Trieste, Mussolini e le leggi razziali

fascisti a triesteL’Assessore alla Cultura di Trieste ha negato agli organizzatori del Liceo cittadino “Petrarca” la sala per avviare un dibattito sulle leggi razziali proclamate da Mussolini il 18 settembre 1938 contro gli Ebrei, a seguito del “Manifesto della Razza” pubblicato sul “Giornale d’Italia”. L’invito, rivolto dagli studenti liceali, non ha ricevuto largo consenso dalla Giunta di destra, che ha “censurato il manifesto del progetto culturale”. Eppure la città di Trieste è stata un centro importante dell’ebraismo europeo, restando la “Porta di Sion” per gli esuli del Centro Europa in transito verso la Palestina o le Americhe.

Appoggiati dalla Preside, gli studenti liceali hanno espresso il desiderio di organizzare una mostra nella città dove il duce annunciò il provvedimento con solenni parole: “Triestini! …. nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale. Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie”, volte alla “conquista dell’Impero” e dettate da “una severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze ma delle superiorità nettissime”. Il provvedimento, comprensivo di un corpus di leggi antiebraiche, rimase in vigore fino al 25 luglio 1943 ed ebbe una chiara impronta razzistica biologica, costringendo le persone di “razza ebraica” ad allontanarsi dall’Italia e vietando loro di svolgere qualsiasi attività lavorativa.

A Trieste gli Ebrei si erano distinti per la loro operosità e per il loro senso di patriottismo italiano dal Risorgimento fino al successo del fascismo cittadino. Insigni storici come Tullia Catalan e da Michele Sarfatti hanno sottolineato l’efficienza organizzativa del Comitato italiano di assistenza agli emigranti ebrei, che ricevettero grande sostegno durante il regime fascista: nel periodo 1933-36 si ebbero 17-26 mila imbarchi annui. In quegli anni Mussolini, prima del suo cedimento al nazismo, non professò un acceso antisemitismo, come si può rilevare dal suo comportamento contraddittorio e da alcuni episodi riconducibili alla sua attività politica. L’8 marzo 1934 egli chiese informazioni al prefetto di Trieste per nominare senatore Edgardo Morpurgo, presidente e amministratore delegato delle Assicurazioni Generali.

Uno dei più attivi e apprezzati podestà di Trieste era stato Paolo Emilio Salem (nato nel 1884) che – come amministratore comunale dall’ottobre 1933 all’agosto 1938 – legò il suo nome al riordino urbanistico del centro storico con la demolizione di case fatiscenti e la costruzione di nuovi edifici. La destituzione di Salem come podestà era stata richiesta sin dalla sua nomina da autorevoli giornalisti come Ottavio Dinale che il 4 ottobre 1933 – sul quotidiano “Il Popolo d’Italia” – deplorò il fatto che a Trieste gli Ebrei detenessero “cariche, funzioni di comando e posti di controllo nella proporzione del cento per cento”.

Altri casi di fascisti triestini possono essere ricondotti a quelli di Piero Jacchia, uno dei fondatori dei fasci locali, che morì in combattimento il 14 gennaio 1937 contro la dittatura di Franco. Oppure quello di Enrico Rocca, anch’egli fascista della prima ora e insigne studioso di letteratura tedesca, morto suicida a causa delle leggi razziali. Il 17 giugno 1937 il presidente della Provincia di Trieste consegnò a Mussolini un lungo elenco degli ebrei triestini, identificati sulla base “della razza e non della religione professata”. Era il preludio della promulgazione delle leggi razziali, che furono invocate proprio a Trieste nel suo discorso del 18 settembre 1938, quando Mussolini definì l’ebraismo mondiale “un nemico irreconciliabile del fascismo” per il suo antifascismo, promulgando così quel corpus di leggi che confluì nell’esclusione degli Ebrei dalle cariche pubbliche e dall’esercito proprio a significare la loro identità etnica e la lontananza dalla patria italiana.

Nel caso degli Ebrei triestini fu approntato un elenco con le relative partenze e gli spostamenti da un luogo ad un altro per esercitare un controllo capillare sulle loro attività produttive. Così alla fine del 1938 le ditte ebraiche triestine furono censite e sottoposte al vaglio di specifiche commissioni nazionali. Il risultato fu quello di una loro svendita o di un passaggio fittizio a prestanome “ariani” delle ditte, molti delle quali mai restituite. Pittori e scultori furono esclusi dalle mostre e privati di ogni forma di sostentamento: nel settembre 1940 il museo comunale di Trieste rimosse dalle sale pubbliche le opere di artisti ebrei e ritirò il catalogo che ne illustrava la presenza. L’8 ottobre dell’anno successivo cominciò una sequela di atti intimidatori contro gli ebrei triestini, che quasi provocò venti giorni dopo l’incendio della sinagoga.

L’applicazione delle leggi razziali sconvolse infatti la comunità ebraica triestina, che fu privata dei suoi esponenti più autorevoli. Addirittura durante l’occupazione nazista molti ebrei furono arrestati dai tedeschi e concentrati a Trieste prima nel carcere del Coroneo e poi con la deportazione nella Risiera di San Sabba, l’unico forno crematorio esistente in Italia. Per gli Ebrei la Risiera divenne un centro di raccolta per la deportazione: almeno 1173 ebrei furono deportati da Trieste con 23 convogli o piccoli trasporti compiuti tra il 7 dicembre 1943 e il 24 febbraio 1945 (si vedano le molteplici pagine scritte da L. Picciotto Fargion, Il libro delle memoria. Gli Ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano 1991).

Questi episodi incresciosi, messi in rilevo dagli studenti liceali nella loro mostra, potrebbero sviluppare una benefica azione pedagogica e frenare i rigurgiti razzisti in atto in alcuni ambienti culturalmente degradati del nostro Paese. La conoscenza delle cosiddette “leggi della vergogna” dovrebbe essere meglio stimolata in molte città con mostre e attività culturali più di quanto sia stata fatta dalla Giunta di Trieste.

Nunzio Dell’Erba

Moscovici, l’Italia è un problema per l’Eurozona

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Passa la prima fiducia del governo Conte. L’Aula della Camera ha infatti approvato la fiducia sul decreto legge milleproroghe con 329 sì e 220 no. Gli astenuti sono stati 4. Il provvedimento, viste le modifiche, dovrà tornare in terza lettura all’esame di Palazzo Madama. Il decreto deve essere convertito in legge entro il 23 settembre. Il Partito Democratico ha fatto ostruzionismo per tutto il corso della discussione iscrivendo a parlare sugli ordini del giorno al testo tutti i suoi deputati. Una scelta che è piacuta a Forza Italia: “È inutile e svilisce la funzione del Parlamento e della stessa opposizione”, attacca il vice capogruppo Roberto Occhiuto. Ma il Pd rivendica la legittimità di proseguire con l’ostruzionismo, visto che la maggioranza ha “compresso” il dibattito, è la replica di Enrico Borghi. Ma al di là delle questioni di metodo lo scontro si concentra sul merito delle questioni. Dopo la battaglia sui vaccini, finita sostanzialmente con la proroga dell’autocertificazione e dunque con un rinvio e una non-decisione, l’attezione si è spostata sui tagli di oltre un miliardo alle periferie, che, nonostante le assicurazioni di Conte con l’Anci non sono stati ancora ripristinati.

