GUERRA IN UN TWEET

putin trumpDonald Trump affida la sua dichiarazione di guerra alla Russia al cinguettio di Twitter. “La Russia promette di abbattere qualsiasi missile verrà lanciato contro la Siria. Preparati Russia, perché arriveranno, simpatici, nuovi e ‘smart’. Non dovreste essere partner di un Animale che gode uccidendo con il gas il suo stesso popolo”, scrive il Presidente Usa che aggiunge poi in un altro tweet: “Le nostre relazioni con la Russia sono peggiori di quanto non lo siano mai state, compresa la Guerra Fredda. Non c’è ragione per questo. La Russia ha bisogno del nostro aiuto per la sua economia, una cosa che sarebbe molto facile da fare, e noi abbiamo bisogno che tutte le nazioni lavorino insieme. Fermare la corsa agli armamenti?”.


Mosca nel giro di qualche minuto replica fermamente e duramente attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri del Cremlino, alle dichiarazioni al vetriolo di The Donald: “I missili ‘intelligenti’ dovrebbero volare verso i terroristi, non verso il governo legittimo della Siria”, spiega il governo di Putin nelle ore caldissime verso un possibile attacco militare contro Damasco da parte delle forze Usa-Uk-Francia. L’esercito russo continua a ripetere che se Trump attacca, la risposta di Mosca sarà certa e durissima: “Le forze russe affronteranno qualsiasi aggressione degli Stati Uniti contro la Siria, intercettando i missili e colpendo le loro piattaforme di lancio”, sottolinea inoltre Alexander Zasypkin secondo Russia Today.
A rispondere a Washington anche Damasco, il governo siriano definisce “spericolate” e “avventate” le minacce americane di un attacco militare in seguito al presunto attacco chimico di sabato scorso a est di Damasco. In un comunicato del ministero degli Esteri diffuso dall’agenzia ufficiale Sana si afferma che “il pretesto delle armi chimiche è evidentemente una scusa debole e non sostenuta da prove”. E che le “minacce americane mettono in pericolo la pace e la sicurezza internazionali”.
Tuttavia a tenere a bada le dichiarazioni del Presidente Trump è la stessa amministrazione di Washington, Il Pentagono infatti smorza i toni rispetto al tweet di Trump. “Il Dipartimento di Stato non rilascia commenti su future possibili operazioni militari. Spetta alla Casa Bianca commentare il tweet del presidente”, dice Eric Pahon, portavoce del Pentagono, aggiungendo che come detto da Trump “gli attacchi chimici del regime siriano contro i civili innocenti a Duma sono orribili e richiedono una risposta immediata da parte della comunità internazionale”.
Ma in queste ore sembra ormai tutto pronto per un intervento del trio ‘Washington- Londra- Parigi’: i dirigenti dell’amministrazione Trump stanno discutendo con dirigenti di Francia e Gran Bretagna per una possibile risposta militare comune in Siria dopo il presunto attacco chimico a Duma, attribuito dall’Occidente al regime di Damasco. Nel frattempo l’Onu si impantana ancora, non si trova l’intesa al tavolo dei diplomatici sul presunto attacco chimico. Ma per gli americani la colpa è sempre dei russi. “La Russia ha scelto ancora una volta il regime di Assad invece dell’unità del Consiglio di Sicurezza, e ha distrutto la credibilità dell’organo Onu”, ha detto l’ambasciatrice americana al Palazzo di Vetro, Nikki Haley dopo che la Russia ha impedito una risoluzione sulle armi chimiche siriane. Mosca ha posto il veto alla bozza Usa per istituire un nuovo meccanismo d’inchiesta indipendente, ma si è vista rifiutare dal Consiglio di sicurezza Onu anche la terza bozza di risoluzione sulla Siria presentata dalla Russia, che chiedeva l’invio di investigatori Opac a Duma per indagare il presunto attacco chimico.
La possibilità di un intervento americano, con l’aiuto di Macron e della May, è più che possibile tanto che Eurocontrol, l’organizzazione europea per la sicurezza dei voli oggi ha invitato in una nota pubblica a “volare con prudenza nelle rotte del Mediterraneo orientale per via di possibili attacchi missilistici sulla Siria nelle prossime 72 ore”.

