La mostra di Venezia festeggia i 75 anni

cinemaLa Mostra del cinema di Venezia, il più antico festival cinematografico del mondo, si appresta a tagliare il traguardo dei 75 anni e lo vuole festeggiare nel migliore dei modi. E’ vero che prima del Leone d’Oro, nel 1929 sono arrivati gli Oscar. Ma l’Academy Award premia i film della passata stagione, mentre a Venezia, sin dal 1932, concorrono pellicole inedite.

L’edizione numero 75 della Mostra di Venezia, diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta, si terrà dal 29 agosto all’8 settembre, e il programma è ricco di eventi e di grandi nomi. Ne citiamo subito due: l’attrice Vanessa Redgrave e il regista David Cronenberg, entrambi Leone d’Oro alla carriera.

Presidente della giuria internazionale che assegnerà il Leone d’Oro, e gli altri premi, è il regista Guillermo del Toro, Leone d’Oro l’anno scorso per “La forma dell’acqua”, vincitore anche di quattro Oscar. Gli altri componenti sono Sylvia Chang, Trine Dyrholm, Nicole Garcia, Paolo Genovese, Malgorzata Szumowska, Taika Waititi, Christoph Waltz, e Naomi Watts.

Non potendo citare tutti i 3.311 titoli iscritti nelle diverse sezioni (disponibili nel sito della Mostra), ne abbiamo scelto pochi (speriamo anche buoni) pescando tra la Selezione Ufficiale, con 21 pellicole in concorso per il Leone d’Oro e le altre sezioni.

armadilloRiteniamo di assoluto rilievo The Other Side of the Wind, il capolavoro perduto di Orson Wells, Suspiria di Luca Guadagnino, l’arrivo di Lady Gaga, la serie western dei fratelli Coen, l’Armadillo di Zerocalcare, lo sbarco sulla Luna, i girasoli di Van Gogh e pochissimi altri titoli, sicuri di avere trascurato tante pellicole meritevoli tanto quelle che andiamo a citare.

Partiamo dai tre film italiani in corsa per il Leone d’Oro: Capri-Revolution, Suspiria e What You Gonna Do When The World’s On Fire.

Il più atteso, anche a livello internazionale, è sicuramente Suspiria di Luca Guadagnino, quasi obbligato a bissare il grande successo di “Chiamami col tuo nome”, Oscar 2018 a James Ivory per la migliore sceneggiatura non originale.

SUSPIRIA 02Suspiria è il remake del film di Dario Argento, uno dei capolavori che hanno fatto la storia del cinema e che dal 1977 infesta gli incubi di milioni di spettatori. Nel cast Dakota Johnson, Tilda Swinton e Jessica Harper, che ha recitato nel film di Argento ma in una parte diversa. Tra i produttori anche Amazon Studios.

Capri-Revolution di Mario Martone, con Marianna Fontana, Reinout Scholten van Aschat, Antonio Folletto e Donatella Finocchiaro. Nel 1914, prima dell’entrata in guerra dell’Italia, un gruppo di artisti nordeuropei arriva a Capri e, colpito dalle bellezze naturali dell’isola, decide di fondarvi una comunità.

What You Gonna Do When The World’s On Fire è un documentario sul razzismo negli Stati Uniti del sud realizzato da Roberto Minervini. L’interesse del regista si focalizza sulla comunità afro-americana di Baton Rouge in Luisiana, che dal 5 al 17 luglio del 2016 è stata teatro di una serie di morti e violenze a sfondo razziale.

Sempre in concorso, ma nella sezione Orizzonti, un cinecomic italiano: La Profezia dell’Armadillo, dell’esordiente Emanuele Scaringi, con Simone Liberati, Valerio Aprea, Laura Morante e Claudia Pandolfi. La storia è tratta dal primo libro di Zerocalcare, il nuovo grande talento del fumetto italiano con circa 700mila vendute in libreria.

