Us Open 2018: finale femminile ‘difficile’, Nole sale al n. 3

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Questa edizione degli Us Open non passerà di certo inosservata, ma anzi – al contrario – passerà alla storia: in positivo e in negativo. Per le emozioni che ha regalato e per quanto successo in campo. Finale dolce-amaro per le finali. Ma procediamo con ordine. Innanzitutto segnaliamo le condizioni meteo molto pregiudicanti non trascurabili: la pioggia incessante molte volte ha fatto disputare i match col tetto coperto, cambiando le condizioni di gioco; altrimenti, in via alternativa, c’è stato un caldo allucinante e afoso con anche quasi quaranta gradi. E con il rischio disidratazione dietro alla porta e sensazioni terribili di calore asfissiante e senso di soffocamento per i giocatori, che faticavano a respirare; come accaduto a Stefano Travaglia prima (che si è ritirato appunto per disidratazione, tra la commozione generale) e a Roger Federer (ritiratosi per il caldo eccezionale che gli faceva mancare l’aria e non lo faceva respirare, tanto da essere sottoposto ad accertamenti). Dunque già vincere in tali condizioni era un successo. Poi il prestigio del torneo è indiscutibile. Intanto, su Eurosport, Flavia Pennetta faceva conoscere i retroscena e descriveva le emozioni di arrivare in finale, giocare e vincere. Indescrivibili, ma ha provato a farle comprendere anche se è qualcosa di incredibile quello che si prova. E, a proposito d’Italia, da segnalare il ritiro di Francesca Schiavone, con il suo sorriso sgargiante di gioia, perché è felice della sua scelta, decisione che ha preso con il cuore perché ora vuole allenare (meglio i maschi possibilmente); tornare a vincere ed essere competitiva ‘in panchina’. La sua passione per il tennis non si spegne, ma basta col tennis giocato in prima persona: vuole vedere crescere con lei altri tennisti, da seguire come coach. In bocca al lupo per la sua nuova avventura a Francesca, che ha regalato un’altra emozione, insieme a Flavia. Certo ha emozionato vedere condizioni di gioco così dure; basti pensare che un altro momento ‘toccante’ è arrivato da Rafael Nadal; lo spagnolo è stato costretto al ritiro contro Del Potro in semifinale per un infortunio (forse una contrattura muscolare) al ginocchio. Rafa ha richiesto il time out medico, ma a nulla è servito; giocare non al top per lui è stato straziante e alla fine ha deciso di ‘fermarsi’ piuttosto che continuare a giocare così (male a suo avviso). Prima ha battibeccato per una chiamata col giudice di linea annunciando che si sarebbe ritirato di lì a poco, poi ha alzato bandiera bianca e si è arreso (sul 7/6 6/2 a favore dell’argentino) definitivamente. Con Del Potro rammaricato, che lo ha stretto a rete in un sincero abbraccio amichevole. E proprio a lui sarebbe toccato piangere di dispiacere in finale contro Novak Djokovic. Il serbo ha vinto in tre set e, così, sale alla posizione n. 3 del ranking mondiale. È decisamente quello dei tempi migliori. Fa molto piacere vederlo ritrovato. Nole vince bene il primo set per 6/3, disegnando alla perfezione il campo (con esecuzioni da manuale in totale sicurezza e disinvoltura). Poi cala leggermente di livello, mentre Del Potro ha una reazione d’orgoglio e alza il ritmo, soprattutto col dritto. Inizia a guadagnare terreno e va in vantaggio; poi Nole riesce a recuperare e pareggiare i games; si arriva al giusto e meritato tie-break, che Djokovic riesce ad acciuffare per 7 punti a 4. Se nel secondo set l’argentino aveva messo in difficoltà il serbo, nel terzo Nole è carico, ha ritrovato fiducia e sembra anche più fresco fisicamente, rispetto a un Juan Martin affaticato e stanco; sofferente, per Del Potro sembra finita, anche perché Nole va in vantaggio di un break e rischia di fare il secondo, di andare 4-1 e servizio; invece così non è e ci si attesta sul 3-2; a quel punto Juan Martin pareggia i conti e si prevede un altro set molto lottato; ma Nole ha un sussulto e strappa la battuta e va a servire sul 5-3; chiude con un punto strepitoso in attacco in controtempo. Gioia infinita per Nole, amarezza profonda per Juan Martin, che aveva creduto nella rimonta e nell’allungo almeno al quarto set. Una partita molto equilibrata ed entusiasmante: un paio di turni di servizio di Nole sono durati decine di minuti, uno oltre 16 minuti. Nole abbraccia a rete l’amico di sempre in lacrime. Poi corre dal suo team e da sua moglie a festeggiare. Quando scende, cambio di maglietta per entrambi i giocatori e l’argentino ancora in lacrime in panchina; allora Nole va da lui e cerca di confortarlo. Molto commovente ed emozionante vederli così vogliosi di vincere e attaccati al torneo. Ora Nole sale al n. 3. Il segreto della forma ritrovata? Una scalata con la moglie in trekking sui monti della Francia (per cinque giorni, lontano da tutto e tutti), dopo la sconfitta contro Marco Cecchinato al Roland Garros in Francia, che gli ha fatto ritrovare l’entusiasmo per il tennis.

Ma le emozioni non sono finite. Procediamo con ordine. Per quanto riguarda il maschile, particolarmente entusiasmanti i quarti di finale. La partita più bella del torneo forse è stata proprio quella tra Nadal e Thiem (finita al quinto set con il punteggio di 0/6 6/4 7/5 6/7 7/6 a favore dello spagnolo): davvero si è deciso tutto su un punto in questa maratona che ha acceso il pubblico. Così come nella finale tra Djokovic e Del Potro sono stati tre dritti facili sbagliati dall’argentino a segnare il parziale e fare la differenza (discriminanti dunque). Ad assistere sugli spalti (forse a sostegno di Del Potro) anche l’attrice Meryl Streep. Protagonista al cinema (dal 6 settembre) in questi giorni con “Mamma mia-ci risiamo”, ad assistere ai match maschili anche un altro attore che ha recitato nel film-musical precedente: Pierce Brosnan. Ed a proposito di cuori che palpitano, è stato proprio Novak Djokovic a chiedere di essere controllato, facendosi misurare la pressione per un battito anomalo che ha sentito: un’aritmia probabilmente dovuta al caldo, allo stress e alla stanchezza, che però un po’ ha fatto preoccupare gli spettatori. Caldo torrenziale che ha costretto nei quarti a due stop di oltre dieci minuti, anche venti, per cambiarsi di vestiti e rigenerarsi e rinfrescarsi un po’. Il primo è avvenuto proprio nel match tra Del Potro e Isner, con una lunga pausa concessa prima del quarto set. L’americano ha ceduto fisicamente, in una partita ‘dura’ comunque, a suon di aces. Dopo aver vinto il primo set al tie-break, Isner inizia a cedere terreno e perde gli altri tre per 6/3 7/6 6/2 (con un crollo netto nell’ultimo, dove rischia un fragoroso 6/1). L’altra interruzione per cambio d’abiti la chiede Millman a Djokovic nella sfida dei quarti, dominata dal serbo in tre set netti per 6/3 6/4 6/4; così come, in semifinale, il serbo vincerà facile contro Nishikori con il punteggio di 6/3 6/4 6/2. In forma strepitosa Nole, nulla da fare (ha fatto anche serve&volley contro Del Potro, anche se non ha messo a segno molti aces, percentuale bassa di servizi vincenti anche se non alla battuta, il che ha stupito molto poiché di solito serve davvero bene). Invece il giapponese è stato al centro di un altro match straordinario nei quarti, contro Cilic. Il croato era favorito, invece si è trovato in difficoltà con il nipponico (più veloce e rapido), bravo a sorprenderlo al quinto set. Forse stanco per il caldo, Cilic ha dovuto mettere in moto una rimonta strepitosa e fare ricorso a tutta la sua alta percentuale di aces, per rimanere in partita e restare ancorato al match. Dopo aver vinto il primo set per 6/2, il croato esce un po’ dal match, mentre il nipponico inizia ad entrare in partita e vince gli altri due set per 6/4 7/6; finalmente nel quarto il croato si ritrova e acciuffa il set per 6/4, facendo il break decisivo; ma nel quinto il giapponese gli ricambia il 6/4.

