Raqqa. I Curdi espugnano la capitale dell’Isis

raqqaRaqqa è stata liberata, ad annunciarlo un portavoce dei guerriglieri curdi che ha precisato che la città, ex capitale dello Stato islamico in Siria, è “completamente ripulita”. Dopo un’offensiva iniziata a giugno, domenica c’è stato l’assalto finale da parte dei combattenti dalle Forze democratiche siriane (Fsd), alleanza di milizie curde e arabe appoggiate dagli Usa che si è concluso stamattina.
Gli ultimi combattimenti particolarmente accesi si sono verificati nella zona dell’ospedale e in quella dello stadio, mentre particolare valore simbolico ha avuto l’occupazione del crocevia di Al-Naim, conosciuto come la “Rotonda dell’inferno”, dove i jihadisti eseguivano decapitazioni e crocifissioni.
Dopo Mosul lo Stato Islamico perde l’ultima città importante che controllava fra Siria e Iraq ma soprattutto il luogo che aveva eletto a capitale del suo “Califfato”. Nel marzo del 2013 Raqqa diventa il primo capoluogo di provincia a cadere nelle mani dei combattenti che si oppongono al regime di Bashar Al Assad, ma nemmeno un anno dopo l’Isis prende il pieno controllo della città, cacciando i combattenti delle altre fazioni. Tuttavia già nel giugno del 2015 i combattenti curdi riescono a strappare al Daesh le prime città nella provincia, tra cui Tal Abyad e Ayn Issa.
Dopo aver ripreso il controllo dello stadio di calcio e dell’ospedale, le ultime due roccaforti dove si erano asserragliati i combattenti stranieri dell’Isis, è stata issata la bandiera curda sulla città, anche restano da stanare alcune sacche di jihadisti ancora a Raqqa, soprattutto combattenti stranieri accorsi da tutto il mondo per combattere nelle fila dell’Isis.
Centinaia di jihadisti dell’Isis e migliaia di civili erano stati evacuati da Raqqa domenica in base ad un accordo raggiunto tra le cosiddette Forze democratiche siriane (Sdf) alleate degli Usa e lo Stato islamico con la mediazione di capi tribali locali.
Nonostante tutto però secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, la battaglia per la liberazione di Raqqa ha avuto un costo altissimo in termini di vite umane: 3.250 morti, di cui 1.130 civili, senza dimenticare le condizioni in cui versano i civili fuggiti da Raqqa che da giugno sono ancora ospitati nei campi profughi.

UN ANNO DI PROVE

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Il nostro Psi, nell’annata politica che va da un agosto all’altro, vanta un notevole lavoro politico che ha sanato ferite, raggiunto risultati importanti, provato, non sempre con successo, ad allacciare intese politiche, contribuito a raggiungere obiettivi legislativi di rilievo.

E’ stato l’anno di Amatrice e del terremoto che ha sconvolto una parte del centro Italia. I socialisti hanno lanciato subito due progetti: uno sulla messa in sicurezza del territorio e uno per la salvaguardia degli edifici. E’ passato solo un anno e sembra un secolo. Ma è stato anche l’anno di Trump e del terrorismo islamico che non demorde e che continua a colpire, da Nizza a Londra, dalla Germania al Belgio. Con Nencini lanciamo l’idea di salvaguardare la nostra cultura liberale e proponiamo iniziative contro l’infibulazione e la sharia. Restiamo, in fondo, figli dei principi dell’illuminismo, loro di quelli dell’oscurantismo. Grazie all’impegno del nostro vice ministro si vara la legge sull’omicidio stradale. E’ stato l’anno di Macron che ha sconfitto la destra e la sinistra francesi, l’anno della Brexit. E’ stato il primo anno senza Marco Pannella, mentre ci hanno salutato per sempre i nostri indimenticabili Lelio Lagorio, Franco Piro, Giuseppe Tamburrano e Giovanni Pieraccini. Dal Portogallo rimbalza la notizia della scomparsa di Mario Soares e più recentemente ci lascia Enzo Bettiza, campione di liberalsocialismo. E’ l’anno segnato da un referendum perso dal governo Renzi (i socialisti si sono schierati per il sì, ma hanno contestato l’Italicum), cui sono seguite le dimissioni di quest’ultimo da presidente del Consiglio, ma non dalla politica, tanto che il giovin Matteo ha poi stravinto le primarie del Pd restando così alla sua guida. Il suo successore al governo Paolo Gentiloni lo surclasserà nettamente nei sondaggi sul gradimento degli italiani (risale a sorpresa anche Berlusconi).

