Diritti universali, i 70 anni della dichiarazione Onu

HUMANRIGHT

Settanta anni fa l’ONU proclamava la “Dichiarazione universale dei diritti umani”. Oggi, l’Università Giustino Fortunato e la Lega italiana per i Diritti dell’Uomo (Lidu), hanno celebrato a Benevento il 70° anniversario (1948 – 10 dicembre – 2018) dell’importante proclamazione dell’Onu all’umanità, organizzando un convegno che ha visto, tra gli altri, la partecipazione straordinaria dell’On. Valdo Spini, presidente dell’Associazione delle Istituzioni Culturali italiane.

Il convegno, che si è svolto nell’Aula Magna dell’Ateneo telematico, è iniziato alle ore 10.30. Aperto a tutti, è stata un’occasione importante per riflettere in modo particolare sul riconoscimento della dignità di tutti gli esseri umani.

Su questa premessa, infatti, si è articolato l’intervento di Valdo Spini che, in una nota diffusa da UniFortunato, ha affermato: «Mi piace ricordare il profondo significato del primo paragrafo della “Dichiarazione”, dove si afferma che “il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti eguali e inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della pace e della giustizia nel mondo. Questa dignità oggi la vediamo calpestata in mille modi, sia nei confronti degli uomini che, ancor più, delle donne. In paesi avanzati come il nostro la violenza contro le donne costituisce una piaga inaccettabile. Assistiamo a molteplici violazioni dei diritti umani e questo avviene in nome di intolleranze religiose, di intolleranze etniche, per l’affermazione di supremazie, di smania di dominio e di potere all’interno delle singole nazioni. Costruzioni che sembravano indiscutibili, come l’Unione Europea, l’istituzione che ha assicurato la pace in Europa, che ha affermato un modello sociale molto avanzato, vengono invece messe in discussione. È estremamente importante ricordare i contenuti della Dichiarazione universale dei diritti umani, farla parlare anche oggi in termini di libertà, di uguaglianza di diritti, di dignità delle persone».

Nel convegno sono intervenuti anche Luigi Diego Perifano, presidente del Comitato L.I.D.U. di Benevento ed il Magnifico Rettore dell’UniFortunato, Alessandro Scala.

Il senso della manifestazione è stato, dunque, che i Diritti universali dell’uomo non possono essere soltanto belle enunciazioni sulla carta, ma debbono essere sempre vivi nell’azione quotidiana. La pace è la condizione essenziale di primaria importanza, perché dove c’è una guerra non ci sono diritti umani, ma solo terrore, distruzione e morte.

S. R.

Clima, Guterres: “Questione di vita o di morte”

cop24“Quella del clima è già oggi una questione di vita o morte”. Con queste parole Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha dato il via ai lavori della Conferenza climatica COP24 che si è aperta oggi a Katowice, nel sud della Polonia. Come risposta il presidente polacco Andrzej Duda ha sottolineato che la responsabilità politica sul clima deve essere basata sullo sviluppo equilibrato fra natura e tecnologia nonché il rispetto della dignità umana. Parole a cui è seguito l’annuccio da parte del presidente polacco di non voler rinunciare al carbone sostenendo che per la Polonia è una “materia prima “strategica”, che garantisce “la sovranità energetica” dei polacchi. Varsavia conta ancora sul carbone per l’80% del suo fabbisogno energetico, e prevede di arrivare al 50% entro il 2030. Una dichiarazione che ha suscitato sdegno e polemiche dopo la prima giornata della Cop24.

Una partenza senza grandi clamori: basti pensare che alla cerimonia di apertura dell’evento che durerà fino a 14 dicembre prossimo erano presenti solo una sessantina di delegazioni internazionali, e i capi di Stato di Bulgaria, Svizzera, Slovenia, Montenegro, Macedonia, Fiji, Nepal. Più che di bassa presenza sarebbe giusto parlare di assenze. Molte delle quali peraltro ingiustificate. Sono sempre di più i paesi che si stanno tirando indietro dagli accordi della COP21, quella di Parigi, alla quale parteciparono delegati e capi di stato di quasi tutti i paesi del pianeta. A cominciare dal Brasile, che in teoria avrebbe dovuto ospitare la prossima edizione della COP25.

Invece il nuovo presidente Jair Bolsonaro ha già annunciato di non essere più interessato, decisione questa che molti hanno collegato all’iniziativa di disboscare una quantità enorme di foresta amazzonica: tra il 2017 e il 2018 sono stati tagliati 7.900 chilometri quadrati di foresta, “più o meno un milione di campi di calcio disboscati in appena un anno”, come ha ricordato il coordinatore di Greenpeace Brasile, Marcio Astrini.

Guterres non ha usato mezzi termini: “Abbiamo veramente un grosso problema”, ha ribadito. “Non stiamo ancora facendo abbastanza, né ci muoviamo abbastanza in fretta per prevenire un dissesto climatico irreversibile e catastrofico”. Il segretario delle Nazioni Unite ha indicato quattro settori, “semplici messaggi” li ha definiti, su cui è necessario intervenire. Il primo è dare una risposta significativamente più ambiziosa ai progressi scientifici. Il secondo è rendere operativo l’accordo di Parigi. Il terzo è assumersi la responsabilità collettiva di investire per evitare il caos climatico globale, tenendo conto degli sforzi sotto il profilo economico e gli impegni finanziari assunti a Parigi. Il quarto considerare l’attenzione verso il clima la via migliore per trasformare il mondo in meglio.

