Buemi: “Sulla giustizia nuovismo di facciata”

L'Aula Bunker del carcere di Rebibbia dove si svolge il processo sulla strage di Capaci durante il quale depone il pentito Giovanni Brusca, Roma, 24 novembre 2014. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Il debutto del neo presidente del consiglio, Giuseppe Conte, alla Camera ha portato più interrogativi che chiarezze. In particolare sul versante ‘Giustizia’ il timore è quello di veder arenate le lunghe lotte di garantismo. Enrico Buemi, già senatore socialista e responsabile Giustizia del Psi, chiarisce alcuni punti al riguardo sull’Avanti!

Il Presidente Conte ha parlato di giustizia che “riconquisti la fiducia” degli italiani, prevedendo anche “l’introduzione dell’agente sotto copertura”, ma che in realtà sarebbe un “provocatore”, può spiegarci meglio di cosa si tratta?

L’agente sotto copertura esiste già. Come ha detto Delrio nel suo intervento qui c’è gente che parla senza conoscere la materia di cui parla, in particolare fa specie che un un docente di diritto privato non abbia consapevolezza in materia. Soprattutto i fondamenti di Diritto Costituzionale e del diritto pubblico, del diritto amministrativo, del diritto penale, certo lui insegna diritto privato ma la laurea in giurisprudenza prevede anche esami di diritto penale e costituzionale. Ora nel suo intervento ha dato prova di non sapere che l’onere della prova è di competenza dell’accusa, quindi dello Stato, nel nostro Ordinamento è a carico dello Stato, sia in materia penale che fiscale. Nel suo intervento il presidente del Consiglio ha completamente ribaltato questa questione e ha introdotto anche un principio che non esiste “il principio di colpevolezza”.
Probabilmente il Governo vuole l’agente provocatore, ma questo non esiste nel nostro ordinamento e si tratta di un agente sotto copertura che va dal pubblico amministratore o da altro agente pubblico e lo induce a comportamenti illegali per dimostrare che quel soggetto è corrotto. Diversa è la figura dell’agente sotto copertura che esiste già e raccoglie prove. Quando Conte dice di introdurre l’agente sotto copertura di nuovo dimostra di non conoscere il nostro ordinamento. Per quanto riguarda sempre l’agente provocatore non oso immaginare cosa potrebbe succedere nella pubblica amministrazione se si sentisse braccata da ‘presenze’ di questo tipo: non farebbe più niente. Non si assumerebbe nessuna responsabilità temendo di essere accusata di favoreggiare qualcuno. Lo abbiamo già visto con la ‘delazione premiata’ che ha portato alcuni personaggi ad approfittarne per propri avanzamenti di carriera.

Enrico-Buemi-E per quanto riguarda invece il “potenziamento della legittima difesa”? 

Esiste già nel nostro ordinamento il principio della proporzionalità dell’azione. L’uso della forza, nei paesi civili, fatta eccezione per gli Usa, è in mano allo Stato. La difesa della persona attraverso la sua azione privata deve essere strettamente circoscritta a una situazione temporale molto precisa dove la forza pubblica non è in grado di intervenire. Sicuramente ognuno ha il diritto di difendersi da un’azione violenta nei propri confronti, ma esiste sempre il principio di proporzionalità. E quindi il principio di proporzionalità della difesa che viene valutato da un giudice non da una legge che permette di fare in casa propria ciò che si vuole, come è accaduto con l’atleta Pistorius e la moglie. La questione della legittima difesa è in realtà un falso problema.

Ma una riforma della Giustizia, è doverosa. In Italia occorrono 1.400 giorni per un giudizio civile. E si rischia di nuovo una procedura d’infrazione europea

L’unica soluzione è il potenziamento degli organici e delle strutture, ne è l’esempio il Tribunale di Bari che opera nelle tende. Se non ci sono aule giudiziarie, se non ci sono cancellieri, se non ci sono giudici, tu puoi fare tutte le riforme che vuoi, ma non risolvi il problema. Si facciano corsi di formazione a livello tecnologico e informatico per gli addetti. Ad esempio abbiamo fatto la riforma del Codice Civile con gli atti informatici e poi è stata invece prevista la fotocopia degli atti come ‘copia di cortesia’, cioè il giudice non esamina gli atti processuali al computer ma li vuole in carta. Quindi la soluzione è sempre investire in organici e tecnologia. La Giustizia ha bisogno di meno riforme e più organizzazione

Il nuovo Guardasigilli Bonafede, ha parlato di fermare i decreti sulle intercettazioni e la Riforma Orlando a suo dire ‘svuota-carceri’.

In realtà lì c’è stato un errore che poi è stato utilizzato da altri per bloccare tutta la Riforma. In materia di trattamento delle persone sottoposte alle misure di alta sicurezza riguardanti i reati di mafia e terrorismo era stata prevista una norma che consentisse sotto la supervisione del giudice una sorta di ‘allentamento’ (diciamo così) delle misure di sicurezza. Una norma che portato così a una valutazione negativa nella Commissione Giustizia che ha finito per bloccare l’intera Riforma.

Per la carica di segretario generale a Palazzo Chigi si fa il nome di Vincenzo Fortunato (“quotato” anche al Mef), nel 2006 tu avevi presentato un’interrogazione parlamentare proprio per il conflitto di interessi di Fortunato. Cosa eredita questo governo da figure simili?

