Nafta, Trump butta gli accordi nel cestino

naftaDonald Trump  ha annunciato l’intesa con il Messico per un nuovo accordo commerciale destinato ad aprire una nuova fase nei rapporti tra i due Paesi. Trump dallo studio ovale della Casa Bianca ha dichiarato: “E’ un gran giorno per il commercio. Lo chiameremo Accordo commerciale Usa-Messico. E’ un’intesa incredibile per entrambi i Paesi. Toglieremo il nome Nafta, che ha una connotazione negativa perché gli Stati Uniti sono stati penalizzati dal Nafta. Questo accordo è davvero speciale per entrambi i Paesi”. Poi, rivogendosi al presidente uscente, il messicano Pena Nieto, Trump ha detto: “Abbiamo lavorato sodo con i vostri rappresentanti, i nostri team sono andati d’accordo e abbiamo raggiunto qualcosa di cui si parlerà a lungo. All’inizio, qualcuno pensava che non fosse nemmeno possibile arrivare al traguardo per la complessità della materia. Il superamento del Nafta comporta anche la revisione dei rapporti commerciali con il Canada. Vedremo se il Canada farà parte dell’accordo”.

Trump non esclude l’ipotesi di un’intesa separata con i vicini del nord. In proposito, il presidente degli USA, ha ribadito: “Le negoziazioni cominceranno presto, chiamerò il primo ministro. Con il Canada, la cosa più semplice che possiamo fare è imporre tariffe sulle loro auto…”.

Donald Trump mette in atto la strategia politica propagandata nella campagna elettorale: ‘Usa first’. Sta facendo pratica del ‘dividi et impera’ di latina memoria con tutti gli alleati. Non più accordi di gruppo ma solo intese bilaterali, salvo poi a non mantenerli. Dalla logica politica dell’attuale amministrazione Trump, sicuramente gli USA otterranno dei vantaggi a scapito dei principi di uguaglianza e libertà dei popoli. Quindi gli Usa difficilmente in futuro potranno essere considerati come un paese amico pronto ad intervenire generosamente in aiuto degli alleati in difficoltà, ma più semplicemente come una nazione che fa pesare la sua potenza militare ed economica per sfruttare gli alleati. La politica internazionale degli Usa, dunque, in questo momento storico, sta sempre più privilegiando gli interessi delle nazioni a scapito dei diritti dell’umanità che popola il nostro pianeta.

S.R.

La politica estera di Trump: minacce e poi abbracci

trump dazi“Farò scattare lo shutdown se i democratici non voteranno per la sicurezza del confine, che include il muro al confine col Messico”. Questa è una delle ultime minacce emerse da uno dei tanti tweet del presidente Donald Trump.

Minacciare e poi indietreggiare consiste di una strategia del 45esimo presidente. La usa non solo nelle questioni interne ma anche nei suoi rapporti con leader esteri. In tempi recenti lo ha fatto con il leader coreano Kim Jong-un. Dopo avere minacciato di distruggere la Corea del Nord, Trump ha cambiato strategia ed ha annunciato che si sarebbe incontrato con Kim Jong-un. Infatti, l’incontro è avvenuto a Singapore  lo scorso giugno e secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, la Corea del Nord ha accettato l’idea della denuclearizzazione della penisola. Seguirono incontri fra Mike Pompeo, segretario di Stato americano, e leader coreani alla conclusione dei quali i coreani hanno accusato gli americani di comportamenti da gangster. Pompeo ha minimizzato sostenendo che tutto sta procedendo bene. La consegna dei resti di 55 presunti soldati americani morti nella Guerra di Corea (1950-53) è stato un buon segnale che Trump ha particolarmente gradito, ringraziando Kim profusamente. Adesso però, il Washington Post ci informa che nuove immagini satellitari dei servizi di intelligence americana indicano che la Corea del Nord ha iniziato a costruire altri missili intercontinentali. In effetti, si è ritornati al punto di partenza anche se bisogna ammettere che la retorica bellicosa al momento sembra essere finita.

