L’ACCORDO

libia

Molto importante è la notizia che apprendiamo adesso, alle ore 19,16 sull’esito della riunione odierna dell’Usmil: le milizie libiche che si stanno scontrando a Tripoli hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco. La Missione di supporto delle Nazione Unite in Libia (Unsmil), in un tweet, ha confermato che sotto l’egida dell’inviato dell’Onu, Ghassan Salamè, è stato raggiunto un accordo. Auspichiamo che sia un accordo pacificatore di lunga durata.

Dopo che gli  eventi in Libia sembravano precipitati nel caos, con gli scontri di stamattina tra milizie rivali a Tripoli che hanno costretto il governo di Fayez al-Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, a proclamare lo stato di emergenza. Si paventavano dei  risvolti negativi anche per l’Italia. I principali rischi in gioco sono: immigrazione, energia e intervento militare.

Raffale Marchetti, esperto in relazioni internazionali e docente alla Luiss di Roma, in un’intervista, ha spiegato elencando alcuni rischi possibili per il nostro Paese: “La situazione si è deteriorata in questi ultimi giorni ma può ancora rientrare e stabilizzarsi. La crisi libica potrebbe far saltare gli accordi sui migranti, avere delle ricadute sul settore energetico e, nel peggiore degli scenari, richiedere un intervento militare sul territorio. C’è poi anche il pericolo di un ritorno dello  spettro del terrorismo in quanto, in un paese destabilizzato è facile che attecchiscano gruppi terroristici. Con la crisi in Libia è in ballo la questione dei flussi migratori. A stento siamo riusciti a instaurare un rapporto di cooperazione con il governo di Tripoli. Se questo cadesse i flussi ricomincerebbero. Il rischio è che gli sbarchi nel nostro Paese, diminuiti di oltre l’80% rispetto al 2017, potrebbero tornare ai livelli precedenti. Inoltre, l’Italia dovrebbe trovare un nuovo interlocutore e avviare nuovi negoziati, dando così inizio ad un processo lungo e complesso. L’instabilità libica potrebbe avere degli effetti negativi anche sul fabbisogno energetico italiano. L’Italia importa parte delle risorse naturali dalla Libia. Se la situazione dovesse complicarsi anche le risorse verrebbero messe in discussione  con ricadute finanziarie ed economiche sul nostro Paese. L’Italia ha delle scorte energetiche ma, nel caso in cui la crisi libica dovesse prolungarsi, dovrebbe trovare delle fonti alternative. Il governo italiano, riferisce una nota di palazzo Chigi, continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione in Libia e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché  l’invito a cessare immediatamente le ostilità. Per il momento quindi è  esclusa l’ipotesi di interventi militari sul territorio. Tuttavia, se la crisi libica diventasse una guerra vera e propria a livello internazionale, immaginando uno scenario estremo, l’Italia non potrebbe tirarsi indietro ma dovrebbe partecipare al conflitto”.

Mentre è in corso di redazione questo articolo, la situazione in Libia sta precipitando e necessita di azioni immediate.

Un   incendio è scoppiato presso la sede dell’ambasciata Usa  a  Tripoli, che si trova sulla via per l’aeroporto dove il conflitto armato è più aspro. La notizia è stata diffusa sul portale di notizie libico ‘Al Wasat’, che cita il portavoce dell’apparato libico per il soccorso e le emergenze, Osama Ali. Testimoni oculari hanno riferito ad Ali di un incendio presso la sede dell’ambasciata. Il portavoce ha aggiunto che  la Protezione civile non è riuscita a raggiungere l’area a causa del fuoco intenso. La notizia è stata confermata dalla National Safety Authority libica, che ha fatto sapere che i camion dei pompieri si sono diretti sul posto per domare le fiamme, la cui origine è ancora non precisata.

Il numero delle vittime a Tripoli, sarebbe salito ad almeno 50 morti, tra cui civili. Sarebbe questo il bilancio parziale delle vittime degli scontri tra gruppi rivali a Tripoli. Ad aggiornare il bilancio è stato il ministero della Sanità libico, spiegando che ai morti si aggiungono anche almeno 138 feriti. Un bilancio con cifre in aumento con il passare del tempo. E’ stata prevista per oggi alle 14, ora locale, la riunione convocata dalla Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) con tutte le milizie protagoniste degli scontri per un dialogo urgente sulla situazione della sicurezza.

Prima, il portavoce della Commissione Ue, Maja Kocijanic, rispondendo alle domande sulle accuse dell’Italia alla Francia, ha detto: “I Paesi membri dell’Unione Europea mantengono una posizione unita sulla Libia. L’Alto rappresentante Federica Mogherini ha avuto ieri un colloquio telefonico con il rappresentante dell’Onu per la Libia, Ghassam Salamé, ribadendo il pieno sostegno dell’Ue, concordato da tutti i Paesi membri, per arrivare ad una soluzione duratura della crisi in Libia, nella convinzione che solo un processo politico può portare ad una soluzione stabile, complessiva e sostenibile della crisi. I Paesi membri discutono regolarmente della crisi in Libia nel contesto di questi sforzi e mantengono una posizione unita su questo”.

A quanto si apprende da qualche agenzia stampa,  Salamé dovrebbe riferire domani al Consiglio di sicurezza dell’Onu sugli ultimi sviluppi della situazione a Tripoli in collegamento dalla capitale.

