BORDERLINE

SALVINI DI MAIO

La manovra è stata confermata, non sono cambiati i saldi e non sono state aggiustate le previsioni di crescita del Pil. E’ questo l’orientamento del governo emerso dal vertice del Consiglio dei ministri iniziato ieri alle ore 20 tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini cui hanno partecipato anche il ministro dell’economia, Giovanni Tria e quello dei rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro.

Che le intenzioni fossero queste lo aveva fatto capire senza mezzi termini Salvini che, già prima di entrare a Palazzo Chigi, ha detto: “Stiamo lavorando a una manovra che prevede più posti di lavoro, più pensioni e meno tasse non per tutti ma per molti italiani. Se va bene all’Europa siamo contenti, sennò tiriamo dritti lo stesso” (scopiazzando, forse involontariamente, una frase di Mussolini).

Nessun arretramento, quindi, neppure dopo le stime del Fondo Monetario Internazionale che prevede un Pil in crescita dell’1% nel 2019 e 2020, un impatto incerto della legge di bilancio sulla crescita dei prossimi due anni e un effetto probabilmente negativo sul medio termine.

Sempre Salvini ha precisato: “Se ci sarà qualcosa da modificare, sarà non in base alle richieste di Bruxelles, ma in base a quello che succede in Italia, ad esempio a causa del maltempo. Stiamo facendo la conta dei danni e rischiano di essere 5 miliardi di euro. Quindi è chiaro che dobbiamo mettere più soldi alla voce investimenti sul territorio. Perché ce lo chiede la situazione. Da tenere presente che per le spese per circostanze eccezionali è ammessa la copertura in deficit sia dall’Europa che dalla Costituzione”.

Il Consiglio dei Ministri, al termine del vertice, ha certificato l’orientamento del governo nella lettera di risposta ai suoi rilievi che la Commissione ha richiesto.

In sintesi la manovra non è cambiata, i saldi sarebbero rimasti invariati. Ma, sono state messe più risorse sul dissesto idrogeologico. Dunque, questo sarebbe il punto di caduta del vertice a Palazzo Chigi.

Poi, Di Maio ha confermato: “La manovra non cambia né nei saldi né nella previsione della crescita, perché è nostra convinzione che è quel che serve al Paese per ripartire ha detto il vicepremier subito dopo il Cdm. Abbiamo detto chiaramente che ci impegnamo a mantenere il 2,4% di deficit, e il Pil all’1,5% ma reddito cittadinanza, riforma Fornero, soldi ai truffati dalle banche restano. E’ una manovra in controtendenza col passato ma non facciamo i furbi sul debito. Non abbiamo aggiunto niente a quello che già leggete nella manovra di bilancio ma c’è l’impegno a mantenere quelli che sono i saldi indicati; quindi non facciamo i furbi sul deficit ma allo stesso tempo manteniamo gli impegni con gli italiani”.

La novità consisterebbe nelle dismissioni. Di Maio, uscendo da Palazzo Chigi, ha aggiunto: “Il nostro obiettivo è tutelare i gioielli di famiglia ma allo stesso tempo di dismettere tutto quello che non serve dello stato di immobili o di tutti questi beni che sono di secondaria importanza. Deve essere chiara una cosa nel programma di dismissioni non ci sono i gioielli di famiglia: stiamo parlando di immobili, di beni secondari dello Stato e sicuramente la dismissione avrà un effetto positivo per la riduzione del debito. Nella lettera a Bruxelles abbiamo detto che aumentiamo la valorizzazione dei nostri immobili, quindi della dismissione dei nostri immobili. E potremo fare più soldi dal taglio e dalla dismissione di quello che non serve, degli immobili di proprietà dello Stato. La notizia che devo dare agli italiani è che reddito di cittadinanza, pensioni di cittadinanza, superamento della legge Fornero con quota 100, risparmiatori truffati, tutti questi provvedimenti non cambiano. Vanno avanti e creeranno un anno, il 2019, che sarà l’anno del cambiamento”.

Anche le fonti della Lega hanno fatto sapere: “La novità sono proprio le dismissioni, anche immobiliari, che verranno attuate e valgono l’1% del Pil. Per quanto riguarda la lettera di risposta a Bruxelles, sono confermati saldi e crescita come già previsti (2,4 deficit e 1,5 crescita). Nessun arretramento di fronte a Bruxelles, il governo spiega le sue ragioni ma va avanti per la sua strada”. Dopo il Cdm si è confermato anche l’impianto della manovra e l’azione politica del governo, con quota 100 che parte subito. Vengono inoltre confermate le clausole di salvaguardia e i controlli automatici sulla spesa già previsti (monitoraggio conti pubblici ai fini correttivi) e la destinazione dello 0,2% degli investimenti all’idrogeologico.

Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, lanciando un appello, aveva detto: “Bisogna cambiare la manovra, e bisogna fare in fretta, c’è tempo fino a questa sera, il buon senso deve prevalere sui capricci, a volte sull’arroganza che punta a difendere posizioni che sono economicamente indifendibili. Un appello al governo italiano perché modifichi i contenuti della manovra per dare un segnale di cambiamento che permetta di evitare una bocciatura della proposta italiana”.

Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono tornati a ripetere che ‘i pilastri fondamentali della manovra non cambiano’. Ma in Parlamento intanto sono sfilate le principali istituzioni in audizione e senza eccezione hanno puntato il dito sulle stime di crescita ritenute eccessivamente ottimistiche. Anche perché secondo l’Ufficio parlamentare del bilancio, ed anche Confindustria, una delle misure chiave come la riforma della legge Fornero sulle pensioni darà risultati lontani dalle aspettative. Critiche a cui si aggiunge la voce dei vescovi, che invitano a stare all’erta per salvaguardare il risparmio delle famiglie e la vita delle imprese. Con le nuove regole previdenziali, è l’allarme dei tecnici del Parlamento, l’assegno che si intascherà sarà più leggero: la sforbiciata oscillerebbe dal 5 al 30 per cento.

Dunque, si potrebbe arrivare a prendere fino ad un terzo in meno se si decide di anticipare di 4 anni l’uscita. Il sottosegretario al lavoro, il leghista Claudio Durigon, ha difeso l’operazione assicurando che non ci saranno tagli con questa affermazione: “Chi uscirà con quota 100 avrà una rata pensionistica basata sugli effettivi anni di contributi e non anche sugli anni non lavorati”.

Il presidente dell’Ufficio Parlamentare al Bilancio, Giuseppe Pisauro, ha sottolineato il paradosso: “Ma proprio il rischio di intascare una pensione più light potrebbe far sì che molti vi rinuncino: una conseguenza nei fatti da auspicare, perché altrimenti salterebbero i conti”.

Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha osservato: “La platea potenziale per il 2019 sarebbe di 437.000 contribuenti attivi e quindi se uscissero tutti si registrerebbe un aumento di spesa lorda per 13 miliardi. Il doppio di quanto quantificato dal governo. Traballa anche il ragionamento per cui la nuova riforma previdenziale garantirebbe il turn over e quindi l’occupazione giovanile: difficile che i benefici siano automatici”.

Non appare più semplice la messa a punto del reddito di cittadinanza, l’altra norma cardine della legge di bilancio. Le difficoltà dell’attuazione del reddito di cittadinanza spaventano anche un sottosegretario ed esponente pentastellato come Stefano Buffagni che ha detto: “Una misura fondamentale, ma deve essere equilibrata”.

Nonostante il governo sembri allontanarsi di nuovo dall’idea di rivedere il quadro macro, insieme all’Upb anche l’Istat, Corte dei Conti e Abi mettono in guardia il governo giallo-verde dal rischio di dover rifare i conti a breve.

L’Istat ha detto: “Un mutato scenario economico potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica in modo marginale per il 2018, ma in misura più tangibile per gli anni successivi”.

Che d’altro canto lo scenario economico si sia deteriorato rispetto alle previsioni di appena qualche tempo fa, lo ha riconosciuto lo stesso ministro dell’Economia Giovanni Tria, che sarebbe stato tentato dal rivedere i dati del Pil incontrando però il muro della Lega e del M5S.

Intanto, lo spread continua a viaggiare a ritmi sostenuti e chiude in rialzo a 304 punti base restando quindi fonte di preoccupazione per gli interlocutori nazionali e internazionali, Fondo monetario incluso che proprio ieri è stato ricevuto, in delegazione, a Palazzo Chigi.

In una nota del Mef, si legge: “Il tasso di crescita non si negozia: il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, smentisce voci e indiscrezioni apparse sui giornali secondo cui il tasso di crescita dell’Italia sia stato o sia oggetto di dibattito politico. Le previsioni di crescita sono infatti il risultato di valutazione squisitamente tecnica. Per questo non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal Governo”.

La cancelliera tedesca Angela Merkel, nell’ultima replica del suo discorso davanti alla seduta plenaria del Parlamento europeo, ieri pomeriggio a Strasburgo, ha detto di sperare che si troverà una soluzione alla controversia fra Italia e Ue sulla manovra finanziaria, ma ha anche ricordato che l’Italia ha approvato le regole dell’euro, aggiungendo che ora non si può dire che non siano più importanti.

Angela Merkel ha detto: “Noi vogliamo tendere la mano all’Italia, ma voglio dirlo chiaramente: l’Italia è un membro fondatore dell’Ue e ha partecipato alla decisione di molte regole che ora sono le nostre basi giuridiche. Non si può affermare ora che queste regole non interessano più. E non sono io che lo dico; a dirlo è la Commissione europea, che ha un ruolo importante da svolgere in questo contesto. Spero che si giunga a una soluzione e che lo si faccia nel dialogo con le autorità italiane; è la mia forte speranza, e l’ho detto anche al premier Giuseppe Conte”.

La risposta del governo italiano è stata inviata all’Ue senza modifiche significative sugli effetti economici di pensioni e reddito di cittadinanza nella manovra di bilancio.

Adesso bisognerà attendere la risposta dell’Ue. Intanto, anche oggi, con il rinnovo dei titoli di stato in scadenza, gli italiani dovranno sopportare interessi più alti rispetto allo scorso mese di aprile.

Salvatore Rondello

Manovra, iniziata un’altra settimana di passione

salvini di maio

In mattinata, a quanto si apprende da fonti di governo, si è svolto un vertice a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte, il vicepremier Matteo Salvini ed il sottosegretario Giorgetti per fare il punto sul decreto fiscale e sulla manovra in vista della lettera di risposta da inviare a Bruxelles. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ed il vicepremier Luigi Di Maio, stranamente, non hanno partecipato.

Nel frattempo, il facente funzioni di presidente dell’Istat, Maurizio Franzini, in audizione davanti alle Commissioni di Camera e Senato sulle misure della manovra, ha dichiarato: “Quattro famiglie su 10 sotto la soglia di povertà (il 40,7%) vivono in case di proprietà, sulle quali una su 5 paga un mutuo medio di 525 euro, mentre il 15,6% in abitazioni in uso o usufrutto gratuito. Il 43,7% vive invece in affitto, quota che è particolarmente elevata nei centri metropolitani (64,1%) e nel Nord del Paese (50,6%). La spesa media effettiva per l’affitto è di 310 euro.

