Cocco Bill cavalca ancora: l’intramontabile successo di Jacovitti

COCCO BILLHa affascinato intere generazioni di lettori, dagli anni Quaranta sino ai giorni nostri, grazie al suo umorismo, al suo gusto per il surreale e per l’esagerazione, alla sua capacità di raccontare vizi (tanti) e virtù (pochine) dell’italiano vero prima che Toto Cutugno lo cantasse annegandolo nel miele.

I critici non l’hanno mai amato, almeno sino agli anni Novanta. Ma l’ostracismo della critica, legato alle frequentazioni cattoliche e al suo dichiarato anticomunismo, non gli ha impedito di diventare un autore di successo internazionale e di accompagnare, dal 1949 al 1980, la vita scolastica di decine di migliaia di studenti con il Diario Vitt.

Per gli amanti della numerologia ci sono diversi anniversari che lo riguardano; per la cronaca ne parliamo perché l’8 agosto scorso a Termoli, sua città natale e che già gli ha intitolato il liceo artistico, è stata inaugurata una statua in bronzo, posizionata sul Corso Nazionale, realizzata dallo scultore Michele Carafa.

Statua che lo raffigura seduto, gambe accavallate, l’immancabile sigaro in bocca e un blocco per schizzi in mano mentre disegna Cocco Bill, uno dei suoi personaggi più famosi.

Ormai anche i più distratti avranno capito che stiamo parlando di Benito Jacovitti, Jac o Lisca di pesce, quello dei salamini, delle sparatorie che producono buchi grandi così ma senza una goccia di sangue, della violenza tanto esagerata da divertire il lettore, di una vita intera raccontata in una tavola, inventore di personaggi, di gag a raffica, un umorista instancabile, divertente come pochi ma anche affilato come un bisturi.

La notizia della statua ci permette di celebrare il grande Jac pubblicando una sua autobiografia inedita, anche se stringata, parte di una intervista telefonica realizzata nel maggio 1994.

Negli anni Novanta, infatti, abbiamo intervistato Jac al telefono due volte: nel 1992 in occasione di “Benito Jacovitti, surrealismo all’italiana”, la prima grande mostra antologica allestita dal Salone di Lucca; e nel 1994, quando gli venne conferito, dall’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro, il titolo di Cavaliere al merito della Repubblica, primo autore di fumetti a ricevere questa onorificenza. Notizia sparata in anteprima assoluta dal sottoscritto, persino prima che fosse pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.

Nel 1994 sono state registrate anche le note autobiografiche che seguono. Il dattiloscritto, fortunosamente ritrovato nell’archivio delle cose che mai saranno messe in ordine, è lungo 62 righe che riportiamo così come scritte a suo tempo, con l’aggiunta qualche nota in corsivo. Anche i virgolettati successivi sono tratti delle due interviste.

“Sono nato a Termoli, in provincia di Campobasso, (regione Molise, nda) il 9 marzo 1923, quindi ho compiuto 71 anni (siamo nel 1994, nda). All’età di sei anni la mia famiglia si è trasferita a Macerata perché a Termoli, causa la mancanza di acqua, morivano molte persone, principalmente bambini.

In quegli anni, Termoli veniva rifornita di acqua attraverso spedizioni ferroviarie, non esistendo neanche le autobotti.

Noi eravamo molto poveri. Mio padre, ferroviere, guadagnava appena 400 lire al mese, e un fiasco d’acqua potabile costava 20 centesimi, lo stesso prezzo di un barilotto di acqua non potabile, che doveva essere usata soltanto per lavarsi.

Allora, noi si comprava il barilotto d’acqua, che ci bastava per una settimana, solo che la si usava anche per bere, come faceva molta gente povera di Termoli.

Ciò causava la morte di molte persone come conseguenza delle malattie che sopraggiungevano. La mia stessa madre, che oggi (cioè nel 1994, nda) ha 95 anni, ha perso un figlio in tenera età e ha avuto cinque aborti proprio a causa dell’acqua che si beveva.

A seguito di questa situazione, e dietro suggerimento del medico, mio padre ha trasferito la famiglia in Abruzzo, a Ortona Mare, dove siamo rimasti due anni.

Poi siamo arrivati a Macerata, dove ho studiato presso la Scuola d’Arte. Quando sorse il problema di continuare gli studi, i professori dissero a mio padre che, visto che ero molto bravo, dovevo frequentare scuole importanti, tipo quelle di Firenze e di Urbino. Quindi nel 1939 mi sono trasferito a Firenze e mi sono iscritto al Liceo Artistico.

Anche se io sono poco credente, almeno nel senso “classico” del termine (infatti sono convinto che gran parte delle guerre attuali, dall’Irlanda alla Jugoslavia, sia generata da conflitti religiosi che poco hanno a che fare con il vero Dio – siamo sempre nel 1994, nda), frequentavo una parrocchia dove andavo a giocare a pallone, e per la quale realizzavo, a tempo perso, dei disegni umoristici.BENITO JACOVITTI

Siccome li hanno ritenuti validi, li hanno spediti a “Il Vittorioso”, il settimanale cattolico di Roma che aveva iniziato la pubblicazioni due anni prima, nel 1937.

Dal Vittorioso mi hanno commissionato una storia dal titolo “Giorgio e Rosetta Barbieri della Prateria”, che è la mia prima storia pubblicata.

Contemporaneamente collaboravo con un periodico fiorentino, “Il Brivido”, un giornale umoristico interamente scritto in dialetto.

Io pensavo che questi fossero fatti episodici, invece ho iniziato a collaborare a tempio pieno col Vittorioso, che mi ha chiesto anche di presentare nuovi personaggi.

Così sono nati Pippo, Palla e Pertica (chiamati anche i 3P, che esordiscono il 5 ottobre 1940, nda), tre amici uno alto e magro, uno basso e uno grasso. La mia prima serie umoristica.

Per conciliare gli impegni di studio con il lavoro, per un certo periodo di sono alzato alle quattro del mattino. Così potevo disegnare e poi andare a scuola.

Ho comunque terminato il liceo artistico, ma quando mi sono iscritto all’università, alla Facoltà di architettura, ho capito che la mia strada era un’altra e ho abbandonato gli studi. Architetto, infatti, ho preferito non esserlo, avrei fatto le case tutte sbilenche oppure che cadevano.

Ho capito che il disegno umoristico era la mia strada, anche perché guadagnavo abbastanza bene per l’epoca, circa 800 lire al mese, e non l’ho più abbandonata.

Nel 1944 ho conosciuto mia moglie (Floriana Jodice, nda), che ho sposato nel 1949, e dal 1946 vivo a Roma”.

E sempre a Roma, Jacovitti muore il 13 dicembre 1997. Poche ore dopo, colpita da un infarto causato dal dolore, morirà anche la moglie.

Jacovitti aveva un talento irripetibile nel raccontare abbinato a un segno grafico “morbido” o “gommoso”, come si direbbe in italiano, mentre negli Usa si userebbe “tooning”, da toons, cartoni animati.

Cioè disegnava con più curve che spigoli, così che l’occhio, scivolandoci intorno, non ha difficoltà a cogliere tutti i dettagli. Per spiegarci meglio: pensate al Maggiolino Volkswagen, alla Biancaneve di Walt Disney, a Jessica Rabbit o a Valeria Marini.

