“Ungheria 1956”, accusa contro il comunismo

ungheriaAlla Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma, in Via Caetani, è stato presentato il saggio di Giuseppe Averardi, senatore emerito, giornalista e autore di vari libri su temi di storia contemporanea, “Ungheria 1956- Le verità nascoste” (Bologna, Minerva ed., 2018, €. 18,00). Un libro che ricostruisce la tragica Rivoluzione ungherese del ’56: focalizzando poi le sue conseguenze per la sinistra europea e specialmente italiana, in termini anche di traumi psicologici ed esistenziali, e abbandoni della rotta che per decenni s’ era ritenuta l’unica possibile e giusta (nel 1956- ’57, ricordava nel ’76 Giorgio Amendola nel suo libro “Gli anni della Repubblica”, il PCI perse addirIttura mezzo milione di iscritti!).

L’ Autore ha ricordato i drammatici momenti di allora, sollevando il problema di come si possa raccontare a un giovane d’ oggi lo spirito di quel tempo, in cui l’Italia e l’Europa uscivano da una guerra devastante, e le ideologie (insieme alla miseria) la facevano da padrone in larghi strati sociali. A quell’ epoca, Averardi era un giovane dirigente del PCI: sconcertato dal completo allineamento del Partito, guidato da Palmiro Togliatti, alle posizioni di Mosca (a dicembre del ’56, il PCI si sarebbe dichiarato sostanzialmente a favore della repressione sovietica in Ungheria). Lui, allora responsabile de “Il Contemporaneo”, supplemento culturale di “Rinascita”, l’altro giornalista Michele Pellicani (direttore di “Vie Nuove” e padre di Luciano) , Eugenio Reale – all’epoca responsabile amministrativo del PCI – e Tomaso Smith , fondatore e direttore di “Paese Sera”, lasciarono il partito togliattiano per approdare alle sponde socialiste e socialdemocratiche.
Ne nacquero, nel ’57, il periodico “Corrispondenza socialista”, e. poco dopo, il quotidiano “La Giustizia” (ripresa della storica testata fondata ai primi del ‘900 da Camillo Prampolini). Che, animati dai quattro e da pochi altri coraggiosi, in anni in cui lo stesso “Avanti!” era ancora indietro nella difesa del socialismo riformista (proprio del ’56, ricordiamo, anche prima dei fatti d’ Ungheria, è lo storico incontro di Pralognan tra Nenni e Saragat, segnante l’inizio del riavvicinamento PSI-PSDI), con firme di prestigio, o destinate a diventarlo ( da Howard Fast a Milovan Gilas, da Franco Ferrarotti ad Antonio Ghirelli e Antonio Spinosa), iniziarono a discutere momenti e temi fondamentali della storia della sinistra in chiave autenticamente socialista democratica.

Roberto Cipriani, sociologo della religione, docente emerito dell’ Università Roma 3, ha ripercorso le drammatiche vicende del ’56 in Ungheria e nel resto del mondo ( fu l’anno anche dei moti antistalinisti pure in Polonia, e dell’attacco anglo-francese all’ Egitto di Nasser per la questione di Suez).: Ricordando anche le possibili responsabilità di Palmiro Togliatti nella morte (1957) del comunista eretico Giuseppe Di Vittorio: che proprio nel’56, cardiopatico, andò a curarsi in URSS (Togliatti, però, non gli consegnò mai la cartella coi risultati dei suoi test clinici, avuta di nascosto da Stalin: il sindacalista pugliese continuò allora a lavorare senza mai risparmiarsi, sino all’ improvvisa morte nell’autunno del ’57).
Luciano Pellicani, docente di Sociologia politica della LUISS, direttore emerito di “Mondoperaio”, ha focalizzato le analogie di fondo tra comunismo leninista, nazismo e altre ideologie totalitarie (come, oggi, l’integralismo islamico): sintetizzabili nel rifiuto totale della società borghese e del liberalismo valorizzante l’individuo, in nome d’un collettivismo totale e totalizzante, padrone assoluto non solo dell’economia, ma anche della cultura e persino delle coscienze e dello spirito degli individui. “Per questo, appunto nell’ Ungheria del ’56, vasti strati della popolazione insorsero contro il comunismo staliniano: ma fu, non dimentichiamolo, una rivolta non di destra, ma anzitutto di sinistra, con in prima fila proprio tanti giovani comunisti profondamente delusi dai burocrati filosovietici”.

Luigi Fenizi, consigliere parlamentare al Senato, già collaboratore di “Mondoperaio”, ha ricordato il posto che spetta di diritto a tutti quegli intellettuali che allora, uscendo dal PCI, furon considerati dei traditori: e invece rientrano a pieno titolo tra i difensori dell’ Occidente e della sua cultura laica e libertaria, da Turati a Silone, da Salvemini a Carlo Rosselli, da Albert Camus a Gustaw Herling e Milovan Gilas. Antonio Parisi, giornalista direttore di varie testate e autore di saggi di storia contemporanea, si è soffermato sull’ Ungheria di oggi, dove tuttora è vivissimo il dolore per la repressione sovietica del ’56 e per gli altri trent’anni di “Collelttivismo burocratico” che seguirono, sino al grande crollo dei muri del 1989. Aladino Lombardi, già presidente dell’ ANFIM, ha ricordato il viaggio che, proprio nell’ autunno del ’56, fecero a Budapest Matteo Matteotti (figlio di Giacomo), Indro Montanelli e il padre, Angelo Lombardi: viaggio che, permettendogli di assistere da vicino alla tragedia ungherese, segnò in modo indelebile la loro coscienza di cittadini e operatori dell’informazione e della cultura.

Fabrizio Federici

Sraffa e Gramsci, un’”amicizia” ancora non del tutto compresa

gramsci straffa

“Antonio Gramsci e Piero Sraffa sono tra i grandi intellettuali del Novecento europeo. La figura e le idee dell’uno, capo del Partito Comunista, sono state una stella polare per generazioni di pensatori e militanti politici. Economista originalissimo e di raffinata cultura, l’altro fu parte di una rete intellettuale che includeva pensatori come Keynes e Wittgenstein. Per vent’anni i due furono legati da una grande amicizia; quando Gramsci fu rinchiuso nel carcere fascista essa continuò a distanza, nutrita da lettere che passavano attraverso la cognata di Gramsci, Tatiana Schucht”. Cosa univa questi “due grandi”? È l’interrogativo al quale Giancarlo De Vivo cerca di rispondere nel volume “Nella bufera del Novecento. Antonio Gramsci e Piero Sraffatra lotta politica e teoria critica”.

Per dare una risposta all’interrogativi, l’autore, docente di Economia politica preso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, attenendosi rigorosamente “il più strettamente possibile all’evidenza documentale”, indaga sull’origine della loro amicizia, cercando di capire, da un lato, “quali ideali e quali circostanze” hanno permesso l’incontro di “due uomini così diversi”: il primo, componente di una povera famiglia sarda, il secondo , figlio di un autorevole giurista, Angelo Sraffa, rettore della Bocconi; da un altro lato, per comprendere cosa abbia continuato a legarli, “mentre l’uno era chiuso in carcere e l’altro era a Cambridge”.

Gramsci e Sraffa si sono incontrati per la prima volta nel 1919 e il “trait d’union” tra i due è stata una singolare figura di docente di materie letterarie, Umberto Cosmo. Tra le diverse sedi in cui ha avuto modo di insegnare, vi è stata quella di Cagliari (presso il Liceo classico Dettori) e, in questa città, nel 1895, si è iscritto al Partito Socialista; nel 1898, dopo il suo trasferimento a Torino, Cosmo ha coperto la cattedra di insegnato italiano e latino al Liceo Classico Gioberti e al Liceo Classico D’Azeglio, per poi passare all’insegnamento universitario, a partire dal 1911, dopo aver conseguito la libera docenza in letteratura italiana. Ai vari livelli d’insegnamento, Cosmo, socialista pacifista e anti-interventista, ha avuto nel corso degli anni tra i propri allievi personaggi che sarebbero divenuti figure di rilievo della cultura e della politica italiane, come Piero Gobetti, Norberto Bobbio, Angelo Tasca, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti ed anche Antonio Gramsci e Piero Sraffa.

Il momento (1919) e il luogo (Torino) “sono più che significativi” – afferma De Vivo – per capire come Cosmo abbia potuto favorire l’incontro di Gramsci con Sraffa; il 1919 segnava l’inizio del “Biennio rosso” (caratterizzato da una serie di lotte operaie e contadine che hanno avuto il loro culmine con l’occupazione delle fabbriche nel 1920) ed il loro epicentro nella città di Torino, dove il 1° maggio del 1919 Gramsci ha iniziato la pubblicazione de “L’Ordine Nuovo”.

E’ probabile – continua De Vivo – che sia “stato proprio Cosmo (cui i fascisti imputeranno di aver corrotto la gioventù inculcando idee sovversive ai suoi allievi) a indirizzare Sraffa (col quale manterrà sempre i contatti) verso ideali socialisti”; per quanto manchino documenti sul chi o cosa abbia spinto il giovane esponente di un’agiata famiglia dell’alta borghesia ebraica verso le idee socialiste, da un passaggio di una lettera di Sraffa a Gramsci (“mi ero irrigidito, fino al 1917, nel socialismo pacifista del 1914-15”) può plausibilmente desumersi, “che il primo socialismo di Sraffa, del 1914-15, [nell’anno scolastico 1913-14, Sraffa aveva avuto al Liceo Classico D’Azeglio di Torino Umberto Cosmo come insegnante] fosse appunto un ‘socialismo pacifista’”: la data e l’espressione “socialismo pacifista” fanno pensare a Cosmo.

E’ probabile anche che l’iniziativa di Cosmo di mettere in contatto Gramsci e Sraffa nel 1919 “non scaturisse – afferma De Vivo – da mero desiderio del professore di fare incontrare due cari allievi, ma partisse da una motivazione politica”; ipotesi, questa, confermata dal fatto che nel periodo 1919-1921 Sraffa ha partecipato attivamente al movimento dei giovani socialisti torinesi, “diventando (nelle parole di Togliatti) ‘uno dei dirigenti del gruppo di studenti comunisti che si era formato intorno a ‘L’ordine Nuovo’”.

Se è solo congettura che Sraffa e Gramsci siano stati messi in contatto nel 1919, è invece documentato che, verso la fine del 1923, Gramsci ha scritto a Sraffa per coinvolgerlo nella ripresa della pubblicazione de “L’Ordine Nuovo” e nella costituzione di un ufficio di ricerche economiche per il Partito Comunista; un progetto, però, frustrato dalle leggi liberticide che il fascismo ha adottato tra il 1925 e il 1926, anno nel quale Gramsci veniva arrestato, per essere poi, dopo un breve periodo di libertà condizionale, rinviato a giudizio davanti al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, che nel 1928 lo ha condannato a più di vent’anni di galera.

Negli anni del carcere, Sraffa e Gramsci si sono mantenuti in contatto attraverso Tatiana Schucht (cognata di Gramsci); le lettere che Gramsci scriveva a Sraffa venivano da quest’ultimo passate al centro estero del Partito Comunista a Parigi. Oltre che tramite con il partito, Sraffa, avvalendosi dell’accreditamento sociale della propria famiglia, ha aiutato Gramsci a gestire molti dei suoi problemi legali (il suo difensore, Saverio Castellet, era collaboratore del padre di Sraffa), prodigandosi anche per fare ottenere provvedimenti a favore dell’amico (uno zio di Sraffa, Mariano D’Amelio, era Senatore del Regno e primo Presidente della Corte di Cassazione). Infine, negli anni del carcere, Sraffa ha “stimolato” l’amico carcerato facendogli pervenire, tramite la cognata, pubblicazioni su materie che, a suo giudizio, potevano interessare il carcerato, affinché, attraverso lo studio e la scrittura, potesse conservare il cervello funzionante e creativo.

Sul piano politico, Sraffa e Gramsci – osserva De Vivo – avevano (fatta eccezione per la formazione economica che non era un punto di forza in Gramsci) molti tratti in comune dal punto di vista della formazione intellettuale e politica. Entrambi nutrivano un grande interesse per i classici del marxismo; ciò non significa, però, che i due amici concordassero su tutto, per via del fatto che Sraffa era meno propenso di Gramsci a lasciarsi influenzare da ragioni idealistiche. Su un elemento fondamentale, però, le vedute dei due amici convergevano: sull’identica interpretazione del materialismo storico. Essi, infatti, non condividevano l’interpretazione meccanicistica del “rapporto struttura-sovrastruttura”; ovvero, non condividevano l’idea che ci fosse “una totale e assoluta subordinazione della seconda alla prima” e che elementi sovrastrutturali (come la cultura e le ideologie) non potessero “reagire sulla struttura”.

Nonostante la convergenza su questo importante aspetto della loro adesione al marxismo, diversa era l’origine del perché Sraffa e Gramsci non condividessero l’idea di una rigida subordinazione della sovrastruttura alla struttura. L’adesione alla concezione materialistica della storia, a differenza di quanto forse era accaduto per Gramsci, non derivava per Sraffa da influenze idealistiche, ma dalla sua contrarietà alla teoria economica del marginalismo (teoria sviluppatasi tra il 1870 e il 1889, ancora oggi dominante rispetto a quella classica e marxiana); tale teoria era da Sraffa “combattuta”, perché portatrice di una concezione meccanicistica della distribuzione del prodotto sociale.

Sraffa negava che la distribuzione fosse determinata – come egli stesso diceva – “da circostanze naturali, o tecniche, o magari accidentali, ma comunque tali da rendere futile qualunque azione, da una parte o dall’altra, per modificarla”; in altri termini, la sua avversione al marginalismo conduceva Sraffa a negare che la distribuzione del prodotto sociale avesse “leggi ferree” e che, per la spiegazione del fenomeno distributivo, fosse necessaria una ricostruzione della teoria economica attraverso il ricupero della teoria classica e marxiana del sovrappiù, con conseguenze non di poco conto sul piano delle regole sottostanti il funzionamento del sistema economico-sociale.

Intanto, secondo la critica di Sraffa, tutte le grandezze economiche (quantità da produrre, consumo, salario, profitto, ecc.) non erano fenomeni ricadenti all’interno dell’economia; essi andavano invece ricondotti all’interno di “approcci procedurali”, la cui insufficiente formalizzazione ed istituzionalizzazione legittimava il ruolo e la funzione del “conflitto sociale”. Ciò significava che quasi tutte le grandezze economiche venissero calcolate su “basi tecniche”, come il foraggio per il bestiame ed il combustibile per le macchine, mentre il profitto era calcolato residualmente, identificandosi in ciò che resta del prodotto sociale dopo avere rimunerato il lavoro e reintegrato i capitali anticipati.

Secondo Sraffa, perciò, nella prospettiva della ricostruzione della teoria economica, la spiegazione tradizionale del processo distributivo del prodotto sociale, proprio della teoria marginalista, veniva completamente abbandonata. Le quote distributive non dipendevano più dalle condizioni tecniche della produzione, ma dai rapporti di forza tra i detentori della forza-lavoro e quelli dei beni-capitale e da altre cause esterne al processo distributivo, quali le variabili monetarie. Il processo distributivo veniva spiegato sulla base di un nuovo processo che derivava la distribuzione del prodotto sociale non più dalle contribuzioni dei fattori produttivi (lavoro e capitale) alla formazione del prodotto, ma dal conflitto tra categorie contrapposte di operatori economici; in altri termini, la distribuzione del prodotto sociale cessava di essere spiegata sulla base della teoria marginalista, attraverso il libero svolgersi, in termini di necessità e di ineludibilità, dell’interazione delle domande e delle offerte di tutti i beni e di tutti i servizi produttivi nei rispettivi mercati.

Nella prospettiva di Sraffa, diventava invece possibile assumere l’esistenza di una pluralità di distribuzioni del prodotto sociale, tutte compatibili con il funzionamento del sistema economico, in presenza del pieno impiego della forza-lavoro e dell’intero capitale disponibile. In tal modo, la distribuzione del prodotto sociale tra le categorie contrapposte di operatori non era solo un “fatto conflittuale”, ma era anche (nei limiti delle disponibilità, fatta salva la reintegrazione di tutti i beni-capitale impiegati nel processo produttivo) un “fatto indifferente” per il sistema economico; nel senso che quest’ultimo poteva “tollerare” tutte le possibili distribuzioni del prodotto sociale, comprese in un arco di variazione che andava dall’azzeramento del livello del profitto (a vantaggio delle forza-lavoro) ad un livello del salario uguale alla sola sussistenza biologica della forza-lavoro (a vantaggio del capitale e dei suoi proprietari): cessava quindi di esistere un “livello naturale” del salario, connesso ad un’ipotetica configurazione di equilibrio nella distribuzione del prodotto sociale.

Nella ricostruzione sraffiana della teoria economica, veniva rovesciata la relazione tra le condizioni di funzionamento del sistema economico e quelle che presiedevano alla distribuzione del prodotto sociale: le prime costituivano la “variabile indipendente”, mentre le seconde costituivano la “variabile dipendente”. Per la teoria marginalista, al contrario, era vero l’opposto; per cui, considerare qualsiasi forma di reddito (salario o profitto) “variabile dipendente” da condizioni distributive sottratte al rapporto di forza fra le categorie contrapposte di operatori economici proprietari dei fattori produttivi di specifici servizi, significava rifiutare l’esistenza di una pluralità di possibili configurazioni distributive del prodotto sociale, confermando invece la supremazia del mercato.

In conclusione, secondo Sraffa, il conflitto sociale sottostante la determinazione della distribuzione del prodotto sociale tra le varie categorie di operatori economici non era un “elemento di disturbo”; piuttosto che un “vizio” del sistema sociale, esso andava considerato una “virtù”: sin tanto che non fosse stata formalizzata una nuova teoria economica più generale (che spiegasse, in modo coerente e non contraddittorio, la dinamica del consumo, delle forme d’impiego del capitale e delle modalità di distribuzione del prodotto sociale) il conflitto costituiva un elemento fisiologico senza del quale il sistema sociale non avrebbe potuto stabilmente operare. Era, questa, una conclusione importante, ricca di implicazioni significative, che aprivano all’azione economica (e, più in generale, all’azione politica) la strada della “volontà” e della “libertà”, in quanto la riscattavano dai condizionamenti degli “automatismi necessitanti” delle istituzioni proprie del presunto mercato competitivo della teoria economica ancora oggi dominante.

Nella ricostruzione sraffiana, tuttavia, il conflitto, sebbene costituisca un elemento importante per dare positive risposte al problema distributivo, non è uno strumento idoneo a garantire condizioni di operatività stabile del sistema socio-economico, soprattutto a seguito del passaggio dall’”economia della scarsità” all’”economia dell’abbondanza” (caratterizzata dal fenomeno della disoccupazione strutturale crescente e dall’obsolescenza del sistema di protezione sociale esistente); ciò perché, il conflitto, per quanto necessario, costituisce pur sempre (soprattutto se gli si riconosce il ruolo attribuitogli dal marxismo ortodosso), non solo una fonte ingiustificata di costi e di sprechi, ma anche la negazione della possibilità che esso (il conflitto) possa essere “affievolito”, attraverso modalità processuali compatibili con l’interpretazione del materialismo storico che ha accomunato Sraffa e Gramsci e che implica il rifiuto della natura meccanicistica del “rapporto struttura-sovrastruttura”.

Pur mancando documenti che attestino ciò di cui Sraffa e Gramsci hanno discusso negli incontri occorsi tra i due nel breve periodo 1924-1926 (prima che Gramsci fosse arrestato), si può tuttavia dire, come sottolinea De Vivo, che i due amici non abbiano parlato sino a tarda notte solo del più e del meno; se è improbabile che essi abbiano discusso di teoria economica in senso stretto (argomento sul quale Gramsci mancava di competenza), “avranno certamente parlato – afferma De Vivo – di questioni politiche di attualità, ma assai probabilmente anche di questioni relative al marxismo, e in particolare di ‘materialismo storico’, cioè di quelle questioni economiche di largo respiro che i marxisti consideravano il terreno proprio del pensiero di Marx, e il campo in cui questo mostrava la sua superiorità rispetto alla teoria economica marginalista”.