Siria: tregua fragile a Ghouta. Cresce lo scandalo aiuti

Siria-guerra-Iran-RussiaLa tregua umanitaria in Siria ha abbassato il livello di violenza ma non ha messo a tacere le armi a Ghouta est, la roccaforte assediata dei ribelli a est di Damasco, da nove pesantemente bombardata dalle forze pro-Assad. Nel primo giorno di pausa negli attacchi tra le 9 e le 14 ci sono stati sporadici attacchi: il lancio di razzi da parte dei lealisti ha causato la morte di un bambino morto e il ferimento di altre sette persone.

Intanto, proprio dalla Siria, arriva una notizia che getta nuove ombre sugli operatori umanitari, dopo lo scandalo che ha investito Oxfam e altre Ong: alcune donne siriane, in cambio degli aiuti, sarebbero state costrette a prostituirsi o a subire abusi sessuali da parte di operatori che lavoravano per le Nazioni Unite o per organizzazioni di volontariato. A denunciarlo è un rapporto pubblicato dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), intitolato “Voices from Syria 2018”. L’indagine ha preso le mosse dalle denunce presentate da alcune donne nel 2015 ma un’inchiesta della Bbc sostiene che gli abusi non sono cessati. Operatori umanitari hanno riferito all’emittente britannica che lo sfruttamento delle donne era arrivato a un livello tale che molte siriane per lungo tempo hanno evitato di recarsi nei centri di distribuzione degli aiuti, perché era dato per scontato che chi aveva ricevuto cibo aveva accettato il ricatto sessuale.

Sul terreno siriano gli occhi restano puntati su Ghouta est e sulla fragile ‘pausa umanitaria’: secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, le truppe lealiste hanno lanciato quattro razzi contro la localita’ di Yisrin e i jet hanno bombardato siti non identificati ad Arbin, Kafr Batna e Al Iftiris, mentre due elicotteri delle forze governative hanno lanciato due bombe-barili ad Al Shifunia.

Anche l’Onu ha detto di aver ricevuto notizie di esplosioni a Ghouta Est, ma non è chiaro cosa sia accaduto. Le autorità siriane hanno consentito la creazione di un corridoio umanitario per facilitare l’uscita dei civili dalla martoriata area. Ma Mosca e Damasco hanno accusato ‘gruppi terroristici’ (come chiamano i ribelli) di aver lanciato colpi di mortaio sul corridoio umanitario, impedendo l’evacuazione di feriti e civili. “Il passaggio umanitario è stato aperto alle 9 del mattino per consentire ai civili di lasciare l’area ma i miliziani hanno cominciato a sparare, e non un solo civile ha lasciato la zona”, ha denunciato il generale russo, Viktor Pankov.

Quanto alla possibilità di aumentare il numero di ore giornaliere di tregua, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha sottolineato che “dipenderà da come si comportano i gruppi terroristici, se apriranno il fuoco o meno, se le loro provocazioni continueranno o meno”. Ma inrealtà, come ha detto il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, ricevuto a Mosca dal collega Serghei Lavrov, la Russia “e’ l’unico attore internazionale che può esercitare influenza sul regime di Damasco” per una tregua umanitaria nel martoriato Paese. La Francia, da parte sua, proporrà un piano in quattro punti per l’attuazione della tregua ordinata dall’Onu in Siria. Il piano, che avrebbe già l’ok di tre gruppi ribelli presenti a Ghouta, prevede punti di controllo ad al-Wafedin per il transito dei convogli umanitari, l’evacuazione d’urgenza dei feriti e dei soggetti più deboli, soprattutto bambini, e un meccanismo per controllare il rispetto dell’accordo.

Sulla Siria resta l’ombra delle armi chimiche che sarebbero state impiegate dal regine anche nei giorni scorsi contro Ghouta est. Il New York Times ha riferito che la Corea del Nord ha fornito al governo di Damasco valvole, termometri e materiale edilizio resistente agli acidi da utilizzare nella produzione di armi chimiche, con almeno 40 carichi inviati tra il 2012 e il 2017. È quanto emergerebbe da un rapporto di oltre 200 pagine stilato dagli investigatori dell’Onu chiamati a verificare il rispetto delle sanzioni a Pyongyang. Stado il documento, tecnici nordcoreani sarebbero stati avvistati negli impianti chimici e nelle strutture missilistiche in territorio siriano. Notizie di combattimenti anche dal fronte di Afrin, la provincia a maggioranza curda al confine con la Turchia sotto attacco dalle forze di Ankara dove due civili sono stati uccisi e altri nove feriti mei bombardamenti delle forze turche. Si tratta di “una nuova violazione” della tregua chiesta dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con la risoluzione votata all’unanimità sabato scorso.