Dopo l’esordio nelle pagine del settimanale cattolico “Il Vittorioso”, edizioni Ave (Anonima Veritas Editrice, fondata nel 1935 dalla Gioventù Cattolica, ramo dell’Azione Cattolica), Jacovitti, non si è più fermato saltando, come il suo Cocco Bill in sella a Trottalemme, dalle pagine stampate ai cartoni animati, dalle edicole alle librerie, dall’editoria alla televisione, dalla pubblicità ai poster; e ancora francobolli, figurine e schede telefoniche.

Tra i suoi personaggi ricordiamo, oltre Pippo, Palla e Pertica, Mandrago il Mago (1946), l’onorevole Tarzan (1948), Cocco Bill (28 marzo 1957) con Trottalemme e la sua immancabile camomilla, Zorry Kid (1968), Cip l’arcipoliziotto (1945), il cattivissimo Zagar con il suo lenzuolo nero (1945), il giornalista Tom Ficcanaso (1957), Jak Mandolino (anni Quaranta), la Signora Carlomagno (anni Cinquanta). Un cenno meritano anche le centinaia di illustrazioni per i libri per ragazzi e le sue tre versioni del Pinocchio di Collodi.

Dopo “Il Vittorioso”, le sue storie appaiono su “Il Giorno dei Ragazzi”, dove esordiranno molti dei suoi personaggi, tra cui Cocco Bill; “Il Corriere dei Piccoli”; “L’Automobile”, rivista ufficiale dell’Aci; “Playman”; “Linus”; “Il Giornalino” delle Paoline, “Il Travaso”, dove collabora con Federico Fellini, e dove userà il nome d’arte di “Franz”, dopo le rimostranze del Vittorioso. E in decine e decine di riviste e volumi, in edicola e in libreria, compresi gli Oscar Mondadori.

Ma c’è anche il Kamasultra, con i testi di Marcello Marchesi, pubblicato nel 1977 su Playman, una rivista per adulti, e poi raccolto in albi e volumi. Le tavole, ispirate al Kamasutra, l’antico libro indiano su sesso e dintorni, fecero scalpore e causarono l’ira funesta degli editori del Vittorioso e del Diario Vitt. Così che Jac decise di interrompere la collaborazione con loro.KAMASULTRA 02

Nel 1993, su testi di John Kawasaki, ecco il “Kamasutra spaziale”, storia ispirata alla notizia che la Nasa voleva mandare in orbita una coppia di astronauti sposati.

Per concludere, ci sono anche “Le carte di Jacovitti”, un mazzo di carte da gioco realizzato per un collezionista e pubblicato nel 2003 da Stampa Alternativa.

A questo proposito Jac diceva: “(In Italia, nda) Era il tempo dell’erotismo che straripava dappertutto. Sembravamo capitati in piena Svezia senza un’adeguata educazione sessuale. Allora io ho voluto fare una presa in giro di questa moda con i miei peni a rubinetto e le mie donne con quattro seni. Ho fatto dell’erotismo alla mia maniera. E le mie donne nude certamente non eccitano il lettore ma lo fanno ridere”.

Ma è sbagliato parlare di Jac al passato perché il suo successo continua ancora oggi con i volumi di “Cocco Bill e il meglio di Jacovitti”, collana edita da Hachette, che sta riscuotendo un incredibile successo in edicola: ai 50 volumi già stampati è stato deciso, proprio poche settimane fa, di aggiungerne altri venti.

Quindi, per quasi sessant’anni Jacovitti è stato una delle personalità più graffianti dell’umorismo, un fine affabulatore, un autore di fumetti che possiamo inserire tra i grandi narratori del Novecento. Ma non chiamatelo artista: lui preferiva definirsi un artigiano.

Ma artista o artigiano che dir si voglia, qual è il segreto del suo inossidabile successo? Lasciamo la risposta a Jacovitti: “Io penso che faccio un umorismo che va bene per tutti”. Umorismo, badate bene perché ci teneva a precisare che: “Io non ho mai fatto satira, se non dopo la guerra per i Comitati Civici, perché mi pagavano e perché l’Italia era divisa in due parti: o con la Dc o con il Fronte Popolare, e io logicamente ero contro quest’ultimo. La satira è una cosa un po’ cattiva, si attaccano le persone singole. Io con il mio umorismo attacco le situazioni, i vizi della gente però in generale. Prendo in giro i generi letterari, tipo i gialli oppure il Far West, spaziando dall’Età della Pietra ai giorni nostri. Però non attacco le persone come singoli”.

Antonio Salvatore Sassu

16 gennaio 1994, finisce la I Repubblica

scalfaroIl 16 gennaio 1994, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro sciolse le camere: fu la fine della Prima Repubblica. Un capitolo della storia italiana durato 46 anni, spesso ricordato per la sua chiusura decisamente poco onorevole, e per i problemi che hanno assillato la democrazia bloccata del nostro paese, che sembra rimanere sempre indietro.

Se è vero però che i problemi moderni hanno sempre radici nel passato, è sbagliato ugualmente proiettare nella nostra storia l’atmosfera di sfiducia in cui stiamo vivendo in questi anni. Dire che la prima repubblica è stata quella del “Mangi come un democristiano”, delle monetine del Raphael, della politica sporca, del debito pubblico, sarebbe il voler guardare solo le ombre di un periodo lungo e complesso, sul quale oltretutto, proprio per la sua durata, non è prudente generalizzare troppo.

La Prima Repubblica ha visto l’Italia risorgere dalle ceneri della guerra. Ha visto l’Italia svolgere un ruolo di primo piano nel processo di integrazione europea. Riconquistare diplomaticamente Trieste. In un decennio, l’economia italiana ha realizzato il “miracolo economico” e poi il “sorpasso”, diventando la quarta potenza economica del mondo.

Da paese prevalentemente agricolo e di emigrazione, l’Italia è diventata un paese pienamente industriale e meta di immigrazione. Gli indici di alfabetizzazione sono diventati quelli di un paese sviluppato, mentre dopo la guerra eravamo un paese fortemente analfabeta. Abbiamo conosciuto pessimi politici, di scarsa moralità, ma non ci furono solo loro.

Bisogna ricordare che i primi anni della nostra repubblica sono stati quelli degli eroi della politica, dei padri costituenti, di grandi intellettuali (basterebbe leggere l’elenco di coloro che parteciparono all’elaborazione e all’approvazione della Carta, rileggere i loro curricula e avremmo l’esatta dimensione della distanza che corre tra l’attuale qualità degli eletti e quella degli eletti di allora, com l’aggiunta, poi, della passione civile all’epoca veramente sincera), di coloro che avevano conosciuto la repressione del fascismo e la sofferenza della guerra, in patria e in esilio, e che si sono battuti per far tornare libero il nostro paese.

Se la Prima Repubblica ha visto la violenza delle manifestazioni degli anni ’70, ha visto anche l’attivismo e l’entusiasmo di giovani cittadini che, figli del benessere, potevano permettersi di combattere le battaglie della modernità, così come le classi più svantaggiate economicamente chiedevano migliori condizioni di vita e le donne lottavano per la parità dei sessi.

