LA VERSIONE DI MOSCA

siria gas

Mentre il conflitto siriano continua a mietere vittime, dall’altra parte alle Nazioni Unite va in scena l’ennesimo scontro tra i Paesi membri. Da una parte Stati Uniti, Francia e Regno Unito che hanno presentato al Consiglio di Sicurezza una bozza di risoluzione che condanna l’attacco e chiede un’inchiesta sull’uso di armi chimiche contro la popolazione civile attribuito all’aviazione siriana, dall’altra il Cremlino che respinge la bozza e difende il Governo siriano. La proposta di risoluzione presentata da Usa, Francia e Gran Bretagna condanna l’attacco chimico attribuendolo al regime di Assad e chiede che “i responsabili siano chiamati a risponderne”. Si esprime poi pieno sostegno alla missione di inchiesta dell’Opac (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche), domandando che “riporti i risultati dell’indagine il più presto possibile”. Il presidente siriano Assad dovrà inoltre “organizzare gli incontri richiesti, tra cui con generali o altri ufficiali, entro e non oltre cinque giorni dalla data in cui viene fatta domanda”. E al segretario generale Onu Guterres si chiede di riferire se verranno fornite dal regime di Damasco le informazioni richieste ogni 30 giorni. Viene sottolineato anche che il presidente Assad deve “cooperare pienamente con il meccanismo di inchiesta e con Onu e Opac. Deve fornire i dati dei voli militari del giorno dell’attacco, i nomi degli individui al comando di squadre ed elicotteri, e accesso alle basi aeree da cui si crede siano state lanciate le armi chimiche”. La decisione di agire è stata riaffermata anche stamani dal numero uno dell’Onu, Antonio Guterres: “L’orribile evento di ieri dimostra che in Siria si commettono crimini di guerra e che la legge umanitaria internazionale viene violata frequentemente. Il Consiglio di sicurezza si riunirà oggi. Abbiamo chiesto che si risponda dei crimini commessi e sono sicuro che il Consiglio di sicurezza si prenderà le sue responsabilità”
Ma Mosca, membro permanente dell’Onu dispone del potere di veto, ha respinto totalmente la risoluzione bollandola come falsa. “Gli Usa hanno presentato una risoluzione basata su rapporti falsi – ha detto la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova – la bozza di risoluzione complica i tentativi di una soluzione politica alla crisi, è anti-siriana e può portare a una escalation in Siria e nell’intera regione”.
Anzi la Russia difende Assad e dà la propria versione della strage di ieri: all’origine dell’attacco chimico a Idlib, per il Cremlino, vi sarebbe stato il bombardamento da parte dell’aviazione siriana di un “deposito terroristico” in cui erano contenute “sostanze tossiche” usate per produrre proiettili contenenti agenti chimici.

Il bombardamento del 4 aprile

Si riaffaccia la Siria nella visuale della Comunità internazionale e lo fa riportando l’ennesimo orrore di cui è vittima la sua popolazione. Sono state infatti diffuse le immagini di un nuovo bombardamento nel nord-ovest della Siria nel quale sarebbero stati utilizzati gas chimici: la notizia è stata diffusa oggi dall’ong Osservatorio siriano per i diritti umani. Il raid è avvenuto nell’area di Khan Shaykhun, una cittadina della provincia di Idlib controllata da milizie ribelli. Tantissime altre persone stanno soffrendo per gli effetti dell’attacco, con fonti mediche che segnalano problemi respiratori e sintomi come svenimento, vomito e bava alla bocca, ha spiegato l’ong. Testimoni locali fanno sapere che gli ospedali della regione sono saturi e non sono più in grado di accogliere altri intossicati a causa dell’inalazione dei gas tossici, soprattutto dopo gli attacchi da parte dell’aviazione governativa siriana e di quella russa sua alleata cui si è assistito la settimana scorsa contro diversi ospedali della provincia e in quella confinante di Hama, tra cui Maaret al-Numan, Talmanes e Latamneh.

Successivamente un ospedale da campo dove venivano curate le vittime dell’attacco è stato colpito in un altro raid, secondo fonti degli attivisti. Il capo del servizio di difesa civile dell’opposizione a Khan Seikhun, citato dall’agenzia Ap, ha detto che la struttura è stata “presa di mira dopo l’attacco”.

Stamani il sito di notizie vicino all’opposizione ‘Shaam’ aveva parlato di bombe al cloro, ma per la Direzione sanità si tratterebbe invece di gas sarin, entrambi vietati a livello internazionale. Il bilancio intanto continua tristemente a salire: 100 morti e 400 feriti, tra cui tantissimi bambini e immagini a dir poco raccapriccianti. Inoltre tra i feriti ci sono anche membri dei Caschi Bianchi, il corpo di volontari che rischiano la vita per salvare i civili sotterrati dalle macerie.

