Istat, a luglio produzione in calo

produzione industrialeSembra un paradosso: l’occupazione in crescita e la produzione in discesa. Anche se l’Istat ha comunicato oggi entrambi i dati, quelli sull’occupazione si riferiscono al secondo trimestre del 2018 (cioè al 30 giugno 2018), mentre i dati sulla produzione si riferiscono al luglio 2018 (cioè al 31 luglio 2018). La differenza di un mese potrebbe essere significativa e dovremo aspettare i dati sull’occupazione del mese di luglio per poterli relazionare allo stesso periodo con i dati sulla produzione.

Secondo l’Istat, nel secondo trimestre del 2018 si è raggiunto e superato il numero degli occupati del secondo trimestre 2008 e il tasso di occupazione 15-64 anni non destagionalizzato è tornato allo stesso livello (59,1% in entrambi i periodi). Allo stesso livello di occupati del 2008 corrisponde una maggiore presenza di dipendenti (77%; +2,8 punti), in particolare a termine (13,4%; +3,1 punti) e di lavoratori a tempo parziale (18,7%; +4,1 punti). Il tasso di disoccupazione è sceso al 10,7% nel secondo trimestre 2018 ed ha toccato il livello più basso da sei anni.  Per trovare un risultato più basso bisognerebbe tornare al secondo trimestre del 2012 (10,6%). Rispetto al trimestre precedente il calo è stato di 0,2 punti percentuali e rispetto all’anno precedente di 0,3 punti. Nel confronto tendenziale, per il quinto trimestre è proseguita, con minore intensità, la diminuzione dei disoccupati (-34 mila in un anno, -1,2%) che riguarda solo il Sud. Bisogna anche notare che dieci anni fa il numero degli occupati a tempo determinato era minore.

Invece, a luglio 2018 c’è stata una brusca discesa per la produzione industriale. L’Istat ha registrato un calo dell’1,8% rispetto al mese precedente e una flessione dell’1,3% anche rispetto a luglio 2017 (nei dati corretti per effetti di calendario). Si tratterebbe della prima contrazione tendenziale a partire da giugno 2016 e del risultato peggiore da oltre tre anni, a partire da gennaio 2015 (-1,8%). I dati grezzi hanno segnato, invece, +1,8%.  Nella media dei primi sette mesi la produzione è cresciuta del 2% su base annua. Nella media del trimestre maggio-luglio, invece, il livello della produzione ha registrato una flessione dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti. L’indice destagionalizzato mensile dell’Istat ha mostrato diminuzioni congiunturali in tutti i comparti: variazioni negative hanno segnato i beni strumentali (-2,2%), i beni di consumo (-1,7%) e i beni intermedi (-1,2%); in misura più contenuta è diminuita l’energia (-0,8%). Gli indici corretti per gli effetti di calendario hanno registrato a luglio 2018 una lieve crescita tendenziale solamente per il raggruppamento dei beni strumentali (+0,7%); variazioni negative sono registrate, invece, per i beni intermedi (-2,2%), i beni di consumo (-1,9%) e l’energia (-1,4%). I settori di attività economica che hanno registrato la maggiore crescita tendenziale sono stati l’attività estrattiva (+2,8%), la fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (+1,8%) e la fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (+1,3%). Le maggiori flessioni hanno riguardato, invece, la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-6,4%), l’industria del legno, della carta e stampa (-5,8%), la metallurgia e prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti) (-2,8%) e la fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-2,8%).

Anche nell’area euro c’è stata una nuova e netta contrazione della produzione dell’industria. A Luglio ha registrato un calo dello 0,8 per cento rispetto al mese precedente, una diminuzione della stessa entità di quella segnata a giugno, secondo i dati di Eurostat, l’ente di statistica dell’Unione europea. In questo modo la variazione su base annua della produzione è piombata a valori negativi, un meno 0,1 per cento a fronte del più 2,3 per cento di giugno.

Si tratterebbe della prima variazione negativa su base annua da due anni a questa parte. Secondo Eurostat, per trovare un altro calo bisognerebbe risalire al luglio del 2016, quando la produzione registrò un meno 0,2 per cento.

Tornando alla variazione mensile, spicca il fatto che a determinare la flessione generale è stata una pesante contrazione della produzione sui beni di consumo: meno 1,9 per cento su quelli durevoli e meno 1,3 per cento di quelli non durevoli. I beni intermedi, invece, così come quelli strumentali, hanno segnato un più 0,8 per cento, l’energia un più 0,7 per cento.

Tra le grandi economie dell’area euro solo la Francia è scampata al calo generale, con un più 0,7 per cento su mese. In Germania la produzione è calata dell’1,8 per cento, così come in Italia, e si tratta dei due primi paesi per il manifatturiero europeo, mentre in Spagna è scesa dello 0,3 per cento.

Anche per l’occupazione, come in Italia, si registra un record di occupati in Europa. I dati diffusi da Eurostat indicano che nell’area euro i lavoratori ammontano a 158 milioni nel secondo trimestre dell’anno e 238,9 milioni nell’Europa a 28. L’Ufficio statistico di Bruxelles ha sottolineato: “Sono i numeri più alti mai registrati nelle due aree”.

Ma i dati si riferiscono al secondo trimestre dell’anno in cui è proseguito il trend positivo dell’occupazione nel vecchio continente con una crescita dello 0,4% degli occupati rispetto ai primi tre mesi dell’anno sia nell’Eurozona che nei 28 paesi Ue. Su base annuale nel club dell’euro l’occupazione è aumentata dell’1,5% mentre nell’Ue dell’1,4%.

Nel periodo aprile-giugno le migliori performance sono state registrate da Malta ed Estonia con una crescita dell’1,3%, a seguire la Polonia (+1,2%), Cipro (+1%) e Lussemburgo (+0,9%). In Lettonia, Portogallo e Romania l’occupazione ha accusato una battuta d’arresto con una flessione dello 0,3% sul trimestre precedente e in Bulgaria -0,2%.

Tra le maggiori economie del continente, in Italia gli occupati hanno registrano un aumento dello 0,5% sul primo trimestre e +0,9% sullo stesso periodo dello scorso anno. Incrementi più modesti in Germania (+0,2%) e Francia (+0,1%).

A conferma di un trend positivo anche le previsioni di Manpower hanno previsto per l’ultimo trimestre dell’anno una crescita degli occupati in Italia pari al 2%, la seconda più alta dal 2011. Riccardo Barberis, ceo di ManpowerGroup Italia, ha dichiarato: “Le previsioni di assunzione da parte delle imprese italiane sono positive e riflettono un buon livello di ottimismo, in un momento caratterizzato anche dalla transizione politica e dalle nuove misure introdotte sul mercato del lavoro con la recente approvazione del Decreto Di Maio. Crediamo, che la definizione di una strategia mirata all’attrazione e alla preparazione dei talenti debba essere una priorità, dal momento che in Italia il tasso di Talent Shortage registra il livello più alto degli ultimi 12 anni. Non solo attrarre e trattenere i migliori talenti, ma lavorare in sinergia con le imprese e le istituzioni per costruire le professionalità adeguate, deve essere un obiettivo chiave, nei prossimi mesi. Un’attenzione particolare dovrà essere posta a favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. L’Istat ha recentemente sottolineato come il livello degli under25 in cerca di occupazione sia uno dei più altri degli ultimi 10 anni (32,6%). Urgono misure che consentano ai giovani di sviluppare le competenze richieste dal mercato e di sviluppare un’occupabilità di lungo termine”.

Ieri, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha rotto gli indugi sul taglio dell’Irpef annunciando l’intenzione, compatibilmente con gli spazi di bilancio, di procedere con la riduzione e l’accorpamento delle aliquote per i redditi familiari. Un’operazione che, secondo le intenzioni del titolare dell’Economia, dovrà essere fatta in modo equilibrato, coerente e graduale.

Allo studio ci potrebbe quindi essere una revisione più ampia rispetto all’ipotesi circolata nei giorni scorsi di tagliare solo l’aliquota più bassa dal 23 al 22% fino a 15mila euro. L’intervento, già di per sé, sarebbe molto costoso: servirebbero circa 3 miliardi di euro e avrebbe effetti maggiori sul primo scaglione, cioè su circa 18,4 milioni di contribuenti (ma poco più di 10 milioni di questi soggetti sono già nella no-tax area). Proprio per gli elevati costi dell’operazione era anche trapelata l’ipotesi di un rinvio al 2020 dell’intero pacchetto intervenendo successivamente ma in maniera più corposa.

Tria, dalla Summer School di Confartigianato, ha, invece, reso pubblica l’intenzione dell’esecutivo di procedere da subito nella legge di bilancio (che dovrà essere approvata entro il 20 ottobre) alla riduzione dell’Irpef.

Il ministro dell’Economia ha detto: “Bisogna trovare spazi in modo molto graduale per una partenza di un primo accorpamento delle aliquote e una riduzione per i redditi familiari”.