Dopo l’entusiasmo però, per molti è arrivata la chiusura in se stessi. Gli anni ’80, sono stati gli anni del ritorno all’individualismo, del distacco dalla politica che oggi conosciamo fin troppo bene, il riflusso, il “grande freddo” o “l’edonismo reaganiano”. Il compromesso storico era fallito, e la guida democristiana non riusciva più a rispondere alle esigenze di una società ormai troppo moderna e perciò in buona parte sconosciuta a una forza per molti aspetti anti-moderna. La soluzione data attraverso il governo del “Pentapartito”, che vide l’ascesa del leader socialista Bettino Craxi, fu l’ultimo respiro di un sistema in crisi.

Non sorprende che alla fine di questo decennio sia scoppiato lo scandalo che ha incrinato profondamente il rapporto tra l’elettorato e il sistema dei partiti, declassato la politica a sistema di convenienze e non più a scuola di virtù civiche.

Il tutto inserito in un mondo che perdeva i vecchi riferimenti attraverso la caduta dell’Unione Sovietica, la fine della guerra fredda e l’illusione del trionfo di un capitalismo democratico e dal volto umano che, al contrario, attraverso la globalizzazione selvaggia e senza regole ha progressivamente mostrato i tratti feroci di una oligarchia sovranazionale, finanziaria al potere, costruendo le premesse per nuove guerre e nuova instabilità. Da un lato, il Partito Comunista aveva perso la sua ragione d’essere, ed iniziò una transizione (incompiuta o compiuta molto male attraverso spesso la liquidazione del bambino insieme all’acqua sporca) verso una concetto di sinistra occidentale fatto più di mutamento di nomi che della sostanza. Dall’altro, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista vennero “frullati” e cancellati attraverso “processi di piazza” in cui la condanna si basava più sul generale sentire che sui fatti reati con la conseguenza che un’intera classe politica scomparve dal giorno alla notte, in alcuni casi pagando politicamente colpe che non aveva.

L’inchiesta di “Mani Pulite”, che nella narrazione dell’attuale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, all’epoca esponente di primo piano del Pool milanese, avrebbe dovuto rivoltare il Paese come un calzino, in realtà si esaltò in una serie di roghi pubblici, impedendo una transizione più serena e proficua verso la modernità visto che nessuno della precedente classe politica venne salvato; dato che la storia non conosce salti, non si poteva certo immaginare che dalla “tabula rasa” potesse nascere qualcosa di concreto. E, in effetti, non è nato: le seconde e terze linee hanno sostituito le prime senza essere dotate di un progetto chiaro (oltre che del talento dei “capi” a cui normalmente portavano la borsa) e concreto di “rifondazione” del Sistema Democratico Italiano. I mali che “Mani Pulite” riteneva di poter guarire a colpi di “processi in piazza” sono ancora lì tanto da indurre oggi lo stesso Davigo ad ammettere che le cose sono cambiate ma in peggio.

Il passaggio tra Prima e Seconda Repubblica non è avvenuto. Anzi, si può dire che al momento l’unica Repubblica con una sua compiutezza è stata la prima; la Seconda è rimasta più che altro uno slogan. E la distinzione lessicale più che in un cambio si senso e di passo, trova una sua giustificazione nello stravolgimento del sistema partitico repentino dopo anni di stabilità e questo ha dato la percezione di qualcosa di nuovo, di “rivoluzionario”. In realtà non c’è nessuna Seconda Repubblica, poiché non c’è stato nessun cambiamento istituzionale.

Ricordiamo oggi la fine di qualcosa che non è mai finito e lo facciamo prendendo esempio dai grandi uomini che pure abbiamo avuto, quelli che, a prescindere dalla loro bandiera politica, hanno provato onestamente a mandare avanti l’Italia, a riscattarla da una condizione di arretratezza e subalternità. Pensiamo alla lunga strada percorsa e ai traguardi che ci hanno reso un paese sviluppato. Solo con un atteggiamento costruttivo si può poi riflettere su quello che non è andato come sarebbe dovuto andare, sulle questioni irrisolte che ancora ci affliggono: la corruzione, la criminalità organizzata, la questione meridionale, la cattiva gestione delle risorse…

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

La strategia dell’inganno.
La fine della I Repubblica

prima_seconda_repubblica_940È il 1989: cade il muro di Berlino. 1992: il pentapartito ha ancora più del 50% dei voti, il Pds è al 16%, la Lega all’8%. 1994: si vota con il maggioritario, Berlusconi, Bossi e Fini vincono le elezioni. Il pentapartito scompare. In soli due anni l’Italia rivolta un sistema di potere, che, nel bene e nel male, aveva gestito la cosa pubblica dalle macerie della seconda guerra mondiale in poi. Nei successivi anni le principali aziende pubbliche italiane furono vendute a italiani e stranieri. Stefania Limiti, nel suo sconvolgente libro ‘La strategia dell’inganno. 1992-1993. Le bombe, i tentati golpe, la guerra psicologica in Italia’ (Chiare lettere edizioni), evidenzia che il passaggio non fu indolore. Una ricerca approfondita, certosina, con nomi, date, atti giudiziari, testimonianze inedite raccolte dall’autrice, mette in fila una serie di fatti che avrebbero messo a soqquadro qualsiasi democrazia, anche la più radicata: il 5 gennaio 1992 – elenca il libro – viene collocato un ordigno sulla linea ferroviaria Brindisi-Lecce, la strage è evitata perché il treno ha qualche minuto di ritardo. Dopo la conferma in Cassazione della sentenza del maxiprocesso a Cosa Nostra (30 gennaio 1992), il mese successivo Toto’ Riina invia a Roma un gruppo scelto per uccidere Costanzo, Barbato, Martelli e Falcone. Ma l’operazione viene interrotta, c’è qualcosa di più urgente da fare in Sicilia, la strage di Capaci. E nei progetti di Cosa Nostra ci sono anche le uccisioni di Andreotti, Mannino, Ando’, Di Pietro, La Barbera e De Caprio (il capitano Ultimo).

Il 12 marzo 1992 viene assassinato Salvo Lima. Il 23 maggio si consuma la strage di Capaci e il 19 luglio quella di via D’Amelio. Il 17 settembre 1992 viene ucciso Ignazio Salvo, l’imprenditore legato a Cosa Nostra. Alla fine del 1992 sul pavimento di un museo di Firenze viene versata della benzina che per fortuna non prende fuoco. Il 5 novembre una bomba da mortaio viene scoperta nei giardini di Boboli. Il 14 maggio 1993 l’attentato di via Fauro: Maurizio Costanzo è illeso per miracolo. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993 l’esplosione di via dei Georgofili a Firenze uccide 5 persone. Il 2 giugno 1993 viene scoperta un’autobomba in via dei Sabini, a due passi da Palazzo Chigi, dove abitualmente passa il Presidente del Consiglio Ciampi. Nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 tre bombe quasi in contemporanea: via Palestro a Milano (5 morti), Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma. Quella stessa notte a Palazzo Chigi saltano le linee telefoniche. L’entourage di Ciampi teme un colpo di Stato. Il 30 luglio viene ritrovato un ordigno accanto al carcere militare di Forte Boccea, dove è rinchiuso Bruno Contrada. Il 18 settembre un’autobomba esplode davanti alla caserma dei carabinieri di Gravina di Catania (quattro militari feriti). Nella notte tra il 21 e il 22 ottobre un ordigno esplode sul davanzale di una finestra del Palazzo di Giustizia di Padova. Nel novembre 1993 nasce il partito indipendentista ‘Sicilia Libera’, rientrante “in un piano strategico messo a punto da Provenzano, Bagarella, Graviano e Ciancimino”.