Trump però ha usato la stessa strategia di minacce e poi fatto passi indietro anche con gli alleati. In questo caso si è trattato di possibili guerre di dazi. Dopo avere dichiarato il NAFTA (Trattato nordamericano di libero scambio) sfavorevole agli Usa il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo. Alla fine Trump ha imposto dazi sull’acciaio e alluminio costringendo Justin Trudeau, primo ministro canadese, a ricambiare con dazi di 12,6 miliardi su importazioni dagli Stati Uniti. Al G7 del mese di giugno il 45esimo presidente si è comportato in modo arrogante, lasciando l’incontro un giorno prima della fine. Poi  parecchi tweet dall’Air Force One sono venuti a galla attaccando personalmente Trudeau di essere “disonesto e debole” aggiungendo anche che aveva dato indicazioni di non “appoggiare il documento finale del G7”.

Al vertice Nato a Bruxelles il presidente americano ha continuato i suoi attacchi agli alleati, dichiarando che la Germania ha stabilito accordi sul gas e il petrolio con la Russia e paga “miliardi  e miliardi di dollari ogni anno a Mosca”  e che la Germania è “completamente controllata dalla Russia”. Pochi giorni dopo in un’intervista al giornale londinese The Sun, il 45esimo presidente ha criticato aspramente il primo ministro britannico Theresa May per il suo debole tentativo di mettere in pratica Brexit. Il giorno dopo però ha cambiato rotta dichiarando che la May è “una donna formidabile”. Questi attacchi agli alleati sono alla fine sfociati in un dietrofront di Trump concluso pochi giorni fa in un incontro con Jean-Claude Junker, il presidente della Commissione Europea,  nel quale i due leader sembrano avere sventato una guerra di dazi.

Trump ha usato una simile minaccia contro il presidente iraniano Hassan Rouhani il quale aveva iniziato la guerra verbale dicendo che una guerra con “l’Iran è la madre di tutte le guerre”. Il 45esimo presidente ha ribattuto in un tweet con caratteri maiuscoli avvertendolo gli iraniani di “Fare attenzione” e di “non minacciare mai più gli Stati Uniti o subirebbero conseguenze mai viste nella storia”. Dopo una settimana però Trump ha fatto marcia indietro, annunciando che sarebbe pronto ad incontrarsi con il presidente iraniano  in qualunque posto senza precondizioni.

Come aveva fatto con Kim Jong-un e gli alleati, Trump ha fatto marcia indietro, assumendo un tono conciliatorio, in effetti suggerendo che forse aveva sbagliato. Il presidente Rouhani però fino ad adesso non ha accettato l’invito, tenendo in mente l’esperienza della Corea del Nord. Bisogna ricordare però che Trump aveva già cercato di incontrare Rouhani lo scorso settembre quando il presidente iraniano ha fatto un discorso  alle Nazioni Unite. La leadership iraniana ha rifiutato.

Gli iraniani non hanno affatto digerito il ritiro di Trump dell’accordo sul nucleare  che era stato firmato dall’amministrazione di Barack Obama, i Paesi del consiglio di sicurezza Onu, la Germania e l’Iran. Inoltre, Trump aveva annunciato nuove sanzioni per punire l’Iran.

La situazione economica in Iran è precaria in parte a causa delle sanzioni e quindi un vertice con Trump avrebbe potuto migliorare la situazione. In ogni probabilità Rouhani ha capito che le affermazioni alternanti di Trump che un giorno minaccia l’Armageddon e poi fa marcia indietro totale rendono qualunque accordo con l’America poco affidabile.

Ci sarà anche una visione antitetica sui vertici che Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia per negoziare mentre gli iraniani li vedono in modo più cauto quando non sono preceduti da negoziati.

