Trump dopo Trump

È completamente sbagliato a mio parere considerare semplicemente Trump come un problema – certo gravissimo – da quale dobbiamo liberarci per raddrizzare il corso della Storia. Bisogna che cominciamo a porci questo problema. Certamente prima ce ne liberemo meglio sarà, ma the Donald sta introducendo cambiamenti che in qualsiasi caso trasformeranno in modi duraturi, che lo vogliamo o no (lo vogliano o no gli americani), la mentalità della gente, i comportamenti, le dinamiche sociali, la giustizia, l’economia degli Stati Uniti, e la situazione mondiale.

Il ragionamento che voglio fare è altamente ipotetico, e senza dubbio opinabile da molti punti di vista, perché nessuno ha la sfera di cristallo per vedere il futuro.

Tutti gli eventi storici lasciano un segno irreversibile, perché sono generati da processi estremamente complessi, da problemi che evolvono, da nodi che vengono al pettine, da contraddizioni che si aggravano, da comportamenti di masse di persone (sulla dinamica delle masse hanno scritto studiosi autorevoli), da cambiamenti di mentalità, e via discorrendo.

Per fare un esempio, il fascismo in Italia non è stata una parentesi, ha avuto complesse radici economiche e sociali, e ha lasciato un segno indelebile, ci ha lasciato comunque un’eredità che pesa ancora. Oggi ci stupiamo che negli anni ’20 e ’30 in Italia “tutti” fossero fascisti; come ci stupiamo che in Germania “nessuno” vedesse i delitti di Hitler e del nazismo. Sperando di non venire frainteso, direi che il fascismo ha cambiato l’Italia nel male e nel bene. Non è necessario che mi dilunghi sul male. Ma il fascismo anticipò quell’intervento dello Stato nell’economia che sarebbe poi diventato una caratteristica generale dello Stato moderno: per fare solo un esempio, l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) fu istituito nel 1933 per salvare le prime 3 banche italiane, due mesi dopo Roosevelt copiò l’idea, poi giocò un ruolo fondamentale nella ricostruzione postbellica, ed è stato sciolto solo nel 2002. Il fascismo creò il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche). In ogni caso, non ci siamo mai veramente “liberati” dal fascismo, basti pensare che la burocrazia italiana è rimasta quella e ha continuato (e continua) a condizionare pesantemente il nostro Paese.

Veniamo a Trump. Tutti sappiamo che per lui ha votato metà degli elettori degli Stati Uniti (per quanto nella “più grande democrazia del mondo” viga un sistema elettorale arcaico, è normale un astensionismo del 60%! Hillary aveva riscosso la maggioranza dei voti. E poi Trump denuncia la “dittatura” in Venezuela!). E dobbiamo constatare che a due anni dal suo insediamento le sue posizioni, che denunciamo come folli, raccolgono l’appoggio di una fetta molto grande della popolazione. Insomma, la trasformazione radicale era già in atto, la spaccatura della società statunitense è stata solo sancita dal voto (in realtà le spaccature sono molteplici, basti pensare a quella razziale che è riflessa molto parzialmente dal voto, poiché non sono molti gli afroamericani che possono esercitarlo, nella sostanza sono esclusi dalle scelte politiche).

Da un lato quindi Trump sta dando voce a una parte della società americana, e se pure non avesse vinto questa spaccatura avrebbe agito, anche se in modo diverso: ma il fatto che abbia avuto voce radicherà molte delle trasformazioni che Trump sta introducendo. In questi giorni egli sta sostituendo un giudice della Corte Suprema, che così virerà decisamente a destra per un tempo lunghissimo (i giudici della Corte Suprema rimangono a vita): saranno a rischio l’aborto e altri diritti civili. Se Trump non fosse stato Presidente è presumibile che il nuovo giudice sarebbe stato un altro e le cose avrebbero avuto parzialmente un altro corso.

The Donald sta cambiando in modo radicale la questione – la percezione stessa – dell’immigrazione: sono convinto che qualsiasi sarà il suo successore difficilmente potrà ripristinare la situazione precedente (ammesso che lo voglia: spesso fa comodo che qualcun altro faccia il lavoro sporco). In questi due anni anche la mentalità della popolazione degli Stati Uniti sta cambiando profondamente (come da noi Salvini sta esasperando strumentalmente problemi che si erano esacerbati ben prima di lui, basti pensare come Minniti un anno fa cambiò la mentalità e la sensibilità degli italiani con la montatura delle accuse alle ONG).

Mi fermo a questi cenni perché non ho le conoscenze della società statunitense sufficienti per analizzare altri cambiamenti interni introdotti da the Donald.

Ma veniamo alla situazione internazionale, che noi percepiamo più direttamente dei problemi interni agli USA. Che segni lascerà la guerra commerciale sferrata da Trump? Come cambieranno i rapporti geopolitici? Ovviamente sarà difficile discernere in futuro le mosse di Trump dalle reazioni che avranno gli altri Stati, ma il dado è tratto, e le cose non potranno comunque tornare “come prima”. Si pensi del resto che la politica della NATO di espansione, accerchiamento della Russia, e intervento militare in teatri extra europei era stata promossa dal suo predecessore, il Nobel per la Pace Obama.

La politica di Trump sta portando a conseguenze estreme contraddizioni con gli “alleati” che covavano da tempo, risalenti in sostanza alla subalternità accettata dal dopoguerra dagli europei, che dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale era mascherata dalla difesa contro la “minaccia comunista”, ma dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica ha messo a nudo in modo sempre più grave la mancanza di una vera politica estera da parte dei Paesi europei!

Questo è vero anche per quanto poi riguarda gli armamenti nucleari, per i quali Trump ha solo esasperato un tendenza che si era già sviluppata in modo estremamente minaccioso ad opera del … Nobel per la pace Obama, il quale aveva varato un mega-programma di modernizzazione: la famigerata bomba termonucleare B-61-12 e l’F-35 sono precedenti alla presidenza Trump.

Insomma, sia l’esasperazione di scelte che Trump ha ereditato dalle amministrazioni precedenti, sia le sue virate originali lasceranno un segno sulla situazione degli Stati Uniti, e del Mondo.

Angelo Baracca
Pressenza

Trump e la folle corsa del debito americano

trump-delirio“Se eravate contrari ai deficit del presidente Obama e adesso favorite quelli repubblicani, non si tratta dunque della definizione classica d’ipocrisia?” Così Rand Paul, senatore repubblicano del Kentucky, nel suo futile tentativo di bloccare il voto al Senato per impedire un nuovo shutdown che aumenterebbe il deficit di almeno mille miliardi. I colleghi di  Paul con l’aiuto dei democratici hanno però votato a favore (71 sì, 28 no) della proposta che non ha evitato lo shutdown durato però solo poche ore senza che nessuno se ne accorgesse. La  Camera bassa lo ha anche approvato (240 sì, 186 no) e Donald Trump ha subito firmato la legge che spenderà 165 miliardi in più per le forze militari e altri 130 per programmi sociali. La misura alzerà il tetto delle spese e non si avranno altri voti per shutdown fino al 2019 aumentando però il deficit annuale a più di mille miliardi.

Queste spese si aggiungono a quelle della riforma fiscale approvata dai repubblicani il mese di dicembre del 2017 che aumenterà il debito federale di 1500 miliardi in dieci anni. Il debito totale americano si aggira adesso sui 20 mila miliardi. Non basta però per Trump il quale nella sua proposta di bilancio per il 2019  vorrebbe spendere ancora di più aumentando il deficit annuale a quasi mille miliardi senza nemmeno promettere di fare quadrare il bilancio nei prossimi dieci anni come aveva detto in passato.

La proposta di bilancio del presidente consiste di priorità della Casa Bianca che tipicamente il Congresso non approverà. Ci dice però molto sulle aspirazioni fiscali del presidente poiché oltre agli aumenti di spesa per la difesa includerebbe anche tagli ai servizi sociali incluso il Social Security, il Medicare, e il Medicaid. In sintesi, i debiti ad infinitum ci confermano quello che Trump aveva sostenuto da imprenditore quando disse che “era il re dei debiti” perché investiva i soldi delle banche per fare business.

