PES accoglie l’appello dell’Onu sul clima

Sergei Stanishev

Il clima da anni è al centro di un dibattito non solo europeo ma mondiale. Il cambio della presidenza degli Stati uniti con la elezione di Trump ha dato un brusco stop alle politiche ambientaliste di Obama arretrando di molto il livello di sensibilità sul tema togliendo di fatto l’argomento dalla agenda delle priorità. Il PSE sostiene pienamente le conclusioni degli scienziati delle Nazioni Unite sulle misure necessarie per rallentare il riscaldamento globale. L’International Panel on Climate Change (IPCC), il comitato consultivo scientifico delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ha pubblicato recentemente il suo “rapporto di 1,5 gradi Celsius”.

Questo rapporto riassume lo stato dell’arte sulla ricerca scientifica e sulla fattibilità di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius sopra i livelli preindustriali e presenta i benefici del limitare di 1,5 gradi rispetto al precedente obiettivo di 2 gradi Celsius.

Sergei Stanishev, presidente del Partito dei socialisti europei, ha dichiarato: “Il cambiamento climatico ha raggiunto le nostre vite quotidiane. Tutti noi abbiamo avvertito anomalie meteorologiche quest’estate, i contadini soffrono di fallimenti dei raccolti e le foreste in Europa, dal circolo polare artico al Mediterraneo, sono state devastate dagli incendi. Con questo rapporto dell’IPCC ora abbiamo le prove scientifiche: Limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius porterà vantaggi ambientali, sociali ed economici rispetto a un aumento di temperatura di 2 gradi”.

“Gli sforzi globali – ha detto ancora Stanishev – devono ora mirare a fermare il riscaldamento globale ad un massimo di 1,5 gradi. Il rapporto sottolinea anche che gli attuali impegni climatici della comunità mondiale non sono sufficienti a limitare il riscaldamento a 1,5 gradi – o addirittura 2 gradi. Condividiamo la convinzione dell’IPCC che c’è ancora speranza se il mondo mostra più devozione e ambizione. Ecco perché noi, in quanto socialisti e democratici europei, vogliamo che l’UE sia un modello da seguire e aumentare il suo obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra per il 2030, rispetto al suo attuale obiettivo di “almeno 40”. Inoltre, l’UE dovrebbe aggiornare la sua strategia di decarbonizzazione a lungo termine. L’attuale tabella di marcia per la decarbonizzazione nell’UE del 2050, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra dell’80-95% entro il 2050, è superata”.

“L’UE deve raggiungere le emissioni nette entro la metà del secolo. Questo sarebbe anche un buon segnale in vista della prossima conferenza ONU sul clima, COP24 a Katowice, per motivare gli altri stati a seguire l’esempio. Sono lieto di vedere che la relazione sottolinea anche che la politica climatica deve essere accompagnata da un’agenda sociale per mitigarne l’impatto sulla vita quotidiana delle persone. Come PES, chiediamo da tempo di affrontare la questione dell’aumento dei prezzi dell’energia combattendo la povertà energetica e di organizzare una transizione giusta verso un sistema energetico più pulito, per sostenere i lavoratori, le comunità e le industrie colpite dal cambiamento di trasformazione”.

I diritti civili, l’autoritarismo e il realismo politico

diritti civiliDa tempo si assiste ad un fenomeno preoccupante: i diritti civili vengono, molto spesso, calpestati sull’altare del realismo politico.

L’attenzione e la sensibilità dei paesi occidentali, sul grande tema della tutela dei diritti umani su scala planetaria, tema centrale nella seconda parte del Novecento in Europa, si sono fortemente affievolita, a causa del prevalere di ragioni economiche e di “potenza” dell’occidente liberale.

Alzando lo sguardo verso il mondo, ci si accorge di tante violazioni dei diritti umani, vasti luoghi, regioni e Stati che, sistematicamente, calpestano i diritti fondamentali.

A queste realtà i governi europei, il governo americano, la stessa Ue e l’opinione pubblica sembrano essere disattenti in nome della tutela di interessi consolidati.

Per questi motivi, ad esempio, in Egitto, per mantenere dei rapporti di collaborazione geopolitica con il governo, che si erge a paladino della lotta contro il fondamentalismo islamico, si tende a dimenticare il caso di Giulio Regeni, (dottorando dell’Università di Cambridge, ucciso due anni fa, si suppone potesse avere un legame con il movimento sindacale che si oppose al governo del generale Al Sisi, in seguito alle vicende di Piazza Tahrir al Cairo).

 Si pensi all’operato dei tribunali egiziani che, oltre ad aver “ucciso” un’intera generazione di giovani che chiedevano più libertà e democrazia, hanno commutato diverse esecuzioni capitali a esponenti dei Fratelli Musulmani, nel quadro di una spietata campagna di repressione che va avanti dal 2013.

 Emblematico, in questo senso la situazione che si registra in Birmania, con la persecuzione dei Rohingya, gruppo etnico di minoranza islamica, in un paese a maggioranza buddhista, massacrati dall’esercito nazionale con la complicità, preoccupante e dolorosa allo stesso tempo, del premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi.

Come testimonia la sua stessa vita, rappresenta un simbolo di resistenza alla tirannide della dittatura, tuttavia, adesso trovandosi al governo, seppur in “co-tutela” con l’esercito, non ha speso, incredibilmente, una parola o preso l’iniziativa per bloccare le violenze ai danni dei suoi stessi concittadini.

Ancora, la vicenda terribile della persecuzione degli omosessuali in Cecenia, con veri e propri campi di concentramento, venuta a galla nel 2017 grazie all’inchiesta del periodico indipendente russo Novaja Gazeta, per cui scriveva la giornalista Anna Politkovskaja, assassinata per motivi politici.

La repressione è stata pensata e organizzata dal governo locale ceceno, ma ha avuto l’appoggio silente e la complicità della Federazione Russa, da tempo immemore, poco attenta alla tutela dei diritti umani e di libertà.

Potremmo parlare di quel che avviene in Turchia, nel Kurdistan, in Yemen, Siria, Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord o di quel che succede nel continente africano o in alcuni paesi dell’America Latina.  Come si vede, purtroppo sono innumerevoli i casi di violazione dei diritti umani nel mondo.

