Pil, Italia ultima nel G7… non cresce

Famiglie povereAncora una maglia nera per il Bel Paese che non riesce a superare la crisi. L’Italia è l’unica delle principali sette economie dell’area Ocse a subire una frenata del Pil. Lo sottolinea l’Ocse, nelle stime provvisorie per il secondo trimestre 2018. Il Pil italiano rallentata marginalmente dallo 0,3% allo 0,2%, mentre nell’area Ocse si passa dallo 0,5% dl trimestre precedente allo 0,6%. Secondo le stime, la crescita ha accelerato fortemente negli Stati Uniti, passando dallo 0,5% all’1%; in Giappone, rimbalza allo 0,5% dopo la contrazione dello 0,2%. In Germania, si passa dallo 0,4% allo 0,5% e nel Regno Unito dallo 0,2% allo 0,4%. In Francia, la crescita è stata ferma allo 0,2%. Stabile allo 0,4% anche la crescita del Pil ​nell’Unione europea e nell’Eurozona.
Su base annua, la crescita nell’area Ocse ha rallentato nel secondo trimestre dal 2,6% al 2,5%: gli Stati Uniti hanno registrato la crescita annuale più elevata (2,8%), mentre il Giappone ha registrato quella più bassa (1,0%). L’Italia si piazza subito sopra con l’1,1%.
Inoltre anche i redditi delle famiglie italiane sono in calo, i dati riportati dall’Ocse, mostrano come durante il primo trimestre del 2018 la crescita procapite dei redditi reali delle famiglie è aumentata in generale nei paesi Ocse meno che in Italia e in Francia.
Secondo Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori è necessario “ripristinare meccanismi automatici di adeguamento della busta paga all’aumento del costo della vita, come la scala mobile e l’inflazione programmata. Dopo i rinnovi contrattuali e la fine del blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici, fermi dal 2010, l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie è aumentato del 2% su base annua, del 4,1% per quelli della pubblica amministrazione, ma siamo ben lontani dall’aver recuperato quanto i lavoratori hanno perso in questi anni di crisi e di mancati rinnovi, come attestano i dati di oggi dell’Ocse”. Si fa notare, insomma, che mentre molte voci, tra cui le multe e le bollette si sono adeguate all’inflazione, così non è stato per gli stipendi che invece sono rimasti uguali bloccando di fatto il potere di acquisto delle famiglie.

ATENE CAMMINA DA SOLA

grecia ueSono stati anni lunghi e faticosi, quelli che hanno accompagnato la crisi di un decennio che ha messo in ginocchio la Grecia. Oggi Atene uscirà ufficialmente dal terzo ed ultimo piano di aiuti internazionali che ne hanno evitato la bancarotta e l’uscita dall’euro, a costo di pesantissime riforme.
“Per la prima volta dal 2010 la Grecia sta in piedi con le proprie gambe”, ha annunciato in una nota Mario Centeno, presidente del consiglio direttivo del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) che ha guidato l’ultimo programma di aiuti internazionali (il primo nel 2010, nel 2012 e infine nel 2015). Secondo Centeno, anche ministro delle Finanze del Portogallo e presidente dell’Eurogruppo, si tratta del risultato “degli sforzi straordinari del popolo greco, della buona cooperazione con l’attuale governo di Atene e degli sforzi dei partner europei”.
Pierre Moscovici, commissario Ue all’Economia ha affermato: “Per l’Eurozona, questo giorno traccia una linea simbolica sotto una crisi esistenziale”. E Jean-Claude Juncker, presidente dell’esecutivo comunitario ha detto: “Ho sempre lottato affinché la Grecia rimanga al centro dell’Europa. Mentre Atene inizia un nuovo capitolo della sua storia, troverà sempre in me un alleato, un compagno e un amico”.
È terminato l’ultimo programma di aiuti, il terzo, approvato nell’agosto del 2015, che consisteva in un prestito da 86 miliardi di euro da erogare in cambio dell’approvazione di una serie di misure di austerità da parte del governo attualmente guidato da Alexis Tsipras. Dopo l’Irlanda nel 2013, la Spagna e il Portogallo nel 2014 e Cipro nel 2016, la Grecia è l’ultimo paese dell’Unione Europea a lasciare la tutela del cosiddetto “memorandum” e potrà tornare a ottenere denaro prendendone in prestito sui mercati internazionali.
Nei tre programmi di aiuti che si sono succeduti – nel 2010, nel 2012 e infine nel 2015 – infatti i creditori internazionali della cosiddetta Troika, composta da Ue, Bce e Fmi, hanno prestato ad Atene un totale di 289 miliardi di euro. Ma nonostante si parli di crescita per la Repubblica Ellenica, i problemi per gran parte della popolazione restano gravi – disoccupazione, riduzione drastica di salari e pensioni, difficoltà per il settore della sanità, fuga all’estero di quasi mezzo milione di greci – e nelle parole del governatore della Banca Centrale di Grecia, Yannis Stournaras, resta “molta strada da fare” per risanare l’economia.
Negli ultimi otto anni, per evitare il rischio di bancarotta e sotto la pressione dei creditori, in Grecia sono state approvate diverse misure molto pesanti: aumento delle imposte, riduzione della spesa, revisione del sistema pensionistico, riduzione dei salari pubblici tra il 10 e il 40 per cento, privatizzazione di alcuni settori. In alcuni momenti particolarmente critici, il governo greco ha anche fatto ricorso a misure emergenziali, come il controllo sui capitali imponendo limiti ai prelievi giornalieri dai conti correnti che avevano causato code e panico agli sportelli delle banche.
Tuttavia ci sono elementi che portano a una svolta positiva, secondo i dati Ocse: la crescita del Pil, nel 2018, sfonderà il muro del 2%, arrivando al 2,3% nel 2019 (ma è calato del 26% negli anni della crisi), mentre il rapporto tra debito e Pil, tra un anno e mezzo dovrebbe scendere sotto alla soglia del 170%, arrivando al 168,3%, con un avanzo primario di bilancio del 4,5%.
Infine la disoccupazione, secondo l’ente di statistica greco Elstat, era sceso al 19,5% a maggio scorso, dopo aver toccato punte del 28% nel 2013. La Grecia vede ora risorgere anche l’export, che cresce a ritmi del 5% annuo, ma entro il 2019 si prevede che anche la domanda interna salga del 2,9%, così come la spesa pubblica, destinata ad espandersi dopo i tagli sanguinosi degli ultimi anni. Il turismo, linfa vitale dell’economia ellenica, supererà i 30 milioni di visitatori nel 2018, un record.