Se n’è andato davvero, pareva impossibile, Fidel Castro, ci lascia anche il premio Nobel Dario Fo e alle elezioni amministrative parziali trionfa, a sorpresa, il centro-destra anche nelle regioni rosse. I socialisti si confermano in buona salute nei comuni, dove restano l’unico partito del centro-sinistra presente, oltre il Pd. Esplode lo scandalo immigrati e Ong. Un magistrato di Catania esprime preoccupazioni non infondate. Inizia lo scaricabarile dell’Europa ma la Bonino sostiene che i trattati che abbiamo firmato (in cambio di flessibilità sui conti) scaricano gli oneri su di noi. Il Psi si ritrova a congresso a Roma anche per risolvere un questione di legittimità degli organi dopo un ricorso. Ne esce la preferenza per un nuovo rapporto con radicali e laici. Emma, presente, rimpiange la Rosa nel pugno. Intanto l’Avanti, dopo la rubrica di denuncia sulle banche (al Senato i socialisti presentano due proposte di legge sull’argomento) può contare sulle preziose collaborazioni del giornalista Aldo Forbice e dell’economista Nicola Scalzini, già consulente di Craxi alla presidenza del Consiglio e sottosegretario del governo Dini. Grazie a Pia Locatelli la legge sul fine vita è approvata dalla Camera, dopo quella sulle unioni civili, cui i socialisti danno un contributo essenziale.

Con Giovanni Negri dò vita all’associazione Marianna che unisce radicali, laici e socialisti, mentre i radicali transnazionali si trovano a congresso a Rebibbia. E’ l’anno di una legge elettorale che non si fa (i socialisti avanzano una proposta di legge sullo schema del Mattarellum), di Pisapia che, come l’araba fenice, che ci sia ciascun lo dice ma dove sia nessun lo sa, ma é certo l’anno della scissione del Pd abbandonato da D’Alema, Bersani, Speranza e Rossi, che fondano Mdp. L’aggettivo socialista viene bandito. Il Pd é in crisi, anche Orlando fonda un suo movimento (un’altra scissione?). Dobbiamo intervenire per difendere Ignazio Silone dalle accuse di uno storico e anche per dire la verità sul nuovo film Sky 1993. Celebriamo il settantesimo anniversario della scissione di Palazzo Barberini (Saragat aveva ragione) e portiamo a casa dalla Camera lo ius soli, vecchio principio socialista. I grillini fanno ridere e piangere tutta Europa per come amministrano Roma. La Raggi dice no alle Olimpiadi e non si contano ormai gli assessori dimissionari, mentre il suo uomo di fiducia finisce in carcere. Finalmente la coalizione internazionale espugna Mosul. L’Isis si ritira.

L’economia italiana é in timida ripresa. Siamo al più 1,3. Ma la disoccupazione é ancora alta. E’ anche l’anno dei papà. Quello della Boschi, incastrato dalle banche, quello di Renzi accusato di incontri con l’imprenditore Romeo. Ci pensa Richetti a risanare l’Italia. La sua proposta di legge tesa ad applicare il contributivo ai vitalizi degli ex parlamentari viene approvata dalla Camera. Ma i grillini non si accontentano. Vogliono il riconoscimento della primogenitura e al Senato scoppia il finimondo perché la procedura d’urgenza viene rifiutata. Dopo aver citato la battaglia di Auschwitz di Napoleone, Di Battista attribuisce il Nobel a Hollande, mentre Di Maio aveva accenato al Venezuela di Pinochet. Il futuro dell’Italia in mano agli ignoranti? Arriva agosto, mentre Emma Bonino e Carlo Calenda partecipano alla formazione del nuovo movimento Forza Europa. Una novità interessante e dagli sviluppi potenzialmente rilevanti. Fa molto caldo. Salvini ne prende troppo e chiede di processare Napolitano per l’intervento in Libia. Siamo oltre misura, oltre il record, oltre dove una volta voleva finire il vecchio Occhetto. Esaurita l’ondata dei trentenni si passa direttamente agli ottuagenari? De Rita osserva che siamo nella fase del rancore e del rimpianto. Aspettiamo settembre per verificare se dopo la morte della rottamazione e di Lucifero ci sarà spazio anche per noi, non più trentenni, non ancora rottamati ma non ancora ottantenni. Restiamo a metà del guado…

Mauro Del Bue

Mosul allo scontro finale, un milione di civili allo stremo

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Le forze irachene si preparano per l’imminente assalto finale ai quartieri occidentali della città di Mosul: è il rush finale per riconquistare l’ultima zona ancora in amano ai jihadisti, dove si teme siano rimaste intrappolate 750mila persone. E se la parte occidentale è ancora in mano ai jihadisti, anche nella zona tornata sotto il controllo iracheno, in cui risiedono 400mila persone, la situazione è ancora difficile e la paura non è sparita.

A quattro mesi esatti dall’inizio dell’offensiva, la battaglia a Mosul è ancora lungi dall’essere conclusa. Dall’antichissima seconda citta’ irachena il 14 giugno 2014, nella moschea al Nur, il leader dell’Isis, Abu Bakr al Baghdadi, proclamò la nascita del ‘califfato’ e da li’ progressivamente estese la presenza jihadista verso sud, nelle regioni tribali sunnite dell’Anbar, e verso ovest, per cercare un collegamento e una continuità territoriale con la roccaforte in Siria, Raqqa.