Invece, per quanto riguarda la flat tax prevista dal contratto di governo, Tria ha ammesso: “Si tratta di un processo complesso che richiede tempo, perché va finanziata con le tax expenditures (detrazioni e deduzioni fiscali). E in Italia c’è una complessità di aliquote alte e di tax expenditure: non si capisce mai chi vince e chi perde”. Il responsabile dell’Economia, inoltre, ha detto: “Ci sarà una pace fiscale, tanto più motivata perché collegata alla riforma fiscale e alla riduzione della pressione fiscale che sarà strutturale. Mentre sui redditi minimi probabilmente si alzerà la soglia di un pò, ma è ancora in discussione fino a quanto”.

La Lega, che si è tornata a riunire con Matteo Salvini, per mettere a punto le proprie proposte, punta a partire proprio con l’ampliamento del regime dei minimi, applicando l’aliquota piatta del 15% fino a 65mila euro e del 20% sui redditi aggiuntivi fino a 100mila euro. Tra le altre opzioni, il viceministro del Carroccio, Massimo Garavaglia, ha confermato la maxi-detassazione Ires per le imprese che investono gli utili in beni, macchinari, capannoni e assunzioni. E’ allo studio, ha detto, l’introduzione di “una dual tax Ires, al 24% per quello che tiri fuori e al 15% strutturale su quello che resta dentro l’azienda”. Dopo gli ultimi interventi normativi l’aliquota Ires è oggi al 24% dal precedente 27,5%.

Da giorni, comunque, tutti i rappresentanti del governo giallo-verde insitono sul fatto che le tre riforme (fisco, pensioni e reddito di cittadinanza) devono coesistere in manovra. Anche per Tria, che ha smentito qualsiasi contrasto all’interno dell’esecutivo, le tre riforme previste nel contratto devono andare di pari passo. Ma il reddito di cittadinanza per avere effetti sulla crescita “deve essere disegnato bene”.

Tria ha concluso: “Sarebbe equilibrato fare un pò di tutto e vedere se le misure hanno una coerenza, ma il centro della manovra sono gli investimenti, la botta alla crescita deve venire dagli investimenti”.

L’ottimismo del Governo nel proseguire il percorso ed anche le previsioni di ManpowerGroup Italia (in controtendenza con molte altre analisi economiche), non sappiamo fino a che punto tengono conto degli effetti congiunturali derivanti dai dazi statunitensi e dalla cessazione del QE della Bce a fine anno, i cui effetti non saranno certamente positivi. I dati sulla produzione di luglio potrebbero essere un primo segnale.

Salvatore Rondello

Istat. Occupati record ma nessuno lo dice

cerco lavoro disoccupazione

Oggi l’Istat ha pubblicato i dati mensili sull’occupazione. Ad aprile 2018 la stima degli occupati ha continuato a mostrare una tendenza alla crescita (+0,3% rispetto a marzo, pari a +64 mila). Il tasso di occupazione si è attestato al 58,4% (+0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente).

La crescita congiunturale dell’occupazione ha interessato tutte le classi di età ad eccezione dei 25-34enni. L’aumento maggiore ad aprile è stato per le donne (+52 mila) e per le persone di 35 anni o più (+77 mila). E’ proseguita la ripresa degli indipendenti (+60 mila) e dei dipendenti a termine (+41 mila), mentre sono diminuiti i permanenti (-37 mila). Ad aprile, la stima delle persone in cerca di occupazione ha registra un aumento dello 0,6% (+17 mila). La crescita della disoccupazione si è concentrata tra gli uomini, distribuendosi in tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni. Il tasso di disoccupazione si è attestato all’11,2%, risultando stabile rispetto al mese precedente, mentre quello giovanile è salito al 33,1% (+0,6 punti percentuali). Ad aprile la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni è continuata a diminuire sensibilmente (-0,6%, -74 mila). Il calo ha riguardato donne e uomini ed è diffuso su tutte le classi di età. Il tasso di inattività è sceso al 34,0% (-0,2 punti percentuali rispetto a marzo). Nel periodo febbraio-aprile 2018, la crescita degli occupati è stata dello 0,3% rispetto al trimestre precedente (+67 mila). L’aumento ha interessato entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni. Sono aumentati i dipendenti a termine (+59 mila) e in misura più lieve gli indipendenti (+14 mila), mentre sono restasti sostanzialmente stabili i dipendenti a tempo indeterminato.

Alla crescita degli occupati nel trimestre si è visto un aumento dei disoccupati (+0,5%, +14 mila) associato a un forte calo degli inattivi (-0,7%, -95 mila). Su base annua, è continuato l’aumento degli occupati (+0,9%, +215 mila). La crescita ha interessato donne e uomini e si è concentrata tra i lavoratori a termine (+329 mila), mentre sono diminuiti i permanenti (-112 mila). Gli indipendenti sono rimasti stabili. Sono cresciuti soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+328 mila) e i giovani 15-24enni (+78 mila), mentre sono calati gli occupati tra i 25 e i 49 anni (-191 mila). Nei dodici mesi è aumentato il numero di disoccupati (+0,8%, +24 mila) mentre è calato fortemente quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-2,4%, -318 mila).

L’Istat ha spiegato che dopo i livelli massimi della fine del 2014, la disoccupazione è tornata sui livelli della seconda metà del 2012, su cui viaggia ormai già da tempo. Il numero dei disoccupati si è attestata così a 2 milioni 912 mila. Su base annua si registra un calo di 2,5 punti.

Il numero degli occupati infine ha raggiunto il record storico di 23 milioni e 200 mila. Si tratta del dato più alto dall’inizio delle serie storiche (1977). La composizione dell’ occupazione ha visto più donne, più anziani e più lavoratori a tempo determinato.

Ai dati sull’occupazione fanno eco i dati sull’inflazione in crescita per l’aumento dei consumi. Le buone notizie, spesso, misteriosamente, non vengono sufficientemente diffuse dalla grande comunicazione di massa.

Salvatore Rondello

Psi: “Sul Pil dati incoraggianti ma ancora tanto da fare”

Pil Italia-cresce

La crescita economica, a inizio del 2018, è in frenata nell’area euro. Nel primo trimestre il Pil ha segnato un incremento dello 0,4 per cento rispetto ai tre mesi precedenti, secondo la stima preliminare diffusa da Eurostat, mentre il ritmo di espansione su base annua si è smorzato al 2,5 per cento.

Nell’ultimo trimestre del 2017 il Pil dell’Unione valutaria aveva segnato un più 0,7 per cento dai tre mesi precedenti e un più 2,8 per cento su base annua. Quindi, lo scenario di frenata della crescita evidenziato da diversi indicatori e indagini è stato confermato, anche se ancora non è chiara la natura temporanea di questa dinamica.

Guardando all’intera Unione europea a 28, sempre secondo Eurostat, il Pil ha segnato un più 0,4 per cento congiunturale e un più 2,4 per cento su base annua.

Per quanto riguarda l’Italia, dalle stime preliminari diffuse dall’Istat, il prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,3% nel primo trimestre rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1,4% in termini tendenziali (era +1,6% nel IV trim. 2017). La variazione acquisita per il 2018 è pari a +0,8%.

L’incremento congiunturale del Pil italiano, secondo l’Istituto di statistica, è la sintesi di un aumento del valore aggiunto dei settori dell’agricoltura, silvicoltura e pesca e dei servizi, mentre il valore aggiunto dell’industria ha segnato una variazione quasi nulla. Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto negativo della componente estera netta.

L’Istat ha commentato: “All’inizio del 2018 l’economia italiana è cresciuta a un ritmo congiunturale dello 0,3% segnando un risultato analogo a quello del trimestre immediatamente precedente e confermando il rallentamento rispetto alla dinamica più marcata registrata nella prima parte del 2017. La lieve decelerazione emersa nel periodo più recente determina un contenuto ridimensionamento del tasso di crescita tendenziale che scende all’1,4%. Con il risultato del primo trimestre, la durata dell’attuale fase di espansione dell’economia italiana si estende a 15 trimestri; il livello del Pil risulta ancora inferiore dello 0,9% rispetto al precedente picco del secondo trimestre del 2011 ma superiore del 4,4% rispetto all’inizio della fase di recupero”.

Contestualmente, l’Istat ha reso noto che il tasso di disoccupazione a marzo è rimasto stabile all’11,0% rispetto al mese precedente mentre quello giovanile è sceso al 31,7% (-0,9 punti percentuali). La crescita della disoccupazione si è concentrata tra le donne e i 35-49enni. Secondo l’Istat, il numero degli occupati ha continuato a crescere a marzo (+0,3% rispetto a febbraio, pari a +62 mila), con un tasso di occupazione che è salito di 0,2 punti attestandosi al 58,3%.