L’anteprima mondiale di The Other Side of the Wind il capolavoro incompiuto di Orson Welles, è forse l’evento più straordinario, il colpo gobbo di Venezia 75. Girato tra il 1970 e il 1976 l’ultimo e quasi perduto film del grande regista, interpretato da John Huston, Oja Kodar, Peter Bogdanovich, Susan Strasberg e Norman Foster, non era mai stato completato per mancanza di fondi.

A distanza di tanti anni, il film arriva nelle sale grazie a Netflix, che ha acquistato i diritti, negativi compresi, e finanziato la post produzione.

Alla proiezione seguirà il documentario They’ll Love Me When I’m Dead di Morgan Neville, che racconta gli ultimi 15 anni di vita di Orson Wells, comprese le vicissitudini vissute durante le riprese di The Other Side of the Wind.

Attesa anche per il film in concorso che aprirà la mostra: First Man (Il primo uomo) di Damien Chazelle (Oscar 2017 al miglior regista per “La La Land”) con Ryan Gosling, Jason Clarke e Claire Foy. La storia di Neil Armstrong, il primo uomo a mettere avere sulla Luna il 20 luglio 1969, con la missione Apollo 11. “Un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità”, con buona pace dei no sbarco, no vax, no tap, no tav, no tutto, terrapiattisti, complottisti di varia estrazione, e di quelli che lo sbarco non c’è mai stato ma lo ha girato Kubrick a Hollywood, eccetera.

Gli Usa batterono l’Urss nella corsa alla conquista dello spazio proprio con l’Apollo 11, e il film di Chazelle potrebbe essere uno dei candidati di peso per i prossimi Oscar, giusto per celebrare una delle tante facce dell’ “America First”.

In concorso anche una delle coppie d’oro del cinema che non disegna la televisione: i fratelli Ethan e Joel Coen che ritornano con il tanto atteso The Ballad of Buster Scruggs. Nel cast Tim Blake Nelson, James Franco, Liam Neeson e Tom Waits. Storie western che meno classiche di così non si può, dato che al timone c’è la coppia più originale, creativa e irriverente del cinema. Una serie, divisa in sei episodi, che sarà trasmessa da Netflix ma che speriamo arrivi anche sul grande schermo.

22 July di Paul Greengrass con Anders Danielsen Lie e Jonas Strand Gravli, è la storia di una strage di stampo neonazista decisamente ignobile. Il 22 luglio 2011 nell’isola di Utøya, in Norvegia, si sta svolgendo un campo estivo organizzato dalla Lega dei Giovani Lavoratori (i Socialisti non si sono estinti neanche nel Nord Europa) quando il terrorista Anders Breivik apre il fuoco uccidendo 69 ragazzi tra i 14 e i 20 anni. Qualche ora prima Breivik aveva fatto saltare un’autobomba nel centro di Oslo, di fronte all’ufficio del primo ministro, causando 8 morti e più di 200 feriti.

Con At Eternity’s Gate, Julian Schnabel racconta gli ultimi e tormentati anni della vita di Vincent Van Gogh, interpretato da Willem Dafoe. Il grande pittore olandese, morto suicida a 37 anni, è l’autore di capolavori che hanno fatto la storia dell’arte, fra cui i leggendari e costosissimi quadri che hanno per soggetto i girasoli.

Personalmente ci ricorda qualcosa questo Acusada di Gonzalo Tobal, con Leonardo Sbaraglia, Mariana Espósito e Inés Estevez. La migliore amica di Dolores, una giovane studentessa, viene assassinata e lei è l’unica accusata. Mentre i media ne fanno l’assassina perfetta, i genitori si occupano di organizzarne la difesa.

Con Zan (Killing), il regista Shinya Tsukamoto, famoso per la serie di Tetsuo, lascia i temi horror/cyberpunk per raccontare la storia di un ronin, un samurai senza padrone che, nella metà dell’Ottocento, vive il tormentato passaggio verso la modernità del Giappone. Protagonisti due star del cinema orientale: Sosuke Ikematsu e Yu Aoi.

