La morte fa mercato, le armi non sono mai fuori moda

bimbo1-780x450L’industria delle armi, un settore in costante crescita che non conosce crisi: è del 30 gennaio scorso la pubblicazione apparsa direttamente sul sito dell’industria russa Kalashnikov, produttrice del famoso fucile d’assalto AK-47, sulla necessità di assumere 1.700 dipendenti solo per far fronte agli ordinativi.

Sul fronte mondiale la Kalashnikov nel 2015 ha realizzato un fatturato di 8,2 miliardi di euro, attestandosi in buona posizione in questa gara alla vendita della morte. La troviamo in ottima compagnia con altre aziende leader del settore delle armi che godono tutte di ottima salute, ovviamente a discapito della vita e della salute di milioni di persone che continuano a morire nelle decine di conflitti in atto a livello planetario. Prima fra tutte la statunitense Lockheed Martin, seguita dalla connazionale Boeing e dalla russa BAE Systems; in questa classifica di mercanti di morte, nel 2014 al 9° posto troviamo anche l’italiana Finmeccanica.
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In questo senso è oltremodo importante il lavoro di rendicontazione che da anni sta conducendo l’istituto indipendente svedese SIPRI (Stochkolm International Peace Research Institute). L’ultima pubblicazione del 2016 analizza il commercio mondiale di armi dal 2011 al 2015.

Nei 1.652 miliardi di fatturato mondiale delle armi nel 2015, USA e Russia insieme rappresentano il 58% degli affari commerciali dell’industria bellica; seguono la Cina, la Francia e la Germania e l’Italia. Il paese di santi, navigatori e poeti, di “italiani brava gente” nel quinquennio 2011-2015 si piazza all’8° posto nella classifica dei paesi esportatori.
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Nel 2014 il Belpaese ha superato anche Francia e Germania nell’export di armi verso Israele. Tra i paesi dell’UE, l’Italia è il primo fornitore di sistemi militari dello Stato israeliano, (paese in guerra anche quest’ultimo) con un volume di vendite che è oltre il doppio di quello totalizzato da Parigi o Berlino. Oltre il 41% degli armamenti regolarmente esportati dall’Europa verso Israele sono italiani. Nel 2013, in pieno conflitto, l’Italia è stata anche una delle principali esportatrici di armi verso la Siria.

Nell’ultimo anno in particolare la vendita di armi italiane all’estero è triplicata e sono aumentate le forniture verso paesi in guerra, in particolare quelle verso l’Arabia Saudita, condannata dall’Onu per crimini di guerra nel conflitto in Yemen e per la quale il Parlamento Europeo ha chiesto un embargo sulla vendita di armamenti. Eppure c’è anche una precisa legge italiana che proibisce esplicitamente la vendita di armi ai paesi coinvolti in guerra, ma si sa, gli affari sono affari. “Pecunia non olet” i soldi non puzzano, anche se è tutto da dimostrare, di certo grondano sangue, perché in generale ogni 490,000€ di fatturato proveniente dalla vendita di armi, una persona muore, poco importa se sia un soldato, un civile, una donna, o anche un bambino. Dal 2002 a oggi sono oltre 2 milioni i bambini massacrati in guerra. Cresce anche l’intermediazione finanziaria delle principali banche italiane, Unicredit, Intesa San Paolo e tra i piccoli istituti coinvolti, compaiono anche Banca Etruria e persino Poste Italiane.
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Nel 2015 la vendita totale di armi in Italia è triplicata passando da 2,8 miliardi a 8,2 miliardi; dietro la metà di questo giro d’affari ci sono le banche, che in totale fanno cassa con l’industria bellica per un totale di 4,1 miliardi.
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A questi dati ufficiali si deve anche sommare il crescente mercato nero delle armi, dove è possibile reperire una pistola Glock a poco più di 50€ e un AK-47 a meno di 900€. Questo mercato trova indisturbata proliferazione sul web e spesso anche sui social network come fb o istangram; si arriva così alla contraddizione in cui chi denuncia il traffico illegale di armi, caldeggiato dal precedente governo negli incontri diplomatici fra Italia e Arabia Saudita (illegale perché l’Arabia è coinvolta in una guerra) riceve per questo minacce di querela e il blocco preventivo del profilo da parte dei gestori di fb, mentre si permettono indisturbati la vendita e lo scambio d’armi leggere in diversi gruppi chiusi su fb.

C’è anche un altro scenario orribile di cui non si parla tanto, il numero di feriti e mutilati, devastati fisicamente e psicologicamente; per ogni morto infine ci sono decine di persone che hanno patito un dolore atroce, per la perdita di un fratello, una moglie, una figlia, oppure un caro amico.

L’ultimo scenario direttamente correlato alla vendita di armi sono i milioni di persone che ogni anno lasciano le proprie case; secondo un rapporto Unicef del 2016 nel mondo ci sono 93 milioni di sfollati costretti a fuggire a causa delle guerre, delle persecuzioni o semplicemente perché l’area geografica da cui provengono è stata per anni spogliata dalle multinazionali delle proprie risorse e dei mezzi di sostentamento che avevano. Di questi profughi, secondo il rapporto Unicef, oltre 50 milioni sono bambini, un piccolo profugo ogni 45 bambini nel mondo. L’asticella del barometro dei conflitti, come riportato da questa pubblicazione del 2015 è in continuo aumento. Con le sole guerre in Afghanistan (600mila sfollati), Iraq (4,2 milioni), Siria (oltre 12 milioni), Libia (mezzo milione), Nigeria (2,5 milioni) e Yemen (150.000) si contano 19,5 milioni di profughi. Queste persone le vediamo tutti i giorni arrivare sulle nostre coste in veri e propri viaggi della disperazione, spesso in mano a trafficanti che sono i veri e propri schiavisti del XXI secolo, oppure attraversare regioni gelate, in lunghe marce forzate come fossero deportati di guerra, come successo di recente in Serbia e in Ungheria con i poveri profughi afghani.
Sempre secondo i dati del SIPRI, nel solo 2015, siamo arrivati a 4.000 morti nel solo mar mediterraneo, durante la traversata, è un dato in costante crescita.
Eppure a fronte di tutti questi numeri, i mercanti d’armi, disperazione e morte, (come chiamarli diversamente?) continuano indisturbati nella corsa al loro dannato profitto, banche finanziatrici e governi inclusi.