Il materialismo storico di Marx, era però fortemente connesso al determinismo economico, implicante l’assunto che la sovrastruttura (le idee, le ideologie e la cultura in generale) fosse sempre determinata da eventi materiali; un assunto, quello marxiano, che contraddiceva l’”equivalenza tra fatti materiali e idee”, affermata da Sraffa e da Gramsci (proprio per questo, entrati entrambi nel “cono d’ombra” del sospetto e della critica da parte dell’ortodossia marxista). E’ stato forse Gramsci, competente a trattare la prassi del processo politico più di quanto lo fosse Sraffa, a formulare la possibilità, partendo dalla loro comune interpretazione del materialismo storico, che la fuoriuscita dal capitalismo potesse essere realizzata al di fuori dell’idea tradizionale della conquista violenta del “potere centrale”, quindi a teorizzare un movimento sociale articolato sul riconoscimento delle diversità e che considerasse la conquista del potere politico, non come dominio, ma come capacità di esercitare un ruolo egemonico, con cui perseguire la fuoriuscita dalla logica capitalistica senza rinunciare al consenso sociale.

In conclusione, come osserva De Vivo, Sraffa e Gramsci, pur gravati dell’accusa di “perversione idealistica”, da “comunisti indisciplinati”, quali essi sono stati, hanno lasciato in eredità della sinistra contemporanea un lascito intellettuale e conoscitivo, dal quale poter mutuare le idee per predisporre un progetto di rinnovamento politico, sociale ed economico, utile a superare le contraddizioni del capitalismo; la sinistra ha preferito però seguire tutt’altra tattica politica, riducendosi così a mosca cocchiera dell’ideologia neoliberista.

Gianfranco Sabattini

Sturmtruppen, marcia da 50 anni l’esercito più strampalato dei fumetti

STURMTRUPPEN 03“Disegnava ‘i fumetti’, è finito in manicomio” titolava il quotidiano torinese “La Stampa” intorno agli anni Cinquanta, nel periodo della campagna d’odio e di censura contro il fumetto avviata nel dopoguerra da chiesa, borghesia e partiti, compresi quelli di sinistra, con poche eccezioni. Ne abbiamo già scritto, qui ricordiamo solo che Palmiro Togliatti definiva il fumetto “una delle forme più corruttrici dell’americanismo”. (da “Il comune senso del pudore” di Gabriele Ferrero, presentazione de “I compagni della foresta”, albo n. 4 de Il Grande Blek a colori, edizioni Gazzetta dello Sport).

I tempi cambiano (più o meno, dato che i comics continuano a essere invisi a importanti personalità della cultura internazionale come l’attuale ministro italiano dell’istruzione), e proprio la Stampa, con Bao Publishing, ha recentemente bandito un concorso per una nuova striscia a fumetti.

STURMTRUPPEN 02 Un fatto raro ma non una novità assoluta. Cinquant’anni fa, infatti, il 23 novembre 1968, Paese Sera pubblica “Sturmtruppen”, opera vincitrice del concorso per una striscia a fumetti inedita, bandito dal quotidiano romano in occasione del IV Salone di Lucca.

L’autore dei testi e dei disegni è un giovane esordiente: Bonvi, alias Franco Fortunato Gilberto Augusto Bonvicini (Modena 31 marzo 1941 – Bologna 10 dicembre 1995), che in pochi anni diventerà la rockstar del fumetto internazionale.

STURMTRUPPEN 05Si racconta che Bonvi abbia avuto l’idea delle Sturmtruppen nella notte tra il 2 e il 3 ottobre 1968, al tavolo di un’osteria di Modena e che la prima striscia sia stata disegnata su di una tovaglia. Qualche settimana dopo presenta i suoi soldatini a Lucca e vince il concorso di Paese Sera come migliore autore italiano esordiente.

Sturmtruppen è la prima strip giornaliera italiana in bianco e nero realizzata con tecniche tipiche degli Stati Uniti. Pur con una produzione parallela di tavole e albi a colori, in 25 anni Bonvi ne ha realizzato circa 6mila strisce, anche se con una interruzione.

Nel 1973, infatti, voleva interromperne la produzione con la striscia 1370. Sarà Umberto Eco a convincerlo a non mandare in congedo permanente il suo esercito, che ritornerà al fronte con rinnovato slancio e nuovi personaggi.

“Siamo uomini o caporali?” si chiedeva Totò nell’omonimo film del 1955, regia di Camillo Mastrocinque. E Bonvi, forte anche della sua esperienza di sottotenente di fanteria nella scuola di truppe corazzate di Caserta, con le Sturmtruppen ha dato la sua personale risposta.

La sua vena satirica politica e sociale colpisce a fondo, e il suo strampalato esercito tedesken, con i soldaten che buttano il cuore oltre l’ostacolo, che fanno la guardia al bidone di benzina, con la guerra eterna contro un nemico di cui non si conosce né il nome né il volto, diventa il centro del mondo.

Con le Sturmtruppen Bonvi ha dato vita a una originale commedia umana dove, usando l’esercito tedesco, ha messo alla berlina “le divise”, la stupidità umana in tutti i luoghi e in tutte le latitudini.

Dopo il felice esordio su “Paese Sera”, la presenza su “L’Ora” di Palermo e sulla rivista romana “Off-Side”, l’Editoriale Corno inizia a pubblicare le Sturmtruppen sulla rivista “Eureka”, per poi ristamparle nei pocket.

Seguiranno giornali, riviste e libri, in Italia e all’estero, in venti nazioni e in undici lingue. Col tempo arrivano cinema, teatro e i cartoni animati, in onda su “Supergulp!”, programma di Rai 2, nell’aprile 1981. Più tutto il merchandising e il licensing possibile.

STURMTRUPPEN 01Grazie alle Sturmtruppen, che conquistano venti nazioni, Germania inclusa, vendendo milioni di copie, Bonvi conquista un grande successo internazionale. Tra i suoi tanti record, Sturmtruppen è il primo fumetto straniero pubblicato nella vecchia Unione Sovietica.

Nel 1972 le Sturmtruppen sbarcano in teatro a Roma, con la regia di Nino de Tollis, con grande scandalo perché per la prima volta su un palcoscenico italiano alcuni attori recitano completamente nudi, così come erano stati disegnati da Bonvi.

Ricordiamo anche i due film sulle Sturmtruppen, usciti nel 1976 e nel 1982, diretti da Salvatore Samperi, con i migliori attori comici dell’epoca, e con Bonvi che nel primo interpreta il ruolo del prigioniero da fucilare.

Questa non è la sua prima apparizione su grande schermo, perché nel 1967 è tra gli interpreti del film di Lucio Fulci “Come rubammo la bomba atomica”, con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.

Bonvi nasce a Modena nel 1941, ma la madre lo registra anche all’anagrafe di Parma per via delle tessere annonarie. Inizia gli studi a Modena, dove nel 1956 conoscerà Francesco Guccini, e li abbandona a Bologna, città che resterà la sua base italiana, perché gestirà il successo internazionale da Parigi.

Dopo il congedo, a metà degli anni Sessanta, sarà proprio Guccini a presentarlo a Guido De Maria, che lo assume tra i collaboratori della Vimder Film, che realizza cartoni animati pubblicitari soprattutto per Carosello, fra cui il famoso “Salomone pirata pacioccone” per gli sciroppi Fabbri, del 1966.

STURMTRUPPEN 06Anche se il grande successo di Bonvi è legato alle Sturmtruppen, ci sono alcuni lavori che vogliamo ricordare, a partire dagli inizi.

Bonvi esordisce nei comics nel 1965 con Cattivik, pubblicato da un giornale studentesco di Modena. Cattivik apparirà anche su “Tiramolla”, dal numero 14 del 19 luglio 1970.

“Teens”, realizzata con gli amici Eddy, Enzo e Claudio, è del 1967. Pensata per un giornale studentesco, la striscia, che racconta gli adolescenti prima del ’68, è stata pubblicata da “La Gazzetta di Parma” e dal settimanale “Giovani”.

Nel 1972, l’investigatore privato Nick Carter, creato con Guido De Maria, è uno dei protagonisti di “Gulp! Fumetti in Tv” in onda su Rai 2. Indimenticabile la battuta: “E l’ultimo chiuda la porta!”.

Sempre nel ’72 appaiono le prime “Storie dallo spazio profondo”, testi di Francesco Guccini, che anticipano atmosfere che poi ritroveremo in “Star Wars”.

Nel 1973 esce “Cronache del dopobomba”, storie di fantascienza distopica che raccontano dei sopravvissuti all’olocausto nucleare. Nel 1981 il duo Bonvi/Guccini ritorna con “Incubi di provincia”, serie alla quale collabora anche Magnus, un altro suo grande amico. Bonvi muore sabato 9 dicembre 1995 intorno alle 22, dopo essere stato investito da una Citroen Pallas in una strada della periferia di Bologna.

L’incidente è accaduto mentre Bonvi si recava negli studi di Videomusic per partecipare alla trasmissione “Roxy Bar” di Red Ronnie. Voleva vendere alcuni suoi disegni per aiutare Magnus, colpito da un tumore al pancreas. Pochi mesi dopo la morte, Guccini dedicherà a Bonvi “Lettera”, canzone d’apertura dell’album “D’amore di morte e di altre sciocchezze”. I fan non lo hanno dimenticato, e neanche la sua città natale. Nell’estate 2011, a Modena viene inaugurato il “Bonvi Parken”, dedicato ai suoi personaggi, Sturmtruppen in prima fila.

Cronaca bigotta del 1948, l’anno della Costituzione e di Pantera Bionda

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Il 24 aprile 1948, una settimana dopo le prime elezioni dell’Italia repubblicana, appare nelle edicole Pantera Bionda, la prima eroina del fumetto italiano, una tarzanide, o jungle girl, che vive le sue avventure nel Sud Est asiatico, principalmente nelle foreste del Borneo e nelle isole dell’arcipelago della Sonda, e che è una bomba in tutti i sensi. Un personaggio rivoluzionario per l’Italia piccola e bigotta di quei tempi che scatena una battaglia che dalle edicole toccherà le sacrestie, la stampa autorevole e titolata, la scuole, le sedi dei partiti e le aule giudiziarie.

pantera bionda 01Si chiama Pantera Bionda, la nostra eroina, ma non sarà la sola a ruggire in quegli anni del primissimo dopo guerra e della Costituzione entrata in vigore il primo gennaio dello stesso anno. Qualcuno se l’aveva letta, la nostra Carta fondamentale dei diritti, ed era convinto che dopo il Regno d’Italia e il regime fascista non ci sarebbero stati più lacci, bavagli, censure e altri impedimenti alla libertà di espressione e di stampa, che (molto in teoria, come scoprirà qualche mese dopo) non può essere soggetta ad autorizzazioni o a censure (articolo 21) anche quando si tratta di fumetti.

In quegli anni si respirava un vento di libertà che ha inebriato il giovane editore, che non ha impiegato molto tempo a scoprire che l’Italia era, come per molti versi lo è ancora oggi, il Paese del “ma…”. E’ vero che c’è la libertà di stampa ma… c’è anche il comune senso del pudore, su cui la Costituzione glissa elegantemente, ci sono i giovani virgulti che devono crescere forti e sani e lontani dalla corruzione, con la Magistratura che svolge le funzioni di severo e attento controllore.

Editore di Pantera Bionda è Pasquale Giurleo, con la sua Arc fresca di fondazione, testi di Giangiacomo Dalmasso e disegni di Enzo Magni, alias Ingam. Ben presto arrivano altri disegnatori per aiutare Ingam a reggere i ritmi produttivi, tra di loro un ventenne Mario Cubbino, molto bravo a disegnare le sinuose forme della nostra eroina. Il formato di stampa è quello dei comic book americani, cm. 21 x 28,5, ancora oggi ostico agli editori italiani di fumetti, copertina a colori, otto pagine in bianco e nero, il costo è di 30 lire. Inizia la sua avventura editoriale come quindicinale per passare a settimanale dopo 6 numeri, e termina col numero 108.

pantera bionda 03Pantera Bionda è un’orfana, che viene allevata da un’anziana cinese Fior di Loto, suo compagno di avventure è uno scimpanzé di nome Tao, contraltare della Cheeta di Tarzan. Senza dimenticare Fred, un esploratore americano che si innamora della Pantera e che svolge il ruolo di principe servènte. La nostra Pantera, che viene venerata dagli indigeni come una dea, combatte contro le irriducibili truppe del Sol Levante, cioè quei soldati giapponesi che non hanno accettato la fine della Seconda guerra, che non si sono arresi e che saccheggiano e depredano le popolazioni malesi. Ma non mancano scontri sempre vittoriosi contro contrabbandieri, trafficanti e altri loschi figuri.

Pantera Bionda indossa, come tutti i tarzanidi (termine coniato dal critico francese Francis Lacassin per catalogare quei personaggi a fumetti epigoni del Tarzan di Edgar Rice Burroughs, apparso nel 1912) indossa un abbigliamento adeguato ai luoghi: un bikini leopardato che ne mette in risalto le forme sinuose, insomma una bonazza che turba i sogni dei giovani virgulti dell’Italia ancora da ricostruire, e non solo quelli. Un gran bel pezzo di fig…liola, un’amazzone moderna catapultata nella giungla, che non ha bisogno di essere protetta dall’eroe maschio mentre lei sta a casa a cucinare e occuparsi di altre faccende più consone al suo sesso. Un’eroina che volteggia di albero in albero, di liana in liana, che non accetta la mela dal serpente ma che gli taglia la testa con una precisa coltellata, che combatte, picchia e sconfigge i cattivi, che sa usare arco e frecce, una guerriera libera e indipendente, aggressiva e spregiudicata, che ha un fidanzato, meglio un amante, un esploratore americano che è un perfetto cretino, l’equivalente maschile delle tante oche giulive del cinema e del fumetto che hanno imperversato per lunghi decenni.

Se al tema aggiungiamo anche che si tratta del primo grande successo editoriale del dopoguerra, con 100mila copie vendute a numero, la frittata è fatta. E fu così che nel 1948 scoppiò veramente un Quarantotto. La prima grande operazione di censura (non solo contro i fumetti ma che ingabbiava tutta la stampa in generale e la libertà di parola e di espressione) dell’Italia nata dalla Resistenza e dalla Costituente. Nata male e cresciuta peggio, almeno per quel che riguarda il rapporto con i fumetti, che erano mal visti e sopportati ancora meno dalla classe dirigente declinata in tutti i suoi aspetti. Nel senso che tutti hanno sparato contro la Pantera Bionda e contro la libertà di espressione e di raccontare storie fuori dai canoni ufficiali: la chiesa, i politici, i giornali, i magistrati, gli invidiosi concorrenti dell’editore, perché se 100mila copie sono un bel traguardo ancora oggi a distanza di 70 anni, all’epoca erano un sogno irraggiungibile. Insomma, contro l’editore di Pantera Bionda è stato messo in piedi un massacro mediatico e giudiziario degno di migliori cause, una vera e propria caccia alle streghe, una crociata scatenata principalmente dai pedagogisti di formazione cattolica, ma anche gli altri ci hanno messo qualcosa.

Per dare un esempio, citiamo “Alfredo Castelli – il prequel”, di Alfredo Castelli, edizioni ComicOut, collana Lezioni di Fumetto: “La sinistra politica e intellettuale era compatta nel definire il fumetto come “una delle forme più corruttrici dell’americanismo” (Palmiro Togliatti). Nel 1951 Nilde Iotti, che riteneva il fumetto un’invenzione dell’editore americano Hearst costruita con il preciso intento di ottenebrare il proletariato, in “Rinascita” definì i suoi lettori come consapevoli vittime di “irrequietezza, scarsa riflessività, deficiente contatto col mondo circostante e quindi tendenza alla violenza, alla brutalità, all’avventura fuori dalla legge”. Più o meno la stessa linea di pensiero del rapporto odierno tra i giovani e lo smartphone o Internet in generale.

Anche se ci ritorneremo con qualche articolo prossimo venturo (la censura nei fumetti con la Comics Code Authority negli Usa e il marchio Garanzia Morale in Italia, la nascita del formato striscia, i 70 anni di Tex), giusto per dare un’idea di quanto i fumetti fossero mal visti dai benpensanti e dal potere dell’epoca, riportiamo un brano dall’autobiografia di Aurelio Galleppini, in arte Galep, che proprio di Tex è stato l’inventore grafico, e che alla fine della Seconda guerra era riparato a Cagliari, in Sardegna, dove insegnava disegno: “Il passato regime aveva lasciato dei pregiudizi sui fumetti, per cui era quasi una vergogna leggerli e tanto più farli. Con la reputazione ormai acquisita di pittore e con l’incarico di docente di disegno nelle scuole, guai se avessero collegato il mio nome al Galleppini autore di fumetti. Per fortuna i più severi censori di “certa stampa deteriore, causa di danni irreparabili nella formazione dei ragazzi”, mostravano anche notevole ignoranza (per lo meno nell’ambito dello specifico medium del fumetto), sicché, con la morte nel cuore, ma senza il patema di censure a mio carico, mi capitò pure di strappare in modo teatrale, davanti alla scolaresca, per ordine del preside, alcuni giornaletti trovati in mano agli alunni; qualcuno era mio; ma è improbabile che sia stata percepita la mia momentanea esitazione, prima di lacerare con stoica fermezza quelle mie “creature” rinnegate…”. (da L’arte dell’avventura, Ikon Editrice, 1989).

Quindi il visionario Pasquale Giurleo, che pubblica anche un altro personaggio dedicato a donne che occupano ruoli tradizionalmente destinati ai maschi, cioè quel Miss Diavolo che chiuderà dopo 28 numeri, si ritrova a dover fare i conti prima con una campagna di stampa al vetriolo, accusato di essere un “pericoloso strumento di corruzione dei minori” e poi con la magistratura. Non bastano denunce, processi e condanne per “oltraggio al comune senso del pudore”: il numero 41 di Pantera Bionda viene bloccato in tipografia e l’eroina può tornare nelle edicole a patto che si vesta in maniera meno sexy e più consona, coprendosi non solo le gambe e il busto ma anche i piedi, ritenuti persino loro troppo peccaminosi. Gli autori si inventano un escamotage narrativo: la Pantera trova un baule pieno di vestiti e impara a vestirsi con una gonna, che in pochi numeri arriverà a coprirle le ginocchia, e una camicetta che nasconde il sexy reggiseno leopardato. Così il personaggio perde via, via il sex appeal iniziale, le vendite calano e la testata chiude nel giugno 1950, dopo 108 numeri, col matrimonio della Pantera con Fred, il suo non più eterno fidanzato. Oltre che dai lettori, sarà rimpianta solo dagli ottici e dagli oculisti, che in quel periodo sembra abbiano fatto affari d’oro.

Una vittoria postuma però la nostra Pantera Bionda l’ha ottenuta: quando si parla di censura, nei fumetti ma non solo, viene citata dagli studiosi di tutto il mondo come perfetto esempio di caccia alle streghe e di violenza dei bigotti, mentre il nome dei persecutori e dei giudici è stato cancellato dall’incedere del tempo.

Pasquale Giurleo sopravvive solo pochi mesi alla sua creatura, muore, infatti, nel 1951 a soli 47 anni. E triste sarà anche il destino di Pantera Bionda che tornerà nelle edicole diverse volte, con ristampe e con storie inedite, senza mai raggiungere il successo degli esordi. Una sua diretta discendente può essere considerata “Jungla la vergine africana”, testi di Paolo Trivellato e Loredana D’Este, disegni di Stelio Fenzo, edizioni Erregi, un tascabile per adulti che ha goduto di un buon successo editoriale dal settembre 1968 al dicembre 1971.

