Gaza. Continua l’effetto Trump, morti e proteste

GAZA-masterUn altro palestinese è rimasto ucciso oggi nella Striscia di Gaza dove proseguono le proteste contro la decisione statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Lo riferisce il ministero della Salute di Gaza, senza rendere nota l’identità della vittima, morta a causa dell’intervento degli agenti israeliani. Nel terzo venerdì di proteste dopo l’annuncio dello scorso 6 dicembre del presidente Usa, Donald Trump, nelle ore precedenti è rimasto ucciso Zakaria al Kafarneh, 24 anni, colpito dagli agenti israeliani a Jabaliya, nel nord dell’enclave. Salgono a dieci i palestinesi rimasti uccisi durante le proteste della nuova Intifada proclamata da Hamas dopo l’annuncio di Trump.

Il leader del movimento palestinese Hamas, Yahya Sinwar, ha invitato per oggi la popolazione dei Territori ad una “Giornata di sangue”. Durante un raro discorso televisivo trasmesso dall’emittente “Al Aqsa Television”, Sinwar ha chiesto “alla popolazione di Gerusalemme, della Cisgiordania, ed i palestinesi di tutto il mondo a passare all’azione venerdì (ovvero oggi) in modo che diventi un giorno di sangue per l’occupazione”. Le dichiarazioni di Hamas giungono dopo che l’Assemblea generale dell’Onu ha votato a favore di una risoluzione che condanna la decisione del presidente statunitense Donald Trump di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

“Chiedo che venerdì sia il punto di svolta decisivo nella lotta del nostro popolo per annullare la decisione di Trump”, ha proseguito Sinwar. Inoltre, il leader di Hamas a Gaza ha fornito istruzioni precise per attaccare le Forze di difesa israeliane e la popolazione civile della Cisgiordania. Le protesta della popolazione palestinese nei Territori non si è mai arrestata da quando lo scorso 6 dicembre Trump ha deciso di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele e di spostarvi l’ambasciata statunitense. Secondo quanto evidenziano gli analisti, la “chiamata alle armi” di Sinwar in concomitanza della risoluzione dell’Onu che condanna la decisione di Trump evidenzia il timore di Hamas che la popolazione possa sentirsi “rassicurata” dalla posizione del Palazzo di vetro, seppur non sia vincolante.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che “rifiuta del tutto la risoluzione” dell’Onu. Attraverso un messaggio video, Netanyahu ha “però apprezzato il fatto che un numero crescente di paesi ha rifiutato di partecipare a questo teatro dell’assurdo”, modo con cui spesso definisce l’Onu. Il capo dell’esecutivo di Gerusalemme ha anche ringraziato Trump e l’ambasciatore Usa all’Onu Nikky Haley per il loro impegno a favore di Israele. Ieri l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con 128 voti a favore, 9 contrari e 35 astenuti, ha adottato la risoluzione 72/240 contro il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da pare degli Stati Uniti.

Gerusalemme capitale Israele. l’Onu dice no

onuDuro colpo dell’Onu al presidente Donald Trump. Infatti con una nettissima maggioranza, come era scontato, l’Assemblea Generale Onu ha votato contro lo strappo voluto dal presidente Usa , che il 6 dicembre ha riconosciuto Gerusalemme capitale “una ed indivisibile” di Israele. Contro la risoluzione Usa – che hanno esplicitamente minacciato di rappresaglia i Paesi che si sarebbero espressi contro di loro – si sono espressi in 128, tra cui l’Italia, mentre in 9 hanno votato a favore e 35 si sono astenuti. Il voto dell’Assemblea Generale, a differenza di quelli del Consiglio di Sicurezza non è in alcun modo vincolante ma ha una forte impatto politico.

I nove Paesi schierati con Trump sui Gerusalemme capitale dello Stato ‘ebraico’ all’Assemblea Onu sono: Guatemala, Honduras, Isole Marshall, Micronesia, Nauru, Palau, Togo e ovviamente Israele e Stati Uniti. Contro tutti i principali Paesi Ue, a partire da Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Spagna. Tra i 35 astenuti: Australia, Canada, Argentina, Polonia, Romania, Filippine e Colombia.

