Il sodalizio culturale tra Bobbio e Primo Levi

 

bobbioAlcuni giorni dopo la morte di Primo Levi, suicidatosi l’11 aprile 1987, Norberto Bobbio rilasciò su «La Stampa» una testimonianza sull’amico scomparso con il titolo «La sentinella contro il buio» (14 aprile). Egli confermò quanto aveva scritto dieci anni prima nel suo aureo volumetto Trent’anni di storia della cultura italiana (1920-1950) (1977), ma tenne a precisare il loro sodalizio culturale, riconoscendo «di essere un lettore privilegiato e fortunato perché … suo amico». Una caratteristica che gli permetteva di confrontare l’uomo e lo scrittore per arricchire la conoscenza dell’uno e dell’altro.

primo leviNel corso del suo articolo Bobbio presentò l’amico appena scomparso come uno scrittore problematico «che si interroga e ci costringe ad interrogarci», senza racchiudere le sue riflessioni sulla deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz. Il grande intellettuale di via Sacchi, situata proprio di fronte al dopolavoro ferroviario, rievocò le loro passeggiate nelle montagne intorno a Torino (il monte Freidour, La Rocca Patanúa, la Sbarúa) e il racconto di storie, motti e facezie.

La passione alpinistica è raccontata infatti da Levi in un capitolo del romanzo Sistema periodico, pubblicato nel 1975 con un intervista di Philip Roth: una passione che egli coltivò da giovane e che riscoprì all’inizio degli anni Ottanta. Ma il «mestiere di vivere», come avrebbe detto Cesare Pavese, gli fu difficile per la dolorosa esperienza vissuta ad Auschwitz. Di dieci anni più giovane del suo conterraneo Bobbio, Levi sopravvisse alla ferocia nazista, diventandone il più acuto narratore nel suo romanzo più famoso Se questo è un uomo (1947). Egli non era uno scrittore, ma un chimico prestato alla letteratura, pur avendo in precedenza scritto qualche racconto e poesia. Eppure quel romanzo inaugura un vasto elenco di opere, che contengono un originale valore letterario come testimone dei lager nazisti, romanziere di fantascienza e poeta. Un aspetto della sua personalità, quest’ultimo che lo stesso Bobbio incoraggiava di realizzare in un altro articolo del 3 giugno 1988: «Attendo con impazienza che raccolga le sue poesie in un volume, come ha fatto via via per i racconti» (cfr. Testimonianza per primo Levi, in «La Stampa», 3 giugno 1988).

L’auspicio di Bobbio fu accolto lo stesso anno dall’editore Einaudi, che pubblicò la raccolta delle sue poesie, alcune già note a partire da quella posta nel frontespizio Se questo è un uomo (1947): «Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case Voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per mezzo pane Che muore per un sì o per un no». In un’altra poesia intitolata Partigia (luglio 1981) Levi sottolinea il senso profondo della Resistenza e dei suoi protagonisti. L’interesse per la lotta partigiana si unì ad una verve poetica vissuta come partecipazione a un rito comunicativo particolarmente ricco di spunti autobiografici.

Il valore della Resistenza come opposizione al regime fascista e momento inclusivo dei valori repubblicani unisce l’afflato poetico di Levi alle lucide analisi di Bobbio. Questi mise in rilievo più volte come «la fedeltà all’insegnamento era più forte della censura fascista», ricordando il caso dell’intellettuale tedesco Heins Riedt, partecipe e animatore della Resistenza come membro di una formazione partigiana. Al termine del Secondo conflitto mondiale Riedt rientrò a Berlino e divento il primo traduttore dell’edizione tedesca Se questo è un uomo (1947).

Nunzio Dell’Erba

Sraffa e Gramsci, un’”amicizia” ancora non del tutto compresa

gramsci straffa

“Antonio Gramsci e Piero Sraffa sono tra i grandi intellettuali del Novecento europeo. La figura e le idee dell’uno, capo del Partito Comunista, sono state una stella polare per generazioni di pensatori e militanti politici. Economista originalissimo e di raffinata cultura, l’altro fu parte di una rete intellettuale che includeva pensatori come Keynes e Wittgenstein. Per vent’anni i due furono legati da una grande amicizia; quando Gramsci fu rinchiuso nel carcere fascista essa continuò a distanza, nutrita da lettere che passavano attraverso la cognata di Gramsci, Tatiana Schucht”. Cosa univa questi “due grandi”? È l’interrogativo al quale Giancarlo De Vivo cerca di rispondere nel volume “Nella bufera del Novecento. Antonio Gramsci e Piero Sraffatra lotta politica e teoria critica”.

Per dare una risposta all’interrogativi, l’autore, docente di Economia politica preso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, attenendosi rigorosamente “il più strettamente possibile all’evidenza documentale”, indaga sull’origine della loro amicizia, cercando di capire, da un lato, “quali ideali e quali circostanze” hanno permesso l’incontro di “due uomini così diversi”: il primo, componente di una povera famiglia sarda, il secondo , figlio di un autorevole giurista, Angelo Sraffa, rettore della Bocconi; da un altro lato, per comprendere cosa abbia continuato a legarli, “mentre l’uno era chiuso in carcere e l’altro era a Cambridge”.

Gramsci e Sraffa si sono incontrati per la prima volta nel 1919 e il “trait d’union” tra i due è stata una singolare figura di docente di materie letterarie, Umberto Cosmo. Tra le diverse sedi in cui ha avuto modo di insegnare, vi è stata quella di Cagliari (presso il Liceo classico Dettori) e, in questa città, nel 1895, si è iscritto al Partito Socialista; nel 1898, dopo il suo trasferimento a Torino, Cosmo ha coperto la cattedra di insegnato italiano e latino al Liceo Classico Gioberti e al Liceo Classico D’Azeglio, per poi passare all’insegnamento universitario, a partire dal 1911, dopo aver conseguito la libera docenza in letteratura italiana. Ai vari livelli d’insegnamento, Cosmo, socialista pacifista e anti-interventista, ha avuto nel corso degli anni tra i propri allievi personaggi che sarebbero divenuti figure di rilievo della cultura e della politica italiane, come Piero Gobetti, Norberto Bobbio, Angelo Tasca, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti ed anche Antonio Gramsci e Piero Sraffa.

Il momento (1919) e il luogo (Torino) “sono più che significativi” – afferma De Vivo – per capire come Cosmo abbia potuto favorire l’incontro di Gramsci con Sraffa; il 1919 segnava l’inizio del “Biennio rosso” (caratterizzato da una serie di lotte operaie e contadine che hanno avuto il loro culmine con l’occupazione delle fabbriche nel 1920) ed il loro epicentro nella città di Torino, dove il 1° maggio del 1919 Gramsci ha iniziato la pubblicazione de “L’Ordine Nuovo”.

E’ probabile – continua De Vivo – che sia “stato proprio Cosmo (cui i fascisti imputeranno di aver corrotto la gioventù inculcando idee sovversive ai suoi allievi) a indirizzare Sraffa (col quale manterrà sempre i contatti) verso ideali socialisti”; per quanto manchino documenti sul chi o cosa abbia spinto il giovane esponente di un’agiata famiglia dell’alta borghesia ebraica verso le idee socialiste, da un passaggio di una lettera di Sraffa a Gramsci (“mi ero irrigidito, fino al 1917, nel socialismo pacifista del 1914-15”) può plausibilmente desumersi, “che il primo socialismo di Sraffa, del 1914-15, [nell’anno scolastico 1913-14, Sraffa aveva avuto al Liceo Classico D’Azeglio di Torino Umberto Cosmo come insegnante] fosse appunto un ‘socialismo pacifista’”: la data e l’espressione “socialismo pacifista” fanno pensare a Cosmo.

E’ probabile anche che l’iniziativa di Cosmo di mettere in contatto Gramsci e Sraffa nel 1919 “non scaturisse – afferma De Vivo – da mero desiderio del professore di fare incontrare due cari allievi, ma partisse da una motivazione politica”; ipotesi, questa, confermata dal fatto che nel periodo 1919-1921 Sraffa ha partecipato attivamente al movimento dei giovani socialisti torinesi, “diventando (nelle parole di Togliatti) ‘uno dei dirigenti del gruppo di studenti comunisti che si era formato intorno a ‘L’ordine Nuovo’”.

Se è solo congettura che Sraffa e Gramsci siano stati messi in contatto nel 1919, è invece documentato che, verso la fine del 1923, Gramsci ha scritto a Sraffa per coinvolgerlo nella ripresa della pubblicazione de “L’Ordine Nuovo” e nella costituzione di un ufficio di ricerche economiche per il Partito Comunista; un progetto, però, frustrato dalle leggi liberticide che il fascismo ha adottato tra il 1925 e il 1926, anno nel quale Gramsci veniva arrestato, per essere poi, dopo un breve periodo di libertà condizionale, rinviato a giudizio davanti al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, che nel 1928 lo ha condannato a più di vent’anni di galera.