Sì io avevo rilevato un conflitto di interessi esplicito, lui era controllore e controllato, in quanto membro del consiglio superiore amministrativo e nello stesso tempo era funzionario del Ministero che doveva essere controllato. Poi dal punto di vista professionale non metto in discussione nulla, ma se si parla di novità dov’è il cambiamento allora. Questa cosa di eleggere vecchi personaggi e proclamare il cambiamento francamente mi fa un po’ sorridere

Considerazioni su questo governo

Credo che sicuramente bisogna dare del tempo al nuovo Governo. Mi auguro che proprio in quanto rappresentanti del nostro Paese questi nuovi funzionari e ministri studino di più prima di fare delle promesse, anche se in realtà avrebbero dovuto studiare prima…

NUOVISMO DI FACCIATA

L'Aula Bunker del carcere di Rebibbia dove si svolge il processo sulla strage di Capaci durante il quale depone il pentito Giovanni Brusca, Roma, 24 novembre 2014. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Il debutto del neo presidente del consiglio, Giuseppe Conte, alla Camera ha portato più interrogativi che chiarezze. In particolare sul versante ‘Giustizia’ il timore è quello di veder arenate le lunghe lotte di garantismo. Enrico Buemi, già senatore socialista e responsabile Giustizia del Psi, chiarisce alcuni punti al riguardo sull’Avanti!

Il Presidente Conte ha parlato di giustizia che “riconquisti la fiducia” degli italiani, prevedendo anche “l’introduzione dell’agente sotto copertura”, ma che in realtà sarebbe un “provocatore”, può spiegarci meglio di cosa si tratta?

L’agente sotto copertura esiste già. Come ha detto Delrio nel suo intervento qui c’è gente che parla senza conoscere la materia di cui parla, in particolare fa specie che un un docente di diritto privato non abbia consapevolezza in materia. Soprattutto i fondamenti di Diritto Costituzionale e del diritto pubblico, del diritto amministrativo, del diritto penale, certo lui insegna diritto privato ma la laurea in giurisprudenza prevede anche esami di diritto penale e costituzionale. Ora nel suo intervento ha dato prova di non sapere che l’onere della prova è di competenza dell’accusa, quindi dello Stato, nel nostro Ordinamento è a carico dello Stato, sia in materia penale che fiscale. Nel suo intervento il presidente del Consiglio ha completamente ribaltato questa questione e ha introdotto anche un principio che non esiste “il principio di colpevolezza”.
Probabilmente il Governo vuole l’agente provocatore, ma questo non esiste nel nostro ordinamento e si tratta di un agente sotto copertura che va dal pubblico amministratore o da altro agente pubblico e lo induce a comportamenti illegali per dimostrare che quel soggetto è corrotto. Diversa è la figura dell’agente sotto copertura che esiste già e raccoglie prove. Quando Conte dice di introdurre l’agente sotto copertura di nuovo dimostra di non conoscere il nostro ordinamento. Per quanto riguarda sempre l’agente provocatore non oso immaginare cosa potrebbe succedere nella pubblica amministrazione se si sentisse braccata da ‘presenze’ di questo tipo: non farebbe più niente. Non si assumerebbe nessuna responsabilità temendo di essere accusata di favoreggiare qualcuno. Lo abbiamo già visto con la ‘delazione premiata’ che ha portato alcuni personaggi ad approfittarne per propri avanzamenti di carriera.

Enrico-Buemi-E per quanto riguarda invece il “potenziamento della legittima difesa”? 

Esiste già nel nostro ordinamento il principio della proporzionalità dell’azione. L’uso della forza, nei paesi civili, fatta eccezione per gli Usa, è in mano allo Stato. La difesa della persona attraverso la sua azione privata deve essere strettamente circoscritta a una situazione temporale molto precisa dove la forza pubblica non è in grado di intervenire. Sicuramente ognuno ha il diritto di difendersi da un’azione violenta nei propri confronti, ma esiste sempre il principio di proporzionalità. E quindi il principio di proporzionalità della difesa che viene valutato da un giudice non da una legge che permette di fare in casa propria ciò che si vuole, come è accaduto con l’atleta Pistorius e la moglie. La questione della legittima difesa è in realtà un falso problema.

Ma una riforma della Giustizia, è doverosa. In Italia occorrono 1.400 giorni per un giudizio civile. E si rischia di nuovo una procedura d’infrazione europea

Guarda l’unica soluzione è il potenziamento degli organici e delle strutture, ne è l’esempio il Tribunale di Bari che opera nelle tende. Se non ci sono aule giudiziarie, se non ci sono cancellieri, se non ci sono giudici, tu puoi fare tutte le riforme che vuoi, ma non risolvi il problema. Si facciano corsi di formazione a livello tecnologico e informatico per gli addetti. Ad esempio abbiamo fatto la riforma del Codice Civile con gli atti informatici e poi è stata invece prevista la fotocopia degli atti come ‘copia di cortesia’, cioè il giudice non esamina gli atti processuali al computer ma li vuole in carta. Quindi la soluzione è sempre investire in organici e tecnologia. La Giustizia ha bisogno di meno riforme e più organizzazione

Il nuovo Guardasigilli Bonafede, ha parlato di fermare i decreti sulle intercettazioni e la Riforma Orlando a suo dire ‘svuota-carceri’.