Scelte che lo stesso Guterres riconosce non essere facili far prendere ai governi, specie quelli assenti: “Non sarà un negoziato facile”. Neanche con l’aiuto della Banca Mondiale che ha annunciato di voler sostenere il cambiamento verso la riduzione delle emissioni di CO2 con 200 miliardi di dollari in 5 anni.

Inoltre i presenti in Polonia dovranno discutere degli obiettivi delle emissioni nazionali dei Paesi dopo il 2020 e del supporto finanziario alle nazioni “povere” per consentire loro di adattarsi ai cambiamenti climatici, altro aspetto legato alla compensazione.
La realtà è che mentre si sta discutendo, peraltro senza molta convinzione, sulle misure da adottare tra qualche anno per contenere il riscaldamento globale a 2 gradi C, le stesse Nazioni Unite hanno confermato che già oggi siamo di fronte ad un aumento delle temperature intorno a un grado. E visto che le maggiori economie, inclusi Stati Uniti d’America e molti paesi europei, non sembrano voler tener fede agli impegni presi a Parigi, appare quasi impossibile trovare una soluzione. Del resto anche i ricercatori dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) lo hanno detto chiaramente: gli impegni di Parigi non sono abbastanza. I 20 anni più caldi sono stati registrati negli ultimi 22 anni, con gli anni dal 2015 al 2018

Allarmato il comunicato del Wwf: “In Europa – si legge – il carbone è in declino, ma è proprio la Polonia, che ha la presidenza della COP, che cerca di convincere la Unione Europea a ‘sussidiare’ il combustibili più nocivo per il clima, la salute e l’ambiente. Domani il trilogo UE deciderà se assegnare persino alle centrali più inquinanti, quelle a carbone, i meccanismi di capacità, vale a dire una remunerazione dovuta al solo fatto di poter produrre energia, come chiede la Polonia. Ci auguriamo che l’Italia faccia sentire la propria voce e blocchi tale sussidio sporchissimo, questo sì degno di una mobilitazione contraria dei consumatori”, dichiara la responsabile Clima Energia del Wwf Italia, Mariagrazia Midulla.

Al presidente polacco Andrzej Duda che nel corso di una conferenza stampa presso la COP, aveva affermato che la Polonia non può rinunciare al carbone risponde Marta Anczewska, responsabile delle politiche climatiche ed energetiche del WWF-Polonia: “La scienza ci dice che dobbiamo raggiungere zero emissioni nette prima del 2050 se vogliamo raggiungere gli obiettivi di Parigi ed evitare le conseguenze peggiori del cambiamento climatico. La posizione del presidente Duda è in netto contrasto con l’ambizione richiesta in questo round di negoziati sul clima. Il carbone non ha posto nei futuri sistemi energetici per limitare il riscaldamento a 1,5° C. La Polonia può e deve invece accelerare una transizione giusta verso un’economia a zero emissioni”.

“La Conferenza – afferma la Uil in un comunicato – deve rappresentare un momento di riflessione e assunzione di responsabilità condivise a livello globale affinché tutti procedano in un’unica direzione: la tutela dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile. Uno dei motivi che hanno condotto alla scelta di Katowice è stato l’ampio impiego del carbone da parte della Polonia grazie al quale questa nazione ottiene ancora l’80% dell’energia che consuma, nonostante si tratti della fonte fossile più dannosa per l’equilibrio climatico mondiale. Auspichiamo che questo evento possa produrre esiti importanti per affrontare e vincere la sfida alla lotta ai cambiamenti climatici, orientando le scelte e i comportamenti della comunità internazionale. Per la UIL sono necessari drastici cambiamenti in tutti i settori della produzione e dello sviluppo perché se non si fa nulla per ridurre le emissioni di gas serra, il nostro pianeta continuerà il suo percorso di riscaldamento globale generando in modo sempre più visibile guasti all’ambiente e alla salute dei cittadini”.

L’asse Salvini-Visegrád blocca il Global Compact

global compact

Il Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration, è un accordo di tipo intergovernativo, negoziato sotto l’egida dell’Onu, che come obbiettivo conta di coprire tutti gli aspetti delle migrazioni internazionali, appunto su scala mondiale.

La necessità di tale strumento era stata già evidenziata nel settembre 2016, da più di 190 Paesi ed è stato poi ribattezzato “Dichiarazione di New York”. Il Global compact ha iniziato il proprio iter nell’aprile 2017 e la sua adozione dovrebbe teoricamente arrivare tra 10 e 11 dicembre 2018, in una conferenza internazionale che si terrà a Marrakech, capitale del Marocco, nella cornice dell’Assemblea generale dell’Onu.

Cresciuti in breve tempo, sono gli annunci di defezioni dal vertice, in particolare del gruppo di Visegrád, quali Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Polonia e poi ancora Austria, Bulgaria, Croazia, Israele e Australia. La Svizzera, neutralmente, ha annunciato che non andrà al vertice in attesa di un pronunciamento del Parlamento. La stessa posizione è assunta dall’Italia nonostante le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di due mesi fa e di pochi giorni addietro:

“Da anni l’Italia è impegnata in operazioni di soccorso e salvataggio nel Mar Mediterraneo ed ha sottratto così alla morte decine di migliaia di persone, spesso da sola, come è stato più volte riconosciuto dalle stesse istituzioni europee allorché hanno affermato che l’Italia aveva salvato l’onore dell’Europa. I fenomeni migratori con i quali ci misuriamo richiedono una risposta strutturata, multilivello e di breve, medio e lungo periodo da parte dell’intera Comunità internazionale. Su tali basi sosteniamo il Global Compact su migrazioni e rifugiati”.

