Accoglienza. Riccardo Gatti di Open Arms: non ci arrendiamo

Chiusura dei porti italiani e maltesi, divieto di trasferimento dei migranti, criminalizzazione della solidarietà, manipolazione dell’informazione. Come reagire a tutto questo? Ne parliamo con Riccardo Gatti, comandante dell’Astral e capomissione della Open Arms, le navi della Ong spagnola Proactiva Open Arms.

Dove si trovano in questo momento le navi di Proactiva Open Arms?

riccardo gattiSia l’Astral che l’Open Arms sono ferme al porto di Barcellona. Negli ultimi tempi la situazione è cambiata radicalmente: con la chiusura dei porti italiani e maltesi e il divieto non solo di sbarco, ma anche di trasferimento dei migranti salvati in mare su navi più grandi delle nostre, siamo stati costretti a lasciare temporaneamente il Mediterraneo centrale. L’Open Arms è un ex rimorchiatore e l’Astral un veliero: nonostante abbiano salvato migliaia di persone, sono piccole e non hanno le condizioni per restare in mare giorni e giorni, soprattutto ora con l’avvicinarsi dell’autunno. Il rischio per le persone sarebbe troppo grosso. Prima bisognava attendere al massimo 3/5 giorni per sbarcare, ora ce ne vogliono anche 10. Questo è il risultato della feroce campagna contro le ONG: sono riusciti a cacciarci tutti dalla zona di ricerca e salvataggio e hanno chiuso i porti perfino per la Guardia Costiera italiana.

Sospendendo temporaneamente le operazioni nel Mediterraneo centrale non potremo più svolgere la nostra funzione di testimonianza e denuncia di quello che avviene con i migranti in mare e nei centri di detenzione libici. Siamo certi che anche in questi giorni molte persone stanno partendo dalla Libia e senza navi a soccorrerle chissà quante di loro moriranno.

In questa situazione il flusso degli arrivi in Spagna è aumentato. Mesi fa avevamo proposto al governo spagnolo di appoggiare le loro operazioni di soccorso, ma in quel momento ci avevano risposto che non ce n’era bisogno. Ora invece hanno accettato la nostra offerta e noi contiamo di partire al più presto possibile per il Mediterraneo occidentale.

Comunque non ci arrendiamo: siamo in contatto con altre Ong per trovare forme di collaborazione e appoggio reciproco e cerchiamo una soluzione per poter tornare a operare nel Mediterraneo centrale.

Come possono aiutarvi le persone e le organizzazioni che credono nella solidarietà e nei diritti umani e il giornalismo indipendente?

Una prima forma di aiuto, molto concreta, viene dalle donazioni di cui abbiamo bisogno per sopravvivere e che per fortuna non si sono fermate.

Un altro punto fondamentale riguarda la diffusione di un’informazione corretta, che si contrapponga all’enorme manipolazione dei dati reali, alle fake news e alla campagna mediatica contro le Ong cominciata due anni fa. Ormai si sa cosa succede in Libia, come sta la gente che riesce a sopravvivere al viaggio, ai campi di detenzione e alla traversata in mare; bisogna continuare a denunciare tutto questo e a opporsi ai dilaganti discorsi xenofobi e razzisti.

Infine lancio un appello per una maggiore presenza di giornalisti, parlamentari e personaggi dello spettacolo sulle nostre navi. Già diversi ci hanno accompagnato nelle ultime missioni e le possibilità di testimonianza e denuncia offerte dalla loro notorietà possono dare un grande contributo per far conoscere la situazione reale e dare voce ai migranti e ai volontari.

Come vi siete sentiti, man mano che è aumentata la criminalizzazione della solidarietà, con le inchieste e i sequestri delle navi, le campagne di discredito e i violenti attacchi del governo italiano?

Sapevamo fin dall’inizio che quelle contro di noi erano tutte bugie, accuse ridicole e pericolose e questo ci ha dato sicurezza, ci ha aiutato ad andare avanti senza perdere energia ascoltando per esempio Di Maio che ci definiva “taxi del mare”. Inoltre sappiamo che quando il sistema vuole fermare qualcosa usa tutti i mezzi a sua disposizione, a cominciare dalla manipolazione dell’informazione.

Avete assistito a tante situazioni drammatiche. Cosa si prova in quei momenti?

Molta rabbia e molto dolore, perché i morti in mare non sono vittime di una catastrofe naturale, ma si potrebbero evitare con soccorsi efficienti, corridoi umanitari, ecc. Se i migranti a bordo della Diciotti fossero stati naufraghi salvati da una nave da crociera, non avrebbero certo ricevuto quel trattamento vergognoso. E invece erano persone indebolite e traumatizzate, scampate agli orrori della Libia, bisognose di assistenza medica e psicologica.

Si sta facendo di tutto per rendere invisibili i migranti, per non farli partire. E ogni volta che siamo noi a partire, non sappiamo cosa ci troveremo davanti.

Vedo però anche dei segnali positivi: un numero maggiore di persone si sta attivando contro questa deriva razzista e xenofoba e alcuni ci hanno contattato, arrabbiati alla notizia che lasciavamo il Mediterraneo centrale per dirci: “Non potete andarvene!”

Che cosa ti dà la forza per continuare?

Ogni vita salvata mi ripaga di tutto lo sforzo, di tutte le difficoltà superate. Mi ricorda che qui si tratta di persone, che ogni vita conta. E gli attacchi non mi frustrano, anzi, mi danno forza, perché non si stanno violando solo i diritti dei migranti, ma anche quelli degli italiani, primo tra tutti il diritto a un’informazione vera.

Anna Polo
Pressenza

PERCEZIONE E REALTA’

open armsChe tra il ministro dell’Interno e le organizzazioni non governative non corresse buon scambio lo avevano ormai capito tutti. Nessuno, però, pensava che ciò potesse portare a considerare l’Italia un paese inaffidabile o addirittura razzista. Ma tant’è. Il giallo del salvataggio e le foto diffuse nella giornata di ieri hanno scatenato enormi polemiche tra i volontari di Open Arms e Matteo Salvini, deciso più che mai a tenere la linea dura. Oggi la Ong spagnola, dopo un botta e risposta estenuante con il Viminale, ha deciso di fare rotta verso la penisola iberica. “Non ci fidiamo del ministro dell’Interno italiano e delle sue intenzioni verso i migranti” il senso delle parole di Open Arms diffuse nel pomeriggio.

Dopo la scelta dell’imbarcazione di cambiare rotta, Salvini ha affermato che “nonostante la nostra disponibilità di porti siciliani, la nave Ong va in Spagna, con una donna ferita e due morti… non sarà che hanno qualcosa da nascondere?”. Il capo del Carroccio gongola. Un’altra nave cambia rotta dopo il braccio di ferro con il Viminale. Musica per le orecchie sovraniste del pratone di Pontida. Un punto in più a Salvini nella personale sfida con Di Maio, che fino ad oggi vede il suo pallottoliere ancora a secco.

Con questo modus operandi, il leader leghista continua nel suo particolare storytelling: la ricerca continua del nemico da sconfiggere (in questo caso da affondare). L’obiettivo sembra quello di voler instillare a forza nel Paese un clima vittimistico, di paura, come se l’Italia si trovasse di fronte ad una invasione di barbari.

