RISPOSTA COMUNE

europa sbarchiL’Unione europea stavolta è pronta a discutere con l’Italia, dopo l’incontro tra la Cancelliera Angela Merkel e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si cerca una linea comune da tenere sugli sbarchi dei migranti. Domenica si terrà a Bruxelles un vertice straordinario e informale, in vista del Consiglio europeo che si terrà il 28 e 29 giugno. All’inizio era prevista la partecipazione di quattro Paesi: Germania, Francia, Italia e Spagna. Ma – dalle ultime indiscrezioni – è stato allargato a Grecia, Bulgaria ed Austria. Non è escluso che nelle prossime ore, la lista possa essere ulteriormente aggiornata. I dettagli del vertice saranno discussi oggi a Roma da Donald Tusk che incontrerà sia il capo dello Stato Sergio Mattarella, che il premier Giuseppe Conte. Ma il capo del Viminale, Matteo Salvini, non vuole sentirsi ‘escluso’ e ha fatto subito sapere che nel pomeriggio vedrà il premier Giuseppe Conte con il quale “è in perfetta sintonia” e lavoreranno alla proposta italiana che presenteranno all’incontro. “Abbiamo un incontro oggi pomeriggio con il presidente Conte, ci sarà una proposta italiana al vertice informale sui migranti, il problema non è respingere all’interno dell’Unione, ma usare uomini e soldi per difendere i confini europei”, aggiunge il leader della Lega, all’incontro ci sarà anche l’altro Vicepremier, Luigi Di Maio.
Nella prima bozza della proposta diffusa ieri del Consiglio si introduce, su proposta dell’Italia e con il sostegno dell’Alto commissario per i rifugiati Onu Filippo Grandi, il concetto di “piattaforme di sbarco regionali, in stretta collaborazione con l’Unhcr e l’Oim”. Ossia centri “per gestire quanti prendono la via del mare e sono salvati nel corso di operazioni di ricerca e salvataggio”. Dovranno servire per distinguere tra i migranti economici e quanti necessitano di protezione, “riducendo l’incentivo ad imbarcarsi per viaggi pericolosi”, domani la bozza verrà esaminata (ed eventualmente aggiornata) dagli ambasciatori dei 27 Stati membri.
Ma c’è un altro punto sul quale preme il ministro degli Interni italiano ministro, d’accordo con quello della Migrazione dei Paesi Bassi Mark Harbers che ha incontrato a Roma, i rimpatri più veloci nei paesi di provenienza.
Berlino e Parigi sembrano concordare al momento la necessità di sostenere l’Italia proprio per non creare una spaccatura a livello europeo proprio sulla questione migranti, tuttavia sia Merkel che Macron non faranno un passo indietro sul trattato di Dublino e i migranti saranno rispediti al Paese che ha effettuato la prima registrazione (di solito l’Italia).
Mentre da Parigi la risposta è stata piuttosto ‘formale’ verso Roma, Berlino appariva più disponibile a dare una mano, ma in questi giorni la Cancelliera si ritrova davanti ai problemi interni della Grosse Koalition. Il ministro degli Interni tedesco, Horst Seehofer, ha dato l’ultimatum sui migranti. Il capo della Csu ha annunciato che la Merkel deve trovare un accordo con la Ue entro due settimane oppure “do il via ai respingimenti”.
Eppure proprio oggi nella giornata mondiale del rifugiato, in quella che appare un’emergenza arrivano dati in contrasto con la percezione comune sugli sbarchi, così come evidenziato dall’Ocse.
“Per la prima volta dal 2011, i flussi migratori verso i Paesi dell’Ocse sono in leggera diminuzione, con l’ingresso di circa 5 milioni di migranti permanenti nel 2017 (contro 5,6 milioni ne 2016)”. Nessun emergenza, dunque secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. “Questa tendenza – ha aggiunto l’organismo internazionale – si spiega essenzialmente attraverso la riduzione dell’accoglienza dei rifugiati, legata a una forte riduzione delle richieste d’asilo, con circa 1,2 milioni di richieste d’asilo registrate nel 2017 contro 1,6 milioni nel 2016”. L’Ocse fa sapere che mentre “si allontana il picco della crisi dei rifugiati, periodo durante il quale la principale sfida consisteva nel fornire aiuto d’urgenza ai richiedenti asilo e ai nuovi rifugiati, entriamo in una fase complessa di promozione dell’integrazione di chi resta”. A questo punto, ha scritto l’organismo, i leader politici devono far fronte “a due sfide principali: la prima è gestire lo stesso processo d’integrazione senza turbare il mercato del lavoro. Il secondo è rispondere alle preoccupazioni riguardanti l’uso abusivo dei canali di migrazione nonché la percezione che un numero crescente di lavoratori stranieri soggiorna o lavora illegalmente nei Paesi di accoglienza”.