La strategia di minacce e poi marcia indietro favorita da Trump non si applica però a Vladimir Putin per cui il presidente americano ha sempre espresso parole dolcissime. L’ex direttore della Fbi James Comey, licenziato da Trump nel maggio del 2017, ha recentemente mandato un tweet chiedendo ai lettori di fare una lista di tutti gli individui attaccati da Trump e poi chiedersi perché Putin non fa parte della lista. Una domanda alla quale ci darà la risposta il procuratore speciale Robert Mueller che sta investigando il Russiagate.

Domenico Maceri

Protezionismo Usa. Trump contro tutti

trump bandiera

Donald Trump con determinazione continua ad estendere il protezionismo Usa innescando reazioni a catena. Da una analisi della Coldiretti, la guerra commerciale con gli Stati Uniti mette a rischio 40,5 miliardi di esportazioni Made in Italy che hanno raggiunto nel 2017 il record storico grazie ad un aumento del 9,8% rispetto all’anno precedente. L’analisi della Coldiretti, fatta sulla base dei dati Istat, fa riferimento all’ipotesi di dazi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. A gennaio 2018 c’è stata una brusca inversione di tendenza con un calo dell’1,4% delle esportazioni italiane in Usa. La Coldiretti, in un comunicato, ha sottolineato e precisato: “Gli Stati Uniti sono di gran lunga il principale mercato di riferimento per il Made in Italy fuori dall’Unione Europea con un impatto rilevante anche per l’agroalimentare. La nuova strategia USA “America First” sembra avere fino ad ora i primi effetti in una politica monetaria aggressiva che rischia di costare caro all’Italia anche in campo alimentare considerato che le esportazioni di cibo e bevande sono aumentare del 6% nel 2017 per un totale di circa 4 miliardi di euro, il massimo di sempre. Gli Usa si collocano al terzo posto tra i principali italian food buyer dopo Germania e Francia, ma prima della Gran Bretagna. Il vino risulta essere il prodotto più gettonato dagli statunitensi, davanti a olio, formaggi e pasta”.

Anche Arinox, l’importantissimo polo industriale del gruppo Arvedi a Riva Trigoso, specializzato nella produzione di laminati di precisione in acciaio inox, rischia di essere gravemente penalizzata dai dazi proposti dal presidente Usa Donald Trump. L’impianto industriale che assieme a Fincantieri è tra i più importanti del polo industriale di Sestri Levante, del Tigullio, della Liguria e dell’Italia, ha lanciato un allarme.

Massimiliano Sacco, AD di Arinox, ha dichiarato al Secolo XIX: “Tra una fallica gara su Twitter a chi ha ‘il bottone nucleare più grosso’ con il ‘Caro Leader’ nordcoreano Kim Jong-Un e l’altra, Donald Trump ne sta combinando parecchie. Misure e provvedimenti politici che fanno discutere, ma anche commerciali, e fra questi vi è anche motivo di preoccupazione per il Tigullio. I dazi su acciaio ed alluminio proposti da Trump avranno forti ripercussioni non solo per l’Italia e l’Europa nel suo complesso, ma anche per noi e per il Tigullio.

Nel suo delirio protezionistico (già, perché tali misure forse Trump non si è ancora accorto che sono assolutamente in linea con le politiche economiche sovietiche d’altri tempi o della Cina comunista), il Presidente USA ha annunciato nuovi dazi rispettivamente del 25 e 10% sulle importazioni di acciaio ed alluminio negli Stati Uniti. Arinox stessa, per cui l’esportazione in America è una importante fetta di mercato, ha inviato una lettera, attraverso uno studio legale in loco, che fa ora parte del dossier con i pareri delle aziende allo studio del ministero del commercio statunitense”.

