Giuseppe Saragat, democrazia e socialismo

saragatL’11 giugno scorso l’«Associazione socialismo» e la rivista «Mondoperaio» hanno promosso un incontro per ricordare l’opera politica di Giuseppe Saragat (1898-1988). L’incontro, che si è tenuto nella sala Koch di Palazzo Madama di fronte alle massime cariche dello Stato, ha dato l’occasione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di rivisitare la sua lezione politica incentrata sui valori democratici della Repubblica e della rappresentanza politica per la difesa di un sistema politico «dal volto umano».

La biografia e l’opera di Giuseppe Saragat – come ha ricordato il presidente della Repubblica – sono strettamente intrecciate alle vicende politiche del Novecento e alla sua «battaglia per conquistare all’idea socialista la piena qualifica di democratica, puntando alla universalizzazione delle libertà liberali» nella «difesa dei principi di libertà, democrazia e giustizia sociale». A questi valori si ispira infatti la vicenda biografica di Giuseppe Saragat dai primi indirizzi democratici fino alla sua elezione a presidente della Repubblica (29 dicembre 1964), di cui ha tracciato un interessante profilo Marcello Staglieno nel suo volume L’Italia Del Colle 1946-2006: sessant’anni di storia attraverso i dieci presidenti (Boroli editore, Milano 2006, pp. 201-221).

Formatosi alla scuola politica del padre Giovanni Saragat (1855-1938), avvocato liberale trasferitosi nel 1882 dalla natia Sardegna a Torino, il giovane Giuseppe acquisì la sua sensibilità vero le condizioni della classe operaia, crescendo in un clima fecondo di stimoli culturali a contatto con giovani democratici come Piero Gobetti e Andrea Viglongo. La guerra del 1915-18 lo trovò nelle file dell’interventismo salveminiano, verso cui espresse un acceso fervore tanto da arruolarsi volontario. Ma la conoscenza di Claudio Treves (1869-1933) e di Bruno Buozzi (1881-1944) lo spinse ad aderire al Partito socialista unitario (Psu), costituito il 4 ottobre 1922 in seguito all’uscita dei riformisti dal Psi.

L’esordio ufficiale di Giuseppe Saragat avvenne come rappresentante della Federazione provinciale di Torino nel convegno del Psu (28-31 marzo 1925) a Roma, dove pronunciò un discorso inneggiante al «metodo democratico» contro il regime mussoliniano e la «illegalità anarchica delle squadre armate» che negano il pluralismo politico in nome di una «stalolatria che giunge fino al crimine di stato» (cfr. Il discorso Saragat, in «La Giustizia», 31 marzo 1925, p. 1). Il suo appello ai principi democratici fu proposto come antitesi al giacobinismo dei comunisti tacciati di negare la libertà, il cui ripristino presupponeva un adeguamento dell’organizzazione partitica all’accettazione della legalità come «base stessa della immancabile rivoluzione futura».

Sulla rivista «Il Quarto Stato», di cui il primo numero uscì il 27 marzo 1926, Saragat auspicò un’azione comune con il Psi per condurre una lotta contro la dittatura fascista, culminata alcuni mesi prima nello scioglimento del Psu e quell’anno nella negazione delle libertà individuali. Di fronte al dilagare del fascismo egli decise così di emigrare a Vienna, dove nell’aprile 1927 trovò impiego nella banca cittadina Wiener Merkur, senza trascurare lo studio e la ricerca culturale: quello viennese fu un periodo fecondo di riflessioni politiche a stretto contatto con il socialista Otto Bauer (1881-1938) e alla sua elaborazione dell’austromarxismo. Questo permise a Saragat di comprendere la natura totalitaria del bolscevismo e dei mezzi spietati adoperati da Stalin per detenere il potere. Dal contatto con gli austro-marxisti egli trasse le sue riflessioni poi elaborate nel settembre 1929 in un saggio dal titolo Marxismo e democrazia (ESIL, Edizioni Sala dell’Italia Libera).

In questo saggio Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e libertà, senza la quale essa diventa «un vuoto formalismo» da diffondere tra i cittadini: riflessione che riprende in una serie di articoli pubblicati sul periodico «Rinascita Socialista» di Giuseppe Emanuele Modigliani (1872-1947). Il 19 aprile del 1930 invia una «lettera aperta» all’«Avanti!», diretto in quell’anno da Pietro Nenni (1891-1980), per superare la scissione del 1922 e impedire il successo del massimalismo sostenuto da Angelica Balabanoff (1869-1965). Nella Carta dell’unità, approvata nel Congresso di Parigi (20-21 luglio) auspica una convergenza unitaria con il nucleo operativo diretto da Nenni, a cui danno il consenso di Claudio Treves e di Filippo Turati (1857-1932).

Nella sua relazione Saragat propone una lucida analisi del fascismo, considerato «un prodotto dello sviluppo organico della economia capitalistica» che «non può essere sostituito a base di decreti», ma solo attraverso l’azione di un partito in grado di promuovere un’alleanza organica di tutte le forze progressiste e richiamare la classe operaia alla coscienza del suo compito storico. Le cause del fascismo, che egli attribuisce ad una «mancata rivoluzione liberale italiana», possono essere superate sul piano politico dall’alleanza tra repubblicani e socialisti, senza mai dimenticare il nesso tra democrazia e socialismo.

