimi giorni, abbiamo ricevuto circa 40 famiglie che non potevano più tollerare la situazione in città”. Oum Samir accusa le forze di sicurezza di non fare più il loro lavoro nei quartieri liberati: preoccupati dall’imminente offensiva a ovest, le unità di elite dell’anti-terrorismo (CTS), protagoniste della riconquista della zona a est del Tigri, se ne sono andate.

“Abbiamo lasciato quella parte della città all’esercito”, spiega il generale, Abdulwahab al-Saadi, uno dei comandanti del CTS. Anche secondo lui, comunque, la situazione resta difficile soprattutto per i civili che abitano vicino al fiume, che separa la città in due, perché “i jihadisti dell’ovest continuano a tirare colpi di mortaio”.

E i droni armati e i colpi di mortaio non sono l’unico problema: “E’ ovvio che ci siano ancora problemi di sicurezza a Mosul est: gli abitanti di quattro villaggi, situati appena ai limiti settentrionali della città, sul lato orientale del Tigri, hanno raccontato che ci sono ancora jihadisti in mezzo a loro: ce ne sono un centinaio nell’area, che se ne vanno in giro liberamente con le armi e le tute da combattimento”, racconta un residente che non vuole rivelare il suo nome per paura di rappresaglie. I jihadisti, racconta, di recente anche hanno condannato a morte alcuni abitanti. Di qui l’allarme: secondo l’Institute for the Study of War, la mancanza di un presidio militare affidabile a Mosul est potrebbe spianare la strada al ritorno dei jihadisti. Oltre all’impatto immediato sulle vite dei civili, il think tank mette in guardia che tali “nuove infiltrazioni potrebbero anche mettere a rischio gli sforzi per riprendere il lato ovest,  costringendo le truppe irachene a combattere su due fronti per  riconquistare la città”.

RITORNO A MOSUL

peshmerga-getty-770x513L’Occidente torna di nuovo in Iraq e in particolare in quella che è la città più importante del Medio Oriente. Mosul è la più grande città dello Stato Islamico, è da qui che Abu Bakr al-Baghdadi annunciò il 29 giugno 2014 la creazione del Califfato: difenderla per i jihadisti è prioritario. Ma è anche la città simbolo della riscossa occidentale contro l’Isis, Mosul ha una popolazione divisa quasi a metà fra sunniti e curdi, senza dimenticare a sud della città, nella base di Qayyarah, c’è il quartier generale delle truppe irachene affiancate da contingenti di Stati Uniti e Francia decise a sostenere la riconquista da parte di Baghdad. Nella notte, infatti è iniziata quella che è definita una “battaglia difficile” e che vede schierati contro i terroristi i Peshmerga curdi e le milizie sciite da un lato e le truppe occidentali dall’altro. Il generale Stephen Townsend, comandante della coalizione a guida statunitense che opera in Iraq a fianco delle forze governative, ha raffreddato troppo facili entusiasmi dichiarando che l’operazione lanciata per riconquistare Mosul potrebbe durare molte settimane, se non di più. Trentamila soldati che diventano 85mila considerando i tecnici e il supporto logistico. Una presa a tenaglia con i soldati iracheni a sud, tra cui 1500 uomini formati dalla Turchia, e i peshmerga curdi a nord, assistiti dall’alto dai caccia americani.
I curdi, affiancati da forze speciali americane impegnate sul terreno, sono ormai a sette chilometri dalla periferia della città, ma i Peshmerga hanno strappato all’Isis otto villaggi sul fronte di Khazir, a nord-est di Mosul prima di rivolgersi verso la città irachena.
Proprio i curdi, se da un lato rappresentano un ottimo alleato per le truppe occidentali, dall’latro rischiano di far franare ancora una volta i già difficili rapporti tra Usa e Turchia.
“Saremo nell’operazione e saremo al tavolo”, ha detto il Presidente turco Erdogan prima di aggiungere riferendosi agli abitanti sunniti di Mosul che “i nostri fratelli sono lì ed i nostri parenti sono lì. È fuori questione che noi non saremo coinvolti”. Pochi giorni fa Haider al Abadi il premier iracheno aveva denunciato all’Onu la violazione della sua sovranità territoriale con la presenza di truppe di Ankara che il leader turco sta portando il suo esercito “in un’avventura e in un’aggressione ad un Paese vicino dalle conseguenze ignote”, avvertendo che gli iracheni “resisteranno all’occupazione del loro Paese”.