I numeri dicono il contrario, in realtà. Ma ciò che conta è la percezione. Il ministro dell’Interno lo sa bene e non si cura delle conseguenze. Salvini va avanti senza sosta, non preoccupandosi di distruggere la credibilità italiana nel mondo. Certo è che non tutte le imbarcazioni cariche di profughi potranno essere respinte. Chissà che decisione assumerà l’Italia se i due barconi fermi a largo di Turchia e Tunisia dovessero affacciarsi sui nostri mari. Tutto è ormai possibile.

In merito al rifiuto di Opern Arms “se qualcuno ritiene di poter lanciare tale accusa è evidente che stia maturando un senso comune favorevole a valutazioni di questo tipo”, ha avvertito l’ex parlamentare Psi Enrico Buemi. “Inoltre, il fatto che la nave si stia dirigendo in Spagna fa ritenere che in Italia l’informazione sulla vicenda possa essere alterata da ingerenze e da comunicazioni mediatiche non rispondenti alla realtà dei fatti”, ha spiegato il dirigente socialista.

F.G.

Salvini: “I porti italiani li vedranno in cartolina”

ongNon arretra di un passo. Il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, prosegue sulla linea dura e annuncia dai suoi profili social: “Le due navi di Ong  spagnole che sono tornate nel Mediterraneo in attesa del loro carico di esseri umani. Risparmino tempo e denaro, i porti italiani li vedranno in cartolina”.  Nelle scorse settimane Salvini – in visita al centro di accoglienza per migranti di Pozzallo –  aveva annuciato l’intenzione di incontare il pm Carmelo Zuccaro, il capo della procura catanese che aveva indagato su presunte collusioni tra Ong e trafficanti di esseri umani perché, aveva sottolineato, “nessuno mi toglie dalla testa che c’è un business sui bambini che poi muoiono. E questo mi fa molto arrabbiare”. Lo scontro con le Ong era comunque nell’aria. Nei giorni scorsi Msf si era detta pronta, quando servirà, a tornare in alto mare. E lo stesso ha fatto ieri la Open Arms, sfidando direttamente il Viminale: “Astral, in missione di osservazione, torna nella zona di salvataggio – hanno annunciato gli spagnoli guidati da Oscar Camps – anche se l’Italia chiude i porti, non può mettere porte al mare. Navighiamo verso quel posto dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo. E troppe morti sul fondo”. Una dichiarazione che aveva scatenato l’immediata reazione del ministro leghista. “Le navi Ong che stanno tornando in acque libiche risparmino tempi fatica e denaro perché in Italia non ci arrivano”. Nel recente viaggio in Russia, Salvini ha detto che nella riunione di domani a livello europeo va ridiscusso l’accordo ‘Sophia’ (che prevede tra l’altro l’uso dei porti italiani per gli sbarchi dei migranti da parte delle navi che partecipano alle missioni internazionali) e ha chiesto al governo di Putin di collaborare alla lotta al traffico di esseri umani. Precisando che i migranti che arrivano a bordo delle carrette del mare “non sono naufraghi, ma è una tratta di essere umani, un business organizzato dalle mafie”. Il ministro dell’Interno ha anche ribadito che l’obiettivo del nuovo esecutivo rimane sempre lo stesso: “Salvare, soccorrere, nutrire e riportare dove sono partite queste imbarcazioni”. Intanto, “per il momento”, è già una “vittoria” riuscire a “ricollocare, bloccare le Ong, rivedere le missioni internazionali”. Oltre, ovviamente, ad aiutare la Libia “a garantire i diritti umani e raccogliere nei Paesi africani le domande di asilo fondate”.

Ma nasce subito un altro scontro con la denuncia di Proactiva Open Arms che ha pubblicato su twitter un messaggio in cui la secondo la Ong, la Libia, avrebbe lasciato morire una donna e un bambino che erano a bordo di un gommone in difficoltà. “La Guardia Costiera libica ha detto di aver intercettato una barca con 158 persone fornendo assistenza medica e umanitaria – ha scritto il fondatore della Ong Oscar Camps – ma non hanno detto che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e hanno affondato la nave perché non volevano salire sulle motovedette”. Nelle foto si vedono i corpi di una donna e di un bambino, ormai privi di vita e appoggiati a quello che resta del gommone. “Quando siamo arrivati – dice ancora Camps – abbiamo trovato una delle donne ancora vive ma purtroppo non abbiamo potuto far nulla per l’altra donna e il bambino”.

Secondo Camps i due sarebbero morti poche ore prima che la nave di Open Arms arrivasse nella zona. A bordo della nave c’è anche il deputato di Leu Erasmo Palazzotto. “Matteo Salvini – ha scritto su twitter pubblicando la foto della donna e del bambino – questo è quello che fa la guardia costiera libica quando fa un salvataggio umanitario. Open Arms ha salvato l’unica superstite mentre i tuoi amici libici hanno ucciso una donna e un bambino. Almeno oggi abbi la decenza e il rispetto di tacere e aprire i porti”. “Ogni morte è la conseguenza diretta di quella politica”. È l’accusa che la Ong Proactiva Open Arms lancia nei confronti dell’Italia. Per il ministro Salvini si tratta solo di “bugie e insulti di qualche Ong straniera”. In questo modo continua Salvini si conferma “che siamo nel giusto: ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti, e ridurre il guadagno di chi specula sull’immigrazione clandestina”.

Intanto l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha reso noti gli ultimi numeri sugli sbarchi nel Mediterraneo: un totale di 50.872 migranti e rifugiati sono giunti in Europa via mare dall’inizio del 2018 al 15 luglio scorso e 1.443 persone sono morte mentre tentavano di raggiungere le coste europee. La rotta del Mediterraneo centrale verso l’Italia resta la più letale, con 1.104 vittime registrate dall’inizio del 2018, quasi quattro volte il numero di annegamenti notificati sulla rotta per la Spagna (294), benché i numeri degli arrivi nei due Paesi siano quasi identici. Secondo i dati della organizzazione, la Spagna ha superato l’Italia per numero di arrivi di migranti dall’inizio dell’anno al 15 luglio: 18.016 quelli sbarcati sulle coste spagnole, lungo la rotta del Mediterraneo occidentale, rispetto ai 17.827 arrivati attraverso la rotta centrale dalla Libia all’Italia.

