Un Grillo Qualunque. La storia che potrebbe ripetersi

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Ascoltando e rileggendo le parole di Beppe Grillo, e i contenuti del suo blog, mi viene in mente un parallelismo con una stagione politica lontana, la stagione dell’Uomo Qualunque.

Esistono molte somiglianze tra il Fronte dell’Uomo Qualunque e le espressioni utilizzate, per anni, da Grillo e dal Movimento 5 stelle delle origini. Per intenderci, l’epoca del blog del comico genovese e il movimento di opposizione dura e pura, copia sbiadita dell’attuale compagine pentastellata, guidata dal capo politico Luigi Di Maio, dal profilo governativo e “istituzionale”. A questo punto, bisogna tornare indietro nel tempo: erano gli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale e per l’Italia fu un periodo di grandi scelte di natura politica, economica e culturale. In quel contesto un movimento fece molto discutere, il Fronte dell’Uomo Qualunque, guidato da Guglielmo Giannini, avvocato napoletano, classe 1891, teatrante, autore di commedie e giornalista.

L’Uomo Qualunque fu il nome di un settimanale, cui il n. 1 apparve a Roma il 27 dicembre 1944, sorto nel segno della protesta e del malessere presente nel Mezzogiorno, nella dolorosa fase di passaggio dal fascismo al post-fascismo. Giannini firmò l’editoriale del primo numero, poi diventato un vero e proprio manifesto del movimento: “Io sono quello che ha venduto tutto per comprare il poco che ha potuto. Io sono quello che non crede più a niente e a nessuno. Io sono l’Uomo Qualunque”.

Guglielmo Giannini colse gli umori del tempo e li interpretò magistralmente. Utilizzò un linguaggio rozzo e diretto, alternativo al discorso pubblico dominante concentrato sulle virtù della nascente democrazia e su una certa enfasi resistenziale.

Alle elezioni del 1946, il Fronte dell’Uomo Qualunque, portatore di istanze liberal-conservatrici e legate all’antipolitica, ottenne un ottimo risultato, il 5,3% delle preferenze. Tuttavia, il Fronte entrò nella prima legislatura, quella del ’48, per un soffio, e concluse la sua parabola politica nel 1953.

Infatti, le difficoltà arrivarono subito dopo, in Assemblea Costituente, dove il Fronte dell’Uomo Qualunque ha subito vistosi cambiamenti di linea politica, soccombendo nel confronto con i politici del tempo. Il qualunquismo declinò in maniera piuttosto rapida poiché portatore di un fenomeno spontaneo e reazionario che immaginava uno “Stato amministrativo”, proponeva il ritorno al privato, ad una dimensione non pubblica: la sempreverde polemica dell’italiano stritolato dallo Stato.

Il Fronte dell’Uomo Qualunque rappresentava l’italiano medio, «l’uomo qualunque», schiacciato dallo Stato, che gli estorce denaro con le tasse, incurante di tutto il resto. Da questo fenomeno politico è nato il termine qualunquismo. Potremmo dire un grillismo precedente allo stesso Grillo.

Le somiglianze tra il M5S e il Fronte dell’Uomo Qualunque, così come tra Giannini e Grillo sono notevoli: entrambi uomini del mondo dello spettacolo e abili comunicatori. Ognuno di loro è padrone del mezzo comunicativo della propria epoca, tramite l’impiego massiccio della satira: Giannini nella commedia e nella carta stampata, Grillo ha puntato sull’uso della rete, del blog e sui comizi itineranti.

Il lessico dei comizi di Grillo è molto semplice, comprensibile a tutti, gergale e spesso sfocia nella volgarità. In parallelo, il linguaggio degli esponenti del Fronte dell’Uomo Qualunque era sempre irriverente e ironico: ridicolizzavano gli avversari politici storpiandone i nomi: il Partito Comunista Italiano diventa il “Partito Concimista Italiano”, Pietro Calamandrei, uno dei fondatori del Partito d’Azione diventa “Pietro Caccamandrei, così come Ferruccio Parri diventa quindi “Fessuccio Parri”.

Un secondo elemento di somiglianza è rappresentato dal “leaderismo populistico”che si sostanzia in leadership carismatiche: Grillo e Casaleggio per il M5S, Giannini per l’Uomo Qualunque. Ancora, affiorava nelle polemiche di Giannini un rifiuto dei nuovi professionisti della politica: si parlò di «Upp» (Uomini Politici Professionali), contrapponendo loro la folla indistinta d’italiani che volevano solo essere «lasciati in pace»: la tutela del particolare contro la dimensione della politica intesa come azione collettiva e professionalità. Tutto questo richiama direttamente i Vaffa-day organizzati, negli anni di opposizione, da Beppe Grillo e co.

Eventi nei quali il comico genovese attaccava i partiti e tutto l’estabilishment: “Non perdete la capacità di incazzarvi […]. I mass media, portavoce del Sistema, hanno attaccato con una violenza inaudita il Movimento. Le grandi firme, i grandi registi, cantanti pataccari, conduttori e artisti di partito si sono scatenati contro chi li avrebbe spazzati via dalle poltrone del Regime.”

In altri termini, messaggi irrazionali che mirano a colpire la pancia dell’elettore, messaggi di protesta senza proposte chiare e realizzabili.

Entrambi i movimenti rifiutano le etichette di destra e sinistra. Ciò nonostante l’Uomo Qualunque era schierato, effettivamente, su una posizione di destra: contestava il regime fascista ma, nel frattempo, denunciava una presunta rendita di posizione degli antifascisti, additando il Cln come una specie di nuovo totalitarismo; in maniera, per certi versi simile, il M5S alla prima prova di governo stringe un’alleanza programmatica con la Lega di Salvini, formazione politica chiaramente di destra nelle parole d’ordine, nei programmi e nelle alleanze europee (si pensi alla “Internazionale nera”).

La natura di destra viene sistematicamente coperta da esponenti della “sinistra interna” dei 5stelle, del tutto ininfluenti rispetto agli indirizzi politici del governo da essi sostenuto; nella stessa maniera, Giannini e l’Uomo Qualunque recitarono anche professioni di fede antifascista, aperture al Pci e appelli al Partito liberale.