E dalle lacrime di Del Potro (che ha ammesso: “contro Nole ho giocato sempre al limite”), si è andati a quelle delle protagoniste della finale femminile, che molto ha fatto discutere. Se Nole ha eguagliato il record di Pete Sampras (suo idolo da bambino) di vincere 14 Grand Slam (tra cui tre Us Open), Serena Williams rincorreva il suo 24esimo titolo. Invece la finale è stata molto controversa. Di fronte aveva la giapponese Naomi Osaka: 20 anni, il 2018 per lei è stato un anno fortunato. Qui a New York ha centrato il suo secondo titolo in carriera e il primo Grand Slam che mette in archivio; e che potrebbe diventare il primo di una lunga serie. La nipponica è molto talentuosa e ha dominato il primo set, facendo correre Serena e soprattutto passandola con il suo dritto stretto in cross incrociato: passanti fulminanti per l’americana, che ha potuto solamente applaudire. Si aggiudica nettamente per 6/2 il primo parziale Naomi, ma poteva essere anche un 6/1 se di fronte non avesse avuto una n. 1. Serena inizia a perdere le staffe e prende un penalty point per ‘abuso di racchetta’, che rompe. Questo faceva seguito a un altro ‘penalty point’ per coaching, poiché l’allenatore Patrick Mouratoglou aveva fatto un gesto spingendola ad avanzare e non rimanere ancorata a fondo campo. A quel punto la Williams ha perso la pazienza ed è incorsa nel terzo penalty point per ‘abuso di parola’, dando del ladro all’arbitro Carlos Ramos, convinta che non dovesse ricevere la penalità; a suo avviso, se fosse stata un uomo non le avrebbe dato l’ammonimento, poiché gli uomini spesso fanno cose ben peggiori e non vengono sanzionati. La Osaka è attonita, interdetta, non capisce cosa stia succedendo, è confusa. Serena disperata e in lacrime. Lei chiama i supervisor, il marito è triste sugli spalti; la tennista crede che ormai per lei sia impossibile giocare, poiché va a servire sul 5-3 per la nipponica, che chiuderà 6/4. In realtà così non è perché un break di differenza si poteva ancora recuperare, ma ormai è fuori controllo, infuriata. La giapponese non esulta per la vittoria e durante la premiazione cadrà in lacrime, quasi dispiaciuta. A quel punto Serena tira fuori la classe e prima abbraccia e cerca di confortare l’avversaria prima della premiazione, poi – durante il discorso finale – ricorda che bisogna rendere merito e onore alla maggiore prestazione e al talento della giovane tennista, nonostante tutto il pubblico fosse dalla parte della statunitense. Peccato perché nel secondo set Serena era anche in vantaggio e avanti nel punteggio. Tutti speravano in un terzo set. Il dato di fatto è che Serena dovrà risarcire la federazione tennis statunitense di 17mila dollari: 10mila per l’abuso verbale, 4mila per coaching e 3mila per aver rotto la racchetta. La multa è una certezza, così come che la Osaka abbia meritato la vittoria; così come fu contro la Kasatkina ad Indian Wells, quest’anno nel marzo scorso, quando si impose per 6/3 6/2, in maniera similare, giocando una finale favolosa e strepitosa. L’altra cosa sicura è che non era una finale facile per nessuno; ma una situazione difficile per tutti. Per Serena, per la pressione che aveva su di sé, per le aspettative e per la voglia di centrare il 24esimo titolo, per le difficoltà di giocare pur non essendo al 100% (anche se avendo ritrovato la forma comunque). Per la Osaka, per la soggezione di un’avversaria stimata, apprezzata da tutti, che tutti sostenevano e tifavano, che incuteva timore per il prestigio e il carisma da n. 1 che ancora riveste; tra l’altro è stata la sua icona del tennis da seguire sin da piccola. Anche la Wozniacki ha sottolineato – nel docufilm biografico sulla vita di Serena -, quanto sia rispettata e apprezzata nel circuito. Ma per la Williams non era facile tornare e giocare, dopo un anno difficile come il 2017. Come ben ha raccontato in “Being Serena” (il titolo del docufilm prima citato), è stato per lei estenuante recuperare la forma fisica dopo il parto, il rischio di morire per un’embolia polmonare dopo la nascita della figlia. Rivivere quelle emozioni, che evidentemente le sono tornate alla mente, non le ha facilitato il compito e non le ha permesso di avere quella tranquillità per competere. Lei è un tipo molto esigente con se stessa, non ama perdere; in più sente il peso di essere d’esempio per la figlia, per tutte le mamme come lei, per le altre colleghe e per tutte le donne. Quest’ultima, una ausa che ha abbracciato e che la rende ancor più ‘vulnerabile’. La forza nella fragilità di una combattente, di cui è evidente la sensibilità e suscettibilità. L’orgoglio di non voler cedere né mollare per dignità, ma è dura rassegnarsi alla superiorità di un’avversaria giovane e fresca, nel pieno vigore della forma. Tutto questo non giustifica il suo atteggiamento esasperato, ma neppure quello dell’arbitro. Anche se è facilmente comprensibile che non era facile neppure per lui arbitrare una partita così difficile. Ha deciso di farlo nel modo più conforme possibile, con rigore ligio e ferreo, nel massimo rispetto del regolamento, che ha applicato in piena regola. Ineccepibile, ma forse anche questo esagerato. Forse avrebbe dovuto adottare un po’ più di psicologia: tranquillizzare, calmare e rasserenare Serena, cercando di metterla più in condizione di giocare la sua partita. Un po’ come ha fatto Lahyani con Nick Kyrgios (contro Herbert), lì forse anche troppo disponibile: infatti l’australiano era sotto di un set e anche nel secondo e perdeva 6-4 3-0 dal francese, ma Lahyani è sceso dalla sedia, lo ha confortato e Nick ha rimontato e vinto il match al terzo; e non sono tardati ad arrivare i guai per l’arbitro. Di sicuro, però, l’aspetto psicologico è importante, anche da parte del giudice di sedia verso i tennisti. Una delle regole principali, al di là di tutto, è che l’arbitro deve sempre rivolgere uno sguardo a un tennista e poi all’altro; in particolare prima al tennista più a ‘rischio’, anche a seguito del risultato del gioco, che potrebbe ‘esplodere’ da un momento all’altro, proprio per scalzare tale evenienza. E questo Ramos non lo ha fatto, anche se ha applicato correttamente il regolamento. Anche le sanzioni per Serena sono state molto salate, ma del resto ciò accadde anche a Fabio Fognini quando gli fu aperto il codice di condotta per comportamento antisportivo. Ancora una volta, al di là di giudizi, delle critiche, delle vedute, delle opinioni più o meno condivisibili e opinabili, si può discutere quanto si vuole: ognuno ha le sue ragioni e la sua visione in merito, il suo punto di vista incontrovertibile; ma il dato di fatto è che Naomi Osaka tocca il suo best ranking salendo alla posizione n. 7 del mondo, mentre Serena Williams si ferma alla n. 16, inseguendo la top ten; comunque anch’esso un ottimo risultato, forse impensabile per lei fino a poco tempo fa, quando discuteva sul da farsi sul suo coach, incerta sul suo futuro. E tutto questo è una nota più che positiva.

Wimbledon 2018: tornano due ex numeri uno, Nole e Kerber

Wimbledon

Un numero uno lo è per sempre. Anche quando non vince un torneo ed esce ai quarti, come Roger Federer (lo svizzero è stato battuto da Anderson in 4 set: per 6/2 7/6 5// 4/6 11/13); o come Rafael Nadal (che ha perso in semifinale da Novak Djokovic: per 4/6 6/3 6/7 6/3 8/10); o come Juan Martin Del Potro (uscito ai quarti proprio per mano di Rafa, ma vero campione atletico: più volte a terra, è caduto, ma si è rialzato ed ha lottato ‘generosissimo’ fino all’ultimo. Chapeau. Del resto il punteggio ben evidenzia la dura lotta dei due: l’argentino si è arreso allo spagnolo solo al quinto set, 5/7 7/6 6/4 4/6 4/6; ce l’ha messa davvero tutta). Anche quando ritorna da un lungo e grave infortunio, come Novak Djokovic. Anche quando rientra da mesi dopo la maternità e un parto cesareo che ne ha ostacolato il recupero, come Serena Williams. Anche quando ti piovono addosso critiche e malelingue ti dicono che ‘la tua luce si è spenta’ o ‘sei finita’ oppure ‘non sei più quella di una volta’ (esagerando, ma non troppo, perché a volte la stampa sa essere molto dura e i fans stancarsi presto degli in-successi e non hanno la pazienza di capire il momento ‘no’ o di grave difficoltà di un’atleta): come Angelique Kerber (ma anche per Nole stesso c’è stato l’identico discorso). Invece eccoli tutti qua a disegnare l’edizione 2018 di Wimbledon, ognuno mettendo a suo modo il proprio sigillo. E poi ci sono i numeri uno dentro, il talento evidente anche se non si afferma con primati di vittorie: quelli dei campioni della passione, della sportività, dell’umiltà, della generosità, dello spirito di sacrificio, campioni di talento ed umanità che contribuiscono ugualmente a scrivere la storia del tennis; come il finalista Kevin Anderson e/o John Isner. E poi, a tale proposito, come non citare -ancora una volta- l’esempio di impegno di Del Potro e/o quello di umanità ed umiltà di Rafael Nadal: rispetta sempre ogni avversario e gli altri campioni, che gli danno modo e gli stimoli giusti per migliorarsi continuamente -afferma-; molto amichevole nel dare sempre una parola di conforto e di amichevole stima, anche con un abbraccio sincero molto sportivo a fine partita (proprio come accaduto contro Del Potro, dopo averlo sconfitto; o dopo aver perso in semifinale contro Nole).