Usa fuori dal Consiglio dei diritti umani

haley pompeoNon è la prima volta, gli Stati Uniti avevano già boicottato il Consiglio dei Diritti Umani durante l’amministrazione di George W. Bush, rimanendone fuori per tre anni e tornando a farne parte con Obama. Washington avrebbe potuto anche scegliere di stare all’interno dell’organizzazione come osservatore non votante, ma ha preso invece una decisione definitiva, rimanendo fuori dall’organo che ha sede a Ginevra e di cui fanno parte 47 nazioni. Ma in queste ore la decisione definitiva dii lasciare il Consiglio dei diritti umani così come annunciato dall’ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Nikki Haley, che ha accusato l’istituzione di essere “un protettore dei molestatori dei diritti umani e un pozzo nero di pregiudizi politici”. Il ritiro è arrivato mentre l’amministrazione Trump è sotto il fuoco di un’intensa critica per la sua politiche di “tolleranza zero” adottata al confine con il Messico, dove nelle ultime settimane le autorità stanno separando i bambini dai genitori che cercano di entrare illegalmente negli Stati Uniti.
L’ambasciatrice ha citato tra le azioni del Consiglio da inserire nella “lista nera”, oltre il pregiudizio nei confronti di Israele, l’ammissione tra i suoi membri del Congo, così come l’incapacità di affrontare le violazioni dei diritti umani in Venezuela e in Iran. “Quando abbiamo chiarito che avremmo fortemente perseguito la riforma del Consiglio – ha aggiunto – paesi come Russia, Cina, Cuba ed Egitto hanno tentato di minare i nostri sforzi”. “Voglio chiarire che questo passo non significa che ci ritiriamo dai nostri impegni sul fronte dei diritti umani”, ha affermato da parte sua Mike Pompeo: “Anzi, facciamo questo passo perché il nostro impegno non ci consente di rimanere parte di un’organizzazione ipocrita e egoista che si fa beffe dei diritti umani”. Nell’ultimo anno Haley ha criticato più volte l’organo Onu per il trattamento riservato ad Israele. “Quando questo organo approva più di 70 risoluzioni contro Israele, un Paese con una forte posizione sui diritti umani, e solo sette risoluzioni contro l’Iran, che invece ha una pessima reputazione in materia, sai che qualcosa è profondamente sbagliato”, ha detto nei mesi scorsi.
Mosca ha reagito alla decisione denunciando il “volgare cinismo” degli Stati Uniti e il loro “disprezzo” per le Nazioni unite, definendo l’uscita dall’Unhcr una decisione “errata”. “Gli Stati Uniti hanno ancora una volta inflitto un grave colpo alla loro reputazione di difensori dei diritti umani, hanno mostrato il loro disprezzo per l’Onu e le sue strutture”, ha dichiarato in una conferenza stampa la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.
Dopo tanto tempo sono d’accordo Londra e Mosca. Il ministro degli esteri britannico, Boris Johnson ha ammesso: “È deplorevole  non è un segreto che anche il Regno Unito ha chiesto delle riforme in seno al Consiglio dei diritti umani, ma restiamo impegnati nel lavorare dall’interno, per rafforzare questo organo”. La Casa Bianca è da tempo che pensava di togliersi dal consiglio dei diritti umani dell’Onu, e già le prime minacce avvennero l’anno scorso, quando venne trasferita l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo la Città santa come capitale di Israele.
Il solo ad appoggiare la decisione è il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha commentato la mossa di Washington: “Una decisione coraggiosa contro l’ipocrisia e le bugie dell’organismo internazionale. Il consiglio – ha proseguito – è un’organizzazione parziale, ostile, anti-israeliana che ha tradito la sua missione di proteggere i diritti umani”. Secondo Netanyahu, il Consiglio non si è soffermato sulle violazioni dei diritti umani, bensì su Israele: “Quel Consiglio si è ossessivamente fissato con Israele, l’unica vera democrazia del Medio Oriente. Israele ringrazia il presidente Trump, il segretario Pompeo e l’ambasciatore Haley per la loro coraggiosa decisione contro l’ipocrisia e le menzogne del cosiddetto Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani”.

