Elezioni europee,
questione di democrazia

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Alle prossime elezioni europee voteremo, oltre che per il Parlamento, anche per il futuro Presidente della Commissione europea, una novità introdotta sommessamente già nelle elezioni nel 2014 ma di cui quasi nessuno si è era accorto, pur avendo i partiti europei anticipato la candidatura che avrebbero sostenuto per quella posizione. L’obiettivo era di avvicinare elettori ed elettrici alle istituzioni europee, nel tentativo di invertire il trend in discesa della partecipazione al voto.

Infatti, se la percentuale dei votanti aveva subito un leggero ma costante declino di elezione in elezione per quasi trent’anni, con il nuovo millennio il numero di elettori ed elettrici si è ridotto in modo preoccupante, per arrivare al 43% nel 2009. Nella settima elezione del Parlamento europeo non andò a votare soprattutto chi nel passato aveva votato per i partiti di sinistra, lanciando un messaggio che suonava più o meno così: il Parlamento europeo è una istituzione inutile e senza potere perché l’Unione è dominata da tecnocrati conservatori.

Il popolo della sinistra aveva perso la fiducia nell’Europa e Paul Rasmussen, allora leader del PSE, aveva così commentato l’esito delle elezioni europee del 2009: ha vinto il partito del sofà, di chi ha scelto di rimanere a casa anziché andare ai seggi.

Fu insieme una lezione dura da digerire ed uno scossone salutare.

Ci interrogammo per mesi noi socialisti europei per trovare la risposta alla richiesta di dare nuovo significato al voto. Bisognava “politicizzare” le elezioni europee ed europeizzarle: le elezioni fatte su liste nazionali con candidati tutti nazionali, spesso con campagne elettorali dominate da temi nazionali -ne è buon esempio il referendum sulla Brexit- “nazionalizzavano” le elezioni allontanandole sempre più da una visione europea che aveva ispirato il progetto nato a Ventotene per una Europa della pace, della solidarietà, della democrazia, dei diritti umani, cioè una Europa all’opposto di quella che predicano i sovranisti di oggi, come Salvini, Orban, Le Pen….

Pensammo fosse utile dare il senso di un impegno comune, con un programma unico e costruito insieme da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti dell’Unione, e con una campagna comune, identificabile come nostra in tutte le città dell’Unione; soprattutto ci impegnammo a scegliere e sostenere una candidatura socialista unica per la Presidenza della Commissione europea che, legittimata dal voto, avesse titolo per difendere il programma sul quale avevamo chiesto il voto.

Nel congresso del PSE di Praga del dicembre 2009 decidemmo per programma e campagna comuni per l’appuntamento elettorale del 2014 e per l’avvio di un percorso aperto, trasparente, soprattutto democratico per individuare il candidato o la candidata alla Presidenza della Commissione europea che rappresentasse il popolo socialista, socialdemocratico, laburista dell’intera Unione. Per il 2014 indicammo Martin Schulz; i Popolari europei indicarono Jean Claude Junker.

Una novità e insieme una sfida democratica perché per quasi 60 anni, fino al 2014, il Presidente della Commissione era stato scelto in una sorta di conclave tra Capi di Stato e di Governo, tenendo conto, ma senza nessun vincolo, dell’esito elettorale. In questo modo furono eletti i dodici presidenti della Commissione europea, che si succedettero dal 1957 al 2014, tra questi Jacques Delors e gli italiani Malfatti e Prodi.

L’elezione del 13° Presidente, Jean Claude Junker, fu diversa, grazie soprattutto all’iniziativa dei socialisti impegnati a contenere il “deficit democratico”: per la Presidenza doveva essere proposta la persona indicata come “Spitzenkandidat” cioè “candidato principale” dal partito europeo con il migliore risultato in termini di seggi al Parlamento. Fu così stabilito un legame tra la scelta del Presidente della Commissione e l’esito delle elezioni europee.

Le elezioni del 2019 saranno l’occasione per consolidare questa prassi condivisa da gran parte dei partiti e votata dal Parlamento europeo il 7 febbraio 2018, pur non essendo prevista dal Trattato di Lisbona. Con questa decisione il Parlamento si è impegnato a non considerare nessuna candidatura che non sia frutto di questo processo.

Alle elezioni del 26 maggio voteremo liste per il Parlamento europeo e candidato o candidata alla Presidenza della Commissione attraverso un processo democratico, trasparente e partecipato.

Per noi socialisti europei il processo si aprirà il 19 ottobre con la presentazione delle candidature avanzate dai partiti membri del PSE, cui seguirà una campagna elettorale veramente europea per la scelta del nostro candidato o candidata alla Presidenza della Commissione che si concluderà con il voto nella stessa giornata in tutta l’Unione. La data indicata dovrebbe essere il prossimo 1° dicembre.

Il nostro impegno comune è per una Unione europea che sostenga il principio della solidarietà contro gli egoismi nazionali, che contrapponga alla chiusura di porti e frontiere una gestione controllata e condivisa dei flussi migratori, che si dia una politica estera comune fondata sulla difesa dei diritti umani, che promuova i diritti delle donne e la democrazia paritaria, che contrapponga alla democrazia illiberale di Orban la democrazia partecipata che veda protagoniste in primis le giovani generazioni, insomma tutto il contrario di quello che i nuovi sovranisti alla Salvini stanno predicando e promuovendo. Noi li contrasteremo forti dei nostri valori e convinzioni.