Fuori concorso ma attesissimo da torme di fan un remake con precedenti illustri: A Star is Born, di e con Bradley Cooper, al suo debutto come regista, con la popstar Lady Gaga che interpreta una giovane promessa della musica. La pellicola è il terzo remake del film “È nata una stella”, diretto nel 1937 da William A. Wellman. Lady Gaga interpreta il ruolo già portato sullo schermo da star come Janet Gaynor, Judy Garland e Barbra Streisand.

Spazio anche a un Evento speciale televisivo, con la proiezione in anteprima dei primi due episodi de L’amica geniale, prodotta da HBO, Rai Fiction e Timvision, regia di Saverio Costanzo. Serie ispirata ai romanzi di Elena Ferrante, che hanno ottenuto uno strepitoso successo in libreria.

Contrariamente a Cannes, Venezia presenta anche produzioni televisive che non saranno proiettate in sala. Così come i colleghi francesi, anche gli esercenti italiani hanno espresso la loro contrarietà per la presenza nel cartellone di film che usciranno direttamente in streaming.

Secca la replica di Alberto Barbera, direttore della Mostra: “Francamente non ho capito perché il comunicato degli esercenti mi chiami in causa: non ho voce in capitolo su marketing e distribuzione di un film. Non posso entrare nel merito della distribuzione e dell’esercizio”. Sulla possibilità di boicottare i film in streaming come ha fatto Cannes, la Barbera ha risposto: “Non ci penso nemmeno. Il compito di un festival è difendere, promuovere, segnalare l’esistenza di film meritevoli. Il problema della distribuzione non mi riguarda, non ho competenze e sarebbe da parte mia un’attività indebita”.

Antonio Salvatore Sassu

Cannes, grandi ritorni e blockbuster per riportare il pubblico in sala

odissea nella spazioIl Festival del cinema di Cannes, conclusosi pochi giorni fa, ha premiato i due film italiani in concorso. Marcello Fonte, protagonista di “Dogman” di Matteo Garrone, ha vinto il premio al miglior attore, e Alice Rohrwacher  il premio alla miglior sceneggiatura per “Lazzaro felice”, di cui è anche regista. Un importante risultato per la cinematografia nostrana che mostra così i primi segni di una rinascita che speriamo porti buoni frutti anche al botteghino.

Perché le sale italiane hanno bisogno di spettatori, dato il calo registrato nel 2017 con quasi la metà dei biglietti venduti rispetto a due anni fa. Il 2016 è stato un anno d’oro per il box office perché trainato dallo straordinario successo di “Quo vado?” di Gennaro Nunziante e con Checco Zalone, che ha toccato il record di oltre 65 milioni di incassi e più di 9 milioni di spettatori. Un altro successo è stato “Perfetti sconosciuti”, di Paolo Genovese, che ha superato i 15 milioni.

Ma l’anno scorso è stato un disastro, segnato da un calo quasi catastrofico dei biglietti venduti. E non sono i grandi blockbuster ad avere fallito, anzi fanno sempre numeri interessanti, ma tutti gli altri. E i bilanci del box office italiano sono sprofondati in un “Profondo rosso” così da paura che neanche il film di Dario Argento.

Speriamo che dai successi di Cannes inizi una rinascita tanto attesa quanto indispensabile perché, non dimentichiamolo, un pezzo importante della vita dei film passa ancora per le sale, che a loro volta vivono grazie ai biglietti staccati.

L’edizione 2018 del Festival di Cannes ha anche riproposto due grandi classici del cinema restaurati in occasione del loro 70esimo e 50esimo anniversario: “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica e “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick.

“Ladri di biciclette”, capolavoro del neorealismo girato con pochi soldi e con attori non professionisti da Vittorio De Sica nel 1948, è considerato uno dei più grandi film di tutti i tempi. Vi fa la sua prima apparizione, come comparsa nel ruolo di seminarista, quel Sergio Leone che qualche lustro dopo conquisterà un successo globale con la Trilogia del dollaro.