Lunedì 26 novembre, il capogruppo della Lega alla commissione Esteri della Camera, Paolo Formentini, ha chiesto una risoluzione al governo con il fine di non sottoscrivere l’accordo, sostenendo l’assurdità nel dare ad un organismo non eletto una competenza propriamente statuale. Il Global Compact for Migration non contiene alcuna norma che assegna all’ONU competenza in materia di immigrazione.

Subito dopo l’intervento di Salvini alla Camera, il 28 novembre, il tutto è venuto meno, ed anzi, il governo Italiano, ha intenzione di attende la pronuncia del Parlamento prima di esporsi. Secondo Giorgia Meloni e la schiera del FLI, tra gli obbiettivi fondamentali condivisi dai molti paesi, ce ne sarebbe uno che a sua detta, risulterebbe “folle”: “la migrazione è un diritto fondamentale di ogni essere umano”. L’importante per la presidentessa di Fratelli d’Italia, sembrerebbe l’immagine che l’Italia da di sé all’estero non certamente il disagio che è alla radice. Dunque, questa sorta d’invasione ben pubblicizzata andrebbe repentinamente fermata. Ma veniamo ai punti, ventitré, sui quali si basa il Global Compact e che fanno da linee guida nelle gestioni di immigrazione ed accoglienza: il principale è la creazione di una rete internazionale per un’accoglienza sicura, di sostegno, senza dubbio inclusiva, per l’ottenimento di una maggiore coesione sociale di migranti e rifugiati. Inoltre tra i punti ci sono la lotta contro lo sfruttamento, il contrasto del traffico di esseri umani, l’assistenza umanitaria, l’adozione di programmi di sviluppo e procedure di frontiera nel rispetto del diritto internazionale, partendo dalla Convenzione sui rifugiati del 1951.

Non è ancora chiaro se e quando una discussione del genere verrà calendarizzata, rimane certo, per ora, che l’Italia non sarà presente a Marrakech. Giuseppe Brescia, deputato del M5S, presidente della commissione Affari Costituzionali, dopo l’annuncio del governo ha dichiarato che il Global Compact deve essere assolutamente sottoscritto. Il Partito Democratico avendo aspramente criticato il governo per non aver tenuto fede alle parole dette, quasi sicuramente in caso di voto in Parlamento sosterrà la firma del documento.

Giulia Fiaschi

Global Compact, l’Italia si isola nell’Onu

matteo salviniL’Italia sospende l’adesione al Global Compact sull’immigrazione, il patto firmato da oltre 190 Paesi il 19 settembre 2016 e ribattezzato “Dichiarazione di New York“. Inoltre l’Italia non parteciperà nemmeno al summit Onu di Marrakech, in Marocco, che tra il 10 e l’11 dicembre adotterà il documento. Supportato con forza da Barack Obama, appoggiato da Paolo Gentiloni che lo scorso luglio ne aveva sottolineato l’importanza, ma già respinto da Donald Trump e dai paesi di Visegrad, il Global compact mira all’individuazione di procedure e alla definizione di impegni condivisi da parte della comunità internazionale sull’emergenza immigrazione.
Oggi ha annunciato la sospensione italiana Matteo Salvini in Aula, suscitando l’ira dell’opposizione e andando di fatto a contraddire quanto aveva detto il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.
“Il vero presidente del Consiglio è Salvini e ha smentito il ministro degli Esteri e il premier sull’adesione dell’Italia al Global compact for migration. Moavero e Conte avevano ribadito all’Onu che l’Italia avrebbe firmato l’11 dicembre. Ora Salvini cambia la linea del governo e si rimette al Parlamento. È un cambio di posizione sostanziale che fa ulteriormente perdere credibilità all’Italia, dopo la brutta figura sulla manovra”, afferma il capogruppo dem Graziano Delrio.
“È una scelta, noi – ha risposto il capo del Viminale – avremmo potuto fare le scelte che hanno fatto altri governi prima del nostro. A differenza di qualcun altro che ha messo decine e decine di fiducie senza far parlare nessuno, su questo lascerà che sia il Parlamento a pronunciarsi. Se poi a voi non interessa è un vostro problema: Lega, Fdi, M5S e Fi ne discuteranno. Se voi siete ostili a questo approccio il problema è solo del Pd”, ha concluso Salvini.
Una decisione che non è stata ben accolta dal Palazzo di Vetro. L’inviata speciale delle Nazioni unite per le migrazioni internazionali, Louise Arbour, si è scagliata contro i Paesi che hanno deciso di ritirarsi dal Global Compact per le migrazioni sicure, ordinate e regolari defindendo la decisione un “rimorso del compratore”, visto che l’accordo non vincolante l’avevano inizialmente approvato.
E se da un lato l’imbarazzo del decisionismo di Salvini imbarazza gli alleati cinquestelle, dall’altro però FdI sono già pronti a schierarsi. “Salvini ha detto di essere contrario al Global compact ma che si rimetterà al volere del Parlamento. Allora, se si votasse in libertà, M5S e Pd direbbero di sì e questo significherebbe sconfessare tutte le politiche fatte finora sull’immigrazione”. Conclusione: “O l’Italia dice no o Salvini prenda in considerazione l’ipotesi di dire basta a questo governo”.

