Trump e l’immigrazione: più politica che legalità

donald trump“Se non potete venire legalmente, non venite affatto”. Questo l’avvertimento del vicepresidente americano Mike Pence a coloro che cercano di entrare in America senza i documenti appropriati. Pence parlava in una conferenza stampa in Brasile dove si era recato per colloqui con il presidente Michel Temer.

La questione di legalità per coloro che entrano in America senza i documenti tipici necessari rimane dubbia perché se un individuo si presenta al confine richiedendo asilo non è automaticamente squalificato. La determinazione di permettere o vietare l’ingresso non spetta a Pence né agli agenti della polizia di frontiera ma bensì a un giudice che esamina il caso e poi emette la sentenza.

Il governo americano può interpretare le leggi e metterle in pratica usando una certa flessibilità sulle priorità delle risorse che inevitabilmente sono limitate. Alcuni reati ricevono attenzione immediata mentre altri prendono più tempo. Nel caso di coloro che entrano negli Stati Uniti senza documenti la legge americana li considera colpevoli di un “misdemeanor”, un’infrazione minore punibile con la deportazione. L’amministrazione di Donald Trump però ha deciso di interpretare la legge in maniera drastica con la sua pratica di tolleranza zero per coloro che vengono detenuti alla frontiera. In effetti, Trump ha trasformato l’infrazione in “felony”, un reato maggiore che richiede l’arresto, vedendo questi individui come meritevoli di carcere.

Questa interpretazione della legalità dell’amministrazione di Trump riflette la sua ideologia sull’immigrazione in generale. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha speso molte parole in campagna elettorale denigrando gli immigrati vedendoli in termini negativi, ignorando la storia americana come paese di immigrati. Nemmeno le sue esperienze e legami personali hanno influenzato la sua ideologia per apprezzare gli aspetti positivi dell’immigrazione. Si ricorda che il nonno e la madre del 45esimo presidente erano immigrati. La prima e la terza moglie, first lady Melania, sono anche loro nate all’estero.

Dal suo annuncio per la corsa alla presidenza con la dichiarazione sui messicani come criminali alle sue più recenti asserzioni espresse nel suo recente viaggio in Europa, si deduce chiaramente che il 45esimo presidente vede l’immigrazione come fonte di problemi. In un’intervista al Sun di Londra, Trump ha persino dichiarato che i migranti distruggono la cultura europea.

Non sorprende dunque la sua politica di tolleranza zero per bloccare immigrati che cercano di entrare dal confine col Messico. La sua politica di separare i bambini dai loro genitori però è stata vista dall’America come troppo lontana dai valori del paese. Dopo la bufera mediatica, il 45esimo presidente è stato costretto a fare marcia indietro con un ordine esecutivo mettendo fine alle separazioni dei bambini dai genitori senza però eliminare la tolleranza zero.

Per quanto riguarda la legalità della sua politica anche la giustizia lo ha costretto a fare marcia indietro. Un giudice di San Diego nel mese di giugno di questo anno ha dato un mese di tempo all’amministrazione Trump di riunificare le famiglie con bambini di cinque anni o meno. Solo 57 su 103 di questi bambini sono però stati riuniti con i loro genitori. In alcuni casi i genitori erano già stati deportati e i bambini sono rimasti in America in affido. Difficile sapere se adesso i bambini verranno deportati o si cercherà qualche altra sistemazione. Comunque sia, si può capire la tragica situazione di queste famiglie.

La politica della tolleranza zero doveva risolvere la questione degli arrivi ma i numeri ci dicono che l’impatto non è stato quello desiderato. Nel mese di giugno il numero di detenzioni al confine ha raggiunto 34.000 individui, un po’ meno del mese di maggio, ma la fluttuazione è tipica di altri anni.

La politica messa in pratica da Trump non ha risolto la questione degli arrivi poiché le cause fondamentali non sono state toccate. La situazione di crisi in America Centrale da dove proviene la stragrande maggioranza di questi migranti continua senza speranze di abbattimento. L’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mostrato nessun interesse per intervenire a risolvere il problema. Infatti, lo sta peggiorando. Trump ha annunciato la fine del programma TSP (Temporary Protected Status), iniziato nel 1990 che ha concesso residenza temporanea a individui provenienti da paesi afflitti da guerre civili o disastri naturali. Hanno beneficiato circa 400 mila individui, principalmente dell’America Centrale, ma anche del Nepal, Somalia e Sudan. L’idea era che una volta le condizioni sarebbero migliorate questi individui avrebbero fatto ritorno a casa loro. Il governo ha rinnovato il permesso di residenza per alcune centinaia di immigrati dalla Somalia ma nel caso degli altri paesi il rinnovo è stato negato.

La situazione in America Centrale non è migliorata affatto e questi individui, residenti in America da quasi trent’anni, con figli nati in questo paese, sarebbero costretti a ritornare alla stessa situazione dalla quale erano sfuggiti. Una denuncia è stata presentata e un giudice di Boston sta considerando il caso.