Cnel, migliora la qualità dei servizi pubblici

servizi pubblici

Il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, ha presentato ieri a Roma, presso la ‘Sala della Regina’ di Palazzo Montecitorio, la ‘Relazione annuale sulla qualità dei servizi offerti dalle PA centrali e locali a imprese e cittadini’.

Dalla Relazione del CNEL relativa al 2017 è emerso quanto segue: “La qualità dei servizi della pubblica amministrazione negli ultimi cinque anni è migliorata, anche se si registrano differenze tra le diverse aree geografiche del Paese. L’analisi dei principali indicatori posiziona l’Italia attorno alla media dei paesi Ocse e dell’Ue”.

Dal 2010, il CNEL analizza le performance delle politiche pubbliche nei servizi ai cittadini e alle imprese.

La Relazione annuale sulla qualità dei servizi pubblici, è prevista dall’articolo 9 della legge numero 15 del 2009, ed è giunta alla sesta edizione. Essa è approvata dalla Commissione istruttoria unica, dall’ufficio di presidenza e dall’assemblea del Consiglio nazionale. L’analisi prende in considerazione i principali report di valutazione delle politiche pubbliche dell’Ocse, della Banca mondiale e, per ciò che riguarda l’Italia,  della Banca d’Italia e dell’Istat.

Come le precedenti, la sesta Relazione è stata impostata dal Consiglio in un’ottica di collaborazione interistituzionale con oltre 30 enti, organi e amministrazioni, coinvolgendoli in un esercizio pluriennale di monitoraggio sui parametri di efficienza, efficacia, economicità e misurazione del risultato.

Negli ultimi anni la Pa italiana si è mossa in un contesto in cui, inevitabilmente,  hanno continuato a prevalere le ragioni del risanamento finanziario (riduzione del disavanzo pubblico, stabilizzazione e poi calo del debito pubblico, entrambi gli aggregati standardizzati rispetto al pil).  La dimensione dell’intervento pubblico, in termini sia di valori di spesa primaria sia di occupati,  è andata riducendosi in modo visibile. Una maggiore attenzione all’efficienza dei processi amministrativi in un’ottica di ‘spending review’ potrebbe attenuare, ma non eliminare  la tendenza alla riduzione dei servizi.

L’introduzione di una disciplina più cogente dei sistemi di misurazione e di valutazione della performance organizzativa e individuale, collegati strettamente ai risultati raggiunti e accompagnati da misure sanzionatorie più rigide, ha obbligato le Pa centrali e locali a ripensarsi e ripensare il rapporto con gli ‘stakeholder’.

E’ stata introdotta una nuova disciplina del controllo da parte dei cittadini, cioè gli Oiv. Gli organismi indipendenti di valutazione, hanno un ruolo che appare positivo e forse andrebbe potenziato. Significativa è l’istituzione dell’elenco nazionale dei componenti, che garantisce adeguati livelli di professionalità e di trasparenza. Il regolamento approvato con dpr 105/2016 attribuisce al dipartimento della funzione pubblica nuovi poteri in materia di promozione e di coordinamento delle attività di valutazione della performance delle amministrazioni pubbliche.