ZAMPINO ORBAN

ORBANOrban divide il governo. Il Parlamento Ue è chiamato a esprimersi sull’avvio delle procedure dell’articolo 7 dei trattati Ue, che prevede una serie di sanzioni per i Paesi che violano le regole sullo stato di diritto. Al centro delle accuse l’Ungheria di Orban per i sui comportamenti estremisti nei confronti dei migranti. Dopo il dibattito di oggi, la Plenaria voterà domani. Un voto che ha riflessi non solo europei ma anche nazionali. Negli ultimi mesi non sono infatti mancate le lodi a Orban da parte del ministro degli Interni e vicepremier Salvini sempre pronto ad appoggiare, soprattutto in tema di immigrazione, le politiche dei paesi Visegrad.

“Voteremo in difesa di Orban – ha detto Salvini – l’Europarlamento non può fare processi ai popoli e ai governi eletti”. Una presa di posizione che, secondo Salvini, non crea “alcun problema” tra M5s e Lega anche se la presa di posizione dei pentastellati a favore della sanzioni. “Ognuno è libero di scegliere cosa fare” ha detto Salvini, “ma la Lega difenderà sempre il valore supremo della libertà”. “Il governo e il popolo ungherese vogliono più sicurezza e più lavoro. E per questo l’Europa li processa? Una follia”.

Con Orban si schiera anche la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. “Sanzionare l’Ungheria perché si rifiuta di essere invasa da immigrati clandestini è semplicemente follia. Siamo al fianco di Viktor Orban e del popolo ungherese. Non è Orban a tradire i valori fondanti della Ue ma chi in Ue spalanca le porte all’immigrazione incontrollata, umilia i diritti dei popoli e nega la sovranità delle Nazioni”, ha detto.

Da parte sua Silvio Berlusconi ha telefonato al premier ungherese per annunciargli che a Strasburgo gli eurodeputati di Forza Italia Ad Orban Berlusconi ha confermato la propria amicizia e l’appoggio al partito del premier ungherese Fidesz, che fa parte del gruppo Ppe nel parlamento europeo.

Ancora oltre si spinge l’ex leader dell’Ukip, il britannico Nigel Farage, che ha invitato Orban, a “unirsi al club della Brexit” uscendo dall’Unione Europea. I deputati che chiedono di attivare l’articolo 7 del trattato per l’Ungheria “stanno aggiornando la dottrina Breznev sulla sovranità limitata”, ha detto Farage. “Vogliono togliervi i diritti di voto e smettere di darvi fondi europei e tutto questo perché lei ha l’audacia di resistere a George Soros, l’uomo che ha speso 50 miliardi di dollari per distruggere lo stato nazionale”. Il leader eurofobo britannico ha concluso il suo intervento all’Europarlamento con l’invito unirsi “al club della Brexit. Le piacerà”.

Orbano nel suo intervento all’Europarlamento ha parlato della necessitò di dinfere le frontiere. “Solo noi possiamo decidere con chi vivere e come gestire le nostre frontiere abbiamo deciso di difendere l’Ungheria e l’Europa e non accettiamo che le forze pro-migrazione ci ricattino. Ma noi difenderemo le nostre frontiere anche contro di voi se sarà necessario”.

Poi l’accusa all’Europarlamento di voler punire l’Ungheria perché difende le sue frontiere dai migranti e ha aggiunto che “ogni nazione ha diritto di decidere come organizzarsi”.

Si smarca dalla posizione della Lega, la delegazione del Movimento 5 Stelle all’Europarlamento che ha ribadito che Orban “non è certamente un amico dell’Italia”. “Lo dimostra tutte le volte che dice no ai ricollocamenti. Orban non ha nessuna intenzione di collaborare con il Governo italiano e non intende far la sua parte sul tema dell’immigrazione”.

l gruppo del Ppe al momento appare spaccato. In serata è prevista una riunione del gruppo: al momento l’indicazione che trapela è quella di lasciare ai deputati libertà di coscienza.

QUESTIONE DI DIRITTO

diciottiQuello dei migranti resta il tema preferito del (vice)premier Matteo Salvini. Dopo il braccio di ferro tra il ministro Toninelli e il ministro degli interni arriverà oggi a Trapani la nave Diciotti della Guardia Costiera con a bordo i 67 migranti salvati dal rimorchiatore italiano Vos Thalassa davanti alla Libia. Non vi è giorno che non batta sullo stesso tasto creando tensioni anche all’interno del governo tanto da condizionare l’intero esecutivo. Matteo Salvini continua infatti a ribadire la linea dura: “Prima di concedere qualsiasi autorizzazione – ha detto –  attendo di sapere nomi, cognomi e nazionalità dei violenti dirottatori che dovranno scendere dalla Diciotti in manette. Se su quella nave c’è gente che ha minacciato e aggredito non saranno persone che finiranno in albergo ma in galera – dice – quindi non darò autorizzazione allo sbarco fino a che non avrò garanzia che delinquenti, perché non sono profughi, che hanno dirottato una nave con violenza, finiscano per qualche tempo in galera e poi riportati nel loro paese”.

“Le minacce sul fronte Sud per quanto riguarda il terrorismo sono molto significative” ha detto oggi il premier Giuseppe Conte al suo arrivo al vertice Nato a Bruxelles, sottolineando l’importanza del rafforzamento dell’hub Nato di Napoli. “Dalla stessa immigrazione – ha detto – potrebbero arrivare rischi e pericoli di foreign fighter”. “L’incontro con Salvini” di stamattina “è andato molto bene, ci siamo aggiornati. A breve assumeremo iniziative italiane per dare continuità alle conclusioni del vertice Ue di giugno” ha precisato Conte.