Le spese del governo che causano deficit si considerano plausibili quando l’economia soffre e ha bisogno di stimoli, come affermava l’economista John Keynes. Lo ha fatto Barack Obama nel 2009 quando gli Stati Uniti si trovavano in una profonda crisi economica inferiore solo a quella della grande depressione degli anni trenta. Al momento però con la disoccupazione al 4,1 percento, considerata da molti economisti come occupazione piena, bisognerebbe invece usare le risorse per ridurre il debito nazionale. È questo che dicevano in passato i repubblicani quando i deficit preoccupavano. Paul Ryan, speaker della Camera, e Mitch McConnell, presidente del Senato, avevano spesso tuonato contro i deficit durante la presidenza di Obama. Adesso sono muti. Questo loro silenzio ha avuto un effetto anche sugli elettori i quali non lo includono nelle prime dieci priorità. Continua però a preoccupare una minoranza repubblicana al Senato e alla Camera. Alcuni senatori come Paul hanno alzato la voce contro i deficit e i parlamentari di ultra destra del Freedom Caucus hanno anche loro espresso la loro preoccupazione.

Di questi tempi avrebbero tutte le ragioni per essere preoccupati. Nel 2016 i costi per coprire i prestiti governativi hanno raggiunto 284 miliardi di dollari, cifra inferiore solo alle spese per la difesa. Nel 2017 il 69 percento delle spese federali è andato per coprire gli interessi e i programmi sociali come Social Security, Medicare e Medicaid. Questa pressione fiscale continuerà e a partire dal 2027 il  69 percento si convertirà al 77 percento lasciando il 23 percento per il resto.

È difficile determinare quanto debito si possa sostenere ma questa pressione al bilancio alla fine comincerà ad avere un impatto negativo all’economia poiché i prestiti del governo lasceranno poco spazio alle aziende per ottenere i fondi necessari per i loro bisogni. Paul Ryan però ha già cominciato a trovare la soluzione per ridurre il debito federale. In un’intervista radiofonica ha dichiarato che bisogna effettuare una riforma ai servizi sociali come le pensioni e la sanità che lui interpreta come tagli già auspicati in parecchie situazioni.

Trump nella sua proposta di bilancio lo ha già suggerito con i suoi tagli ai programmi per i poveri e gli anziani. Dopo avere regalato miliardi di dollari ai benestanti con la riforma fiscale del 2017 qualcuno dovrà alla fine pagare. La classe media e i poveri verranno colpiti a meno che i democratici non mostreranno più coraggio di quello visto fino ad ora. La tragica situazione dei “dreamers”, che i democratici avevano usato come perno causando lo shutdown di tre giorni nel mese di gennaio, gli ha fatto ottenere dai repubblicani una promessa di risolvere la problematica  ma fino ad oggi non ha prodotto  risultati. Ovviamente, i democratici sono in minoranza in ambedue le Camere e la loro forza di opposizione ha limiti notevoli. Forse si dovrà aspettare alle elezioni di midterm per vedere se il Paese è pronto a dare la maggioranza legislativa al Partito Democratico?

Domenico Maceri
PhD, University of California

Le bugie di Flynn, ex consigliere alla sicurezza Trump

Michael FlynnMichael Flynn, ex consigliere alla sicurezza nazionale di Donald Trump, si dichiarerà colpevole di aver mentito agli agenti Fbi sui suoi contatti sulla Russia e si è detto pronto a testimoniare contro Donald Trump. Lo riferiscono i media americani. In particolare – secondo quanto anticipano i media americani – Flynn dichiarerà di aver mentito agli investigatori dell’Fbi sull’incontro dello scorso dicembre, durante il cosiddetto periodo di transizione, con l’ambasciatore russo a Washington Sergei Kislyak. Michael Flynn che rischia fino a un massimo di 5 anni di carcere e una sanzione da 250.000 dollari, ha amesso di aver computo azioni sbagliate. “La mia dichiarazione di colpevolezza e la volontà dicooperare con il procuratore speciale – ha detto – riflettono la decisione che ho preso nel miglior interesse della mia famiglia e del mio paese. Accetto la piena responsabilità delle mie azioni”. Secco il primo commento della Casa Bianca: “Nei capi di accusa e nella dichiarazione di colpevolezza di Flynn non c’è nulla che coinvolga altre persone. Il caso riguarda solo lui”.

Le false dichiarazioni si riferiscono alla deposizione rilasciata da Flynn nelle mani dei federali il 24 gennaio scorso, quattro giorni dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Questi ultimi sviluppi confermano come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale abbia deciso di cooperare con gli uomini del procuratore speciale Robert Mueller che indagano sul Russiagate. Secondo i media americani, Michael Flynn sarebbe pronto a testimoniare contro Donald Trump. Lo ha detto lo stesso Flynn apparendo in tribunale.

Flynn è il primo funzionario dell’amministrazione ed il quarto legato alla campagna ad essere accusato formalmente nel quadro dell’inchiesta condotta da Mueller su possibili collusioni tra governo russo e membri del team di Trump oltre che su eventuali azioni di intralcio alla giustizia e reati finanziari. L’ex presidente della campagna di Trump, Paul Manafort, ed il suo vice, Rick Gates, sono stati accusati formalmente lo scorso mese: si sono dichiarati non colpevoli. E il consigliere per la politica estera della campagna di Trump George Papadopoulos si è riconosciuto colpevole di aver reso una falsa dichiarazione al Fbi riguardo ai suoi contatti con funzionari legati al governo russo.

L’accusa a carico di Flynn è la prima dell’inchiesta Mueller che tocca qualcuno alla Casa Bianca ed è uno dei segnali che testimonia che l’indagine si sta intensificando. Il documento della FBI, riferisce ancora la Cnn, cita due occasioni in cui Michael Flynn avrebbe reso false dichiarazioni: la prima riguardava le sue conversazioni con l’ambasciatore russo riguardo le sanzioni dell’amministrazione Obama contro Mosca e l’esortazione di Flynn alla Russia a non intraprendere la via dell’escalation, la seconda le conversazioni con l’ambasciatore russo in vista del voto del Consiglio di Sicurezza sulla fine degli insediamenti israeliani.

Guterres l’anti Trump. Un socialista all’Onu

libro intiniUn socialista all’Onu, Guterres: l’anti Trump” è l’ultimo libro di Ugo Intini, edizioni Ponte Sisto, presentato oggi alla Camera dei deputati nella Sala Aldo Modo. Molti gli interventi, moderati dal giornalista Paolo Franchi: Fabrizio Cicchitto, Pia Locatelli, Riccardo Nencini, Marina Sereni, oltre a quello dell’Autore. Un libro fatto per esigenze di verità e di informazione, ha sottolineato Ugo Intini, e indirizzato a tutti i Trump del mondo. L’Autore ha sottolineato il rapporto speciale tra i socialisti italiani e quello portoghesi e come il lavoro di Guterres abbia sempre mirato a una Europa unita in grado di costruire ponti e non divisioni. “L’elezione di Guterres – ha affermato l’autore – si deve ad Obama. Con Trump Guterres non sarebbe stato eletto. Trump è per la Brexit, Guterres è per un’Europa unita che costruisca ponti. Trump è per il bilateralismo, Guterres per il multilateralismo. Trump è per i muri, Guterres è per una politica umana verso i rifugiati. Trump non crede all’emergenza clima, Guterres ritiene il clima una priorità. Trump è un seguace di Netanyahu, Guterres difende Israele e vuole uno Stato per i palestinesi”. Intini ripercorre i legami tra il socialismo italiano e portoghese, a partire dal simbolo del garofano. “Soares e Guterres nascono con il mito di Nenni – afferma Intini – in via del Corso c’era un piccolo ufficio dove trovavi Soares, Gonzalez, Panagulis. Guterres era un allievo di Soares, stampavano ‘O Portugal socialista’ in via della Guardiola. L’idea del simbolo del garofano per il socialismo portoghese nacque proprio nella redazione dell’ ‘Avanti!’ di via della Guardiola”. “Guterres – prosegue Intini – è socialista, tollerante, crede nel dialogo e coltiva il dubbio. Lui affermava che quando c’è una trattativa in due, si è in realtà in 6. Perché in 6? Perché ciascuno è ciò che è, ciò che crede di essere, ciò che l’altro pensa che tu sia”.