“I giochi di guerra sulla pelle della popolazione siriana continuano nonostante gli appelli delle Nazioni Unite e dell’Europa, che anche io rinnovo, al cessate il fuoco”, ha detto il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, intervenendo alla cerimonia di avvicendamento del Capo di Stato maggiore dell’Esercito. E’ necessario, ha aggiunto, “non continuare a considerare la Siria come un luogo in cui ci si confronta militarmente, ignorando la realtà di un popolo e di un Paese da anni martoriato dalla guerra”. (AGI)

Erdogan in guerra contro i curdi, l’appello di Chomsky

milizie ankaraUna vera e propria operazione militare che paradossalmente prende il nome di ‘ramoscello d’Ulivo’ stata avviata dal Presidente Erdogan contro i curdi. Sono tre giorni che viene bombardata Efrin, il confine turco-siriano dove Ankara ha schierato 24mila veicoli militari. È lì che si trova la provincia settentrionale a maggioranza curda di Rojava, costituitasi nel 2012, a seguito di eventi legati alla guerra civile siriana, autonoma de facto ma non ufficialmente riconosciuta da parte del governo. Per il presidente turco le YPG, unità di protezione popolare alleate con gli Usa nella guerra all’Isis, sono in realtà complici del partito terroristico del PKK. Ma a imbarazzare ancora di più gli Stati Uniti è la notizia che a combattere contro i curdi, al fianco di Ankara, ci siano anche elementi dell’esercito siriano libero (Esl).
L’annuncio dell’operazione è stato dato sabato dal presidente turco, Recep Tayyp Erdogan: “L’operazione Afrin è di fatto iniziata sul terreno, sarà seguita da Manbij”, aggiungendo “più tardi, ripuliremo il nostro Paese fino alla frontiera irachena da questa barriera di terrore che tenta di assediarci”. Il ‘sultano’ turco non si è fermato nemmeno dopo le richieste della Comunità internazionale. Subito dopo la notizia la Francia ha convocato una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu e il ministro francese delle Forze armate, Florence Parly, ha rivolto un appello alla Turchia perché cessi le sue operazioni contro i curdi siriani, ritenendo che questo possa solo nuocere alla lotta contro l’Isis. Le ha fatto eco il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, che ha sottolineato la profonda preoccupazione di Parigi per il “brutale peggioramento della situazione” in Siria in luoghi come Afrin, ma anche Idlib e Ghuta. Alle richieste a cui si è unita Washington richiamando alla moderazione Ankara, Erdogan ha risposto: “Il Consiglio di sicurezza (dell’Onu) non si è riunito quando” in passato “sono state commesse atrocità ad Afrin”, e quindi “ora non ha il diritto di riunirsi” per discutere “la nostra operazione” contro “un’organizzazione terroristica” nell’enclave curda nel nord-ovest della Siria. Dopo l’operazione militare contro i curdi in Siria, nella regione di Afrin, alcuni intellettuali e attivisti tra cui Noam Chomsky, Michael Hardt e Debbi Bookchin hanno scritto un appello agli Stati Uniti e alla comunità internazionale per non lasciare soli i curdi.

Gaza. Continua l’effetto Trump, morti e proteste

GAZA-masterUn altro palestinese è rimasto ucciso oggi nella Striscia di Gaza dove proseguono le proteste contro la decisione statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Lo riferisce il ministero della Salute di Gaza, senza rendere nota l’identità della vittima, morta a causa dell’intervento degli agenti israeliani. Nel terzo venerdì di proteste dopo l’annuncio dello scorso 6 dicembre del presidente Usa, Donald Trump, nelle ore precedenti è rimasto ucciso Zakaria al Kafarneh, 24 anni, colpito dagli agenti israeliani a Jabaliya, nel nord dell’enclave. Salgono a dieci i palestinesi rimasti uccisi durante le proteste della nuova Intifada proclamata da Hamas dopo l’annuncio di Trump.