Intanto dall’Europa l’Italia viene tenuta sotto osservazione. Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari economici, non ha usato mezzi termini per definire la situazione dei conti nel nostro Paese. Infatti per Moscovici, l’Italia rappresenta “un problema” per l’eurozona. Lo ha detto oggi nel corso di una conferenza stampa a Parigi, nel corso della quale ha sollecitato il nostro Paese a presentare “una legge di bilancio credibile”. “C’è un problema, che è l’Italia – ha affermato Moscovici – Ed è proprio l’Italia il tema su cui voglio concentrarmi prima di tutto”. “L’Italia – ha spiegato Moscovici – ha bisogno di riforme alla sua economia. Fermare le riforme e stampare moneta non è quello che salverà l’Italia”.

Pierre Moscovici “per la prima volta ha paura” davanti all’ondata populista che sta travolgendo l’Europa, “non c’è Hitler, ma dei piccoli Mussolini” ha scandito all’indomani del discorso sullo stato dell’Unione di Jean-Claude Juncker. A 250 giorni dalle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento, il commissario europeo agli Affari economici e monetari ne ha parlato “senza dubbio come le più decisive da quelle del 1979”, che furono le prime. “Quando dico che ho paura”, ha detto, è pensando agli anni Trenta del Novecento. “Non c’è Hilter”, ma se ci sono “dei piccoli Mussolini è da verificare”, ha sottolineato Moscovici, in un’allusione neanche troppo velata a Matteo Salvini, “il più nazionalista” dei ministro degli Interni, “in un momento in cui il suo Paese avrebbe più che bisogno della solidarietà europea”.

“Quando dico che ho paura – ha insistito il commissario, ricordando di essere “figlio di un ebreo della Romania, venuto a cercare asilo in Francia” – non sono paralizzato, ma bisogna reagire” rafforzando la sovranità dell’Europa dinanzi alle minacce esterne.  Parole forti, quelle del commissario, alle quali ha replicato il vicepremier Luigi Di Maio. “Nel momento in cui abbiamo avuto un rapporto decente con un commissario Europeo, Gunther Oettinger, come al solito c’è un atteggiamento da parte di alcuni commissari europei che è veramente inaccettabile, insopportabile” ha commentato Di Maio alla Camera al termine dell’incontro con il Commissario Ue Oettinger.

“Dall’alto della loro Commissione Ue addirittura si permettono di dire che in Italia ci sono tanti piccoli Mussolini. – ha rilevato Di Maio -. Non solo non si devono permettere ma questo dimostra come queste siano persone scollegate dalla realtà”.

La storia di Adrano ripresa (malamente) a scopo elettorale

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Ho ascoltato un discorso sulla Storia di Adrano da un designato Assessore alla cultura della città etnea nella contesa elettorale che si concluderà il 24 giugno prossimo. Il discorso, che circola come video sui social network, è stato pronunciato il 17 giugno verso le 20:30 dal noto otorinolaringoiatra Antonio Politi con la finalità di riscuotere il consenso per la sua coalizione di Centro-destra. Nondimeno esso contiene presentazioni storiche poco chiare e valutazioni personali non sempre conformi alla realtà storica. Ammiro quelli che si interessano alla storia locale per un legame affettivo inscindibile tra persone e luoghi della loro infanzia e giovinezza. Ma durante l’ascolto mi sono chiesto per quale motivo un chirurgo di fama europea si inoltra in territori così lontani dalla sua professione e dai suoi impegni medico-scientifici.

Il discorso, visualizzato più di 4190 volte, nuoce alla conoscenza della storia di Adrano per le diverse omissioni, contraddizioni e incongruenze. Encomiabile il suo appello iniziale, là dove l’oratore medico dice: «La prima cosa che farò, consiglierò ai professori di insegnare la storia di Adrano per dare quell’orgoglio, quell’identità di essere Adraniti». Ma mi sono chiesto su quale testo i giovani devono studiare la storia della cittadina etnea, se non esiste nessun libro che inquadri la sua storia?

I due volumi dell’ex senatore comunista Pietro Maccarrone, su La battaglia di Adrano (1988-89) sono impregnati di luoghi comuni e inficiati da una visione vetero-marxista che la rende una storia poco seria e attendibile. Tuttavia le sue disquisizioni storiche dimostrano uno sforzo interpretativo: il Risorgimento è presentato come un fenomeno storico sorto per realizzare l’indipendenza nazionale che si conclude con lo sbarco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia. I suoi seguaci, contrariamente a quanto sostiene l’oratore, furono accolti da una sparuta minoranza di Adraniti, che non manifestarono alcuna simpatia verso i garibaldini. La loro marcia verso Catania fu ignorata dalla popolazione e dalle autorità cittadine, che per l’occasione non esposero alcuna bandiera negli edifici pubblici.

Su una popolazione di 13.161 abitanti, rilevata dal censimento del 1861 e segnalata da Gaetano Branca nel suo «Dizionario geografico universale» (Torino 1865, p. 6), Adernò – diventata nel 1929 Adrano – si presentava sullo scenario unitario con gravi difficoltà economiche per la miseria diffusa tra la popolazione contadina e per la collusione tra il nuovo governo italiano e i baroni ex borbonici diventati fedeli della Corona sabauda. Che cosa trova di così strano il medico adranita, se la popolazione si trovò ex abrupto «sotto uno Stato sabaudo» monarchico autoritario non dissimile a quello borbonico?
Il patriota Benedetto Guzzardi Moncada (nato il 23 febbraio 1841), considerato astrattamente «fondatore del benemerito Circolo Operai», fu massone, venerabile della loggia di Catania e autore dell’opuscolo Le cinque giornate di Adernò in settembre ed ottobre 1866 (Catania 1866, pp. 23). Di quelle tragiche giornate e della popolazione in preda al panico per «l’annunzio dello sviluppo del Morbo Asiatico» (p. 4), l’oratore svolge considerazioni superficiali e compie omissioni storiche rilevanti. La tassa sul macinato, istituita a decorrere dal 1° gennaio 1868, non c’entra nulla con la rivolta sociale di Adrano, scoppiata per altre cause connesse all’annuncio del colera e alle lotte intestine dei notabili locali «in questa terra Italiana» (p. 5) dove un’intera famiglia «massacrata (?)», quella di Domenico Crucillà, fu uccisa dai carabinieri in una casa di campagna ubicata nella cosiddetta contrada Camerone (p. 21).

Da quel triste episodio, meglio inquadrato da Antonino Sanfilippo in un altro opuscolo del medesimo anno, l’oratore compie «un volo pindarico» sul ruolo svolto da Agatino Chiavaro (1885-1938), definito «un mezzo gangster … che aveva un’idea moderna della città» per avere istituito il centro dei pompieri e avviato i bagni pubblici. Egli passa poi alla presentazione del canonico Vincenzo Bascetta (1879-1959), «che sposò le idee rivoluzionarie del Cristianesimo sociale di Luigi Sturzo». Così sembra ignorare che il Partito popolare non sorse come partito rivoluzionario, ma come organizzazione politica volta a salvaguardare l’integrità della famiglia, l’unità sindacale, la riforma tributaria ed altri aspetti della vita sociale come la tutela dell’emigrazione e lo «sviluppo commerciale del Paese».

Il noto otorino dimentica anche di dire che Chiavaro e Bascetta sono due Personaggi diametralmente opposti, perché il primo si arricchì durante il suo soggiorno a New Orleans con proventi illeciti come affiliato all’associazione criminale «Mano nera»: una notizia riportata nel libro Novecento Siciliano. Da Garibaldi a Mussolini (Edizioni del Prisma, Catania 2008, p. 222) da Pietro Castiglione che riporta una diceria popolare conforma alla realtà; il secondo fu un grande amico dei braccianti, che applicò la lezione di Sturzo sul piano concreto con l’istituzione di cooperative e di banche per incoraggiare la piccola proprietà rurale.