Il film racconta una vicenda piccola, piccola, di quelle che di solito non meritano neanche due righe in cronaca ma che la bravura di De Sica (cosceneggiatore assieme a Cesare Zavattini) ha trasformato in una storia universale di grande livello narrativo, che va oltre la Roma del dopoguerra, e con un impatto emotivo che ha pochi eguali nella storia del cinema.

“Ladri di biciclette”, che ha conquistato una valanga di premi in Italia e all’estero, fra cui un Oscar onorario nel 1950 al miglior film straniero, è stato restaurato dal laboratorio L’Immagine Ritrovata. Il restauro è stato voluto dalla Fondazione Cineteca di Bologna e dalla Compass Film di Stefano Libassi, in collaborazione con Arthur Cohn, Euro Immobilfin, Artedis, e con il sostegno dell’Istituto Luce – Cinecittà.

Da un film piccolo piccolo, con il quale a De Sica riuscì anche il colpaccio di contrastare al botteghino i kolossal hollywoodiani, al budget stratosferico di 12 milioni di dollari di “2001: Odissea nello spazio”, che dal 1968 ha rivoluzionato il modo di raccontare le storie su grande schermo, tutte e non solo quelle di fantascienza; il blockbuster padre di tutti gli effetti speciali degli ultimi cinquant’anni; il capolavoro dei capolavori partorito dal genio di Stanley Kubrick.

“2001: Odissea nello spazio” ritornerà sugli schermi della Penisola il 4 e il 5 giugno prossimi dopo essere stato proiettato nello splendore dei 70 millimetri della versione originale nella sezione Classics del Festival di Cannes, grazie a un restauro curato dalla Warner Bros e dal regista Christopher Nolan (“Batman”, “Interstellar”, “Dunkirk”), che lo ha anche presentato in occasione della prima mondiale di Cannes. E si può parlare di seconda giovinezza perché si è lavorato al negativo originale con un procedimento di ricreazione fotochimica dei fotogrammi. Una sorta di “rinfrescata” del materiale in analogico, senza passaggi in digitale o modifiche al montaggio originale voluto da Kubrick.

Per parlare in maniera adeguata della fotografia e dell’uso del colore, degli arredamenti e delle scenografie, della colonna sonora e degli straordinari effetti speciali di un film sontuoso come “Il Gattopardo” di Luchino Visconti e claustrofobico come “… e poi, non ne rimase nessuno” (dall’omonimo romanzo di Agatha Christie) non basterebbe un’enciclopedia, quindi ci limiteremo a brevi note.

La citazione di Agatha Christie è quasi obbligata perché “2001” racconta, proprio come nel più classico giallo di scuola inglese, anche di delitto e castigo, di una serie di omicidi in una camera chiusa che più chiusa non si può, (un’astronave che viaggia nello spazio), della caccia all’assassino e della sua inevitabile punizione: la condanna a morte. Anche se si tratta di una vita artificiale.

Quindi un aspetto del film, oggi più attuale di ieri , riguarda il rapporto tra gli umani e l’intelligenza artificiale, con macchine che ha volte hanno reazioni più umane degli stessi umani. Per non parlar di aspetti tipo la punizione per l’uomo che osa sfidare gli Dei, la sindrome della torre di Babele, quella di Frankenstein, e che il potere assoluto corrompe assolutamente, come diceva Montesquieu. E che di buone intenzioni sono lastricate le strade degli Inferi, soprattutto di quelli dei Puritani e degli Anglicani.

Indimenticabile anche la scena dove un osso lanciato in aria da un primate come gesto di vittoria e di sfida si trasforma in una navetta spaziale raccontando, con un montaggio mai osato prima, milioni di anni di evoluzione in un battito di ciglia.

