Ogni anno 3 mln di bambini muoiono per malnutrizione

Fame-nel-mondoChi ha troppo e chi ha troppo poco: non è certamente una novità, ma, in ogni caso, è una grande ingiustizia. Save the Children, in un suo nuovo rapporto sulla malnutrizione, ha lanciato l’allarme comunicando l’entità attuale del problema.
Ogni anno, nel mondo, circa 3 milioni di bambini muoiono per malnutrizione. In questo momento, 52milioni di bambini di età inferiore a cinque anni stanno soffrendo la carenza improvvisa di cibo e nutrienti. Inoltre, 155 milioni di bambini sono malnutriti cronici. I fattori che hanno un ruolo decisivo nella diffusione della malnutrizione, per Save the Children sono principalmente la povertà, i cambiamenti climatici ed i conflitti. Nei Paesi a medio e basso reddito, 2 minori su 5 vivono in stato di povertà con forti privazioni per le difficoltà di accesso al cibo, per la carenza dei servizi igienico-sanitari e per l’educazione insufficiente o inesistente. Nel Corno d’Africa ed in Kenya, in seguito all’emergenza climatica causata da ‘El Niño’, 7 milioni di bambini stanno ancora facendo i conti con la carenza d’acqua e di sostanze nutritive. Per contrastare questo fenomeno Save the Children lancia la campagna globale ‘Fino all’ultimo bambino’ per salvare e dare un futuro ai bambini senza un domani, attraverso un sms solidale attivo dal 12 ottobre al 5 novembre.
Qualche giorno fa, l’UNICEF ha pubblicato un rapporto sui bambini del Mali dove la crisi nutrizionale è aggravata dal protrarsi delle violenze, dell’instabilità e degli sfollamenti di massa, minacciando la vita e il futuro di migliaia di bambini. Secondo l’Ente dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, soltanto nel Mali, ci sarebbero circa 165mila bambini che potrebbero soffrire di malnutrizione acuta grave fino alla fine del 2018.

I bambini che soffrono di forme gravi di malnutrizione acuta sono colpiti da un’atrofia muscolare  grave, un peso molto basso rispetto alla loro altezza, e hanno una probabilità nove volte maggiore di morire in caso di malattie a causa di un sistema immunitario indebolito.

Lucia Elmi, Rappresentante dell’Unicef in Mali, ha commentato: «Dietro a questi dati ci sono le vite dei bambini e delle bambine più vulnerabili e dimenticati del Mali.  Dobbiamo fornire cure salva-vita e assicurare a ciascuno di questi bambini una piena ripresa. Allo stesso tempo, abbiamo bisogno di investire nei primi mille giorni di vita dei bambini, per ridurre il rischio di insorgenza della malnutrizione acuta.»

Il tasso di malnutrizione acuta fra i bambini sotto i cinque anni ha raggiunto livelli critici nelle zone colpite dal conflitto, come Timbuktu e Gao, ma è molto elevato anche a livello nazionale.

Secondo il rapporto, il tasso di malnutrizione acuta infantile a Timbuktu è salito al 15,7% e a Gao al 15,2%: una crescita preoccupante, da un livello classificato “grave” a “critico” nella scala dell’OMS.

Livelli preoccupanti di malnutrizione acuta si registrano anche nelle regioni di Kayes (14,2%) e di Taoudéni (14,3%), mentre il tasso nazionale si assesta al 10,7%.

Dal  2012  la crisi politica e le violenze hanno provocato, nel Mali, sfollamenti di massa e interruzioni dei servizi sociali nel nord del paese, con un impatto devastante sullo stato nutrizionale dei bambini e delle bambine più vulnerabili.

Altri fattori, come l’accesso limitato all’acqua e all’igiene e malattie infantili come diarrea, infezioni respiratorie acute e malaria, hanno contribuito ad aggravare la situazione.

Investire nei primi mille giorni di vita di un bambino, attraverso la promozione di pratiche come l’allattamento  esclusivo per i primi sei mesi e lavare le mani con acqua pulita e sapone, può prevenire la malnutrizione in modo efficace.

È sicuramente meritorio il ruolo svolto dall’UNICEF e da Save the Children per la lotta alla malnutrizione infantile nel mondo. Tuttavia le forme assistenziali restano insufficienti a risolvere i problemi da cui hanno origine le cause.
Urgerebbe un maggiore impegno politico, soprattutto dall’ONU, per risolvere gli annosi problemi che causano anche i problemi di malnutrizione infantile, ma che ledono il diritto alla vita ed alla dignità umana ad una cospicua parte dell’umanità. In tal senso, è doveroso segnalare l’impegno portato avanti tra mille difficoltà dalla Lega Italiana dei Diritti Umani.

Violenza sui minori: record, in Italia 15 vittime al giorno

violenza minori

È record, in Italia, dei reati sui minori: nell’ultimo anno il numero totale dei bambini vittime di reato – mai stato così alto da un decennio a questa parte, toccando la cifra di 5.383 – ha registrato un +6% rispetto al 2015. E più di due bambini ogni giorno sono vittime di violenza sessuale: parliamo di quasi mille minori che ogni anno nel nostro Paese sono costretti a subire questo abuso. Sono questi i nuovi, allarmanti dati del dossier Indifesa di Terre des Hommes, divulgati oggi a Roma, in occasione della Giornata Onu delle Bambine e delle Ragazze che si celebra l’11 ottobre, alla presenza del presidente del Senato, Pietro Grasso.

Piccole vittime che in prevalenza sono femmine: nel 2016 erano in media il 58%, ma questa percentuale aumenta in tutti i reati a sfondo sessuale. Le bambine sono l’83% delle vittime di violenze sessuali aggravate, l’82% dei minori entrati nel giro della produzione di materiale pornografico, il 78% delle vittime di corruzione di minorenne (bambine al di sotto dei 14 anni forzate ad assistere ad atti sessuali). Colpisce il dato degli omicidi volontari consumati: più che raddoppiati in un anno (da 13 a 21 minori) e il 62% era una bambina o un’adolescente.