In realtà lì c’è stato un errore che poi è stato utilizzato da altri per bloccare tutta la Riforma. In materia di trattamento delle persone sottoposte alle misure di alta sicurezza riguardanti i reati di mafia e terrorismo era stata prevista una norma che consentisse sotto la supervisione del giudice una sorta di ‘allentamento’ (diciamo così) delle misure di sicurezza. Una norma che portato così a una valutazione negativa nella Commissione Giustizia che ha finito per bloccare l’intera Riforma.

Per la carica di segretario generale a Palazzo Chigi si fa il nome di Vincenzo Fortunato (“quotato” anche al Mef), nel 2006 tu avevi presentato un’interrogazione parlamentare proprio per il conflitto di interessi di Fortunato. Cosa eredita questo governo da figure simili?

Sì io avevo rilevato un conflitto di interessi esplicito, lui era controllore e controllato, in quanto membro del consiglio superiore amministrativo e nello stesso tempo era funzionario del Ministero che doveva essere controllato. Poi dal punto di vista professionale non metto in discussione nulla, ma se si parla di novità dov’è il cambiamento allora. Questa cosa di eleggere vecchi personaggi e proclamare il cambiamento francamente mi fa un po’ sorridere

Considerazioni su questo governo

Credo che sicuramente bisogna dare del tempo al nuovo Governo. Mi auguro che proprio in quanto rappresentanti del nostro Paese questi nuovi funzionari e ministri studino di più prima di fare delle promesse, anche se in realtà avrebbero dovuto studiare prima…

Pd ancora al bivio. Calenda: “È tutto incomprensibile”

calenda 3Ancora stallo nel Pd dopo l’assemblea nazionale di sabato che ha confermato Maurizio Martina segretario reggente del partito. Adesso i dem sono divisi tra chi vuole procedere subito all’elezione di un nuovo segretario, e chi invece punta direttamente al congresso. Nel frattempo è già partita l’opposizione interna, Andrea Orlando, per il quale l’errore è stato non eleggere un leader: “Sarebbe stato utile votare un segretario chiunque fosse stato a prevalere. Andremo ad un congresso in cui si scontreranno visioni diverse che sarà una battaglia sulle idee e contemporaneamente dovremo fare opposizione e scegliere accuratamente gli argomenti su cui farla. Un punto di riferimento che parlasse all’esterno sarebbe stato molto utile e peraltro è stato incomprensibile che i renziani non abbiano sostenuto Martina che è stato anche in ticket con Renzi”. Poi il ministro della Giustizia fa anche sapere che bisogna fermare chi nel Pd propone di fare un’alleanza con i forzisti, perché così si rischia di rimanere “nel limbo, o si ricostruisce una dialettica tra destra e sinistra, o si costruisce in qualche modo un blocco che si dice antipopulista ma che in realtà si colloca nel centro, costruisce un asse con Forza Italia e in qualche modo prefigura un partito che rappresenta le fasce incluse della società”.
A Orlando risponde Alessia Rotta, vicepresidente vicaria dei deputati del Partito Democratico:
“Nessuno sta discutendo della possibilità che Orlando presume sia nella mente di Renzi. Quella di un partito unico con Fi o dei moderati non è in nessuna maniera un’ipotesi sul campo”. E aggiunge: “Evocare scenari improbabili per alimentare la tensione nel Pd è un antico vizio che i nostri elettori non capiscono più e di cui bisognerà assumersi la responsabilità. Ridurre il dibattito a questo dimostra che la strada per rilanciare il Pd è molto lunga”.
In tutto questo interviene il Capo del Mise, Carlo Calenda che cerca di far trovare un terreno di incontro tra le diverse fazioni in continua lite nel Partito democratico.
“Le cose che si sono viste nell’assemblea di sabato non hanno nulla a che fare con un grande partito progressista che ha governato bene l’Italia per una legislatura. Cose indecorose per il Paese”, sostiene, a proposito del Pd, Carlo Calenda secondo il quale il partito “rischia di finire. Un partito che diventa la somma di “io sto con Renzi, io sto con Franceschini, io sto con Y”, non è più un partito ma una terza media all’ora di ricreazione”. Nessuna tentazione di “restituire la tessera”, “però è chiaro che il Pd così com’è non va da nessuna parte e non basta più. Siamo diventati un partito incomprensibile”, insiste, “non saprei neppure spiegare a un cittadino quello che è successo lì dentro. Avevo già detto che ci voleva una grande segreteria costituente in cui ci fossero tutte le persone che hanno rappresentato il Pd oggi e ieri, Veltroni, Franceschini, Letta, Orlando, Renzi, Gentiloni, Pinotti e Finocchiaro. Con delle donne capaci in segreteria magari il tasso di testosterone diminuisce. Oltretutto è incomprensibile questa guerra tra persone che sono state al governo insieme. Su cosa ci stiamo dividendo?”. Calenda auspica, quindi, che “ci sia la forza di sospendere ogni confronto insulso e di avere in Gentiloni il punto di riferimento”. Per quanto riguarda invece l’eventuale governo gialloverde, Calenda si dice “molto preoccupato. Sarà un governo elettorale che porterà instabilità e conflittualità. Inizieranno a dire che l’Europa non gli fa fare le cose e chiederanno nuove elezioni. Le prossime saranno come quelle del 1948: definiranno la nostra collocazione internazionale. Bisogna prepararsi ora”.