Sull’«azione sociale e politica» di Vincenzo Bascetta esiste la biografia di Giuseppe e Pietro Scarvaglieri (Edizioni Dehoniane, Napoli 1979, pp. 179), senza dubbio un’opera innovativa e pionieristica che rende giustizia al seguace di Sturzo, vittima di violenza da parte del sindaco e poi podestà adranita. Il 16 marzo 1924 Chiavaro partecipò infatti alla sparatoria contro il sacerdote, impadronendosi con la violenza dell’amministrazione comunale, dando vita al periodo più fosco per la comunità adranita: altro che «grande sindaco» e protagonista «di cose straordinarie per quell’epoca». Una rilettura del libro dei fratelli Scarvaglieri, certamente salutare per coloro che esaltano il futuro podestà adranita per la descrizione puntuale della sparatoria e il successivo isolamento di Padre Bascetta (p. 123). Ma le malefatte del fascista adranita emersero nel gennaio 1928 con l’arresto «per concussione, peculato, minacce ed abuso di autorità» tanto da costringere lo stesso Mussolini ad intervenire per revocargli tre anni dopo «le onorificenze di cavaliere e ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia», come si legge in un documento ufficiale coevo.

Sulle comparazioni assurde tra il «grande» Giorgio Almirante ed «il gigante della politica» Enrico Berlinguer è meglio sorvolare per le imprecisioni compiute dal noto otorino, che in un passaggio del suo discorso dice che a scrivere «Don Camillo e Peppone» sarebbe stato un certo Giovanni Ungaretti. Rimane prezioso il suo invito alla stesura di una storia di Adrano, che attende ancora uno storico vero nella convinzione che possa contribuire alla crescita civile dei cittadini, vittime della delinquenza e della nefasta politica di una destra conservatrice poco sensibile ai valori culturali e alle necessità della popolazione.

Nunzio Dell’Erba

La Sicilia e la risorsa dei borghi fantasma

Borgo Borzellino

Borgo Borzellino

«Mettere sul mercato i borghi rurali». Un paio di mesi fa il Presidente della Regione Musumeci, in conferenza stampa aveva dichiarato che questa sarebbe una delle azioni centrali della sua amministrazione nei prossimi mesi. Poi nei documenti allegati alla Finanziaria regionale l’articolo di abolizione dell’Ente di Sviluppo Agricolo, proprietario ancora di una decina di questi borghi, è stato cassato. Resta tuttavia in campo l’ipotesi della dismissione. Ma cosa sono questi borghi rurali?

Il contesto
In Sicilia esiste una sessantina di piccoli centri realizzati in occasione di due grandi azioni volute della Stato per disarticolare il latifondo: la prima è la “colonizzazione” voluta da Mussolini nel 1939; la seconda è la Riforma agraria del 1950.
Se Mussolini aveva avviato l’“assalto”, dopo la bonifica integrale, per dare attuazione a una strategia antiurbana e per resistere all’embargo con il rafforzamento dell’autonomia alimentare, la neonata repubblica aveva puntato l’obiettivo poiché il latifondo era considerato causa del ritardo di sviluppo in cui versavano alcune regioni tra cui la Sicilia. Lo smembramento del latifondo era lo strumento principale per rendere più produttive vaste aree agricole, togliendole ai grandi proprietari che ne utilizzavano le rendite senza occuparsi di migliorare quantità e qualità dei prodotti, e trasferirle alla piccola proprietà terriera, ritenuta più dinamica e interessata alla modernizzazione dell’agricoltura.
Precedute da un decreto legislativo del 1948, che consentiva mutui trentennali a vantaggio dei coltivatori diretti con lo scopo di favorire la formazione della piccola proprietà terriera e che aveva prodotto il passaggio di proprietà di oltre 1,9 milioni di ettari di terra coltivabile in 10 anni (mentre il numero degli agricoltori crollava da 2 milioni a circa 700 mila, a causa della spinta all’industrializzazione delle regioni settentrionali) le due leggi di Riforma del 1950 (e quella specifica relativa alla Sicilia) consentirono l’esproprio di altri 700 mila ettari e l’assegnazione a 113 mila famiglie in gran parte di contadini senza terra.
Con questa azione si riteneva che si potesse raggiungere l’obiettivo della modernizzazione del comparto, il miglioramento della redditività e l’eliminazione delle sacche di inefficienza legate alle coltivazioni estensive e all’ insufficienza di acque per irrigazione.
La Riforma arrivava, però, con 50 anni di ritardo e si rivelò un fallimento perché l’Italia ormai inseguiva il sogno industriale, ma soprattutto perché molte terre assegnate ai contadini si rivelarono inadatte alla coltivazione e perché la dimensione media del fondo, circa 4 ettari, fu inadeguata per consentire anche solo il sostentamento della famiglia assegnataria.
Ma ancora più fallimentare fin da subito fu la politica insediativa che accompagnava la riforma e che aveva previsto, destinando ingenti somme, la realizzazione di diversi tipi idi insediamenti: borghi accentrati, semi accentrati e case sparse.

I borghi.
«Come mai è vuoto?» chiede Monica Vitti dopo aver girovagato per le case di un borgo rurale fantasma ne “L’avventura” di Michelangelo Antonioni, film del 1960. E Gabriele Ferzetti risponde: «Chi lo sa? Io mi domando perché l’hanno costruito». Quel borgo è Schisina, in Sicilia, nel territorio di Francavilla a Mare, provincia di Messina. Ma Schisina è, in questo caso, metafora di tutti i borghi siciliani realizzati in quel quindicennio.
L’errore commesso da Mussolini viene ripetuto nella riforma repubblicana nonostante una attenta lettura delle pratiche sociali, ma anche di alcuni resoconti letterari, avrebbe dovuto indurre il governo De Gasperi a scegliere un altro percorso. Nel 1938 Carlo Emilio Gadda, in un articolo pubblicato su “Le Vie d’Italia” aveva scritto: «La fatica [del contadino] si raddoppia giornalmente col lungo viaggio ch’egli deve compiere per recarsi dal paese al luogo del lavoro e farne ritorno. Si stacca dal sonno verso le tre della notte. Cavalcando, col figlioletto dietro, il suo somaro, o un mulo, o un cavallo; o conducendo il piccolo carro dipinto, con gli arnesi, egli percorre chilometri e chilometri prima di arrivare alla mèsse, o alla semina. Vivono i contadini in paesi popolosi, foltissimi […] La colonizzazione, voluta e ideata dal Duce, si attua […] secondo un tipo di appoderamento sparso, a cui è e tanto più sarà di sostegno il cosiddetto borgo rurale. La famiglia colonica viene insediata nella nuova casa rurale: sorge questa sul terreno stesso che gli uomini son chiamati a coltivare. La strada e l’acqua, i due termini perentorii della bonifica, arrivano già oggi alla casa».
A Gadda e ai riformatori postbellici sfugge il problema vero: le famiglie contadine non andarono ad abitare nelle case sparse e nei borghi non tanto perché nelle città c’era l’acqua, ma perché le famiglie contadine erano da sempre inurbate e le donne non vollero spostarsi dalle città dove vivevano una socialità impossibile sia nella casa isolata che nel borgo che, peraltro, era soprattutto un borgo di servizi.
Nei borghi, però, i migliori architetti siciliani attivi tra gli anni 40 e 50 ebbero la possibilità di sperimentare modelli urbanistici e architettonici, da quelli vernacolari a quelli razionalisti : Edoardo Caracciolo, Roberto Calandra, Francesco Fichera, Giuseppe Caronia, Giuseppe Marletta e tanti altri apposero la loro firma in calce al progetto di almeno un borgo.