Nello stesso mese la mafia progetta di uccidere il capo della Dia De Gennaro. Nel gennaio 1994 fallisce la strage più clamorosa: l’autobomba posteggiata in viale dei Gladiatori, vicino allo stadio Olimpico di Roma. Il 18 gennaio 1994 due carabinieri perdono la vita in un agguato mortale a Scilla in Calabria. Il 24 gennaio 1994 viene sventato un attentato contro Luca Pistorelli, pm di Trapani, titolare di inchieste su Gladio e massoneria. Il 14 aprile 1994 il fallito attentato a Formello al pentito Totuccio Contorno. E’ finita? No: in quegli anni abbiamo la banda della Uno bianca (24 morti tra Emilia Romagna e Marche), Unabomber (bombarolo seriale con 30 ordigni tra Veneto e Friuli), lo scandalo dei fondi neri del Sisde (le indagini sui cento milioni al mese concessi o meno ai ministri dell’Interno), il progetto di un assalto alla sede Rai di Saxa Rubra, i contatti tra mafia e ‘ndrangheta per una Cosa Nuova, il ruolo nei servizi segreti di Adolfo Salabe’, amico di Marianna Scalfaro. In Italia si sviluppò la tempesta perfetta. Nel novembre 1991 Antonio Di Pietro, pm di Milano, preannunciò Tangentopoli al console Usa Peter Semler. “Le indagini – riferirà Semler anni più tardi – avrebbero raggiunto Craxi e la Dc” e il Consolato tenne sempre al corrente Washington. Cosa Nostra – scrive Limiti – aveva deciso già nel 1991, prima dell’introduzione dell’odiato regime di carcere duro, di esprimere il suo potenziale di vendetta contro una classe politica che le aveva voltato le spalle. Agli occhi dei mafiosi Andreotti e Martelli avevano tradito.

strategia dell'ingannoMa fu solo la mafia protagonista di tutta questa violenza eversiva? Gianni De Gennaro, all’epoca capo della Dia, parlò – scrive Limiti – “esplicitamente di accordi tra cupola mafiosa e altri centri di potere”. Pietro Grasso, all’epoca magistrato antimafia, dichiarò: “Cosa nostra ha agito, ma c’erano anche altri interessi, di strategia politica, di tipo economico, legati agli appalti pubblici, e di entità deviate rispetto alle proprie funzioni istituzionali”. Nicola Mancino, all’epoca ministro dell’Interno, riunì a fine luglio 1993 i questori di tutta Italia e disse: “Qui ci sono forze occulte e reazionarie che vogliono spingere il Paese verso uno sbocco autoritario.
Non abbiamo dati per indicare le forze occulte che l’hanno organizzata, ma siamo davanti a un’imponente e meticolosa orchestrazione stragista con obiettivi politici”. Stefania Limiti scrive: “Mentre avviene tutto questo, e ancora altro, la pattuglia della Procura di Milano avanza con il passo delle armate del generale di Bava Beccaris e mette in ginocchio i partiti storici che coincidono con lo Stato. La borghesia europea si frega le mani: gli Stati nazionali non hanno più il controllo della moneta e della liquidità interna dopo il Trattato di Maastricht firmato agli inizi del 1992. Il concetto di ‘utilità sociale’ può sopravvivere solo dentro i binari del mercato e della concorrenza, finisce l’era delle partecipazioni statali e dell’impresa di Stato, diventa tabù il finanziamento del deficit pubblico: un quadro nel quale l’Italia è un debitore coatto.

I palati fini di alcuni nostri commentatori – prosegue Limiti – non sopportano di sentir parlare del Britannia, lo yacht da crociera della casa reale inglese messo a disposizione per un incontro al largo delle acque di Civitavecchia, dicono che è roba da complottisti. Eppure quella festa della Repubblica, era il 2 giugno del 1992, è ricordata per l’incontro tra i banchieri d’affari della City e il gotha dei dirigenti economici italiani: i primi spiegano ai secondi come si fanno le privatizzazioni, sull’esempio inglese. La torta è appetitosa, stimata in circa 100mila miliardi di vecchie lire. Le privatizzazioni sono nel segno di un furore ideologico: vanno fatte assolutamente, si dice, per limitare l’invadenza della politica nella gestione quotidiana delle aziende pubbliche e per mettere un bel punto al sistema della presenza dello Stato nell’economia. Solo in seguito apprenderemo che non è quello il toccasana per risolvere il problema del debito pubblico e che tutto era stato realizzato senza un progetto di riorganizzazione del sistema. Del resto, chi avrebbe dovuto occuparsene? Dov’era la classe politica dirigente?”. Infine una chicca del libro di Limiti sui fondi neri del Sisde: “Il pm Antonino Vinci aveva scoperto 14 miliardi depositati in conti intestati a vari dipendenti ed ex dipendenti del Sisde nonché ai loro familiari, non seppe come gestire la situazione, forse si spavento’. Dopo consultazioni febbrile e riservate, tra il ministro dell’Interno Mancino, i capi della Polizia Parisi e del Sisde Malpica e i loro più stretti collaboratori, il magistrato propose una soluzione, potremmo chiamarla il ‘lodo Vinci’.

La trovata sembrava geniale: considerare i depositi nient’altro che conti del servizio sotto copertura; se gli intestatari avessero consegnato al magistrato i relativi libretti, lui li avrebbe girati al direttore del servizio e, con grande soddisfazione di tutti, l’istruttoria si sarebbe potuta chiudere lì. Il ‘pacco’ tuttavia non riuscì, anche grazie a un giudice di buona volontà, Leonardo Frisani. Siamo nell’estate del 1993 e sta per venire giù il mondo. I funzionari del servizio coinvolti nell’inchiesta non intendono essere i soli a pagare: tentano di coinvolgere i ministri dell’Interno dal 1983 al 1994, cioè Scalfaro, Gava, Scotti e Mancino. Indagare sull’uso di quei fondi, in pratica, significava mettere alla sbarra l’intera gestione democristiana, travolgere i vertici istituzionali di quel momento e forse ben altro. La soluzione fu innanzitutto politica: Ciampi respinse le dimissioni del ministro Mancino. Il Tribunale dei ministri si occupò della sconveniente faccenda decretando l’assoluzione per tutti gli interessati – per Scalfaro arrivò nel 2001 – ma nel frattempo, anche nella Procura di Roma, si era aperto un drammatico contenzioso. Il punto era che nessuna legge prevedeva che il Sisde dovesse fornire denaro al ministero dell’Interno, neanche per adempiere compiti istituzionali.