Sul significato del film è in corso un dibattito sin dalla sua prima apparizione avvenuta il 2 aprile 1968 all’Uptown Theater di Washington. Dai grandi teorici del Vaticano agli scienziati più atei, tutti ci hanno trovato parte di sé, del proprio credo, quasi una proiezione dell’idea (del sogno, della precognizione) del presente, del passato e del futuro di ogni singolo spettatore più che dell’umanità in senso generale. Ciascuno può vederci quello che gli pare, come disse una volta Kubrick. Può dare al film il significato che vuole in base al suo vissuto personale, a quello che ha letto o visto nella realtà o nei propri sogni. Meglio lasciarsi catturare da una fantasia a occhi aperti, da un viaggio attraverso lo schermo dove lo spirito guida non è più il Coniglio Bianco dello specchio di Alice ma “il” Monolite nero.

Il team degli effetti speciali con a capo Douglas Trumbull (Oscar per gli effetti speciali assieme a Kubrick, e che ha lavorato anche a “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “Star Trek” e “Blade Runner”) ha aperto la strada a una vera e propria rivoluzione dei trucchi cinematografici, a partire dalle Guerre Stellari di George Lucas per arrivare a “Solo: a A Star Wars Story” di Ron Howard, l’ultimo nato della saga uscito nelle sale proprio in questi giorni, e presentato sempre a Cannes con una messa in scena sul red carpert veramente da fantascienza.

E proprio il film che racconta la giovinezza di Han Solo (con Alden Ehrenreich che interpreta il personaggio su cui riposa gran parte della fama imperitura di Harrison Ford) sarà il prossimo successo al botteghino. Così come grandi incassi hanno prodotto “Black Panther”, con un 1 miliardo e 300 milioni di dollari, e “Avengers: Infinity War” che non ha ancora finito al sua corsa in sala ma che già si avvicina a 1 miliardo e mezzo di dollari, con oltre 15 milioni in Italia; e “Deadpool 2”. Mentre sulla linea di partenza ci sono altri due sicuri campioni di incassi: “Jurassic World: Il regno distrutto”, quinto capitolo della serie di Jurassic Park e “Ant-Man and the Wasp”, iconici personaggi Marvel.

I blockbuster Usa e i cinecomics, soprattutto quelli Marvel, hanno un impatto pensato proprio per la visione su grande schermo per godersi dettagli e scene pensate proprio per la visione in sala. Ma questo successo non produce un effetto “cascata”, non porta nelle sale nuove generazioni di spettatori nel cosiddetto giorno medio, come dimostra il calo di oltre il 50 per cento dei biglietti venduti in Italia.

Sarà che ha ragione Netflix (che proprio in questi giorni ha toccato grandi traguardi alla Borsa di Wall Street, diventando più preziosa della Walt Disney), la grande esclusa di Cannes, che produce film per qualsiasi tipo di formato e supporto? Che per vedersi un gran bel film sarà sempre meno obbligatorio andare al cinema? Georges Méliès ha detto una volta: “Amici miei, mi rivolgo a tutti voi, stasera, per ciò che davvero siete: illusionisti, sirene, viaggiatori, avventurieri e maghi. Venite a sognare … con me”. Oggi è più facile che il sogno ti arrivi in uno degli schermi di casa piuttosto che muoversi per raggiungerlo. Che stia per sorgere l’alba di un nuovo mondo anche per l’industria cinematografica? E che niente sarà più come prima?