Questo pomeriggio alle 17 si è svolto un vertice sulla Libia presieduto dal premier Giuseppe Conte. Alla riunione, precedentemente concordata sul tema dei migranti, parteciperanno tutti i ministri interessati per affrontare le problematiche dell’attuale situazione a Tripoli. Nel frattempo l’ambasciata italiana a Tripoli è rimasta aperta. Al momento, non ci sono stati problemi per i 430 italiani che si trovano in Libia e le attività dell’Eni non sono state coinvolte. Intanto, il ministro Moavero ha confermato la disponibilità a riferire in Parlamento sulla crisi libica.

Gli eventi in Libia che stavano precipitando hanno necessitato di decisioni su un piano internazionale affrontate con molta tempestività. E’ stato presa con urgenza una decisione comune in sede Onu: innanzitutto ci sono vite umane da salvare oltre agli equilibri internazionali.

Salvatore Rondello

Libia, ambasciata aperta e smentito intervento italiano

The tricolor flag is flown back to the Italian Embassy in Tripoli today, September 2, 2011 ANSA/CIRO FUSCO

The tricolor flag is flown back to the Italian Embassy in Tripoli today, September 2, 2011
ANSA/CIRO FUSCO

L’ambasciata italiana rimane aperta, ma una parte del personale che vi lavora e alcuni italiani che lavorano nella città sono stati evacuati. “Siamo pronti ad ogni evenienza, reagiamo in modo flessibile”, spiegano fonti della Farnesina.
Fonti della ministero della Difesa hanno assicurato che i militari italiani nel paese stanno bene e in sicurezza e che nessun problema è riscontrato all’ospedale da campo a Misurata. La ministra Elisabetta Trenta sta seguendo costantemente l’evolversi dei fatti, anche perché proprio stamattina sono caduti diversi colpi di mortaio e sono avvenuti violenti scontri nella zona di Alhadba Alkhadra, poco distante dalla sede diplomatica di Roma.
Nel frattempo una nota di Palazzo Chigi smentisce categoricamente “la preparazione di un intervento da parte dei corpi speciali italiani in Libia. L”Italia – si legge – continua a seguire con attenzione l”evolversi della situazione sul terreno e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché l”invito a cessare immediatamente le ostilità assieme a Stati Uniti, Francia e Regno Unito”. Rassicurazioni arrivano anche dall’Eni che fa sapere tramite un portavoce del gruppo italiano aggiungendo che in Libia lavora solo personale locale: “Al momento l’attività si svolge regolarmente e non c’è personale espatriato a Tripoli”.
La situazione però è nel caos e nella capitale gli scontri tra le milizie proseguono da ormai oltre una settimana e il tentativo del premier Fayez al-Sarraj, che proprio per fermare le violenze ha dichiarato lo stato di emergenza, non ha sortito effetto. Il governo di Accordo Nazionale della Libia, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, è sotto assedio. La Settima Brigata, che riunisce tribù vicine all’ex regime di Gheddafi e ora legate al maresciallo Khalifa Haftar, avanzano verso il centro della città. Secondo alcune indiscrezioni, proprio il Generale della Cirenaica, avrebbe l’appoggio dei francesi. “La Francia, storicamente, agisce fuori dai propri confini perseguendo gli interessi nazionali, anche andando contro, come in questo caso, a quelli della coalizione di cui fa parte – spiega Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali, su Il Fatto Quotidiano – un atteggiamento più spregiudicato che l’Italia, invece, non ha mai avuto”.
Ma in realtà l’uomo forte di Bengasi non ha mai fatto mistero di voler riprendere il controllo della Libia contro la Comunità internazionale, rappresentata in quel territorio dall’Italia. Il Generale non sembra aver gradito la recente missione a Tripoli del ministro Salvini. In quell’occasione, il titolare del Viminale ha fatto una apertura di credito totale a Serraj e ai suoi uomini, promettendo mezzi alla Guardia costiera fedele al governo di Tripoli, e garantendo che una parte delle risorse finanziarie del Africa Fund Ue. Mentre Macron pochi mesi prima aveva dato maggior credito all’uomo della Cirenaica che nel vertice di Parigi del 29 maggio, aveva invitato sia il presidente al Sarraj sia il Generale Haftar dando lo stesso ‘valore’ ad entrambi e alle loro istituzioni.

Ci risiamo con le promesse: Meno tasse più sviluppo

ministero-economia-1

Giro di vite contro l’evasione fiscale. Lo ha annunciato il Governo tramite il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Secondo il reggente di via XX Settembre, l’Esecutivo pentaleghista attuerà delle misure volte ad assicurare maggiori risorse allo Stato così da ridurre la pressione fiscale e sostenere la crescita economica. Da quanto promesso, quindi, l’Italia ha intrapreso il percorso sbandierato da quasi tutti i governi: meno tasse e maggiore sviluppo.

Il nostro Paese, infatti, è da anni malato di evasione fiscale. Basti pensare che nel 2016 sono stati circa 260 i miliardi sottratti al Fisco e spariti chissà dove. Un valore pari al 18 per certo del Pil nazionale certificato dal rapporto Eurispes. Le anomalie più evidenti le ha evidenziate il Mezzogiorno, con Calabria e Sicilia incontrastate. Ma non ha lasciato speranze neanche la situazione della Valle d’Aosta, dove i contribuenti hanno speso in media 130 euro per ogni 100 dichiarati. Siamo, insomma, il paese europeo dell’evasione fiscale.