In sostanza Conte ha preso la comanda da Salvini su cosa dire in tema di immigrazione. “Con Conte – ha detto Salvini – c’è una linea comune: rafforzare la sicurezza dei cittadini cittadini italiani ponendo al centro del Vertice il fatto che non possiamo essere lasciati soli”.

Infine Salvini ha parlato insieme al presidente del Consiglio del principio della condivisione da impostare con gli altri Paesi Ue sui flussi migratori. Il problema è che Salvini sta stringendo alleanze con quei Paesi i cui interessi sono opposti a quelli italiani. Un principio che piace all’Ungheria di Orban è ovviamente in contrasto con quelli utili al nostro Paese. Di conseguenza danno doppio. “La gestione del tema dei migranti – ha commentato il segretario del Psi Riccardo Nencini ospite alla trasmissione Coffee Break de La 7- è senza dubbio un tema delicato, ma nell’impostazione di questo governo c’è un punto debole e cioè’ che senza dubbio la questione va risolta a livello comunitario. Invece Salvini e Di Maio stanno scegliendo gli alleati sbagliati, perché se ti allei con chi non vuole la modifica del regolamento di Dublino e con i partiti del patto di Visegrád metti l’Italia in una posizione scomoda”.

“Abbiamo un nuovo Duce?” Si è chiede Enrico Buemi Responsabile Giustizia del Psi e Senatore nella XVII Legislatura dopo le ultime dichiarazioni di Matteo Salvini sui migranti. “Sarebbe utile – ha proseguito – che il Ministro degli interni Salvini rinfrescasse le sue conoscenze in materia di diritto costituzionale e di separazione dei poteri. L’insistenza con cui ripropone indicazioni precise di arresti di individui e negazione di accessi a mezzi navali, anche italiani, rappresenta una palese violazione delle autonomie dei singoli poteri e un’ingerenza politica-amministrativa ormai inaccettabile nei ministeri non di sua competenza”, ha sottolineato Buemi.

“Il persistere di tale comportamento non può non richiamare l’attenzione  dell’autorità competente in particolare quella giudiziaria per l’incitamento a comportamenti illegittimi, quali l’istigazione all’odio razziale e, d’altro canto, sarà necessario che qualcuno lo richiami alle proprie competenze impedendogli l’ingerenza ripetuta in quelle altrui e impedendogli di usurpare addirittura il ruolo del Presidente del Consiglio, anima bella ma impercettibile, e dei colleghi dei vari ministeri ai quali sottrae responsabilità e ruolo”, ha concluso il Senatore socialista.

Il Gruppo Visegrad che non convince più Praga

Czech Prime Minister Andrej Babis attends a parliamentary session during a confidence vote for the newly appointed government he leads, in Prague, Czech Republic January 16, 2018.  REUTERS/David W Cerny

Czech Prime Minister Andrej Babi REUTERS/David W Cerny

Il gruppo di Visegrad era nato per difendere gli interessi di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca in Europa. Ma per la Repubblica Ceca si sta convertendo in una gabbia in cui inizia a mancare ossigeno.

Lo scorso giovedì i membri del gruppo si sono incontrati per l’ultimo summit a presidenza Ungherese e hanno invitato al convitto anche il neo cancelliere austriaco Sebastian Kurz.
Nell’incontro, per il governo di Praga, si sono cristallizzati molti più punti di sofferenza che di accordo. Quest’ultimi sono legati al tema immigrazione, con il rafforzamento delle frontiere esterne dell’Europa molto caro hai paesi dell’Est, ed una netta opposizione al progetto di Budget Europeo proposto dalla Commissione Europea per il 2021-2027.

Lo stesso primo ministro ceco, il populista Andrej Babiš, ha definito la proposta “assolutamente inaccettabile. Nel corso del consueto incontro tra diplomatici, studiosi e politici dell’Europa centrale svoltosi a Praga il mese scorso (Prague European Summit) lo stesso Babiš aveva affermato che il Budget per i prossimi sei anni non doveva essere “grossolanamente ed ottusamente modificato” rispetto a quello attuale.

La partita si gioca tutta sulla riduzione dei fondi all’agricoltura essendo, la Repubblica ceca, un paese di latifondi medio-grandi con una media di 133 ettari per possedimento, una delle più consistenti di tutta l’Unione. Ma non solo. La riduzione dei fondi per l’agricoltura intaccherebbe le stesse tasche del primo ministro essendo Babiš proprietario della Agrofert.

Il problema maggiore per il governo Boemo è la totale mancanza di alleati a Bruxelles. Jiri Schneider, ex ministro degli Esteri e direttore della fondazione Aspen Institute Central Europe sostiene che “il problema maggiore per Praga è che il gruppo di Visegrad di cui fa parte è conosciuto in Europa per i continui veti sulla ripartizione degli immigrati ed i no al processo di integrazione europeo”. E ancora: “La visione del governo precedente era quello di collocare Praga come ponte tra l’Europa Occidentale e quella dell’Est. Ma appena Berlino sente parlare di Budapest o Varsavia, automaticamente chiudono la conversazione”.

Praga deve peraltro affrontare anche l’ambiguo strabismo politico del gruppo di Visegrad, con un Orban legato a doppia mandata con Mosca e una Polonia che, in conflitto con tutti i vicini orientali e con la Germania, annovera come unico teorico alleato Trump, molto infastidito dalla legge revisionista sull’Olocausto promossa da Varsavia in primavera a tal punto da rifiutarsi di ricevere il presidente polacco nel corso di una visita a Washington.