Critico verso il liberal-socialismo di Carlo Rosselli e le posizioni antimarxiste sostenute nel saggio Socialismo liberale (1930), Saragat rimane fedele al materialismo storico non sempre valutato nella sua intrinseca essenza. La sua critica è rivolta anche ai comunisti per la loro incomprensione della libertà, elemento che può far sorgere uno spirito rivoluzionario in grado di coniugarlo con la lotta di classe. Lungo gli anni Trenta Saragat pubblica una serie di articoli sull’«Avanti!» e su «La Libertà», con quali ribadisce questo nesso inscindibile in un’aspra polemica con i comunisti per la loro sottomissione alla centrale moscovita.

Tuttavia, sul patto d’azione tra Psi e Pci, Saragat difende l’unità tattica, unica via per sottrarre i comunisti alla loro visione politica catastrofica e per favorire il loro processo di «socialdemocratizzazione». Nel volume L’Umanisme marxiste (ESIL, Marsiglia 1936), egli si distanzia dalla lettura comunista di Marx, interpretato anche alla stregua di Benedetto Croce come «canone di interpretazione storica» utile alla conoscenza della società umana. Non rinuncia però a rivolgere una critica al bolscevismo e ai piani quinquennali sovietici, nei quali vede un’accelerazione forzata del ritmo di sviluppo economico a detrimento dei lavoratori e un inevitabile inasprimento del regime poliziesco.

La guerra civile spagnola, cominciata nel luglio 1936, conferma la proposta di Saragat di un ampio fronte antifascista, che è così riproposto a sostegno della lotta contro il franchismo e in difesa del messaggio «Oggi in Spagna, domani in Italia» che Carlo Rosselli (1899-1937) lancia proprio durante la torbida vicenda spagnola. Il terzo congresso dei socialisti in esilio, tenuto a Parigi dal 26 al 28 giugno 1937, si caratterizza per il serrato confronto tra i sostenitori dell’alleanza con i comunisti e i critici verso l’immediato passaggio del loro partito nell’ambito dell’unità d’azione. Un confronto che non impedisce a Saragat di rivolgere una critica devastante alle purghe staliniane e ai processi di Mosca del 1938.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale accentua la critica all’Unione sovietica che, per Saragat, ha instaurato un regime poliziesco e burocratico alla stregua delle analisi politiche espresse da Bruno Rizzi (1901-1977) nel suo volume La burocratisation du monde (Paris 1939). Ma il mutato clima, provocato dall’aggressione nazista all’Unione sovietica, favorisce un clima più distensivo tra socialisti e comunisti, che porta alla firma comune di un appello per la costituzione di un fronte nazionale antifascista.

Alla caduta di Mussolini, Saragat ritorna nel 1943 a Roma, dove contribuisce alla ricomposizione del Partito socialista e alla rinascita dell’«Avanti!». Arrestato dai tedeschi il 18 ottobre, egli viene tradotto nel carcere di Regina Coeli, dove è rinchiuso per quattro mesi, insieme a Sandro Pertini e a Carlo Andreoni (1901-1957). La vicenda, raccontata nei libri Saragat. Il coraggio delle idee (Roma 1984?) di Vittorio Statera e Saragat e il socialismo italiano dal 1922 al 1946 (Venezia 1984) di Ugo Indrio, coinvolge Giuliano Vassalli (1915-2009) e Massimo Severo Giannini 1915-2000, l’uno futuro presidente della Corte costituzionale e l’altro futuro ministro della Funzione Pubblica. Ma nuovi elementi sono aggiunti nei libri Saragat (Eri, Torino 1991) di Antonio G. Casanova e Giuseppe Saragat (Marsilio, Venezia 2003) di Federico Fornaro.

Condirettore dell’«Avanti!», con Nenni direttore, Saragat contribuisce al rilancio del giornale socialista, che nella prima metà del 1946 raggiunge le 100 mila copie. Ministro senza portafoglio nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi (18 giugno-12 dicembre 1944), poi ambasciatore a Parigi (15 marzo 1945-23 marzo 1946), egli è deputato all’Assemblea costituente e suo presidente con 401 voti su 468. Sostenitore dell’assoluta autonomia socialista e dei valori democratici dell’Occidente, Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e socialismo, interpretando il marxismo in chiave umanistica come unica visione in grado di recuperare la tradizione riformista del socialismo italiano.

In quest’ottica deve essere inquadrata la cosiddetta «scissione di Palazzo Barberini» (11-12 gennaio 1947) e la costituzione del Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli), cui aderiscono 52 parlamentari su 115, la maggioranza della giovanile socialista e un cospicuo numero di militanti attratti dal verbo anticomunista e dal «massimalfusionismo della maggioranza». L’anno successivo Saragat, durante le elezioni politiche del 18 aprile, assume una posizione critica verso il «Fronte Democratico Popolare», provocando le invettive dei comunisti: in un intervento alla Camera viene definito da Gian Carlo Pajetta un «traditore del socialismo».

Tra il 1948 e la sua nomina a presidente della Repubblica Saragat vive gli episodi più significativi del socialismo italiano nella ricerca dell’unità socialista: l’incontro del 25 agosto 1956 a Pralognan con Nenni segna l’inizio di un processo che porta alla costituzione di un partito unitario che si conclude solo nella costituzione del PSU realizzatosi nel XXXVII congresso (ottobre 1966). Per l’occasione egli suggerisce a Nenni di inserire nella «Carta dell’unificazione socialista» l’appello ai valori «universalmente umani» e agli ideali «di libertà, di giustizia e pace», come pure il richiamo alla collaborazione tra forze democratiche e cattoliche per avviare una politica riformista.