La situazione descritta da Eurispes fa il paio con quella sottolineata oggi dalla Guardia di Finanza, che ha scovato evasioni per 2,3 miliardi di euro in un anno e mezzo. “Soggetti pericolosi – hanno evidenziato le Fiamme Gialle durante le celebrazioni del 224° anno della Fondazione Gdf – non la piccola impresa che dimentica di emettere scontrini”. Dietro a questo tipo di evasione, dunque, si celano individui senza scrupoli o vere e proprie organizzazioni criminali. Un cancro tutto italiano che il nuovo Governo ha promesso di estirpare.

La soluzione di Palazzo Chigi è arrivata come sempre da Matteo Salvini, ospite dell’evento. “Chiudere subito le cartelle esattoriali per cifre inferiori ai 100 mila euro”, il traguardo inseguito dal vice presidente del Consiglio per “liberare milioni di italiani incolpevoli ostaggi e farli tornare a lavorare, sorridere e pagare le tasse”. Facile, quindi. Complicato, però, comprendere come una “pace fiscale”, dunque un condono, possa portare allo Stato nuove entrate.

Salvini, tra l’altro, si era già spinto oltre, promettendo alla platea di Confesercenti qualche settimana fa “nessun limite alla spesa in contante: ognuno è libero di pagare come vuole e quanto vuole”, diceva il leader leghista strizzando l’occhio all’elettorato di centrodestra, da sempre morbido sul tema evasione. Pare quindi che le soluzioni sventolate agli occhi dell’opinione pubblica siano di facile presa, ma di difficile realizzazione. Emerge chiara anche la confusione del momento politico. Ma il messaggio rivolto all’elettore è chiaro: il più furbo vince.

Salvini e Di Maio affondano le borse. Risale lo spread

Borsa-rialzo-Letta

Ancora un governo non c’è. Dopo oltre due mesi di trattative i vincitori delle elezioni non sono ancora astati in grado di raggiungere un accordo per Palazzo Chigi. E gli effetti di questo prolungato stallo si stanno manifestando. Ieri la tirata di orecchie dell’Unione Europa preoccupata per la tenuta dei conti del paese. Un monito che ha lasciato un segno nonostante M5S e Lega abbiano assicurato che la trattativa per il governo è in chiusura. Ieri il contratto di governo era stato pubblicato dall’Huffington Post. “È una versione vecchia che è stata già ampiamente modificata nel corso degli ultimi due incontri del tavolo tecnico” assicurano i vertici dei partiti. Eppure il solo adombrare l’ipotesi delle uscita dall’Euro, ha fatto agitare le acque della borsa ed è bastato per far balzare lo spread Btp-Bund decennali in avvio a 137 punti in una Piazza Affari in affanno che scende di quasi tre punti percentuali.

Ma a pesare sui mercati anche il monito arrivato dall’Europa, che ha richiamato l’Italia al rispetto delle regole del patto di stabilità. A Milano il Ftse Mib ha segnato un calo dello 0,70% a 24.133 punti, mentre Londra ha guadagnato lo 0,20%, Francoforte lo 0,18% e Parigi lo 0,07%. È evidente che le rassicurazioni da parte di Lega e Cinquestelle non sono bastate. Nel Vecchio Continente, così come dall’altra parte dell’Atlantico, le preoccupazioni per il contenuto della bozza di contratto restano forti. In particolare, sono le parti sulla finanza pubblica, elencate a pagina 38 del documento, a scuotere maggiormente le sale operative. Nella bozza, Lega e M5S chiedono alla Banca centrale europea di Mario Draghi di cancellare 250 miliardi di titoli di Stato. “La loro cancellazione vale circa 10 punti percentuali”, si legge nel documento.

Ieri sera Wall Street ha chiuso in calo, con il Dow 30 in flessione dello 0,78% a 24.706 punti e il Nasdaq dello 0,81% a 7.351. A Tokyo il Nikkei 225 ha perso lo 0,44% a 22.717. Sull’indice principale della borsa milanese soffrono i bancari, con ribassi oltre il punto percentuale per Ubi Banca e Banco Bpm. Unicredit cede lo 0,78% e Intesa Sanpaolo lo 0,83%. Male le utility, con ribassi oltre l’1% per Snam, A2A ed Enel. Vendite su Atlantia, Prysmian, Generali, Recordati e Moncler. Corrono, invece, Saipem, in rialzo del 2,44%, e Mediaset, in progresso del 2%.

L’aumento dello spread si è poi accompagnato a quello dei carburanti alla pompa, con il barile che prosegue il cammino verso gli 80 dollari. Stamattina Ip ha aumentato di un centesimo al litro i prezzi consigliati di benzina e diesel. In base alle elaborazioni di Staffetta quotidiana sulle medie dei prezzi praticati e comunicati dai gestori all’Osservatorio prezzi del ministero dello Sviluppo economico, il prezzo medio di benzina self service è di 1,615 euro/litro (+2 millesimi, pompe bianche 1,591), diesel a 1,487 euro/litro (+3, pompe bianche 1,466). Benzina servito a 1,728 euro/litro (+3, pompe bianche 1,632), diesel a 1,603 euro/litro (+3, pompe bianche 1,507). Gpl a 0,635 euro/litro (+1, pompe bianche 0,621), metano a 0,961 euro/kg (-1, pompe bianche 0,952).