Ucraina, pronti a sanzioni Ue. Guterres chiede cautela

antonio-guterres“Non vedo la necessità di alcun tipo di mediatori”, afferma il ministro degli Esteri russo Lavrov, dopo che il ministro tedesco Heiko Maas aveva suggerito che Germania e Francia potessero contribuire a trovare una soluzione tra Mosca e Kiev. Lavrov ha affermato che per scongiurare altri incidenti di questo tipo gli alleati occidentali dell’Ucraina dovrebbero inviare un “segnale forte” a Kiev a fermare ogni “provocazione”. Il ministro russo ha ribadito che sono stati gli ucraini a provocare lo scontro.
Mentre gli occhi della comunità internazionale sono tutti puntati sulla crisi si cerca di evitare un’escalation in quello che è il primo scontro Kiev Mosca dopo l’annessione della Crimea del 2014, la presidenza austriaca dell’Unione europea ha annunciato che nuove sanzioni da parte del blocco comunitario contro Mosca non sono escluse e saranno discusse a dicembre. L’iniziativa parte dal ministro degli Esteri di Vienna, Karin Kneissl, dopo colloqui con la controparte tedesca, Heiko Maas. Ma anche Angela Merkel e il presidente polacco Andrzej Duda hanno espresso solidarietà al Presidente Poroshenko e chiesto nuove sanzioni.
E mentre l’Europa si tiene così pronta a sanzioni che in questi anni hanno rivelato la loro ‘improduttività’ sul piano di contenimento russo, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, è “molto preoccupato” per l’incidente tra Russia e Ucraina, e sottolinea “l’immediata necessità di evitare qualsiasi rischio di ulteriore escalation”. In una nota del suo portavoce, Guterres “esorta entrambe le parti a esercitare la massima moderazione e ridurre le tensioni attraverso i mezzi pacifici disponibili in conformità con la Carta Onu”. Il segretario socialista spiega: “Devono essere rispettate la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina, all’interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti, conformemente alle pertinenti risoluzioni dell’Assemblea generale e del Consiglio di sicurezza”.
Nel frattempo un tribunale della Crimea, annessa nel 2014 dalla Russia, ha deciso che tre marinai ucraini, tra gli oltre 20 catturati, saranno trattenuti in detenzione provvisoria per due mesi, accusati di aver superato illegalmente la frontiera russa, dopo gli interrogatori di lunedì da parte dell’Fsb in cui verrebbe confermata la versione russa.

Locatelli: “Il disegno di legge Pillon va cancellato”

pillon1“Noi donne di ‘Se non ora quando’, diciamo di no al disegno di legge Pillon perché priva di qualunque laicità di principio e di fatto il diritto di famiglia e il diritto alla famiglia”. Lo afferma in un video pubblicato su Facebook, Pia Locatelli responsabile esteri del Psi. “Diciamo no – continua Pia Locatelli – perché va contro gli interessi dei minori, riduce figli e figlie a pacchi destinati a viaggiare da un posto all’altro aggiungendo al trauma della separazione dei genitori quello della privazione delle consuetudini. Diciamo no perché vergognosamente ignora la realtà dietro a molte separazioni e la pesantissima situazione italiana delle violenze domestiche nei confronti di donne di bambine e di bambini. Il disegno di legge Pillon – conclude – non va approvato, va cancellato”.

Intanto si susseguono in tutta Italia le manifestazioni contro il ddl del senatore leghista. Il PSI di Ravenna aderisce alla manifestazione del 10 novembre contro il DdL del sen. leghista Pillon sulla riforma del diritto di famiglia che ha l’obiettivo di rivoluzionare drasticamente l’affido dei figli in caso di separazione o divorzio. Una riforma contro le donne e contro la tutela dalla violenza in famiglia. L’Organizzazione delle Nazioni Unite si è espressa con toni di viva preoccupazione circa l’ipotesi che in Italia venga approvato un simile dispositivo che “viola la convenzione di Istambul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e quella sui Diritti del Fanciullo”, approvata dall’Onu nel 1989 e legge in Italia dal 1991.
Sono davvero tempi cupi se chi ci governa in nome del cambiamento vuole cancellare le conquiste del passato!

PES accoglie l’appello dell’Onu sul clima

Sergei Stanishev

Il clima da anni è al centro di un dibattito non solo europeo ma mondiale. Il cambio della presidenza degli Stati uniti con la elezione di Trump ha dato un brusco stop alle politiche ambientaliste di Obama arretrando di molto il livello di sensibilità sul tema togliendo di fatto l’argomento dalla agenda delle priorità. Il PSE sostiene pienamente le conclusioni degli scienziati delle Nazioni Unite sulle misure necessarie per rallentare il riscaldamento globale. L’International Panel on Climate Change (IPCC), il comitato consultivo scientifico delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ha pubblicato recentemente il suo “rapporto di 1,5 gradi Celsius”.

Questo rapporto riassume lo stato dell’arte sulla ricerca scientifica e sulla fattibilità di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius sopra i livelli preindustriali e presenta i benefici del limitare di 1,5 gradi rispetto al precedente obiettivo di 2 gradi Celsius.

Sergei Stanishev, presidente del Partito dei socialisti europei, ha dichiarato: “Il cambiamento climatico ha raggiunto le nostre vite quotidiane. Tutti noi abbiamo avvertito anomalie meteorologiche quest’estate, i contadini soffrono di fallimenti dei raccolti e le foreste in Europa, dal circolo polare artico al Mediterraneo, sono state devastate dagli incendi. Con questo rapporto dell’IPCC ora abbiamo le prove scientifiche: Limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius porterà vantaggi ambientali, sociali ed economici rispetto a un aumento di temperatura di 2 gradi”.