Come presidente della Repubblica (28 dicembre 1964-29 dicembre 1971), Saragat osservò la divisione dei poteri con il rispetto dei vari organi costituzionali e non rinviò mai un provvedimento alla Camere per riesame, conferendo sempre l’incarico di formare il governo ai membri indicati dalla maggioranza parlamentare. L’esperienza del Centro-sinistra fu vissuta come formula di governo in grado di condizionare i processi di trasformazione sociale nell’ambito di una visione democratica contraria ad ogni forma di violenza e all’insegna di un riformismo inteso come fattore di crescita economica e culturale.

Nunzio Dell’Erba

LO STALLO

partita di scacchi

Impasse sui presidenti di Camera e Senato. Dopo un’iniziale fase in discesa, dove sembrava essere stata raggiunta una intesa di massima tra i due ‘vincitori’ delle elezioni, coalizione di centrodestra e M5s, che prevedeva di assegnare lo scranno più alto di palazzo Madama a Forza Italia e quello di Montecitorio ai pentastellati, la trattativa si è impantanata sul nome di Paolo Romani. Sul capogruppo uscente degli azzurri al Senato, infatti, ‘pesa’ una condanna in via definitiva. E i 5 stelle hanno posto il veto: non voteremo mai un condannato o chi è sottoposto a processo. Ma il centrodestra tiene il punto e dopo un nuovo vertice tra Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, la situazione resta bloccata. I tre leader del centrodestra confermano infatti la candidatura di Romani e il Movimento 5 stelle, che ieri aveva preso tempo, rispondendo picche all’invito del Cavaliere di un incontro tra tutti i big, oggi ribadisce il ‘niet’ al nome proposto.

È Luigi Di Maio in persona a far naufragare ogni possibilità di raggiungere un accordo: Per noi Romani è “invotabile”, sentenzia. Ma il capo politico del Movimento lascia uno spiraglio sulle trattative e propone, dalla sua pagina facebook, un nuovo giro di incontri tra i vari capigruppo per ristabilire un dialogo che porti all’individuazione di figure di garanzia. “Nelle ultime ore notiamo che ci sono difficoltà nel percorso che porta all’individuazione dei Presidenti delle Camere”, ammette il candidato premier M5s, che osserva: “Il Pd si è rifiutato di partecipare al tavolo di concertazione proposto dal centrodestra, e lo stesso centrodestra continua a proporre la candidatura di Romani che per noi è invotabile. Per questa ragione – dice allora Di Maio – proponiamo un nuovo incontro tra i capigruppo di tutte le forze politiche per ristabilire un dialogo proficuo al fine di un corretto processo per l’individuazione delle figure di garanzia per le presidenze delle Camere”.

Che lo stallo sia evidente viene confermato sia dall’annullamento della prima assemblea congiunta di tutti gli eletti pentastellati, ma anche dalle richieste – poi bocciate nel corso di una informale riunione con i rappresentanti di tutti i gruppi – di una pausa di riflessione dopo le prime votazioni per l’elezione dei presidenti delle Camere, per ricominciare con la roulette degli scrutini solo da lunedì. Anche il Pd mantiene la posizione: va bene al confronto solo se non c’è nulla di prestabilito. Spiega il capogruppo uscente Ettore Rosato: “Se si riparte da zero andiamo volentieri. Ma se hanno già deciso che una Camera va ai 5 stelle e l’altra al Centrodestra non chiedano a noi di fare l’arbitro”. Romani non avrà nemmeno i voti di Leu: “Per noi non è candidabile chi abbia subito una sentenza di condanna in primo grado”, afferma Pietro Grasso.

Intanto il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni è a Brixelles per il Consiglio Ue dove ha incontrato il presidente della Commissione Juncker, ha detto che “in una fase così particolare per le cose italiane, in queste settimane di transizione, è molto importante tenere un raccordo con la Commissione europea. Ottimismo di maniera quello di Juncker che si augura che in Italia si trovi presto una soluzione. “L’Italia è l’Italia – ha detto – è una vecchia democrazia. Altri decisori troveranno una soluzione per quella che non è ancora una crisi”.

Dipendenti province: su 15mila 2mila in mobilità

provinceromaArriva la prima mappa del ministero della Pubblica Amministrazione sui dipendenti delle Province, per i quali sta partendo il ricollocamento. I dati finora ne vedono coinvolti oltre 15mila, di cui 5.575 verranno direttamente presi dalle Regioni, poco meno andranno all’Agenzia del Lavoro, per altri 2.889 scatta la pensione, mentre la mobilità riguarderebbe 1.957 persone. Il ministero precisa che si tratta di uno screening iniziale, che si basa sulle informazioni comunicate da Province e Regioni entro il 2 novembre, termine previsto per l’inserimento sul portale Mobilità del Governo dei dati su soprannumerari e posti liberi, così da incrociare domanda e offerta di lavoro. Al ministero risulta la partecipazione di 12 regioni a statuto ordinario su 15 (80% del totale) ed 85 enti di area vasta, che subentrano alle Province, su 86 (98,8% del totale).

Inoltre, fa sapere sempre il ministero, le regioni Emilia Romagna, Veneto e Marche hanno indicato di procedere direttamente al ricollocamento di tutto il personale interessato dai processi di mobilità dei rispettivi enti di area vasta. Nel dettaglio le Regioni, che assumono le funzioni non fondamentali delle ex-Province, sono pronte a ricollocare 5.575. Ne resterebbero fuori, sempre considerando i dati finora arrivati, 9.610. Per oltre la metà (5.337) però sarebbe già stato individuato posto nella nuova Agenzia per il Lavoro (punto di raccordo dei centri per l’impiego). Inoltre entro il 31 dicembre del 2016 2.889 dipendenti delle ex-Province andranno in pensione.