Insomma il governo ancora non c’è, ma gli effetti del sodalizio tra Cinque stelle e Lega già si fa sentire.

GOVERNO DI TREGUA

Quirinale

Il bel vestito della domenica indossato dai Cinque Stelle è stato già rimesso nel guardaroba. Man mano che si restringe la strada per il governo, i toni tornano a salire. Tanto che Grillo torna a sfoderare un suo vecchio classico che sembrava ormai sepolto: quello del referendum sull’Euro. Lo stesso Di Maio con mirabolanti capriole era riuscito in pochi mesi a passare dall’avversione totale verso tutto quello che arrivava dall’Europa a una visione filo europeista tanto da tentare i primi approcci “costruttivi” in visione del suo eventuale incarico a Palazzo Chigi.

Ora sull’Europa è Grillo in persona che va all’attacco: “Ho proposto un referendum per la zona euro. Voglio che il popolo italiano si esprima. Il popolo è d’accordo? C’è un piano B? Bisogna uscire o no dall’Europa?”, afferma in un’intervista pubblicata oggi dal nuovo mensile francese ‘Putsch’. Parole a cui ribatte l’ex premier ed ex segretario Pd Matteo Renzi: “Oggi Grillo torna al referendum sull’euro. Da quando ha capito che non andranno a Palazzo Chigi ha ripreso con insulti e follie. Sono orgoglioso di aver contribuito, con tanti amici, a evitare l’accordo con il Pd e M5S. La coerenza vale più delle poltrone”. Posizione che però non è condivisa da Dario Franceschini che rimane invece favorevole all’apertura di un confronto con i Cinque Stelle. Un botta e risposta che fa riemergere con forza le tensioni nel Pd nate con l’uscita improvvisa di Renzi che alla vigilia della Direzione del partito aveva anticipato la sua posizione spiazzando e scavalcando lo stesso segretario reggente Martina.  “Penso – afferma il ministro della Cultura Franceschini – che la riflessione di Renzi sia superficiale e sbagliata. Proprio il fatto che Grillo e 5 Stelle tornino, fallita una prospettiva di governo e avvicinandosi le elezioni, ai toni populisti e estremisti, dimostra che avremmo dovuto accettare la sfida di un dialogo proprio per portarli a rapportarsi con la realtà di una azione di governo reale che non si affronta con grida e slogan”.

Intanto Matteo Salvini boccia ogni ipotesi di premier tecnico e rilancia: “Se di governo tecnico, di scopo o istituzionale, l’incarico va dato partendo da chi ha vinto le elezioni, escludo qualsiasi tecnico alla Monti. E ribadisco l’invito a M5S come fare insieme un governo a tempo per fare poche cose e bene”. Questo Matteo Salvini chiederà al presidente Sergio Mattarella lunedì, come ha anticipato in conferenza stampa a Milano. Il segretario della Lega ha indicato la durata del prossimo governo “entro dicembre”.

Intanto l’empasse è diventata uno stallo. Nessuno dei “vincitori” sembra disponibile a modificare le proprie posizioni. L’alleanza del centrodestra rinsaldata e lo strappo sembra improbabile. Con queste premesse un accordo è decisamente ancora lontano. Inoltre le elezioni regionali, anche numericamente poco significative, hanno segnato un cedimento del Movimento che si è ora arroccato sulla posizione del voto subito non avendo altre strada da proporre dopo che il giocattolo, utilizzato in modo maldestro, gli si è rotto in mano. Evidente nel Movimento ancora non è chiaro che l’Italia è una Repubblica parlamentare. E il governo, qualsiasi governo, passa per la fiducia del Parlamento.

Lunedì prossimo si aprirà un nuovo giro di consultazioni. E se dovesse avere lo stesso risultato dei precedenti, si affaccerebbe l’ipotesi di un governo istituzionale. “L’Italia – afferma il segretario del Psi, Riccardo Nencini – ha bisogno di un governo. Né la Lega né Cinquestelle sono stati in grado di raggiungere un accordo. Resta l’ipotesi di un governo istituzionale destinato ad affrontare urgenti riforme. Un governo del genere avrebbe la nostra attenzione”.

Ginevra Matiz

SIPARIO SULLE CAMERE

cameraCala il sipario sulla legislatura numero diciassette. Dopo aver ricevuto al Quirinale il premier Gentiloni e i presidenti di Camera e Senato, Sergio Mattarella ha sciolto le Camere. È l’atto finale che porta alle elezioni: gli italiani saranno chiamati alle urne domenica 4 marzo, poi le nuove Camere si riuniranno il 23 dello stesso mese per eleggere i presidenti. Da oggi l’Italia è in campagna elettorale. Da qui al voto resta a Palazzo Chigi Gentiloni: il suo governo non si è dimesso, i poteri non sono limitati all’ordinaria amministrazione. Insomma, le Camere chiudono i battenti, ma il governo non va in vacanza. “L’Italia non si mette in pausa, il governo non tira i remi in barca, continuerà a governare”, ha spiegato il premier nella conferenza stampa di fine anno che ha preceduto di qualche ora l’epilogo della legislatura.