“Gli sforzi globali – ha detto ancora Stanishev – devono ora mirare a fermare il riscaldamento globale ad un massimo di 1,5 gradi. Il rapporto sottolinea anche che gli attuali impegni climatici della comunità mondiale non sono sufficienti a limitare il riscaldamento a 1,5 gradi – o addirittura 2 gradi. Condividiamo la convinzione dell’IPCC che c’è ancora speranza se il mondo mostra più devozione e ambizione. Ecco perché noi, in quanto socialisti e democratici europei, vogliamo che l’UE sia un modello da seguire e aumentare il suo obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra per il 2030, rispetto al suo attuale obiettivo di “almeno 40”. Inoltre, l’UE dovrebbe aggiornare la sua strategia di decarbonizzazione a lungo termine. L’attuale tabella di marcia per la decarbonizzazione nell’UE del 2050, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra dell’80-95% entro il 2050, è superata”.

“L’UE deve raggiungere le emissioni nette entro la metà del secolo. Questo sarebbe anche un buon segnale in vista della prossima conferenza ONU sul clima, COP24 a Katowice, per motivare gli altri stati a seguire l’esempio. Sono lieto di vedere che la relazione sottolinea anche che la politica climatica deve essere accompagnata da un’agenda sociale per mitigarne l’impatto sulla vita quotidiana delle persone. Come PES, chiediamo da tempo di affrontare la questione dell’aumento dei prezzi dell’energia combattendo la povertà energetica e di organizzare una transizione giusta verso un sistema energetico più pulito, per sostenere i lavoratori, le comunità e le industrie colpite dal cambiamento di trasformazione”.

I diritti civili, l’autoritarismo e il realismo politico

diritti civiliDa tempo si assiste ad un fenomeno preoccupante: i diritti civili vengono, molto spesso, calpestati sull’altare del realismo politico.

L’attenzione e la sensibilità dei paesi occidentali, sul grande tema della tutela dei diritti umani su scala planetaria, tema centrale nella seconda parte del Novecento in Europa, si sono fortemente affievolita, a causa del prevalere di ragioni economiche e di “potenza” dell’occidente liberale.

Alzando lo sguardo verso il mondo, ci si accorge di tante violazioni dei diritti umani, vasti luoghi, regioni e Stati che, sistematicamente, calpestano i diritti fondamentali.

A queste realtà i governi europei, il governo americano, la stessa Ue e l’opinione pubblica sembrano essere disattenti in nome della tutela di interessi consolidati.

Per questi motivi, ad esempio, in Egitto, per mantenere dei rapporti di collaborazione geopolitica con il governo, che si erge a paladino della lotta contro il fondamentalismo islamico, si tende a dimenticare il caso di Giulio Regeni, (dottorando dell’Università di Cambridge, ucciso due anni fa, si suppone potesse avere un legame con il movimento sindacale che si oppose al governo del generale Al Sisi, in seguito alle vicende di Piazza Tahrir al Cairo).

 Si pensi all’operato dei tribunali egiziani che, oltre ad aver “ucciso” un’intera generazione di giovani che chiedevano più libertà e democrazia, hanno commutato diverse esecuzioni capitali a esponenti dei Fratelli Musulmani, nel quadro di una spietata campagna di repressione che va avanti dal 2013.

 Emblematico, in questo senso la situazione che si registra in Birmania, con la persecuzione dei Rohingya, gruppo etnico di minoranza islamica, in un paese a maggioranza buddhista, massacrati dall’esercito nazionale con la complicità, preoccupante e dolorosa allo stesso tempo, del premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi.

Come testimonia la sua stessa vita, rappresenta un simbolo di resistenza alla tirannide della dittatura, tuttavia, adesso trovandosi al governo, seppur in “co-tutela” con l’esercito, non ha speso, incredibilmente, una parola o preso l’iniziativa per bloccare le violenze ai danni dei suoi stessi concittadini.

Ancora, la vicenda terribile della persecuzione degli omosessuali in Cecenia, con veri e propri campi di concentramento, venuta a galla nel 2017 grazie all’inchiesta del periodico indipendente russo Novaja Gazeta, per cui scriveva la giornalista Anna Politkovskaja, assassinata per motivi politici.

La repressione è stata pensata e organizzata dal governo locale ceceno, ma ha avuto l’appoggio silente e la complicità della Federazione Russa, da tempo immemore, poco attenta alla tutela dei diritti umani e di libertà.

Potremmo parlare di quel che avviene in Turchia, nel Kurdistan, in Yemen, Siria, Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord o di quel che succede nel continente africano o in alcuni paesi dell’America Latina.  Come si vede, purtroppo sono innumerevoli i casi di violazione dei diritti umani nel mondo.

I diritti umani rappresentano dei diritti inalienabili che spettano ad ogni essere umano: tra i diritti fondamentali della persona, spiccano il diritto alla libertà individuale, il diritto ad esprimere le proprie idee, il diritto ad autodeterminarsi e, più in generale, i diritti civili e politici. Accanto ai diritti di libertà prendono corpo i diritti sociali, fra i quali il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione, all’abitazione, alla pensione e ad una vita dignitosa.

Nel dibattito politico occidentale, si regista una certa tendenza nel considerare i diritti civili come subordinati ai diritti sociali e, di conseguenza, si dà una scarsa attenzione al consolidamento dei necessari diritti di libertà.

Si pensi alle narrazioni delle destre sovraniste europee che vagheggiano una democrazia illiberale nel cuore dell’Europa, sul modello della Russia di Putin o dell’Ungheria di Orban. I nazionalisti parlano molto di sovranità e riconquista dei diritti sociali perduti, proponendo, nello stesso tempo, norme di stampo reazionario e liberticida sui diritti civili (in questo senso, si muove il ddl proposto dal senatore della Lega Pillon).

