“La spirale della vita”, in memoria delle vittime di mafia

fontana della vita

PALERMO – Una grande installazione a forma di spirale, in memoria di tutte le vittime di mafia. È l’ultimo lavoro dell’artista veneziano Gianfranco Meggiato. Un’opera inserita nel programma di I-design tra i collaterali di Manifesta 12 e in Palermo Capitale Italiana della Cultura e a cura di Daniela Brignone. Dal 19 luglio, giorno in cui ricorre il 26esimo anniversario della strage di via D’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, l’installazione sarà visibile e visitabile in piazza Bologni a pochi passi da Palazzo Belmonte Riso – sede del Polo Museale Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo – e dal No Mafia Memorial, la nuova istituzione culturale nata a Palermo per custodire la memoria dell’antimafia ed essere al contempo un luogo di incontro ed elaborazione sui diritti umani.

“La Spirale della vita”, l’opera creata utilizzando come materia prima 2000 sacchi militari, ha un diametro di 10 metri e rappresenta la prima installazione temporanea di grandi dimensioni realizzata a Palermo in memoria delle vittime di Cosa Nostra. Tra i patrocinatori dell’evento oltre al Comune e al Museo Riso ci sono il No Mafia Memorial presieduto da Umberto Santino, il Centro Paolo Borsellino presieduto da Rita Borsellino, il Marca (Museo delle Arti di Catanzaro) e la Fondazione Rocco Guglielmo.
Su progetto di Dario Scarpati, esperto di accessibilità museale, l’opera è concepita per consentire l’ingresso alle persone con disabilità motoria e agli ipovedenti in autonomia, grazie alla presenza di guide in braille, coniugando così gli aspetti legati all’arte e all’accessibilità. L’installazione sarà accompagnata da un catalogo pubblicato da Editoriale Giorgio Mondadori, con interventi istituzionali e saggi della curatrice Daniela Brignone e del critico Luca Nannipieri.

“Solo il libero pensiero, l’acquisizione di consapevolezza e non le armi – sottolinea l’artista Gianfranco Meggiato – possono salvare l’uomo da se stesso. L’uomo non ha bisogno di sovrastrutture ma, direttamente, con l’umiltà dell’apprendista, dovrà percorrere il proprio individuale labirinto per arrivare alla conoscenza”. Un progetto dal valore fortemente simbolico che parte dalla forma della spirale come rappresentazione del flusso vitale: quel percorso tortuoso che ognuno intraprende alla nascita, a volte tormentato da prove e fatiche, che conduce alla contemplazione e alla consapevolezza della verità e della giustizia. Valori rappresentati dall’imponente scultura – alta 4 metri – posta come punto di arrivo al centro dell’opera. Un’esperienza immersiva e multisensoriale che risulterà ancora più intensa per il visitatore che sarà investito dall’odore sprigionato dai sacchi di juta”.

“L’opera di Meggiato simboleggia la rinascita di un pensiero e di una coscienza che risveglia valori sopiti – dice la curatrice Daniela Brignone – Partendo dalla storia egli riscrive idealmente il futuro di un territorio, ridando un senso alla lotta per la libertà individuale. Attraverso l’espressione artistica, Meggiato traccia un percorso iniziatico, sospeso spazialmente e temporalmente, per ridestare gli animi dall’indifferenza al fine di intravedere la luce. La Spirale della vita coniuga così il valore dell’arte e della cultura a quelli dell’umanità”.

Scrive sul catalogo il critico d’arte Luca Nannipieri: “L’arte moltiplica la vita, anche quando affronta la materia più brutale dell’Italia democratica: i morti ammazzati per mafia. L’opera forse più civile di Gianfranco Meggiato dimostra che l’arte non è lontana dalle tragedie della storia. Le centinaia di vittime della mafia, trascritte una ad una sui sacchi militari, custodiscono questa spirale che culmina nella grande scultura di Meggiato, per testimoniare che l’arte è memoria della vita: è innalzamento della vita sulle macerie della morte. Se l’arte fosse soltanto estetica, sarebbe perdutamente ornamento, decorazione, cioè cosa superflua. In verità Meggiato dimostra, con quest’installazione, che l’arte è anche interrogazione viva sulle problematiche più brucianti e drammatiche del presente”.

“Il Polo Museale d’Arte Moderna e Contemporanea – dice la Direttrice del Polo Museale, Valeria Patrizia Li Vigni – ha aderito con entusiasmo all’ iniziativa di Daniela Brignone, inserita tra gli eventi collaterali di Manifesta 12, perché ben si allinea con gli obiettivi del Riso.  Il concetto di arte pubblica, condivisa e sociale, il lavorare in rete e fare sistema sono i principi perseguiti dal Riso e presenti nel progetto che vede la realizzazione dell’opera di Gianfranco Meggiato, artista di fama internazionale, a piazza Bologni.  Spazio esterno condiviso dal Riso, dal No Mafia Memorial e da I-design che dà luogo a un’opera concepita come percorso labirintico accessibile a tutti, simbolo del cammino impervio della vita. Si tratta del secondo evento del Riso inserito nei programmi di Manifesta 12 per la sezione Educational, dopo la mostra  “Breaking Myth” realizzata con lo SCAD University di Atlanta al Museo d’Aumale di Terrasini, altra sede del Polo Museale”.

GIANFRANCO MEGGIATO
Gianfranco Meggiato nasce il 26 agosto 1963 a Venezia. Nella sua opera guarda ai grandi maestri del 900: Brancusi per la sua ricerca dell’essenzialità, Moore per il rapporto interno-esterno delle sue maternità e Calder per l’apertura allo spazio delle sue opere. Lo spazio entra nelle opere di Meggiato e il vuoto diviene importante quanto il pieno. L’artista modella le sue sculture ispirandosi al tessuto biomorfo e al labirinto, che simboleggia il tortuoso percorso dell’uomo teso a trovare se stesso e a svelare la propria preziosa sfera interiore. Meggiato inventa così il concetto di “introscultura“ in cui lo sguardo dell’osservatore viene attirato verso l’interiorità dell’opera, non limitandosi alle superfici esterne. “A livello formale lo spazio e la luce non delimitano l’opera, scivolandole addosso come fosse un tuttotondo, ma penetrano al suo interno avvolgendone i reticoli e i grovigli arrivando ad illuminare la sfera centrale quale ideale punto di arrivo”.