Negli anni del carcere, Sraffa e Gramsci si sono mantenuti in contatto attraverso Tatiana Schucht (cognata di Gramsci); le lettere che Gramsci scriveva a Sraffa venivano da quest’ultimo passate al centro estero del Partito Comunista a Parigi. Oltre che tramite con il partito, Sraffa, avvalendosi dell’accreditamento sociale della propria famiglia, ha aiutato Gramsci a gestire molti dei suoi problemi legali (il suo difensore, Saverio Castellet, era collaboratore del padre di Sraffa), prodigandosi anche per fare ottenere provvedimenti a favore dell’amico (uno zio di Sraffa, Mariano D’Amelio, era Senatore del Regno e primo Presidente della Corte di Cassazione). Infine, negli anni del carcere, Sraffa ha “stimolato” l’amico carcerato facendogli pervenire, tramite la cognata, pubblicazioni su materie che, a suo giudizio, potevano interessare il carcerato, affinché, attraverso lo studio e la scrittura, potesse conservare il cervello funzionante e creativo.

Sul piano politico, Sraffa e Gramsci – osserva De Vivo – avevano (fatta eccezione per la formazione economica che non era un punto di forza in Gramsci) molti tratti in comune dal punto di vista della formazione intellettuale e politica. Entrambi nutrivano un grande interesse per i classici del marxismo; ciò non significa, però, che i due amici concordassero su tutto, per via del fatto che Sraffa era meno propenso di Gramsci a lasciarsi influenzare da ragioni idealistiche. Su un elemento fondamentale, però, le vedute dei due amici convergevano: sull’identica interpretazione del materialismo storico. Essi, infatti, non condividevano l’interpretazione meccanicistica del “rapporto struttura-sovrastruttura”; ovvero, non condividevano l’idea che ci fosse “una totale e assoluta subordinazione della seconda alla prima” e che elementi sovrastrutturali (come la cultura e le ideologie) non potessero “reagire sulla struttura”.

Nonostante la convergenza su questo importante aspetto della loro adesione al marxismo, diversa era l’origine del perché Sraffa e Gramsci non condividessero l’idea di una rigida subordinazione della sovrastruttura alla struttura. L’adesione alla concezione materialistica della storia, a differenza di quanto forse era accaduto per Gramsci, non derivava per Sraffa da influenze idealistiche, ma dalla sua contrarietà alla teoria economica del marginalismo (teoria sviluppatasi tra il 1870 e il 1889, ancora oggi dominante rispetto a quella classica e marxiana); tale teoria era da Sraffa “combattuta”, perché portatrice di una concezione meccanicistica della distribuzione del prodotto sociale.

Sraffa negava che la distribuzione fosse determinata – come egli stesso diceva – “da circostanze naturali, o tecniche, o magari accidentali, ma comunque tali da rendere futile qualunque azione, da una parte o dall’altra, per modificarla”; in altri termini, la sua avversione al marginalismo conduceva Sraffa a negare che la distribuzione del prodotto sociale avesse “leggi ferree” e che, per la spiegazione del fenomeno distributivo, fosse necessaria una ricostruzione della teoria economica attraverso il ricupero della teoria classica e marxiana del sovrappiù, con conseguenze non di poco conto sul piano delle regole sottostanti il funzionamento del sistema economico-sociale.

Intanto, secondo la critica di Sraffa, tutte le grandezze economiche (quantità da produrre, consumo, salario, profitto, ecc.) non erano fenomeni ricadenti all’interno dell’economia; essi andavano invece ricondotti all’interno di “approcci procedurali”, la cui insufficiente formalizzazione ed istituzionalizzazione legittimava il ruolo e la funzione del “conflitto sociale”. Ciò significava che quasi tutte le grandezze economiche venissero calcolate su “basi tecniche”, come il foraggio per il bestiame ed il combustibile per le macchine, mentre il profitto era calcolato residualmente, identificandosi in ciò che resta del prodotto sociale dopo avere rimunerato il lavoro e reintegrato i capitali anticipati.

Secondo Sraffa, perciò, nella prospettiva della ricostruzione della teoria economica, la spiegazione tradizionale del processo distributivo del prodotto sociale, proprio della teoria marginalista, veniva completamente abbandonata. Le quote distributive non dipendevano più dalle condizioni tecniche della produzione, ma dai rapporti di forza tra i detentori della forza-lavoro e quelli dei beni-capitale e da altre cause esterne al processo distributivo, quali le variabili monetarie. Il processo distributivo veniva spiegato sulla base di un nuovo processo che derivava la distribuzione del prodotto sociale non più dalle contribuzioni dei fattori produttivi (lavoro e capitale) alla formazione del prodotto, ma dal conflitto tra categorie contrapposte di operatori economici; in altri termini, la distribuzione del prodotto sociale cessava di essere spiegata sulla base della teoria marginalista, attraverso il libero svolgersi, in termini di necessità e di ineludibilità, dell’interazione delle domande e delle offerte di tutti i beni e di tutti i servizi produttivi nei rispettivi mercati.

Nella prospettiva di Sraffa, diventava invece possibile assumere l’esistenza di una pluralità di distribuzioni del prodotto sociale, tutte compatibili con il funzionamento del sistema economico, in presenza del pieno impiego della forza-lavoro e dell’intero capitale disponibile. In tal modo, la distribuzione del prodotto sociale tra le categorie contrapposte di operatori non era solo un “fatto conflittuale”, ma era anche (nei limiti delle disponibilità, fatta salva la reintegrazione di tutti i beni-capitale impiegati nel processo produttivo) un “fatto indifferente” per il sistema economico; nel senso che quest’ultimo poteva “tollerare” tutte le possibili distribuzioni del prodotto sociale, comprese in un arco di variazione che andava dall’azzeramento del livello del profitto (a vantaggio delle forza-lavoro) ad un livello del salario uguale alla sola sussistenza biologica della forza-lavoro (a vantaggio del capitale e dei suoi proprietari): cessava quindi di esistere un “livello naturale” del salario, connesso ad un’ipotetica configurazione di equilibrio nella distribuzione del prodotto sociale.

Nella ricostruzione sraffiana della teoria economica, veniva rovesciata la relazione tra le condizioni di funzionamento del sistema economico e quelle che presiedevano alla distribuzione del prodotto sociale: le prime costituivano la “variabile indipendente”, mentre le seconde costituivano la “variabile dipendente”. Per la teoria marginalista, al contrario, era vero l’opposto; per cui, considerare qualsiasi forma di reddito (salario o profitto) “variabile dipendente” da condizioni distributive sottratte al rapporto di forza fra le categorie contrapposte di operatori economici proprietari dei fattori produttivi di specifici servizi, significava rifiutare l’esistenza di una pluralità di possibili configurazioni distributive del prodotto sociale, confermando invece la supremazia del mercato.

In conclusione, secondo Sraffa, il conflitto sociale sottostante la determinazione della distribuzione del prodotto sociale tra le varie categorie di operatori economici non era un “elemento di disturbo”; piuttosto che un “vizio” del sistema sociale, esso andava considerato una “virtù”: sin tanto che non fosse stata formalizzata una nuova teoria economica più generale (che spiegasse, in modo coerente e non contraddittorio, la dinamica del consumo, delle forme d’impiego del capitale e delle modalità di distribuzione del prodotto sociale) il conflitto costituiva un elemento fisiologico senza del quale il sistema sociale non avrebbe potuto stabilmente operare. Era, questa, una conclusione importante, ricca di implicazioni significative, che aprivano all’azione economica (e, più in generale, all’azione politica) la strada della “volontà” e della “libertà”, in quanto la riscattavano dai condizionamenti degli “automatismi necessitanti” delle istituzioni proprie del presunto mercato competitivo della teoria economica ancora oggi dominante.

Nella ricostruzione sraffiana, tuttavia, il conflitto, sebbene costituisca un elemento importante per dare positive risposte al problema distributivo, non è uno strumento idoneo a garantire condizioni di operatività stabile del sistema socio-economico, soprattutto a seguito del passaggio dall’”economia della scarsità” all’”economia dell’abbondanza” (caratterizzata dal fenomeno della disoccupazione strutturale crescente e dall’obsolescenza del sistema di protezione sociale esistente); ciò perché, il conflitto, per quanto necessario, costituisce pur sempre (soprattutto se gli si riconosce il ruolo attribuitogli dal marxismo ortodosso), non solo una fonte ingiustificata di costi e di sprechi, ma anche la negazione della possibilità che esso (il conflitto) possa essere “affievolito”, attraverso modalità processuali compatibili con l’interpretazione del materialismo storico che ha accomunato Sraffa e Gramsci e che implica il rifiuto della natura meccanicistica del “rapporto struttura-sovrastruttura”.