Il presidente Grasso ha definito “un colpo al cuore” il dossier di Terre des Hommes. “Le conseguenze di una mancata protezione e promozione del benessere infantile sono pesantissime e si ripercuotono nelle fasi successive della vita, oltre a rappresentare un gravissimo danno alla società. Ogni bambina strappata alla violenza è una speranza di riscatto per tutti noi. Ricordiamolo sempre: le bambine di oggi saranno le donne di domani, abbiamo il dovere di combattere tradizioni, pratiche e comportamenti che negano loro i diritti fondamentali come quello all’integrità fisica e psichica, alla salute, all’istruzione” ha detto Grasso.

La violenza domestica è causa della maggioranza dei reati contro i minori: nel 2016 sono state ben 1.618 le vittime di maltrattamento in famiglia, per il 51% femmine, con un incremento del 12% rispetto all’anno precedente. Cresciuto anche (+23%) il numero di vittime minori di abuso di mezzi di correzione o disciplina (266 nel 2016), ovvero di botte fino ad andare in ospedale e arrivare a denuncia. Pochi i segni meno: i reati più in calo rispetto al 2015 sono gli atti sessuali con minori di 14 anni (-11%), dove però le vittime sono ancora 366 (per l’80% bambine) e la detenzione di materiale pornografico, che segna -12%, con 58 vittime (il 76% femmine).

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), circa 16 milioni di ragazze tra i 15 e i 19 anni e circa 1 milione di bambine sotto i 15 anni ogni anno danno alla luce un bambino. Le complicazioni durante la gravidanza e al momento del parto rappresentano la seconda causa di morte per le adolescenti di tutto il mondo, ha sottolineato Flavia Bustreo, vice direttore generale dell’Oms.

“Nel nostro Paese c’è bisogno di un cambio radicale nella prevenzione della violenza contro le bambine – ha detto Raffaele K. Salinari, presidente di Terre des Hommes – serve un impegno sempre maggiore del Governo per trovare fondi per il contrasto e la prevenzione della violenza di genere che orienti gli interventi sia in Italia che nei Paesi in via di sviluppo”.

Psoe accusa Vicepremier per violenze ai catalani

margherita roblesOggi, tutta la Catalogna, compresa la squadra del Barça, si ferma per uno sciopero generale in risposta alle violenze ai seggi che hanno sconvolto l’opinione pubblica. Migliaia di persone si sono concentrate pacificamente a Barcellona davanti al commissariato della Policia Nacional spagnola in Via Laietana per protestare contro le brutalità di domenica. La folla ha chiesto la partenza delle “forze straniere” dalla Catalogna e cantato l’inno catalano Els Segadors. Diverse altre manifestazioni sono in corso in tutta la Catalogna.
Nel frattempo la vera incognita è al Governo che se da un lato resta inamovibile sulla questione catalana, dall’altro comincia a tentennare sulle alleanze. L’alleato al Governo Rajoy più a rischio rottura è proprio il Partito socialista, oggi la capogruppo del Psoe al Congresso dei deputati di Madrid, Margarita Robles, ha chiesto che il parlamento censuri la vicepremier spagnola, Soraya de Santamaria, considerata la responsabile della strategia del governo in Catalogna e delle violenze della polizia domenica. Robles ha detto che Santamaria è responsabile delle “istruzioni politiche” date alla polizia spagnola.
I dubbi ora iniziano a saltare fuori in tutto il Partito socialista spagnolo, ora anche il sindaco di Valladolid, Óscar Puente, ha chiesto al PSOE di “sedersi tutti” per provare “un’uscita” da un Governo in cui ormai il Partito non crede più. Il portavoce socialista, ha bollato come “assurda” la situazione vissuta in Catalogna, in cui comunque “Non c’era bisogno di usare la forza”. Aldilà di tutto però ha sottolineato come questo referendum fosse in ogni caso illegale e dannoso per l’intero Paese.
Il leader del Psoe, Pedro Sanchez, ha chiesto al premier Mariano Rajoy di avviare un dialogo immediato con il presidente catalano Carles Puigdemont. Il Presidente catalano forte dei risultati ottenuti passa sopra la testa di Madrid e chiede all’Ue un’intermediazione. L’obiettivo dell’indipendenza rimane, in pratica, ma si può trattare. “Non dichiaro l’indipendenza, chiedo una mediazione – ha detto Puigdemont -. Si deve creare un clima di distensione che la favorisca”. Il tutto mentre l’Onu chiede al governo di Madrid di aprire un’inchiesta sulle violenze ai seggi e il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, chiede a “tutti gli attori rilevanti di muoversi rapidamente dallo scontro verso il dialogo”.

Guterres l’anti Trump. Un socialista all’Onu

libro intiniUn socialista all’Onu, Guterres: l’anti Trump” è l’ultimo libro di Ugo Intini, edizioni Ponte Sisto, presentato oggi alla Camera dei deputati nella Sala Aldo Modo. Molti gli interventi, moderati dal giornalista Paolo Franchi: Fabrizio Cicchitto, Pia Locatelli, Riccardo Nencini, Marina Sereni, oltre a quello dell’Autore. Un libro fatto per esigenze di verità e di informazione, ha sottolineato Ugo Intini, e indirizzato a tutti i Trump del mondo. L’Autore ha sottolineato il rapporto speciale tra i socialisti italiani e quello portoghesi e come il lavoro di Guterres abbia sempre mirato a una Europa unita in grado di costruire ponti e non divisioni. “L’elezione di Guterres – ha affermato l’autore – si deve ad Obama. Con Trump Guterres non sarebbe stato eletto. Trump è per la Brexit, Guterres è per un’Europa unita che costruisca ponti. Trump è per il bilateralismo, Guterres per il multilateralismo. Trump è per i muri, Guterres è per una politica umana verso i rifugiati. Trump non crede all’emergenza clima, Guterres ritiene il clima una priorità. Trump è un seguace di Netanyahu, Guterres difende Israele e vuole uno Stato per i palestinesi”. Intini ripercorre i legami tra il socialismo italiano e portoghese, a partire dal simbolo del garofano. “Soares e Guterres nascono con il mito di Nenni – afferma Intini – in via del Corso c’era un piccolo ufficio dove trovavi Soares, Gonzalez, Panagulis. Guterres era un allievo di Soares, stampavano ‘O Portugal socialista’ in via della Guardiola. L’idea del simbolo del garofano per il socialismo portoghese nacque proprio nella redazione dell’ ‘Avanti!’ di via della Guardiola”. “Guterres – prosegue Intini – è socialista, tollerante, crede nel dialogo e coltiva il dubbio. Lui affermava che quando c’è una trattativa in due, si è in realtà in 6. Perché in 6? Perché ciascuno è ciò che è, ciò che crede di essere, ciò che l’altro pensa che tu sia”.