Decreto dignità, staff leasing e modifiche alla pensione

di maio occhiataUna riduzione del costo del lavoro finalizzata ad incentivare le imprese che possono crescere sarà introdotta con la legge di Bilancio. Lo ha assicurato il vicepremier Luigi Di Maio che parlando delle misure adottate con il decreto Dignità ha detto: “Ridurremo il costo del lavoro. Ci stiamo lavorando per la legge di Bilancio”. Di Maio, intervenendo ad Agorà su Rai Tre ha proseguito spiegando quanto segue: “Il governo farà un abbassamento di costo del lavoro selettivo, su tutte le imprese che hanno un margine di crescita. Le incentiveremo. I voucher erano nati per alcuni lavori, come quelli domestici di Colf e badanti, e in alcuni casi nell’agricoltura. Se il tema è questo e se ne può discutere. No alla reintroduzione dei voucher come aveva fatto Renzi e i sui amici: ci si pagavano anche gli ingegneri…erano usati per un contratto di una giornata e con quello, ai fini Istat, era come se si era lavorato una settimana, e questo aveva fatto impennare i conti degli occupati in Italia”. Quest’ultimo tema è particolarmente gradito alla Lega. Invece, lascia perplessa la volontà di incentivi selettivi sugli aiuti alle imprese (…’le imprese che hanno un margine di crescita’).
Sulle immigrazioni clandestine e sugli ultimi naufragi ed annegamenti nel Mediterraneo, dopo il blocco delle navi delle Ong, il vicepremier Luigi Di Maio ha detto: “Non bisogna utilizzare i morti per questa polemica, ricordiamoci che i morti in mare ci sono stati sempre. Le nostre navi continuano a salvare le persone: c’è una differenza fra salvataggio e traghettamento. Forniremo nuove motovedette alla Libia perché è la cosa più sana che i salvataggi li facciano i libici e li riportino sulle coste libiche”.
Proseguendo l’intervento ad Agorà, Di Maio ha detto: “Ho preso un altro impegno con gli italiani: ora tagliamo le pensioni d’oro. Incardiniamo un disegno di legge al Senato e spero di approvarlo entro l’estate”. Quindi, Di Maio si vorrebbe sostituire al Parlamento nell’approvazione delle leggi.
Tuttavia, il futuro delle  pensioni è ancora tutto da decidere. Il governo sta vagliando l’ipotesi di una riforma con la possibilità di introdurre fin dal 2019 una quota 100 che consenta ai lavoratori di andare in pensione al raggiungimento dei 64 anni di età con 36 di contributi.
La quota 100, infatti, è quello strumento che consentirebbe di andare in pensione una volta che la somma dell’età anagrafica e degli anni dei contributi versati dà come risultato 100. Nel caso del governo giallo-verde, però, è stato deciso di prevedere una soglia minima anagrafica (64 anni appunto).
Solo dal 2020, invece, dovrebbe essere estesa a tutti la quota 41, lo strumento con il quale si potrà andare in pensione indipendentemente dall’età anagrafica al raggiungimento di 41 anni di contributi.
In attesa della riforma, però, i requisiti per la pensione subiranno una variazione al rialzo a partire dal 1° gennaio 2019, visto l’adeguamento con le aspettative di vita rilevate dall’INPS, aumentate di 5 mesi, stabilito dalla Legge Fornero.
Come riassunto dall’infografica realizzata da Money.it, l’adeguamento porterà ad un innalzamento dei requisiti previdenziali per tutti i trattamenti oggi a disposizione per smettere di lavorare.
Nel dettaglio, per la pensione di vecchiaia contributiva verrebbe richiesta un’età pari a 71 anni, oltre a 5 anni di contributi. Per la pensione di vecchiaia ordinaria, invece, l’età pensionabile verrebbe aumentata di 3 mesi, diventando così pari a 67 anni per tutti, mentre il requisito contributivo è rimasto invariato (20 anni).
Gli stessi anni di contributi sarebbero richiesti anche per la pensione anticipata contributiva per cui, invece, l’età anagrafica diventa 64 anni visto l’incremento di 3 mesi.
Per quanto riguarda la pensione anticipata ordinaria, invece, bisognerà fare una distinzione tra uomini e donne. I primi potranno accedervi una volta maturati 43 anni e 3 mesi di contributi, mentre per le seconde basteranno 42 anni e 3 mesi. In entrambi i casi non è previsto alcun requisito anagrafico.
Si segnala, poi, un incremento di 5 mesi della quota 41 per lavoratori precoci, per i quali dal 1° gennaio 2019 saranno necessari 41 anni e 5 mesi di età per andare in pensione.
Infine, l’aumento dei requisiti per la pensione di vecchiaia  comporterà anche una variazione per l’Ape Volontario, poiché questo può essere richiesto quando ci si trova a meno di 3 anni e 7 mesi dal raggiungimento dei requisiti per la pensione. Quindi, dal 1° gennaio, non si potrà accedere al prestito pensionistico con meno di 63 anni e 3 mesi di età.
A tarda serata il Governo ha approvato il cosiddetto ‘decreto dignità’ che prevede una stretta sui contratti a termine, misure contro la delocalizzazione delle imprese che hanno goduto di incentivi, contrasto alla ludopatia e interventi su spesometro, redditometro e split payment. Il decreto dignità è composto da 12 articoli ed è stato approvato dal Consiglio dei Ministri su proposta del ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio.
Sulle questioni di lavoro, il Dl interviene sulle norme che regolano i contratti a termine portando la durata massima da 36 a 24 mesi e fissando l’obbligo di indicare la causale dopo i primi 12 mesi. Ridotto anche il numero di rinnovi che passano da 5 a 4. È inoltre aumentato da 120 a 180 giorni il termine entro il quale sarà possibile l’impugnazione del contratto (in una prima versione del dl erano previsti 270 giorni). Per i contratti a termine si applicherà, inoltre, un costo contributivo crescente di 0,5 punti per ogni rinnovo a partire dal secondo.
Il decreto aumenta l’indennità da riconoscere al lavoratore ingiustamente licenziato portandola da un minimo di 4 ed un massimo di 24 mesi fino ad un minimo di 6 mesi ed un massimo di 36 mesi.
Per quanto riguarda lo staff leasing, è stabilito che al lavoratore da somministrare assunto a tempo determinato si dovrà applicare la disciplina del contratto di lavoro subordinato a tempo determinato.
Il pacchetto anti-delocalizzazione prevede che le imprese italiane ed estere operanti in Italia, e che abbiano beneficiato di un aiuto di Stato, decadono dal beneficio se delocalizzano in stati non appartenenti all’Unione Europea entro cinque anni dalla data di conclusione dell’agevolazione. Prevista anche una sanzione da due a quattro volte l’importo dell’aiuto fruito. Sanzione che non si applica però a chi sposta l’attività all’interno dell’Unione europea.
Le misure anti delocalizzazione si applicano con modalità specifiche anche a chi ha beneficiato dell’iperammortamento e del credito d’imposta per ricerca e sviluppo.
E’ stata stabilita una clausola di salvaguardia occupazionale per le imprese che beneficiano di aiuti e che non potranno ridurre il personale oltre il 10% nei cinque anni succcessivi alla data del completamento dell’investimento incentivato.
Confermato nel testo finale il divieto di pubblicità per giochi e scommesse con vincite in denaro: la norma si applica ‘De Futuro’ e quindi sono fatti salvi i contratti in essere. Sono escluse dal divieto le lotterie nazionali a estrazione differita e i loghi sul gioco sicuro e responsabile dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli.
Sul fronte fiscale arrivano una serie di interventi di portata limitata in attesa di capire quali saranno i margini in legge di bilancio.
È stato rivisto il metodo di determinazione del redditometro, verrebbe abolito lo split payment per i servizi resi dai professionisti alle pubbliche amministrazioni con ritenuta alla fonte.
Poi, sono state riviste le scadenze per l’invio dei dati delle fatture. Quelli del terzo trimestre del 2018 possono essere trasmessi entro il 28 febbraio 2019 mentre, in generale, per chi opta per l’invio semestrale, i termini sono fissati rispettivamente al 30 settembre del medesimo anno per il primo semestre e al 28 febbraio dell’anno successivo per il secondo semestre.
Il ‘decreto dignità’, in realtà, modifica ben poco rispetto agli assetti strutturali esistenti. Invece, sarà la riforma sulle pensioni quella che potrebbe diventare incisiva e determinante per la stabilità di bilancio.
Nel frattempo, dai dati emersi dall’Euro-zone economic out look dell’Istat arrivano segnali di rallentamento sulle prospettive economiche. Dalla lettura del documento Istat, la crescita dell’economia dell’area dell’euro è attesa in proseguimento a un ritmo più contenuto rispetto al 2017 sull’intero orizzonte di previsione. Nel secondo e terzo trimestre del 2018, il Pil della zona euro aumenterà allo stesso ritmo del primo trimestre (+0,4%), mentre nel quarto trimestre è attesa una leggera accelerazione (+0,5%).
L’espansione dell’attività economica sarà guidata dagli investimenti fissi lordi, supportati dalle condizioni ancora favorevoli sul mercato del credito: nel secondo trimestre gli investimenti cresceranno allo stesso ritmo del primo trimestre (+0,5%) mentre nella seconda metà dell’anno si prevede una lieve accelerazione (+0,6%). La spesa per consumi privati è attesa in aumento ad un ritmo contenuto e costante lungo l’orizzonte di previsione (+0,3%). L’aumento dei prezzi è atteso in proseguimento con intensità vicine ma ancora inferiori alla soglia del 2% auspicata dalla Bce.
L’Istat ha sottolineato: “Le tensioni politiche interne e la diffusione di misure protezionistiche a livello globale potrebbero rappresentare dei rischi al ribasso dell’attuale quadro previsivo”.
Tutti auspichiamo un miglioramento della distribuzione della ricchezza ed una riduzione delle diseguaglianze sociali ed economiche. Invece, i primi passi dell’attuale governo sembrano di avere intrapreso un percorso effimero.