I ministri interessati hanno sempre negato quei versamenti mensili. Il 3 novembre 1993, alle 22,30, a reti unificate arrivò il ‘Non ci sto!’ di Oscar Luigi Scalfaro. Scalfaro evidentemente – scrive Limiti – aveva le sue buone ragioni per ritenere che le accuse che gli stavano piovendo addosso fossero un tentativo di sfidarlo e di intimidirlo, attuato da una parte della classe dirigente e degli apparati che, travolta dalle vicende giudiziarie di quei primi anni Novanta, stava cercando di inquinare la vita politica e condizionare le future elezioni. Anche con le bombe. Fu lui, con quelle frasi sibilline, dense, inquietanti, a stabilire un legame tra gli atti stragisti condotti dalla mafia sul continente e lo scandalo dei fondi neri del Sisde”.
(Fonte: AGI)

Il 1992 socialista diario di Mauro Del Bue

Inizia Tangentopoli, le elezioni, nuove stragi di mafia, Scalfaro presidente
Terza puntata

Mario Chiesa e Bettino Craxi

Mario Chiesa e Bettino Craxi

L’arresto di un ‘mariuolo’

E’ ormai tempo di pensare alle elezioni di primavera. Ma in che contesto, con la Lega che a Brescia a novembre sbaraglia il campo e diventa il primo partito, mentre il Psi perde alcuni punti scivolando al 10%? Emerge una forte preoccupazione. Sempre a novembre, come responsabile nazionale dell’ambiente del Psi, organizzo un importante convegno nazionale sulla questione dei rifiuti (1) a Carpi, con la presenza del ministro Giorgio Ruffolo e del commissario europeo Carlo Ripa di Meana. C’è anche Chicco Testa, responsabile ambiente del Pds e anche il presidente della regione Enrico Boselli, oltre ai migliori tecnici del settore, tra i quali Corrado Clini, Walter Ganapini, Giovanni Ferro.
Ruberti approva la concessione di due corsi di laurea (Tecnologie dell’alimentazione da Parma e Ingegneria gestionale da Bologna) e a dicembre promuoviamo il convegno sull’università a Reggio Emilia (2). Nella mia relazione metto in evidenza il ruolo dei socialisti, nell’aver ottenuto quel forte riconoscimento. Se finalmente si poteva parlare di Università a Reggio era per quel trasferimento adottato dal piano del ministro Ruberti. E il presidente del Consorzio per l’Università (Cospure) Giuseppe Gherpelli me lo riconobbe con una lettera molto affettuosa. C’è anche il ministro, al convegno che si svolge alla sala della Camera di commercio, col rettore di Parma Nicola Occhiocupo e il presidente della Provincia Ascanio Bertani in prima fila. Tra gli ospiti illustri anche l’on. Beniamino Andreatta, accompagnato dall’on. Pierluigi Castagnetti.
Muore Walter Chiari a 67 anni, Michael Gorbaciov si dimette e trasferisce il potere a Eltsin e i primi di gennaio parto per gli Usa assieme a Chicco Testa e alle nostre rispettive metà, invitati a visionare alcuni impianti di rifiuti all’avanguardia. Le elezioni vengono anticipate di qualche mese e si voterà ai primi giorni di aprile. Cambia il mondo e cambia anche l’Europa. A febbraio è firmato il trattato di Maastricht, dopo che le reti Mediaset avevano iniziato a trasmettere i telegiornali. Il Parlamento approva. E adesso in tanti si mangiano le mani. Abbiamo sei nuove province: Biella, Crotone, Lodi, Lecco, Prato e Rimini. Se ne sentiva davvero l’esigenza… Muore il premier israeliano Begin e a Milano, il 17 febbraio, viene arrestato Mario Chiesa. Sembra uno dei tanti arresti di un politico locale per corruzione. E invece… E invece non si capisce subito che il vento è cambiato. Non si intuisce che la Lega è il primo effetto del cambiamento dell’atteggiamento popolare rispetto alla politica dopo la caduta del muro e la fine del comunismo e della contrapposizione ideologica tra Ovest ed Est. Oltretutto anche l’Urss non c’è più. L’arresto di Chiesa è quello di un presidente socialista di una casa di riposo (il Pio Albergo Trivulzio) milanese che aveva chiesto e ottenuto una tangente ed era stato preso con le mani nel sacco. A Milano (si parlava di rito ambrosiano) tutti sapevano che le tangenti giravano copiose e in tutte le direzioni, che gli imprenditori spesso erano chiamati a versare parte del contante appena si apriva la pratica e il resto alla fine. I partiti avevano accordi tra loro per la spartizione del bottino. D’altronde questo rito lo avevo ben presente a Pavia dove mi era stato descritto nei minimi particolari. Ed ero rimasto impressionato da questa normativa da tutti (ripeto da tutti) sottoscritta per la spartizione, con vere e proprie percentuali differenziate tra partiti di maggioranza e di minoranza. Un vero e proprio prontuario del quale credo fossero bene a conoscenza anche i magistrati, oltre che la stampa. E del quale nessuno parlava. Che i partiti si finanziassero anche in modo irregolare lo sapeva Nenni quando esplose il caso Mancini. Lo scrisse nei suoi diari affermando testualmente, a proposito del caso Mancini che esplose nel 1971: “Estrema (è) la difficoltà del caso (che) rientra nell’annoso problema del finanziamento dei partiti. C’è in questo una responsabilità collettiva che riguarda l’entità di ciò che si spende, il triplo, per quanto riguarda il nostro partito “ (3). Nenni da inquisire secondo le regole del 1992…
Anche durante la segreteria Craxi lo sapevano tutti, a tal punto che quando il Psi apri una sede per l’amministrazione del partito in via Tomacelli tutti sapevano benissimo chi la frequentasse e di cosa trattasse chi vi entrava e cosa portasse, spesso in borse tutt’altro che segretate. Compresi i molti cooperatori reggiani che conoscevano benissimo Vincenzo Balzamo, che spesso mi invitava a salutarli facendo nomi e cognomi. Il presidente della Coopsette era, ad esempio, uno dei frequentatori più assidui. L’ipocrita silenzio può generare un’altrettanto ipocrita condanna. In nome di una morale che non si è mai praticata. Come esisteva nella liturgia comunista la doppia verità, così nel sistema politico italiano tutto esisteva la doppia morale.
Quando Mario Chiesa venne arrestato sembrava un arresto qualsiasi e Antonio Di Pietro non lo conosceva nessuno. Anzi lo conoscevano bene i socialisti di Milano come un amico del sindaco Paolo Pillitteri anche se di prevalente orientamento democristiano.
Intanto anche a Reggio Emilia, come da altre parti d’Italia, ma in misura assai più significativa, un gruppo di ex comunisti si staccava dal partito e formava un raggruppamento, il Mur (Movimento per l’unità riformista), che si collocava a fianco del Psi. A Reggio aderirono l’ex capogruppo del Pci-Pds in Consiglio provinciale Franco Cefalota, il consigliere provinciale Anna Catellani e Giuseppe Corradini, già segretario della Lega ambiente di Reggio. Fino all’ultimo era pronto anche il passaggio di Enrico Manicardi, già vice presidente della Provincia, che all’ultimo momento si tirò indietro. Con il segretario del Psi reggiano Germano Artioli ci recammo a Milano a incontrare Craxi assieme a Cefalota, la Catellani e Corradini. Fu un incontro molto cordiale, Craxi apprezzò e si mise a parlare come faceva spesso in modo dialogante, amabile, incuriosito, altalenando ragionamenti politici e battute spiritose. La segretaria di Craxi, la Enza, gli fece squillare il telefono per avvisarlo che era arrivata una persona. E Craxi disse secco: “Fallo attendere”. Dopo qualche decina di minuti uscimmo e intravvedemmo nel salotto la persona che stava sostando in attesa d’essere ricevuto. Era Silvio Berlusconi. Credo che Cefalota, la Catellani e Corradini abbiano avuto netta la sensazione di essere diventate persone molto importanti. Tutto calcolato…