E poi ci sono i numeri da record paralleli, che si cerca di rilevare ad ogni edizione, in particolare di uno Slam: e questo sicuramente spetta alla semifinale durata sei ore e 36 minuti tra Isner ed Anderson appunto. Dall’altro lato, ancora, ci sono inoltre anche i record non numerici, ma ‘di colore’: e questa di quest’anno a Wimbledon è stata un’edizione particolare per vari momenti ‘colorati’. Per dirla con una canzone, con Shakira e il ritornello del suo brano-tormentone “Waka waka”: “This time for Africa…’cause this is Africa”. In sintesi dice, tradotto dall’inglese: “questo tempo è per l’Africa perché questa è l’Africa”. Come noto la cantante colombiana lo interpretò con il gruppo sudafricano Freshlyground quale inno ufficiale dei mondiali di calcio FIFA 2010, svoltisi appunto quella volta in Sudafrica. Sebbene i mondiali di calcio 2018 abbiano visto trionfare in Russia la Francia, noi riadattiamo il testo per omaggiare il finalista sudafricano Kevin Anderson. Commovente il suo discorso: nel ringraziare la sua bellissima moglie, ha detto che avrebbe giocato altre 21 ore pur di rivivere le emozioni della semifinale e della finale di Wimbledon. Così come ha emozionato il ringraziamento di Nole nel riconoscere il valore umano, morale -oltre che atletico e professionale- dell’avversario; poi si è commosso nel vedersi applaudito ed evocato dal figlioletto Stefan (“è il mio miglior sparring partner” -ha scherzato il quattro volte campion qui a Wimbledon). L’ex n. 1 è davvero tornato. Lui stesso ha avuto dei dubbi seri, ha spiegato, e non è stato neppure facile recuperare dall’infortunio e dall’intervento al gomito. Ma eccolo di nuovo qui, più grintoso che mai. Senza il sostegno della moglie Jelena (che soffriva nel suo angolo, prima di scoppiare in un’esultazione di gioia finale) e di tutti quelli che hanno creduto in lui, lo hanno sostenuto e hanno lavorato con lui, probabilmente non ce l’avrebbe fatta. Ha dominato una finale non facile contro uno stanco Anderson: un doppio 6/2 iniziale nei primi due set senza dover far troppo, poi ha controllato bene un match che gli stava sfuggendo di mano (che stava diventando pericoloso perché il sudafricano si stava facendo sempre più insidioso), con Kevin che stava entrando in partita (anche con il servizio micidiale) e al tie-break ha giocato splendidamente i punti decisivi: da campione, da vero n. 1, con autocontrollo e grinta, serafico. E non si è deconcentrato neppure nella semifinale contro Nadal: giocata in notturna col campo coperto e l’illuminazione artificiale (perché posticipata a causa delle sei ore e mezza dell’altra semifinale maschile), ha iniziato subito aggressivo e alla grande, portandosi avanti due set a uno. Poi al rientro, il giorno dopo prima della finale femminile, è apparso meno in forma e i due tennisti sono andati al quinto set; ma, dopo aver concesso il quarto set, nell’ultimo e decisivo parziale si è di nuovo fatto più solido. Forse giocare con il campo chiuso non ha agevolato Nadal; forse il dover tornare di nuovo in campo il giorno dopo l’interruzione di una notte non ha facilitato Djokovic nel chiudere il match. Forse lo spagnolo non ha particolarmente brillato nel gioco a rete quando è avanzato (ma coraggioso ed apprezzabile nel suo avanzare al net) e Nole, invece, avrebbe dovuto attaccarlo maggiormente, mentre ritornava indietro dopo aver accelerato con i passanti, ancorato a fondo. Però sono stati comunque due campioni che hanno dovuto affrontare situazioni di disagio nel giocare e le hanno accettate con sportività. Al serbo, comunque, funziona di nuovo molto bene il servizio (e questa è una nota più che positiva).

Sicuramente da record la semifinale di John Isner contro Anderson: sei ore e 36 minuti, una delle più lunghe della storia del tennis, seconda solo alla partita che lo stesso Isner ha sostenuto contro Nicolas Mahut e durata ben 11 ore e 5 minuti. L’esito è stato da record e l’ultimo set (senza tie-break) è durato un’infinità: 7/6(8) 6/7(5) 6/7 6/4 26/24 per il sudafricano. Del resto l’equilibrio del match già si vedeva dall’indicazione delle teste di serie: 8 Anderson e 9 Isner. L’americano è uscito dal campo barcollando, stremato: non ce la faceva più, si è fatto mandare anche degli altri integratori, aveva vesciche alla mano che si è fatto più volte fasciare. Ha messo a segno il record di aces, delle vere e proprie ‘sassate’. Ma, soprattutto, con Anderson sono stati campioni di umanità, abbracciandosi sportivamente a fine match. Isner, del resto, ha già vinto: sugli spalti sua moglie in dolce attesa è il più bel regalo e premio che potesse ricevere dalla vita e già quello lo ripaga di ogni fatica e sofferenza. Così come ha già vinto Serena Williams: l’americana non ha recuperato la forma fisica e ha perso la finale anche malamente per certi versi (con un netto doppio 6/3 dalla tedesca Angelique Kerber); ma anche lei non avrebbe pensato mai di poter tornare a giocare ed arrivare sino in fondo al Grand Slam di Wimbledon. È tornata a giocare “per tutte le mamme” come lei e ha dedicato loro il traguardo di finalista raggiunto. Ovviamente ciò merita un plauso, così come era stato ben gradito questo messaggio al Roland Garros quando scelse di giocare con una tuta nera aderente -disegnata a posta per lei su sua esplicita richiesta- (a difesa e sostegno della ‘maternità’ per così dire).

E se la finale maschile è stata quella che più ha emozionato, per popolarità segue solo quella storica tra Borg e McEnroe (al centro dell’omonimo film uscito al cinema), Wimbledon ha avuto i suoi Borg e McEnroe: sia nei finalisti Nole e Anderson (il primo ha un bel caratterino come John, mentre l’altro sembra di una fredda lucidità come Borg; ma poi anche Nole ha disegnato il campo splendidamente come su un foglio di carta); sia tra gli spettatori. Infatti lo spettacolo è stato anche assicurato tra gli spalti, dalla presenza di molti fan che avevano la stessa fascia e pettinatura tipo Borg. Tra l’altro Borg è venuto ad assistere ai match, come la Navratilova, la Martinez e la Bartoli. E come i Reali. La semifinale maschile è stata seguita con attenzione da Kate e Megan (che amichevolmente hanno avuto degli scambi di opinione tra loro, durante le varie pause, con dei bei sorrisi); mentre alla finale maschile hanno partecipato William&Kate. Non certo facile giocare con la loro presenza.

Infine di questo Wimbledon rimarrà un po’ di colore azzurro. Camila Giorgi è arrivata sino ai quarti dove ha perso al terzo set proprio da Serena Williams: dopo aver vinto il primo set per 6/3, ha incassato dall’americana -e dalla sua risposta e reazione d’orgoglio- un altro 6/3, prima che l’ex campionessa affondasse definitivamente la marchigiana per 6/4; ma l’italiana diventa così n. 35 al mondo e questo è un success enorme per lei. Fabio Fognini ha vinto il derby italiano contro Simone Bolelli (in tre set netti per 6/3 6/4 6/1). Thomas Fabbiano ha eliminato (giocando una partita strepitosa) l’elvetico Stan Wawrinka (continua il momento di difficoltà dello svizzero), in tre set in un match straordinario e molto lottato – con tanto equilibrio e due tie-break -: 7/6(9) 6/3 7/6(8) il punteggio finale.

Infine è stato un Wimbledon dai due volti: positivo per la copertura del Campo Centrale, negativo per il persistere dell’impossibilità di giocare il tie-break al quinto set, il che strema gli atleti, laddove ci sarebbe l’opportunità almeno di un match tie-break decisivo in via ipotetica o comunque quando si potrebbero senz’altro trovare altre alternative; già arrivare e uscire al quinto set (giocando tre su cinque e non al meglio dei tre set) è già un bel test molto importante per i tennisti. Sarà ripetitivo, inutile e retorico sottolinearlo, ma ci sembra quanto mai significativo.

Roland Garros. Cecchinato, sogno di una mezza Estate

cecchinato3Ha 25 anni e non ha ancora figli, ma quello che sta vivendo in questi giorni Marco Cecchinato potrà raccontarlo per sempre alle prossime generazioni. In un’Italia turbata dalle vicende politiche e calcisticamente depressa per l’assenza al Mondiale in Russia, a regalare emozioni e sorrisi ci sta pensando il tennista palermitano, protagonista assoluto al Roland Garros.

UN’IMPRESA DOPO L’ALTRA – La vittoria nei quarti di finale contro Novak Djokovic ottenuta martedì entra di diritto nell’elenco delle imprese sportive italiane. Un successo impronosticabile, che forse nemmeno il più ottimista dei tifosi di Cecchinato poteva aspettarsi. E pensare che il cammino del 25enne azzurro al Roland Garros stava per durare appena un paio di ore. Perché nel primo turno Marco si trovava sotto di due set contro il rumeno Copil, prima di una grande rimonta conclusa 10-8 al quinto set. Quella vittoria ha iniziato a dare grande convinzione a Cecchinato, che ha avuto decisamente vita più facile nel secondo turno contro il ripescato argentino Trungelliti (61, 76, 61). Si è parlato di “impresa” già nella vittoria al terzo turno con lo spagnolo Carreno-Busta (26, 76, 63, 61). Ma il bello dove ancora venie: negli ottavi di finale infatti lo scoglio era rappresentato dal belga David Goffin, numero 9 del mondo che lo aveva battuto due settimane prima agli Internazionali di Roma. Ma, totalmente inaspettata, ecco la rivincita: 75, 46, 60, 63 e qualificazione ai quarti. È il momento di Novak Djokovic. Il serbo non ha bisogno di presentazioni: seppur in difficoltà negli ultimi 12 mesi per un fastidioso problema al gomito e per motivi psicologici, si parla sempre di un campione assoluto, ex numero uno del mondo e dominatore per anni del circuito. Ma Cecchinato è sceso in campo senza paura, consapevole di potersela giocare alla pari nonostante le 50 posizioni di differenza nel ranking. E partita (leggendaria) alla pari è stata, con risultato finale clamoroso: 63, 76, 16, 76 in favore dell’italiano.