Pur mancando documenti che attestino ciò di cui Sraffa e Gramsci hanno discusso negli incontri occorsi tra i due nel breve periodo 1924-1926 (prima che Gramsci fosse arrestato), si può tuttavia dire, come sottolinea De Vivo, che i due amici non abbiano parlato sino a tarda notte solo del più e del meno; se è improbabile che essi abbiano discusso di teoria economica in senso stretto (argomento sul quale Gramsci mancava di competenza), “avranno certamente parlato – afferma De Vivo – di questioni politiche di attualità, ma assai probabilmente anche di questioni relative al marxismo, e in particolare di ‘materialismo storico’, cioè di quelle questioni economiche di largo respiro che i marxisti consideravano il terreno proprio del pensiero di Marx, e il campo in cui questo mostrava la sua superiorità rispetto alla teoria economica marginalista”.

Il materialismo storico di Marx, era però fortemente connesso al determinismo economico, implicante l’assunto che la sovrastruttura (le idee, le ideologie e la cultura in generale) fosse sempre determinata da eventi materiali; un assunto, quello marxiano, che contraddiceva l’”equivalenza tra fatti materiali e idee”, affermata da Sraffa e da Gramsci (proprio per questo, entrati entrambi nel “cono d’ombra” del sospetto e della critica da parte dell’ortodossia marxista). E’ stato forse Gramsci, competente a trattare la prassi del processo politico più di quanto lo fosse Sraffa, a formulare la possibilità, partendo dalla loro comune interpretazione del materialismo storico, che la fuoriuscita dal capitalismo potesse essere realizzata al di fuori dell’idea tradizionale della conquista violenta del “potere centrale”, quindi a teorizzare un movimento sociale articolato sul riconoscimento delle diversità e che considerasse la conquista del potere politico, non come dominio, ma come capacità di esercitare un ruolo egemonico, con cui perseguire la fuoriuscita dalla logica capitalistica senza rinunciare al consenso sociale.

In conclusione, come osserva De Vivo, Sraffa e Gramsci, pur gravati dell’accusa di “perversione idealistica”, da “comunisti indisciplinati”, quali essi sono stati, hanno lasciato in eredità della sinistra contemporanea un lascito intellettuale e conoscitivo, dal quale poter mutuare le idee per predisporre un progetto di rinnovamento politico, sociale ed economico, utile a superare le contraddizioni del capitalismo; la sinistra ha preferito però seguire tutt’altra tattica politica, riducendosi così a mosca cocchiera dell’ideologia neoliberista.

Gianfranco Sabattini

È morto Cesare De Michelis. Il ricordo di Covatta

Cesare_De_Michelis“Se ne è andato Cesare De Michelis. Lo conoscevo da una vita: da quando Gianni lasciava la politica universitaria come presidente del Cunicle (il consorzio che provvedeva a stampare le dispense per gli studenti), ed insieme mettevano a frutto quell’esperienza fondando la Marsilio. Da allora le strade dei due fratelli si distinsero, ma non per qualità. Cesare fece crescere la casa editrice ed intraprese una brillante carriera universitaria. Riuscì nell’impresa non facile di non essere “il fratello di”. Lo aiutò un’attitudine al disincanto che peraltro non si tradusse mai – neanche nei momenti più difficili – in prese di distanza dal fratello, e neanche da noi, che ne condividevamo l’impegno politico. Quando ripresi le pubblicazioni di Mondoperaio non eccepì banalmente – come molti altri – che ormai gli operai non esistevano più. Mi segnalò invece la difficoltà di tenere insieme Norberto Bobbio e Raniero Panzieri, Massimo Salvadori e Lucio Libertini. Ma non mi negò un incoraggiamento, se non altro in quanto editore dei pamphlet con cui Luciano Cafagna aveva lucidamente interpretato la caduta della prima Repubblica”. Questo il ricordo che il direttore di Mondoperaio  Luigi  Covatta ha pubblicato appena appresa la scomparsa di Cesare De Michelis, presidente della casa editrice veneziana Marsilio. Era in vacanza a Cortina d’Ampezzo ed avrebbe compiuto 75 anni il 19 agosto. Fratello dell’ex ministro socialista, Gianni, ha lanciato autori come Susanna Tamaro e Margaret Mazzantini.

I funerali si svolgeranno martedì 14 agosto alle 14,  presso la Chiesa Evangelica Valdese e Metodista di Calle Lunga Santa Maria Formosa a Venezia.

Cesare De Michelis era uno studioso raffinato, appassionato di cinema. Aveva una biblioteca sterminata, di oltre centomila volumi. Era nato a Dolo, in provincia di Venezia, il 19 agosto 1943. Appena laureato, nel 1965 era entrato nel Consiglio di amministrazione della Marsilio nata, come lui stesso aveva raccontato, «nel lontano 1961 da un gruppo di ragazzi usciti dall’università». Diventata società per azioni, la casa editrice ha collaborato con numerosi distributori e nel 2000 era entrata a far parte del gruppo Rcs. Ma quando quest’ultimo è stato ceduto alla Mondadori, Cesare De Michelis aveva riacquistato le quote storiche della sua casa editrice. E nel 2017 aveva ceduto una quota a Feltrinelli. Fratello dell’ex ministro socialista Gianni, ha insegnato letteratura Italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova, diretto le riviste “Studi Novecenteschi” e, con Massimo Cacciari, “Angelus Novus”. È stato anche consigliere della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia, presidente del comitato scientifico per l’edizione nazionale delle opere di Carlo Goldoni.

Appello ai predicatori leghisti: basta denigrazioni

cappio legaUn cappio da forca sventolato in Parlamento nel 1993 da un deputato della Lega appare sul frontespizio di una mia recente concisa ricerca “La caduta di Tangentopoli (1993): come un Paese può tornare indietro di mezzo secolo”. Quel cappio è il simbolo degli avvenimenti d’allora, tanto che Mattia Feltri, ora editorialista de La Stampa, ha inserito nella copertina di un suo libro del 2016 la lama di un’ascia che al pari del cappio poteva essere calata sul collo dei reprobi. Titolo del saggio: “Novantatré – l’anno del Terrore di Mani pulite” (Marsilio). Sono immagini – il cappio, l’accetta – che riconducono all’umore del tempo. Gridavano “Roma ladrona”: era la banda degli onesti sorretti dal motto “la Lega non perdona”. Ma i ricorsi storici sono implacabili con coloro che appunto urlano “onestà, onestà” e poi si rivelano dei falsi moralisti, come con grande preveggenza avvertiva il padre del liberalismo John Locke mostrando diffidenza “verso i criteri etici sbandierati con eccessivo favore”.

Veniamo all’attualità. Ora è la Cassazione a disporre: “Si possono sequestrare i beni della Lega fino a raggiungere la cifra di 48 milioni 969 mila 617 euro”. “Ovvero i soldi – spiega il Corriere della Sera – che secondo il tribunale la Lega Nord avrebbe sottratto allo Stato”, spendendo a fini privati fondi pubblici arrivati alla Lega come rimborsi elettorali. Ripetiamo: soldi dello Stato, non provenienti da dazioni di aziende o privati; operazioni della Lega capitanata da Bossi e nella quale operavano con successo sia l’attuale leader Salvini – capo degli allora “comunisti padani”, prima di approdare al sovranismo di destra – sia l’onnipresente Giorgetti, da sempre ascoltato consigliere economico di ogni segretario leghista.

Non è che svelando le colpe attuali si possano assolvere quelle del passato. Ma per queste colpe nel passato si sarebbero alzati i roghi mediatico-giudiziari; ora succede che vi siano movimenti politici incardinati sulla predicazione forsennata contro la corruzione degli altri che si rivelano peggiori di loro e trovano il beneplacito cangiante delle folle.

Quale possibile lezione ricavarne? Che non è utile affidarsi ai predicatori giustizialisti, pronti a distruggere ma non a migliorare le cose. Basterà ricordare cosa c’era prima. Lo scriveva Carlo M. Cipolla, economista internazionale: «Il bilancio economico del quarantennio postbellico è, in termini quantitativi, a dir poco lusinghiero. Certo, nulla di simile era stato – anche lontanamente – nelle speranze dei padri della Repubblica. Un reddito nazionale cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 colloca l’Italia fra i Paesi a più elevato tenore di vita nel mondo». E basterà rammentare cosa è venuto dopo: il giurista Michele Ainis in un editoriale del 16 giugno 2014 ha ricordato che «all’alba degli anni ’90 la classifica di Transparency International – l’Associazione che misura l’indice di percezione della corruzione, partendo dai Paesi migliori – situava l’Italia al 33° posto nel mondo; ora siamo precipitati alla 69.a posizione» sui 180 Paesi considerati. Anche le dimensioni dei fenomeni turberanno i benpensanti: quella che venne definita la “madre di tutte le tangenti” – la dazione Enimont – ammontava a circa 150 miliardi di lire per finanziamenti a tutti i partiti (Lega compresa, con Bossi condannato nel 1994 a 8 mesi); ora la sola Lega è intrigata per la somma corrispondente a 95 miliardi di vecchie lire.