Determinante, nel rapporto tra Pa, cittadini e imprese appare il ruolo di una  potenziata disciplina della trasparenza che integra l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni erogate dalle Pa centrali e locali, con particolare riferimento alle azioni di prevenzione e contrasto della corruzione e della cattiva amministrazione. La costruzione e l’aggiornamento costante della sezione ‘Amministrazione trasparente’ sui siti della Pa si presentano particolarmente impegnative per le amministrazioni, con risultati ancora insoddisfacenti al fine di raggiungere gli obiettivi previsti dalla norma in una logica di apertura e di innovazione e non possono pertanto restare confinate nella diffusa prassi del mero adempimento.

In tema di prevenzione della corruzione, risulta crescente il ruolo dell’Anac, che ha aiutato a ripensare il rapporto tra prevenzione della corruzione e qualità nei servizi pubblici con la finalità di dimostrare come la riduzione dei rischi di corruzione o di altre forme di illegalità concorra a un’allocazione ottimale delle risorse e alla prestazione di servizi adeguati ai cittadini.

Nella Relazione del Cnel viene presentato un primo elenco di indicatori elaborati dall’Anac per segnalare eventuali patologie, anche connesse a fenomeni di corruzione o ‘favoritismo’, che se concretamente adottati dalle Pa potrebbero rappresentare un valido strumento per prevenire e correggere distorsioni nella gestione dei contratti connessi ai servizi pubblici.

Nonostante ciò, alcune realtà della P.A. sono inadempienti rispetto alle normative esistenti. In tal senso, sono ancora lunghissimi i tempi per il pagamento di forniture, servizi ed opere da parte di alcune amministrazioni dello Stato ad aziende e privati cittadini. Anche da parte di alcune Sedi dell’Inps, i tempi per la liquidazioni di assegni e prestazioni, per oscure motivazioni, vanno oltre i sei mesi o anche più di un anno come avviene all’Inps di Palermo.

Salvatore Rondello

Ocse. Crisi economica e rischio dei populismi

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L’Italia è il fanalino di coda dell’area euro sulla crescita economica. Nell’ultimo rapporto previsionale dell’Ocse sull’Unione valutaria, la penisola è il Paese accreditato con le stime di crescita più basse: 1,4 per cento quest’anno e 1,1 per cento nel 2019. Secondo lo studio, in media l’Eurozona crescerà del 2,2 per cento nel 2018 e del 2,1 per cento nel 2019, mentre guardando all’intera Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico la crescita attesa è rispettivamente di 2,6 e 2,5 per cento.

Nell’ultimo rapporto, l’Ocse, segnalando i rischi del protezionismo e dei populismi che pesano sulle prospettive di crescita, ha scritto: “Un evento politico negativo come l’ascesa di partiti populisti in alcuni Paesi dell’area euro, associato all’architettura incompiuta dell’Eurozona, potrebbe portare ad un ripido aumento della ridenominazione del rischio e alla perdita di accesso al mercato per alcuni debiti sovrani della zona euro. Una più rapida soluzione sull’alto livello di crediti deteriorati in diversi Paesi sarebbe cruciale per facilitare lo sviluppo del credito e la trasmissione della politica monetaria. Anche se in discesa, sono sempre alti i rischi in alcuni Paesi colpiti dalla crisi. In Italia al momento sono più alti che in Irlanda. Un’accelerazione della soluzione agli npl è la chiave per espandere il credito bancario, visto che l’alto livello è ancora un problema per la stabilità finanziaria”.

Secondo l’Ocse:  “L’Eurozona sta crescendo in modo robusto e i Paesi dovrebbero approfittare dell’espansione per migliorare la loro posizione di bilancio. In particolare, quelli ad alto debito dovrebbero assicurarne una discesa significativa, consapevoli che il consolidamento di bilancio è desiderabile quando i tempi sono buoni”.

Per l’Ocse, nel rapporto 2018 sull’economia dell’Eurozona, bisognerebbe anche semplificare le regole del ‘Patto’, mantenendo la necessaria flessibilità per tenere in considerazione la situazione economica.

Nell’analisi dell’Ocse sull’economia dell’Eurozona, si leggono molti riferimenti all’Italia, e suonano tutti come inviti a non disperdere l’ultima buona occasione per rafforzare l’economia.

Il segretario dell’organizzazione parigina, Angel Gurrìa ha correlato la crescita dei movimenti populisti alla crisi dicendo: “La disoccupazione è sotto i livelli pre-crisi, la ripresa si è rafforzata, ma i miglioramenti sono ancora fragili e l’elevata disoccupazione ancora presente in alcuni Paesi ha spinto il sostegno ai partiti anti-Ue”.