Invito Camera da Ponte SistoUn convegno incentrato ovviamente sull’Onu sulle sue funzioni e sul suo ruolo. Un’istituzione che appare spesso ingessata nelle sue regole ormai datate in un momento storico in cui il ruolo dovrebbe essere sempre più centrale. Questa la grande sfida di Guterres, un socialista, che assume la presidenza delle Nazioni Unite in un periodo in cui gli scenari internazionali sono carichi di rischi e di tensioni. Dal Medio Oriente al terrorismo, al grande tema delle migrazioni. L’anti Trump come freno all’impostazione protezionista del presidente americano, come spinta forte sul sentiero del multilateralismo. Un via che può essere sollecitata solo dalle Nazioni Unite. L’Autore in questo ribalta tre luoghi comuni. Guterres è europeo e diventa presidente dell’Onu nel momento in cui l’Europa non sta passano un periodo felice. È un socialista, e sappiamo la difficoltà dei pariti socialisti europei di questi tempi. Infine è un politico. E i politici non sono visti di buon occhio ultimamente. Evidentemente, dice Intini, si dice che siamo tre elementi in crisi, ma evidentemente non lo sono.

Marina Sereni, del Pd, si domanda a questo punto se non sia il caso di aprire un cantiere tra Internazionale socialista, a cui il Partito democratico non appartiene, e altre forze progressiste mondiali. Una sorta di laboratorio tre le forze di progresso che sia capace di includere a livello internazionale.

Pia Locatelli, presidente del gruppo socialista alla Camera, ha sottolineato la contrapposizione delle visione di Guterres con quella di Trump e ha ricordato il profilo del politico portoghese ripercorrendo le sua tappe nazionali e internazionali. Due episodi, il primo non condiviso Pia Locatelli. La scelta di Guterree di non appoggiare il referendum in Portogallo sull’aborto. Una cosa che non piacque alla donne socialiste portoghesi. Altro punto sottolineato da Locatelli è il lavoro fatto all’Onu sui rifugiati. Allargando la categoria dei rifugiati anche a coloro che si erano allontanati dal proprio paese per disastri ambientali. “Aveva previsto – ha detto Locatelli – quello che sta succedendo in questi anni sull’immigrazione”.

Fabrizio Cicchitto, Presidente della Commissione Esteri della Camera, sottolinea il lavoro internazionale del Psi dagli anni cinquanta agli anni ottanta. “Nella redazione dell’Avanti! – ricorda Cicchitto – potevi trovare Tito de Morais”. Cicchitto disegna l’attuale scenario mondiale: “Guterres, da Segretario generale dell’Onu, sarà l’anti Trump, ma anche l’anti Putin e l’anti Erdogan. C’è un ritorno ai nazionalismi identitari, che conducono a leadership durissime e pericolose. Putin, ad esempio, lavora in modo scientifico per destabilizzare l’Occidente, usando anche la cibernetica. Lui ha rapporti con Lega e M5S e ha cercato di svolgere un ruolo nelle elezioni francesi e tedesche. L’Europa ha fatto l’errore di respingere la Turchia ‘europea’ ed oggi abbiamo il risultato drammatico di Erdogan. Ci sono poi i localismi come la Catalogna”.

Riccardo Nencini ha messo in evidenza che descrivere Guterres come anti Trump, non sia solo accattivante ma mette in evidenza il tentativo di costruire una visione diversa e opposta a quella del presidente americano. Nel suo intervento Nencini ha ricordato il sostegno dato dai socialisti ai portoghesi schiacciati dalla dittatura di Salazar. E non solo a loro. E poi una risposta a D’Alema che ha detto, in una intervista al Corriere, che Craxi è un uomo di sinistra che aiutava i palestinesi e gli esuli cileni. “D’Alema – commenta Nencini – sarebbe stato più corretto se avesse detto queste cose negli anni novanta”. “Un conto è l’aiuto che un uomo può fornire dal punto di vista umano – prosegue Nencini su come si comportò D’Alema – altro conto è riconoscere ‘da berlingueriano’ che Craxi aveva ragione politicamente”. “Purtroppo – aggiunge Nencini – i vinti lo sono sempre due volte: sul campo e nella memoria. Eppure stiamo parlando di fatti di ieri, non di un secolo fa. C’è un ricordo collettivo falso. Il Psi finanziava i palestinesi, i socialisti spagnoli e portoghesi, gli studenti greci, gli esuli polacchi e cechi. Firenze era una colonia di studenti greci del Pasok che veniva ospitata nelle sezioni del Psi: li’ si frequentavano Fallaci e Panagulis. Questa del Psi e dei suoi rapporti internazionali è una storia formidabile, che altri – sottolinea Nencini senza citare espressamente D’Alema – non hanno conosciuto”. Per Nencini “la memoria tardiva rischia di essere strumentale e parziale, anche se un pezzo di verità è stata ripristinata. Purtoppo in Italia ci sono legioni di smemorati. Anche sulla Biennale loro erano da un’altra parte”.

Daniele Unfer

Regeni, perché serve l’ambasciatore al Cairo

Giulio Regeni

Giulio Regeni

La vicenda del sequestro del giovane ricercatore Giulio Regeni, torturato a morte da sconosciuti e il cui cadavere martoriato venne fatto ritrovare poco prima che iniziasse la visita della ministra Guidi con una folta delegazione commerciale italiana all’ambasciata del Cairo nel febbraio dell’anno scorso, è di quelle che segnano a fondo le coscienze e che non è possibile dimenticare.
L’emozione suscitata non si è certo esaurita e non c’è dunque da stupirsi se attorno alla ricerca degli assassini e dei mandanti, si accendano facilmente gli animi e nascano ancora polemiche.
Prima di entrare nel merito del tema che è stato ieri, lunedì 4 settembre, in seguito alla decisione di rimandare il nostro ambasciatore al Cairo, oggetto di un’audizione del ministro Alfano davanti alle Commissioni riunite di Camera e Senato, vorrei esprimere due riflessioni:

– l’Egitto è un Paese che presenta criticità di non poco conto. È davanti agli occhi di tutti che lì vi sia poca democrazia, per non dire una dittatura, e una sistematica violazione diritti umani. Il tutto aggravato da una nuova legge contro le ONG che si occupano di diritti umani per imbavagliarle e impedire che vengano finanziate dall’estero;

– un Paese come l’Italia, ha il dovere morale e politico di proteggere i suoi cittadini e cittadine. Il caso Regeni è tragico e i comportamenti dell’Egitto sul caso inaccettabili da tutti i punti di vista e in alcune occasioni anche molto offensivi nei confronti del nostro Paese. Giustamente dunque nell’aprile dello scorso anno, a fronte dei comportamenti egiziani, soprattutto per la evidente mancata collaborazione giudiziaria per arrivare alla verità sulla morte del giovane ricercatore italiano, venne deciso di dare un segnale forte, ritirando l’ambasciatore.

Da allora sono passati lunghi mesi di almeno apparente inattività e silenzio e mi sono interrogata sull’opportunità e sulla utilità di prolungare ancora l’assenza del nostro ambasciatore dal Cairo tanto che il 18 gennaio scorso, nel question time, ho interrogato il ministro degli esteri chiedendogli se a quasi un anno dal richiamo dell’ambasciatore Massari e la successiva nomina di Gianpiero Cantini, il Governo non intendesse “riconsiderare l’opportunità del ritorno dell’ambasciatore in sede, allora richiamato come forma di protesta nei confronti delle autorità egiziane, per esercitare da vicino tutte le pressioni possibili per arrivare alla verità”. La risposta rimase nel vago.
Nei mesi successivi, passo dopo passo, sembra si sia ricreata questa collaborazione e a metà agosto le due procure, quella di Roma e quella del Cairo, hanno con una dichiarazione congiunta, espresso ufficialmente la volontà di proseguire nel rapporto di collaborazione. Sembra insomma che, con tutte le legittime riserve del caso, il lavoro di ricerca della verità per ricostruire i fatti, individuare le responsabilità, punire i colpevoli sia davvero ripartito.