Se i dazi su acciaio e alluminio annunciati da Trump saranno introdotti così, senza esclusioni, avranno forti ripercussioni non solo per l’Italia e l’Europa, ma anche per il Tigullio. Nel Tigullio che punta sul turismo, ma intanto cerca di tenersi strette le sue industrie, imprenditori e dirigenti d’azienda sono sintonizzati sui canali statunitensi. Massimiliano Sacco è fra questi. Da tempo, con il gruppo Finarvedi di cui Arinox fa parte, è in attesa di conoscere le mosse degli Stati Uniti previste sulle importazioni, volute dal presidente Donald Trump per proteggere e favorire i mercati interni. Due giorni fa, la doccia fredda è arrivata. Dazi del 25 per cento sulle importazioni di acciaio e del 10 per cento sulle importazioni di alluminio. L’amministratore delegato di Arinox ha affermato: “A oggi però non sappiamo se ci sono categorie o nazioni che verranno escluse dal pagamento delle imposte doganali. Ci sono prodotti come l’acciaio al carbonio  che sono già soggette ai dazi, mentre altri, come l’acciaio inox, no. In ogni caso, quelli annunciati da Trump sarebbero in aggiunta alle imposte già esistenti. Da mesi stiamo seguendo la vicenda con molta attenzione”.

Il parere e le richieste di Arinox e di  Finarvedi a proposito dei dazi sono inserite, fra gli altri analoghi, nel dossier di 260 pagine sul tavolo del ministero del commercio statunitense. L’amministratore Sacco ha spiegato: “Ci siamo rivolti a uno studio legale americano, nostro tramite con il ministero del commercio: negli Stati Uniti funziona così. E nel documento che contiene i pareri delle aziende, c’è anche la nostra lettera presentata circa un anno fa. Ci sono due versioni del documento: una pubblica, che tutti possono richiedere e leggere; una privata che contiene dati riservati, da non mostrare per svelarli alla concorrenza. Si attende di conoscere la data in cui entrerebbero in vigore questi dazi, e se vi siano nazioni che da essi potrebbero essere escluse. È chiaro che tali draconiane imposte, esplicitamente volte a scoraggiare le importazioni in USA per favorire la produzione interna (ammesso e non concesso che questo sia l’effetto che avrebbero: anche gran parte degli economisti americani sono al riguardo assai scettici), danneggerebbero gravemente gli introiti di Arinox, e questo può scatenare una reazione a catena che si abbatterebbe sui lavoratori del Tigullio lì impiegati. Altro che nuove assunzioni. Più in generale, poi, il pericolo è anche globale: uno dei rischi è che, scoraggiate da tali dazi, le esportazioni dal sud est asiatico prendano a rimbalzare verso l’Europa. E se l’Europa dovesse cedere ad imporre misure analoghe per affrontare il problema, l’effetto domino protezionistico in totale antitesi a quella globalizzazione del mercato che proprio USA ed Europa hanno cavalcato nei passati decenni potrebbe divenire una spirale incontrollabile”.

I rapporti bilaterali tra Cina e Usa  sono tra i più importanti al mondo e la loro stabilità interessa non soltanto i due Paesi. Lo ha affermato Zhang Yesui, portavoce del Congresso nazionale del popolo. In merito ai dazi che il presidente americano Donald Trump vuole imporre su acciaio ed alluminio. Zhang ha commentato: “Se gli Usa metteranno in atto iniziative contro gli interessi cinesi, allora prenderemo le misure necessarie. La Cina non vuole alcuna guerra commerciale con Usa, ma non ignoreremo le azioni che minacciano i suoi interessi”. Le affermazioni di Zhang sono state fatte dopo che gli Stati Uniti hanno portato i dazi al 25% e al 10%, rispettivamente alle importazioni di acciaio e alluminio, avendo all’apparenza per target proprio Pechino. Il portavoce cinese ha aggiunto: “Cina e Usa hanno sistemi e culture diversi, ma questo non vuol dire necessariamente che debba esserci un conflitto”. Zhang ha messo in guardia da errori di calcolo e di giudizio che potrebbero avere pesanti conseguenze.
Zhang, infine, ha ricordato il dialogo in corso tra le diplomazie dei due Paesi. La scorsa settimana, Liu He, il più stretto advisor economico del presidente Xi Jinping e indicato come prossimo vice premier, si è recato a Washington allo scopo di provare ad allentare le tensioni. Prima di lui, a inizio febbraio, c’è stata la missione del Consigliere di Stato Yang Jiechi, il capo della diplomazia cinese.