I diritti umani rappresentano dei diritti inalienabili che spettano ad ogni essere umano: tra i diritti fondamentali della persona, spiccano il diritto alla libertà individuale, il diritto ad esprimere le proprie idee, il diritto ad autodeterminarsi e, più in generale, i diritti civili e politici. Accanto ai diritti di libertà prendono corpo i diritti sociali, fra i quali il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione, all’abitazione, alla pensione e ad una vita dignitosa.

Nel dibattito politico occidentale, si regista una certa tendenza nel considerare i diritti civili come subordinati ai diritti sociali e, di conseguenza, si dà una scarsa attenzione al consolidamento dei necessari diritti di libertà.

Si pensi alle narrazioni delle destre sovraniste europee che vagheggiano una democrazia illiberale nel cuore dell’Europa, sul modello della Russia di Putin o dell’Ungheria di Orban. I nazionalisti parlano molto di sovranità e riconquista dei diritti sociali perduti, proponendo, nello stesso tempo, norme di stampo reazionario e liberticida sui diritti civili (in questo senso, si muove il ddl proposto dal senatore della Lega Pillon).

Dunque, s’insidia nel cuore dell’Europa, un pensiero autoritario che guarda con favore a diverse realtà non democratiche del mondo, accomunate dalle limitazioni alle libertà d’informazione e di espressione.

Una torsione pericolosa che andrebbe riconosciuta nelle sue caratteristiche, cui contrapporre il valore universale dei diritti umani, sparito dall’agenda effettiva dei governi occidentali.

Come saggiamente previsto dai padri costituenti italiani, dopo l’esperienza della seconda Guerra Mondiale, i diritti sociali e i diritti civili rappresentano, nella prima parte della Costituzione, i due principi fondamentali: inviolabilità e dignità personale (art. 2 Cost.), eguaglianza (art. 3 Cost.).

Sandro Pertini diceva che: “Libertà e giustizia sociale, che sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà”.

Di fronte alla necessità storica di mantenere le libertà faticosamente conquistate e di costruire società eque e democratiche, occorrerebbe un risveglio della cittadinanza, da tempo sopita, un contraltare al pensiero conservatore e reazionario di una nuova intellettualità progressista, un maggiore sforzo di analisi in capo ai partiti democratici in un’ottica europea e internazionale e un convinto coinvolgimento delle Istituzioni internazionali, come l’ONU, oggi, al contrario, avvitati in una pericolosa impotenza.

Paolo D’Aleo

La “dignità del lavoro” non garantita dalla flessibilità occupazionale

maurizio-ferreraMaurizio Ferrera, su la Lettura del Corriere di domenica 12 agosto, nell’articolo “La dignità del lavoro non significa posto fisso”, sostiene una tesi non del tutto condivisibile. Prendendo a pretesto il provvedimento approvato dalle Camere, per iniziativa del ministro dello sviluppo economico e ministro del lavoro e delle politiche sociali Luigi Di Maio, per la riforma delle norme esistenti sui contratti a tempo determinato, critica il fatto che il provvedimento sia stato “etichettato” con l’espressione “Decreto dignità”, avanzando seri dubbi che possa sussistere un “collegamento tra etichetta e contenuto”; secondo Ferrera la fissazione di un termine al contratto di lavoro non costituirebbe “una violazione della dignità di un lavoratore”.

L’uso del concetto di dignità da parte di Di Maio, per connotare il decreto sulla riforma delle norme vigenti sui contratti di lavoro a tempo determinato, apparirebbe “improprio e fuorviante”. Ferrera sostiene che, in “dottrina”, il concetto di dignità poggerebbe su tre elementi; il primo sarebbe l’uguaglianza di base di tutti gli esseri umani, dal quale discenderebbe il secondo elemento, implicante il reciproco rispetto; da questi due primi elementi deriverebbe il terzo, esprimente un “insieme specifico di diritti e (doveri), di carattere essenzialmente ‘negativo’: non discriminazione, non umiliazione, non oppressione, non interferenza e così via”. L’insieme di questi diritti (doveri) connetterebbe la dignità alla libertà, per cui la dignità apparterrebbe a tutti gli individui in quanto “liberi e uguali”, come sancisce la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Come tratto costitutivo della natura umana, perciò, “la dignità – afferma Ferrera – non può essere violata in nessun ambito di interazione, compreso quello lavorativo”; da ciò consegue che, quando nel discorso pubblico si usa l’espressione “mercato del lavoro”, ci si deve ricordare che essa esprime solo una metafora, dovendosi escludere che i lavoratori possano essere considerati come “merci”.

Tenuto conto che i contratti di lavoro a tempo determinato, quando siano informati al rispetto dei diritti posti a presidio della dignità del lavoratore (non discriminazione, non oppressione, non umiliazione, ecc.), sono, per Ferrera, solo una “transazione volontaria e consensuale, consegue che una loro abolizione non “eliminerebbe una violazione di dignità, ma una possibile fonte di reddito per chi cerca un lavoro”. Il lavoro a tempo determinato – continua Ferrera – può diventare un problema solo “quando crea eccessiva vulnerabilità e insicurezza”; in questo caso non si tratterebbe di dignità, ma solo di “una questione di equità ed esclusione sociale”, alle cui conseguenze negative è possibile rimediare con misure compensative.

Tuttavia, Ferrera riconosce che i contratti a termine possono generare iniquità tra i lavoratori; l’assenza di adeguata formazione, o la corresponsione di rimunerazioni differenziate a parità di prestazioni lavorative, possono, ad esempio, comportare l’esclusione del lavoratore da alcune prestazioni sociali, oppure dall’eventuale fruizione di opportunità esterne all’attività nella quale il lavoratore è occupato. Queste esclusioni, ammette Ferrera, possono limitare l’autonomia economica e sociale delle persone; ma è dubbio che questi eventuali aspetti negativi possano essere imputati “ai rapporti contrattuali a termine e non piuttosto al sistema di welfare”, il cui scopo dovrebbe essere proprio quello di prevenire o di “ridurre vulnerabilità e insicurezza”, di “parificare le opportunità” e di “aumentare le capacità delle persone in forme e con risorse il più possibili indipendenti dalla loro posizione lavorativa”.