Un voto che gli Usa non hanno preso affatto bene. Anzi sono passati alle minacce. “L’America sposterà la sua ambasciata a Gerusalemme, ed è questa la cosa giusta da fare. Nessun voto farà cambiare questo proposito. Ma questo è un voto che gli Stati Uniti terranno a mente”: queste parole minacciose con cui l’ambasciatrice americana all’Onu Nikki Haley, ha espresso tutto il disappunto dell’amministrazione Trump. E ancora: “Gli Stati Uniti ricorderanno questo giorno. Lo ricorderemo quando, ancora una volta, ci chiederanno di dare il maggior contributo” all’organizzazione ha aggiunto l’ambasciatrice Nikki Haley minacciando di tagliare i fondi alle Nazioni Unite. “Gli Stati Uniti sono ampiamente il maggior contribuente delleNazioni Unite. Quando contribuiamo così generosamente, ci aspettiamo anche legittimamente che la nostra volontà sia riconosciuta e rispettata”. Gli Stati Uniti non vogliono pagare “per il dubbio privilegio di non essere rispettati”.

Ancora più prezzanti le parole dell’ambasciatore israeliano all’Onu: “Questo voto finirà nel secchio della spazzatura della storia”. L’ambasciatore ha poi precisato che il suo Paese “non verrà mai cacciato da Gerusalemme”. Durissimo il commento di Amnesty che parla di tattiche da bulli. “Il presidente Trump sta raddoppiando le sue politiche sconsiderate costringendo altri paesi ad accettare la sua decisione di riconoscere l’annessione illegale di Gerusalemme est da parte di Israele. Le tattiche da bulli dell’amministrazione Trump serviranno solo a isolare ulteriormente gli Usa dalla scena globale. Piuttosto che minacciare coloro che dipendono dagli aiuti statunitensi, l’amministrazione Trump dovrebbe rispettare i propri obblighi legali di non riconoscere una situazione illegale e di invertire la rotta su Gerusalemme” ha detto Raed Jarrar, direttore advocacy e relazioni istituzionali per il Medio Oriente di Amnesty International Usa.

Giappone, due nuove esecuzioni. 4 nel 2017

Giappone-morteIl Giappone ha messo a morte questa mattina due condannati per omicidio, Teruhiko Seki (44 anni) e Kiyoshi Matsui (69 anni). Due esecuzioni che fanno salire a 4 il triste bilancio del 2017 e a ben 21 da quando il primo ministro conservatore Shinzo Abe è tornato al potere alla fine del 2012. Entrambi i condannati avevano chiesto di essere di nuovo processati. “Si trattava di casi estremamente crudeli”, ha commentato la Ministra della Giustizia Yoko Kamikawa. “Ho ordinato le esecuzioni – ha aggiunto – dopo un’accuratissima analisi”.

Sta di fatto che ogni esecuzione in Giappone lascia sempre abbastanza sgomenti, sia perchè stiamo parlando di una grande democrazia che, alla pari degli Stati Uniti, va a braccetto nella lista dei Paesi-boia con regimi illiberali se non ispotici e autoritari. A questo si aggiunge il fatto che in Giappone ogni esecuzione è avvolta da una spessa coltre di segretezza: i detenuti vengono avvisati appena poche ore prime di essere uccisi, alcuni di loro non vengono avvisati affatto, mentre le loro  famiglie e gli avvocati sono informati spesso solo a esecuzione avvenuta.

Appena pochi giorni fa, il Segretario generale aggiunto dell’Onu per i diritti umani, Andrew Gilmour, aveva sottolineato la necessità di garantire maggiore trasparenza da parte dei Paesi che fanno ancora ricorso alla pena di morte, poiché questo è vitale per le famiglie che hanno il diritto di conoscere il destino dei loro cari.

Delle ultime esecuzioni colpisce la storia di Teruhiko Seki, condannato per l’uccisione di quattro persone a Chiba, a sudest di Tokyo, avvenute nel 1992, quando aveva 19 anni. Si tratta della prima esecuzione di un minorenne all’epoca del reato dal 1997, hanno riferito i media nippponici, ricordandosi che in Giappone la maggiore età si raggiunge a 20 anni.

Sebbene i sondaggi, per lo più governativi, indicano una percentuale sempre molto alta di giapponesi favorevoli al mantenimento dello status quo, dalla società civile comincia ad arrivare qualche segnale positivo. Lo scorso anno, la Federazione giapponese delle associazioni degli avvocati ha rilasciato una dichiarazione con cui afferma la propria opposizione alla pena capitale e chiede alle autorità di abolirla entro il 2020. Una dichiarazione arrivata sull’onda di un clamoroso errore giudiziario che ha riguardato Iwao Hakamada, oggi ottantenne, tenuto in prigione per ben 46 anni, molti dei quali nel braccio della morte, il detenuto che ha trascorso più tempo nel braccio della morte tanto che il suo assai poco invidiabile “primato” è stato registrato anche nel Guinness World Records. L’uomo è stato scarcerato nel marzo 2014 e la sua storia è diventata anche un film-documentario dal titolo “Freedom Moon” del regista Kim Sung-woong, dove si racconta la vita quotidiana di Hakamada dopo il rilascio dal carcere, tra problemi mentali e lenti miglioramenti nell’adattamento a una vita normale dopo decenni di isolamento.