PROVE DI DIALOGO

fico-mattarella

Positivo l’esito del mandato esplorativo. Lo ha riferito oggi pomeriggio Roberto Fico al presidente della Repubblica. Adesso ci vorrà ancora qualche giorno per capire se esistono davvero le condizioni per un accordo tra 5Stelle e Pd. “In questi giorni ci sarà dialogo in seno alle due forze politiche. Credo sia importante, ragionevole e responsabile rimanere sui temi e sui programmi”, spiega lo stesso presidente della Camera. Il confronto, dunque, è aperto.

A rischiare di più in questa guerra di nervi è il Partito Democratico. La base dem è in rivolta. Alla maggior parte degli iscritti non è piaciuta l’apertura di Maurizio Martina al mondo grillino. Agli esponenti delle correnti di Franceschini, Orlando ed Emiliano, invece, andrebbe bene un Governo con i 5Stelle. Il redde rationem andrà in scena il 3 maggio prossimo, durante la Direzione Nazionale che, a questo punto, rischia di trasformarsi in una conta sanguinosa destinata a mietere vittime illustri. Dopo aver caldeggiato l’accordo con il M5s il segretario reggente, in caso di sconfitta, sarebbe costretto ad un passo indietro. E considerata la maggioranza renziana in Direzione, assolutamente contraria al patto con Di Maio, la minaccia è più che concreta.

Annusato il pericolo, dopo il secondo incontro con Fico, Martina ha riconosciuto “le difficoltà e le differenze che animano il confronto ed è giusto dirlo per serietà e responsabilità. Siamo forze diverse con punti di vista a volte molto diversi”. Non mancano i problemi, dunque. Anche se sono stati compiuti “passi avanti importanti che vogliamo riconoscere”. Ben accolte, però, le frasi di Di Maio, che ha chiuso una volta per tutte il forno con la Lega: “Su questo sono state dette parole molto importanti che vogliamo riconoscere”. Gelo dalle truppe renziane. Per ora i colonnelli dell’ex premier si dicono favorevoli al confronto, ma la linea resta quella di sempre: “Mai ad un accordo con i 5 Stelle”.

Sulla stessa lunghezza d’onda gli alleati del Pd. “Non ho motivo di cambiare opinione. Dai 5 Stelle ci divide una visione della politica e, aggiungo, la rapidità trasformista rispetto ai programmi da realizzare”, ha detto Riccardo Nencini, segretario del Psi. Il leader socialista chiede con urgenza un confronto con gli altri componenti della coalizione di centrosinistra: “Ciascuno valuterà nei propri organi la posizione da assumere. Bisogna convocare la coalizione per verificare se ci sia una linea comune. Qualcuno mi spieghi se c’è una ragione per non farlo”.

Anche Luigi Di Maio ha i suoi problemi da risolvere. Prima il tentativo con la Lega, poi l’abboccamento con il Pd: gli attivisti pentastellati cominciano a storcere il naso. Ora è il capo politico a chiedere responsabilità. “Abbiamo il 32 per cento – dice Di Maio –. Non siamo autonomi e stiamo cercando di portare un buon contratto al rialzo non al ribasso che possa risolvere i problemi degli italiani. Ai cittadini interessa avere un reddito di cittadinanza che gli consenta di integrare il loro reddito oppure che due forze politiche litighino per l’eternità?”. Il messaggio a Mattarella è chiaro: “Se si riescono a fare le cose, bene. Altrimenti si torna al voto”.

F.G.

CONFRONTO APERTO

bandiera rossaErano già nell’aria. Chieste da più parti. Le pressioni insomma non erano mancate. E puntuali sono arrivate. Il ministro agli affari regionali Costa le ha infatti comunicate al presidente del consiglio Paolo Gentiloni. “Ho manifestato nei giorni scorsi – scrive Costa – la convinzione che sia il momento di lavorare ad un programma politico di ampio respiro che riunisca quelle forze liberali che per decenni hanno incarnato aspirazioni, ideali, valori, interessi di milioni di italiani che hanno sempre respinto soluzioni estremistiche e demagogiche”. Leggi Forza Italia. Costa aveva infatti apprezzato le parole con cui Berlusconi nei giorni scorsi si era riproposto come leader del centrodestra e ne aveva sposato il progetto. “Non posso far finta di non vedere – scrive ancora Costa – la schiera di coloro che scorgono un conflitto tra il mio ruolo ed il mio pensiero. E siccome non voglio creare problemi al Governo rinuncio al ruolo e mi tengo il pensiero”. Al primo ministro Gentiloni non è rimasto che ringraziare Costa per il contributo dato all’esecutivo e assumere l’interim degli Affari regionali.

A ritenere che le dimissioni siano tardive è il leader di Ap Afano. “Credevo lo facesse già un paio di giorni fa” afferma. “Lo diciamo da tempo: noi vogliamo costruire un’area autonoma, una forza indipendente da destra e da sinistra”. Noi, aggiunge, “abbiamo idee, forza e coraggio per fare qualcosa di grande. Comprendiamo che chi non ce la fa, faccia scelte diverse, ma noi andiamo avanti per la nostra strada senza metterci in fila da nessuna parte” conclude Alfano che guardando al futuro ha definito finita la stagione della sua alleanza con il Pd.