Il ministro Alfano ha parlato di ‘progressi’ ed è a questo passaggio che è legata la decisione di far tornare l’ambasciatore al Cairo.
Una decisione che non ho esitato a definire giusta, anzi direi che si è trattato di un passo che sarebbe stato opportuno fare anche prima e spiego perché.
Si tratta di una passo in qualche modo inevitabile, perché ci sono molti altri modi per segnalare al Cairo il giudizio dell’Italia e degli italiani su quanto avvenuto e su quanto ancora non è stato fatto per arrivare a identificare i responsabili di un atto così ignobile mentre il protrarsi ancora dell’assenza del nostro rappresentante non avrebbe aiutato in nessun modo la ricerca della verità.

Un passo sensato inoltre, perché il ritiro dell’ambasciatore non può essere usato né come rappresaglia per il mancato raggiungimento della verità né come strumento di pressione.
Solo se tutti i Governi dell’Unione avessero adottato infatti la stessa decisione all’unisono con l’Italia, questa misura comune avrebbe potuto avere un impatto efficace sul Cairo, altrimenti, ed è evidente, ne risulterebbe esclusivamente da un lato un passo sostanzialmente inefficace e dall’altro soltanto un danno concreto alle relazioni tra noi e l’Egitto.

Ecco dunque perché considero la decisione un passo utile, perché il nostro ambasciatore può servire sul posto proprio a seguire da vicino gli sviluppi delle indagini, a stimolare gli organismi competenti e a impedire che la vicenda finisca pian piano per apparire al Governo egiziano meno importante e grave di quel che è.
Apro poi una parentesi su una vicenda collaterale che, complice certamente la noia agostana segnata da una scarsità di notizie di rilievo, è esplosa attorno alla pubblicazione sul quotidiano statunitense  New York Times, di un articolo in cui si riferiva di informazioni esplosive che l’amministrazione Obama avrebbe passato al nostro Governo a poche settimane dall’esplosione del caso Regeni.
Ho letto con grande attenzione quell’articolo, ma l’importanza che gli è stata data, era davvero eccessiva.
Il pezzo conteneva solo alcune congetture, e neppure originali perché le avevamo avanzate già noi subito dopo il ritrovamento del corpo del giovane ed erano state ampiamente analizzate e approfondite dai mezzi di informazione italiani.
Che nel rapimento e nel brutale assassinio di Regeni, nelle modalità stesse del fatto compreso il ritrovamento del corpo, nei depistaggi a ripetizione che avevano coinvolto le forze di polizie, vi fosse quantomeno lo zampino dei servizi segreti egiziani o di qualche sua branca ‘deviata’, era a dire poco evidente. Non ci voleva certo la Cia per capirlo. Quello che mancava erano prove concrete, utilizzabili dai magistrati e di tutto questo, non c’era traccia nell’articolo.

Sul contenuto lo stesso giornalista Declan Walsh, corrispondente del New York Times dal Cairo, ammette che “per evitare di identificare la fonte (delle informazioni), gli americani non condivisero l’informazione originale: non dissero quale agenzia della sicurezza egiziana credevano ci fosse dietro la morte di Regeni. E vi pare poco?
Le stesse fonti riportate nell’articolo ammettevano poi che “non era chiaro chi aveva dato l’ordine di sequestrarlo e, probabilmente, ucciderlo”. E dove sono allora le rivelazioni esplosive?
Quello che ha colpito davvero nella pubblicazione (e ripubblicazione nel magazine dello stesso NYT) di quell’articolo, è stato esclusivamente la scelta dei tempi per farlo, ovvero proprio all’indomani della decisione dell’Italia di riportare un ambasciatore al Cairo!
È sembrato che si volesse creare un difficoltà aggiuntiva al Governo italiano in un momento non semplice
Interpretazioni sul senso dell’articolo del NYT sono state date da numerosi commentatori ed ex diplomatici. L’ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera del 22 agosto, ad esempio, ipotizza come il vero obiettivo delle “rivelazioni” potesse non essere l’Italia e neppure l’Egitto bensì il presidente Trump per il suoi rapporti con Al Sisi.
Ed è ancora l’ambasciatore Vattani che su Panorama ha parlato di intervento ‘tempestivo’ per rendere più difficile la ripresa e i rapporti tra Italia ed Egitto: “Fanno gli interessi di qualcuno e paiono interessi importanti”

La parte dell’articolo che più mi ha incuriosito però è nel riferimento ai rapporti tra il presidente Al Sisi e il suo ministro degli interni. Ecco allora una domanda per il nostro ministro degli esteri, e cioè se ritiene che il regime di egiziano sia solido abbastanza per sostenere la ricerca della verità sul caso Regeni anche a rischio di una frattura interna e se risponde al vero che vi sia un certo antagonismo tra il Presidente e il suo ministro degli interni. Insomma se la pista della faida interna dietro il caso Regeni abbia o meno una consistenza reale e impedisca che si faccia piena luce.
Una riflessione infine sui diritti umani che devono starci a cuore sempre, sia che si parli dell’Egitto sia che si parli del Venezuela, della Russia o della Cina.
I diritti umani non hanno confini e a questo proposito non posso dimenticare che i colleghi grillini in commissione esteri hanno sostenuto che era sbagliato intervenire sulle violazioni dei diritti umani in Myanmar ‘perché non si deve intervenire nelle vicende interne di un altro Stato’.

Non possono essere davvero i confini dei Paesi che ci impediscono di difendere i diritti umani, ma questi non si difendono ritirando senza scadenza l’ambasciatore come suggerisce – e solo all’Italia – Amnesty International. Seguendo questa scuola di pensiero, probabilmente, verrebbero chiuse le ambasciate in quasi tutto il mondo fatta eccezione per l’Europa e pochi altri Paesi.
Noi dobbiamo continuare difendere i diritti umani sapendo che è azione difficile, lenta, complessa, una continua negoziazione. E lo facciamo anche come Comitato diritti umani della Camera, dando voce a coloro che ne denunciano le violazioni.
Per tornare al nocciolo della vicenda Regeni, dobbiamo continuare ad esigere collaborazione giudiziaria, a chiedere a gran voce la verità. Fino ad ora il trattenere l’ambasciatore non ci ha aiutato. Proviamo quest’altra via nella consapevolezza che il compito dell’ambasciatore al Cairo non sarà facile. Dovrà essere fermo ed esercitare una pressione costante, diretta, sistematica e al massimo livello istituzionale.
Per questo dobbiamo rimandarlo con questo compito preciso e prioritario e mandarlo nelle condizioni migliori, cioè dandogli forza, facendo capire che tutto il Paese lo vuole in Egitto per questa ricerca della verità.

Non facciamo del caso Regeni terreno di scontro pre-elettorale, sarebbe il modo per rendere meno incisiva l’azione del nostro ambasciatore: la sua missione non deve partire indebolita né l’ambasciatore delegittimato;  così toglieremmo forza ed efficacia alla sua azione. Esattamente l’opposto dell’obiettivo che tutti ci prefiggiamo.
Continuiamo a ricercare con determinazione la verità sul caso Regeni e riprendiamo i rapporti con l’Egitto, operando su piani diversi: verità per il caso Regeni da una parte e strategie geopolitiche per la sicurezza nel Mediterraneo dall’altra: le due cose possono avanzare insieme.

Pia Locatelli
Capogruppo Psi alla Camera

Con il cambiamento climatico a soqquadro tutto il pianeta

Cambiamento-climaticoLa decisione di Trump di sfilare gli Stati Uniti dall’accordo sul climate change siglato a Parigi nel dicembre 2015 da 195 Paesi, e ratificato nell’aprile 2016 da 175 Paesi, inclusi gli Stati Uniti, sta mettendo a soqquadro tutto il pianeta, compresi gli Stati Uniti. E forse soprattutto gli Stati Uniti.

Nessun scettico del riscaldamento climatico per cause antropiche – e fra di essi si contano molti scienziati seri, più che gli irriducibili sostenitori delle fonti energetiche genericamente e spesso inappropriatamente definite fossili – ha sinora esultato per questa mossa repentina del neo-presidente USA. Questo silenzio tradisce un notevole imbarazzo, da parte loro, a ritrovarsi un simile “campione”, il cui livello di gradimento negli USA è ormai ai minimi storici….