Quanto ai caratteri dei finanziamenti, durante la prima Repubblica erano in genere rivolti a sovvenzionare irregolarmente i partiti: una pratica che doveva essere fermata, anche se i finanziamenti regolari – cioè registrati, come vediamo oggi nel recente caso di un noto costruttore romano – lasciano perplessi perché comunque indirizzati a condizionare la politica, come avviene su scala amplissima nell’America di Trump e non solo. Pratiche comunque da fermare, ma senza distruggere i partiti e il prestigio della politica democratica; emblematico è quanto dichiarò l’inascoltato vicecapo della procura milanese Gerardo D’Ambrosio su uno dei personaggi più contestati: “La molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica”. Si preferì la denigrazione e la distruzione dell’opera dei partiti democratici citata dal prof. Cipolla; e un problema non solo italiano ma europeo, come quello del finanziamento della politica, venne incanalato anziché sulla strada del confronto politico – come avvenne in Europa – sulla via del giustizialismo populista.

Questa via non è moralmente giusta. Lo scriveva nel gennaio 1993 il filosofo Norberto Bobbio denunciando che le tradizionali forze democratiche erano state messe “rabbiosamente sotto accusa da parte di coloro che per anni le hanno sostenute e offerto il consenso necessario per governare” e concludendo amaramente che “come paese democratico, come Stato di liberi cittadini, abbiamo fatto una pessima prova». Per il futuro dovremmo porre rimedio all’infausta «prova» appena menzionata. C’è sempre di mezzo la sorte del Paese. Ci sarebbe bisogno di una politica mite, non di sprezzanti toni roboanti e di denigrazioni che lisciano il pelo e la pancia dell’animale che alberga in noi: infatti, come in ogni società, prosperità e progresso sono possibili solo dove la contesa politica e sociale resta sul piano civile e si comprende che le operazioni mediatico-giudiziarie dissennate, possono essere dannose per la stabilità democratica ed economica del Paese. Il professor Fadi Hassan, nato a Pavia da genitori siriani, docente di macroeconomia internazionale presso il Trinity College Dublin – considerando che il dato per cogliere la traiettoria economica del nostro Paese è il PIL pro capite in relazione agli Stati Uniti a parità di potere d’acquisto – ha rammentato sul Corriere della Sera del 6 aprile 2017 che “nel 1991 il nostro reddito pro capite era l’86% di quello americano, nel 2016 è sceso al 63%. E’ lo stesso livello – commenta – che avevamo nel 1961: nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni”. Possibile che si debba peggiorare ancora?

Nicola Zoller
Direzione nazionale Psi

 

 

L’attualità del pensiero marxiano contro le ineguaglianze sociali

Karl MarxSul periodico domenicale del “Corriere”, “La Lettura”, del 10 dicembre scorso, sono state pubblicate diverse valutazioni del pensiero di Karl Marx, nel bicentenario della sua nascita (1818); anche se le ragioni non sono esplicitate, è facile arguire che lo scopo dell’iniziativa editoriale sia stato quello di giudicare se quel pensiero possa essere ancora oggi utilizzato, per avere “suggerimenti” circa la “cura” dei mali che affliggono le società del mondo attuale.

Sono stati invitati a pronunciarsi quattro “studiosi dalle idee diverse”: Stefano Petrucciani, Antonio Moscato, Giovanni Codevilla e Dario Antiseri. Nei loro contributi emerge chiara la diversità di pensiero che li ispira; specialmente in quello di Giovani Codevilla e Dario Antiseri aleggia il “clima conflittuale”, di natura ideologica, che ha caratterizzato l’intero XX secolo e che continua ancora oggi a condizionare il discorso pubblico sui problemi di rilevanza sociale, sebbene i motivi del configgere tipici del passato siano stati trascesi dalla storia.

Per meglio valutare l’attualità dell’analisi critica e propositiva del pensiero di Marx, va sottolineato che i problemi per i quali esso rivela un’indiscussa attualità sono quelli sorti a partire dalla Rivoluzione Industriale, occorsa a cavallo dei secoli XVII e XIX, ovvero quello della giustizia sociale e quello della democrazia, la cui soluzione ha polarizzato maggiormente l’attività politica; ma, è anche utile verificare se, nel pensiero marxiano, è possibile rinvenire suggerimenti atti a spiegare e a risolvere quei problemi, affrancandolo dagli “inquinamenti leninisti” che, in alcune valutazioni degli autori citati, sembrano aleggiare, sino a formulare giudizi che a Marx non sono riconducibili.

Il “leninismo” è un adattamento della concezione materialistica e dialettica della storia, elaborata da Marx, alle condizioni sociali ed economiche proprie della Russia all’epoca della Rivoluzione bolscevica del 1917. E’ noto come, secondo Marx, le forze produttive si sviluppino più rapidamente dei rapporti di produzione, per cui la contraddizione che si instaura tra le prime ed i secondi portano inevitabilmente ad una rivoluzione sociale. Come conseguenza di ciò, si avrà che, nel capitalismo maturo, la contraddizione tra le forze produttive (espresse dalla forza lavoro) e i rapporti di produzione (espressi dalle forme di impiego e di sfruttamento della forza lavoro perpetrate dalle forze imprenditoriali) creerà le condizioni favorevoli a una rivoluzione destinata a segnare l’avvento della società socialista.

All’inizio del XX secolo, la Russia, aveva perso molti dei caratteri propri di un’economia signorile e acquisito alcuni di quelli propri di un’economia capitalistic; non poteva dirsi, tuttavia, che il suo sistema economico presentasse la complessità dell’organizzazione del capitalismo moderno, qual era, ad esempio, quello inglese o quello francese. Quindi, nell’anno della Rivoluzione (1917), l’economia russa non poteva esprimere i rapporti di produzione che sarebbero stati necessari perché il sistema evolvesse spontaneamente in senso socialista.

Alla mancanza di queste condizioni, ha provveduto l’ideologo rivoluzionario Vladimir Lenin, sostenendo che occorreva supplirvi, volontaristicamente, con la creazione di un partito costituito da rivoluzionari professionali, la cui azione, sostituendo le forze dialettiche che Marx assumeva come intrinseche al processo storico, avrebbe determinato, nell’interesse della classe operaia, l’avvento della società e dell’economia socialiste. E’ stato questo il corpus ideologico per cui la concezione materialistica e dialettica della storia condivisa dai rivoluzionari russi non sarà il marxismo tout court, ma il marxismo-leninismo, in proseguo diventato marxismo-leninismo-stalinismo, per gli “aggiustamenti ulteriori” che vi saranno apportati da Josif Stalin.

In sostanza, si è trattato di un corpus ideologico costruito in funzione del riscatto di una “classe operaia”, intesa non come categoria storica e sociologica, ma come categoria astratta e ideologica, attraverso la quale i principali protagonisti della Rivoluzione russa del 1917 hanno potuto affermare l’esistenza di una l’”legalità rivoluzionaria”, con la quale hanno legittimato la pratica di un terrorismo politico, esercitata anche, e forse soprattutto, nei confronti della stessa classe sociale della quale affermavano di essere i “difensori. Si è trattato quindi di un corpus ideologico che, senza voler fare della storia controfattuale, è da ritenersi fondatamente estranea alla prospettiva della realizzazione di una società giusta e democratica preconizzata da Marx.

Riguardo al doppio problema della giustizia sociale e della democrazia, alcuni degli autori precedentemente indicati tendono a valutare il pensiero marxiano, sulla base del metro del socialismo realizzato nella ex URSS; ciò tende a fare emergere delle “forzature” valutative che hanno l’unico effetto di spingere il lettore a ricondurre al pensiero di Marx il socialismo realizzato nell’ex Unione Sovietica.

Riguardo al problema della democrazia, è vero che, nel secolo scorso, Norberto Bobbio in “Quale socialismo?”, aveva lamentato la mancanza nel pensiero marxiano di una teoria dello Stato e della democrazia socialista; tuttavia, non è possibile negare che Marx, sia pure in ordine sparso nei molti suoi scritti, abbia spesso sottolineato che le procedure democratiche potevano rappresentare uno strumento valido attraverso il quale la classe operaia poteva migliorare la propria condizione con mezzi pacifici. Partendo da queste considerazioni, è quindi possibile sostenere che nel pensiero di Marx, per quanto riguarda la cura degli interessi degli esclusi (che in lui coincidono con la classe operaia) coesistano due alternative: una rivoluzionaria e un’altra aperta al confronto politico ed elettorale.