IL SOGNO CONTINUA – Erano 40 anni che un tennista azzurro non arrivava nella semifinale di uno Slam, l’ultimo Corrado Barazzutti nel 1978 proprio al Roland Garros, eliminato da Bjorn Borg per 6-0 6-1 6-0. Ma il sogno non è finito: venerdì Marco sfiderà l’austriaco Dominic Thiem, considerato alla vigilia uno dei pochi avversari del grande favorito Rafa Nadal, per 10 volte re di Parigi, e unico tennista quest’anno capace di battere lo spagnolo sulla terra rossa. Facile dire che comunque vada sarà un successo e che Marco Cecchinato il suo Roland Garros lo ha già vinto, ma perché smettere di crederci? D’altronde l’unico precedente contro Thiem, datato 2013, se l’è portato a casa il palermitano. Non c’è nulla da perdere.

LA SUA CARRIERA – Marco Cecchinato possiamo definirlo un eroe per caso. Fino a qualche mese una buona carriera a livello Challenger, ma mai un acuto nei tornei più importanti. Inoltre l’ombra della squalifica nel 2016 per scommesse, poi revocata. Forse proprio quella è stata la svolta per l’azzurro. Una risalita che lo ha portato non solo nella top 100, ma soprattutto alla prima vittoria di un torneo Atp, lo scorso 29 aprile a Budapest. Ora l’exploit parigino: un sogno di mezza estate destinato a durare a lungo.

Francesco Carci

Corsa agli Australian Open: Ok Kerber e Del Potro e Bautista-Agut

Tennis - Sydney International - Sydney Olympic Park, Sydney, Australia, January 13, 2018. Germany's Angelique Kerber kisses the trophy after winning the Women's final against Australia's Ashleigh Barty. REUTERS/Steve Christo

Tennis – Sydney International – Sydney Olympic Park, Sydney, Australia, January 13, 2018. Germany’s Angelique Kerber kisses the trophy after winning the Women’s final against Australia’s Ashleigh Barty. REUTERS/Steve Christo

Ormai tutto è puntato sugli Australian Open, al via da lunedì 15 gennaio, tanto che già sono arrivati i primi risultati delle qualificazioni. Tra gli azzurri passano Lorenzo Sonego, che ha sconfitto l’egiziano Safwat per 6/3 7/5 e Salvatore Caruso, che ha battuto Gombos per 3/6 6/3 6/3; hanno perso, invece, Alessandro Giannessi da Escobedo in due set (per 6/3 6/2) e Stefano Napolitano, eliminato al terzo set dal canadese Pospisil. Per quanto riguarda gli scontri di tabellone, invece, al primo turno Paolo Lorenzi avrà Dzumuhr, Fabio Fognini Zeballos, Andreas Seppi una wild card (il francese Corentin Moutet), Francesca Schiavone la lettone Jelena Ostapenko e la Giorgi, dopo un primo turno agevole contro una giocatrice uscente dalle qualificazioni, avrà un match meno facile o contro l’australiana Ashlegh Barty o Aryna Sabalenka. Il main draw del tabellone maschile si rivela particolarmente interessante perché vede Roger Federer, Novak Djokovic e Alexander Zverev dalla stessa parte. Più aperto il tabellone femminile, con il forfait di Serena Williams – che salterà gli Australian Open -.
Ma prima i tornei di Sydney (Wta ed Atp) e l’Atp di Auckland hanno regalato episodi significativi. Uno simpatico da segnalare a parte è stata la divertente danza di Andrea Petkovic, contro la svizzera Belinda Bencic, al torneo Koyoong Classic, durante una lunga interruzione per pioggia; mentre hanno mandato in diffusione della musica durante la sospensione, la giocatrice tedesca ha animato la pausa ballando con euforia alcuni passi sulle note mandate in diffusione appunto durante uno stop che dunque si è rivelato esilarante, originale e fuori del comune, di certo insolito e inusuale.
Ma veniamo agli altri tornei. Il Wta di Sydney ci ha regalato il ritorno di Angelique Kerber: l’ex numero uno tedesca torna a vincere il suo primo torneo dell’anno, dopo un 2017 un po’ altalenante (di poche luci e molte ombre); si impone proprio sulla Barty (che partiva da qualificata), facilmente, in due set in cui domina, nonostante la caparbietà della giocatrice australiana. Con un doppio 6/4, in poco più di un’ora, viene a capo di un match che non l’ha mai impensierita troppo: i suoi colpi si sono rivelati più potenti e profondi, si è mossa bene in campo e ha corso in maniera composta, è venuta a rete dimostrandosi a suo agio. La cosa che le ha funzionato di più -però-, e che forse le ha regalato la chance in più, è stato il servizio: ben l’81% di prime vincenti servite, con ben quattro break point conquistati, non è una percentuale da poco. Tra l’altro la Barty potrebbe essere l’avversaria della Giorgi al secondo turno degli Australian Open, una giocatrice regolare comunque insidiosa – tanto da battere Daria Gavrilova in semifinale al terzo set (per 3/6 6/4 6/2) a Sydney-; il nome della tennista marchigiana, però, si lega anche a quello di Angelique Kerber. Il Wta di Sydney, infatti, ha regalato non poche emozioni a Camila Giorgi, artefice di un ottimo torneo; una corsa che procedeva tranquilla e spedita (in discesa per lei e in salita per le avversarie) sino a quando non ha incontrato in semifinale proprio la tedesca, che si è sbarazzata dell’azzurra con un netto 6/2 6/3. L’italiana ha giocato bene, ma è sembrata un po’ più fallosa del solito. Ha rischiato tanto, troppo; comunque è riuscita a tenere la partita abbastanza in equilibrio, anche se nel giro di poco si è trovata sotto di un set. Dopo aver perso il primo set, però, la tennista nostrana ha avuto una grossa opportunità che non ha sfruttato; non ha saputo cogliere il leggero momento di calo, deconcentrazione e di black out della tedesca per portare il match al terzo set. Aveva l’occasione di conquistare il secondo parziale. Era avanti 3-0 con anche la palla del 4-0 a disposizione: una vera chance irripetibile. Invece -non solo ha mancato quella-, ma si è fatta anche rimontare sino al 3-3 e poi superare sino alla chiusura del set per 6/3 (dunque senza più conquistare neppure un altro game). Comunque un torneo che le ha regalato soddisfazioni. Nei precedenti turni, infatti, la Giorgi aveva conquistato due importanti vittorie: prima sulla ceca Petra Kvitova per 7/6(7) 6/2 (giocandosela alla pari contro i colpi potenti della Kvitova), poi sulla Radwanska, impartendo una dura lezione alla polacca infliggendole un amaro 6/1 6/2 (con Aga completamente oscurata da una Giorgi decisamente in giornata e in forma, in uno splendido stato di grazia: forse il suo miglior match di sempre). Contro la Radwanska le è riuscito praticamente tutto e il risultato così netto le dà ancor più prestigio; ma il match contro Petra Kvitova sicuramente è da incoronate per l’equilibrio lottato tra le due.
Per quanto riguarda il maschile, la sezione maschile dell’Atp di Sydney regala una duplice sorpresa, proveniente da due giovani. Innanzitutto è il giovane Medvevdev (contro cui ha perso Fabio Fognini) a conquistare il titolo, vincendo il suo primo torneo al terzo set. Dunque una finale equilibrata e lottata, terminata a suo favore per 1-6 6-4 7-5. Ma ancor più stupefacente è conoscere chi era il suo avversario: la giovane rivelazione tutta australiana Alex De Minaur. Medvedev, proprio come contro Fabio Fognini, rimonta dopo ver perso il primo set. Classe 1996 lui, natìo di Mosca, classe 1999 l’altro (originario proprio di Sydney), sono simili come tattica di gioco e fisicamente: entrambi alti (Medvedev sfiora per poco i due metri, raggiungendo il metro e 98 di statura) e longilinei, esili ma non deboli, i loro colpi fanno molto male per la loro regolarità e incisività.
L’altro Atp in Nuova Zelanda ad Auckland ha mostrato due giocatori eccezionali. Un ritrovato Del Potro, che arriva in finale convincendo. Sconfigge prima Shapovalov per 6/2 6/4, poi Khachanov per 7/6(4) 6/3; ma non è solo un giustiziere dei Next Gen, ma si dimostra competitivo con i più forti, stracciando con un doppio 6/4 lo spagnolo David Ferrer. Con il potente dritto e il servizio ritrovato ha fatto faville, sicuro e abbastanza costante nel rendimento. Dall’altra parte lo spagnolo Roberto Bautista-Agut, che ha entusiasmato il pubblico soprattutto nella semifinale avvincente contro Robin Haase: finita al terzo set, tutti e tre terminati al tie-break (rimontando sotto di un set), per 6/7(7) 7/6(3) 7/6(5); nel primo set Haase gioca bene ed è anche più preciso di Bautista-Agut, continuando a giocare bene anche nel secondo sembrava favorito e destinato alla vittoria; poi lo spagnolo riesce a strappare il secondo set al tie-break, forse per un leggero calo di stanchezza dell’avversario e qualche errore gratuito in più di troppo; ma, a quel punto, trova sempre più fiducia e si impone in modo sempre più incisivo nel set, guadagnando sempre più campo e facendo correre sempre di più Haase (mentre nel primo era stato il contrario). Quest’ultimo riesce comunque a tenere in equilibrio il match e portarlo al tie-break, ma l’altro sembra più lucido e giocare meglio i punti decisivi, che gli regalano la finale contro Del Potro.
Quest’ultima è speculare alla semifinale appena descritta. 6/1 4/6 7/5 il punteggio finale a favore, a sorpresa forse, proprio dello spagnolo Bautista-Agut. All’inizio è lui che muove l’argentino in campo e ha migliori percentuali al servizio (con 5 aces a 2 messi a segno); l’arma vincente si dimostrerà il suo dritto (anche a sventaglio) ad uscire in cross sul rovescio di Del Potro. Non c’è storia: troppi punti vincenti in più per lo spagnolo e troppi errori gratuiti per l’argentino; il parziale di 6/1 non lascia spazio ad equivoci. Ma, si sa, l’argentino è un grosso lottatore e non molla mai. Anche il secondo set continua con un livello migliore da parte di Bautista-Agut, che però si va sempre più affievolendo. Del Potro ritrova il servizio, mentre lo spagnolo commette qualche doppio fallo di troppo (ben 4) anche sui punti decisivi. E così l’argentino chiude il secondo set per 6/4. Nel terzo c’è sempre più equilibrio: Del Potro che cerca di puntare sulla sua arma vincente dell’accelerata potente di dritto, mentre Bautista-Agut che cerca di spostare la traiettoria dei colpi sul suo rovescio. Ma quest’ultima tattica sembra riuscire sempre meno allo spagnolo e il favorito pare essere diventato proprio l’argentino. Se tutti possono pensare a Bautista-Agut come l’erede e sostituto di Nadal, tutti di certo ora vedono l’argentino destinato a conquistare i prossimi Australian Open. Invece c’è il flop di Del Potro, che in vantaggio sul 5/4 potrebbe chiudere 6/4 anche il terzo e decisivo set e invece si fa rimontare sul 5-5. A quel punto tutti pensano al tie-break, anche finale giusto di un match lottato ed equilibrato; ma è Roberto Bautista Agut a fare il break decisivo e chiudere (con un’accelerata di dritto eccezionale, veloce, potente e profonda, sul rovescio di Del Potro) per 7/5 la finale e conquistare il titolo all’Atp di Auckland: riassunto, la testa di serie n. 5 batte la n. 2 in un match emozionante e altalenante. Di certo la summa di tutto è che entrambi i giocatori sono destinati ad essere protagonisti agli Australian Open 2018 e ad arrivare sino in fondo al Grand Slam.