Vignetta di Davide Ciminari

Vignetta di Davide Ciminari


Proprio dall’Onu, è arrivata in queste ore la preoccupazione per la sorte degli 1,5 milioni di civili a Mosul e teme che “migliaia di loro potrebbero ritrovarsi sotto l’assedio” delle truppe governative o diventare “scudi umani” nelle mani dell’Isis. Lo afferma in un comunicato il sottosegretario per gli affari umanitari, Stephen O’Brien, facendo appello “a tutte le parti perché rispettino i loro obblighi di proteggere i civili in base alla legge umanitaria internazionale”.


Vengo anch’io, no tu no
di Alberto Benzoni

In base alle “dichiarazioni di intenti” e agli oggettivi rapporti di forza, Mosul avrebbe dovuto essere, non dico conquistata, ma sotto attacco da un pezzo. Ma se ne riparlerà l’anno prossimo. Allo stesso modo, la città libica di Sirte, di cui era prossima, settimane fa, la definitiva liberazione, dovrebbe essere ancora, almeno in parte, in mano a quelli dell’Isis.
E, ancora, questa stessa Isis, nei giorni pari forza in espansione e minaccia temibile, diventa, in quelli dispari, qualche migliaio di miliziani allo sbando, destinati alla sconfitta certa e la sua rete europea si tramuta, a seconda delle circostanze, vuoi in una grande macchina del terrore, vuoi in semplice brand a disposizione del frustrato con tendenze omicide di turno. Mentre scopriamo improvvisamente che la crociata internazionale contro l’Isis, solennemente indetta e al più alto livello, si manifesta sul terreno, almeno in Iraq, soprattutto con le milizie sciite e con i loro consiglieri iraniani (e cioè con forze formalmente escluse dalla crociata); e, nel contempo, che al Qaeda, data per morta è viva e in piena espansione.
Informazione manipolata? Magari fosse. Perché la manipolazione presuppone un manipolatore e il manipolatore un disegno. Mentre, in realtà qui non c’è alcun “disegno” degno di questo nome, almeno da parte dell’Occidente. Perché ogni disegno che voglia essere efficace, presuppone una definizione comune dei problemi da affrontare, degli obbiettivi da raggiungere e, infine, delle forze che, a livello regionale, sono orientate a sostegno del progetto oppure volte a combatterlo.
Ora, di tutto questo non c’è traccia. E non perché l’Occidente (leggi in questo caso gli Stati Uniti; perché l’Europa degli stati non può avere una politica estera comune) non abbia una linea; ma perché ne porta avanti diverse, in ordine di tempo e poi simultaneamente, e del tutto contrastanti tra loro. Prima, in ordine di temo, l’appoggio ai regimi castrensi o “patrimoniali”contro i regimi filosovietici e quello iraniano con l’arruolamento, in nome della Causa, dei fondamentalisti islamici.
Poi, l’avventura, del tutto solitaria, in Iraq, come vittima “laica”di una lotta contro il sullodato fondamentalismo, ora ridefinito come matrice del terrorismo. Poi l’apertura improvvisa, con la primavera araba, all’islamismo ora democratico contro i regimi al potere; apertura, però valida nel lato Sud del Mediterraneo e nella Siria di Assad ma non nei paesi del Golfo. Poi la costruzione di un blocco sunnita, contro il blocco sciita e la Russia, chiudendo un occhio, diciamo così, sulla presenza, all’interno del medesimo, di un fondamentalismo radicale e omicida. E, per concludere, la combinazione frettolosa e del tutto improbabile di due distinte e contrastanti crociate. la prima, formalmente “messa in sonno” (ma sempre pronta ad occupare di nuovo la scena) contro Assad, sciiti e russi. La seconda, formalmente all’ordine del giorno ma mai seriamente messa in campo, all’insegna del “tutti insieme appassionatamente” contro l’Isis e altre formazioni della galassia fondamentalista.
Ora, è questo vuoto politico ad alimentare il vuoto nei fatti e nelle informazioni sui medesimi.
E qui possiamo tornare, in conclusione, a Mosul (e un pò anche a Sirte).
Nel primo caso, tutti d’accordo, nella necessità di conquistare la città, ponendo così fine all’esperienza del califfato ( anche se nessuno può dire con certezza che la fine del califfato porterà con se la fine dell’Isis). ma tutti in disaccordo sul chi debba assumersi il compito di conquistarla. Perché quelli disponibili alla bisogna: milizie sciite, curdi e ora anche turchi, non sono accettabili né per il governo iracheno né, soprattutto, per gli Stati uniti. Mentre quelli “ok”, leggi esercito iracheno e milizie sunnite “buone” semplicemente non esistono.
E, allora, al-Baghdadi, ammesso che sia mai veramente esistito, può per ora, dormire sonni tranquilli; sempre naturalmente che, sotto il comando della Pinotti, arrivino truppe italiane ad investirla dal Nord…
Per Sirte il problema è diverso. Perché o da est, lungo il percorso da Tobruk a Tripoli o da ovest, lungo il percorso inverso, degli uomini armati sono in arrivo per conquistarla. Il solo rischio è che, nell’urgenza di combattersi tra loro, si dimentichino completamente dell’isis.