STALLO SUPERATO

Giuseppe-ConteDopo una lunghissima riunione, al summit dei ventotto Paesi Ue, si è approdati ad un accordo. L’Unione Europea è salva e potrà proseguire il suo cammino.

Il premier Giuseppe Conte, lasciando all’alba il vertice europeo, visibilmente soddisfatto, ha elencato, un articolo dopo l’altro, il testo delle conclusioni del summit per dimostrare come i partner Ue abbiano recepito e sottoscritto molte delle richieste del piano in dieci punti presentato da Roma. Conte ha detto: “E’ stato un lungo negoziato. Da questo Consiglio europeo esce un’Europa più responsabile e solidale: l’Italia da oggi non è più sola”.

Il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, dopo una maratona di trattative durata tredici ore, con un laconico messaggio su Twitter poco dopo le 4,30 della notte, ha annunciato il superamento dello stallo di ieri al vertice di Bruxelles: “I leader dell’Europa a 28 hanno raggiunto un accordo sulle conclusioni del Consiglio europeo, incluso il tema delle migrazioni”.

Era stata proprio l’Italia ad opporsi alle conclusioni del Consiglio. Nella giornata di ieri, proprio la posizione italiana aveva fatto saltare la prevista conferenza stampa dello stesso Tusk con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Roma infatti aveva chiesto che fosse subordinata a un’intesa su tutti i contenuti del documento, compresa la questione della gestione dei flussi migratori. Il premier italiano, scontrandosi fra gli altri con il primo ministro svedese, Stefan Lofven che gli ha rinfacciato un atteggiamento non appropriato, ha rivendicato: “Sono un giurista e questo documento ha un solo numero di protocollo, dunque va approvato in toto o l’Italia non ci sta”.

Nella prima giornata del vertice si sono inseguite le indiscrezioni, diffuse prima da parte francese e poi da parte delle fonti governative italiane, sui possibili contenuti dell’accordo cui stavano lavorando il presidente Emmanuel Macron e il leader italiano. Illustrandoli, Conte all’alba di venerdì ha spiegato: “E’ passato il principio che il tema della regolazione dell’emigrazione e della gestione dei flussi migratori deve essere affrontato secondo un approccio più integrato, come avevamo richiesto, che riguardi sia la dimensione esterna, sia quella interna, sia il controllo delle frontiere”. Inoltre, ha sottolineato, “è affermato il principio chi arriva in Italia arriva in Europa”. Testualmente, in realtà, in questo punto delle conclusioni è scritto che la sfida dell’immigrazione “non riguarda un singolo Stato membro, ma l’Europa nel suo insieme”.

Conte ha continuato: “Nel paragrafo 3 è affermato il principio che tutte le navi che solcano il Mediterraneo devono rispettare le leggi, quindi anche le Ong, e non devono interferire con le operazioni della guardia costiera libica”. Questo punto nella prima bozza non c’era.

Il premier Conte ha poi citato il paragrafo 5, che afferma: “Il principio di un nuovo approccio per quanto riguarda il salvataggio in mare: d’ora in poi si prevedono azioni basate sulla condivisione e quindi coordinate tra gli Stati membri”. Conte ha continuato: “Sempre al paragrafo 5 è prevista poi la possibilità di creare, di istituire dei centri di accoglienza per consentire lo sbarco, e se del caso il transito dei migranti anche verso paesi terzi sotto il coordinamento e la cooperazione dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati e dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni”. Questo punto riguarda le “piattaforme di sbarco regionali” al di fuori dell’Europa, e in particolare in Nordafrica, di cui già si parlava nella prima bozza di conclusioni. Tra le altre rivendicazioni di palazzo Chigi, i 500 milioni di finanziamento del fondo per l’Africa e la dichiarazione di principio sulla necessità di riformare il regolamento di Dublino.

Infine, il punto della possibilità di creare centri di accoglienza negli Stati membri ma su base volontaria. Si tratta, in sostanza, della prefigurazione di quella “coalizione dei volenterosi” di cui parlava nei giorni scorsi la cancelliera Merkel: un accordo fra gli Stati membri che vorranno effettivamente condividere la gestione dello smistamento dei migranti dopo il loro salvataggio in mare e sbarco nei “centri di accoglienza” (o, come vengono chiamati nelle conclusioni, “centri controllati”) che funzioneranno “con il pieno sostegno dell’Ue”.

Il presidente francese, Emmanuel Macron, all’uscita dal Consiglio, ha detto: “L’accordo sulle conclusioni del Consiglio europeo sull’immigrazione, raggiunto stamattina dopo una lunga notte di negoziati, è una tappa importante perché siamo riusciti a ottenere una soluzione europea e un lavoro di cooperazione. L’Europa vivrà ancora per lungo tempo la sfida dell’immigrazione: dobbiamo farvi fronte a restando fedeli ai mostri valori. In molti avevano previsto che non ci sarebbe stato un accordo, che sarebbe stato il trionfo delle soluzioni nazionali. Stasera siamo riusciti a trovare una soluzione europea”.