C’è poi lo sbocco degli uffici giudiziari (sono ora in corso le procedure per la ricollocazione di 92 persone, ma i posti in palio sono molti di più, tra i 3 e i 4 mila). Ecco che rimarrebbero 1.957 trasferimenti da gestire attraverso il ministero della Pubblica Amministrazione secondo i criteri fissati in un apposito decreto, uscito a settembre (vicinanza all’ufficio di origine, considerazione di problemi legati alla disabilità). Poco meno di duemila quindi, di cui 744 appartengono al canale della polizia provinciale.

Redazione Avanti!

Stabilità. Nencini, accolte le richieste dei socialisti

Slot machine-Nencini-PsiLa legge di stabilità è arrivata finalmente al Quirinale. Dopo la bollinatura da parte della Ragioneria generale dello Stato e l’esame da parte del capo dello Stato il ddl è atteso al Senato. La prossima settimana partirà quindi ufficialmente l’iter a Palazzo Madama con le comunicazioni in Aula del presidente Pietro Grasso. Secondo il calendario delineato dalla commissione Bilancio, le audizioni si dovrebbero svolgere il 2 e il 3 novembre dopodiché l’esame del provvedimento entrerà nel vivo.

La manovra arriva contemporaneamente a dati economici contrastanti. Gli effetti del bazooka della Bce, dopo che Draghi ne ha riconfermato un ulteriore utilizzo, si sono sentiti sulle borse. Venerdì l’Istat ha diffuso i dati su consumi, ordini e fatturato. Se dai primi arrivano segnali positivi, con un più 0,2% rispetto a luglio 2015, e più 1% rispetto ad agosto 2014, su ordini e fatturato il trend segna un dato negativo. Il calo degli ordinativi registrato ad agosto dall’Istat è infatti del 5,5%, con cali del 7,4% per quelli interni e del 2,8% per quelli esteri. Rispetto allo scorso anno però è stato fatto meglio, con un aumento del 2,1%. Un altro dato è quello relativo al debito pubblico italiano che in un anno è cresciuto di +1,5 punti arrivando nel secondo trimestre del 2015 al 136% del Pil, il secondo più elevato di tutta l’Unione Europea, dietro la Grecia al 167,8%. Rispetto al trimestre precedente il rapporto debito/Pil italiano è aumentato di 0,6 punti percentuali e di 1,5 punti rispetto al dato del secondo trimestre del 2014. E una manovra, come quella che sta uscendo da Palazzo Chigi, in debito per circa 14 miliardi, non fa che aumentarne ancora il carico. Mentre nel secondo trimestre il nostro debito cresce il debito pubblico dell’area euro è sceso al 92,2% del Pil rispetto al 92,7% del trimestre precedente. E il rapporto debito/Pil dell’Unione europea, secondo i dati dell’Eurostat, è diminuito dall’88,1% all’87,8%. Fortunatamente l’agenzia internazionale Fitch ha confermato il rating dell’Italia a BBB+. Anche l’outlook rimane stabile. Il debito italiano dovrebbe rimanere sopra il 120% fino alla fine del decennio, lasciando l’Italia altamente esposta a potenziali shock avversi”: Fitch sottolinea anche “le deboli performance sul fronte della crescita” da parte del nostro Paese.

“Le tasse devono scendere – ha detto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, spiegando che se un governo dà messaggi chiari “aumenta la fiducia”. la pubblica amministrazione deve essere più snella, la giustizia civile deve essere più rapida e efficiente e lo sta già diventando”. Positivo il commento del segretario del Psi Riccardo Nencini che rivendica le posizioni espresse dai socialisti: “Dopo la Tasi che le abitazioni signorili continueranno a pagare, ora si assume la posizione socialista anche sulle slot machine. I punti gioco calano decisamente. Ora bisogna allontanarli dalle scuole”.

Allo stesso tempo continua il tiro incrociato delle opposizioni. Per il Movimento 5 Stelle sta arrivando una “legge di stabilità fatta sulla pelle dei malati, perché l’unica vera copertura per tagliare la Tasi proviene dalla sanità e sulla pelle dei ludopatici”. “Se ai cittadini italiani avessero chiesto – ha aggiunto – volete più sanità o non volete pagare la Tasi, probabilmente avrebbero scelto la sanità”. Da Forza Italia l’indefesso Brunetta si è chiesto se a Bruxelles sia stata mandato un testo diverso: “Renzi ha venduto un prodotto che non c’è. Pensa di imbrogliare così gli italiani?”. Dalla Uil arriva la lamentela del segretario Carmelo Barbagallo per la mancata “staffetta generazionale e la flessibilità in uscita delle pensioni” che “non trovano spazio in questa legge di stabilità”. “Bisogna cambiare – ha proseguito – la legge Fornero. Non si può andare in pensione tutti alla stessa età se i lavori non sono tutti uguali.

I dipendenti pubblici sono diminuiti di 300 mila unità. Sono sei anni e mezzo che non si rinnova il contratto. Sono stati persi occupazione e potere d’acquisto, ma la spesa pubblica aumenta. Bisognerebbe chiedere al presidente del Consiglio: dove sta il trucco? Dove vengono postate le risorse?”