Adesso bisogna porsi alcune domande: agli effetti pratici, produrre un’arma che poi viene esportata e usata nei paesi coinvolti in un conflitto non è forse configurabile come un atroce crimine di guerra? E ancora, che differenza c’è fra chi produce e vende un’arma destinata alla guerra e chi poi tira il grilletto? Moralmente ed eticamente di certo nessuna. Infine, quale può essere la differenza fra chi usa un fucile mitragliatore sulla popolazione civile e chi ne ha finanziato la produzione? (vedi banche) o esortato e agevolato l’esportazione verso gli stati coinvolti in guerra? (Vedi governi).

Attenzione inoltre a dove vengano messi i nostri soldi; forse un tempo ciò era fatto a nostra insaputa, ma oggi non più: si parla di denaro che magari è “appoggiato” su qualche “fondo d’investimento sicuro” con una “buona redditività”. A seconda della banca proponente il fondo, una percentuale di questi fondi, potrebbero tranquillamente finire in qualche proiettile o in qualche mina antiuomo, destinati a qualche bambino che nemmeno sa che noi esistiamo, salvo poi ritrovarsi steso in terra in una pozza di sangue.
D’altro canto sono in molti a protestare per tutti questi sbarchi, dicendo “che stiano a casa loro”, oppure nella migliore ipotesi, ad accompagnare lo sdegno peloso con affermazioni del tipo “sì poverini, ma aiutiamoli a casa loro” senza mai sforzarsi di capire che quelli che si salvano, li si vede ormai a centinaia di migliaia sbarcare sulle nostre coste, sono in fuga da anni dalle guerre, gli stessi conflitti che i nostri governi, spesso conniventi, hanno caldeggiato e appoggiato.

La contraddizione assume poi tinte grottesche, se solo si pensa che con alcuni paesi in guerra governi e aziende prima mercanteggiano la morte vendendo loro armi e poi applicano sanzioni che vanno solo ad incrementare le atroci sofferenze delle popolazioni civili già devastate dalla guerra.

Vogliamo per davvero fermare le guerre, i morti e il flusso in aumento dei profughi che fuggono dalla disperazione? L’equazione è dannatamente semplice: non collaboriamo, denunciamo e fermiamo produzione e vendita delle armi e saremo ben oltre la metà dell’opera.

Luca Cellini
Pressenza

Mutilazioni, educazione per contrastare questa barbarie

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“Le mutilazioni genitali femminili non solo sono una terribile violazione dei diritti umani delle donne e delle bambine, ma anche questione centrale per la promozione dell’uguaglianza di genere e dello sviluppo sostenibile nella sua dimensione ampia di sviluppo sociale ed economico, oltre che ambientale”. Lo ha detto Pia Locatelli, capogruppo Psi alla Camera e presidente del comitato Diritti umani in occasione della Giornata Mondiale contro le mutilazioni genitali. “L’Italia è stata tra i primi Paesi  a sostenere l’adozione della risoluzione ONU per la messa al bando delle mutilazioni dei genitali femminili e si è particolarmente impegnata nel lavoro di prevenzione con la legge del 2006. Continuiamo a farlo senza abbassare la guardia, ma al contrario intensificando il nostro impegno”.

“Il fenomeno – ha concluso – riguarda tutti: anche l’Europa e l’Italia, a causa del recente incremento dei flussi migratori, e per contrastarlo serve una formazione adeguata.  Uno strumento è la piattaforma web europea UEFGM, presentata oggi da Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo) per professionisti e professioniste di diversi settori che lavorano con donne che convivono o sono a rischio di questa orrenda pratica”.

Maria Cristina Pisani, portavoce del PSI, ha aggiunto che “delle mutilazioni genitali femminili si parla ancora troppo poco. Eppure sono circa 140 milioni le donne nel mondo che hanno subito questo tipo di violenza e l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che ogni anno sono a rischio circa 3 milioni di bambine”.  “Il modo migliore per dare un senso a questa giornata e’ quello di favorire un grande cambiamento sociale e culturale per contrastare, attraverso un grande sforzo educativo, questo abuso irreversibile dell’integrità di donne e bambine. Nonostante in molti paesi siano state approvate leggi che proibiscono le mutilazioni genitali, ci sono luoghi in cui questa pratica che viola i diritti fondamentali degli esseri umani, viene ancora praticata. Dobbiamo dunque tenere i riflettori accesi su un problema che deve essere superato”- ha proseguito Pisani. “Partendo dalla sensibilizzazione e l’educazione al contrasto di questa barbarie”.

Complessivamente sono almeno 200 milioni le ragazze e le donne che in 30 paesi hanno sofferto di una qualche forma di mutilazione genitale. Sono i dati diffusi dall’Unicef e l’Unfpa in occasione della Giornata Internazionale per la Tolleranza Zero sulle Mutilazioni Genitali Femminili 2017 che ricorre oggi. Dei 200 milioni, 44 hanno meno di 14 anni. La più alta incidenza di questi casi si registra in Gambia (56%) e in Mauritania (54%). Metà delle donne e delle ragazze mutilate vive in tre paesi: Egitto, Etiopia e Indonesia. In gran parte dei paesi la maggioranza delle bambine sono state mutilate prima di compiere cinque anni. Con la globalizzazione, anche le ragazze che vivono in comunità di emigrati sparse per il mondo sono a rischio.