Vediamo prima, per quanto possibile, gli aspetti scientifici. Vi sono ovviamente molte domande, alle quali l’IPCC sostiene di aver dato risposte chiare e definitive, ma che conservano tuttavia la loro piena legittimità, e che continuano a confermarmi nella mia posizione agnostica… È effettivamente in atto un cambiamento climatico sul nostro pianeta? Se sì, si tratta di un processo di riscaldamento o di raffreddamento? Se è in atto un effettivo cambiamento climatico, riguarda solo il nostro pianeta oppure il Sistema Solare? Nel caso sia in atto un effettivo cambiamento climatico sul nostro pianeta, si deve principalmente a cause antropiche o ad altre cause? Fra le altre cause ad esempio l’attività solare, e l’avvicendamento di ere glaciali ed ere temperate, nella storia della Terra. Carlo Rubbia ha ben specificato, in un suo recente intervento a camere riunite, che in passato vi sono state epoche caratterizzate da temperature ben più elevate di quella attuale: ad esempio quando Annibale passò le Alpi con i suoi elefanti, attorno al 200 A.C., le Alpi dovevano essere prive di nevai. Oppure più recentemente, attorno al 1300, quando i Walser migrarono dalle regioni germaniche in Nord Italia, valicando passi alpini del tutto privi di neve e ghiacciai. Questi esempi sono stati portati tante volte, così come i pareri di eminenti astronomi, che attribuiscono al Sole, più che all’uomo, i cambiamenti climatici sul nostro pianeta. Ma tutto ciò non ha mai scalfito neppure minimamente la “fede” dei credenti nel climate change per cause antropiche. Ed anche oggi, c’è chi accusa già Rubbia di parlare al di fuori delle sue competenze… sostenendo che Rubbia non è un climatologo. Vero, ma i climatologi fondano le loro convinzioni veramente su concetti scientifici solidi, cioè ripetibili? Quanto all’anidride carbonica, come gas serra è decisamente risibile, quindi attribuirle tutta la responsabilità di un supposto effetto serra appare prestestuoso, un po’ come se l’IPCC — ed Al Gore, con il suo famoso tour “Un inconvenient truth” — avessero avuto bisogno di un comodo capro espiatorio, sul quale concentrare l’indignazione di tutto il mondo. È stato stigmatizzato da molti che è la curva della temperatura a seguire con qualche centinaio di anni di ritardo quella dell’anidride carbonica, negli ultimi 600.000, e non il contrario! Il metano, ad esempio, come gas serra è molto più efficace, ed ho sempre pensato che potrebbe anche essere lui il vero responsabile della fine dei grandi sauri sessanta milioni di anni fa, per quanto anche l’asteroide killer rimanga un indiziato molto attendibile. Tuttavia l’anidride carbonica, pur benefica verso il mondo vegetale, è tuttavia pericolosa per il mare, che contribuisce ad acidificare. Il Enrico Feoli, professore di ecologia all’Università di Trieste, mi fa presente che ci vuole molta CO2 per acidificare gli oceani. Più di tanta non ne entra, ma si libera facilmente quando aumenta la temperatura dell’acqua.. Da analisi di dati relativamente recenti (circa dal 1800) su deforestazione, aumento di CO2 e aumento di temperatura, aumento considerevole di metano, risulta che sarebbe la deforestazione la causa più immediata di “cambiamenti climatici”. Meglio sarebbe dire di aumento di frequenza di eventi estremi, per effetto della diminuzione del calore specifico delle terre emerse: la terra senza vegetazione si riscalda di più e più rapidamente, il calore viene irradiato nei d’intorni, fino ad influenzare la temperatura del mare, di conseguenza aumenta la concentrazione di CO2, che si libera dal mare (per innalzamento di temperatura), innalzamento che non viene riassorbito grazie all’elevato calore specifico dell’acqua. Lo sfasamento: prima si alza la temperatura, quindi si alza la CO2 sembra valere solo per migliaia di anni fa, quando le concentrazioni di CO2 erano relativamente stabili anche se oscillanti. Con questo — continua ancora il prof. Feoli — non si può dire che la deforestazione sia la causa dei cambiamenti climatici, ma può in qualche modo accelerare eventi estremi come allagamenti e siccità, per esempio conseguenti ad aumenti di temperatura anche minimi, che fanno liberare la CO2 del mare. Detto questo, l’aumento della temperatura in atto è dovuto principalmente a fenomeni astronomici che possono addirittura avere origine fuori dal nostro sistema solare. Le macchie solari non bastano e nemmeno i cicli di Milankovitch: ricordiamoci che il sistema solare sta viaggiando attorno al centro della galassia ed in questo giro viene ad attraversare diverse situazioni gravitazionali, inj relazione a tutto l’universo… buchi neri compresi.

Dal punto di vista ambientale, del mare dovremmo preoccuparci molto, soprattutto della quantità di plastica che continuiamo a disperderci dentro, e che crea enormi isole nel Pacifico. Anche in relazione ad aumenti di temperatura locali, in quanto la plastica ha un calore specifico molto inferiore a quello dell’acqua, quindi si riscalda più rapidamente con i raggi del sole. Inoltre si sminuzza in frammenti minuscoli, che vengono assimilati dalla fauna marina, e quindi poi ce li ritroviamo nel piatto… Quindi, che la CO2 sia o meno responsabile dei cambiamenti climatici, cercare di ridurne le emissioni sembra un’iniziativa utile, così come lo sarebbe ridurre la dispersione di plastiche varie nell’ambiente marino.

Per quanto la priorità debba senza dubbio andare all’espansione della civiltà nello spazio esterno – indirizzo strategico che risolve in prospettiva sia i problemi dello sviluppo sia quelli ambientali – non possiamo neanche rischiare che l’ambiente marino – vero polmone planetario – collassi a causa di eccessivo inquinamento, mettendo così a rischio anche il rinascimento spaziale.

A chiunque cercasse di imporci una scelta tra destinare fondi all’espansione civile nello spazio oppure alla battaglia contro l’inquinamento, ricordiamo che nel mondo due trilioni di dollari l’anno se ne vanno in spesa militare, e che soltanto 25-30 miliardi sono destinati allo spazio, peraltro quasi esclusivamente alle telecomunicaizoni, ricerca, esplorazione, militare, e praticamente zero, sinora, per attività astronautiche civili. Basterebbe muovere un 10% della spesa militare verso lo spazio e l’ambiente…

Si deve invece sinora soltanto all’iniziativa pionieristica di imprenditori coraggiosi come Elon Musk, Jeff Bezos, Richard Branson, se oggi abbiamo sistemi di lancio completamente riutilizzabili, e se il turismo spaziale — cui preferiamo comunque il concetto più ampio di trasporto passeggeri civili nello spazio — è diventato un promettente settore di investimento, insieme alle attività minerarie lunari ed asteroidee, ed altre attività industriali che si svilupperanno nel sistema geo-lunare.

Ma che fine farà la cosiddetta green economy? Il mondo imprenditoriale statunitense non dorme certo sonni tranquilli, visto che enormi investimenti sono ormai più che oltre il momento del kick-off, in seguito alla (anche troppo) entusiastica politica di Obama sulle energie rinnovabili. Chi sta brindando quindi a champagne? Pochi irriducibili petrolieri e carbonai… dico pochi perché so per certo che alcuni petrolieri storici si stanno interessando a tecnologie spaziali… quindi anche nel settore oil & gas c’è chi non si limita più a guardare sotto i propri piedi, e neppure sta impazzendo per il fotovoltaico terrestre, pur sempre chiuso entro i limiti della superficie terrestre utilizzabile, o per le orrende pale eoliche, dalle quali speriamo che San Vittorio Sgarbi se non altri possa un giorno liberarci…

E comunque occorre considerare che la cosiddetta green economy non è più una rivoluzione. Si tratta oggi di un settore di business consolidato, visto che oramai il kilowatt fotovoltaico costa meno dell’equivalente generato a petrolio o carbone. Questo soprattutto grazie all’enorme sviluppo in atto in Cina ed India. Gli imprenditori degni di questo nome, quindi, guardano oltre. Ad esempio ai progetti di Jeff Bezos, di delocalizzare progressivamente le industrie pesanti in area geo-lunare, in orbita e nei punti di Lagrange. Ai piani ULA di una rete di trasporti cargo tra l’orbita bassa terrestre, l’orbita alta geostazionaria, la Luna e gli asteroidi.