Il campione Djokovic apre ristorante con pasti gratis per i poveri

novak“Il denaro non è un problema per me. Ho guadagnato abbastanza per sfamare tutta la Serbia, penso che meritino questo dopo tutto il sostegno che mi stanno dando”, con questa dichiarazione l’ex numero 1 al mondo sul campo da tennis, Novak Djokovic, annuncia che aprirà un ristorante nel suo Paese dove distribuirà pasti gratuiti ai bisognosi.
‘Nole’, diventato nel 2015 il primo tennista nella storia a guadagnare più di 20 milioni di dollari di montepremi in una sola stagione. In realtà si tratta del terzo ristorante aperto dal tennista serbo: il suo primo ristorante è stato aperto a Belgrado nel 2009, vicino al palazzo dello sport, con il nome “Novak”, il secondo, l’anno scorso, vegano col nome di “Equità” a Montecarlo.
Al momento non è ancora chiaro se le persone dovranno dimostrare di avere un reddito basso e non sufficiente per seguire un’alimentazione adeguata o se l’ingresso sarà aperto a tutti. Quel che è certo è che il ristorante sarà aperto solo di sera, e non chiederà nulla in cambio dai propri clienti.

Australian Open: appuntamento con la storia di Roger Federer

roger federerIl 2016 aveva visto un continuo rincorrersi di Andy Murray e Novak Djokovic per la lotta al primo posto, con quest’ultimo spodestato dall’altro proprio nel finale di stagione. Nel 2017, invece, il primo Major annuale vede il colpo di scena del ritorno di due numeri uno. Ad aggiudicarsi gli Australian Open sono, infatti, Roger Federer (partito da testa di serie n. 17) e Serena Williams che torna ad essere la regina del ranking femminile (dopo la finale vinta con un doppio 6/4 sulla sorella Venus, dopo ben 14 anni: non accadeva dal lontano 2009 quando le due si scontrarono a Wimbledon).
Tuttavia è stato soprattutto il tabellone maschile a regalare più emozioni in Australia. Prima l’uscita di scena ai primi turni, inaspettata, di Nole e dopo quella successiva di Murray. Poi la finale che tutti desideravano, ma che forse pochi si aspettavano o su cui erano pronti a scommettere: nessuno avrebbe mai potuto credere che a contendersi il titolo sarebbero stati lo spagnolo Rafael Nadal e lo svizzero Roger Federer. Ma, del resto, nel tempio del talento e nell’olimpo dei campioni non potevano mancare (e ritornare) due nomi come i loro. Sono stati necessari cinque set per decretare il vincitore: l’elvetico si è imposto per 6/4 3/6 6/1 3/6 6/3, ma entrambi i tennisti hanno dato sfoggio di un tennis esemplare di altissima qualità. Quasi una premunizione, ben presto la finale si è trasformata anche in una guerra di sponsor tra due dei principali brand che sostengono lo Slam e rappresentati dai due atleti: la Kia da Rafa e la Rolex da Roger appunto. Se la ditta automobilista cita nello slogan “the power to surprise”, ovvero “nato per stupire”, “il potere di stupire letteralmente”, la testa di serie n. 9 ha saputo sorprendere l’avversario proprio nel quarto set, quando tutto sembrava concluso: lectio magistralis nel terzo set del tennista di Basilea quando mette a segno un 6/1 senza possibilità di replica da parte di un Nadal in difficoltà; eppure sempre lì: quando Federer si è un attimo rilassato, ha concesso qualche errore gratuito in più, subito ne ha approfittato per portare il match al quinto e decisivo set. Un campione come lo svizzero, però, non poteva mancare l’appuntamento con la gloria di chi ha fame di vittoria. Se il marchio che promuove (l’orologio svizzero Rolex appunto) ha come motto il fatto di aderire alla campagna pubblicitaria e promozionale degli Australian Open raccontando non solo il tennis, ma la storia stessa, Federer ha davvero contribuito a scriverla e a riempirne una nuova pagina memorabile fatta di lavoro, umiltà, sacrificio, problemi, ma anche voglia di riscatto e di ritornare ad essere il n. 1 di sempre, con la modestia e la signorilità che lo hanno sempre contraddistinto. Con l’eleganza e la precisione di un orologio svizzero stesso appunto, con puntualità è tornato e ha risposto alla chiamata dell’appello rivolto ai pochi che hanno la sua maestria: i fan e il tennis ne avevano bisogno perché Federer non è uno che ama stare in copertina, darsi delle arie, in campo è sempre compito, ma ha una lucidità tattica, una freddezza di visione di gioco, una calma e una tranquillità con cui esegue i colpi più eccellenti ed eccezionali con la massima facilità, una concentrazione che non gli fanno mai perdere il controllo, una forza di volontà che lo fa restare sempre in partita, come del resto è sempre nel match Nadal. Ed è per questo che sono loro che meglio descrivono lo spirito degli Australian Open.

Presentatisi questi ultimi con un nuovo logo, Ʌ O, potrebbero essere le iniziale di Absolute Order, ovvero il rigore di schema tattico e di esecuzione che ci vuole per vincere in un torneo particolare come questo Slam e su una superficie veloce ed insidiosa come il cemento di Melbourne. Oppure, se si leggono le due lettere capovolte (VO), the Value of Order: il valore e l’importanza dell’impostazione (con ordine appunto) di una partita; preparare un match al meglio, studiare ogni minimo dettaglio è quanto mai indispensabile qui in Australia e i due campioni lo sapevano bene e nessuno meglio di loro poteva farlo al top del livello. E se si parla di “ordine”, precisione, rigore, Federer è davvero uno dei pochi che può ben venir associato a ragione a questo termine. Ma non è solo per il nuovo logo che il primo Grand Slam dell’anno si è presentato con un nuovo look: una sorta di restyling in nome del prestigio ormai riscosso, ben visibile dai moderni e tecnologici ombrelloni per proteggere gli atleti dal sole ai cambi campo. Alle spalle dei tennisti ad ogni pausa abbiamo visto sollevarsi questa sorta di ombrelloni enormi (a ricordare quasi dei tetti di gazebo) rigidi, ma non fissi, reclinabili in modo da poter essere sollevati ed abbassati agevolmente all’occorrenza.

Tuttavia gli Australian Open non sono (e non lo sono stati neppure stavolta) solo fashion, tecnologia, modernità, innovazione, sponsor e pubblicità. Sono un turbinio di emozioni e sensazioni forti e contrastanti: abbiamo visto Venus saltare di gioia dopo la vittoria in semifinale per una contentezza irrefrenabile e incontrollabile. E poi le lacrime incontenibile di Mirjana Lucic-Baroni per essere arrivata in semifinale (dove avrebbe in seguito incassato un 6/2 6/1 da Serena), dopo un passato tormentato e tutte le difficoltà che ha dovuto affrontare la croata. Ma il suo ritorno, così come quello di Venus, non sono le sole cose da segnalare nel femminile in questi Australian Open 2017. Altre due tenniste hanno dimostrato di dover essere tenute particolarmente d’occhio: l’americana Coco Vandeweghe (che prima si sbarazza della spagnola Garbine Muguruza per 6/4 6/0 e poi va a perdere in semifinale al terzo set per 7/6 2/6 3/6 contro la maggiore delle sorelle Williams; le manca solamente di prendere più confidenza con i match decisivi più importanti e fondamentali per abituarsi meglio a giocare bene turni come una semifinale o una finale, che spesso perde per un attimo di troppa emozione). E poi soprattutto la britannica Johanna Konta: dopo aver vinto il torneo di Sydney nella sua città natia (battendo la polacca Agnieszka Radwańska per 6-4, 6-2 e giocando in maniera memorabile), qui agli Australian Open è giunta fino ai quarti dove ha perso dalla futura neo n. 1 con il punteggio di 6/2 6/3.