Impostare la sfida alla precarietà come una questione di equità e di esclusione, a parere di Ferrera, “aiuta a individuare con maggior chiarezza le radici del problema e dunque le risposte più efficaci”; risposte che dovrebbero essere fondate sulla socializzazione del rischio della vulnerabilità e dell’insicurezza del lavoratore, e poiché tale rischio “riguarda potenzialmente tutti i cittadini (anche solo come genitori di giovani disoccupati, sotto-occupati o con contratti a termine)”, sarebbe giusto che lo Stato intervenisse per “ridistribuire opportunità e risorse, chiedendo a tutti un contributo finanziario”.

Contrastare la precarietà come “una questione di equità e di esclusione”, osserva Ferrera, aiuterebbe a individuare con maggiore chiarezza le radici del problema e dunque le risposte più efficaci”; al contrario, “impostare la sfida in chiave di dignità” comporta un doppio errore: da un lato, impedisce di individuare o di tener nel dovuto conto quegli aspetti del mercato del lavoro che sollevano ancora residue questioni di dignità; dall’altro lato, l’intento di contrastare i difetti sul piano della protezione e della prevenzione del nostro Stato sociale comporta l’uso di divieti e restrizioni nella sfera contrattuale che “sollevano invece questioni di equità e solidarietà”. Di conseguenza, conclude perentorio Ferrera, “non sembra proprio che il ministro del lavoro, anche se bene intenzionato, abbia incominciato con il piede giusto”.

Sorprende che Ferrera manchi di considerare le cause che hanno determinato il venir meno della validità del welfare State esistente nel contrastare i possibili deficit di “protezione” e di “prevenzione” contro i rischi cui è esposta la dignità della forza lavoro. Prima del secondo conflitto mondiale, John Maynard Keynes affermava che gli Stati autoritari dell’epoca risolvevano il problema della disoccupazione a spese dell’efficienza e della libertà. Egli, tuttavia, era certo che il mondo non avrebbe tollerato a lungo la mancanza di libertà, ma anche che non avrebbe sopportato la “piaga” della disoccupazione, imputabile alle ingiustificabili modalità di funzionamento delle economie capitalistiche. L’economista di Cambridge era anche certo che, abbattute le dittature, una corretta soluzione del problema della tutela della dignità del lavoro poteva essere trovata ricuperando sia l’efficienza che la libertà. Sulla base di questa certezza, Keynes ha lasciato in “eredità” ai sistemi democratici ad economia di mercato le idee sulla base delle quali sarà poi elaborato il modello organizzativo del welfare State attuale.

Dopo il secondo conflitto mondiale, però, il mercato del lavoro ha subito un cambiamento nelle forme d’uso della forza lavoro, originando una diffusa disoccupazione, sempre più difficile da “governare”, sino a diventare strutturale, mettendo progressivamente in crisi il sistema di sicurezza sociale, basato sulle idee di Keynes. Questo sistema, com’è noto, aveva tre funzioni: fornire alla forza lavoro disoccupata la garanzia di un reddito, corrisposto sotto forma di sussidi a fronte di contribuzioni assicurative; garantire un reddito alle categorie sociali che, per qualsiasi motivo, avessero avuto bisogno di un’assistenza temporanea, nel caso in cui esse non avessero avuto il diritto a sussidi di altra natura; assicurare al sistema economico servizi regolativi e di supporto all’occupazione. Nel perseguimento di tali funzioni, il welfare State, per le ragioni precedentemente dette, è però “fallito”, orientando l’analisi economica ad assumere che la sicurezza sociale e la dignità del lavoratore dovessero essere perseguite attraverso una costante flessibilizzazione del mercato del lavoro, senza preoccuparsi della crescente insicurezza reddituale della forza lavoro.

Con l’affermarsi dell’ideologia neoliberista, la flessibilità del mercato del lavoro ha rappresentato qualcosa di più della sola variazione di un vecchio modello organizzativo dell’attività produttiva. Con il nuovo capitalismo neoliberista, secondo Richard Sennet, sociologo della London School of Economics, autore di “L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale”, alla forza lavoro è stato chiesto, nella prospettiva di un presunto miglioramento delle proprie condizioni economiche ed extraeconomiche, di essere più disponibile al cambiamento, “di correre continuamente qualche rischio, di affidarsi meno a regolamenti e alle procedure formali”.

Lo stato di cose che ha dato origine alla flessibilità del nuovo capitalismo è valso a generare ansietà e precarietà occupazionale in tutti coloro che, per sopravvivere, hanno avuto la necessità di un “posto di lavoro”; l’ansietà, in particolare, è imputabile al fatto che nessuno riesce a valutare quali rischi valga la pena correre scegliendo una particolare occupazione, o quale percorso professionale convenga intraprendere, trovandosi in condizioni di precarietà economica.

L’aspetto della flessibilità che genera maggiore ansietà esistenziale è il suo impatto sulla pratica dei soggetti di ritardare la soddisfazione di stati di bisogno presenti, in funzione di uno scopo futuro; in altri termini sulla capacità dei soggetti di programmare il proprio futuro. Il fatto che il mondo della produzione, per via della flessibilità, sia stato imperniato sul breve periodo, ha reso impossibile il perseguimento di obiettivi a lungo termine.

Con la flessibilità, il mondo imprenditoriale, plasmato dall’ideologia neoliberista, ha fatto ricorso di continuo alla “ristrutturazione” produttiva, finalizzata alla riduzione dei posti di lavoro ed attuata unicamente al fine di aumentare la competitività delle attività produttive integrate nell’economia mondiale. In gran parte delle economie capitalistiche avanzate ciò ha comportato, da un lato, la diffusione del fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile e, dall’altro lato, la crescita della disuguaglianza distributiva: solo una minoranza di lavoratori espulsi dalle imprese che si sono ristrutturate ha trovato un’occupazione sostitutiva a salario equivalente; alle parte residua della forza lavoro, sempre crescente, espulsa dalla stabilità lavorativa, è stata offerta la possibilità di nuove opportunità lavorative in condizioni di precarietà, attraverso la possibilità di stipulare contratti di lavoro a tempo determinato.

Come è possibile garantire condizioni esistenziali dignitose alla forza lavoro, all’interno dei sistemi sociali la cui economia sia imperniata sul breve periodo e sulla flessibilità dell’organizzazione delle attività lavorative in essa esistenti? Ma soprattutto, com’è possibile, dopo la Grande Recessione del 2007/2008, che ha stravolto le condizioni proprie delle economie sociali di mercato e che, a causa dell’austerità adottata come terapia per uscire dalle secche della recessione, ha ridotto le garanzie della protezione sociale del lavoro? E ancora, quale risposta dare all’impatto della flessibilità, se l’attuale modello di Stato sociale non è più in grado di garantire la dignità a chi, perdendo la continuità occupazionale, deve vivere con sempre più limitate elargizioni pubbliche caritatevoli? Quale senso deve essere attribuito alla raccomandazione che l’Unione europea ha rivolto a tutti gli Stati membri, di riconoscere, nell’ambito di un dispositivo globale e coerente di lotta all’emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare a quest’esigenza i propri sistemi di protezione sociale?