Problemi di collocamento estero aggravati dall’instabilità caratteriale e politica dello stesso primo ministro, un mix tra il primo Berlusconi e la spinta populistica di un Grillo. Il tutto condito da un governo che ancora non si è formato (i comunisti devono ancora decidere se appoggiare la deficitaria maggioranza parlamentare) ed un presidente della Repubblica anch’esso fortemente populista, Zeman il quale, al contrario dell’omonimo allenatore di calcio, gioca sulla difensiva ponendo il veto su ministri degli esteri pro europei e socialisti.

Un rebus dal quale la piccola Repubblica Ceca deve uscire se vuole davvero sovvertire gli equilibri di spartizione dei fondi europei.
Verso quale direzione andrà Praga?

La triplice alleanza senza Berlino, l’Italia verso Est


kurz salvini orbanSempre più ad Est. La posizione dell’Italia in Europa prende la piega tanto temuta da Bruxelles. Una linea sovranista ed euroscettica, cara ai paesi di Visegrad e all’Austria di Kurz, oltre che vicina alle idee di Putin. L’alleanza potrebbe portare l’Italia al fianco dei populisti di tutta Europa, creando così enormi difficoltà all’Unione Europea.

Già nei giorni scorsi Salvini, appena nominato ministro dell’Interno e vice premier, aveva parlato dell’Ungheria come partner ideale per cambiare l’Europa. L’intesa tra il leader leghista e Orban è ormai ben salda. La visione del continente è la stessa: alzare muri per evitare l’ingresso dei clandestini e fermare la libera circolazione delle Ong nel Mediterraneo e nell’Europa dell’Est.

Difficilmente i grandi paesi europei chiuderanno un occhio. Orban, le cui posizioni preoccupano da sempre la Commissione, ha voluto sottolineare a suo modo la nascita del legame con il nuovo governo italiano. “Le cose procedono secondo i miei gusti – ha detto oggi il premier ungherese – nella politica europea sono apparsi protagonisti duri”.

Al duo Salvini-Orban si è unito nelle ultime ore anche Sebastian Kurz, il cancelliere nazionalista austriaco. Oggi il primo ministro ha dichiarato guerra all’Islam decretando la chiusura di sette moschee, l’espulsione di alcuni imam poco graditi e la revisione dei permessi di soggiorno. “L’Italia è un alleato forte” ha detto il ministro dell’Interno austriaco, inviato da Kurz alla riunione in Lussemburgo con gli omologhi europei.

Austria e Ungheria conoscono perfettamente la situazione italiana. Sanno che il tema dell’immigrazione ha giocato un ruolo decisivo nell’ascesa della Lega. E intendono sfruttarlo a proprio vantaggio, arruolando tra le proprie fila un alleato forte come l’Italia. I punti in comune sono tanti, i programmi simili. Con queste premesse non dovrebbe essere difficile consolidare dei legami politici.

Rafforzando i rapporti con Visegrad e l’Austria, l’Italia rischierebbe grosso a Bruxelles. Rappresenterebbe un cambio di linea troppo radicale da parte di uno dei paesi fondatori dell’Unione. Giuseppe Conte non sembra poterselo permettere. Il problema, però, è rappresentato dalla scarsa autonomia che sta dimostrando di avere il premier. E gli accordi sull’immigrazione passano per il Viminale.

Frontiere d’Europa. Come la Polonia non rispetta i trattati

Orban e Morawiecki

Orban e Morawiecki

Nei giorni in cui il primo ministro ungherese Orban e quello polacco Morawiecki ribadiscono di voler cambiare l’Europa e di voler ripulirla dagli immigrati che, secondo loro, minerebbero l’integrità culturale europea; in questi stessi giorni dicevo mi sono recato laddove il diritto europeo non viene applicato nei confronti dei migranti. No, non si tratta di Lampedusa. E nemmeno delle frontiere spinate tra Ungheria e Serbia. Ma di una frontiera di cui nessuno in Europa parla: quella di Terespol tra la Polonia e la Bielorussia. Qui stazionano centinaia di rifugiati ceceni o armeni ai quali la polizia polacca nega i diritti sanciti da trattati internazionali che la stessa Polonia, formalmente, riconosce.

Arrivo nella città di Brest. Una bella cittadina, con una fortezza. Il nome ricorda quello di trattati di guerre studiate a scuola in gioventù. Mi sposto nei pressi della stazione dove provo ad avvicinarmi a una decina di persone che sembrano bivaccare in attesa del loro destino.

Sono ceceni. Mi raccontano di essere in Bielorussia da un mese e di aver provato già 8 volte di entrare in Polonia e di richiedere asilo politico. “Non sai mai cosa rispondere alle domande del poliziotto. Una volta mi ha detto: Non vuoi lavorare vero? Vuoi venire qui a farti mantenere? Sei un parassita! Vieni qui a farti mantenere. La seconda volta allora ho risposto che si, vorrei trovare un lavoro. Allora il secondo poliziotto mi ha detto: Allora sei un migrante economico! Quindi torna indietro!” Qualsiasi risposta porta ad un bivio il cui destino è quello del ritorno in Bielorussia.

Scopro che l’unico modo per avvicinarsi alla frontiera della Polonia (e dell’Europa quindi) è il treno delle 7.22. Il controllore a quelli “Senza Visto” vende il biglietto del famigerato vagone numero 3.