Le dinamiche del raid non sono chiare. La zona di Idlib è controllata da gruppi di ribelli e dai qaedisti dell’organizzazione Fatah al Sham, contraria al governo di Damasco. E proprio la Coalizione siriana, il gruppo delle opposizioni con sede all’estero, ha puntato il dito contro gli aerei governativi, accusandoli di essere i responsabili del bombardamento.
Damasco però ha subito smentito l’uso di armi chimiche, asserendo che l’esercito siriano “non le usa e non le ha usate, prima di tutto perché non le ha”. Un’indagine congiunta di Nazioni unite e osservatorio sulle armi chimiche aveva però in passato aveva accusato il governo di Damasco di attacchi con gas tossici, tanto che l’amministrazione Obama nell’estate del 2013 stava per intervenire contro il Governo di Damasco.
“La comunità internazionale, dopo sei anni di inferno, deve porre fine a questo calvario. Non ci sono figli di Assad e dei ribelli, sono tutti vittime di una guerra che non hanno voluto”, ha affermato Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, facendo appello anche ai politici italiani perché esprimano la loro condanna.
Nel frattempo sono arrivate le dichiarazioni di denuncia della Comunità internazionale. Il ministro degli Esteri della Francia, Jean-Marc Ayrault, ha chiesto un incontro di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “Un nuovo e particolarmente grave attacco chimico è avvenuto questa mattina nella provincia di Idlib. Le prime informazioni suggeriscono un grande numero di vittime, anche bambini. Condanno questo atto disgustoso”, ha detto il ministro sottolineando che queste azioni gravi “minacciano la sicurezza internazionale”. L’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha puntato il dito contro il regime di Bashar al-Assad. “Oggi la notizia è tremenda”, ha detto Mogherini parlando con i media a Bruxelles a margine della conferenza Ue-Onu.
“L’Unione europea – ha detto ieri Mogherini alla vigilia alla vigilia della Conferenza sulla Siria che si tiene oggi e domani a Bruxelles – ritiene che in Siria sia impossibile tornare alla stessa situazione di sette anni fa. Dopo sei anni e mezzo di guerra sembra del tutto irrealistico credere che il futuro della Siria sarà esattamente uguale al passato”. In questo modo viene auspicata l’idea di una Siria senza Assad, ma è stato più esplicito il tedesco Sigmar Gabriel, che si oppone alla posizione assunta di recente dagli Stati Uniti: “Il processo politico, che alla fine dovrà portare Assad a non essere più il presidente della Siria, e che significa riforme elettorali, riforme costituzionali, elezioni e riconciliazione all’interno del paese, non deve essere messo da parte. E questo nonostante ci sia ora chi dice: adesso abbiamo un nemico peggiore, i terroristi, e se necessario dobbiamo collaborare con Assad e con il suo regime e nel caso cedergli aree che sono state liberate, sottraendole ai terroristi”.
L’orrore in Siria è stato denunciato anche da Ankara che ha inviato nella zona dell’attacco 30 ambulanze dalla provincia frontaliera di Hatay. Inoltre il presidente turco Erdogan ha chiamato al telefono il presidente russo Vladimir Putin. Il presidente ha condannato l’attacco, definendolo “disumano” e “inaccettabile”. Per Erdogan, l’attacco mette a rischio il processo di pace Astana. Entrambi i leader, stando ai media turchi, hanno ribadito l’importanza del rispetto del “cessate il fuoco” in Siria concordato lo scorso dicembre.  Ma la difesa russa ha negato di aver effettuato bombardamenti nell’area di Khan Sheikun: “Gli aerei dell’aeronautica russa non hanno effettuato alcun raid nei pressi di Khan Sheikhun nella provincia di Idlib” afferma un comunicato del ministero della Difesa di Mosca.
Anche il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha definito l’attacco “un crimine contro l’umanità che merita una punizione” e che “può distruggere l’intero processo” di pace avviato ad Astana. Sulla stessa linea turca persino Israele: Benyamin Netanyahu ha condannato l’attacco: “Le immagini terribili dalla Siria dovrebbero scuotere ogni essere umano. Ci appelliamo al mondo per tenere le armi chimiche fuori dalla Siria”.

Per il momento a Bruxelles si è aperta la conferenza internazionale di due giorni sulla Siria, in cui è atteso che i donatori prometteranno di versare miliardi di dollari di aiuti per i rifugiati siriani e in cui secondo l’Unione europea si dovrebbe impegnare a contribuire a porre fine agli oltre sei anni di guerra. Quest’anno le Nazioni unite hanno lanciato un appello a raccogliere 8 miliardi di dollari per gestire la crisi umanitaria, guardando sia ai donatori del Golfo che ai tradizionali donatori europei. Qatar e Kuwait si sono uniti a Ue, Norvegia e Nazioni unite come organizzatori di questa ultima conferenza internazionale dei donatori, che giunge dopo quelle di Berlino, Londra e Helsinki.

Protezionismo Trump e dazi Usa sui prodotti europei

prodotti europeiSi sapeva sin dalla sua elezione a Presidente degli Stati Uniti che Donald Trump fosse un fautore del protezionismo, ma non ci si aspettava che avrebbe provato a metterlo in atto così presto.
L’amministrazione Usa sta valutando di imporre dazi punitivi del 100% sugli scooter Vespa (Piaggio), l’acqua Perrier (Nestle’, che produce anche la San Pellegrino) e il formaggio Roquefort in risposta al bando Ue sulla carne di manzo Usa di bovini trattati con gli ormoni: lo scrive il Wall Street Journal. Dietro la misura ci sarebbero le proteste dei produttori di carne di manzo americani, secondo i quali l’Ue non ha aperto abbastanza i propri mercati alla loro carne di manzo non trattata con gli ormoni, come prevedeva un accordo del 2009. La motivazione è pretestuosa poiché il divieto Ue è fatto soltanto alle carni trattate con ormoni per tutelare la qualità della catena alimentare e quindi a tutela della salute dei cittadini europei.
Il caso, commenta il Wsj, dovrebbe fornire un primo squarcio sul grado di aggressività che la nuova amministrazione intende adottare nei confronti dei suoi partner commerciali. Già in campagna elettorale Donald Trump aveva attaccato la politica commerciale degli Stati Uniti minacciando più volte di colpire le principali economie mondiali – come la Cina – con pesanti dazi per presunte violazioni dei trattati commerciali. Il Congresso Usa ha approvato una legge nel 2015 che rende più facile l’applicazione di dazi punitivi: sarà uno tra i primi compiti di Robert Lighthizer – il rappresentante Usa per il commercio estero nominato da Trump – decidere sui super-dazi nei confronti dei prodotti Ue se verrà confermato dal Senato.
Il valore delle importazioni sotto esame è comunque relativamente basso, commenta il Wsj ricordando che secondo il Wto gli Usa possono imporre dazi punitivi solo su importazioni per un valore di circa 100 milioni di dollari (ma quale autorità sarà in grado di chiedere il rispetto di tale limite?). Tuttavia, già nel Paese è partita una campagna per scongiurare il pericolo dei super-dazi nel settore delle motociclette di piccola cilindrata provenienti dall’Ue, come appunto la Vespa o le moto da cross prodotte dalla svedese Husqvarna Group e dall’austriaca KTM-Sportmotorcycle. Timori sono stati espressi anche dalla Confederazione dei produttori del formaggio roquefort.
Le voci dall’America si sono fatte sentire anche in Italia, in particolare a Piazza Affari. Dove Piaggio ha aperto al ribasso, con una perdita del 4%. Il primo commento arriva da analisti di Mediobanca: «La notizia non è positiva ma restiamo cauti fino a quando non sarà ufficializzata». Nella nota, l’istituto di Piazzetta Cuccia ha spiegato che «le vendite di Piaggio negli Usa ammontano a circa il 5% del giro di affari annuale». L’eventuale dazio colpirebbe pesantemente la Piaggio anche perché si tratterebbe solo di importazioni, dato che non esistono stabilimenti di produzione della holding di Pontedera negli Usa.
Ma nel mirino di Trump c’è anche la Cina. L’amministrazione americana si appresta a sfidare Pechino nelle dispute commerciali per assicurarsi che i prodotti cinesi continuino a poter essere soggetti a forti dazi. Washington si sta preparando a revisionare lo “status di economia di mercato” della Cina nell’ambito della Wto.
Le intenzioni americane rischiano di aprire un lungo contenzioso con la Repubblica popolare. Secondo Pechino i paesi membri dell’Organizzazione mondiale del commercio sono tenuti a considerare la Cina integrata ad una ‘economia di mercato dal dicembre 2016, ovvero dal 15 anniversario della sua appartenenza all’organismo internazionale.
L’ufficialità della nuova linea di Washington potrebbe arrivare nei prossimi giorni, precedendo l’incontro fra Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping. La linea di Trump si inserirebbe in senso di continuità con quella del suo predecessore. Infatti Obama si è sempre rifiutato di garantire lo status di economia di mercato alla Cina.
La politica di Trump negli Usa apre un nuovo scenario internazionale per alcuni aspetti imprevedibile. Al momento attuale i segnali sono quelli del passaggio dalla globalizzazione al protezionismo iniziando con motivazioni pretestuose. Basterebbe questo per destabilizzare il già precario equilibrio dello scenario politico internazionale. Senza avere pronta una prospettiva alternativa proponibile agli altri Paesi del mondo, sorgono serie preoccupazioni per gli equilibri economici e politici. Quale futuro per l’umanità? È questa la domanda che urgentemente dovrebbero porsi tutti gli uomini di governo che si incontrano all’Onu.