L’operazione per riconquistarla -“Qadimun ya Nineweh, che in arabo significa, ‘Stiamo arrivando, Ninive’- è cominciata il 16 ottobre scorso: in campo l’esercito iracheno, con l’appoggio dei miliziani curdi e dell’aviazione straniera, soprattutto statunitense. Solo il 17 gennaio, dopo tre mesi di  violenti combattimenti, le autorità hanno annunciato la  riconquista del controllo di Mosul est. Nei giorni scorsi un video diffuso dalla Raf, l’aeronautica militare britannica, ha mostrato il bombardamento e la distruzione del quartier generale dell’Isis in città.Il maltempo sta ostacolando l’avvio dell’offensiva finale nei quartieri occidentali, inizialmente previsto per l’11 febbraio, dove la situazione umanitaria di chi è rimasto  intrappolato si preannuncia catastrofica. Il comandante delle forze speciale dell’antiterrorismo, il generale Maan al Saadi, ha detto che ci vorranno almeno 7 giorni per arrivare alle porte della città; e che l’ostacolo maggiore sono ancora i civili, che i jihadisti utilizzano come ‘scudi umani’ e sottopongono a terribili ritorsioni (a metà gennaio una tv libanese ha raccontato la storia di una donna e dei suoi quattro figli dati alle fiamme di fronte a un gruppo di profughi).

Anche se più piccola, la parte occidentale di Mosul è quella più densamente popolata, dove centinaia di migliaia di  persone vivono da settimane praticamente in una situazione di assedio: poco cibo, scarseggiano i medicinali. Tutti i ponti che collegano le due parti sul fiume Tigri, già danneggiati dal bombardamenti della coalizione, sono stati distrutti.

Le Nazioni Unite hanno annunciato che domenica riprenderanno le attività umanitarie nella parte orientale della città. I lavori erano stati  sospesi temporaneamente all’inizio della settimana, per la perdurante situazione di insicurezza: si temono le cellule ‘dormienti’ dell’Isis che si nascondono e potrebbero preparare una nuova offensiva sull’ovest. “Tutti parlano della liberazione ma Daesh è ancora qui, i suoi droni sorvolano le nostre teste, colpiscono le nostre case, o nostri ospedali, le moschee”, racconta Omar Samir un abitante del quartiere di Azzouhour. “Gli attentati kamikaze sono tornati e questo riporta alla memoria il Daesh”, aggiunge Umar Samer, un abitante del quartiere di Al-Zuhoor. Il 9 febbraio un kamikaze si è fatto saltare in un noto ristorante nella parte orientale, ferendo diverse vittime. Nuriya Bashir, una sessantina d’anni, è restata a Mosul est nel corso dell’intera offensiva, ma ha deciso di abbandonare la casa con i nipoti due giorni fa: “Il marito di mia figlia è stato ucciso da un drone  lasciato cadere da una granata. Il Daesh sapeva dove si trovava quella sera. Cellule dormienti sono ovunque”, racconta dal campo profughi di Hassansham, alla periferia orientale della città. “Con la liberazione di Mosul est, molti profughi avevano lasciato il campo per ritornare alle loro case”, racconta Rizqar Obeid, il direttore dei campi di Khazer e Hassancham. “Ma negli ultimi giorni, abbiamo ricevuto circa 40 famiglie che non potevano più tollerare la situazione in città”. Oum Samir accusa le forze di sicurezza di non fare più il loro lavoro nei quartieri liberati: preoccupati dall’imminente offensiva a ovest, le unità di elite dell’anti-terrorismo (CTS), protagoniste della riconquista della zona a est del Tigri, se ne sono andate.

“Abbiamo lasciato quella parte della città all’esercito”, spiega il generale, Abdulwahab al-Saadi, uno dei comandanti del CTS. Anche secondo lui, comunque, la situazione resta difficile soprattutto per i civili che abitano vicino al fiume, che separa la città in due, perché “i jihadisti dell’ovest continuano a tirare colpi di mortaio”.

E i droni armati e i colpi di mortaio non sono l’unico problema: “E’ ovvio che ci siano ancora problemi di sicurezza a Mosul est: gli abitanti di quattro villaggi, situati appena ai limiti settentrionali della città, sul lato orientale del Tigri, hanno raccontato che ci sono ancora jihadisti in mezzo a loro: ce ne sono un centinaio nell’area, che se ne vanno in giro liberamente con le armi e le tute da combattimento”, racconta un residente che non vuole rivelare il suo nome per paura di rappresaglie. I jihadisti, racconta, di recente anche hanno condannato a morte alcuni abitanti. Di qui l’allarme: secondo l’Institute for the Study of War, la mancanza di un presidio militare affidabile a Mosul est potrebbe spianare la strada al ritorno dei jihadisti. Oltre all’impatto immediato sulle vite dei civili, il think tank mette in guardia che tali “nuove infiltrazioni potrebbero anche mettere a rischio gli sforzi per riprendere il lato ovest,  costringendo le truppe irachene a combattere su due fronti per  riconquistare la città”.