Oceani, un mare di plastica. Guterres: “Agire in fretta”

plastica oceani

“Un pianeta sano è essenziale per un futuro prospero e pacifico. Abbiamo tutti un ruolo da svolgere nel proteggere la nostra unica casa”. Lo scrive il segretario generale nell’Onu, Antonio Guterres, in un messaggio in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente. E se “può essere difficile sapere cosa fare o da dove cominciare”, Guterres sottolinea che “questa Giornata mondiale dell’ambiente ha una sola richiesta”: “Combattere l’inquinamento causato dalla plastica”. “Il nostro mondo – evidenzia il segretario generale dell’Onu – è sommerso da rifiuti plastici dannosi. Ogni anno, oltre 8 milioni di tonnellate finiscono negli oceani”.

“Le microplastiche nei mari già superano le stelle nella nostra galassia”, prosegue Guterres, osservando come “dalle isole remote all’Artico, non rimane nessun luogo intatto”. “Se le tendenze attuali continuano – avverte – entro il 2050 i nostri oceani avranno più plastica che pesci”. “Il messaggio della Giornata mondiale dell’ambiente, è semplice: rifiutare la plastica monouso. Rifiuta quello che non puoi riutilizzare”, ammonisce Guterres. “Insieme, possiamo tracciare un percorso verso un mondo più pulito e più verde”.

Con il ricorrere della Giornata mondiale degli oceani, l’8 giugno, si ripete l’allarme sull’inquinamento. Allarme a cui risponde una mobilitazione che dalle coste africane a quelle asiatiche, passando per Europa, Americhe e Oceania vede scendere in campo migliaia di volontari per pulire i litorali del Pianeta. E l’invito a darsi da fare, ora e tutti i giorni, arriva direttamente dalle Nazioni Unite: oltre 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici entrano ogni anno nei nostri oceani e uccidono centomila animali marini. “Se non cambiamo rotta, presto in mare potrebbe esserci più plastica che pesci. Dobbiamo lavorare individualmente e collettivamente per evitare questa tragedia”, ha detto ancora il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.

“La plastica soffoca corsi d’acqua, danneggia le comunità che dipendono dalla pesca e dal turismo, uccide tartarughe e uccelli, balene e delfini, si fa strada nelle zone più remote della Terra e lungo tutta la catena alimentare”, avverte Guterres, che chiama ciascuno a “fare la propria parte” evitando la plastica monouso e dando una mano a ripulire.

In Italia l’Ufficio regionale Unesco per la scienza e la cultura in Europa, con sede a Venezia, ha organizzato un evento che vedrà i volontari impegnati a ripulire laguna e canali. Pescara, Reggio Calabria, Oristano e Palermo sono invece alcune delle città in cui nel weekend si puliranno i litorali insieme al Wwf, che con l’iniziativa “Spiagge Plastic Free” organizza appuntamenti in tutto il mese di giugno. Ma in spiaggia c’è solo una frazione del problema. Mentre la Ong Oceana lancia l’allarme sui rifiuti di plastica in acque profonde anche nel Mediterraneo, Legambiente con l’università di Siena dimostra in uno studio che la plastica galleggiante in mare fa da ricettacolo di sostanze tossiche. Contaminanti, come il mercurio, che rischiano di entrare nella catena alimentare.

Giornata mondiale ambiente, focus plastica

plastica“Se la plastica abbandonata è un allarmante fonte di inquinamento per gli oceani, pregiudicati annualmente da 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, lo stesso materiale è, in proporzione, una grave fonte di pericolo per la rete idraulica del Paese”: il sorprendente dato è reso noto da Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI), in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, proclamata dall’ONU.

L’inciviltà di chi getta rifiuti, in gran parte di plastica, nei fossi o nei canali di scolo è concausa di aumento del rischio idrogeologico, già accentuato dalla violenza degli eventi meteo, conseguenza dei cambiamenti climatici. La pulizia delle acque dai “materiali in sospensione” (ramaglie, ma anche bottiglie di plastica, rifiuti, oggetti domestici…) è una delle principali voci di spesa nei bilanci dei Consorzi di bonifica.

Meno di due mesi fa, l’esondazione del Canale Nuovo in provincia di Lucca, fu causata proprio dal “tappo” creato da materiale di scarto, soprattutto plastica, incastratosi all’inizio di un tratto tombato del corso d’acqua. Numerosi sono anche gli interventi preventivi, operati su indicazione dei Comuni o di cittadini ed i cui costi possono essere imputati al privato nel caso di conclamata negligenza.

“Per tutto questo – conclude Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI – i Consorzi di bonifica sono impegnati da tempo in una costante azione di educazione ambientale che, accanto a percorsi scolastici, vede l’organizzazione di decine di giornate ecologiche, mirate alla pulizia di ecosistemi, degradati dalla presenza di rifiuti, perlopiù bottiglie e sacchetti di plastica. Contribuiamo ogni giorno, da più punti di vista, alla salvaguardia e valorizzazione del territorio; abbiamo buon titolo, insomma, per portare il nostro contributo d’esperienza ad una battaglia, che deve essere planetaria.”