Dunque, s’insidia nel cuore dell’Europa, un pensiero autoritario che guarda con favore a diverse realtà non democratiche del mondo, accomunate dalle limitazioni alle libertà d’informazione e di espressione.

Una torsione pericolosa che andrebbe riconosciuta nelle sue caratteristiche, cui contrapporre il valore universale dei diritti umani, sparito dall’agenda effettiva dei governi occidentali.

Come saggiamente previsto dai padri costituenti italiani, dopo l’esperienza della seconda Guerra Mondiale, i diritti sociali e i diritti civili rappresentano, nella prima parte della Costituzione, i due principi fondamentali: inviolabilità e dignità personale (art. 2 Cost.), eguaglianza (art. 3 Cost.).

Sandro Pertini diceva che: “Libertà e giustizia sociale, che sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà”.

Di fronte alla necessità storica di mantenere le libertà faticosamente conquistate e di costruire società eque e democratiche, occorrerebbe un risveglio della cittadinanza, da tempo sopita, un contraltare al pensiero conservatore e reazionario di una nuova intellettualità progressista, un maggiore sforzo di analisi in capo ai partiti democratici in un’ottica europea e internazionale e un convinto coinvolgimento delle Istituzioni internazionali, come l’ONU, oggi, al contrario, avvitati in una pericolosa impotenza.

Paolo D’Aleo

La “dignità del lavoro” non garantita dalla flessibilità occupazionale

maurizio-ferreraMaurizio Ferrera, su la Lettura del Corriere di domenica 12 agosto, nell’articolo “La dignità del lavoro non significa posto fisso”, sostiene una tesi non del tutto condivisibile. Prendendo a pretesto il provvedimento approvato dalle Camere, per iniziativa del ministro dello sviluppo economico e ministro del lavoro e delle politiche sociali Luigi Di Maio, per la riforma delle norme esistenti sui contratti a tempo determinato, critica il fatto che il provvedimento sia stato “etichettato” con l’espressione “Decreto dignità”, avanzando seri dubbi che possa sussistere un “collegamento tra etichetta e contenuto”; secondo Ferrera la fissazione di un termine al contratto di lavoro non costituirebbe “una violazione della dignità di un lavoratore”.

L’uso del concetto di dignità da parte di Di Maio, per connotare il decreto sulla riforma delle norme vigenti sui contratti di lavoro a tempo determinato, apparirebbe “improprio e fuorviante”. Ferrera sostiene che, in “dottrina”, il concetto di dignità poggerebbe su tre elementi; il primo sarebbe l’uguaglianza di base di tutti gli esseri umani, dal quale discenderebbe il secondo elemento, implicante il reciproco rispetto; da questi due primi elementi deriverebbe il terzo, esprimente un “insieme specifico di diritti e (doveri), di carattere essenzialmente ‘negativo’: non discriminazione, non umiliazione, non oppressione, non interferenza e così via”. L’insieme di questi diritti (doveri) connetterebbe la dignità alla libertà, per cui la dignità apparterrebbe a tutti gli individui in quanto “liberi e uguali”, come sancisce la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Come tratto costitutivo della natura umana, perciò, “la dignità – afferma Ferrera – non può essere violata in nessun ambito di interazione, compreso quello lavorativo”; da ciò consegue che, quando nel discorso pubblico si usa l’espressione “mercato del lavoro”, ci si deve ricordare che essa esprime solo una metafora, dovendosi escludere che i lavoratori possano essere considerati come “merci”.

Tenuto conto che i contratti di lavoro a tempo determinato, quando siano informati al rispetto dei diritti posti a presidio della dignità del lavoratore (non discriminazione, non oppressione, non umiliazione, ecc.), sono, per Ferrera, solo una “transazione volontaria e consensuale, consegue che una loro abolizione non “eliminerebbe una violazione di dignità, ma una possibile fonte di reddito per chi cerca un lavoro”. Il lavoro a tempo determinato – continua Ferrera – può diventare un problema solo “quando crea eccessiva vulnerabilità e insicurezza”; in questo caso non si tratterebbe di dignità, ma solo di “una questione di equità ed esclusione sociale”, alle cui conseguenze negative è possibile rimediare con misure compensative.

Tuttavia, Ferrera riconosce che i contratti a termine possono generare iniquità tra i lavoratori; l’assenza di adeguata formazione, o la corresponsione di rimunerazioni differenziate a parità di prestazioni lavorative, possono, ad esempio, comportare l’esclusione del lavoratore da alcune prestazioni sociali, oppure dall’eventuale fruizione di opportunità esterne all’attività nella quale il lavoratore è occupato. Queste esclusioni, ammette Ferrera, possono limitare l’autonomia economica e sociale delle persone; ma è dubbio che questi eventuali aspetti negativi possano essere imputati “ai rapporti contrattuali a termine e non piuttosto al sistema di welfare”, il cui scopo dovrebbe essere proprio quello di prevenire o di “ridurre vulnerabilità e insicurezza”, di “parificare le opportunità” e di “aumentare le capacità delle persone in forme e con risorse il più possibili indipendenti dalla loro posizione lavorativa”.

Impostare la sfida alla precarietà come una questione di equità e di esclusione, a parere di Ferrera, “aiuta a individuare con maggior chiarezza le radici del problema e dunque le risposte più efficaci”; risposte che dovrebbero essere fondate sulla socializzazione del rischio della vulnerabilità e dell’insicurezza del lavoratore, e poiché tale rischio “riguarda potenzialmente tutti i cittadini (anche solo come genitori di giovani disoccupati, sotto-occupati o con contratti a termine)”, sarebbe giusto che lo Stato intervenisse per “ridistribuire opportunità e risorse, chiedendo a tutti un contributo finanziario”.