Sulla base dei dati più recenti del ministero della Giustizia in Giappone ci sono 124 prigionieri detenuti nel braccio della morte, gran parte dei quali con sentenza definitiva, senza possibilità di ulteriore appello.

Massimo Persotti

Nord Corea. Russia contro Usa: “Azioni provocatorie”

lavrov 2Nella crisi perenne tra Nord Corea e Stati Uniti d’America, ma stavolta a mettere un freno ci pensa la Russia. Per il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, le azioni degli Stati Uniti contro la Corea del Nord sono “intenzionalmente provocatorie”, sottolineando che la via delle sanzioni “è ormai esaurita”.
Donald Trump ha infatti annunciato “altre massicce sanzioni a carico della Corea del Nord” e, in un comizio nel Missouri, allunga la serie di insulti personali rivolti a Kim Jong-un, definendolo “un cagnolino malato”.
Una dichiarazione che arriva subito dopo l’ultimo lancio di missili da parte del Leader di Pyongyang nella notte tra il 27 e il 28 novembre. “Questa azione avvicina il mondo alla guerra, non lo allontana. Anche se è un conflitto che gli Usa non cercano”, afferma l’ambasciatrice Usa Nikki Haley durante la riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che ha poi specificato: “Se ci sarà una guerra, il regime nordcoreano sarà completamente distrutto”. Haley ha anche chiesto alla comunità internazionale di “tagliare tutti i rapporti con Pyongyang”: da quelli diplomatici, alla cooperazione militare, scientifica e commerciale, passando per lo stop a tutte le importazioni ed esportazioni. In particolare si è rivolta alla Cina perché intervenga per tagliare la fornitura di petrolio.
Proprio per questo arriva il freno di Mosca. “I passi recenti di Washington – ha detto Lavrov – sembrano deliberatamente diretti a provocare Pyongyang e spingerla ad azioni dure”. “Adesso gli americani hanno dichiarato che in dicembre si terranno esercitazioni militari massicce, straordinarie; l’impressione è che tutto sia stato fatto apposta per far perdere la calma a Kim e spingerlo a una nuova azione spericolata”, ha aggiunto. “Gli americani devono spiegare a tutti che cosa vogliono ottenere. Se vogliono trovare un pretesto per distruggere la Corea del Nord, allora che ce lo dicano schiettamente e che lo confermino le autorità supreme Usa: allora prenderemo la decisione su come potremo reagire”. Pechino dal canto suo ha cercato di abbassare i toni: il ministero della Difesa cinese ha espresso “profonda preoccupazione” per la situazione, ma ha ribadito che “l’opzione militare non è un’opzione”. La soluzione, hanno fatto sapere, non può che maturare “attraverso il dialogo e le consultazioni. La Cina vuole la pace e la stabilità nella penisola coreana”.

Onu: Assad ha usato armi chimiche a Khan-Sheikhun

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Un rapporto delle Nazioni Unite ha rivelato come il regime del presidente siriano Bashar Assad sia da ritenere responsabile per l’utilizzo di armi chimiche a Khan-Sheikhun. Lo ha sottolineato l’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite Nikki Haley. “I risultati resi noti dall’Organizzazione per il divieto di armi chimiche (OPCW) e dal Meccanismo di investigazione comune (JIM) dell’Onu portano a concludere che il regime di Assad ha usato armi chimiche su oltre 100 civili innocenti utilizzando il sarin a Khan Sheikhoun il 4 aprile scorso” ha sottolineato Haley che ha fatto riferimento anche all’impiego da parte dell’Isis di materiali vietati (la senape di zolfo) nell’attacco dello scorso 16 settembre a Um-Housh.

Alla luce di quanto denunciato dal rapporto, Human Rights Watch ha esortato la comunità internazionale a infliggere sanzioni alla Siria. “Il Consiglio di Sicurezza dovrebbe muoversi velocemente per assicurare la presa di responsabilità imponendo sanzioni su individui ed entità responsabili per gli attacchi chimici in Siria”, ha dichiarato l’organizzazione umanitaria in una nota. Per Ole Solvang, vice direttore emergenze di Hrw, il rapporto “dovrebbe mettere fine all’inganno e alle false teorie che sono state diffuse dal governo siriano”. Puntando il dito contro “l’uso ripetuto da parte della Siria di armi chimiche” Solvang ha sottolineato che “tutti i Paesi hanno un interesse nell’inviare un forte segnale che queste atrocità non saranno tollerate”.