In Italia, il tanto sbandierato Jobs Act non ha dato risposte adeguate a questi interrogativi e, quel che più conta, si è rivelato inidoneo ad assicurare stabilità e certezza al lavoro; oltre alle risorse che sarebbero state necessarie, è mancato un orientamento più rispondente al sostegno di una politica attiva del lavoro, quale sarebbe stata, ad esempio, la riforma ab imis del sistema welfaristico esistente, ormai divenuto largamente inadeguato. All’obsolescenza di tale sistema, nel nostro Paese, si cerca ora di rimediare con l’introduzione del reddito di cittadinanza, per la legittimazione del quale, però, è mancato sinora un dibattito responsabile sulle sue implicazioni; si è preferito privilegiare misure contingenti di breve respiro, che non hanno consentito di impedire la diffusione della precarietà economica e di incertezza sociale verso le quali, da lungo tempo, un’attività politica ispirata ai canoni dell’ideologia neoliberista ha condotto il Paese.

Sono giuste, perciò, le iniziative volte a rimuovere tutto ciò che risulta essere controindicativo, come lo sono i contratti di lavoro a termine, per il superamento della precarietà reddituale, in quanto negazione della dignità dell’uomo.

Gianfranco Sabattini

Libia, Moavero da Haftar per rilanciare il dialogo

haftarRoma prova a rilanciare il dialogo con la Libia e lo fa con un incontro con l’altro interlocutore libico, il generale della Cirenaica, Khalifa Haftar, sotto la regia dell’inviato speciale Onu, Ghassan Salame’. Di fatto ripercorrendo la strada di alleanze iniziata dalla Francia di Macron. In realtà i contatti sono già stati avviati e, in questo contesto, rientra anche la possibilità di un cambio di ambasciatore a Tripoli, visto che l’attuale, Giuseppe Perrone, ufficialmente in “ferie”, è stato considerato da Haftar e dal parlamento di Tobruk “persona non gradita” per aver sostenuto pubblicamente quella che, al momento, resta la posizione ufficiale di Roma: l’impossibilità di tenere le elezioni, presidenziali e legislative, il 10 dicembre 2018, come vorrebbe Haftar, sostenuto da Francia ed Egitto.
Stamattina a Bengasi, è arrivato il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, per un incontro con Haftar. Un colloquio, ha spiegato la Farnesina, incentrato sul “dialogo politico inclusivo” e “con tutti gli interlocutori per una Libia unita e stabile”. L’obiettivo della missione del ministro, anche la condivisione di obiettivi e finalità della conferenza internazionale di novembre. La missione di sostegno delle Nazioni Unite nel Paese (Unsmil) ha tenuto domenica a Zawiya una riunione per discutere il consolidamento del cessate il fuoco tra le milizie rivali di Tripoli, raggiunto il 4 settembre dopo 9 giorni di battaglia nella capitale, che hanno causato una sessantina di morti. Tutte le parti si sono impegnate a rispettare la tregua e istituire un meccanismo di monitoraggio e di verifica dell’accordo sul campo, avviando inoltre diversi colloqui sulle misure di sicurezza nella zona della capitale e nei dintorni.
Ma proprio nelle stesse ore è arrivato un attacco al quartier generale della la compagnia petrolifera libica (Noc) a Tripoli, a sferrare l’offensiva è stato un commando di almeno sei uomini armati, che sono stati tutti uccisi dopo aver causato la morte di due guardie di sicurezza e una decina di feriti. Almeno tre attentatori, si sarebbero fatti saltare in aria con cinture esplosive, mentre gli altri penetravano all’interno dell’edificio. Il Presidente della Noc, Mustafa Sanallah, anche lui presente all’interno della sede al momento dell’irruzione, ha dichiarato che “tutti i dipendenti sono stati tratti in salvo”, ignorando il decesso delle due guardie. Le Forze di Deterrenza Rada, che sono intervenute penetrando nell’edificio, hanno fatto sapere che la responsabilità dell’attacco è da attribuire allo Stato islamico.
Il presidente del Governo di accordo nazionale libico con sede a Tripoli, Fayyez al-Serraj, ha dichiarato che i terroristi “hanno approfittato degli ultimi scontri tra fratelli” e hanno avuto l’occasione di intrufolarsi per compiere l’attentato. La presidenza libica ha sottolineato, inoltre, la necessità di “serrare i ranghi per combattere insieme ed estirpare il cancro del terrorismo”. Serraj, condannando l’attacco, ha garantito “un’approfondita indagine per scoprire i colpevoli e i mandanti”.

Onu: “In Italia cresce razzismo e violenza”

razzista pelatoL’Italia sotto osservazione dal parte dell’Onu per violenza e razzismo. Queste le preoccupazioni di Michelle Bachelet, neo Alto commissario Onu per i diritti umani che aprendo i lavori del Consiglio Onu per i diritti umani, riunito a Ginevra fino al 28 settembre ha detto: “Abbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento dibatti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom”. Non siamo i soli, preoccupazione anche per l’Austria.

Gli sforzi dei governi per respingere gli stranieri non risolvono la crisi migratoria e causano solo nuove ostilità, sostiene Michelle Bachelet che critica i muri di confine, la separazione delle famiglie di immigrati e l’incitamento dell’odio contro i migranti. “Queste politiche non offrono soluzioni a lungo termine a nessuno, solo più ostilità, miseria, sofferenza e caos”, afferma. Nelle osservazioni di oggi, l’Alto commissario non cita esempi concreti, ma una versione più lunga del suo discorso presentato al Consiglio con riferimento a paesi tra cui Stati Uniti, Ungheria e Italia.

All’inizio di settembre, Bachelet ha ottenuto la carica succedendo al diplomatico giordano delle Nazioni Unite Zeid Ra’ad Al Hussein, noto per il suo approccio altamente conflittuale nei confronti di alcuni di  questi paesi.