Intanto nelle dinamiche del centrosinistra la situazione resta molto fluida. Giuliano Pisapia continua a tessere la tela per lanciare la costruzione di un’area di centrosinistra. Anche se solo qualce giorno fa ha annunciato che non sarà candidato ma che farà solo il manovratore. Una tela che oggi soprattutto con la minoranza Pd. Ma c’è chi tra i democratici interpreta le manovre dell’ex sindaco di Milano come un tentativo di ‘Opa’ nei confronti del partito di Renzi. “Ma noi – spiega Rosato – valutiamo positivamente gli incontri di Pisapia con nostri esponenti”. Per il momento Cuperlo e Orlando non si muovono dal partito del Nazareno. Il tentativo è quello di influenzare la strategia dem e, sulla legge elettorale, di portare a settembre il segretario sulle posizioni di un premio alla coalizione, ma – spiega un esponente della minoranza – se i congressi provinciali di ottobre dovessero risultare come la caccia al non renziano si prenderanno le decisioni conseguenti.

Pisapia ai cuperliani e agli orlandiani ha riferito che si sta lavorando ad un progetto alternativo a quello del segretario del Nazareno. Un campo largo che si contrapponga al centrodestra. Lo stesso ragionamento illustrato anche agli ex Pd. Ma Pisapia ha messo dei ‘paletti’ chiari, viene riferito. C’è dialettica sul tema del governo: per l’avvocato milanese occorre tentare fino all’ultimo di dialogare con l’esecutivo, non bisogna procedere a strappi o ad accelerazioni. Anche sulla legge di bilancio. Non ci possiamo prendere la responsabilità di far cadere il governo, la riflessione.

Una iniziativa, quella di Pisapia, a cui guarda con attenzione anche il Psi. Lo afferma in una nota Gian Franco Schietroma, coordinatore politico del Psi, rispondendo a una dichiarazione di Bobo Craxi che affermava, in una dichiarazione, che il 27 luglio “inizierà un percorso di dialogo e di convergenza con i Democratici e socialisti, al fine di promuovere un terreno d’intesa più largo”, riferendosi al “nuovo soggetto politico che sta nascendo nel centrosinistra”.

“A Bobo Craxi – continua Schietroma – che ormai agisce autonomamente al di fuori del partito, dico che il Psi guarda con attenzione, da molti mesi, al generoso sforzo di Giuliano Pisapia di unire il centrosinistra”. “Il Psi, con proprie delegazioni – prosegue nella nota Schietroma – è stato presente ad entrambe le manifestazioni organizzate da Pisapia a Roma, l’11 marzo al Teatro Brancaccio ed il 1° luglio a Piazza Santi Apostoli. Il Psi continuerà a confrontarsi con Giuliano Pisapia, nella convinzione che egli sta lavorando seriamente per unire, pur nelle evidenti difficoltà che gli vengono a partire proprio dal suo stesso campo. A Craxi, che ormai si muove come un tutt’uno con MDP, voglio però ricordare che le tradizioni socialista ed ex comunista sono profondamente differenti” ha concluso Schietroma.

Nencini. Patto con gli Italiani con la sinistra riformista

Nencini-Psi“Sabato 1 luglio Pisapia a Roma, i socialisti a Bari. Noi celebreremo i 125 anni di storia del socialismo italiano. Non siamo nati ieri. Siamo quelli che hanno fatto l’Italia più libera e più civile”. E’ quanto ha dichiarato il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, riferendosi alle celebrazioni del 125mo anno dalla fondazione del Psi, che i socialisti festeggeranno in una Kermesse di due giorni a Bari, alla fiera del Levante, venerdì 30 giugno e sabato 1 luglio. Domani, mercoledì 28 giugno, alle ore 13.15, Nencini e i parlamentari e dirigenti del Psi, tra i quali Pia Locatelli, Oreste Pastorelli, Enrico Buemi, Gian Franco Schietroma, Maria Pisani e Claudio Altini, presenteranno l’evento in una conferenza stampa che si terrà presso la sala stampa della Camera dei Deputati.

Sarà l’occasione per fare il punto sul dopo voto delle elezioni amministrative e sulle prossime sfide del centrosinistra. Nencini aggiunge: “Proprio da qui lanceremo tre appelli: al voto alla scadenza naturale, una legge elettorale di stampo maggioritario, un Patto con gli Italiani siglato da tutta la sinistra riformista”- ha concluso Nencini.

Continuano intanto le polemiche all’indomani dei ballottaggi. Il segretario del Pd Matteo Renzi, ha fatto la sua analisi durante la rassegna stampa del Nazareno: “Le continue esasperanti polemiche nel centrosinistra alla fine – ha detto – non fanno altro che agevolare il fronte avversario. È stato sempre così. Ma se in tanti pensano che il problema sia soltanto dentro il Pd, è chiaro che poi alle elezioni rischia di vincere qualcun altro”. “Noi – aggiunge – spalanchiamo le finestre e parliamo agli italiani. Se si perdono le elezioni è perché non si parla con la gente, non perché si fanno complicati giochi alchemici in quel di Roma. Il Pd ha risultati e una visione per i prossimi anni”. E aggiunge: “Bene quel che abbiamo fatto nei Mille giorni e quel che sta facendo il governo Gentiloni. Da venerdì al forum dei circoli di Milano vogliamo parlare di dove vogliamo portare l’Italia nei prossimi tre anni. Il Pd è l’unica forza che parla di contenuti: se si parla di contenuti non abbiamo nulla da perdere”.