Corre in difesa di Assad la Russia che ha definito incongruente il rapporto dell’Onu. Secondo il vice ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov nel rapporto vi sono “molte incongruenze, discrepanze logiche, testimonianze dubbie e prove non verificate”. Per Ryabkov altri Paesi stanno cercando di usare il documento presentato al Consiglio di Sicurezza per “risolvere le loro personali questioni geopolitiche in Siria”. Mosca, ha aggiunto, analizzerà il rapporto e presenterà presto una risposta.

Ogni anno 3 mln di bambini muoiono per malnutrizione

Fame-nel-mondoChi ha troppo e chi ha troppo poco: non è certamente una novità, ma, in ogni caso, è una grande ingiustizia. Save the Children, in un suo nuovo rapporto sulla malnutrizione, ha lanciato l’allarme comunicando l’entità attuale del problema.
Ogni anno, nel mondo, circa 3 milioni di bambini muoiono per malnutrizione. In questo momento, 52milioni di bambini di età inferiore a cinque anni stanno soffrendo la carenza improvvisa di cibo e nutrienti. Inoltre, 155 milioni di bambini sono malnutriti cronici. I fattori che hanno un ruolo decisivo nella diffusione della malnutrizione, per Save the Children sono principalmente la povertà, i cambiamenti climatici ed i conflitti. Nei Paesi a medio e basso reddito, 2 minori su 5 vivono in stato di povertà con forti privazioni per le difficoltà di accesso al cibo, per la carenza dei servizi igienico-sanitari e per l’educazione insufficiente o inesistente. Nel Corno d’Africa ed in Kenya, in seguito all’emergenza climatica causata da ‘El Niño’, 7 milioni di bambini stanno ancora facendo i conti con la carenza d’acqua e di sostanze nutritive. Per contrastare questo fenomeno Save the Children lancia la campagna globale ‘Fino all’ultimo bambino’ per salvare e dare un futuro ai bambini senza un domani, attraverso un sms solidale attivo dal 12 ottobre al 5 novembre.
Qualche giorno fa, l’UNICEF ha pubblicato un rapporto sui bambini del Mali dove la crisi nutrizionale è aggravata dal protrarsi delle violenze, dell’instabilità e degli sfollamenti di massa, minacciando la vita e il futuro di migliaia di bambini. Secondo l’Ente dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, soltanto nel Mali, ci sarebbero circa 165mila bambini che potrebbero soffrire di malnutrizione acuta grave fino alla fine del 2018.

I bambini che soffrono di forme gravi di malnutrizione acuta sono colpiti da un’atrofia muscolare  grave, un peso molto basso rispetto alla loro altezza, e hanno una probabilità nove volte maggiore di morire in caso di malattie a causa di un sistema immunitario indebolito.

Lucia Elmi, Rappresentante dell’Unicef in Mali, ha commentato: «Dietro a questi dati ci sono le vite dei bambini e delle bambine più vulnerabili e dimenticati del Mali.  Dobbiamo fornire cure salva-vita e assicurare a ciascuno di questi bambini una piena ripresa. Allo stesso tempo, abbiamo bisogno di investire nei primi mille giorni di vita dei bambini, per ridurre il rischio di insorgenza della malnutrizione acuta.»

Il tasso di malnutrizione acuta fra i bambini sotto i cinque anni ha raggiunto livelli critici nelle zone colpite dal conflitto, come Timbuktu e Gao, ma è molto elevato anche a livello nazionale.

Secondo il rapporto, il tasso di malnutrizione acuta infantile a Timbuktu è salito al 15,7% e a Gao al 15,2%: una crescita preoccupante, da un livello classificato “grave” a “critico” nella scala dell’OMS.

Livelli preoccupanti di malnutrizione acuta si registrano anche nelle regioni di Kayes (14,2%) e di Taoudéni (14,3%), mentre il tasso nazionale si assesta al 10,7%.

Dal  2012  la crisi politica e le violenze hanno provocato, nel Mali, sfollamenti di massa e interruzioni dei servizi sociali nel nord del paese, con un impatto devastante sullo stato nutrizionale dei bambini e delle bambine più vulnerabili.

Altri fattori, come l’accesso limitato all’acqua e all’igiene e malattie infantili come diarrea, infezioni respiratorie acute e malaria, hanno contribuito ad aggravare la situazione.

Investire nei primi mille giorni di vita di un bambino, attraverso la promozione di pratiche come l’allattamento  esclusivo per i primi sei mesi e lavare le mani con acqua pulita e sapone, può prevenire la malnutrizione in modo efficace.