A partire dal 1998 Meggiato partecipa ad esposizioni in Italia e all’estero, tra cui in USA, Canada, Gran Bretagna, Danimarca, Germania, Belgio, Olanda, Francia, Austria, Svizzera, Spagna, Portogallo, Principato di Monaco, Ucraina, Russia, India, Cina, Emirati Arabi, Kuwait, Corea del Sud, Singapore, Taipei, Australia. Nel 2007 le sue sculture monumentali sono presenti all’OPEN10 di Venezia – Esposizione Internazionale di Sculture ed Installazioni. Tra il 2007 e il 2009 gli vengono dedicate diverse mostre personali: dal Museo degli Strumenti Musicali di Roma, al Palazzo del Senato a Milano e al Museo Correr (Biblioteca Marciana) a Venezia.
Nel 2009 partecipa alla mostra di sculture monumentali “Plaza” di Milano, (ventesimo anniversario del crollo del Muro di Berlino) mentre nel 2010 installa una sfera monumentale sul Breath Building GEOX a Milano ed è invitato ad una mostra personale all’ UBS BANK di Lugano.

Nel 2011 e 2013 è alla Biennale di Venezia nei padiglioni nazionali. Nel 2012 in occasione di Art Bre a Cap Martin la sua Sfera Enigma viene presentata al Principe Alberto di Monaco e successivamente esposta sul porto di Montecarlo. Nel 2014 il Lu.C.C.A. Center of Contemporary Art ospita una personale dell’artista e lo invita a partecipare alla collettiva ”Inquieto Novecento”: Vedova, Vasarely, Christo, Cattelan, Hirst e la genesi del terzo millennio. Nel dicembre 2016 espone una scultura monumentale: Sfera Sirio diam. 2 metri nel parco Bayfront di Miami.

A febbraio 2017, nel complesso monumentale della Misericordia a Venezia, viene inaugurata una grande mostra antologica con più di 50 opere. Sempre nello stesso anno, a giugno, il museo MARCA di Catanzaro inaugura una grande mostra dedicata al suo lavoro in quattro location della città: Museo Marca, Scolacium, Musmi (Museo Militare) e Marca Open con ”Il Giardino delle Muse Silenti” una installazione di grandi dimensioni con otto opere monumentali all’interno di un labirinto. Ad Ottobre 2017 a Gianfranco Meggiato viene conferito il prestigioso premio ICOMOS-UNESCO ”per aver magistralmente coniugato l’antico e il contemporaneo in installazioni scultoree di grande potere evocativo e valenza estetica” Sempre nello stesso mese, in occasione di Pistoia capitale della cultura, Meggiato viene invitato ad esporre in piazza duomo con una sua installazione: Il Mio Pensiero Libero-Le Muse Silenti.

Perché lo stato trattò con la mafia, il doc inabissato

Intervista al Prof. Salvatore Sechi, storico e accademico italiano.
TRATTATIVA_MAFIA_CIAMPI_SCALFARO_NAPOLITANODopo Falcone e Borsellino, perché lo Stato trattò con la mafia? Sul documento inabissato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie è il titolo del nuovo libro del professor Salvatore Sechi. A pubblicarlo è l’editore fiorentino Goware. C’è un mistero che non si riesce a penetrare, ed è la decisione del ministro della Giustizia, nel governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, Giovanni Conso, all’inizio di novembre 2003, di non applicare il regime del carcere duro ai boss mafiosi.

Ma chi era questo Conso?
Guardi che non si tratta per nulla di uno sprovveduto. E’ stato uno maggiori giuspenalisti italiani, docente universitario, ex presidente della Corte costituzionale e del Consiglio Superiore della magistratura.

Era un cattolico fervente?

Certamente come lo stesso capo dello Stato Scalfaro e l’ex premier Aldo Moro, ma per nulla bigotto. La sua attenzione ai problemi di libertà e di dignità delle persone era straordinaria e rivolta a tutti. Conso era stato ministro, sempre della Giustizia, nel ministero guidato da Giuliano Amato. Ciampi lo aveva confermato nello stesso incarico. La sua domanda, però, è legittima.

Il provvedimento “buonista” di Conso come venne giudicato da Cosa nostra?

Riina ne fu entusiasta e spiegò ai suoi sodali che invece di scendere a trattative con lo Stato occorreva dargli un altro “colpettino”, cioè fare altre stragi. Venne, infatti, messa a punto quella che avrebbe dovuto seminare una carneficina di grandi proporzioni tra le forze dell’ordine. Il luogo prescelto era la collina intorno al campo sportivo in cui aveva luogo la partita tra Roma e l’Udinese. Lì si appostarono i fratelli Graviano, che sono tornati all’onore delle cronache in prima pagina per le minacce rivolte a Berlusconi.

Ma l’agguato non ebbe luogo solo per un incidente tecnico?

Poteva essere riparato e la strage di centinaia di carabinieri sparsi intorno al campo sportivo essere eseguita. La verità è che i Graviano ricevettero l’ordine di non insistere sull’ecatombe.

Ma se era in corso una trattativa con lo Stato, come mai Riina e Provenzano si prendono la licenza di farla fallire in maniera così plateale?

La trattativa aveva al primo posto l’eliminazione dell’art. 41 bis. Con esso era stato instaurato un regime al limite della costituzionalità e della stessa umanità nelle carceri in cui erano detenuti i mafiosi più pericolosi.

L’inasprimento delle condizioni carcerarie non fu opera dei ministri del la Giustizia e dell’Interno del governo Andreotti, cioè il socialista Claudio Martelli ed il democristiano Enzo Scotti?

Si, ha ragione. Avevano pensato di infliggere ai detenuti di Cosa Nostra la fine di ogni rapporto con l’esterno. Non potevano più trasmettere ordini alla manovalanza. Dunque, teoricamente i boss non avevano più potere. In realtà, in pratica le cose andarono diversamente. Durante i molti tragitti dalle isole, dalle città, dai piccoli centri ecc. per essere presenti ai loro molti processi stabilirono contatti con altri detenuti, avvocati, parenti ecc. Fu ricostituita e ravvivata la catena gerarchica.

Cosa nostra sopravvisse al sistema di vincoli creato da Martelli e Scotti. A suo avviso si trattò dunque di una sconfitta?

La mafia, pur essendo stata colpita duramente, si trovò a fronteggiare uno Stato in disfacimento, senza autorità, minato dal conflitto tra amministrazione, potere politico e magistratura.