Secondo l’Ocse, sulla crescita robusta dell’Eurozona pesa anche il rischio protezionismo. I Paesi, dunque, dovrebbero approfittare dell’espansione per migliorare la loro posizione di bilancio. Il riferimento è stato fatto anche alla politica ultraespansiva della Bce, che però ha iniziato il percorso per  sospendere il Quantitative easing, tornando verso una lenta normalizzazione della politica monetaria. Ne consegue che i rendimenti dei titoli di Stato risaliranno. L’organizzazione, nel rapporto ha segnalato la necessità di ulteriori riforme che assicurino la sostenibilità dell’unione monetaria nel futuro ed ha prospettato la graduale normalizzazione delle politiche monetarie della Bce alla luce delle attese di un progressivo ritorno dell’inflazione verso l’obiettivo stabilito dal suo mandato.

Le preoccupazioni già segnalate dalle pagine dell’Avanti in diversi momenti, oggi vengono manifestate anche dall’Ocse.

Salvatore Rondello

Dossier del tesoro, le incognite su Iva e flat tax

tesoro

L’agenda del neoministro dell’Economia è piena di incognite. Il professor Giovanni Tria, a via XX Settembre, dovrà confrontarsi con diversi dossier, come il Def, la flat tax, l’aumento delle aliquote Iva, il reddito di cittadinanza per chi ha perso il lavoro e le coperture per il superamento della legge Fornero.

Il primo scoglio è il Def , il documento di economia e finanza che dovrà essere votato alla Camera la prossima settimana dall’11 al 15 giugno. Per il Senato, la data sarà concordata con la presidente, Elisabetta Casellati.

Un altro dei temi caldi sul tavolo del Mef è la flat tax, (letteralmente ‘tassa piatta’), ossia un sistema fiscale non progressivo, basato su un’unica aliquota fissa. Il programma gialloverde prevede due aliquote fisse al 15 e al 20% per persone fisiche, partite IVA, imprese e famiglie che andrebbero a sostituire le cinque aliquote attuali, che vanno dal 23 al 43%. La riforma fiscale sarebbe inoltre caratterizzata da ‘un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali’. Una misura che, stando a quanto affermato dal neoministro Tria su ‘Formiche.net’, potrebbe essere finanziata anche attraverso l’aumento dell’Iva.

Sul 2019 pende la spada delle clausole di salvaguardia, la cui sterilizzazione non è ancora stata scongiurata. Se dovessero scattare, oltre al conseguente aggravio per i bilanci delle famiglie e un calo dei consumi si verificherebbe un effetto depressivo sulla produzione e un peggioramento dei livelli occupazionali. Per evitare l’aumento dell’Iva  Tria dovrà trovare 12,5 miliardi di euro per il 2019 e 19,1 miliardi di euro per il 2020. Se dovessero scattare le clausole di salvaguardia, a partire dal primo gennaio 2019 l’aliquota ordinaria passerebbe dal 22 al 24,2%, mentre quella ridotta salirebbe dal 10 all’11,5%. Negli anni successivi la situazione potrebbe peggiorare, fino a portare l’Iva ordinaria al 25% nel 2021 e quella agevolata al 13% nel 2020.

Un altro dei cavalli di battaglia del programma del governo dei giallo-verdi è il superamento della legge Fornero, tramite l’introduzione della cosiddetta ‘quota 100’, ossia la possibilità per i lavoratori di andare in pensione quando la somma dell’età anagrafica e degli anni di contributi versati è pari almeno a 100. Per attuare la riforma pensionistica, 5Stelle e Lega prevedono 5 miliardi, ma secondo una stima effettuata dal presidente dell’Inps, Tito Boeri la misura avrebbe un costo, di 15 miliardi per il primo anno e di un massimo di 20 miliardi all’anno per i successivi. Secondo il ministro Tria: “Allo stato attuale, una stima del costo mi sembra ancora velleitaria se non si chiarisce il meccanismo, anche perché l’abitudine di denunciarne l’impatto cumulandone il costo per un lungo periodo di tempo non contribuisce alla chiarezza in termini di impatto che è importante quanto il lungo periodo”.

Un altro dossier con il quale dovrà confrontarsi il neoministro Tria è quello del reddito di cittadinanza, che prevede 780 euro mensili per chi ha perso il lavoro. Un parametro basato sulla scala Ocse per nuclei familiari più numerosi. Nel contratto di governo si precisa che l’erogazione del reddito di cittadinanza presuppone un impegno attivo del beneficiario che dovrà aderire alle offerte di lavoro provenienti dai centri dell’impiego (massimo tre proposte nell’arco temporale di due anni), con decadenza dal beneficio in caso di rifiuto allo svolgimento dell’attività lavorativa richiesta. Per attivare la misura, secondo il M5S, sono necessari circa 17 miliardi di euro.