Tra l’altro, proprio nel Manifesto, Marx afferma che il primo passo nella rivoluzione della classe operaia è il suo elevarsi a classe dominante per la conquista della democrazia; questo è, dunque l’obiettivo del suggerimento marxiano per rimediare alle ingiustizie sociali della società costruita sulla base dei principi affermatisi con la Rivoluzione borghese del 1789. Tenendo conto di queste osservazioni, si può allora attribuire al pensiero marxiano il suo originario significato, affrancato dalle interpretazioni non disinteressate di parte sovietica o di molta critica occidentale di parte liberale (o neoliberista).

E’ vero, tuttavia, che gli apprezzamenti di Marx sulla democrazia non devono essere interpretati come una incondizionata accettazione della democrazia liberale; egli, infatti, suggerisce la “conquista” del potere da parte della classe operaia, per avviare una profonda trasformazione della società, che non è solo economica e sociale, ma anche politica, finalizzata ad una progressiva trasformazione della democrazia formale in democrazia sostanziale, ma non quale sostituzione di essa con strutture burocratico-autoritarie di dominio.

Il socialismo proposto da Marx non è pensabile come una semplice estensione delle procedure rappresentative, o all’opposto, come il risultato della soppressione di tali procedure per sostituirle con strutture statali accentrate, monolitiche e gerarchiche. Il tema centrale in Marx è l’idea dell’assegnazione del controllo della sfera politica all’intera società civile, al fine di favorire, con la socializzazione dei mezzi di produzione, una riappropriazione, da parte dell’intera società, del prodotto del lavoro sociale, superando così l’emarginazione politica ed economica delle classi e dei gruppi sociali penalizzati sul piano distributivo. Non è forse detto nel Manifesto che il capitale disponibile è un prodotto collettivo, che può essere valorizzato solo mediante un’attività comune di tutti i membri della società?

Tuttavia, se la socializzazione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la sua trasformazione in proprietà collettiva (non pubblica) si ipotizza sia estesa solo a quei mezzi di produzione che sono “regalati dal cielo” (quali sono le risorse naturali), per la cui acquisizione non è stata erogata alcuna energia lavorativa, diviene realistico ipotizzare che con la socializzazione dei mezzi di produzione si realizzi, non un trasferimento del diritto di proprietà da una categoria di soggetti ad un’altra, ma solo la trasformazione del carattere del diritto di proprietà, da privato in sociale. In tal modo, la proprietà dei mezzi di produzione, perdendo il suo “carattere di classe”, può essere utilizzata, attraverso la sfera pubblica, da parte dell’intera collettività, per realizzare la tanto agognata giustizia sociale.

Se alla luce delle considerazioni sin qui svolte sul pensiero marxiano e sul travisamento dello stesso, effettuato da coloro che hanno inteso avvalersene per adattarlo alle condizioni storiche di particolari contesti sociali, con riferimento alle tesi dei quattro esperti apparse sul periodico “La Lettura”, è facile rilevare come in alcuni casi si tenda a giudicare il pensiero marxiano (per l’impatto che esso ha avuto sul dibattito politico svoltosi nel corso di gran parte del XX secolo sul problema della giustizia sociale e della democrazia) sulla base dell’esperienza sovietica, formulando “valutazioni” fondate, da un lato, sul “metro fallito” del socialismo reale sperimentato, e dall’altro, su una critica a priori (smentita dall’esperienza) formulata da un punto di vista neoliberista.

Così, ad esempio, mentre Stefano Petrucciani e Antonio Moscato, non negano l’attualità del pensiero marxiano, osservando, da un lato, che esso ha colto alcuni tratti essenziali della dinamica del capitalismo (Petruccioli), poi puntualmente confermati nella vicenda storica; dall’altro lato, che quel pensiero, nonostante la sua attualità, è da considerarsi (Moscato) “irreparabilmente in crisi”, unicamente per via dei “danni” che esso ha subito a causa della “sua utilizzazione forzata nell’Unione Sovietica staliniana”, nella forma dogmatica del “marxismo-leninismo”.

Del tutto diversa è la valutazione del pensiero marxiano fatta da Giovanni Codevilla e Dario Antiseri. Il primo imputa a Marx il fatto di aver proposto il perseguimento dell’obiettivo dell’organizzazione di “un ordinamento ideale che assicurasse a tutti una pari felicità, in altre parole di organizzare il paradiso in terra”; obiettivo che Lenin, interprete ed esecutore del pensiero marxiano, ha inteso perseguire attraverso un’azione rivoluzionaria idonea a guidare la classe operaia verso il socialismo. Dario Antiseri, invece, attribuisce a Marx, non solo proposte che egli non ha formulato in termini assoluti, ma anche il fatto che molti aspetti del suo pensiero contengano “nuclei scientifici” da cui sono state dedotte predizioni smentite dalla realtà; tale è, ad esempio, quella che afferma che la giustizia sociale possa essere realizzata solo attraverso l’abolizione del mercato, mentre, al contrario, la negazione della libera economia porterebbe con sé la negazione della libertà.

Al di là delle dispute ideologiche, non si può non riconoscere la validità di alcune affermazioni formulate da Marx, come quella con cui sostiene che l’ingiustizia sociale e gli ostacoli al funzionamento della democrazia siano riconducibili alla concentrazione della ricchezza provocata dal modo di funzionare del capitalismo, in presenza di un mercato senza regole. Alla luce dello stato in cui versano attualmente i sistemi sociali a capitalismo avanzato, si deve ammettere la validità della conclusione di Moscato: ovvero, che il riconoscimento dell’attualità del pensiero marxiano si scontra, in sostanza, con “la difficoltà imprevista”, espressa dal fatto che molti “detrattori” erano un tempo tra i suoi principali sostenitori, approdati poi “all’accettazione dell’ordine esistente come unico orizzonte invalicabile”. Non riconoscere la veridicità di questa conclusione è solo dovuto all’”autismo culturale”, proprio di chi ha interiorizzato acriticamente l’imperante ideologia neoliberista.

Gianfranco Sabattini

 

Craxi, il Midas e la svolta dell’Italia riformista

6 Luglio 1976: la svolta del Midas, il riformismo socialista e la modernizzazione dell’Italia

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Le elezioni del 20 giugno 1976 – insieme a quelle del 18 aprile 1948 – sono state definite le elezioni più bipolari della storia dell’Italia repubblicana. Queste elezioni, infatti, segnano per i due partiti Chiesaun grande trionfo: la Dc ottiene il 38,7% dei consensi e il Pci il 34,4. Il Psi, invece, racimola un misero 9,6%, giungendo al suo minimo storico soprattutto dopo che De Martino aveva interrotto anticipatamente la legislatura.

Alla luce di questa grave sconfitta il Psi fu costretto a cambiare rotta: gli equilibri più avanzati e il legame con il Pci non erano più praticabili, i compagni frontisti erano troppo superiori e seguirli sul loro terreno avrebbe comportato la fine del Psi che paradossalmente si sarebbe sciolto nel partito nato da una sua scissione interna.

In questo contesto storico si colloca l’irresistibile ascesa di Bettino Craxi. Questi fu designato come segretario per succedere a De Martino, poiché, a causa della sua giovane età, i capicorrente ritenevano fosse più facilmente manovrabile. La personalità del giovane autonomista milanese avrebbe ridimensionato decisamente i loro piani.

La svolta impressa da Craxi al Partito socialista avrebbe cambiano i destini della storia d’Italia e della stessa tradizione socialista. La prima fase della segreteria craxiana è segnata da un forte impegno culturale, volto ad elaborare una piattorforma politica innovativa in grado di superare le contraddizioni del marxismo-leninismo di cui era imbevuto il Pci. Questo radicale mutamento si origina dalle colonne di Mondoperaio dove intellettuali del calibro di Norberto Bobbio, Luciano Pellicani e Giuliano Amato incalzano teoricamente il Pci, facendo emergere i contrasti tra marxismo e libertà. Il portato teorico dal dibattito innescato dagli intellettuali socialisti è talmente notevole da costringere il Pci sulla difensiva, obbligando i suoi intellettuali organici a ribattere colpo su colpo al nuovo dinamismo socialista.

Se sul piano intellettuale Mondoperaio insidia l’egemonia comunista, sul piano politico Craxi non è da meno. Anzi, sfruttando il prezioso lavoro dei chierici di Mondoperaio, il neosegretario del Psi lavora ad una piena emancipazione dal partito di Berlinguer, sia per il suo viscerale anticomunismo sia per la sua abilità tattica. Proprio per questo Craxi sarà pesantemente demonizzato dai comunisti negli anni Ottanta e linciato dal circuito mediatico-giudiziario alimentato dai post comunisti durante il biennio 1992-1994.