Sono gli anni in cui venne applicata senza limite la custodia cautelare?

I magistrati di Milano, cioè Mani pulite, usarono l’arma della carcerazione preventiva per indurre persone non ancora formalmente imputate a confessare o accusare altri. È probabile che Conso abbia pensato che mitigando le condizioni detentive (cioè non applicando il 41 bis) i boss avrebbero posto termine alla campagna stragista scatenata non più in Sicilia, ma sul territorio nazionale.

Si trattò, mi pare di capire, di uno scambio ineguale. Ma chi nel governo Ciampi sostenne questa linea di Conso?

I provvedimenti di Conso non furono mai discussi in seno al governo. Era un suo potere prorogare o far cessare l’applicazione del carcere duro.cover_sechi_falcone-borsellino_mod

Prof. Sechi, in questo suo nuovo volume, lei pubblica per la prima volta un documento inedito. Fu proposto dal gip di Palermo Antonio Tricoli (oggi giudice a Sciacca) ed esaminato, e anche integrato, da magistrati come Salvatore Scaduti, Marco Alma e da lei, che è uno storico. Ebbene, questo testo non è facilmente accessibile a chi voglia consultarlo. Ma neanche è stato secretato. Quale interpretazione della vicenda sostenete?

Avanziamo l’ipotesi che la regia della forma di negoziato intavolatasi tra Stato e Cosa nostra abbia avuto come protagonisti, insieme a Conso, il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, il capo della polizia Vincenzo Parisi, il consenso (più passivo che entusiasta) del ministro dell’Interno Nicola Mancino, del Capo del Dipartimento Affari Penitenziari Nicolò Amato, degli ispettori religiosi delle carceri, di una parte del mondo cattolico.

Ma è il caso di ricordare che sia Mancino sia Amato sono stati sempre ostili ad ogni forma di trattativa con Cosa nostra. Anche in seno al PCI la politica carceraria di Martelli e Scotti non aveva molti sostenitori.

Il documento non esclude che l’uccisione di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone possa essere stata un’operazione che la mafia potrebbe avere concordato con poteri criminali esterni, anche internazionali. Ma questa è un’ipotesi sostenuta dall’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato.

Sia Amato sia i capo della polizia Parisi, come la Dia, hanno puntualizzato degli aspetti reali?
Certamente.

Ce li può riassumere, prof. Sechi?
In primo luogo la mafia non uccide come il terrorismo arabo-palestinese e quello colombiano, facendo saltare col tritolo mezzo chilometro di autostrada. In secondo luogo, in seno al gruppo dirigente dei Cosa nostra si era aperta una discussione lacerante.

In che cosa consisteva?

La linea stragista aveva portato all’uccisione di Lima, Falcone e Borsellino, come agli attentati alle chiese e alle città d’arte come Roma, Firenze e Milano. Il dubbio che assale boss è che fosse stata poco redditizia, cioè avesse avuto un dividendo negativo rispetto al rezzo pagato (il 41bis). Effettivamente nelle fila di Riina e sono aumentati i collaboratori di giustizia, i pentiti .La domanda che l’organizzazione criminale fosse entrata in crisi si diffonde. Il risultato è che la linea della delegittimazione del governo e dell’investimento sulla potenza di fuoco di Cosa nostra viene progressivamente abbandonata. Ma non esistono prove che ciò sia avvenuto per un accordo stabilito con Berlusconi.

Leonardo Raito

Un “caso Scafarto” anche a Nuoro

cubeddu

Quante sono le fake news, i falsi investigativi, che hanno inquinato e che stanno inquinando indagini e processi in Italia? Non lo sappiamo, ma possiamo fare qualche esempio. L’ultimo scandalo sull’uso spregiudicato delle false notizie, delle bugie investigative, per inquinare o deviare le indagini è il “caso Scafarto”. In breve, il capitano dei carabinieri Giampaolo Scafarto del Noe è accusato di aver manipolato una informativa, sbagliando volutamente la trascrizione di un’intercettazione telefonica. Secondo le accuse, cercava di fabbricare prove false nell’ambito della vicenda Cosip, puntando all’arresto di Tiziano Renzi, così da colpire il figlio Matteo, all’epoca presidente del Consiglio. Indagato per falso anche il pm Henry John Woodcock. Coinvolto, ma non indagato, anche il colonnello Sergio De Caprio, il “Capitano Ultimo”, famoso per avere comandato la squadra che nel 1993 catturò Totò Riina. I capi di accusa si stanno moltiplicando, ma la vicenda è al vaglio della magistratura e non entriamo nel merito.

Da un presunto tentativo non riuscito di stupro allo Stato, a uno che ha fatto centro. Ricordate l’inchiesta per presunti illeciti nelle nomine alle Asl e in altri settori pubblici della Campania che, nel 2008, coinvolse anche Clemente Mastella, allora ministro della giustizia? Per colpa di queste accuse Mastella ha dato le dimissioni, ha fatto cadere il governo Prodi e ha aperto la strada alle elezioni anticipate, vinte da Berlusconi. L’ex ministro è stato assolto dopo 9 anni, ma la fake ha colpito il bersaglio, cioè Prodi.

Una delle bufale investigative più eclatanti è quella nata dall’inchiesta sull’attentato che, nel 1992, uccise il magistrato Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta. Nel corso delle prime indagini, una fake news, costruita a tavolino anche con il concorso di magistrati e ufficiali di polizia, più qualche manganellata, ha colpito nove persone che sono state accusate dell’attentato, processate e condannate a pesanti pene detentive. Solo nel 2008 si è scoperto che era tutto falso e i presunti assassini sono stati assolti al termine di un nuovo processo.

Ma le fake news giudiziarie non hanno confini, ne è saltata fuori una anche a Nuoro, al processo per il cosiddetto “delitto di Orune”. In breve, due cugini, Alberto Cubeddu (21 anni di Ozieri, provincia di Sassari) e il cugino Paolo Enrico Pinna (19 anni di Nule, provincia di Sassari) sono stati arrestati il 25 maggio 2016 con l’accusa di essere gli autori dell’omicidio di Gianluca Monni (19 anni), commesso l’ 8 maggio 2015 a Orune (provincia di Nuoro), e del sequestro, dell’omicidio e della distruzione del cadavere di Stefano Masala (28 anni, di Nule), che sarebbe avvenuto la sera prima. Mentre Paolo Pinna è già stato condannato in primo grado a vent’anni dal Tribunale dei Minori di Sassari (all’epoca era minorenne) il processo ad Alberto Cubeddu è in corso di svolgimento in Assise a Nuoro.