Il leader del movimento palestinese Hamas, Yahya Sinwar, ha invitato per oggi la popolazione dei Territori ad una “Giornata di sangue”. Durante un raro discorso televisivo trasmesso dall’emittente “Al Aqsa Television”, Sinwar ha chiesto “alla popolazione di Gerusalemme, della Cisgiordania, ed i palestinesi di tutto il mondo a passare all’azione venerdì (ovvero oggi) in modo che diventi un giorno di sangue per l’occupazione”. Le dichiarazioni di Hamas giungono dopo che l’Assemblea generale dell’Onu ha votato a favore di una risoluzione che condanna la decisione del presidente statunitense Donald Trump di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

“Chiedo che venerdì sia il punto di svolta decisivo nella lotta del nostro popolo per annullare la decisione di Trump”, ha proseguito Sinwar. Inoltre, il leader di Hamas a Gaza ha fornito istruzioni precise per attaccare le Forze di difesa israeliane e la popolazione civile della Cisgiordania. Le protesta della popolazione palestinese nei Territori non si è mai arrestata da quando lo scorso 6 dicembre Trump ha deciso di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele e di spostarvi l’ambasciata statunitense. Secondo quanto evidenziano gli analisti, la “chiamata alle armi” di Sinwar in concomitanza della risoluzione dell’Onu che condanna la decisione di Trump evidenzia il timore di Hamas che la popolazione possa sentirsi “rassicurata” dalla posizione del Palazzo di vetro, seppur non sia vincolante.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che “rifiuta del tutto la risoluzione” dell’Onu. Attraverso un messaggio video, Netanyahu ha “però apprezzato il fatto che un numero crescente di paesi ha rifiutato di partecipare a questo teatro dell’assurdo”, modo con cui spesso definisce l’Onu. Il capo dell’esecutivo di Gerusalemme ha anche ringraziato Trump e l’ambasciatore Usa all’Onu Nikky Haley per il loro impegno a favore di Israele. Ieri l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con 128 voti a favore, 9 contrari e 35 astenuti, ha adottato la risoluzione 72/240 contro il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da pare degli Stati Uniti.

Gerusalemme capitale Israele. l’Onu dice no

onuDuro colpo dell’Onu al presidente Donald Trump. Infatti con una nettissima maggioranza, come era scontato, l’Assemblea Generale Onu ha votato contro lo strappo voluto dal presidente Usa , che il 6 dicembre ha riconosciuto Gerusalemme capitale “una ed indivisibile” di Israele. Contro la risoluzione Usa – che hanno esplicitamente minacciato di rappresaglia i Paesi che si sarebbero espressi contro di loro – si sono espressi in 128, tra cui l’Italia, mentre in 9 hanno votato a favore e 35 si sono astenuti. Il voto dell’Assemblea Generale, a differenza di quelli del Consiglio di Sicurezza non è in alcun modo vincolante ma ha una forte impatto politico.

I nove Paesi schierati con Trump sui Gerusalemme capitale dello Stato ‘ebraico’ all’Assemblea Onu sono: Guatemala, Honduras, Isole Marshall, Micronesia, Nauru, Palau, Togo e ovviamente Israele e Stati Uniti. Contro tutti i principali Paesi Ue, a partire da Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Spagna. Tra i 35 astenuti: Australia, Canada, Argentina, Polonia, Romania, Filippine e Colombia.

Un voto che gli Usa non hanno preso affatto bene. Anzi sono passati alle minacce. “L’America sposterà la sua ambasciata a Gerusalemme, ed è questa la cosa giusta da fare. Nessun voto farà cambiare questo proposito. Ma questo è un voto che gli Stati Uniti terranno a mente”: queste parole minacciose con cui l’ambasciatrice americana all’Onu Nikki Haley, ha espresso tutto il disappunto dell’amministrazione Trump. E ancora: “Gli Stati Uniti ricorderanno questo giorno. Lo ricorderemo quando, ancora una volta, ci chiederanno di dare il maggior contributo” all’organizzazione ha aggiunto l’ambasciatrice Nikki Haley minacciando di tagliare i fondi alle Nazioni Unite. “Gli Stati Uniti sono ampiamente il maggior contribuente delleNazioni Unite. Quando contribuiamo così generosamente, ci aspettiamo anche legittimamente che la nostra volontà sia riconosciuta e rispettata”. Gli Stati Uniti non vogliono pagare “per il dubbio privilegio di non essere rispettati”.