Locatelli: “Riconosciuto genocidio degli yazidi”

yazidiVia libera della Camera alla mozione a prima firma Pia Locatelli per il riconoscimento del genocidio del popolo yazida. Tra gli orrori dell’Isis anche quello di un genocidio, ben 72 le fosse comuni tra la Siria e l’Iraq. Si tratta degli yazidi, appartenenti alla minoranza più superstiziosamente odiata e perseguitata dall’Isis, che presso Mosul e nella provincia di Ninive contava fra le 4 e le 500 mila persone.
Una strage portata alla luce e denunciata da Nadia Murad, irachena di etnia yazida rapita dai miliziani dell’Isis nel 2014, divenuta schiava sessuale, è riuscita a scappare e ora è ambasciatrice dell’Onu per la pace.
“L’intento genocidiario – ha detto Pia Locatelli, presidente del Comitato diritti umani della Camera – si è reso evidente, oltre che con i massacri documentati dalle fosse comuni di sole vittime yazide, dalla politica di stupro sistematico e riduzione in schiavitù delle donne e ragazze yazide, deportate in massa nei luoghi controllati da Daesh e consegnate a veri e propri mercati di schiavi, dove le ragazze sono state vendute sulla piazza pubblica come schiave per 150 dollari. A volte, inspiegabilmente, vengono riproposte per la vendita alle famiglie d’origine per cifre che vanno dai 10.000 ai 40.000 dollari. Migliaia di donne sono state costrette con la forza a contrarre matrimonio con i guerriglieri dell’Isis, vendute o offerte ai combattenti o simpatizzanti. Molte di queste schiave sessuali sono poco più che bambine, ragazze di età compresa tra i 12 e i 15 anni o anche più giovani. Alcune non hanno retto all’umiliazione e hanno preferito suicidarsi”.nadia-murad
Da diversi mesi, la giovane Nadia si è impegnata in un’infaticabile attività per sensibilizzare la comunità internazionale sulla tragedia che ha colpito il suo popolo. Le persecuzioni sono raccolte e raccontate nel rapporto del 2015 dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che ha dichiarato la responsabilità di Daesh per il genocidio yazida davanti alla Corte penale internazionale, Il genocidio è iniziato con il massacro di almeno 700 uomini e con la cacciata di 200 mila yazidi dalle loro case. Almeno 40 mila in fuga rimasero intrappolati sui monti del Sinjar, con davanti l’unica scelta possibile: la morte per disidratazione ed il consegnarsi al boia di Daesh. Il rapporto dice che nessun gruppo religioso mai è stato sottoposto a forme di distruzione come quelle cui è stata sottoposta questa popolazione.
“Gran parte di queste informazioni ci è stato testimoniato da Nadia Murad Basea Taha, yazida irachena, audita a maggio dal Comitato permanente per i diritti umani, della Commissione esteri”, ha precisato Pia Locatelli che ha aggiunto: “Nadia Murad è una delle giovani donne yazide vittime dell’ISIS: è stata sottratta alla sua famiglia e violentata ripetutamente dai miliziani, riuscendo a fuggire dopo
3 mesi grazie all’aiuto di una famiglia musulmana. Con lei avevamo preso un impegno: oggi lo abbiamo rispettato”.

In Rosso

I miliziani dell’Isis hanno bruciato vive, in mezzo ad una piazza di Mosul (Iraq), 19 ragazze curde che si erano rifiutate di divenire schiave sessuali dei combattenti jihadisti. A riferirlo è l’agenzia di notizie Ara (Kurdish News Agency), ripresa dai media iraniani.