Sulla Terra, in questo orizzonte strategico, forse diminuirebbe in prospettiva il fabbisogno energetico, o forse cambierebbe verso, indirizzandosi maggiormente alla comunicazione, alla mobilità, alla conoscenza. Mentre quello che oggi si concentra sull’industria pesante – con il relativo thermal burden – si sposterebbe fuori dal nostro pianeta, alleggerendone così le condizioni ambientali e di inquinamento. L’inquinamento sarebbe progressivamente ridimensionato. I problemi sociali legati alla crisi golbale ne risulterebbero sicuramente molto migliorati, con la crescita di opportunità di lavoro qualificato, sia a terra che nello spazio. Ovviamente l’energia solare raccolta nello spazio, 24/24h, 365 giorni all’anno, con efficienza e continuità totali, rispetto al solare terrestre, condizionato dalle condizioni di insolazione stagionale e dall’alternanza giorno/notte, sarebbe la filiera principale, cui si unirebbero altre fonti, come l’elio-3 lunare ed altre materie prime che abbondano sugli asteroidi vicini alla Terra. Per non parlare del riutilizzo di una risorsa orbitale enorme: i rifiuti spaziali derivanti da 60 anni di attività satellitari. Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.

Ma questo orizzonte, obietteranno in molti, non è ancora troppo distante nel tempo? Come può aiutarci, già oggi, a risolvere i problemi della disoccupazione, del sottosviluppo, dei flussi migratori incontrollabili? Decisamente questo è un orizzonte vicinissimo, sul quale possiamo iniziare ad investire oggi stesso. È stato calcolato che delle officine orbitali, dove operassero tecnici umani, sia pure coadiuvati da robot, sarebbero un investimento estremamente redditizio da subito. In laboratori simili si potrebbero assemblare i satelliti in orbita, producendone anche delle parti grazie a tecniche di additive manufacturing; provvedere alla collocazione dei satelliti a destinazione, ed alla loro manutenzione periodica (cosa oggi impossibile se non per casi unici come i telescopi spaziali). Senza parlare del decommissioning di satelliti, e del riutilizzo dei rottami spaziali a scopo di riciclo. La costruzione di hotel orbitali, lagrangiani e lunari andrebbe di pari passo, non appena la nascente industria del turismo spaziale comincerà ad integrarsi con quella dei vettori riutilizzabili. Dove c’è lavoro la gente deve poter dormire, mangiare, divertirsi… Le nostre officine orbitali potranno crescere e differenziarsi, integrando funzioni di stazioni di servizio, per il rifornimento di missioni lunari, asteroidee e marziane. E poi la cantieristica, per l’assemblaggio in orbita di veicoli destinati all’esplorazione di Marte, della Cintura Asteroidea, di Giove e delle sue lune, ed oltre. Vi sembra poco? Vi sembra che il mondo imprenditoriale italiano sia arretrato, su questi argomenti? Tutt’altro! Abbiamo fior di aziende avanzate, ed università di prim’ordine, che non vedono l’ora di misurarsi su queste sfide, cominciando a portarci finalmente fuori, con conseguente sollievo dell’ambiente terrestre, climate change o non climate change.

Adriano Autino

850 euro per ascoltare
la sfida di Obama

Barack Obama in MilanParte da Milano il ‘secondo tempo’ di Barack Obama. Ospite d’onore di ‘Seeds and chips’, l’ex presidente degli Stati Uniti ha parlato a lungo del suo impegno per il futuro, ovvero concentrarsi sui giovani ed educare una “nuova generazione” alla leadership politica. In questa avventura intende collaborare con Matteo Renzi: “Io e Matteo abbiamo parlato di come creeremo una rete efficiente di attivisti globali” in diversi settori, ha annunciato, confermando il feeling, già rodato, con il segretario del Pd italiano (citato tre volte in un discorso in cui ha ringraziato anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, l’ex primo cittadino Letizia Moratti, per l’impegno in Expo, e l’ex premier e “grande amico” Mario Monti). Ma è il clima il fulcro dell’intervento di Obama al convegno sull’innovazione nell’alimentazione. L’ex capo della Casa Bianca ha messo in chiaro che l’amministrazione guidata dal suo successore Donald Trump potrà anche cambiare le “regole severe” da lui introdotte ma le modifiche non produrranno grandi effetti. A questo proposito Obama ha fatto l’esempio delle norme sull’efficienza dei combustibili per automobili. Anche se l’amministrazione attuale dovesse cambiare la normativa, “molte di queste regole sono state stabilite a livello locale”, come per esempio in California. Obama si è detto “certo che gli Stati Uniti continueranno ad andare nella giusta direzione” in materia di tutela dell’ambiente e contrasto ai

cambiamenti climatici.

“Nessuna nazione, piccola o grande, ricca o povera, sarà immune dall’impatto del cambiamento climatico”, contro il quale “bisogna agire” ha ammonito l’ex presidente. Che non a caso ha ricordato l’importanza dell’accordo “significativo” sul clima di Parigi, nel giorno in cui la Casa Bianca ha posticipato l’incontro durante il quale l’amministrazione Trump avrebbe dovuto discutere sulla volontà di rispettare o abbandonare il protocollo sul clima. “L’importante è che noi diamo il buon esempio”, che “ci comportiamo come guida per gli altri Paesi” ha aggiunto Obama nell’intervento, durato oltre un’ora e mezza.

Nella sala da 3.500 posti (non tutti esauriti – il biglietto di ingresso per i 4 giorni di manifestazione e lo speech dell’ex presidente costava 850 euro) ad ascoltare Obama, oltre a Renzi e Monti, i ministri Carlo Calenda, Maurizio Martina e Valeria Fedeli, il governatore lombardo e il presidente del Consiglio regionale, Roberto Maroni e Raffaele Cattaneo, il sindaco di Milano, Giuseppe Sala (che in una saletta riservata ha consegnato ad Obama le chiavi della città), il presidente della fiera Giovanni Gorno Tempini e il prefetto di Milano, Luciana Lamorgese. Avvistati in platea anche il procuratore capo di Milano, Francesco Greco, il presidente di Sea Pietro Modiano, l’editorialista Sergio Romano, il presidente di Brembo Alberto Bombassei, il presidente emerito e l’ex ad di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli e Enrico Cucchiani. Tra gli chef, Carlo Cracco, Massimo Bottura e Gualtiero Marchesi. Ed ancora Diana Bracco e l’ex ambasciatore Usa a Expo Douglas Hickey.

La parte più corposa dell’intervento di Obama è stata quando si è fatto intervistare dall’ex chef dalla Casa Bianca, Sam Kass. Durante il colloquio è emerso un profilo più privato del 44esimo presidente americano. “Non vivo più alla Casa Bianca. Mi piace molto stare a casa, ho litigato con Michelle perché volevo più spazio nell’armadio” ha raccontato il politico Usa. “Cosa non mi manca è l’unicità nell’isolamento, l’apparato di sicurezza. Si vive nella bolla, è un posto come un prigione, anche se una bella prigione, ma non hai la libertà di movimento: questo non mi manca”. “Adesso

sono recettivo solo ai selfie che non sono meno peggio” ha confidato. E quanto a programmi futuri nell’agenda della famiglia Obama di certo c’è l’Italia. “Tornerò prestissimo e spessissimo in Italia. Potete contarci” ha garantito Obama.

Oliver Stone: “Ammiro molto i film di Roman Polanski”

Oliver Stone. Foto di Massimo Sagramola

Oliver Stone. Foto di Massimo Sagramola

Nella dolce cornice del Lucca Film Festival, durante la conferenza stampa, Oliver Stone risponde alla mia domanda su Roman Polanski: “Cosa pensa di Roman Polanski e del suo problema con gli U.S.A.”? “I much admire Mr. Polanski’s films, his sense of play”.

“Il cuore del problema è la moralità puritana in ambito sessuale, una linea invisibile dove non c’è perdono, una ipocrisia che comporta decisioni viziate e sbagliate”.