Il mattino successivo mi alzo quindi all’alba per tornare in stazione. Nei pressi del vagone 3 vedo una quarantina di persone: Ceceni, Armeni, Tagiki ed Azeri.

Avvicino una ragazza. È cecena. Non vuole parlare. Mi dice che in stazione ci sono delle spie di Kadirov (il dittatore ceceno che governa per conto di Putin con la mano di ferro), che cercano “i traditori” per portarli a casa. E sparire nel nulla.

Ho più fortuna con una ragazza Armena. Elen. Ha ventotto anni. Oggi proverà per la decima volta ad attraversare la frontiera. Da un mese dorme in luoghi di fortuna. È all’ottavo mese di gravidanza. Le chiedo da che cosa scappa, perché sia qui sola ad affrontare questa traversata. Mi racconta una storia struggente, come molte qui d’altronde. Scappa dalla sua famiglia che la vuole uccidere per aver commesso una colpa gravissima: essersi innamorata di un Azero e non aver voluto abortire.

Non ha più soldi. Da dieci giorni ormai si ciba solo di pane e the. Le offro un panino che ho portato con me dal comodo hotel in cui ho passato la notte.

Mi racconta che spera di entrare questa volta e che una sua conoscente cecena, anche lei incinta, la settimana scorsa è riuscita a farsi portare in ospedale a Biala Podlaska. Come ha fatto? Semplicemente le si sono rotte le acque nella sala d’attesa della gendarmeria polacca e quindi sono stati costretti a chiamare un’ambulanza e a portarla in ospedale con i suoi due figli e con il terzo che aveva scelto il momento opportuno per decidere di nascere. Prima di quasi partorire in gendarmeria aveva provato ad entrare 15 volte in un mese e mezzo.

Il Marito di Alia, invece, è stato ucciso in Cecenia dagli scagnozzi di Kadirov. Quando il figlio ha compiuto 15 anni le forze speciali cecene sono arrivate per arrestarlo. Alia non ci ha pensato due volte: ha corrotto le guardie carcerarie con quei pochi soldi che aveva ed è fuggita verso la libertà: l’Europa. O almeno ci ha provato visto che a pochi metri da quella agognata libertà le guardie di frontiera polacche le hanno negato la richiesta di asilo politico. “Ho spiegato la mia situazione, ho detto che posso vivere anche in una tendopoli, posso pulire i gabinetti, ma devo salvare mio figlio. La poliziotta mi ha detto che se voglio lavorare posso andare in Siberia, che la c’è lavoro per tutti”. Alia ha sulle spalle 32 tentativi di ingresso in Polonia. Ha ancora qualche risparmio per una o due settimane e spera di riuscirci perché non ha un piano B. in Cecenia aspettano loro prigione e morte.

Roman, anche lui ceceno racconta: “Tra la Russia e la Bielorussia non ci sono frontiere. Quelli di Kadirov ci inseguono sino a qua. La Bielorussia è una dittatura, lo sappiamo. Ma la Polonia era sempre stata un paese democratico. Ma ora? Le guardie di frontiera non rispettano le leggi e si comportano come quelle della Bielorussia.”

A Brest, sul lato bielorusso della frontiera, solo Marina, una russa che vive in Polonia, ogni tanto viene a prestare soccorso alle famiglie. Organizza una “scuola” improvvisata per i bambini e, sul lato polacco, aiuta quei pochi fortunati che hanno potuto richiedere l’asilo e a Biała Podlaska attendono l’iter burocratico della pratica.

Nessun ufficiale sul lato polacco vuole rispondere alle mie domande. Nessuno parla ufficialmente. Un ufficiale bielorusso, che vuole rimanere anonimo, mi racconta invece come sino al 2016 non ci fossero problemi per gli immigrati a Terespol, come tutti venissero ricevuti e i trattati venissero rispettati. Dopo la vittoria del governo ultranazionalista di Giustizia e Diritto, i gendarmi polacchi hanno ricevuto indicazioni dal ministero di fare di tutto pur di non consegnare i formulari per la richiesta d’asilo; la qual cosa, sulla base del trattato di Dublino, obbligherebbe la Polonia a gestire gli immigrati sino alla decisione definita sulla loro richiesta.

L’attuale ministro della difesa Mariusz Błaszczak, che sino a pochi mesi occupava il ministero degli Interni, la scorsa settimana ha sostenuto che “La frontiera della Polonia è molto stretta. Non vogliamo sottometterci alle pressioni di coloro che vogliono provocare una crisi migratoria. La nostra politica è totalmente diversa. Fino a quando sarò ministro, fino a quando al governo ci sarà il partito PiS, non esporremo a Polonia al rischio di terrorismo”

Nel frattempo la “terrorista” Elen, con il mio panino e il suo pancione all’ottavo mese di gravidanza, prova per l’ennesima volta a salire sul vagone 3 aiutata da un simpatico ceceno omossessuale che fugge dalle persecuzioni di Kadirov. Anche questa volta torneranno indietro a mani vuote. Senza aver potuto richiedere quell’asilo politico che i diritti internazionali, e quelli piú semplicemente umanitari, dovrebbero garantirgli.

È questa l’Europa che volevamo?

Tocca anche a me comprare il biglietto per Varsavia. Ho chiesto il vagone 3. Ma non mi hanno accontentato. Viaggerò invece nel vagone 1, quello di coloro che hanno avuto, nella roulette russa del destino, il privilegio di nascere nello spicchio migliore dell’emisfero.