Invito Camera da Ponte SistoUn convegno incentrato ovviamente sull’Onu sulle sue funzioni e sul suo ruolo. Un’istituzione che appare spesso ingessata nelle sue regole ormai datate in un momento storico in cui il ruolo dovrebbe essere sempre più centrale. Questa la grande sfida di Guterres, un socialista, che assume la presidenza delle Nazioni Unite in un periodo in cui gli scenari internazionali sono carichi di rischi e di tensioni. Dal Medio Oriente al terrorismo, al grande tema delle migrazioni. L’anti Trump come freno all’impostazione protezionista del presidente americano, come spinta forte sul sentiero del multilateralismo. Un via che può essere sollecitata solo dalle Nazioni Unite. L’Autore in questo ribalta tre luoghi comuni. Guterres è europeo e diventa presidente dell’Onu nel momento in cui l’Europa non sta passano un periodo felice. È un socialista, e sappiamo la difficoltà dei pariti socialisti europei di questi tempi. Infine è un politico. E i politici non sono visti di buon occhio ultimamente. Evidentemente, dice Intini, si dice che siamo tre elementi in crisi, ma evidentemente non lo sono.

Marina Sereni, del Pd, si domanda a questo punto se non sia il caso di aprire un cantiere tra Internazionale socialista, a cui il Partito democratico non appartiene, e altre forze progressiste mondiali. Una sorta di laboratorio tre le forze di progresso che sia capace di includere a livello internazionale.

Pia Locatelli, presidente del gruppo socialista alla Camera, ha sottolineato la contrapposizione delle visione di Guterres con quella di Trump e ha ricordato il profilo del politico portoghese ripercorrendo le sua tappe nazionali e internazionali. Due episodi, il primo non condiviso Pia Locatelli. La scelta di Guterree di non appoggiare il referendum in Portogallo sull’aborto. Una cosa che non piacque alla donne socialiste portoghesi. Altro punto sottolineato da Locatelli è il lavoro fatto all’Onu sui rifugiati. Allargando la categoria dei rifugiati anche a coloro che si erano allontanati dal proprio paese per disastri ambientali. “Aveva previsto – ha detto Locatelli – quello che sta succedendo in questi anni sull’immigrazione”.

Fabrizio Cicchitto, Presidente della Commissione Esteri della Camera, sottolinea il lavoro internazionale del Psi dagli anni cinquanta agli anni ottanta. “Nella redazione dell’Avanti! – ricorda Cicchitto – potevi trovare Tito de Morais”. Cicchitto disegna l’attuale scenario mondiale: “Guterres, da Segretario generale dell’Onu, sarà l’anti Trump, ma anche l’anti Putin e l’anti Erdogan. C’è un ritorno ai nazionalismi identitari, che conducono a leadership durissime e pericolose. Putin, ad esempio, lavora in modo scientifico per destabilizzare l’Occidente, usando anche la cibernetica. Lui ha rapporti con Lega e M5S e ha cercato di svolgere un ruolo nelle elezioni francesi e tedesche. L’Europa ha fatto l’errore di respingere la Turchia ‘europea’ ed oggi abbiamo il risultato drammatico di Erdogan. Ci sono poi i localismi come la Catalogna”.

Riccardo Nencini ha messo in evidenza che descrivere Guterres come anti Trump, non sia solo accattivante ma mette in evidenza il tentativo di costruire una visione diversa e opposta a quella del presidente americano. Nel suo intervento Nencini ha ricordato il sostegno dato dai socialisti ai portoghesi schiacciati dalla dittatura di Salazar. E non solo a loro. E poi una risposta a D’Alema che ha detto, in una intervista al Corriere, che Craxi è un uomo di sinistra che aiutava i palestinesi e gli esuli cileni. “D’Alema – commenta Nencini – sarebbe stato più corretto se avesse detto queste cose negli anni novanta”. “Un conto è l’aiuto che un uomo può fornire dal punto di vista umano – prosegue Nencini su come si comportò D’Alema – altro conto è riconoscere ‘da berlingueriano’ che Craxi aveva ragione politicamente”. “Purtroppo – aggiunge Nencini – i vinti lo sono sempre due volte: sul campo e nella memoria. Eppure stiamo parlando di fatti di ieri, non di un secolo fa. C’è un ricordo collettivo falso. Il Psi finanziava i palestinesi, i socialisti spagnoli e portoghesi, gli studenti greci, gli esuli polacchi e cechi. Firenze era una colonia di studenti greci del Pasok che veniva ospitata nelle sezioni del Psi: li’ si frequentavano Fallaci e Panagulis. Questa del Psi e dei suoi rapporti internazionali è una storia formidabile, che altri – sottolinea Nencini senza citare espressamente D’Alema – non hanno conosciuto”. Per Nencini “la memoria tardiva rischia di essere strumentale e parziale, anche se un pezzo di verità è stata ripristinata. Purtoppo in Italia ci sono legioni di smemorati. Anche sulla Biennale loro erano da un’altra parte”.

Daniele Unfer

Discorso di Trump all’ONU: echi di campagna elettorale

trump-delirioDopo la breve “sterzata” a sinistra in politica interna con i leader democratici sull’innalzamento del tetto al debito e la questione dei “dreamers” Donald Trump è ritornato alle sue radici. Il recentissimo discorso del 45esimo presidente alle Nazioni Unite ha ripreso la politica di “America First” (Prima di tutto l’America) espressa in campagna elettorale e sottolineata nel suo discorso di insediamento nel mese di gennaio. Un discorso poco rassicurante per il mondo ma tranquillizzante per i suoi sostenitori politici.

