Libia, Moavero da Haftar per rilanciare il dialogo

haftarRoma prova a rilanciare il dialogo con la Libia e lo fa con un incontro con l’altro interlocutore libico, il generale della Cirenaica, Khalifa Haftar, sotto la regia dell’inviato speciale Onu, Ghassan Salame’. Di fatto ripercorrendo la strada di alleanze iniziata dalla Francia di Macron. In realtà i contatti sono già stati avviati e, in questo contesto, rientra anche la possibilità di un cambio di ambasciatore a Tripoli, visto che l’attuale, Giuseppe Perrone, ufficialmente in “ferie”, è stato considerato da Haftar e dal parlamento di Tobruk “persona non gradita” per aver sostenuto pubblicamente quella che, al momento, resta la posizione ufficiale di Roma: l’impossibilità di tenere le elezioni, presidenziali e legislative, il 10 dicembre 2018, come vorrebbe Haftar, sostenuto da Francia ed Egitto.
Stamattina a Bengasi, è arrivato il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, per un incontro con Haftar. Un colloquio, ha spiegato la Farnesina, incentrato sul “dialogo politico inclusivo” e “con tutti gli interlocutori per una Libia unita e stabile”. L’obiettivo della missione del ministro, anche la condivisione di obiettivi e finalità della conferenza internazionale di novembre. La missione di sostegno delle Nazioni Unite nel Paese (Unsmil) ha tenuto domenica a Zawiya una riunione per discutere il consolidamento del cessate il fuoco tra le milizie rivali di Tripoli, raggiunto il 4 settembre dopo 9 giorni di battaglia nella capitale, che hanno causato una sessantina di morti. Tutte le parti si sono impegnate a rispettare la tregua e istituire un meccanismo di monitoraggio e di verifica dell’accordo sul campo, avviando inoltre diversi colloqui sulle misure di sicurezza nella zona della capitale e nei dintorni.
Ma proprio nelle stesse ore è arrivato un attacco al quartier generale della la compagnia petrolifera libica (Noc) a Tripoli, a sferrare l’offensiva è stato un commando di almeno sei uomini armati, che sono stati tutti uccisi dopo aver causato la morte di due guardie di sicurezza e una decina di feriti. Almeno tre attentatori, si sarebbero fatti saltare in aria con cinture esplosive, mentre gli altri penetravano all’interno dell’edificio. Il Presidente della Noc, Mustafa Sanallah, anche lui presente all’interno della sede al momento dell’irruzione, ha dichiarato che “tutti i dipendenti sono stati tratti in salvo”, ignorando il decesso delle due guardie. Le Forze di Deterrenza Rada, che sono intervenute penetrando nell’edificio, hanno fatto sapere che la responsabilità dell’attacco è da attribuire allo Stato islamico.
Il presidente del Governo di accordo nazionale libico con sede a Tripoli, Fayyez al-Serraj, ha dichiarato che i terroristi “hanno approfittato degli ultimi scontri tra fratelli” e hanno avuto l’occasione di intrufolarsi per compiere l’attentato. La presidenza libica ha sottolineato, inoltre, la necessità di “serrare i ranghi per combattere insieme ed estirpare il cancro del terrorismo”. Serraj, condannando l’attacco, ha garantito “un’approfondita indagine per scoprire i colpevoli e i mandanti”.

Petrolio in volo. Nuovo record da due anni e mezzo

Petrolio-inflazioneDopo l’esplosione di un oleodotto in Libia, ieri il prezzo del petrolio ha subito un’impennata, fino a raggiungere il suo livello più alto in due anni e mezzo. A New York  il prezzo greggio è schizzato al 2,5% sfiorando i 60 dollari al barile, il livello più alto dal giugno 2015. Nel 2016 il prezzo dell’oro nero ha toccato un minimo di 26 dollari al barile fino ad aumentare lentamente dopo che il gruppo Opec ha accettato di limitare la produzione, concordando a novembre di estendere i tagli fino alla fine del 2018.