Ancora più prezzanti le parole dell’ambasciatore israeliano all’Onu: “Questo voto finirà nel secchio della spazzatura della storia”. L’ambasciatore ha poi precisato che il suo Paese “non verrà mai cacciato da Gerusalemme”. Durissimo il commento di Amnesty che parla di tattiche da bulli. “Il presidente Trump sta raddoppiando le sue politiche sconsiderate costringendo altri paesi ad accettare la sua decisione di riconoscere l’annessione illegale di Gerusalemme est da parte di Israele. Le tattiche da bulli dell’amministrazione Trump serviranno solo a isolare ulteriormente gli Usa dalla scena globale. Piuttosto che minacciare coloro che dipendono dagli aiuti statunitensi, l’amministrazione Trump dovrebbe rispettare i propri obblighi legali di non riconoscere una situazione illegale e di invertire la rotta su Gerusalemme” ha detto Raed Jarrar, direttore advocacy e relazioni istituzionali per il Medio Oriente di Amnesty International Usa.

Giappone, due nuove esecuzioni. 4 nel 2017

Giappone-morteIl Giappone ha messo a morte questa mattina due condannati per omicidio, Teruhiko Seki (44 anni) e Kiyoshi Matsui (69 anni). Due esecuzioni che fanno salire a 4 il triste bilancio del 2017 e a ben 21 da quando il primo ministro conservatore Shinzo Abe è tornato al potere alla fine del 2012. Entrambi i condannati avevano chiesto di essere di nuovo processati. “Si trattava di casi estremamente crudeli”, ha commentato la Ministra della Giustizia Yoko Kamikawa. “Ho ordinato le esecuzioni – ha aggiunto – dopo un’accuratissima analisi”.

Sta di fatto che ogni esecuzione in Giappone lascia sempre abbastanza sgomenti, sia perchè stiamo parlando di una grande democrazia che, alla pari degli Stati Uniti, va a braccetto nella lista dei Paesi-boia con regimi illiberali se non ispotici e autoritari. A questo si aggiunge il fatto che in Giappone ogni esecuzione è avvolta da una spessa coltre di segretezza: i detenuti vengono avvisati appena poche ore prime di essere uccisi, alcuni di loro non vengono avvisati affatto, mentre le loro  famiglie e gli avvocati sono informati spesso solo a esecuzione avvenuta.

Appena pochi giorni fa, il Segretario generale aggiunto dell’Onu per i diritti umani, Andrew Gilmour, aveva sottolineato la necessità di garantire maggiore trasparenza da parte dei Paesi che fanno ancora ricorso alla pena di morte, poiché questo è vitale per le famiglie che hanno il diritto di conoscere il destino dei loro cari.

Delle ultime esecuzioni colpisce la storia di Teruhiko Seki, condannato per l’uccisione di quattro persone a Chiba, a sudest di Tokyo, avvenute nel 1992, quando aveva 19 anni. Si tratta della prima esecuzione di un minorenne all’epoca del reato dal 1997, hanno riferito i media nippponici, ricordandosi che in Giappone la maggiore età si raggiunge a 20 anni.

Sebbene i sondaggi, per lo più governativi, indicano una percentuale sempre molto alta di giapponesi favorevoli al mantenimento dello status quo, dalla società civile comincia ad arrivare qualche segnale positivo. Lo scorso anno, la Federazione giapponese delle associazioni degli avvocati ha rilasciato una dichiarazione con cui afferma la propria opposizione alla pena capitale e chiede alle autorità di abolirla entro il 2020. Una dichiarazione arrivata sull’onda di un clamoroso errore giudiziario che ha riguardato Iwao Hakamada, oggi ottantenne, tenuto in prigione per ben 46 anni, molti dei quali nel braccio della morte, il detenuto che ha trascorso più tempo nel braccio della morte tanto che il suo assai poco invidiabile “primato” è stato registrato anche nel Guinness World Records. L’uomo è stato scarcerato nel marzo 2014 e la sua storia è diventata anche un film-documentario dal titolo “Freedom Moon” del regista Kim Sung-woong, dove si racconta la vita quotidiana di Hakamada dopo il rilascio dal carcere, tra problemi mentali e lenti miglioramenti nell’adattamento a una vita normale dopo decenni di isolamento.

Sulla base dei dati più recenti del ministero della Giustizia in Giappone ci sono 124 prigionieri detenuti nel braccio della morte, gran parte dei quali con sentenza definitiva, senza possibilità di ulteriore appello.