Presente e futuro dei borghi
Negli ultimi anni sono state attivate da alcune regioni o enti locali politiche di riconoscimento, valorizzazione e tutela dei paesaggi e dei borghi fascisti e di quelli della Riforma.
Anche in Sicilia, nella stagione dei piani paesaggistici che è stata promossa all’inizio del secolo, il “paesaggio della Riforma agraria” è stato tipizzato solo in alcuni dei piani redatti dalle Soprintendenze, ma già nelle “Linee guida per il Piano territoriale paesistico regionale” del 1999, i borghi (almeno quelli censiti, e non sono tutti) vengono individuati come “nuclei storici a funzionalità specifica” e sottoposti a tutela alla stregua di centri storici. In tal modo viene loro riconosciuto un interessantissimo status di “Archeologia contemporanea” che, in molti casi, non ha mai vissuto fasi di effettiva utilizzazione, passando dallo stato di incompiuta a quello di rudere.
La proprietà dei borghi è, nella maggior parte dei casi, passata ai Comuni, ma l’Ente di Sviluppo Agricolo, erede degli enti che gestirono le due operazioni a metà del XX sec., ne mantiene ancora una decina che sono quelli che il governo Musumeci vorrebbe mettere in vendita.
Per questi, nell’ambito del POR 2007-13, l’ESA aveva elaborato un “Progetto di riqualificazione dei Borghi rurali dell’Ente Sviluppo Agricolo” in cui viene immaginata una “Via dei borghi” percorso di oltre 150 km, per la mobilità dolce. In questo progetto i centri di servizio rinascono a nuova vita: ricettività, locali di esposizione e vendita, spazi per la didattica, centri di assistenza per i vari mezzi di trasporto, rimettono in gioco i “borghi mai nati”.
Ma c’è di più: sette di questi borghi si trovano lungo la dorsale nord-ovest / sud-est che da Borgo Borzellino, vicino a S. Giuseppe Jato, attraversando tutta la Sicilia, giunge fino a Borgo Lupo, vicino Mineo. Ciascuno dei piccoli insediamenti è al centro di un’area particolare legata alle eccellenze della Sicilia o alla sua identità: Borgo Borzellino e la terra del vino; Borgo Portella della Croce e la terra dell’olivo; Borgo Petilia e la terra dello zolfo; Borgo Baccarato e la terra del grano; Borgo Lupo e la terra degli agrumi.
Per questo il “vero” recupero dei borghi può avvenire solo all’interno di politiche più ampie che riguardano l’economia agraria in cui la potenziale attrattività turistica dei borghi restaurati e rifunzionalizzati si concretizza all’interno di politiche paesaggistiche e agricole volte a raggiungere obiettivi di ricostruzione (in alcuni casi alla costruzione) del legame tra il borgo e il suo agro.
Un processo di questo tipo potrebbe affiancare al Tour della Sicilia classica, quello della Sicilia profonda, alternativo e complementare al primo, con notevolissime ricadute nelle aree della Sicilia interna.
Può questo obiettivo essere raggiunto con la vendita al miglior offerente di questi beni culturali? Non è detto. Senza essere pregiudizialmente contrari alla dismissione di patrimonio pubblico sottoutilizzato o inutilizzato, in questo caso specifico occorrerebbe procedere alla vendita dei borghi in blocco per garantirne una governance unitaria. E occorrerebbe scegliere l’acquirente non in funzione dell’offerta economica, ma della presentazione di un progetto di sviluppo integrato che preveda un riuso dei borghi compatibile con il loro status di beni culturali e funzionale a un più ampio progetto di sviluppo.

Una bandiera non si getta in un canto come cosa inutile

nenni-legge-lavantiDobbiamo essere grati all’Istituto di Studi Storici Gaetano Salvemini per il lavoro di digitalizzazione dell’Avanti! dal 1896 al 1996. Un lavoro importante, prezioso, che ci restituisce un secolo di storia politica italiana e lo mette a disposizione degli studiosi.

Il glorioso giornale socialista (per una storia del giornale si consigliano i libri di Arfè e Intini) da oggi ed è sfogliabile liberamente online (http://avanti.senato.it ). Ieri la presentazione del progetto alla Biblioteca del Senato, davanti a molti ragazzi e tanti volti storici del socialismo italiano.

Al giornale socialista è legata buona parte della vita politica e giornalistica di Pietro Nenni (Faenza 1891- Roma 1980) e c’è un episodio, forse poco ricordato, del suo lungo rapporto con la testata (fino agli ultimi giorni di vita), che lo vede protagonista nel 1923, quando grazie alla sua azione indefessa salva il giornale dal disegno fusionista di Serrati.

Pietro Nenni era entrato nella redazione del giornale solo due anni prima, nel 1921, chiamato da Serrati a fare il corrispondente da Parigi (“sei mesi di prova, a 1.800 franchi mensili, comprese le piccole spese di tram e posta”). A Parigi Nenni si iscrive al Partito Socialista. Nel 1921 ha trent’anni e dopo aver a lungo militato nel Partito repubblicano abbraccia il socialismo. Nel maggio del 1922 per l’Avanti! segue una conferenza internazionale a Cannes dove incontra il suo vecchio amico-nemico Mussolini e sulla croisette i due si fermano in un lungo colloquio (famosa passeggiata raccontata da Nenni in Sei anni di guerra civile).

Mentre Mussolini pianifica la Marcia su Roma, nell’ottobre del 1922 Nenni viene richiamato da Serrati a Milano per svolgere le funzioni di Redattore Capo dell’Avanti! in sostituzione di Passigli. Intanto l’ala riformista di Turati, Treves e Matteotti veniva espulsa dal partito e costituiva il Partito Socialista Unitario (PSU). Il 26 ottobre del 1922 una delegazione socialista composta da Serrati, direttore dell’Avanti!, Maffi, Romita e Garuccio, si reca a Mosca; in quell’occasione si concorda un progetto di fusione tra il PSI e il PCd’I (Partito Comunista d’Italia, nato dalla scissione di Livorno del 1921). Il nuovo partito avrebbe dovuto chiamarsi Partito comunista unificato d’Italia. Negli organi dirigenti la maggioranza sarebbe comunista e l’Avanti! diretto da Gramsci.

Per Nenni questa scelta rappresenta la liquidazione del partito e costituisce con Arturo Vella un Comitato di difesa per “l’autonomia socialista”. Nasce così un violento contrasto con Serrati che da Mosca ordina di sbarazzarsi di Nenni. Il 3 gennaio del 1923 Nenni motiva la propria posizione in un lungo articolo sull’Avanti!: “Il Partito deve essere interrogato subito, sul solo punto che interessa: la fusione immediata a mezzo di referendum”. Conclude lapidario: “Una bandiera non si getta in un canto come cosa inutile. Si può anche ammainare, ma con onore, con dignità”. Interviene, pesantemente, anche l’Internazionale Comunista: “Noi insistiamo”, si legge in un suo dispaccio del 18 gennaio, “sull’allontanamento di Nenni, e che la sua opera nociva venga smascherata come disorganizzatrice del movimento proletario”. Ma né la Direzione, né l’Avanti! obbediscono: in realtà il partito è contro la fusione.

Pietro Nenni ha un ruolo chiave durante il congresso socialista di Milano (15–17 aprile 1923) e le sue tesi autonomiste trionfano su quelle fusioniste di Serrati. Di fatto salva il Partito socialista da quella che sembrava un’inevitabile evaporazione e il giornale. Per tale ruolo assunto entra nella Direzione del partito e viene nominato Direttore dell’Avanti!.