Dove troverà il neoministro Tria le risorse necessarie per la realizzazione del programma accattivante del nuovo Governo? La risposta agli italiani ancora non è stata data. L’ambiziosa sfida politica dei giallo-verdi è ardua, ma non impossibile. Il programma esposto al Senato dal Presidente Conte sembra un programma votato alla giustizia sociale similarmente al socialismo liberale.

Salvatore Rondello

Dazi, Trump pronto a colpire. Ue nel mirino

trump dazi

L’annuncio di Donald Trump del via libera dei dazi su acciaio e alluminio nei confronti di Canada, Messico e Unione europea è previsto nelle prossime ore. Lo scrive il Washington Post citando tre fonti informate. La misura potrebbe avere effetto già a partire da domani. La stessa notizia è riportata anche dal Wall Street Journal, secondo cui le trattative degli ultimi due mesi sulla possibile esenzione per i 28 Paesi del Vecchio Continente sono fallite.

Lo scorso marzo, Trump ha annunciato tariffe del 25% sull’acciaio importato negli Usa e del 10% sull’alluminio, per motivi di sicurezza nazionale. La Casa Bianca ha poi deciso di estendere fino a venerdì primo giugno il termine per l’applicazione di questi dazi acconsentendo a un’esenzione temporanea per una serie di realtà (tra cui Ue, Argentina e Brasile), con l’obiettivo di arrivare ad un’intesa che scongiurasse la loro entrata in vigore.

Il “ministro” al Commercio Usa, il segretario Wilbur Ross, ha però lanciato un avvertimento durante il forum Ocse ieri a Parigi, lasciando intendere che le trattative sarebbero potute proseguire anche con l’entrata in vigore dei dazi. “Ci possono essere negoziati con o senza le tariffe, non è che non si possa parlare con le tariffe in piedi”, ha detto Ross (secondo quanto riportato dal Financial Times).

Ross ha invitato l’Europa a seguire il modello della Cina: Pechino sta subendo i dazi sui due metalli sin dalla loro entrata in vigore il 23 marzo scorso. Contemporaneamente sta trattando un accordo commerciale di più ampio respiro confidando di aumentare le sue esportazioni di beni alimentari ed energia in America.

Bruxelles tuttavia non crede che le tariffe doganali sui metalli siano il modo giusto per avviare i negoziati. Così come la Cina ha minacciato ritorsioni, anche la Ue si prepara a misure già ventilate e che prendono di mira prodotti americani come motociclette, jeans e bourbon con dazi per un valore di 2,8 miliardi di euro. “Dobbiamo rispondere”, conferma il ministro francese delle Finanze Le Maire, “anche se siamo contrari a una guerra commerciale, che rappresenta una minaccia per la crescita dell’economia”.

La stessa Cina, in verità, ha preso male un’ulteriore improvvisa stretta degli Usa (che due giorni fa hanno impostodazi del 25% su prodotti tecnologici cinesi per 50 miliardi di dollari).”Riteniamo”, ha dichiarato il portavoce, Gao Feng, in merito alle misure restrittive che Washington intende attuare, “che vadano contro i principi di base dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. E dopo attente valutazioni, penseremo a una risposta di conseguenza”.

“L’Occidente che va a pezzi. Tenere in sicurezza l’Italia dagli avventurismi è fondamentale. Saranno anni difficili. Attrezziamoci”. Così scrive sul suo profilo Twitter il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, commentando l’esito negativo delle trattative tra l’Ue e l’amministrazione di Donald Trump per esentare i Paesi europei dall’applicazione di pesanti tariffe commerciali sull’acciaio e l’alluminio importati negli Usa.

Pil. L’Ocse vede al ribasso
le stime di crescita

Ocse-crescita stabileIn Italia la crescita rallenterà all’1,4% nel 2018 e all’1,1% nel 2019. Così il nuovo “Economic Outlook” dell’Ocse, che rivede al ribasso le stime sul Pil, date precedentemente al +1,5% per quest’anno e al +1,3% per il prossimo. Secondo l’organizzazione parigina la crescita degli investimenti, sebbene ancora robusta, si andrebbe attenuando mentre il rilancio dei consumi privati perderà vigore.

Nel documento si legge che “le esportazioni e gli investimenti delle imprese stanno sempre più guidando la ripresa”. Quanto ai prezzi al consumo, è prevista un’accelerazione nel 2019. La politica di bilancio per il 2018 è orientata, nota ancora l’organizzazione internazionale, per essere “moderatamente espansiva”. E precisa: “Possibili cambiamenti da parte del governo che verrà non sono incorporati nelle previsioni”.