L’aspra retorica di Trump sull’immigrazione è stata mantenuta in quasi due anni di mandato presidenziale. Le promesse però non si sono concretizzate. Il muro al confine sud del paese non è stato costruito ne tantomeno pagato dal Messico come aveva annunciato alla nausea nei suoi comizi. Poco importa. Il 45eismo presidente costruisce una sua realtà che presenta mediante i suoi tweet e anche nei suoi comizi. Ce lo conferma anche lui letteralmente. In un recente discorso davanti un gruppo di veterani l’attuale inquilino alla Casa Bianca ha consigliato ai suoi ascoltatori di non credere “ciò che vedono e leggono sulla sua amministrazione”. Una frase che ci rimanda al romanzo di George Orwell e le dittature in cui la verità la possiede solo il governo e la impone per ottenere il controllo totale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Terremoto in Nepal, sale la conta dei morti

Nepal terremotoIl terremoto in Nepal ora si è trasformato in una conta dei morti destinata al rialzo. In Nepal il terremoto del 25 aprile con una scossa di magnitudo 7,9 ha portato alla morte di 4.138 persone, mentre i feriti sono circa 6.800, secondo gli ultimi dati forniti dal ministero dell’Interno nepalese. Ma la terra ha tremato ancora: ventiquattr’ore dopo un’altra scossa, di 6,7 gradi, e una nuova valanga sull’Everest che ha travolto alcuni alpinisti. In quella che è considerata la zona più pericolosa dell’Everest, ‘Icefall’ la cascata di ghiaccio che collega il campo base al Campo 1. Almeno 200 alpinisti e guide nepalesi sono ancora bloccati sul monte Everest per le valanghe causate dal terremoto. È la stima del direttore dell’associazione Himalayan Guides Treks, Iswari Poudel, riportata dal quotidiano The Himalayan Times.

Subito dopo sono iniziate le operazioni di evacuazione degli scalatori bloccati sull’Everest. Tre elicotteri, ha reso noto con un tweet l’alpinista rumeno Alex Gavan, sono riusciti a raggiungere i campi base 1 e 2 situati a oltre 6mila metri.
Tra gli alpinisti morti, ci sono anche tre italiani, tutti e tre di Trento: Renzo Benedetti di Segonzano e l’amico Marco Pojer, cuoco a Grumes, in val di Cembra, i due escursionisti ritrovati privi di vita in Nepal sotto una frana a 3500 metri di quota sul sentiero del Langtang Trek, a nord di Kathmandu. Il loro decesso risale a sabato mentre dal Nepal è giunta anche la tragica notizia del decesso di Oskar Piazza, il tecnico del soccorso alpino trentino di cui non si avevano notizie dal giorno del terremoto. Trovata morta anche la si aggiunge ora anche la speleologa marchigiana Gigliola Mancinelli.

Terremoto Nepal

Reinhold Messner intanto critica i “soccorsi di serie A e di serie B” in Nepal. “La vera emergenza – dice il Re degli ottomila – non è sull’Everest. Gli alpinisti dovrebbero essere in grado di badare a se stessi”. “Tutti ora parlano dei morti sull’Everest – continua Messner – ma il vero dramma si sta svolgendo nella Kathmandu Valley e nelle altre vallate, dove ci sono migliaia e migliaia di morti e dove manca di tutto”. “Ognuno di noi – aggiunge Messner – ora deve fare la sua parte e aiutare i nepalesi”.

Nepal-earthquake

Oggi intanto, la popolazione ha passato la seconda notte all’addiaccio a Kathmandu e negli altri centri della vallata colpiti dal sisma di sabato, prima di una nuova scossa di terremoto oggi pomeriggio di magnitudo 5.1. Tanto che la Caritas teme che la conta possa continuare a salire. “Il bilancio delle vittime continua a salire costantemente. Siamo a oltre tremila morti ma le stime, considerando i distretti colpiti, potrebbero toccare seimila persone. Si calcola vi siano già 5.000 feriti e migliaia sono sfollati e senzatetto” afferma Pius Perumana, direttore della Caritas del Nepal a Fides.

Liberato Ricciardi

‘Benares, riva dell’anima’:
viaggio nella spiritualità
e sacralità millenaria

Marchionni-Benares-1Dopo l’esperienza sull’isola di Cuba, dove ha realizzato “Suave”, reportage sulla quotidianità del popolo cubano, si era ripromesso di realizzare un reportage sull’India “perché è Paese con una forte spinta spirituale e una maggiore attenzione alla tradizione e alla cultura. Forte è il desiderio di uscire dalla quotidianità fatta troppo spesso di cose superflue e materiali” aveva detto nemmeno un anno fa. E così ha fatto Matteo Marchionni, fotografo romano – classe 1980 e figlio d’arte – realizzando “Benares, riva dell’anima” – reportage “ambientato nell’antica città di Varanasi – situata nella regione dell’Uttar Pradesh. Continua a leggere