In molti rimangono impressionati dalla “rapida carriera” che in un paio d’anni lo ha portato ai vertici della gerarchia del partito e alla direzione del giornale. Con l’avvento del fascismo in Questura chiedono a Pietro Nenni di sottoscrivere, in qualità di Direttore dell’Avanti! una vera e propria sottomissione al regime. Ovviamente rifiuta e scrive caustico sul giornale “all’Eccellenza Mussolini”, ricordatogli che sono stati condannati insieme, da uomini di sinistra, dal Tribunale di Forlì: “Permettetemi di meravigliarmi che un uomo che viene dal socialismo, che il figlio di un internazionalista che ha sentito raccontare dal padre attraverso quali indicibili ostacoli il socialismo è passato, caschi nell’illusione dei conservatori vissuti fuori dal popolo e lontani dal proletariato, che vi siano misure di polizia, restrizioni di libertà, mezzi inquisitori, capaci di arrestare il corso di un’Idea. Il socialismo passerà Eccellenza Mussolini!”

Antonio Tedesco
Blog Fondazione Nenni

Mieli e il libro “25 luglio 1943” di Emilio Gentile

paolo mieliSul «Corriere della Sera» del 9 aprile, Paolo Mieli preannuncia l’uscita del libro 25 luglio 1943 (Laterza, Roma-Bari 2018, pp. 288), dedicato alla caduta del regime fascista. Un crollo che per l’autore, Emilio Gentile, era dipesa dai «progetti dei militari contro Mussolini, predisposti dalle decisioni del Gran Consiglio». In attesa di leggere il volume, in libreria dal 12 aprile, bisogna sottolineare lo strano modo adottato da Mieli per presentarlo ai lettori del «Corriere» con il titolo reboante «Le vanterie di Dino Grandi. Il gerarca fascista esagerò il ruolo che aveva avuto nel far cadere il Duce». Piuttosto che esporre e commentare il ruolo dei «vertici militari i generali Vito (recte: Vittorio) Ambrosio, Giuseppe Castellano e il capo della polizia Senise» che con la complicità del re predisposero «i piani per un colpo di Stato», Mieli discute solo le mene condotte da Dino Grandi (1895-1988) nella caduta del regime mussoliniano.
Nell’incipit dell’articolo Mieli riporta le parole che Pietro Badoglio rivolse il 18 ottobre 1943 agli ufficiali italiani, per la maggior parte riuniti nei «campi di riordinamento» istituiti dallo stato maggiore dell’esercito. Quelle parole, contenute nel noto discorso di Agro San Giorgio Jonico dalla località in cui sarebbe stato tenuto, sono citate malamente da Mieli, a cui sfugge la parte più interessante, quella relativa all’aspra critica rivolta a Mussolini. Più volte Badoglio definisce il dittatore fascista un «furfante» e un «brigante» che ha coperto le ruberie più spudorate dell’Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP) con «novanta milioni di deficit»; della Gioventù del Littorio che «costava allo Stato più di un miliardo e mezzo»; del «dopolavoro» con «un altro miliardo e mezzo di passivo per lo Stato»; del ministero della Cultura popolare «che finanziava un numero incalcolabile di signore romane, con stipendi di cinque, otto, dieci mila lire» e di altri dispendiosi ministeri privi di ogni contabilità.
Così l’opinionista del «Corriere» si dilunga sulla riunione del Gran Consiglio del 24-25 luglio, riportando alcune notizie sull’organo supremo del regime fascista, sulla sua istituzione informale dell’11 gennaio 1923 e sulle 186 riunione convocate «nei suoi vent’anni di vita», senza aggiungere nulla di nuovo a quello reperibile su Internet. Nella sua lettura superficiale e frettolosa Mieli commette un errore storico, inserendo anche la riunione del 15 dicembre 1922, per cui le 186 ricordate e tratte dal sito sono di un numero inferiore. La riunione del Gran Consiglio durò quasi dieci ore e mise in minoranza (19 voti contro 7) il duce, approvando – come scrive Nenni nei suoi Diari – «un ordine del giorno Grandi che suonava sconfessione della sua direzione della guerra e invito a al sovrano a provvedere a norme della Costituzione» ” (cfr. P. Nenni, Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956, SugarCo, Milano 1981, p. 25).
Sulla base dell’annotazione di Nenni, secondo cui era implicita la richiesta al sovrano e ai ministri di restituire i poteri previsti dallo Statuto, l’interrogativo di Emilio Gentile ripreso da Mieli risulta fuorviante nella spiegazione della riunione del Gran Consiglio: “Se Mussolini considerava l’ordine del giorno Grandi, da lui conosciuto poco prima della riunione, «un atto inammissibile e vile» (come «sembra» che lo avesse definito lui stesso), perché si chiede Gentile, «accettò che venisse discusso in Gran Consiglio e di chiedere su di esso la votazione, anche se non era obbligato a fare né l’una né l’altra cosa, dal momento che solo al capo del governo, presidente di diritto del Gran Consiglio, spettava di fissare l’ordine del giorno delle sedute?». Strano che un giornalista così acuto come Mieli accolga questo interrogativo, senza formulare una critica e senza chiedersi il motivo per cui Mussolini decise di convocare il Gran Consiglio: la spiegazione più attendibile può essere quella che egli si considerava ancora in grado di dominare la riunione e che mai avrebbe creduto ad una approvazione così larga dell’ordine del giorno Grandi.
Su questo aspetto sembra che Mussolini sia stato convinto da Hitler nel suo incontro di Feltre (19 luglio ’43) non tanto «per chiedere aiuto contro gli invasori», come sostiene con ingenuità Mieli, ma per conoscere la sua opinione sulla convocazione del Gran Consiglio. Il Führer consigliò di convocare la riunione, che fu indetta da Mussolini per dimostrargli di essere ancora il «conducator» dell’Italia. Il comunicato del suo incontro fu coperto da notizie brevi e prive di significato in quell’ora drammatica per Roma, bombardata quel giorno da aerei inglesi dopo che erano stati lanciati volantini di sprono alla ribellione contro Mussolini e Hitler.
Nella successione degli eventi, accertati e riportati da Mieli, è taciuto l’importante aspetto che riguarda la concessione del Collare dell’Annunziata a Dino Grandi. Il 25 marzo 1943, quattro mesi prima della riunione del Gran Consiglio, il re gli concesse infatti l’insigne onorificenza con grave disappunto di Mussolini, che per l’occasione fece inviare ai giornali l’ordine di dare la notizia «senza eccessivo rilievo». L’onorificenza fu proposta da Luigi Federzoni (1878-1967), amico di Grandi e già «Collare dell’Annunziata» dal 1932, che ricevette alcuni anni prima l’annuncio positivo da Pietro Acquarone, Aiutante di campo del sovrano.
L’episodio, peraltro rilevante per comprendere il ruolo di Grandi, fu considerato l’anno successivo da Mussolini un «elemento della congiura», ma era chiara la finzione dell’ex dittatore, volto a giustificare il suo operato e le sue responsabilità di fronte alla guerra. Mussolini aveva ritardato la concessione del Collare a Grandi, proponendo al sovrano di assegnarla a Giacomo Suardo (1883-1947, presidente del senato e più anziano di lui. Una versione diversa venne data da Grandi, che fornì una spiegazione personale riconducibile solo ai suoi meriti diplomatici e politici. Il 21 luglio 1943 Grandi ebbe un incontro con Federzoni, che accolse la sua conclusione delle dimissioni di Mussolini, per poi sottoporla a Giuseppe Bottai, a Umberto Albini e a Giuseppe Bastianini, tre membri influenti del Gran Consiglio.
Dalle carte di Federzoni, che riguardano la riunione del Gran Consiglio, possono venire spiegazioni sui legami amicali con Grandi e sui vari interventi dei protagonisti nella riunione del Gran Consiglio; ma essi devono essere letti alla luce di altre testimonianze, delle quali quella di Grandi assume un significato particolare per il suo ruolo rilevante. Sul piano storico Grandi fece durante la riunione una «requisitoria nel Gran Consiglio contro la dittatura» di Mussolini, che – come ricordò poi – «ha ascoltato, 48 ore fa, tutto ed esattamente quanto sto per dire … egli tacque e non mi smentì. Lo avrebbe fatto se avessi potuto smentirmi. Egli conosceva il mio ordine del giorno perché il segretario del Partito glielo aveva comunicato». Il noto ordine del giorno provocò la caduta del duce, al termine di una drammatica seduta in cui – come giustamente afferma Paolo Nello – «si dimostrarono decisive l’energia e la risolutezza dello stesso Grandi», ma anche l’inefficacia della linea filotedesca del suo rivale politico. Esagerato o meno il ruolo del gerarca fascista, esso fu decisivo per la caduta di Mussolini almeno per la presentazione di un ordine del giorno, con cui si richiedeva «la restituzione al re dei sui poteri politici e militari» e la formazione di un nuovo governo affidato a Pietro Badoglio.