Ginevra Matiz

Riforme. Nencini, ora modificare la legge elettorale

Senato-ok riformaFinite le votazioni sugli articoli della riforma costituzionale a Palazzo Madama. Il presidente del Senato Pietro Grasso ha annunciato che le dichiarazioni di voto finale sul ddl Boschi e il voto avverranno in Senato martedì prossimo, 13 ottobre, dalle 15 in diretta tv. Il Senato ha infatti approvato l’ultimo articolo del ddl Boschi, il 41 con 165 sì, 58 no e 2 astenuti. La riforma del Senato è dunque ad un passo dall’approvazione da parte di Palazzo Madama. Ma nel corso delle votazioni la maggioranza,  è scesa fino a quota 142 durante il voto segreto sui subemendamenti di Calderoli e Crimi presentati all’emendamento del governo che modifica l’articolo 39 del ddl riforme, ovvero le norme transitorie. Un nuovo brivido dunque. E un risultato ancora più basso rispetto ai 153 voti a favore con cui la maggioranza aveva approvato l’articolo 17.
Un articolo, il 39, molto criticato dalle opposizioni che contestano l’emendamento del governo, frutto dell’accordo con la minoranza Pd. Per Lega, M5S, Sel e FI,l’emendamento introduce al comma 10 un termine temporale “contraddittorio e in contrasto” con un altro termine temporale, quello del comma 6.  L’emendamento del governo prevede che entro sei mesi dall’entrata in vigore della riforma costituzionale, quindi solo dopo il referendum confermativo, viene varata la legge elettorale che disciplina l’elezione dei futuri consiglieri regionali-senatori, mentre le regioni hanno tre mesi (90 giorni) per adeguarsi. Nel comma 6 dell’articolo 39, però, si fa sì riferimento al termine di 6 mesi, ma legandolo alla data di svolgimento delle elezioni della Camera dei deputati. Per questo motivo, Roberto Calderoli parla di “porcata inaccettabile” (lui che di porcate se ne intende) e mette in guardia: “Se il Parlamento non agirà entro i sei mesi o le regioni non si adegueranno entro i tre mesi, una volta terminata la legislatura, i consigli regionali, indipendentemente dalle indicazioni degli elettori, si sceglieranno tra loro chi andrà a fare le vacanze romane”. Il grillino Vito Crimi parla di “barbatrucco” e fa appello al presidente Grasso quale “uomo di cultura giuridica di tutto rispetto”. Loredana De Petris (Sel) accusa maggioranza e governo di “schizofrenia”.

“Si chiude la lunga esperienza del bicameralismo perfetto – commenta il segretario del Psi Riccardo Nencini -. La riforma votata dalla Camera è stata migliorata, sia nelle funzioni assegnate al Senato, ora più autorevole nel rappresentare i territori, che nel metodo di scelta dei nuovi senatori. Quando, nel 1982 a Rimini, i socialisti proposero il superamento delle due camere con uguali poteri – uno dei cardini della Grande Riforma – trovarono o orecchie disattente o un’opposizione virulenta. Ma le buone idee non muoiono. Avremmo preferito un miglior equilibrio ‘numerico’ tra le due Camere da raggiungersi attraverso uno snellimento di Montecitorio ma l’Aula ha scelto diversamente. Il completamento della riforma è legato alla modifica della legge elettorale. Chi sostiene la coalizione vincente non può che godere del premio di maggioranza”.

La  minoranza Pd rivendica l’accordo raggiunto con governo e maggioranza sull’elezione dei futuri senatori, e nelle dichiarazioni di voto sull’emendamento del governo alle norme transitorie, che dà seguito all’intesa sull’articolo 2, chiede al governo di mettere in atto la “stessa determinazione ed urgenza” affinché si provveda subito alla scrittura e approvazione della legge elettorale che disciplinerà l’elezione dei futuri consiglieri regionali-senatori. “La nuova normativa – spiega Doris Lo Moro, senatrice della minoranza Pd – dice che sin da subito, dall’entrata in vigore della riforma, i cittadini delle regioni che andranno a votare nel 2018, pari a circa 24 milioni di abitanti, sceglieranno i futuri senatori. Questa norma transitoria dice che la regola dell’articolo 2”, ovvero che i senatori saranno eletti in conformità con le scelte degli elettori, “è l’unica regola possibile e applicabile”. Poi, la senatrice, rivolgendosi direttamente al ministro Boschi, afferma: “Appena sarà efficace la riforma questo Parlamento dovrà mettere mano alla legge elettorale per i senatori. Le diamo atto che, partiti da posizioni che si sono fronteggiate, c’è stato ascolto e ora ci aspettiamo che lei prenda l’impegno ad accompagnare con la stessa determinazione, urgenza e velocità, la legge elettorale”.

Ma torna forte anche un’altra polemica: quella sul resuscitato Patto del Nazareno.  Sono le opposizioni a sollevarla nei confronti di Forza Italia dopo che, in una delle sospensioni della seduta il capogruppo azzurro, Paolo Romani è stato visto uscire dalla sala del Governo dove si trovava il ministro Maria Elena Boschi, impegnata nella stesura di una correzione tecnica all’articolo 38 del ddl.  Cinzia Bonfrisco prima e poi Roberto Calderoli vanno all’attacco parlando di inciucio. Ma Romani replica: “Non confondiamo la cortesia con l’inciucio: Non c’è nessun inciucio. Ho chiesto al Governo che cosa stesse accadendo, e cortesemente mi ha risposto”. Nel botta e risposta, la presidente dei senatori Fittiani ha sottolineato: “Non è vero che abbiamo partecipato al voto di un processo di riforma”, ma ad approvare “una legge ordinaria, con una maggioranza che cerca  la sua intesa e un’opposizione che si sfilaccia” e “nel tentativo di trovare un dialogo con il governo” cerca “evidentemente il soddisfacimento di qualche soddisfazione politica”, ha aggiunto  citando l’accordo Renzi- Berlusconi del patto del Nazareno.