Le giovani donne, chiuse in gabbie di ferro, sono state portate in una piazza della roccaforte irachena del Califfato nero, e date alle fiamme, davanti a centinaia di presenti. “Nessuno ha potuto fare niente per salvarle”, ha detto un testimone all’Ara.

Tiziana Ficacci
dal blog
Libere e Laiche

Iraq e Siria lanciano offensiva contro Isis

mosulÈ partita la doppia offensiva contro l’Isis da parte dell’esercito iracheno e siriano. la prima città ad essere liberata dall’occupazione del Sedicente Stato islamico è Palmira, la città simbolo di quella distruzione da parte dell’Isis delle rovine grecoromane patrimonio mondiale dell’umanità.
Nelle ultime ore decine di raid aerei, russi e dell’esercito regolare siriano, hanno preparato la strada alle truppe di terra che hanno così liberato la città. Invece secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani le forze governative sarebbero giunte a 2 km da Palmira, ma nessun soldato sarebbe ancora entrato in città, mentre l’Isis ordinava alla popolazione di lasciare il centro.
Gli scontri tra gli jihadisti e i siriani sono inziaiti ieri e si sono fermati per alcune ore appena passata la mezzanotte, sono ripresi in una zona agricola annessa al quartiere di al-Garf, nella parte occidentale della località. L’esercito siriano riprende così il controllo di Palmira conquistata dall’Isis dopo un’offensiva in cui ha conquistato ampie zone del settore orientale della provincia di Homs, alla frontiera con l’Iraq.
Ma le truppe dell’Isis in queste ore sono in difficoltà anche sul versante iracheno, Baghdad non solo ha annunciato che entro quest’anno vuole riconquistare Mosul, la maggiore città nel nord del Paese, ma ha anche avviato l’operazione per liberare i propri territori. È partita infatti l’operazione Fath, l’offensiva preparata per mesi: in un comunicato, il comando congiunto ha precisato che l’operazione, denominata Fath (‘conquista’), ha portato le forze di Baghdad a riprendere il controllo dei villaggi di Nasr, Karmandi, Kathila e Kherbardan. “Le forze irachene continuano ad avanzare”, si legge nel comunicato.
Anche questa operazione come la conquista di Palmira è stata sostenuta da raid aerei, questa volta però quelli che fanno capo alla coalizione guidata dagli Stati Uniti. L’assalto, iniziato all’alba, è stato lanciato dalla zona Makhmour, a circa 60 km a Sud di Mosul, dove erano stati concentrati migliaia di uomini. L’obiettivo è stabilire una testa di ponte in questa regione, per consentire alle truppe provenienti dalla capitale Baghdad di lanciare incursioni e circondare Mosul.
Secondo quanto riferisce un comunicato della difesa irachena, l’offensiva è la prima fase dell’operazione che il governo di Baghdad vuole concludere entro quest’anno con la riconquista di Mosul, la maggiore città nel nord del Paese. In un comunicato, il comando congiunto delle forze irachene ha precisato che l’operazione, denominata Fath (‘conquista’), ha portato le forze di Baghdad a riprendere il controllo dei villaggi di Nasr, Karmandi, Kathila e Kherbardan. “Le forze irachene continuano ad avanzare”, si aggiunge nella nota. Mosul con i suoi 2 milioni di abitanti rappresenta la città più grande sotto il controllo dell’Isis che l’ha occupata nel 2014.

Redazione Avanti!