Ci si sarebbe aspettato che in sede internazionale l’attuale inquilino della Casa Bianca avesse ricalcato la necessità per la diplomazia e la cooperazione internazionale. Trump ha infuocato invece l’egoismo e soprattutto la miopia che hanno caratterizzato la sua ascesa al potere. A cominciare dal concetto di isolazionismo che vede un ruolo americano nel mondo caratterizzato da interessi nazionalisti. Trump ha infatti cercato di esportare il concetto di isolazionismo dicendo che ogni Paese dovrebbe concentrarsi sulla propria sovranità come se questo non fosse già applicato dai diversi interessi dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite.

Se c’è un problema fondamentale nell’organizzazione è proprio quello degli interessi dei singoli Paesi e i conflitti inerenti nei rapporti internazionali. Trump ha stressato l’importanza degli interessi egoisti senza esitare di cadere nelle sue minacce per ottenere i propri scopi di sicurezza. Il 45esimo presidente ha detto che gli Stati Uniti hanno “grande forza e pazienza” ma che per difendere il Paese o gli alleati non avrà “scelta eccetto di distruggere completamente la Corea del Nord”.

Una minaccia scioccante che non rassicura nessuno considerando il pericolo rappresentato da Kim Jong Un, leader della Corea del Nord, il quale continua con i suoi esperimenti di missili balistici che potrebbero anche colpire il territorio statunitense. Difficile interpretare le vere motivazioni di Trump ma forse i leader mondiali sono già abituati alle sue sparate vedendole come messaggi alla sua base politica. Il pericolo però rimane non solo per i Paesi vicini alla Corea del Nord ma per il resto del mondo.

Le reazioni al discorso di Trump hanno variato dall’entusiasmo allo choc. Alcuni analisti hanno anche rilevato che l’idea di fare scomparire 25 milioni di persone equivale a un crimine di guerra facendoci dubitare su chi fra Trump e Kim Jong Un sia il vero matto. Benjamin Netanyahu, Primo Ministro israeliano, però ha classificato il discorso di Trump di “coraggioso”. Il presidente iraniano Hassan Rouhani, invece, più sobriamente, ha detto che le parole di Trump sono poco più che “odio ignorante” che appartiene ai “tempi medievali”. Rouhani ha continuato spiegando che la minaccia di Trump di abbandonare l’accordo fra il suo Paese e Barack Obama confermerebbe che nessuno potrà “fidarsi” degli Stati Uniti e che l’Iran potrebbe riprendere il suo programma nucleare bloccato dal trattato del 2015.

Trump ha cercato di fare un’ideologia della sovranità dichiarando ai leader presenti che loro devono “sempre servire gli interessi dei loro Paesi” ricevendo gli applausi come per suggerire che già si sapeva. L’attuale inquilino della Casa Bianca però non capisce o non sembra capire che il leader del Paese più potente al mondo dovrebbe fare del suo meglio per creare pace e stabilità che rafforzano anche la prosperità globale. Le minacce servono poco ai progressi e rapporti internazionali. Per raggiungere accordi di pace bisogna trattare gli avversari con rispetto e offrire incentivi. Caratterizzare Kim Jong Un con l’epiteto derisivo di “Rocket Man” (uomo razzo) ci ricorda ovviamente il modo in cui il 45esimo ha trattato i suoi avversari nelle primarie repubblicane e Hillary Clinton nell’elezione del 2016. La differenza però è Kim Jong Un possiede missili pericolosi.

In mancanza di parole rassicuranti di Trump il mondo si è dovuto accontentare della parole concilianti del primo ministro italiano Paolo Gentiloni e di quelle del presidente francese Emmanuel Macron. Ambedue hanno sottolineato l’importanza del “multilaterismo” per affrontare il cambiamento climatico, il terrorismo ed altre sfide che nessuno, nemmeno un Paese potente come gli Stati Uniti, può risolvere da solo. Sentimenti reiterati anche da Diane Feinstein, senatrice democratica della California. La Feinstein ha dichiarato che la meta delle “Nazioni Unite è di fomentare e promuovere la cooperazione globale”. Trump però avrà compiuto il suo obiettivo. I suoi sostenitori potranno sentirsi sicuri riconoscendo il loro candidato che lotta per loro non solo contro i nemici interni ma anche con quelli fuori del Paese.