L’esplosione di ieri nel nord-est di Maradah, in Cirenaica, potrebbe ridurre la produzione da 70mila a 100mila barili al giorno, ha detto la National Oil Corporation, compagnia nazionale libica del petrolio, confermando in una nota l’esplosione da cui si è poi propagato un incendio. La Waha ha immediatamente dirottato la produzione sulla linea Samah.

Il petrolio nel Wti viaggia a 59,60 dollari al barile dopo che ieri sera é risalito a 60 dollari per la prima volta da fine giugno del 2015. L’esplosione dell’oleodotto libico per un attacco terroristico, ha spinto le quotazioni. Il Brent è oscillato attorno a 66,4 dollari al barile dopo aver superato ieri sera quota 67 dollari.

E’ stato un commando di uomini armati a causare l’esplosione dell’oleodotto in Libia che porta al terminale di Al Sider (Sidra), in Cirenaica. Secondo fonti militari libiche, i terroristi sono arrivati sul posto a bordo di due vetture e hanno minato l’impianto con gli esplosivi. Non ci sono ancora rivendicazioni. Le immagini riprese a distanza mostrano una enorme colonna di fumo nero. Si calcola che l’export petrolifero libico si ridurrà nell’immediato di 90.000 barili al giorno. Lo ha annunciato la compagnia nazionale libica del petrolio (Noc, National Oil Corporation). La notizia, data da fonti militari libiche sull’esplosione provocata da un commando di terroristi, è stata confermata dalla compagnia petrolifera libica.

La notizia ha fatto volare il petrolio a New York, dove le quotazioni sono salite dell’1,49% per arrivare fino a 59,34 dollari.

L’oleodotto colpito appartiene alla compagnia Waha, una sussidiaria della compagnia nazionale petrolifera (Noc) che dichiara di produrre 260.000 barili al giorno. Dopo l’esplosione ha immediatamente interrotto l’estrazione di petrolio. L’attentato, con molta probabilità potrebbe essere opera dell’Isis, secondo le ipotesi avanzate dalle forze di sicurezza a guardia degli impianti petroliferi libici. I miliziani dello Stato islamico sarebbero ancora attivi nella zona.

Il barile di Brent ha guadagnato l’1.73% sul mercato di Londra portandosi a 66,38 dollari, mentre a New York il Wti si è innalzato dell’1,68% portandosi 59,45 dollari. La Waha Oil, con l’esplosione ha diminuito la produzione che è crollata a 60.000-70.000 barili al giorno dai 260.000 della produzione regolare. Waha è una joint venture fra la libica National Oil Corp, Hess, Marathon Oil e ConocoPhillips.

Il terminale di Al Sider è sotto il controllo politico-militare del generale Khalifa Haftar e non è lontano da un altro terminale strategico, quello di Ras Lanuf. Insieme, i due siti sono i principali terminali del greggio libico.

La deflagrazione è avvenuta, con maggiore precisione, a circa 30 chilometri a nord-ovest di Marada. Molto presumibilmente gli attentatori potrebbero far parte delle Brigate di difesa di Bengasi.

Quest’ultimo fatto ha ridotto ulteriormente l’offerta di petrolio greggio sui mercati.

Per comprendere meglio lo scenario che si prospetta attorno all’oro nero, bisogna ricordare alcuni dei principali eventi dell’anno relativi al mercato degli energetici e provare a capire cosa potremmo attenderci nel 2018.

Senza dubbio, l’evento più importante del 2017 è stato l’aumento del prezzo del  greggio. Analisti e osservatori dei mercati non si trovano d’accordo su cosa possa esserci dietro all’impennata del riferimento WTI passato dal minimo di 44 dollari al barile nell’estate 2017 al massimo di quasi 60 dollari al barile a dicembre. Tra i fattori che hanno contribuito troviamo: i tagli alla produzione OPEC; la stabile crescita della domanda globale; la vacillante produzione da parte dell’ex gigante del greggio, il Venezuela; le interruzioni alla produzione e alla distribuzione causate dagli uragani nel sud-est degli Stati Uniti; la chiusura degli  oleodotti  nel nord degli Stati Uniti, in  Libia e nel Mare del Nord.