Va riconosciuto sia a Giannini che a Grillo di aver rappresentato, in epoche diverse, un diffuso sentimento di delusione e una quota di genuina rabbia popolare. Dunque, con le dovute differenze, Giannini è stato un precursore, ha aperto una strada, ha dato consistenza al malessere diffuso nel Paese, segnato da una guerra lacerante, ha saputo dare rappresentanza alle inquietudini del ceto medio meridionale nella protesta contro lo Stato oppressore.

Nello stesso modo, la crisi dei partiti politici tradizionali, l’emergere di leadership sempre più personali ha spalancato le porte al qualunquismo contemporaneo, trasformando il M5S, alle ultime elezioni politiche, in un partito pigliatutto. Tuttavia, dopo la vittoria elettorale dei grillini e l’insediamento al governo rimangono le difficoltà dell’azione legislativa e dei meccanismi parlamentari. La storia potrebbe ripetersi nuovamente e i cittadini trarre preziosi insegnamenti dalle vicende di Guglielmo Giannini e dell’Uomo Qualunque.

• Sul sito web della Camera dei Deputati sono disponibili tutti gli interventi in aula, tra il 1946 e il 1953, di Guglielmo Giannini, leader del Fronte dell’Uomo Qualunque.

Paolo D’Aleo

ZAMPINO ORBAN

ORBANOrban divide il governo. Il Parlamento Ue è chiamato a esprimersi sull’avvio delle procedure dell’articolo 7 dei trattati Ue, che prevede una serie di sanzioni per i Paesi che violano le regole sullo stato di diritto. Al centro delle accuse l’Ungheria di Orban per i sui comportamenti estremisti nei confronti dei migranti. Dopo il dibattito di oggi, la Plenaria voterà domani. Un voto che ha riflessi non solo europei ma anche nazionali. Negli ultimi mesi non sono infatti mancate le lodi a Orban da parte del ministro degli Interni e vicepremier Salvini sempre pronto ad appoggiare, soprattutto in tema di immigrazione, le politiche dei paesi Visegrad.

“Voteremo in difesa di Orban – ha detto Salvini – l’Europarlamento non può fare processi ai popoli e ai governi eletti”. Una presa di posizione che, secondo Salvini, non crea “alcun problema” tra M5s e Lega anche se la presa di posizione dei pentastellati a favore della sanzioni. “Ognuno è libero di scegliere cosa fare” ha detto Salvini, “ma la Lega difenderà sempre il valore supremo della libertà”. “Il governo e il popolo ungherese vogliono più sicurezza e più lavoro. E per questo l’Europa li processa? Una follia”.

Con Orban si schiera anche la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. “Sanzionare l’Ungheria perché si rifiuta di essere invasa da immigrati clandestini è semplicemente follia. Siamo al fianco di Viktor Orban e del popolo ungherese. Non è Orban a tradire i valori fondanti della Ue ma chi in Ue spalanca le porte all’immigrazione incontrollata, umilia i diritti dei popoli e nega la sovranità delle Nazioni”, ha detto.

Da parte sua Silvio Berlusconi ha telefonato al premier ungherese per annunciargli che a Strasburgo gli eurodeputati di Forza Italia Ad Orban Berlusconi ha confermato la propria amicizia e l’appoggio al partito del premier ungherese Fidesz, che fa parte del gruppo Ppe nel parlamento europeo.

Ancora oltre si spinge l’ex leader dell’Ukip, il britannico Nigel Farage, che ha invitato Orban, a “unirsi al club della Brexit” uscendo dall’Unione Europea. I deputati che chiedono di attivare l’articolo 7 del trattato per l’Ungheria “stanno aggiornando la dottrina Breznev sulla sovranità limitata”, ha detto Farage. “Vogliono togliervi i diritti di voto e smettere di darvi fondi europei e tutto questo perché lei ha l’audacia di resistere a George Soros, l’uomo che ha speso 50 miliardi di dollari per distruggere lo stato nazionale”. Il leader eurofobo britannico ha concluso il suo intervento all’Europarlamento con l’invito unirsi “al club della Brexit. Le piacerà”.

Orbano nel suo intervento all’Europarlamento ha parlato della necessitò di dinfere le frontiere. “Solo noi possiamo decidere con chi vivere e come gestire le nostre frontiere abbiamo deciso di difendere l’Ungheria e l’Europa e non accettiamo che le forze pro-migrazione ci ricattino. Ma noi difenderemo le nostre frontiere anche contro di voi se sarà necessario”.

Poi l’accusa all’Europarlamento di voler punire l’Ungheria perché difende le sue frontiere dai migranti e ha aggiunto che “ogni nazione ha diritto di decidere come organizzarsi”.

Si smarca dalla posizione della Lega, la delegazione del Movimento 5 Stelle all’Europarlamento che ha ribadito che Orban “non è certamente un amico dell’Italia”. “Lo dimostra tutte le volte che dice no ai ricollocamenti. Orban non ha nessuna intenzione di collaborare con il Governo italiano e non intende far la sua parte sul tema dell’immigrazione”.

l gruppo del Ppe al momento appare spaccato. In serata è prevista una riunione del gruppo: al momento l’indicazione che trapela è quella di lasciare ai deputati libertà di coscienza.

Casaleggio e i rischi della democrazia elettronica

Negli scorsi giorni Davide Casaleggio, il figlio del cofondatore del Movimento 5 Stelle e a capo della Casaleggio Associati e dell’Associazione Rousseau, ha dichiarato che “la democrazia diretta è il futuro”, le assemblee parlamentari e la democrazia rappresentativa costituiscono un passato da archiviare.

Ma sarà davvero così?

Di sicuro, le nuove tecnologie della comunicazione, in quanto tecnicamente in grado di realizzare una partecipazione dei cittadini alla sfera pubblica, possono offrire un efficace contributo alla vitalità della democrazia pluralista.

Tuttavia, l’e-democracy, non sembra poter costituire né un’alternativa alle istituzioni rappresentative, né appare in grado di prefigurare un loro superamento.

La democrazia elettronica non deve essere considerata una forma di governo ma, tutt’al più, un sistema in grado di gestire e rivitalizzare la relazione tra le Istituzioni e i cittadini.