La convergenza tra il fiuto politico craxiano e il monumentale lavoro intellettuale dei “chierici” di Mondoperaio porta il Psi al superamento del marxismo-leninismo e all’approdo al riformismo. La cultura e la politica riformistica a cui approda il Psi sono gli elementi essenziali per capire il significato della svolta del Midas. Il Psi, grazie ai propri quarantenni, si configura come il partito della modernizzazione in grado di dialogare con i ceti emergenti e di gettare le basi per una “Grande Riforma” delle istituzioni. Una riforma che ha come pilastri la governabilità e la stabilità degli esecutivi, che mira a razionalizzare l’attività del Parlamento per rendere le decisioni più rapide ed efficaci.

I meriti del Psi craxiano sono molteplici e riguardano in primo luogo la tematizzazione delle riforme istituzionali. Il congresso di Palermo del 1981 e la conferenza programmatica di Rimini del 1982 sono forse i momenti più alti dell’elaborazione politico-culturale dei socialisti. Anche grazie a questo dinamismo Craxi riuscirà a diventare primo ministro nel 1983 e sarà il suo decisionismo a smuovere l’annosa trattativa per riformare il Concordato (1984).

Infine, è doveroso ricordare il superamento dell’anacronistica cultura marxista-leninista e la rinascita del riformismo socialista. Proprio per questa tendenza anticomunista, e soprattutto per aver isolato politicamente il Pci, Craxi subì una demonizzazione spietata. Gli attacchi al segretario del Psi si svolsero sostanzialmente in due tempi: durante gli anni di governo a causa del suo agire risoluto; durante la crisi della Prima Repubblica facendo leva sulla questione morale che trasformò la politica in sterile moralismo.

L’ingiusta damnatio memoriae è sotto gli occhi di tutti, ma si sa la Storia, presto o tardi, gli renderà ciò che gli spetta

Martino Loiacono

Macron oltre il ‘900?

Era scontata la vittoria di Macron alle legislative transalpine, sull’onda dell’affermazione alle presidenziali. C’è da giurare che adesso i “Macron cresceranno” nella politica italiana, Renzi e Berlusconi in testa, che magari già pensano a nuovi inciuci. Il neoeletto presidente francese infatti, incarna il modello del politico post-moderno: mediatico e privo di riferimenti ideologici, al netto dei gossip sull’età della “premiére dame” e sui suoi presunti orientamenti sessuali.

Le elezioni francesi sembrano avere ulteriormente riscontrato il paradigma delle “due destre”, descritto tra gli altri dal sociologo Marco Revelli con grande efficacia e fondato su di una dialettica tra una destra cosiddetta “sovranista”, un tempo definita come nazionalista e plebiscitaria, e una destra liberista e globalista. Un paradigma che nelle recente elezioni americane, con la vittoria di Trump sulla Clinton ha avuto rappresentazione, anche se con esito diverso da quello francese.

Macron però, rappresenta una variante delle “Due destre”. E così in Francia la competizione per le presidenziali è avvenuta tra una destra sostenitrice della sovranità nazionale in nome di quei ceti sociali più penalizzati dal “pensiero unico” mondialista, con reminiscenze della “grandeur” transalpina e del gaullismo, e una proposta politica il cui leader è un tecnocrate “prestato alla politica”, in specie un banchiere che ha lavorato per Rothschild (una delle famiglie ritenute dai “complottisti” ai vertici del “governo occulto del mondo”), in cui gli interessi dell’establishment finanziario e capitalistico si legano al mantra dei diritti civili transnazionli, con qualche blando riferimento ai temi sociali per evitare conflitti collettivi. In questa nuova dialettica si è consumata in due tempi, presidenziali ed elezioni politiche, la sostanziale scomparsa dalla scena politica francese dei socialisti, i quali abdicando alla loro funzione storica di forza di sinistra riformista in grado di candidarsi e di governare il paese in rappresentanza dei ceti popolari, come avvenne con Mitterand, hanno perso il contatto con la realtà sociale e sono affondati, dando con Hollande un acritico sostegno a Macron, come del resto è avvenuto con il Pasok in Grecia, mentre il sostegno alle politiche di stampo mercatistico, hanno messo in crisi il Labour Party in Gran Bretagna e i socialisti in Spagna e consegnato la Spd, all’ordoliberalismo della Merkel, per tacere dell’Italia in cui il Pd di Renzi ha promosso (contro)riforme economiche e sociali di impronta liberista, dal Job Act alla cosiddetta “Buona scuola”, bocciate dai cittadini nel voto per il referendum costituzionale, che ha impedito per il momento la deriva oligarchica all’Italia.

Con Macron si profila una nuova omologante area politica senza coordinate storico-culturali legate alle ideologie del Novecento per il governo di un’Europa il cui cuore è in atto quello di banche e finanza, mentre le politiche di accoglienza dei migranti finiscono per legarsi ad una sorta di cosmopolitismo di mercato e non all’autentica solidarietà predicata da Papa Francesco: altro che la ripresa del Manifesto di Ventotene a cui nel suo “sermone” domenicale ieraticamente Eugenio Scalfari non manca di riferirsi, visto che quel modello di federalismo europeo niente altro era che un’ipotesi di socialismo democratico, anche dai tratti collettivistici.

Niente più sinistra riformista e di governo dunque?: quella che Norberto Bobbio efficacemente riassumeva così: “una politica egualitaria è caratterizzata dalla tendenza a rimuovere gli ostacoli (per riprendere l’espressione del già citato articolo 3 della nostra Costituzione)…”?

Attenzione però, alle hegeliane “dure repliche della Storia”!

Maurizio Ballistreri

La “società civile” dopo la Prima Repubblica

A commento del 25° anniversario di “Mani pulite” riemerge un pensiero del grande filosofo Norberto Bobbio che su “La Stampa” del 20 gennaio 1993 scriveva: «La prima Repubblica è proprio finita. Non lo dico, come la maggior parte degli italiani, con un sospiro di sollievo o addirittura con aria di trionfo. Lo dico con un senso di amarezza, non perché creda che non meriti di fare la fine ingloriosa che sta facendo, ma perché una conclusione così miseranda è l’espressione del fallimento di tutta intera la nazione, e non solo della classe politica che è ormai continuamente e rabbiosamente messa sotto accusa da parte di coloro che per anni l’hanno sostenuta e le hanno offerto il consenso necessario per governare. Come paese democratico, come Stato di liberi cittadini, abbiamo fatto, bisogna riconoscerlo, una pessima prova».

Dov’è finita infatti nel corso di oltre un ventennio tutta la cosiddetta «società civile» che pretendeva di essere così «antropologicamente differente» dai politici detronizzati? È passata di mano in mano da un demagogo populista all’altro, scoprendo volta a volta che si metteva in mani sempre peggiori. La storia ci ha spesso raccontato passaggi simili, ma quanti conoscono la storia, e se anche la conoscono, quanti la meditano? “Quante volte un uomo deve guardare verso l’alto prima che riesca a vedere il cielo?” avrebbe poeticamente sentenziato Bob Dylan in Blowin’ in the Wind.

Al proposito lo studioso Angelo Panebianco, commentando il recente libro di Paolo Mieli ‘In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia’, scrive: «Non si è mai estinto il vizio di mettere in piedi processi per corruzione o sottrazione di denaro pubblico contro gli avversari politici». Cita un caso antico ma efficacemente emblematico: «Il processo contro Verre, ex propretore il Sicilia, che diede tanto lustro al suo inflessibile accusatore Marco Tullio Cicerone, non sarebbe stato imbastito se Verre non fosse stato legato alla fazione politica perdente, quella di Silla». E conclude in maniera che sarà considerata dissacrante dai nostri moralisti mendaci: «Nelle cronache degli ultimi decenni, qui in Italia, anche se non solo, possiamo trovare diversi casi che hanno affinità con quella vicenda storica». Dall’antichità all’età contemporanea è detto parecchio in poche parole, svelando un meccanismo che regola spesso la contesa pubblica.

Per esempio, il bilancio di “Mani pulite” – a partire dalla pretesa moralizzazione, si è risolto con effetti opposti: il giurista Michele Ainis pochi anni orsono ha ricordato che «all’alba degli anni ’90 la classifica di Transparency International – l’Associazione che misura l’indice di percezione della corruzione, partendo dai Paesi migliori – situava l’Italia al 33° posto nel mondo; ora siamo precipitati alla 69.a posizione». D’altronde cosa poteva esser successo fino ai primi anni ’90 in una situazione come quella italiana, che se appariva per diversi aspetti problematica, non era radicalmente dissimile dagli altri paesi progrediti d’Europa? Carla Collicelli, vicedirettore del Censis, ebbe a dichiarare – sulla scorta del fatto che il reddito nazionale era cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 collocando l’Italia fra i paesi a più elevato tenore di vita nel mondo – esattamente quanto segue: «Il periodo fino al 1992 indicato come più corrotto è anche quello nel quale l’Italia è cresciuta di più. Ora, siccome è senz’altro vero che è la corruzione a bloccare lo sviluppo nei paesi poveri, l’Italia non doveva essere poi così corrotta». Un invito alla riflessione, che avrebbe dovuto portare ad affrontare con una condivisa soluzione politica il problema sempre più emergente del finanziamento della politica, un problema anch’esso non solo italiano ma europeo. Ma mentre in Europa si seguì la strada del confronto istituzionale e civile, in Italia si preferì la via giudiziaria.