A parlare di ‘inciucio’ era stato poco prima Roberto Calderoli: “Una cosa è certa e me ne sono molto dispiaciuto: che nella sala del Governo siano state fatte entrare non solo le forze di maggioranza, ma anche una forza di opposizione. Se si è all’opposizione non ci si mette d’accordo e si inciucia con il Governo”, ha osservato. “Oggi – insiste poi Calderoli sulla sua pagina facebook – in un momento di crisi del governo che ha portato alla sospensione dei lavori del Senato, indovina chi ha partecipato a una riunione nella sala del governo? Il capogruppo Paolo Romani! Ma Forza Italia non era all’opposizione?”  “L’altro ieri hanno salvato il governo votando come il Pd, oggi il flirt prosegue e rispunta la nostalgia e l’ennesima puntata del patto del Nazareno che non muore mai. Berlusconi, se ci sei batti un colpo”, conclude.

Tocca alla senatrice del Pd Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari costituzionali,  difendere la riforma: “Con la votazione di tutti gli articoli della riforma costituzionale siamo ad un passo dall’approvazione, in Senato, di una legge fondamentale per il Paese”. “Tutto è perfettibile ma resto convinta che grazie all’unità del Pd e alla solidità della maggioranza abbiamo scritto una buona riforma costituzionale. Dopo un dibattito durato trent’anni – prosegue – poniamo fine al bicameralismo perfetto, differenziando le funzioni delle Camere e riequilibrando il sistema istituzionale e degli organi di garanzia. Ora il Senato, cambiato nella sua composizione, rappresenta le istituzioni territoriali e cura il raccordo tra Stato, Europa ed enti locali; il processo legislativo viene semplificato, stabilendo prerogative e vincoli importanti all’azione del governo, in un equilibrio nuovo tra i poteri dello Stato e dei territori”.  “Mi sembra importante che questa riforma, dopo una discussione anche dura ma approfondita, possa essere condivisa da una ampia maggioranza in Parlamento e mi auguro che la Camera dei deputati, quando sarà chiamata a discuterne, possa approvarla in tempi rapidi”, conclude.

Ginevra Matiz

IRRICEVIBILI

Grasso--Calderoli-emendamenti

Nonostante il taglio ne sono rimasti 383.500. Tanti sono gli emendamenti sopravvissuti dopo la sforbiciata del Presidente del Senato Pietro Grasso. I circa 75 milioni di emendamenti alle riforme presentati dalla Lega e arrivati in Aula al Senato sono una valanga “abnorme” e come tali dunque “irricevibili”. Ha detto il presidente del Senato, Pietro Grasso, in Aula. Una mole di emendamenti la cui “abnormità è oggettiva” e Pietro Grasso spiega in Aula le motivazioni alla base della decisione della presidenza del Senato di cassare in blocco i 75 milioni di emendamenti usciti dal pentolone di Calderoli.

“Per rispettare i tempi stabiliti dal calendario dei lavori, la presidenza è oggettivamente impossibilitata a vagliare nel merito l’abnorme numero di emendamenti, se non al prezzo – ha avvertito Grasso – di creare un precedente che consenta di bloccare i lavori parlamentari per un tempo incalcolabile”. “Di conseguenza – ha detto ancora il presidente del Senato – considero non ‘inammissibili’, criterio che infatti è riferito al merito, ma ‘irricevibili’ gli stessi emendamenti, fermi restando quelli già ricevuti dalla presidenza della commissione Affari costituzionali e ripresentati in assemblea, al netto di quelli ritirati”.  È stato calcolato che ci vorrebbero 17 anni per esaminarli. “L’abnormità non è soggettiva ma oggettiva”.

Alla decisione di Grasso ha reagito duramente il leader della Lega Matteo Salvini: “Grasso si dovrebbe vergognare per il suo atteggiamento”. “Per certa gente – ha aggiunto – cambiare il Senato o la Costituzione è come bersi un caffè la mattina. Non ci spaventano né lui né Renzi”. Intanto da New York Renzi ha affermato che “sia che Berlusconi decida di votare la riforma sia che decida di non votarla per me non cambia nulla. Il governo ha una buona maggioranza. Berlusconi all’inizio ha deciso di sostenere la riforma perché tagliava i costi del Parlamento e semplificava il processo legislativo, poi ha cambiato idea”, ha aggiunto. “Penso che in Senato Berlusconi, o meglio il suo partito, non voterà la riforma ma è molto difficile fare previsioni su Berlusconi”.

Il dato è che ancora una volta Calderoli punisce se stesso. Ad ogni giro di boa delle riforme prova a sommergere l’Aula con tonnellate di emendamenti e ogni volta ne esce con le pive nel sacco. Intanto prosegue l’illustrazione degli emendamenti nell’Aula del Senato e si aspetta la pronuncia del presidente di Palazzo Madama Pietro Grasso sulla possibilità di emendare l’articolo 2. Con ogni probabilità Grasso comincerà a pronunciarsi sui singoli articoli già mercoledì, procedendo così di volta in volta. “E’ chiaro – ha detto oggi – che si tratta di un lavoro che va fatto in progress”. L’esame, da calendario, è fissato a partire da domani mattina ma a Palazzo Madama è in corso una riflessione sulla possibilità di fare iniziare i lavori direttamente dalle 14, per evitare che il dibattito e le votazioni sull’articolo 1 possano non essere interrotti, visto che domani (mercoledì) si svolgono i funerali di Pietro Ingrao e la seduta d’Aula sarà sospesa per consentire ai senatori di partecipare alle esequie.