La rinuncia a visite o accertamenti specialistici per problemi di liste di attesa complessivamente riguarda circa 2 milioni di persone (3,3% dell’intera popolazione, mentre, sono oltre 4 milioni le persone che rinunciano per motivi economici. A rinunciare di più sono i più anziani, tra i 45 e 64, e rilevante è l’intreccio tra rinuncia e condizioni economiche. Ipotizzando costanti sia i tassi di fecondità osservati nel 2017 per ordine di nascita, sia la popolazione femminile residente tra i 15 e 49 anni al 1 gennaio 2018, si stima la nascita di circa 51 mila terzi figli nel 2019. Questo numero era intorno ai 53 mila tra il 2013 e 2015 e intorno a 51 mila tra il 2016 e 2017″. La media di figli per donna, per le nate a metà degli anni 70, è stimato nell’1,4% e che a livello nazionale la quota di donne senza figli è in continuo aumento da una generazione all’altra: era di circa una su 10 per le nate nel 1950, è cresciuta a circa 1 su 5 per le nate a metà degli anni 70. Parallelamente aumentano, leggermente, le donne con un solo figlio e crolla il numero di donne con almeno due figli”.

Il vice presidente della Bce, Luis De Guindos, ha detto: “Un effetto contagio dall’Italia è stato finora limitato, ma rimane una possibilità. Sul fronte delle finanze pubbliche, l’Italia è il caso più importante al momento, visto il livello del debito e delle tensioni politiche sui piani di bilancio del governo. Le forti reazioni del mercato agli eventi politici hanno scatenato nuove preoccupazioni sul nesso tra banche e debito sovrano in alcune parti d’Europa. E questo è alla base della richiesta di disciplina fiscale e del rispetto delle regole”.

E’ iniziata un’altra settimana di passione per l’Italia, stretta tra la risposta sulla manovra da inviare alla Commissione europea entro domani, e l’attesa dei mercati per l’esito della trattativa, con lo spread che venerdì si era riposizionato attorno ai 300 punti e nuovi titoli di Stato da collocare tra lunedì e martedì. Se nel fine settimana si era un po’ allentata la tensione Roma-Bruxelles, a riaccendere lo scontro è stato un duro botta e risposta a distanza tra Matteo Salvini e il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, prima sui migranti e poi, inevitabilmente, sulla manovra. L’Italia ha già avuto flessibilità per 30 miliardi e ora deve rispettare le regole, è il messaggio di Juncker, cui il leader leghista ha risposto insolentemente: “Non siamo cocciuti ma lasciateci lavorare”. Salvini si mostra spavaldo anche di fronte all’ipotesi, ormai incombente, dell’apertura di una procedura con queste affermazioni provocatorie: “Ispettori Ue? Manca solo l’ispettore Derrick e il tenente Colombo. I fondamentali non saranno toccati. Ben vengano i consigli ma i diktat saranno rispediti al mittente”.

Il clima incandescente certo non aiuta l’opera di tessitura che Giuseppe Conte, forse, sta cercando di mettere in atto e che potrebbe portare a un incontro, al momento ancora non in agenda, proprio con Juncker. Il premier, prima di partire per Palermo per la conferenza sulla Libia, potrebbe vedere di nuovo il ministro dell’Economia Giovanni Tria, per mettere a punto i dettagli delle (poche) concessioni che l’esecutivo è pronto a fare a Bruxelles: da un lato una revisione al ribasso del Pil, che tenga conto dello scenario che si è deteriorato da settembre a oggi, e che diventerebbe così più vicino alle stime europee (1,2% contro l’1,5% italiano) che pure tengono conto di un effetto espansivo della manovra, anche se meno di quanto ipotizzato dal governo.

Dall’altro lato ci potrebbe essere la promessa di una clausola, forse automatica, di taglio della spesa in caso di sforamento. Nulla di più, almeno per ora. L’azione del governo in queste ore è anche sotto la lente degli ispettori dell’Fmi, in Italia per la consueta missione nell’ambito dell’Article IV, che incontreranno Tria proprio martedì, quando scade il termine per inviare il nuovo Draft Budgetary Plan a Bruxelles. In questo contesto incandescente Piazza Affari da settimane subisce contraccolpi. Il grafico del Ftse All Share è in rosso perenne, con una flessione che da inizio anno ha toccato oltre il 12%. Ancora peggio il Ftse Italia All Share banks, quello delle banche, che perde il 25%. Istituti di credito che rischiano di subire più di altri i contraccolpi dell’instabilità perché sovraesposti al debito pubblico, con oltre 369 miliardi di titoli in portafoglio. E proprio domani il Tesoro tornerà sul mercato offrendo in asta Bot a un anno. Martedì sarà invece la volta dei Btp a 3, 7 e 20 anni. Entrambe fino a 5,5 miliardi. Le ultime emissioni hanno registrato tassi al top da 5 anni.

Domani ci sarà un altro vertice del Consiglio dei Ministri prima di inviare la lettera a Bruxelles sulla manovra. Sembrerebbe che la posizione con l’Ue sia rimasta distante senza nessun sostanziale cambiamento. Il vicepremier Salvini ha minacciato che se l’Ue applicherà le sanzioni all’Italia, non verrà più corrisposto il contributo dell’Italia all’Ue. Affermazioni gravi e dirompenti.