Parallelamente, dopo il calo di febbraio, sono aumentate le persone in cerca di occupazione (+0,7% pari a +19 mila) mentre gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono diminuiti dello 0,8% (-104 mila). Il calo riguarderebbe entrambi i generi e tutte le classi di età ad eccezione dei 15-24enni. Il tasso di inattività è sceso al 34,3% (-0,3 punti percentuali rispetto a febbraio). La crescita dell’occupazione ha interessato tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni con un aumento maggiore per i giovani 25-34enni (+0,9 punti percentuali). La crescita è dovuta interamente alla componente maschile mentre per le donne, dopo l’aumento dei mesi precedenti, si è registrato un calo.

Il commento dell’Istat: “una ripresa degli indipendenti, che recuperano in parte la diminuzione osservata nei primi due mesi dell’anno e, in misura più lieve, dei dipendenti a termine, mentre restano sostanzialmente stabili i permanenti”.

Nell’arco del primo trimestre 2018 gli occupati sono aumentati dello 0,1% rispetto al trimestre precedente (+21 mila). L’aumento ha interessato gli uomini e tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni. Sono aumentati i dipendenti a termine (+66 mila), mentre sono diminuiti lievemente i permanenti (-8 mila) e in misura più consistente gli indipendenti (-37 mila). Alla crescita degli occupati nel trimestre si è accompagnato un lieve aumento dei disoccupati (+0,1%) e un calo degli inattivi (-0,3, -34 mila).

Su base annua è continuato l’aumento degli occupati (+0,8%, +190 mila). La crescita ha interessato uomini e donne e riguarda esclusivamente i lavoratori a termine (+323 mila), mentre sono in calo i permanenti (-51 mila) e gli indipendenti (-81 mila). Sono aumentati soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+391 mila per effetto della legge Fornero) e, in misura minore, i 15-34enni (+46 mila) mentre sono in calo i 35-49enni (-246 mila). Nell’arco di un anno sono diminuiti sia i disoccupati (-4,0%, -118 mila) sia gli inattivi (-1,1%, -150 mila).

Maria Cristina Pisani, giovane portavoce del PSI, ha commentato i dati dell’Istat: “I dati diffusi dall’ISTAT sul miglioramento della situazione lavorativa del nostro Paese, soprattutto per quello che riguarda i giovani, sono incoraggianti anche se c’è tanto ancora da fare. Preoccupa, invece, il dato congiunturale dell’ultimo mese scomposto per sesso che descrive, a fronte di un aumento tra gli uomini, un calo dell’occupazione fra le donne. I dati diffusi dall’ISTAT parlano, infatti, di un ritorno dei tassi di occupazione a livelli pre-crisi, evidenziando un  aumento significativo del numero degli occupati e un crollo degli inattivi.
Sono segnali che indicano la necessità di non spegnere i riflettori sul tema della parità di genere, nella società come nel mondo del lavoro; una battaglia di civiltà, di progresso sociale ed economico che mi vedrà sempre in prima linea”.

Da Washington, un autorevole giudizio di sintesi sull’Italia è arrivato con convinzione da Alessandro Leipold, il nuovo rappresentante dell’Italia nel Consiglio del Fondo Monetario Internazionale: “Le prospettive di breve termine per l’Italia non sono così male tanto che il consenso è per una continuazione della ripresa. L’outlook strutturale si fa però più incerto se si prende in considerazione un’orizzonte temporale più lungo”.

Il successore di Carlo Cottarelli all’istituto di Washington è stato premiato ieri a New York dal Gruppo esponenti italiani (Gei) presieduto da Lucio Caputo. In quell’occasione, oltre a descrivere il quadro economico italiano, l’ex capo economista del Lisbon Council e storico membro dell’Fmi ha cercato anche di descrivere al pubblico internazionale la situazione politica del nostro Paese senza avere informazioni da insider.

Dal punto di vista economico, Leipold ha descritto la linea del Fondo emersa dai recenti Spring Meetings che si sono svolti nella capitale Usa. Per l’Italia, è prevista una crescita del Pil nel 2018 dell’1,5%. Leipold ha detto: “Non è un tasso di crescita fantastico ma è il migliore degli ultimi 10 anni con l’eccezione del 2010, quando ci fu un rimbalzo dalla crisi. Certo. Rischi esterni non Made in Italy come le tensioni commerciali o quelle geopolitiche potrebbero cambiare il quadro, che attualmente resta tutto sommato incoraggiante. E’ nel medio-lungo termine che i nodi strutturali dell’Italia emergono. A cominciare da una crescita della produttività molto deludente”. Per Alessandro Leipold sarebbe un peccato che alla fine, nel nostro Paese non si riesca a sfruttare il momento attuale favorevole per attuare le tanto necessarie riforme.

Sul fronte politico, Leipold ha spiegato ad un pubblico internazionale: “Il presidente della Repubblica sta provando tutte le opzioni possibili per formare un governo mentre nel PD aumentano le divisioni di chi vorrebbe almeno intavolare un confronto con il M5S, il primo partito alle elezioni. Un governo di minoranza è stato giudicato come improbabile e instabile. Un governo del presidente è decisamente più difficile della grand coalition tedesca. Un governo ponte in vista di nuove elezioni a questo punto è il più probabile ma porterebbe a chiedersi quando gli italiani tornerebbero a votare. Difficilmente in estate. Idealmente, la chiamata alle urne dovrebbe verificarsi dopo la riforma del sistema elettorale. Ma quella riforma pare improbabile perché implicherebbe la necessità di un consensus. E se le elezioni sono tenute con il sistema attuale, è molto probabile che si ottengano gli stessi risultati comportando un altro stallo”.

Leipold si è detto “speranzoso” perché “la speranza è l’ultima a morire”. L’Italia può sempre ricorrere a “l’arte di arrangiarsi” che, ha precisato, ha un significato sia negativo sia positivo. Nel frattempo però “la voce dell’Italia è assente” nei grandi dibattiti di questo momento, dai dazi su acciaio e alluminio alla definizione dell’architettura dell’Eurozona.

Sempre oggi, la Commissione europea ha presentato, a Bruxelles, la sua proposta per il nuovo quadro finanziario pluriennale per il bilancio 2021-2027 dell’Ue, il primo senza il Regno Unito. La proposta prevede un bilancio complessivo da 1.279 miliardi di euro, in termini di impegni a prezzi correnti, per i sette anni dell’esercizio, corrispondente all’1,11% del Pil complessivo dei Ventisette, in leggero aumento rispetto dell’1% dei Pil dei Ventotto dell’attuale quadro di bilancio pluriennale 2014-2020.

Nel primo pomeriggio, immediatamente dopo la riunione dei 28 commissari che ha varato la proposta, il capo dell’Esecutivo comunitario, Jean-Claude Juncker, ha presentato la proposta alla plenaria del Parlamento europeo, definendola “ragionevole e responsabile”. Juncker ha spiegato: “Ci occorre un bilancio sufficiente per le nostre ambizioni, e quindi ambizioso, ma anche equilibrato e giusto per tutti”.

Dunque, qualche spiraglio favorevole potrebbe esserci anche nel medio e lungo periodo. Purtroppo, il quadro politico attuale è preoccupante. Se le ragioni di parte dovessero prevalere sugli interessi del Paese, sarebbe un vero peccato. In altri tempi, uomini politici come Nenni erano disposti a sacrificare il proprio partito consapevoli che le scelte da fare erano le migliori possibili per il progresso del Paese.

Salvatore Rondello

Occupazione. L’Italia penultima in Europa

eurostatL’Italia continua ad indietreggiare anche per quanto riguarda l’occupazione. Il nostro Paese si classifica penultimo nell’Unione europea per il livello di occupazione, attestatosi al 62,3% nel 2017, peggio di noi solo la Grecia, col 57,8%. Lo riferisce Eurostat, precisando che il nostro Paese si rivela fanalino di coda anche per lo scarto occupazionale tra uomini e donne (19,8%), categoria in cui a superarci è soltanto a Malta col 26,1%. L’Italia è inoltre il penultimo Paese europeo, sempre dopo la Grecia, per donne occupate (appena il 52,5%).
Appare molto lontano pertanto al momento il raggiungimento dell’obiettivo Ue 2020 di un tasso d’occupazione complessivo del 67%. La strategia Europa 2020 mira a raggiungere un tasso d’occupazione totale per la fascia d’età 20-64 di almeno il 75% entro il 2020. Il target, ha ricordato Eurostat, è stato tradotto in diversi obiettivi nazionali per riflettere la situazione e le possibilità dei vari Stati membri di contribuire all’obiettivo comune. La media europea del tasso di occupazione nella fascia d’età 20-64 nel 2017 ha raggiunto il 72,2%, in crescita rispetto al 71,1% del 2016.
Nel confronto tra i Paesi dell’Unione, il tasso di occupazione nella fascia d’età tra i 20 e i 64 anni è cresciuto con particolare forza tra 2016 e 2017 in vari Paesi dell’Europa centro-orientale. Infatti dai dati emerge un rialzo di 3,6 punti percentuale in Bulgaria, 3,3 in Slovenia, 2,5 in Romania, 2,2 in Croazia, 2,1 in Estonia.
Il numero di occupati in Italia sono però in moderato aumento, con +0,7% su anno rispetto al 61,6% del 2016. In maggior crescita (+0,9%), però, sono le donne che lavorano, passate dal 51,6% del 2016 al 52,5% del 2017. Salgono in modo deciso (+1,9%) anche gli occupati over 55, passati su anno dal 50,3% al 52,2%, con differenze significative tra uomini (62,8% nel 2017) e donne (42,3%) – che sono però in più decisa crescita rispetto alla controparte maschile (+2,6% annuo contro 1,1%).