Salvatore Rondello

Onu, trattato per messa al bando di armi nucleari

Il 23 dicembre la Conferenza delle Nazioni Unite ha deciso di adottare una risoluzione (la A/RES/71/258) per proibire ed eliminare le armi nucleari. La votazione però non è stata adottata con voto unanime dall’Assemblea generale: tra i paesi che hanno espresso voto contrario o che si sono astenuti molti di quelli in possesso di ordigni nucleari, da Cina e Russia a potenze nucleari emergenti come India e Pakistan, ma anche (e questo avrebbe dovuto sorprendere) paesi come Francia, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Australia, Israele, Giappone, Corea del Sud e molti altri paesi europei. Nonostante il boicottaggio di molti paesi, la mozione è stata approvata. Per questo nei giorni scorsi si sono tenuti i primi incontri per definire i contenuti del trattato. La sessione si è svolta in una sala vuota: ben quaranta nazioni hanno deciso di non partecipare ai lavori per il trattato sul nucleare considerando irrealistico lo scenario del disarmo.


 

TRATTATO-DI-MESSA-AL-BANDO-DELLE-ARMI-NUCLEARI-002Gli applausi hanno caratterizzato l’inizio della giornata in cui il Presidente della conferenza per i negoziati su un trattato di messa al bando delle armi nucleari, l’Ambasciatore Elayne Whyte della Costa Rica, ha aperto i lavori. Applausi a scena aperta anche alla fine della giornata, quando ha dichiarato concluso il primo incontro. Chiaramente, sia i diplomatici che gli attivisti sono entusiasti di questo trattato.

O almeno dovrebbero. Come ha dichiarato l’Ambasciatore irlandese Patricia O’Brien nel suo intervento, questo “è un punto cardine nelle nostre relazioni internazionali, è il momento di fare bilanci e onorare la testimonianza del passato, di decidere che tipo di presente desideriamo vivere e quale tipo di eredità vogliamo lasciare alle generazioni future.” Ha affermato: “Qui non stiamo soltanto scrivendo un trattato nuovo e complementare, ma abbiamo anche l’opportunità di scrivere una nuova storia e, così facendo, di creare un nuovo futuro, più stabile, più sicuro e più equo per tutti.”

Questo è il punto cruciale del trattato di messa al bando delle armi nucleari. Sono in corso i negoziati, che si basano più sul coraggio e sulla speranza che sulla paura e l’ineguaglianza. Si tratta di un atto in cui gli stati e la società civile si uniscono per opporsi al potere e alla violenza e per affermare: creeremo un mondo diverso, che vi piaccia o no.

Il primo giorno dei negoziati non poteva andare meglio. Molte delegazioni hanno fornito spiegazioni eloquenti della loro fiducia e delle loro speranze in questo trattato. Diversi hanno spiegato nel dettaglio (in molti casi per la prima volta) quello che considerano il proposito principale del trattato in termini di divieti, mettendo più che mai alla luce le possibilità di questo strumento. La stragrande maggioranza dei paesi vuole chiaramente un forte trattato globale di divieto, che copra una vasta gamma di attività legate alle armi nucleari e che si ritagli lo spazio per i futuri negoziati sul disarmo nucleare e le misure di verifica correlate.

Questo spazio è un segno per gli stati dotati di armi nucleari che abbiamo fiducia in questo trattato. Che lo riteniamo efficace nella sua trasformazione normativa, legale, politica, economica e sociale dell’ordine mondiale nucleare e che contribuirà a costringerli a eliminare le loro armi di genocidio.

La maggior parte di noi – diplomatici, attivisti e accademici – ha dovuto vivere nello spazio creato per noi dagli stati dotati di armi nucleari, che hanno deciso di avere il potere e l’autorità per determinare quando e dove elimineranno le armi nucleari. Finora, i loro obblighi e impegni sono pari a zero e ora uno degli stati con i più grandi arsenali sta rivalutando se considerare il disarmo un “obiettivo realistico” che continuerà anche come impegno retorico. Eppure, questi stati hanno controllato la letteratura e anche gran parte degli studi accademici per così tanto tempo che la maggior parte del mondo crede che abbiano il diritto e la legittimità di farlo.

Ma non ce l’hanno.

Lunedì mattina, un rappresentante del governo di Trump si trovava fuori dalla Sala dell’Assemblea Generale per sminuire i partecipanti che negoziano questo trattato. L’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, che dovrebbero essere la sede principale del multilateralismo e della ricerca della pace e della sicurezza cooperative, ha denunciato i negoziati e ha suggerito che gli stati che perseguono questo trattato non hanno in mente la sicurezza dei loro cittadini.

Naturalmente, è vero il contrario. Questo trattato, e in senso più ampio il perseguimento del disarmo nucleare, consiste proprio nel cercare di proteggere i civili dai pericoli. La stragrande maggioranza dei governi riconosce che le armi nucleari sono un rischio per gli esseri umani e per l’ambiente di tutto il mondo. Le armi nucleari “non sono deterrenti utili”, ha dichiarato l’Ambasciatore di Antigua e Barbuda Walton Webson per conto della Comunità dei Caraibi. Piuttosto, “coltivano uno stato di insicurezza e di falsa difesa, che fa solo aumentare le probabilità di proliferazione con un impatto devastante su tutti noi.” Vietando le armi nucleari, Alfredo Labbe del Cile ha affermato che si tratta di una “iniziativa liberatoria”, che ci libera dalla minaccia nucleare, piuttosto che essere una minaccia per gli stati dotati di armi nucleari. Gli stati che hanno acquisito armi nucleari, sostiene, sono “prigionieri nella trappola faustiana della deterrenza nucleare”; questo è un modo per aiutarli.