Nunzio Dell’Erba

Achille Corona, fedeltà assoluta al partito e ai lavoratori

Achille_Corona

Fu per diversi anni uno dei più noti dirigenti socialisti, fortemente impegnato nelle organizzazioni del partito e per  suo conto consigliere comunale, assessore, parlamentare e ministro. Nato a Roma il 30 luglio 1914, studiò fino al conseguimento della laurea in Legge.  Era ancora giovanissimo quando si  fece notare per la critica  rivolta al regime fascista, promotore di nuove guerre, di leggi liberticide e di alleanza innaturali e impopolari, e si avvicinò a noti antifascisti che, sfidando fermi ed arresti, svolgevano una discreta attività propagandistica.

Con l’entrata in guerra  dell’Italia a fianco della Germania hitleriana, nel 1940, radicalizzò la propria posizione politica, e nel 1943 si schierò apertamente coi socialisti. Il 26 luglio, subito dopo l’arresto di Mussolini, si unì a un gruppo di patrioti, tra cui era Tullio Vecchietti, che nella tipografia dove in passato veniva stampato “Il Lavoro fascista” riuscirono a compilare e stampare un numero dell’Avanti! che poi diffusero in città.Successivamente  fece parte della redazione dell’organo socialista che venne ancora stampato anche quando i tedeschi occuparono la città. Per questa attività venne arrestato  e rinchiuso nelle carceri di Regina Coeli. Riacquistata la libertà dopo la liberazione di Roma da parte degli Alleati, partecipò alla costituzione del Movimento di Unità Proletaria, una formazione  quasi interamente di giovani, tra cui erano Leo Solari, Giuliano Vassalli, Tullio Vecchietti,  che si proponeva un rinnovamento profondo del Partito socialista alla luce dell’esperienza fatta soprattutto nel primo dopoguerra dal vecchio PSI e dal PSU. Nel ’45 il gruppo ritenne matura la situazione  per fondersi col  PSI, e nacque il PSIUP, (Partito Socialista di Unità Proletaria), che si accinse a  guidare  le forze progressiste nella ormai prossima battaglia per una Italia  nuova, repubblicana, democratica, sociale.

Circa la posizione del partito nello scacchiere nazionale, egli si espresse  per  l’unità dei due partiti della sinistra nell’azione, ma respinse l’idea della loro fusione in un partito unico che avrebbe  cancellato la specificità socialista. Nella primavera del successivo anno fu attivissimo nella propaganda per le elezioni amministrative e subito dopo per il Referendum istituzionale e la Costituente. Non lo fu meno nei successivi mesi, che videro il partito fortemente scosso dallo scontro  tra “autonomisti”  e “unitari” e avviato  alla scissione  dalla quale nacque  il PSLI.  Egli non approvò  la separazione, cosciente del fatto che, come la storia insegnava, ogni lacerazione produce indebolimento del corpo che la subisce. Il PSIUP, infatti, ridenominatosi PSI, perdette la forza che lo aveva  reso guida  della sinistra, venendo da allora scavalcato dal PCI.

Nell’ aprile del ’48  Corona iniziò una esperienza nuova. Costituitosi il Fronte Democratico Popolare  per la convergenza di PCI, PSI e Indipendenti,  egli venne  candidato alla Camera nelle Marche e fu tra gli eletti. Dopo il breve intervallo della Direzione centrista di Jacometti e Lombardi, avutasi dopo la sconfitta del Fronte e la forte perdita di parlamentari socialisti, entrò nella  nuova Direzione del partito, nella quale  resse con grande abilità  l’ Ufficio Enti locali e successivamente l’Ufficio Internazionale e dal ’51 l’Ufficio stampa e propaganda e l’Ufficio per i rapporti con i gruppi parlamentari, guadagnandosi una fiducia ancor più vasta a livello nazionale. Ripresentato per la Camera  nel 1953, 1958, 1963 e 1968, venne  sempre eletto con ampio suffragio. Nel 1956  fu  ad  Helsinki al Congresso dei partigiani della pace, nel quale con Lombardi e Fogliaresi  espresse  il disimpegno dei socialisti da una organizzazione che non mostrava più l’indipendenza di giudizio e di azione nei confronti della politica sovietica. Ai vari livelli se ne apprezzava la  preparazione e l’equilibrio, per cui veniva designato  per incarichi locali e nazionali. A partire dal 1951 fu consigliere comunale e anche assessore al Comune di Pesaro. Nel 1963 fu Ministro del Turismo,  successivamente dell’Ambiente e dello Spettacolo. In questi settori egli incise  fortemente: soprattutto nel mondo del teatro e di quello lirico più in particolare egli lasciò il segno della sua attività, tra l’altro promuovendo  nel ’67  una legge che favoriva in misura notevole l’attività musicale.  Per lunghi anni a fianco di Francesco De Martino, vi-segretario con Nenni e poi segretario,  ne condivise le idee e ne sostenne convintamente l’azione. Quando perciò all’interno del partito si costituì una nuova maggioranza e Bettino Craxi assunse la segreteria, egli lasciò gradualmente ogni carica e si ritrasse sempre più nell’ombra. Morì a Roma appena sessantacinquenne il 23 novembre 1979.

Giuseppe Micciché 

Nencini: Fascismo? Berlusconi non conosce la storia

berlusconi fazio

“Il fascismo è morto e sepolto. Il caso di Macerata è stato il gesto di un singolo fuori di testa che ha agito per conto suo. Mentre invece c’è questo movimento dell’antifascismo che a Piacenza ha picchiato un esponente delle forze dell’ordine: è un movimento pericoloso che viene dai centri sociali ed ha un programma di iniziative inaccettabile”. Lo ha detto il leader di Fi Silvio Berlusconi a “Che Tempo che fa” dove ha aggiunto: “I fascisti sono morti ma ricordo che fascismo e nazismo sono arrivati come movimenti socialisti”. E poi “Senza un Mussolini o un Hitler non succede niente…”.

“Ascolto Berlusconi e inorridisco”. È il commento del segretario del Psi Riccardo Nencini alle parole del leader di Forza Italia. “Ha appena dichiarato che fascismo e nazismo sono nati dal socialismo. Idee poco chiare e pessima conoscenza della storia. Giuro che domani gli regalo un Bignami”.