Angela Merkel ha definito ‘un buon segnale’ il fatto che sia stato raggiunto un accordo a 28. La cancelliera, che rischia la tenuta del suo governo, è riuscita ad ottenere il riferimento ai movimenti secondari. Infatti, nel documento si legge: “I paesi devono prendere tutte le misure necessarie e collaborare strettamente tra di loro per contrastare i movimenti secondari”. Si tratta ora di capire se basterà a Horst Seeheofer, il ministro tedesco falco.

Secondo il premier polacco, Mateusz Morawiecki, la chiave che ha aperto la porta ad un’intesa, è stata la volontarietà di partecipare ai meccanismi che sono stati introdotti. Di sicuro i leader sono riusciti a trovare un compromesso su cui pochi avrebbero scommesso alla vigilia della riunione e l’Italia porta a casa un segnale forte dopo una trattativa a tratti anche dura, portata avanti dall’inizio con l’intenzione di chiudere a 28.

Dal vertice è anche venuto il via libera al rinnovo delle sanzioni alla Russia, che ora dovranno essere adottate formalmente. Quindi, non è stata accolta la proposta dell’Italia, fortemente voluta da Salvini, di ridurre le sanzioni alla Russia. Anzi, c’è stata un’estensione delle sanzioni.

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha manifestato scetticismo sugli accordi di Bruxelles, dicendo: “Non mi fido delle parole vediamo che impegni concreti ci sono perché finora è sempre stato ‘viva l’Europa viva l’Europa, ma poi paga l’Italia. Vediamo che principi, che soldi e che uomini ci sono, fermo restando che i principi fondamentali era e continua ad essere la protezione delle frontiere esterne, non lasciare sola l’Italia, in investimento vero in Africa e non a parole”. Poi, Salvini ha annunciato: “Le navi delle Ong non vedranno più l’Italia se non in cartolina, ribadendo il no all’accesso ai porti per le navi umanitarie. Ora ci sono due navi davanti alla Libia di Proactiva Open Arms. Chiedo che oggi stesso pubblichino l’elenco dei finanziatori. Loro e le altre Ong, fanno politica, mi danno del razzista e del fascista ma, come dicono i militari italiani e libici, aiutano gli scafisti. L’unico modo per bloccare l’esodo è permettere a quelle ragazze e a quei ragazzi di avere un futuro nelle loro città”. Il vicepremier e ministro dell’ Interno, Matteo Salvini, ospite di “Circo Massimo” su Radio Capital, ha così commentato i risultati del vertice europeo.

Oggi le Borse europee si presentano toniche in mattinata, in recupero dopo le recenti perdite, spinte anche dall’accordo raggiunto nella notte a Bruxelles sui migranti.

Un accordo, tuttavia, non del tutto chiaro e lacunoso che ha lasciato aperte molte problematiche gestionali. Sicuramente positivo è stato il segnale unitario dell’Ue.

Salvatore Rondello

LA TRATTATIVA

Lifeline-Malta

Dopo giorni di incertezza e una lunga trattativa che ha coinvolto diversi paesi dell’Unione Europea tra cui l’Italia, oggi il premier Giuseppe Conte ha annunciato che la nave Lifeline attraccherà a Malta. “Ho appena sentito al telefono il presidente Muscat: la nave della Ong Lifeline attraccherà a Malta. Con il presidente maltese abbiamo concordato che l’imbarcazione sarà sottoposta a indagine per accertarne l’effettiva nazionalità e il rispetto delle regole del diritto internazionale da parte dell’equipaggio”. “Coerentemente con il principio cardine della nostra proposta sull’immigrazione, secondo cui chi sbarca sulle coste italiane, spagnole, greche o maltesi, sbarca in Europa – ha continuato Conte – l’Italia farà la sua parte e accoglierà una quota dei migranti che sono a bordo della Lifeline, con l’auspicio che anche gli altri Paesi europei facciano lo stesso come in parte già preannunciato”.

I 234 migranti a bordo saranno divisi tra 5-7 Paesi Ue che li accoglieranno. La soluzione dopo una serie di contatti tra governi. Di certo di Macron (in visita in Vaticano dal Papa) con il premier Muscat, che ha sentito anche Conte.  Ma Malta, nonostante le dichiarazioni di Conte, non ha ancora dato il via libera in quanto sull’accordo per la redistribuzione dei migranti tra vari paesi ci sono frizioni. E per questo non c’è ancora il via libera di Malta all’approdo della Lifeline sull’isola secondo quanto riferiscono fonti del governo della Valletta a Malta Today, aggiungendo che il consenso all’attracco della nave dell’Ong è subordinato all’accordo tra 6 Paesi europei per la distribuzione dei migranti a bordo. Al momento, precisa il giornale maltese, manca il sì di altri due Paesi. “Lo sforzo diplomatico del primo ministro di Malta e delle istituzioni europee sta portando a un accordo ad hoc per la distribuzione dei migranti che si trovano a bordo della Lifeline, tra un certo numero di Stati membri disposti”, ha detto su Twitter l’ambasciatore maltese a Roma Vanessa Frazier. “Nel caso in cui la nave entri nei porti maltesi – conclude in un altro tweet – verranno effettuate indagini ed intraprese possibili azioni nei confronti della Lifeline che ha ignorato le istruzioni impartite dalle autorità italiane, in conformità alle norme internazionali, determinando questa situazione”.

Ma sembra sorpreso l’equipaggio della nave, che dice di aver appreso la notizia da Twitter, come anche già avvenuto negli ultimi giorni, quando “nessuno ha mandato un messaggio diretto”, scrivono. “Grazie per il sostegno di Malta ma ora abbiamo bisogno che i Paesi europei accolgano i migranti”.

Preoccupata la Commissione europea: “Seguiamo da vicino vicenda” ha detto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. “Il presidente Juncker e Muscat stanno lavorando in piena collaborazione per trovare una soluzione per le persone a bordo della Lifeline e trovare un porto dove possano sbarcare” ha aggiunto una portavoce della Commissione europea.

Intanto Malta annuncia l’apertura di “un’inchiesta sul capitano della Lifeline che ha ignorato le istruzioni delle autorità italiane date in accordo alle leggi internazionali”. Ed allo stesso tempo – si legge in un comunicato del gabinetto del premier Joseph Muscat – esorta “gli Stati volenterosi a proseguire la condivisione di responsabilità per evitare un’escalation della crisi umanitaria”.

La vicenda della Lifeline è iniziato circa una settimana fa, quando la nave è intervenuta in soccorso di 300-400 migranti a bordo di un gommone a largo delle coste libiche. I soccorritori hanno chiesto aiuto alla guardia costiera italiana o a qualche mercantile che incrocia in zona. Ma le risposte arrivate sono state tutte negative. La nave è intervenuta in acque Sar (Ricerca e soccorso) ed è stata la guardia costiera di Tripoli a coordinare l’operazione. Una motovedetta è stata inviata sul posto. “Ci aspettiamo – dicono dalla ong – un comportamento professionale e che le forze libiche rispettino la legge internazionale”.