Domenico Maceri,
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

MINACCE A PROVA DI BOMBA

trump-kim-jong-un-afp-split-650_650x400_81506055777Si personalizza lo scontro tra Corea del Nord e Stati Uniti d’America, stavolta a rispondere personalmente e direttamente alle invettive di The Donald è il dittatore coreano: Kim Jong-un. È la prima volta che il supremo leader diffonde una dichiarazione in prima persona, definisce Donald Trump “un rimbambito” («dotard» in inglese) e assicura che il presidente statunitense pagherà “caro” per le sue minacce al paese asiatico. “Un cane impaurito abbaia più forte”. Il capo del regime nord coreano ha poi descritto il presidente americano come “una canaglia e un bandito, desideroso di giocare con il fuoco”.
A spaventare è anche la dichiarazione del ministro degli Esteri nordcoreano Ri Yong-ho che a margine dei lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu ha lanciato il suo avvertimento. La Corea del Nord potrebbe condurre il più potente test di bomba all’idrogeno nel Pacifico, tra le “azioni di più alto livello” contro gli Stati Uniti. “Potrebbe essere la detonazione più potente di bomba all’idrogeno nel Pacifico”, ha affermato Ri aggiungendo però “di non aver idea di quali azioni potrebbero essere prese dato che saranno ordinate dal leader Kim Jong-un”. Il Giappone ha subito definito la minaccia come “totalmente inaccettabile”. Su Twitter, la replica di Trump che ha scritto: “Kim Jong-un, che è chiaramente un pazzo a cui non interessa affamare o uccidere il proprio popolo, verrà messo alla prova coma mai prima”.
Al Palazzo di vetro intanto da ieri si tentano le mediazioni. La Cina invita tutte le parti a esercitare autocontrollo dopo l’ipotesi di test di bomba all’idrogeno nel Pacifico. Il portavoce del ministero degli Esteri Lu Kang ha ribadito in conferenza stampa l’opposizione di Pechino alle sanzioni unilaterali fuori dallo schema generale risoluzioni delle Nazioni Unite, a stretto giro dal nuovo ordine del presidente Usa Donald Trump su nuove misure contro la Corea del Nord per i suoi programmi nucleari e missilistici.  “C’è ancora speranza per la pace e noi non dobbiamo rinunciare. Il negoziato è l’unica via d’uscita e merita ogni sforzo”, ha detto Il ministro degli Esteri Wang Yi.
Più dura invece la reazione della Russia che più volte ha invitato Washington a non cedere alle provocazioni. Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite non ha citato espressamente Donald Trump, ma ha avvertito: “Noi condanniamo fermamente l’avventurismo nucleare e missilistico di Pyongyang ma l’isteria militare non ci porterà solo all’impasse ma al disastro”, ha sostenuto Lavrov che ha ripetuto la richiesta al mondo di sostenere “la via d’uscita russo-cinese alla crisi” del doppio congelamento contemporaneo dei test nordcoreani e delle manovre militari tra le truppe Usa e quelle sudcoreane.
Proprio ieri l’amministrazione Usa ha varato un nuovo round di sanzioni contro le società straniere che fanno affari con la Corea del Nord. Il ministro del Tesoro Usa, Steven Mnuchin, ha precisato che non si tratta di una misura contro la Cina, anche se è il principale partner commerciale di Pyongyang. “La cooperazione con la Cina è essenziale per prevenire una catastrofe nella penisola coreana. Questo è il momento di lavorare con la comunità internazionale e fare pressione sulla Corea del nord, prima che sia troppo tardi”, ha detto il segretario di Stato americano Rex Tillerson durante la riunione del Consiglio di Sicurezza Onu sulla non proliferazione nucleare, a margine dell’Assemblea Generale.
Nel frattempo da Seul arriva un segnale distensivo: la Corea del Sud ha approvato l’invio di 8 milioni di dollari (pari a 6,7 milioni di euro) di aiuti umanitari alla Corea del Nord, nonostante le tensioni, l’invio avverrà tramite organismi dell’Onu e gli aiuti sono destinati principalmente a donne incinte e bambini. Il precedente esecutivo sudcoreano, conservatore, che ha governato fino a maggio scorso, aveva deciso di sospendere tutti gli aiuti umanitari a Pyongyang a seguito del suo quarto test nucleare realizzato a gennaio del 2016.

AMERICANOCENTRICO

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Giornata di debutti a Palazzo di vetro, la grande attesa per la 72ma Assemblea generale dell’Onu, vede per la prima volta non solo il presidente Trump, ma anche il neo segretario Onu Antonio Guterres. Mentre gli occhi di tutto il mondo sono puntati proprio sul presidente della Casa Bianca, la prima sorpresa viene offerta proprio da Guterres che a una settimana dal referendum sull’indipendenza della regione del Kurdistan iracheno, gela le speranze dei curdi. “Il segretario generale ritiene che qualsiasi decisione unilaterale riguardo la convocazione di un referendum in questo momento possa distogliere l’attenzione dalla necessità di sconfiggere l’Isis, nonché dalla necessaria ricostruzione dei territori riconquistati e dal favorire un ritorno sicuro, volontario e dignitoso di oltre tre milioni di rifugiati e sfollati interni”, si legge in una nota del portavoce, Stephane Dujarric. Ma il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno fissato dal leader curdo Massoud Barzani per il 25 settembre passa in secondo piano nell’agenda sul tavolo di Manhattan: Libia, l’accordo sul clima di Parigi, terrorismo e pulizia etnica dei Rohingya. Ma il punto principale e il nodo su cui si concentra l’attenzione dei Capi di Stato riuniti in assemblea è ancora una volta il problema degli armamenti nucleari e del conflitto con la Corea del Nord. “La minaccia del nucleare non è mai stata così alta dal periodo della Guerra Fredda”, così il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha aperto i lavori della sua prima Assemblea Generale. “La paura non è astratta – ha detto – milioni di persone vivono sotto un’ombra di terrore causata dai provocatori test nucleari della Nord Corea”. Guterres invita quindi il Consiglio di Sicurezza all’unità: “La soluzione deve essere politica, non bisogna procedere come sonnambuli verso la guerra”.
Nonostante l’invito a restare uniti Trump parla ‘a senso unico’ e debutta in direzione “americanocentrica”. “Gli Stati Uniti hanno fatto molto bene dalla mia elezione – ha detto il presidente americano Donald Trump aprendo il suo intervento all’Onu – la Borsa è a livelli di record e la disoccupazione è in calo”. “Sono tempi di opportunità straordinari”. Donald Trump, aprendo il suo intervento all’Onu, afferma: “Benvenuti a New York. È un onore essere qui, nella mia città in rappresentanza degli americani”. Nella mattinata ha incontrato un altro ‘debuttante’ all’Assemblea generale, il presidente francese Emmanuel Macron, durante l’incontro gli ha ribadito che l’accordo sul clima di Parigi è ingiusto per gli Usa, aggiungendo però di non vedere l’ora di discutere ulteriormente della questione.
Tuttavia il suo voler far da padrone negli States, lo ha portato anche a criticare e voler mettere i conti in ordine a Palazzo di Vetro. “Vedo un grande potenziale qui… Anche se negli ultimi anni non è stato raggiunto in pieno, a causa della burocrazia e della cattiva gestione. Nonostante il bilancio sia aumentato del 140% e il suo personale sia raddoppiato dal 2000 in poi, non vediamo risultati in linea con questi investimenti. Ma so che con il nuovo Segretario Generale le cose cambieranno rapidamente”. Il presidente americano chiede, tra l’altro, di filtrare e valutare anche sotto il profilo economico “ogni singola missione di peacekeeping”. Trump vuole ridurre i contributi americani, 28,5% per il bilancio da 7,3 miliardi delle operazioni di pace, e 22% per i 5,4 miliardi del bilancio regolare, ma sa che sono cifre ridicole rispetto ai quasi 700 miliardi spesi ogni anno dal Pentagono.
“Metterò sempre l’America al primo posto e difenderò sempre gli interessi americani”, dice Trump all’Onu: “Lavoreremo sempre con gli alleati ma non si potrà più approfittare di noi”. “Non vogliamo imporre il nostro stile di vita a nessuno – ha aggiunto – ma l’America vuole essere un modello”. Infine sulla Corea afferma: “Gli ‘Stati canaglia’ sono una minaccia per il mondo”, e aggiunge: “Se ci attaccano non c’e altra scelta che distruggere la Corea del Nord”:
Ma da parte di Pyongyang invece si continua a denunciare l’ostilità americana. Il ministro degli Esteri nordcoreano definisce le sanzioni “il più viscido, immorale e inumano atto di ostilità”, sostenendo che queste hanno lo scopo di sterminare fisicamente il popolo, il governo e il sistema di Pyongyang.