Ma non è solo la rappresentazione della donna libera, dell’eroina forte e indipendente che combatte i maschi da pari a pari, a dare fastidio. Un ruolo importante lo gioca anche l’abbigliamento, quel ridotto bikini leopardato, un costume che all’epoca era ancora proibito e perseguitato da moralisti e benpensanti. Il bikini è stato reinventato nel 1946 a Parigi dal sarto Louis Réard, che a sua volta ha ridotto le dimensioni dell’Atome, un due pezzi creato da Jacques Heim. Per farla breve, se nella Francia figlia dell’Illuminismo e della Rivoluzione inizia, seppur timidamente, a diffondersi, il bikini è perseguitato in tutto il resto dell’Occidente, tanto che nel 1951 viene bandito dalla prima edizione del concorso di Miss Mondo, che si svolge nella pudica Londra. Il bikini sarà sdoganato nel 1958 grazie a Brigitte Bardot, un’altra pantera bionda dal corpo statuario che per un decennio turberà i sogni di milioni di spettatori. E’ Roger Vadim a lanciarla come bomba sexy planetaria nel film “Piace a troppi” (Et Dieu… créa la femme).

Le tarzanidi (o jungle girls) sono nate negli Usa, ispirate dalle storie di Tarzan. L’esordio avviene nei racconti pubblicati sui “pulp magazines”, riviste antologiche che ebbero il loro periodo di maggior splendore tra il 1910 e il 1940. Mentre il primo personaggio, pur nato negli Stati Uniti, è stato pubblicato in Inghilterra. Si tratta di “Sheena, regina della giungla” (Sheena, Queen of the Jungle) che debutta nel 1937, sul numero 1 della rivista britannica Wags. E’ uno dei primi personaggi realizzati da Will Eisner, che con S.M. Jerry Iger ha fondato una piccola agenzia di produzione e distribuzione di comics. I due firmano con il nom de plume di W. Morgan Thomas, per nascondere il fatto che lo studio non poteva permettersi altri collaboratori. L’anno dopo Sheena arriva negli States su Jumbo Comics n. 1.

Ricordiamo che Will Eisner (6 marzo 1917 – 3 gennaio 2005) è stato uno dei grandi maestri dei comics, uno dei più importanti autori e punto di riferimento sin dagli anni Cinquanta. Non è solo il creatore di Spirit, ma l’inventore di un nuovo modo di raccontare che fa ancora oggi scuola in tutto il mondo.

A Sheena seguiranno tante altre jungle girls, con fisici statuari, con una forte carica erotica, vestite succintamente con gambe, seni e glutei sempre in mostra. Le trame si reggono su un filo di ragnatela, mentre le eroine desnude volteggiano di ramo in ramo esibendo per gli occhi attenti dei lettori il loro corpo da sogno.

Il fenomeno approda anche in Europa, apripista è la Francia con “Durga-Rani, Reine des Jungles” di Jean Sylvère René Pellos. Questa regina della giungla, che prende il nome da una delle principali divinità indù, è un’eroina violenta e passionale dotata di poteri di origine divina che esordisce nella rivista “Fillette” nel 1946. Libera e indipendente, con grandi abilità fisiche e una intelligenza affilata come la lama di un rasoio, Durga-Rani è sicuramente la sorella maggiore di Pantera Bionda.

Concludiamo con alcune curiosità sul 1948. Niente di esaustivo, solo notizie sparse raccolte qua e là, alle quali ciascuno può aggiungere le proprie personali preferenze.

1 gennaio 1948: entra in vigore la Costituzione, approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata da Enrico de Nicola, capo provvisorio dello Stato il 27 dicembre 1947. De Nicola sarà anche il primo presidente della Repubblica, dal 1 gennaio al 12 maggio 1948.

Il 18 aprile 1948 si tengono le prime elezioni politiche della storia della Repubblica. Sonora sconfitta del Fronte Democratico popolare, con il Partito comunista e il Partito socialista. Pesa la scissione dei socialdemocratici di Palazzo Barberini, messa in atto un anno prima da Giuseppe Saragat. Una lezione che la Sinistra fatica ancora a elaborare e a non replicare in tutte le occasioni possibili . Vince la Democrazia Cristiana e Alcide De Gasperi diventa presidente del consiglio.

Esaurito l’argomento politica, il posto d’onore pensiamo tocchi a “N.U. – Nettezza urbana” di Michelangelo Antonioni, che in 12 minuti racconta la vita degli spazzini di Roma, Nastro d’Argento al Miglior documentario. Suggeriamo di recuperarlo perché diventi la base di un nuovo documentario, magari girato negli stessi luoghi.

Una storia di amore malato è raccontata in “Assunta Spina” regia di Mario Mattioli con Anna Magnani ed Eduardo De Filippo, tratto da un dramma di Salvatore Di Giacomo. La prima cosa da dire è che si tratta del secondo film italiano dove si dice una parolaccia: puttana, per l’esattezza. La trama racconta di Assunta Spina (Anna Magnani) che fa ingelosire il suo amante, Michele Boccadifuoco, (Eduardo) che per vendicarsi la sfregia in mezzo alla strada. Al processo, Assunta cerca di scagionarlo, di giustificarlo, ma l’uomo viene condannato a due anni da scontare nel carcere di Avellino. Per farlo restare a Napoli, Assunta accetta le avances di un cancelliere del tribunale, creandosi non pochi problemi. La storia finisce male, con Michele che, appena uscito dal carcere, uccide il cancelliere, ma è Assunta Spina ad accusarsi del delitto. Una storia per certi versi terribile e attuale ancora oggi.

Piccola curiosità fuori tema: vaffanculo, la prima parolaccia del cinema italiano viene detta nel film “Il ratto delle Sabine”, 1945, di Mario Bonnard con Totò e Carlo Campanini. Nessun commento su altri comici e usi alternativi del vaffa, preferiamo sempre il principe della risata.

“Orchidea bionda” (Ladies of the Chorus), musical di Phil Karlson, ci offre invece l’occasione di parlare di un’altra bionda esplosiva, che farà anche lei una brutta fine, cioè Marylin Monroe. Dopo tante particine, questo è il primo film dove recita un ruolo da protagonista, anche se con scarsi risultati al botteghino.

Se volete un esempio di tripudio di buoni sentimenti e storie accettate dai benpensanti dell’epoca, niente di meglio di “Cuore”, dall’omonimo libro di Edmondo de Amicis, di Duilio Coletti. Vittorio De Sica è il co-regista e l’interprete principale. Vincerà il Nastro D’Argento come migliore attore.

Non sfigura neanche “Ladri di biciclette”, sempre di Vittorio De Sica, dall’omonimo romanzo del 1946 di Luigi Bartolini, sceneggiato da Cesare Zavattini e da altri grandi nomi. Un capolavoro del neorealismo con l’esordio di Sergio Leone, uno dei registi che hanno scritto la storia del cinema, nel ruolo di una comparsa.

Sempre nel 1948 nasce il grande amore di Luchino Visconti per la Sicilia che avrà la sua apoteosi ne “Il Gattopardo”, 1963, con Claudia Cardinale e Alain Delon. Visconti sbarca in Sicilia per girare un documentario finanziato dal Partito comunista sulla strage di Portella della Ginestra ma resta affascinato dai luoghi e decide di girare “La terra trema”, tratto da “I Malavoglia” di Giovanni Verga, pubblicato nel 1881. Il film racconta il tentativo di riscatto sociale e di miglioramento economico di una famiglia di pescatori e si conclude amaramente con il protagonista che deve rinunciare al suo orgoglio, chinare la testa e chiedere lavoro al gruppo di sfruttatori che ha inutilmente combattuto. Un invito a restare al proprio posto, che non ha nulla di rivoluzionario, ma che suggerisce di non mettersi strani grilli in testa. Una storia che è molto tranquillizzante, molto educativa se vogliamo, e forse proprio per questo viene prodotta dalla Universalia, i cui proprietari bazzicano ambienti vaticani.

Nel 1948 esordisce in volume il Piccolo mondo di Giovannino Guareschi con “Don Camillo”. Grande scrittore e polemista mordace anche Guareschi subirà censure, processi e condanne (si scontrò e perse contro due corazzate tipo Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi) ma Peppone e Don Camillo si conquisteranno l’immortalità.

Primo libro anche per Elsa Morante con “Menzogna e sortilegio”, Truman Capote con “Altre voci, altre stanze” (Other Voices, Other Rooms) e per Norman Mailer con “Il nudo e il morto” (The Naked and the Dead). “The City and the Pillar”, titolato in Italia “La città perversa”, “Jim” e “La statua di sale”, di Gore Vidal scatena il puritanesimo americano perché racconta una storia d’amore omosessuale tra due ragazzi. Un libro così scandaloso che tutti i più importanti giornali Usa si rifiutarono di recensire.

Concludiamo ritornando nelle giungle misteriose dalla quali siamo partiti con il personaggio che ha dato il via al filone narrativo degli uomini e delle donne scimmia. Dopo dodici film, Johnny Weissmuller , il Tarzan più famoso della storia, già celebre campione olimpionico di nuoto, primo uomo a coprire i cento metri stile libero in meno di un minuto, appende la liana e il perizoma al chiodo per vestire i panni di Jim della Giungla, Jungle Jim, un personaggio dei fumetti apparso nel 1934, scritto e disegnato da Alex Raymond. “Tarzan e le sirene” (Tarzan and the Mermaids) di Robert Florey è l’ultima pellicola che lo vede rivestire i panni del primo e più grande uomo scimmia.

La Costituzione repubblicana e i Trattati europei

vladimiro

Vladimiro Giacché, presidente del Centro Europa Ricerche, ha pubblicato sul n. 5/2017 di “MicroMega” un articolo controcorrente, dal titolo “’Per la contraddizion che nol consente’. Ovvero dell’incompatibilità fra Trattati europei e Costituzione italiana”. Un tema, questo, che a parere dell’autore “è rimasto ai margini anche dello scontro referendario dello scorso dicembre”.

La mancata riflessione su questo aspetto importante della Costituzione repubblicana non sarebbe stata casuale; ciò, perché l’eventuale riconoscimento dell’esistenza della contraddizione avrebbe implicato una “bocciatura senza appello della strategia politica ‘europeista’, condivisa da decenni dai partiti politici italiani, sulla cui base sono state costruite carriere politiche, nuove narrazioni e un senso di appartenenza in cui molti a sinistra, dopo il 1989, hanno visto una confortante ancora di salvezza”; per quanto quell’ancora abbia poi tirato a fondo “i diritti dei lavoratori e dei cittadini previsti dalla nostra Costituzione”. Per evidenziare l’esistenza della contraddizione tra Costituzione e Trattati europei, Giacché passa ad effettuare un confronto tra i “valori giuridici” che sono alla base, sia della prima che dei secondi.

La Costituzione italiana – afferma Giacché – rappresenta “una delle varianti di quel modello di ‘capitalismo regolato’ o ‘interventista’ […], prevalso nell’immediato dopoguerra in molti Paesi, che affida allo Stato un ruolo importante nella regolazione dell’attività economica”; in questa variante, sempre a parere di Giacché, il capitalismo regolato si unirebbe a un “concetto dinamico di democrazia progressiva”, in virtù del quale, il regime politico democratico costruito su di esso avrebbe il “compito di promuovere l’eguaglianza e la libertà dei cittadini, visti come termini indissolubili”. Al riguardo, un ruolo fondamentale è assegnato al lavoro, considerato che in uno dei Principi fondamentali della Carta è statuito che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

E’ stata una specifica volontà dei Padri costituenti a voler sottolineare l’importanza, specificandola nella Costituzione, del “diritto al lavoro”, da garantire attraverso il perseguimento del pieno impiego; in questo modo – chiarisce Giacché – sarebbe stato stabilito il “nesso tra realizzazione del diritto al lavoro e attuazione delle democrazia costituzionale”, come peraltro risulta dalle parole di uno dei “Padri”, Lelio Basso, il quale, nel corso del dibattito alla Costituente, ha esplicitamente dichiarato che “finché non sarà garantito a tutti il lavoro, non sarà garantita a tutti la libertà; finché non vi sarà sicurezza sociale, non vi sarà veramente democrazia politica; o noi realizzeremo interamente questa Costituzione, o noi non avremo realizzata la democrazia in Italia”.

La dichiarazione di Basso varrebbe, a parere di Giacché, a dimostrare non solo la centralità che il diritto al lavoro assume nella Carta repubblicana, ma anche quella dell’ulteriore disposto costituzionale, anch’esso incluso tra i Principi fondamentali, che stabilisce che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica ed economica e sociale del Paese”.

Di fatto, conclude Giacché, ciò comportava che solo attraverso la piena soddisfazione del diritto al lavoro e di quello ad una rimunerazione adeguata sarebbe stato possibile garantire la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, nonché la loro effettiva partecipazione alla vita democratica. Sarà, poi, un altro Padre costituente, Palmiro Togliatti, ad affermare che, ricorda Giacché, una volta statuito a livello costituzionale il diritto al lavoro, diventava necessario indicare anche il “metodo generale” col quale il nuovo Stato democratico doveva garantire i nuovi diritti. A questo obiettivo, la Costituzione repubblicana provvede con gli articoli relativi ai “Rapporti economici”, i quali prefigurano il “metodo” per dare concreta attuazione a quanto stabilito nei Principi fondamentali.

Passando a considerare il “capitalismo disegnato dai Trattati europei”, Giacché afferma che, almeno dal Trattato di Maastricht in poi, la sua forma è stata disegnata in modo molto diversa da quella che hanno avuto “in mente i nostri costituenti”; per la governance del capitalismo europeo sono stati previsti principi diametralmente opposti a quelli sui quali è stato fondato il “capitalismo regolato” della Costituzione italiana; il capitalismo europeo, infatti, è stato fondato sul libero svolgersi delle forze di mercato, su un ruolo minimo dello Stato (solo per contrastare l’instabilità del potere d’acquisto della moneta, la cui causa veniva rinvenuta nell’eccesso di moneta in circolazione e nell’alto costo del lavoro) e, infine, sulla necessità che la Banca centrale fosse indipendente dagli stati di bisogno dei governi (per sottrarre a questi ultimi le risorse finanziare necessarie per finanziare l’intervento pubblico in economia). Liberalizzazione dei mercati, stabilità dei prezzi, indipendenza della Banca centrale sono dal punto di vista europeo principi sovraordinati, rispetto ad ogni altro vigente all’interno dell’area economica dei Paesi membri dell’Eurozona.

Rispetto a quanto prefigurato dalla Costituzione italiana, nel capitalismo disegnato dai Trattati europei – afferma Giacché – “la piena occupazione” e il “progresso sociale” seguono e non precedono l’”obiettivo della stabilità dei prezzi”. Il fatto che tale principio sia stato assunto come obiettivo prioritario non è, a parere di Giacché, casuale; ne è prova il fatto che nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, nella parte riguardante la politica economica e monetaria, è affermato a chiare lettere che, ai fini del rispetto del buon funzionamento del mercato interno, la governance dell’Unione deve essere fondata sull’adozione di una un’unica politica economica, fondata sullo “stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri” e “sulla definizione di obiettivi comuni”, quindi attuata in conformità al principio di un’economia di mercato aperta alla libera concorrenza.

Dopo Maastricht, con la costituzione dell’Eurozona e l’adozione dell’euro, la politica economica comune ha incluso quella monetaria e quella del cambio, aventi come obiettivo principale il mantenimento della stabilità dei prezzi, per una governance dell’Eurozona e del mercato unico, nella prospettiva di un’economia di mercato aperta al principio di concorrenza. Inoltre, “la priorità attribuita alla stabilità dei prezzi – afferma Giacchè – ha portato a rifiutare, in quanto potenzialmente inflazionistiche, politiche attive del lavoro e più in generale politiche di stimolo all’economia”.

Il divieto di attuare interventi a sostegno dell’economia in crisi ha rivelato tutti i suoi limiti devastanti dopo lo scoppio, nel 2007/2008, della Grande Recessione: non solo perché ha imposto, per i Paesi i cui conti pubblici presentavano pesanti disavanzi, come l’Italia, l’obbligo di attuare politiche di austerità e di taglio della spesa pubblica; ma anche perché, a livello europeo, si è proceduto ad un peggioramento progressivo dei cosiddetti “parameri di Maastricht”, con l’adozione del “fiscal compact”. Quest’ultimo ha comportato, prima, restrizioni relative al rapporto deficit/PIL ed a quello debito pubblico/PIL, e successivamente l’obbligo del pareggio di bilancio, recepito con norme di rango costituzionale; nel caso dell’Italia, ciò è avvenuto mediante la riscrittura dell’articolo 81 della Costituzione, col quale è stato stabilito che “il ricorso all’indebitamento è consentito” solo nel caso in cui si debbano contrastare gli effetti dei “cicli economici” avversi, mediante politiche economiche giudicate adeguate dalla Commissione europea.

Il “metodo” seguito della Commissione è la dimostrazione definitiva, per chi ancora nutrisse dei dubbi, dell’incompatibilità esistente fra i Trattati europei e la Costituzione italiana; per rendersene conto, basta seguire la procedura adottata dalla Commissione per il giudizio di adeguatezza delle politiche di bilancio dei Paesi membri dell’Eurozona: si tratta di un “metodo”, descritto puntualmente da Giacché, che conduce al calcolo dell’indebitamento ordinario consentito ad uno Stato, quando colpito dagli esiti di un ciclo economico avverso. La Commissione procede al calco dell’”output gap”, ovvero alla stima della differenza tra il PIL reale e quello potenziale; correlato quest’ultimo al “tasso di disoccupazione di equilibrio”, compatibile con la conservazione della stabilità dei prezzi.

Nel caso dell’Italia, precisa Giacché, tra il 2011 e il 2016 “vi è stato un continuo riallineamento verso l’alto delle stime del tasso di disoccupazione d’equilibrio”, nel senso che la stima per il 2011 è stata del 7,5%, per risultare pari a circa l’8,5% nel 2012 e “drasticamente peggiorare” nel 2013 (10,4%), nel 2015 (11,0%) e nel 2016 (11,4%); solo per il 2017 la stima è leggermente migliorata, essendo risultata pari al 10,9%. La metodologia seguita dalla Commissione, che “subordina l’obiettivo di ridurre la disoccupazione (e l’intervento rivolto a tal fine) all’obiettivo di contenere l’inflazione, è perfettamente coerente con i Trattati europei, in cui la stabilità dei prezzi è sovraordinata all’obiettivo della piena occupazione”, mentre non lo è nell’ordinamento giuridico prefigurato dalla Costituzione italiana. Da ciò consegue che la riscrittura dell’articolo 81 della Carta risulta perfettamente coerente con l’ordinamento giuridico dei Trattati europei e, proprio per questo, contraddittoria riguardo al “rispetto dei diritti fondamentali previsti dalla nostra Costituzione”.

Secondo Giacché, l’articolo 81, oltre che essere un corpo estraneo al resto della Costituzione, è anche “un cuneo pericolosissimo inserito al proprio interno”; ciò perché la regola del pareggio del bilancio colpisce, non solo i salari e i possibili livelli occupazionali, ma più in generale l’intervento pubblico in economia, per il perseguimento delle finalità prescritte dalla Costituzione. La bocciatura dell’ipotesi di riforma costituzionale del Governo-Renzi del dicembre del 2016 può essere pertanto intesa come atto di resistenza popolare alla pretesa di subordinare l’ordinamento giuridico nazionale a quello dei Trattati europei, ma anche come rinvio alla “questione più fondamentale della compatibilità fra Trattati europei e Costituzione italiana”.

Giacché osserva che il problema della contraddittorietà tra i due ordinamenti giuridici, quello europeo e quello nazionale, viene di solito ignorato dall’establishment italiano con varie tattiche elusive, la principale delle quali è quella di ammettere l’esistenza di problemi d’incompatibilità, ma di affermare “che essi possono essere risolti puntando all’unione politica, o a passi intermedi quali la creazione di un budget europeo dotato di risorse più ingenti e così via”. Secondo Giacché, questo atteggiamento è proprio “di chi pensa che i mali che oggi affliggono l’Europa si risolvano con ‘più Europa’”.