Alle elezioni del 4 marzo verranno premiate le coalizioni e, ha sottolineato il segretario del Psi Riccardo Nencini “non i populisti”. “L’Italia – ha detto ancora intervenendo a Napoli alla all’assemblea di Area progressista – è divisa in tre poli, ma lo scontro elettorale sarà tra centrodestra e centrosinistra. Ci sono buone possibilità che alla fine vinca un centrosinistra rinnovato, coeso, che presenta un programma forte, legato ad un patto concretissimo con gli italiani”. “Con questa legge elettorale – ha spiegato Nencini – verranno premiate le coalizioni. E poi, come avvenuto già a livello europeo, gli italiani non premiano populismi ed estremismi che possano governarli, fanno scelte diverse”. Nencini ha poi aggiunto: “Ci sono tre punti che qualificano la nostra presenza innanzitutto il prossimo Parlamento noi crediamo debba essere un’Assemblea costituente; riforma della Costituzione con inserimento della sostenibilità ambientale e sociale perché c’è troppa diseguaglianza in Italia. Il secondo punto riguarda i migranti: chi vive in Italia deve vivere secondo diritto, secondo responsabilità, godere dei nostri diritti, vivere all’interno di un mondo dove le conquiste legate alla parità tra uomo e donna devono essere protette e salvaguardate sempre. Terzo, ci sarà un’attenzione molto forte sui temi che riguardano il mondo del lavoro con delle proposte che sono state già presentate”. Sulle divisioni nella sinistra Nencini ha detto che “l’Italia ha sempre avuto una sinistra riformista e una massimalista e molte volte la sinistra massimalista gode se la sinistra riformista perde. Spero proprio che questo non avvenga nel corso della prossima campagna elettorale, spero che gli italiani facciano una scelta di cuore e di ragione allo stesso tempo”. La lista di Area Progressita, ha infine aggiunto Nencini, “completa un percorso importante perché associamo un pezzo del mondo che era legato all’ex sindaco di Milano, Pisapia, che ora con noi costruisce la lista Insieme”.

Dietro la scelta di Gentiloni, condivisa con Mattarella, la quasi certezza che le elezioni non avranno un vincitore e che servirà tempo per formare un nuovo governo. Anche Gentiloni lo ha dato per scontato: il premier non ha voluto dire se gli italiani lo ritroveranno a Palazzo Chigi come premier di un governo di larghe intese, ma ha sostenuto che anche senza un vincitore la situazione “potrà essere gestita” con “senso della misura e senso della responsabilita’”, come del resto è successo in Germania, Gran Bretagna e Spagna. “Spero che il Pd abbia un buon risultato e possa essere la forza centrale del prossimo governo”, ha detto ancora il presidente del consiglio. Alla sinistra di governo, stando alle parole di Gentiloni, non dovrebbe essere impossibile dialogare con la sinistra-sinistra di Bersani. Il bilancio che Gentiloni traccia di questo ultimo anno ha varie luci (“oggi l’Italia è fuori dalla più grave crisi dal dopoguerra”, ha detto) e una sola ombra: quella di aver lasciato “incompiuto” il capitolo delle leggi sui diritti, arenatasi sullo ius soli per un solo motivo: “Non avevamo i voti”. Ma complessivamente il voto che si assegna è positivo: “Il mio governo non ha tirato a campare”. Qualche distinguo da Renzi, il premier lo ha fatto : su Visco e Bankitalia (“il Pd aveva preso una posizione, io ho deciso diversamente”) e anche sulla commissione banche (“ho accolto con sollievo la conclusione delle sue audizioni, perché non sono state utilissime”). Ma ha difeso Maria Elena Boschi e ha detto di aver insistito perché “restasse al suo posto”. Ora comincia la campagna elettorale; anche Gentiloni vi prenderà parte (“i governi non sono super partes”) e punterà a far percepire il Pd come “forza tranquilla di governo” per cercare di recuperare i voti degli scontenti e dei disillusi.

Partito un anno fa in sordina, Gentiloni ora miete consensi. Anche Berlusconi ne fa l’elogio (“è una persona gentile e moderata”) e evita di attaccare il Pd: la sua campagna elettorale è tutta contro i cinque stelle , “che sono un vero pericolo per la democrazia” ha sostenuto il leader di Forza Italia. Un fair play, quello di Berlusconi verso il Pd, non ricambiato da Matteo Renzi: per il segretario del Nazareno le promesse elettorali di Berlusconi (pensioni minime a 1000 euro, reddito di dignità, riduzione delle tasse) costerebbero 157 miliardi, quelle dei cinque stelle “solo” 84: insomma “un disastro” o, in alternativa “una presa in giro degli italiani”. Di Maio scrolla le spalle: “Renzi da’ i numeri. Comunque noi possiamo arrivare al 40 per cento e governare da soli”.

Intanto dal collasso di AP di Alfano nasce Civica Popolare. Una lista lista centrista . Ap, Centristi per l’Europa, Democrazia Solidale, Italiapopolare e Idv, si legge in una nota, danno vita alla lista “Civica Popolare” che sosterrà “l’area politica che ha supportato fino in fondo i governi di questa legislatura”. La lista, si legge ancora, “sarà guidata da Beatrice Lorenzin e avrà nel simbolo una margherita” ed è “il primo passo per la costituzione di una forza politica di ispirazione europeista e riformista, per fronteggiare ogni deriva populista e proseguire sul sentiero della ricostruzione civile, sociale e materiale del Paese”. “Quella varata fra ieri sera e oggi – afferma Fabrizio Cicchitto – è un’operazione politica di notevole spessore che mette assieme forze politiche e culturali che aggregate insieme costituiscono un centro davvero autonomo, distinto dal Pd e nettamente contrapposto sia al centro-destra di Forza Italia e Lega, sia al Movimento 5 Stelle. Si tratta di ben altro che una lista civetta”