È sicuramente meritorio il ruolo svolto dall’UNICEF e da Save the Children per la lotta alla malnutrizione infantile nel mondo. Tuttavia le forme assistenziali restano insufficienti a risolvere i problemi da cui hanno origine le cause.
Urgerebbe un maggiore impegno politico, soprattutto dall’ONU, per risolvere gli annosi problemi che causano anche i problemi di malnutrizione infantile, ma che ledono il diritto alla vita ed alla dignità umana ad una cospicua parte dell’umanità. In tal senso, è doveroso segnalare l’impegno portato avanti tra mille difficoltà dalla Lega Italiana dei Diritti Umani.

Violenza sui minori: record, in Italia 15 vittime al giorno

violenza minori

È record, in Italia, dei reati sui minori: nell’ultimo anno il numero totale dei bambini vittime di reato – mai stato così alto da un decennio a questa parte, toccando la cifra di 5.383 – ha registrato un +6% rispetto al 2015. E più di due bambini ogni giorno sono vittime di violenza sessuale: parliamo di quasi mille minori che ogni anno nel nostro Paese sono costretti a subire questo abuso. Sono questi i nuovi, allarmanti dati del dossier Indifesa di Terre des Hommes, divulgati oggi a Roma, in occasione della Giornata Onu delle Bambine e delle Ragazze che si celebra l’11 ottobre, alla presenza del presidente del Senato, Pietro Grasso.

Piccole vittime che in prevalenza sono femmine: nel 2016 erano in media il 58%, ma questa percentuale aumenta in tutti i reati a sfondo sessuale. Le bambine sono l’83% delle vittime di violenze sessuali aggravate, l’82% dei minori entrati nel giro della produzione di materiale pornografico, il 78% delle vittime di corruzione di minorenne (bambine al di sotto dei 14 anni forzate ad assistere ad atti sessuali). Colpisce il dato degli omicidi volontari consumati: più che raddoppiati in un anno (da 13 a 21 minori) e il 62% era una bambina o un’adolescente.

Il presidente Grasso ha definito “un colpo al cuore” il dossier di Terre des Hommes. “Le conseguenze di una mancata protezione e promozione del benessere infantile sono pesantissime e si ripercuotono nelle fasi successive della vita, oltre a rappresentare un gravissimo danno alla società. Ogni bambina strappata alla violenza è una speranza di riscatto per tutti noi. Ricordiamolo sempre: le bambine di oggi saranno le donne di domani, abbiamo il dovere di combattere tradizioni, pratiche e comportamenti che negano loro i diritti fondamentali come quello all’integrità fisica e psichica, alla salute, all’istruzione” ha detto Grasso.

La violenza domestica è causa della maggioranza dei reati contro i minori: nel 2016 sono state ben 1.618 le vittime di maltrattamento in famiglia, per il 51% femmine, con un incremento del 12% rispetto all’anno precedente. Cresciuto anche (+23%) il numero di vittime minori di abuso di mezzi di correzione o disciplina (266 nel 2016), ovvero di botte fino ad andare in ospedale e arrivare a denuncia. Pochi i segni meno: i reati più in calo rispetto al 2015 sono gli atti sessuali con minori di 14 anni (-11%), dove però le vittime sono ancora 366 (per l’80% bambine) e la detenzione di materiale pornografico, che segna -12%, con 58 vittime (il 76% femmine).

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), circa 16 milioni di ragazze tra i 15 e i 19 anni e circa 1 milione di bambine sotto i 15 anni ogni anno danno alla luce un bambino. Le complicazioni durante la gravidanza e al momento del parto rappresentano la seconda causa di morte per le adolescenti di tutto il mondo, ha sottolineato Flavia Bustreo, vice direttore generale dell’Oms.

“Nel nostro Paese c’è bisogno di un cambio radicale nella prevenzione della violenza contro le bambine – ha detto Raffaele K. Salinari, presidente di Terre des Hommes – serve un impegno sempre maggiore del Governo per trovare fondi per il contrasto e la prevenzione della violenza di genere che orienti gli interventi sia in Italia che nei Paesi in via di sviluppo”.