RITORNO A MOSUL

peshmerga-getty-770x513L’Occidente torna di nuovo in Iraq e in particolare in quella che è la città più importante del Medio Oriente. Mosul è la più grande città dello Stato Islamico, è da qui che Abu Bakr al-Baghdadi annunciò il 29 giugno 2014 la creazione del Califfato: difenderla per i jihadisti è prioritario. Ma è anche la città simbolo della riscossa occidentale contro l’Isis, Mosul ha una popolazione divisa quasi a metà fra sunniti e curdi, senza dimenticare a sud della città, nella base di Qayyarah, c’è il quartier generale delle truppe irachene affiancate da contingenti di Stati Uniti e Francia decise a sostenere la riconquista da parte di Baghdad. Nella notte, infatti è iniziata quella che è definita una “battaglia difficile” e che vede schierati contro i terroristi i Peshmerga curdi e le milizie sciite da un lato e le truppe occidentali dall’altro. Il generale Stephen Townsend, comandante della coalizione a guida statunitense che opera in Iraq a fianco delle forze governative, ha raffreddato troppo facili entusiasmi dichiarando che l’operazione lanciata per riconquistare Mosul potrebbe durare molte settimane, se non di più. Trentamila soldati che diventano 85mila considerando i tecnici e il supporto logistico. Una presa a tenaglia con i soldati iracheni a sud, tra cui 1500 uomini formati dalla Turchia, e i peshmerga curdi a nord, assistiti dall’alto dai caccia americani.
I curdi, affiancati da forze speciali americane impegnate sul terreno, sono ormai a sette chilometri dalla periferia della città, ma i Peshmerga hanno strappato all’Isis otto villaggi sul fronte di Khazir, a nord-est di Mosul prima di rivolgersi verso la città irachena.
Proprio i curdi, se da un lato rappresentano un ottimo alleato per le truppe occidentali, dall’latro rischiano di far franare ancora una volta i già difficili rapporti tra Usa e Turchia.
“Saremo nell’operazione e saremo al tavolo”, ha detto il Presidente turco Erdogan prima di aggiungere riferendosi agli abitanti sunniti di Mosul che “i nostri fratelli sono lì ed i nostri parenti sono lì. È fuori questione che noi non saremo coinvolti”. Pochi giorni fa Haider al Abadi il premier iracheno aveva denunciato all’Onu la violazione della sua sovranità territoriale con la presenza di truppe di Ankara che il leader turco sta portando il suo esercito “in un’avventura e in un’aggressione ad un Paese vicino dalle conseguenze ignote”, avvertendo che gli iracheni “resisteranno all’occupazione del loro Paese”.

Vignetta di Davide Ciminari

Vignetta di Davide Ciminari


Proprio dall’Onu, è arrivata in queste ore la preoccupazione per la sorte degli 1,5 milioni di civili a Mosul e teme che “migliaia di loro potrebbero ritrovarsi sotto l’assedio” delle truppe governative o diventare “scudi umani” nelle mani dell’Isis. Lo afferma in un comunicato il sottosegretario per gli affari umanitari, Stephen O’Brien, facendo appello “a tutte le parti perché rispettino i loro obblighi di proteggere i civili in base alla legge umanitaria internazionale”.