Bancomat, stop alle commissioni per i pagamenti

posIl Consiglio dei ministri ha approvato, in via preliminare, il decreto legislativo che fissa un limite alle commissioni interbancarie per i pagamenti con carta e bancomat tramite il Pos. “Nello specifico – spiega Palazzo Chigi – il decreto amplia i diritti degli utenti dei servizi di pagamento, che beneficeranno ad esempio di un regime di responsabilità ridotta in caso di pagamenti non autorizzati, riducendo la franchigia massima a carico degli utenti da 150 a 50 euro e, per promuovere l’utilizzo di strumenti di pagamento elettronici, conferma e generalizza il divieto di applicare un sovrapprezzo per l’utilizzo di un determinato strumento di pagamento (divieto di surcharge)”.
La bozza di decreto legislativo non fa altro che recepire una direttiva europea del 2015 (cosiddetta PSD 2 – Payment Services Directive), la quale prevede che banche e poste applichino commissioni più basse rispetto a quelle applicate per importi superiori.
Tra l’altro la direttiva europea permette già a tutti gli stati membri di applicare il massimale dello 0,3% rispetto al totale del micro-pagamento.
In materia di micro-pagamenti verrà quindi finalmente applicata la direttiva europea che finora è stata disattesa.
Il regolamento comunitario, prosegue la nota del Governo, “mira ad accrescere il livello di trasparenza, concorrenza e d’integrazione del mercato europeo delle carte di pagamento, fissando un limite alle commissioni interbancarie applicate in relazione ai pagamenti basati su carte di pagamento”. Per i pagamenti tramite carta di debito e prepagata la commissione interbancaria per ogni operazione di pagamento non potrà essere superiore allo 0,2% del valore dell’operazione stessa. Per le operazioni tramite carta di credito la commissione interbancaria per operazione non potrà invece superare lo 0,3% del valore dell’operazione. Il provvedimento introduce poi requisiti tecnici e regole commerciali uniformi, “allo scopo di rafforzare l’armonizzazione del settore e garantire una maggiore sicurezza, efficienza e competitività dei pagamenti elettronici, a vantaggio di esercenti e consumatori”. Relativamente alle commissioni interbancarie per le sole “operazioni nazionali” tramite carte di pagamento, i prestatori di servizi di pagamento saranno inoltre tenuti ad applicare, per tutti i tipi di carte, commissioni di importo ridotto per i pagamenti fino a 5 euro rispetto a quelle applicate alle operazioni di importo pari o superiore, così da promuovere l’utilizzo delle carte anche per questi pagamenti.
“È un’ottima notizia”, commenta l’Unione Nazionale Consumatori che precisa: “Dobbiamo però verificare il testo per accertare se le multe per i trasgressori sono effettivamente applicabili“.
“È assolutamente vero, come diceva nei giorni scorsi il presidente della Confcommercio, che bisogna ridurre i costi delle carte, ma questo non può essere un alibi per il commerciante per rifiutarsi di applicare la normativa sui Pos e l’uso del bancomat per importi bassi. Per questo le due cose devono andare di pari passo”, afferma Massimiliano Dona, presidente UNC.

IMPEGNO PER LA DIGNITA’

Gentiloni-Padoan-inclusioneE’ stato firmato a Palazzo Chigi il Memorandum d’intesa sul reddito di inclusione, con il premier, Paolo Gentiloni, il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti e l’Alleanza contro la povertà. Gentiloni lo ha definito “un primo risultato che va rivendicato però con forza” sottolineando che si tratta di “un impegno per la dignita’” di 2 milioni di persone e che i decreti legislativi di attuazione saranno approvati entro la fine di aprile. Soddisfazione è stata espressa dal ministro Poletti: “Si suggella un lavoro lungo e importante con il contributo e la collaborazione eccezionale di tutti, nessuno ha posto il proprio ruolo e funzione davanti a quello che stava affrontando”.
“La crisi più grave dal dopoguerra ci ha lasciato un incremento dei numeri della povertà: 1,5 mln di famiglie povere. Questo deve essere un assillo costante” ha detto Paolo Gentiloni, alla firma del memorandum. Questo è “un primo risultato che va rivendicato però con forza. Il Parlamento ha approvato la legge delega, i decreti legislativi saranno approvati entro la fine del mese”.
“E’ la prima volta che l’Italia si dota di uno strumento universale, che vale su tutto il territorio nazionale”, ha aggiunto Gentiloni sottolineando la necessità di “passi ulteriori nei prossimi anni” per “allargare la platea dei destinatari della misura attraverso l’estensione del fondo nazionale per la povertà”. Si dovrà poi lavorare, ha affermato, per “aumentare i benefici di cui i destinatari sono titolari”. Per fronteggiare la crisi “abbiamo bisogno di avere numeri migliori e su questo l’impegno del governo non sarà facile” ma “è massimo”. “Abbiamo alle spalle quattro mesi di decisioni importanti dalle banche all’immigrazione, dalla sicurezza all’attuazione delle riforme sulla scuola, sulla Pa e sul rilancio degli investimenti – ha ricordato – Sappiamo che non c’è da stare rilassati: i numeri della crescita, che sono assolutamente graduali e andrebbero rafforzati e incoraggiati, non sono sufficienti per migliorare la realtà della nostra condizione sociale. Abbiamo bisogno di accompagnare i numeri con politiche sociali, politiche attive per il lavoro, politiche di inclusione che trasformino i numeri in un effettivo miglioramento delle condizioni del Paese. Gli italiani – ha sottolineato Gentiloni – possono contare su un impegno da parte nostra massimo, si potrebbe dire con una banalità terrificante che il governo governa. E’ una banalità, ma mi auguro che contribuisca alla sensazione di stabilità e sicurezza di cui i nostri concittadini hanno veramente bisogno”.