Contrastare la precarietà come “una questione di equità e di esclusione”, osserva Ferrera, aiuterebbe a individuare con maggiore chiarezza le radici del problema e dunque le risposte più efficaci”; al contrario, “impostare la sfida in chiave di dignità” comporta un doppio errore: da un lato, impedisce di individuare o di tener nel dovuto conto quegli aspetti del mercato del lavoro che sollevano ancora residue questioni di dignità; dall’altro lato, l’intento di contrastare i difetti sul piano della protezione e della prevenzione del nostro Stato sociale comporta l’uso di divieti e restrizioni nella sfera contrattuale che “sollevano invece questioni di equità e solidarietà”. Di conseguenza, conclude perentorio Ferrera, “non sembra proprio che il ministro del lavoro, anche se bene intenzionato, abbia incominciato con il piede giusto”.

Sorprende che Ferrera manchi di considerare le cause che hanno determinato il venir meno della validità del welfare State esistente nel contrastare i possibili deficit di “protezione” e di “prevenzione” contro i rischi cui è esposta la dignità della forza lavoro. Prima del secondo conflitto mondiale, John Maynard Keynes affermava che gli Stati autoritari dell’epoca risolvevano il problema della disoccupazione a spese dell’efficienza e della libertà. Egli, tuttavia, era certo che il mondo non avrebbe tollerato a lungo la mancanza di libertà, ma anche che non avrebbe sopportato la “piaga” della disoccupazione, imputabile alle ingiustificabili modalità di funzionamento delle economie capitalistiche. L’economista di Cambridge era anche certo che, abbattute le dittature, una corretta soluzione del problema della tutela della dignità del lavoro poteva essere trovata ricuperando sia l’efficienza che la libertà. Sulla base di questa certezza, Keynes ha lasciato in “eredità” ai sistemi democratici ad economia di mercato le idee sulla base delle quali sarà poi elaborato il modello organizzativo del welfare State attuale.

Dopo il secondo conflitto mondiale, però, il mercato del lavoro ha subito un cambiamento nelle forme d’uso della forza lavoro, originando una diffusa disoccupazione, sempre più difficile da “governare”, sino a diventare strutturale, mettendo progressivamente in crisi il sistema di sicurezza sociale, basato sulle idee di Keynes. Questo sistema, com’è noto, aveva tre funzioni: fornire alla forza lavoro disoccupata la garanzia di un reddito, corrisposto sotto forma di sussidi a fronte di contribuzioni assicurative; garantire un reddito alle categorie sociali che, per qualsiasi motivo, avessero avuto bisogno di un’assistenza temporanea, nel caso in cui esse non avessero avuto il diritto a sussidi di altra natura; assicurare al sistema economico servizi regolativi e di supporto all’occupazione. Nel perseguimento di tali funzioni, il welfare State, per le ragioni precedentemente dette, è però “fallito”, orientando l’analisi economica ad assumere che la sicurezza sociale e la dignità del lavoratore dovessero essere perseguite attraverso una costante flessibilizzazione del mercato del lavoro, senza preoccuparsi della crescente insicurezza reddituale della forza lavoro.

Con l’affermarsi dell’ideologia neoliberista, la flessibilità del mercato del lavoro ha rappresentato qualcosa di più della sola variazione di un vecchio modello organizzativo dell’attività produttiva. Con il nuovo capitalismo neoliberista, secondo Richard Sennet, sociologo della London School of Economics, autore di “L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale”, alla forza lavoro è stato chiesto, nella prospettiva di un presunto miglioramento delle proprie condizioni economiche ed extraeconomiche, di essere più disponibile al cambiamento, “di correre continuamente qualche rischio, di affidarsi meno a regolamenti e alle procedure formali”.

Lo stato di cose che ha dato origine alla flessibilità del nuovo capitalismo è valso a generare ansietà e precarietà occupazionale in tutti coloro che, per sopravvivere, hanno avuto la necessità di un “posto di lavoro”; l’ansietà, in particolare, è imputabile al fatto che nessuno riesce a valutare quali rischi valga la pena correre scegliendo una particolare occupazione, o quale percorso professionale convenga intraprendere, trovandosi in condizioni di precarietà economica.

L’aspetto della flessibilità che genera maggiore ansietà esistenziale è il suo impatto sulla pratica dei soggetti di ritardare la soddisfazione di stati di bisogno presenti, in funzione di uno scopo futuro; in altri termini sulla capacità dei soggetti di programmare il proprio futuro. Il fatto che il mondo della produzione, per via della flessibilità, sia stato imperniato sul breve periodo, ha reso impossibile il perseguimento di obiettivi a lungo termine.

Con la flessibilità, il mondo imprenditoriale, plasmato dall’ideologia neoliberista, ha fatto ricorso di continuo alla “ristrutturazione” produttiva, finalizzata alla riduzione dei posti di lavoro ed attuata unicamente al fine di aumentare la competitività delle attività produttive integrate nell’economia mondiale. In gran parte delle economie capitalistiche avanzate ciò ha comportato, da un lato, la diffusione del fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile e, dall’altro lato, la crescita della disuguaglianza distributiva: solo una minoranza di lavoratori espulsi dalle imprese che si sono ristrutturate ha trovato un’occupazione sostitutiva a salario equivalente; alle parte residua della forza lavoro, sempre crescente, espulsa dalla stabilità lavorativa, è stata offerta la possibilità di nuove opportunità lavorative in condizioni di precarietà, attraverso la possibilità di stipulare contratti di lavoro a tempo determinato.