Il mercato del greggio probabilmente resterà volatile anche nel 2018. Persiste un eccesso di greggio e la domanda da parte di paesi come Cina e Stati Uniti è ancora essenziale per impedire ai prezzi di crollare. Probabilmente continueremo a vedere eventi che avranno un impatto significativo sul mercato del greggio.

La notizia più importante per i titoli petroliferi quest’anno è stata sicuramente la decisione  di Royal Dutch Shell di vendere circa 30 miliardi di dollari di asset della produzione e di concentrare le attività future sulla produzione dei derivati piuttosto che sulle trivellazioni. Nell’anno in corso, Shell ha venduto o ha cercato di vendere 587 milioni di dollari di asset in Gabon, 1,23 milioni di dollari di asset del gas in Irlanda, 500 milioni di dollari di asset del gas in Tunisia e un miliardo di dollari di asset in Nuova Zelanda. Parte di questa strategia di cessione deriva dalla necessità di eliminare gli ‘asset non strategici’ dal bilancio di Shell. Tuttavia, l’Amministratore Delegato di Shell ha spiegato il cambiamento come una risposta alla crescita del mercato dei veicoli elettrici ed alle previsioni di un ‘picco della domanda di greggio’.

La decisione di Shell di investire meno nello sviluppo di asset nella produzione è emblematica di una diversa presa di posizione tra le principali compagnie petrolifere che persisterà nel 2018. Alcune compagnie petrolifere (compresa Shell) stanno investendo meno nello sviluppo di asset e più nel cercare profitto dal settore petrolchimico, dalle rinnovabili o dalla raffinazione. Altre compagnie, come Aramco, stanno continuando o espandendo gli investimenti nello sviluppo di asset nella produzione. I colossi che scelgono di vendere gli asset della produzione vedranno un aumento dei prezzi dei titoli a breve termine. Tuttavia, non è chiaro se gli asset dei derivati e delle rinnovabili renderanno il tipo di profitti che queste compagnie hanno di solito avuto con la produzione e la vendita di greggio nei periodi di prezzi alti. Dobbiamo aspettarci un aumento della differenza nella presa di posizione nel 2018.

Quest’anno, i veicoli elettrici sono stati sotto i riflettori.  Molti paesi hanno emesso mandati finalizzati a diminuire la vendita dei tradizionali veicoli a benzina spingendo la popolazione ad acquistare veicoli elettrici. Le principali case automobilistiche come Volvo e Toyota  si stanno impegnando nella produzione di nuovi modelli di auto elettriche. Allo stesso tempo, la compagnia di veicoli elettrici Tesla sta incontrando degli ostacoli nel lancio della sua Model 3, l’auto elettrica per le masse.

Nonostante le previsioni ottimiste che mostrano un tasso maggiore di adozione di veicoli elettrici, il futuro delle auto elettriche è incerto. Stanno già sorgendo problemi in India sulle auto elettriche ed i consumatori stanno scoprendo i costi sociali ed ambientali dell’estrazione del litio e dello smaltimento delle batterie. A meno di una svolta tecnologica significativa, molti acquirenti di auto, nel 2018, scopriranno che i veicoli elettrici non valgono il loro costo.