Vengo anch’io, no tu no
di Alberto Benzoni

In base alle “dichiarazioni di intenti” e agli oggettivi rapporti di forza, Mosul avrebbe dovuto essere, non dico conquistata, ma sotto attacco da un pezzo. Ma se ne riparlerà l’anno prossimo. Allo stesso modo, la città libica di Sirte, di cui era prossima, settimane fa, la definitiva liberazione, dovrebbe essere ancora, almeno in parte, in mano a quelli dell’Isis.
E, ancora, questa stessa Isis, nei giorni pari forza in espansione e minaccia temibile, diventa, in quelli dispari, qualche migliaio di miliziani allo sbando, destinati alla sconfitta certa e la sua rete europea si tramuta, a seconda delle circostanze, vuoi in una grande macchina del terrore, vuoi in semplice brand a disposizione del frustrato con tendenze omicide di turno. Mentre scopriamo improvvisamente che la crociata internazionale contro l’Isis, solennemente indetta e al più alto livello, si manifesta sul terreno, almeno in Iraq, soprattutto con le milizie sciite e con i loro consiglieri iraniani (e cioè con forze formalmente escluse dalla crociata); e, nel contempo, che al Qaeda, data per morta è viva e in piena espansione.
Informazione manipolata? Magari fosse. Perché la manipolazione presuppone un manipolatore e il manipolatore un disegno. Mentre, in realtà qui non c’è alcun “disegno” degno di questo nome, almeno da parte dell’Occidente. Perché ogni disegno che voglia essere efficace, presuppone una definizione comune dei problemi da affrontare, degli obbiettivi da raggiungere e, infine, delle forze che, a livello regionale, sono orientate a sostegno del progetto oppure volte a combatterlo.
Ora, di tutto questo non c’è traccia. E non perché l’Occidente (leggi in questo caso gli Stati Uniti; perché l’Europa degli stati non può avere una politica estera comune) non abbia una linea; ma perché ne porta avanti diverse, in ordine di tempo e poi simultaneamente, e del tutto contrastanti tra loro. Prima, in ordine di temo, l’appoggio ai regimi castrensi o “patrimoniali”contro i regimi filosovietici e quello iraniano con l’arruolamento, in nome della Causa, dei fondamentalisti islamici.
Poi, l’avventura, del tutto solitaria, in Iraq, come vittima “laica”di una lotta contro il sullodato fondamentalismo, ora ridefinito come matrice del terrorismo. Poi l’apertura improvvisa, con la primavera araba, all’islamismo ora democratico contro i regimi al potere; apertura, però valida nel lato Sud del Mediterraneo e nella Siria di Assad ma non nei paesi del Golfo. Poi la costruzione di un blocco sunnita, contro il blocco sciita e la Russia, chiudendo un occhio, diciamo così, sulla presenza, all’interno del medesimo, di un fondamentalismo radicale e omicida. E, per concludere, la combinazione frettolosa e del tutto improbabile di due distinte e contrastanti crociate. la prima, formalmente “messa in sonno” (ma sempre pronta ad occupare di nuovo la scena) contro Assad, sciiti e russi. La seconda, formalmente all’ordine del giorno ma mai seriamente messa in campo, all’insegna del “tutti insieme appassionatamente” contro l’Isis e altre formazioni della galassia fondamentalista.
Ora, è questo vuoto politico ad alimentare il vuoto nei fatti e nelle informazioni sui medesimi.
E qui possiamo tornare, in conclusione, a Mosul (e un pò anche a Sirte).
Nel primo caso, tutti d’accordo, nella necessità di conquistare la città, ponendo così fine all’esperienza del califfato ( anche se nessuno può dire con certezza che la fine del califfato porterà con se la fine dell’Isis). ma tutti in disaccordo sul chi debba assumersi il compito di conquistarla. Perché quelli disponibili alla bisogna: milizie sciite, curdi e ora anche turchi, non sono accettabili né per il governo iracheno né, soprattutto, per gli Stati uniti. Mentre quelli “ok”, leggi esercito iracheno e milizie sunnite “buone” semplicemente non esistono.
E, allora, al-Baghdadi, ammesso che sia mai veramente esistito, può per ora, dormire sonni tranquilli; sempre naturalmente che, sotto il comando della Pinotti, arrivino truppe italiane ad investirla dal Nord…
Per Sirte il problema è diverso. Perché o da est, lungo il percorso da Tobruk a Tripoli o da ovest, lungo il percorso inverso, degli uomini armati sono in arrivo per conquistarla. Il solo rischio è che, nell’urgenza di combattersi tra loro, si dimentichino completamente dell’isis.

Locatelli: “Riconosciuto genocidio degli yazidi”

yazidiVia libera della Camera alla mozione a prima firma Pia Locatelli per il riconoscimento del genocidio del popolo yazida. Tra gli orrori dell’Isis anche quello di un genocidio, ben 72 le fosse comuni tra la Siria e l’Iraq. Si tratta degli yazidi, appartenenti alla minoranza più superstiziosamente odiata e perseguitata dall’Isis, che presso Mosul e nella provincia di Ninive contava fra le 4 e le 500 mila persone.
Una strage portata alla luce e denunciata da Nadia Murad, irachena di etnia yazida rapita dai miliziani dell’Isis nel 2014, divenuta schiava sessuale, è riuscita a scappare e ora è ambasciatrice dell’Onu per la pace.
“L’intento genocidiario – ha detto Pia Locatelli, presidente del Comitato diritti umani della Camera – si è reso evidente, oltre che con i massacri documentati dalle fosse comuni di sole vittime yazide, dalla politica di stupro sistematico e riduzione in schiavitù delle donne e ragazze yazide, deportate in massa nei luoghi controllati da Daesh e consegnate a veri e propri mercati di schiavi, dove le ragazze sono state vendute sulla piazza pubblica come schiave per 150 dollari. A volte, inspiegabilmente, vengono riproposte per la vendita alle famiglie d’origine per cifre che vanno dai 10.000 ai 40.000 dollari. Migliaia di donne sono state costrette con la forza a contrarre matrimonio con i guerriglieri dell’Isis, vendute o offerte ai combattenti o simpatizzanti. Molte di queste schiave sessuali sono poco più che bambine, ragazze di età compresa tra i 12 e i 15 anni o anche più giovani. Alcune non hanno retto all’umiliazione e hanno preferito suicidarsi”.nadia-murad
Da diversi mesi, la giovane Nadia si è impegnata in un’infaticabile attività per sensibilizzare la comunità internazionale sulla tragedia che ha colpito il suo popolo. Le persecuzioni sono raccolte e raccontate nel rapporto del 2015 dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che ha dichiarato la responsabilità di Daesh per il genocidio yazida davanti alla Corte penale internazionale, Il genocidio è iniziato con il massacro di almeno 700 uomini e con la cacciata di 200 mila yazidi dalle loro case. Almeno 40 mila in fuga rimasero intrappolati sui monti del Sinjar, con davanti l’unica scelta possibile: la morte per disidratazione ed il consegnarsi al boia di Daesh. Il rapporto dice che nessun gruppo religioso mai è stato sottoposto a forme di distruzione come quelle cui è stata sottoposta questa popolazione.
“Gran parte di queste informazioni ci è stato testimoniato da Nadia Murad Basea Taha, yazida irachena, audita a maggio dal Comitato permanente per i diritti umani, della Commissione esteri”, ha precisato Pia Locatelli che ha aggiunto: “Nadia Murad è una delle giovani donne yazide vittime dell’ISIS: è stata sottratta alla sua famiglia e violentata ripetutamente dai miliziani, riuscendo a fuggire dopo
3 mesi grazie all’aiuto di una famiglia musulmana. Con lei avevamo preso un impegno: oggi lo abbiamo rispettato”.