Diego Audero

Ungheria. Monito europeo contro le derive di Orbàn

orbanNon solo migranti, l’Ungheria finisce nel mirino europeo per il grave deterioramento dello Stato di diritto e della democrazia. A intervenire è il Parlamento europeo che ha dato oggi il via alla procedura di attivazione dell’Articolo 7 del Trattato contro l’Ungheria, il quale prevede per gli stati membri che violino i diritti fondamentali dei cittadini una serie di sanzioni che possono arrivare fino alla sospensione del diritto di voto nel Consiglio, in pratica la messa al bando dalle decisioni politiche dell’Unione. Gli eurodeputati, approvando oggi per 393 sì, 221 no e 64 astensioni la risoluzione comune firmata da Socialisti e Democratici, Liberaldemocratici, Sinistra unitaria e Verdi, hanno incaricato la commissione parlamentare per le libertà civili (Libe) di “elaborare una relazione specifica” sul caso ungherese. Se approvata dalla stessa Libe, dovrà poi passare al vaglio dell’emiciclo e ricevere l’appoggio di una doppia maggioranza qualificata dei due terzi dei votanti e di almeno il 50% del numero di eurodeputati per finire, quindi, sul tavolo del Consiglio e costituire la base con cui chiedere la piena attivazione di quell’Articolo 7. Tutto ciò per determinare se in Ungheria esista “un evidente rischio di grave violazione” dei valori dell’Unione Europea. Queste “gravi violazioni”, secondo la maggioranza dei parlamentari europei, si starebbero già determinando con le norme che sono state adottate nel Paese contro i richiedenti asilo e contro le organizzazioni non governative. Inoltre, ulteriori violazioni riguarderebbero la comunicazione dispiegata dal governo Orbàn, che ha promosso un referendum popolare con un titolo che parla da solo: “Consultazione nazionale – Fermiamo Bruxelles”.
Nella risoluzione, perciò, si invitano perentoriamente le autorità magiare a sospendere o a ritirare le leggi controverse e finché ciò non avviene, i fondi UE per l’Ungheria debbono essere “messi sotto sorveglianza”. Va notato, a questo proposito, che la stessa richiesta era stata tempo fa formulata dal governo italiano, come risposta al rifiuto di Budapest di adottare le disposizioni dell’Unione in fatto di ripartizione dei richiedenti asilo.

IL BUON GOVERNO
COMINCIA DAI COMUNI

Elezioni comunali“Siamo presenti in quattro quinti dei comuni che vanno al voto. Ci sono le nostre liste in città come Roma e Napoli. Ci sono liste con la Rosa, ma identificabilissime come socialiste, in altre città come Bologna e queste liste al ballottaggio saranno decisive per i candidati della sinistra riformista. E questa per noi che non eleggiamo da una ventina d’anni in molti grandi comuni, è un’occasione per tornare al governo delle grandi città”.
Riccardo Nencini sedutoRiccardo Nencini, segretario nazionale del Psi, sottolinea la presenza diffusa e radicata su tutto il territorio nazionale dei socialisti.
“C’è anche un numero molto grande di candidati a Sindaco socialisti nei comuni di media grandezza – continua – da Melfi a Castelfidardo, da Morrovalle a Città di Castello. Complessivamente questa è anche l’occasione per ricreare una filiera della vera sinistra riformista che, con la fine di Italia Bene Comune, non è stata più ricostruita. Mai come oggi direi, che ‘Il buon governo comincia dai Comuni’.

Vanno alle urne 13 milioni di elettori per eleggere i sindaci di oltre 1.300 Comuni, tra cui Roma, Milano, Torino e Napoli. Le opposizioni sostengono che queste amministrative sono un test per il Governo. Certamente le preferenze del segretario del PD, che è anche Presidente del Consiglio, hanno pesato molto da Milano a Roma nella scelta dei candidati a Sindaco… Renzi dice che non è un test …
Mah, quando hai una capitale che va al voto … anche se è un voto amministrativo, alla fine ha un significato anche politico nazionale.

ma allora peserà sul Governo…
Non vedo un riflesso diretto. Il peso politico è già tutto spostato sul referendum costituzionale di ottobre. Però, devo dire, che indubbiamente l’esito di questo voto amministrativo potrebbe condizionare anche il voto referendario.

Sarà un test per i 5 stelle però, soprattutto se avranno un buon risultato a Roma…
Sarebbe la conferma che si stanno istituzionalizzando. È il paradosso della politica in Italia. Un partito nato per contestare il sistema, si sta istituzionalizzando ogni giorno di più. D’altra parte assistiamo anche ad un altro curioso fenomeno: i grandi partiti che si nascondono sempre di più dentro le liste civiche. Un fenomeno di cui abbiamo parlato già al Congresso di Venezia.

Perché si nascondono? I candidati a Sindaco si vergognano dei partiti di appartenenza?
Valutano che nella società italiana la politica occupa non solo un ruolo marginale, ma addirittura “negativo”. Ecco allora che cercano di mimetizzarsi utilizzando simboli diversi. Così però si fa un regalo all’antipolitica che è invece il pericolo che dovremmo combattere maggiormente.