Massimo Persotti

Nord Corea. Russia contro Usa: “Azioni provocatorie”

lavrov 2Nella crisi perenne tra Nord Corea e Stati Uniti d’America, ma stavolta a mettere un freno ci pensa la Russia. Per il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, le azioni degli Stati Uniti contro la Corea del Nord sono “intenzionalmente provocatorie”, sottolineando che la via delle sanzioni “è ormai esaurita”.
Donald Trump ha infatti annunciato “altre massicce sanzioni a carico della Corea del Nord” e, in un comizio nel Missouri, allunga la serie di insulti personali rivolti a Kim Jong-un, definendolo “un cagnolino malato”.
Una dichiarazione che arriva subito dopo l’ultimo lancio di missili da parte del Leader di Pyongyang nella notte tra il 27 e il 28 novembre. “Questa azione avvicina il mondo alla guerra, non lo allontana. Anche se è un conflitto che gli Usa non cercano”, afferma l’ambasciatrice Usa Nikki Haley durante la riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che ha poi specificato: “Se ci sarà una guerra, il regime nordcoreano sarà completamente distrutto”. Haley ha anche chiesto alla comunità internazionale di “tagliare tutti i rapporti con Pyongyang”: da quelli diplomatici, alla cooperazione militare, scientifica e commerciale, passando per lo stop a tutte le importazioni ed esportazioni. In particolare si è rivolta alla Cina perché intervenga per tagliare la fornitura di petrolio.
Proprio per questo arriva il freno di Mosca. “I passi recenti di Washington – ha detto Lavrov – sembrano deliberatamente diretti a provocare Pyongyang e spingerla ad azioni dure”. “Adesso gli americani hanno dichiarato che in dicembre si terranno esercitazioni militari massicce, straordinarie; l’impressione è che tutto sia stato fatto apposta per far perdere la calma a Kim e spingerlo a una nuova azione spericolata”, ha aggiunto. “Gli americani devono spiegare a tutti che cosa vogliono ottenere. Se vogliono trovare un pretesto per distruggere la Corea del Nord, allora che ce lo dicano schiettamente e che lo confermino le autorità supreme Usa: allora prenderemo la decisione su come potremo reagire”. Pechino dal canto suo ha cercato di abbassare i toni: il ministero della Difesa cinese ha espresso “profonda preoccupazione” per la situazione, ma ha ribadito che “l’opzione militare non è un’opzione”. La soluzione, hanno fatto sapere, non può che maturare “attraverso il dialogo e le consultazioni. La Cina vuole la pace e la stabilità nella penisola coreana”.

Onu: Assad ha usato armi chimiche a Khan-Sheikhun

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Un rapporto delle Nazioni Unite ha rivelato come il regime del presidente siriano Bashar Assad sia da ritenere responsabile per l’utilizzo di armi chimiche a Khan-Sheikhun. Lo ha sottolineato l’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite Nikki Haley. “I risultati resi noti dall’Organizzazione per il divieto di armi chimiche (OPCW) e dal Meccanismo di investigazione comune (JIM) dell’Onu portano a concludere che il regime di Assad ha usato armi chimiche su oltre 100 civili innocenti utilizzando il sarin a Khan Sheikhoun il 4 aprile scorso” ha sottolineato Haley che ha fatto riferimento anche all’impiego da parte dell’Isis di materiali vietati (la senape di zolfo) nell’attacco dello scorso 16 settembre a Um-Housh.

Alla luce di quanto denunciato dal rapporto, Human Rights Watch ha esortato la comunità internazionale a infliggere sanzioni alla Siria. “Il Consiglio di Sicurezza dovrebbe muoversi velocemente per assicurare la presa di responsabilità imponendo sanzioni su individui ed entità responsabili per gli attacchi chimici in Siria”, ha dichiarato l’organizzazione umanitaria in una nota. Per Ole Solvang, vice direttore emergenze di Hrw, il rapporto “dovrebbe mettere fine all’inganno e alle false teorie che sono state diffuse dal governo siriano”. Puntando il dito contro “l’uso ripetuto da parte della Siria di armi chimiche” Solvang ha sottolineato che “tutti i Paesi hanno un interesse nell’inviare un forte segnale che queste atrocità non saranno tollerate”.