In Italia 7 pensioni su 10 sotto la soglia dei mille euro al mese

Inps

7 PENSIONI SU 10 SOTTO I MILLE EURO

In Italia 7 pensioni su 10 sotto la soglia dei mille euro. Lo scorso primo gennaio il 70,8% delle pensioni erogate per il settore privato, 12,8 milioni di assegni, sono infatti state inferiori a 1.000 euro. E’ quanto documenta l’Inps nel suo osservatorio sulle pensioni, rilevando che per le donne la percentuale è decisamente inferiore arrivando all’86,6%.

Nel complesso al primo gennaio 2018 le pensioni erogate erano 17.886.623 con un calo di circa 143 mila unità rispetto a inizio 2017: di queste 13.979.136 erano di natura previdenziale, mentre le rimanenti 3.907.487 sono di natura assistenziale. La spesa complessiva annua risulta pari a 200,5 miliardi di euro (di cui 179,6 miliardi sostenuti dalle gestioni previdenziali): un dato, spiega l’Istituto, ottenuto moltiplicando per 13 mensilità (12 nel caso delle indennità di accompagnamento) il valore dell’importo mensile di gennaio.

Pensioni liquidate – Per quanto riguarda le pensioni liquidate, nel 2017 sono state 1.112.163 per il settore privato: di queste poco meno della metà (553.105, pari al 49,7%) erano di natura assistenziale (507.177 per gli invalidi civili e 45.928 assegni sociali). L’Inps sottolinea come gli importi annualizzati, stanziati per le nuove liquidate del 2017, ammontano a 10,8 miliardi di euro, un valore che rappresenta circa il 5,4% dell’importo complessivo annuo in pagamento allo scorso primo gennaio.

Nuove pensioni – Le nuove pensioni erogate ai dipendenti privati sono state 335.246, il 30,1% del totale, per un importo annualizzato di 5,44 miliardi (il 50,2% del totale). Le nuove prestazioni erogate agli autonomi sono state invece 215.439. Le pensioni liquidate nelle altre gestioni e assicurazioni facoltative sono state 8.373.

Gestioni – Oltre la metà delle pensioni – spiega l’Inps – è in carico alle gestioni dei dipendenti privati delle quali quella di maggior rilievo (95,6%) è il Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti che gestisce il 48,2% del complesso delle pensioni erogate e il 61,1% degli importi in pagamento. Le gestioni dei lavoratori autonomi elargiscono il 27,5% delle pensioni per un importo in pagamento del 23,9% mentre le gestioni assistenziali erogano il 21,8% delle prestazioni con un importo in pagamento di poco superiore al 10,4% del totale.

Consulenti lavoro

VADEMECUM SU INCENTIVI OCCUPAZIONE

Un vademecum sugli incentivi occupazione Mezzogiorno e occupazione Neet. E’ il contenuto della circolare n.8/2018 della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, una serie di Faq che tendono a coprire la maggior parte delle casistiche possibili sul tema.

I consulenti del lavoro ricordano che “sono stati pubblicati a gennaio 2018 i decreti direttoriali Anpal n. 2 e 3, rispettivamente per l’incentivo occupazione Mezzogiorno e per l’incentivo occupazione Neet, di giovani, tra i 16 e i 29 anni che non studiano e non lavorano (Neet), aderenti al programma ‘Garanzia Giovani'”. “L’Inps -continua la nota dei professionisti- ne ha reso possibile l’applicazione con la pubblicazione delle circolari n. 48 e 49 del 19 marzo scorso, contenti le procedure telematiche per le richieste dei relativi incentivi economici. Adesso, quindi, il quadro delle possibili combinazioni di assunzione con esonero, disegnato per l’anno 2018, è completo. Dopo, infatti, l’intervento della legge 205/17, commi 100 e seguenti, l’ultimo tassello erano proprio le attese circolari Inps, necessarie a sbloccare i predetti decreti dell’Anpal”.

“Lo scenario -conclude la nota- che si presenta è alquanto complesso e articolato. I predetti incentivi, infatti, si possono anche combinare fra loro (solo nel primo anno). In tal caso, occorre fare attenzione alle regole di fruizione, che sono differenti e vanno considerate prendendo a riferimento il quadro normativo di ogni singola misura. La Fondazione studi dei consulenti del lavoro ha predisposto la circolare n.8/2018, un vademecum contenente una serie di Faq che tendono a coprire la maggior parte delle casistiche possibili. Un utile strumento per orientare il consulente del lavoro nella scelta della misura ad hoc per ogni potenziale assunzione”.

lavorare in Italia

TUTTE LE AGEVOLAZIONI

Agevolazioni fiscali a favore di chi decide di trasferire la residenza in Italia per lavoro. Tali misure sono previste dal fisco per sostenere lo sviluppo economico, scientifico e culturale del Paese. Alcune sono in vigore da diversi anni, altre sono state emanate di recente. Obiettivo comune: attirare risorse umane.

Tra queste (consulta la guida), il sistema tributario agevola i redditi prodotti in Italia da docenti e ricercatori residenti all’estero che rientrano nel Paese.

Altro regime fiscale agevolato, ricorda l’Agenzia delle Entrate, “è stato pensato anche per i cosiddetti lavoratori ‘impatriati’ del quale possono usufruire: laureati che hanno svolto attività lavorative all’estero; studenti che hanno conseguito un titolo accademico all’estero; manager e lavoratori con alte qualificazioni e specializzazioni”.

100mila euro – Regime che prevede l’esenzione per 5 anni del 50% del reddito di lavoro autonomo o dipendente prodotto in Italia. Oppure, per i nuovi residenti, c’è un’imposta sostitutiva per 15 anni sui redditi prodotti all’estero: 100.000 euro annui (25.000 per ogni familiare).

Nuove ipotesi – Si tratta di una serie di misure introdotte dalla legge di bilancio 2017 (legge 11 dicembre 2016, n. 232) intervenuta per potenziare l’efficacia delle norme esistenti e introdurre nuove ipotesi, “in modo da configurare un sistema variegato e capace di cogliere le diverse realtà”.

Statali

MENO CAPI E PIÙ TRAVET

Meno capi e più dipendenti semplici: se le amministrazioni statali non possono decidere in autonomia di aumentare il numero dei dirigenti possono tuttavia tagliarlo per far posto a dipendenti ‘semplici’. Insomma, magari si perde un vertice ma, con lo stesso budget, si acquistano due o più travet non graduati. A stabilirlo sono le linee guida sui fabbisogni di personale, messe a punto dalla ministra P.A Marianna Madia. Si tratta di uno schema di decreto, già presentato a Regioni e Comuni, per orientare gli enti nella stesura dei piani per le assunzioni.

Inail – Accredia

-16% INFORTUNI NELLE IMPPRESE CERTIFICATE

Le imprese che sono passate da un livello di sicurezza base a un livello certificato hanno registrato una riduzione del 16% degli infortuni, che nel 40% dei casi sono risultati meno gravi rispetto a quelli nelle aziende non certificate. E’ quanto emerge dal Quaderno dell’Osservatorio Accredia dedicato alla salute e alla sicurezza sul lavoro, frutto della collaborazione con Inail e Aicq presentato oggi a Roma dal presidente dell’Inail, Massimo De Felice, di Accredia, Giuseppe Rossi e dell’Associazione Italiana Cultura Qualità Claudio Rosso.

Questo “è un primo risultato utile – ha detto il presidente De Felice – per individuare i fattori che hanno condotto le imprese sulla strada della certificazione e per valutare gli esiti di questa propensione alla qualità”.

Il nuovo quaderno dell’Osservatorio Accredia, a sei anni dalla prima edizione, conferma la maggiore efficacia delle politiche di prevenzione nelle aziende che adottano dei sistemi di gestione certificati sotto accreditamento. L’entità di queste riduzioni, secondo i dati raccolti, può variare sensibilmente a seconda del settore di attività. In quello del legno, per esempio, il calo della frequenza degli infortuni nelle aziende certificate è solo del 7%, mentre l’indice che ne misura la minore gravità tocca il 61%. Il tessile, invece, registra una riduzione del 10% dell’indice di frequenza e del 30% di quello di gravità.