Mattarella e Obama in accordo sulla Libia

++ Mattarella,su Libia collaborazione Italia-Usa decisiva ++È stato un incontro all’insegna dei ringraziamenti tra i due presidenti, quello della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, e il capo della Casa Bianca, Barack Obama. Ma in realtà in agenda tra i due pesano numerose crisi internazionali che richiedono l’appoggio indiretto e costante del gigante americano.
Mattarella che ha parlato ai giornalisti insieme a Obama, nello studio ovale della Casa Bianca, ha sottolineato la “piena condivisione con gli Usa” su temi importanti come il terrorismo, il fenomeno migratorio, senza dimenticare inoltre la candidatura italiana per un posto nel consiglio di sicurezza dell’Onu, ma soprattutto le crisi che riguardano in particolare Siria, Iraq e Libia. Quest’ultima in particolare, resta la questione più importante per il nostro Paese, tanto che il viaggio di Mattarella a Washington è stato preceduto da indiscrezioni reiterate sulle pressioni dell’amministrazione americana affinché si desse inizio alle danze militari sul terreno. Tuttavia Obama ha captato la prudenza del presidente italiano in merito a un intervento, affermando solo: “Abbiamo parlato degli sforzi congiunti per aiutare la Libia a formare un governo che permetterà alle loro forze di sicurezza di stabilizzare il loro territorio e neutralizzare l’Isis”. In sostanza il Presidente degli Usa si accontenterà dei soldati che Roma manderà a difendere la strategica diga di Mosul e di quelli che spedirà a Tripoli e Obama ha continuato così con i ringraziamenti e i convenevoli: “Ho ringraziato tantissimo l’Italia – dice alla fine dell’incontro con Sergio Mattarella – per il grande contributo notevole per l’addestramento dei militari in Iraq e per il notevole ruolo che svolgerà a protezione della diga di Mosul, che è di estrema importanza per il popolo iracheno”.

“Per la Libia, la nostra collaborazione è decisiva affinché la comunità internazionale risolva i drammatici problemi sul tappeto ripristinando stabilità e sicurezza”, ha infatti confermato Mattarella parlando al termine dell’incontro allo studio ovale. La prudenza italiana nell’intervento fa presagire a una sorta di modello simile a quello dei “Paesi Balcani”, cioè prima una presa di posizione dell’Onu, poi l’intervento della Nato e infine la gestione di ricostruzione affidata all’Unione europea. La soluzione italiana quindi richiama a una cornice internazionale di consenso e legalità. Da parte statunitense l’Italia resta un alleato importante, nella lotta al terrorismo e negli interessi in Mediooriente, soprattutto dal punto di vista geografico, a confermarlo anche le tanti basi militari Nato.

Tanto che i colloqui di Mattarella, accompagnato dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, continueranno oggi con il Vice Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden. Successivamente andrà al Capitol Hill per incontrare prima il Presidente della Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan, e la Minority Leader, Nancy Pelosi, insieme ad una rappresentanza bipartisan e bicamerale della leadership del Congresso, poi sempre al Capitol Hill il Presidente Mattarella incontra una rappresentanza della Italian American Congressional Delegation.

Liberato Ricciardi

Iraq. Isis in ritirata da Ramadi

Continuano a rincorrersi in queste ore le notizie sulla città di Ramadi, espugnata dalle truppe irachene al Sedicente Stato Islamico. Tuttavia poche ore fa l’Alto comando iracheno nega che Ramadi sia stata completamente liberata, gli jihadisti dell’Isis infatti controllano ancora il 30% della città.


 

ramadiLe truppe dell’esercito regolare iracheno hanno ripreso il controllo di varie zone della città di Ramadi. Sulle sponde del fiume Eufrate è tornata libera l’ex sede del locale governo e fortino, fino a pochi giorni fa, dello Stato Islamico nel settore occidentale del centro abitato. Un portavoce dell’esercito ha annunciato: “Tutti i combattenti dell’Isis hanno abbandonato il quartier generale”.

Martedì 22 dicembre i soldati iracheni hanno lanciato l’offensiva decisiva dietro le decisioni delle forze governative. L’informazione dell’offensiva però deve essere arrivata anche ai miliziani terroristi, i quali hanno abbandonato parte della città. I combattenti di Daesh hanno preferito la fuga. Nonostante questo, il sedicente califfo e leader dell’Isis al-Baghdadi ha diffuso un messaggio audio rivolgendo pesanti minacce e ripercussioni alla Russia e agli Stati Uniti. “I raid non ci indeboliscono” ha detto e, rivolgendosi a Israele, ha sentenziato “la Palestina sarà il vostro cimitero”.

Ramadi è il capoluogo della provincia di Anbar e a maggioranza sunnita. Nel maggio scorso fu conquistata dalle bandiere nere del fondamentalismo islamico. Così, a inizio 2016, due città sono state liberate a caro prezzo: Ramadi e Tikrit. Il primo ministro iracheno, Haider al-Abadi, ha indicato il prossimo obiettivo: Mosul. Ora Ramadi sarà protetta dal cielo dalla coalizione internazionale anti Isis (guidate dagli Usa) e dalle forze di polizia locale, insieme a tribù sunnite, per terra. Inoltre, i poteri forti di Baghdad hanno optato per tenere lontano dai campi di battaglia di Ramadi le milizie iraniane a maggioranza sciita per evitare tensioni, nonostante esse abbiano avuto in passato un ruolo determinante in altre offensive.