Intanto continua a far discutere, tra adesioni e critiche, la proposta lanciata ieri dalla presidente della Camera Laura Boldrini, componente di Liberi e Uguali, secondo cui “i gruppi che si ispirano al fascismo vanno sciolti, non c’è posto per loro nella nostra Repubblica che è antifascista”. La sede scelta per lanciare il messaggio non era casuale, nel quartiere Niguarda di Milano, di fronte ad un murales che rivendica l’antifascismo della zona, dove nel 1945 si tennero degli scontri durante la liberazione della città dall’occupazione nazifascista. Tra i primi a raccogliere le parole della Boldrini è il leader di Liberi e Uguali, il presidente del Senato Pietro Grasso, che rivendica: “Condivido la sua posizione, che condanna tutte quelle manifestazioni che possano essere valutate come una ricostituzione del partito fascista. E condivido l’invito a sciogliere eventuali formazioni o associazioni di questo tipo”. Sulla stessa linea gli altri leader del cartello elettorale di sinistra, Pippo

Civati, Roberto Speranza e Nicola Fratoianni. Il capogruppo di MdP alla Camera Nicola Laforgia va oltre, indicando due liste in corsa alle prossime elezioni, e si domanda: “Siamo sicuri che CasaPound e Forza Nuova stiano dentro la Costituzione?”. Anche il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, dopo che ieri sera si è svolta una manifestazione di CasaPound nel capoluogo campano, incalza: “Chi aspettano il ministro dell’Interno e lo stesso Governo per porre fine alla propaganda fascista nel nostro Paese?”.

L’ultima proposta di legge che disciplina le sanzioni contro l’apologia del fascismo è quella presentata dal parlamentare Pd Emenuele Fiano, approvato lo scorso anno dal Parlamento, che recita: “Chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni”. In precedente l’apologia di fascismo era stata normata dalla legge Scelba del 1952, che riconosce come “riorganizzazione del disciolto partito fascista” il caso in cui “una associazione o un movimento persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista”.

Nel 1993 invece è arrivata la legge Mancino, che amplia le sanzioni per discriminazione razziali, etnici, religiosi o nazionali. Sono due le liste di estrema destra più in vista in corsa alle elezioni del 4 marzo: CasaPound ed Italia agli Italiani. I primi, i cosiddetti ‘fascisti del terzo millennio’, Il Cartello ‘Italia agli Italiani’ invece raccoglie la Fiamma Tricolore e Forza Nuova, ovvero le due formazioni che ospitano più reduci della stagione delle formazioni della destra extraparlamentare degli anni Settanta e Ottanta.

Arturo Vella forte difensore dell’autonomia del PSI

Arturo_VellaNel primo trentennio del ‘900 fu uno dei più autorevoli  dirigenti nazionali del Partito socialista. Nacque a Caltagirone, grosso comune della Sicilia, da tempo noto per l’industria della ceramica in cui si è sempre distinto, il 12 febbraio del 1886. A 5 anni appena rimase orfano del padre, Sebastiano, piccolo industriale ceramista con famiglia numerosa, e a 11 anni venne inviato in un collegio romano, per continuarvi gli studi, conclusi poi in un Istituto tecnico.

Nella capitale si ambientò perfettamente ed entrò sempre più in contatto con i gruppi politicamente più vivaci in senso progressista, fin quando, ai primi del ‘900, costituì una Federazione di studenti secondari, che assieme al Circolo giovanile socialista si impegnò in una intensa attività di organizzazione, presto estesa alla Toscana e all’Emilia e capace di portare nelle sezioni e nei circoli un elevato numero di giovani. Fin da allora si distinse quale difensore della autonomia organizzativa dei gruppi giovanili nei confronti del PSI, ma entro una ferma “unità di dottrina”, e cioè con un forte  legame di natura ideologica col partito.

Nel congresso di Bologna del 1907 – su cui, come sull’intera  storia dei giovani socialisti hanno ampiamente scritto Gaetano Arfè nel 1973 e Renzo Martinelli nel 1976 –  fu tra i fondatori della FIGS aderente al PSI, e ne diresse l’organo di stampa “L’Avanguardia”, un foglio che si distinse per la vivacità e la ricchezza dei contenuti. Lavorò con grande entusiasmo  per la crescita della organizzazione, e dopo  la separazione dai sindacalisti rivoluzionari concorse in misura notevole alla sua crescita e alla ulteriore definizione dei suoi caratteri, impegnandola su posizioni antimilitariste, internazionaliste e anticlericali.

 Si collocò presto tra gli intransigenti e fu elemento di punta in una intensa e appassionata attività propagandistica, intervenne a numerosi convegni e congressi, scrisse frequentemente su “L’Avanguardia” e fu tra i redattori de “La Soffitta”, un quindicinale di orientamento socialista sorto nel maggio del  1911.

Relativamente al problema elettorale Vella era favorevole a una alleanza “vigile” coi gruppi di democrazia borghese, in attesa  di un irrobustimento del movimento operaio. Era però avverso a posizioni di cedimento, che  si rilevavano  qua e là, e conseguentemente fu tra quanti, nel Congresso di Reggio Emilia del 1912, sostennero l’espulsione dei “bissolatiani”, considerandone le idee involutive e pericolose per l’autonomia di classe dei lavoratori e l’identità socialista.

Subito dopo il congresso lasciò la direzione dell’organo di stampa della FIGS per assumere la carica di vice-segretario  del PSI. Lavorò allora in sintonia con Costantino Lazzari, cui i congressisti avevano affidato la segreteria del partito, distinguendosi nell’impegno volto a precisare i caratteri  del programma socialista e a limitare l’influenza di Mussolini nel partito e nella redazione dell’Avanti!, non rimanendo convinto dell’equivoco “rivoluzionarismo” espresso da costui.

In quegli anni lavorò a un programma di riorganizzazione del partito fondato sulle federazioni provinciali e regionali, in sostituzione delle vecchie federazioni di collegio. La situazione  non era però matura per simile riforma, sicchè egli incontrò ostacoli di varia natura che lo costrinsero a rinviare l’idea a tempi migliori.

All’inizio della Grande Guerra Vella sostenne la neutralità dell’Italia e con Lazzari propose la linea del “non aderire né sabotare” che il PSI fece propria, caratterizzandosi in modo netto nel panorama politico nazionale.

Nel maggio del 1916  venne richiamato alle armi e assegnato a un reggimento di fanteria di stanza a Trapani, poi a Siracusa, infine a Firenze. In questo periodo svolse una coraggiosa attività antimilitarista, sicchè il 7 febbraio del 1918 venne arrestato a Siracusa per disfattismo. Il 13 settembre successivo, durante il processo che si celebrava a Catania, pronunziò parole di fede profonda nell’idea che l’aveva conquistato fin dai più teneri anni. Dal banco degli imputati, incurante dei frequenti richiami dei giudici, difese con forza le ragioni che avevano spinto i socialisti a schierarsi nettamente contro la guerra, e concluse il suo intervento dichiarando: “Sereno e sicuro, oggi io affermo la mia fede di fronte a voi, con una fermezza spoglia di qualsiasi ostentazione provocatrice, ma consapevole della sua forza e della sua legittimità sul terreno del pensiero e su quello degli interessi anche nazionali…. Se condannato, tornerò sereno e forte nella mia cella etnea a riprendere lo studio e la prepararmi alle battaglie di domani, se assolto, rientrerò in caserma con la fronte alta come ne uscii con le catene, ma il mio pensiero lo conserverò per me, tutto per me”. La Corte lo condannò a cinque anni di reclusione per insubordinazione al Tribunale e subito dopo a sette anni  cumulativi con la prima condanna. Rimase in carcere per alcuni mesi: nel marzo del ’19 venne infatti amnistiato e potè tornare all’impegno nel partito, dove si occupò di problemi elettorali in vista del prossimo rinnovo della Camera eletta nel 1913. Prendendo posizione ben definita nel dibattito interno al partito, fu autorevole rappresentante dei massimalisti elezionisti, a nome dei quali intervenne al congresso di Bologna, dove riprese il concetto della “delittuosità” della guerra e fece rilevare la responsabilità dell’alta borghesia nell’averla voluta. Entrò quindi nel massimo organo di direzione del partito, da dove però uscì quando alla fine dell’anno, candidato alla Camera nel collegio di Bari per volontà della Direzione, venne eletto deputato.