Psoe accusa Vicepremier per violenze ai catalani

margherita roblesOggi, tutta la Catalogna, compresa la squadra del Barça, si ferma per uno sciopero generale in risposta alle violenze ai seggi che hanno sconvolto l’opinione pubblica. Migliaia di persone si sono concentrate pacificamente a Barcellona davanti al commissariato della Policia Nacional spagnola in Via Laietana per protestare contro le brutalità di domenica. La folla ha chiesto la partenza delle “forze straniere” dalla Catalogna e cantato l’inno catalano Els Segadors. Diverse altre manifestazioni sono in corso in tutta la Catalogna.
Nel frattempo la vera incognita è al Governo che se da un lato resta inamovibile sulla questione catalana, dall’altro comincia a tentennare sulle alleanze. L’alleato al Governo Rajoy più a rischio rottura è proprio il Partito socialista, oggi la capogruppo del Psoe al Congresso dei deputati di Madrid, Margarita Robles, ha chiesto che il parlamento censuri la vicepremier spagnola, Soraya de Santamaria, considerata la responsabile della strategia del governo in Catalogna e delle violenze della polizia domenica. Robles ha detto che Santamaria è responsabile delle “istruzioni politiche” date alla polizia spagnola.
I dubbi ora iniziano a saltare fuori in tutto il Partito socialista spagnolo, ora anche il sindaco di Valladolid, Óscar Puente, ha chiesto al PSOE di “sedersi tutti” per provare “un’uscita” da un Governo in cui ormai il Partito non crede più. Il portavoce socialista, ha bollato come “assurda” la situazione vissuta in Catalogna, in cui comunque “Non c’era bisogno di usare la forza”. Aldilà di tutto però ha sottolineato come questo referendum fosse in ogni caso illegale e dannoso per l’intero Paese.
Il leader del Psoe, Pedro Sanchez, ha chiesto al premier Mariano Rajoy di avviare un dialogo immediato con il presidente catalano Carles Puigdemont. Il Presidente catalano forte dei risultati ottenuti passa sopra la testa di Madrid e chiede all’Ue un’intermediazione. L’obiettivo dell’indipendenza rimane, in pratica, ma si può trattare. “Non dichiaro l’indipendenza, chiedo una mediazione – ha detto Puigdemont -. Si deve creare un clima di distensione che la favorisca”. Il tutto mentre l’Onu chiede al governo di Madrid di aprire un’inchiesta sulle violenze ai seggi e il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, chiede a “tutti gli attori rilevanti di muoversi rapidamente dallo scontro verso il dialogo”.

Guterres l’anti Trump. Un socialista all’Onu

libro intiniUn socialista all’Onu, Guterres: l’anti Trump” è l’ultimo libro di Ugo Intini, edizioni Ponte Sisto, presentato oggi alla Camera dei deputati nella Sala Aldo Modo. Molti gli interventi, moderati dal giornalista Paolo Franchi: Fabrizio Cicchitto, Pia Locatelli, Riccardo Nencini, Marina Sereni, oltre a quello dell’Autore. Un libro fatto per esigenze di verità e di informazione, ha sottolineato Ugo Intini, e indirizzato a tutti i Trump del mondo. L’Autore ha sottolineato il rapporto speciale tra i socialisti italiani e quello portoghesi e come il lavoro di Guterres abbia sempre mirato a una Europa unita in grado di costruire ponti e non divisioni. “L’elezione di Guterres – ha affermato l’autore – si deve ad Obama. Con Trump Guterres non sarebbe stato eletto. Trump è per la Brexit, Guterres è per un’Europa unita che costruisca ponti. Trump è per il bilateralismo, Guterres per il multilateralismo. Trump è per i muri, Guterres è per una politica umana verso i rifugiati. Trump non crede all’emergenza clima, Guterres ritiene il clima una priorità. Trump è un seguace di Netanyahu, Guterres difende Israele e vuole uno Stato per i palestinesi”. Intini ripercorre i legami tra il socialismo italiano e portoghese, a partire dal simbolo del garofano. “Soares e Guterres nascono con il mito di Nenni – afferma Intini – in via del Corso c’era un piccolo ufficio dove trovavi Soares, Gonzalez, Panagulis. Guterres era un allievo di Soares, stampavano ‘O Portugal socialista’ in via della Guardiola. L’idea del simbolo del garofano per il socialismo portoghese nacque proprio nella redazione dell’ ‘Avanti!’ di via della Guardiola”. “Guterres – prosegue Intini – è socialista, tollerante, crede nel dialogo e coltiva il dubbio. Lui affermava che quando c’è una trattativa in due, si è in realtà in 6. Perché in 6? Perché ciascuno è ciò che è, ciò che crede di essere, ciò che l’altro pensa che tu sia”.

Invito Camera da Ponte SistoUn convegno incentrato ovviamente sull’Onu sulle sue funzioni e sul suo ruolo. Un’istituzione che appare spesso ingessata nelle sue regole ormai datate in un momento storico in cui il ruolo dovrebbe essere sempre più centrale. Questa la grande sfida di Guterres, un socialista, che assume la presidenza delle Nazioni Unite in un periodo in cui gli scenari internazionali sono carichi di rischi e di tensioni. Dal Medio Oriente al terrorismo, al grande tema delle migrazioni. L’anti Trump come freno all’impostazione protezionista del presidente americano, come spinta forte sul sentiero del multilateralismo. Un via che può essere sollecitata solo dalle Nazioni Unite. L’Autore in questo ribalta tre luoghi comuni. Guterres è europeo e diventa presidente dell’Onu nel momento in cui l’Europa non sta passano un periodo felice. È un socialista, e sappiamo la difficoltà dei pariti socialisti europei di questi tempi. Infine è un politico. E i politici non sono visti di buon occhio ultimamente. Evidentemente, dice Intini, si dice che siamo tre elementi in crisi, ma evidentemente non lo sono.