Il problema è per Giacchè un altro, che può essere risolto, non attraverso “più Europa”, ma con “quale Europa” si vuole e con “quali valori e finalità” la si vuole. La conservazione dello status quo va rifiutato; se ha da esservi “più Europa”, occorre che essa sia riproposta sulla base di un “cambiamento di direzione”, ovvero, osserva Giacché, nella “direzione indicata dalla nostra Costituzione. Ciò consentirebbe, innanzitutto di riprendere un cammino interrotto dall’establishment italiano, allorché ha deciso di risolvere i problemi sociali ed economici del Paese ricorrendo a un “vincolo esterno”, pagato al prezzo dell’interruzione del processo di crescita, del sostegno dell’occupazione e dell’attuazione di una condivisa equità sociale. In secondo luogo, il ricupero dello spirito della Costituzione italiana rappresenterebbe un valido ostacolo alla costruzione di un modello di capitalismo europeo, ispirato al laissez-faire e alla negazione di ogni ruolo positivo dell’intervento pubblico in economia. Tornare alla Costituzione – conclude Giacché – significherebbe “riprendersi il diritto di attuare politiche economiche diverse da quelle imposte dalla dogmatica neoliberale che impronta i Trattati europei”; in altre parole, occorrerebbe orientarsi a quella forma di capitalismo d’ispirazione keynesiana, che si era affermata in Europa dopo la fine del secondo conflitto mondiale e che era valsa a garantire trent’anni di crescita stabile delle economie dei Paesi europei e un’equità distributiva largamente condivisa.

Difficile non concordare con il wishful thinkin di Giacché; ciò che rende la sua ipotesi fortemente utopistica è che essa non tiene conto del fatto che le condizioni, non solo politiche, ma soprattutto economiche, esistenti all’indomani del secondo conflitto mondiale sono radicalmente cambiate. In particolare, l’ipotesi di Giacché non tiene conto della presenza di un “convitato di pietra”, qual è la globalizzazione. E’ vero che quest’ultima e i valori neoliberali che l’hanno sottesa sono responsabili della crisi del 2007/2008, ed è anche vero che alla logica della globalizzazione si sono aperti, soprattutto dopo Maastricht, i Trattati europei, con tutte le conseguenze negative narrate da Giacché. Cionondimeno, il ritorno alla Costituzione repubblicana, per sottrarre l’Italia agli esiti negativi della subalternità del suo ordinamento giuridico a quello prefigurato dagli attuali Trattati europei, significherebbe optare per una via autarchica, i cui esiti negativi sarebbero di gran lunga superiori ai vantaggi.

Parrebbe maggiormente vantaggioso per l’Italia un atteggiamento molto più fermo e critico nei confronti dei partner europei, al fine di fare loro accettare un reale cambiamento di direzione nel processo di unificazione politica dell’Europa, aprendo il cambiamento all’accettazione degli valori e degli obiettivi della nostra Costituzione, in quanto “variante più avanzata” del capitalismo regolato e interventista prevalso nel secondo dopoguerra.

Posto che l’ipotesi avanzata da Giacché possa avere successo, riscrivendo i Trattati europei secondo lo spirito della Costituzione italiana, occorrerà però considerare che l’intera Europa “riorientata” dovrà confrontarsi col resto del mondo, in una prospettiva di concorrenza globale, con un sostenuto progresso tecnologico, destinato nel tempo a creare una disoccupazione irreversibile.

Pertanto, il maggiore impegno dell’Italia per una “nuova Europa” implicherà che si discuta, più di quanto è stato fatto sinora, dell’opportunità di rimuovere dalla Costituzione repubblicana gli obiettivi che non potrà “onorare”, spostando in particolare la riflessione dal “diritto al lavoro” al “diritto al reddito”; fatto, quest’ultimo che implicherà la riformulazione, non solo degli attuali “Principi fondamentali”, ma anche degli articoli che disciplinano i “Rapporti economici”.

Gianfranco Sabattini

Umberto Calosso,
tra cultura e socialismo

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Umberto Calosso

Quando morì, il 10 agosto del 1959, Pietro Nenni, con la capacità di penetrazione psicologica, di giudizio  e di sintesi che lo distingueva, lo definì nel suo Diario “spirito acuto e bizzarro, scrittore elegante, uomo di larga cultura umanistica” e ne ricordò la partecipazione con “Giustizia e Libertà” e poi col Partito Socialista alla lotta antifascista e il contributo alla ricostruzione democratica. Tutto questo era stato effettivamente Umberto Calosso.

Nato a Belviglio d’Asti il 23 settembre  del 1895, compì i suoi primi studi a Torino, allievo del Convitto nazionale, dove rivelò una intelligenza  vivissima e penetrante. All’inizio della Grande Guerra venne riconosciuto non idoneo al servizio militare, ma egli, per omaggio alla memoria di Mario Tancredi, un suo carissimo amico caduto in combattimento, decise di arruolarsi volontario e vestì il grigioverde  compiendo il proprio dovere.

Nel ’18, tornato nel capoluogo piemontese,  prese contatto con la vita politica aderendo al Partito Socialista, nel quale si avvicinò al gruppo  di giovani che attorno a Gramsci, Pastore, e altri discutevano con vivacità  e acume la problematica socialista.  Nel contempo riprese gli studi  e si laureò in Storia e Filosofia col massimo dei voti e la lode discutendo con originali argomentazioni una tesi su “L’anarchia di Vittorio Alfieri”.

L’avvento del fascismo lo vide  subito su posizione di netto rifiuto assieme a Leonida Repaci, Zino Zini, Palmiro  Togliatti, Umberto Terracini e altri. Con lo pseudonimo di Mario Sarmati fu tra i collaboratori  de “L’Ordine nuovo”, il  settimanale fondato a Torino  da Gramsci il 1° maggio del 1919 con l’intento di stimolare il pensiero politico  e la cultura  interessandoli alla questione sociale, ai soviet, ai consigli di fabbrica e ai vari  “istituti della classe operaia” di cui si erano fatti sostenitori i rivoluzionari bolscevichi.

Il 30 ottobre  1922 con Gramsci, Leonetti, Pastore, Viglongo  rivelò grande coraggio  difendendo  il periodico contro una aggressione delle squadracce fasciste. Fu accusato di “detenzione di armi  e costituzione  di bande armate” e nell’aprile del ’23 subì un processo da cui, non diversamente dagli altri  imputati, uscì assolto.

Gli impegni politici e giornalistici non limitavano i suoi interessi letterari: attento dal periodo universitario all’opera del grande   scrittore e drammaturgo astigiano, volle  riprendere il lavoro compiuto per la tesi di laurea e nel ’24 diede alle stampe “L’anarchia di Vittorio Alfieri”, lavoro nel quale evidenziò uno dei caratteri salienti dell’arte  del suo grande conterraneo.

Iniziò poi  l’attività di insegnante nell’Istituto  tecnico di Alessandria, ma non riuscì a sopportare l’atmosfera sempre più soffocante imposta dalla dittatura e decise di emigrare in  Francia, poi in Inghilterra, per passare infine a Malta dove insegnò Letteratura italiana al St. Edward’s College.

Il più preciso definirsi del fascismo come  militarista e imperialista lo collocò tra i più irriducibili contro il regime mussoliniano.

Trovandosi in Spagna per un giro di conferenze si impegnò nella lotta armata contro il franchismo militando tra i  volontari di “Giustizia e Libertà” e con Mario  Angeloni, Carlo Rosselli, Aldo Garosci fu tra i combattenti impegnati  nella battaglia di Monte Pelato.

Quando prevalsero i franchisti e si impose la dittatura di Francisco Franco, tornò a Malta e da qui passò ad Alessandria d’Egitto, dove svolse una discreta attività giornalistica esprimendo idee sempre più nettamente socialiste. A Malta pubblicò “Colloqui col Manzoni”, un lavoro  che arricchì  la già vastissima letteratura sul grande scrittore e gli valse un giudizio positivo di Benedetto Croce.

Iniziatasi la seconda Guerra mondiale si trasferì a Londra, dove    pubblicò “The remaking  of  Italy” e con i fratelli Paolo e Piero Treves, Ruggero Orlando, Arnaldo Momigliano fu tra i più attivi nel promuovere l’Associazione “Libera Italia” e tra i propagandisti di “Radio Londra”, dalla quale rivolse accorati appelli al popolo italiano perché si liberasse  del fascismo.

Alla fine del 1944  rientrò in Italia, e fu attivissimo  sul piano politico e culturale. Lavorò con Nenni all’Avanti!, scrisse un’ampia e puntuale introduzione a una edizione di “Scritti attuali” di Piero Gobetti, il coraggioso intellettuale antifascista deceduto nel ’26, fu  propagandista del partito socialista, consultore nazionale e nel ’46 deputato alla Costituente.

Il giornalismo lo impegnò fortemente : fu infatti direttore del “Sempre Avanti!”, quotidiano socialista che si pubblicò a Torino dal 1945 al  1948 sotto la direzione di Alberto Iacometti. Nel gennaio del ’47 si schierò con gli autonomisti e aderì al PSLI,  e  con  Andreoni, Saragat e Vassalli  diresse “ L’Umanità”, organo  ufficiale del nuovo partito, e  con  Bonfantini  invece “Mondo Nuovo”, quotidiano  torinese del  PSLI.

Nel 1948-49, recuperando gli studi della sua giovinezza, volle ripubblicare  i “Colloqui col Manzoni” e “L’anarchia di Vittorio Alfieri”, che ancora una  volta furono  discussi  con vivo interesse dalla critica.

Riconfermandosi uomo di forti e larghi interessi oltre che politici anche letterari, culturali, scolastici, approfondì in quel periodo i problemi della scuola,  delle donne,  dell’obiezione di coscienza, e li portò all’attenzione  dei parlamentari ma anche di un  pubblico  più vasto, pubblicando tra l’altro nel 1953 “La riforma della scuola si può fare”, in cui auspicava l’obbligatorietà e la gratuità della frequenza  e riforme nell’insegnamento  e più in particolare di quello elementare e medio, che a suo parere  abbisognava di interventi urgenti e puntuali.

   Sempre acuto e a volte graffiante nei suoi giudizi,  alla Camera, sulla stampa e nel partito si distinse come forte polemista sino a essere considerato a volte “un caso”.

 Quale libero docente di Letteratura Italiana insegnò nel Magistero dell’Ateneo romano, ma ai primi del  ’52 venne  fortemente disturbato e impedito dai neofascisti nella realizzazione del suo corso.

Nel partito si mostrò per qualche tempo critico della linea politica allora seguita, ritenendola fortemente appiattita sulla DC, e se ne allontanò sempre più, fin quando  nel 1953 rientrò nel PSI.  Colpito da paralisi cerebrale e costretto alla immobilità, si spense  dopo una  lunga e dolorosa agonia.

 Un bel volume contenente gli Atti del convegno di studi  a lui dedicato nel 1979 ne ricostruì e ripropose il pensiero e l’opera con interessanti relazioni di  Garosci, Colarizzi, Sapegno, Vittorelli e altri.

Giuseppe Micciche’

Socialdemocratico? Da eresia di destra a eresia di sinistra

Non c’è nulla di più paradossale che sentirsi dare del socialdemocratico oggi quasi fosse diventato sinonimo di estremismo. E magari da quegli stessi che fino a un paio di decenni fa ti colpivano con la stessa scomunica come fosse un’accusa di tradimento degli ideali dell’ortodossia di sinistra. E’ possibile che lo stesso termine sia stato usato in modi così opposti e contrastanti tra loro? E’ possibile che quel che ieri era ritenuto “troppo di destra” sia oggi divenuto “troppo di sinistra”? E perché questa trasformazione o deformazione? Da quali analisi nuove, legittime o opportunistiche, è determinata?

Eduard Bernstein

Eduard Bernstein

All’origine di una parola
Andiamo intanto all’origine della parola. Come nasce e come si diffonde in Europa? All’inizio la socialdemocrazia, cioè l’inseparabilità del socialismo e della democrazia, fu il risultato del primo revisionismo marxista, che già si può riscontrare nell’ultimo Engels, quello della prefazione alla “Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” di Karl Marx, dove il teorico tedesco, nel 1895, alla luce della conquista del suffragio universale in taluni paesi, apriva la porta anche alla costruzione della società socialista per via democratica. Ma in fondo è tutto il socialismo pre marxista, da Saint Simon a Proudhon, che è impregnato di umanesimo e di democrazia. Anche per questo costoro saranno definiti dal filosofo di Treviri “utopisti”.  Ma è soprattutto una vera teoria socialdemocratica viene elaborata solo grazie al filosofo tedesco Eduard Bernstein che nel suo libro “I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia” , un insieme di saggi pubblicati nel 1899, contesta l’ineluttabilità della violenza e lancia un progetto di cambiamento sociale ed economico progressivo.

Il solenne riconoscimento di Gorbaciov
La più bella dimostrazione dell’attualità di Bernstein è il solenne riconoscimento riservatogli da Gorbaciov, ultimo segretario del Pcus, che scrive: “Dovremmo pubblicamente riconoscere il grande errore fatto quando, come sostenitori dell’ideologia comunista, denunciammo la famosa massima di Eduard Bernstein “il movimento è tutto, il fine è nulla”. Lo chiamammo tradimento del socialismo; ma l’essenza dell’idea di Bernstein era che il socialismo non potrebbe essere compreso come sistema che nasce dall’inevitabile caduta del capitalismo, mentre – per converso – è proprio la graduale realizzazione del principio di eguaglianza e di autodeterminazione per il popolo che costituisce una società, un’economia e un paese”. Qui siamo già alla contrapposizione tra socialismo democratico e comunismo. Ma prima, appunto con Bernstein, il tema riguardava essenzialmente la correzione del marxismo.

Eppure c’erano partiti socialdemocratici e rivoluzionari. Il termine socialdemocratico,tuttavia, fino alla rivoluzione bolscevica venne usato, soprattutto in Germania, dal Partito dei socialisti, che cambiò il suo nome in Partito socialdemocratico (Spd) nel 1890, sotto l’influsso di August Bebel e Wilhelm Liebknecht, in stretto contatto col movimento sindacale, anche se già dagli anni sessanta esisteva un Partito socialdemocratico tedesco di stretta osservanza marxista. Nel Spd militava anche  Karl Kautsky (poi seguito dalla stessa Rosa Luxemburg) che capeggerà la corrente di sinistra contro le tesi revisioniste di Bernstein, ma anche contro il leninismo perché eretico rispetto alle impostazioni marxiste ortodosse. Anche lo stesso Lenin fu esponente di primo piano di una forza politica che si chiamava “Partito operaio socialdemocratico russo”, prima dell’offensiva rivoluzionaria e comunista, ed era stato protagonista delle due conferenze internazionali dei socialisti europei che si erano svolte nel 1915 e nel 1916 a Zimmerwald e a Khiental. Quando la parola non è consequentia rerum…

Il contrasto tra socialisti democratici e leninisti
Il più moderno significato della parola “socialdemocratico” deve essere riferito allo scontro con la nuova ideologia marxista-leninista del comunismo a seguito della affermazione della rivoluzione bolscevica del 1917 e della successiva formazione dei partiti comunisti nazionali e dell’Internazionale comunista, anche se il movimento socialista si divise in diversi tronconi, nei quali quello socialista democratico non era certo il solo a rimarcare differenze, in taluni casi solo di tattica, con il comunismo bolscevico. L’invasione del bolscevismo fu consistente ovunque, ma particolarmente in Germania, in Italia e in Francia. In Germania, il partito comunista della Luxemburg e di Karl Liebknecht non superò il 15 per cento dei voti nel primo dopoguerra, mentre l’Spd si aggiudicò la maggioranza e governò il paese, tuttavia l’influenza comunista si fece spazio tra i lavoratori e orientò i moti rivoluzionari armati in un paese messo in ginocchio dal trattato di Versailles. In Italia il Psi, con la sola eccezione della minoritaria corrente turatiana, aderì alla nuova internazionale di Mosca col congresso di Bologna del 1919 e non fu il leninismo la causa della scissione di due anni dopo, ma la mancata approvazione da parte dei massimalisti, allora “comunisti unitari”, di due clausole dei 21 punti di Mosca che si riferivano alla espulsione dei riformisti e al cambio del nome del partito, condizioni irrinunciabili per essere ammessi all’Internazionale comunista e che provocarono il distacco dei “comunisti puri”.

Lo sprezzante attacco di Gramsci a Prampolini

Camillo Prampolini

Camillo Prampolini

Tra loro, forse l’artefice principale assieme ad Amadeo Bordiga, fu Nicola Bombacci, che finirà fascista, impiccato assieme a Mussolini a piazzale Loreto mentre lo stesso Gramsci, dalle pagine del suo Ordine nuovo, si era esposto in una velenosa polemica coi riformisti e in particolare con Camillo Prampolini scrivendo: “Coi moralisti di Reggio Emilia (che avevano definito “moralmente ripugnante” il metodo leninista) é inutile continuare una discussione teorica; i moralisti di Reggio Emilia hanno sempre dimostrato di essere capaci di ragionamento quanto una vacca gravida, hanno dimostrato di partecipare della psicologia del mezzadro, del curato di campagna, del parassita di un arricchito di guerra; é inutile sperare che un barlume di intelligenza illumini la loro decorosa idiozia di Fra Galdino alla cerca delle noci per ingrassare la clientela elettorale…. Tra Lenin e Prampolini e Zibordi, che hanno dedicato la loro vita a procurare i favori dello stato borghese per le cooperative emiliane, favori che lo stato borghese concedeva strappando il pane di bocca agli ignoranti e sudici contadini di Sardegna, di Sicilia e dell’Italia meridionale, tra Lenin e gli scrittori della Giustizia che rimangono, per angusti fini personali, per mantenere una posizione politica conquistata salendo sulle spalle della classe operaia, in un partito che, nella grandissima maggioranza, ha dichiarato si far proprio il metodo bolscevico, tra Lenin e questi decorosi sinistri idioti chi é più ripugnante moralmente?”.

Le ingiurie di Togliatti a Turati

Filippo Turati

Filippo Turati

Anche in Francia i socialisti si divisero in due, mentre in Italia si divisero addirittura in tre, dopo l’espulsione dei riformisti a pochi giorni di distanza dalla marcia su Roma dell’ottobre del 1922. Serrati, che aveva rifiutato la loro cacciata nel 1921, la decretò l’anno dopo e quando Nenni si oppose alla unificazione col Pcdi, nel 1924, lascerà il partito per approdare lui solo con pochi amici nel partito comunista. In Francia la posizione comunista prevalse nella vecchia Sfio e venne fondato, nel 1920, il Partito comunista francese che, fino alla svolta di Epinay del nuovo Psf, sarà partito maggioritario nella sinistra d’Oltralpe. Negli anni venti si scagliò contro i socialisti l’infame arma del socialfascismo e quando morì il socialdemocratico Turati Togliatti lo accusò dei peggiori misfatti, scrivendo su Stato operaio nell’aprile del 1932 un articolo di fuoco che non può essere dimenticato: “Nella persona e nell’attività di Filippo Turati si sommano tutti gli elementi negativi, tutte le tare, tutti i difetti che sin dalle origini viziarono e corruppero il movimento socialista italiano, che lo condannarono al disastro, al fallimento, alla rovina. Per questo la sua vita può bene essere presa come simbolo e, come un simbolo, anche la sua fine. L’insegna sotto cui questa vita e questa fine possono essere poste è l’insegna del tradimento e del fallimento. Nella teoria Turati fu uno zero. Quel poco di marxismo contraffatto che si trova nei primi anni della Critica sociale non fu dovuto a lui. Dei vecchi capi riformisti egli fu il più lontano dal marxismo. Più ancora di Camillo Prampolini fu un retore sentimentale, tinto di scetticismo, e per questo, nelle apparenze, un ribelle. Le famose frasi lapidarie di Turati sono dei motti, delle banalità, delle cose senza senso alcuno. Organicamente egli era un controrivoluzionario, un nemico aperto della rivoluzione. Turati fu tra i più disonesti dei capi riformisti, perché fu tra i più corrotti dal parlamentarismo e dall’opportunismo. Serrati era unitario per uno sciocco sentimentalismo. Turati lo era per astuzia, per calcolo opportunista, allo scopo di potere continuare a penalizzare ogni azione dei rivoluzionari. La sua andata al Quirinale avviene con vent’anni di ritardo. La borghesia, per conto della quale egli aveva fatto il poliziotto, il crumiro e predicato viltà, non aveva più altro da dargli che il calcio dell’asino. Noi fummo e rimaniamo suoi acerrimi nemici, nemici di tutto ciò che il turatismo è stato, ha fatto, ha rappresentato”. Vergognoso.