“Purtroppo – ha commentato il Senatore del Psi Enrico Buemi – il regolamento del Senato fa i conti con i tempi. Una volta era impossibile immaginare una tale mole di emendamenti. Comunque quello ottenuto è un grande risultato. Con 85 milioni di emendamenti si rischia di creare un pericoloso precedente che tende a limitare il libero esercizio democratico del Parlamento con emendamenti strumentali frutto di lavoro informatico. Ora ci vorrebbe un atto di responsabilità da parte di tutti. Ma c’è ancora un rischio: quello di forzature regolamentari alle quali il Presidente potrebbe ricorrere. Forzature che, in caso si verificassero, sarebbero comunque un danno”.

Sulla possibilità che in molti cerchino di prolungare i tempi dell’approvazione temendo che una volta finito l’iter, il presidente del Consiglio possa essere tentato di tornare al voto ,Buemi è netto: “Non credo che esista questo rischio. Lega e opposizione vogliono che non si facciamo e basta. C’è una battaglia politica con Lega e Movimento 5 Stelle che vogliono dimostrare che la maggioranza non è in grado di fare le riforme”. “È difficile fare previsioni. Domani si parte – ha continuato Buemi – si può sperare in un ripensamento di chi ha presentato gli emendamenti ma il fronte è molto rigido. Qualche passo avanti è auspicabile anche da parte del governo che dovrebbe assumere posizioni più duttili”. Al centro del’attenzione rimane l’articolo 2 e le relative proposte di modifica, con Grasso che ha detto che deciderà caso per caso. “L’articolo 2 – ha detto ancora Buemi – è stato modificato alla Camera, il punto è se la modifica verrà ritenuta sostanziale, come alcuni dicono, oppure no. Lo stesso discorso vale per l’articolo 1. Per quando ne so io l’articolo 1 verrà modificato – ha concluso Buemi – e quindi un altro passaggio sarà necessario”.

Il sottosegretario alle Riforme, Luciano Pizzetti, conversando con i cronisti a Palazzo Madama, a proposito della decisione del presidente Grasso di far conoscere all’Aula le sue valutazioni sull’ammissbilità degli emendamenti articolo per articolo ha affermato che questa decisione “può anche frenare l’intesa politica complessiva sulle modifiche alla riforma costituzionale”. “E’ logico che finché non sappiamo se verranno dichiarati ammissibili gli emendamenti all’articolo 2 (quello sull’elettività dei senatori) e dunque se verrà rispettato il principio della doppia lettura conforme – ha detto Pizzetti – è difficile avviare un confronto sull’articolo 38”, quello che contiene la norma transitoria sul sistema di elezione dei senatori e sul quale la minoranza dem chiede delle modifiche. Per il sottosegretario, Grasso “svolge il suo compito – ha detto – ma io svolgo il mio e dico che sarebbe stato meglio avere il giudizio di ammissibilità sul complesso degli emendamenti per favorire un’intesa politica che è necessaria per completare il processo della riforma”.

Calderoli intervenendo in Aula al Senato, in merito alla mole di emendamenti presentati chiede se “il numero degli emendamenti è abnorme? Può darsi, ma non è abnorme un governo che si rifiuta di parlare con la sua stessa maggioranza e con le opposizioni? Noi non abbiamo avuto nemmeno il tempo di illustrare in commissione gli emendamenti. Credo che ci sia una deriva autoritaria dietro, tra riforme e Italicum”. “Sono rimasto colpito dalle parole del ministro Boschi dette a una iniziativa politica, dove ha parlato di ‘soluzioni eccezionali’ e mi tornano alla mente i Triubunali speciali del ventennio, poi Renzi dagli Usa dice la stessa cosa e quando Romani dice che è preoccupato lo sono anch’io”, ha aggiunto l’esponente della Lega, che ha concluso: “Oggi abbiamo parlato di inammissibilità poi ci sarà il canguro, mettiamoci una bella fiducia sopra e si finisce lì, in tre, quattro giorni le approviamo”. Sembra che ora Calderoli stia pensando a delle riformulazioni. “Ognuno usa le sue armi”, ha commentato riferendosi alla decisione di Grasso.

Ginevra Matiz

Riforme, ora si litiga sul calendario

Riforme-ottobre-voto finaleOra lo scontro è sui tempi. Il voto finale dell’aula a Palazzo Madama è stato fissato per martedì 13 ottobre. Questa la decisione presa nella conferenza dei capigruppo del Senato.  Sel ha ritirato i suoi 62.000 emendamenti, lasciando quelli di merito che sono circa 1.100. La Lega ha fatto lo stesso.  “Io e la Lega  – ha detto Roberto Calderoli – abbiamo ritirato ufficialmente circa 10 milioni e ne abbiamo mantenuti 19 all’articolo 1 e sei all’articolo 2”. In tal modo, ha aggiunto,  è stato “sventato il golpe di Renzi”.

Gli emendamenti verranno illustrati martedì 29 settembre, a oltranza fino alla notte, mentre mercoledì verranno votati. I lavori proseguiranno a oltranza anche il venerdì, il sabato fino alle 13 e il lunedì. La maggioranza avrebbe voluto stringere ulteriormente i tempi anticipando le votazioni all’8 ottobre. Ipotesi respinta dal Presidente Grasso che si è detto non disponibile a fare  “il boia della Costituzione” riferendosi alla  ‘ghigliottina’ che sarebbe scattata sul ddl Boschi se il voto finale fosse stato fissato per quella data.