Antonio Salvatore Sassu

“Un matrimonio da favola”, la fatalità
della storia di amicizia

matrimonio-da-favola“Un matrimonio da favola” dei fratelli Vanzina é la classica commedia all’italiana per una storia di amicizia. Ricorda i più recenti “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese, oppure “Non si ruba a casa dei ladri” e un po’ anche “Mai Stati Uniti”, degli stessi registi. Del primo richiama il monologo finale in cui ognuno si svela con maggiore sincerità, rivelando segreti reconditi. Del secondo il fatto di essere una commedia degli equivoci e di basarsi su un umorismo divertente che fa sorridere, attraverso tutte le vicissitudini bizzarre dei protagonisti: stessa location, Zurigo, e medesimo artificio di avere dei ‘ladruncoli buoni e bonari’ che si vendicano e colpiscono solo per farsi giustizia e per riscattarsi. Del terzo il fatto che da un viaggio nato per un diverso motivo ne sorge un’esperienza formativa che insegna l’importanza dell’unione: in “Mai Stati Uniti” era quella tra fratelli, in “Un matrimonio da favola” quella tra amici. Tra l’altro alcuni degli attori scelti dai Vanzina sono comuni ai film: Stefania Rocca ha recitato sia in “Un matrimonio da favola” che in “Non si ruba a casa dei ladri”; Ricky Memphis sia in “Un matrimonio da favola” che in “Mai Stati Uniti”. Proprio quest’ultimo è il protagonista principale del film dei Vanzina “Un matrimonio da favola”. Veste i panni di Daniele che invita, dopo vent’anni, i compagni di classe alle sue nozze a Zurigo. Tutti si chiedono: “ma se da ragazzi eravamo così uniti come abbiamo fatto a perderci?”, – fa riflettere Sara (Ilaria Spada), amante di Giovanni (Emilio Solfrizzi), soffocato e succube dalla perfida moglie avvocato divorzista. Allora, più che al matrimonio, tutto sembrerebbe indirizzato alla separazione; ma un velo di romanticismo sempre c’è. Ḕ Sara, infatti, a rimarcare la monotonia della sua vita di commessa le cui giornate erano tutte uguali, scandite dagli stessi orari ed eventi, rotta dall’incontro con Giovanni: “poi sei arrivato te e ho pensato che la mia vita potesse cambiare. E ho cominciato a sognare il matrimonio e i figli” –gli rivela-. Poi c’è il rimpianto e la malinconia di ciò che sarebbe potuto essere: “chissà, se avessi avuto il coraggio di dirtelo forse la mia vita sarebbe stata diversa”, dice Luciana (Stefania Rocca) ad Alessandro (Giorgio Pasotti), di cui è perdutamente innamorata da sempre, senza mai averglielo confessato. Ed ora sposata, ma annoiata dalla monotona e tediosa seriosità del marito. I partner non mancano ovviamente. Ma neppure le sorprese. Alessandro infatti è gay, con tanto di compagno. “Cosa vuoi? –risponde a Luciana- La nostra vita non dipende da noi, ma dal nostro destino”. Fatalità degli eventi? Si riflette anche su questo. Anime (pre)destinate a unirsi o separarsi. Sicuramente ognuna in cerca della propria identità e strada. Come la futura sposa Barbara (Andrea Oswart), che non sa neppure lei cosa voglia (ma sta tentando di capirlo) e che tradisce il marito proprio poco prima delle nozze con Luca (Adriano Giannini), latin lover ma questa volta amico traditore e infedele inconsapevole (non sa chi sia la fidanzata di Daniele).