In tutta Europa i fan del premier ungherese Orban sostengono la tesi dello ‘ Stato illiberale’, ovvero che sia più efficiente di quello democratico in una situazione di crisi. È un vento che in Italia sentiamo soffiare nelle parole di Matteo Salvini, ma pure in una certa ‘antipolitica’ che emerge anche in occasione delle elezioni amministrative. A Roma, ad esempio, si sente anche dire che alla fine sarebbe meglio lasciarla commissariata …
È un guaio. In questo modo alla fine si arriverà a sostenere che si stava meglio nel ‘Ventennio’ oppure che è meglio il sistema monopartitico cinese. È una strada doppiamente sbagliata. Non si reagisce alla crisi della democrazia nel tempo della società tecnologica col ricorso al populismo o, in alternativa, con l’Uomo solo al comando. Si reagisce mettendo in campo forme nuove di partecipazione alle Istituzioni e all’amministrazione della cosa pubblica. Noi, ad esempio, ci siamo battuti per il voto ai sedicenni e per il dibattito pubblico sulle grandi opere che è oggi contenuto nel nuovo codice degli appalti per le grandi opere. Servono insomma strumenti per allargare la platea decisionale.

Beh, su questo il Movimento 5 Stelle ha preceduto tutti …
La mia risposta è: sì, ma… Il difetto nella loro azione politica è che hanno sostituito la ‘rete’ alla democrazia rappresentativa che invece va integrata con nuovi strumenti e non certo sostituita da un tweet o da un ‘mi piace’ su un post.

Bisogna ammettere che in molte città sono stati dati esempi di cattiva amministrazione …
All’antipolitica ci arriviamo perche viviamo una condizione di fragilità socioeconomica e nel terrore di migrazioni di massa durevoli. Poi, ma solo dopo, si somma il malgoverno di città importanti, penso a Roma. Il malgoverno si aggiunge a questi due pilastri.

E uno degli scandali ricorrenti riguarda le municipalizzate. Troppe, inefficienti, costose. Meglio dare tutto in gestione ai privati a cominciare dall’acqua?
Indubbiamente ci sono troppi Enti di governo locale, di servizio alla persona. Poi ci sono troppi Comuni e troppe Istituzioni insediate sul territorio. C’è un alternativa a tutto questo ed è quella di sostituire, fondere assieme i piccoli Comuni, di rivedere l’assetto delle Regioni e di lasciare in mano pubblica solo i servizi essenziali come l’acqua. In alcuni casi davvero non si vede il motivo di una SpA pubblica. Io, ad esempio, come viceministro ho la delega agli aeroporti e vedo una quantità enorme di aeroporti con la gestione di Comuni e perfino di Province. Che senso ha lasciare un aeroporto con una direzione pubblica se c’è un privato che investe?

Varsavia in piazza contro
la deriva autoritaria di Szydlo

varsavia manifestazione

Più di 200.000 persone sono scese in piazza a Varsavia lo scorso 7 maggio, per dire no alla svolta autocratica intrapresa dal governo polacco. L’esecutivo, guidato dopo le elezioni di ottobre dal partito di destra euroscettica “Diritti e Giustizia”, è stato difatti protagonista, negli ultimi mesi, di una serie di iniziative che stanno seriamente avvicinando la Polonia all’Ungheria di Orban. Ultime, in ordine di tempo, sono state l’abolizione del Consiglio antirazzismo e l’approvazione degli emendamenti alla legge sulla polizia, che prevedono l’accesso permanente e diretto di polizia e servizi segreti alle attività online dei polacchi. Proprio le modifiche a questa legge hanno causato la seconda visita in pochi mesi a Varsavia della Commissione di Venezia, l’organo consultivo del Consiglio d’Europa per le questioni di diritto costituzionale, che a marzo aveva espresso preoccupazione per la democrazia e il rispetto dei diritti umani nel Paese.

Oltre ad un atteggiamento di netta chiusura rispetto all’accoglienza dei migranti (una posizione offensiva verso il passato stesso della Polonia, che per anni è stata terra di emigrazione), tra le situazioni più controverse vi è certamente la crisi aperta con la Corte Costituzionale. Il governo, dopo la sua elezione, ha difatti revocato cinque giudici eletti dall’esecutivo precedente, a favore di sostituti più vicini al partito di maggioranza. A questo si è accompagnato un progetto di riforma della Corte, che la rende di fatto imbrigliata alla volontà del governo. Un’azione che la stessa Corte ha definito incostituzionale, palesando il conflitto tra i due poteri. Di pari gravità si è rivelata la legge sui media, approvata a fine anno, che prevede che i vertici dei mezzi d’informazione pubblici siano nominati direttamente dal ministero del tesoro. Il quadro che emerge è quanto più allarmante, tanto che ad aprile il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione in cui si denunciano i pericoli per la democrazia, i diritti dell’uomo e lo stato di diritto, mentre la Commissione europea ha deciso di istituire un’inchiesta, per verificare il rispetto dei principi democratici comunitari.

Le critiche che piovono dall’esterno non sembrano però fermare il primo ministro Beata Szydlo, donna legata a doppio filo all’ex premier, nonché presidente del partito “Diritti e Giustizia”, Jaroslaw Kaczynski. La risoluzione del Parlamento europeo e i pareri della Commissione di Venezia non producono effetti concreti, mentre più grave sarebbe il proseguire della procedura avviata dalla Commissione europea, poiché l’ultimo step di tale processo sarebbe la sospensione del diritto di voto di Varsavia in sede europea. Per decidere serve però l’unanimità dei Paesi membri e l’Ungheria ha già fatto capire che non voterebbe mai a favore. Forse più efficaci potranno dunque essere le mobilitazioni interne. La manifestazione di sabato dimostra che le opposizioni, uscite con le ossa rotte dalla consultazione elettorale, si stanno riorganizzando. E’ di poche settimane fa, inoltre, una lettera pubblica firmata da tre ex capi di stato polacchi, tra cui Lech Walesa, in cui si denunciano la distruzione dell’ordine costituzionale e la deriva verso l’autoritarismo. La speranza è che tali prese di posizione abbiano un effetto concreto, per evitare il pericoloso deragliamento di un Paese importante come la Polonia.