Unicef ed Unfpa hanno avviato nel 2008 un programma contro la mutilazione genitale femminile supportando 17 Paesi, ed hanno ottenuto numerosi successi. Ma le due organizzazioni dell’Onu sollecitano i governi ad un’accelerazione delle politiche contro questa pratica disumana. L’obiettivo dell’Onu è quello di bandire totalmente le mutilazioni entro il 2030. Esse infatti sono considerate in qualunque forma, una palese violazione dei diritti della donna. Sono discriminatorie e violano il diritto delle bambine alla salute, alle pari opportunità, a essere tutelate da violenze, abusi, torture o trattamenti inumani, come prevedono tutti i principali strumenti del diritto internazionale.

Summit di Taormina: riportare la Russia nel G8

PutinE’ partita un’iniziativa italiana per il reintegro nel G8 della Federazione Russa. E’ un’iniziativa giusta, opportuna e che tiene conto anche degli interessi del nostro Paese.

I presidenti del Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME), dell’istituto di ricerche sociali EURISPES e dell’Istituto Italiano per l’Asia e il Mediterraneo (ISIAMED) hanno scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, sollecitando il nostro governo a farsi promotore di azioni affinché  il presidente Vladimir Putin possa essere al summit di Taormina, al fine di costruire “ponti” e la necessaria, vera e positiva collaborazione di pace per una efficace cooperazione tra i popoli.

Come è noto, dal primo gennaio  l’Italia ha la presidenza del G7, di cui sono membri anche gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna. Gli altri Paesi dell’Ue sono rappresentati dalla Commissione europea, che, si ricordi, non può ospitare i vertici ne presiederli.

Quindi a maggio a Taormina si terrà il prossimo summit dei capi di stato e di governo con la presenza di nuovi leader mondiali, come il Presidente americano Donald Trump, il prossimo Presidente francese e il Primo ministro inglese Theresa May.

E’ noto che, dal 1998 fino al 2014, al G8 ha partecipato anche la Federazione Russa. A seguito della crisi in Ucraina, del referendum in Crimea e delle conseguenti sanzioni, è stata impedita tale partecipazione.

Pertanto a Taormina, purtroppo, potrebbe non esserci, ancora una volta, il Presidente della Federazione Russa. In merito riteniamo che il meeting potrebbe essere l’occasione per l’Italia per spingere verso la riapertura di un dialogo costruttivo con Mosca. La Russia, non sfugge a nessuno, è un partner importante. Lo è ancor di più per l’Unione europea, se davvero si vuole agire per affrontare le tante questioni globali. La soluzione di problemi quali quello della sicurezza e delle migrazioni e ovviamente quelli relativi ai costruendi nuovi assetti pacifici e multipolari, non può prescindere dal coinvolgimento della Russia.

Si ricordi che il 2016 si è purtroppo chiuso con il massacro terroristico di cittadini inermi nel mercatino di Natale a Berlino e il 2017 è cominciato con l’orrendo attentato di Istanbul. Sono eventi che pongono al centro della politica europea ed internazionale la questione della sicurezza e della pacificazione e risoluzione dei troppi conflitti regionali  che, come dice il Papa, nel loro insieme, anche se a pezzi, costituiscono la terza guerra mondiale.

Le grandi istituzioni internazionali, a cominciare dall’ONU e dall’Unione europea, sono chiamate ad assumere delle  responsabilità dirette. Ma anche i vertici G20, G7 e G8 sono importanti organismi di coordinamento per affrontare le cause delle tante tensioni legate soprattutto alle maggiori sfide economiche e geopolitiche e dare indicazioni sulle soluzioni più adeguate e condivise.

Perciò riteniamo positivo che il primo ministro Gentiloni abbia già sottolineato la necessità per tutti di abbandonare la logica della guerra fredda, senza rinunciare ai principi, Lo sono anche le recenti dichiarazioni del Ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che sembra sollecitare il rientro della Russia nel G8.

Ciò potrebbe aiutare anche la stessa Unione europea a recuperare un ruolo più incisivo nel contesto internazionale. Il vertice di Taormina, città di grande storia proiettata nel Mediterraneo, potrebbe, quindi, essere davvero l’occasione per aprire nuove prospettive di cooperazione e crescita comune.

L’esclusione della Russia sarebbe non solo inopportuna e ingiustificata, ma darebbe l’impressione di una decisione negativa esclusiva dell’Europa, tenuto conto delle più recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti.

Mancando la Russia, oltre alla Cina e all’India che non vi hanno mai fatto parte, il G7 rischia di essere visto nel mondo come un club di amici dell’Occidente. Un club di Paesi che, rispetto al loro Pil, sicuramente occupano le prime posizioni mondiali, ma hanno economie in prolungata stagnazione.

Si rammenti che le perduranti sanzioni incrociate con la Russia penalizzano esclusivamente le economie europee. In proporzione, è l’Italia a rimetterci di più. Se ciò è vero, come è vero, il nostro Paese non può non cogliere l’opportunità di Taormina per assumere un ruolo più incisivo ed avere un maggiore spazio nella scena internazionale, a partire dal Mediterraneo e dalla stessa Europa.

Mario Lettieri * e Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia  **economista