In Rosso

I miliziani dell’Isis hanno bruciato vive, in mezzo ad una piazza di Mosul (Iraq), 19 ragazze curde che si erano rifiutate di divenire schiave sessuali dei combattenti jihadisti. A riferirlo è l’agenzia di notizie Ara (Kurdish News Agency), ripresa dai media iraniani.

Le giovani donne, chiuse in gabbie di ferro, sono state portate in una piazza della roccaforte irachena del Califfato nero, e date alle fiamme, davanti a centinaia di presenti. “Nessuno ha potuto fare niente per salvarle”, ha detto un testimone all’Ara.

Tiziana Ficacci
dal blog
Libere e Laiche

Iraq e Siria lanciano offensiva contro Isis

mosulÈ partita la doppia offensiva contro l’Isis da parte dell’esercito iracheno e siriano. la prima città ad essere liberata dall’occupazione del Sedicente Stato islamico è Palmira, la città simbolo di quella distruzione da parte dell’Isis delle rovine grecoromane patrimonio mondiale dell’umanità.
Nelle ultime ore decine di raid aerei, russi e dell’esercito regolare siriano, hanno preparato la strada alle truppe di terra che hanno così liberato la città. Invece secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani le forze governative sarebbero giunte a 2 km da Palmira, ma nessun soldato sarebbe ancora entrato in città, mentre l’Isis ordinava alla popolazione di lasciare il centro.
Gli scontri tra gli jihadisti e i siriani sono inziaiti ieri e si sono fermati per alcune ore appena passata la mezzanotte, sono ripresi in una zona agricola annessa al quartiere di al-Garf, nella parte occidentale della località. L’esercito siriano riprende così il controllo di Palmira conquistata dall’Isis dopo un’offensiva in cui ha conquistato ampie zone del settore orientale della provincia di Homs, alla frontiera con l’Iraq.
Ma le truppe dell’Isis in queste ore sono in difficoltà anche sul versante iracheno, Baghdad non solo ha annunciato che entro quest’anno vuole riconquistare Mosul, la maggiore città nel nord del Paese, ma ha anche avviato l’operazione per liberare i propri territori. È partita infatti l’operazione Fath, l’offensiva preparata per mesi: in un comunicato, il comando congiunto ha precisato che l’operazione, denominata Fath (‘conquista’), ha portato le forze di Baghdad a riprendere il controllo dei villaggi di Nasr, Karmandi, Kathila e Kherbardan. “Le forze irachene continuano ad avanzare”, si legge nel comunicato.
Anche questa operazione come la conquista di Palmira è stata sostenuta da raid aerei, questa volta però quelli che fanno capo alla coalizione guidata dagli Stati Uniti. L’assalto, iniziato all’alba, è stato lanciato dalla zona Makhmour, a circa 60 km a Sud di Mosul, dove erano stati concentrati migliaia di uomini. L’obiettivo è stabilire una testa di ponte in questa regione, per consentire alle truppe provenienti dalla capitale Baghdad di lanciare incursioni e circondare Mosul.
Secondo quanto riferisce un comunicato della difesa irachena, l’offensiva è la prima fase dell’operazione che il governo di Baghdad vuole concludere entro quest’anno con la riconquista di Mosul, la maggiore città nel nord del Paese. In un comunicato, il comando congiunto delle forze irachene ha precisato che l’operazione, denominata Fath (‘conquista’), ha portato le forze di Baghdad a riprendere il controllo dei villaggi di Nasr, Karmandi, Kathila e Kherbardan. “Le forze irachene continuano ad avanzare”, si aggiunge nella nota. Mosul con i suoi 2 milioni di abitanti rappresenta la città più grande sotto il controllo dell’Isis che l’ha occupata nel 2014.