Ovviamente sarebbe meglio cercare di aiutarli ora, invece di aspettare fino a quando le armi nucleari vengano detonate, sia casualmente che volontariamente. Come ha dichiarato l’Ambasciatore austriaco Alexander Marschik, restare in attesa di un disastro nucleare non è una strategia. Dobbiamo vietare le armi nucleari adesso.

Nel corso degli ultimi anni,i sostenitori della messa al bando delle armi nucleari sono stati considerati poco realistici, come se non capissero le “dimensioni di sicurezza” delle armi nucleari. L’eco di tutto questo si è visto chiaramente nel sit-in di lunedì mattina, al quale hanno partecipato alcuni degli stati dotati di armi nucleari fuori dalla sala conferenze. Ma non siamo né poco realistici né ignari riguardo alle dimensioni di sicurezza. Abbiamo semplicemente un punto di vista diverso, una prospettiva che affonda le sue radici in quello che l’Ambasciatore egiziano Amr Aboulatta ha descritto come “sicurezza collettiva in contrasto con la sicurezza selettiva.”

Comprendiamo anche come avviene il cambiamento. Accade “quando il disagio di fare qualcosa di nuovo diventa minore rispetto al mantenere le cose come stanno,” come ha affermato l’Ambasciatore O’Brien. Un trattato sulla messa al bando delle armi atomiche sta già causando agitazione agli stati che ne sono dotati e a quelli dipendenti dal nucleare. Il processo di sviluppo di questo trattato, così come la sua adozione e la sua entrata in vigore, avrà un effetto di trasformazione sulle politiche e le pratiche riguardanti le armi nucleari. È solo questione di tempo.

Traduzione dall’inglese di Simona Trapani
Redazione Pressenza

Donna mussulmana all’Ambasciata israeliana

La israeliana Rasha Uthmani, 31 anni, originaria dalla città settentrionale di Baqa al-Gharbiyye, è la prima donna musulmana ad essere accettata nel corso cadetti del Ministero degli esteri israeliano. In precedenza Uthmani aveva già rappresentato Israele in una delegazione al Consiglio Onu dei diritti umani. È già accaduto in passato che cittadini arabi israeliani, cristiani e musulmani, entrassero a far parte del corpo diplomatico e alcuni cittadini musulmani hanno anche ricoperto la carica di ambasciatore, ma questa è la prima volta per una donna musulmana. Uthmani, laureata in psicologia presso l’Università di Gerusalemme, entrerà nello staff dell’ambasciata israeliana in Turchia nella posizione di portavoce.

La morte fa mercato, le armi non sono mai fuori moda

bimbo1-780x450L’industria delle armi, un settore in costante crescita che non conosce crisi: è del 30 gennaio scorso la pubblicazione apparsa direttamente sul sito dell’industria russa Kalashnikov, produttrice del famoso fucile d’assalto AK-47, sulla necessità di assumere 1.700 dipendenti solo per far fronte agli ordinativi.

Sul fronte mondiale la Kalashnikov nel 2015 ha realizzato un fatturato di 8,2 miliardi di euro, attestandosi in buona posizione in questa gara alla vendita della morte. La troviamo in ottima compagnia con altre aziende leader del settore delle armi che godono tutte di ottima salute, ovviamente a discapito della vita e della salute di milioni di persone che continuano a morire nelle decine di conflitti in atto a livello planetario. Prima fra tutte la statunitense Lockheed Martin, seguita dalla connazionale Boeing e dalla russa BAE Systems; in questa classifica di mercanti di morte, nel 2014 al 9° posto troviamo anche l’italiana Finmeccanica.
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In questo senso è oltremodo importante il lavoro di rendicontazione che da anni sta conducendo l’istituto indipendente svedese SIPRI (Stochkolm International Peace Research Institute). L’ultima pubblicazione del 2016 analizza il commercio mondiale di armi dal 2011 al 2015.

Nei 1.652 miliardi di fatturato mondiale delle armi nel 2015, USA e Russia insieme rappresentano il 58% degli affari commerciali dell’industria bellica; seguono la Cina, la Francia e la Germania e l’Italia. Il paese di santi, navigatori e poeti, di “italiani brava gente” nel quinquennio 2011-2015 si piazza all’8° posto nella classifica dei paesi esportatori.
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Nel 2014 il Belpaese ha superato anche Francia e Germania nell’export di armi verso Israele. Tra i paesi dell’UE, l’Italia è il primo fornitore di sistemi militari dello Stato israeliano, (paese in guerra anche quest’ultimo) con un volume di vendite che è oltre il doppio di quello totalizzato da Parigi o Berlino. Oltre il 41% degli armamenti regolarmente esportati dall’Europa verso Israele sono italiani. Nel 2013, in pieno conflitto, l’Italia è stata anche una delle principali esportatrici di armi verso la Siria.

Nell’ultimo anno in particolare la vendita di armi italiane all’estero è triplicata e sono aumentate le forniture verso paesi in guerra, in particolare quelle verso l’Arabia Saudita, condannata dall’Onu per crimini di guerra nel conflitto in Yemen e per la quale il Parlamento Europeo ha chiesto un embargo sulla vendita di armamenti. Eppure c’è anche una precisa legge italiana che proibisce esplicitamente la vendita di armi ai paesi coinvolti in guerra, ma si sa, gli affari sono affari. “Pecunia non olet” i soldi non puzzano, anche se è tutto da dimostrare, di certo grondano sangue, perché in generale ogni 490,000€ di fatturato proveniente dalla vendita di armi, una persona muore, poco importa se sia un soldato, un civile, una donna, o anche un bambino. Dal 2002 a oggi sono oltre 2 milioni i bambini massacrati in guerra. Cresce anche l’intermediazione finanziaria delle principali banche italiane, Unicredit, Intesa San Paolo e tra i piccoli istituti coinvolti, compaiono anche Banca Etruria e persino Poste Italiane.
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Nel 2015 la vendita totale di armi in Italia è triplicata passando da 2,8 miliardi a 8,2 miliardi; dietro la metà di questo giro d’affari ci sono le banche, che in totale fanno cassa con l’industria bellica per un totale di 4,1 miliardi.
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A questi dati ufficiali si deve anche sommare il crescente mercato nero delle armi, dove è possibile reperire una pistola Glock a poco più di 50€ e un AK-47 a meno di 900€. Questo mercato trova indisturbata proliferazione sul web e spesso anche sui social network come fb o istangram; si arriva così alla contraddizione in cui chi denuncia il traffico illegale di armi, caldeggiato dal precedente governo negli incontri diplomatici fra Italia e Arabia Saudita (illegale perché l’Arabia è coinvolta in una guerra) riceve per questo minacce di querela e il blocco preventivo del profilo da parte dei gestori di fb, mentre si permettono indisturbati la vendita e lo scambio d’armi leggere in diversi gruppi chiusi su fb.