Fortunatamente un numero sempre maggiore di osservatori imparziali si è interrogato sulla «pessima prova» data dall’Italia nei primi anni ’90, secondo le accorate osservazioni di Norberto Bobbio. Porre rimedio a quella «prova», cercare di non ripeterla con strepiti e danni miserabili, resta il compito di un’avvertita opinione pubblica e di una politica mite e democratica pronte – secondo il magistero di Benedetto Croce – «a cercare lumi nel passato per comprendere cosa sia meglio fare nel presente».

Nicola Zoller

“Credere, tradire, vivere”. Il rancore di Galli della Loggia per i socialisti

ernesto_galli_della_loggiaIn un libro di dieci anni fa, Edmondo Berselli riferì il rancore nutrito da Galli della Loggia verso l’azionismo torinese, afflitto da pensieri ossessivi e da ubbie ostinate (Venerati maestri. Operetta immorale degli intellettuali d’Italia, Milano 2006, p. 103). Al rancore di ieri si aggiunge ora quello verso i socialisti, tacciati di aver tenuto una «rovinosa posizione politica dopo la Prima guerra mondiale» (p. 30), di aver condotto una «politica suicida» durante l’ascesa al potere del fascismo (p. 44) e di averla perpetrata negli anni della Resistenza e dell’età repubblicana per «una sorta di complesso d’inferiorità» nei confronti dei comunisti (p. 108).

Queste e altre considerazioni si trovano nel volume Credere, tradire, vivere. Un viaggio negli anni della Repubblica (il Mulino, Bologna 2016, pp. 355) di Ernesto Galli della Loggia, scrittore prolifico, già docente nell’Università di Perugia e ora commentatore politico del «Corriere della Sera». Come si enuncia nel titolo, egli ripercorre infatti la sua esperienza politica in un misto di sentimenti personali e di valutazioni storiche, non sempre esposte con serenità e obiettività. Eppure il libro è presentato il 24 ottobre scorso con una certa compiacenza sul quotidiano milanese da Aldo Grasso, che mette in rilievo il «voltagabbanismo» nella storia d’Italia come leitmotiv principale di un percorso storico che va da Camillo Benso di Cavour a Norberto Bobbio, quasi a giustificare le mutevoli scelte politiche dell’Autore.

Come viene affermato nel libro, le sue opzioni sono quelle di «un coprimario assolutamente di second’ordine» (p. 7), seppure svolgano un ruolo rilevante nell’orientamentro dell’opinione pubblica. Il viaggio prende avvio dalla sua iscrizione «al Partito socialista nel 1961 o 1962» (p. 111) in una sezione frequentata da Alberto Benzoni e da Vincenzo Visco, l’uno vicesindaco nella giunta guidata da Argan e l’altro futuro ministro delle Finanze. Dai primi anni Sessanta si dipana così un percorso politico, che si interseca con l’esperienza del Centro-sinistra, verso cui l’Autore nutre un’ostilità per un entusiasmo giovanile contrario ad ogni forma di compromesso. Egli racconta nel secondo capitolo (pp. 91-116) l’approdo al partito socialista, emblematico per comprendere le scelte di un giovane nato «in un ambiente familiare d’ispirazione liberal-conservatore» (p. 91) e formatosi in una seria scuola romana animata dalla trasmissione della lezione di Machiavelli e di altri scrittori come Leopardi, De Sanctis, Gramsci, Salvemini e Croce (p. 245).

Al filosofo di Pescasseroli dedica gran parte del primo capitolo, là dove ripercorre il suo atteggiamento pubblico verso il fascismo, che dopo le prime e incerte posizioni sfocia nel famoso manifesto degli intellettuali antifascisti pubblicato il 1° maggio 1925 sul periodico «Il Mondo». Si tratta di uno studio riempitivo, poco consono all’autobiografia dell’Autore e privo di contributi originali, nonostante la miriade di saggi pubblicati sull’argomento (Agazzi, Sbarberi, Zeppi, Zunino). Nel saggio l’Autore attribuisce a Croce un fantasioso ruolo «indiscusso […] quale guida dell’antifascismo intellettuale e politico ancora possibile all’interno del Paese» (p. 34) e, alcune pagine più avanti, come «padre indiscusso dell’opposizione al regime e alfiere della libertà» (p. 47), senza tenere presente l’omicidio di Giacomo Matteotti nel 1924 o quello di Carlo e Nello Rosselli nel 1937. Così l’autore considera il sorgere del fascismo non come una reazione alle legittime rivendicazioni dei lavoratori, ma come prodotto di una «crisi politica» determinata da «poco cultura civica», dalle «scarse tradizioni liberali» (p. 49) e aggravata dal «nullismo dei socialisti» e «dalla loro propaganda patriottica» (p. 49). Ne esce un quadro confuso in cui le «diverse anime» del socialismo, caratterizzato nel periodo postbellico dal contrasto tra massimalisti e riformisti, non trovano una sistemazione adeguata «circa la reale natura e l’autonomia consistenza del fascismo» (p. 50).

Nelle sue riflessioni storiche, l’Autore rende ancora più confuso il quadro storico del regime fascista e della mentalità lasciata in eredità nell’età repubblicana, esprimendo frettolosi giudizi su persone ed eventi ed introducendo quesiti ormai chiari per la storiografia contemporanea. Perché considerare esemplare la corrente storiografica di Emilio Gentile e non discutere le sue conclusioni volte a «dare del fascismo italiano l’immagine di un regime piena incarnazione del totalitarismo novecentesco, e quindi in tutto per tutto simile nella sostanza al nazionalsocialismo tedesco e al leninismo-stalinismo sovietico» (p. 61)?
Nel prosieguo del suo racconto autobiografico, Galli della Loggia descrive il suo percorso culturale: la laurea conseguita nel 1966 con Gian Paolo Nitti, l’attività di borsista «nei primi anni Settanta» alla Fondazione Luigi Einaudi sotto la guida di Leo Valiani, «entrambi […] soliti a dispensare il loro sapere con quella generosità calda e immediasta» dei «veri maestri» (p. 97). Proprio nell’ambiente culturale torinese matura un’acredine insolita verso gli azionisti subalpini e la loro «pubblicazione […] trasformatasi a partire dal 1961 da semplice bollettino d’associazione o quasi (“Resistenza – Notiziario Gielle” in un vero e prorio giornale d’intervento politico con il nome Resistenza. Giustizia e Libertà”» (127). Al periodico fondato nel 1947, l’Autore dedica particolare attenzione, dimenticando però che esso dedicò nel 1972 un numero speciale alla Marcia su Roma e nel 1975 con il semplice titolo di «Resistenza» diversi scritti alla memoria di Franco Antonicelli. Ma sottolinea come dalle simpatie verso «i socialisti nenniani» e i radicali si ha verso la metà degli anni Sessanta una «sterzata a sinistra» con il disappunto e il progressivo distacco di Aldo Garosci e di Andrea Casalegno. I nuovi adepti, quasi tutti di origine meridionale (Nicola Tranfaglia, Angelo d’Orsi, Giovanni De Luna), imprimono al periodico un indirizzo velleitario e confuso, che sfocia nel «più insulso estremismo» (p. 135) di fronte agli accadimenti coevi.