Torino. “Moschee aperte” per dialogo interreligioso

moschee-aperte

Su impulso del Comune (esattamente dell’ assessorato alla Famiglia), a Torino domenica 27 maggio s’è svolto l’evento “Moschee aperte”: iniziativa per facilitare il dialogo interreligioso e interculturale tra i cittadini e la comunità islamica locale, organizzata in collaborazione con le Comunità del mondo arabo in italia (Co-mai) e la Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa (Cili-Italia): che ha visto la partecipazione di ben 13 moschee e luoghi di culto musulmani, rimasti aperti a tutti, per tutta la giornata. Si sono tenuti convegni, dibattiti (cui sono intervenuti molti cittadini italiani, desiderosi di sapere di piu’ sulla cultura e la religione islamica), e soprattutto – per il mese di Ramadan in corso – una grande cena all’ aperto, con la partecipazione di 450 persone, davanti alla moschea del Centro interculturale “La Mecca” di Via Botticelli; presieduto da Amir Younes, presidente della Comunità egiziana e coordinatore regionale delle Co-mai e di Cili-Italia in Piemonte.

Sono intervenuti le autorità locali – tra cui Giampiero Leo, Assessore emerito alla Cultura e all’ Istruzione della Regione Piemonte, ora presidente dell’Associazione regionale per il Tibet e i diritti umani – e Adly Hussein, Vicepresidente del Comitato Permanente per il Partenariato Euromediterraneo degli Enti locali e delle Regioni, nonché ex Governatore delle Regioni egiziane al-Qalyūbiyya e al-Manūfiyya.

“La sua partecipazione – sottolinea Amir Younes – ha mirato a mantenere un saldo rapporto con la Comunità Egiziana e araba piemontese, e ad avvicinarsi alle diverse culture di fede musulmana presenti sul territorio torinese. Quest’iniziativa del 27 maggio, giunta alla seconda edizione”, prosegue Younes, “è stata molto importante, per favorire la conoscenza reciproca tra cultura e fede italiana e islamica, combattendo pregiudizi, sospetti, paure che servono solo ad avvelenare i rapporti tra le varie comunità. Già ieri qui a Torino, abbiamo potuto constatare il miglioramento dei rapporti fra italiani e musulmani; ora speriamo che quest’ iniziativa diventi presto una manifestazione a livello nazionale, come abbiamo già fatto con #Cristianinmoschea, promossa dalle Co-mai l’ 11 settembre 2016 e 2017 “.

Da parte sua il fondatore delle Co-mai e di Cili-italia, prof.Foad Aodi, medico fisiatra, membro del Focal Point per l’integrazione in Italia per l’Alleanza delle Civiltà- Unaoc, organismo ONU, plaude all’iniziativa ringraziando tutte le autorità ed istituzioni piemontesi per il loro impegno continuo e costruttivo a favore del dialogo e del rispetto interreligioso: con i fatti, e non solo parole. “Auspichiamo che le forze politiche sappiano valorizzare queste buone pratiche anche a livello nazionale e internazionale; e separare l’immigrazione irregolare, che combattiamo, dalle politiche a favore dell’ integrazione, e abbattere il muro della paura e della diffidenza. Come abbiamo fatto con l’iniziativa ormai mondiale #Cristianinmoschea l’11.09.2017: per ribadire il no al terrorismo e sì alla buona convivenza tra le culture e le religioni, per l’interesse degli italiani e di chi ha scelto di vivere qui in armonia, rispettando la Costituzione italiana. Ma diciamo “No” secco alle strumentalizzazioni politiche .

Fabrizio Federici

Rifugiati. Un convegno sui campi profughi

campo profughi

A Roma, presso la sala convegni della chiesa di S. Camillo de Lellis in Via Sallustiana, l’Associazione “Annas Linnas”, la Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa CILI-Italia, le Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), il movimento internazionale “Uniti per Unire” e l’associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) hanno fatto il punto sulla drammatica situazione dei campi di profughi palestinesi, siriani e iracheni nel Medio Oriente, con particolare attenzione al Libano e alla Siria.

Dopo un’introduzione di Annabella D’ Elia ( Annas Linnas Italia), il padre melchita libanese Abdo Raad, di Annas Linnas Libano, co-presidente di CILI-Italia(Confederazione Internazionale laica interreligiosa), ha parlato della grave situazione – che si protrae da decenni, sul piano umano,igienico,sanitario – dei campi profughi palestinesi in Libano. Alessandra Mulas, giornalista free-lance , s’è soffermata sulla Siria, Paese fortemente disunito e disgregato al suo interno, da 7 anni alle prese con una drammatica guerra civile, e soggetto tuttora ai reiterati attacchi dell’ ISIS.