Ed è proprio Alberto Cubeddu la vittima di una bufala nata da una informativa dei carabinieri e ritenuta vera per tutte le successive fasi delle indagini sino al processo. Andiamo con ordine e leggiamo gli atti. In una informativa dei carabinieri del 9 maggio 2015 è scritto che “il ragazzo risulta indagato per tentato omicidio e rapina in concorso con il cugino Paolo Enrico Pinna” (più altri due ragazzi che non citeremo). Fatti accaduti a Ozieri il 6 gennaio 2014.

Questa accusa, considerata per due anni puro vangelo anche dai magistrati che si sono occupati del caso, si è rivelata una fake news nel corso dell’udienza del 27 luglio scorso quando l’avvocatessa Mattia Doneddu ha fatto mettere agli atti una certificazione della Procura della Repubblica presso il tribunale di Sassari (competente per Ozieri) dalla quale risulta che il presunto procedimento penale contro Alberto Cubeddu non è mai esistito, era contro ignoti e come tale è stato archiviato un anno prima del suo arresto.

Nella certificazione, infatti, è scritto che “il citato provvedimento penale iscritto al R.G.N.R. contro ignoti, al n. 30/2014, a seguito di richiesta di archiviazione in data 13 marzo 2015, del p.m. di questa Procura della Repubblica è stato definito con decreto di archiviazione dal Gip presso il locale tribunale in data 25/06/2015, per essere rimasti ignoti gli autori del reato;

che dai registri generali non risultano che vi siano state e che vi siano iscrizioni a carico di Alberto Cubeddu, per i fatti di cui al procedimento penale n. 30/2014 mod.44;

che dai registri generali non risultano iscrizioni suscettibili di comunicazione nelle quali Alberto Cubeddu abbia assunto la qualità di indagato.”

Tradotto in parole povere, il ragazzo è estraneo al tentato omicidio di Ozieri, e non è mai stato iscritto nel registro degli indagati per nessuna vicenda criminale precedente il delitto di Orune.

Questa certificazione ufficiale è completamente opposta a una fantasia investigativa, a quel peccato originale che ha falsato tutte le indagini. Perché il castello di accuse che trasforma, riga dopo riga, un ragazzo normale, con una vita, una famiglia, un lavoro e amici normali, in un efferato assassino è sempre più legato a quel procedimento penale che per la Procura della Repubblica di Sassari non è mai esistito.

Proprio grazie a questo falso investigativo, certificato due anni dopo come bufala, Alberto Cubeddu è stato dipinto dagli investigatori e, dopo l’arresto, anche dalla stampa locale, come un bad boy, un ragazzo con un passato e un presente da criminale incallito. E tutto questo per giustificare non solo il rinvio a giudizio ma, in particolare, la custodia cautelare in carcere, in quanto considerato un elemento pericoloso. Anche il gip di Nuoro sposa questa tesi e nella sua ordinanza di custodia cautelare in carcere rappresenta che “dalle prime informazioni … si era appreso che il Pinna era un tipo violento con a suo carico una denuncia per tentato omicidio e rapina avvenuta ad Ozieri il 6 gennaio 2014 in concorso – appunto – con Alberto Cubeddu e altri due ragazzi”. Il giudice aggiunge nella sua ordinanza che “Cubeddu è cugino di Pinna e compare di scorribande criminali oggettivamente impressionanti”. Peccato che nessuno abbia ancora pensato di chiedere conferma di questi fatti – relativamente al Cubeddu – alla Procura di Sassari perché il procedimento di cui si parla è sempre quello archiviato.

La stampa locale si allinea: “Ma anche il cugino Alberto Cubeddu – dicono le carte (quelle false?, ndr) – non è certo uno stinco di santo. Le “missioni” spericolate le hanno sempre fatte insieme ed era un caso che non fossero insieme quella notte del 13 dicembre a Orune. Ma Alberto Cubeddu è uno che ha dimestichezza con la violenza, gli incendi e le armi” (da La Nuova Sardegna online del 26 maggio 2016). Al contrario, il ragazzo, affermano sia la Procura di Sassari sia la difesa, non è mai stato indagato per nessuno di questi reati.

La sicurezza della correttezza dello svolgimento delle indagini dovrebbe essere un caposaldo del nostro processo penale, se le bufale vengono costruite a tavolino in questa fase, si falsa tutto, soprattutto, la sentenza finale. E questo è un pensiero particolarmente disturbante quando si parla di reati tipo l’omicidio. Non dimentichiamoci, inoltre, che le bugie sono come le ciliegie, una tira l’altra. Allora viene da chiedersi quante fake news e quante verità, ci siano in tutti gli atti che hanno portato i due cugini di fronte ai giudici con pesanti accuse? Soprattutto in quelli arrivati sul tavolo del giudice che ha già condannato Paolo Pinna a vent’anni? Per non parlare dell’uso della custodia cautelare in carcere, quasi uno stupro mentale. Recentemente il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio europeo ha bacchettato l’Italia proprio su questo argomento, chiedendo un maggiore uso di soluzioni alternative per quei detenuti non ancora condannati in via definitiva. Potete anche rileggere “Davigo esalta le manette” di Mauro Del Bue, apparso sulle nostre colonne il 10 marzo scorso. Infine, riportiamo una dichiarazione di Robertino Pinna, padre di Paolo: “Ci hanno provato per un anno e mezzo a pressare questi ragazzi (il figlio e il nipote, ndr) sperando che dicessero qualcosa. Ma non possono dire niente perché non sanno niente”.

Tre domande per chiudere. Prima: qual è stata la fonte di questa fake news, come è nato questo coinvolgimento in un procedimento giudiziario inesistente e inventato sulla carta, ma che è stato la pietra miliare di una fantasia giudiziaria che ha trasformato un ragazzo che non mai avuto guai con la giustizia in un efferato assassino? E perché nessuno ha mai controllato, perché è stata accreditata per tanto tempo come vera una bufala che la Procura di Sassari poteva smontare in un attimo?
Seconda domanda. Ad Alberto Cubeddu, e magari alla sua famiglia, vorrei chiedere cosa si prova a vedere, in un attimo, la propria vita passata in un tritacarne giudiziario e mediatico, essere coinvolto in un gioco al massacro e rischiare una pesante pena detentiva (anche l’ergastolo), proprio per colpa di una notizia non controllata, di una fake news che è stata la base di tutte le accuse successive?