Sottolineo come al momento del “photo call” il grande regista si sia subito accorto (modestamente come ho fatto io prima del suo arrivo) che l’angolo del chiostro preparato fosse controluce ed abbia chiesto di mettersi tutti all’ombra per meglio realizzare le foto di rito.

Nella conferenza ha parlato del suo prossimo progetto in uscita: Conversazioni con Putin. (In inglese). Accenna a “Trump come Hillary Clinton”, agli U.S.A. che “non sono gestiti dai presidenti” ad Obama come “cold warrior diventato hard warrior”, chiosando..”gli Stati Uniti sono il regno dei segreti, dove le agenzie nemmeno comunicano tra loro, come sta emergendo dalla desecretazione degli atti della presidenza Bush”.

Infine su Snowden: “un solitario”, “un boy scout”, “un uomo comune (non un condottiero) che tanto ha dato alla consapevolezza degli americani”

 

 

 

La propaganda della “Via della Seta”

Cina abolisce figlio unicoLa “Belt and Road Iniziative” (BRI), la visione geopolitica del presidente cinese Xi Jinping, ha avuto la sua traduzione operativa nel progetto “One Belt, One Road” (OBOR), “Una Cintura, Una Strada”. Un megaprogetto che, con l’avvento alla Casa Bianca di Donald Trump, è diventato oggetto di approfondimento e di preoccupazioni. Considerato ieri solo propaganda diretta a contrastare la politica con cui Obama perseguiva l’obiettivo di un contenimento” regionale della Cina, tale progetto è considerato un “messaggio” diretto al nuovo presidente degli Stati Uniti, che del cambio radicale della politica soft di Obama nell’Oceano Indiano e nel Mar Cinese meridionale ha fatto uno dei motivi del suo successo elettorale.
Il progetto OBOR si compone di due parti che si integrano l’una con l’altra: la “Cintura” (Cintura Economica della Via della Seta) e “la Strada” (Strada della Seta Marittima). La “Cintura”, su base terrestre, è costituita da una vasta fascia della Cina centrale, che attraversando un gran numero di Paesi asiatici, non sempre in relazioni pacifiche tra loro, raggiunge l’Europa orientale; la “Strada”, su base marittima, invece, è una rotta che si estende dal Mar della Cina Meridionale e si irradia verso il Sud-Est asiatico, il Mediterraneo orientale e, attraversando l’Oceano Pacifico, l’America meridionale.
La visione geopolitica di Xi Jinping, a parere di Mu Chunshan, autorevole opinionista cinese e già responsabile dell’ufficio per la diffusione dell’immagine della Cina nel mondo, è ambiziosa ma pacifica. Xi Jinping, eletto “nucleo” del partito, durante la VI sessione del XVIII° Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, intende realizzare una politica estera che si articola, stando alle indicazioni riconducibili al progetto OBOR, secondo tre direttrici che, nell’insieme, prefigurano le aspirazioni del Grande Paese asiatico: la prima è quella che vorrebbe la Cina proiettata verso il conseguimento di obiettivi politici e strategici, attraverso l’impiego di mezzi puramente economici; la seconda, è volta ad assicurare al Paese una crescente e stabile presenza militare nel mondo; la terza tende a conseguire per la Cina uno status di pari importanza nelle relazioni tra le grandi potenze.
In un recente articolo, “Geopolitica di Xi Jinping” (“Limes”, n. 1/2017), Mu Chunshan osserva che, dopo trent’anni di crescita, di riforme e di apertura al mondo, la Cina ha accumulato una sufficiente credibilità per aspirare ad “influenzare il mondo con l’economia, strumento di potere che gli altri Paesi accettano più facilmente rispetto a quello politico e militare”; da ciò consegue, secondo l’opinionista cinese, la giustificazione della seconda direttrice delle aspirazioni geopolitiche cinesi, ovvero la propensione a “salvaguardare meglio gli interessi nazionali e far abituare il mondo a una Cina diversa dal passato”, tendendo ad “influenzare l’ordine mondiale e regionale per cambiarlo uniformemente ai propri interessi”.
Una volta insediatosi al potere e consolidata la sua posizione all’interno del partito, Xi Jinping intende conseguire questo risultato, abbandonato il principio, già stabilito da Deng Xiaoping, di “mantenere un basso profilo”, per non suscitare sospetti e diffidenza da parte del resto del mondo; al contrario del suo predecessore, Xi Jinping è del parere che la Cina abbia acquisto ora una maggior forza economica, e poiché è diventata la seconda potenza economica mondiale, la sua influenza politica e militare deve crescere in proporzione; perciò, se in passato era plausibile tenere un profilo basso e introverso, è giunta l’ora di perseguire, sia pure in maniera pacifica, obiettivi più estroversi rispetto al resto del mondo.
In realtà, la Cina di Xi Jinping è andata molto oltre i limite del “basso profilo”, spesso con la pretesa di tutelare suoi presunti interessi secondo modalità dure ed aggressive; a partire dal 2013, i rapporti con i Paesi bagnati dal Mar Cinese Meridionale si sono deteriorati e la Cina ha incominciato ad inviare soldati all’estero per garantire l’integrità dei pozzi petroliferi al cui sfruttamento è interessata e la sicurezza dei propri tecnici impegnati in vari Paesi nella costruzione di infrastrutture.
Sul fronte delle relazioni tra le grandi potenze, Xi Jinping, con il progetto OBOR, infine, vuol definire, in particolare nei confronti degli Stati Uniti, le priorità geopolitiche del proprio Paese; pretesa questa che, a partire dall’inizio dell’anno corrente, deve fare i conti con il cambiamento della politica estera annunciato dal nuovo “inquilini” della Casa Bianca, proprio nei confronti della Cina.
Per l’attuazione del progetto OBOR, la Cina conta di poter fare affidamento sul supporto di una serie di banche per lo sviluppo, fra le quali la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), il Silk Road Fund e la New Development Bank (NDB). L’AIIB, è attualmente sostenuta da 57 Paesi membri, alcuni dei quali europei ed alleati degli Stati Uniti, la Corea del Sud e tutti i Paesi riuniti nell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN). Il Silk Road Fund è un fondo di investimento statale cinese, costituito per il finanziamento della costruzione delle infastrutture nei Paesi che saranno attraversati dalle vie della seta. Infine, l’ANDB è la banca dei BRICS, Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, Paesi che da tempo perseguono lo scopo di costruire un sistema commerciale globale alternativo a quello basato sul dollaro.
Oltre che contare sulla dotazione di queste istituzioni bancarie, ammontante a circa 240 miliardi di dollari, il successo del progetto OBOR può contare anche sul fatto che la Cina ha già investito 62 miliardi di dollari in infrastrutture strumentali al successo del progetto, attraverso l’impegno della China Development Bank, della Export-Import Bank of China e della Agricultural Development Bank of China e di quello della China Construction Bank, un’altro istituto finanziario che a partire dal 2013 ha investito 40 miliardi di dollari l’anno in infrastrutture. Un’altra ragione di possibile successo del megaprogetto può essere ricondotta al fatto che la Cina, in cooperazione con le istituzioni finanziarie di Singapore, ha anche stanziato 22 miliardi nella realizzazione di progetti nell’Asia sud-orientale, per la costruzione di infrastrutture che saranno parte della via della Seta marittima.
L’origine delle preoccupazioni nutrite da molti Paesi asiatici, e soprattutto delle grandi potenze, USA in testa, connesse ai possibili scenari futuri legati all’attuazione del progetto OBOR è la diffusa incertezza sulle reali motivazioni della Cina. Il presidente Xi Jinping ha definito il progetto OBOR come un modello di “cooperazione” rivolto alla creazione di una “comunità dal destino comune”, ma anche, come già precedentemente si è detto, ad assicurare alla Cina “una posizione geopolitica, economica e militare che corrisponda ragionevolmente al suo livello di sviluppo”. L’attuazione del progetto, a parere di Mu Chunshan, non punterebbe “a superare gli USA e a diventare la nuova ‘polizia del mondo’”; ciò perché la politica di Xi Jinping sarebbe solo “conforme alla realtà del rapido sviluppo dell’economia cinese degli ultimi trent’anni”.
Ma un altro articolo, sempre dello stesso Mu Chunshan, comparso sullo stesso numero 1/2017 di “Limes”, dal titolo “La via per tornare ad essere il numero uno del mondo”, contraddice sostanzialmente le pacifiche intenzioni attribuite al presidente Xi Jinping; in esso si sostiene, infatti, che nell’attuazione del megaprogetto delle vie della seta sarebbe implicito il “sogno cinese”, proposto dal presidente divenuto “nucleo” del Partito Comunista, che prevede di portare a compimento la “grande rinascita del popolo cinese”, in concomitanza con il centesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (2049)”. Il termine “rinascita” non sarebbe casuale, perché, significherebbe “ripristinare il rango internazionale della Cina nelle epoche Han e Tang”, appunto le due dinastie che hanno rappresentato “il periodo di maggiore prosperità della via della seta”; obiettivo, questo, che sarebbe proprio del progetto OBOR, destinato a diventare uno dei “vettori di realizzazione del ‘sogno cinese’”.
Ovviamente, lo stesso Mu Chunshan sembra essere consapevole che la realizzazione del megaprogetto andrà incontro a molti sospetti e rischi di rigetto da parte del resto del mondo. I sospetti sarebbero dovuti al fatto che gli stranieri non capirebbero il senso che la realizzazione del progetto avrebbe per la Cina, soprattutto perché, per tanto tempo, la società internazionale si sarebbe abituata a considerare la Cina introversa e marginale. Ciò sarebbe valso a consolidare il convincimento che la “Cina dovesse agire esclusivamente entro i limiti prestabiliti del suo spazio geografico”. In molti Paesi, sia nelle èlite che fra la gente comune, si stenterebbe, perciò, a comprendere che la Cina è cambiata, diventando sempre più estroversa, e che il progetto OBOR rappresenta il marchio del mutamento. E’ chiaro – conclude Mu Chunshan – che uno sviluppo così rapido della potenza cinese sarà “difficile da accettare”, sino a risultare naturale che l’attuazione del progetto OBOR sollevi diffuse diffidenze circa il senso che gli viene assegnato dalla Cina moderna.
Ma non è solo il mondo in astratto a nutrire diffidenze circa le intenzioni della politica di Xi Jinping; esse serpeggiano anche presso alcuni Paesi asiatici che dovrebbero essere direttamente investiti dal megaprogetto delle vie della seta. Alle diffidenze si aggiungono anche i molti rischi ai quali è esposta l’attuazione del progetto, dovuti al fatto che la sua realizzazione investe direttamente alcuni Paesi, soprattutto quelli mediorientali che, nel loro insieme, costituiscono un’area molto instabile, dato che ciascuno di essi tende a conquistare una posizione dominante.
Altri rischi provengono direttamente dalla Cina, ovvero dalla sua debolezza riguardo al processo di globalizzazione; e ciò per due ordini di motivi. Il primo di questi concerne la possibilità che le attività produttive cinesi non si adattino facilmente alle regole del gioco prevalenti al di fuori dei confini della madrepatria; le imprese cinesi che operano all’estero, oltre all’esercizio della propria attività, concorrono a plasmare l’immagine della Cina, per cui se tali imprese dessero della loro madrepatria un’immagine “aggressiva”, la realizzazione del progetto OBOR ne sarebbe influenzata negativamente. Inoltre, anche dal punto di vista interno della stessa Cina, l’attuazione del megaprogetto delle vie della seta è destinata a sollevare non pochi rischi politici, nascenti dagli interrogativi circa gli effetti derivanti dalla destinazione di tante risorse all’estero, a scapito degli investimenti interni, volti a rimuovere i tanti squilibri territoriali e sociali che ancora permangono, nonostante il “grande balzo in avanti” compiuto dalla Cina moderna,
Il secondo ordine di motivi che vede la Cina debole riguardo al processo di globalizzazione, è dovuto al fatto che ancora essa non dispone di una “area valutaria ottimale”, tale da consentirle di trasformare il “renminbi” in una valuta sostitutiva del dollaro nella regolazione delle transazioni internazionali, strumentali per il successo del progetto stesso; ciò perché, al di là delle sue aspirazioni a perseguire la “grande rinascita del popolo cinese”, la Cina non dispone del necessario potere militare per presiedere l’area valutaria, al fine di garantire alla sua valuta nazionale la sicurezza e la fiducia da parte degli operatori internazionali.
Infine, l’OBOR è esposto al rischio di un confronto “a tutto tondo” con la superpotenza americana, l’unica al momento in grado di egemonizzare le modalità di funzionamento in condizioni di stabilità del processo di globalizzazione; al di là della politica asiatica “minacciata” da Trump, gli analisti delle relazioni internazionali tendono a valutare il progetto delle vie della seta niente più che pura propaganda; l’obiettivo di sarebbe quello di controbilanciare il tentativo di Obama di costruire una cintura di contenimento contro la tendenza della Cina ad espandersi territorialmente a spese dei deboli Paesi vicini, nonché a porre rimedio alla sua presunta ostentata incapacità di “gestire in sicurezza” un vicino suo protetto, dotato di deterrenza atomica, che di continuo minaccia la stabilità dell’intera area asiatica e la sicurezza delle rotte marittime, perno dell’egemonia strategica ed economica globale della superpotenza a “stelle e strisce”.
Al momento, c’è solo da augurarsi che le due potenze mondiali, Cina ed USA, privilegino, nella regolazione dei loro conflitti di interesse, la via del negoziato in luogo del ricorso alla forza militare, e in particolare: che la Cina non dia l’impressione sbagliata (ma non troppo) di usare Kim Jong-un per destabilizzare l’area asiatica e le rotte marittime che la solcano; e che gli USA, dipendendo dall’importazione di capitali cinesi, non pretendano di rimettere in discussione tutto ciò che, riguardo alla Cina, è stato realizzato col loro interessato consenso, ricorrendo ora a barriere tariffarie anticinesi e a possibili strategiche alleanze di segno opposto a quelle sinora praticate.