Mentre il Libano, dove in questi 7 anni si è riversata una marea di profughi siriani, ora ha chiuso strettamente i suoi confini, presidiati dall’ esercito (per entrare nel Paese dalla Siria, ora serve uno speciale permesso del Governo libanese).

L’avvocato Caterina Boca, di Caritas italia, ha fatto il quadro giuridico dello status di rifugiato e di profugo politico secondo la normativa europea. Valeria Gutierrez, della Comunità di S.Egidio, ha illustrato le principali iniziative dell’ associazione (come i corridoi umanitari) in atto attualmente in Italia per i profughi siriani e per gli immigrati in genere, e specialmente per chi richiede asilo politico; Nicola Lofoco, giornalista freelance, portavoce del movimento internazionale Uniti per Unire, dopo aver portato a tutti i saluti ufficiali del movimento, ha ricordato che “Sino a quando non si risolverà il conflitto israelo-palestinese, non potranno risolversi i problemi di questi profughi in Libano” (450.000, secondo i dati ufficiali delle associazioni palestinesi, distribuiti in 12 campi profughi).

“Il fallimento delle Primavere arabe – ha sottolineato Foad Aodi, fondatore di AMSI, Associazione Medici d’origine Straniera in Italia, e UMEM, Unione Medica Euromediterranea – si sta purtroppo traducendo in gravissimi disagi soprattutto per donne, bambini, anziani, in tante regioni del Mediterraneo. Urgono iniziative per salvare dalle sofferenze tutta questa gente, che spesso non usufruisce neanche della minima assistenza sanitaria; e per sottrarre le donne che arrivano in Europa alle violenze, e i minori ai mercato indegno dei trapianti, della violenza sessuale e del lavoro in nero  attualmente ci sono più di 10.000 minori, immigrati, dispersi in tutta Europa). Mentre è indispensabile una vera politica europea del settore, in Italia non siamo prevenuti contro alcuna forza politica, e anzi facciamo auguri al nuovo Governo che verrà: governo che, però, non dovrà assolutamente penalizzare l’integrazione costruttiva degli immigrati nella società italiana, e la cooperazione coi nostri Paesi d’origine: come proposto nel nostro recente progetto la “Buona Immigrazione”, basato su immigrazione programmata, rispetto del principio dei diritti e doveri uguali per tutti e accordi bilaterali coi Paesi d’ origine degli immigrati che arrivano in Italia “.

I numeri, registrati dall’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), sono d’ una chiarezza impressionante. Giordania, Libano e Turchia stanno ospitando attualmente circa 4,4 milioni di soli profughi dalla Siria, giunta purtroppo al settimo ano di crisi interna. In Giordania, Paese di 6 milioni di abitanti, si trovano 2,7 milioni di rifugiati (tra questi almeno 700 mila siriani), mentre nel Libano, che ha 4,5 milioni di abitanti, i profughi sono 1 milione e mezzo. La Giordania ospitava già oltre due milioni di palestinesi e 55 mila iracheni; il Libano, 450 mila palestinesi e 30 mila iracheni. Ben più grande e popolosa, la Turchia accoglie 2,5 milioni di rifugiati. C’è una folta presenza di profughi anche in Egitto (più di 260 mila).

Fabrizio Federici

GUERRA IN UN TWEET

putin trumpDonald Trump affida la sua dichiarazione di guerra alla Russia al cinguettio di Twitter. “La Russia promette di abbattere qualsiasi missile verrà lanciato contro la Siria. Preparati Russia, perché arriveranno, simpatici, nuovi e ‘smart’. Non dovreste essere partner di un Animale che gode uccidendo con il gas il suo stesso popolo”, scrive il Presidente Usa che aggiunge poi in un altro tweet: “Le nostre relazioni con la Russia sono peggiori di quanto non lo siano mai state, compresa la Guerra Fredda. Non c’è ragione per questo. La Russia ha bisogno del nostro aiuto per la sua economia, una cosa che sarebbe molto facile da fare, e noi abbiamo bisogno che tutte le nazioni lavorino insieme. Fermare la corsa agli armamenti?”.