Marina Sereni, del Pd, si domanda a questo punto se non sia il caso di aprire un cantiere tra Internazionale socialista, a cui il Partito democratico non appartiene, e altre forze progressiste mondiali. Una sorta di laboratorio tre le forze di progresso che sia capace di includere a livello internazionale.

Pia Locatelli, presidente del gruppo socialista alla Camera, ha sottolineato la contrapposizione delle visione di Guterres con quella di Trump e ha ricordato il profilo del politico portoghese ripercorrendo le sua tappe nazionali e internazionali. Due episodi, il primo non condiviso Pia Locatelli. La scelta di Guterree di non appoggiare il referendum in Portogallo sull’aborto. Una cosa che non piacque alla donne socialiste portoghesi. Altro punto sottolineato da Locatelli è il lavoro fatto all’Onu sui rifugiati. Allargando la categoria dei rifugiati anche a coloro che si erano allontanati dal proprio paese per disastri ambientali. “Aveva previsto – ha detto Locatelli – quello che sta succedendo in questi anni sull’immigrazione”.

Fabrizio Cicchitto, Presidente della Commissione Esteri della Camera, sottolinea il lavoro internazionale del Psi dagli anni cinquanta agli anni ottanta. “Nella redazione dell’Avanti! – ricorda Cicchitto – potevi trovare Tito de Morais”. Cicchitto disegna l’attuale scenario mondiale: “Guterres, da Segretario generale dell’Onu, sarà l’anti Trump, ma anche l’anti Putin e l’anti Erdogan. C’è un ritorno ai nazionalismi identitari, che conducono a leadership durissime e pericolose. Putin, ad esempio, lavora in modo scientifico per destabilizzare l’Occidente, usando anche la cibernetica. Lui ha rapporti con Lega e M5S e ha cercato di svolgere un ruolo nelle elezioni francesi e tedesche. L’Europa ha fatto l’errore di respingere la Turchia ‘europea’ ed oggi abbiamo il risultato drammatico di Erdogan. Ci sono poi i localismi come la Catalogna”.

Riccardo Nencini ha messo in evidenza che descrivere Guterres come anti Trump, non sia solo accattivante ma mette in evidenza il tentativo di costruire una visione diversa e opposta a quella del presidente americano. Nel suo intervento Nencini ha ricordato il sostegno dato dai socialisti ai portoghesi schiacciati dalla dittatura di Salazar. E non solo a loro. E poi una risposta a D’Alema che ha detto, in una intervista al Corriere, che Craxi è un uomo di sinistra che aiutava i palestinesi e gli esuli cileni. “D’Alema – commenta Nencini – sarebbe stato più corretto se avesse detto queste cose negli anni novanta”. “Un conto è l’aiuto che un uomo può fornire dal punto di vista umano – prosegue Nencini su come si comportò D’Alema – altro conto è riconoscere ‘da berlingueriano’ che Craxi aveva ragione politicamente”. “Purtroppo – aggiunge Nencini – i vinti lo sono sempre due volte: sul campo e nella memoria. Eppure stiamo parlando di fatti di ieri, non di un secolo fa. C’è un ricordo collettivo falso. Il Psi finanziava i palestinesi, i socialisti spagnoli e portoghesi, gli studenti greci, gli esuli polacchi e cechi. Firenze era una colonia di studenti greci del Pasok che veniva ospitata nelle sezioni del Psi: li’ si frequentavano Fallaci e Panagulis. Questa del Psi e dei suoi rapporti internazionali è una storia formidabile, che altri – sottolinea Nencini senza citare espressamente D’Alema – non hanno conosciuto”. Per Nencini “la memoria tardiva rischia di essere strumentale e parziale, anche se un pezzo di verità è stata ripristinata. Purtoppo in Italia ci sono legioni di smemorati. Anche sulla Biennale loro erano da un’altra parte”.