Il divieto sulle esportazioni di greggio USA è stato eliminato alla fine del 2015. Solo nel 2017 si è notato un evidente aumento delle esportazioni di greggio statunitensi. Ad ottobre, gli Stati Uniti hanno esportato circa 2 milioni di barili al giorno, un quantitativo persino superiore a quanto ha prodotto il Venezuela nello stesso mese. Il mercato delle esportazioni USA può ancora crescere all’interno della sua infrastruttura esistente. Nel 2018, le esportazioni di greggio USA potrebbero contribuire a diminuire lo squilibrio commerciale americano con la Cina. A  novembre, gli Stati Uniti hanno esportato la quantità record di 289.000 barili al giorno in Cina. La cifra rappresenta solo una piccola frazione dei 9 milioni di barili al giorno che la Cina ha importato in quel mese, ma i produttori petroliferi statunitensi possono espandersi.

La produzione di greggio in Venezuela ha continuato a scendere nel 2017 fino al punto da non poter più produrre greggio sufficiente a soddisfare il consumo nazionale, figuriamoci i clienti esteri. I problemi con il settore petrolifero venezuelano si sono accumulati negli ultimi anni, ma il 2018 potrebbe rappresentare il punto di svolta. Se il Venezuela dovesse essere inadempiente ai pagamenti del prestito, la PDVSA, la compagnia petrolifera nazionale, potrebbe essere inadempiente nei confronti dei suoi creditori. Uno dei suoi creditori è il colosso petrolifero russo Rosneft. D’altra parte, una rivoluzione o un colpo di stato in Venezuela potrebbe deporre il Presidente Nicholas Maduro ed il nuovo governo potrebbe cambiare completamente il settore petrolifero del paese.

Il mercato del greggio nel 2018 potrebbe essere influenzato dalla situazione già esistente ma anche da altri eventi che potrebbero aggiungersi. Certamente i petrolieri cercheranno di continuare a massimizzare i loro profitti.

Salvatore Rondello

Libia. L’Eni incontra al Serraj per il progetto sul gas

de scalziL’Italia prova ancora a rivalersi sulla Libia, nonostante l’iniziativa francese, ma stavolta è spalleggiata dall’Eni, presente nel territorio dal 1959, dove attualmente produce oltre 350.000 barili al giorno di olio equivalente. L’AD dell’Eni, Claudio Descalzi ha incontrato il presidente della Libia, Fayez al-Sarraj e il numero uno della società energetica pubblica Noc, Mustafa Sanalla.
Durante l’incontro si è discusso anche della seconda fase di sviluppo del campo di Bahr Essalam, uno dei più grandi giacimenti in Libia e importante fonte di approvvigionamento di gas per il Greenstream. Questa fase prevedrebbe il completamento di 10 pozzi offshore, di cui 9 già perforati nel 2016 e per cui Eni si è aggiudicata il contratto di fornitura e installazione delle strutture. Il primo gas è previsto per il 2018.
“Il colloquio, incentrato principalmente sulle attività correnti di Eni nel paese, si è focalizzato su possibili futuri sviluppi, in particolare nel settore del gas. Eni è infatti il principale fornitore di gas del Paese, 20 milioni di metri cubi al giorno alle centrali elettriche, nonché il maggiore produttore di idrocarburi straniero in tutte le regioni della Libia”, si legge nel comunicato Eni.
In mano al cane a sei zampe sono da citare i giacimenti di Abu Attifel e NC-125 oltre a quello di Nakhla (C97) diviso però con Wintershall e Gazprom. A questi si aggiungano anche i campi petroliferi di El Feel (Elephant, la cui produzione ha visto diverse sospensioni a causa della guerra civile che ha costretto alal chiusura anche di altre zone di estrazione) e quelli di gas di Wafa e Bahr Essalam (scoperti nel 2015) oltre agli off-shore di Bouri.
L’attività di gas si esplica attraverso il gasdotto Green Stream per l’importazione del gas libico prodotto dai giacimenti di Wafa e Bahr Essalam operati da Eni. Nel 2016 l’attività produttiva in Libia è stata in linea con quanto pianificato e l’equity di Eni nel paese è stata di 352 mila boe/giorno, il livello più elevato dal 2010, la Libia rappresenta ben il 20% dell’intera produzione Eni.