Gli investimenti privati stanno aumentando in misura consistente, supportati dagli incentivi legati al piano Industria 4.0 e dal risveglio dei prestiti bancari alle imprese. Gli investimenti pubblici “continuano invece a stagnare, ostacolati dai problemi collegati all’implementazione del nuovo codice degli appalti e alle restrizioni di spesa”.

“Buone notizie, vicini ai livelli pre-crisi” – “Abbiamo raggiunto livelli simili alla situazione pre-crisi”, commenta il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria, secondo il quale la crescita proseguirà nei prossimi due anni, con il Pil mondiale del 3,8 quest’anno e del 3,9% nel 2019. Gurria cita inoltre il forte calo della disoccupazione, al livello più basso dagli anni ’90. “Buone notizie, ma ci sono ancora diverse sfide da affrontare”, sottolinea ribadendo la necessità di “rifondare il multilateralismo” dinanzi ai rischi di nazionalismo, protezionismo e ripiegamento su se stessi.

“L’incertezza politica può avere effetti sulla crescita” – “L’incertezza politica potrebbe avere un impatto sullo sviluppo economico”, evidenzia ancora il rapporto “Economic Outlook” nell’approfondimento dedicato all’Italia. Intanto “riflettendo un’accresciuta percezione dell’incertezza politica, i rendimenti dei titoli di Stato ultimamente sono saliti”. Allargando lo sguardo allo scenario internazionale, la “Brexit e l’incertezza politica in Italia potrebbero aggiungere pressioni alla crescita dell’area euro”.

Le priorità: infrastrutture e lotta mirata alla povertà – Per l’Ocse, l’Italia dovrebbe “spostare il mix di spesa verso le infrastrutture e potenziare i programmi mirati contro la povertà per affrontare le ampie divisioni sociali e regionali stimolando al contempo la crescita”.

Il debito è alto ma cala, ok all’intervento sulle banche – La strategia per stabilizzare il settore della banche sta dando i suoi frutti. L’Ocse precisa che “lo stock degli Npl nei bilanci bancari è sceso di circa il 20% dal suo picco” e giudica “limitato” il costo dell’intervento governativo sul comparto. Quanto al debito pubblico, si osserva che “il rapporto con il Pil resta alto, ma ha iniziato a calare”. E ciò, evidenzia, “nonostante le passività potenziali connesse all’intervento sul settore della banche”.