Sull’intervento della Lifeline è intervenuto il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli che, dopo il salvataggio, ha chiesto alla Guardia Costiera italiana di avviare un’indagine. “La nave sta agendo in acque libiche fuori da ogni regola, fuori dal diritto internazionale. Hanno imbarcato circa 250 naufraghi senza avere i mezzi tecnici per poter garantire l’incolumità degli stessi naufraghi e dell’equipaggio”, aveva scritto su Facebook. Chiedendo poi il sequestro della nave.

La Francia all’Italia. “Salvini non può dar lezioni”

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“Non è certo il signor Salvini a poter dare lezioni alla Francia”: lo ha detto la ministra francese per gli Affari europei, Nathalie Loiseau, all’indomani del mini-vertice di Bruxelles. “La generosità della Francia – ha detto su France 2 – non può essere rimessa in discussione da nessuno e non certo dal signor Salvini che chiude i suoi porti, che aveva incoraggiato SOS Mediterranee a prendere dei migranti per poi rifiutarli a dare lezioni alla Francia”. “L’Europa – ha concluso – non si riassume in uomini che parlano forte in assenza di forza”. A una domanda sulla nave dell’Ong tedesca Mission Lifeline bloccata con 234 persone a bordo, dopo il rifiuto di Malta e dell’Italia di accoglierla, la ministra ha ribadito il principio di accoglienza nel porto più vicino. “E’ il diritto internazionale – ha concluso – non possiamo sostituirlo con la legge della giungla”.

Nessuna decisione operativa né documento finale di sintesi – come del resto era previsto – al vertice informale di Bruxelles. Il premier Giuseppe Conte valuta comunque positivamente il complicato summit a 16, con i leader europei divisi su molti temi, che ha preceduto il Consiglio europeo di fine mese. “Si è conclusa la riunione informale sul tema migrazione a Bruxelles e rientriamo a Roma decisamente soddisfatti. Abbiamo impresso la giusta direzione al dibattito in corso. Ci rivediamo giovedì al Consiglio europeo”, scrive su Twitter il presidente del Consiglio, dopo aver lasciato Palais Berlaymont, la sede del summit.

“Siamo tutti d’accordo: non si possono lasciare da soli i Paesi di primo arrivo e d’altro canto migranti e profughi non possono scegliere in quale Paese fare richiesta di asilo”, dice la cancelliera tedesca dopo il vertice informale. Angela Merkel ha ribadito come la responsabilità debba essere spalmata tra tutti i Paesi Ue e ha aggiunto che “quando possibile vogliamo trovare soluzioni europee. Laddove non sia possibile, vogliamo sviluppare insieme a quelli che sono disponibili un comune piano di azione”. Abbiamo trovato “molta buona volontà” per discutere e superare i disaccordi sul tema migranti, ha spiegato Merkel, evidenziando anche la convergenza registrata sulla necessità del rafforzamento delle frontiere esterne e sul fatto che “nessun Paese deve prendersi il peso da solo”.

Ma c’è chi gioca con la paura “Il presidente del Consiglio Conte ha espresso una posizione ed è stato coerente con l’insieme delle discussioni al tavolo”, ha commentato il presidente francese Emmanuel Macron al termine della mini riunione. “Ma a volte – ha aggiunto – sento cose dalla stampa che non sono la stessa cosa…”. Poi: la discussione ha “permesso di escludere le soluzioni non conformi ai nostri valori, le soluzioni che chiedevano tattiche di respingimento. Le soluzioni non conformi al diritto internazionale umanitario e al diritto europeo non sono state ritenute come pertinenti”. E infine: “Alcuni cercano di strumentalizzare la situazione dell’Europa per creare una tensione politica e giocare con le paure”. La mia posizione è che non nasconderò mai la verità ai miei concittadini”, ma che bisogna “avere una posizione efficace ed umana”.

“La sensazione che ho avuto partecipando alla riunione odierna è stata positiva”, ha confermato il premier spagnolo Pedro Sanchez. “Abbiamo trovato dei punti di unione e abbiamo fatto un buon passo in avanti. La conversazione è stata franca, ma tutti siamo concordi nell’avere una visione europea e su come affrontare il tema migranti”.

La riunione informale sulle migrazioni a Bruxelles “è andata meglio di quanto ci aspettavamo. Tutti noi abbiamo esposto le nostre idee in modo molto chiaro. Spero davvero che serva allo scopo di metterci in grado di comprenderci meglio per la prossima settimana”, dice il premier maltese Joseph Muscat al termine dei lavoro. “Quello che serve sono azioni operative: ci sono persone in mare, siamo in una situazione in cui se non prendiamo decisioni nei prossimi giorni la situazione subirà un’escalation. Quello che ho sentito oggi e le cose sulle quali abbiamo trovato convergenze sono il segno che c’è probabilmente la volontà di andare verso un qualche cambiamento operativo”.

Siria: tregua fragile a Ghouta. Cresce lo scandalo aiuti

Siria-guerra-Iran-RussiaLa tregua umanitaria in Siria ha abbassato il livello di violenza ma non ha messo a tacere le armi a Ghouta est, la roccaforte assediata dei ribelli a est di Damasco, da nove pesantemente bombardata dalle forze pro-Assad. Nel primo giorno di pausa negli attacchi tra le 9 e le 14 ci sono stati sporadici attacchi: il lancio di razzi da parte dei lealisti ha causato la morte di un bambino morto e il ferimento di altre sette persone.

Intanto, proprio dalla Siria, arriva una notizia che getta nuove ombre sugli operatori umanitari, dopo lo scandalo che ha investito Oxfam e altre Ong: alcune donne siriane, in cambio degli aiuti, sarebbero state costrette a prostituirsi o a subire abusi sessuali da parte di operatori che lavoravano per le Nazioni Unite o per organizzazioni di volontariato. A denunciarlo è un rapporto pubblicato dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), intitolato “Voices from Syria 2018”. L’indagine ha preso le mosse dalle denunce presentate da alcune donne nel 2015 ma un’inchiesta della Bbc sostiene che gli abusi non sono cessati. Operatori umanitari hanno riferito all’emittente britannica che lo sfruttamento delle donne era arrivato a un livello tale che molte siriane per lungo tempo hanno evitato di recarsi nei centri di distribuzione degli aiuti, perché era dato per scontato che chi aveva ricevuto cibo aveva accettato il ricatto sessuale.

Sul terreno siriano gli occhi restano puntati su Ghouta est e sulla fragile ‘pausa umanitaria’: secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, le truppe lealiste hanno lanciato quattro razzi contro la localita’ di Yisrin e i jet hanno bombardato siti non identificati ad Arbin, Kafr Batna e Al Iftiris, mentre due elicotteri delle forze governative hanno lanciato due bombe-barili ad Al Shifunia.

Anche l’Onu ha detto di aver ricevuto notizie di esplosioni a Ghouta Est, ma non è chiaro cosa sia accaduto. Le autorità siriane hanno consentito la creazione di un corridoio umanitario per facilitare l’uscita dei civili dalla martoriata area. Ma Mosca e Damasco hanno accusato ‘gruppi terroristici’ (come chiamano i ribelli) di aver lanciato colpi di mortaio sul corridoio umanitario, impedendo l’evacuazione di feriti e civili. “Il passaggio umanitario è stato aperto alle 9 del mattino per consentire ai civili di lasciare l’area ma i miliziani hanno cominciato a sparare, e non un solo civile ha lasciato la zona”, ha denunciato il generale russo, Viktor Pankov.