Anche su fronte interno, negli USA sono sempre più tesi i rapporti tra Donald Trump e il suo entourage dopo lo scontro sui dazi. A minacciare le dimissioni è stato, secondo quanto riporta il Wall Street Journal, Gary Cohn, il consigliere economico della Casa Bianca. L’ipotesi è stata ventilata da colleghi e amici dell’ex banchiere di Goldman Sachs. Alla vigilia dell’annuncio del tycoon, Cohn avrebbe detto che lascerà il suo incarico se il presidente firmerò il provvedimento.

Per allentare la tensione interna, il presidente americano Donald Trump ha twittato che i dazi doganali sull’acciaio e sull’alluminio potrebbero essere modificati nel caso in cui l’America riuscisse a ottenere un Nafta nuovo e giusto. (accordo nordamericano di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico).

Trump ha scritto: “Abbiamo grandi deficit commerciali sia con il Messico che con il Canada. Il Nafta, che è al momento in fase di rinegoziazione, è un accordo cattivo per gli Usa che prevede massicci spostamenti di aziende e posti di lavoro. Le tariffe sull’acciaio e l’alluminio saranno ritirate solo con un accordo Nafta nuovo e giusto”.

L’attuale presidente degli Stati Uniti non ha ancora capito che il protezionismo è come un’arma a doppio taglio con effetti ‘boomerang’.

Salvatore Rondello

Messico, Stati Uniti, Cina
e il ruolo dei Paesi “emergenti”

bricsOspitando di recente il vertice dei cosiddetti Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), la Cina ha esteso l’invito anche a Paesi da essa ritenuti “mercati emergenti”, ovvero Egitto, Messico, Guinea, Tailandia e Tajikistan. Xi Jinping, presidente di turno della riunione dei BRICS dal gennaio 2017, è convinto che il ruolo dei Paesi “emergenti” sia fondamentale per la ripresa dell’economia mondiale e, conseguentemente, delle esportazioni del grande Paese asiatico.

La Cina ha approfittato della riunione dei BRICS per cogliere tutti gli aspetti positivi della rilevanza economica che, in prospettiva, i Paesi invitati possono presentare dal punto di vista della sua strategia geopolitica globale, volta a favorire e a proteggere i propri interessi economici nel mondo; tra i “new comers”, nell’agenda geoeconomica e politica della Cina, il Messico assume una rilevanza particolare, non solo per il potenziale protagonismo che potrà svolgere in tutta l’America Centrale, ma anche, e soprattutto, per via della rilevanza strategica, sempre a fini economici, che esso riveste, per la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti, competitori cinesi a livello globale.

Se valutato da lontano e in modo molto distaccato (come, ad esempio, potrebbe capitare ad un osservatore europeo), l’interesse della Cina per il Messico potrebbe sembrare solo meritevole di attenzione per l’approfondimento del come sta andando il mondo dell’economia globalizzata, la cui stabilità alla Cina sta a cuore, al fine di potenziare i mercati di sbocco internazionali alle sue esportazioni. Sennonché, la vicinanza geografica del Messico agli Stati Uniti e l’interesse, anche pacifico, nutrito per esso dalla Cina, sono tali da indurre il mondo a non dormire “sonni tranquilli”, soprattutto in considerazione delle promesse elettorali assunte da Trump; promesse che, se saranno “onorate”, avranno come destinatari, da un lato, i messicani, per ragioni identitarie rivendicate dal ceppo dominante germanico-anglosassone della popolazione statunitense, e, dall’altro lato, il Messico, in quanto membro del Trattato Nordamericano per il Libero Scambio (NAFTA), stipulato nel 1992 tra i Capi di Stato degli Stati Uniti, del Messico e del Canada; trattato, questo, che Trump vorrebbe rinegoziare, se non annullare del tutto.