Nel maschile, invece, da registrare come, ad affiancare Federer e Nadal, vi siano altri due campioni: lo svizzero Stan Wwarinka, un po’ sottotono forse per un problema al ginocchio, ma che ha comunque saputo regalare una semifinale al quinto set contro il suo connazionale, conclusasi per 7/5 6/3 1/6 4/6 6/3 a favore di Roger, ma con la testa di serie n. 4 che ha dovuto vedersela con un Federer a tratti ingiocabile. E poi forse la vera sorpresa degli Australian Open: il bulgaro Grigor Dimitrov, che si è arreso a Nadal perdendo con onore al quinto (avrebbe meritato la vittoria se non avesse sciupato troppe occasioni e palle break, tra cui match point): 6/3 5/7 7/6 6/7 6/4 il punteggio; una partita equilibratissima, sancita dai numerosi tie brek che si sono dovuti giocare e dai continui break e contro break (soprattutto nel secondo set) dei due ai turni di servizio. Buon torneo anche del giapponese Kei Nishikori, che ha giocato comunque un ottimo tennis proprio contro Federer perdendo al quinto (per 6/7 6/4 6/1 4/6 6/3); è uscito al quarto turno come l’azzurro Andreas Seppi: l’italiano si è arreso con onore solo dopo tre tie break a Wawrinka; infine bene anche Milos Raonic: il canadese è stato fermato ai quarti da Nadal per 6/4 7/6 6/4. Continua il momento positivo nel doppio femminile di Safarova e Mattek-Sands, che vincono il titolo al terzo set con una danza finale che è stata un cerimoniale di esultanza. Nel doppio maschile perdono, al contrario, i fratelli Bryan in due set (con un doppio 7/5 da parte di Peers e Kontinen).

Barbara Conti

Us Open, l’Atp: è Stan Wawrinka l’uomo
da battere

stanislas_wawrinkaFinale Atp degli Us Open 2016 come quella del Roland Garros 2015 tra Stan Wawrinka e Novak Djokovic. Se lo svizzero è sembrato decisamente ispirato e al top della condizione fisica, il serbo ha accusato diversi problemi fisici che lo hanno pregiudicato proprio soprattutto nella finale, dove ha ceduto nettamente per 6/3 al quarto set. Con sportività ha riconosciuto il valore superiore in campo dell’elvetico, che ha giocato mettendogli molta pressione addosso con grande  intensità e precisione; nonostante tutti gli sforzi di Nole, che comunque ha espresso una qualità di tennis sempre molto alta tentando di tutto.

Dopo il primo set in cui è andato in vantaggio, pur sprecando qualche occasione, il serbo avrebbe dovuto continuare ad essere incisivo; invece ha diminuito un po’ la pressione, allungando gli scambi e rimettendo in gioco Wawrinka, che ha fatto male soprattutto con il potente rovescio lungolinea. Il serbo ha mancato diverse chances (per sua stessa ammissione) e di questo si è preso tutta la responsabilità: nel primo parziale, ad esempio, dal 5-2 si è fatto rimontare sino al 5-5, sebbene abbia giocato un tie-break impeccabile vincendolo per 7 punti ad 1. Tuttavia la sua colpa maggiore è non aver proseguito cercando di chiudere lo scambio con pochi passaggi e auspicando subito la soluzione vincente. Bravo poi lo svizzero (e testa di serie n. 3) ad imporsi sempre più in campo; sfruttando le condizioni fisiche non al top del serbo, che ha chiesto l’intervento del medico più volte. Due time out medici che hanno ricordato il periodo difficile che sta vivendo Djokovic, con continui problemi fisici alla spalla (tanto che anche il servizio ne ha risentito, servendo meno facilmente al suo livello standard), al polso e al piede destro.

Ḕ stata in particolare la diversa entità della percentuale di vincenti (tutta a favore di Stan) a fare la differenza ad ogni modo. Molta amarezza per Nole: un vero peccato perché non ha potuto sfruttare la fortuna che era volta a suo favore (ma non avrebbe davvero potuto fare di più), ovvero i ritiri in serie dei suoi avversari; resta comunque il n. 1 al mondo, ma lo svizzero si candida ad essere il principale contenditore della leadership, oltre che il legittimo erede di Federer. Dopo il bye al primo turno, Nole ha visto il forfait di Vesely, poi il ritiro dopo aver giocato soli 6 games del russo Youzhny sul 4-2 a suo favore; Novak è andato a vincere in tre set netti, successivamente, contro Edmund (per 6/2 6/1 6/4); inseguito nel match contro Tsonga anche il francese è stato costretto a lasciare il campo per un problema al ginocchio senza neppure giocare il terzo set: una partita finita sul 6/2 6/3. Approdato alla semifinale con facilità, qui ha incontrato la new entry che ha dato più spettacolo: Gael Monfils. Oltre al fatto di aver fatto registrare la presenza di ben tre francesi nei quarti (da record), insieme a Tsonga appunto e a Pouille (suo avversario diretto, che ha sconfitto per 6/4 6/3 6/3), il transalpino ha fatto parlare di sé anche per altri motivi; oltre che per il traguardo raggiunto e per il miglioramento della tecnica tennistica, è stato il suo atteggiamento discutibile contro Djokovic ad aver attirato le attenzioni su di lui.

Forti critiche gli sono arrivate per aver giocato con svogliatezza per quasi due set e mezzo, quasi avesse rinunciato consapevole della maggiore e netta superiorità del serbo; ha rischiato quasi che l’arbitro di sedia aprisse il codice del regolamento per comportamento antisportivo, il che ha fatto innervosire molto il n. 1 al mondo, già parecchio teso. Più difficile, invece, l’accesso alle finali di Wawrinka, che ha battuto in successione avversari del calibro dei ritrovati Del Potro (ai quarti per 7/6 4/6 6/3 6/2) e Nishikori in semifinale (che ha eliminato niente di meno che Andy Murray ai quarti, dopo una dura lotta sino al quinto set), dopo due match duri contro Ewans (in rimonta al quinto set) e Marchenko (al quarto). Guidato da Magnus Norman, ha un gioco davvero pericoloso per tutti. Della finale, tuttavia, oltre alle palle break non realizzate né sfruttate da Djokovic, resterà il momento della premiazione. Proprio come alla finale del Roland Garros del 2015, la parte migliore è stata la sincera e profonda amicizia trasparsa tra i due, un legame esistente da tempo.

Entrambi umili, sinceri ed onesti, leali e sportivi nel riconoscere che questo traguardo raggiunto da Wawrinka è frutto di duro lavoro che da anni sta svolgendo su di sé. Ma Stan non era lì per prendersi solamente i meriti e i complimenti. Dopo aver ringraziato tutto il suo staff, con allenatore, famiglia e fidanzata tutti presenti sugli spalti (a cui ha riconosciuto la pazienza di supportarlo e sostenerlo sempre nonostante un carattere non facile, sempre al suo fianco in tutti i momenti più difficili), lo svizzero ha ricordato che nella vita ci sono cose più importanti, rivolgendo un pensiero alle vittime della strage dell’11 settembre, di cui si celebrava la ricorrenza, a dieci anni di distanza: proprio nella data della stessa giornata in cui i due aerei si sono schiantati sulle Torri gemelli, in cui per l’America tutto è cambiato in pochi istanti, nello stesso giorno si è giocata la finale maschile. Campione di umanità con Nole, Stan si candida insieme a lui (e assieme a Murray) per il Master di fine anno, accedendovi di diritto. Problemi ancora per Nadal, invece, che ha perso da Pouille al quarto turno in 5 set (8 a 6 del tie-break dell’ultimo set). Inoltre acquista la nomea, con Rafa, di giustiziere degli italiani: se lo spagnolo ha battuto, come a Rio, al primo turno Andreas Seppi, lo svizzero ha spento i sogni e le speranze di Alessandro Giannessi al secondo turno, dove si è interrotta la corsa anche di Fabio Fognini per mano di Ferrer (l’azzurro si è arreso per 6/4 al quinto set). Quest’anno il cielo americano non ha portato fortuna ai nostri atleti, in compenso si è constatata la certezza e la sicurezza di avere un talento insidioso per tutti come Wawrinka, anche se Nole non molla, non cede e non è disposto a concedere facilmente il posto nel suo trono in cima al ranking mondiale.

Se riuscirà a tenere e resistere fino a dicembre, durante la pausa prima della nuova stagione potrebbe avere quel tempo necessario per recuperare energie preziose di cui ora ha bisogno, per ritornare dopo a dominare e vincere incontrastato come al suo solito con più tranquillità e maggiore distacco.