Le elezioni del 1992 e quell’erosione del Psi al Nord

La nostra lista (oltre alla mia ricandidatura come capolista del collegio ed era la prima volta, visto che Giulio Ferrarini, capolista nel 1987, vi compariva come numero due e Paolo Cristoni era stato inserito in ordine alfabetico) vedeva la presenza di Francesco Benaglia, medico di Guastalla, della giovane imprenditrice di Bibbiano Luana Brini, del sindaco di Castelnovo Monti Ferruccio Silvetti, e anche di Beppe Corradini del Movimento per l’unità riformista. Al Senato candidammo a Reggio-Guastalla William Reverberi (si era fatto avanti anche Carlo Baldi, ma la sinistra socialista aveva preteso il collegio per sé) mentre il collegio Sassuolo-montagna andò a un socialista modenese. Per me la sfida era di mantenere la prima posizione anche all’arrivo. Non vedevo soverchi problemi di riconferma, ma partire ed arrivare primo, considerato che non era mai avvenuto che un socialista di Reggio superasse un socialista di Parma, questo mi sembrava davvero impresa improba e tuttavia affascinante.
Durante la campagna elettorale, a marzo, viene ucciso in Sicilia Salvo Lima, mentre Gabriele Salvatores vince l’Oscar con “Mediterraneo” e a Campagnola si svolgono i funerali delle vittime del Cavòn, una drammatica vicenda del dopoguerra ritornata d’attualità dopo il Chi sa parli di Otello Montanari, e si tiene una messa. Bettino Craxi punta tutto sul suo programma di rilancio dell’Italia e in particolare sulla nuove infrastrutture che avrebbero dovuto essere realizzate. Gioca se stesso come argomento elettorale come se fosse ancora il 1987. Allora il Psi ottenne un successo dopo quattro anni di governo. Nel 1992, e dopo cinque anni di presidenze democristiane, e dopo quel che era successo nel mondo e anche in Italia, Craxi ritenne di ottenere un altro successo proponendo di girare le lancette dell’orologio indietro di nove anni. Mi pareva assai complicato e quando vidi affissi sui muri di Milano quei manifesti assai datati che paragonavano gli ultimi cinque anni ai precedenti quattro mi venne spontaneo qualche dubbio di troppo. Il tempo non s’era fermato. Anzi aveva scandito una delle più sconvolgenti novità del secolo. E il Psi apparve in quella campagna elettorale, per la prima volta, un partito fermo, che non fiutava l’aria nuova o non sapeva (o non poteva) intercettarla.
Così quando Claudio Martelli venne a Reggio per un affollatissimo comizio elettorale al teatro Ariosto mi venne spontaneo pronunciare quella frase che poi mi venne rimproverata: “Se nel Psi non ci fosse Claudio Martelli bisognerebbe inventarlo” (4). Martelli sapeva attingere dalla nuova situazione nuovi stimoli per il popolo socialista, mentre Craxi, che poi mi recai ad ascoltare a Parma (gli era morto il papà da poco tempo), mi pareva troppo rivolto al passato. Insomma non eravamo noi il partito della grande riforma delle istituzioni, non eravamo noi il partito dei ceti emergenti del nord Italia, non eravamo noi il partito del presidenzialismo, ma anche del federalismo? E adesso dovevamo trasformarci in una sorta di partito della conservazione dell’esistente? Possibile non comprendere che la storia s’era improvvisamente sbloccata, che il mondo e non solo l’Italia non erano più come prima e che non bastava una promessa di ritornare alla presidenza del Consiglio perché essa venisse mantenuta intatta dopo cinque anni di cambiamenti sconvolgenti?
Fu una campagna elettorale con una notevole partecipazione ai nostri incontri e comizi (pochissimi) e cene (moltissime). Consideriamo il fatto che la campagna elettorale si svolse a marzo in un clima tutt’altro che mite e dunque furono organizzate quasi tutte al chiuso le iniziativa promosse in giro per il collegio. Mi erano rimaste le vecchie alleanze del 1987, con la maggioranza dei socialisti di Piacenza, con la minoranza di Parma e di Modena, mentre a Reggio avevo tenuto unito il partito che speravo, come avvenne, mi votasse compatto. Quando conclusi, accompagnato da Nicola Fangareggi, la kermesse elettorale con un duplice discorso a Rolo e a Luzzara, i socialisti della bassa mi chiesero un pronostico ed io (pensavo d’essere prudente) dissi che avremmo impattato il risultato del 1987. Non fu così e, anche se di poco (lo 0,7%), si registrò una lieve erosione, che fu il risultato di un’incursione, questa neppure tanto lieve, della Lega nel Nord Italia. La Lega diventava un partito di massa in tutto il Nord e in particolare in Lombardia, Piemonte e Veneto. Complessivamente incassava un 8,2%. Considerando che si era presentata solo nel Nord in queste zone era ormai diventata una forza superiore al 20% dei voti. Il Psi teneva bene al Centro ed avanzava al Sud, ma al Nord la perdita si aggirava sul 3-4%. In Lombardia il Psi perse il 5% e quattro deputati. In Emilia il Psi arretrò del 2% con punte massime a Piacenza e a Parma dove la Lega si affermò in modo più vistoso. Anche a Reggio Emilia il Psi subì un regresso passando dall’11,8% del 1987 al 10,05% del 1992. E la Lega, una forza senza iscritti e senza sedi, con due consiglieri comunali nel comune capoluogo che non riuscivano nemmeno a parlare (uno dei quali era d’origine francese) e un altro sconosciuto in Provincia, ci superava di quaranta voti col 10,06%. C’era di che essere soddisfatti, però, se si guardava in casa d’altri. La Dc a livello nazionale scendeva infatti al 29,6% (aveva il 34,4%), il Pds raggranellava solo il 16% (il Pci aveva il 26,6% e Rifondazione si portava a casa il 5,6%), mentre gli unici partiti che avanzavano lievemente erano il Pri col 4,4% e il Pli col 2,9% (rispettivamente dello 0,7% e dello 0,8%). In regresso di mezzo punto il Msi col 5,4%, fermi i Verdi e il Psdi (2,8 e 2.7%), entrava in Parlamento per la prima volta “La Rete” di Orlando, mentre la Lista Pannella, con l’1,2%, eleggeva sette deputati.
A Reggio la Lega volava dunque oltre il 10%, mentre il Pds raschiava il barile del vecchio Pci raggranellando il 37,7% (il Pci aveva il 49,7%), Rifondazione conseguì un ottimo 7,7% (alla somma dei due partiti mancava più del 4% per raggiungere il dato del Pci del 1987), la Dc conseguiva il 21% (contro il 26,1%), il Psdi solo l’1,4%, il Pri il 3,2% (con un aumento di più di un punto sul 1987), poco o quasi nulla gli altri partiti, compreso un Msi sceso sotto il 2%.
La mia soddisfazione fu ricavata dall’andamento del conteggio delle preferenze. Un mare. Solo nella provincia di Reggio quasi diecimila (e si votava con la preferenza unica e scrivendo per la prima volta il cognome). Bene anche a Piacenza e a Modena, a Parma un po’ meno del 1987. Complessivamente ottenni 15.500 preferenze, duemila in più del 1987 quando le preferenze erano quattro. E sopravanzai Ferrarini, arrivando primo degli eletti. Il nostro calo nel collegio ci vide privati del terzo deputato e Paolo Cristoni non rientrò così a Montecitorio.
Oltre a me vennero eletti alla Camera Elena Montecchi e Nilde Iotti, (Pds), Pierluigi Castgnetti (Dc), Franco Dosi (Lega), parmigiano, ma nato a Poviglio. Al Senato Franco Bonferroni (Dc), Fausto Giovanelli (Pds), sostituito alla segreteria da Lino Zanichelli che cedette la vice presidenza della Provincia a Maino Marchi. Anche Renzo Lusetti venne rieletto nel collegio demitiano di Salerno. L’elezione di Giovanelli aveva destato qualche commento sapido, perchè dicono vi abbia contribuito uno scontro (non solo verbale) che il segretario del Pds ebbe con Lorenzo Capitani dopo una riunione. Qualcuno lo definì: un calcio al… Senato.