La percezione della minaccia identitaria da parte della popolazione USA deriva dal fatto che essa è costituita per il 17% da soggetti censiti come “ispanici” e che i messicani con cittadinanza americana sono, sul piano nazionale, più dell’11%; ciò che più conta è che gli “ispanici”, per lo più costituiti da messicani, sono concentrati negli Stati contigui alla frontiera messicana, mentre i due terzi dei messicani americanizzati risiedono negli Stati del Texas e della California, dove superano il 30% della popolazione. Se la tendenza all’”ispanizzazione” del Sud-Ovest degli USA dovesse continuare, sarà inevitabile la formazione di una comunità potenzialmente secessionista, aspirante – afferma l’”Editoriale” di Limes n. 8/2017 – “all’indipendenza o al rango di polo settentrionale di un Grande Messico”; da ciò potrebbe derivare, pur senza minarne lo “statuto territoriale”, la “trasfigurazione” della nazione statunitense in “Stato binazionale”, e potenzialmente essere causa di una seconda guerra civile, che determinerebbe il crollo del ruolo imperiale dell’ora potente Stato nordamericano.

La crisi identitaria trasferita sul piano economico diventa fonte di ragionamenti più sottili. Gli Stati Uniti Messicani si estendono per quasi due milioni di chilometri quadrati, con circa 130 milioni di abitanti, associati al G20 (cioè al gruppo dei Paesi più industrializzati del mondo, che producono oltre l’80% del PIL mondiale), classificati all’undicesimo posto nella graduatoria mondiale della produzione del PIL espresso in termini di potere d’acquisto; essi, pur non essendo dotati di una grande forza militare, potrebbero trasformarsi in un’”insidia” ai danni del “potente vicino”. Ciò accadrebbe se il Messico si offrisse come “piattaforma di una superpotenza asiatica”, che intendesse portare la sfida agli USA oltre il campo strettamente economico. Questo scenario è per ora del tutto improbabile; ma il timore di Washington è che il Messico potrebbe trasformandosi in “vettore di una grande rivoluzione demografica capace di corrodere fatalmente la costituzione culturale e geopolitica degli Stati Uniti d’America”, attraverso l’aumento dell’incidenza sulla popolazione americana del ceppo “ispanico”.

La percezione del pericolo dello stravolgimento identitatrio, da parte del gruppo dominante delle popolazione americana (costituito dai cosiddetti “WAPS”, acronimo che sta per “bianchi-anglosassoni-protestanti”), è corroborata e resa ancora più preoccupante dalla storia del Messico, in quanto erede di una parte considerevole del territorio che, dal 1535 al 1821, ha rappresentato l’attore geopolitico della Nuova Spagna. Nella prima metà del XIX secolo, gran parte del territorio messicano è stato inglobata, “manu militari”, dagli Stati Uniti d’America, dando origine ad una dolorosa memoria che “è penetrata nella coscienza dei messicani”, sino a trasformarsi in un diffuso irredentismo che “serpeggia sia nella diaspora messicana che nella madrepatria”.

Questo irredentismo, stimolato anche dal pensiero di chi da tempo, seguendo le idee di Samuel Huntington, l’autore di “Lo scontro delle civiltà”, non cessa di denunciare la pericolosità dell’immigrazione messicana, in quanto causa dell’aumento della probabilità che le tensioni demografiche, concentratesi lungo il confine meridionale degli USA, tendano ad esplodere in conflitto aperto, i cui effetti negativi non tarderebbero ad assumere una dimensione globale sul piano economico, ma anche su quello politico.