C’è anche un altro scenario orribile di cui non si parla tanto, il numero di feriti e mutilati, devastati fisicamente e psicologicamente; per ogni morto infine ci sono decine di persone che hanno patito un dolore atroce, per la perdita di un fratello, una moglie, una figlia, oppure un caro amico.

L’ultimo scenario direttamente correlato alla vendita di armi sono i milioni di persone che ogni anno lasciano le proprie case; secondo un rapporto Unicef del 2016 nel mondo ci sono 93 milioni di sfollati costretti a fuggire a causa delle guerre, delle persecuzioni o semplicemente perché l’area geografica da cui provengono è stata per anni spogliata dalle multinazionali delle proprie risorse e dei mezzi di sostentamento che avevano. Di questi profughi, secondo il rapporto Unicef, oltre 50 milioni sono bambini, un piccolo profugo ogni 45 bambini nel mondo. L’asticella del barometro dei conflitti, come riportato da questa pubblicazione del 2015 è in continuo aumento. Con le sole guerre in Afghanistan (600mila sfollati), Iraq (4,2 milioni), Siria (oltre 12 milioni), Libia (mezzo milione), Nigeria (2,5 milioni) e Yemen (150.000) si contano 19,5 milioni di profughi. Queste persone le vediamo tutti i giorni arrivare sulle nostre coste in veri e propri viaggi della disperazione, spesso in mano a trafficanti che sono i veri e propri schiavisti del XXI secolo, oppure attraversare regioni gelate, in lunghe marce forzate come fossero deportati di guerra, come successo di recente in Serbia e in Ungheria con i poveri profughi afghani.
Sempre secondo i dati del SIPRI, nel solo 2015, siamo arrivati a 4.000 morti nel solo mar mediterraneo, durante la traversata, è un dato in costante crescita.
Eppure a fronte di tutti questi numeri, i mercanti d’armi, disperazione e morte, (come chiamarli diversamente?) continuano indisturbati nella corsa al loro dannato profitto, banche finanziatrici e governi inclusi.

Adesso bisogna porsi alcune domande: agli effetti pratici, produrre un’arma che poi viene esportata e usata nei paesi coinvolti in un conflitto non è forse configurabile come un atroce crimine di guerra? E ancora, che differenza c’è fra chi produce e vende un’arma destinata alla guerra e chi poi tira il grilletto? Moralmente ed eticamente di certo nessuna. Infine, quale può essere la differenza fra chi usa un fucile mitragliatore sulla popolazione civile e chi ne ha finanziato la produzione? (vedi banche) o esortato e agevolato l’esportazione verso gli stati coinvolti in guerra? (Vedi governi).

Attenzione inoltre a dove vengano messi i nostri soldi; forse un tempo ciò era fatto a nostra insaputa, ma oggi non più: si parla di denaro che magari è “appoggiato” su qualche “fondo d’investimento sicuro” con una “buona redditività”. A seconda della banca proponente il fondo, una percentuale di questi fondi, potrebbero tranquillamente finire in qualche proiettile o in qualche mina antiuomo, destinati a qualche bambino che nemmeno sa che noi esistiamo, salvo poi ritrovarsi steso in terra in una pozza di sangue.
D’altro canto sono in molti a protestare per tutti questi sbarchi, dicendo “che stiano a casa loro”, oppure nella migliore ipotesi, ad accompagnare lo sdegno peloso con affermazioni del tipo “sì poverini, ma aiutiamoli a casa loro” senza mai sforzarsi di capire che quelli che si salvano, li si vede ormai a centinaia di migliaia sbarcare sulle nostre coste, sono in fuga da anni dalle guerre, gli stessi conflitti che i nostri governi, spesso conniventi, hanno caldeggiato e appoggiato.

La contraddizione assume poi tinte grottesche, se solo si pensa che con alcuni paesi in guerra governi e aziende prima mercanteggiano la morte vendendo loro armi e poi applicano sanzioni che vanno solo ad incrementare le atroci sofferenze delle popolazioni civili già devastate dalla guerra.

Vogliamo per davvero fermare le guerre, i morti e il flusso in aumento dei profughi che fuggono dalla disperazione? L’equazione è dannatamente semplice: non collaboriamo, denunciamo e fermiamo produzione e vendita delle armi e saremo ben oltre la metà dell’opera.

Luca Cellini
Pressenza

Mutilazioni, educazione per contrastare questa barbarie

Bimba

“Le mutilazioni genitali femminili non solo sono una terribile violazione dei diritti umani delle donne e delle bambine, ma anche questione centrale per la promozione dell’uguaglianza di genere e dello sviluppo sostenibile nella sua dimensione ampia di sviluppo sociale ed economico, oltre che ambientale”. Lo ha detto Pia Locatelli, capogruppo Psi alla Camera e presidente del comitato Diritti umani in occasione della Giornata Mondiale contro le mutilazioni genitali. “L’Italia è stata tra i primi Paesi  a sostenere l’adozione della risoluzione ONU per la messa al bando delle mutilazioni dei genitali femminili e si è particolarmente impegnata nel lavoro di prevenzione con la legge del 2006. Continuiamo a farlo senza abbassare la guardia, ma al contrario intensificando il nostro impegno”.

“Il fenomeno – ha concluso – riguarda tutti: anche l’Europa e l’Italia, a causa del recente incremento dei flussi migratori, e per contrastarlo serve una formazione adeguata.  Uno strumento è la piattaforma web europea UEFGM, presentata oggi da Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo) per professionisti e professioniste di diversi settori che lavorano con donne che convivono o sono a rischio di questa orrenda pratica”.

Maria Cristina Pisani, portavoce del PSI, ha aggiunto che “delle mutilazioni genitali femminili si parla ancora troppo poco. Eppure sono circa 140 milioni le donne nel mondo che hanno subito questo tipo di violenza e l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che ogni anno sono a rischio circa 3 milioni di bambine”.  “Il modo migliore per dare un senso a questa giornata e’ quello di favorire un grande cambiamento sociale e culturale per contrastare, attraverso un grande sforzo educativo, questo abuso irreversibile dell’integrità di donne e bambine. Nonostante in molti paesi siano state approvate leggi che proibiscono le mutilazioni genitali, ci sono luoghi in cui questa pratica che viola i diritti fondamentali degli esseri umani, viene ancora praticata. Dobbiamo dunque tenere i riflettori accesi su un problema che deve essere superato”- ha proseguito Pisani. “Partendo dalla sensibilizzazione e l’educazione al contrasto di questa barbarie”.