Mosca nel giro di qualche minuto replica fermamente e duramente attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri del Cremlino, alle dichiarazioni al vetriolo di The Donald: “I missili ‘intelligenti’ dovrebbero volare verso i terroristi, non verso il governo legittimo della Siria”, spiega il governo di Putin nelle ore caldissime verso un possibile attacco militare contro Damasco da parte delle forze Usa-Uk-Francia. L’esercito russo continua a ripetere che se Trump attacca, la risposta di Mosca sarà certa e durissima: “Le forze russe affronteranno qualsiasi aggressione degli Stati Uniti contro la Siria, intercettando i missili e colpendo le loro piattaforme di lancio”, sottolinea inoltre Alexander Zasypkin secondo Russia Today.
A rispondere a Washington anche Damasco, il governo siriano definisce “spericolate” e “avventate” le minacce americane di un attacco militare in seguito al presunto attacco chimico di sabato scorso a est di Damasco. In un comunicato del ministero degli Esteri diffuso dall’agenzia ufficiale Sana si afferma che “il pretesto delle armi chimiche è evidentemente una scusa debole e non sostenuta da prove”. E che le “minacce americane mettono in pericolo la pace e la sicurezza internazionali”.
Tuttavia a tenere a bada le dichiarazioni del Presidente Trump è la stessa amministrazione di Washington, Il Pentagono infatti smorza i toni rispetto al tweet di Trump. “Il Dipartimento di Stato non rilascia commenti su future possibili operazioni militari. Spetta alla Casa Bianca commentare il tweet del presidente”, dice Eric Pahon, portavoce del Pentagono, aggiungendo che come detto da Trump “gli attacchi chimici del regime siriano contro i civili innocenti a Duma sono orribili e richiedono una risposta immediata da parte della comunità internazionale”.
Ma in queste ore sembra ormai tutto pronto per un intervento del trio ‘Washington- Londra- Parigi’: i dirigenti dell’amministrazione Trump stanno discutendo con dirigenti di Francia e Gran Bretagna per una possibile risposta militare comune in Siria dopo il presunto attacco chimico a Duma, attribuito dall’Occidente al regime di Damasco. Nel frattempo l’Onu si impantana ancora, non si trova l’intesa al tavolo dei diplomatici sul presunto attacco chimico. Ma per gli americani la colpa è sempre dei russi. “La Russia ha scelto ancora una volta il regime di Assad invece dell’unità del Consiglio di Sicurezza, e ha distrutto la credibilità dell’organo Onu”, ha detto l’ambasciatrice americana al Palazzo di Vetro, Nikki Haley dopo che la Russia ha impedito una risoluzione sulle armi chimiche siriane. Mosca ha posto il veto alla bozza Usa per istituire un nuovo meccanismo d’inchiesta indipendente, ma si è vista rifiutare dal Consiglio di sicurezza Onu anche la terza bozza di risoluzione sulla Siria presentata dalla Russia, che chiedeva l’invio di investigatori Opac a Duma per indagare il presunto attacco chimico.
La possibilità di un intervento americano, con l’aiuto di Macron e della May, è più che possibile tanto che Eurocontrol, l’organizzazione europea per la sicurezza dei voli oggi ha invitato in una nota pubblica a “volare con prudenza nelle rotte del Mediterraneo orientale per via di possibili attacchi missilistici sulla Siria nelle prossime 72 ore”.

Siria: tregua fragile a Ghouta. Cresce lo scandalo aiuti

Siria-guerra-Iran-RussiaLa tregua umanitaria in Siria ha abbassato il livello di violenza ma non ha messo a tacere le armi a Ghouta est, la roccaforte assediata dei ribelli a est di Damasco, da nove pesantemente bombardata dalle forze pro-Assad. Nel primo giorno di pausa negli attacchi tra le 9 e le 14 ci sono stati sporadici attacchi: il lancio di razzi da parte dei lealisti ha causato la morte di un bambino morto e il ferimento di altre sette persone.

Intanto, proprio dalla Siria, arriva una notizia che getta nuove ombre sugli operatori umanitari, dopo lo scandalo che ha investito Oxfam e altre Ong: alcune donne siriane, in cambio degli aiuti, sarebbero state costrette a prostituirsi o a subire abusi sessuali da parte di operatori che lavoravano per le Nazioni Unite o per organizzazioni di volontariato. A denunciarlo è un rapporto pubblicato dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), intitolato “Voices from Syria 2018”. L’indagine ha preso le mosse dalle denunce presentate da alcune donne nel 2015 ma un’inchiesta della Bbc sostiene che gli abusi non sono cessati. Operatori umanitari hanno riferito all’emittente britannica che lo sfruttamento delle donne era arrivato a un livello tale che molte siriane per lungo tempo hanno evitato di recarsi nei centri di distribuzione degli aiuti, perché era dato per scontato che chi aveva ricevuto cibo aveva accettato il ricatto sessuale.