Arriva l’era Trump, l’America chiude agli immigrati

trump-votoIniziata l’era Trump, l’America si ritrova trincerata. Donald Trump procede come un rullo compressore per mantenere le sue promesse elettorali e firma altri due ordini esecutivi al Pentagono, parte così la stretta sull’immigrazione e il rafforzamento dell’Esercito, dopo aver incontrato lo stato maggiore congiunto e partecipato alla cerimonia di giuramento del nuovo segretario alla difesa, il gen. James Mattis, “l’uomo giusto al posto giusto”.
L’ordine esecutivo che chiude i confini americani agli immigrati è entrato in vigore venerdì sera. I rifugiati che erano già sugli aerei, diretti negli Stati Uniti con documenti validi, sono improvvisamente diventati illegali. Arrivati sul suolo americano, sono stati arrestati. I gruppi per i diritti civili parlano di centinaia di persone detenuti. Uno tra questi è stato comunque rilasciato dopo l’intervento di due deputati democratici.
E’ già attivo nei fatti il divieto di ingresso negli Stati Uniti per quanti provengano da 7 paesi a maggioranza islamica: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Nelle ultime ore si è aggiunto un ulteriore particolare preoccupante: il bando ai cittadini di sette Stati giudicati a rischio terrorismo è allargato anche a chi è in possesso di una “green card”. La carta d’imbarco non viene rilasciata ai cittadini iraniani da compagnie come Etihad Airways, Emirates e Turkish Airlines. “La decisione del governo degli Stati Uniti di colpire il popolo iraniano è un affronto a tutte le persone di questa grande nazione”: per questo il governo iraniano “per proteggere la sacralità e la dignità di tutti i cittadini dell’Iran in patria e all’estero” e “per proteggerne i diritti”, “attua il principio di reciprocità”. Lo rende noto un comunicato del ministero degli Esteri iraniano.
Sul decreto di Trump avvocati e gruppi per la difesa dei diritti umani stanno attivando azioni legali, le prime in conseguenza di quanto accaduto a due cittadini iracheni fermati all’aeroporto J.F. Kennedy di New York.
I gruppi parlano di un ordine che violerebbe una legge di più di cinquant’anni fa, che mette al bando ogni discriminazione per gli immigrati sulla base delle origini nazionali. Trump ha fondato in realtà il suo ordine esecutivo su un’altra legge, del 1952, che dà al presidente l’autorità di “sospendere l’entrata a ogni classe di stranieri che egli trovi di detrimento agli interessi degli Stati Uniti”. Ma il Congresso, nel 1965, ha di nuovo riaffermato che nessuno può essere “discriminato in termini di emissione di un visto sulla base della sua razza, sesso, nazionalità, luogo di nascita e residenza”.
La preoccupazione cresce anche oltre i confini statunitensi, l’Onu ha rivolto un appello a Trump per proseguire la tradizione americana di accoglienza dei rifugiati e di non operare restrizioni di razza, nazionalità e restrizione. Il Presidente degli Stati Uniti ha sospeso a tempo indeterminato l’ingresso dei rifugiati provenienti dalla Siria. “L’ingresso di cittadini e rifugiati siriani” è “dannoso per gli interessi del Paese”, ha scritto il presidente, che sta trasformando la politica di asilo in una parte fondamentale della strategia anti-terroristica e di difesa della nuova amministrazione americana. Così in una dichiarazione congiunta l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Alto commissariato per i rifugiati hanno ricordato come “il programma americano di reinsediamento sia uno dei più importanti del mondo” e ribadito l’impegno a collaborare con il governo statunitense, come fatto finora, per “proteggere le persone che ne hanno più bisogno”.
Tra i primi a manifestare la propria seria preoccupazione per il decreto anti rifugiati è Malala Yousafzai, la giovane attivista pakistana vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2014: “Mi si spezza il cuore nel vedere che l’America sta voltando le spalle a una storia gloriosa di accoglienza di immigrati e rifugiati, persone che hanno contribuito a costruire il Paese, disposti a lavorare duramente in cambio di una chance di vita migliore”.
Dall’Europa il primo a rispondere alle dichiarazioni di Trump e alle sue iniziative è stato il presidente Hollande. “Quando le dichiarazioni del presidente americano indicano la Brexit come modello per altri paesi, credo che si debba rispondere”, ha sottolineato il presidente francese poco prima dalla telefonata prevista con il leader della Casa Bianca. L’Ue dovrebbe avviare un “dialogo fermo” con Washington, ha aggiunto il capo dell’Eliseo.
Il giorno dopo aver ricevuto alla Casa Bianca il premier britannico Theresa May, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avviato la diplomazia delle telefonate con i leader dei principali paesi europei. Trump ha sottolineato i legami transatlantici con la Germania, un rapporto di parità con la Russia e si è sentito richiamare dalla Francia per il suo controverso ordine esecutivo che sta bloccando gli arrivi da una serie di paesi islamici.
Il presidente francese Francois Hollande ha invitato l’amministrazione Trump a “rispettare” il principio dell'”accoglienza dei rifugiati”. Secondo l’Eliseo Hollande ha anche esortato Trump a tenere nel dovuto conto “le conseguenze economiche e politiche di un approccio protezionista”. Il presidente socialista ha detto ai giornalisti che l’Europa deve formare un fronte unito e fornire una risposta “ferma” per le politiche controverse di Trump.

Sempre dalla Francia, parlando ad una conferenza stampa congiunta a Parigi con il suo omologo tedesco Sigmar Gabriel, il ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayrault ha detto che molte delle decisioni di Trump stanno preoccupando i due alleati degli Stati Uniti, tra cui le nuove restrizioni in materia di immigrazione.

Ma la protesta contro il bando di Donald Trump all’immigrazione dilaga nel mondo e negli Stati Uniti, da New York fin sotto alla Casa Bianca. L’Onu accusa: è un atto illegale e meschino. Mentre un sondaggio rileva che il 51% degli americani disapprova il lavoro del neopresidente. ”Non è un bando dei musulmani, come i media riportano falsamente”, ha tentato di gettare acqua sul fuoco il tycoon, il quale ha chiamato in causa il suo predecessore: ”E’ simile a ciò che fece il presidente Obama nel 2011 quando bandi’ i visti per i rifugiati dall’Iraq per sei mesi”. Intanto Theresa May e Vladimir Putin stanno preparando i rispettivi incontri con Trump. L’Ue invece risponde: “Noi non discriminiamo”.