Complessivamente sono almeno 200 milioni le ragazze e le donne che in 30 paesi hanno sofferto di una qualche forma di mutilazione genitale. Sono i dati diffusi dall’Unicef e l’Unfpa in occasione della Giornata Internazionale per la Tolleranza Zero sulle Mutilazioni Genitali Femminili 2017 che ricorre oggi. Dei 200 milioni, 44 hanno meno di 14 anni. La più alta incidenza di questi casi si registra in Gambia (56%) e in Mauritania (54%). Metà delle donne e delle ragazze mutilate vive in tre paesi: Egitto, Etiopia e Indonesia. In gran parte dei paesi la maggioranza delle bambine sono state mutilate prima di compiere cinque anni. Con la globalizzazione, anche le ragazze che vivono in comunità di emigrati sparse per il mondo sono a rischio.

Unicef ed Unfpa hanno avviato nel 2008 un programma contro la mutilazione genitale femminile supportando 17 Paesi, ed hanno ottenuto numerosi successi. Ma le due organizzazioni dell’Onu sollecitano i governi ad un’accelerazione delle politiche contro questa pratica disumana. L’obiettivo dell’Onu è quello di bandire totalmente le mutilazioni entro il 2030. Esse infatti sono considerate in qualunque forma, una palese violazione dei diritti della donna. Sono discriminatorie e violano il diritto delle bambine alla salute, alle pari opportunità, a essere tutelate da violenze, abusi, torture o trattamenti inumani, come prevedono tutti i principali strumenti del diritto internazionale.

Summit di Taormina: riportare la Russia nel G8

PutinE’ partita un’iniziativa italiana per il reintegro nel G8 della Federazione Russa. E’ un’iniziativa giusta, opportuna e che tiene conto anche degli interessi del nostro Paese.

I presidenti del Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME), dell’istituto di ricerche sociali EURISPES e dell’Istituto Italiano per l’Asia e il Mediterraneo (ISIAMED) hanno scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, sollecitando il nostro governo a farsi promotore di azioni affinché  il presidente Vladimir Putin possa essere al summit di Taormina, al fine di costruire “ponti” e la necessaria, vera e positiva collaborazione di pace per una efficace cooperazione tra i popoli.

Come è noto, dal primo gennaio  l’Italia ha la presidenza del G7, di cui sono membri anche gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna. Gli altri Paesi dell’Ue sono rappresentati dalla Commissione europea, che, si ricordi, non può ospitare i vertici ne presiederli.

Quindi a maggio a Taormina si terrà il prossimo summit dei capi di stato e di governo con la presenza di nuovi leader mondiali, come il Presidente americano Donald Trump, il prossimo Presidente francese e il Primo ministro inglese Theresa May.

E’ noto che, dal 1998 fino al 2014, al G8 ha partecipato anche la Federazione Russa. A seguito della crisi in Ucraina, del referendum in Crimea e delle conseguenti sanzioni, è stata impedita tale partecipazione.

Pertanto a Taormina, purtroppo, potrebbe non esserci, ancora una volta, il Presidente della Federazione Russa. In merito riteniamo che il meeting potrebbe essere l’occasione per l’Italia per spingere verso la riapertura di un dialogo costruttivo con Mosca. La Russia, non sfugge a nessuno, è un partner importante. Lo è ancor di più per l’Unione europea, se davvero si vuole agire per affrontare le tante questioni globali. La soluzione di problemi quali quello della sicurezza e delle migrazioni e ovviamente quelli relativi ai costruendi nuovi assetti pacifici e multipolari, non può prescindere dal coinvolgimento della Russia.

Si ricordi che il 2016 si è purtroppo chiuso con il massacro terroristico di cittadini inermi nel mercatino di Natale a Berlino e il 2017 è cominciato con l’orrendo attentato di Istanbul. Sono eventi che pongono al centro della politica europea ed internazionale la questione della sicurezza e della pacificazione e risoluzione dei troppi conflitti regionali  che, come dice il Papa, nel loro insieme, anche se a pezzi, costituiscono la terza guerra mondiale.

Le grandi istituzioni internazionali, a cominciare dall’ONU e dall’Unione europea, sono chiamate ad assumere delle  responsabilità dirette. Ma anche i vertici G20, G7 e G8 sono importanti organismi di coordinamento per affrontare le cause delle tante tensioni legate soprattutto alle maggiori sfide economiche e geopolitiche e dare indicazioni sulle soluzioni più adeguate e condivise.

Perciò riteniamo positivo che il primo ministro Gentiloni abbia già sottolineato la necessità per tutti di abbandonare la logica della guerra fredda, senza rinunciare ai principi, Lo sono anche le recenti dichiarazioni del Ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che sembra sollecitare il rientro della Russia nel G8.

Ciò potrebbe aiutare anche la stessa Unione europea a recuperare un ruolo più incisivo nel contesto internazionale. Il vertice di Taormina, città di grande storia proiettata nel Mediterraneo, potrebbe, quindi, essere davvero l’occasione per aprire nuove prospettive di cooperazione e crescita comune.

L’esclusione della Russia sarebbe non solo inopportuna e ingiustificata, ma darebbe l’impressione di una decisione negativa esclusiva dell’Europa, tenuto conto delle più recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti.

Mancando la Russia, oltre alla Cina e all’India che non vi hanno mai fatto parte, il G7 rischia di essere visto nel mondo come un club di amici dell’Occidente. Un club di Paesi che, rispetto al loro Pil, sicuramente occupano le prime posizioni mondiali, ma hanno economie in prolungata stagnazione.

Si rammenti che le perduranti sanzioni incrociate con la Russia penalizzano esclusivamente le economie europee. In proporzione, è l’Italia a rimetterci di più. Se ciò è vero, come è vero, il nostro Paese non può non cogliere l’opportunità di Taormina per assumere un ruolo più incisivo ed avere un maggiore spazio nella scena internazionale, a partire dal Mediterraneo e dalla stessa Europa.