Difese allora i contadini del Meridione che procedevano alla occupazione delle terre incolte e degli ex feudi, e denunziò con forza le violenze perpetrate in Sicilia e nelle Puglie ai danni dei lavoratori. Di fronte al montare della reazione nazional-fascista, specie in vista delle nuove elezioni politiche fissate per l’aprile del ’21, nel ’71 rievocate con le vicende del dopoguerra in Puglia da Simona Colarizi, si distinse per la fermezza e il coraggio, che suscitarono l’odio degli agrari e la persecuzione delle “squadracce”. Impegnato nella nuova campagna elettorale, venne ferito gravemente a Barletta. Riuscì comunque a essere rieletto.

Nei mesi che seguirono, pur essendo un sincero sostenitore della unità di classe e della convergenza di tutte le forze antifasciste nella lotta contro la reazione, apparve sempre più geloso difensore del Partito Socialista Italiano, della sua storia e dei suoi valori nei confronti del Partito Comunista e di qualunque altra forza politica.

Per questo alla fine del ’22 si schierò nettamente contro la fusione col PCd’I, richiesta dall’Internazionale di Mosca, che se accettata  avrebbe portato alla definitiva scomparsa  del Partito socialista. Sostenne il “Comitato di difesa socialista”, sorto proprio allora, e  subendo gli attacchi dei comunisti e della loro Internazionale lavorò con Nenni e altri per salvare il  partito. Contribuì in tal modo a salvare il PSI alla storia, ai lavoratori, alle lotte del progresso e della libertà.

Nel 1924, dopo avere  partecipato a una campagna elettorale divenuta infernale per le violenze senza limiti dei fascisti, venne rieletto alla Camera, ma in Sicilia, dove fu l’unico rappresentante del PSI. Dopo l’uccisione di Matteotti fu tra i più attivi animatori della “questione morale”, propose la costituzione di un Comitato dei partiti d’opposizione e fu favorevole alla secessione parlamentare, anche se mostrava di propendere per la lotta nel paese sì da dare un seguito concreto alla secessione. Successivamente si disse favorevole  al ritorno nell’aula di Montecitorio per tentare di neutralizzare l’azione di Mussolini.  Più tardi sostenne  la  partecipazione alle elezioni amministrative con liste espresse dai partiti più nettamente d’opposizione. Ormai però il fascismo procedeva in modo inarrestabile verso l’affermazione della dittatura.

 Con le leggi eccezionali del ’26 Arturo Vella seguì la sorte dei parlamentari d’opposizione dichiarati decaduti. Due anni dopo, bisognoso di lavoro, si trasferì a Caltagirone, per gestirvi una piccola fabbrica di ceramica ereditata dal fratello. Visse  da allora, per diversi anni, tra la città natale e Roma, conservando salda la fede negli ideali socialisti, ma, per la strettissima vigilanza della polizia, senza potere svolgere alcuna attività di opposizione.

All’inizio degli anni 40 si ammalò gravemente. Nel ’42, trovandosi a Roma, subì gli arresti, ma per mancanza di seri elementi di accusa e per le sue condizioni  di salute venne rimesso in libertà. Vinto dal male, morì nella capitale il 31 luglio del 1943, e se ne prese nota nella scheda del CPC ( b. 5341) intestata al suo nome. Dieci giorni prima in Sicilia era avvenuto lo sbarco delle truppe anglo-americane, a Roma cinque giorni prima Mussolini era stato arrestato. Iniziava così una nuova fase nella vita del paese. Vecchi e nuovi rappresentanti del Partito socialista stavano già riprendendo la lotta in nome degli ideali ai quali egli aveva dedicato gran parte della propria vita.

 Giuseppe Miccichè

39 anni fa Pertini eletto Presidente della Repubblica

Sandro-Pertini-“Noi abbiamo sempre considerato la libertà un bene prezioso, inalienabile. Tutta la nostra giovinezza abbiamo gettato nella lotta, senza badare a rinunce per riconquistare la libertà perduta. Ma se a me, socialista da sempre, offrissero la più radicale delle riforme sociali a prezzo della libertà, io la rifiuterei, perché la libertà non può mai essere barattata”.

Con queste parole il neo Presidente della Repubblica Sandro Pertini riscosse gli scroscianti applausi del Parlamento nel suo discorso di insediamento del 9 luglio 1978, 39 anni fa. Il giorno prima, l’8 luglio 1978, il Parlamento lo aveva eletto Capo dello Stato. Moro era stato appena ucciso dalle Br e Pertini disse: “La Repubblica sia giusta e incorrotta, forte e umana: forte con tutti i colpevoli, umana con i deboli e i diseredati. Così l’hanno voluta coloro che la conquistarono dopo 20 anni di lotta contro il fascismo e due anni di guerra di liberazione, e se così sarà oggi, ogni cittadino sarà pronto a difenderla contro chiunque tentasse di minacciarla con la violenza. Contro questa violenza nessun cedimento. Dobbiamo difendere la Repubblica con fermezza, costi quel che costi alla nostra persona. Siamo decisi avversari della violenza, perché siamo strenui difensori della democrazia e della vita di ogni cittadino. Ed alla nostra mente si presenta la dolorosa immagine di un amico a noi tanto caro, di un uomo onesto, di un politico dal forte ingegno e dalla vasta cultura: Aldo Moro. Quale vuoto ha lasciato nel suo partito e in questa Assemblea! Se non fosse stato crudelmente assassinato, lui, non io, parlerebbe oggi da questo seggio a voi”.

Qui Pertini fece un’interessante critica agli “stranieri”: “Ci conforta la constatazione – disse Pertini solenne – che il popolo italiano abbia saputo reagire con compostezza democratica, ma anche con ferma decisione a questi criminali atti di violenza. Ne prendano atto gli stranieri, spesso non giusti nel giudicare il popolo italiano. Quale altro popolo saprebbe rispondere e resistere a una bufera di violenza quale quella scatenatasi sul nostro Paese come ha saputo e sa rispondere il popolo italiano?”.

Pertini conclude: “Non posso, in ultimo, non ricordare i patrioti con i quali ho condiviso le galere del tribunale speciale, i rischi della lotta antifascista e della Resistenza. Non posso non ricordare che la mia coscienza di uomo libero si è formata alla scuola del movimento operaio di Savona e che si è rinvigorita guardando sempre ai luminosi esempi di Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Carlo Rosselli, don Minzoni e Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di carcere. Ricordo questo con orgoglio, non per ridestare antichi risentimenti, perché sui risentimenti nulla di positivo si costruisce né in morale né in politica. Ma da oggi io cesserò di essere uomo di parte. Intendo solo essere il Presidente della Repubblica di tutti gli italiani, fratello a tutti nell’amore di Patria e nell’aspirazione costante alla libertà e alla giustizia”.

Durante il suo settennato (1978-1985) Pertini è stato ed è largamente il Presidente più amato dagli italiani. Pertini nominò il primo Presidente del Consiglio laico (Giovanni Spadolini), il primo Presidente del Consiglio socialista (Bettino Craxi), la prima senatrice a vita donna (Camilla Ravera).

Il regime di Mussolini decretò la sua prima condanna ad otto mesi di carcere nel 1925. Vent’anni dopo, nel 1945, partecipò agli eventi che portarono alla liberazione dal nazifascismo, organizzando l’insurrezione di Milano, e votando il decreto che condannò a morte Mussolini e altri gerarchi fascisti. Nel 1985, lasciò il Quirinale a Francesco Cossiga.