ISTERIA MILITARE

Army-Corea_UsaLa guerra non c’è, ma gli schieramenti sono pronti. La prima a prepararsi è la Corea del Sud che oggi ha condotto un’esercitazione navale a fuoco vero, due giorni dopo l’ultimo test nucleare di Pyongyang.
“Riteniamo che una capacità di carico illimitata per le testate missilistiche sia utile per rispondere alle minacce della Corea del Nord”, ha detto il portavoce del ministero della Difesa Moon Sang-gyun.
Al momento infatti la Corea del Sud è in grado di lanciare missili con una gittata di 800 km e un carico di 500 kg. Le manovre di oggi mirano a “migliorare l’immediata risposta militare” a un eventuale attacco nord-coreano, ha spiegato il comandante della Marina sud-coreana, Choi Young-chan. “Se il nemico lancia una provocazione sopra o sotto l’acqua, risponderemo immediatamente per seppellirli sott’acqua”. Alle esercitazioni hanno partecipato la fregata Gangwon da 2500 tonnellate, una nave per i pattugliamenti da mille tonnellate, imbarcazioni ad alta velocità e navi con missili teleguidati. Tra i mezzi mobilitati anche i caccia F-15K e gli aerei da trasporto Cn-235. Il tutto sta andando avanti con il supporto e la regia degli Stati Uniti con cui sono anche previste esercitazioni congiuntenelle acque sud-coreane nei prossimi giorni. Seul ha annunciato un‘intesa con gli Stati Uniti per aumentare gittata e capacità di carico dei suoi missili balistici in modo da colpire con maggiore efficacia la Corea del Nord se dovesse esplodere un conflitto. Washington è così pronta già a fare accordi per potenziare gli armamenti bellici da vendere al Premier sudcoreano Moon Jae-in. “Il presidente Trump ha dato il suo benestare di principio per l’acquisto da parte della Corea del Sud di equipaggiamento bellico e armamenti per un valore di diversi miliardi di dollari” si legge nel comunicato diffuso dalla Casa Bianca, in cui non si fornisce alcun dettaglio sulla natura dei contratti.
Nel mirino di Pyongyang c’è proprio Washington. Gli Stati Uniti “riceveranno altri pacchi regalo dal mio Paese fino a quando faranno affidamento su imprudenti provocazioni e futili tentativi per mettere pressione sulla Corea del Nord”, è questo il monito lanciato da Han Tae-song, ambasciatore di Pyongyang presso la sede Onu di Ginevra, alla Conferenza sul disarmo promossa dalle Nazioni Unite. Per Han i “pacchi regalo” sono test nucleari e altre provocazioni.
Se dal Pacifico sono già pronti, dall’Europa iniziano a manifestarsi i primi timori. Il ministro francese della Difesa, Florence Parly, in un discorso ai militari e parlamentari transalpini all’Università estiva di Difesa a Tolone avverte sulla possibilità per Pyongyang di sviluppare missili balistici in grado di raggiungere l’Europa. “Lo scenario di una escalation verso un grande conflitto non può essere scartato”, ha aggiunto. Parly ha inoltre annunciato di aver deciso di “avviare un processo di armamento dei nostri droni di intelligence e di sorveglianza”. Nello specifico, ha spiegato, in un primo momento la decisione riguarderà i droni Reaper acquistati dagli Usa, e in un secondo momento anche il futuro drone europeo, per il quale saranno effettuati studi con Italia, Germania e Spagna.
La Russia intanto ha condannato il nuovo test atomico della Corea del Nord, ma allo stesso tempo Vladimir Putin ha spiegato che le sanzioni contro Pyongyang sono “inutili e non efficaci”. Parlando al termine del vertice dei Brics a Xiamen, in Cina, il presidente Putin ha scandito: “Intensificare, in queste condizioni, l’isteria militare è insensato, porta a un vicolo cieco”. Secondo Putin, si rischierebbe “una catastrofe globale, planetaria e un’enorme perdita di vite umane. Non c’è altra via che risolvere la crisi nordcoreana attraverso il dialogo pacifico”.
L’opinione del presidente russo è che l’intervento straniero in Iraq e Libia ha convinto il leader nordcoreano Kim Jong-un della necessità di dotarsi di armi nucleari per sopravvivere: “Mangeranno erba, ma non fermeranno i loro programmi fintanto che non si sentiranno sicuri”.
Ma da parte americana si è decisi a non “lasciar correre”. Oggi alla riunione del Consiglio di Sicurezza Onu, Nikky Haley, ambasciatrice americana all’Onu, chiede che le nuove sanzioni ai nordcoreani “siano le più pesanti mai imposte”, annuncia una nuova risoluzione contro la Nord Corea, che sarà presentata entro questa settimana e votata la prossima. Haley aggiunge anche che la Nord Corea “ci sta pregando di fare la guerra”, chiede di finirla con le “mezze misure”. Francia e Gran Bretagna sono d’accordo con gli americani sulla necessità di nuove sanzioni. Linea che è anche quella italiana, espressa dal Rappresentante permanente all’Onu, Sebastiano Cardi. A fare da portavoce nel Vecchio Continente è ancora una volta la Germania. “L’Europa ha una voce importante nel mondo, deve usarla”, dice Angela Merkel al Bundestag, e sottolineando che ci possa essere “solo una soluzione diplomatica e pacifica per la quale ci si deve impegnare con tutte le forze”.