Barbara Conti

Atp di Atlanta:
a lezione di talento

atp tennis atlantaDue tie-break hanno incoronato Nick Kyrgios re dell’Atp di Atlanta mentre, parallelamente, altri due tie-break decretavano l’uscita al primo turno di Novak Djokovic alle Olimpiadi di Rio 2016. Hanno commosso tutti le lacrime del n. 1 al mondo dopo la sconfitta contro Juan Martin Del Potro, mentre in America si poteva festeggiare per il confronto tra le prime due teste di serie a contendersi il titolo. Favorito il beniamino di casa e testa di serie n. 1 del seeding, l’americano John Isner si è dovuto inchinare alla maggiore convinzione dell’australiano Nick Kyrgios, n. 2 del tabellone, sostenuto dalla mamma Norlaila (“Nill”) sugli spalti. Un Atp di Atlanta che potrebbe definirsi il torneo delle altezze, con questo scontro in finale tra due titani statuari: 1, 93 Kyrgios, 2,08 Isner; quasi fossero una reminiscenza delle due torri gemelle che un tempo svettavano sul cielo americano. Ora, al loro posto c’è Ground Zero, invece i due campioni, nel turno decisivo del torneo di Atlanta, hanno lasciato ben impresse molte sensazioni: Isner appare subito in grossa difficoltà, paradossalmente meno motivato rispetto a un Kyrgios stranamente più tranquillo e convinto. L’americano decide, così, di attaccare per uscire dalla linea di fondo, dove domina il talento dell’australiano; ma finisce per essere infilato dai passanti di classe di Nick, che corre e mostra più mobilità rispetto a un avversario quasi bloccato o troppo stanco. Un match, comunque, tutto sommato equilibrato, dove la differenza la fanno i maggiori vincenti dell’australiano, qualche errore gratuito di troppo dell’americano, ma soprattutto le percentuali al servizio. Il gioco lo fa tutto il futuro vincitore, che alterna doppi falli clamorosi e inaspettati ad aces straordinari che raccolgono applausi da un pubblico che rimane sorpreso dalla linearità tattica del suo schema di gioco. Se la maggiore calma e ponderatezza di Isner sembrava sarebbe stata la chiave vincente dell’incontro, è stato il puro talento istrionico di Kyrgios ad avere la meglio: con colpi di classe ha fatto la differenza, mettendo in atto con lucidità e serenità, in tutta tranquillità, passanti e fondamentali da fondo fulminanti e imprendibili per un Isner che è rimasto quasi colpito e sorpreso, attonito di fronte a tale exploit del campione australiano, che ha dimostrato di non poter essere sottovalutato. Incapace di reagire, Isner è apparso quasi catatonico, avvolto in un torpore forse dovuto a sofferenza fisica, da cui si è risvegliato solamente nel finale (troppo tardi forse) con un moto di rabbia ed orgoglio che sono durati l’attimo di un sussulto: l’istante in cui ha rischiato di fare break a Kyrgios nel secondo set sul 4-4 e di andare a servire per il set sul 5-4 a suo favore (per trascinare l’incontro al terzo set), poi conclusosi in nulla di fatto e in parità sino al tie break finale; come, del resto, il primo set: 7 punti a 3 il primo, 7 a 4 il secondo. In soldoni si tratta del secondo titolo stagionale del 2016 per Kyrgios, oltre alla conquista dell’Hopman Cup, dopo la vittoria a Marsiglia (a febbraio) su Marin Cilic per 6/2 7/6(3). Classe 1995, potrebbe essere l’inizio di un futuro roseo che possa dissuaderlo dal ritirarsi prima dei 30 anni come aveva preannunciato. Per questo campione rubato al basket e cresciuto col mito di Roger Federer, le prospettive potrebbero essere buone infatti; così come potrebbero esserlo anche per Isner, che ha raccolto ugualmente validi risultati e dimostrato di mettere in campo un buon gioco, ma che forse necessita di maggiore aggressività ed attacco. Tennisticamente parlando potrebbe essere paragonato a un suo connazionale: Andy Roddick, che tra l’altro affrontò in semifinale qui ad Atlanta nel 2012. Apparso, di solito, abbastanza constante nel rendimento, continuo nel gioco (soprattutto dal punto di vista della regolarità), forse qui all’Atp di Atlanta ha pagato un po’ l’emozione e la tensione di giocarsi il titolo in casa, sebbene alla sua sesta finale qui all’Atp di Atlanta, con un pubblico che riponeva in lui molte aspettative (data l’assenza della maggior parte dei big impegnati a Rio); ma anche la stanchezza di aver recuperato una semifinale al terzo set, dopo aver perso il primo, contro il giovane di talento: la wild card statunitense Reilly Opelka, 18enne n. 387 del mondo che si è arreso con il punteggio di 6-7(5) 6-4 6-2 dimostrando molto carattere e dominando Isner nel primo set. Tre set (6-3 3-6 6-3) in semifinale, tuttavia, anche per Kyrgios contro l’altra rivelazione del torneo: il giapponese Yoshisito Nishioka, n. 97 del mondo. Dunque un torneo delle soprese per questi giovani emergenti che si sono palesati e per l’esito finale: non tanto per la vittoria di Kyrgios di per sé (il cui talento è indiscusso), quanto per la sconfitta di Isner che aveva a suo favore i due precedenti di Madrid e Montreal del 2015 contro l’australiano. Poi un torneo dei record e delle altezze: basti pensare che Opelka è alto 2 metri e 10, superando persino Isner. Tuttavia, quest’ultimo, ha dalla sua anche il record con il francese Nicolas Mahut di aver giocato la più lunga partita di tennis della storia, durata 11 ore e 5 minuti; oltre a quella recente a Wimbledon 2016 contro Jo-Wilfried Tsonga finita per 19 a 17 al quinto set (di 4 ore e 29 minuti complessivi). Dunque apparentemente abituato a sostenere maratone sportive, la sua sconfitta stupisce: l’effetto sorpresa di Kyrgios che non gli ha dato modo di “entrare in partita” ha funzionato e, soprattutto, stavolta è stato Isner ad aver avuto un calo di concentrazione che gli è stato fatale; forse un errore di approccio nell’affrontare il match, sottovalutando Kyrgios. Più ponderato, misurato e moderato rispetto all’australiano, stavolta Kyrgios ha dimostrato che bisogna anche saper osare nel tennis e che il rischio a volte paga; le sue trovate talentuose, immediate, estemporanee e istintive sono andate a segno: la capacità di improntare, inventare e trovare una soluzione alternativa sul momento gli hanno permesso di togliere fiducia, sicurezza e convinzione a Isner.

Wimbledon. Un torneo
tra fascino e paradossali contraddizioni

wimbledonWimbledon affascina per molti motivi ed ha molte sfaccettature. Quest’anno a caratterizzarlo sono state diverse cose. Innanzitutto l’uscita al terzo turno del n. 1, Novak Djokovic, contro l’americano Sam Querrey. Un match conclusosi per 7/6(8) 6/1 3/6 7/6(5) a favore di quest’ultimo, ma molto frastagliato. Interrotto per pioggia, ripreso nel giorno successivo perché già cominciato a fine giornata precedente, ha sollevato molti interrogativi. Forse un Grand Slam di tale calibro dovrebbe rivedere l’organizzazione. Già un passo in avanti è stato fatto con la copertura del Centrale che garantisce uno svolgimento minimo di incontri. Ma potrebbe non essere sufficiente. Non sfruttare l’illuminazione artificiale nella fascia oraria serale comporta lo slittamento dei match il cui risultato potrebbe essere stravolto. Essere interrotti sul più bello quando si sta vincendo non piace a nessuno, viceversa offrire un’opportunità di riorganizzare idee e ritrovare energie a chi fosse in difficoltà può essere a volte persino ‘salvifico’. Inoltre anche la continua interruzione per pioggia non facilita di certo il gioco, anzi complica portando anche nervosismo. Oltre ad aumentare la pericolosità per i tennisti, rendendo il terreno più scivoloso. A tale proposito forse occorrerebbe studiare scarpe da tennis particolari, simili agli scarpini da calcio dei calciatori, che permettano loro di muoversi con maggiore agevolezza sull’erba e più in sicurezza, per evitare infortuni seri e gravi che arrivino a pregiudicare persino intere stagioni: per favorire una più solida adesione al suolo senza rovinare il campo.

E poi il tie-break tolto al quinto set contribuisce ulteriormente a ‘falsare’ l’esito degli incontri. Questi ultimi si trasformano in vere e proprie maratone, prove di resistenza più che di talento e stile. Un esempio ne è stato il match, sempre di terzo turno, tra l’americano Isner e il francese Tsonga. Quest’ultimo ha vinto per 19 a 17 al quinto set (di cui due finiti al tie-break), solamente grazie alla sua maggiore prestanza e forza fisica; ha avuto più tenuta fisica che gli ha permesso di reggere meglio le circa quattro ore di gioco. Si potrebbe pensare a un match tie-break a dieci punti invece che sette, ma comunque fare qualcosa per evitare un prolungarsi così all’estremo degli incontri immotivato, inutile e ingiustificato. Anche questo, come creare scarpe per giocare più adatte, significa avere a cuore l’incolumità dei tennisti e delle tenniste da cui non può prescindere un torneo così gettonato come Wimbledon. Sarebbe, inoltre, una buona mossa di marketing per gli sponsor, creare calzature ad hoc, in grado di unire business, pubblicità, introiti, ma anche utilità funzionale. 