Critica anche la Merkel: “La necessaria e decisiva lotta al terrorismo non giustifica in alcun modo – rileva – un generale sospetto contro persone di una specifica fede, in questo caso musulmana, o persone di specifica origine. L’azione contraddice il concetto fondamentale dell’aiuto internazionale ai profughi e della cooperazione internazionale”

Putin nel mondo…
Nel bene e nel male

putinSecondo un sondaggio realizzato dall’Ispi, dall’Ipsos e da Rainews 24 alla fine del 2016, Vladimir Putin è l’uomo politico più influente del mondo, con una percentuale di indicazioni quattro volte superiore a quella di Donald Trump. Nello stesso periodo del 2015 era Barack Obama. Sempre nello stesso sondaggio, la Russia è al primo posto nell’elenco dei paesi che contano, superando Stati Uniti e Cina appaiate al secondo posto; mentre l’Europa è indicata da meno del 20% dei sondati (in questo caso erano possibili più indicazioni).
Umori populisti? Reazioni irrazionali? Tutt’altro. Anche perché, sugli altri quesiti del sondaggio, le risposte riflettono il più elementare buon senso (molte più preoccupazioni per la crisi economica che per il terrorismo; un atteggiamento sull’immigrazione che rifiuta sia il “facciamo entrare tutti” che il “non facciamo entrare nessuno”; Germania indicata ad un tempo come la maggiore risorsa e come il maggiore problema per il nostro paese e così via).
Ammirazione per l’uomo forte o magari per il suo regime? Non direi. Semmai, ammirazione per una persona e, per la proprietà transitiva, per un paese che hanno obbiettivi chiari, razionali e comprensibili e strategie visibili e concrete per realizzarli. In un universo di riferimento, tanto per capirci, che non hanno nulla a che vedere con gli schemi Bene/Male Amico/ Nemico radicati nell’immaginario collettivo americano.
E così, nell’anno di grazia 2016, Mosca ha potuto segnare a pieno titolo, nell’area mediorientale: il riconoscimento della priorità della lotta al jihadismo rispetto a quella della caduta di Assad, convertendo al suo punto di vista paesi come la Turchia e il futuro presidente della repubblica francese, al secolo François Fillon; il suo riconoscimento come naturale protettore dei cristiani d’oriente, sinora vittime collaterali di tutte le “crociate”scatenate dall’Occidente (dall’Iraq alla Libia alla stessa Siria); i contatti permanenti ristabiliti con Israele ed Egitto, Arabia saudita e regime di Tobruk; il reintegro del regime di Damasco come elemento ineliminabile nello scacchiere politico della regione; l’accordo umanitario, i cui garanti non sono stati ne l’Onu, ne gli Stati Uniti, nè l’Europa ma Russia, Turchia e Iran, che ha permesso l’uscita da Aleppo dei civili e delle milizie islamiche.
A fronte di tutto questo il bilancio dell’Occidente è zero carbonella: e, attenzione, non mi riferisco qui alle campagne militari. Del passato o del presente, con il loro esiti disatrosi (Iraq, Libia, Yemen); in corso, ma condotte, giustamente, con estrema cautela ( Isis, Mosul); o, infine, giustamente abortite (come l’intervento diretto dell’Occidente nel conflitto civile siriano). Ma ai progetti costruttivi mai arrivati a buon fine: intesa con il mondo islamico, insieme, democratico e moderato, risistemazione della Libia, reinserimento dell’Iran nell’ordine internazionale e, infine, accordo di pace tra israeliani e palestinesi (una perla, a questo riguardo, la dichiarazione del nuovo ambasciatore americano a Gerusalemme “capitale eterna di Israele”; ” i fautori dei due stati due popoli sono dei kapo’”.
Un totale fallimento. Riassumibile nel fatto che gli Stati uniti dell’ultimo Obama e del primo, e speriamo unico Trump vorrebbero disimpegnarsi dal disastro mediorientale ma non sono in grado di farlo, perchè non trovano luogotenenti locali disponibili a seguire le loro direttive. Israele va per conto suo ed è in una condizione di forza e di sicurezza senza precedenti, l’Arabia saudita sta impazzendo, la Turchia si sta sganciando dall’ancoraggio occidentale.
Perché tutto questo? Che cosa si è fatto e non si doveva fare; e cosa non è stato fatto di quello che si doveva fare?
Discutere di questo o di quello ci porterebbe lontano. E senza raggiungere opinioni condivise. Ma forse il difetto, anzi i difetti stanno nel manico. E cioè da una parte nel manicheismo ideologico americano; e dall’altra nel progressivo disimpegno europeo.
Il primo fenomeno ha radici molto antiche, al punto di diventare una seconda natura. Ed è e sarà sempre più al centro del dibattito, negli stessi Stati uniti: anche come effetto collaterale di una variante potenzialmente assai pericolosa, con l’avvento di Trump.
Il secondo, invece, rimane ancor oggi al centro di generiche lamentazioni: “l’Europa che non c’è” e via litaniando.
Pure un’Europa c’è eccome. Ed è quella che abbiamo costruito sull’onda delle illusioni del 1989 e dei principi di Maastricht. Nel primo caso, nel convincimento che, con la caduta del muro di Berlino, l’Europa potesse guidare ed ispirare non solo la ricostruzione liberaldemocratica dell’intero continente ma anche l’adeguamento progressivo al nostro modello dell’area mediterranea e mediorientale. E questo senza curarci minimamente di ridefinire, con gli Stati uniti le modalità, gli strumenti e le scelte politiche funzionali alla costruzione del nuovo ordine mondiale .Nel secondo caso, sostituendo l’economia alla politica come luogo della costruzione dell’Europa unita.
Il risultato, in Medio oriente come altrove, è stato di averne in campo molte; e cioè, appunto, nessuna.