Redazione Avanti!

Mattarella e Obama in accordo sulla Libia

++ Mattarella,su Libia collaborazione Italia-Usa decisiva ++È stato un incontro all’insegna dei ringraziamenti tra i due presidenti, quello della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, e il capo della Casa Bianca, Barack Obama. Ma in realtà in agenda tra i due pesano numerose crisi internazionali che richiedono l’appoggio indiretto e costante del gigante americano.
Mattarella che ha parlato ai giornalisti insieme a Obama, nello studio ovale della Casa Bianca, ha sottolineato la “piena condivisione con gli Usa” su temi importanti come il terrorismo, il fenomeno migratorio, senza dimenticare inoltre la candidatura italiana per un posto nel consiglio di sicurezza dell’Onu, ma soprattutto le crisi che riguardano in particolare Siria, Iraq e Libia. Quest’ultima in particolare, resta la questione più importante per il nostro Paese, tanto che il viaggio di Mattarella a Washington è stato preceduto da indiscrezioni reiterate sulle pressioni dell’amministrazione americana affinché si desse inizio alle danze militari sul terreno. Tuttavia Obama ha captato la prudenza del presidente italiano in merito a un intervento, affermando solo: “Abbiamo parlato degli sforzi congiunti per aiutare la Libia a formare un governo che permetterà alle loro forze di sicurezza di stabilizzare il loro territorio e neutralizzare l’Isis”. In sostanza il Presidente degli Usa si accontenterà dei soldati che Roma manderà a difendere la strategica diga di Mosul e di quelli che spedirà a Tripoli e Obama ha continuato così con i ringraziamenti e i convenevoli: “Ho ringraziato tantissimo l’Italia – dice alla fine dell’incontro con Sergio Mattarella – per il grande contributo notevole per l’addestramento dei militari in Iraq e per il notevole ruolo che svolgerà a protezione della diga di Mosul, che è di estrema importanza per il popolo iracheno”.

“Per la Libia, la nostra collaborazione è decisiva affinché la comunità internazionale risolva i drammatici problemi sul tappeto ripristinando stabilità e sicurezza”, ha infatti confermato Mattarella parlando al termine dell’incontro allo studio ovale. La prudenza italiana nell’intervento fa presagire a una sorta di modello simile a quello dei “Paesi Balcani”, cioè prima una presa di posizione dell’Onu, poi l’intervento della Nato e infine la gestione di ricostruzione affidata all’Unione europea. La soluzione italiana quindi richiama a una cornice internazionale di consenso e legalità. Da parte statunitense l’Italia resta un alleato importante, nella lotta al terrorismo e negli interessi in Mediooriente, soprattutto dal punto di vista geografico, a confermarlo anche le tanti basi militari Nato.

Tanto che i colloqui di Mattarella, accompagnato dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, continueranno oggi con il Vice Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden. Successivamente andrà al Capitol Hill per incontrare prima il Presidente della Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan, e la Minority Leader, Nancy Pelosi, insieme ad una rappresentanza bipartisan e bicamerale della leadership del Congresso, poi sempre al Capitol Hill il Presidente Mattarella incontra una rappresentanza della Italian American Congressional Delegation.

Liberato Ricciardi

Iraq. Isis in ritirata da Ramadi

Continuano a rincorrersi in queste ore le notizie sulla città di Ramadi, espugnata dalle truppe irachene al Sedicente Stato Islamico. Tuttavia poche ore fa l’Alto comando iracheno nega che Ramadi sia stata completamente liberata, gli jihadisti dell’Isis infatti controllano ancora il 30% della città.


 

ramadiLe truppe dell’esercito regolare iracheno hanno ripreso il controllo di varie zone della città di Ramadi. Sulle sponde del fiume Eufrate è tornata libera l’ex sede del locale governo e fortino, fino a pochi giorni fa, dello Stato Islamico nel settore occidentale del centro abitato. Un portavoce dell’esercito ha annunciato: “Tutti i combattenti dell’Isis hanno abbandonato il quartier generale”.

Martedì 22 dicembre i soldati iracheni hanno lanciato l’offensiva decisiva dietro le decisioni delle forze governative. L’informazione dell’offensiva però deve essere arrivata anche ai miliziani terroristi, i quali hanno abbandonato parte della città. I combattenti di Daesh hanno preferito la fuga. Nonostante questo, il sedicente califfo e leader dell’Isis al-Baghdadi ha diffuso un messaggio audio rivolgendo pesanti minacce e ripercussioni alla Russia e agli Stati Uniti. “I raid non ci indeboliscono” ha detto e, rivolgendosi a Israele, ha sentenziato “la Palestina sarà il vostro cimitero”.