Per Occhetto è “desolante” l’apertura di Craxi

Dalle elezioni s’era affacciata una speranza. Il Psi, il Pds e il Psdi insieme, i partiti potenzialmente socialisti, avevano conseguito circa il 32% e sarebbero stati il primo partito d’Italia, più forte della stessa Dc, scivolata sotto il 30%. Perché non giocare questa carta all’inizio di questa legislatura? Credevo che questa fosse la via giusta, storicamente, politicamente. Che fosse l’unico modo per dare un valore alle elezioni e per renderle produttive. Che non si dovesse più indugiare.
Nella Direzione del Psi, che si svolge il 15 aprile, Martelli convince Craxi a lanciare qualche segnale al Pds. E Craxi parla di un programma comune e di una comune politica. Si tratta di segnali espliciti, formulati forse anche un po’ controvoglia. Ma la risposta immediata di Occhetto, che definisce la relazione di Craxi “desolante” (5), irrigidisce tutti. Quel “desolante” era come un getto d’acqua fredda, gelida, sulle nostre speranze di ricongiunzione. E ricordo che Formica, e devo dire anch’io, che ci eravamo esposti con Martelli, Raffaelli e altri, in una politica di apertura al Pds, reagimmo chiedendo la sospensione dei contatti. Craxi freddamente aggiunse che il documento avrebbe dovuto avanzare l’idea di un incontro ai partiti della tradizionale maggioranza per costituire il nuovo governo. Sogghignò come per dire. “Vi avevo avvertito”. E così andò.
Subito dopo aver commentato il dato elettorale si verificano due avvenimenti, almeno uno dei quali imprevisto. Cossiga si dimette anticipatamente, un mese prima, senza fornire motivazioni convincenti (e Craxi, che aveva puntato tutto su di lui per ricevere l’incarico di formare il governo, resta spiazzato) e a fine maggio, dopo la guerra tra Croazia e Serbia, e dopo che la Slovenia aveva conquistato senza versare sangue la sua indipendenza, è strage in Bosnia. A Reggio scrivo un appello affinché i pacifisti non si sentano frastornati perché nel campo di guerra manca l’America. E chiedo che si mobilitino contro le carneficine (6).
Tangentopoli riprende intanto con forza dopo la pausa elettorale e sembra, il suo, un percorso pianificato nei modi e anche nei tempi. Pietro Longo, già segretario del Psdi e ministro, è arrestato per una condanna definitiva di due anni e sei mesi per tangente e i primi di giugno partono avvisi di garanzia agli ex sindaci socialisti di Milano Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri, poi vengono arrestati per corruzione Mario Lodigiani, il segretario della Dc lombarda Gianstefano Frigerio e l’ex senatore Dc Augusto Rezzonico. Poi è la volta del segretario amministrativo della Dc Franco Citaristi. I magistrati di Milano si costituiscono in pool e nasce “Mani pulite” col mito del piemme Di Pietro, l’implacabile capitano coraggioso che con la sciabola purificatrice degli arresti a catena (utilizzando impropriamente l’arma del carcere preventivo ai fini di confessione dei reati) combatte la santa battaglia contro la corruzione. Ricordo di avere pranzato a Roma un paio di volte in quei giorni con Carlo Tognoli e di averlo trovato più che preoccupato, alquanto seccato e deluso. Era da tutti sempre stato considerato un bravo sindaco, una brava persona, e si sentiva in dovere di reagire, ma non sapeva come. “Non sono una verginella, “mi confessò, “ma non sono certo un corrotto” (7). Era come se d’improvviso fosse crollato il muro d’Italia, quello che aveva consentito ai partiti e agli uomini politici di coprirsi con una sorta di immunità, peraltro da tutti accettata e salvaguardata. Adesso, con la svolta giudiziaria che veniva a dispiegarsi subito dopo il voto, un’altra onda emergeva fortissima, non l’onda socialista che s’era già infranta nel mare del Nord, ma un’onda altissima, quasi uno tsunami che iniziava a travolgere tutto e tutti, in un crescendo di insoddisfazione, eccitazione, irritazione popolare, amplificato, ma anche assecondato e perfino alimentato, da poteri forti del mondo dell’informazione. In prima fila in questa battaglia contro il sistema politico si schierano “L’Indipendente” di Vittorio Feltri, che sposa le tesi leghiste e naturalmente la stessa Lega con Bossi, Miglio e le decine di nuovi parlamentari che s’arruolano nel nuovo partito antisistema. Anzi la Lega ne rivendica, e giustamente, la primogenitura. Poi ci sono i telegiornali Mediaset di Berlusconi, con Brosio perennemente installato di fianco alla Procura di Milano ad attendere Di Pietro come un eroe televisivo, un divo del cinema o dello sport, mentre anche il Msi si mobilita e decine di militanti di estrema destra circondano la sede della Direzione del Psi di via del Corso. Sull’altro lato parte a testa bassa il partito di Leoluca Orlando “La Rete”, con Nando Dalla Chiesa che parla addirittura di nuova resistenza. “La Repubblica” scalfariana asseconda questa linea, la interpreta, la condisce e impreziosisce con un’idea di radicalismo chic anticraxiano e Occhetto e D’Alema trovano nella crisi del sistema la dimostrazione che il nuovo inizio non era solo per loro.