Secondo De Felice la normazione tecnica volontaria è “un ausilio prezioso”, perché “potenzia la legislazione”. Con la certificazione, ha detto infine il presidente Inail, “è garantito il rispetto delle norme, documentata la qualità dell’impresa, correttamente tutelata la competitività. Sono tutti mezzi e azioni che contribuiscono, in grande, al miglioramento del sistema socio-economico”.

Carlo Pareto

La flat tax e i suoi presunti effetti positivi

flatFrancesco Forte, già docente di Scienza delle finanze all’Università di Torino, in un piccolo libro dal titolo “Tutta la verità sulla flat tax”, spiega perché, a suo parere, un’”imposta piatta”, uguale per tutti sul reddito delle persone fisiche (ad esempio, del 23%), oltre a scoraggiare l’evasione fiscale, per via della diminuzione dell’aliquota d’imposta, farebbe aumentare gli investimenti e l’occupazione e, conseguentemente, il prodotto interno lordo del Paese e il gettito fiscale.

La flat tax, in percentuale uguale per tutti i contribuenti, è un’imposta proporzionale e non progressiva, cosicché il gettito all’erario aumenta proporzionalmente all’aumentare del reddito. I presunti vantaggi attesi dall’introduzione di una flat tax nel sistema fiscale italiano sono diventati materia di dibattito e di confronto politico in occasione della campagna propagandistica che ha preceduto l’ultima consultazione elettorale e l’istituzione dell’”imposta piatta” motivo di impegno programmatico da parte dei partiti della destra. Il problema dell’istituzione di una flat tax in Italia era stato però oggetto di discussione già negli anni passati.

Nel suo libro, Forte ricorda che, a livello teorico, la flat tax è stata ideata da Milton Friedman nel 1958, quindi ripresa “negli anni Ottanta da due economisti americani, Robert Hall e Alvin Rabushka, in uno scritto che fu fatto conoscere in Italia dall’economista liberale Antonio Martino”, mediante un volume edito dal Centro Ricerche Economiche Applicate.

In particolare, nel 1981, Rabushka – come ricorda Eugenio Occorsio, in “Alvin Rabushka il ‘profeta’ della flat tax che ispira Lega e Fi” (Affari & Finanza” di Repubblica del 26 febbraio 2018) – “in quel momento membro della Tax Policy Task Force voluta da Reagan, pubblicò un articolo abbastanza rivoluzionario sul Wall Street Journal. Titolo: The route to the flat tax”.

Successivamente, come lo stesso Rabushka racconta nell’intervista telefonica concessa ad Occorsio, egli è venuto a Roma ospite di Francesco Martino, in occasione della sua partecipazione a un convegno organizzato dalla Luiss, per discutere sulla novità della flat tax. Qualche anno più tardi, Martino ha portato Rabushka ad incontrare Berlusconi, col quale lo studiosi americano ha intrattenuto stretti rapporti per tutto il tempo in cui è durata l’esperienza politica di Forza Italia. Non casualmente, quindi, la prima proposta politica di introdurre una flat tax in Italia è stata fatta da Belusconi, includendola nel suo programma economico in occasione della sua decisione di “scendere in campo”; proposta che, però, non ha avuto seguito.

L’idea di Rabushka si è lentamente accreditata nei primi anni Duemila presso molti Paesi, non particolarmente avanzati sul piano economico; i casi più noti sono quelli di Russia, Lettonia, Lituania, Serbia, Ucraina, Georgia e Romania. La motivazione principale a sostegno dell’introduzione della flat tax è stata che, per suo tramite, sarebbe stato possibile aumentare le entrate fiscali, soprattutto per via della presunta diminuzione spontanea dell’evasione. Su questo punto, la maggior parte degli economisti è però del parere che sia molto difficile pareggiare in maniera automatica gli effetti dell’abbassamento delle aliquote con la lotta contro l’evasione fiscale, soprattutto in Paesi moderni e sviluppati, che dispongono già di efficaci strumenti per contrastare l’evasione.

In Italia, dopo il nulla di fatto seguito alla prima proposta del governo di Berlusconi, nel 2005, il tema della flat tax è stato ripreso dai Radicali Italiani di Marco Pannella, con la proposta di introdurre un’”imposta piatta” al 20%; nel 2008, la Destra – Fiamma Tricolore, guidata da Daniela Santanchè, ha avanzato l’idea di introdurre una flat tax sul reddito al 20%, comune a persone fisiche e giuridiche. Nel 2012, il Popolo della Libertà ha predisposto uno studio per valutare l’opportunità di introdurre una flat tax al 23%; proposta, quest’ultima, confluita nel libro dell’economista Emanuele Canegrati “Una flat-tax per l’Italia”, con prefazione di Alvin Rabushka e con un contributo di Kurt Leube, entrambi questi ultimi della Stanford University. La proposta prevedeva l’introduzione di una tassa proporzionale al 23%, che poteva scendere fin sotto la soglia del 20% se la previsione circa la diminuzione dell’evasione si fosse verificata, ma con una detrazione elevata e crescente all’aumentare del numero delle persone a carico.

Nel 2015, lo stesso Francesco Forte, assieme a Domenico Guardabascio, ha presentato una proposta di flat tax del 22%, affiancata da addizionali locali del 3% al di sopra di un certo importo di reddito; in questo modo, secondo Forte e Guradabascio, sarebbe stato possibile armonizzare la flat tax globale del 25% con l’imposta sulle società e con quella sulle rendite finanziarie. Nel 2016, Armando Siri, in “Flat tax. La rivoluzione fiscale è possibile”, ha presentato per conto della Lega un’articolata proposta di flat tax con aliquota del 15%, con una notevole perdita in termini di gettito fiscale cui si sarebbe fatto fronte con misure straordinarie e ordinarie. Nel 2017, l’Istituto Bruno Leoni, un think tank economico di idee liberali, ha presentato una proposta di flat tax del 25%, con “una deduzione di base di sette mila euro per nuclei familiari con un solo adulto aumentata per nuclei con due adulti o diverse caratteristiche comprendente tutti i redditi tassati attualmente con cedolari secche e con la deduzione di specifiche spese di produzione del reddito di lavoro dipendente e integrazione del reddito degli incapienti, con un costo di 4 punti del PIL da recuperare con un’equivalente riduzione della spesa pubblica”.

Infine, nell’autunno del 2017, in previsione della campagna elettorale per le elezioni politiche del 2018, la flat tax è entrata nei programmi dei partiti delle destra, secondo due diverse declinazioni da Lega e Forza Italia; con una flat tax, rispettivamente del 15% e del 23&. Entrambe le formazioni politiche hanno potuto sostenere che, con l’innovazione fiscale da loro proposta diverrebbe possibile aumentare la crescita e l’occupazione attraverso una più equa distribuzione del carico fiscale e la realizzazione dell’equilibrio del bilancio statale con lo scoraggiamento dell’evasione.

L’aumento della crescita e dell’occupazione sarebbe determinato dal fatto che la flat tax ridurrebbe in sostanza l’asprezza dell’imposta sul reddito delle persone fisiche; sostituendo l’Irpef, che è un’imposta progressiva per lo più gravante sui redditi da lavoro, la flat tax farebbe diminuire il costo della forza lavoro occupata dalle imprese, motivandole in questo modo ad espandere la loro produzione e, di conseguenza, a favorire l’aumento del PIL. Gli effetti positivi dell’introduzione della flat tax non saranno immediati, ma gli eventuali squilibri del bilancio pubblico potranno essere compensati, nei primi anni, dalla minore evasione. Ciò perché, a parere di Forte, i molti “contribuenti che evadono quando le aliquote sono elevate, non lo fanno se sono moderate”. Inoltre, con la semplificazione del sistema fiscale, reso possibile dall’introduzione della flat tax, il fisco avrà “più mezzi per cercare chi evade”, mentre “una parte dei contribuenti che hanno redditi all’estero potrebbe decidere di rientrare”.

Col tempo, perciò, sarà inevitabile assistere, secondo Forte, al dispiegarsi degli effetti positivi della flat tax, “in termini di gettito e di occupazione dovuti alle nuove iniziative, derivanti cioè dalla convenienza della minore tassazione”. In ogni caso, a parere di Forte, in un Paese come l’Italia, “con un alto debito pubblico e regole di bilancio di conteniemento del deficit che servono a ridurlo, la flat tax dovrà avere un’attuazione graduale, senza danni per i conti pubblici con un programma predefinito, così da generare subito un orizzonte tributario favorevole alla produzione del reddito e dell’occupazione”.

Molte sono, però, le critiche e i dubbi circa la possibilità di introdurre un’innovazione fiscale qual è quella che dovrebbe essere realizzata con la flat tax. Innanzitutto vi è chi considera l’”imposta piatta” incostituzionale. Da più parti si sostiene, infatti, che all’articolo 53 la Costituzione sancisce che “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”, nel senso che chi ha redditi più alti deve pagare le imposte in maniera più che proporzionale rispetto a chi fruisce di redditi minori. I proponenti della flat tax ribattono alla critica dell’incostituzionalità delle loro proposta sostenendo che la Costituzione prevede un sistema “complessivamente progressivo”, mentre le singole imposte possono non esserlo.