Daniele Unfer

Discorso di Trump all’ONU: echi di campagna elettorale

trump-delirioDopo la breve “sterzata” a sinistra in politica interna con i leader democratici sull’innalzamento del tetto al debito e la questione dei “dreamers” Donald Trump è ritornato alle sue radici. Il recentissimo discorso del 45esimo presidente alle Nazioni Unite ha ripreso la politica di “America First” (Prima di tutto l’America) espressa in campagna elettorale e sottolineata nel suo discorso di insediamento nel mese di gennaio. Un discorso poco rassicurante per il mondo ma tranquillizzante per i suoi sostenitori politici.

Ci si sarebbe aspettato che in sede internazionale l’attuale inquilino della Casa Bianca avesse ricalcato la necessità per la diplomazia e la cooperazione internazionale. Trump ha infuocato invece l’egoismo e soprattutto la miopia che hanno caratterizzato la sua ascesa al potere. A cominciare dal concetto di isolazionismo che vede un ruolo americano nel mondo caratterizzato da interessi nazionalisti. Trump ha infatti cercato di esportare il concetto di isolazionismo dicendo che ogni Paese dovrebbe concentrarsi sulla propria sovranità come se questo non fosse già applicato dai diversi interessi dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite.

Se c’è un problema fondamentale nell’organizzazione è proprio quello degli interessi dei singoli Paesi e i conflitti inerenti nei rapporti internazionali. Trump ha stressato l’importanza degli interessi egoisti senza esitare di cadere nelle sue minacce per ottenere i propri scopi di sicurezza. Il 45esimo presidente ha detto che gli Stati Uniti hanno “grande forza e pazienza” ma che per difendere il Paese o gli alleati non avrà “scelta eccetto di distruggere completamente la Corea del Nord”.

Una minaccia scioccante che non rassicura nessuno considerando il pericolo rappresentato da Kim Jong Un, leader della Corea del Nord, il quale continua con i suoi esperimenti di missili balistici che potrebbero anche colpire il territorio statunitense. Difficile interpretare le vere motivazioni di Trump ma forse i leader mondiali sono già abituati alle sue sparate vedendole come messaggi alla sua base politica. Il pericolo però rimane non solo per i Paesi vicini alla Corea del Nord ma per il resto del mondo.

Le reazioni al discorso di Trump hanno variato dall’entusiasmo allo choc. Alcuni analisti hanno anche rilevato che l’idea di fare scomparire 25 milioni di persone equivale a un crimine di guerra facendoci dubitare su chi fra Trump e Kim Jong Un sia il vero matto. Benjamin Netanyahu, Primo Ministro israeliano, però ha classificato il discorso di Trump di “coraggioso”. Il presidente iraniano Hassan Rouhani, invece, più sobriamente, ha detto che le parole di Trump sono poco più che “odio ignorante” che appartiene ai “tempi medievali”. Rouhani ha continuato spiegando che la minaccia di Trump di abbandonare l’accordo fra il suo Paese e Barack Obama confermerebbe che nessuno potrà “fidarsi” degli Stati Uniti e che l’Iran potrebbe riprendere il suo programma nucleare bloccato dal trattato del 2015.

Trump ha cercato di fare un’ideologia della sovranità dichiarando ai leader presenti che loro devono “sempre servire gli interessi dei loro Paesi” ricevendo gli applausi come per suggerire che già si sapeva. L’attuale inquilino della Casa Bianca però non capisce o non sembra capire che il leader del Paese più potente al mondo dovrebbe fare del suo meglio per creare pace e stabilità che rafforzano anche la prosperità globale. Le minacce servono poco ai progressi e rapporti internazionali. Per raggiungere accordi di pace bisogna trattare gli avversari con rispetto e offrire incentivi. Caratterizzare Kim Jong Un con l’epiteto derisivo di “Rocket Man” (uomo razzo) ci ricorda ovviamente il modo in cui il 45esimo ha trattato i suoi avversari nelle primarie repubblicane e Hillary Clinton nell’elezione del 2016. La differenza però è Kim Jong Un possiede missili pericolosi.

In mancanza di parole rassicuranti di Trump il mondo si è dovuto accontentare della parole concilianti del primo ministro italiano Paolo Gentiloni e di quelle del presidente francese Emmanuel Macron. Ambedue hanno sottolineato l’importanza del “multilaterismo” per affrontare il cambiamento climatico, il terrorismo ed altre sfide che nessuno, nemmeno un Paese potente come gli Stati Uniti, può risolvere da solo. Sentimenti reiterati anche da Diane Feinstein, senatrice democratica della California. La Feinstein ha dichiarato che la meta delle “Nazioni Unite è di fomentare e promuovere la cooperazione globale”. Trump però avrà compiuto il suo obiettivo. I suoi sostenitori potranno sentirsi sicuri riconoscendo il loro candidato che lotta per loro non solo contro i nemici interni ma anche con quelli fuori del Paese.

Domenico Maceri,
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.