Insomma Renzi non si sente affatto lo sconfitto di questo turno di amministrative. “Sconfitto io? Non mi pare proprio”. E sulle coalizione afferma: “Si conferma la tesi che i migliori amici del Berlusca sono i suoi nemici. È stato infatti ancora una volta dimostrato che quelli che invocano una coalizione di centrosinistra larga il più possibile fanno il gioco del centrodestra, e non del Pd”. La sua seconda riflessione riguarda esponenti come Prodi, Orlando, Pisapia, Bersani, gente “che da giorni si era preparata la parte in commedia: erano pronti a dire ‘Renzi perde, vince la coalizione’, ma la realtà è stata un’altra”.

Un dibattito in cui è intervenuto anche l’ex presidente del consiglio Romano Prodi: “Leggo  – ha affermato  in un nota – che il segretario del Partito democratico mi invita a spostare un po’ più lontano la tenda. Lo farò senza difficoltà: la mia tenda è molto leggera. Intanto l’ho messa nello zaino”.

La XVII legislatura
sotto una cattiva stella

Ci sono legislature fortunate e sfortunate, così come gli uomini. La XVII legislatura, l’attuale, sorta dalle elezioni politiche all’inizio del 2013, è sfortunata. Anzi, è sfortunatissima. È nata sotto una cattiva stella. Gli amanti della cabala indicano tutti i guai in quel 17, un numero ritenuto malaugurante.

Probabilmente la XVII legislatura repubblicana non finirà regolarmente all’inizio del 2018, ma qualche mese prima: si potrebbero aprire le urne tra settembre ed ottobre, in autunno. Nessuno ci avrebbe scommesso un euro, ma l’accordo sulla riforma elettorale sembra a portata di mano. Pd, M5S, Forza Italia e Lega Nord hanno praticamente raggiunto un’intesa sul cosiddetto “modello tedesco”, un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5% dei voti.

Matteo Renzi sta conducendo il confronto con tutte le forze politiche su come sostituire l’Italicum bocciato dalla Corte costituzionale e il traguardo sembra vicino. Al progetto, ancora da limare, praticamente si oppongono per motivi diversi solo Angelino Alfano e i parlamentari orlandiani del Pd. Il leader dei centristi della maggioranza non vede di buon occhio la soglia di sbarramento del 5%, considerata troppo alta. Invece l’ala del Pd sostenitrice di Andrea Orlando contesta il passaggio dal sistema maggioritario al proporzionale perché, dopo le elezioni, probabilmente porterebbe alla formazione di un governo di grande coalizione tra Renzi e Berlusconi.

Il segretario del Pd, però, va avanti. Da poco riconfermato alla guida del partito dalle elezioni primarie, vorrebbe andare alle urne al più presto per evitare il rischio di un logoramento di consensi (a dicembre dovrà essere approvata una manovra economica pesante, di circa 30 miliardi di euro, e si sono visti poco gli effetti della “ripresina” nei portafogli degli italiani). M5S, Forza Italia e Lega concorderebbero per motivi differenti. Beppe Grillo, in particolare, è pronto ad andare a votare “anche il 10 settembre” e Matteo Salvini preme da mesi per aprire “subito” le urne.

Fortuna, sfortuna. La XVII legislatura ha avuto un parto difficile e quattro anni di vita convulsa. Sin dalla partenza ha pesato l’instabilità politica. Le elezioni legislative all’inizio del 2013 non decretarono né la vittoria del centrosinistra, né del centrodestra, né dell’esordiente M5S, forte del 25% dei voti. È una “non vittoria”, commentò subito Pier Luigi Bersani, perché aveva ottenuto la maggioranza alla Camera ma non al Senato (il premio in seggi, per pochi voti in più rispetto al centrodestra, era scattato a Montecitorio, ma non a Palazzo Madama). I tentativi per formare un nuovo governo furono difficilissimi. L’allora segretario del Pd fallì. Ci riuscì invece l’allora vice segretario del Pd Enrico Letta, ma dovette dare vita ad un governo di grande coalizione con Silvio Berlusconi, l’avversario di sempre.

Letta resse appena un anno e, all’inizio del 2014, subentrò come presidente del Consiglio Matteo Renzi, il nuovo segretario del Pd. Il terremoto è continuato. Nello scorso dicembre è arrivata la terza “botta”. Renzi, dopo la sconfitta subita il 4 dicembre 2016 al referendum sulla riforma costituzionale, si è dimesso, lasciando a Paolo Gentiloni (suo amico e stretto collaboratore) la poltrona di presidente del Consiglio. All’assemblea nazionale del Pd del 19 dicembre indicò immediatamente la rotta la seguire: «Non abbiamo perso, abbiamo straperso», ma «ripartiamo da qui», il 41% di sì raccolti al referendum perso sulla riforma costituzionale.

Ora il braccio di ferro è sulle elezioni politiche anticipate. Alfano attacca: «Non capisco l’impazienza del Pd di portare l’Italia alle urne tre o quattro mesi prima: questa impazienza ha un costo salatissimo». Difensori del sistema maggioritario, 31 senatori orlandiani parlano del rischio «di un salto nel buio”, del pericolo di far scattare «spinte ad attacchi di speculazione finanziari».