Mario Lettieri * e Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia  **economista

Arriva l’era Trump, l’America chiude agli immigrati

trump-votoIniziata l’era Trump, l’America si ritrova trincerata. Donald Trump procede come un rullo compressore per mantenere le sue promesse elettorali e firma altri due ordini esecutivi al Pentagono, parte così la stretta sull’immigrazione e il rafforzamento dell’Esercito, dopo aver incontrato lo stato maggiore congiunto e partecipato alla cerimonia di giuramento del nuovo segretario alla difesa, il gen. James Mattis, “l’uomo giusto al posto giusto”.
L’ordine esecutivo che chiude i confini americani agli immigrati è entrato in vigore venerdì sera. I rifugiati che erano già sugli aerei, diretti negli Stati Uniti con documenti validi, sono improvvisamente diventati illegali. Arrivati sul suolo americano, sono stati arrestati. I gruppi per i diritti civili parlano di centinaia di persone detenuti. Uno tra questi è stato comunque rilasciato dopo l’intervento di due deputati democratici.
E’ già attivo nei fatti il divieto di ingresso negli Stati Uniti per quanti provengano da 7 paesi a maggioranza islamica: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Nelle ultime ore si è aggiunto un ulteriore particolare preoccupante: il bando ai cittadini di sette Stati giudicati a rischio terrorismo è allargato anche a chi è in possesso di una “green card”. La carta d’imbarco non viene rilasciata ai cittadini iraniani da compagnie come Etihad Airways, Emirates e Turkish Airlines. “La decisione del governo degli Stati Uniti di colpire il popolo iraniano è un affronto a tutte le persone di questa grande nazione”: per questo il governo iraniano “per proteggere la sacralità e la dignità di tutti i cittadini dell’Iran in patria e all’estero” e “per proteggerne i diritti”, “attua il principio di reciprocità”. Lo rende noto un comunicato del ministero degli Esteri iraniano.
Sul decreto di Trump avvocati e gruppi per la difesa dei diritti umani stanno attivando azioni legali, le prime in conseguenza di quanto accaduto a due cittadini iracheni fermati all’aeroporto J.F. Kennedy di New York.
I gruppi parlano di un ordine che violerebbe una legge di più di cinquant’anni fa, che mette al bando ogni discriminazione per gli immigrati sulla base delle origini nazionali. Trump ha fondato in realtà il suo ordine esecutivo su un’altra legge, del 1952, che dà al presidente l’autorità di “sospendere l’entrata a ogni classe di stranieri che egli trovi di detrimento agli interessi degli Stati Uniti”. Ma il Congresso, nel 1965, ha di nuovo riaffermato che nessuno può essere “discriminato in termini di emissione di un visto sulla base della sua razza, sesso, nazionalità, luogo di nascita e residenza”.
La preoccupazione cresce anche oltre i confini statunitensi, l’Onu ha rivolto un appello a Trump per proseguire la tradizione americana di accoglienza dei rifugiati e di non operare restrizioni di razza, nazionalità e restrizione. Il Presidente degli Stati Uniti ha sospeso a tempo indeterminato l’ingresso dei rifugiati provenienti dalla Siria. “L’ingresso di cittadini e rifugiati siriani” è “dannoso per gli interessi del Paese”, ha scritto il presidente, che sta trasformando la politica di asilo in una parte fondamentale della strategia anti-terroristica e di difesa della nuova amministrazione americana. Così in una dichiarazione congiunta l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Alto commissariato per i rifugiati hanno ricordato come “il programma americano di reinsediamento sia uno dei più importanti del mondo” e ribadito l’impegno a collaborare con il governo statunitense, come fatto finora, per “proteggere le persone che ne hanno più bisogno”.
Tra i primi a manifestare la propria seria preoccupazione per il decreto anti rifugiati è Malala Yousafzai, la giovane attivista pakistana vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2014: “Mi si spezza il cuore nel vedere che l’America sta voltando le spalle a una storia gloriosa di accoglienza di immigrati e rifugiati, persone che hanno contribuito a costruire il Paese, disposti a lavorare duramente in cambio di una chance di vita migliore”.
Dall’Europa il primo a rispondere alle dichiarazioni di Trump e alle sue iniziative è stato il presidente Hollande. “Quando le dichiarazioni del presidente americano indicano la Brexit come modello per altri paesi, credo che si debba rispondere”, ha sottolineato il presidente francese poco prima dalla telefonata prevista con il leader della Casa Bianca. L’Ue dovrebbe avviare un “dialogo fermo” con Washington, ha aggiunto il capo dell’Eliseo.
Il giorno dopo aver ricevuto alla Casa Bianca il premier britannico Theresa May, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avviato la diplomazia delle telefonate con i leader dei principali paesi europei. Trump ha sottolineato i legami transatlantici con la Germania, un rapporto di parità con la Russia e si è sentito richiamare dalla Francia per il suo controverso ordine esecutivo che sta bloccando gli arrivi da una serie di paesi islamici.
Il presidente francese Francois Hollande ha invitato l’amministrazione Trump a “rispettare” il principio dell'”accoglienza dei rifugiati”. Secondo l’Eliseo Hollande ha anche esortato Trump a tenere nel dovuto conto “le conseguenze economiche e politiche di un approccio protezionista”. Il presidente socialista ha detto ai giornalisti che l’Europa deve formare un fronte unito e fornire una risposta “ferma” per le politiche controverse di Trump.

Sempre dalla Francia, parlando ad una conferenza stampa congiunta a Parigi con il suo omologo tedesco Sigmar Gabriel, il ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayrault ha detto che molte delle decisioni di Trump stanno preoccupando i due alleati degli Stati Uniti, tra cui le nuove restrizioni in materia di immigrazione.

Ma la protesta contro il bando di Donald Trump all’immigrazione dilaga nel mondo e negli Stati Uniti, da New York fin sotto alla Casa Bianca. L’Onu accusa: è un atto illegale e meschino. Mentre un sondaggio rileva che il 51% degli americani disapprova il lavoro del neopresidente. ”Non è un bando dei musulmani, come i media riportano falsamente”, ha tentato di gettare acqua sul fuoco il tycoon, il quale ha chiamato in causa il suo predecessore: ”E’ simile a ciò che fece il presidente Obama nel 2011 quando bandi’ i visti per i rifugiati dall’Iraq per sei mesi”. Intanto Theresa May e Vladimir Putin stanno preparando i rispettivi incontri con Trump. L’Ue invece risponde: “Noi non discriminiamo”.

Critica anche la Merkel: “La necessaria e decisiva lotta al terrorismo non giustifica in alcun modo – rileva – un generale sospetto contro persone di una specifica fede, in questo caso musulmana, o persone di specifica origine. L’azione contraddice il concetto fondamentale dell’aiuto internazionale ai profughi e della cooperazione internazionale”