La riconquista di Ramadi e Tikrit sono certamente delle vittorie e uno schiaffo morale all’Isis. Tuttavia è preoccupante come al-Baghdadi abbia minacciato la Russia, giacché in passato si era rifornita di armi e altro materiale bellico proprio dal colosso euroasiatico. Senza contare poi che la Russia continua a bombardare la parte orientale della Siria, causando centinaia di morti innocenti tra la popolazione civile. E l’Europa continua a guardare.
Intanto, a nord dell’Iraq, i curdi perseguitati da Erdogan continuano ad arginare l’avanzata dell’Isis senza nessun supporto di uomini e mezzi da parte della coalizione internazionale. Il coraggio delle soldatesse curde, intanto, sta oltrepassando i confini dell’omertà da parte dei mezzi di comunicazione di massa. A novembre fu sbaragliato l’esercito dell’Isis a Sinjar, città nordoccidentale dell’Iraq, a non molti chilometri da Mosul, roccaforte dei terroristi. Altro obiettivo nevralgico sarà la presa di Raqqa, città nel nord della Siria. La strategia per la vittoria militare contro l’Isis passa per queste due città.

Manuele Franzoso

Isis. Uso sospetto di armi chimiche contro i curdi

Isis-armi chimiche-curdiL’esercito islamico del sedicente califfo Abū Bakr al-Baghdādī ha iniziato a rifornire i propri soldati di armi chimiche, usate sia contro i civili sia contro le forze di resistenza curda. Un’evoluzione delle tecniche di combattimento che mette paura alla comunità internazionale. Due organizzazioni indipendenti, con base in Gran Bretagna, la ‘Conflict Armament Research‘ (Car) e la ‘Sahan Research‘, hanno divulgato la nota informativa riguardante due attacchi che hanno avuto luogo il mese scorso nella provincia settentrionale siriana di Hasakah e di un terzo nei pressi della diga irachena di Mosul. La Car ha fatto sapere che “ Si tratta del primo uso documentato di proiettili con agenti chimici contri i civili e le forze curde da parte dell’Isis”.

Il direttore della Car, James Bevan, ha spiegato come si è arrivati alla terrificante scoperta. Alcuni investigatori di questa agenzia erano stati a Mosul una settimana dopo l’attacco e giunti sul posto hanno manifestato fin da subito sintomi di nausea e mal di testa. Tali avvisaglie sono compatibili con l’inspirazione di agenti chimici come il cloro e quindi riconducibili ad armi chimiche di tipo polmonare. Questi composti sono, o formano, acidi i quali intaccano il sistema respiratorio causando irritazione delle vie respiratorie, della pelle e degli occhi, tosse, secchezza delle fauci e broncospasmi. La morte, una volta inalate le sostanze tossiche e corrosive, giunge istantaneamente o dopo tre ore.

Inoltre il governo regionale curdo ha predisposto ulteriori analisi nelle zone interessate dai bombardamenti dell’artiglieria dell’Isis. Secondo James Bevan questi tre attacchi fanno parte di un “test generale” nell’ambito dell’evoluzione delle tattiche di combattimento dell’esercito islamico. Tuttavia anche il presidente siriano Bashar al Assad fu accusato a suo tempo di aver usato ripetutamente ordigni e proiettili al cloro. La ‘Sirian American Society‘ ha fatto sapere di aver documentato, nei primi tre mesi del 2015, almeno 31 offensive del genere dalla forze siriane con l’uso di elicotteri.

C’è un filo rosso che unisce le tattiche di guerra e terrorismo tra l’Isis e Boko Haram: il trasferimento di armi “in parti”, cioè smontate e fatte viaggiare verso l’Europa e il Medio Oriente facilitando il rifornimento di materiale bellico sia per le truppe sia per i nuclei terroristici sparsi per i tre continenti. La comunità internazionale vigila da due anni questo mercato di morte per evitare stragi come quella avvenuta a un gruppo di giovani socialisti in Turchia. Un terrorista islamico si è fatto esplodere in un centro culturale provocando la morte di trenta giovani compagni turchi.

Manuele Franzoso

Il Califfo dell’Isis ferito in un bombardamento

Al Baghdadi-Isis-ferito

L’autoproclamato Califfo dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis), al-Baghdadi, sarebbe rimasto gravemente ferito nell’auto in cui si trovava, colpita durante un raid aereo delle forze della coalizione guidata dagli Usa. Lo riferiscono fonti citate in esclusiva dall’edizione online del quotidiano britannico “The Guardian”.