Corre in difesa di Assad la Russia che ha definito incongruente il rapporto dell’Onu. Secondo il vice ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov nel rapporto vi sono “molte incongruenze, discrepanze logiche, testimonianze dubbie e prove non verificate”. Per Ryabkov altri Paesi stanno cercando di usare il documento presentato al Consiglio di Sicurezza per “risolvere le loro personali questioni geopolitiche in Siria”. Mosca, ha aggiunto, analizzerà il rapporto e presenterà presto una risposta.

Ogni anno 3 mln di bambini muoiono per malnutrizione

Fame-nel-mondoChi ha troppo e chi ha troppo poco: non è certamente una novità, ma, in ogni caso, è una grande ingiustizia. Save the Children, in un suo nuovo rapporto sulla malnutrizione, ha lanciato l’allarme comunicando l’entità attuale del problema.
Ogni anno, nel mondo, circa 3 milioni di bambini muoiono per malnutrizione. In questo momento, 52milioni di bambini di età inferiore a cinque anni stanno soffrendo la carenza improvvisa di cibo e nutrienti. Inoltre, 155 milioni di bambini sono malnutriti cronici. I fattori che hanno un ruolo decisivo nella diffusione della malnutrizione, per Save the Children sono principalmente la povertà, i cambiamenti climatici ed i conflitti. Nei Paesi a medio e basso reddito, 2 minori su 5 vivono in stato di povertà con forti privazioni per le difficoltà di accesso al cibo, per la carenza dei servizi igienico-sanitari e per l’educazione insufficiente o inesistente. Nel Corno d’Africa ed in Kenya, in seguito all’emergenza climatica causata da ‘El Niño’, 7 milioni di bambini stanno ancora facendo i conti con la carenza d’acqua e di sostanze nutritive. Per contrastare questo fenomeno Save the Children lancia la campagna globale ‘Fino all’ultimo bambino’ per salvare e dare un futuro ai bambini senza un domani, attraverso un sms solidale attivo dal 12 ottobre al 5 novembre.
Qualche giorno fa, l’UNICEF ha pubblicato un rapporto sui bambini del Mali dove la crisi nutrizionale è aggravata dal protrarsi delle violenze, dell’instabilità e degli sfollamenti di massa, minacciando la vita e il futuro di migliaia di bambini. Secondo l’Ente dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, soltanto nel Mali, ci sarebbero circa 165mila bambini che potrebbero soffrire di malnutrizione acuta grave fino alla fine del 2018.

I bambini che soffrono di forme gravi di malnutrizione acuta sono colpiti da un’atrofia muscolare  grave, un peso molto basso rispetto alla loro altezza, e hanno una probabilità nove volte maggiore di morire in caso di malattie a causa di un sistema immunitario indebolito.

Lucia Elmi, Rappresentante dell’Unicef in Mali, ha commentato: «Dietro a questi dati ci sono le vite dei bambini e delle bambine più vulnerabili e dimenticati del Mali.  Dobbiamo fornire cure salva-vita e assicurare a ciascuno di questi bambini una piena ripresa. Allo stesso tempo, abbiamo bisogno di investire nei primi mille giorni di vita dei bambini, per ridurre il rischio di insorgenza della malnutrizione acuta.»

Il tasso di malnutrizione acuta fra i bambini sotto i cinque anni ha raggiunto livelli critici nelle zone colpite dal conflitto, come Timbuktu e Gao, ma è molto elevato anche a livello nazionale.

Secondo il rapporto, il tasso di malnutrizione acuta infantile a Timbuktu è salito al 15,7% e a Gao al 15,2%: una crescita preoccupante, da un livello classificato “grave” a “critico” nella scala dell’OMS.

Livelli preoccupanti di malnutrizione acuta si registrano anche nelle regioni di Kayes (14,2%) e di Taoudéni (14,3%), mentre il tasso nazionale si assesta al 10,7%.

Dal  2012  la crisi politica e le violenze hanno provocato, nel Mali, sfollamenti di massa e interruzioni dei servizi sociali nel nord del paese, con un impatto devastante sullo stato nutrizionale dei bambini e delle bambine più vulnerabili.

Altri fattori, come l’accesso limitato all’acqua e all’igiene e malattie infantili come diarrea, infezioni respiratorie acute e malaria, hanno contribuito ad aggravare la situazione.