Vilfredo Pareto, nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale scrisse: “Al governo delle volpi si sostituirà il governo dei leoni e dopo finiranno per sbranarsi”. Allora, come la storia insegna, le affermazioni di Pareto si avverarono tragicamente.

Speriamo che in futuro questo non avvenga, ma, purtroppo la situazione emersa in Italia non promette niente di buono.

Salvatore Rondello

Ponte Morandi. Bucci commissario per la ricostruzione

genova ponte

Dopo due mesi di tira e molla è stato individuato il commissario per la ricostruzione del ponte Morandi, il viadotto che lo scorso 14 agosto è collassato provocando 43 morti e decine di feriti.. La scelta di Palazzo Chigi è ricaduta su Marco Bucci, attuale sindaco della di Genova eletto tra le fila del centrodestra. La Regione ha già risposto con parere favorevole. E da Assisi il premier conferma: “Tornato a Roma firmerò il decreto che nominerà il commissario straordinario nella figura del sindaco di Genova, Marco Bucci”.

L’annuncio è arrivato questa mattina dopo che ieri per tutto il giorno si sono rincorse le voci e le indiscrezioni, in ballo c’erano i nomi di Claudio Andrea Gemme, gradito alla Lega, del sindaco Marco Bucci e del direttore scientifico dell’Istituto Italiano della Tecnologia Roberto Cingolani, sponsorizzato dai Cinque Stelle. Su Gemme pendevano le obiezioni di incompatibilità, l’ipotesi CIngolani era osteggiata dalla Lega, alla fine la scelta è caduta su Bucci.

“Dopo quasi 50 giorni abbiamo un commissario. Ed è Bucci il sindaco di Genova. Una scelta ovvia che doveva essere attuata dal primo momento perchè in qualità di sindaco conosce le esigenze e i disagi della nostra città. Allora perchè si è perso tempo prezioso per scontri di potere tra movimento 5 stelle e Lega e tra governo e istituzioni locali ?” Lo dichiara Raffaella Paita parlamentare del Pd. “L’auspicio è che ora si cominci a lavorare davvero partendo dalla correzione del decreto presentato dal governo che non contiene le risposte che Genova attende. Ci aspettiamo che il sindaco punti i piedi su tempi di realizzazione del ponte, del valico, della gronda, sugli indennizzi agli sfollati, sulle esigenze del commercio e delle imprese e molto altro. Il PD farà la propria parte con la proposizione di emendamenti specifici”.

Ponte Morandi. In bilico la nomina di Gemme

claudio gemme

Il commissario ancora non c’è. E la nomina, data per imminente fino a poche ore prima, sembra slittare ulteriormente. E senza la nomina non arriva il decreto e tutto rimane fermo. Infatti la designazione di Claudio Andrea Gemme, considerato da giorni in pole per il ruolo di commissario per la ricostruzione, è appesa a un filo per una incompatibilità giuridica. Non tanto per il ruolo in Fincantieri, da cui aveva già annunciato di volersi dimettere quanto per un legame familiare e la presenza di una casa di proprietà della madre in zona rossa. Elemento questo con solide basi tecniche, che ha impedito che il presidente del consiglio Giuseppe Conte desse seguito in tempi brevi all’annuncio di ieri mattina.

Tutto deriva dal codice civile e da un limite in origine fissato per i giudici. Che, per ragioni piuttosto ovvie, non possono pronunciarsi su liti che riguardano parenti. Tecnicamente si chiama dovere di astensione e riguarda i familiari fino al quarto grado. Fino a qui nessun problema. Il punto è che questo limite è stato esteso alla pubblica amministrazione da vari leggi successive, a partire dalla 190 del 2012, fino a norme più specifiche su anticorruzione e trasparenza, e si applica a tutti i possibili conflitti di interessi.

In parole povere, il commissario si troverebbe a decidere su una questione che riguarda un familiare – si pensi alla partita degli indennizzi – e questo rappresenterebbe una incompatibilità, secondo gli uffici di Palazzo Chigi e non solo. Se l’ostacolo per Gemme si rivelasse insormontabile, si potrebbe tornare a considerare altri nomi. I Cinque stelle propongono in alternativa un ‘tecnico’ come il fisico Roberto Cingolani, direttore dell’Istituto italiano di tecnologia. Ma Salvini insiste sul nome di Gemme. A rendere il quadro ancora più indecifrabile la presa di posizione del premier Conte, che ha annunciato che è ormai solo una questione di ore, per lui Gemme resta sempre in pole position. Salvo sorpassi a sorpresa.

Che il problema della nomina che non si flette anche sul decreto che ancora non c’è. Insomma tutto fermo. A muoversi è solo Salvini che salta di piazza in piazza a fare propaganda come se le elezioni si tenessero domani. Salvini tra gli sfollati del Ponte Morandi aveva infatti rassicurato sul nome del manager di Fincantieri, sottolineando che non c’era nessun ripensamento.

BASSO IMPERO

balcone

Il governo festeggia sul balcone di Palazzo Chigi il raggiungimento di un accordo interno alla maggioranza sul Def. Una scena comica e inquietante allo stesso tempo. Comica perché è il dovere di ogni governo presentare una manovra, inquietante perché il Def poggia su basi che possono mandare all’aria i conti del Paese. L’effetto del Def infatti non si è fatto attendere. I primi a reagire, come sempre, sono i mercati, sempre molto sensibili e veloci a cogliere le conseguenze delle azioni della politica. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi infatti ha fatto un balzo in avanti arrivando a toccare quota 280 punti base all’indomani del Consiglio dei ministri che ha visto affermarsi la linea di Lega e M5s. Una linea che i due vicepremier hanno imposto al ministro dell’Economia Tria con un rialzo del rapporto tra pil e debito fino al 2,4% nel prossimo triennio. Secondo chi ci governa è una buona notizia perché si liberano risorse, secondo i mercati non lo è perché si aumentata il debito. E i debiti vanno onorati. È evidente che l’effetto è quello inverso: chi ha più debiti ha meno risorse. Chi ha più debiti ha meno possibilità di ottenere flessibilità.