Terza e ultima domanda. All’autore o agli autori di questa di questa falsa notizia, e a chi non l’ha controllata, vorrei chiedere cosa si prova a sbranare anche l’anima di una persona? Ha un buon sapore?

Antonio Salvatore Sassu

 

Un luogo alla memoria di Falcone e Borsellino

falcone-borsellinoLa segreteria provinciale del Partito Socialista Italiano, assieme alla Federazione Giovani Socialisti di Vibo Valentia invierà una lettera ad ogni Comune della provincia con la quale si chiederà ad ogni Amministrazione di dedicare un monumento pubblico, un luogo pubblico od uno spazio pubblico alla memoria dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

“Questo – spiega Domenico Tomaselli coordinatore del gruppo di Fgs Vibo Valentia – in relazione al turpe evento che si è recentemente verificato nel quartiere Zen di Palermo, ossia la decapitazione del mezzobusto posto all’ingresso della scuola intitolata a Giovanni Falcone, simbolo della lotta contro la criminalità organizzata e la mafia. Un gesto, questo che voglio proporre alle nostre amministrazioni, che sicuramente non cambierà il mondo, i problemi resteranno, però un gesto simbolico per decidere da che parte stare e schierarsi una volta per tutte. Ovviamente – spiega Tomaselli – come segreteria ed Fgs provinciali, siamo disposti a sovvenzionare noi la targa che verrà apposta. Questo perché è giusto sensibilizzare le persone, è giusto ricordare la storia, ed è giusto ricordare anche, come diceva la vittima di mafia Peppino Impastato, che la mafia è una montagna di merda. Quindi noi scegliamo di stare dalla parte giusta, ossia quella della legalità nei fatti. Un piccolo gesto che possa riportare alla memoria, che possa dare un futuro e una speranza di giustizia e legalità alle nuove leve. Mi auguro, pertanto, che questa semplice ma dovuta ed efficace iniziativa possa trovare un largo consenso non soltanto nella politica, nelle amministrazioni locali, ma sopratutto tra la popolazione”.

Vandalizzata la statua di Falcone davanti alla scuola

palermo-falcone“Sono costernata da un episodio di vandalismo che per la seconda volta colpisce un baluardo di legalità in un quartiere estremamente sensibile della nostra città”, Lo afferma la sorella di Giovanni Falcone, Maria, commentando il raid vandalico e il danneggiamento della statua avvenuto per la seconda volta nella scuola dello Zen intitolata al magistrato ucciso da Cosa Nostra. Alla statua, davanti alla Scuola di Palermo intitolata ai due magistrati Falcone e Borsellino, è stata staccata la testa e un pezzo del busto usati poi come ariete contro il muro dell’istituto scolastico. Non è la prima volta che la statua, che raffigura il magistrato ucciso nella strage di Capaci assieme alla moglie e agli agenti della scorta, viene danneggiata. Dirigenti e insegnanti dell’istituto da anni sono impegnati a diffondere la cultura della legalità tra i ragazzi del quartiere, tra i più degradati della città. Sono passati venticinque anni dall’uccisione di Falcone (23 maggio 1992) e il gesto arriva a poco più di una settimana da un altro anniversario (il 19 luglio 1992), quello della strage di via D’Amelio, dove furono assassinati dalla mafia Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta.
“Se è un’avvertimento mafioso – afferma il presidente del Senato, Piero Grasso – sarebbe una prova di debolezza, non di forza; se invece si trattasse del gesto di una banda di vandali sarebbe l’ulteriore conferma che dobbiamo ripartire dalla scuola, grazie all’impegno dei docenti che ogni giorno educano i cittadini di domani, e da un maggior controllo del territorio, per prevenire questo tipo di comportamenti. Abbiamo una certezza, non illudetevi: ogni volta che proverete a infangare la memoria di uomini come Falcone noi la proteggeremo”.
Mentre il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, appresa la notizia ha subito twittato: “Oltraggiare la memoria di Falcone è una misera esibizione di vigliaccheria”.

25 anni fa l’ultimo viaggio di Falcone

Mafia: strage Capaci; ergastolo per 2 boss

Venticinque anni fa moriva Giovanni Falcone. Ucciso dalla mafia. Era il 23 maggio 1992, stava rientrando a Palermo, da Roma, insieme alla sua scorta. A pochi chilometri dalla sua città, il viaggio è finito per sempre. Quasi mezza tonnellata di tritolo li hanno fatto saltare in aria l’autostrada all’altezza dello svincolo di Capaci. Oggi è stata una giornata di celebrazioni. A Palermo i cortei partiti nel pomeriggio dall’aula bunker del carcere Ucciardone e da via D’Amelio sono arrivati all’albero Falcone in via Notarbartolo. Gli studenti hanno aspettato sotto l’abitazione del giudice Falcone fino alle 17,58, ora della strage di Capaci, hanno osservato un minuto di silenzio. Nel frattempo, musica, bandiere, cartelloni e palloncini colorati. “Nel ’92 non c’eravamo – dicono i ragazzi – ma oggi ci siamo e ci saremo”. Energie in marcia contro il grigiore della criminalità.

In testa al corteo, lo striscione “Palermo chiama Italia… la scuola risponde #23 maggio”, dal titolo dell’iniziativa promossa da Miur e Fondazione Falcone per commemorare le vittime delle stragi. Ai balconi, decine di lenzuoli bianchi appesi dai cittadini palermitani.

In mattinata dall’aula bunker, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina. “Il risultato, così importante, del maxiprocesso – ha detto – non fu dovuto a una concomitanza di circostanze favorevoli ma all’impegno, alla determinazione, al coraggio anzitutto dei suoi ideatori; e di chi lo condusse”.

Il magistrato è stato ricordato anche alla Camera dei deputati. Per i socialisti è intervenuto Oreste Pastorelli. “Noi socialisti – ha detto il deputato del Psi nel suo intervento – siamo particolarmente affezionati alla figura di Giovanni Falcone e fin da subito gli abbiamo riconosciuto nell’opera di contrasto alla mafia una grande capacità innovativa. La sintonia con questo magistrato, fu forse determinata dall’osservare quanto fosse fitta la schiera dei suoi oppositori e quanto fosse pericolosa la marea montante delle dicerie che avrebbe alla fine portato al suo isolamento rendendolo vittima predestinata e indifesa”.