Allora l’ingrediente giusto per “Un matrimonio da favola” non sembrano il menù, le bomboniere, la location o altro, quanto gli invitati, che fanno davvero la differenza rendendolo “scoppiettante”. E così il matrimonio diventa come una partita di calcio, in cui si può anche perdere, ma ci si riscopre una squadra più forte perché più unita. Le nozze possono ance persino saltare, ma in fondo l’unica legge del goal (come cantava Pezzali) è la regola che domina incontrastata le relazioni tra i protagonisti: “le ragazze vanno e vengono, gli amici restano”. E se si è destinati a lasciarsi o ritrovarsi, vuol dire che doveva andare così. Questo il tema centrale affrontato in modo leggero. Gli (ex) compagni (non più tali) scoprono di “essere ancora una squadra. C’era tutto un secondo tempo da giocare (insieme) e tutto poteva ancora succedere”. Quel che accade si vedrà, l’unica certezza è che la vita ci sorprenderà ancora con la sua casualità fortuita. La sicurezza è quella che Sara dice a Giovanni: “il treno prima o poi passa per tutti e ho deciso che non lo voglio perdere e che, nonostante te, voglio ancora continuare a credere nell’amore”. Per una delusione ricevuta un nuovo palpito arriverà, ognuno avrà la sua occasione, la chance del riscatto per essere felice, gioendo delle piccole cose. Insieme. Per un film che coglie il pretesto del matrimonio, dove le nozze sono solo un mezzo e un tramite, per parlare di amicizia, di amore (in tutte le sue sfaccettature nei suoi diversi tipi ed equilibri di coppia), e di destino. Come nelle favole e nelle fiabe, appunto, è il fato spesso a designare e disegnare la fine di ogni romantica storia d’amore. Di certo –come avverte il fidanzato di Alessandro- “niente sarà più come prima dopo il matrimonio”. Ma si farà? L’incertezza regna sino alla fine, come il fatto di non sapere quale delle coppie resterà in piedi sino in fondo. Daniele verrà lasciato o abbandonerà la sposa sull’altare? Dichiararsi (Luciana con Alessandro, ma anche Giovanni che deve parlare con la moglie per lasciarla per Sara) servirà a qualcosa o porterà a una rottura? Fino alla fine si può segnare o subire il goal (all’ultimo minuto), al contempo della vittoria o della sconfitta, del traguardo o della perdita di tutto; oppure pareggiare con un rigore da tirare prendendo il massimo del rischio. Del resto, “l’amore non è bello se non è litigarello” –si dice- e un matrimonio con la sua organizzazione porta sempre scompiglio, fermento e tormento, incertezze e titubanze se si stia facendo la cosa giusta. Proprio come in ogni decisione che si deve prendere nella vita. E l’interrogativo è: “tutto è successo per caso o perché doveva succedere?”. Il confine tra fatalità e fortuita casualità e coincidenza si confonde. Si sollevano, così, molti dubbi: l’amore è cieco o forse no? La fortuna e la sfortuna esistono? Ḕ davvero tutta colpa del destino e della sorte?

Barbara Conti

‘Sei mai stata sulla Luna?’,
un cast stellare per una
commedia impegnata

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Il cast del film “Sei mai stata sulla luna?”

Che succede se Nord e Sud si incontrano, se il Sud diventa il Nord del Paese, se la moda di lusso finisce in una campagna sperduta della Puglia? E cosa accadrebbe se, come avviene per la protagonista dell’ultima commedia di Paolo Genovese (Liz Solari che veste i panni di Guia), tra paradisi fiscali, donne in carriera che tentano la scalata nell’alta moda, ci si rendesse conto che il bene più prezioso resta una masseria pugliese ereditata?

La comicità tocca il massimo tra gag divertenti alle prese con mucche da custodire e da portare al pascolo, uova di gallina da raccogliere, stalle da pulire. Anche questo rende riconoscibili le firme degli autori del soggetto: oltre allo stesso Paolo Genovese, Enrico Vanzina, Carlo Vanzina, Riccardo Milani, Alessio Maria Federici. Allora Guia si chiede se sia davvero possibile sopravvivere in un ambiente così squallido e distante, così diverso rispetto alla moda di Milano. Tanto più che, all’epoca degli abusivismi edilizi, dei subaffitti illeciti di locali, la masseria scopre essere abitata “abusivamente” dal cugino Pino (Neri Marcoré), affetto da “un ritardo dello sviluppo cognitivo – non scemo”, e dal fattore che si sta occupando della masseria stessa, il vedovo Renzo (Raoul Bova), che occupa gratuitamente la dependance insieme al figlio Tony.

In un momento in cui regna l’opportunismo, soprattutto economico e del business, in cui anche i piccoli bar di paese si fanno una concorrenza spietata (stile far west, come si vede in una scena all’inizio del film), ed in cui anche gli affetti sono “di convenienza”, tra fidanzati scomodi, figli ingombranti e legami che vanno e vengono (ma vengono costruiti a propria insaputa su siti di incontri, nascosti dietro nickname), forse non resta davvero che mettere un foulard al collo delle mucche in luogo di catenacci per sentirsi a casa, veri, autentici. E forse, colei che era considerata “una stronza cinica e snob”, come la sua assistente Carola (Giulia Michelini) definiva Guia, al contrario probabilmente cela quel romanticismo nascosto che non ti aspetti, cerca il vero amore come non si direbbe, ritenuta solamente interessata alla propria carriera.