Renzi, però, accelera. Alla direzione del Pd ha proposto di approvare il sistema elettorale alla tedesca «entro la prima settimana di luglio». Non è «un entusiasta di un sistema proporzionale con soglia al 5%». ma c’è l’esigenza di perseguire «un consenso più ampio possibile».. A chi suona l’allarme contro l’apertura anticipate delle urne ha ribattuto: «Succede di andare alle elezioni. Il veto di un piccolo partito non può costituire un blocco».

Sergio Mattarella sembra contrario alle urne anticipate. Ma il presidente della Repubblica difficilmente potrebbe resistere alle pressioni per lo scioglimento anticipato delle Camere, se la richiesta dovesse provenire da larga parte del Parlamento.

A settembre i tedeschi voteranno per le elezioni politiche ed Angela Merkel punta ad essere confermata per la quarta volta cancelliera della Repubblica federale. A Renzi piacerebbe un abbinamento elettorale, evitando di andare alle urne nel 2018 in Italia con il peso di una manovra economica che non si presenta molto popolare.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Nencini: No a partiti a vocazione maggioritaria

matteo renziI tre candidati alle primarie del Pd sono in campagna elettorale. Con Renzi, Orlando e Emiliano che cominciano a darsele. Hanno provato ad approfittare di un “momento di mia debolezza” per “distruggere il Pd” ha detto l’ex premier. Perché il Pd ha “la solidità e la forza della sua comunità”. E perché lui, il leader ammaccato dalla sonora sconfitta del 4 dicembre, è in campo per rilanciare: “La partita inizia adesso”.

Proprio quella comunità che per l’altro candidato Orlando è sempre più disorientata e smarrita per le politiche e l’eccesso di leaderismo della segreteria Renzi. Renzi ha puntato l’indice contro gli scissionisti e quanti avrebbero approfittato del suo momento di debolezza per “distruggere” il partito, ma gli sfidanti per la segreteria non ci stanno a vedersi confusi con i fuoriusciti e rinviano al mittente l’accusa di voler indebolire la comunità che si riconosce nel partito. “Mi ha fatto male vedere compagni che se ne sono andati, mi ha fatto più male vedere persone rimaste a casa e ancora di più mi ha fatto male vedere qualcuno che ha tirato un sospiro di sollievo quando queste persone se ne sono andate o sono rimaste a casa” ha replicato Andrea Orlando, accusando il segretario di continuare tracciare una strada solitaria all’interno del partito e di illudersi che per vincere sia sufficiente ammiccare ai populismi. “Inseguire la vecchia destra ci ha portato alla sconfitta, inseguire questa nuova destra ci porterebbe al dramma” ha chiarito Orlando.

“Renzi ci ha provato al Lingotto a dare l’impressione di un cambiamento, ma quanto una storia finisce non la rimetti insieme con l’Attak” ha attaccato l’altro candidato, Michele Emiliano, che si è appellato al popolo delle primarie: “Consegnare ancora nelle mani” di Renzi “la guida del Pd, significa condannare il partito ad una sicura sconfitta elettorale e a perdere il governo del Paese”.

Punto fondamentale sono le alleanze che hanno in menti i candidati alla segreteria del Pd. Dall’idea dell’autosufficienza di veltroniana memoria che ha aperto una crisi profondissima nel centro sinistra. Per Orlando è  necessario proporre un’alleanza “larga” ma sui programmi perché “questo non è il momento di mettere paletti ma di costruire ponti”.

E proprio su questo il segretario del Psi Riccardo Nencini ha affermato che “in nessun paese europeo esistono partiti a vocazione maggioritaria. Nemmeno in Italia. Certo che va stretto un patto con gli italiani. La domanda è: chi lo contrae? Noi presenteremo la nostra proposta sabato, al congresso nazionale. Prima o poi anche il PD dovrà dirci come la pensa. Meglio prima”.

Ovviamente la legge elettorale farà la sua parte. Tolto di mezzo l’Italicum che costringeva tutti a sottomettersi al volere del partito maggiore, resta un grande vuoto da colmare. Il problema è come riempirlo. Le proposte non mancano.

Il Pd verso le primarie sotto il fantasma di D’Alema

dalema-e-renziNel Partito democratico “finalmente si discuta di cosa serve all’Italia, e non più di quanto è antipatico Tizio o Caio, è fondamentale rilanciare sui contenuti, sulle idee, sulle proposte. Sulla sanità, la cultura, le tasse, l’innovazione, il capitale umano”. Lo scrive Matteo Renzi nella sua Enews, ricordando che domani “sarà l’ultimo giorno per iscriversi al Pd per chi vorrà: si potrà così partecipare alla fase del confronto tra gli iscritti, circolo per circolo”. La campagna elettorale per le primarie del Pd è appena iniziata. I candidati, all’indomani della scissione, sono in campo, conseguenza ultima della frattura interna al Pd che in questi anni è divenuta così forte fino a diventare insanabile.