La strage di Capaci e l’elezione di Scalfaro

Intanto Bossi, per sfidare il potere corrotto di Roma, proclama a Pontida la Repubblica del Nord e le Camere sono convocate permanentemente per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Restiamo a Roma per giorni e si parte con candidati bandiera, poi si pensa a Forlani, la Dc lo espone (è il suo candidato ufficiale) e Craxi lo sostiene, ma il “coniglio mannaro” non ce la fa per pochi voti (qualche franco tiratore democristiano e socialista). Io stesso intravvedo il sottosegretario alla presidenza di Andreotti, il fidatissimo Nino Cristofori, che non vota Forlani perché, dopo aver fatto verificare a tutti la scheda col suo nome, al momento della chiama la mette in tasca estraendo dal pacco dei giornali un’altra scheda che deposita nell’urna. Ma dov’è il Caf se Forlani e Andreotti si bloccano a vicenda sulla presidenza della Repubblica? Ma dov’era il Caf se i tre, compreso Craxi, sapevano che dovevano dividersi solo due poltrone?
Un catafalco, un nero catafalco scalfariano viene deposto sull’urna per fare in modo che i parlamentari possano votare senza essere riconosciuti, ma l’affronto andreottiano a Forlani era già avvenuto. D’ora in avanti anche chi non vuole votare o vuole cambiare la scheda lo può fare senza essere riconosciuto. Dai vari cilindri escono nuovi conigli. Si pensa a Vassalli, a Valiani, al vecchio De Martino, ma per finta. In silenzio s’avanza sornione Andreotti. Il giornalista del “Corriere” Paolo Franchi, che incontro in Transatlantico, mi rivela che i conti di Andreotti lo vedono vincente anche col voto di parte dei neo comunisti e dei leghisti. Ne dubito. Poi sabato 23 maggio ritorniamo a casa per un giorno di sosta e la sera la tv annuncia la strage di Capaci. Il dramma s’abbatte sull’elezione del presidente, già così contrastata e problematica. Sono uccisi Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti di scorta. Una strage per punire Andreotti, dopo l’omicidio di Lima, per sbarrargli la strada nella corsa presidenziale? Paura, sgomento, senso di responsabilità in azione. Giovanni Falcone era stato chiamato a Roma al ministero della Giustizia da Claudio Martelli e i due erano diventati collaboratori e amici. Falcone s’era preso bordate di critiche e attacchi pubblici da parte di alcuni esponenti di Magistratura democratica e Leoluca Orlando aveva definito un auto-attentato quello verificatosi all’Addauria nella casa affittata dal magistrato per le vacanze. Adesso tutti celebrano Falcone come il paladino della lotta alla mafia. La morte spesso santifica e purifica non solo i morti, ma anche i vivi. Ritorniamo a Roma la domenica mattina e sappiamo che dobbiamo far presto e che non si può più tergiversare. Sembrano solo due in candidati papabili: i presidenti della Camera (Oscar Luigi Scalfaro) e del Senato (Giovanni Spadolini). Craxi fa finta di lasciarci liberi. Al gruppo socialista della Camera, quando viene avanzata il nome Scalfaro, tutti pensano che solo lui sia il vero candidato (il primo a sostenerlo era stato Pannella). Solo Rino Formica si oppone perché, dice, “Scalfaro ci porterà alla fase precedente la breccia di Porta pia” (8). Scalfaro è democristiano e lascia aperta la porta alla presidenza socialista del governo, Spadolini invece avrebbe probabilmente chiuso ogni possibilità. E Scalfaro era anche stato ministro degli Interni del governo Craxi e ci si poteva fidare, dicevano. Al lunedì Scalfaro è presidente della Repubblica, coi voti della stragrande maggioranza dei grandi elettori. Dicevano che avesse preso l’impegno di affidare immediatamente l’incarico di formare il governo a Craxi. Non sarà così. E il clamoroso dietrofront sarà determinato dalle notizie provenienti dalla Procura milanese, su quel che si era ormai definita la caccia al cinghialone (la definizione era di Vittorio Feltri).
Scalfaro promise e non mantenne e chiamò Craxi per spiegarne i motivi e Craxi ebbe netta la sensazione di essere finito tra le maglie della giustizia milanese. Aveva definito “mariuolo” Mario Chiesa, ma costui aveva parlato e confessato e indicato nomi e cognomi ai magistrati. Ricordo che Craxi annunciò che c’era un anno di tempo. Per fare cosa? Per nominare un’altro socialista presidente del Consiglio, per sistemare le questioni relative all’inchiesta Mani pulite, per riordinare e rinnovare il Psi? In realtà l’anno che ci aspettava sarà crudele e orribile.

Note

1) Il problema dei rifiuti o il rifiuto del problema? Le proposte socialiste per lo sviluppo economico e la difesa dell’ambiente, Carpi, 9 novembre 1991.

2) Vedi L’Università a Reggio Emilia, relazione dell’on. Mauro Del Bue, Direzione nazionale del Psi, sala Convegni della Camera di comemr4cio, 14 dicembre 1991, Reggio Emilia 1992, anche in M. Del Bue, Scrivere politica, Reggio Emilia 1992, pp. 195-205.

3) P. Nenni “I conti con la storia”, diari, anno 1971, p. 354.
4) Ricordo dell’autore.

5) M. Pini, Craxi, una vita, un’era politica, Cles (Trento) 2006, p. 453.

6) Sangue in Bosnia e sonno a Reggio, in Gazzetta di Reggio, 31 maggio 1992.

7) Ricordo dell’autore.

8) Ibidem.

Mauro Del Bue

Introduzione
Prima puntata
Seconda puntata

Emilio Colombo. Potenza ricorda il suo Presidente

emilio-colomboÈ online il teaser del documentario “Emilio Colombo. Memorie di un Presidente”, che sarà presentato a Potenza, in anteprima nazionale, lunedì 25 luglio, ore 18.30, presso il Teatro Stabile.

L’evento è organizzato dal CISST (Centro Internazionale per gli Studi Storici Sociali e dei Territori ) sezione del CGIAM (Centro di Geomorfologia Integrata per l’Area del Mediterraneo di Potenza) che ha interamente prodotto il documentario, firmato da Alessandra Peralta e Cleto Cifarelli, e che si fregia delle musiche composte dal Maestro Germano Mazzocchetti

Il documentario, frutto di una lunga e puntuale azione di ricerca, contiene testimonianze rilasciate dai principali protagonisti che hanno incrociato la sua storia, come Hans Dietrich Genscher, Mariotto Segni, Jacques Delors, Arnaldo Forlani, Antonio Fazio, Oscar Luigi Scalfaro, Maria Romana De Gasperi, Gianni Pittella, Gianfranco Ravasi, Giorgio Napolitano e Giampaolo D’Andrea. La produzione, frutto di sinergie virtuose tra professionalità e competenze diverse, rappresenta oggi un’importante fonte storiografica per lo studio della storia italiana ed europea del secondo dopoguerra.

Il Progetto «Emilio Colombo»

Fra il 2009 e il 2013, il Presidente Colombo ha condiviso con il CGIAM (Centro di Geomorfologia Integrata per l’Area del Mediterraneo di Potenza) il progetto di un lungo documentario sulla sua intensa e lunga esperienza politica. In oltre trenta ore di interviste, raccolte da Alessandra Peralta, egli ha ripercorso le tappe cruciali della sua vita, dall’infanzia alla presidenza del Parlamento europeo.

Programma

Apertura e benvenuto Dario De Luca, Sindaco di Potenza
Saluti Antonio Colangelo, Promotore del progetto (CGIAM)
Introduzione Giampaolo D’Andrea, Storico e Capo di Gabinetto MIBACT

Proiezione documentario
Emilio Colombo Memorie di un Presidente

Intervengono
Anna Colombo, sorella del Presidente Emilio Colombo
Marcello Pittella, Presidente della Regione Basilicata

Modera Donato Verrastro, Università di Salerno e componente CISST