Quanto alla possibilità di aumentare il numero di ore giornaliere di tregua, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha sottolineato che “dipenderà da come si comportano i gruppi terroristici, se apriranno il fuoco o meno, se le loro provocazioni continueranno o meno”. Ma inrealtà, come ha detto il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, ricevuto a Mosca dal collega Serghei Lavrov, la Russia “e’ l’unico attore internazionale che può esercitare influenza sul regime di Damasco” per una tregua umanitaria nel martoriato Paese. La Francia, da parte sua, proporrà un piano in quattro punti per l’attuazione della tregua ordinata dall’Onu in Siria. Il piano, che avrebbe già l’ok di tre gruppi ribelli presenti a Ghouta, prevede punti di controllo ad al-Wafedin per il transito dei convogli umanitari, l’evacuazione d’urgenza dei feriti e dei soggetti più deboli, soprattutto bambini, e un meccanismo per controllare il rispetto dell’accordo.

Sulla Siria resta l’ombra delle armi chimiche che sarebbero state impiegate dal regine anche nei giorni scorsi contro Ghouta est. Il New York Times ha riferito che la Corea del Nord ha fornito al governo di Damasco valvole, termometri e materiale edilizio resistente agli acidi da utilizzare nella produzione di armi chimiche, con almeno 40 carichi inviati tra il 2012 e il 2017. È quanto emergerebbe da un rapporto di oltre 200 pagine stilato dagli investigatori dell’Onu chiamati a verificare il rispetto delle sanzioni a Pyongyang. Stado il documento, tecnici nordcoreani sarebbero stati avvistati negli impianti chimici e nelle strutture missilistiche in territorio siriano. Notizie di combattimenti anche dal fronte di Afrin, la provincia a maggioranza curda al confine con la Turchia sotto attacco dalle forze di Ankara dove due civili sono stati uccisi e altri nove feriti mei bombardamenti delle forze turche. Si tratta di “una nuova violazione” della tregua chiesta dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con la risoluzione votata all’unanimità sabato scorso.

“I giochi di guerra sulla pelle della popolazione siriana continuano nonostante gli appelli delle Nazioni Unite e dell’Europa, che anche io rinnovo, al cessate il fuoco”, ha detto il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, intervenendo alla cerimonia di avvicendamento del Capo di Stato maggiore dell’Esercito. E’ necessario, ha aggiunto, “non continuare a considerare la Siria come un luogo in cui ci si confronta militarmente, ignorando la realtà di un popolo e di un Paese da anni martoriato dalla guerra”. (AGI)

MISSIONE POSSIBILE

nave Comandante Borsini

nave Comandante Borsini

L’Italia è pronta per la Libia. Camera e Senato oggi hanno dato il via libera alla missione navale italiana a sostegno della Guardia costiera libica, con l’obiettivo di favorire il contrasto del traffico di esseri umani e fermare così le partenza dei migranti. Dopo la Camera anche l’Aula del Senato ha approvato le risoluzioni presentate dalla maggioranza e da Forza Italia sulla missione navale in Libia. La prima è passata con 191 voti favorevoli e 47 voti contrari, la seconda con 170 sì, 33 no e 37 astenuti.
“Dopo aver salvato molte vite in mare non possiamo intervenire solo nel contrasto ai trafficanti e disinteressarci di quello che succederà ai migranti riportati in territorio libico. Da qui la nostra proposta di introdurre nella relazione la garanzia di un’assistenza particolare ai soggetti più vulnerabili, in particolare minori non accompagnati/e, donne e ragazze spesso vittime di violenza e di tratta a fine di sfruttamento sessuale e il rispetto del diritto d’asilo dei e delle migranti in territorio libico, in un quadro di protezione dei diritti umani per tutti e tutte”. Lo ha detto Pia Locatelli, Capogruppo Psi, intervenendo alla Camera per dichiarazione di voto sulla relazione delle Commissioni Affari esteri e Difesa sulla deliberazione del Consiglio dei ministri in merito alla partecipazione dell’Italia alla missione internazionale in supporto alla Guardia Costiera libica.
Nel corso del dibattito che ha preceduto le votazioni ha sottolineato che le azioni compiute dall’Italia sulla questione libica “sono state orientate da due obiettivi: la stabilizzazione della Libia e il mantenimento della sua unità. Abbiamo assunto una serie di iniziative coerenti alcune di breve, altre, le più, a lungo termine in funzione della stabilizzazione. Siamo stati il primo Paese a riaprire l’ambasciata a Tripoli, abbiamo riconosciuto il governo di Sarraj, dando piena attuazione alla risoluzione ONU 2259 del 2015 approvata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza. Altri hanno giocato su più tavoli. Abbiamo sostenuto molti cessate il fuoco nel sud del paese, l’ospedale civile di Misurata cura feriti delle diverse parti evidenziando il carattere squisitamente umanitario di quell’iniziativa tanto aspramente criticata; abbiamo dialogato con le tribù del Fezzan che controllano i confini con Niger, Ciad, Algeria”.
Dopo il via libera parlamentare, lo Stato maggiore della Difesa ha fatto sapere che la nave Comandante Borsini “è da poco entrata nelle acque territoriali libiche”, in rotta verso Tripoli, per le necessarie attività di ricognizione.
Ieri il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, nella informativa alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato aveva fatto sapere che con la missione navale italiana in Libia “non si profila alcuna lesione alla sovranità libica. Il nostro obiettivo è anzi quello di rafforzarla”. Mentre il ministro degli Esteri Angelino Alfano alle Commissioni Esteri-Difesa ha riferito che “la richiesta libica di sostegno navale nasce in una clima di assoluta fiducia reciproca non estemporanea, che viene da lontano, in cui l’Italia ha sempre agito nel rispetto della sovranità libica”. Alfano ha ricordato che il sostegno italiano al governo di Tripoli è stato fornito “senza condizionarne il processo decisionale, altrimenti lo avremmo indebolito”.
Il ministro degli Esteri ha inoltre rivelato che l’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone – dal 10 gennaio l’unico presente di uno Stato occidentale – è andato a incontrare personalmente, il generale Khalifa Haftar, ai primi di aprile, nella sua base di al Rajma, nell’Est del Paese. Un incontro positivo e da allora, il canale è aperto, sono seguite telefonate e si sta lavorando a un nuovo incontro. Anche se ufficialmente è stata la Francia di Macron la prima a tentare un accordo e un’apertura verso il generale Haftar, il 9 luglio l’Italia ha aperto un ufficio visti a Tobruk: un’iniziativa che è stata possibile solo grazie all’appoggio di Haftar. Tuttavia gli sforzi italiani sembravano vanificati dalla reazione del generale all’accordo di Roma con Sarraj sulle navi in territorio libico.
Nel frattempo, dopo il codice Minniti sulle Ong, è stata sequestrata la nave “Iuventa” della ong tedesca “Jugend Rettet”, fermata la notte scorsa nel porto di Lampedusa. Investigatori del Servizio centrale operativo, della Squadra mobile di Trapani e del Nucleo Speciale d’intervento della Guardia costiera hanno eseguito il sequestro preventivo della motonave battente bandiera olandese ma gestita dall’organizzazione non governativa tedesca che non ha firmato il codice di condotta del Viminale. Il provvedimento è del Gip di Trapani, Emanuele Cersosimo, su richiesta del sostituto procuratore Andrea Tarondo. Le indagini, avviate nell’ottobre del 2016, spiegano gli investigatori, “hanno consentito di raccogliere elementi indiziari in ordine all’utilizzo della motonave ‘Iuventa’ per condotte di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Il natante, viene sottolineato, “è stabilmente utilizzato nel soccorso di migranti in prossimità delle coste libiche ed al loro trasbordo su altre navi sempre in acque internazionali, permanendo abitualmente nel mare Libico, in prossimità delle acque territoriali del paese africano”. “Siamo stati interrogati – riferisce Tommaso Gandini, attivista della campagna #overthefortress lanciata dai membri del progetto Melting Pot (che si occupa di narrare le migrazioni), e che si trovava sulla Iuventa – ci sono state poste delle domande sia sull’ultima missione che sulle precedenti ma siamo stati informati che l’indagine è contro ignoti”.
Anche la Commissione Ue ha salutato con favore la decisione delle Ong di firmare il Codice di condotta italiano, sollecitando il più ampio numero a sottoscriverlo. “L’idea di avere un codice di condotta era stata unanimemente sostenuta da tutti i ministri dell’Interno al consiglio Ue, perché questo codice porterà molta più chiarezza a tutti gli attori sulle pratiche” da adottare e “assicurerà alle Ong, che se aderiscono ad alcuni principi e standard operativi in linea con la legge internazionale, avranno la garanzia di accedere ai porti italiani”, spiega la portavoce della Commissione europea per Migrazione e Affari interni Natasha Bertaud.
La stretta del governo, con il Codice per le ong e la missione in Libia, sembra aver frenato le partenze. In base ai dati diffusi dal ministero dell’Interno, dall’inizio dell’anno a oggi sulle coste italiane sono sbarcati 95.215 migranti, il 2,73% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (97.892). È la prima volta quest’anno che si rileva un calo. Intanto Save The Children, una delle tre ong firmatarie del Codice, oggi è stata sentita dal Comitato parlamentare Shengen, e ha sostenuto che il Codice “aiuta i salvataggi se applicato nella sua correttezza. Il problema sarò per chi non lo ha firmato. Noi abbiamo pensato che era meglio firmarlo risolti alcuni casi che ci preoccupavano, piuttosto che non farlo. Bisognerà vedere come viene applicato”. Poi il direttore generale Valerio Neri ha affermato: “Non abbiamo notizie di contatti fra Ong e trafficanti. Non abbiamo nessuna informazione”.