Come è possibile garantire condizioni esistenziali dignitose alla forza lavoro, all’interno dei sistemi sociali la cui economia sia imperniata sul breve periodo e sulla flessibilità dell’organizzazione delle attività lavorative in essa esistenti? Ma soprattutto, com’è possibile, dopo la Grande Recessione del 2007/2008, che ha stravolto le condizioni proprie delle economie sociali di mercato e che, a causa dell’austerità adottata come terapia per uscire dalle secche della recessione, ha ridotto le garanzie della protezione sociale del lavoro? E ancora, quale risposta dare all’impatto della flessibilità, se l’attuale modello di Stato sociale non è più in grado di garantire la dignità a chi, perdendo la continuità occupazionale, deve vivere con sempre più limitate elargizioni pubbliche caritatevoli? Quale senso deve essere attribuito alla raccomandazione che l’Unione europea ha rivolto a tutti gli Stati membri, di riconoscere, nell’ambito di un dispositivo globale e coerente di lotta all’emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare a quest’esigenza i propri sistemi di protezione sociale?

In Italia, il tanto sbandierato Jobs Act non ha dato risposte adeguate a questi interrogativi e, quel che più conta, si è rivelato inidoneo ad assicurare stabilità e certezza al lavoro; oltre alle risorse che sarebbero state necessarie, è mancato un orientamento più rispondente al sostegno di una politica attiva del lavoro, quale sarebbe stata, ad esempio, la riforma ab imis del sistema welfaristico esistente, ormai divenuto largamente inadeguato. All’obsolescenza di tale sistema, nel nostro Paese, si cerca ora di rimediare con l’introduzione del reddito di cittadinanza, per la legittimazione del quale, però, è mancato sinora un dibattito responsabile sulle sue implicazioni; si è preferito privilegiare misure contingenti di breve respiro, che non hanno consentito di impedire la diffusione della precarietà economica e di incertezza sociale verso le quali, da lungo tempo, un’attività politica ispirata ai canoni dell’ideologia neoliberista ha condotto il Paese.

Sono giuste, perciò, le iniziative volte a rimuovere tutto ciò che risulta essere controindicativo, come lo sono i contratti di lavoro a termine, per il superamento della precarietà reddituale, in quanto negazione della dignità dell’uomo.

Gianfranco Sabattini

Libia, Moavero da Haftar per rilanciare il dialogo

haftarRoma prova a rilanciare il dialogo con la Libia e lo fa con un incontro con l’altro interlocutore libico, il generale della Cirenaica, Khalifa Haftar, sotto la regia dell’inviato speciale Onu, Ghassan Salame’. Di fatto ripercorrendo la strada di alleanze iniziata dalla Francia di Macron. In realtà i contatti sono già stati avviati e, in questo contesto, rientra anche la possibilità di un cambio di ambasciatore a Tripoli, visto che l’attuale, Giuseppe Perrone, ufficialmente in “ferie”, è stato considerato da Haftar e dal parlamento di Tobruk “persona non gradita” per aver sostenuto pubblicamente quella che, al momento, resta la posizione ufficiale di Roma: l’impossibilità di tenere le elezioni, presidenziali e legislative, il 10 dicembre 2018, come vorrebbe Haftar, sostenuto da Francia ed Egitto.
Stamattina a Bengasi, è arrivato il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, per un incontro con Haftar. Un colloquio, ha spiegato la Farnesina, incentrato sul “dialogo politico inclusivo” e “con tutti gli interlocutori per una Libia unita e stabile”. L’obiettivo della missione del ministro, anche la condivisione di obiettivi e finalità della conferenza internazionale di novembre. La missione di sostegno delle Nazioni Unite nel Paese (Unsmil) ha tenuto domenica a Zawiya una riunione per discutere il consolidamento del cessate il fuoco tra le milizie rivali di Tripoli, raggiunto il 4 settembre dopo 9 giorni di battaglia nella capitale, che hanno causato una sessantina di morti. Tutte le parti si sono impegnate a rispettare la tregua e istituire un meccanismo di monitoraggio e di verifica dell’accordo sul campo, avviando inoltre diversi colloqui sulle misure di sicurezza nella zona della capitale e nei dintorni.
Ma proprio nelle stesse ore è arrivato un attacco al quartier generale della la compagnia petrolifera libica (Noc) a Tripoli, a sferrare l’offensiva è stato un commando di almeno sei uomini armati, che sono stati tutti uccisi dopo aver causato la morte di due guardie di sicurezza e una decina di feriti. Almeno tre attentatori, si sarebbero fatti saltare in aria con cinture esplosive, mentre gli altri penetravano all’interno dell’edificio. Il Presidente della Noc, Mustafa Sanallah, anche lui presente all’interno della sede al momento dell’irruzione, ha dichiarato che “tutti i dipendenti sono stati tratti in salvo”, ignorando il decesso delle due guardie. Le Forze di Deterrenza Rada, che sono intervenute penetrando nell’edificio, hanno fatto sapere che la responsabilità dell’attacco è da attribuire allo Stato islamico.
Il presidente del Governo di accordo nazionale libico con sede a Tripoli, Fayyez al-Serraj, ha dichiarato che i terroristi “hanno approfittato degli ultimi scontri tra fratelli” e hanno avuto l’occasione di intrufolarsi per compiere l’attentato. La presidenza libica ha sottolineato, inoltre, la necessità di “serrare i ranghi per combattere insieme ed estirpare il cancro del terrorismo”. Serraj, condannando l’attacco, ha garantito “un’approfondita indagine per scoprire i colpevoli e i mandanti”.