L’America Donald Trump
e il ritorno di Kissinger

trumpTutti sembrano concordare sul fatto che Trump sia, sul piano internazionale, un ignorante. Ma di che tipo? Su questo regnava e regna tuttora la massima incertezza. Un isolazionista semplice? Un isolazionista muscolare? Un unilateralista? Un anticinese, antiiraniano, antiislamico, antitedesco, antieuropeo, antimessicano e ora, magari, anche antirusso? Un interventista cauto alla Reagan o spericolato alla Bush jr o globale alla Clinton? Questo e altro è stato scritto e ipotizzato su di lui. Ma non che fosse un seguace di Obama. O un real politico alla Kissinger.

Pure qualche indicazione in quest’ultimo senso non mancava. Dal rozzo pragmatismo del personaggio (” prima meno, anzi minaccio di menare, poi tratto”). Dalla cautela, rara nel suo caso, con cui ha affrontato il dossier siriano. E infine e soprattutto dall’interesse diciamo così attivo dimostrato da Putin per la sua candidatura (cosa in cui non riesco a vedere nulla di peccaminoso o di illegale: da sempre i russi, come i cinesi, hanno
preferito interlocutori repubblicani; in quanto alle “interferenze” solo chi non ha peccato può scagliare la prima pietra; e gli americani sono gli ultimi a poterla scagliare…).

Oggi però, gli indizi si sono moltiplicati sino ad assumere la dignità di prove. Lo stesso Kissinger ha avuto un lungo incontro con Trump. L’amministrazione ha comunicato ufficialmente che Donald e Putin hanno regolari contatti telefonici, così come i rispettivi capi di stato maggiore. E soprattutto, prova suprema, vera e propria pistola fumante, abbiamo l’accordo sulla Siria, portato avanti formalmente dai mediatori russi, turchi e iraniani con il concorso dell’inviato Onu ma accolto con favore dagli americani, presenti agli incontri,e avallato, cosa ancora più importante, da isrealiani e sauditi.

Come nasce questa intesa? Che cosa comporta? E quali scenari anticipa?
Tutto parte, nella sostanza, da russi e turchi. I primi sono intervenuti massicciamente e brutalmente per salvare Assad e il suo regime. Ma hanno ora bisogno di tirare i remi in barca consolidando i risultati raggiunti. I secondi, già in prima fila nella lotta armata contro Damasco vedono nella prosecuzione del conflitto e nei suoi effetti collaterali (Isis, curdi, magari anche iraniani) una minaccia grave per i loro interessi nazionali. L’obbiettivo, realistico, non è dunque quello di “fare la pace” o di “riaprire il dialogo nazionale” ma di fare cessare il conflitto.

Principale ostacolo, lo stesso Assad ( e con lui gli Hezbollah libanesi ). Questi, dimentichi del fatto che a salvarli è stata Mosca, sperano, o mostrano di sperare in una vittoria; e, come da copione, non vogliono nemmeno discutere con i loro nemici interni considerati, tutti, come “terroristi”.
E’ dunque sul no del regime al cessate il fuoco e alla relativa ricollocazione dei gruppi in lotta in “aree tutelate” che il negoziato si incaglia; per riprendere, però, e per concludersi con il consenso palese o tacito di tutti (un quadro che non comprende naturalmente l’Isis anche se include gruppi qaedisti) dopo qualche settimana.

Cos’è accaduto nel frattempo? C’è stato il bombardamento di Idlib, con annesse vittime del gas. E c’è stata la reazione americana, evento politicamente assai più rilevante del primo. (Ed è il caso di aggiungere, per inciso, che le due versioni opposte sui colpevoli del massacro non convincono affatto; e che manca, per la sua ricostruzione, una componente essenziale: la tracciabilità della redistribuzione dei depositi di gas nervino all’indomani della risoluzione dell’ sul loro stoccaggio, trasferimento e successiva distruzione. Del resto la stessa risoluzione del Consiglio di Sicurezza, bloccata dal veto russo e cinese, intendeva condannare Damasco per l’uso del gas ma si riferiva al 2014/2015 e non al 2017 …).

La reazione americana è estremamente misurata e, oltre tutto, non dico concordata con Mosca ma preventivamente comunicata a chi di dovere. E il messaggio è chiarissimo: Washington non prenderà pretesto dal bombardamento per rilanciare la crociata contro il Dittatore sanguinario; ma vuole che questi si dia una calmata; che rinunci ai suoi sogni di vittoria totale; e che Mosca faccian pressione su di lui per fargli intendere ragione. Messaggio ricevuto. Perché Assad firmerà il nuovo accordo; e perché, coincidenza significativa, anche i gruppi qaedisti lo accetteranno di fatto, lasciando i sobborghi di Damasco (dove erano accerchiati e sotto potenziale attacco per rifugiarsi ad Idlib).
E qui siamo in pieno nell’universo kissingeriano. Nessuna pace vera e nemmeno qualcosa che le assomigli (non a caso, l’obbiettivo conclamato è quello della de-escalation del conflitto), nessuna, almeno esplicita, divisione di sfere di influenza. Piuttosto l’auspicio -avvertimento espresso, insieme, da Mosca e Washington. Si auspica che il conflitto finisca per esaurimento o meglio per la fine delle sue varie “spinte propulsive”; si dà sostanza a questo auspicio facendo presente che non verranno tollerati ulteriori tentativi di utilizzare la Siria come trampolino. per disegni più ambiziosi e destabilizzanti (che siano turchi o curdi, sunniti o sciiti, sauditi o iraniani).