Perché, in fondo, l’insegnamento del film è, oltre alla riscoperta del fascino della campagna, di mostrarci a guardare oltre le apparenze. Spesso non si riesce a vedere oltre il proprio naso, come si suol dire, non ci rendiamo conto effettivamente di quello che ci circonda, delle persone che abbiamo vicino, di chi ci ama veramente o ci è affezionato sul serio. Spesso non ci rendiamo conto di quanto possiamo realizzare i nostri sogni anche là dove sembrerebbe regnare la desolazione, come nel piccolo paese della Puglia che fa da scenario al film.

Raoul Bova e Sabrina Impacciatore in una scena dell'ultimo film di Genovese

Raoul Bova e Sabrina Impacciatore in una scena dell’ultimo film di Genovese

E tutto questo perché non si riesce ad osservare con la lucidità dell’immaginazione di chi è considerato scemo come Pino, mentre troppo spesso nella vita siamo abituati che “a volte si fanno molte cose per finta”. E così si finisce per “prendere lucciole per lanterne”. Mentre si gioca col sogno americano, per cui Ostuni è diventato Houston, e per chi viene dalla Sicilia Ostuni è al Nord, si finge quello che non si è, mentre la verità è che anche l’umile Ostuni può rappresentare una piccola grande Houston, un’America in cui vivere quel sogno americano tanto ambito.

E questo poiché “qui abbiamo una dignità e quella non ha prezzo. Non è come da voi (al Nord, ndr), che tutto ha un prezzo” e si può comperare ogni cosa. Potendo persino contrattare sul matrimonio, come vuole fare il fidanzato di Guia (interpretato da Pietro Sermonti), che pensa persino di fare un accordo pre-matrimoniale per evadere il fisco. Ma, nonostante questo, “la vita vera è più bella”, dice Pino. In quanto ci sono ancora persone in grado di sorprenderci positivamente; spesso “pensiamo di conoscere una persona per sempre, ma ne ignoriamo la parte migliore, più nascosta, che è quella che ci intriga di più, che ci fa sognare”, come dice Mara (una Sabrina Impacciatore che recita con sensibilità il ruolo della romantica protagonista che interpreta), che il fratello Delfo (Sergio Rubini) protegge dalle insidie di uomini cinici  spietati; ma non dal romantico e buono Felice (Emilio Solfrizzi). A loro è affidata la parte più vera e tenera della commedia, col romanticismo di una scena finale girata in una delle capitali europee considerate la patria dell’amore quale Parigi.

Un film che vanta la canzone omonima della colonna sonora scritta da Francesco De Gregori, che mentre gioca col sogno americano omaggia il cinema di Hollywood e nostrano. Le melodie e i paesaggi ricordano quelli de “Il ciclone” di Pieraccioni. Mara ama uscire di nascosto dalla finestra come Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”. Guia sembra una nuova Andrea Sachs de “Il diavolo veste Prada”. E il sogno americano richiama quello del primo uomo sulla Luna. Spesso quando si desidera qualcosa di straordinario, eccezionale, si pensa subito al satellite della Terra. La Luna, infatti, viene vista spesso come “quel posto magico” in cui tutto è possibile, come viene rappresentato nel piccolo paese pugliese. La domanda del film: “Sei mai stata sulla Luna?” equivale dunque a chiedersi: “Hai mai espresso e realizzato un desiderio enorme” che non credevi si potesse realizzare? Crederci e provarci non costa nulla. Poi quello che verrà si vedrà. Dunque anche il titolo sembra una scelta curiosa e intelligente per rendere il tributo ad una figura invocata spesso non a caso, quasi a infondere la speranza nel credere ancora nei sogni. Anche in una società moderna, attenta agli affari e ai soldi, e che ha perso le tradizioni locali, i valori umili ed importanti della campagna. Sempre in viaggio, sempre di corsa, sempre a lavoro e meno a casa circondati da affetti sinceri. Un habitat da ricostruire e salvaguardare, come la masseria.

Barbara Conti