Libia. L’Italia passa in secondo piano per la Russia

russia_putin_libia.jpg--La crisi libica a distanza di sei anni è ancora punto e a capo, ma stavolta a dirigere i piani potrebbe essere il Cremlino. Ieri un “convoglio” di auto del premier libico Fayez Al Sarraj è rimasto coinvolto in una sparatoria a Tripoli che ha causato il ferimento di due guardie del corpo. Poche ore prima di finire sotto il fuoco dei miliziani probabilmente fedeli a Ghwell, però Al Serraj aveva preso pubblicamente atto dell’impossibilità di arrivare a un accordo con il generale Haftar in un’intervista alla Reuters, nella quale ha ammesso il sostanziale fallimento dei colloqui del Cairo. Nella capitale egiziana, ha affermato, “non si è raggiunto un accordo perché sfortunatamente l’altra parte in causa (il generale Haftar, ndr) rifiuta ostinatamente il dialogo”. Per questo motivo, secondo Al Serraj sarebbe auspicabile un intervento della Russia nelle vicende libiche e, in particolare, sarebbe utile che Mosca fungesse da intermediaria tra lui e Haftar prendendo direttamente in mano le redini del processo di pace.
La Russia plaude e si rimette in prima linea. Mosca non ha mai nascosto né le sue intenzioni in Medioriente, né le sue mire per quanto riguarda i giacimenti petroliferi. Il gigante russo del petrolio Rosneft e l’ente petrolifero libico National Oil Corporation (Noc) hanno siglato un accordo di cooperazione che “getta le basi per gli investimenti della Rosneft nel settore petrolifero libico”: lo scrive oggi la Tass citando la società libica. L’intesa è stata firmata ieri dal presidente di Noc Mustafa Sanalla e da quello di Rosneft Igor Sechin a margine della Settimana internazionale del petrolio a Londra.
La notizia ha lasciato l’Italia con l’amaro in bocca, ma Roma ha voluto comunque ribadire la sua vicinanza e supporto a Tripoli. “La Libia è la nostra priorità”. Lo ha ribadito il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, in una conferenza stampa alla Farnesina con il collega saudita Adel Al Jubeir. Sulla questione libica, ha aggiunto Alfano, “abbiamo condiviso visioni, rapporti e abbiamo anche valutato quanto sia importante questa nostra collaborazione” con l’Arabia Saudita. Proprio l’Arabia Saudita è sempre più irritata dall’espansione russa sul greggio: Mosca torna sul podio dei produttori mondiali di petrolio, un titolo che viene strappato all’Arabia Saudita.
Tornando alla Libia, poche ore fa il capo di Stato maggiore, generale Claudio Graziano, ha elogiato le missioni all’estero dell’Italia e per quanto riguarda la Libia “a terra siamo impegnati con circa 300 uomini, è un messaggio di sostegno alla Libia, e quindi contribuisce alla stabilità del Paese. E, indirettamente, aiuta anche nella lotta contro il terrorismo”. E per quanto riguarda invece lo schieramento di un contingente sul territorio ha affermato: “Noi siamo pronti ma la precondizione è la richiesta libica. La Libia è una priorità dell’Italia”.
Ma il Governo di Accordo Nazionale libico sembra voler chiedere di più e intanto ha iniziato a volgere lo sguardo verso la protezione di Mosca. Anche perché crescono i timori per le mire dei Paesi confinanti.
Ieri a Tunisi i ministri degli esteri di Tunisia, Algeria ed Egitto si sono incontrati per fare il punto sui risultati raggiunti e i contatti stabiliti dai tre Paesi con le parti libiche. Il meeting di Tunisi conferma che l’Egitto, che non ha mai nascosto il suo appoggio ad Haftar, ambisce ad assumere un ruolo guida nella soluzione dei problemi del Paese confinante prima che uno stato di guerra civile permanente minacci di diffondere le sue tossine politiche e religiose in tutto lo scacchiere nordafricano.