Sul terreno siriano gli occhi restano puntati su Ghouta est e sulla fragile ‘pausa umanitaria’: secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, le truppe lealiste hanno lanciato quattro razzi contro la localita’ di Yisrin e i jet hanno bombardato siti non identificati ad Arbin, Kafr Batna e Al Iftiris, mentre due elicotteri delle forze governative hanno lanciato due bombe-barili ad Al Shifunia.

Anche l’Onu ha detto di aver ricevuto notizie di esplosioni a Ghouta Est, ma non è chiaro cosa sia accaduto. Le autorità siriane hanno consentito la creazione di un corridoio umanitario per facilitare l’uscita dei civili dalla martoriata area. Ma Mosca e Damasco hanno accusato ‘gruppi terroristici’ (come chiamano i ribelli) di aver lanciato colpi di mortaio sul corridoio umanitario, impedendo l’evacuazione di feriti e civili. “Il passaggio umanitario è stato aperto alle 9 del mattino per consentire ai civili di lasciare l’area ma i miliziani hanno cominciato a sparare, e non un solo civile ha lasciato la zona”, ha denunciato il generale russo, Viktor Pankov.

Quanto alla possibilità di aumentare il numero di ore giornaliere di tregua, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha sottolineato che “dipenderà da come si comportano i gruppi terroristici, se apriranno il fuoco o meno, se le loro provocazioni continueranno o meno”. Ma inrealtà, come ha detto il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, ricevuto a Mosca dal collega Serghei Lavrov, la Russia “e’ l’unico attore internazionale che può esercitare influenza sul regime di Damasco” per una tregua umanitaria nel martoriato Paese. La Francia, da parte sua, proporrà un piano in quattro punti per l’attuazione della tregua ordinata dall’Onu in Siria. Il piano, che avrebbe già l’ok di tre gruppi ribelli presenti a Ghouta, prevede punti di controllo ad al-Wafedin per il transito dei convogli umanitari, l’evacuazione d’urgenza dei feriti e dei soggetti più deboli, soprattutto bambini, e un meccanismo per controllare il rispetto dell’accordo.

Sulla Siria resta l’ombra delle armi chimiche che sarebbero state impiegate dal regine anche nei giorni scorsi contro Ghouta est. Il New York Times ha riferito che la Corea del Nord ha fornito al governo di Damasco valvole, termometri e materiale edilizio resistente agli acidi da utilizzare nella produzione di armi chimiche, con almeno 40 carichi inviati tra il 2012 e il 2017. È quanto emergerebbe da un rapporto di oltre 200 pagine stilato dagli investigatori dell’Onu chiamati a verificare il rispetto delle sanzioni a Pyongyang. Stado il documento, tecnici nordcoreani sarebbero stati avvistati negli impianti chimici e nelle strutture missilistiche in territorio siriano. Notizie di combattimenti anche dal fronte di Afrin, la provincia a maggioranza curda al confine con la Turchia sotto attacco dalle forze di Ankara dove due civili sono stati uccisi e altri nove feriti mei bombardamenti delle forze turche. Si tratta di “una nuova violazione” della tregua chiesta dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con la risoluzione votata all’unanimità sabato scorso.

“I giochi di guerra sulla pelle della popolazione siriana continuano nonostante gli appelli delle Nazioni Unite e dell’Europa, che anche io rinnovo, al cessate il fuoco”, ha detto il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, intervenendo alla cerimonia di avvicendamento del Capo di Stato maggiore dell’Esercito. E’ necessario, ha aggiunto, “non continuare a considerare la Siria come un luogo in cui ci si confronta militarmente, ignorando la realtà di un popolo e di un Paese da anni martoriato dalla guerra”. (AGI)