Occorre distinguere da una parte una comunicazione politica veicolata dai vecchi mass-media e una comunicazione realizzata invece tramite la rete, una sorta di continua diretta con i cittadini, che obbliga il politico ad aumentare la propria esposizione al pubblico.

Non è una questione di velocità nelle comunicazioni né, tantomeno, una questione di capacità di recezione generazionale. Anche la generazione dei Millenials, frequenti utilizzatori di strumenti di rete e social, non comprendono pienamente le dinamiche del web, limitandosi ad un uso dettato da un’esperienza superficiale e intuitiva.

A differenza di quanto avveniva in passato, il cittadino non è più semplice ricettore del messaggio: giornali, telegiornali, manifesti, spot pubblicitari, sono tutti strumenti passivi dal punto di vista del destinatario del messaggio. Viceversa, il web e la comunicazione 2.0 implicano un grado d’interazione immediata: condivisioni, retweet, commenti. Una capacità interattiva basata su una sintassi comunicativa semplice, non mediata e poco strutturata.

Anche l’identità del partito politico cambia in maniera piuttosto rapida con l’evoluzione dei mezzi di comunicazione: la comunicazione politica è fortemente personalizzata, si assiste a un sempre maggiore e inquietante scarto tra le promesse annunciate e i programmi effettivamente realizzati.

In questo modo, i caratteri essenziali della rappresentanza democratica tradizionale (l’eletto rappresentante del popolo, l’assenza del vincolo di mandato) vengono sostituiti dal ruolo sempre più marcato dei sondaggi d’opinione, come strumento di misurazione del consenso, che elimina qualsiasi “pensiero lungo”, o almeno di medio periodo.

Ci si trova ormai nel pieno della modernità liquida, per dirla con Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo della politica: nella nostra epoca si sono disgregati i legami sociali tra gli individui spalancando le porte ad una radicale individualizzazione. Una società dove l’individuo, egoista ed egocentrico, è afflitto dalla solitudine non potendo più contare su concetti ben definiti di tempo e spazi sociali.

La democrazia liquida diventerà negli anni la proposta organizzativa di maggior successo dei movimenti che si richiamano alla centralità della rete e in particolare del movimento dei Pirati.

L’Italia, anche in questo caso, si conferma un’isola politica di diversità, poiché nel nostro paese il Partito Pirata, espressione dell’Internazionale dei Pirati, non ha mai raggiunto livelli significativi di consenso partecipando alle competizioni elettorali, tutt’al più con singoli candidati nelle liste unitarie della sinistra radicale.

Il maggiore motivo di tale insuccesso è dovuto al sostegno raccolto dal Movimento 5 Stelle che, nonostante specifiche peculiarità che affondano le radici nella recente storia politica italiana, ha fatto del mito della rete, della trasparenza, della lotta ai vecchi partiti le principali bandiere della propria azione politica.

Questi movimenti, nelle loro differenti specificità si presentano, seguendo la classica schematizzazione della scienza politica, come movimenti antisistema, portatori di un marcato antiparlamentarismo, in forte polemica contro la partitocrazia, cui contrappongono, genericamente, le virtù e la genuinità del popolo.

I movimenti che propugnano il mito della rete rifiutano le etichette di destra e sinistra, ciò nonostante è possibile scorgere l’inconcludenza di una simile mancata definizione. Come insegna l’esperienza storica, le scelte politiche, tanto più per partiti che si prefiggono l’obiettivo del governo della società, non sono mai neutre ma si dispongono all’interno di uno spazio programmatico dove i valori, i principi, le identità politiche, si collocano nel continuum destra-sinistra, conservatori-progressisti. Dunque, si può arbitrariamente decidere di non utilizzare le classiche schematizzazioni politiche, tuttavia il contenuto della classificazione non cambia, né sarà possibile non considerarla in futuro. Bisogna aggiungere che i movimenti della democrazia elettronica confondono spesso l’agorà virtuale, la democrazia elettronica con la democrazia reale e diretta.

La democrazia diretta presuppone la quasi totale assenza d’intermediari tra cittadino e Istituzioni e, dunque, la partecipazione di tutti i cittadini alle decisioni pubbliche.

Questo è possibile, in linea generale, attraverso gli strumenti del bilancio partecipativo, gli strumenti del referendum propositivo, del referendum confermativo, l’istituzione di consulte, comitati di quartiere e assemblee civiche.

In altri termini, uno spazio cittadino che sperimenti nuovi terreni di partecipazione e progettualità, attraverso l’interazione tra più figure: dal privato sociale alle comunità migranti, fino agli enti locali, in grado di fornire risposte adeguate ai differenti bisogni.

Vale la pena ricordare che questi strumenti di democrazia diretta sono già stati sperimentati, nel contesto latinoamericano, non dalle forze antisistema ma dai partiti della sinistra socialista e popolare. Si pensi all’esperienza dell’Amministrazione popolare di Porto Alegre, a partire dal 1988, guidato dal Partido dos Trabalhadores (PT).

La democrazia elettronica è cosa diversa dalla democrazia partecipativa; l’e-democracy cela il rischio della sostanziale subalternità del cittadino, il quale vive l’illusione della partecipazione, senza percepire il subdolo potere decisorio di elitès autoreferenziali, come Blog, piattaforme online, tutti strumenti privi dei necessari contropoteri di cui la democrazia deve, invece, sostanziarsi.

La presunta alternativa alla democrazia dei partiti rischia di trasformarsi in una disordinata assemblea telematica, dove le issues risultano completamente disarticolate e il cittadino è atomizzato davanti ad uno schermo.

La crisi dei partiti di massa e delle organizzazioni intermedie mostra come le difficoltà dei tradizionali strumenti di mediazione non stiano avviando una rivoluzione dal basso, un’immaginaria democrazia diretta, ma al contrario plasmino una società chiusa e guidata dal populismo.

All’opposto, è auspicabile che si apra una nuova stagione di partecipazione, con partiti rinnovati, pregni di cultura politica, nella quale sia coinvolta la cittadinanza attiva per riaprire dei virtuosi canali di dialogo nella sfera pubblica.