PENISOLA(TA)

Biblioteca Nicolini-2L’Italia si ritrova isolata a Tallinn e di fronte al ‘muro’ del no dell’Europa. Nel vertice in Estonia dopo Francia e Spagna, anche Germania e Belgio si oppongono all’apertura di altri porti Ue, come invece proposto dall’Italia. Il Belgio ha messo immediatamente le mani avanti: “Non credo che il Belgio aprirà i suoi porti” ai migranti salvati nel Mediterraneo” ha tenuto a precisare il ministro per l’Asilo e politica migratoria belga Theo Francken.
Ad aprire il fronte del No la Germania con il ministro dell’Interno tedesco Thomas de Maiziere che arrivando alla riunione a Tallinn ha affermato: “Non sosteniamo la cosiddetta regionalizzazione delle operazioni di salvataggio”. Così il ministro tedesco in riferimento alla proposta italiana di condividere con altri Stati l’accoglienza dei migranti salvati nel Mediterraneo. Il ministro ha comunque assicurato il proprio sostengo ad un’Italia sottoposta alla dura pressione della crisi dei migranti. Tuttavia scrive il sito del giornale “Die Zeit” che il ministro ha detto in occasione del Vertice di Tallin che Berlino vuole aiutare Roma a “ridurre il numero dei migranti che giungono e vogliono giungere in Europa senza essere bisognosi di protezione”.
La solidarietà non manca, ma i ministri europei non vogliono aprire i loro porti alle navi dei migranti. “L’Italia ha chiesto aiuto, e noi vogliamo dargliene, ma i porti della Spagna sono sottoposti ad una pressione importante nel Mediterraneo occidentale, aumentata del 140%, che impone anche a noi un grosso sforzo per i salvataggi in mare”, afferma il ministro dell’Interno spagnolo Juan Ignacio Zoido.
“Aprire più porti” europei ai migranti soccorsi “non risolverà il problema. Bisogna pensare al ruolo che i porti africani potrebbero avere”, porti come quelli “di Tunisia ed Egitto ad esempio”. Lo sostiene il ministro per la Sicurezza e Giustizia olandese Stef Blok.
Ad ogni modo il ministro degli Interni italiano sembra ottimista e, secondo il suo parere, alcuni passi avanti sono stati fatti verso l’Italia, come il controllo delle Ong e i finanziamenti libici. Per il Capo della Farnesina invece la Libia è solo la punta dell’Iceberg. “La crisi dei migranti non può essere fermata solo nelle acque del Mediterraneo. Ci vuole un lavoro a sud della Libia”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Angelino Alfano nella conferenza stampa conclusiva della conferenza dei paesi di transito. “Perché l’afflusso dei migranti diminuisca occorre non arrivino in Libia”, ha sottolineato il titolare della Farnesina.
“La riunione è andata secondo le aspettative, perché c’era un’agenda che era già stata disegnata dall’incontro di Parigi di domenica scorsa e dalla Commissione europea”, dice Marco Minniti lasciando la riunione di Tallin, che rileva “una posizione quasi unanime”, su tre punti: Libia, codice di condotta delle organizzazioni non governative, e rimpatri con la stretta sui visti. La questione della “regionalizzazione della missione Triton”, ha ricordato Minniti, non era all’ordine del giorno della riunione di Tallinn. “Abbiamo chiesto una riunione a Frontex, che sarà probabilmente la prossima settimana”, ha spiegato il titolare del Viminale, “è evidente però che ci sono posizioni contrastanti. Noi manteniamo il nostro punto di vista, gli altri mantengono il loro ma la discussione sarà nella sede formale che è quella di Frontex”. Minniti punta a rivedere la missione Triton per il soccorso nel Mediterraneo e quindi a far sì che anche gli altri Paesi europei si facciano carico dei migranti salvati.
Ma frenare l’entusiasmo italiano ci pensa direttamente l’Ue. “Cambiare il mandato della missione Triton? “No. Il mandato della missione è ben definito. Si tratta di migliorare l’attuazione di quanto già concordato. Fanno già un lavoro molto buono”. Così il commissario europeo alla Migrazione Dimitris Avramopoulos arrivando alla riunione dei ministri dell’Interno a Tallinn.
L’atteggiamento di chiusura degli Stati membri non ha sorpreso l’Italia che però adesso prova a lavorare per rinegoziare e ottenere qualcosa in più per quanto riguarda Frontex e la ricollocazione degli arrivi in Italia così come in Grecia.