Quando Prampolini propose che il partito si chiamasse socialista democratico
Questo dissidio durò fino all’avvento di Hitler al potere in Germania, quando, nel 1933, i comunisti ripiegarono sulla tattica dei fronti popolari. Ma in Italia era già nato, nel 1922, un Partito d’impronta più prettamente socialdemocratica. Era il Psu (Partito socialista unitario) di Turati, Treves, Prampolini e Giacomo Matteotti che ne divenne segretario. I riformisti furono i soli socialisti che compresero il pericolo fascista e Turati, già nel 1920 col suo mirabile discorso “Rifare l’Italia”, gettò le basi programmatiche per un governo coi popolari che la maggioranza del Psi respinse in preda com’era all’infatuazione leninista. Fu Prampolini il primo a riprendere il termine “socialdemocratico” quando nel 1923, in polemica sul tema della democrazia coi comunisti, propose proprio che il Psu cambiasse nome in Psdi (Partito socialista democratico italiano). Anche nel Psi, riunificato col Psu nel 1930 grazie alla nuova volontà unitaria del suo leader Pietro Nenni, si manifestarono tendenze più prettamente socialdemocratiche. Furono in particolare i due esponenti espulsi dal partito comunista, Angelo Tasca e Ignazio Silone, ad interpretarle. In entrambi era forte lo spirito anti stalinista, mentre più sfumato si rivelò in Pietro Nenni, che venne anche messo in minoranza e rischiò l’espulsione dal partito dopo il patto Ribbentrop-Molotov del 1939 a causa della sua testarda cocciutaggine a mantenere in vita il patto d’unità d’azione coi comunisti, nonostante l’alleanza coi nazisti, giustificata da tutto il vertice comunista italiano, con la sola eccezione di Umberto Terracini.

La figura di Giuseppe Saragat e la revisione di Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Un altro esponente che diede linfa al pensiero e all’azione socialdemocratica fu il giovane Giuseppe Saragat, molto influenzato dall’austro marxismo di Renner e Bauer, che conciliavano il marxismo e l’umanesimo democratico. E qui entriamo nel merito dell’accezione della socialdemocrazia in salsa italiana. Saragat fu infatti l’esponente di spicco del Partito socialista democratico italiano, che sorse, col nome di Psli (Partito socialista dei lavoratori italiani) nel gennaio del 1947 dopo la scissione del Psiup, che poi tornerà a chiamarsi Psi. Il patto d’unità d’azione coi comunisti, che lo stesso Saragat aveva sottoscritto, gli andava ormai stretto. Ma soprattutto il leader socialdemocratico vedeva nell’Unione sovietica di Stalin un nuovo totalitarismo, che metteva in contrasto col suo umanesimo socialista. Diranno più o meno tutti, di lui, che aveva ragione. In pochi, tuttavia, gliela daranno allora e negli anni successivi. La socialdemocrazia italiana, infatti, non riuscì a conquistare il peso delle altre socialdemocrazia europee: il particolare comunismo italiano, la resistenza di un Psi che nel 1956 si staccherà dai comunisti dopo l’invasione dell’Ungheria, la partecipazione del Psdi ai governi centristi, poi il fallimento della unificazione socialista del 1966, impediranno la costruzione di un’alternativa socialista e democratica, consolidando l’egemonia democristiana sul governo e quella comunista sull’opposizione ancora per decenni. Furono questi i limiti che forniranno ai comunisti italiani il pretesto per quell’accusa di “socialdemocratico” che venne lanciata a più riprese verso chi contestava il paradiso sovietico e l’ortodossia comunista?

La terza via di Berlinguer, né comunista, né socialdemocratica
Dopo la revisione berlingueriana e lo strappo dall’Urss anche il modello socialdemocratico europeo, al quale nella versione nordica e soprattutto svedese, ma anche tedesca ai tempi di Willy Brandt, i comunisti italiani guardavano con rispetto, non venne tuttavia mai preso ad esempio. Anzi, nella elaborazione della cosiddetta terza via, la socialdemocrazia fu equiparata al comunismo. Solo con il congresso di Firenze del 1986, con la segreteria Natta, il Pci si professò, superando l’eurocomunismo berligueriano, un partito della sinistra europea. E poi con la svolta di Occhetto del 1989 (il Pci fu l’ultimo partito europeo a cambiare nome) il partito chiese l’adesione all’Internazionale socialista. Per poi uscirne, però, nel 2007 alla fondazione del Partito democratico, e poi rientravi grazie alla segreteria Renzi.

Il Pd post socialdemocratico
Tuttavia il nuovo Pd, che assomma reduci comunisti e democristiani, non ha ma avvertito l’esigenza di definirsi socialista o socialdemocratico. Anzi, da un trascorso prevalentemente comunista, e più limitativamente democristiano, si è passati subito a un presente post socialdemocratico. Non nego la crisi della socialdemocrazia dovuta essenzialmente alle difficoltà nel processo redistributivo, funzionale a garantire il pieno funzionamento dello stato sociale, a fronte dei grandi temi del presente: la globalizzazione, la finanziarizzazzione, l’immigrazione. Resta il fatto che è l’insieme delle forze socialdemocratiche a porsi questi legittimi, opportuni interrogativi. Si ha invece l’impressione che il Pd prenda le distanze da questo mondo e voglia ragionare da solo, quasi a suggerirsi agli altri come modello. Questo per due ordini di motivi. Il primo riguarda la sua identità che deve rimanere anomala. Come anomala era la sinistra italiana del fattore K, così è tuttora la sinistra italiana del fattore D. Si può passare da comunisti a democratici senza diventare socialisti o socialdemocratici perché é più semplice giustificare la storia, perché é assai meglio dimostrare che nel conflitto a sinistra nessuno ha vinto. Men che meno gli avversari di sempre, appunto i socialisti democratici. Ma c’é un secondo motivo. Oggi il Pd rischia di perdere la bussola del socialismo democratico e liberale e di avventurarsi in un deserto dove la democrazia degli elettori può diventare un optional e la giustizia sociale un benefit per pochi. Per questo il gioco allo scavalco di un partito ancora diviso tra rottamatori senza identità e post comunisti è lo sport preferito. Per questi due motivi l’accusa di socialdemocratico che prima era un atto di condanna per eresia di destra, adesso è divenuta una pena da comminare per eresia di sinistra. I democratici preferiscono guardare veltronianamente all’America, anche se adesso c’é Trump. Il modello socialdemocratico é fallito, pensano. Dunque meglio puntare su Marchionne e Farinetti.

Attualità o superamento della socialdemocrazia
Il modello socialdemocratico deve essere rivisto, attraverso un’idea più di società solidale che di stato sociale. Eppure viviamo in un mondo in cui si allargano le forbici tra povertà e ricchezza, in cui il potere della finanza è incontrollato, in cui la democrazia é spesso solo formalmente riconosciuta e in cui la rivoluzione tecnologica impone una forte tensione all’educazione e alla conoscenza. Un mondo nuovo, non c’è dubbio, dove le etichette del passato vanno sempre più strette anche se forse mai come oggi una moderna e aggiornata identità socialista e democratica appare attuale, pregnante, urgente. Non si capisce perché l’accusa di socialdemocratico sia infatti l’unica che tiene. Sarà mica perché, almeno in Italia, qualcuno ne ha paura?

Mauro Del Bue

Carlo Rosselli: elogio di un eretico socialista liberale

carlo_rosselliVenerdì 13 gennaio 2017 alle 17 presso la biblioteca della Fondazione Museo storico del Trentino in via Torre d’Augusto a Trento verrà presentato il libro “Carlo e Nello Rosselli, testimoni di Giustizia e Libertà” curato dall’on. Valdo Spini. L’appuntamento mi spinge a proporre una riflessione sull’opera più nota di Carlo Rosselli “Socialismo liberale”, provando a rendere effettivamente un po’ di “giustizia” ad un filone di pensiero bistrattato nel passato e ignorato nel presente, benché rappresenti quanto di più genuino e ancora vitale sia stato prodotto per una sinistra democratica di marca europea.

Mentre i giovani comunisti italiani della mia generazione crescevano alla lettura di breviari che consideravano i socialisti riformisti alla stregua di agenti dei “piani imperialisti della borghesia”, pronti a “corrompere l’energia rivoluzionaria del movimento operaio” (cfr. “Almanacco comunista” del 1971), veniva pubblicato per la prima volta in versione originale il saggio di Carlo Rosselli “Socialismo liberale” (Einaudi, 1973). Scritto nel 1928-29 al confino di Lipari dove l’autore era relegato dal regime fascista, ne era stata data una versione incompleta e riscritta con una edizione francese del 1930, seguita da una introvabile ristampa italiana a cura di Aldo Garosci nel 1945. Solo nel 1973, dunque, gli Italiani poterono accedere al testo completo dell’opera rosselliana. Perché così tardi? Probabilmente per l’ostilità della intelligencija cosiddetta “progressista”, memore delle ferali parole con cui Palmiro Togliatti aveva stroncato l’edizione francese definendola un “magro libello antisocialista, e niente più”, accomunandolo grevemente a “una gran parte della letteratura politica fascista”!

Peraltro anche tra i socialisti italiani di matrice marxista, le idee di Rosselli all’inizio non trovarono asilo felice. Fu solo nella nuova stagione del socialismo riformista e autonomista inaugurata tra gli anni ’70 e ’80 – su cui si è poi tentato di gettare una ingiusta e generalizzata damnatio memoriae – che Rosselli assume una posizione centrale, tanto che le pubblicazioni per il 90° di fondazione del Psi nel 1982 assegnano a quest’uomo di pensiero e d’azione il ruolo di padre fondatore.

Intanto chi è Rosselli? Così egli stesso risponde: “Sono un socialista. Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolar nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista che non si liquida né con la critica dei vecchi programmi, né col ricordo della sconfitta, né col richiamo alle responsabilità del passato, né con le polemiche sulla guerra combattuta. Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto, meditato e qualcosa capito della storia italiana lontana e vicina…”.

Cosa ha capito di tanto straordinario per essere messo in sordina dai dogmatici? Egli ha capito che è il liberalismo e non il marxismo che offre maggiori garanzie per il raggiungimento degli ideali socialisti. E’ solo attraverso il metodo liberale – cioè nel rispetto delle idee degli altri – che può procedere l’azione socialista. Egli scriverà efficacemente nell’appendice ‘I miei conti col marxismo’: “La libertà, presupposto della vita morale così del singolo come della collettività, è il più efficace mezzo e l’ultimo fine del socialismo”.

Si capirà che presso gli ambienti italiani di derivazione “terzinternazionalista” affermare che “tra socialismo e marxismo non v’è parentela necessaria” e che anzi “la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista”, diventava una bestemmia inaccettabile, come lo era anche semplicemente il mite proposito laico di evitare alla sinistra almeno l’imposizione di “una unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale”.

Agli albori degli anni Duemila, si è visto come questo eretico socialista liberale abbia avuto ragione sulle miserie intellettuali e pratiche dei sacerdoti dell’ortodossia. Egli in Italia resta uno dei pochi anticipatori delle verità che via via il XX secolo acquisirà tardivamente come tali solo dinanzi alle immani sventure totalitarie subite.

Rosselli è il nostro Eduard Bernstein, l’indomito socialdemocratico berlinese (1850 – 1932) che si batté per far capire che “non esiste idea liberale che non appartenga anche al contenuto ideale del socialismo”. Ribadendo che l’ordinamento liberal-democratico non è l’inerte involucro del potere capitalista ma ha una potenzialità universale in cui tutti possono muoversi per far valere le proprie ragioni, per progredire, per riequilibrare il potere degli altri, Bernstein intuisce la necessità della dissociazione tra marxismo e socialismo. E’ il primo dei revisionisti, ed anche il più denigrato. Lascia, a differenza dei suoi detrattori, un insegnamento ed un messaggio di straordinaria modernità.

Rosselli troverà in Karl Popper – alfiere della “società aperta” contro le “false profezie” del marxismo – l’ideale interlocutore che proseguirà nell’opera di “mostrare che il ruolo del pensiero è quello di realizzare delle rivoluzioni per mezzo di dibattiti critici, piuttosto che per mezzo della violenza e della guerra”.

Rosselli è l’antesignano di John E. Roemer, il pensatore americano che nel 1994 ha pubblicato “A future for Socialism”. Questo autore è un “socialista orwelliano”, in nome di chi, sostenendo un ideale di socialismo anti-autoritario (cfr. George Orwell, “La fattoria degli animali” e “1984”), di quello totalitario ha saputo denunciare tutti i pericoli. E viene a proporre “un socialismo dal forte sapore liberale, basato sulle ragioni del fallimento delle economie statalizzate, che è bene siano fallite perché con esse sono falliti dei regimi tirannici”. Con Roemer prosegue sul piano ideale verso il XXI secolo l’opera di Rosselli, per un socialismo che ponga sull’educazione e sulla formazione intellettuale e professionale, le basi per allargare ai “segmenti sociali più svantaggiati” le opportunità di accesso alla vita civile ed al lavoro.

Istanze liberali e socialiste di giustizia e libertà si fondono ancora in questi pensatori, i quali si ostinano a “non ritenere disparati e inconciliabili l’ideale della libertà politica e quello della giustizia sociale”. Per questi valori Rosselli visse e morì. Dopo la guerra di Spagna – combattuta insieme all’amico e compagno Pietro Nenni, col quale aveva fondato nel 1926 la rivista “Quarto Stato” – Carlo Rosselli cadde in terra di Francia nel 1937, assassinato dai sicari lì inviati dal regime fascista. Fu ucciso una seconda volta dalla propaganda d’opposto segno, ma di pari settarismo. Oggi continua a rinascere e vivere nelle menti e nei cuori di chi coltiva un’idea liberale di progresso e civiltà.

Nicola Zoller

Lelio Basso, il socialista del dialogo tra marxisti
e cattolici

lelio-bassoTra i socialisti italiani Lelio Basso è stato un personaggio complesso, politicamente problematico e culturalmente vivace. Lo aveva già sostenuto Enzo Collotti nell’Introduzione alla sua Bibliografia degli scritti (2003) e lo conferma adesso Giancarlo Monina nella ricca biografia politica e intellettuale che gli ha dedicato con il titolo Lelio Basso, leader globale. Un socialista nel secondo Novecento (Carocci editore, Roma 2016, pp. 439).
Il volume prende le mosse dal 1948 e si sviluppa lungo il trentennio successivo fino alla morte di Basso avvenuta il 16 dicembre 1978. A differenza della prima fase della sua vita, già descritta e pubblicata l’anno scorso da Chiara Giorgi sempre per il medesimo editore, questo secondo periodo si distingue per la ricchezza dell’attività politica e la varietà dei suoi interventi nelle sedi di partito e nella Camera dei deputati. Come membro dell’Assemblea costituente, Basso contribuì alla stesura dell’articolo 49 e alla definizione dei partiti quali elementi fondanti delle istituzioni, mentre come dirigente di partito (fu confermato segretario al XXVI Congresso di Roma, 19-22 gennaio 1948) dimostrò una scarsa capacità di coesione politica, che lo costrinse a cedere le redini alla corrente autonomistica nella successiva assise congressuale di Genova.

Da questa vicenda si dipana il racconto dell’Autore, che spiega le ragioni del suo fallimento unitario più ai risultati elettorali del 18 aprile che ai contrasti interni del Psi. Si commiata così dalla Segreteria del partito («Avanti!», 3 luglio 1948) per dedicare le proprie forze alla ripresa del «Quarto Stato», che apparve dal 30 dicembre 1948 al giugno 1950. Sulla seconda serie del periodico, Basso ripropone il rapporto tra politica e cultura per reimpostare una lettura più attenta del mutamento in corso nella società italiana, rimanendo incagliato in una riflessione astratta sul presente e «in un autoreferenziale richiamo alla dottrina e in proclami di princìpi astratti, di imperativi morali, che trovano contraddittori modelli nell’URSS e nelle democrazie popolari» (p. 26).

La riflessione teorica di Basso, incentrata sul pensiero di Rosa Luxemburg, lo colloca a sinistra del Pci e lo allontana dal gruppo dirigente frontista che nel XXVIII Congresso (Firenze, 11-16 maggio 1949) riprende la guida del Psi con la segretria di Pietro Nenni.
Ostile all’«imperialismo americano» e al Patto Atlantico, Basso si schiera a fianco dell’Unione Sovietica, a cui riconosce «un primato politico» per il «legame con l’internazionalismo operaio»: il 24 febbraio solidarizza con i portuali di Anversa, Amsterdam e Rotterdam e appoggia la loro volontà di non scaricare più le armi americane. Nel dicembre dello stesso anno inaugura alla Casa della cultura di Milano una serie di conferenze sull’Urss, dove si recherà nell’agosto del 1954 grazie all’intervento di Giorgio Amendola e di Palmiro Togliatti. Un viaggio che, per l’Autore, sarà proficuo di riflessioni dopo la morte di Stalin e la denuncia dei suoi misfatti nel XX Congresso del Pcus (14-26 febbraio 1956).

Di fronte alle novità emerse nell’assise moscovita, Basso difende la «molteplicità delle vie al socialismo», il cui significato non comporta la rottura della solidarietà internazionale, affermando sull’«Avanti!» del 23 febbraio che il riconoscimento di una via italiana rientrava nell’ottica storicista del marxismo e nell’impellente necessità dell’unità socialista. Il rapporto segreto di Chruščëv, reso noto mutilo il 4 giugno a cura del Dipartimento di Stato americano, lo induce a precisare meglio le sue riflessioni politiche, che pervengono alla condanna della dittura personale di Stalin, considerando superata la teoria secondo cui sono inevitabili forme di repressione nella fase costruttiva del socialismo. Su questi temi l’Autore si dilunga in analisi puntuali sull’itinerario politico e intellettuale di Basso, che si presenta spesso contraddittorio e non sempre lineare con le sue elaborazioni sul rapporto tra marxismo e «esperienza sovietica», ma utili a farlo rientrare nella Direzione con il XXXII Congresso di Venezia (6-10 febbraio 1957).

Il Congresso sancisce la vittoria del gruppo autonomista guidato da Nenni, che non si può opporre all’inclusione di Basso nella Segreteria, insieme a Francesco De Martino, a Guido Mazzali e a Tullio Vecchietti. Le divisioni interne permangono per diversi anni fino alla scissione e alla costituzione del Psiup (1964). Su queste vicende si innesta l’intensa attività pubblicistica e culturale di Basso, che nel 1958 pubblica Il principe senza scettro e dà vita al periodico «Problemi del socialismo» in cui ripropone la sua visione, chiarisce i rapporti «fra internazionalismo e realtà nazionale» e definisce quelli con i cattolici, i socialdemocratici e i radicali, oltre agli altri con i diversi ambienti professionali: magistratura, avvocatura, cinema, giornalismo, editoria.

L’ascesa al soglio pontificio di Giovanni XXIII (1958) accentua l’interesse di Basso verso la Chiesa, di cui sottolinea il carattere di novità con il Concilio Vaticano II. «Il cattolicesimo – scrive giustamente l’Autore – diventa allora per lui una delle grandi forze globali in movimento, al pari del neocapitalismo, del comunismo e dei movimenti del Terzo mondo» (p. 220). Estraneo ad ogni forma di anticlericalismo, Basso rivolge particolare attenzione verso i cattolici del dissenso in un percorso culturale che va dal famoso saggio Dialogo con i cattolici («Il Ponte», luglio 1956, pp. 1141-1153) al libro Socialisti e cattolici al bivio (Palermo 1961) e ai numerosi articoli scritti sull’«Avanti!» e sul periodico «Problemi del Socialismo» (Socialismo e religione, 7-8 gennaio 1972, pp. 5-16). Il costante interesse per la dimensione religiosa è dettata dalla convinzione che la fede socialista abbia le medesime scaturigini nell’aspirazione dell’uomo all’«eguaglianza di tutti gli uomini, il rispetto della persona umana, la svalutazione della ricchezza e della grandezza terrena, l’esaltazione degli umili, l’amore del prossimo e la solidarietà fra gli uomini»: argomenti che sono trattati dal volume Lelio Basso. Un socialista tra diritto e utopia (Cittadella Editrice, Assisi 2014) scritto da Ugo Basso.