Inoltre, anche la motivazione fondata sullo scoraggiamento dell’evasione è considerata molto irrealistica, in quanto la flat tax avrebbe scarsi effetti sul contenimento del fenomeno. Ciò perché andrebbe a colpire una platea di contribuenti che è, per circa il 90%, costituita da lavoratori dipendenti e pensionati, ovvero di contribuenti che non possono evadere, visto che hanno le trattenute effettuate direttamente alla fonte; quindi i presunti vantaggi attesi da una diminuzione dell’evasione sarebbero molto incerti.

Anche i sostenitori della flat tax, come i membri dell’Istituto Bruno Leoni, che pure la ritengono praticabile, criticano le aspettative fondate su una diminuzione dell’evasione fiscale; essi hanno definito la proposta dei partiti della destra non credibile, in quanto carente sotto il profilo delle coperture e delle visione più generale del sistema fiscale. I membri dell’Istituto, infatti, sostengono che la riforma del sistema fiscale, determinata dall’introduzione di una flat tax, avrebbe un costo annuo che l’Italia non sarebbe in grado di sopportare, mentre i responsabili dei partiti di destra sostengono che l’introduzione di una flat tax nelle misura da loro proposta si “ripagherebbe da sola”, attraverso il ricupero dell’imponibile che si sottrae all’obbligo fiscale per via dell’alto livello della tassazione.

A parte la mancata dimostrazione della certezza della minore evasione, è lo stesso Alvin Rabushka ad indicare nell’intervista concessa ad Occorsio le difficoltà di introdurre in Italia una flat tax. Il professore di Stanford, pur osservando che i dubbi sugli effetti positivi attesi dall’introduzione di una flat tax possono essere fugati solo con la sperimentazione, ha modo di affermare che in Italia la sperimentazione andrebbe incontro ad un problema difficile da risolvere: a causa della consistenza dell’evasione e della complessità del sistema fiscale, “stando ai nostri studi – conclude Rabushka -, sfugge alla contabilità ufficiale un quarto del PIL italiano”. Serve uno sforzo fortissimo e determinato, perché se il sistema fiscale è complesso e “complicato” non si sa da dove cominciare. Per il raggiungimento di tale obiettivo quanto tempo occorre e a quale costo? A questi interrogativo, coloro che propongono la flat tax hanno sinora mancato di dare precise risposte.

Gianfranco Sabattini

Pensioni basse, giovani rischiano futuro da fame

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L’occupazione è in aumento, anche tra gli under 35, ma i giovani che stanno entrando in questi anni nel mondo del lavoro rischiano di andare in povertà quando andranno in pensione. Secondo un focus Censis Confcooperative sono 5,7 milioni i lavoratori che potrebbero alimentare le fila dei poveri in Italia entro il 2050, se la tendenza del mercato del lavoro non sarà invertita. In gioco il futuro dei giovani: “Una bomba sociale da disinnescare, rischiamo di perdere un’intera generazione”, sottolinea Maurizio Gardini, presidente Confcooperative. Lo studio mette in luce la discriminazione esistente tra generazioni: già oggi, il confronto fra la pensione di un padre e quella prevedibile del proprio figlio segnala una divaricazione del 14,6%.

Il sistema previdenziale obbligatorio attuale garantisce a un ex dipendente con carriera continuativa, 38 anni di contributi versati e uscita dal lavoro nel 2010 a 65 anni, una pensione pari all’84,3% dell’ultima retribuzione. A un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, per il quale si prefigura una carriera continuativa come dipendente, 38 anni di contribuzione e uscita dal lavoro nel 2050 a 67 anni, il rapporto fra pensione futura e ultima retribuzione si dovrebbe fermare al 69,7%, quasi quindici punti percentuali in meno.

Questo nella migliore delle ipotesi: secondo la ricerca rischia di andare molto peggio a 5,7 milioni di persone, calcolando che sono oltre 3 milioni i Neet (18-35 anni) che hanno rinunciato a ogni tipo di prospettiva a causa della mancanza di lavoro, a cui si aggiungono 2,7 milioni di lavoratori, tra ‘working poor’ e occupati impegnati in “lavori gabbia” confinati in attività non qualificate dalle quali, una volta entrati, è difficile uscirne e che obbligano a una bassa intensità lavorativa pregiudicando le loro aspettative di reddito e di crescita professionale. E il reddito d’inclusione, aggiunge Gardini, “con un primo stanziamento di 2,1 mld che arriverà a 2,7 nel 2020 fornirà delle prime risposte”, ma non basta.

I dati diffusi oggi dall’Istat sul mercato del lavoro sono a luci e ombre: nel 2017 l’occupazione cresce per il quarto anno consecutivo (+1,2%, 265.000 unità) e il tasso di occupazione sale al 58,0% (+0,7 punti), al top dal 2009, ma resta al di sotto del picco pre-crisi. Trainano i lavoratori a tempo determinato (+298.000 in confronto a +73.000 permanenti). Nella media del 2017 continua la riduzione del numero dei disoccupati (-105.000, -3,5%), più intensa rispetto al 2016, dovuta agli ultimi tre trimestri dell’anno. Cala il tasso di disoccupazione di 0,5 punti (dall’11,7% del 2016 all’11,2 del 2017), ai minimi dal 2013. Il tasso di disoccupazione si riduce in tutte le aree territoriali del Paese ma i divari rimangono accentuati: nel Mezzogiorno (19,4%) è quasi tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10,0%)”.

Aumenta il lavoro anche tra i giovani: prosegue per il secondo anno l’incremento del numero degli occupati di 15-34 anni (45.000, +0,9%) a cui si associa la crescita del tasso di occupazione a un ritmo analogo a quello dell’anno precedente (+0,7 punti). Per i 35-49enni alla riduzione del numero di occupati si accompagna l’aumento del tasso di occupazione (+0,6 punti). Persiste la crescita dell’occupazione e del relativo tasso per gli ultracinquantenni. La riduzione della disoccupazione è più forte per i più giovani in confronto ai 35-49enni mentre per gli ultra 50enni aumenta sia il numero di disoccupati sia il tasso di disoccupazione.

Occupazione in crescita, ma la produttività è ferma

istat pil mezzogiornoLa rilevazione ISTAT sul Mercato del Lavoro relativa a Gennaio 2018 non presenta particolari novità, ma alcuni dettagli che è opportuno approfondire.
In generale c’è una lieve crescita dell’occupazione che riporta gli indicatori al livello del Novembre 2017 dopo il piccolo calo di Dicembre (58,1% il tasso di occupazione). Cresce anche il tasso di disoccupazione, esattamente nella misura in cui cala il tasso di inattività (0,2%): segno di una fiducia crescente nella possibilità di trovare lavoro. Da notare la continua crescita del tasso d’occupazione femminile che stabilisce un nuovo record assoluto col 49,3%.

Un primo dato su cui riflettere è che a Gennaio calano gli occupati a tempo indeterminato (-12.000) e aumentano quelli a termine (+ 66.000). Ci si attendeva che gli sgravi per le assunzioni permanenti introdotte dalla Legge di Stabilità da Gennaio avrebbero prodotto risultati positivi, come del resto testimoniato da alcune rilevazioni parziali (p. es. Veneto Lavoro). Ci può essere una parziale spiegazione di carattere tecnico: i tempi concretamente utili per fare assunzioni a Gennaio sono meno di una ventina di giorni, e un rallentamento delle operazioni è plausibile. Vedremo a Febbraio. Un’altra possibile ragione è più strutturale, e se vera anche più preoccupante: che , cioè, parte delle imprese non sia ancora, o non sia ancora convinta di essere, in fase di crescita consolidata, e quindi preferisca ancora affidarsi a contratti di breve durata. In Lombardia, per esempio, l’indice di crescita della produzione industriale era al + 5,1% a Dicembre rispetto all’anno precedente; ma settori importanti (stampa, alimentari, tessili) sono parecchio sotto quest’indice e mezzi di trasporto e abbigliamento sono addirittura in negativo. E’ verosimile che questi comparti non abbiano dato un contributo alla crescita occupazionale, e men che meno all’occupazione permanente. Da osservare che a livello nazionale nel manifatturiero (2017 rispetto al 2016) il calo delle assunzioni a tempo indeterminato e la crescita di quelle a termine non presentano grandi numeri: rispettivamente -8.000 nel e + 87.000; il grosso del fenomeno è piuttosto nel terziario: – 56.000 e + 824.000 (Osservatorio INPS). Allora è verosimile concludere che mentre gli incentivi del Jobs Act davano risposta ad una situazione in cui le imprese avevano bisogno di ricostituire gli organici, oggi nel manifatturiero la maggioranza delle aziende giudicano che gli organici siano adeguati e la residuale domanda di lavoro sia più prudente affrontarla con assunzioni a termine. A maggior ragione nel terziario, nel quale la ripresa è più indietro rispetto al manifatturiero: + 0,2% il Valore Aggiunto del comparto rispetto al + 0,9% dell’industria. Altro indicatore interessante: nel quarto trimestre 2017 il 73% delle imprese industriali risultavano in espansione, contro il 60% scarso del commercio-servizi (ISTAT). Dunque la crescita occupazionale che ci si aspetta potrà venire da un ulteriore incremento del manifatturiero e soprattutto dall’estendersi della ripresa al terziario: i margini di crescita sono significativi.