Putin nel mondo…
Nel bene e nel male

putinSecondo un sondaggio realizzato dall’Ispi, dall’Ipsos e da Rainews 24 alla fine del 2016, Vladimir Putin è l’uomo politico più influente del mondo, con una percentuale di indicazioni quattro volte superiore a quella di Donald Trump. Nello stesso periodo del 2015 era Barack Obama. Sempre nello stesso sondaggio, la Russia è al primo posto nell’elenco dei paesi che contano, superando Stati Uniti e Cina appaiate al secondo posto; mentre l’Europa è indicata da meno del 20% dei sondati (in questo caso erano possibili più indicazioni).
Umori populisti? Reazioni irrazionali? Tutt’altro. Anche perché, sugli altri quesiti del sondaggio, le risposte riflettono il più elementare buon senso (molte più preoccupazioni per la crisi economica che per il terrorismo; un atteggiamento sull’immigrazione che rifiuta sia il “facciamo entrare tutti” che il “non facciamo entrare nessuno”; Germania indicata ad un tempo come la maggiore risorsa e come il maggiore problema per il nostro paese e così via).
Ammirazione per l’uomo forte o magari per il suo regime? Non direi. Semmai, ammirazione per una persona e, per la proprietà transitiva, per un paese che hanno obbiettivi chiari, razionali e comprensibili e strategie visibili e concrete per realizzarli. In un universo di riferimento, tanto per capirci, che non hanno nulla a che vedere con gli schemi Bene/Male Amico/ Nemico radicati nell’immaginario collettivo americano.
E così, nell’anno di grazia 2016, Mosca ha potuto segnare a pieno titolo, nell’area mediorientale: il riconoscimento della priorità della lotta al jihadismo rispetto a quella della caduta di Assad, convertendo al suo punto di vista paesi come la Turchia e il futuro presidente della repubblica francese, al secolo François Fillon; il suo riconoscimento come naturale protettore dei cristiani d’oriente, sinora vittime collaterali di tutte le “crociate”scatenate dall’Occidente (dall’Iraq alla Libia alla stessa Siria); i contatti permanenti ristabiliti con Israele ed Egitto, Arabia saudita e regime di Tobruk; il reintegro del regime di Damasco come elemento ineliminabile nello scacchiere politico della regione; l’accordo umanitario, i cui garanti non sono stati ne l’Onu, ne gli Stati Uniti, nè l’Europa ma Russia, Turchia e Iran, che ha permesso l’uscita da Aleppo dei civili e delle milizie islamiche.
A fronte di tutto questo il bilancio dell’Occidente è zero carbonella: e, attenzione, non mi riferisco qui alle campagne militari. Del passato o del presente, con il loro esiti disatrosi (Iraq, Libia, Yemen); in corso, ma condotte, giustamente, con estrema cautela ( Isis, Mosul); o, infine, giustamente abortite (come l’intervento diretto dell’Occidente nel conflitto civile siriano). Ma ai progetti costruttivi mai arrivati a buon fine: intesa con il mondo islamico, insieme, democratico e moderato, risistemazione della Libia, reinserimento dell’Iran nell’ordine internazionale e, infine, accordo di pace tra israeliani e palestinesi (una perla, a questo riguardo, la dichiarazione del nuovo ambasciatore americano a Gerusalemme “capitale eterna di Israele”; ” i fautori dei due stati due popoli sono dei kapo’”.
Un totale fallimento. Riassumibile nel fatto che gli Stati uniti dell’ultimo Obama e del primo, e speriamo unico Trump vorrebbero disimpegnarsi dal disastro mediorientale ma non sono in grado di farlo, perchè non trovano luogotenenti locali disponibili a seguire le loro direttive. Israele va per conto suo ed è in una condizione di forza e di sicurezza senza precedenti, l’Arabia saudita sta impazzendo, la Turchia si sta sganciando dall’ancoraggio occidentale.
Perché tutto questo? Che cosa si è fatto e non si doveva fare; e cosa non è stato fatto di quello che si doveva fare?
Discutere di questo o di quello ci porterebbe lontano. E senza raggiungere opinioni condivise. Ma forse il difetto, anzi i difetti stanno nel manico. E cioè da una parte nel manicheismo ideologico americano; e dall’altra nel progressivo disimpegno europeo.
Il primo fenomeno ha radici molto antiche, al punto di diventare una seconda natura. Ed è e sarà sempre più al centro del dibattito, negli stessi Stati uniti: anche come effetto collaterale di una variante potenzialmente assai pericolosa, con l’avvento di Trump.
Il secondo, invece, rimane ancor oggi al centro di generiche lamentazioni: “l’Europa che non c’è” e via litaniando.
Pure un’Europa c’è eccome. Ed è quella che abbiamo costruito sull’onda delle illusioni del 1989 e dei principi di Maastricht. Nel primo caso, nel convincimento che, con la caduta del muro di Berlino, l’Europa potesse guidare ed ispirare non solo la ricostruzione liberaldemocratica dell’intero continente ma anche l’adeguamento progressivo al nostro modello dell’area mediterranea e mediorientale. E questo senza curarci minimamente di ridefinire, con gli Stati uniti le modalità, gli strumenti e le scelte politiche funzionali alla costruzione del nuovo ordine mondiale .Nel secondo caso, sostituendo l’economia alla politica come luogo della costruzione dell’Europa unita.
Il risultato, in Medio oriente come altrove, è stato di averne in campo molte; e cioè, appunto, nessuna.

Stop alle esecuzioni, 117 Paesi votano risoluzione ONU

Pena di morte-GeorgiaL’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato ieri per la sesta volta la risoluzione in favore di una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte. Il fronte che chiede di fermare la mano del boia ha tenuto nonostante i timori della vigilia legati a un clima internazionale più difficile e al risorgere del terrorismo. Su un totale di 193 Stati membri delle Nazioni Unite, 117 hanno votato a favore, 40 hanno votato contro e 31 si sono astenuti. Gli altri cinque non hanno preso parte alla votazione. La moratoria ha ottenuto due voti a favore in più rispetto al primo esame dello scorso 17 novembre della Terza Commissione dell’Assemblea generale.
Come ricorda Amnesty International, per la prima volta il sì è arrivato da Guinea, Malawi, Namibia, isole Salomone, Sri Lanka e Swaziland, mentre lo Zimbabwe è passato dal voto contrario all’astensione. Purtroppo, Filippine, Guinea Equatoriale, Niger e Seychelles si sono astenuti dopo aver precedentemente votato a favore mentre le Maldive sono passate dall’astensione al voto contrario.
Il risultato è comunque ampiamente positivo perchè conferma una tendenza che vede in Assemblea generale dell’ONU un numero sempre crescente di paesi favorevoli allo stop alle esecuzioni. La risoluzione, è bene ricordarlo, non è vincolante ma rappresenta un forte segnale e riveste un considerevole peso politico. Non a caso, dal 2007, dalla prima risoluzione approvata, 13 stati hanno abolito la pena di morte per tutti i reati e altri due, Guinea e Mongolia, hanno intrapreso il cammino verso la cancellazione delle esecuzioni.
Gli abolizionisti sono comunque certi: la strada verso un mondo senza pena di morte è ormai tracciata e non prevede fughe all’indietro. I dati parlano chiaro. Oggi i Paesi che hanno abolito la pena capitale per tutti i reati sono 101 e in totale 138 stati membri su 193 l’hanno abolita per legge o nella prassi. Lo scorso anno, in 169 dei 193 stati membri, ossia l’88 per cento, non vi sono state esecuzioni.
Massimo Persotti