“Il Governo italiano ha negato l’ingresso di navi di soccorso delle Ong. Questo tipo di atteggiamento politico e di altri sviluppi recenti hanno conseguenze devastanti per molte persone già vulnerabili”: sottolinea  il neo Alto commissario per i Diritti Umani Michelle. Bachelet  esorta l’Unione europea ad “intraprendere operazioni di ricerca e soccorso umanitario per le persone che attraversano il Mediterraneo” e a “garantire l’accesso all’asilo e alla protezione dei diritti umani nell’Unione europea”.

“L’Italia – è la risposta del ministro dell’Interno, Matteo Salvini – negli ultimi anni ha accolto 700mila immigrati, molti dei quali clandestini, e non ha mai ricevuto collaborazione dagli altri paesi europei. Quindi non accettiamo lezioni da nessuno, tanto meno dall’Onu che si conferma prevenuta, inutilmente costosa e disinformata: le forze dell’ordine smentiscono ci sia un allarme razzismo. Prima di fare verifiche sull’Italia, l’Onu indaghi sui propri stati membri che ignorano diritti elementari come la libertà e la parità tra uomo e donna”.

L’ACCORDO

libia

Molto importante è la notizia che apprendiamo adesso, alle ore 19,16 sull’esito della riunione odierna dell’Usmil: le milizie libiche che si stanno scontrando a Tripoli hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco. La Missione di supporto delle Nazione Unite in Libia (Unsmil), in un tweet, ha confermato che sotto l’egida dell’inviato dell’Onu, Ghassan Salamè, è stato raggiunto un accordo. Auspichiamo che sia un accordo pacificatore di lunga durata.

Dopo che gli  eventi in Libia sembravano precipitati nel caos, con gli scontri di stamattina tra milizie rivali a Tripoli che hanno costretto il governo di Fayez al-Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, a proclamare lo stato di emergenza. Si paventavano dei  risvolti negativi anche per l’Italia. I principali rischi in gioco sono: immigrazione, energia e intervento militare.

Raffale Marchetti, esperto in relazioni internazionali e docente alla Luiss di Roma, in un’intervista, ha spiegato elencando alcuni rischi possibili per il nostro Paese: “La situazione si è deteriorata in questi ultimi giorni ma può ancora rientrare e stabilizzarsi. La crisi libica potrebbe far saltare gli accordi sui migranti, avere delle ricadute sul settore energetico e, nel peggiore degli scenari, richiedere un intervento militare sul territorio. C’è poi anche il pericolo di un ritorno dello  spettro del terrorismo in quanto, in un paese destabilizzato è facile che attecchiscano gruppi terroristici. Con la crisi in Libia è in ballo la questione dei flussi migratori. A stento siamo riusciti a instaurare un rapporto di cooperazione con il governo di Tripoli. Se questo cadesse i flussi ricomincerebbero. Il rischio è che gli sbarchi nel nostro Paese, diminuiti di oltre l’80% rispetto al 2017, potrebbero tornare ai livelli precedenti. Inoltre, l’Italia dovrebbe trovare un nuovo interlocutore e avviare nuovi negoziati, dando così inizio ad un processo lungo e complesso. L’instabilità libica potrebbe avere degli effetti negativi anche sul fabbisogno energetico italiano. L’Italia importa parte delle risorse naturali dalla Libia. Se la situazione dovesse complicarsi anche le risorse verrebbero messe in discussione  con ricadute finanziarie ed economiche sul nostro Paese. L’Italia ha delle scorte energetiche ma, nel caso in cui la crisi libica dovesse prolungarsi, dovrebbe trovare delle fonti alternative. Il governo italiano, riferisce una nota di palazzo Chigi, continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione in Libia e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché  l’invito a cessare immediatamente le ostilità. Per il momento quindi è  esclusa l’ipotesi di interventi militari sul territorio. Tuttavia, se la crisi libica diventasse una guerra vera e propria a livello internazionale, immaginando uno scenario estremo, l’Italia non potrebbe tirarsi indietro ma dovrebbe partecipare al conflitto”.

Mentre è in corso di redazione questo articolo, la situazione in Libia sta precipitando e necessita di azioni immediate.

Un   incendio è scoppiato presso la sede dell’ambasciata Usa  a  Tripoli, che si trova sulla via per l’aeroporto dove il conflitto armato è più aspro. La notizia è stata diffusa sul portale di notizie libico ‘Al Wasat’, che cita il portavoce dell’apparato libico per il soccorso e le emergenze, Osama Ali. Testimoni oculari hanno riferito ad Ali di un incendio presso la sede dell’ambasciata. Il portavoce ha aggiunto che  la Protezione civile non è riuscita a raggiungere l’area a causa del fuoco intenso. La notizia è stata confermata dalla National Safety Authority libica, che ha fatto sapere che i camion dei pompieri si sono diretti sul posto per domare le fiamme, la cui origine è ancora non precisata.

Il numero delle vittime a Tripoli, sarebbe salito ad almeno 50 morti, tra cui civili. Sarebbe questo il bilancio parziale delle vittime degli scontri tra gruppi rivali a Tripoli. Ad aggiornare il bilancio è stato il ministero della Sanità libico, spiegando che ai morti si aggiungono anche almeno 138 feriti. Un bilancio con cifre in aumento con il passare del tempo. E’ stata prevista per oggi alle 14, ora locale, la riunione convocata dalla Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) con tutte le milizie protagoniste degli scontri per un dialogo urgente sulla situazione della sicurezza.

Prima, il portavoce della Commissione Ue, Maja Kocijanic, rispondendo alle domande sulle accuse dell’Italia alla Francia, ha detto: “I Paesi membri dell’Unione Europea mantengono una posizione unita sulla Libia. L’Alto rappresentante Federica Mogherini ha avuto ieri un colloquio telefonico con il rappresentante dell’Onu per la Libia, Ghassam Salamé, ribadendo il pieno sostegno dell’Ue, concordato da tutti i Paesi membri, per arrivare ad una soluzione duratura della crisi in Libia, nella convinzione che solo un processo politico può portare ad una soluzione stabile, complessiva e sostenibile della crisi. I Paesi membri discutono regolarmente della crisi in Libia nel contesto di questi sforzi e mantengono una posizione unita su questo”.

A quanto si apprende da qualche agenzia stampa,  Salamé dovrebbe riferire domani al Consiglio di sicurezza dell’Onu sugli ultimi sviluppi della situazione a Tripoli in collegamento dalla capitale.