Il messaggio sembra, qui e ora, essere stato raccolto da tutti. E cosa oggettivamente rilevante, accolto con particolare favore da Israele (in contatto sia con Mosca che con Washington).
Per lo stato ebraico sancisce non solo la divisione definitiva della Siria; e cioè del punto di passaggio obbligato dell’asse teheran-Damasco-Beirut, con il relativo sostegno logistico e militare agli Hezbollah. Ma mette definitivamente al suo incubo storico: quello dell’unità del mondo arabo che, in tutte le sue versioni storiche-nasserismo, panarabismo, primavera araba, egemonia sciita- sarebbe o diventerebbe comunque ostile alla presenza stessa di Israele.

Oggi Siria ma anche Iraq sono morti, ora e nel futuro immediatamente prevedibile, come stati unitari; e anche nella penisola arabica, dallo Yemen a Bahrein le fessure religiose – non tollerate dal regime saudita diventano sempre più irrimediabili.
Una situazione che sarà fonte di infinite scosse di assestamento. Ma non di Grandi progetti tanto ambiziosi quanto totalizzanti e sanguinosi. La situazione ideale per vecchi e nuovi emuli di quella vecchia e cinica canaglia che si chiama Henry Kissinger ma anche guarda caso per noi, italiani ed europei. Dopo tutto, per apprezzare la pace di Westfalia, basta avere conosciuto le guerre di religione.

La minaccia mondiale
del debito pubblico

soldiDal 2007 a oggi il debito pubblico mondiale è più che raddoppiato, passando da 28,7 a oltre 61 trilioni di dollari. Nello stesso periodo quello americano è triplicato, attualmente è circa un terzo del totale. Ogni cittadino americano ha più di 60.000 dollari di debito pubblico federale sulle sue spalle. Il record mondiale. Si ricordi che in Italia esso è di circa 38.000 euro pro capite.

Il crescente debito globale è una delle più pericolose minacce di crisi sistemiche.

Per il momento, però, sono i Paesi più poveri, e quelli impoveriti o a rischio default, ad esserne schiacciati. Finora i potenti della Terra, anche se di fatto sono i più indebitati, hanno avuto la spregiudicatezza e gli strumenti per far pagare il conto agli altri.

E’ perciò significativo che sia la Santa Sede, e non i governi, a portare all’esame delle Nazioni Unite il tema della legittimità del debito pubblico. Certamente si intravede la mano di papa Francesco.

L’obiettivo, come ci ricorda il professor Raffaele Coppola, direttore del Centro di Ricerca ”Renato Beccari” dell’Università di Bari e tra i principali coordinatori dell’iniziativa, è far pronunciare l’Assemblea Generale dell’Onu al fine di legittimare la richiesta di parere alla Corte internazionale di Giustizia dell’Aja sulla gestione del debito internazionale per verificarne le eventuali violazioni dei diritti umani e dei popoli.

Si pone, quindi, l’esigenza di un’analisi approfondita dei fondamenti sia giuridici che etici della questione del debito. Non può diventare un macigno insostenibile per le popolazioni, né frenare lo sviluppo e limitare l’indipendenza e la sovranità di uno Stato.

Molti giuristi di varie ispirazioni stanno riflettendo sul problema del pagamento del debito da parte dei Paesi poveri e sullo stato di forza maggiore e di necessità a cui vengono sottoposti. Per lo stato di forza maggiore il non pagamento dipende da un evento incontrollabile da parte dello Stato. Lo stato di necessità, invece, giustificherebbe l’inadempienza quando il pagamento sarebbe troppo gravoso per i cittadini. Chi può pensare di affamare il popolo per pagare a tutti i costi gli interessi sul debito?

L’iniziativa presso l’Onu costituirebbe un precedente giuridico su una materia nevralgica per lo sviluppo della globalizzazione e in particolare per il rapporto fra Paesi ricchi e Paesi poveri. Di conseguenza non potranno essere ignorati gli effetti deleteri della finanziarizzazione e della deregulation dell’economia.

La proposta della Santa Sede non è campata in aria ma poggia anche su un precedente importante: la risoluzione 69/319 dell’Onu del 2015 relativa ai cosiddetti “fondi avvoltoio”, cioè quei fondi speculativi che operano in modo aggressivo sul debito dei Paesi in crisi. E’ appena il caso di ricordare che essa fu approvata nonostante il parere contrario degli Stati Uniti.

I valori esplicitati nella proposta si ispirano alla Carta di Sant’Agata de’ Goti del 1997 nella quale giuristi, uomini di Chiesa, intellettuali e laici misero a punto una serie di principi giuridici per regolare secondo giustizia la questione del debito. In particolare «il divieto di accordi usurari», il rispetto «dell’autodeterminazione dei popoli» e il divieto di «una eccessiva onerosità del debito».

Intorno all’iniziativa vaticana si sta tessendo un’ampia rete di alleanze. E’ importante in quanto  la Santa Sede ha lo status di osservatore alle Nazioni Unite e c’è bisogno che uno Stato presenti, in sua vece, la richiesta di discussione all’Assemblea Generale. E’ un ruolo che l’Italia naturalmente potrebbe e dovrebbe assumere. Sull’argomento pare esista già un’intesa di massima con il governo italiano.

Ricordiamo che l’Italia ha già avuto un ruolo meritorio nel 2000 quando il Parlamento approvò la legge 209 relativa alle «Misure per la riduzione del debito estero dei Paesi a più basso reddito e maggiormente indebitati». Il significativo provvedimento nacque sull’onda del Giubileo promosso da Giovanni Paolo II durante il quale fu lanciata la campagna per l’abbattimento del debito dei Paesi poveri.

Al riguardo si ricordi l’articolo 7 della citata legge che recita: «Il Governo, nell’ambito delle istituzioni internazionali, competenti, propone l’avvio delle procedure necessarie per la richiesta di parere alla Corte internazionale di giustizia sulla coerenza tra le regole internazionali che disciplinano il debito estero dei Paesi in via di sviluppo e il quadro dei principi generali del diritto e dei diritti dell’uomo e dei popoli». E’ esattamente l’obiettivo della Santa Sede.

In merito l’Italia, non solo per il rispetto della sua legge ma anche per la sua indiscussa sensibilità per le problematiche dei Paesi in via di sviluppo, può davvero svolgere un ruolo incisivo a partire dal prossimo G7 di Taormina.

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia
**economista