Gianfranco Sabattini

Putin risponde ‘diplomaticamente’ a Obama

putinL’ossessione di Washington sulle spie rischia di far franare i già delicati rapporti con Mosca, ma stavolta la Russia non cede alle ‘provocazioni’ americane. Il Presidente Vladimir Putin ha infatti risposto augurando un buon anno alla famiglia Obama, ma non ha usato la stessa ‘carta’ del suo omologo americano. La Russia “non creerà problemi ai diplomatici americani e non espellerà nessuno” in risposta all’offensiva di Obama, dichiara Putin, di fatto respingendo la proposta del suo ministro che premeva per far allontanare dalla Federazione 35 diplomatici statunitensi, tanti quanto gli agenti russi coperti da prerogative diplomatiche dei quali il governo di Washington ha già decretato l’espulsione.
Ieri era arrivata infatti la decisione del presidente Barack Obama di espellere 35 diplomatici russi definiti ‘agenti dell’intelligence’ di Mosca e autori di attività di hackering durante le elezioni presidenziali che hanno visto vincere Donald Trump.
Inizialmente però sembrava prevalere il solito spirito da rappresaglia tra le due Potenze. “La reciprocità è la legge diplomatica nelle relazioni internazionali – dice il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov -. Per questo proponiamo al presidente della Russia di dichiarare persone non gradite 31 funzionari dell’ambasciata Usa a Mosca e altri quattro del consolato Usa a San Pietroburgo”. Dopodiché però la decisione finale è stata diversa e inaspettata.putin
La Russia si “riserva il diritto” di rispondere agli Stati Uniti ma non intende scendere al livello di una “diplomazia irresponsabile”.
La decisione del Presidente Putin non solo va contro ogni aspettativa, ma di fatto ‘scavalca’ anche l’autorità di Obama. Putin non solo ha rimarcato come questa sia una delle sue ultime decisioni, ma ha anche scritto al successore dell’attuale presidente Usa.
Vladimir Putin ha inviato un messaggio d’auguri al presidente eletto Usa Donald Trump, auspicando un salto di qualità nei rapporti Washington-Mosca. Il leader del Cremlino scrive al futuro inquilino della Casa Bianca: “Spero che i nostri due Paesi, agendo in chiave costruttiva e pragmatica, sappiano ripristinare i meccanismi di cooperazione bilaterale in vari campi e portare a un livello qualitativamente nuovo l’interazione nell’arena internazionale”.