Stop alle esecuzioni, 117 Paesi votano risoluzione ONU

Pena di morte-GeorgiaL’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato ieri per la sesta volta la risoluzione in favore di una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte. Il fronte che chiede di fermare la mano del boia ha tenuto nonostante i timori della vigilia legati a un clima internazionale più difficile e al risorgere del terrorismo. Su un totale di 193 Stati membri delle Nazioni Unite, 117 hanno votato a favore, 40 hanno votato contro e 31 si sono astenuti. Gli altri cinque non hanno preso parte alla votazione. La moratoria ha ottenuto due voti a favore in più rispetto al primo esame dello scorso 17 novembre della Terza Commissione dell’Assemblea generale.
Come ricorda Amnesty International, per la prima volta il sì è arrivato da Guinea, Malawi, Namibia, isole Salomone, Sri Lanka e Swaziland, mentre lo Zimbabwe è passato dal voto contrario all’astensione. Purtroppo, Filippine, Guinea Equatoriale, Niger e Seychelles si sono astenuti dopo aver precedentemente votato a favore mentre le Maldive sono passate dall’astensione al voto contrario.
Il risultato è comunque ampiamente positivo perchè conferma una tendenza che vede in Assemblea generale dell’ONU un numero sempre crescente di paesi favorevoli allo stop alle esecuzioni. La risoluzione, è bene ricordarlo, non è vincolante ma rappresenta un forte segnale e riveste un considerevole peso politico. Non a caso, dal 2007, dalla prima risoluzione approvata, 13 stati hanno abolito la pena di morte per tutti i reati e altri due, Guinea e Mongolia, hanno intrapreso il cammino verso la cancellazione delle esecuzioni.
Gli abolizionisti sono comunque certi: la strada verso un mondo senza pena di morte è ormai tracciata e non prevede fughe all’indietro. I dati parlano chiaro. Oggi i Paesi che hanno abolito la pena capitale per tutti i reati sono 101 e in totale 138 stati membri su 193 l’hanno abolita per legge o nella prassi. Lo scorso anno, in 169 dei 193 stati membri, ossia l’88 per cento, non vi sono state esecuzioni.
Massimo Persotti

Aleppo, l’Onu da’ l’ok all’evacuazione dei civili

aleppo-estDopo una guerra durata cinque anni che ha decimato la popolazione siriana e una diplomazia che tarda a trovare una soluzione, mentre ad Aleppo Est si denunciava il massacro dei civili, ora il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato all’unanimità la risoluzione che prevede l’invio di osservatori ad Aleppo per il monitoraggio delle operazioni di evacuazione di civili e ribelli. Il Consiglio di sicurezza ha adottato la risoluzione presentata dalla Francia che prevede il rapido invio degli osservatori ad Aleppo per monitorare le operazione di evacuazione e riferire sulle condizioni dei civili. Nella risoluzione si domanda poi all’Onu e ad altre istituzioni “di effettuare un adeguato monitoraggio, diretto e neutro, sulle evacuazioni da Aleppo”. Il testo è una versione modificata della bozza francese con emendamenti russi. Alla fine il testo è stato votato anche dalla Russia, principale alleato del regime di Bashar al Assad. In molti criticano il colpevole ritardo con cui si sono mosse le Nazioni Unite.
Oltre 1.000 persone sono state evacuate questa mattina, dopo forti ritardi, dalle ultime aree controllate dai ribelli ad Aleppo: lo hanno reso noto fonti mediche, secondo quanto scrive Al Arabiya che cita la stampa internazionale.
In contemporanea con la ripresa del trasferimento dei civili da Aleppo Est, dieci autobus hanno portato in salvo stamane i civili asserragliati nei villaggi sciiti di al-Foua e Kefraya, assediati dai miliziani anti-Assad. Lo riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus), organizzazione con sede in Gran Bretagna. L’evacuazione dei feriti e di altri civili da questi due villaggi sciiti era una pre-condizione, posta dal governo di Damasco e dai suoi alleato russi e sopratutto iraniani, per completare le operazioni di sgombro da Aleppo Est.
Due incontri sulla questione siriana e, in particolare, per discutere del dopo-Aleppo si svolgeranno domani a Mosca tra rappresentanti degli Esteri e della Difesa di Russia, Iran e Turchia. Lo riferisce la tv panaraba al Mayadin, vicina all’Iran, che cita fonti basate a Teheran. Proprio l’Iran, secondo la tv, ha chiesto un incontro a Mosca con rappresentanti russi e turchi. Il primo incontro vedrà la partecipazione dei ministri della Difesa dei tre paesi; il secondo sarà invece riservato ai responsabili della diplomazia di Ankara, Mosca e Teheran. Già da oggi sono in corso contatti telefonici tra le parti alla vigilia delle due riunioni.