Riccardo Celeghini

Migranti. La Grecia richiama l’ambasciatore a Vienna

kos_scontri5_AfpEra prevedibile, Atene non poteva reggere a lungo l’atteggiamento ambivalente dell’Europa e quello individualista dell’Austria, la Grecia ha deciso oggi di richiamare il proprio ambasciatore a Vienna, Chrysoula Aleiferi, in seguito al vertice Austria-Balcani sui migranti. Dopo aver tentato in maniera diplomatica di trovare una soluzione anche convocando l’ambasciatore austriaco ad Atene, Andrea Ikic-Boehm e protestando per la decisione dell’Austria di indire una riunione dei Balcani occidentali senza invitare rappresentanti greci, ora Atene si ribella e accusa Vienna di minare gli sforzi compiuti a livello europeo schierandosi con i membri della linea dura dell’Unione Europea che si rifiutano di accogliere i rifugiati.
Molto dura è stata la reazione ellenica anche a Bruxellese, dove il viceministro per l’Immigrazione greco Ioannis Mouzalas al suo arrivo al consiglio degli Interni europeo ha affermato: “La Grecia non accetterà azioni unilaterali. Anche noi possiamo farle. Non accetteremo di diventare il Libano d’Europa e di diventare un magazzino di anime, anche se questo comporta un aumento di fondi”.

L’Unione europea ha ancora dieci giorni per vedere una riduzione significativa del flusso di migranti e rifugiati dalla Turchia “altrimenti vi è il rischio che tutto il sistema collassi completamente”, ha detto il commissario europeo alla migrazioni Dimitris Avramopoulos dopo il summit. “La situazione sulla rotta dei Balcani occidentali è molto critica. La possibilità di una crisi umanitaria su larga scala è molto reale e molto vicina. Non si può andare avanti con atti unilaterali, bilaterali o trilaterali; i primi effetti negativi sono già visibili”. La “scadenza” entro la quale l’Europa deve avere ottenuto “risultati tangibili” è quella del prossimo 7 marzo, giorno in cui è in programma un vertice dei capi di Stato e di governo Ue con il premier turco Ahmet Davutoglu, per fare il punto della situazione sullo stato dell’attuazione delle misure decise dall’Ue e nel piano di azione congiunto Ue/Turchia.

A dare sponda e ragione agli ellenici per il momento c’è anche l’Italia. “L’Italia considera pericolose le iniziative unilaterali in tema di immigrazione e non condivide le posizioni che mirano ad attribuire a un singolo Paese, come la Grecia, la responsabilità di far fronte alla crisi migratoria”: così il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni in un colloquio telefonico con il suo omologo greco Nikos Kotzias. “L’impegno di tutti è necessario – ha ribadito – ma le soluzioni efficaci non possono che essere adottate nell’ambito di un impegno europeo solidale e ampiamente condiviso”.

La Grecia si ritrova nella “morsa” dell’immigrazione, in queste ore da sola deve affrontare l’arrivo di profughi, con i confini chiusi dalla parte macedone e l’Austria che continua a criticare la gestione dei profughi da parte della Grecia. “L’iniziativa austriaca con i paesi balcanici segna l’inizio della fine della politica di lasciar passare i profughi”, afferma il ministro dell’interno austriaco Johanna Miki-Leitner al suo arrivo al consiglio interni Ue a Bruxelles. E sulla catastrofe umanitaria per la Grecia, Miki-Leitner risponde: “Ad essere franchi, la Grecia ritiene che non sia possibile controllare i suoi confini esterni; e se la Grecia non può farlo, questo è l’argomento migliore per spiegare perché gli altri agiscono”.
Ma intanto la situazione dei profughi resta ingestibile nelle mani della sola Grecia, oggi oltre mille migranti hanno rotto la recinzione del campo di Diavata e si sono messi in marcia verso Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia. Lo riferisce Medici senza frontiere. A Idomeni la polizia greca stima ci siano già 2.800 migranti.

E mentre continua la lite sul “fronte balcanico” con il presidente ungherese Orban che ha annunciato un referendum nazionale in Ungheria sulle quote dei migranti in Ue, gli altri Paesi europei iniziano a correre ai ripari, ognuno per proprio conto. In Francia è arrivato il via libera del tribunale amministrativo di Lille all’ordinanza della prefettura che prevede l’espulsione dei migranti nella parte sud della cosiddetta ‘Giungla’ di Calais. Nella baraccopoli di confine vivono infatti 4000 migranti che sognano di raggiungere il Regno Unito.manica-calais

Il Belgio ha subito deciso di reintrodurre temporaneamente i controlli alla sua frontiera con la Francia, per far fronte a un eventuale flusso di migranti in fuga dalla “Giungla di Calais”. “Abbiamo informato la Commissione europea della deroga temporanea a Schengen”, ha detto il ministro dell’Interno, Jan Jambon, in riferimento alle regole dello spazio di libera circolazione europeo.

Maria Teresa Olivieri