In questo modo, sarà possibile sottrarsi a scorciatoie organizzative che, nei fatti, assegnano ad un establishment autoreferenziale e lontano dai bisogni della collettività, le aspettative dei cittadini, che verranno certamente disattese.

Paolo D’Aleo

• Per un’analisi più esaustiva dei partiti e dei movimenti che s’inspirano alla democrazia elettronica, si legga: P. D’Aleo, Il problematico rapporto tra cyberspazio e democrazia rappresentativa. I movimenti politici dell’e-democracy, in Politica e Società, Il Mulino, Bologna, n. 1/2018, pp. 45-60.  

A Roma e Torino i guai dei sindaci Cinquestelle

M5S: Raggi-Appendino affacciate da balcone sui ForiSe è vero che le elezioni amministrative hanno suggellato la leadership della Lega, è altrettanto vero che il progetto del Movimento 5 Stelle ha cominciato a mostrare le prime crepe. Tanti i voti persi in pochi mesi. Certo, il voto amministrativo è diverso dalle consultazioni politiche. C’è però da registrare che il tanto atteso radicamento territoriale non è avvenuto. Così come la capacità amministrativa non è mai cresciuta. Anzi.

I comuni guidati dagli esponenti grillini si sono spesso distinti per scarsa competenza o per lotte intestine che nulla hanno avuto a che fare con le necessità dei cittadini. Livorno, Bagheria, Ragusa rappresentano i casi più noti (Roma e Torino escluse). In queste città, tra avvisi di garanzia ed epurazioni, la compagine pentastellata non è mai riuscita ad imprimere quelle migliorie promesse durante le campagne elettorali. E se alle vicende locali si aggiunge la debolezza di Di Maio, ormai schiacciato dall’iniziativa sovranista di Salvini, anche il consenso comincia a venire meno.

A trainare i grillini verso la disfatta ci sta provando da due anni Virginia Raggi. Dopo le figuracce dei mesi scorsi, nelle ultime due settimane la sindaca ha perso pure due municipi. Circa 17 mila voti buttati nel III, dove il centrosinistra ha conquistato di nuovo un territorio che il M5S aveva stravinto nel 2016. Altri 14 mila voti sono stati lasciati alla Garbatella, nel Municipio VIII. Qui il candidato di centrosinistra ha vinto addirittura al primo turno. Con il voto di domenica scorsa, le zone della Capitale “nemiche” sono diventate quattro. E l’elettorato grillino sembra attratto dalla cosa populista sbandierata da Salvini. Presto il Movimento potrebbe prendere le distanze da Raggi. Che giorno dopo giorno rischia sempre di più l’isolamento.

Altra nota dolente sta diventando Torino. Già alle prese con le difficoltà amministrative, la sindaca Appendino rischia il rinvio a giudizio per i fatti di piazza San Carlo. Omicidio colposo, disastro colposo e lesioni colpose le accuse formulate dalla procura. Che fanno il paio anche con l’indagine di falso al quale è tuttora sottoposta la sindaca per il caso Ream. L’ultimo colpo Appendino lo ha incassato ieri notte. Fuoco amico, in questo caso. Una decina di consiglieri comunali 5 Stelle ha infatti deciso di non sostenere la sindaca sulla scelta di appoggiare la candidatura di Torino alle Olimpiadi invernali del 2026. Dopo essere stata a un passo dalle dimissioni, ci ha ripensato. E alla fine ha minacciato: “Se continuate così vi mando tutti a casa”.

F.G.

AFFAIRE DI STADIO

stadio romaL’affaire-stadio cresce. Così come si allunga la lista degli indagati. Anche Giovanni Malagò finisce sul taccuino della Procura di Roma. Il presidente del Coni avrebbe favorito la costruzione dell’impianto sportivo di Tor di Valle in cambio di “utilità” destinate al genero. A mettere nei guai il numero uno dello sport italiano è stata un’intercettazione. Nella conversazione con Luca Parnasi – l’imprenditore accusato di corruzione e finanziamento illecito – si evincerebbe la richiesta di Malagò di migliorare la situazione professionale del fidanzato della figlia Ludovica. Secondo gli inquirenti, la dimostrazione dell’accordo tra il costruttore e Malagò è rappresentata nel cambio di opinione del Coni, inizialmente scettico, sul progetto dello stadio. All’improvviso la struttura fu giudicata “conforme”. Nonostante i dubbi precedenti. Il presidente del Coni ha comunque smentito ogni coinvolgimento nella vicenda.

La caccia della pm Barbara Zuin e dell’aggiunto Paolo Ielo si allarga, dunque. E si fa sempre più grossa. Membri del Governo, come il sottosegretario Giorgetti, possono vantare una solida amicizia con Parnasi. Amicizia che sarebbe sfociata in finanziamenti alla fondazione vicina alla Lega. Circa 200 mila euro per la campagna elettorale delle politiche. Anche i rapporti con il Movimento 5 Stelle sarebbero strutturati. Soprattutto con Luca Lanzalone, il presidente grillino di Acea finito in manette. A leghisti e pentastellati Parnasi avrebbe garantito anche i biglietti per accedere alle partite della Roma. “I grillini sono miei sodali – si legge in un’intercettazione di Parnasi – qui il Governo lo sto facendo io. Se vincono loro è fatta”.

La posizione peggiore, per ora, è quella del Movimento 5 Stelle. Da sempre cavalieri senza macchia, da un paio di giorni l’esercito che fa capo a Di Maio ha scoperto il garantismo. Meglio tardi che mai. In compenso indagini, arresti e rinvii a giudizio andranno spiegati agli elettori, che hanno già iniziato a storcere il naso. In cima alla lista c’è naturalmente Virginia Raggi. La sindaca, che dovrà presentarsi davanti a un giudice la settimana prossima per rispondere alle accuse di falso, oggi si è recata in Procura. A piazzale Clodio è stata ascoltata dai magistrati come persona informata dei fatti. Raggi ieri sera ha voluto precisare di sentirsi “parte lesa” e di non essere coinvolta nella storia dello stadio. A essere messa in discussione dall’opinione pubblica, tuttavia, non è mai stata la sua onestà, ma la sua capacità amministrativa.