Secondo la piattaforma Bloomberg, il differenziale sulla scadenza a dieci anni all’ora di pranzo è a 276 punti, una quarantina in più della vigilia, per un rendimento del Btp decennale salito al 3,2%. Sul titolo a due anni – solitamente più osservato dai mercati perché termometro della fiducia degli investitori sulla tenuta del Paese in un orizzonte più a breve – il differenziale si è allargato fino sopra 165 punti base, anche in questo caso crescendo di circa 40 punti.

Piazza Affari il giorno dopo l’accordo ha aperto in netto ribasso. Un rosso profondo, che ha portato l’indice a sfiorare il 5%. I titoli più colpiti quelli del comparto bancario con i colossi come Intesa e Unicredit che arrivano a cedere il 7 per cento e una raffica di sospensioni che si abbatte sulle azioni settore. Gli altri listini europei sono deboli, ma con variazioni molto meno marcate: Londra tratta in rosso dello 0,44%, Francoforte arretra dell’1,2% mentre Parigi cede lo 0,7%. Risente della tensione anche l’euro: la valuta unica scivola sotto quota 1,16 contro il dollaro. Insomma, mentre gli esponenti di punta del governo festeggiavano affacciandosi al balcone di Palazzo Chigi acclamati dalla folla pentastellata in delirio, l’effetto del Def è stato immediato, ma devastante per la credibilità del nostro Paese.

“Prima di improvvisarci Ragionieri del Bilancio – commenta su Facebook Bobo Craxi – è però opportuno ravvisare in questa sceneggiata dal balcone di Palazzo Chigi un principio di comicità involontaria. Credo non ci sia alcun Governo in Occidente che festeggi una legge finanziaria come la vittoria di un Campionato di Calcio. Specie quando il campionato non si è né vinto né giocato. Possiamo solo anticipare che l’avventurismo economico-finanziario di questi porterà il Paese ad una stagnazione per altri anni che ci porterà nuovamente ad un Governo peggiore di Monti. Un bel capolavoro non c’è che dire”.

SICUREZZA PER DECRETO

conte_salvini_decreto sicurezza

Il consiglio del Ministri, dopo un lungo tira e molla, ha approvato il decreto Salvini in materia di sicurezza e immigrazione. Il cavallo di battaglia del fronte leghista ha cosi superato la soglia Palazzo Chigi. Il decreto è il risultato lungo e laborioso, dopo diverse limature e cambiamenti per evitare scontri con il Quirinale, dell’unione di due testi accorpati in un solo testo di 42 articoli. “Non cacciamo nessuno dall’Italia dall’oggi al domani, ma rendiamo più efficace il sistema dei rimpatri. In un quadro di assoluta garanzia dei diritti delle persone e dei Trattati, andiamo a operare una revisione per una disciplina più efficace”, ha affermato il premier Giuseppe Conte. Al centro del mirino migranti e richiedenti asilo. Per questi ultimi, ha annunciato il ministro dell’Interno “lo stop alla domanda si avrà in caso di pericolosità sociale o condanna in primo grado”. Con “un passaggio – ha precisato il premier Giuseppe Conte – anche all’autorità giudiziaria”. Il provvedimento approvato dal cdm “all’unanimità” modifica la normativa in materia dell’accoglienza dei profughi abolendo il permesso umanitario. Introduce nuove misure sulla cittadinanza e la permanenza nei centri di prima accoglienza. Dà una stretta alle leggi antiterrorismo estendendo il Daspo sportivo anche ai sospetti terroristi. Toglie la cittadinanza in caso di condanna definitiva per terrorismo. E concede maggiori poteri ai Comuni. Per quanto riguarda la lotta alla corruzione, tema caro al M5S, non è chiaro se il Daspo sarà applicato senza attendere il terzo grado di giudizio.

“Un passo in avanti per rendere l’Italia più sicura” commenta il ministro dell’Interno, spiegando che il provvedimento serve a “combattere con più forza mafiosi e scafisti, per ridurre i costi di un’immigrazione esagerata, per espellere più velocemente delinquenti e finti profughi, per togliere la cittadinanza ai terroristi, per dare più poteri alle Forze dell’Ordine”.

Giuseppe Conte ha voluto chiarire che un’interlocuzione con il Quirinale sul decreto è già stata avviata. “Quando c’è un decreto, cortesia istituzionale prevede che si anticipi i contenuti e un testo” al Quirinale, “cosa che è stato fatto anche in questo caso. C’è stata una interlocuzione. Non dico che Mattarella abbia approvato eccetera, non sarebbe rispettoso del galateo istituzionale… Il Presidente avrà tutto l’agio di fare eventuali rilievi” ha sottolineato il premier. Da vedere se Mattarella riterrà validi i motivi di urgenza posti dal governo. In caso contrario potrebbe non firmare e il decreto dovrà seguire il normale iter parlamentare. Se dovesse entrare in vigore, comunque il decreto andrà convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni.