Ocse, l’Italia di adulti poco ‘digitalizzati’ e giovani Neet

neetI ministri delle politiche sociali dei 35 paesi dell’Ocse e dei paesi partner si sono incontrati oggi a Montréal per una riunione su “Politica sociale per la prosperità condivisa: abbracciare il futuro”. Le questioni trattate sono centrali: modernizzare i sistemi di protezione sociale per incorporare al meglio le persone che svolgono lavori non standardizzati, promuovere diversità e inclusione sociale per tutti, garantire a bambini e giovani pari opportunità di riuscita nella vita, integrare l’uguaglianza di genere nella progettazione e nella riforma delle politiche.
Le profonde trasformazioni in corso (tecnologiche e culturali) stanno ridisegnando il mondo del lavoro, in termini di: organizzazione, identità, appartenenza e tutele. Aumenta la quota di lavori non-standard e la relativa percentuale di lavoratori autonomi, con conseguente necessità di prevedere maggiore protezione sociale per tutti. È necessario adeguare regole e politiche pensate per un tempo ormai passato. Il lavoro autonomo può essere visto come una strategia di sopravvivenza, per coloro che non riescono a trovare altri mezzi per guadagnare un reddito, o come prova di spirito imprenditoriale e desiderio di esplorare nuovi lavori e possibilità. Tuttavia, nella maggior parte dei paesi esiste una relazione negativa tra il tasso di lavoro autonomo e il tasso di disoccupazione.
Nella classifica dei Paesi Ocse e dei Paesi partner sui lavoratori autonomi rispetto al totale, l’Italia è all’ottavo posto con circa il 24% di lavoratori autonomi (media Ocse 16%).
Come sottolinea l’Ocse, sono necessarie riforme cruciali per riuscire ad adattare i sistemi di protezione sociale al nuovo mondo del lavoro. Ad esempio, i diritti dovrebbero essere collegati agli individui, piuttosto che ai posti di lavoro, in modo che siano trasferibili da un lavoro all’altro. Le opportunità di formazione dovrebbero essere ampiamente disponibili e non necessariamente collegate al proprio status lavorativo o al posto di lavoro.
Ma quanti adulti partecipano alla formazione e all’apprendimento? L’Italia è tra gli ultimi paesi, con ben il 75% delle persone tra i 25 e i 64 anni che non partecipa a corsi di formazione formali o informali.
Forme di apprendimento permanente potrebbero trovare risposta anche nelle opportunità offerte dalla digitalizzazione (i Mooc e le risorse educative aperte rappresentano importanti risorse), ma rimangono sottoutilizzate. Le nuove forme di organizzazione e di lavoro aumentano la domanda di persone con abilità matematiche, capacità di risoluzione dei problemi, competenze Ict di base, capacità relazionali e competenze trasversali.
Nei processi di cambiamento è fondamentale prestare attenzione ai gruppi più svantaggiati che tendono a restare indietro nell’uso delle tecnologie, nell’acquisizione di competenze e nell’adattamento durante la vita lavorativa.
Uno dei segmenti della popolazione dove è più evidente lo scollamento ed è prioritario agire, è quello dei giovani tra i 15 e i 29 anni. Gli intensi aumenti della disoccupazione giovanile e della sottoccupazione, dovuti a ostacoli strutturali di lunga data, impediscono a molti giovani dei paesi dell’Ocse e delle economie emergenti di passare con successo dalla scuola al lavoro.
Circa 40 milioni di giovani nei paesi dell’Ocse, pari al 15% dei giovani tra 15 e 29 anni, non frequentano corsi di istruzione, impiego o formazione, i cosiddetti Neet. Due terzi di loro non sono nemmeno alla ricerca di lavoro. Il 40% di tutti i giovani sperimenta un periodo di inattività o di disoccupazione nell’arco di un periodo di quattro anni e per metà di essi questo periodo durerà un anno o più e può portare allo scoraggiamento e all’esclusione.
L’Italia, purtroppo, è tra le prime classificate per numero di Neet: nel 2016 erano il 25.4% (media Ocse 14%). La proporzione dei giovani Neet è aumentata considerevolmente durante la crisi. Prima del 2007 il tasso di Neet in Italia era già alto, intorno al 20%. Tra il 2007 e il 2014 ha continuato ad aumentare, raggiungendo ben il 27%. Ha registrato una modesta riduzione nel 2015 (corrispondente a quasi 2.5 milioni di Neet), rimanendo però negli anni successivi, significativamente sopra i livelli pre-crisi.
Come in altri paesi Ocse, la maggioranza dei giovani Neet (60%) non cerca nemmeno un lavoro e il fenomeno dei Neet è più diffuso fra i giovani con bassi livelli di istruzione, rispetto ai giovani più istruiti. Il tasso di abbandono scolastico resta molto elevato in Italia, dove circa il 30% degli uomini e il 23% delle donne di età compresa fra i 25 e i 34 anni non ha un titolo di studio di scuola secondaria superiore (rispetto a una media Ocse del 18% per gli uomini e del 14% per le donne). Nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni, il dato sui Neet si evidenzia maggiormente se incrociamo la variabile età e la variabile genere. In Italia quasi il 30% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni è disoccupato o inattivo.
I contesti economici e sociali sono in rapida evoluzione e numerose sono le sfide da affrontare per andare verso una crescita inclusiva. Quella canadese rappresenta un’occasione importante per pensare il futuro e programmare delle buone politiche.
Tuttavia, nonostante lo spread Bpt-Bund salito a 134-140 punti ed il ritardo dell’Italia nell’Eurozona, l’economia italiana è in ripresa.
Nei primi tre mesi dell’anno, lo dimostra il pieno di utili per le maggiori aziende del Paese come Intesa San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Ubi, Generali, Eni, Enel, Fiat Chrysler, Poste, Carige, Mediobanca.
Per molte di queste, i dati di bilancio sono andati oltre le previsioni degli analisti, raggiungendo ricavi e utili record (Mediobanca), altre hanno potuto completare il percorso di risanamento.
Se le aziende ridono, molti lavoratori piangono. Si allarga da luglio la platea potenziale del Rei, il reddito di inclusione sociale ma le domande all’Inps anche senza i requisiti sulla composizione del nucleo familiare potranno essere presentate dal primo giugno (il beneficio si ottiene a partire dal mese successivo). Apprendiamo dall’Inps, in un messaggio per ricordare che da luglio, come previsto dalla legge, non sarà più necessario per ottenere il sussidio avere in famiglia almeno un minore, un disabile, una donna in stato di gravidanza o un disoccupato over 55. Fino a giugno la platea potenziale è di circa 500.000 famiglie per 1,8 milioni di persone mentre da luglio passerà a 700.000 nuclei per 2,5 milioni di persone.
Il beneficio economico va da un massimo di 187,5 euro per una persona sola in situazione di povertà a 539,8 euro nel caso di famiglia con almeno sei componenti (importi inferiori ai limiti di sopravvivenza).
Tra i requisiti per avere il Rei c’è un Isee non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro.
Il Rei è compatibile con un’attività lavorativa (fermi restando i requisiti economici) ma non con la Naspi.
Il disagio sociale non diminuirà con gli utili delle aziende, perchè gli utili prodotti, molto probabilmente, verranno reinvestiti per produrre altri utili e non per creare nuova occupazione. Anzi, a seguito dei nuovi investimenti potrebbe essere necessario l’impiego di un minore numero di lavoratori.
Si pone, dunque, il problema di una politica sociale per l’occupazione e per la distribuzione della ricchezza. Compito che storicamente è politicamente appartiene al socialismo riformista. Le problematiche sociali hanno cambiato aspetto, ma sono rimaste fondamentalmente immutate nella loro natura esistenziale.