Sulla vicenda, l’ex vice ministro dei Lavori Pubblici Riccardo Nencini, ha ricordato quanto potrebbe essere importante regolamentare il rapporto tra Istituzioni e portatori di interessi particolari. “Non dico – ha affermato il leader Psi – che una legge sulle lobby, quale quella che ho immediatamente ripresentato a inizio legislatura, avrebbe risolto il problema, ma almeno avrebbe messo in imbarazzo quei parlamentari protagonisti di cene e incontri segreti con quei portatori di interessi noti alle cronache di questi giorni”. Quanto alla questione politica, secondo Nencini la sindaca Raggi e il premier Conte sono “due capi senza testa benché rappresentino i grillini ai vertici delle Istituzioni più importanti. Il sindaco non sa chi sia Lanzalone, sostiene che le sia stato imposto; il secondo zoppica dietro i due vice delegando loro i dossier più significativi”.

Anche Enrico Buemi, responsabile Giustizia del Psi e senatore nella XVII Legislatura ha commentato la vicenda entrando nel merito di quanto detto da Di Maio. “Il premio ammesso da Di Maio nei confronti di Lanzalone – ha detto Buemi – al di là della vicenda giudiziaria riguardante la costruzione del nuovo stadio della Roma, sulla quale manteniamo un atteggiamento garantista di presunzione di non colpevolezza fino al passato in giudicato, mette in risalto un aspetto che non ha bisogno di conferme giudiziarie”. “Il fatto che Di Maio riconosca che l’incarico di Presidente dell’Acea sia stato un regalo fatto a un dirigente del M5s – ha continuato – pone una domanda a cui si deve dare risposta non solo da parte del M5s ma anche da parte della Procura di Roma”, ha aggiunto Buemi. “ È lecito che il sindaco di una città ammetta che la nomina le sia stata imposta da altri che non hanno responsabilità pubblica alcuna nella gestione della città di Roma?”, ha continuato Buemi. “Qui non si tratta di non riconoscere il tempo per il cambiamento ai nuovi governanti. Il cambiamento che c’è stato è nella sfrontatezza di assumere atteggiamenti di illegalità diffusa”, ha concluso Buemi.

F.G.

Stadio della Roma. Si allargano le indagini

stadio-roma

Dal penale alla politica. Dopo gli arresti e gli avvisi di garanzia piombati ieri sulla Capitale, oggi la vicenda corruttiva legata allo Stadio della Roma ha preso le sembianze di caso politico. Il presidente del consiglio di amministrazione di Acea, Luca Lanzalone, ha presentato le dimissioni. Il Movimento 5 Stelle, dopo averlo portato nei salotti  romani, lo ha scaricato. “Noi non proteggiamo chi sbaglia, non ci facciamo infettare”, le parole di Di Maio, impegnato a respingere gli assalti dei suoi sostenitori delusi.

Tenta di resistere anche Virginia Raggi. Dal giorno della sua elezione in poi la sindaca ha infilato una gaffe dopo l’altra. La poltrona scricchiola e l’elettorato grillino inizia a nutrire forti dubbi. La vicenda stadio, con il post entusiasta pubblicato poche ore prima della retata, è solo l’ultima di una serie infinita di brutte figure. Anzalone, dopo Marra, era diventato una specie di braccio destro per Virginia. E come Marra è finito in manette. Un boomerang tremendo per chi si è sempre dichiarato paladino dell’onestà. Raggi non è indagata per questo episodio. Ma proprio non ci voleva questa vicenda per la sindaca, che già la settimana prossima dovrà presentarsi in udienza perché imputata di falso.

Sembra, dunque, che anche esponenti di peso dei 5 Stelle siano coinvolti. Pure l’integerrimo Paolo Ferrara, capogruppo in Campidoglio, è finito in alcune intercettazioni scomode che hanno convinto la Procura a iscriverlo nel registro degli indagati. Anche lui giustizialista della prima ora, avrebbe agevolato il costruttore Parnasi (ora in carcere) in cambio di un restyling delle strade di Ostia. Si vedrà. Intanto Ferrara si è autosospeso.

Gli altri partiti non sono, comunque, esenti da colpe. Il vice presidente del Consiglio Regionale del Lazio, Adriano Palozzi di Forza Italia, è ai domiciliari. L’ex assessore Civita del Pd anche. Entrambi avrebbero ricevuto favori personali da Parnasi. Il segretario romano del Pd, Andrea Casu, rivendica lo spirito garantista dei dem, ricordando però quanto detto dalla Raggi in occasione di Mafia Capitale. A quel tempo l’allora consigliera grillina chiese subito le dimissioni del sindaco Marino. Oggi, invece, con le medesime responsabilità politiche, resta incollata alla poltrona. Tempi che cambiano.

Continua intanto ad allungarsi la lista degli indagati. Anche il direttore della Soprintendenza Paesaggio di Roma, Francesco Prosperetti, ha ricevuto una informazione di garanzia. Prova di quanto sia ormai incancrenita la macchina amministrativa capitolina. E mentre il ministero dei Beni Culturali dispone un’ispezione sugli atti dello stadio, potrebbero presto partire nuovi provvedimenti giudiziari. Da più parti emerge la sensazione di essere solo all’inizio.

F.G.

SALSA POPULISTA

conte governoAll’insegna del “cambiamento”. Lo ripete più volte Giuseppe Conte, nel corso del suo primo intervento in Parlamento nelle vesti di presidente del Consiglio. Il nuovo Governo, che ha ottenuto la fiducia del Senato (171 i sì, 117 no, 25 gli astenuti), adotterà misure di rottura rispetto al passato. Nel suo lungo discorso il professore traccia il percorso che dovrà affrontare l’Esecutivo. Completo scuro e cravatta viola, richiama spesso l’attenzione dei parlamentari sull’accordo sottoscritto tra Lega e Movimento 5 Stelle e assicura l’attuazione dei punti programmatici giallo-verdi. Di Maio e Salvini siedono rispettivamente alla sua destra e alla sua sinistra.