“D’Alema ha delle  responsabilità, indubbiamente, ricondurre tutto e soltanto a un piano di D’Alema mi sembra francamente riduttivo”. Ha detto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, appena  arrivato a Fabbrico nel Reggiano per partecipare al 72esimo anniversario della battaglia partigiana che vide coinvolta la  cittadina. Orlando è tra i candidati alla segreteria e commentando le dichiarazioni fatte ieri sera in tv  da D’Alema riguardo alla responsabilità della scissione avvenuta all’interno del Partito democratico ha detto che “c’e’ un malessere che non è soltanto quello di persone e gruppi dirigenti che se ne vanno, è anche quello delle tante persone che sono rimaste a casa in questi anni e che hanno perduto la speranza nel Pd. La mia candidatura – ha spiegato ancora Orlando riferendosi al congresso – è in campo anche per questo, perché questa speranza non vada delusa”.

In un clima da separati in casa Orlando ha aggiunto che “il dialogo tra sordi genera dei compartimenti stagni e dentro il Pd ce ne sono troppi”. Per Orlando, il tema però “non è sempre tanto quello di sfidare, di sfidarsi, è anche quello ogni tanto di capirsi, perché un partito funziona anche così. L’idea che tutto possa ridursi ad una costante conta – ha detto ancora – è un po’ la causa delle difficoltà nelle quali ci troviamo”.

Da parte sua l’altro candidato, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano afferma che “i politici italiani, anche del Pd, pensano solo al proprio futuro e non a quello delle comunità e del Paese”. “Bisogna passare dall’io, che ha caratterizzato la politica italiana ed in particolare il Pd nell’ultimo periodo, al noi” ha concluso glissando le domande su D’Alema. Comunque, D’Alema, la sua voce continua a farla sentire e il suo bersaglio è sempre lo stesso: “Per creare una grande forza di centrosinistra deve essere ridimensionato il ruolo del rottamatore, che ha rotto tutto, ha distrutto il Pd e lo ha svuotato di contenuti democratici, ne ha svilito ispirazione ideale e politica”.

Pd, primarie fissate per il 30 aprile

Andrea OrlandoCon il voto della direzione del Pd sono state ratificate le proposte della commissione congressuale. Le primarie del Partito Democratico si terranno dunque il 30 aprile. Lo statuto del Pd prevede che, nel caso in cui nessuno dei candidati dovesse ottenere il 50% più uno dei voti, si deve procedere con il ballottaggio dei due candidati più votati dall’Assemblea, Hanno votato sì in 104, 3 i voti contrari e 2 gli astenuti.

Per la presentazione delle candidature a segretario nazionale c’è tempo fino alle ore 18 del prossimo 6 marzo. Le riunioni dei circoli si svolgeranno dal 20 marzo al 2 aprile, mentre le convenzioni principali si terranno il 5 aprile e la convenzione nazionale il 9 aprile. Le primarie nazionali si svolgeranno il 30 aprile, dalle ore 8 alle ore 20. Alle primarie potranno partecipare quanti si dichiareranno, all’atto della partecipazione alle primarie, elettori del Pd e potranno esercitare il diritto di voto versando 2 euro. Le liste per le primarie andranno presentate entro il 10 aprile. A ogni candidatura potranno essere presentate una o più liste collegate. “Siamo partiti dal regolamento utilizzato nel congresso del 2013. Abbiamo tenuto quella struttura  intervenendo su cose specifiche. Abbiamo ritenuto di fissare  una data certa sull’elettorato attivo. Abbiamo stabilito che la platea congressuale di riferimento fosse quella definita dal tesseramento 2016, prorogata al 28 febbraio, dando così un  elemento di trasparenza”, ha sottolineato Guerini.

Cuperlo, errore primarie il 30 aprile
Gianni Cuperlo critica la proposta della commissione congressuale di tenere le primarie per la scelta del segretario il 30 di aprile. “E’ stato commesso un errore rispetto allo sforzo collettivo che avrebbe dovuto fare un gruppo dirigente. Esprimo qui la mia convinzione e il mio voto conseguente”, ha detto in direzione Cuperlo che ha ricordato la proposta, avanzata all’ultima assemblea, “che  prevedeva una tempistica diversa”.

Orlando, mi candido per unire, non per la sinistra
“Io mi candido a costruire un Pd in cui nessuno abbia le ragioni per andarsene: non voglio essere il candidato della sinistra del Pd ma il candidato che tiene insieme anime diverse che abbiamo fatte sposare dieci anni fa”. Cosi’ Andrea Orlando. “Non vorrei che le separazioni in atto diventino divorzi e che ci siano nuovi divorzi – ha aggiunto il ministro della Giustizia, in corsa per la segreteria del Pd -: dobbiamo costruire un Pd meno rissoso e più inclusivo e non l’ok corral. E’ più  affascinante unire che cavalcare le divisioni che è più facile ma poi si vedono le conseguenze il giorno dopo”.

Fassino, 30 aprile chiude ipotesi di elezioni a giugno
La scelta di fare le primarie del Pd il 30 aprile “risolve un problema non banale: si chiude così  definitivamente il dibattito sul voto politico a Giugno, perché le procedure per attivare un percorso elettorale sono minimo di 45 giorni, e non posso pensare ad una crisi politica durante il congresso”. Lo ha detto Piero Fassino nel corso della Direzione del Partito Democratico. “E’ un elemento di rasserenamento della situazione politica e del dibattito interno – ha sottolineato l’ex sindaco di Torino – Il Pd sostiene il governo in tutti i passaggi del suo mandato. E’ necessario avere un governo molto forte, altrimenti rischiamo  di trovarci con qualche problema”, ha concluso Fassino