Una sorpresa (per la verità già anticipata dai dati di Dicembre): aumenta l’occupazione nella fascia “giovane”. Al netto della componente demografica nella fascia 15-34 anni il tasso di occupazione sale del 2%, e tra i 15 e 24 anni addirittura del 6% ma questa crescita è determinata in gran parte da contratti a termine: nella fascia di età fino ai 25 anni le assunzioni a termine nel 2017 sono state l’822% di quelle a tempo indeterminato, nella fascia da 25 a 29 il 540 % mentre nel totale le assunzioni a termine sono state il 400% rispetto a quelle a tempo indeterminato. Da notare che le assunzioni a tempo determinato tra le donne sono state il 480% rispetto al tempo indeterminato (il record è tra le donne sotto i 25 anni, dove le assunzioni a termine sono state il 931% rispetto a quelle permanenti). Attenzione però ad interpretare in modo corretto questi dati: in primo luogo si riferiscono alla dinamica della assunzioni, non allo stock di occupati, tra i quali i contratti a termine restano al 16,8%, in leggera crescita ma comunque nella media europea; in secondo luogo il numero di assunzioni a termine non corrisponde ad un pari numero di lavoratori: uno stesso lavoratore può avere avuto (e per lo più è stato così) più assunzioni a tempo determinato nel corso dello stesso anno. In conclusione: il boom di assunzioni di giovani e donne è sostenuto essenzialmente da contratti a termine, il che sembra confermare l’ipotesi che le imprese che non si sentono ancora stabilmente inserite nel ciclo di crescita preferiscono assumere mano d’opera più flessibile ricorrendo a contratti a termine e privilegiando i lavoratori che vengono ritenuti più disponibili alla flessibilità: appunto donne e giovani. Se è davvero così esistono possibilità concrete che questa occupazione gradualmente si trasformi in buona parte in occupazione permanente.

È opportuno introdurre una riflessione sugli indici di produttività, perché hanno importanti effetti su quelli occupazionali. Nel quarto trimestre 2017 si è registrata, dopo molto tempo, una crescita minima della produttività del lavoro: 0,1% per ora lavorata e 0,2% per Unità Lavorativa Annua (cioè il numero degli occupati a tempo pieno, calcolati anche come somma delle posizioni a part time). Il che certamente è positivo ma segnala che, come fattore produttivo, il lavoro cresce pochissimo (dopo peraltro 13 anni di stagnazione mentre in UE cresceva significativamente) e che l’aumento del Valore Aggiunto è essenzialmente dovuto al fattore capitale, sostenuto principalmente dagli investimenti in macchinari e particolarmente in ICT (Information Communication Technologies). Questo da un lato è positivo perché indica che il nostro tessuto produttivo (soprattutto quello industriale) ha imboccato la strada della Quarta Rivoluzione Industriale, dall’altra parte rischia di essere un plastica dimostrazione che il valore aggiunto può crescere anche a prescindere dal fattore Lavoro; e questa considerazione può pesare parecchio sulle scelte delle aziende e sull’occupazione. E se questa è la tendenza, non potranno bastare facilitazioni di carattere fiscale e contributivo a contrastarla, se non nei comparti maturi che potranno offrire occupazione di bassa qualità. E allora occorrerà cominciare sul serio a parlare di “capitale umano” e di come formarlo.

a cura di Claudio Negro
Fondazione Kuliscioff

Istat, salgono occupazione e fiducia

stat 2013-disoccupazioneIl tasso di disoccupazione a novembre su base mensile si attesta all’11,0%, (-0,1 punti percentuali rispetto a ottobre), mentre quello giovanile cala al 32,7% (-1,3 punti). Dal 2012 è al minimo. Mentre, per la serie storica dell’occupazione si raggiunge il valore più alto dal 1977 con 23,18 milioni di occupati. L’occupazione femminile, con il 49,2%, ha raggiunto il valore più alto in assoluto di tutte le serie storiche. Lo ha comunicato oggi l’Istat diffondendo i dati provvisori sul mercato del lavoro.

Secondo l’Istat, a novembre la stima degli occupati è tornata a crescere (+0,3% rispetto a ottobre, pari a +65mila). Il tasso di occupazione è salito al 58,4% (+0,2 punti percentuali).

Su base annua sono diminuiti sia i disoccupati (-7,8%, -243 mila) sia gli inattivi (-1,3%, -173 mila). Sul fronte giovani, a novembre 2017 il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati), è pari al 32,7%, in calo di 1,3 punti percentuali rispetto al mese precedente. Tenendo conto anche dei giovani inattivi, l’incidenza dei disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è invece pari all’8,6% (cioè meno di un giovane su 10 è disoccupato), in calo di 0,3 punti rispetto a ottobre.

Il tasso di occupazione dei 15-24enni cresce di 0,5 punti, mentre quello di inattività cala di 0,2 punti. Il tasso di disoccupazione cresce su base annua tra gli ultracinquantenni (+0,3 punti percentuali), mentre cala nelle restanti classi di età con variazioni comprese tra -0,3 punti per i 35-49enni e -7,2 punti per i 15-24enni. Anche al netto dell’effetto della componente demografica, l’incidenza dei disoccupati sulla popolazione è in calo tra i 15-49enni, mentre cresce tra gli ultracinquantenni. Il tasso di inattività cresce nell’ultimo anno tra i 15-24enni (+0,9 punti percentuali), rimane stabile nelle classi di età centrali tra 25 e 49 anni, cala tra gli over 50 (-1,8 punti).

La crescita dell’occupazione nell’ultimo mese interessa entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni. Risultano in aumento anche i dipendenti a tempo indeterminato. In misura maggiore sono aumentati i dipendenti a tempo determinato, mentre sono in lieve calo i lavoratori autonomi.

Nel periodo settembre-novembre si registra una crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,4%, +83 mila) che interessa donne e uomini e si concentra soprattutto tra gli over 50, in misura più lieve anche tra i 15-24enni, a fronte di un calo tra i 25-49enni. L’aumento è determinato esclusivamente dai dipendenti a termine, mentre calano i permanenti e rimangono stabili gli indipendenti.

La stima delle persone in cerca di occupazione a novembre diminuisce per il quarto mese consecutivo (-0,6%, -18 mila). La diminuzione della disoccupazione interessa donne e uomini e si concentra nelle classi di età più giovani mentre si osserva un aumento tra gli over 35. Il tasso di disoccupazione si attesta all’11,0%, (-0,1 punti percentuali rispetto a ottobre), mentre quello giovanile cala al 32,7% (-1,3 punti).

Dopo la diminuzione del mese scorso, a novembre la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni è ancora in calo (-0,5%, pari a -61 mila). La diminuzione interessa sia le donne sia gli uomini e si concentra tra gli over 50 e i 15-24enni, mentre si osserva un aumento nelle classi di età centrali tra 25 e 49 anni. Il tasso di inattività cala al 34,3% (-0,1 punti percentuali).

Nel trimestre settembre-novembre, rispetto ai tre mesi precedenti, alla crescita degli occupati si accompagna il calo dei disoccupati (-1,4%, -40 mila) e degli inattivi (-0,3%, -43 mila).

Su base annua si conferma l’aumento degli occupati (+1,5%, +345 mila) che riguarda donne e uomini. La crescita si concentra tra i lavoratori dipendenti (+497 mila, di cui +450 mila a termine e +48 mila permanenti), mentre calano gli indipendenti (-152 mila). In valori assoluti aumentano soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+396 mila) ma anche i 15-34enni (+110 mila), mentre calano i 35-49enni (-161 mila). Nello stesso periodo diminuiscono sia i disoccupati (-7,8%, -243 mila) sia gli inattivi (-1,3%,-173 mila).

Al netto dell’effetto della componente demografica, su base annua, cresce l’incidenza degli occupati sulla popolazione in tutte le classi di età.

La Commissione Ue ha reso noto che la fiducia a dicembre di imprese e consumatori sulle prospettive dell’Economia dell’Eurozona ha registrato nuovi massimi. L’Esi ( Economic sentiment indicator ) che già a novembre 2017 era tornato su livelli che non toccava da ottobre del 2000, è ulteriormente migliorato (+1,4%). Parallelamente è cresciuto di 0,17 punti anche l’indice Bci (Business climate indicator) arrivato a quota + 1,66, il livello più alto dal 1985. In Italia l’indice Esi è rimasto invariato a dicembre.