Nei giorni scorsi, sui contenuti del provvedimento e sulla effettiva sussistenza dei requisiti di necessità e urgenza previsti dalla Costituzione per i decreti legge si erano addensati dubbi e perplessità non solo delle organizzazioni umanitarie e dell’Anci, ma anche degli uffici legislativi della presidenza della Repubblica. Il testo sulla sicurezza infatti è stato limato in più punti, tenendo conto dei rilievi dei tecnici del Quirinale. Non è un segreto che il presidente Mattarella abbia seguito, con qualche preoccupazione, la nascita e lo sviluppo del provvedimento. Il Colle ha sottolineato i punti che rischiano di non essere costituzionali e ha espresso anche dubbi sul merito di alcune questioni.

Forte preoccupazione arriva dall’associazione Refugees Welcome Italia “per le misure contenute nel decreto immigrazione in discussione al Consiglio dei Ministri. Ridimensionamento dello Sprar – fiore all’occhiello del sistema di accoglienza italiano – abolizione della protezione umanitaria, esclusione dei richiedenti asilo dai servizi per l’integrazione, incremento dei grandi centri e stretta sulla concessione della cittadinanza: sono alcune delle misure contenute nel provvedimento che, se approvato senza alcuna modifica, ridisegnerà – secondo l’associazione – l’architettura del sistema nazionale di accoglienza in senso negativo. Questo decreto – sottolinea Fabiana Musicco, presidente dell’associazione che promuove l’accoglienza in famiglia di rifugiati e titolari di protezione – rappresenta un preoccupante passo indietro. Invece di potenziare il sistema di accoglienza diffusa gestito dagli enti locali, che ha favorito, in questi anni, reali processi di inclusione per richiedenti asilo e titolari di protezione, si sceglie di rafforzare la logica emergenziale dei grandi centri che, oltre a non garantire alcuna integrazione, genera spesso, a causa dei pochi controlli, abusi e malversazioni”.

Legge di Bilancio ribattezzata Manovra di Popolo

tria di maioIl Governo ora si trova a dover superare uno dei suoi scogli più importanti. Entro il 28 settembre, l’Esecutivo deve pubblicare una nota di aggiornamento al DEF, ma una visione comune sembra mancare. Da una parte il M5S che punta a mantenere le promesse elettorali con il reddito di cittadinanza finanziato in deficit, dall’altro il Ministro Tria e i tecnici del Tesoro oggetto di ‘minacce’ velate da parte del Portavoce di Palazzo Chigi, Rocco Casalino. Nel mezzo il presidente del Consiglio. Tria ha detto più volte che intende fare una legge di bilancio prudente e sostiene che l’1,6 per cento del PIL sia il massimo deficit che il paese può permettersi in questa fase.
Per questa ragione ha attirato su di sé le critiche del Movimento 5 Stelle, che invece vorrebbe fare molto più debito, in modo da finanziare una parte più consistente delle sue promesse elettorali. Mentre il Vicepremier Di Maio non solo difende Casalino, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano, ma continua ad appoggiare la sua ‘linea’ sostenendo di non fidarsi di alcune figure e “dirigenti dentro i ministeri che non possiamo toccare, e che rallentano o complicano il lavoro”.
La prossima legge di bilancio sarà la “manovra del popolo” che “aiuta gli ultimi e fa la guerra ai potenti”. Così il vicepremier Luigi Di Maio ribattezza su Instagram la prossima legge. “Dentro – scrive Di Maio- ci saranno il reddito di cittadinanza, il superamento della Fornero e i soldi per i truffati delle banche”.
Oggi pomeriggio un nuovo vertice sulla manovra come ha annunciato da Giuseppe Conte che ha affermato: “Ci siamo riuniti stamattina per la manovra economica, continueremo nel pomeriggio, stiamo curando tutti i dettagli sino a quando delibereremo la nota aggiuntiva al Def” ha detto il premier, Giuseppe Conte, in conferenza stampa a Palazzo Chigi facendo il punto sulla manovra e annunciando il prosieguo del vertice con i due vicepremier Di Maio e Salvini, i ministri Giovanni Tria, Paolo Savona e il sottosegretario Giancarlo Giorgetti. “Sulla manovra ci sono sempre progressi, mi hanno chiesto se c’è la fumata bianca. È tutta una fumata bianca che esce dal mio ufficio”. Fonti vicine al governo precisano che “sulla manovra si è arrivati a un punto importante e sono stati fatti passi in avanti decisivi”.

L’ACCORDO

libia

Molto importante è la notizia che apprendiamo adesso, alle ore 19,16 sull’esito della riunione odierna dell’Usmil: le milizie libiche che si stanno scontrando a Tripoli hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco. La Missione di supporto delle Nazione Unite in Libia (Unsmil), in un tweet, ha confermato che sotto l’egida dell’inviato dell’Onu, Ghassan Salamè, è stato raggiunto un accordo. Auspichiamo che sia un accordo pacificatore di lunga durata.

Dopo che gli  eventi in Libia sembravano precipitati nel caos, con gli scontri di stamattina tra milizie rivali a Tripoli che hanno costretto il governo di Fayez al-Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, a proclamare lo stato di emergenza. Si paventavano dei  risvolti negativi anche per l’Italia. I principali rischi in gioco sono: immigrazione, energia e intervento militare.