Ronconi e l’indimenticabile
genialità del suo
“Orlando Furioso”

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Ho incontrato Luca Ronconi un paio di anni fa, in occasione della conferenza stampa per la presentazione della stagione 2013-2014 del Piccolo Teatro.

In quel periodo vivevo a Milano e quel 15 maggio avevo una vera e propria “mission” da compiere: consegnare un biglietto autografo di mio padre direttamente al grande regista.

Per la prima volta la conferenza si sarebbe svolta al Teatro Studio anziché al Piccolo di Via Rovello; era da pochissimo tempo scomparsa Mariangela Melato e la sala, in memoria della grande attrice, era stata intitolata a lei.

Lo spazio cominciava a riempirsi di persone, alcuni si salutavano amichevolmente, altri erano presi a correggere i propri appunti, altri erano al cellulare, altri ancora si davano da fare per organizzare l’evento al meglio.

Riconobbi Ronconi in un piccolo gruppo di persone, vicino alla tavola destinata ai partecipanti alla conferenza stampa. Mi fece fare qualche minuto di “anticamera” per poi sorridermi e concedermi la parola. Mi presentai e gli consegnai il biglietto di papà che lesse immediatamente:

“Caro Luca, ho letto con piacere il bell’elogio di Paolo Isotta per i tuoi ottant’anni. Noi ci siamo incontrati con l’Orlando televisivo che proprio in questi giorni ho rivisto nell’edizione pubblicata dal Corriere della Sera in memoria di Mariangela Melato. Un miracolo di genialità. Quegli anni rispondono ai migliori della mia vita e spesso ricorrono nei miei pensieri. Non posso che unire i miei complimenti ai molti che avrai già ricevuto e augurarti tanti anni ancora di lavoro e di successi. Franco Gerardi”

Ronconi fu molto contento del biglietto e disse sottovoce: “Già… l’Orlando Furioso… è passata una vita…”. Mi sembrò che mi guardasse senza vedermi, come se cercasse di ripercorrere velocemente le atmosfere, gli avvenimenti, i personaggi e l’intera esperienza che portò alla creazione di uno dei più grandi capolavori di tutti i tempi. I suoi occhi si fecero improvvisamente nostalgici e colmi di tenerezza infinita.

Si riprese velocemente e sorridendomi di nuovo, mi ringraziò e mi congedò.

Posso unire a questo ricordo personale del grande regista, qualche piccolo aneddoto che papà, che fu con Bruno Paolinelli il produttore esecutivo dell’Orlando Furioso televisivo, mi raccontava spesso di quell’esperienza. La scelta di un cast straordinario, con una Ottavia Piccolo giovanissima, lo spostamento continuo della troupe dagli interni del Palazzo Farnese di Caprarola, alle Terme di Caracalla, al Teatro Farnese e al Palazzo della Pilotta di Parma, la magia dei costumi, le difficoltà nel doppiaggio e poi nel montaggio di alcune scene.

Tuttavia un racconto prevaleva sugli altri. Quello di Ronconi che davanti alla telecamera, con tutti i macchinisti pronti, gli attori e le comparse già truccati e in costume, si bloccava e si metteva a pensare a come poter girare quella scena. Poi si alzava e salutando tutti diceva ad alta voce: “Oggi non si gira”. Forse non gli era venuta “l’ispirazione” o non c’era la luce che avrebbe voluto. A quel punto il produttore si strappava i capelli e si allontanava infuriato… un’altra giornata da pagare senza aver girato nemmeno un minuto!

Ma nonostante tutto, mio padre aveva capito che si trattava di un regista geniale che avrebbe creato un’opera unica nel suo genere, assolutamente innovativa, e che sarebbe presto stata considerata unanimemente come “il prodotto di più alta levatura artistica mai realizzato in tutta la storia della televisione italiana”.

Karen Odrobna Gerardi