In un interessante paragrafo dedficato al rapporto tra «Cristianesimo e socialismo» (pp. 352-359), l’Autore mette in rilievo il contributo teorico di Basso, che si impegna nella difesa dei diritti civili per i preti spretati, nella lotta per l’abolizione del regime concordatario e per la valorizzazione della «teologia della liberazione» diffusa in America Latina. L’esperienza dei Cristiani per il socialismo (CPS) è promossa in Italia dal teologo salesiano Giulio Girardi, con cui Basso collabora per il valore che assegna ad essa come modello di riferimento delle comunità di base cattoliche. Egli sostiene l’esperienza dei CPS, incoraggiando la diffusione del loro messaggio culturale e favorendo il dialogo tra marxisti e cattolici sul piano della lotta di classe contro il capitalismo e l’imperialismo.

Nel 1970 Basso costituisce a Roma la Fondazione ISSOCO, la quale – come dice l’Autore – si propone di promuovere «un programma di ricerche economico-sociali sulla natura del potere e dei poteri nelle società industriali avanzate» (p. 359). Portavoce di questo programma è la nuova serie dei «Problemi del socialismo», che nel suo primo fascicolo contiene una citazione di Rosa Luxemburg: «La morale per me è questa: che abbiamo enormemente da fare e prima di tutto enormemente da studiare» (Lettera a Kautsky, 1904). Una citazione che, per l’Autore, rispecchia la scelta politico-culturale di Basso, che fino alla morte si batte per il riscatto dei popoli oppressi e per l’unità della Sinistra europea.

Nunzio Dell’Erba

Il 1992 socialista diario di Mauro Del Bue

L’ex Pci tra passato e presente, il Psi rinvia al 1992
Seconda puntata

Umberto Bossi e Gianfranco Miglio

Umberto Bossi e Gianfranco Miglio

La vittoria socialista alle elezioni del 1990, ma cos’è questa Lega?

Il congresso del Pci che si svolse a Bologna nel marzo commosse la platea e il pianto di Occhetto (simile a quello della Fornero) resterà a lungo nella memoria dei militanti. Rinunciare a quel nome e a quel simbolo non era facile. Anche se nessuno glielo aveva ordinato. Si trattava di una scelta politica, per di più compiuta dopo che i comunisti dell’Est avevano già cambiato i loro nomi e dopo che il comunismo era crollato ovunque in Europa. Una scelta, dunque, neppure originale e fatta in ritardo. A quel congresso partecipai anch’io nella delegazione del Psi in quello storico palasport di piazza Azzarita. La palla Occhetto non la lanciò a canestro. Rinviò il tiro. Era un antipasto quel congresso dove si doveva solo decidere di dare il via a una fase costituente per la formazione di un nuovo partito, che tradotto dal politichese occhettiano significava sancire il cambio del nome e del simbolo con un altro percorso congressuale. Ne uscì un partito senza nulla. Una cosa nuda, dunque. Un partito che aveva solo segnato il suo nuovo inizio. E noi, il Psi, eravamo osservati speciali. Devo dire che Craxi non venne accolto male. Anzi, una certa curiosità si riversò su di lui e su di noi. Eravamo considerati come interlocutori politici. Potevamo lanciare loro qualche segnale di interesse e disponibilità, che Craxi non lesinò, sia pur timidamente, e tra lunghe e sofferte pause. Occhetto volle insistere sulla linea nuovista e affermò un’inesattezza storica e politica non occasionale. E cioè che il partito della sinistra che doveva nascere era il primo che avrebbe conciliato equità e libertà. E noi chi eravamo? Figli di nessuno? Il Psi nella sua storia che cosa aveva fatto, per quali valori si era battuto con Turati, Nenni e Saragat? L’idea di Occhetto era astorica. Era il nuovo inizio che negava non solo il passato suo, ma quello di tutti. Era la tabula rasa decretata alla politica in attesa che dal ventre del vecchio partito si partorisse il nuovo, con quello stile retorico e anche un po’ tronfio che caratterizzava la sua oratoria. E questo era francamente inaccettabile. E preoccupante. Più tardi, a seguito di un incontro tra Craxi e Occhetto, quest’ultimo confiderà al segretario del Psi d’essere propenso ad accettare l’unità socialista, ma gli rivelò che c’era D’Alema che gli remava contro e che preferiva accordarsi con la Dc piuttosto che con lui. Il passato e la sua rielaborazione erano intanto prepotentemente subentrati nel film di Giuseppe Tornatore “Nuovo cinema Paradiso” che inaspettatamente vince l’Oscar. Il film era dedicato alla storia di un cinema di paese, che un nome invece ce l’aveva e anche particolarmente impegnativo.
Il presidente della Camera Nilde Iotti festeggia a Reggio Emilia il suo settantesimo compleanno con un emozionante ritorno a casa. Anche la Iotti, che pure da presidente della Camera preferiva astenersi dal dibattito politico e soprattutto dagli scontri di corrente, appoggiava la linea di Occhetto e ancor di più quella dei suoi vecchi amici Napolitano e Macaluso. Devo dire che come presidente della Camera era davvero eccellente, imparziale e autorevole. Anche Luciano Lama era convinto di quella linea. D’altronde da tempo, alla guida della Cgil, era schierato per una politica riformista. Ma ormai con l’avvento della primavera si iniziava la campagna elettorale per le regionali e le amministrative. E a Reggio, come a Bologna e in Regione, quella consultazione si configurava come decisiva. Dovevamo portare il Pci, o la cosa, come si chiamava dopo il congresso di Bologna, l’innominato dunque, che però si presentava col vecchio nome e simbolo, sotto la maggioranza assoluta e incrementare e di parecchio i consensi al Psi. Come capolista designato dal Comitato direttivo subito dopo le europee, mi feci carico anche di comporre una lista particolarmente competitiva.
Nel marzo a Rimini si svolge la conferenza programmatica del Psi (la seconda della città romagnola) che non ha certo il fascino della prima. Tuttavia da Rimini partono alcune indicazioni sui temi del federalismo e del presidenzialismo che saranno ancora al centro dell’attenzione. Panseca ci mette ancora del suo col muro (di Berlino) che crolla sul palcoscenico. E per quanto mi riguarda svolgo l’introduzione nella sessione dedicata all’ambiente. Il 23 aprile è a Reggio Claudio Martelli che riempie d’incanto il cinema Ambra con oltre un migliaio di socialisti venuti d’ogni dove. E li intrattiene approfondendo da professore e da tecnico il rapporto tra presidenzialismo e federalismo senza suscitare entusiasmo in un pubblico potenzialmente entusiasta. Poco dopo arriva anche Pierre Carniti a parlare di innovazione e solidarietà. E a sette giorni dal voto promuoviamo un’assemblea in cui mi candido ufficialmente a sindaco di Reggio, rivelando d’essere anche pronto a rinunciare al mandato parlamentare. Si trattava di un argomento che poteva influire sull’esito del voto, visto che la perdita della maggioranza assoluta del Pci veniva data quasi per scontata. La sera del lunedì post elettorale iniziano ad arrivare i primi dati sulle regionali che registrano un aumento socialista sulle regionali precedenti, ma una lieve perdita sulle europee. È un dato che contraddice quello nazionale che segna invece una lievitazione generale del nostro risultato.
È un problema del Nord. Emerge infatti il dato della Lega che avanza ovunque, prelevando voti alla Dc e al Pci e, sia pure in misura minore, anche al Psi. Non era certo una sorpresa per me, visto che a Pavia, dov’ero ancora commissario del Psi e dove il partito aveva addirittura superato il 18% dopo una guerra all’ultimo sangue dei candidati al Consiglio regionale, la Lega era già diventata un fenomeno di massa. Quei manifesti sui lombardi che dovevano pagare e tacere e su Roma ladrona, avevano fatto breccia. Esisteva una questione settentrionale, del popolo dei ceti medi e delle partite Iva che non sopportava più un sistema politico come il nostro e si era rivolto altrove. In fondo, il muro di Berlino era caduto e con esso la paura del comunismo e allora si era liberato anche il voto. Nessuno doveva più votare con il naso turato. La Lega nasceva sulla questione fiscale più ancora che sui problemi dell’immigrazione e della sicurezza. E la protesta aveva generato un afflusso di voti generalizzato in tutto il Nord, e non più solo in Lombardia, per il partito di Bossi. Nella provincia di Reggio affiorava un 4,5% di media in tutti i comuni, qualcosa in più nella bassa e qualcosa in meno in montagna, con un consigliere provinciale e due consiglieri comunali (tutti sconosciuti) eletti nel Comune di Reggio. Il Psi anche in Provincia aumentava rispetto alle precedenti elezioni, ma non rispetto alle europee, mentre nel Comune di Reggio l’avanzata era cospicua e generale e il Pci crollava e perdeva la maggioranza assoluta, cosa che era avvenuta, anche se in termini meno evidenti, anche in Provincia, a Modena e in Regione. Ma andiamo con ordine. Il risultato nazionale del Psi alle regionali era stato positivo: il 15,4%. Cioè il partito aumentava di tre punti sul dato regionale del 1985 e solo dello 0,6% sulle europee. Con un corposo aumento al Sud, un’avanzata discreta al Centro e un leggero regresso sulle europee al Nord. Il Pci crollava al 24,1% con quasi sei punti in meno delle regionali precedenti e tre punti in meno delle europee, la Dc teneva un discreto 33,5% (solo meno 0,3% rispetto alle regionali precedenti e più 0,6% sulle europee). La Lega saliva improvvisamente al 5,4% nazionale col Nord nel quale superava il 15% e in molte zone della Lombardia diventava addirittura il primo partito.
Nella provincia di Reggio il Pci scendeva al 47,8% (aveva il 52,4% alle regionali precedenti e il 50, 8% alle europee), mentre il Psi guadagnava un consigliere e per la prima volta eleggeva anche un consigliere regionale (Nando Odescalchi).
Diciamo la verità. La battaglia era vinta per il Comune di Reggio e in generale per le comunali, dove il partito superava il 18 per cento a livello nazionale, ma il dato politico non era entusiasmante. Anzi, quell’erosione da parte della Lega di fette di elettorato socialista al Nord era davvero un primo campanello d’allarme, anche se per il momento il fenomeno leghista intaccava molto di più i serbatoi comunista e democristiano. Certo quel dato della Lega impediva all’onda socialista di diventare davvero lunga.
Si apre però una fase decisamente nuova. Dopo il crollo del muro, l’annuncio del cambio del nome e del simbolo da parte del Pci, le elezioni del 1990 che avevano segnato il pericolo Lega, la politica pare improvvisamente liberata da lacci e vincoli del passato. E forse anche questo il gruppo dirigente nazionale del Psi non afferrò pienamente. Anche in Emilia, anche a Reggio il Psi diventava davvero un partito con ruoli significativi. Col presidente della regione Enrico Boselli, i socialisti divennero determinati in tutte le città capoluogo. Potevamo vantare, a Reggio Emilia, il presidente dalla provincia, due assessori provinciali, il vice sindaco e la parità di assessori socialisti e comunisti nel Comune capoluogo (il 13,2 per cento ci aveva regalato sette consiglieri, ricordo che quando cominciai a fare politica, nel 1971, il Psi aveva il 6% e soli tre consiglieri), dieci sindaci nei comuni della provincia, oltre 4.500 iscritti. Eravamo un partito forte, rappresentativo e determinante nel governo e nella società reggiana. Eppure avvertivamo il rischio che, dopo la vittoria, si potesse d’un tratto indietreggiare, magari sentendoci appagati, che si dovessero fronteggiare tutti i pericoli che la nuova situazione presentava anche a noi. Il risultato della Lega e quei due consiglieri comunali che sembravano impiegati di banca che avevano sbagliato aula, erano un evento su cui riflettere attentamente. L’onda lunga rischiava di infrangersi sugli scogli del mare del Nord.

Chi sa parli…

Aria improvvisamente pesante anche in Italia. Dopo essere uscita dalla gestione unitaria, la sinistra della Dc esce anche dal governo. Sulla “legge Mammì”, che doveva regolamentare le televisioni, si consuma un duro scontro all’interno dell’esecutivo con le conseguenti dimissioni di cinque ministri della corrente di sinistra della DC e la loro successiva sostituzione avviene nel luglio del 1990. A quella legge avevamo lavorato noi in Commissione cultura ed è inutile negare che vi furono incontri e colloqui più o meno riservati tra i socialisti e Mediaset e in particolare con Gianni Letta. D’altronde sapevamo bene del rapporto tra Craxi e Berlusconi.
Ad agosto aria pesante sullo scenario internazionale. L’Iraq invade il Kuwait e l’Onu decide l’embargo, mentre in Sudafrica finisce l’odioso apartheid. E aria pesante anche a Reggio Emilia. Il 26 agosto, mi presento puntuale, come l’anno precedente, al cimitero di Casalgrande per commemorare il sindaco socialista Umberto Farri, ucciso da mani ignote in casa sua nell’agosto del 1946. Per la verità le celebrazioni di Farri erano state un appuntamento promosso più che dal Psi dai socialdemocratici, prima con i discorsi di Simonini e poi di Amadei, perché Farri aveva aderito, nel lontano 1946, alla mozione di Critica sociale al congresso del Psiup che s’era svolto a Firenze. E aveva dunque firmato la mozione politica di Saragat e di Simonini. Anche se la scissione del Psli, al momento del delitto, non era ancora stata consumata, è ipotizzabile che Farri avrebbe seguito Saragat e non Nenni. Ma a parte questo rilievo, il Psli, poi divenuto Psdi, restò più sensibile a quell’efferato delitto di quanto non fosse stato un Psi troppo spesso asservito al culto dell’unità della sinistra e per una lunga fase subalterno al Pci. Cominciai io a celebrare Farri a partire dalla seconda metà degli anni ottanta. Promuovemmo in alcune occasioni la commemorazione come Psi e Psdi, insieme. Poi, dopo l’adesione di Amadei al Psi nel 1989, iniziammo a organizzarla semplicemente come socialisti, invitando però alla nostra cerimonia anche i socialdemocratici. La mia commemorazione si articolò in tre punti che riassumo: “1) Il delitto Farri si inquadra in una serie di omicidi politici che insanguinarono la provincia di Reggio dopo la Liberazione. Essi avevano una matrice stalinista 2) Esiste un filo rosso che legava idealmente la cultura che ispirava questi delitti con quella che diede origine alle brigate rosse, il cui nucleo storico ebbe origine proprio nella provincia di Reggio. 3) Si faccia luce si queste pagine oscure e in particolare si impegni il Comitato per l’ordine democratico col suo presidente in testa (l’on. Otello Montanari) a fornire un’aggiornata versione storica e politica di questo e di altri fatti di sangue, che hanno in comune il rapporto con la Cecoslovacchia, dove espatriarono, dopo il colpo di stato del 1948, molti ex partigiani, sospettati o condannati per responsabilità in quelle vicende sanguinose” (1). Già l’anno prima avevo definito gli assassini di Farri come “brigate rosse ante litteram” (2). E avevo anche dedicato, nella mia tesi di laurea, poi pubblicata nel 1981 (3), un capitolo sulle violenze del dopoguerra in cui figurava anche il delitto Farri, dopo averne parlato un’intera sera con il prefetto di Reggio della Liberazione Vittorio Pellizzi.
Mi avevano annunciato la volontà di Otello Montanari di promuovere un convegno per presentare quel libro di Liano Fanti sui Cervi, “Una storia di campagna”, ove si descriveva il clima di isolamento in cui i simboli della resistenza reggiana erano stati lasciati dal Pci. Immaginavo che Otello Montanari, nelle nuove vesti del revisionista, avrebbe parlato. Non potevo immaginare che sarebbe esploso il caso del triangolo della morte, del quale tutta la stampa nazionale, le televisioni, i partiti politici avrebbero trattato per mesi. Anzi per due anni.
L’appello venne subito raccolto. E Otello Montanari parlò. Anzi scrisse un articolo pubblicato solo da “il Resto del Carlino” (4), neppure tanto originale. Larga parte del contenuto era stata attinta dal libro di monsignor Wilson Pignagnoli, “Reggio bandiera rossa”, dato alle stampe nel lontano 1961, e le sue considerazioni erano esclusivamente rivolte al delitto dell’ex direttore delle Reggiane Arnaldo Vischi, che era stato assassinato il 31 agosto del 1945. Su quel delitto Montanari ammette le responsabilità di una parte del gruppo dirigente del Pci reggiano. Anche questa, peraltro, non era una novità, visto che sia il segretario del Pci dell’epoca Arrigo Nizzoli, sia l’allora presidente dell’Anpi Didimo Ferrari (Eros) erano stati condannati dai tribunali e quest’ultimo era anche fuggito in Cecoslovacchia, sia pur solo per reati connessi all’omicidio. La notizia clamorosa fu che un dirigente comunista, e per di più autorevole e rappresentativo del passato del partito, qual’era Otello Montanari, ammettesse per la prima volte tali responsabilità uscendo dal guscio della retorica della resistenza tradita e dei “delitti fascisti”. E per di più che questo avvenisse mentre era in corso la svolta e si lanciava una sorta di glasnost all’italiana del fu Pci e della sua storia non sempre esaltante.
Fece colpo quell’appello finale di Montanari “Chi sa parli” che era un invito a uscire dalle reticenze del passato e di aprire tutti i cassetti ammuffiti e le storie sepolte. I giornali nazionali riprendono immediatamente la questione. Di essa si occupano le televisioni. E perfino più avanti, anche i giornali russi, scambiando Montanari per una sorta di novello Gorbaciov. Il protagonista del “Chi sa parli” acquisisce una notorietà inimmaginabile e la sua foto finisce addirittura nei quiz della “Settimana enigmistica” come un attore cinematografico, un calciatore, un divo della tivù. In un primo momento il gruppo dirigente del Pci si schiera a favore dell’iniziativa di Montanari.
Sulle “rivelazioni” di Montanari intervengono tutti. Il confronto diventa nazionale. E divide il Pci. Si sfogliano pagine di storia sconosciute ai più. I delitti di Vischi e poi di tre ex partigiani che indagavano sul delitto, sotto la probabile regia del segretario della Federazione del Pci, il delitto del sindaco socialista di Casalgrande Umberto Farri, sul quale ancor oggi non è stata fatta luce, quello del capitano Mirotti e di don Pessina, sui quali erano stati condannati innocenti come Egidio Baraldi e Germano Nicolini e quelli di centinaia di altri, assassinati dopo la Liberazione (dati forniti dal prefetto dell’epoca parlano di mille), tutto questo viene improvvisamente proiettato ai giorni nostri. Si tratta di una catena di sangue che qualcuno allunga fino al 1961 quando il capo dei Gap Robinson (Alfredo Casoli) uccide in pieno centro per vendetta il suo vice Muso (Rino Soragni)
Dopo l’articolo di Otello Montanari la Direzione del Pci invia a Reggio Piero Fassino per guidare il confronto, per non farlo deragliare, per non farselo sfuggire dalle mani, perché si presumeva che quel confronto avesse ripercussioni anche sulla svolta del Pci. E Fassino, in una prima fase, appoggia l’iniziativa, auspicando tra l’altro che si arrivi alla verità e alla giustizia anche per Germano Nicolini e che sia necessario fare opera di verità e di giustizia su tutti i delitti senza intaccare la Resistenza. Anche Antonello Trombadori e Nilde Iotti (5) appoggiano la posizione di Montanari, mentre Ugo Pecchioli, dal canto suo, afferma che “Montanari ha fatto benissimo” (6). Approva naturalmente l’ex comunista Renato Mieli, già direttore dell’Unità, che rileva che “i dirigenti comunisti di Reggio Emilia si sono decisi finalmente a liberarsi dagli scheletri che per quasi cinquant’anni avevano conservato nell’armadio della loro coscienza” e ricorda di avere avuto l’ordine, quando era all’Unità, di non parlare di Reggio Emilia. (7). Approva, anche con entusiasmo, Miriam Mafai che su “La Repubblica” chiede “la verità sul quel triangolo” (8). Poi, quando il dibattito si fa più serrato, c’è una sorta di controsvolta. Prima si decide di proporre una sorta di riabilitazione postuma di Togliatti, poi, piano piano, si arriva a rigettare in toto la polemica aperta, peraltro, da uno di loro. Il rinnovatore Occhetto inizia la difesa a spada tratta del comunista Togliatti, anche se continua a professare la necessità del cambio del nome del partito. Piero Fassino, che si era spinto davvero avanti nel denunciare i crimini di Reggio Emilia, rileva: “Non si può proprio credere che Togliatti avesse in animo di tollerare episodi come quelli di cui stiamo parlando” (9). Sull’altro lato, l’ex braccio destro di Secchia Giulio Seniga chiede addirittura una Norimberga per Togliatti e Massimo Caprara sostiene, a proposito dei responsabili delle violenze, che “Togliatti sapeva e li coprì” (10). Per parte mia, in un altro articolo sull’Avanti, ricordo che chi tollerò o promosse addirittura questi episodi di violenza venne solo trasferito altrove e non certo allontanato dal partito, e dunque il gruppo dirigente nazionale e Togliatti in primis cercò sempre di coprire. E’ il caso di Arrigo Nizzoli che dopo la condanna fu segretario del Pci a Ferrara.
Poi c’è la svolta, anzi la controsvolta.