Tra applausi e cori da stadio, la maggioranza apprezza il discorso del professore. “Avverto pesante il senso della responsabilità – afferma davanti ai senatori, chiamati oggi al voto di fiducia – e sarò garante del contratto”. Diritti sociali, lotta senza quartiere all’evasione fiscale e flat-tax gli obiettivi prefissati. In programma anche l’evergreen grillino del taglio ai vitalizi e alle pensioni dei parlamentari. La legittima difesa sarà potenziata per la gioia dei leghisti. Le sanzioni alla Russia andranno riviste. Nessun cenno, invece, alla revisione della legge Fornero, bandiera sventolata da Salvini e Di Maio negli anni di opposizione e nei mesi di campagna elettorale. Così come assordante è il silenzio sui vaccini, sulla scuola, sulla cultura, sulle riforme istituzionali. Tutti temi sui quali l’attuale maggioranza poneva l’accento quando si trovava all’opposizione.

La prima uscita, dunque, è in salsa populista. Un discorso volto a scaldare gli animi senza parlare di coperture né di tempi di realizzazione. “Se populismo è attitudine ad ascoltare i bisogni della gente, allora lo rivendichiamo” le parole dello stesso docente pugliese. Che poi sfodera il leit motiv salviniano: “Metteremo fine al business dell’immigrazione, cresciuto a dismisura sotto il mantello della finta solidarietà”. Conte si prende anche la standing ovation del Senato quando dedica un pensiero al povero Soumayla, il migrante ucciso in Calabria. Intanto, però, ci sono da assegnare le poltrone relative a viceministri e sottosegretari. Poi, nel weekend, il G7 in Canada per il battesimo internazionale.

Il segretario del Psi, Riccardo Nencini, nel suo intervento sulla fiducia al Senato, fa subito sentire forte la voce delle opposizioni. “La luna di miele durerà almeno fino alla prossima finanziaria, quando la contabilità vincerà sulla parola – l’attacco del leader socialista –. C’è il rifiuto della società aperta. Scomparsi i diritti civili, anzi messe a rischio le ultime conquiste”. Poi l’appello alle forze alternative al patto Lega-5Stelle “perché venga promossa un’operazione di verità verso gli italiani. Meglio con una alleanza repubblicana”.

Francesco Glorialanza

INCARICO GIALLO-VERDE

governo apre conte di maio

Giuseppe Conte è il nuovo presidente del Consiglio incaricato. Nominato da Sergio Mattarella su indicazione dei partiti più votati alle elezioni del 4 marzo scorso: Movimento 5 Stelle e Lega. Il giurista di origini pugliesi sarà in Parlamento all’inizio della prossima settimana, tra martedì e mercoledì, per presentare lista dei ministri e programma. “Quello che nasce sarà il governo del cambiamento. Sarò l’avvocato d’Italia”, le sue prime parole da Premier. Nasce quindi il Governo giallo-verde.

Dopo le ultime ore di tensione causate dalle indiscrezioni sul passato del professore, oggi il Capo dello Stato ha sciolto i dubbi, convocando Conte nel pomeriggio. Completo scuro e cravatta azzurra a pois, il neo premier è arrivato al Colle in taxi. Un’ora di faccia a faccia con Mattarella, poi il conferimento del mandato.

All’ordine del giorno anche il ruolo nell’Esecutivo di Paolo Savona, economista dalle posizioni euroscettiche. L’ex ministro, proposto dalla coppia Salvini-Di Maio per il dicastero dell’Economia, non sembra essere nelle grazie di Mattarella per le sue uscite anti-euro. Per questo l’inquilino del Quirinale ha voluto vederci chiaro. Nelle prossime ore si capirà se l’ex ministro farà parte della squadra.

I protagonisti dell’accordo di governo non nascondono l’entusiasmo per il risultato raggiunto. “Oggi comincia la terza Repubblica, ve l’avevo detto, l’avevo promesso”, il commento di Di Maio. “Siamo pronti a partire” afferma la Lega in un comunicato. D’altronde le parti in causa hanno sempre difeso la loro scelta di affidarsi al docente universitario. Il capogruppo grillino al Senato Toninelli aveva ribadito che l’ipotesi di un altro premier “non esiste e non è commentabile”. Il vice segretario leghista Lorenzo Fontana, invece, aveva detto in mattinata che in caso di un nuovo candidato premier si sarebbe “dovuto rivedere tutto l’equilibrio della squadra di Governo”.

La lista dei ministri è già pronta da tempo. Di Maio prenderà il ministero dello Sviluppo Economico che sarà accorpato a quello del Lavoro. A Salvini andrà il Viminale. Il ministero degli Esteri sarà affidato al diplomatico Massolo, mentre per Economia e Finanze resta in vantaggio Paolo Savona, nonostante le perplessità di Mattarella. Le parlamentari pentastellate Giulia Grillo e Laura Castelli favorite rispettivamente per Salute e Lavori Pubblici. Al Turismo il leghista Centinaio, mentre al ministero di Giustizia confermatissimo Alfonso Bonafede. Per la Difesa si fa sempre più insistente il nome della grillina Elena Trenta. Poi Emilio Carelli, neo eletto M5s, alla Cultura e il salviniano Nicola Molteni alle Politiche Agricole. Il Governo, dunque, è fatto. Partirà nelle prossime ore.

F.G.

Povertà. Si allarga la platea del Rei, il reddito di inclusione sociale

Pensioni

LE NUOVE IPOTESI DI MODIFICA LEGA M5S

Il superamento della Legge Fornero è il punto che più accomuna i programmi di Lega e Movimento 5 Stelle. Entrambi i partiti, infatti, hanno indicato la volontà di introdurre Quota 100 e Quota 41 per cambiare il sistema pensionistico. Secondo quanto ha recentemente riportato al riguardo Il Sole 24 Ore, la Quota 100 diventerebbe 101 per i lavoratori autonomi e sarebbe prevista un’età minima di accesso pari a 64 anni. Inoltre, verrebbe posto un limite di 2 o 3 anni di contribuzione figurativa massima.

Il quotidiano di Confindustria ha riportato anche le dichiarazioni di Alberto Brambilla, ex sottosegretario al Welfare che ha curato il programma della Lega sulle pensioni, secondo cui è importante mantenere “gli stabilizzatori automatici, ovvero l’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita e i coefficienti di trasformazione”.