Le difficoltà economiche in cui versa attualmente il Paese favoriscono l’aumento del clima di sfiducia che Città del Messico ha accumulato nei confronti del potente vicino, per via, non solo dell’impegno pre-elettorale assunto da Donald Trump di costruire una barriera anti-immigrazione da costa a costa sul Rio Grande (il fiume che segna il confine meridionale degli USA), ma anche di voler rinegoziare il Trattato di Libero Scambio, che lega l’economia messicana alle economie statunitense e canadese.

Gioverebbe realmente agli USA completare la costruzione del muro e rinegoziare il NAFTA? Per molti osservatori e studiosi delle relazioni internazionali, non è da escludere che Trump, considerata la posizione geopolitica del Messico, sia indotto ad affievolire gli impegni assunti durante la campagna elettorale; secondo l’”Editoriale” di Limes, non fosse che per un motivo di natura geopolitica, gli Stati Uniti non possono permettersi di confinare con un vicino in crisi economica.

Al riguardo si osserva che, negando il necessario sostegno all’economia messicana per il superamento della crisi che lo affligge, gli USA dovrebbero accettare l’esistenza di un “buco nero” alla propria frontiera del Sud, che potrebbe rendere conveniente per il Messico aprirsi verso un rivale strategico come la Cina. Le difficoltà dell’economia messicana e la debolezza delle istituzioni di Città del Messico non possono che costringere Washington a supportare l’economia in crisi e ad aiutare le istituzioni per affievolirne l’interesse ad approfondire le relazioni con rivali strategici. Conseguentemente, all’amministrazione Trump resterebbe il gravoso compito di valutare se agli Stati Uniti d’America convenga completare la costruzione del muro di sbarramento sul Rio Grande; secondo Germano Dottori (“Il muro della discordia”, in Limes n. 8/2017), sondaggi demoscopici recenti attestano “come il consenso al completamento del muro non sia più maggioritario negli Stati Uniti”, in quanto favorevole alla realizzazione del tratto mancante della barriera sarebbe ora il 37% degli elettori, contro il 56% che invece vi si oppone.

Ugualmente problematica sarebbe per Trump la decisione di rinegoziare il NAFTA; gli “interessi confliggenti – afferma Fabrizio Maronita (“Rinegoziare il NAFTA? Buona fortuna, Mr Trump”, Limes n. 8/2017) – degli attori economici statunitensi, prima ancora che dei governi [degli Stati coinvolti] rendono difficile alla Casa Bianca enucleare obiettivi negoziali chiari e universalmente accettati”. Inoltre, un possibile ritiro unilaterale dal NAFTA sarebbe molto oneroso per l’economia americana; un recente studio ha calcolato “in 5 milioni di posti di lavoro statunitensi che dipendono in un modo o nell’altro dal commercio con il Messico, un buon numero dei quali sarebbe messo a repentaglio dal ripristino delle barriere doganali e dalle eventuali ritorsioni che un partner commerciale ‘tradito’ potrebbe infliggere”. Quanto tutto ciò sia poco probabile possa accadere, basta considerare che il 60% delle merci canadesi e messicane importate dagli Stati Uniti sono beni intermedi che alimentano la manifattura statunitense.

Inoltre, con la rinegozziazione del NAFTA, o col ritiro unilaterale da esso degli USA, verrebbero colpite aree economiche elettoralmente strategiche per Trump, quali quelle dell’Idaho, dello Iowa e del Nebraska; ma l’area più colpita sarebbe quella del Texas, la cui economia dipende in larga parte dagli idrocarburi, con un export verso il Mexico pari al 6% del PIL, ben maggiore della media nazionale dell’1,3%.

Nell’ipotesi in cui Trump tenesse fede agli impegni assunti in sede pre-elettorale, l’America sarebbe esposta al rischio di un iter negoziale lungo e difficile, destinato a durare “mesi, se non anni”. Alla fine però spetterebbe agli organi legislativi l’approvazione dei risultati dei negoziati; questi organi sarebbero chiamati ad operare sotto la spada di Damocle rappresentata dall’influenza che la rinegoziazione (o denuncia unilaterale) del NAFTA avrebbe sull’elettorato in collegi che coincidono con le circoscrizioni elettorali favorevoli a Trump; è quindi probabile che questi, al fine di non logorarsi il favore delle circoscrizioni che hanno concorso alla sua elezione a presidente, sia indotto ad essere più cauto in materia di revisione (o di denuncia unilaterale) del NAFTA.