Dalla svolta alla controsvolta

Il 7 settembre a sollevarsi è il vecchio Pajetta che a proposito delle polemiche che impazzano sui giornali attorno ai delitti del dopoguerra a esclama: “Quel Montanari è un pazzo” (11). E aggiunge: “Quel Montanari, dopo quel che ha detto, credo che prima di girare per Reggio Emilia, ci penserà un po’. Io l’ho trattato con delicatezza, ma lui è un pazzo” (12). Il problema mi parve subito il seguente. Il Pci, pur con tutte le semplificazioni, gli eccessi e le strumentalizzazioni che il confronto aveva generato, compresa la presa di posizione dei fascisti che con i due Pisanò in testa annunciavano una manifestazione a Reggio Emilia, intendeva chiudersi a riccio per difendere ad oltranza il suo passato, e in particolare la figura di Togliatti. Ma allora perché aveva deciso di recidere il suo cordone ombelicale? Cioè di rifiutare l’identità comunista? Si poteva legare l’attualità del nuovo partito che voleva iscriversi all’Internazionale socialista col passato comunista togliattiano del Pci? E soprattutto con quel che avvenne in quegli anni quando il Pci era non solo togliattiano, ma anche stalinista? Che cosa doveva mai difendere il Pci, allora? Era o non era una svolta quella di Occhetto? Con la controsvolta sui delitti del dopoguerra, benedetta dal centro e che si consumerà con la punizione del revisionista Montanari, col fuoco purificatore del traditore del partito e la sua defenestrazione dalla presidenza dell’Istituto Cervi e dagli organi dell’Anpi, il Pci mostrava tutta l’ambiguità del suo percorso.

Parte la controffensiva comunista, dunque. In cinque firmano un appello contro lo scempio della Resistenza e difendono Togliatti e il Pci. I cinque sono Arrigo Boldrini, Luciano Lama, Giancarlo Pajetta, Ugo Pecchioli e Aldo Tortorellla. Dunque alcuni esponenti del sì alla svolta e altri del no. Anche Giorgio Bocca si schiera contro la revisione e l’iniziativa di Montanari e così pure, allora, Giampaolo Pansa, che poi saprà rivedere la sua posizione, provocando contro se stesso le stesse contumelie che allora erano riservate a Montanari. All’interno del Pci ci fu chi, come Lucio Magri, affermò in un dibattito con Piero Fassino, alla festa nazionale dell’Unità che si stava svolgendo a Modena, che la polemica sui fatti di Reggio Emilia era “uno dei varchi su cui passano le spinte per la scissione” (13). Noi che, in qualche misura, avevamo iniziato a scrivere questa pagina, non potevamo rimanere semplici spettatori. E intervenimmo. Io scrissi altri articoli sull’Avanti col consenso, e anzi le sollecitazioni continue, di Ugo Intini, mentre Craxi si mostrò prudente e consapevole che su quelle vicende non si poteva aprire una campagna politica nazionale. Per questo Intini mi confidò che dovevo essere io a condurre le danze da Reggio. Il Pci ritorna ad esaltare la sua storia e Luciano Lama, nel discorso di chiusura del festival dell’Unità di Reggio, parla di “campagna infame contro il Pci e la Resistenza” (14). Per Marino Montanari, presidente dell’Anpi di Cavriago, il paese che ancor oggi custodisce il busto di Lenin in piazza, Otello Montanari deve essere cacciato dalla presidenza dell’Istituto Cervi. “Otello”, dice “ha perso l’equilibrio” (15). Lo aveva detto anche Pajetta che era diventato matto. Pochi giorni dopo, però, a difesa di Otello Montanari, scenderà in campo niente meno che il giornale ufficiale dei giovani comunisti dell’Unione sovietica, la Komsomolskaya Pravda, che afferma testualmente: “Quando nel 1945-47 i comunisti furono accusati di alcuni assassini politici essi parlarono di provocazione, ma le attuali rivelazioni di alcuni veterani del partito hanno fatto nuovamente parlare della responsabilità di alcuni sostenitori del Pci per i crimini di allora” (16). Il giornale ricorda a tale proposito la strage di Schio del 1945 e i fatti di Reggio Emilia dove “avvennero delle brutalità e gli ex dirigenti del Pci della città emiliana si rifugiarono in Cecoslovacchia, come fecero molte altre persone per evitare una condanna per i loro crimini politici. Il Pci evidentemente aiutava queste persone e Palmiro Togliatti, che nel 1945-47 ricopriva la carica di ministro della Giustizia, non poteva non sapere questi fatti vergognosi” (17). Quel che sembrava logico in Urss non lo era in Italia, dove il Pci pareva avvitato su se stesso. Possibile che si mostrassero più revisionisti i sovietici degli italiani? Sorgeva addirittura una differenza all’incontrario? Perché si voleva stabilire, gli stessi dirigenti comunisti volevano stabilire, un rapporto? Perché il Pci, diventato “la cosa” e che si apprestava a diventare Pds, non sosteneva apertamente Montanari e affermava con chiarezza: “Noi non sentiamo nostra quella storia, fatta di delitti e di reticenze, di ragion di partito e non di ragion di verità. Non la sentiamo a tal punto nostra che adesso fondiamo un nuovo partito?”. Cosa glielo impediva? Questo era il nodo su cui si stavano avviluppando la credibilità stessa della svolta e le prospettive unitarie della sinistra. La cosa mi colpì molto e anch’io, che avevo salutato con grande interesse e favore la Bolognina e criticato sia pur indirettamente Craxi per i suoi silenzi, mi trovai in una posizione fortemente avversa. Cercammo anche di aprire un confronto più approfondito e serio e promuovemmo un convegno di studio alla sala del Capitano del popolo per domenica 16 settembre. Quel convegno si aprì con la mia relazione, che tendeva a distinguere tra i fatti della guerra di liberazione, dove pure non mancarono episodi di violenza sommaria e di discriminazione politica, e quelli del dopoguerra, e in questi tra la violenza frutto delle vendette e dell’odio nei confronti dei fascisti, che pure doveva essere condannata, e quella che sorse e venne praticata contro gli antifascisti. Intervennero Rino Formica, Aldo Aniasi, Carlo Ripa di Meana, Fabio Fabbri, Paolo Cristoni, Giulio Ferrarini, Enrico Boselli, Sergio Nigro. Ripa di Meana fece alcune rivelazioni sulla doppia linea del Pci ai tempi in cui egli stesso militava nelle sue fila e quando, per sei anni (dal 1951 al 1957), lavorava nella sala macchine del comunismo internazionale, e cioè a Praga. Il deputato europeo socialista, che allora militava sulle posizioni di Craxi, ricorda che a Praga esisteva “una commissione del Partito comunista italiano che aveva sede a Vinhorad dietro il teatro nazionale” (18) e che era costituita da “un nucleo riservato, coperto, influente, accreditato presso il Comitato centrale del Partito comunista cecoslovacco e presso i servizi segreti cecoslovacchi” (19). Tale organismo era politicamente coordinato da Moranino, il parlamentare comunista e sottosegretario, poi fuggito in Cecoslovacchia per una condanna a seguito di un crimine compiuto da partigiano, e che teneva i contatti con Bucarest, Praga e Mosca. Questa commissione era direttamente a contatto col Pci italiano e tra gli esponenti di tale commissione c’era anche il reggiano Didimo Ferrari (Eros). Esisteva poi, seguendo il racconto di Ripa di Meana, un secondo sistema coperto e riservato del Pci in Cecoslovacchia ed era quello della radio “Oggi in Italia”, che trasmetteva clandestinamente da Praga notiziari, commenti, inchieste, discorsi politici e la cui redazione si trovava proprio alle Botteghe oscure. Togliatti certo conosceva l’esistenza di queste strutture clandestine e parallele. La tesi di Ripa di Meana è la seguente: il Pci di Togliatti e Secchia ha organizzato, mantenuto e preparato in Cecoslovacchia un’ipotesi parallela a quella legalistico-parlamentare a cui era forzato dagli equilibri interni e internazionali e aggiunge che se questa verità avesse continuato ad essere negata dal Pci non si sarebbe potuto marciare insieme ai comunisti in Italia perchè sarebbe venuta meno una parte di verità del loro passato.
La tesi di Ripa di Meana fu naturalmente ripresa da tutti i giornali e le televisioni italiane. Giovanni Berlinguer precisò di non aver mai avuto conoscenza di una simile struttura, così Antonello Trombadori e Renato Zangheri. Per Ugo Pecchioli “è cialtronesca l’immagine di un Togliatti che mimetizzava le sue vere intenzioni” (20). Così un’iniziativa che pareva preludere a una vera e propria glasnost italiana del Pci, si concludeva, almeno per ora, con la rivalutazione piena di Togliatti, con il “giù le mani” dalla Resistenza non distinguendola dalle sue degenerazioni, e soprattutto con la condanna del revisionista Montanari che, come un traditore del partito e della sua storia, si apprestava ad essere sostituito dai suoi incarichi nello stile della vecchia liturgia comunista.

L’ex Pci fatica a nascere e Craxi cambia il simbolo

Enrico Boselli si mette in testa, dopo la sua elezione a presidente della regione nell’estate del 1990, che devo essere io a succedergli alla segreteria regionale del Psi. In fondo eravamo i soli due socialisti emiliani in Direzione e il fatto ch’io fossi anche parlamentare non doveva essere considerato ostativo. Anche Craxi gli era parso favorevole. Poi, dopo l’organizzazione di una manifestazione con Claudio Martelli a Pavia, dov’ero ancora commissario, con la presenza di Bruno Pellegrino, che Claudio intendeva candidare nel collegio Milano-Pavia, i deputati di Milano si erano ribellati e avevano contattato Craxi mettendolo sul chi va là e formulandogli l’illazione che proprio io stessi organizzando un gruppo anticraxiano in mezza Italia. E che l’asse tra una parte dei riformisti e la sinistra, benedetta dal commissario regionale del Psi lombardo Sergio Moroni e dal vice presidente della Regione Ugo Finetti, che si era formato a Milano sulla base di una certo qual malessere per la gestione di Craxi nella metropoli lombarda, stesse ormai dilagando anche altrove. Non c’era niente di vero, almeno per quel che mi riguardava. Il gruppo di Martelli verrà formato solo dopo le elezioni del 1992 e allora non era neanche in gestazione. Però il sol fatto che potesse essere plausibile un’indiscrezione senza fondamento consigliò Craxi a suggerire a Boselli che era meglio, anche per l’Emilia-Romagna, puntare su un non parlamentare. Più tardi Craxi mi bloccherà il congresso provinciale di Pavia che avevo già iniziato perché, a suo dire, c’era troppa confusione in Lombardia, ringraziandomi nel contempo per il lavoro svolto e dichiarandomi di fatto decaduto. Craxi mostrava sempre un suo modo avvincente nel comunicarti le decisioni, anche quando erano penalizzanti. E così nell’incontro, che si svolse nel suo ufficio di Roma nel gennaio del 1991, non solo mi riempì di elogi, ma mi garantì pieno appoggio per le elezioni politiche successive. Per la verità il fatto d’essermi tolto, dopo il dente di Ragusa, anche quello di Pavia, non mi rese per niente infelice.
Ma andiamo con ordine. Mentre a Reggio non si placa il confronto su avvenimenti di quarant’anni prima, in Sicilia la mafia spara e uccide il giudice Rosario Livatino e muore, poco prima di Alberto Moravia, anche Giancarlo Pajetta, che se ne va improvvisamente tra le angosce della svolta di Occhetto e quella di Montanari. Il primo gli aveva tolto il comunismo dal nome del suo partito, il secondo aveva colpevolizzato i partigiani. In ottobre Occhetto presenta il nome e il simbolo del nuovo partito. Si chiamerà Pds (Partito democratico della sinistra). Il simbolo contiene una grande quercia con alle sue radici il simbolo e il nome del Pci. Come dire: andiamo verso il nuovo, ma non rinneghiamo la nostra tradizione. Ci può stare. Anche il Psi, quando cambiò il simbolo, in una prima fase pose alla base del garofano il vecchio emblema.
E a proposito del cambio del simbolo Craxi anticipa tutti e annuncia che anche il Psi cambierà il suo. Più avanti adotterà la scritta “Unità socialista” nella corona. Cosa che avviene su decisione della Direzione di lì a poche settimane. Come a dire agli ex comunisti: noi sì che siamo non solo decisionisti, ma anche rapidi… Il Psi nazionale nomina Felisetti presidente del comitato per seguire l’evoluzione del “caso Moro”, mentre la crisi del Comune di Luzzara, un paese della bassa reggiana dove socialisti e comunisti rivendicano entrambi la poltrona di sindaco, sfocia nelle elezioni anticipate vinte dalla Lega nord che vola all’8%. Il Pci riconquista la maggioranza assoluta, mentre i socialisti perdono il 5% (dal 25% al 20). Il Psi reggiano si stringe a Otello Montanari dopo le richieste di dimissioni dall’Istituto Cervi formulate dall’Anpi. A proposito di Montanari continuano le polemiche sul dopoguerra e sul tavolo vengono gettati nuovi argomenti: quello d’un Cavòn di Campagnola dove sono stati seppelliti diversi cadaveri di cittadini innocenti e quello di Gladio, un’organizzazione anticomunista che aveva il compito di promuovere la difesa del nostro territorio in caso d’invasione dall’Est, mentre nuovi misteri s’addensano su Reggio relativi alla morte violenta di don Amos Simonazzi di Montericco di Albinea e al suicidio del notaio Pierluigi Corbelli. Vittime, queste due, di quei giorni e non del dopoguerra.

Quel grande convegno sull’ambiente a Parma

Muore il grande attore Ugo Tognazzi e Gorbaciov è insignito del Premio Nobel per la pace. A fine ottobre il Psi promuove a Parma un grande convegno sull’ambiente e svolgo una relazione introduttiva parlando anche della Padania e della Lega. Interviene anche Claudio Martelli e conclude Bettino Craxi, che preferisce parlare di politica anche perché dell’ambiente aveva perso gli appunti scritti. Alla Fiera ci sono migliaia di socialisti convenuti da ogni parte d’Italia e alla fine Tanzi e Barilla chiedono di incontrare Craxi per un veloce scambio d’idee sulla situazione economica. Si parla anche di uno stadio in comune tra Reggio e Parma, ma ancora una volta non se ne farà nulla. A novembre, a Reggio, tento di approfondire meglio il fenomeno leghista che mi preoccupa alquanto e convoco un incontro tra una quarantina di dirigenti e uomini di cultura e delle associazioni economiche provinciali, tentando un’analisi sulla sua natura e i suoi possibili sviluppi futuri. Mi chiedo, con molta preoccupazione, in una giornata intera di studio, di approfondimento e di dibattito, quanto la Lega sarà in condizione di sottrarci e quanto noi sapremo sottrarre al Pci. E il conto non mi torna (21).
Sempre a novembre è fissato il congresso provinciale del Psi che si svolge alla sala Verdi. Per Nando Odescalchi è un commiato. Eletto consigliere regionale e assessore nella giunta Boselli, Odescalchi svolge una relazione per sottolineare i risultati ottenuti dal Psi reggiano durante la sua triennale gestione. I dati delle politiche del 1987, delle europee del 1989 e delle regionali e amministrative del 1990 testimoniavano la buona salute d’un partito vivace, fresco, pieno di iniziative e corroborato da strumenti culturali ed editoriali d’un certo valore. Il lancio de “La Giustizia”, ove scorazzava ancora la penna ironica del buon Matteo (alias Sergio Masini), il potenziamento de “L’Almanacco”, che aggregava i migliori storici reggiani con approfondimenti tematici di dimensione ormai non più solo locale, l’Istituto storico Pietro Marani, che con la presidenza di Giorgio Boccolari era ormai parte integrante di una rete di istituti storici nazionali, e in più il potenziamento del movimento giovanile con centinaia di militanti sotto i trent’anni, non erano solo una dimostrazione di forza, ma anche di qualità della nostra politica. Odescalchi si diffuse anche sul cambiamento degli iscritti rispetto al 1987 (il 20% era di nuovo conio) e anche sulla natura diversa del nostro elettorato rispetto a quello tradizionale. Volle però sottolineare l’esigenza “di aprire di più il Psi e di avere sempre più capacità progettuale di riforma della realtà” (22).
Nelle mie conclusioni posi sei interrogativi al Pci e al suo percorso di rifondazione: 1) L’unità socialista è una proposta del Psi, ma il Pci-Pds teme più il sostantivo “unità” o l’aggettivo “socialista”? 2) Perché non si prende atto che a sinistra anche in Italia, come in tutt’Europa, o si è comunisti o si è socialisti? 3) Che rapporto il nuovo partito vuole stabilire con la Dc e perchè intende il referendum di Segni come un’occasione per un nuovo bipolarismo? 4) Perché il Pci-Pds, se crede nell’unità della sinistra, ha rifiutato un accordo col Psi in tutta la provincia e adesso sceglie in alcuni comuni l’accordo con la Dc? 5) Perché si schiera con chi intende fare i processi ai politici, essendo un partito di politici? 6) Perché dà l’impressione, anche sull’ambientalismo, di seguire ogni moda? (23). Germano Artioli, da vice si era guadagnato i galloni del titolare. E l’anno, questo anno così infuocato, si chiude con la notizia più bella. Lech Walesa è il nuovo presidente della Polonia. Colui che diede inizio alla rivoluzione, col papa polacco che ne era stato l’ispiratore, la conclude con la sua vittoria elettorale.