Investire nei primi mille giorni di vita di un bambino, attraverso la promozione di pratiche come l’allattamento  esclusivo per i primi sei mesi e lavare le mani con acqua pulita e sapone, può prevenire la malnutrizione in modo efficace.

È sicuramente meritorio il ruolo svolto dall’UNICEF e da Save the Children per la lotta alla malnutrizione infantile nel mondo. Tuttavia le forme assistenziali restano insufficienti a risolvere i problemi da cui hanno origine le cause.
Urgerebbe un maggiore impegno politico, soprattutto dall’ONU, per risolvere gli annosi problemi che causano anche i problemi di malnutrizione infantile, ma che ledono il diritto alla vita ed alla dignità umana ad una cospicua parte dell’umanità. In tal senso, è doveroso segnalare l’impegno portato avanti tra mille difficoltà dalla Lega Italiana dei Diritti Umani.

Violenza sui minori: record, in Italia 15 vittime al giorno

violenza minori

È record, in Italia, dei reati sui minori: nell’ultimo anno il numero totale dei bambini vittime di reato – mai stato così alto da un decennio a questa parte, toccando la cifra di 5.383 – ha registrato un +6% rispetto al 2015. E più di due bambini ogni giorno sono vittime di violenza sessuale: parliamo di quasi mille minori che ogni anno nel nostro Paese sono costretti a subire questo abuso. Sono questi i nuovi, allarmanti dati del dossier Indifesa di Terre des Hommes, divulgati oggi a Roma, in occasione della Giornata Onu delle Bambine e delle Ragazze che si celebra l’11 ottobre, alla presenza del presidente del Senato, Pietro Grasso.

Piccole vittime che in prevalenza sono femmine: nel 2016 erano in media il 58%, ma questa percentuale aumenta in tutti i reati a sfondo sessuale. Le bambine sono l’83% delle vittime di violenze sessuali aggravate, l’82% dei minori entrati nel giro della produzione di materiale pornografico, il 78% delle vittime di corruzione di minorenne (bambine al di sotto dei 14 anni forzate ad assistere ad atti sessuali). Colpisce il dato degli omicidi volontari consumati: più che raddoppiati in un anno (da 13 a 21 minori) e il 62% era una bambina o un’adolescente.

Il presidente Grasso ha definito “un colpo al cuore” il dossier di Terre des Hommes. “Le conseguenze di una mancata protezione e promozione del benessere infantile sono pesantissime e si ripercuotono nelle fasi successive della vita, oltre a rappresentare un gravissimo danno alla società. Ogni bambina strappata alla violenza è una speranza di riscatto per tutti noi. Ricordiamolo sempre: le bambine di oggi saranno le donne di domani, abbiamo il dovere di combattere tradizioni, pratiche e comportamenti che negano loro i diritti fondamentali come quello all’integrità fisica e psichica, alla salute, all’istruzione” ha detto Grasso.

La violenza domestica è causa della maggioranza dei reati contro i minori: nel 2016 sono state ben 1.618 le vittime di maltrattamento in famiglia, per il 51% femmine, con un incremento del 12% rispetto all’anno precedente. Cresciuto anche (+23%) il numero di vittime minori di abuso di mezzi di correzione o disciplina (266 nel 2016), ovvero di botte fino ad andare in ospedale e arrivare a denuncia. Pochi i segni meno: i reati più in calo rispetto al 2015 sono gli atti sessuali con minori di 14 anni (-11%), dove però le vittime sono ancora 366 (per l’80% bambine) e la detenzione di materiale pornografico, che segna -12%, con 58 vittime (il 76% femmine).

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), circa 16 milioni di ragazze tra i 15 e i 19 anni e circa 1 milione di bambine sotto i 15 anni ogni anno danno alla luce un bambino. Le complicazioni durante la gravidanza e al momento del parto rappresentano la seconda causa di morte per le adolescenti di tutto il mondo, ha sottolineato Flavia Bustreo, vice direttore generale dell’Oms.

“Nel nostro Paese c’è bisogno di un cambio radicale nella prevenzione della violenza contro le bambine – ha detto Raffaele K. Salinari, presidente di Terre des Hommes – serve un impegno sempre maggiore del Governo per trovare fondi per il contrasto e la prevenzione della violenza di genere che orienti gli interventi sia in Italia che nei Paesi in via di sviluppo”.