I punti d’intesa raggiunti nel memorandum contro le povertà riguardano i criteri per determinare l’accesso dei beneficiari, i criteri per stabilire l’importo del beneficio e i meccanismi per evitare che si crei un disincentivo economico alla ricerca di occupazione. Ma anche l’attivazione di una linea di finanziamento strutturale per i servizi alla persona, il finanziamento dei servizi e l’individuazione di una struttura nazionale permanente che affianchi le amministrazioni territoriali competenti. Infine la definizione di un piano operativo per la realizzazione delle attività di monitoraggio continuo della misura e la definizione di forme di gestione associata della stessa. Insomma il memorandum costituisce un momento di condivisione del percorso intrapreso dal governo nella lotta alla povertà con l’introduzione di una misura strutturale.

Nell’intesa raggiunta tra è previsto che il reddito Isee non sia l’unico criterio per l’accesso al Reddito Inclusione sociale (Reis). È previsto anche che si tenga conto anche del reddito disponibile, così da permettere l’accesso alla misura anche a chi è proprietario della casa in cui abita, ma versa in stato di povertà. Per accedere al Reis bisogna non avere un reddito ISEE superiore ai 6 mila euro, superiore a quella usata oggi per il Sia stabilita a 3 mila euro.

ARRIVA L’APE

 

pensioneIl Governo  cambia  l’accesso  all’APE  rispetto  alle  aspettative  dei  sindacati.  Per  accedere  alla  pensione  anticipata  sociale  prima  dell’età  necessaria  alla  pensione  di  vecchiaia  sarà  possibile  a  63  anni  con  un  anticipo  di tre  anni  e  sette  mesi. Per  i  requisiti  necessari  ad  avere  un  reddito  ponte  interamente  garantito  dallo  Stato e dunque  senza  alcuna  penalizzazione  occorre  avere  un  reddito  non  superiore  a  1350  euro  lordi  su  base  mensile.  A  beneficiarne  saranno  i  disoccupati  senza  ammortizzatori  sociali  con  almeno 30  anni  di  contributi.  Potranno  beneficiarne  anche  i  lavoratori  con  un  disabile a carico  e  anche coloro  che  svolgono  un  lavoro  gravoso  tra  cui  le  maestre  della  scuola  d’infanzia,  i  lavoratori  edili,  i  macchinisti  e  gli infermieri di sala operatoria  se  avranno  accumulato  almeno  36 anni  di  contribuzione.  Questo  sarebbe  il  progetto  presentato  oggi  ai  sindacati  nel  corso  dell’ultimo  incontro  prima  del  varo  della  legge   di  stabilità  che  dovrebbe  essere  approvato  domani  dal  Consiglio  dei  Ministri.  L’operatività  dell’APE  avrebbe  decorrenza  dal  primo  maggio  del  2017.

La  proposta  del  Governo  ha  spiazzato  i  sindacati  scatenando  la  CGIL.  La  CGIL  ha  replicato  prontamente : ”Il  Governo  ha  cambiato  le  carte  in  tavola,  30  anni  di  contributi  invece  di  20.  Si  rimangia la  parola  data  ed  è  inaffidabile”.  Da  Firenze  il  leader  della  CGIL  Susanna  Camusso  usa  parole  dure: “Se  penso  al  Mezzogiorno,  alle  donne,  vuol  dire  aver  inventato  l’ultimo  giro  dei  criteri  per  escludere  le  persone,  soprattutto  quelle  con  grande  discontinuità  contributiva”.  Poi  ha  continuato  attaccando: “Ci  siamo  trovati  stamattina  davanti  a  un  non  rispetto  delle  cose  che  abbiamo  detto:  la  possibilità  di  andare  in  pensione  anticipata  rispetto  alla  vecchiaia  per  alcune   condizioni  sociali  e  lavori  gravosi  sarebbe  condizionata   non  ai  normali  criteri  delle  pensioni  di  vecchiaia  ma  alle  nuove  barriere,  una  di  30  ed  una  di  36,  che riteniamo siano inventate esclusivamente  per  ridurre  la  platea,  per  non  permettere  l’accesso ed  in  più  si  scontrano  con  la  ragione  stessa  della  pensione  di  vecchiaia”.  In  aggiunta  ha  messo  in  dubbio   anche  la  consistenza  stessa  delle  risorse garantite dal governo. In conclusione rincara la dose: “un’ulteriore  discriminazione  in  un  sistema  pensionistico  che  ne  ha   già  troppe”.

Con toni  più  contenuti,  anche  UIL  e  CISL  hanno   sollecitato  una  revisione  dei  limiti   della  contribuzione prevista per  l’APE sociale. Domenico Proietti, segretario  confederale  della  UIL  ha  dichiarato: “Abbiamo  fatto  complessivamente  un  buon  lavoro  anche  se  restano  alcune  criticità  da  risolvere. Abbiamo  chiesto di  ampliare  la  platea  dell’APE social  cercando  di  abbassare  i  contributi  e  di  limare  verso  l’alto  il  tetto  di  reddito  previsto”.