“Claudio Martelli – ha ricordato Pastorelli – lo volle con sé al ministero di Giustizia, ma la simpatia, certamente umana, era una simpatia tutta politica, nel senso alto della parola. Avevamo capito che quel magistrato stava stracciando un copione che risultava utile a tanti, ma non a combattere la mafia. Falcone e Borsellino avevano deciso che Cosa Nostra andava combattuta con metodi moderni, che bisognava seguire la traccia dei soldi, una traccia che non puzzava, ma che avrebbe portato prove inoppugnabili in tribunale. Invece, al cosiddetto ‘terzo livello’, non ci credevano per niente perché – spiegavano – è la mafia che comanda gli altri poteri e non viceversa. Oggi – ha concluso Pastorelli – li richiamiamo alla memoria a 25 anni dagli attentati in cui persero la vita. Li ricordiamo con affetto e riconoscenza”.

1993, la serie. Un anno meraviglioso e confuso

1993 la serieDopo un’attesa che sembrava interminabile, per chi ha vissuto appieno la prima serie, rimanendone totalmente coinvolto emotivamente, fino a “traslarsi” virtualmente in quell’epoca, ha finalmente avuto inizio la fiction di Sky Atlantic, 1993, secondo capitolo di quella che dovrebbe essere non una semplice trilogia, ma “La Trilogia”. Uno spaccato socio-politico di quegli anni di paurosa cupezza che hanno visto spazzata via un’intera classe politica, i suicidi di personaggi illustri quali Sergio Moroni, Gabriele Cagliari e Raul Gardini, e l’attacco della Mafia allo Stato, culminato nei terrificanti omicidi dei Giudici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con vere e proprie scene di guerra. A proposito di ciò, in questa seconda serie è stato ricreato un altro attentato che ha segnato il 1993, quello di via Fauro, che doveva compiersi tramite l’esplosione di un’autobomba ai danni del conduttore Maurizio Costanzo, allora impegnato attivamente, assieme a colleghi come Michele Santoro, nella lotta contro la Mafia. Solo per miracolo, Costanzo e la sua compagna di allora Maria De Filippi scamparono a morte sicura. Nella fiction, si è ricostruita alla perfezione la situazione dell’esplosione, che ha coinvolto anche una delle protagoniste, Veronica Castello (Miriam Leone), scaraventata per terra dalla forza d’urto dello scoppio.

Questa prima puntata, inizia con Leo Notte che pronuncia la frase di Danton al patibolo, “Cosa importa se muoio, ho speso bene i miei soldi, ho fatto bene baldoria, ho accarezzato molte donne… Andiamo a dormire”, e con l’iconica immagine di Bettino Craxi che esce dall’Hotel Raphael, mentre viene sommerso dalle monetine lanciate dalla folla inferocita ed urlante. Sono stati tre i personaggi che nella prima puntata, più di tutti si sono presi la scena: Protagonista principale, Leo Notte (Stefano Accorsi), pubblicitario, oramai entrato a far parte del cerchio magico dell’allora giovane imprenditore Silvio Berlusconi, novità di questa serie, interpretato ottimamente da Paolo Pierobon, in maniera realistica. Tale caratteristica è venuta fuori proprio perché l’attore non ha mai scimmiottato un personaggio come il Cavaliere, fin troppo caricaturizzato in questi anni. Tornando a Notte, per lui il difficile compito di convincere “Sua Emittenza”, come veniva chiamato allora il proprietario di Rete 4, Canale 5 e Italia 1, a scendere in politica, perché” bisognava smettere di incassare colpi, reagendo”, e l’unico capace di far ciò è Silvio Berlusconi.

Poi, Luca Pastore (Domenico Diele), un poliziotto coinvolto in una trasfusione di sangue infetto, con la conseguenza di una sieropositività che lo rende tanto più vulnerabile, quanto più voglioso di scoprire il più possibile su questo scandalo sanitario. Questo lo porta ad essere accecato da una sete di verità, da ricercare a tutti i costi, raggiungendo anche compromessi illeciti con il deputato Democristiano Gaetano Nobile, pur di far arrestare il più stretto collaboratore (nella fiction s’intende) dell’allora Ministro della Sanità Gaetano De Lorenzo. Le novità che riguardano Pastore, sono, intanto il rapporto sempre più stretto con Antonio Di Pietro (Antonio Gerardi), a formare una “inseparabile” coppia che fa dell’odi et amo il trait d’union. Poi l’arrivo nella sua vita di una donna, anche lei sieropositiva, che gli starà sempre vicino nel corso delle puntate.

Infine l’Onorevole leghista Pietro Bosco (Guido Caprino), devastato dopo la traumatica fine del rapporto con Veronica Castello, dovuta alla violenza di questi nei confronti della donna. Un uomo ormai diventato l’ombra di se stesso, quasi sempre ubriaco e in situazioni di continui eccessi, capace di toccare il fondo anche in Parlamento, quando durante una seduta sventola un cappio da impiccagione, urlando contro i socialisti. Quest’azione scatena l’ira dell’Onorevole Formentini, candidato Sindaco a Milano, al quale Bosco chiede di poter lasciare Roma, per andare nella città meneghina ad occuparsi del futuro Consiglio Comunale. Formentini accetta, sotto promessa giurata di un cambiamento delle abitudini di Pietro, ma alla fine sarà Gianni Bortolotti a prendere il suo posto, convinto proprio da Bosco, che lo sostituirà nella Commissione di Vigilanza Rai.

PUNTI DEBOLI:
Storie e dialoghi che si intrecciano in un vorticoso turbinio di situazioni che, se da una parte danno brio, ritmo e quella trepidazione, sale dell’intero prodotto, possono risultare un po’ confuse per chi guarda con leggerezza una serie tv che va vissuta più che guardata.

PUNTI FORTI:
Senza dubbio l’arte di riuscire a riprodurre nei minimi dettagli ogni situazione, che rende la rappresentazione di questa fiction, un capolavoro stilisticamente figlio delle migliori soluzioni scenografiche. Inoltre entusiasmante il richiamo a personaggi del passato, quali Gigi Marzullo e Gad Lerner, nei cui programmi Sottovoce e Milano Italia sono stati ospiti rispettivamente Veronica Castello e l’Onorevole Pietro Bosco. Per un attimo, è come se il tempo si fosse fermato, per un attimo è 1993.