La guerra del Kuwait

A gennaio del 1991 venti di guerra. Saddam non si ritira dal Kuwait, nonostante incontri diplomatici, nei quali emergeva il suo ministro Tarek Aziz, che si mostrava nelle vesti di un andreottiano dei giorni nostri, e nonostante l’embargo e la minaccia di usare la forza e dopo che in extremis il segretario dell’Onu Perez de Quellar aveva giocato l’ultima carta, recandosi di persona a Bagdad. Iniziano i bombardamenti in diretta televisiva. Una guerra in tivù era una novità. Vedevi le luci e sentivi il sibilo delle bombe “intelligenti” nella notte stellata del medio Oriente e quasi ti rizzava i peli delle braccia quel rombo inquietante degli schianti sugli obiettivi militari. Sembrava un film “Tempesta nel deserto”, con tanto di attori, di regista e sceneggiatore. E invece era realtà. Poco prima la Camera aveva autorizzato la missione italiana, coi voti contrari del Pci-Pds e dei Verdi, tranne Rosa Filippini, che s’era dissociata e aveva iniziato la sua marcia di avvicinamento al Psi. Autorizzare un intervento militare italiano non era semplice, ma non si vedeva quale altra potesse essere la nostra posizione. L’Onu aveva deciso un’azione di forza contro un Paese che aveva ne invaso un altro, e per di più suscitando reazioni e condanne da parte dell’intero mondo arabo, che si trovò direttamente impegnato, con alcune nazioni, anche nell’azione militare. Si trattava di un intervento Onu, non Nato, come avverrà quando i Ds voteranno a favore dell’attacco alla Serbia, partecipando, con le decisioni del governo D’Alema, direttamente ai bombardamenti su Belgrado senza passare dal Parlamento. Mitterand era stato rigidissimo e aveva deciso di partecipare attivamente alle operazioni, mentre in Italia il Pc-Pds era ancora fermo ai comitati della pace e agli “Usa go home”? Sembrava di sì. Anche a Reggio si diede subito vita ai comitati per la pace, alle donne in nero e a tutto il vecchio armamentario veterocomunista che in questa nuova situazione significava di fatto un appoggio a Saddam. Né con Saddam, né cogli Usa: questa sembrava la posizione “neneista” degli ex comunisti. Difficile però da decifrare. Anche perchè (e su questo scrissi un articolo sulla “Gazzetta di Reggio” e sull’Avanti) nessuno si era accorto del massacro che Saddam, novello Hitler, aveva impartito al popolo curdo e che nella primavera del 1991 diverrà poi di pubblico dominio in dimensioni ancora più drammatiche. Quando il 18 gennaio del 1991 presi la parola in Consiglio comunale sul tema della guerra venni circondato con striscioni e accolto da canti e urla che mi impedivano di profferir parola, e fu con fatica che riuscii a sostenere le mie tesi senza essere interrotto, mentre il capogruppo del Psi Nicola Fangareggi fu indotto a intervenire per chiedere al sindaco di sospendere la seduta. A casa mia incendiarono il campanello e scrissero slogan contro di me sul muro davanti al mio cancello, mentre il neo rifondatore comunista Adriano Vignali mi attaccò personalmente sostenendo che avrei violato la Costituzione (24). In fondo solo Bonferroni ed io, tra i parlamentari reggiani, avevamo votato in accordo col governo e la maggioranza, mentre Renzo Lusetti si era astenuto e Pierluigi Castagnetti, Elena Montecchi e Ugo Benassi avevano votato contro.
Craxi si mantenne su una posizione di prudente adesione. Non deragliò mai in atteggiamenti filo bellicisti alla Giuliano Ferrara (anzi, quando in febbraio venne a Reggio per l’assemblea dei socialisti della Lega delle cooperative e lo andammo a prendere all’aeroporto di Parma, Craxi mi confidò d’essere piuttosto irritato con Ferrara, perché aveva assunto posizioni estremiste e aveva contestato la sua dichiarazione congiunta con Occhetto di condanna ai bombardamenti sulle città). Restava il fatto che il Psi non potesse assumere una posizione diversa. Di quelle settimane ricordo bene il clima che si respirava con l’esercito che pattugliava ogni postazione pubblica a rischio, le poste, la stazione, gli aeroporti, e noi che ci recavamo a Roma in auto, evitando servizi pubblici ritenuti rischiosi. Sembrava d’esser ripiombati d’un tratto in un’altra epoca, quella dell’attacco al cuore dello Stato. Ma in questo caso si temevano attentati e azioni di guerra che provenivano dall’esterno. Misteriosi e invisibili pericoli quotidiani erano diventati nostri abituali compagni di vita. E lo saranno per più d’un mese.
Così, quando nello stadio di Ascoli Piceno, dove mi ero spinto per seguire la mia Reggiana, si gridò “Pace”, quando il capitano Maurizio Cocciolone e il maggiore Gianmario Bellini vennero fatti prigionieri o quando le dirette televisive di tutta la guerra “minuto per minuto” ci invadevano la casa, con attacchi bellici e morti veri che restavano sul selciato, anzi nella sabbia del deserto, non vedemmo il momento che tutto questo potesse finire. Se alla guerra non c’era alternativa, alla pace si doveva arrivare in tempi ristretti. L’aveva intuito Craxi alla fine delle votazioni sull’invio della missione italiana: “Se si fa in fretta e ci sono poche perdite umane, si può resistere, se no sarà dura” (25). Il protrarsi della guerra e i bombardamenti sulle città (quei cinquecento morti dopo un bombardamento “intelligente” che colpì un rifugio era avvenimento davvero drammatico e ingiustificabile) avevano indotto Craxi a correggere parzialmente il tiro e ad emettere quel comunicato congiunto con Occhetto contestato da Giuliano Ferrara.
La guerra era ancora in corso durante il congresso per la nascita del Pds. E anche quando ci recammo a Rimini per il congresso nazionale, nell’ampio salone riecheggiavano le note dei vecchi inni pacifisti. Poi la coreografia cambiò ed ebbe la prevalenza l’iconografia del nuovo partito, la sua quercia e il suo nome. A pranzo con Craxi, Amato, Fabbri, Boselli ed altri discutemmo di quella scelta. Craxi apparve ancora in posizione d’attesa. Ancora. Sospendeva il giudizio. Aspettava segnali di disponibilità al dialogo che non sapeva raccogliere, mentre Cossutta se n’andò al canto dell’Internazionale e con Garavini, la Salvato ed altri fondò il nuovo partito di Rifondazione comunista. Poi il giallo finale sull’elezione di Occhetto che non passò e si rifugiò a casa sua, affranto, deluso, depresso. Il suo recupero, come quello di Achille che s’era rifugiato nella sua tenda dopo la morte di Patroclo, fu rapido. E venne incoronato, sia pure in ritardo. E con notevole mal di pancia.
Giuliano Vassalli è giudice costituzionale e Claudio Martelli assume anche il dicastero della Giustizia, mentre Bettino Craxi parla al teatro Municipale di Reggio Emilia ai cooperatori socialisti di tutta Italia, in un clima trionfale. Il teatro presenta un magnifico colpo d’occhio e prima del suo discorso Otello Montanari, assieme a Fernando Guatteri, lo accompagnano a visitare la mostra dei cimeli garibaldini di proprietà di Guatteri, allestita nella sala degli Specchi. Il garibaldino Craxi dubita dell’autenticità di una veste di Anita. Poi, nella magnifica sala del teatro, parla prevalentemente di piccola impresa e si lascia andare a un solo accenno di rivincita storica citando un passo del discorso di Turati a Livorno che scatena l’uditorio. Pranziamo accerchiati da giornalisti e dalle telecamere della Rai e di Mediaset all’azienda ex Asso con Gianni Galeotti e altri cooperatori.

La crisi del governo Andreotti senza elezioni, mentre Cossiga esterna
Il 25 febbraio finisce la guerra, con il ritiro delle truppe dell’Iraq dal Kuwait, Bush non va oltre il mandato dell’Onu e Saddam resta al suo posto. Cocciante vince il festival di Sanremo con “Se stiamo insieme”, ma la verità è che Craxi pare non voler più stare insieme ad Andreotti e dichiara aperta la crisi di governo. Il vecchio Giulio aveva detto: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia” (26). Craxi la pensa diversamente. Punta ad elezioni anticipate? Ci sono tutti gli elementi per desumerlo. La guerra è finita, il Psi viene dato dai sondaggi in netto aumento, il Pds è stato appena fondato, la Lega non si è ancora pienamente consolidata. E invece non sarà così. Il perché resta tuttora un mistero, spiegato con motivazioni diverse. Quella per così dire ufficiale è che una parte del Psi non volesse le elezioni. La parte più filo governativa, De Michelis, Lagorio, Capria, ma anche Amato, che già avevano dovuto digerire la crisi del governo De Mita nel 1989, pare tirasse indietro assieme ad altri ministri, sottosegretari e parlamentari, che di elezioni anticipate fanno sempre volentieri a meno. Spiegazione da rinviare al mittente, perché Craxi aveva allora la forza per spingere sull’acceleratore, anche se una parte, peraltro assolutamente minoritaria del partito, avesse manifestato perplessità. Poi c’è una motivazione da dietrologi. E cioè che Andreotti a Milano, con la sua amica Fumagalli Carulli, stesse spingendo sulla cosiddetta Duomo Connection dove parevano coinvolti anche alcuni dirigenti socialisti meneghini, a cominciare da Pillitteri. E che Andreotti, per pilotarla, avrebbe di fatto ricattato Craxi e chiesto d’essere confermato alla presidenza del Consiglio. Difficile stabilire un automatismo simile. Può essere che Craxi abbia temuto la Duomo Connection dove in prima fila c’era quell’Anita Garibaldi che egli stesso aveva voluto negli organi di partito. Ma che Andreotti abbia barattato la sua permanenza a Palazzo Chigi con la fine della Duomo Connection (avrebbe dovuto controllare tutti i magistrati di Milano a quel punto) pare piuttosto improbabile. Vi è una terza motivazione di ordine squisitamente politico, che a me pare invece la più probabile. E cioè che Craxi non intendesse approfittare della situazione dell’ex Pci-Pds, tagliandogli le gambe con l’anticipo delle elezioni. Dare un colpo di coltello al nuovo Pds poteva comportare anche un rafforzamento del Psi, ma nel contempo un indebolimento della prospettiva dell’unità socialista. A fronte di un Craxi che avesse scelto di approfittare dalla crisi e del processo appena completato di nascita del Pds per dargli una botta, il gruppo dirigente del nuovo partito avrebbe reagito assumendo una posizione politica ancora più antisocialista e ancora più decisamente favorevole ad un rapporto diretto con la Dc, come del resto allora gli faceva balenare Occhetto parlando di D’Alema, negli incontri riservati di quei giorni. Il Pds aveva bisogno di tempo e l’anticipazione di un anno della scadenza elettorale sembrava davvero un pericolo troppo grande. Craxi, in questo la sua sensibilità era quella di Nenni, temeva più d’ogni cosa l’isolamento del Psi. L’idea di un matrimonio tra Pds e Dc lo terrorizzava. Occhetto lo sapeva e anche per questo ne parlava volentieri con lui. Ad organizzare gli incontri tra Craxi e Occhetto era generalmente Piero Fassino, il più filosocialista dei giovani dirigenti del nuovo Pds. Ricordo di averlo incontrato in quei giorni in aereo e d’essermi fatto raccontare le sue pressioni sul segretario del suo partito perché stilasse comunicati con Craxi. Ma c’era una quarta motivazione che può conciliarsi con la terza. E cioè l’opinione del presidente della Repubblica Francesco Cossiga. La posizione di Cossiga, in quei mesi, si era fatta ruvida nei confronti di Andreotti e il presidente della Repubblica commenterà più tardi che anche il Psi “aveva avuto paura delle elezioni anticipate” (27) e che dopo “sarebbe stato anche peggio” (28). Craxi aveva assunto, rispetto alle esternazioni di Cossiga che ormai non si contavano più, assieme alle sue rivelazioni su Gladio, sugli anni di piombo, le richieste di grazia per Curcio, le offese nei confronti di questo o quell’esponente politico (Occhetto verrà definito “zombi coi baffi”), una posizione di continua e acritica copertura. D’altronde Cossiga era colui che gli avrebbe dovuto affidare l’incarico di formare il governo e il Pds, a fronte di un rapporto non deteriorato, avrebbe anche potuto, in una prima fase, secondo i suoi calcoli, dare una mano. Possibile appoggiare Cossiga anche contro Andreotti e Forlani, contro quel Caf che non esisteva se non nelle sigle dei giornali, ma che suffragava tuttavia l’esistenza di un rapporto positivo tra i tre leader politici? Perché dunque dare uno scossone? Cui prodest? Così il governo che avrebbe dovuto tirare le cuoia poté continuare a tirare a campare. E ad aprile la crisi di governo si risolse col governo di prima. Nacque il “governo d’Egitto”, visto che poco prima Craxi aveva commentato: “Ma che rimpasto d’Egitto?” (29).
Intanto, il traghetto Moby Prince s’era scontrato tra Livorno e Ostia con una petroliera e il bilancio era stato drammatico con ben 140 morti. Tra le vittime anche sette reggiani. Muoiono Giovanni Malagodi e Randolfo Pacciardi, Sergio D’Antoni succede a Franco Marini alla guida della Cisl e a Reggio muore a 65 anni l’ex assessore e responsabile della nave della solidarietà col Mozambico Giuseppe Soncini, messo sotto fuoco lento dalla magistratura, dopo un intervento al cuore. A fine aprile Luciano Pavarotti festeggia al nostro teatro il suo trentennale dell’esordio. Ci eravamo impegnati in tanti (in primis il nuovo presidente Ero Righi) perché, com’era avvenuto per il ventennale, non ci anticipasse Modena
Le continue esternazioni di Cossiga colpiscono, adesso, anche la Dc. E il Pds presenta in Parlamento un’interrogazione su Gladio, muore Nino Prandi a 95 anni, il socialista che era stato allievo di Prampolini, il fondatore della famosa Libreria di via Cavallotti (oggi via Crispi), l’ultimo dei vecchi riformisti del primo Novecento.

La sconfitta del mare al referendum e il congresso di Bari

A metà maggio il sindaco di Reggio Giulio Fantuzzi annuncia le sue dimissioni. Non riusciva a mantenere il doppio incarico (era stato eletto nel 1989 deputato europeo). Rappresenta un’anomalia. Dal 1945 al 1991 si erano susseguiti solo tre sindaci. Prima di lui: Campioli, Bonazzi e Benassi. Erano stati meno dei papi e dei segretari del Pcus. Fantuzzi, contrariamente ai suoi predecessori, aveva mantenuto la poltrona di sindaco solo quattro anni. Gli succederà Antonella Spaggiari, come lui di Massenzatico, giovane e grintosa capogruppo.
Non si dimette, ma non viene rieletto, invece, Otello Montanari al congresso dell’Anpi che gli nega i voti per rientrare nel comitato provinciale, mentre un socialista atipico, il segretario nazionale dell’Anpi Giulio Mazzon, sostiene le tesi più integraliste e a proposito dell’immediato dopoguerra, afferma: “Avremmo dovuto sparare qualche raffica in più” (30). Montanari, il mese dopo, sarà costretto a lasciare anche la presidenza dell’Istituto Cervi. Due epurazioni in stile veterocomunista dopo le ammissioni sul dopoguerra. Una seconda raffica. Quella in più. Naturalmente reagiamo compatti noi socialisti e dichiariamo piena solidarietà a Montanari, chiedendo al nuovo Pds di prendere posizione contro gli epuratori. Richiesta rinviata al mittente.
Intanto quel che non t’aspetti avviene. E al referendum sulla preferenza unica di giugno promosso da Segni e compagnia, nonostante l’invito di Craxi di andare al mare, prevalgono i sì. È il primo segnale di un distacco tra la base elettorale e i vertici dei partiti del quale il successo della Lega l’anno prima era stato l’anticipazione. Craxi aveva convocato il congresso a Bari a fine luglio perché pensava a una striscia di due successi consecutivi pochi giorni prima: il mancato raggiungimento del quorum al referendum e un’avanzata del Psi alle elezioni siciliane. E invece anche le elezioni siciliane non diedero l’esito sperato e il Psi ottenne un risultato modesto.
Così, quando prendemmo l’autostrada per Bari, dopo che Berlino era tornata la capitale della Germania unita, il clima che respiravamo non era certo quello d’un partito che aveva indovinato tutte le sue mosse. Che bisogno c’era di schierarsi così su un referendum che non avrebbe segnato nessuna svolta particolare, portando da quattro a una le preferenze per la Camera? È chiaro che con quella esplicita posizione di Craxi il referendum aveva acquisito un significato anti socialista e anticraxiano. Avevamo perso un referendum che non parlava di noi e che non chiedeva a nessuno di noi di schierarsi. Bell’impresa. Veramente un errore, anche perché non è mai da apprezzare (anche se sarà usato spesso anche in futuro) quell’invito di un’autorità politica a disertare le urne. Arrivammo a Bari nel solito scenario pansechiano, con le note musicali d’un’onda lunga un po’ in tono minore e con un caldo infernale in quel salone della fiera intasato di socialisti, in gran parte alloggiati su navi che sostavano sul porto. Per parte mia avevo scelto una posizione che non era quella craxiana ortodossa. Anzi avevo insistito sull’unità socialista come unica politica possibile e giustificabile. E mi schierai sulla posizione di Martelli che aveva dato appuntamento alla nascita di un nuovo partito a Genova, nel 1992, cent’anni dopo, composto da socialisti ed ex comunisti, ma anche da settori liberaldemocratici e cattolici. Era la sua vecchia idea del partito democratico, che però doveva aver un cuore e un’identità socialista. Nessun’analogia col partito democratico che poi prenderà piede in Italia. Craxi si mantenne più prudente, anzi quasi fermo e così pure De Michelis e Amato, mentre Formica, certamente schierato sulla prima posizione, volle restare un po’ nelle vesti del padrone di casa e omaggiare Craxi senza polemizzare con lui. Un congresso tutto sommato inutile, anche perché non si doveva eleggere alcun organismo. Nessuno di noi sapeva allora che sarebbe stato anche l’ultimo.

Note
1) M. Del Bue, Umberto Farri, testimone e martire riformista, testo della commemorazione tenuta a Casalgrande il 28 agosto del 1991, Reggio Emilia 1991.
2) M. Del Bue, Il partito socialista a Reggio Emilia, problemi e avvenimenti dalla ricostituzione alla scissione, pp.153-154, Venezia 1981
3) Ibidem.
4) Rigore sugli atti di Eros e Nizzoli, in il Resto del Carlino, 29 agosto 1990.
5) Vedi A Otello Montanari il grazie della Jotti, in La Repubblica, 1 settembre 1990.
6) Pecchioli ricorda quegli anni “Togliatti combattè i ribelli”, in La Repubblica, 1 settembre 1990.
7) R. Mieli, Quando al Pci mi dissero: non parliamo di Reggio Emilia, in Corriere della sera, 1 settembre 1990.
8) M. Mafai, La verità su quel triangolo, in La Repubblica, 31 agosto 1990.
9) E’ vero, il partito favorì i colpevoli, in Avanti, 4 settembre 1990.
10) Caprara: Togliatti sapeva e li coprì, in Corriere della sera, 6 settembre 1990.
11) M. Del Bue, Storia di delitti e passioni, Reggio Emilia 1995, anche Pajetta, Quel Montanari è un pazzo, in Corriere della sera, 7 settembre 1990.
12) Ibidem.
13) E subito la festa diventa un ring, in La Repubblica, 4 settembre 1990.
14) F. Alberti, La resistenza non si tocca, in il Resto zdel Carlino, 10 settembre 1990.
15) Montanari va cacciato, in Gazzetta di Reggio, 11 settembre 1990.
16) Togliatti coprì fatti vergognosi. La sovietica Kosmolskaya Pravda interviene sui delitti del dopoguerra, in La Repubblica, 20 settembre 1990.
17) Ibidem.
18) C. Ripa di Meana, Una reticenza inaccettabile, in La resistenza tradita, cit, p. 93.
19) Ibidem.
20) Il Pci non cospirava in Cecoslovacchia, in La Repubblica, 18 settembre 1990.
21) Il Psi trema: come prendere voti al Pci, in Gazzetta di Reggio, 11 novembre 1990 e L’Agape socialista, ibidem.
22) Vedi Il deputato on. Mauro Del Bue, in La Giustizia, dicembre 1990.
23) Ibidem.
24) E Vignali attacca Del Bue: “Ha violato la Costituzione”, in Gazzetta di Reggio, 1 febbraio 1991.
25) Ricordo dell’autore.
26) “Meglio tirare a campare che le cuoia” è la risposta a chi imputava ad Andreotti di tirare a campare col suo governo nel febbraio del 1991. Vedi Nota Ansa del 13 gennaio 2009, intitolato L’andreottismo spiegato con le sue battute, in Wikipedia, su Internet.
27) M. Pini, Craxi, cit, p. 426
28) Ibidem.
29) Ibidem.
30) Dovevamo sparare qualche raffica in più, in Gazzetta di Reggio, 19 maggio 1991, anche in M. Del Bue, Storia di delitti e passioni…, cit, p. 20.