Raffale Marchetti, esperto in relazioni internazionali e docente alla Luiss di Roma, in un’intervista, ha spiegato elencando alcuni rischi possibili per il nostro Paese: “La situazione si è deteriorata in questi ultimi giorni ma può ancora rientrare e stabilizzarsi. La crisi libica potrebbe far saltare gli accordi sui migranti, avere delle ricadute sul settore energetico e, nel peggiore degli scenari, richiedere un intervento militare sul territorio. C’è poi anche il pericolo di un ritorno dello  spettro del terrorismo in quanto, in un paese destabilizzato è facile che attecchiscano gruppi terroristici. Con la crisi in Libia è in ballo la questione dei flussi migratori. A stento siamo riusciti a instaurare un rapporto di cooperazione con il governo di Tripoli. Se questo cadesse i flussi ricomincerebbero. Il rischio è che gli sbarchi nel nostro Paese, diminuiti di oltre l’80% rispetto al 2017, potrebbero tornare ai livelli precedenti. Inoltre, l’Italia dovrebbe trovare un nuovo interlocutore e avviare nuovi negoziati, dando così inizio ad un processo lungo e complesso. L’instabilità libica potrebbe avere degli effetti negativi anche sul fabbisogno energetico italiano. L’Italia importa parte delle risorse naturali dalla Libia. Se la situazione dovesse complicarsi anche le risorse verrebbero messe in discussione  con ricadute finanziarie ed economiche sul nostro Paese. L’Italia ha delle scorte energetiche ma, nel caso in cui la crisi libica dovesse prolungarsi, dovrebbe trovare delle fonti alternative. Il governo italiano, riferisce una nota di palazzo Chigi, continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione in Libia e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché  l’invito a cessare immediatamente le ostilità. Per il momento quindi è  esclusa l’ipotesi di interventi militari sul territorio. Tuttavia, se la crisi libica diventasse una guerra vera e propria a livello internazionale, immaginando uno scenario estremo, l’Italia non potrebbe tirarsi indietro ma dovrebbe partecipare al conflitto”.

Mentre è in corso di redazione questo articolo, la situazione in Libia sta precipitando e necessita di azioni immediate.

Un   incendio è scoppiato presso la sede dell’ambasciata Usa  a  Tripoli, che si trova sulla via per l’aeroporto dove il conflitto armato è più aspro. La notizia è stata diffusa sul portale di notizie libico ‘Al Wasat’, che cita il portavoce dell’apparato libico per il soccorso e le emergenze, Osama Ali. Testimoni oculari hanno riferito ad Ali di un incendio presso la sede dell’ambasciata. Il portavoce ha aggiunto che  la Protezione civile non è riuscita a raggiungere l’area a causa del fuoco intenso. La notizia è stata confermata dalla National Safety Authority libica, che ha fatto sapere che i camion dei pompieri si sono diretti sul posto per domare le fiamme, la cui origine è ancora non precisata.

Il numero delle vittime a Tripoli, sarebbe salito ad almeno 50 morti, tra cui civili. Sarebbe questo il bilancio parziale delle vittime degli scontri tra gruppi rivali a Tripoli. Ad aggiornare il bilancio è stato il ministero della Sanità libico, spiegando che ai morti si aggiungono anche almeno 138 feriti. Un bilancio con cifre in aumento con il passare del tempo. E’ stata prevista per oggi alle 14, ora locale, la riunione convocata dalla Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) con tutte le milizie protagoniste degli scontri per un dialogo urgente sulla situazione della sicurezza.

Prima, il portavoce della Commissione Ue, Maja Kocijanic, rispondendo alle domande sulle accuse dell’Italia alla Francia, ha detto: “I Paesi membri dell’Unione Europea mantengono una posizione unita sulla Libia. L’Alto rappresentante Federica Mogherini ha avuto ieri un colloquio telefonico con il rappresentante dell’Onu per la Libia, Ghassam Salamé, ribadendo il pieno sostegno dell’Ue, concordato da tutti i Paesi membri, per arrivare ad una soluzione duratura della crisi in Libia, nella convinzione che solo un processo politico può portare ad una soluzione stabile, complessiva e sostenibile della crisi. I Paesi membri discutono regolarmente della crisi in Libia nel contesto di questi sforzi e mantengono una posizione unita su questo”.

A quanto si apprende da qualche agenzia stampa,  Salamé dovrebbe riferire domani al Consiglio di sicurezza dell’Onu sugli ultimi sviluppi della situazione a Tripoli in collegamento dalla capitale.

Questo pomeriggio alle 17 si è svolto un vertice sulla Libia presieduto dal premier Giuseppe Conte. Alla riunione, precedentemente concordata sul tema dei migranti, parteciperanno tutti i ministri interessati per affrontare le problematiche dell’attuale situazione a Tripoli. Nel frattempo l’ambasciata italiana a Tripoli è rimasta aperta. Al momento, non ci sono stati problemi per i 430 italiani che si trovano in Libia e le attività dell’Eni non sono state coinvolte. Intanto, il ministro Moavero ha confermato la disponibilità a riferire in Parlamento sulla crisi libica.

Gli eventi in Libia che stavano precipitando hanno necessitato di decisioni su un piano internazionale affrontate con molta tempestività. E’ stato presa con urgenza una decisione comune in sede Onu: innanzitutto ci sono vite umane da salvare oltre agli equilibri internazionali.