Misure che rappresenterebbero “il lasciapassare per l’Europa e per i mercati”, che consentirebbero quindi di “difendere la nuova flessibilità che vogliamo”. Resta da capire quale costo avrà una riforma delle pensioni di questo tipo. Secondo Brambilla, la spesa non supererebbe i 5 miliardi l’anno, ma, ha ricordato Il Sole 24 Ore, l’Inps aveva stimato a fine febbraio una spesa di 14-18 miliardi nei primi due anni di applicazione, al netto dell’Ape sociale non più erogata.

Non è poi chiaro se l’adeguamento dei requisiti pensionistici valga solo per l’età anagrafica o anche per l’anzianità contributiva. Cioè se la Quota 41 sia destinata ad aumentare con il passare del tempo. Si spera comunque non prima del 2019, quando è previsto già uno “scatto” di 5 mesi per gli attuali requisiti. Altrimenti la Quota 41 diventerà già di 41 anni e 5 mesi.

Povertà

SI ALLARGA LA PLATEA DEL REI

Si allarga da luglio la platea potenziale del Rei, il reddito di inclusione sociale ma le domande all’Inps anche senza i requisiti sulla composizione del nucleo familiare potranno essere presentate dal primo giugno (il beneficio si ottiene a partire dal mese successivo).

Lo scrive Inps in un messaggio ricordando che da luglio, come previsto dalla legge, non sarà più necessario per ottenere il sussidio avere in famiglia almeno un minore, un disabile, una donna in stato di gravidanza o un disoccupato over 55. Fino a giugno la platea potenziale è di circa 500.000 famiglie per 1,8 milioni di persone mentre da luglio passerà a 700.000 nuclei per 2,5 milioni di persone.

Il beneficio economico va da un massimo di 187,5 euro per una persona sola in situazione di povertà a 539,8 euro nel caso di famiglia con almeno sei componenti.

Tra i requisiti per avere il Rei c’è un Isee non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro.

Il Rei è compatibile con un’attività lavorativa (fermi restando i requisiti economici) ma non con la Naspi.

Lavoro

BOERI DIFENDE I RIDER

L’Inps scende in campo per i diritti dei rider. “Stiamo lavorando”, ha recentemente detto il presidente Tito Boeri “per definire forme di monitoraggio delle piattaforme di intermediazione della gig economy” ossia l’economia di quei lavoretti, fatti di solito dai giovani per arrotondare, ma che possono trasformarsi in altro sia per la disoccupazione che per la difficoltà di arrivare alla fine del mese. Il controllo, ha aggiunto Boeri, servirà “per vincolare da un lato il datore di lavoro a versare i contributi e dall’altro per tutelare i lavoratori per esempio in caso di malattia o maternità. L’obiettivo è “registrare quelle piattaforme ed essere noi stessi una piattaforma”.

“La gig economy – ha altresì osservato Boeri – è un fenomeno nuovo sul quale non siamo attrezzati. E un fenomeno complesso che crea opportunità di lavoro per chi ha esigenze temporanee di reddito, come per esempio gli studenti che hanno bisogno di elevata flessibilità e che quindi non possono avere un rapporto strutturato”.

“C’è però un problema – ha proseguito Boeri – nasce come lavoro autonomo, ma ha caratteristiche tipiche di lavoro subordinato, spesso il committente è unico, le modalità non sono tali da coniugare flessibilità con le tutele per i lavoratori. Per questo – ha concluso – siamo al lavoro per cercare di definire modalità che ci permettano di monitorare queste piattaforme”.

Inps

L’ISTITUTO PRESENTE AL SALONE DEL LIBRO DI TORINO

L’Inps, presente per il secondo anno consecutivo al Salone Internazionale del Libro di Torino, si conferma un punto fermo per i cittadini che hanno gremito la 31° edizione della manifestazione. Lo stand dell’Istituto è stato visitato da migliaia di persone provenienti da tutta Italia che hanno avuto modo di usufruire delle consulenza e delle informazioni sulle prestazioni erogate.

Neo corso della manifestazione sono stati premiati cinque funzionari dell’istituto vincitori del 1° Premio nazionale Inps di letteratura, poesia, saggistica e fumettistica, premio istituito quest’anno con l’intento di scoprire e valorizzare opere edite dagli stessi dipendenti dell’Istituto. Alla premiazione, che ha avuto un notevole successo di partecipanti ed un diffuso consenso da parte dei lavoratori tutti dell’Ente di previdenza, erano presenti il direttore centrale Relazioni esterne, Giuseppe Conte, il direttore regionale Giuseppe Baldino e il responsabile comunicazione del Piemonte, Giovanni Firera.

Ampio apprezzamento ha avuto la presenza del Presidente Tito Boeri che, nella stessa giornata della premiazione, si è soffermato con i dipendenti presenti allo stand e si è complimentato con gli autori dei libri vincitori del Premio.

Tra gli altri hanno visitato lo stand il vicepresidente del Salone del Libro Mario Montalcini, il questore della Città di Torino Francesco Messina, il prefetto Filippo Dispenza, il senatore Mauro Laus, Piero Bianucci, direttore di Tuttoscienze – Stampa di Torino, il giornalista e scrittore Massimo Gramellini, il cantante Alberto Fortis, il Presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, Luisella Fassino, il vicepresidente del Festival Panafricano Liuba Forte, il giornalista scientifico aerospaziale, Antonio Lo Campo, l’astronauta Franco Malerba, lo storico Gianni Oliva, lo storico e critico d’arte Philippe D’Averio e tanti altri ancora che hanno voluto testimoniare in questo modo l’importanza della nostra presenza in simili manifestazioni.

Nella giornata di chiusura ha fatto visita allo stand Inps il sindaco di Torino, Chiara Appendino, che ha ribadito l’importanza istituzionale della presenza dell’Istituto al Salone, in un momento così particolare ed importante per la Città.

L’affluenza all’importante evento ha registrato una media di circa 500 di visitatori al giorno, con picchi record di circa mille persone nelle giornate di sabato e domenica.

Ancora una volta i funzionari Inps che hanno prestato servizio allo stand si sono contraddistinti per capacità e professionalità, confermando la validità di una relazione diretta e trasparente con l’utenza.