Maurizio  Petriccioli  della  CISL  in  una  nota  ha dichiarato: “Mantenere  ampia  la platea  dei  lavori  gravosi  è  una  priorità  della  CISL  per  rispondere  al   maggior  numero  di  lavoratori,  lavoratrici e  disoccupati,  contribuendo  ad  alleviare  alcune  situazioni  di  disagio  sociale”.

Le  posizioni  dei  sindacati  confederali  sono  piuttosto  coincidenti.  Per  i  sindacati,  la  mossa  del  Governo  vanifica  anche  le  rassicurazioni sulle  risorse  da  stanziare   che  sembrerebbero  di  1,5 -1,6 miliardi  per  il  2016  e  per  complessivi  6  miliardi  per  il  triennio  2017-2019.

Il  Ministro  Giuliano  Poletti  che  non  ha  partecipato  all’incontro  tecnico  di  Palazzo  Chigi,  cerca  di  ammorbidire  le  posizioni: “Stiamo  lavorando  al  meglio  per  trovare  un  punto  di  equilibrio.  Il  Governo  sapeva  di  dover  tenere  in  equilibrio  una  serie  di  elementi, il  primo  dei  quali  è  la  dotazione  economica  che  vale  6 miliardi,  e  quindi  decidere  e  valutare  insieme  platee  e  materie,  anche  perché  la  legge  di  bilancio  è  approvata  quando  viene  approvata”.

Sull’APE  volontaria  compreso  il  calcolo  più  favorevole  della  rata  di  ammortamento  del  prestito  pensionistico  che  i  lavoratori  si  troveranno  eventualmente  a  pagare  intorno  al  4,5-4,6%  per  ogni  anno  di  anticipo  sulla  pensione. Confermato  anche  per  i  lavoratori  precoci  la  possibilità  di  pensionamento  senza  prestito  pensionistico  per  i  lavoratori  con  41 anni  di   contributi  per  disoccupati e  lavori  gravosi ,  gli  stessi  previsti  per  l’APE  social.

Il  quadro definitivo sull’argomento  dovrebbe  esserci  domani,  dopo  la  riunione  del  Consiglio  dei  Ministri,  a  meno  che  in  quella  stessa  sede  non  si  dovesse  decidere  per  un  rinvio  dopo  un  accordo  condiviso  con  le  organizzazioni  sindacali  CGIL,  CISL  e  UIL.

Salvatore  Rondello

Banche italiane nel mirino Ue. Smentita di Renzi

renzi bancheFari puntati sull’Italia. Dopo gli avvertimenti sulla Deutch Bank, è la volta di Mps e le Banche italiane. Per il Financial Times “l’Italia è il punto più vulnerabile d’Europa, dopo la Brexit”; perché “è impossibile sapere come andranno a finire gli stress test bancari, i cui risultati saranno resi noti il 31 luglio, e il referendum costituzionale di ottobre, le cui conseguenze sulla stabilità dell’economia del Paese sono state mostrate chiaramente da Confindustria e da gruppi bancari come Citi”.
Per il quotidiano inglese il nostro Paese sarebbe pronto a sfidare Bruxelles sul sistema del Bail In “aiutando” il sistema bancario nostrano iniettando miliardi.
Una notizia che ha già dato la prima scossa a Piazza Affari che tocca i suoi minimi storici per l’ennesima volta. Sul listino, Milano stamane è il peggiore tra quelli europei, dopo i timori sullo stato di salute delle banche con Mps (-9,35% a 0,34 euro). Senza contare i grattacapi dopo che la Bce ha chiesto di cedere 10 miliardi di sofferenze nette al 2018, rendendo più concreto il rischio che Siena debba intervenire un’altra volta con un aumento di capitale.

Ma va giù tutto il comparto con Unicredit (-3,58%) che, come Mps, ritocca i minimi storici. Fuori dal settore le vendite colpiscono Fca (-4,1%) ed Exor (-2,6%) mentre in controtendenza ci sono i ‘petroliferi’ Saipem (+5%) e Tenaris (+1,3%). Tra i titoli minori Rcs (+0,74% a 0,81 euro) attende il rilancio di Bonomi sopra gli 0,80 euro dell’Opa. Cede intanto Cairo (-2,4% a 4,39) che ha rivisto leggermente al rialzo la sua offerta di scambio mettendo sul piatto 0,17 titoli del proprio gruppo per ogni azione di via Rizzoli, pari a una valorizzazione, alle quotazioni attuali, di 0,74 euro.

Nonostante la notizia di una sfida tra l’Esecutivo di Renzi e l’Europa stia facendo il giro del mondo, arriva la smentita da Palazzo Chigi.
Il governo italiano ribadisce di voler affrontare i problemi del sistema bancario utilizzando “soluzioni di mercato, nel rispetto delle regole vigenti in Europa”. Inoltre, sul fronte delle “sfide” in Europa, si sottolinea dal Governo che è su “crescita, investimenti, cittadinanza, immigrazione, lotta alla disoccupazione che si concentra l’attenzione dell’Italia”.
Tuttavia il Governo è in contatto con investitori per aumentare di 3-5 miliardi la dotazione di Atlante, il fondo che ha è già intervenuto a sostegno di Popolare Vicenza e Veneto Banca.

Redazione Avanti!