Se il match di Djokovic è stato quello che ha dato la sorpresa più inaspettata, ma forse il serbo ha sbagliato a non effettuare una preparazione coi tornei sull’erba antecedenti a Wimbledon, é sembrato anche non sentirsi sicuro sulla superficie, irrigidito dal rischio di storte. Di certo, dicevamo, poi il match più lungo e sofferto é stato quello tra Tsonga e Isner. Una rivalsa per il francese la sua vittoria, poiché era costretto al ritiro al Roland Garros; qui a Wimbledon invece é stato il connazionale Richard Gasquet a doversi ritirare proprio contro Tsonga sul 4-2 per l’altro; così come Kei Nishikori contro il croato Cilic, in vantaggio 6/1 5/1.
Quello più spettacolare, è stato quello che ha visto due dei tennisti più istrionici, talentuosi quanto incostanti: imprevedibili perché in grado di effettuare giocate eccezionali con estrema facilità eppure ancora non continui nel rendimento e nei risultati, poiché le loro partite possono ‘rigirarsi’ all’improvviso, da un momento all’altro, senza una ragione precisa, nel bene e nel male. In grado di alternare profondamente rimonte impossibili e colpi di talento a cali di tensione inaspettati e impensabili, l’australiano Nick Kyrgios e il tedesco Brown hanno offerto una partita straordinaria al quinto set, in cui si sono alternati perfettamente in campo. Ha vinto Kyrgios per 6/7(3) 6/1 2/6 6/4 6/4.

Una maggiore grinta, tenacia, rabbia agonistica e voglia di vittoria sicuramente facilita, ma poi a vincere é chi ha più freschezza fisica e mentale ed anche un po’ di fortuna in più.
Ma Wimbledon non sono solo campi da gioco e partite. Sono anche le paraolimpiadi e le associazioni umanitarie che sostengono cause benefiche e impegnate nel sociale. Sono le mogli e le fidanzate dei tennisti: da lady Djokovic, a lady Federer, a lady Murray a lady Berdych, che si sono contraddistinte sugli spalti per l’entusiasmo con cui sostenevano ed incitavano il proprio partner, ognuna a suo modo, soffrendo, gioendo, esultando, qualche volta in maniera più animata, spesso in modo più discreto.
Wimbledon è tutto questo e affascina per queste sue apparenti contraddizioni paradossali. Luogo e torneo dai mille contrasti risalta per questo. Lo si odia o più facilmente lo si ama, non si può prescindere dal notarne la diversità.

Barbara Conti

Roland Garros: la pioggia bagna di fortuna Djokovic

Serbia's Novak Djokovic clenches his fist after scoring a point in the quarterfinal match of the French Open tennis tournament against Spain's Rafael Nadal at the Roland Garros stadium, in Paris, France, Wednesday, June 3, 2015. (AP Photo/Christophe Ena)

Novak Djokovic(AP Photo/Christophe Ena)

Protagonista la pioggia al Roland Garros, che ha costretto a numerose interruzioni. Forse mai c’era stata in passato un’edizione così “piovigginosa” a Parigi, con rovesci persistenti, e maltempo costante ed intenso, quanto mai neppure a Wimbledon forse si era registrato finora. Ha piovuto tanto, dunque, ma alla fine si è giocato e si è arrivati alla conclusione di un torneo che è stato in special modo interessante in particolare per quanto ha riguardato il tabellone maschile, con un livello di gioco molto alto.

Notevole in primis da parte del vincitore: il numero uno al mondo Novak Djokovic, che è riuscito a realizzare il suo sogno di vincere l’unico Grande Slam che mancava al suo albo, il più ambito probabilmente, dove lo scorso anno Stan Wawrinka gli impedì di trionfare. Quest’anno nulla lo ha potuto fermare: neppure Andy Murray in finale, sebbene avesse vinto contro di lui a Roma. Troppo in forma il serbo per essere dominato, troppo determinato, deciso, ispirato per mollare o rinunciare e non lottare sino all’ultimo, troppo preciso tecnicamente e tatticamente per non riuscire ad imporsi in campo. Così ha regolato facilmente la testa di serie n. 2 in quattro set: dopo aver perso il primo per 6/3, tutto in discesa per lui, che ha preso sempre più possesso del campo, in un match diventato a senso unico. Sempre più padrone del gioco, ha controllato bene da fondo l’avversario, per poi venire moltissimo avanti a rete a chiudere in accelerata, quasi avesse fretta di vincere: una corsa la sua verso il traguardo più auspicato, diventata sempre più facile. Gli altri tre set li ha conclusi facilmente per 6/1 6/2 6/4. In vantaggio con un break sin dal primo game dell’incontro, che poi Murray ha recuperato subito, anche nell’ultimo set Djokovic avrebbe potuto terminare molto prima l’incontro, ma si è fatto rimontare dal 5/2 fino al 6/4. Concentrato, non è sembrato mai troppo preoccupato; anzi, Nole è apparso avere ben chiaro in mente ciò che voleva fare. Viceversa, Andy è parso andare un po’ in confusione e in difficoltà, si è innervosito e ha perso punti, regalando errori non forzati preziosi al numero uno. Djokovic è stato protagonista anche per la sua trovata molto simpatica di salutare, alla fine di ogni match, il pubblico chiamando in campo i raccattapalle per farsi aiutare ad inviare simbolicamente il suo affetto, con un gesto quasi a voler regalare il suo cuore, protendendosi in avanti verso gli spettatori a braccia aperte e inviando sorrisi di complicità. Quello parigino sugli spalti, infatti, lo ha sentito particolarmente di pubblico ed era visibilmente commosso alla premiazione finale.

La conclusione è stata un commento sincero in cui ha evidenziato che questa vittoria al Roland Garros è stato “uno dei momenti più speciali ed emozionanti (forse quello più in assoluto di tutti) della sua carriera”. Ha vinto sempre facilmente sin dai primi turni, ha rotto persino le corde di due racchette di seguito in un set, qualcuna ne ha sbattuta a terra quando non è riuscito ad essere perfetto come avrebbe voluto, si è preso anche qualche warning e penalty point, ma poi ha guadagnato sempre più terreno nel torneo, tranquillizzandosi e sempre più lucido e sereno tatticamente e più incisivo tecnicamente. Ha fatto sentire la sua personalità e il suo carisma in campo, quando ha chiesto ed ottenuto ad esempio l’interruzione per pioggia contro Berdich, che si è molto lamentato ritenendolo un comportamento scorretto (quasi che, a suo avviso, non fosse stata la giudice di sedia a decidere per lo stop, ma avesse preso l’iniziativa il serbo). Tuttavia Thomas è stato completamente stracciato dal futuro vincitore, che al rientro in campo ha subito chiuso il match in pochi games. Dunque un Grand Slam ricco di emozioni forti quello di Djokovic, segnato da molti episodi curiosi e significativi, ma che lo hanno visto sempre protagonista. Ad assistere alla finale sugli spalti, da segnalare che c’erano Leonardo Di Caprio ed Adriano Panatta, quest’ultimo poi intervenuto anche alla premiazione. L’altro protagonista maschile, dopo il ritiro di Nadal per un problema al polso (a rischio frattura, che gli ha impedito di poter continuare a giocare), è stato sicuramente Stan Wawrinka; lo svizzero non solo ha giocato bene ma, durante il medical time out abbastanza lungo dell’avversario, si è messo a palleggiare con un raccattapalle e suo fan molto divertito e contento da tale opportunità. I campioni veri si vedono anche da questi piccoli gesti di rispetto verso chi lavora intorno a loro.

Impressionante tanto quanto il serbo, nel femminile, la spagnola Garbine Muguruza che, dopo una semifinale strepitosa (in cui ha elimnato la Stosur agevolmente per 6/2 6/4), in una finale eccezionale ha sconfitto la favorita Serena Williams, alla sua 25esima finale e che inseguiva la 22esima vittoria. L’americana aveva conquistato già quattro volte in passato il Roland Garros, ma nulla ha potuto stavolta contro la spagnola, artefice di una “finale perfetta”, come ella stessa l’ha definita. Ha dato il massimo su ogni colpo perché sapeva che avrebbe dovuto tenere un ritmo alto su ogni punto contro la Williams e così ha fatto. Non ha abbassato mai la guardia, ma anzi ha spinto di più e messo più pressione nei momenti decisivi, prendendo l’iniziativa ed anticipando la numero uno al mondo. La Muguruza si è dimostrata, così, una giocatrice assolutamente interessante e da tenere d’occhio, colei forse più in grado di competere e contendere il primato mondiale alla statunitense. La testa di serie n. 4 si è imposta con il punteggio di 7/5 6/4, facendosi rimontare nel primo set, ma poi chiudendo prima di arrivare al tie-break. Buon torneo e buona performance anche per Kiki Bertens, che a Roma non aveva particolarmente brillato, ma che qui in Francia è arrivata sino alla semifinale mettendo in difficoltà proprio Serena, che è riuscita a portare a casa la partita solo per 7/6 6/4. Tie-break particolarmente lottato, chiuso per 9 punti a 7, che ha rischiato quasi di perdere. Forse un leggero problema muscolare alla gamba ha svantaggiato la Bertens. La Williams, tuttavia, aveva sofferto anche nei quarti contro la Putintseva, giovane esordiente da tenere in considerazione, che le ha strappato addirittura un set (il primo) per 7/5; poi l’orgoglio e la rabbia della numero uno al mondo hanno avuto il sopravvento e così la minore delle sorelle Williams si è imposta per 6/4 nel secondo; al terzo c’è stato il crollo della nuova promessa del tennis mondiale femminile, che ha ceduto in modo netto per 6/1, evitando il ko tecnico (6/0) per poco. Peccato sul serio per la Putintseva, ma Serena ha davvero tremato ed è apparsa in affanno a tratti, tra lo scoraggiata e il demoralizzata (quasi insoddisfatta di un suo calo di rendimento), quasi priva di quel mordente che solo la sua ostinazione tenace le hanno fatto ritrovare.

Barbara Conti