Ocse: una patrimoniale per ridurre le diseguaglianze

mense-poveriUna tassa patrimoniale anche in Italia, per ridurre disuguaglianze sempre più evidenti. Lo chiede l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), affermando che il paese è uno di quelli dove, dopo la crisi economica dell’ultimo decennio, la disuguaglianza sociale è aumentata di più e la concentrazione di ricchezza verso l’alto è diventata più evidente. Una piramide in cui la base si è allargata ulteriormente a vantaggio di una sempre più ristretta cerchia di ricconi.

L’opinione dell’organizzazione internazionale è scritta nel rapporto ‘The role and design of net wealth taxes’ , nel quale si  spiega che uno dei modi per ridurre più velocemente i divari di ricchezza è l’imposizione della tassa patrimoniale. Una tassa che come dice il nome stesso, colpisce il patrimonio.

L’Ocse esamina l’utilizzo della patrimoniale – attualmente e storicamente – nei paesi membri ed evidenzia tutti i pro e i contro della tassa. I risultati indicherebbero che, in generale, la necessità di adottare “una tassa sulla ricchezza netta” è minima nei paesi dove sono applicate su larga scala le tasse sui redditi e sui capitali personali, comprese le imposte sulle plusvalenze, e dove le tasse di successione sono ben disegnate. In questi casi la patrimoniale potrebbe avere effetti addirittura “distorsivi”.

Al contrario, potrebbe funzionare ed essere utile dove la tassa di successione non esiste e dove le imposte sui redditi sono particolarmente basse. Analizzando l’andamento negli ultimi anni della distribuzione del reddito e della ricchezza a livello internazionale, l’organizzazione sottolinea quindi che “dopo la crisi, sono proseguite le tendenze verso una maggiore disuguaglianza di ricchezza. Dati comparabili per sei paesi Ocse (Australia, Canada, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti) indicano che, dalla crisi, la concentrazione di ricchezza al vertice è aumentata in quattro di essi (Italia, Paesi Bassi, Stati Uniti e Regno Unito), mentre la disparità di ricchezza nella parte inferiore della distribuzione è aumentata in tutti i paesi tranne il Regno Unito”.

Ocse, posti di lavoro a rischio per i robot

robotL’Ocse, in base ad una analisi che copre 32 Paesi e che si basa sulla Survey of Adult Skills (Piaac), secondo cui sul 14% dei posti di lavoro attuali vi è un 70% o oltre di probabilità di automazione da parte di computer e algoritmi, ha affermato: “Nelle economie avanzate, l’equivalente di 66 milioni di lavoratori (quasi 1 su 6) sono ritenuti ad alto rischio di automazione”. L’ente rileva comunque come questo dato appaia più contenuto di quello indicato in uno studio analogo nel 2013 (Frey and Osborne).
Oltre ai posti ad alto rischio vi è un ulteriore 32% di posizioni su cui, secondo l’ente con sede a Parigi, si potrebbe assistere a cambiamenti significativi su come vengono gli stessi lavori vengono svolti, sulle mansioni, sulla quota di lavoro che potrebbe essere robotizzata e sulle qualifiche che saranno necessarie per accedere a questi posti.
Vi sono poi differenze significative tra Paesi: si va da un picco del 33% nella Repubblica Slovacca di posti di lavoro che sono ad altro rischio di automazione ad appena il 6% in Norvegia. In Italia questa quota si attesta attorno al 15%, secondo i grafici pubblicati dall’ente parigino.
Più in generale il lavoro nei paesi nordici appare meno a rischio di automazione, mentre all’opposto le probabilità più elevate riguardano le posizioni con basse qualifiche, come addetti alle cucine, minatori, addetti alle pulizie, nelle costruzioni e nei trasporti.
In sintesi, a salvare ‘capra e cavoli’ sarebbero le economie più avanzate che hanno già raggiunto un’alta automazione nel lavoro, che investono continuamente nella ricerca, che possono produrre beni ad alta tecnologia spesso protetti da brevetti. Lo dimostrano i Paesi dove l’Ocse ha elaborato i picchi di automazione più bassi.