Erdogan in guerra contro i curdi, l’appello di Chomsky

milizie ankaraUna vera e propria operazione militare che paradossalmente prende il nome di ‘ramoscello d’Ulivo’ stata avviata dal Presidente Erdogan contro i curdi. Sono tre giorni che viene bombardata Efrin, il confine turco-siriano dove Ankara ha schierato 24mila veicoli militari. È lì che si trova la provincia settentrionale a maggioranza curda di Rojava, costituitasi nel 2012, a seguito di eventi legati alla guerra civile siriana, autonoma de facto ma non ufficialmente riconosciuta da parte del governo. Per il presidente turco le YPG, unità di protezione popolare alleate con gli Usa nella guerra all’Isis, sono in realtà complici del partito terroristico del PKK. Ma a imbarazzare ancora di più gli Stati Uniti è la notizia che a combattere contro i curdi, al fianco di Ankara, ci siano anche elementi dell’esercito siriano libero (Esl).
L’annuncio dell’operazione è stato dato sabato dal presidente turco, Recep Tayyp Erdogan: “L’operazione Afrin è di fatto iniziata sul terreno, sarà seguita da Manbij”, aggiungendo “più tardi, ripuliremo il nostro Paese fino alla frontiera irachena da questa barriera di terrore che tenta di assediarci”. Il ‘sultano’ turco non si è fermato nemmeno dopo le richieste della Comunità internazionale. Subito dopo la notizia la Francia ha convocato una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu e il ministro francese delle Forze armate, Florence Parly, ha rivolto un appello alla Turchia perché cessi le sue operazioni contro i curdi siriani, ritenendo che questo possa solo nuocere alla lotta contro l’Isis. Le ha fatto eco il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, che ha sottolineato la profonda preoccupazione di Parigi per il “brutale peggioramento della situazione” in Siria in luoghi come Afrin, ma anche Idlib e Ghuta. Alle richieste a cui si è unita Washington richiamando alla moderazione Ankara, Erdogan ha risposto: “Il Consiglio di sicurezza (dell’Onu) non si è riunito quando” in passato “sono state commesse atrocità ad Afrin”, e quindi “ora non ha il diritto di riunirsi” per discutere “la nostra operazione” contro “un’organizzazione terroristica” nell’enclave curda nel nord-ovest della Siria. Dopo l’operazione militare contro i curdi in Siria, nella regione di Afrin, alcuni intellettuali e attivisti tra cui Noam Chomsky, Michael Hardt e Debbi Bookchin hanno scritto un appello agli Stati Uniti e alla comunità internazionale per non lasciare soli i curdi.

Gaza. Continua l’effetto Trump, morti e proteste

GAZA-masterUn altro palestinese è rimasto ucciso oggi nella Striscia di Gaza dove proseguono le proteste contro la decisione statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Lo riferisce il ministero della Salute di Gaza, senza rendere nota l’identità della vittima, morta a causa dell’intervento degli agenti israeliani. Nel terzo venerdì di proteste dopo l’annuncio dello scorso 6 dicembre del presidente Usa, Donald Trump, nelle ore precedenti è rimasto ucciso Zakaria al Kafarneh, 24 anni, colpito dagli agenti israeliani a Jabaliya, nel nord dell’enclave. Salgono a dieci i palestinesi rimasti uccisi durante le proteste della nuova Intifada proclamata da Hamas dopo l’annuncio di Trump.

Il leader del movimento palestinese Hamas, Yahya Sinwar, ha invitato per oggi la popolazione dei Territori ad una “Giornata di sangue”. Durante un raro discorso televisivo trasmesso dall’emittente “Al Aqsa Television”, Sinwar ha chiesto “alla popolazione di Gerusalemme, della Cisgiordania, ed i palestinesi di tutto il mondo a passare all’azione venerdì (ovvero oggi) in modo che diventi un giorno di sangue per l’occupazione”. Le dichiarazioni di Hamas giungono dopo che l’Assemblea generale dell’Onu ha votato a favore di una risoluzione che condanna la decisione del presidente statunitense Donald Trump di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

“Chiedo che venerdì sia il punto di svolta decisivo nella lotta del nostro popolo per annullare la decisione di Trump”, ha proseguito Sinwar. Inoltre, il leader di Hamas a Gaza ha fornito istruzioni precise per attaccare le Forze di difesa israeliane e la popolazione civile della Cisgiordania. Le protesta della popolazione palestinese nei Territori non si è mai arrestata da quando lo scorso 6 dicembre Trump ha deciso di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele e di spostarvi l’ambasciata statunitense. Secondo quanto evidenziano gli analisti, la “chiamata alle armi” di Sinwar in concomitanza della risoluzione dell’Onu che condanna la decisione di Trump evidenzia il timore di Hamas che la popolazione possa sentirsi “rassicurata” dalla posizione del Palazzo di vetro, seppur non sia vincolante.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che “rifiuta del tutto la risoluzione” dell’Onu. Attraverso un messaggio video, Netanyahu ha “però apprezzato il fatto che un numero crescente di paesi ha rifiutato di partecipare a questo teatro dell’assurdo”, modo con cui spesso definisce l’Onu. Il capo dell’esecutivo di Gerusalemme ha anche ringraziato Trump e l’ambasciatore Usa all’Onu Nikky Haley per il loro impegno a favore di Israele. Ieri l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con 128 voti a favore, 9 contrari e 35 astenuti, ha adottato la risoluzione 72/240 contro il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da pare degli Stati Uniti.