Ramadi è il capoluogo della provincia di Anbar e a maggioranza sunnita. Nel maggio scorso fu conquistata dalle bandiere nere del fondamentalismo islamico. Così, a inizio 2016, due città sono state liberate a caro prezzo: Ramadi e Tikrit. Il primo ministro iracheno, Haider al-Abadi, ha indicato il prossimo obiettivo: Mosul. Ora Ramadi sarà protetta dal cielo dalla coalizione internazionale anti Isis (guidate dagli Usa) e dalle forze di polizia locale, insieme a tribù sunnite, per terra. Inoltre, i poteri forti di Baghdad hanno optato per tenere lontano dai campi di battaglia di Ramadi le milizie iraniane a maggioranza sciita per evitare tensioni, nonostante esse abbiano avuto in passato un ruolo determinante in altre offensive.

La riconquista di Ramadi e Tikrit sono certamente delle vittorie e uno schiaffo morale all’Isis. Tuttavia è preoccupante come al-Baghdadi abbia minacciato la Russia, giacché in passato si era rifornita di armi e altro materiale bellico proprio dal colosso euroasiatico. Senza contare poi che la Russia continua a bombardare la parte orientale della Siria, causando centinaia di morti innocenti tra la popolazione civile. E l’Europa continua a guardare.
Intanto, a nord dell’Iraq, i curdi perseguitati da Erdogan continuano ad arginare l’avanzata dell’Isis senza nessun supporto di uomini e mezzi da parte della coalizione internazionale. Il coraggio delle soldatesse curde, intanto, sta oltrepassando i confini dell’omertà da parte dei mezzi di comunicazione di massa. A novembre fu sbaragliato l’esercito dell’Isis a Sinjar, città nordoccidentale dell’Iraq, a non molti chilometri da Mosul, roccaforte dei terroristi. Altro obiettivo nevralgico sarà la presa di Raqqa, città nel nord della Siria. La strategia per la vittoria militare contro l’Isis passa per queste due città.

Manuele Franzoso

Isis. Uso sospetto di armi chimiche contro i curdi

Isis-armi chimiche-curdiL’esercito islamico del sedicente califfo Abū Bakr al-Baghdādī ha iniziato a rifornire i propri soldati di armi chimiche, usate sia contro i civili sia contro le forze di resistenza curda. Un’evoluzione delle tecniche di combattimento che mette paura alla comunità internazionale. Due organizzazioni indipendenti, con base in Gran Bretagna, la ‘Conflict Armament Research‘ (Car) e la ‘Sahan Research‘, hanno divulgato la nota informativa riguardante due attacchi che hanno avuto luogo il mese scorso nella provincia settentrionale siriana di Hasakah e di un terzo nei pressi della diga irachena di Mosul. La Car ha fatto sapere che “ Si tratta del primo uso documentato di proiettili con agenti chimici contri i civili e le forze curde da parte dell’Isis”.

Il direttore della Car, James Bevan, ha spiegato come si è arrivati alla terrificante scoperta. Alcuni investigatori di questa agenzia erano stati a Mosul una settimana dopo l’attacco e giunti sul posto hanno manifestato fin da subito sintomi di nausea e mal di testa. Tali avvisaglie sono compatibili con l’inspirazione di agenti chimici come il cloro e quindi riconducibili ad armi chimiche di tipo polmonare. Questi composti sono, o formano, acidi i quali intaccano il sistema respiratorio causando irritazione delle vie respiratorie, della pelle e degli occhi, tosse, secchezza delle fauci e broncospasmi. La morte, una volta inalate le sostanze tossiche e corrosive, giunge istantaneamente o dopo tre ore.

Inoltre il governo regionale curdo ha predisposto ulteriori analisi nelle zone interessate dai bombardamenti dell’artiglieria dell’Isis. Secondo James Bevan questi tre attacchi fanno parte di un “test generale” nell’ambito dell’evoluzione delle tattiche di combattimento dell’esercito islamico. Tuttavia anche il presidente siriano Bashar al Assad fu accusato a suo tempo di aver usato ripetutamente ordigni e proiettili al cloro. La ‘Sirian American Society‘ ha fatto sapere di aver documentato, nei primi tre mesi del 2015, almeno 31 offensive del genere dalla forze siriane con l’uso di elicotteri.

C’è un filo rosso che unisce le tattiche di guerra e terrorismo tra l’Isis e Boko Haram: il trasferimento di armi “in parti”, cioè smontate e fatte viaggiare verso l’Europa e il Medio Oriente facilitando il rifornimento di materiale bellico sia per le truppe sia per i nuclei terroristici sparsi per i tre continenti. La comunità internazionale vigila da due anni questo mercato di morte per evitare stragi come quella avvenuta a un gruppo di giovani socialisti in Turchia. Un terrorista islamico si è fatto esplodere in un centro culturale provocando la morte di trenta giovani compagni turchi.

Manuele Franzoso