Salvatore Rondello

Libia, ambasciata aperta e smentito intervento italiano

The tricolor flag is flown back to the Italian Embassy in Tripoli today, September 2, 2011 ANSA/CIRO FUSCO

The tricolor flag is flown back to the Italian Embassy in Tripoli today, September 2, 2011
ANSA/CIRO FUSCO

L’ambasciata italiana rimane aperta, ma una parte del personale che vi lavora e alcuni italiani che lavorano nella città sono stati evacuati. “Siamo pronti ad ogni evenienza, reagiamo in modo flessibile”, spiegano fonti della Farnesina.
Fonti della ministero della Difesa hanno assicurato che i militari italiani nel paese stanno bene e in sicurezza e che nessun problema è riscontrato all’ospedale da campo a Misurata. La ministra Elisabetta Trenta sta seguendo costantemente l’evolversi dei fatti, anche perché proprio stamattina sono caduti diversi colpi di mortaio e sono avvenuti violenti scontri nella zona di Alhadba Alkhadra, poco distante dalla sede diplomatica di Roma.
Nel frattempo una nota di Palazzo Chigi smentisce categoricamente “la preparazione di un intervento da parte dei corpi speciali italiani in Libia. L”Italia – si legge – continua a seguire con attenzione l”evolversi della situazione sul terreno e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché l”invito a cessare immediatamente le ostilità assieme a Stati Uniti, Francia e Regno Unito”. Rassicurazioni arrivano anche dall’Eni che fa sapere tramite un portavoce del gruppo italiano aggiungendo che in Libia lavora solo personale locale: “Al momento l’attività si svolge regolarmente e non c’è personale espatriato a Tripoli”.
La situazione però è nel caos e nella capitale gli scontri tra le milizie proseguono da ormai oltre una settimana e il tentativo del premier Fayez al-Sarraj, che proprio per fermare le violenze ha dichiarato lo stato di emergenza, non ha sortito effetto. Il governo di Accordo Nazionale della Libia, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, è sotto assedio. La Settima Brigata, che riunisce tribù vicine all’ex regime di Gheddafi e ora legate al maresciallo Khalifa Haftar, avanzano verso il centro della città. Secondo alcune indiscrezioni, proprio il Generale della Cirenaica, avrebbe l’appoggio dei francesi. “La Francia, storicamente, agisce fuori dai propri confini perseguendo gli interessi nazionali, anche andando contro, come in questo caso, a quelli della coalizione di cui fa parte – spiega Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali, su Il Fatto Quotidiano – un atteggiamento più spregiudicato che l’Italia, invece, non ha mai avuto”.
Ma in realtà l’uomo forte di Bengasi non ha mai fatto mistero di voler riprendere il controllo della Libia contro la Comunità internazionale, rappresentata in quel territorio dall’Italia. Il Generale non sembra aver gradito la recente missione a Tripoli del ministro Salvini. In quell’occasione, il titolare del Viminale ha fatto una apertura di credito totale a Serraj e ai suoi uomini, promettendo mezzi alla Guardia costiera fedele al governo di Tripoli, e garantendo che una parte delle risorse finanziarie del Africa Fund Ue. Mentre Macron pochi mesi prima aveva dato maggior credito all’uomo della Cirenaica che nel vertice di Parigi del 29 maggio, aveva invitato sia il presidente al Sarraj sia il Generale Haftar dando lo stesso ‘valore’ ad entrambi e alle loro istituzioni.

Ci risiamo con le promesse: Meno tasse più sviluppo

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Giro di vite contro l’evasione fiscale. Lo ha annunciato il Governo tramite il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Secondo il reggente di via XX Settembre, l’Esecutivo pentaleghista attuerà delle misure volte ad assicurare maggiori risorse allo Stato così da ridurre la pressione fiscale e sostenere la crescita economica. Da quanto promesso, quindi, l’Italia ha intrapreso il percorso sbandierato da quasi tutti i governi: meno tasse e maggiore sviluppo.

Il nostro Paese, infatti, è da anni malato di evasione fiscale. Basti pensare che nel 2016 sono stati circa 260 i miliardi sottratti al Fisco e spariti chissà dove. Un valore pari al 18 per certo del Pil nazionale certificato dal rapporto Eurispes. Le anomalie più evidenti le ha evidenziate il Mezzogiorno, con Calabria e Sicilia incontrastate. Ma non ha lasciato speranze neanche la situazione della Valle d’Aosta, dove i contribuenti hanno speso in media 130 euro per ogni 100 dichiarati. Siamo, insomma, il paese europeo dell’evasione fiscale.

La situazione descritta da Eurispes fa il paio con quella sottolineata oggi dalla Guardia di Finanza, che ha scovato evasioni per 2,3 miliardi di euro in un anno e mezzo. “Soggetti pericolosi – hanno evidenziato le Fiamme Gialle durante le celebrazioni del 224° anno della Fondazione Gdf – non la piccola impresa che dimentica di emettere scontrini”. Dietro a questo tipo di evasione, dunque, si celano individui senza scrupoli o vere e proprie organizzazioni criminali. Un cancro tutto italiano che il nuovo Governo ha promesso di estirpare.

La soluzione di Palazzo Chigi è arrivata come sempre da Matteo Salvini, ospite dell’evento. “Chiudere subito le cartelle esattoriali per cifre inferiori ai 100 mila euro”, il traguardo inseguito dal vice presidente del Consiglio per “liberare milioni di italiani incolpevoli ostaggi e farli tornare a lavorare, sorridere e pagare le tasse”. Facile, quindi. Complicato, però, comprendere come una “pace fiscale”, dunque un condono, possa portare allo Stato nuove entrate.

Salvini, tra l’altro, si era già spinto oltre, promettendo alla platea di Confesercenti qualche settimana fa “nessun limite alla spesa in contante: ognuno è libero di pagare come vuole e quanto vuole”, diceva il leader leghista strizzando l’occhio all’elettorato di centrodestra, da sempre morbido sul tema evasione. Pare quindi che le soluzioni sventolate agli occhi dell’opinione pubblica siano di facile presa, ma di difficile realizzazione. Emerge chiara anche la confusione del momento politico. Ma il messaggio rivolto all’elettore è chiaro: il più furbo vince.