Trascorsa la bufera sessantottesca e tramontati gli «astratti furori goscisti», si inaugurò per l’Autore una nuova stagione culturale con la collaborazione al periodico «Mondoperaio» su cui pubblica nel gennaio 1977 un ampio saggio su Antonio Gramsci e il concetto di egemonia (p. 189). L’anno successivo entra a far parte della direzione in un percorso personale contraddittorio che lo porta a votare per il Pci, a collaborare al giornale «Paese Sera» e ad esprimere giudizi lusinghieri su Claudio Martelli e Bettino Craxi, a cui dedica un capitolo con il reboante titolo «Ascesa di un Noske italiano» (pp. 206-233).
Negli anni Ottanta Galli della Loggia dichiarò le sue simpatie verso la cultura politica anglosassone, distaccandosi dal sistema politico tradizionale, di cui non condivideva la «partitocrazia pervasiva» (p. 218). Quella scelta personale e la conseguente denuncia delle tendenze degenerative dei partiti, da cui trae ora un vanto immeritato per essere stato l’iniziatore «prima che l’argomento diventasse di moda» (p. 246), lo spinsero a rassegnare le dimissioni dalla redazione di «Mondoperaio», di cui il periodico pubblicò le sue motivazioni in un fascicolo dell’aprile 1980 (p. 230). Il distacco dalla Sinistra maturò in un ambiente pervaso dalla degenerazione del sistema politico italiano, di cui l’Autore crede di ravvisrae alcuni motivi nella bramosia di potere del Psi e nella corruttela del Pci, l’uno caratterizzato da «leggerezza morale o sete di guadagno» (p. 232) e l’altro per l’«imponente flusso finanziario dall’Unione Sovietica» (p. 237). Un leitmotiv che ritorna più volte nelle riflessioni storiche di Galli della Loggia, che sottolinea come «a partire dal 1974» il Pci si era reso «responsabile del reato di falso in bilancio, non dichiarando mai i poderosi contributi giunti al partito da fonti inconfessabili come l’Unione Sovietica». Gli strali dell’Autore si rivolgono anche contro il Pd’A, considerato – sulla base delle indicazioni fornite alcuni anni fa da Massimiliano Majnoni – beneficiario di sovvenzioni da parte della Baca Commerciale di Raffaele Mattioli.
Diventato «un cane sciolto “genericamente democratico”», Galli della Loggia cominciò a usufruire di grandi privilegi come la collaborazione ai giornali di grande tiratura (p. 247), l’insegnamento in varie università italiane, partecipe e dimentico delle varie dispute accademiche per la gestione delle cattedre universitarie. Dopo la breve esperienza del mensile «Pagina» (1984-85), promosso dall’imprenditore Franco Morganti, l’Autore considera il periodico come il baluardo della democrazia per l’accento posto posto sulla «questione morale» nella ricerca di porre un argine alla corruzione dilagante (p. 267). Riflessioni che descrivono un percorso di vita, che trasforma l’attività pubblicistica e accademica in una fonte di guadagno personale, forse con lo scopo di creare confusione culturale in una Sinistra già divisa da contrasti ideologici e politici.

Nunzio Dell’Erba

La rivoluzione Ungherese e l’illuminazione socialista

rivoluzione-unghereseIl 23 ottobre cade l’anniversario della Rivoluzione ungherese del 1956, nota anche come insurrezione ungherese o semplicemente rivolta ungherese, una sollevazione armata di spirito anti sovietico scaturita nell’allora Ungheria socialista che durò dal 23 ottobre al 10 – 11 novembre 1956. Quell’anno in tutta l’Europa democratica – dove già c’erano state reazioni alle novità del ‘rapporto Kruscev’ e alla rivolta polacca – le ripercussioni della rivoluzione ungherese furono rilevanti, in particolare per il Partito Socialista Italiano, alleato del PCI dopo il 1934, quando Stalin autorizzò i ‘fronti popolari’, che prese subito le distanze dai sovietici e dai comunisti italiani. Fu il sangue dei lavoratori ungheresi ad aprire gli occhi a una buona parte dei socialisti.
Il merito di Nenni fu quello di imboccare senza esitazioni una strada di separazione dal PCI e dall’URSS, compito difficile per lui che era stato l’uomo dell’unità a sinistra in nome della classe operaia. Nenni fu il mentore di quella svolta, la politica ‘autonomista’: nessuna subordinazione e ‘socialismo nella democrazia’. Smitizzazione dell’Unione Sovietica e delle ‘democrazie popolari’ dell’Est europeo come ‘paradisi’ della classe lavoratrice, legittimazione dei socialisti italiani come interlocutori nella politica nazionale.


Storia contro ricordo

di Raffaele Tedesco

Il 23 di ottobre, cade l’anniversario della Rivoluzione Ungherese del 1956, in cui il popolo magiaro si sollevò contro l’oppressione dell’URSS comunista e dittatoriale. Molti giornali, come giusto che sia, ne danno menzione, raccontando ognuno quei momenti tragici. Sul Manifesto compare un articolo di Luciana Castellina, con il quale, la storica militante comunista, racconta come ha vissuto quei giorni convulsi. Era piuttosto giovane, allora, ed in quel giorno racconta che si trova in Belgio, per questioni politiche, in un contesto in cui imperava la Guerra Fredda, e si viveva su fragili equilibri contrapposti. E’ un racconto personale, il quale, come tutte le storie volte al passato, risentono della dimensione sfumata e nostalgica del tempo trascorso, quanto delle passioni vissute.

Ma la storia, come emette i suoi verdetti postumi, su cui riflettere, un tempo è stata presente; ed in quel presente c’era già chi aveva ragione, ed era dalla parte giusta, rispetto agli avvenimenti ungheresi e al comunismo. Delle ragioni, e di quella “parte giusta”, nel racconto della Castellina non c’è nulla. La tensione emotiva che traspare nell’articolo non porta a nessuna considerazione di tal fatta. Ella, alla fine, afferma:”….io non partecipai alla protesta (contro i carri armati ndr), pur con tutte le riserve sui regimi dell’est e sui giudizi minimizzanti che pur senza censurare le informazioni, furono emessi dal PCI. Non lo feci non per non rompere la disciplina, ma perché c’era appena stato il XX congresso e l’URSS con Kruscev sembrava stesse cambiando; quello che stava succedendo a Budapest si presentava come un colpo di coda della vecchia guardia stalinista….(per noi) la minaccia principale restava l’imperialismo occidentale”.Ma la sinistra non si comportò tutta allo stesso modo. Strappi importanti (soprattutto di intellettuali) ci furono anche nel PCI.

Di quel che succedeva realmente, e delle sue motivazioni, se ne discuteva in quei giorni tragici su tutti i giornali. Di cui, per sua ammissione, la Castellina non si fidava, perché borghesi. Il racconto è rinchiuso tutto all’interno della storia comunista e del suo pensiero dell’epoca. È una storia ferma, solo evocativa, e senza nessuna presa di coscienza. Di quelle scelte non pagarono solo innocenti, ma anche la sinistra italiana, la quale non poté mai assurgere a diventare maggioritaria come in tutte le democrazie occidentali.

E manca, ma c’è poco da meravigliarsi, la presa di coscienza di un inequivocabile dato storico: l’indubbia superiorità del socialismo su ogni tipo di comunismo. Compreso quello di stampo togliattiano che parlava di un “partito nuovo”. Eppure, è da sempre che nel socialismo si dibatteva su riformismo e rivoluzione. Su violenza e gradualità. E sul valore imprescindibile della libertà.Esperienze concrete ce n’erano. Come in Italia, ma non solo, il dibattito e lo scontro erano stati sempre forti.Il riformismo turatiano, quanto quello di Bernstein, lo sforzo di conciliare giustizia e libertà fatto dai fratelli Rosselli. L’austromarxismo, il quale ha tentato, con risultati importanti, di dare una nuova prospettiva al marxismo.

E poi, Treves, Calogero, Capitini, Spinelli, col suo progetto di federazione europea, Valiani, Pannunzio e tanti altri ancora. Nenni, in fondo l’unico rivoluzionario rimasto all’epoca in Italia (non dimentichiamo che partecipò alla Settimana Rossa del 1914), non ebbe esitazioni rispetto alla condanna dell’invasione sovietica. Rompendo, di conseguenza, l’unità d’azione con i comunisti. Senza dimenticare, in tutto ciò, la tragedia degli anarchici e dai militanti del POUM in Spagna, trucidati dai comunisti.La lotta dei socialisti, non certo scevra di limiti e contraddizioni, è stata la lotta contro il dogmatismo.

Di tutto ciò, oggi, nel 2016, non c’è alcuna traccia nei ricordi della Castellina. Eppure, anche lei, in ritardo, fu una dissidente del PCI; radiata, con i suoi compagni del Manifesto, da un partito che, ancora nel 1968, non scelse la libertà, ma la tirannide comunista. Bobbio, nel suo “Quale socialismo?”, affermava che “Una prima conseguenza dell’abuso del principio di autorità è sempre l’ottundimento dello spirito critico. Se una cosa l’ha detta Marx o è ricavabile da quel che ha detto Marx o un interprete autorizzato, la si prende per buona e non si va tanto per il sottile nel giudicarla e nel metterla al vaglio delle cose che succedono realmente”.

Mi si potrebbe obbiettare di scrivere critiche così severe su un articolo evocativo della comunista Castellina e, per giunta, pubblicato sul Manifesto. Ma se in Italia non si è mai arrivati, se non in maniera tardiva, incompleta e parziale, ad un riconoscimento del socialismo riformista e liberale come architrave della sinistra tutta, lo si deve anche a questi atteggiamenti; in cui il ricordo del passato appare puramente autocentrato quanto acritico. E se oggi, la stessa parola riformismo viene usata disinvoltamente dai politici dei più disparati colori, è probabile che il suo significato, e la sua valenza storica nel nostro paese, non sono stati debitamente puntellati e riconosciuti attraverso un’analisi critica e autocritica.

Politicamente, le conseguenze si vedono ancora oggi.

Raffaele Tedesco

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