Economia

SE PRELEVI PIU’ DI 3MILA EURO, SCATTA LA SEGNALAZIONE

Versamenti e prelievi, oltre i 3mila euro scatterà la segnalazione automatica alla Banca d’Italia. A confermare all’Adnkronos l’ipotesi allo studio è stata la stessa Unità di Informazione Finanziaria (UIF), la task force anti-riciclaggio di via Nazionale. “Il sistema di rilevazione sarà completato entro quest’anno – è stato annunciato -. Le segnalazioni, pertanto, potranno prendere avvio fra gli ultimi mesi del 2018 e l’inizio del 2019”. Sono cominciati, è stato spiegato, “i lavori per richiedere a banche, istituti di pagamento e istituti di moneta elettronica la segnalazione mensile delle transazioni in contante per le quali non sussistano ulteriori specifici elementi di sospetto”. La novità è stata introdotta dal decreto legislativo 90/2017 per le norme anti-riciclaggio. “Nei prossimi giorni saranno avviati i confronti con gli operatori sulle forme e modalità di segnalazione”. La soglia individuata, verosimilmente, sarà “almeno in fase di avvio, superiore a quella di 3mila euro, fissata dalla legge per i trasferimenti in contante fra i privati”.

Carlo Pareto

Confindustria stronca il programma Lega-5Stelle

confindustria

L’Assemblea annuale della Confindustria, oggi a Roma, ha stroncato il contratto di governo siglato da Movimento 5 Stelle e Lega. L’attacco non è stato fatto in modo diretto: la parola contratto di governo non compare mai, ma nella lunga relazione del presidente Vincenzo Boccia le critiche, anche aspre, ai contenuti di quella intesa, sono state numerose. Punto per punto, in occasione dell’assemblea annuale, Boccia ha smontato l’impalcatura economica dell’accordo tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, pur avendo, subito dopo le elezioni, riconosciuto il ruolo politico del Movimento fondato da Beppe Grillo.

Il leader degli industriali ha difeso l’euro e il ruolo dell’Italia in Europa, ha detto no ad operazioni stravaganti sul debito pubblico e a tagli generalizzati delle imposte, ha chiesto garanzie per l’Ilva e la Tav, si è mostrato perplesso sul reddito di cittadinanza e sull’idea di smontare la riforma Fornero. Secondo la Confindustria, bisogna cambiare ma senza distruggere. Boccia ha affermato: “Non è affatto chiaro dove si trovino le risorse per le tante promesse”.

Quello che più ha colpito è stato il messaggio del Presidente della Confindustria diretto ai politici: “All’Italia servono leader capaci di prendere decisioni nell’interesse nazionale. In politica, non bisogna prendere facili scorciatoie e farsi guidare dall’urgenza di un consenso immediato, ma occorrono pazienza e lungimiranza da declinare in programmi di governo e non elettorali. Dialogo, confronto e bilanciamento degli interessi sono le parole chiave. Compito della politica, insomma, non è quello di sommare e replicare le spinte che provengono dal basso, dalle rispettive basi elettorali, ma offrire risposte ai disagi provenienti dalla società senza chiudersi nel recinto della mera constatazione di quei disagi”.

La democrazia ha bisogno di quelle che Boccia chiama competenze, parola scelta non a caso, dicendo: “Che sappiano interpretare il bene comune e perseguirlo anche a costo di scelte impopolari”.

Dagli industriali sono arrivati i seguenti suggerimenti: “La ‘vera missione Paese’ è la creazione di lavoro, prima di tutto per i giovani. Non servono scorciatoie, per quanto allettanti, che possono solo condurre in vicoli ciechi. Dunque, meno enfasi sulle pensioni e più sul lavoro che acquista una centralità assoluta”. E’ anche arrivato il monito di Boccia: “Le pensioni sono importanti, un diritto acquisito e sacrosanto, ma non possiamo scaricarne l’onere sui giovani, già gravati dal peso del debito pubblico” .

Senza citare in modo esplicito il reddito di cittadinanza, il presidente di Confindustria ha anche affermato: “Solo il lavoro abbassa il bisogno di garantire chi un reddito non riesce a procurarselo”. Poi ha detto no alla chiusura dell’Ilva, “la più grande acciaieria d’Europa”. Ribadendo la centralità delle infrastrutture, Boccia ha sostenuto: “Non si può, ogni volta che cambia il governo, rimettere in discussione scelte strategiche per il nostro futuro, a partire dal Terzo Valico, dalla Tav e dalla Tap altrimenti si condanna l’Italia all’isolamento”.

Boccia ha anche ricordato: “L’adesione all’euro fu una scelta faticosa ma lungimirante di un grande italiano, Carlo Azeglio Ciampi. Oggi l’Europa è imprescindibile e il ruolo dell’Italia all’interno della casa comune va rafforzato con una presenza costante e competente nei luoghi dove si decide ancor di più in vista delle elezioni del Parlamento europeo del prossimo anno. Serve, inoltre, una responsabilità verso il nostro debito pubblico, un mostro da 2.300 miliardi, con una politica che rassicuri sulla sua graduale riduzione. Proprio l’alto debito richiede prudenze nei tagli generalizzati delle imposte. La politica fiscale ha bisogno di una regia chiara, ferma e coerente, che sappia essere immune da manovre volte solo a captare consenso politico. Il Paese sta attraversando un momento delicato, la forza della ripresa economica scricchiola, ma l’Italia resta un grande Paese industriale dalle enormi potenzialità. Tuttavia nulla è per sempre: possiamo progredire lungo la strada della crescita e del lavoro o possiamo fare passi indietro. Il rischio, allora, è quello di tornare a un’Italia povera e agricola. Per non fare danni al Paese serve un forte impegno collettivo e nessuno può tirarsi indietro. Questo è il momento in cui trasformare le speranze in fatti, le parole in azioni coerenti, per quel futuro che deve costruire occasioni di sviluppo e di lavoro”.

L’appello finale di Boccia è stato fatto con grande senso di responsabilità guardando alla produttività, al lavoro ed alla ricchezza della nazione. Il messaggio di Confindustria è arrivato in un momento importante per l’Italia, in prossimità dell’incarico alla formazione del nuovo governo.

Salvatore Rondello