Questo pomeriggio alle 17 si è svolto un vertice sulla Libia presieduto dal premier Giuseppe Conte. Alla riunione, precedentemente concordata sul tema dei migranti, parteciperanno tutti i ministri interessati per affrontare le problematiche dell’attuale situazione a Tripoli. Nel frattempo l’ambasciata italiana a Tripoli è rimasta aperta. Al momento, non ci sono stati problemi per i 430 italiani che si trovano in Libia e le attività dell’Eni non sono state coinvolte. Intanto, il ministro Moavero ha confermato la disponibilità a riferire in Parlamento sulla crisi libica.

Gli eventi in Libia che stavano precipitando hanno necessitato di decisioni su un piano internazionale affrontate con molta tempestività. E’ stato presa con urgenza una decisione comune in sede Onu: innanzitutto ci sono vite umane da salvare oltre agli equilibri internazionali.

Salvatore Rondello

STRETTA SOVRANISTA

RimpatriContinua la stretta sull’immigrazione imposta da Matteo Salvini. Dopo la stretta sugli sbarchi, arriva il giro di vite sull’asilo dei migranti. E questa volta il ministro Matteo Salvini fa pressione direttamente sulle prefetture con una circolare a prefetti e presidenti delle Commissioni per il riconoscimento della protezione internazionale, cui il ministro dell’Interno chiede personalmente “velocità e attenzione nel dare accoglienza a chi scappa veramente dalla guerra ma anche nel bloccare tutti coloro che non ne hanno diritto”.

Un giro di vite che preoccupa i funzionari dell’Unhcr che incontreranno la prossima settimana il ministro Salvini, con cui discuteranno della situazione dei richiedenti asilo. Lo ha reso noto il responsabile per il Sud Europa dell’agenzia Onu, Felipe Camargo. “Chiederemo di continuare a fare ciò che l’Italia ha fatto finora – ha detto -. L’Italia è stata generosa, ha offerto l’opportunità di protezione internazionale a chi lo ha richiesto. Chiederemo di accelerare le procedure e di essere sicuri che ci sia un’integrazione effettiva”.

Attualmente sono al vaglio 136mila richieste di asilo, si legge nella comunicazione del ministero guidato da Salvini: “Un numero significativo e con andamento crescente se si considera che lo scorso anno sono state presentate oltre 130mila istanze, di gran lunga superiori ai 119mila migranti sbarcati sulle nostre coste”. Poi il ministro Salvini mette sotto la lente di ingrandimento una norma introdotta nel 1998 sull’asilo. Secondo questa norma questo viene concesso quando ricorrono “seri motivi” di carattere umanitario, nei casi in cui non sussistono i requisiti per il riconoscimento della protezione internazionale”. Salvini la vuole depotenziare e rendere restrittiva perché secondo il leghista questa norma ha “di fatto legittimato la presenza sul territorio nazionale di richiedenti asilo non aventi i presupposti per il riconoscimento della protezione il cui numero, nel tempo, si è sempre più ampliato”. Così il ministro chiede di valutare con rigore questi “seri motivi”, che non possono essere “una mera constatazione di criticità”. Insomma porte chiuse. Si allinea con Salvini Giorgia Meloni, leader di Fdi. Il suo bersaglio la politica dell’accoglienza: “La protezione umanitaria – afferma – che esiste solo in Italia, consente a persone che non hanno diritto allo status di rifugiato di restare nella nostra nazione e va eliminata dal circuito dell’accoglienza”.

E il pugno di ferro sui migranti passa anche attraverso altri canali. Sempre oggi Salvini ha comunicato di aver spostato 42 milioni del budget del Viminale dall’accoglienza migranti ai rimpatri volontari. “Quello che fino a poco fa era un business che faceva arricchire pochi sulle spalle di molti – afferma – diventa un investimento in sicurezza. La voce è sempre quella, immigrazione, ma c’è modo e modo di usare i fondi che stanno sotto quella voce”. Intanto il ministro annuncia che la questione Brennero, diventata particolarmente calda negli ultimi giorni (con Vienna che si è detta pronta a introdurre “misure di protezione” al confine), sarà affrontata in un vertice a tre (Italia-Austria-Germania), previsto per mercoledì sera a Innsbruck.

Mentre si è svolta oggi una conferenza stampa del premier ungherese Victor Orban con Angela Merkel. “L’Ungheria non è lo stato di primo ingresso per i migranti – ha detto Victor Orban-. Ma lo è la Grecia”. “Non è nostro compito registrare i migranti che arrivano dalla Grecia non registrati. Noi pensiamo che la Germania debba rimandare indietro i migrati in Grecia e non in Ungheria”, ha aggiunto. “Si è chiarito che io e la cancelliera, che Germania e Ungheria vedono il mondo in un modo diverso. Ma aspiriamo a una stretta collaborazione”. Lo ha detto Victor Orban, oggi a Berlino, in conferenza stampa con Angela Merkel. “Sulla migrazione abbiamo prospettive molto diverse – ha sottolineato anche la cancelliera – per quel che riguarda Schengen e la distribuzione dei profughi. Collaboriamo bene, invece, per quel che riguarda Frontex e lo sviluppo in Africa, e il contrasto delle ragioni della fuga”, ha aggiunto Merkel.

Entra nella mischia anche il cancelliere austriaco Sebastian Kurz che ribadisce la lianea sovranista: “È la Germania che sta prendendo delle decisioni. Sono decisioni che potrebbero richiedere una nostra risposta”. Ha detto il cancelliere austriaco. L’Austria vuole “una soluzione europea”, cioè frontiere esterne più forti a salvaguardia di Schengen, ed è stata una “avanguardia” nel lottare per questo. “Non voglio speculare” su quanto faremo. “Siamo pronti per diversi scenari”.