Resta, tuttavia, il problema del possibile approfondimento dei rapporti tra il Massico e la Cina; per tutte le ragioni esposte riguardo all’importanza geopolitica che il Messico riveste per gli USA, le possibili relazioni future tra Pechino e Città del Messico, secondo Niccolò Locatelli (”Messico-Cina, ovvero quando l’alleato strategico è un rivale”, in Limes, n. 8/2017), rientrano “in un triangolo che comprende Washington”; ciò perché il Messico è ora in una situazione di debolezza nei confronti, sia della Cina che degli USA. Di conseguenza, se il Messico volesse “trarre qualche beneficio dal ‘partner strategico’ asiatico, spendibile nei confronti degli USA, deve consolidare il proprio sistema Paese”. La possibilità del consolidamento del proprio sistema sul piano economico costituisce il “tallone di Achille” di Città del Messico; i responsabili del governo messicano si troveranno a dover fare i conti col fatto che gran parte dei vantaggi attesi dall’entrata in vigore del NAFTA nel 1994, sono stati ridimensionati con l’ammissione della Cina nel 2001 all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

La riduzione o la eliminazione delle barriere tariffarie sui prodotti cinesi, conseguenti all’ammissione del “gigante asiatico” al WTO, ha comportato che la Cina, in capo a pochi anni, superasse il Messico nelle esportazioni verso gli Stati Uniti, trasformandosi così da possibile “alleato strategico” di Città del Messico, in pericoloso “competitore economico”, proprio rispetto al mercato statunitense verso il quale attualmente sono dirette oltre l’80% delle esportazioni messicane. Pertanto, l’impatto dell’ammissione della Cina al WTO si è trasformato in un evento devastante, rispetto al proposito perseguito dal Messico di potenziare il proprio sistema Paese, al fine di attenuare la propria dipendenza dal “potente vicino”.

Così stando le cose, quali prospettive si offrono al Messico per supportare la propria crescita e il proprio sviluppo in condizioni di sufficiente autonomia dai pesanti vincoli esterni? Certamente, l’invito da parte della Cina, suo più diretto “rivale economico”, a partecipare alla riunione dei BRICS non servirà allo scopo; perciò, sembra che al Messico non resti che “sfruttare”, come viene detto nell’”Editoriale” di Limes, la sua “prossimità agli Stati Uniti”. La vicinanza alla superpotenza americana, pur letta spesso in negativo, per via dello scambio ineguale esistente tra i due sistemi in ogni ambito, consente al Paese di capitalizzare il “vettore di potenza” espresso dalla diaspora negli Stati Uniti delle comunità di emigrati messicani; utili questi, non solo per le rimesse, ma anche e soprattutto, per indurre gli “States” a convincersi che è nel loro interesse avere a cuore le sorti e le aspirazioni del vicino più debole, riservandogli un trattamento di riguardo in tutti sensi. Ciò, nel convincimento che oltre il Rio Grande non c’è solo un partner del Trattato di Libero Scambio, ma anche un “potenziale rivale”. Certo, non in grado di piegarli, ma di poter “contribuire a minarne identità e vocazione imperiale”.

Povero Messico: per sopravvivere e gestire il proprio futuro in condizioni di autonomia, sarebbe costretto a intessere rapporti con il suo confinante settentrionale, attraverso un sottile e difficile gioco di prestigio politico; nell’interesse della pace globale non c’è che da augurargli di avere fortuna e che riesca ad evitare i possibili sbagli nella delicata azione politica che sembra rappresentare l’unica opzione disponibile per evitare il peggioramento delle sue attuali condizioni.

Gianfranco Sabattini