Il giornale cita una fonte accreditata che sarebbe in contatto con i gruppi terroristici che operano in Iraq e secondo questa fonte il ferimento di al-Baghdadi risalirebbe al mese di marzo. Le ferite sarebbero così gravi da averne messo in pericolo la vita, ma ora stessa fonte precisa che il ‘califfo’ “si sta lentamente riprendendo” anche se non è ancora in grado di riassumere il controllo operativo della sua organizzazione. Le condizioni iniziali del ferito erano talmente gravi, che la stessa organizzazione terroristica aveva iniziato a considerare la necessità di indicare un successore.

Altre due fonti, un diplomatico occidentale e un funzionario iracheno, hanno confermato al quotidiano britannico che il raid è avvenuto ad Al Baaj, nella provincia di Ninive, a circa 200 km a ovest a Mosul, vicino al confine con la Siria. Sotto le bombe sarebbero morti altri tre combattenti dell’Isis.

Al-Baghdadi passa molto tempo ad al-Baaj. “Ha scelto questa zona – ha detto una fonte a conoscenza di alcuni dei suoi movimenti – perché sapeva che gli americani non hanno una buona copertura aerea del posto”. “Dal 2003 (i militari Usa) a malapena erano presenti nell’area”.

Al-Baaj, è una zona tribale sunnita, ed è rimasta a lungo al di fuori del controllo dello Stato, anche sotto il regime del leader iracheno Saddam Hussein, ed era considerato un rifugio sicuro per i jihadisti dal 2004 in poi. I residenti – scrive ‘The Guardian’ – hanno utilizzato a lungo reti di trafficanti e piccole valli e sentieri per importare beni dalla vicina Siria e in altre parti delle aree sunnite dell’Iraq, a Ninive e Anbar. Al-Qaeda in Iraq e tutte le sue successive incarnazioni, tra cui l’Isis, hanno avuto accesso in gran parte dei territori senza incontrare ostacoli fino all’inizio di quest’anno quando l’area è finita nel mirino delle forze della coalizione.
Il diplomatico citato dal quotidiano ha sottolineato che le forze della coalizione non erano comunque certe che a bordo di una delle vetture ci fosse il ‘Califfo’, mentre l’altra fonte, l’ufficiale iracheno Hisham al-Hashimi, ha affermato di aver appreso fin da allora che il ‘califfo’ fosse stato ferito con persone del suo seguito. Il vice di al-Baghdadi, Abu Muslim al-Turkmani, e il capo delle operazioni militari dell’Isis in Iraq, sono stati uccisi all’inizio di dicembre.
Bisogna però anche ricordare che già alla fine dell’anno era circolata la notizia del ferimento di al-Baghdadi e si era rivelata senza fondamento. Nessun altro quotidiano o agenzia di stampa internazionale ha ancora confermato la notizia.

Resta il fatto che dopo aver preso il controllo lo scorso giugno di una buona fetta del territorio dell’Iraq e della Siria, arrivando a minacciare la capitale Baghdad e la città di Irbil, l’Isis ha recentemente perso terreno in entrambi i Paesi mentre un’offensiva condotta da milizie sciite e dall’esercito iracheno ha ripreso il controllo della quarta città dell’Iraq, Tikrit.

Alvaro Steamer

GUERRA SENZA FRONTIERE

Apertura Isis

Sono sempre di più i Paesi coinvolti dall’Isis nella sua offensiva per edificare il califfato, dall’Iraq alla Siria, all’Algeria e sono sempre i più i Paesi che si sentono coinvolti e hanno iniziato a reagire militarmente. È una guerra senza esclusione di colpi quella contro l’Isis, gli attacchi aerei della coalizione guidata dagli Usa, sono stati lanciati anche nell’est della Siria, contro i depositi petroliferi, fonte di risorse per lo Stato Islamico. “Posso confermare che le forze Usa e i partner arabi hanno lanciato altri attacchi aerei contro i terroristi dello stato islamico”, ha detto il portavoce del Pentagono, ammiraglio John Kirby. Secondo la ong Osservatorio siriano per i diritti umani la terza notte di attacchi avrebbe provocato l’uccisione di quattordici jihadisti e cinque civili. Continua a leggere