Aleppo liberata dai russi e dall’esercito siriano

aleppo-2“Tutto l’Est di Aleppo si trova sotto il controllo delle forze siriane. L’Esercito siriano sta perseguendo gli ultimi terroristi nascosti dietro le loro ultime postazioni nei quartieri a sud”, hanno comunicato ieri i media siriani, citando le fonti militari.
Dopo quattro settimane di controffensiva governativa, appoggiata dalle forze armate russe, i ribelli si sono ritirati da sei altri quartieri di Aleppo e di loro non rimane ormai che una piccola sacca di resistenza nella strategica città della Siria settentrionale, attualmente infatti le truppe siriane e i miliziani jihadisti sono impegnati in feroci combattimenti negli ultimi tre quartieri dove sono trincerati i ribelli, che sono Al-Ansari, Zabadiye e Al-Mashad.
“La battaglia di Aleppo è vicina alla fine”, ha dichiarato Rami Abdel Rahmane, direttore dell’Osservatorio siriano dei diritti umani, che ha reso nota l’evacuazione dal quartiere di Boustane al Qasr, uno dei più fortificati.
La scorsa settimana il presidente siriano Bashar al-Assad ha sottolineato che una vittoria dell’Esercito siriano ad Aleppo sarà un grande passo verso la fine della guerra nel paese arabo. Perdendo le ultime posizioni ad Aleppo, la ribellione subisce la peggiore sconfitta dall’inizio della guerra nel marzo 2011. La riconquista della città permetterà al regime di Bashar al Assad il controllo delle cinque città più importanti della Siria: oltre Aleppo anche Damasco, Homs, Hama e Latakia.
Tuttavia mentre arrivano le notizie dei festeggiamenti nella città, l’Unicef ha chiesto di evacuare immediatamente i civili dalle poche zone della città ancora in mano ai ribelli e assediate dai soldati di Assad. Sono decine i bambini rimasti intrappolati in un edificio ad Aleppo est, sotto il fuoco delle forze lealiste siriane. Il direttore regionale Unicef Geert Cappelaere ha detto di essere inoltre “profondamente scosso” per le uccisioni indiscriminate di civili, bambini compresi.
Stamattina l’ONU ha affermato che un’ottantina di civili, fra cui donne e bambini, sono stati uccisi dalle forze lealiste. La Francia ha chiesto all’organizzazione di far immediatamente chiarezza su quanto sta avvenendo, mentre la Turchia ha dichiarato di voler intensificare il dialogo con la Russia e gli altri paesi impegnati nella battaglia per stabilire un cessate il fuoco.
“Avendo ben presenti i precedenti, visto che i militanti sfruttano ogni tregua per radunare le forze e ricevere rifornimenti in munizioni dall’esterno e terrorizzare la popolazione pacifica in modo ancora più feroce, dobbiamo prima trovare l’accordo sui dettagli dei possibili corridoi umanitari. E su questo ci possiamo accordare con gli americani piuttosto rapidamente” ha detto il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov in conferenza stampa bocciando così la proposta americana di una tregua umanitaria immediata per la seconda città siriana.
Da Ginevra l’organismo multinazionale punta il dito su Damasco per l’alto numero di civili uccisi nel corso dei bombardamenti sulle zone controllate dai ribelli.aleppo
Rupert Colville, portavoce dell’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite:
“I civili hanno pagato un prezzo brutale durante questo conflitto e siamo consapevoli della profonda inquietudine per chi è rimasto in questo angolo infernale tenuto dall’opposizione. Ieri sera abbiamo ricevuto segnalazioni molto preoccupanti su numerosi corpi abbandonati per strada e sull’impossibilità per i residenti di recuperarli a causa degli intensi bombardamenti e per il rischio di venire colpiti”.
Intanto si viene a sapere da Al-jazeera che il governo siriano ha aperto un corridoio da cui sono uscite circa 50.000 a 60.000 persone, tuttavia molti civili preferiscono affrontare le bombe piuttosto che rischiare di essere presi da Damasco. Il timore è accompagnato dalla notizia che centinaia di uomini “scompaiono in un unico luogo, altri sono in fila per l’esecuzione sommaria”.

Siria. Tensione Usa-Russia fa saltare i colloqui a Ginevra

siria-guerraTorna il ‘gelo’ tra Mosca e Washington a causa dell’offensiva delle truppe governative sostenute dalla Russia ad Aleppo. Ieri infatti le forze governative siriane e i loro alleati sono avanzate in un’altra area controllata dai ribelli ad Aleppo est, ma gli insorti hanno lanciato colpi di mortaio contro la zona occidentale della città.
I rappresentati per la politica estera di Washington e Mosca avevano in programma un incontro a Ginevra ma il summit è saltato. A renderlo noto il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov. “Ieri – ha detto Lavrov – abbiamo ricevuto” dalla parte americana “un messaggio secondo cui loro domani purtroppo non riusciranno a incontrarci” a Ginevra “perché hanno cambiato idea” su come risolvere la situazione ad Aleppo. In particolare, ha chiarito Lavrov, gli Usa hanno ritirato una proposta su Aleppo avanzata il 2 dicembre a Roma a margine della Conferenza Med 2016 e “ieri” ne hanno inviata a Mosca un’altra. Una proposta che l’esponente del Cremlino definisce “inaccettabile” perché “a nostro avviso mira a far tornare tutto indietro, sembra un tentativo per temporeggiare e permettere ai miliziani di rifiatare e riorganizzarsi. Siamo consapevoli che non è possibile avere un colloquio serio con i nostri partner americani, così come accaduto lo scorso 9 settembre. Allora avevamo raggiunto un accordo che era entrato in vigore ma poi gli Stati Uniti hanno trovato dei pretesti per uscirne”.
“C’è la consapevolezza – ha detto Lavrov – che non ce la si fa ad avere un colloquio serio con i nostri partner americani. Così è successo con gli accordi del 9 settembre, che erano stati raggiunti ed erano entrati in vigore, ma poi gli Usa hanno cominciato a cercare dei pretesti per uscirne e alla fine li hanno trovati. Adesso la situazione è molto simile”.
Il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, ha comunque assicurato che a Ginevra continuano i contatti sulla Siria a livello di esperti tra Russia e Usa. Peskov ha poi negato che Mosca non voglia trovare un accordo con Washington sulla Siria prima dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Il neopresidente americano Donald Trump ha dichiarato che un incontro con Vladimir Putin è tra le prime cose in agenda e, indirettamente, ha aperto anche al presidente siriano Bashar al-Assad definendolo “necessario per la lotta al terrorismo”. Ma Trump non si è ancora insediato alla Casa Bianca e c’è chi pensa che Mosca stia aspettando questo momento per poter intavolare un vero dialogo con la controparte. Ma Il Cremlino intanto fa sapere che “il fatto che i miliziani si siano rifiutati” di lasciare Aleppo “non significa ancora niente. Non c’è nulla da rifiutare, gli accordi non sono ancora stati conclusi. Comunque, se qualcuno si rifiuta di uscire” da Aleppo est “sarà eliminato, non c’è alternativa”.
Nonostante tutto però la Russia è rimasta praticamente da sola a interessarsi della Siria. Nello stesso tempo però sempre ieri Mosca ha posto ancora una volta il veto ad una risoluzione sulla Siria al Consiglio di Sicurezza dell’Onu durante il voto di un documento che chiedeva “una tregua di sette giorni ad Aleppo” e la garanzia da tutte le parti di un’attuazione immediata della cessazione delle ostilità.
La Russia ha comunque espresso il suo rammarico per il disinteresse della Comunità internazionale sulla tragedia siriana.
“Ci dispiace molto che la comunità internazionale, inclusi i nostri partner in America, rispondano più che modestamente alla tragedia che si è verificata”, ha detto Peskov. Per poi aggiungere: “Ci dispiace molto che la parte russa sia ormai praticamente da sola nel tentativo di fornire assistenza umanitaria a quelle persone che escono da Aleppo Est, sfuggendo dalla prigionia dei militanti. Saremmo lieti di avere un approccio più attivo dei nostri partner occidentali, in questo contesto”.