Salvatore Rondello

Lavoro, nel 2017 meno cassa integrazione e più assunzioni

Inps

PAGAMENTO PENSIONI GENNAIO 2018

Nel mese di gennaio 2018, i pagamenti dei trattamenti pensionistici, degli assegni, pensioni e indennità di accompagnamento erogate agli invalidi civili, nonché delle rendite vitalizie dell’Inail vengono effettuati il secondo giorno bancabile. Pertanto, la rata di gennaio 2018 è stata posta in riscossione da Poste e Banche a partire dal 3 gennaio 2018.

Pensioni

ASSEGNI ROSA PIU’ BASSI

Sedici milioni di pensionati. Un po’ più della metà (52,7%), donne. Ma con un assegno più basso di quello percepito dagli uomini. E’ quanto rileva l’Istat nei nuovi dati sulle condizioni di vita dei pensionati che, nel 2016, sono stati 16,1 milioni (-115mila rispetto al 2015, -715mila rispetto al 2008).

Il reddito pensionistico lordo percepito è stato in media di 17.580 euro (+257 euro sull’anno precedente). Per quanto riguarda le donne, la quota in rosa è stata pari al 52,7% ma hanno ricevuto in media importi annuali di circa 6mila euro inferiori rispetto a quelli degli uomini.

Differenze – Per gli importi medi delle pensioni, le differenze di genere rimangono marcate ma tendono a ridursi (per le pensioni di vecchiaia, dal +72,6% a favore degli uomini nel 2005 al +62,1% del 2016). Si ampliano invece le differenze territoriali: l’importo medio delle pensioni del Nord-est supera del 18,2% quello delle pensioni del Mezzogiorno (era il 17,3% nel 2015), quasi il doppio rispetto al divario dell’8,8% del 1983 (primo anno per cui i dati sono disponibili).

Cumulo – Il cumulo di più assegni pensionistici sullo stesso beneficiario è meno frequente tra i pensionati di vecchiaia (ha più trattamenti il 27,9% dei pensionati) mentre è ovviamente molto più diffuso tra i pensionati superstiti (67,4%), soprattutto donne (86,6%).

Occupazione – Nel 2016, i percettori di pensione che risultano occupati sono 436mila (-15,5% rispetto al 2011) uomini in tre casi su quattro; l’85,8% svolge un lavoro autonomo, quasi i due terzi risiede nelle regioni settentrionali e il 54,0% ha conseguito al massimo la licenza media.

Riepilogando, quindi, nel 2016 i pensionati sono circa 16,1 milioni e percepiscono in media 17.580 euro lordi, 257 euro in più rispetto all’anno precedente. Lo rileva l’Istat specificando che tra il 2015 e il 2016 il numero di pensionati scende di 115mila unità e che per 3,2 milioni di famiglie la pensione è l’unica fonte monetaria di reddito. Le donne sono il 52,7% dei pensionati e ricevono in media importi annuali di circa 6mila euro inferiori a quelli degli uomini.

Le diminuzioni più rilevanti si riscontrano tra i pensionati di vecchiaia (quasi 94mila in meno), tra quelli di invalidità previdenziale (circa 57mila in meno) e tra i superstiti (quasi 29mila in meno). Sono invece in aumento i pensionati sociali (+5mila circa) e quelli d’invalidità civile (+52mila). Il reddito pensionistico sembra proteggere da situazioni di forte disagio economico. Nel 2015 l’incidenza delle famiglie a rischio di povertà tra quelle con pensionati (16,5%) è sensibilmente inferiore a quello delle altre famiglie (24,2%).

Inps – Comune

APERTO A MILANO PRIMO SPORTELLO FAMIGLIA

Dal 21 dicembre scorso è stato formalmente aperto, presso il Centro di aggregazione multifunzionale del Municipio 8, in via Lessona 20, il primo ‘Sportello Famiglia’ di Milano. Punto di consulenza per l’erogazione di servizi alla famiglia e a sostegno del reddito, questo ‘desk pilota’ darà il via all’attivazione di ulteriori centri presso tutti i Municipi o altri spazi comunali destinati al contatto con i cittadini.

Prende così forma l’impegno previsto dall’accordo di collaborazione sottoscritto lo scorso mese di giugno dal sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, finalizzato all’attuazione di iniziative congiunte di promozione, progettazione e gestione di servizi all’utenza, nell’ambito di progetti di innovazione e semplificazione compresi nel programma di mandato 2016-2021.

Sempre a partire dal 21 dicembre, presso lo sportello sperimentale di via Lessona 20, i cittadini di Milano possono avvalersi sia del supporto del personale del Comune sia di quello dell’Inps per ottenere informazioni e risposte alle proprie necessità. L’accordo, infatti, prevede una gestione integrata delle richieste da parte dei due enti, allo scopo di garantire un punto di riferimento certo, in grado di favorire la tempestività e l’efficacia dei servizi resi.

Come funziona

APE AZIENDALE VOLONTARIA

L’Ape aziendale è un contributo con cui i datori di lavoro possono alleggerire il costo dell’Ape volontaria dei propri dipendenti. Serve in primo luogo ad agevolare l’uscita dal lavoro dei lavoratori più anziani. Possono essere ammessi all’Ape aziendale solo i lavoratori dipendenti del comparto privato. Oltre l’Ape aziendale e quello volontario esiste un terzo tipo di anticipo pensionistico. E’ l’Ape sociale, anch’essa una forma di accompagnamento alla pensione, ma riservata ad alcune tipologie di soggetti particolarmente disagiate. In questo caso non intervengono soggetti privati, e l’indennizzo viene eseguito dall’Inps ed è a carico dello Stato.

Cos’è Ape volontaria

L’Ape volontaria la si può chiedere dopo aver compiuto i 63 anni di età. E’ un prestito ponte che accompagna il lavoratore fino alla pensione di vecchiaia. Viene corrisposto da un istituto di credito, dopo che l’Inps ha accertato l’esistenza di tutti i requisiti richiesti. Il prestito verrà poi rimborsato in vent’anni. La rata verrà sottratta automaticamente dal trattamento pensionistico mensile. Sul prestito viene anche stipulata un’assicurazione per il caso di premorienza del pensionato.

Ape aziendale: come funziona

Il contributo Ape aziendale va ad incrementare il montante contributivo, e quindi l’assegno pensionistico futuro. In questo modo rende meno onerosa la rata mensile di restituzione del prestito dell’anticipo pensionistico volontario. Deve essere versato in una unica soluzione. Può essere stabilito liberamente tra le parti, ma non deve essere inferiore all’equivalente della contribuzione volontaria per tutta la durata dell’anticipo.

Per avere una idea di massima, ad esempio, se un lavoratore ha uno stipendio lordo di 40mila euro l’anno, e vuole anticipare l’uscita dal lavoro di due anni, la cifra non dovrà essere inferiore a: 40mila x 2 x 0,33.

Per definire l’importo minimo dell’Ape aziendale vengono considerate anche le porzioni di anno di anticipo. L’accordo tra il lavoratore e l’azienda deve avvenire prima dell’invio della richiesta dell’anticipo Ape volontaria, e dovrà essere indicato nella domanda stessa.

Lavoro

MENO CASSA INTEGRAZIONE E PIU’ ASSUNZIONI NEL 2017

Ancora in calo il ricorso alla cassa integrazione. A novembre, informa l’INPS nel consueto osservatorio sulla CIG, il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 28,4 milioni, in diminuzione del 25,1% rispetto allo stesso mese del 2016 (38 milioni).

Nei primi 11 mesi le ore autorizzate ammontano a 331,2 milioni, il livello più basso dal 2008 quando furono 228 milioni. A ottobre, invece, le domande di disoccupazione sono aumentate di quasi il 10%.

Nell’aggiornamento sul precariato l’Istituto di previdenza sociale segnala inoltre un rafforzamento del saldo positivo tra assunzioni e cessazioni nel settore privato. Nei primi 10 mesi dell’anno ammontano a 729.000 i nuovi posti di lavoro, un livello superiore a quello del corrispondente periodo sia del 2016 (+496.000) che del 2015 (+626.000).

Calcolando il saldo annualizzato, la differenza tra assunzioni e cessazioni realizzate negli ultimi dodici mesi, si ottiene la misura della variazione tendenziale delle posizioni di lavoro: a fine ottobre questa risultava pari a +559.000, in lieve incremento rispetto a quella rilevata a settembre (+538.000). Questo risultato – secondo i dati dell’osservatorio – è la somma algebrica di: -2.000

per i contratti a tempo indeterminato, +61.000 per i contratti di apprendistato, +16.000 per i contratti stagionali e, soprattutto, +484.000 per i contratti a tempo determinato.

Carlo Pareto