Il Pd avrebbe voluto tempi più stretti e per non finire i lavori troppo a ridosso della sessione di bilancio il cui inizio è fissato per il 15 ottobre. Ma l‘opposizione ha insistito sulla necessità di prolungare i tempi per recuperare quel dibattito negato in commissione. Grasso ha così tentato una mediazione, indicando la data del 13 ottobre. Una data che non consente di calendarizzare prima della ‘tagliola’ del 15 le unioni civili, oggetto di un altro duro scontro in Aula tra M5S e Sel e il Pd.

Bersani è tornato su quanto successo ieri per mettere alcuni puntini sulle i: “Il Senato sarà elettivo e già con alcune funzioni di garanzia rafforzate. Chi parla di un cedimento di chi dissentiva ribalta semplicemente la realtà”. “Sulla vicenda del Senato – scrive l’ex segretario su facebook – c’è chi fa circolare retroscena totalmente inventati. Volevamo un Senato elettivo e non costruito a tavolino. Il Senato sarà elettivo e già con alcune funzioni di garanzia rafforzate. C’e’ ancora del lavoro da fare, ma fin qui questi sono i fatti, nudi e crudi”.

Io mago degli emendamenti Roberto Calderoli, ora punta ai voti segreti sull’articolo 1. Lo ha detto lo stesso esponente della Lega, spiegando ai giornalisti a Montecitorio i motivi che lo hanno indotto a ritirare gli emendamenti ai primi due articoli del ddl Boschi, durante la Conferenza dei Capigruppo. “Innanzi tutto abbiamo ottenuto una settimana in più di discussione – ha spiegato Calderoli –. Poi abbiamo ottenuto che siano votati gli emendamenti all’articolo 1 che, se verrà modificato, tornerà di nuovo cambiato alla Camera e lì saranno dolori; inoltre sull’articolo 1 ci saranno dei voti segreti, e li mi voglio divertire”.
Intanto il ‘super canguro’ è già  pronto. Lo firma ancora una volta il senatore democratico Stefano Esposito, lo stesso del ‘blitz’ sulla legge elettorale che, in un sol colpo, consentì di cancellare 35mila emendamenti all’Italicum. Non è detto che sarà necessario ricorrervi, ma intanto il sentore Dem ha messo le mani avanti. L’operazione è la stessa dell’altra volta: sintetizzare l’accordo di maggioranza, con le nuove modifiche da apportare al ddl, in un testo che, se approvato, renderebbe automaticamente ‘nulle’ le altre richieste di modifica.

Dure le parole del Movimento 5 Stelle. “Come capogruppo del M5s – ha detto il capogruppo dei senatori pentastellati Gianluca Castaldi in Aula durante la discussione del calendario – non ho votato il calendario per non avallare questa ghigliottina sulla nostra Costituzione. Fanno le riforme affinché siano sempre loro, sia di destra che di sinistra, a gestire gli affari e non permettere al popolo di arrivare al governo di questo paese”.  “Non solo non avete voluto incardinare la proposta della De Petris il provvedimento sulle Unioni civili – ha proseguito Castaldi –  ma neanche quella del Movimento 5 stelle sul reddito di cittadinanza”.

A fare un riferimento alla legge elettorale, facendo filtrare la volontà di apportavi modificche, è il leader di Ncd Angelino Alfano: “Abbiamo sempre detto che l’abbiamo votata, la consideriamo buona, ma vorrei dire che abbiamo ancora due anni, cioè mezza legislatura per migliorarla…”.

Ginevra Matiz

Rai. Valanga di emendamenti al testo di riforma

RaiProcede in Aula al Senato la discussione generale del disegno di legge di riforma sull’azienda pubblica. L’opposizione ha presentato oltre 1.500 emendamenti al fine di ritardarne l’iter, mentre i sindacati sono sul piede di guerra. Secondo quanto deciso dalla conferenza dei Capigruppo di Palazzo Madama, il voto finale sulla riforma della televisione pubblica è fissato per il prossimo 31 luglio. Il relatore Enrico Buemi (Psi): «Necessaria una riforma che in linea con le aspettative del Paese».
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Riforma Rai. Avviata la discussione generale al Senato

Rai-RenziIl testo sulla riforma della Rai ha iniziato il suo esame in Aula, a Palazzo Madama, con il ‘no’ alle pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni. L’esame del disegno di legge si concluderà la prossima settimana. L’obiettivo dell’esecutivo è di far approvare il provvedimento entro la prossima settimana; il testo passerà poi all’esame della Camera per l’approvazione definitiva. Scatta il toto-nome sui nuovi vertici, spunta quello di Giovanni Minoli, volto storico della Rai. Continua a leggere

INTERESSI DI PARTITO

Camera dei Deputati - Intervento di Enrico Letta sulla crisi in Siria

Presentata dal senatore Psi, Enrico Buemi una proposta di legge che prevede l’istituzione di una Commissione d’inchiesta sul finanziamento pubblico dei giornali e degli altri organi di stampa o di comunicazione di massa. «Una battaglia socialista e radicale» dichiara all’Avanti! Buemi. «L’informazione deve essere libera, pluralista. Non solo frutto di scelte di potere, di partito o di governo». Sempre oggi, il disegno di legge di riforma della governance della Rai è stato licenziato dalla Commissione Lavori pubblici e Comunicazioni del Senato, ed è pronto per approdare a Palazzo Madama e per essere approvato anche prima della pausa estiva. Continua a leggere