FATTI NON PAROLE

“Il 25 novembre è la giornata delle parole, delle manifestazioni, delle campagne di sensibilizzazione, è giusto così ed è importante che almeno una volta l’anno si parli di femminicidi e di violenza sulle donne. Poi però negli altri 364 giorni servono i fatti”. Pia Locatelli, capogruppo del Psi e presidente del comitato Diritti umani della Camera, da sempre impegnata per i diritti delle donne (è stata per due mandati presidente e attualmente è presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne), fa il punto della situazione nella Giornata internazionale contro la violenza.

Iniziamo a parlare di numeri: dall’inizio dell’anno ad oggi sono 102 le donne vittime di femminicidio, praticamente una ogni 74 ore…

Tantissime. Ancora troppe, anche se il dato è leggermente in calo del 9% rispetto allo stesso periodo del 2015, quando si contavano otto omicidi in più, per un totale di 116 in 12 mesi. Se confrontati con quelli dei due anni precedenti, i numeri risultano percentualmente in aumento rispetto all’anno 2014, che ha visto la triste conta di 110 vittime e in calo rispetto al 2013, in cui si sono registrati ben 138 femminicidi. Ma la cosa più allarmante è che gli assassini sono soprattutto mariti o compagni. I dati confermano purtroppo che il trend continua ad essere costante, tanto più che non cambiano i dati relativi al reato di maltrattamenti, un reato molto pericoloso perché può sfociare in tragedia.

Che risposte può dare la politica e le istituzioni per fermare quella che sembra essere una mattanza senza fine?

Devo dire che fino a qualche anno fa la politica era sostanzialmente assente. In questa legislatura, invece, grazie anche alla sensibilità dimostrata dalla Presidente Boldrini, il tema del femminicidio e della violenza sulle donne è stato affrontato sin da subito. Il primo provvedimento approvato da questo Parlamento è stato la ratifica della Convenzione di Istanbul avvenuta il 28 maggio del 2013: siamo stati il quinto Paese a farlo e abbiamo contribuito alla sua entrata in vigore nel 31 luglio 2014. A questo importantissimo passo ne è seguito uno di non meno importanza: l’approvazione della legge, il 9 ottobre 2013, contro la violenza sulle donne. Misura indispensabile per evitare che la ratifica della Convenzione fosse solo un’operazione di immagine. Il testo che ci è arrivato sotto forma di decreto del Governo, e che risentiva del mancato coinvolgimento delle associazioni femminili e affrontava il tema della violenza soprattutto come un problema di sicurezza, è stato migliorato dal Parlamento soprattutto nella parte che coinvolge il Ministero dell’Istruzione e quindi la prevenzione. All’approvazione della legge è seguito il varo del Piano antiviolenza. Un’operazione lunga e travagliata che ha visto luce, anche per la mancanza di una Ministra alle Pari opportunità, dopo un anno e mezzo e che ancora non è pienamente operativo, anche per la scarsità di fondi a disposizione. Proprio ieri la Conferenza delle Regioni ha approvato la ripartizione degli oltre 31 milioni di euro destinati al Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere.

Quanto ha pesato la presenza delle donne in Parlamento che in questa legislatura è la più alta dalla nascita della Repubblica?

Indubbiamente c’è un segnale di cambiamento anche se non così forte come vorrei. Proprio per far sentire la nostra voce e cercare di imprimere un approccio di genere nelle politiche, su impulso della Presidente, è stato creato un Intergruppo parlamentare che raccoglie donne di tutti gli schieramenti. Abbiamo cercato di fare rete e di proporre delle iniziative trasversali. Ci siamo in parte riuscite, con difficoltà lo scorso anno perché eravamo agli inizi, con maggiore efficacia quest’anno. Nella legge di bilancio abbiamo presentato 12 emendamenti che il presidente della commissione Francesco Boccia ha voluto considerare ‘fuori quota’, a voler significare che tutti hanno firmato, indipendentemente dai gruppi. Siamo riuscite a far approvare un emendamento che estende alle lavoratrici autonome il diritto al congedo di tre mesi con il percepimento di un’indennità mensile, già previsto per le lavoratrici dipendenti, per le donne vittime di violenza; uno che stanzia fondi per i centri antiviolenza e le case rifugio e destina al Piano altri 5 milioni all’anno, per il triennio 2017-2019; uno per tutelare gli orfani di femminicidio. Questi sono fatti non parole.

E per quanto riguarda la prevenzione?

Gli interventi da portare avanti sono molteplici: da una maggiore attenzione da parte delle forze dell’ordine alle denunce o alle segnalazioni, a una piena attuazione del piano antiviolenza con l’immediata riapertura dei centri, a un’operazione culturale da portare avanti nelle scuole, alla sensibilizzazione e alla formazione di alcuni giudici che a volte concedono troppe attenuanti o lasciano in libertà stalker e violenti, fino ad arrivare a atti molto concreti come dotare le donne “a rischio” di dispositivi elettronici per allertare le forze dell’ordine in caso di pericolo. Tutto questo però non basta perché aiuterebbe solo le donne che sono consapevoli delle violenze subite e di quelle che potrebbero subire. Per le altre è necessario intervenire con una massiccia campagna di informazione, una sorta di decalogo che indichi quali sono i segnali di pericolo e come comportarsi già dal primo campanello d’allarme. Ci sono tante cose che si possono e si devono fare per fermare questa mattanza quotidiana: molte, come l’educazione ai sentimenti e al rispetto, richiedono tempo, altre devono essere operative subito.

Molti invocano anche un inasprimento delle pene. Può essere la strada giusta?

Non è inasprendo le pene o invocando la castrazione chimica che si ferma la violenza sulle donne: che i colpevoli paghino è giusto, ma vuol dire che siamo arrivati troppo tardi e questa è già una sconfitta. Mi interessa di più una donna viva che un colpevole in carcere.

Cecilia Sanmarco