Istat, aumentano ancora i poveri in Italia

poveri 6L’Istat ha diffuso oggi il ‘Rapporto SDGs 2018 (Sustainable Development Goals) – Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia – Prime analisi’. Dal Rapporto dell’Istat fatto su direttive dell’ONU, è emerso che in Italia la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 30% (18.136.663 individui), in aumento rispetto all’anno precedente. Nel commento dell’Istat si legge: “L’obiettivo di Europa 2020 rimane quindi molto lontano. La povertà in Europa si mantiene stabile nel 2016 rispetto al 2015, con un’incidenza pari al 23,5% della popolazione (118 milioni di individui a rischio di povertà o esclusione sociale)”.
L’Italia si trova, quindi, sotto la media Ue di sei punti e mezzo percentuali.
L’indicatore di povertà o esclusione sociale corrisponde alla quota di persone che presentano almeno una delle seguenti situazioni: sono a rischio di povertà di reddito, sono gravemente deprivate materialmente, vivono in famiglie con una molto bassa intensità lavorativa.
Nel 2016, la povertà di reddito ha riguardato il 20,6% della popolazione (in aumento rispetto al 19,9% del 2015), la grave deprivazione materiale ha raggiunto il 12,1% (dall’11,5%) mentre la quota di chi vive in famiglie con una intensità di lavoro molto bassa è arrivata al 12,8% (dall’11,7% del 2015).
Le disparità regionali sono molto ampie sia per l’indicatore composito sulla povertà o esclusione sociale, sia per i tre indicatori in cui si articola.
Nel Mezzogiorno si riscontrano i valori maggiori per tutti e quattro gli indicatori: è a rischio di povertà o esclusione sociale quasi la metà degli individui (46,9%) contro uno ogni cinque del Nord (19,4%).
Questo significa che nel Nord Italia la media è migliore di quella Europea, mentre nel Meridione i valori il doppio della media Ue.
Nel 2017 sono stati stimati 5 milioni e 58mila gli individui in povertà assoluta (8,4% della popolazione). Le condizioni dei minori rimangono critiche: l’incidenza di povertà assoluta tra di essi è pari al 12,1%; in peggioramento la condizione di giovani, adulti e anziani.
Nel 2016 con il 19,1% del reddito disponibile per il 40% più povero della popolazione (indicatore utilizzato da Eurostat per confrontare i livelli di disuguaglianza tra i paesi Ue), l’Italia si pone al di sotto della media europea che, a sua volta, è diminuita nel tempo, passando dal 21,1% del 2011 al 20,9% del 2016.
Fino al 2007, la crescita in Italia dei redditi della popolazione a più basso reddito è stata più elevata di quella dei redditi complessivi. Dal 2008, a causa della crisi economica, le flessioni osservate sono state più pesanti per i redditi relativamente più bassi. Contestualmente, è aumentata la disuguaglianza del reddito disponibile, che ha toccato il valore minimo (5,2) nel 2007 e quello massimo (6,3) nel 2015.
Sempre nel rapporto, comparando il lavoro domestico tra i due sessi, i dati più recenti indicano che la quota di tempo giornaliero dedicato dalle donne al lavoro domestico e di cura non retribuiti è circa 2,6 volte quello degli uomini, era più del triplo nel biennio 2002-2003. Nonostante questo miglioramento, nel 2013-2014 l’Italia presentava il divario di genere più elevato fra tutti i paesi europei con dati disponibili.
Nel 2017 il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni con figli in età prescolare e il tasso di quelle senza figli continua ad essere basso, benché sia migliorato negli anni.
In Italia è in crescita la presenza delle donne nel Parlamento nazionale e nelle società quotate in borsa e, seppure in misura minore, negli organi decisionali e nei consigli regionali. Ma la presenza delle donne nei luoghi decisionali, economici e politici continua a rimanere bassa: un terzo nel Parlamento nazionale e nelle società quotate in borsa, un quinto nei consigli regionali e meno di un quinto negli organi decisionali (Autorità della privacy, Agcom, Autorità della concorrenza e del mercato, Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura, Ambasciatori, Consob).
Le diseguaglianze sociali ed economiche presenti in Italia continuano a persistere a livelli elevati ed in alcuni casi aumentano. Particolarmente significativi i dati del Mezzogiorno e del Nord Italia, che mostrano in modo sempre più evidente il divario tra la zona più povera e la zona più ricca del Paese.

RISPOSTA COMUNE

europa sbarchiL’Unione europea stavolta è pronta a discutere con l’Italia, dopo l’incontro tra la Cancelliera Angela Merkel e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si cerca una linea comune da tenere sugli sbarchi dei migranti. Domenica si terrà a Bruxelles un vertice straordinario e informale, in vista del Consiglio europeo che si terrà il 28 e 29 giugno. All’inizio era prevista la partecipazione di quattro Paesi: Germania, Francia, Italia e Spagna. Ma – dalle ultime indiscrezioni – è stato allargato a Grecia, Bulgaria ed Austria. Non è escluso che nelle prossime ore, la lista possa essere ulteriormente aggiornata. I dettagli del vertice saranno discussi oggi a Roma da Donald Tusk che incontrerà sia il capo dello Stato Sergio Mattarella, che il premier Giuseppe Conte. Ma il capo del Viminale, Matteo Salvini, non vuole sentirsi ‘escluso’ e ha fatto subito sapere che nel pomeriggio vedrà il premier Giuseppe Conte con il quale “è in perfetta sintonia” e lavoreranno alla proposta italiana che presenteranno all’incontro. “Abbiamo un incontro oggi pomeriggio con il presidente Conte, ci sarà una proposta italiana al vertice informale sui migranti, il problema non è respingere all’interno dell’Unione, ma usare uomini e soldi per difendere i confini europei”, aggiunge il leader della Lega, all’incontro ci sarà anche l’altro Vicepremier, Luigi Di Maio.
Nella prima bozza della proposta diffusa ieri del Consiglio si introduce, su proposta dell’Italia e con il sostegno dell’Alto commissario per i rifugiati Onu Filippo Grandi, il concetto di “piattaforme di sbarco regionali, in stretta collaborazione con l’Unhcr e l’Oim”. Ossia centri “per gestire quanti prendono la via del mare e sono salvati nel corso di operazioni di ricerca e salvataggio”. Dovranno servire per distinguere tra i migranti economici e quanti necessitano di protezione, “riducendo l’incentivo ad imbarcarsi per viaggi pericolosi”, domani la bozza verrà esaminata (ed eventualmente aggiornata) dagli ambasciatori dei 27 Stati membri.
Ma c’è un altro punto sul quale preme il ministro degli Interni italiano ministro, d’accordo con quello della Migrazione dei Paesi Bassi Mark Harbers che ha incontrato a Roma, i rimpatri più veloci nei paesi di provenienza.
Berlino e Parigi sembrano concordare al momento la necessità di sostenere l’Italia proprio per non creare una spaccatura a livello europeo proprio sulla questione migranti, tuttavia sia Merkel che Macron non faranno un passo indietro sul trattato di Dublino e i migranti saranno rispediti al Paese che ha effettuato la prima registrazione (di solito l’Italia).
Mentre da Parigi la risposta è stata piuttosto ‘formale’ verso Roma, Berlino appariva più disponibile a dare una mano, ma in questi giorni la Cancelliera si ritrova davanti ai problemi interni della Grosse Koalition. Il ministro degli Interni tedesco, Horst Seehofer, ha dato l’ultimatum sui migranti. Il capo della Csu ha annunciato che la Merkel deve trovare un accordo con la Ue entro due settimane oppure “do il via ai respingimenti”.
Eppure proprio oggi nella giornata mondiale del rifugiato, in quella che appare un’emergenza arrivano dati in contrasto con la percezione comune sugli sbarchi, così come evidenziato dall’Ocse.
“Per la prima volta dal 2011, i flussi migratori verso i Paesi dell’Ocse sono in leggera diminuzione, con l’ingresso di circa 5 milioni di migranti permanenti nel 2017 (contro 5,6 milioni ne 2016)”. Nessun emergenza, dunque secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. “Questa tendenza – ha aggiunto l’organismo internazionale – si spiega essenzialmente attraverso la riduzione dell’accoglienza dei rifugiati, legata a una forte riduzione delle richieste d’asilo, con circa 1,2 milioni di richieste d’asilo registrate nel 2017 contro 1,6 milioni nel 2016”. L’Ocse fa sapere che mentre “si allontana il picco della crisi dei rifugiati, periodo durante il quale la principale sfida consisteva nel fornire aiuto d’urgenza ai richiedenti asilo e ai nuovi rifugiati, entriamo in una fase complessa di promozione dell’integrazione di chi resta”. A questo punto, ha scritto l’organismo, i leader politici devono far fronte “a due sfide principali: la prima è gestire lo stesso processo d’integrazione senza turbare il mercato del lavoro. Il secondo è rispondere alle preoccupazioni riguardanti l’uso abusivo dei canali di migrazione nonché la percezione che un numero crescente di lavoratori stranieri soggiorna o lavora illegalmente nei Paesi di accoglienza”.