Alessandro Nardelli

Martelli, “crasti” socialisti che fecero guerra alla mafia

martelli falconeSi celebra oggi la XXII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
Migliaia di persone, circa 25mila, a Locri stanno sfilando per ricordare le vittime innocenti della mafia, ma anche, dopo l’ennesima sfida delle cosche, per ribadire una volta di più il no a ogni forma di criminalità e di sopraffazione.
In testa al corteo ci sono i familiari delle vittime che reggono due striscioni di Libera con lo slogan della Giornata di quest’anno: “Luoghi di speranza, testimoni di bellezza”. Dietro di loro una grande bandiera della pace portata da ragazzi migranti minorenni giunti in Calabria a bordo di barconi nei mesi scorsi. A seguire i gonfaloni, le autorità e migliaia di persone giunte da tutta Italia.
“Oggi a Locri siamo tutti sbirri. Ricorderemo tanti nomi di esponenti delle forze dell’ordine che hanno perso la vita e nessuno li può etichettare e insultare”, ha commentato don Luigi Ciotti dopo le scritte offensive comparse ieri a Locri.
“Ci vuole una rivoluzione culturale, etica e sociale – ha detto don Ciotti – che ancora manca nel nostro Paese perché non è possibile che da secoli ancora parliamo di mafia”.
La sfida che la ‘ndrangheta ha lanciato allo Stato nelle scorse ore per mano di ignoti hanno attaccato il presidente di Libera don Ciotti, promotore della Giornata della memoria e dell’impegno contro le mafie, vergando con una bomboletta spray su tre muri cittadini scelti non a caso, frasi come “Don Ciotti sbirro, più lavoro meno sbirri”, “Don Ciotti sbirro, siete tutti sbirri”, “Don Ciotti sbirro e più sbirro il Sindaco”. Sono comparse sui muri del Vescovado, dove don Ciotti è ospitato in questi giorni; su quelli di una scuola media e di un centro di aggregazione giovanile. Messaggi in stile tipicamente ‘ndranghetista, ne è convinto il procuratore antimafia di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho.
Tuttavia a iniziare una guerra contro il veleno mafioso che attanagliava l’Italia e in particolar modo la Sicilia, che ha negli anni scosso l’opinione pubblica fino a far parlare e disinnescare l’omertà della mafia, furono due giudici siciliani che hanno dedicato la loro vita alla lotta contro la mafia: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ma se il nome di Giovanni Falcone è ormai scolpito nella coscienza collettiva italiana, così non è per Claudio Martelli, che da Guardasigilli diventa il principale sostenitore del magistrato Giovanni Falcone, che viene da lui chiamato al Ministero a dirigere la Direzione Generale degli Affari Penali. In quel periodo Martelli e Falcone lavorarono al progetto della Superprocura antimafia. La vicinanza di Giovanni Falcone a Claudio Martelli costò al magistrato siciliano violenti attacchi da parte del PCI/PDS e del sindaco di Palermo Leoluca Orlando: quest’ultimo sferrò un attacco personale a Falcone durante il programma televisivo “Samarcanda”, accusandolo di “tenere nei cassetti i dossier”. La nomina di Falcone all’UAP fu peraltro valutata negativamente dall’Associazione Nazionale Magistrati.
La cosiddetta “superprocura” scatena la reazione della magistratura organizzata e dell’opposizione di sinistra, un fuoco di sbarramento che si intensifica quando Martelli propone nell’incarico proprio Falcone. “Solitaria eccezione, e per questo ancora più coraggiosa, fu il sostegno esplicito che ricevemmo da Gerardo Chiaromonte, consapevole dell’avversione di gran parte del suo partito nei confronti di Falcone”. Questi è accusato di non offrire garanzie di indipendenza, in quanto legato al ministero. Il Csm infatti nomina procuratore nazionale Agostino Cordova, ma Martelli si oppone, blocca la procedura e, forte di un precedente pronunciamento della Corte costituzionale, impone Falcone stesso.
Nonostante tutte le iniziative e le lotte portate avanti, le risposte dello Stato che diresse contro i boss, Martelli sembra soffrire di una condanna della memoria: è stato il ministro della Giustizia che più di ogni altro ha rischiato e si è battuto contro la mafia e la criminalità organizzata; è stato anche – non c’è possibilità di equivoco su questo – l’uomo politico operativamente e umanamente più vicino a Falcone. Eppure verrà ricordato, dai più, come un partitocrate di dubbia onestà.
Nella memoria vengono ricordati più alcuni pentiti come Angelo Siino, Nino Giuffrè e Gaspare Spatuzza che lamentarono – nelle loro confessioni di un decennio dopo – che “quei quattro “crasti” socialisti (…) prima si erano presi i nostri voti, nell’87, e poi ci avevano fatto la guerra”. L’addebito fu risolutamente respinto da Martelli, che si è sempre riconosciuto solo nella seconda parte della frase, quella per cui lui stesso dice di sé: “sono io uno di quei “crasti” (cornuti) socialisti che hanno fatto la guerra alla mafia”.
Pochi invece sanno che nel mirino della mafia era finito anche Claudio Martelli, insieme a Maurizio Costanzo. Inizialmente il giudice Falcone doveva essere ammazzato in un ristorante che frequentava a Roma mentre Martelli in via Arenula, dove c’era la sede del ministero di Grazia e Giustizia. Una volta a Roma, il commando iniziò a fare dei sopralluoghi facendo però confusione e scambiando il ristorante “Il Matriciano” per “La Carbonara”, dove Falcone era solito andare.
Claudio Martelli nelle sue azioni a sostegno di uno Stato che si batte contro le cosche è stato però fatto ‘fuori’ dallo stato stesso e dalla politica. “Io e Scotti fummo rimossi perché avevamo esagerato”. Aveva affermato l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, durante la deposizione al processo sulla trattativa Stato-mafia, spiegando la decisione di spostare lui e Vincenzo Scotti dai dicasteri della Giustizia e del Viminale a luglio del 1992. “Io mi impuntai”, aveva detto ricordando il suo rifiuto di lasciare via Arenula. Secondo il teste c’era una chiara intenzione politica di punire l’azione antimafia sua e di Scotti: lo scioglimento di diversi Comuni, alla legislazione antiracket, a quella sui pentiti. Il particolare confermerebbe i sospetti dei magistrati che vedono al cambio al vertice del Viminale non una semplice decisione politica ma un segnale lanciato dallo Stato a Cosa nostra.

Frasi shock su Lucia Borsellino: giallo intercettazioni

Rosario_Crocetta_Lucia_BorsellinoRosario Crocetta si è autosospeso da presidente della Regione Sicilia. Lo ha detto alle agenzie di stampa lo stesso Crocetta reagendo così alle polemiche per le frasi riportate dal settimanale l’Espresso che riferisce di un’intercettazione telefonica con il suo medico Matteo Tutino. Nel corso della telefonata, a proposito di Lucia Borsellino, Tutino gli avrebbe detto senza che lui obiettasse alcunché: “Va fermata, va fatta fuori come suo padre”. Ma sull’intercettazione è giallo perché la procura fa sapere che non esiste alcuna trascrizione con le parole riportate dalla stampa. L’Espresso invece conferma tutto, dice che la telefonata risale al 2013 e che è contenuta in un fascicolo secretato.

“Mi auto-sospendo immediatamente da presidente della Regione”. “Non ho sentito la frase su Lucia, forse c’era una zona d’ombra, non so spiegarlo; tant’è che io al telefono non replico. Ora mi sento male. Se avessi sentito quella frase, non so… avrei provato a raggiungere Tutino per massacrarlo di botte, forse avrei chiamato subito i magistrati. Non so… sono sconvolto. Provo un orrore profondo”. Questa la replica di Crocetta all’ANSA per la frase shock su Lucia Borsellino che ha sua volta ha detto: “Non posso che sentirmi intimamente offesa e provare un senso di vergogna per loro”. Il padre, il giudice Paolo Borsellino, venne assassinato dalla mafia in un attentato dinamitardo il 19 luglio del 1992 tre mesi dopo la strage di Capaci quando, ancora con una bomba, venne assassinato l’altro magistrato cardine della lotta alla mafia, Giovanni Falcone, assieme alla moglie e ai tre agenti della scorta.

In una telefonata all’agenzia di stampa Ansa, Crocetta protesta e si dispera dopo aver saputo della smentita dei magistrati. “È vero che la Procura smentisce? Oggi mi hanno ammazzato…”. Al telefono con il giornalista, piange e singhiozza. “Perché… perché”, ripete. “Ma quanto è potente questa mafia che mi vuole fare fuori?”, continua. “Avrei potuto anche farla finita oggi…”.
Il fatto è che il Procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi ha dichiarato che  “agli atti dell’ufficio non risulta trascritta alcuna telefonata del tenore di quella pubblicata dalla stampa tra il governatore Crocetta e il dottor Matteo Tutino”. “I carabinieri del Nas – ha aggiunto Lo Voi – hanno escluso che conversazioni simili siano contenute tra quelle registrate nel corso delle operazioni di intercettazione nei confronti di Tutino”. Inoltre per tutto il giorno i Nas  assieme ai magistrati hanno riascoltato tutte le intercettazioni registrate nell’ambito dell’inchiesta su Matteo Tutino.
Ma allora cosa pubblica l’Espresso? Come ha avuto quell’intercettazione che commenta con parole durissime nell’articolo?

Il contenuto rivelato dall’Espresso è stato anticipato sul sito on line del settimanale. Ancora una volta è un’intercettazione telefonica, forse neppure autentica, a scuotere il mondo della politica e ancora una volta riprenderà forza il dibattito se e come regolamentare questo fondamentale ausilio delle indagini, ma soprattutto come impedirne la diffusione quando non hanno rilievo ai fini delle indagini e possono altresì determinare effetti politici gravi o compromettere l’immagine delle persone coinvolte.

Quanto all’interlocutore di Crocetta, Matteo Tutino, era primario di chirurgia plastica dell’ospedale palermitano Villa Sofia ed è stato arrestato due settimane fa per ruffa aggravata ai danni dello Stato, peculato, abuso d’ufficio e falso.

La stessa Lucia Borsellino, Assessore alla Sanità nella Giunta Crocetta, si era dimessa dopo il provvedimento di arresti domiciliari per il primario di Villa Sofia. La vicenda  rapprsentava l’ennesimo colpo alla credibilità del sistema sanitario regionale, da anni al centro di scandali più i meno gravi.

Con le dimissioni di Lucia Borsellino erano salite a tre le dimissioni dal Governo regionale nel giro di pochi giorni. Prima di lei se ne erano andati altri due, l’assessore all’Agricoltura Nino Caleca e l’assessore alla Funzione pubblica Ettore Leotta. Una progressione di disfacimento che aveva già indotto tanti a ritenere probabile l’ipotesi di un voto regoionale anticipato già dopo l’estate anche perché nel PD della Sicilia in molti ritengono che sia opportuno mettere la parola fine all’esperienza di un Governo che, secondo alcuni, più tempo sta in carica e più fa perdere voti al centrosinistra.
In questo senso la decisione di Crocetta – sempre che non sia finalizzata solo a rispondere allo scandalo sul piano comunicativo – si potrebbe leggere come una mossa per anticipare una conclusione poco decorosa.

Non a caso, dice il Segretario del Psi Riccardo Nencini, “Crocetta ha il dovere di charire subito con parole nette e inconfutabili. L’Autosospensione da governatore della Regione è un atto politico, non istituzionale”. Nencini poi esprime “Piena vicinanza a Lucia Borsellino, alla quale va un abbraccio in segno di solidarietà”.

Tra i primi a reagire il sottosegretario all’Istruzione, Davide Faraone, braccio destro di Renzi in Sicilia che in un tweet scrive: “Inevitabili dimissioni Crocetta e nuove elezioni. Quelle parole su Lucia Borsellino una vergogna inaccettabile. #Sicilia”.

LA MAGGIORANZA NEL MIRINO

Napolitano-testimonianza-mafia

In uno dei momenti più complessi della politica italiana, la più alta carica dello Stato, Giorgio Napolitano, è stata chiamata a testimoniare al processo sulla cosiddetta presunta ‘trattativa Stato-Mafia’ trovandosi di fronte l’avvocato difensore di Totò Riina. L’udienza si è svolta a porte chiuse; unici ammessi, a parte i giudici, i pm, gli avvocati e le parti civili, e dunque chiusa alla stampa, anche se il contenuto dei verbali non sarà secretato. Continua a leggere