Usa fuori dal Consiglio dei diritti umani

haley pompeoNon è la prima volta, gli Stati Uniti avevano già boicottato il Consiglio dei Diritti Umani durante l’amministrazione di George W. Bush, rimanendone fuori per tre anni e tornando a farne parte con Obama. Washington avrebbe potuto anche scegliere di stare all’interno dell’organizzazione come osservatore non votante, ma ha preso invece una decisione definitiva, rimanendo fuori dall’organo che ha sede a Ginevra e di cui fanno parte 47 nazioni. Ma in queste ore la decisione definitiva dii lasciare il Consiglio dei diritti umani così come annunciato dall’ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Nikki Haley, che ha accusato l’istituzione di essere “un protettore dei molestatori dei diritti umani e un pozzo nero di pregiudizi politici”. Il ritiro è arrivato mentre l’amministrazione Trump è sotto il fuoco di un’intensa critica per la sua politiche di “tolleranza zero” adottata al confine con il Messico, dove nelle ultime settimane le autorità stanno separando i bambini dai genitori che cercano di entrare illegalmente negli Stati Uniti.
L’ambasciatrice ha citato tra le azioni del Consiglio da inserire nella “lista nera”, oltre il pregiudizio nei confronti di Israele, l’ammissione tra i suoi membri del Congo, così come l’incapacità di affrontare le violazioni dei diritti umani in Venezuela e in Iran. “Quando abbiamo chiarito che avremmo fortemente perseguito la riforma del Consiglio – ha aggiunto – paesi come Russia, Cina, Cuba ed Egitto hanno tentato di minare i nostri sforzi”. “Voglio chiarire che questo passo non significa che ci ritiriamo dai nostri impegni sul fronte dei diritti umani”, ha affermato da parte sua Mike Pompeo: “Anzi, facciamo questo passo perché il nostro impegno non ci consente di rimanere parte di un’organizzazione ipocrita e egoista che si fa beffe dei diritti umani”. Nell’ultimo anno Haley ha criticato più volte l’organo Onu per il trattamento riservato ad Israele. “Quando questo organo approva più di 70 risoluzioni contro Israele, un Paese con una forte posizione sui diritti umani, e solo sette risoluzioni contro l’Iran, che invece ha una pessima reputazione in materia, sai che qualcosa è profondamente sbagliato”, ha detto nei mesi scorsi.
Mosca ha reagito alla decisione denunciando il “volgare cinismo” degli Stati Uniti e il loro “disprezzo” per le Nazioni unite, definendo l’uscita dall’Unhcr una decisione “errata”. “Gli Stati Uniti hanno ancora una volta inflitto un grave colpo alla loro reputazione di difensori dei diritti umani, hanno mostrato il loro disprezzo per l’Onu e le sue strutture”, ha dichiarato in una conferenza stampa la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.
Dopo tanto tempo sono d’accordo Londra e Mosca. Il ministro degli esteri britannico, Boris Johnson ha ammesso: “È deplorevole  non è un segreto che anche il Regno Unito ha chiesto delle riforme in seno al Consiglio dei diritti umani, ma restiamo impegnati nel lavorare dall’interno, per rafforzare questo organo”. La Casa Bianca è da tempo che pensava di togliersi dal consiglio dei diritti umani dell’Onu, e già le prime minacce avvennero l’anno scorso, quando venne trasferita l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo la Città santa come capitale di Israele.
Il solo ad appoggiare la decisione è il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha commentato la mossa di Washington: “Una decisione coraggiosa contro l’ipocrisia e le bugie dell’organismo internazionale. Il consiglio – ha proseguito – è un’organizzazione parziale, ostile, anti-israeliana che ha tradito la sua missione di proteggere i diritti umani”. Secondo Netanyahu, il Consiglio non si è soffermato sulle violazioni dei diritti umani, bensì su Israele: “Quel Consiglio si è ossessivamente fissato con Israele, l’unica vera democrazia del Medio Oriente. Israele ringrazia il presidente Trump, il segretario Pompeo e l’ambasciatore Haley per la loro coraggiosa decisione contro l’ipocrisia e le menzogne del cosiddetto Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani”.