NESSUNA INTESA

gentiloni tusk

“Non siamo a un’intesa e neppure alla vigilia di un’intesa” sulla riforma delle regole di Dublino: così il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni al termine del Vertice Ue, sottolineando come sulla questione della ricollocazione dei migranti resti “un’indisponibilità a nostro avviso inaccettabile di alcuni Paesi, in particolare i Visegrad, a rispettare le decisioni prese”.

Posizione, quella dell’Italia, condivisa dalla Germania (“non posso accettare che ci sia solidarietà in molte aree ma in altre no” ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel) mentre secondo il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk “la questione delle quote obbligatorie resta contenziosa anche se la temperatura è scesa significativamente”. In precedenza, il premier Gentiloni aveva sottolineato come si sia registrato un “passo avanti su quella che viene definita la dimensione esterna, cioè il rapporto tra flussi migratori che attraversano il Mediterraneo e l’azione dell’Unione europea. Credo che l’iniziativa italiana di questi mesi sia stata apprezzata in modo molto rilevante, ed è importante che sia apprezzata dai leader dei governi dei più diversi orientamenti”. Però, avverte il presidente del Consiglio, “c’è uno scoglio nella nostra discussione, in quella che si definisce la dimensione interna: le regole di Dublino, i confini interni tra i Paesi europei. Su questo non siamo riusciti in questa lunga riunione a superare le resistenze dei Paesi del gruppo di Visegrad, che rifiutano la decisione che pure è stata presa di obbligatorietà delle quote: la mia speranza è che i successi nella lotta al traffico di esseri umani e quindi la riduzione dei flussi irregolari rendano il clima sulla discussione delle regole interne più semplice”.

“Non ci siamo ancora – aggiunge il premier – è un lavoro che deve proseguire e che non possiamo tradurre in un avallo alla posizione di chi non vuole applicare le regole europee: aperture a considerare un optional le regole europee sulla rilocation dei migranti non sono condivise dall’Unione europea”.

“L’obiettivo – ha aggiunto Gentiloni – deve essere quello di raggiungere un consenso, proprio la vicenda delle rilocation ci dimostra che non sempre le decisioni prese senza consenso vengono rispettate: considero un’arma estrema quella di ricorrere a un voto di maggioranza. L’Italia deve fare, come credo faranno la Francia e la Germania, ogni possibile sforzo per arrivare a una soluzione consensuale e bisogna provare a farlo entro quest’anno, facendo un passo avanti a giugno ed arrivando a concludere entro la fine dell’anno”. Se resta lo stallo sulla questione migranti, nel corso del Vertice invece i leader dei 27 hanno dato l’ok a passare alla seconda fase dei negoziati sulla Brexit: due anni di transizione, durante i quali resteranno in vigore tutte le norme dell’Unione europea. Per la premier britannica Theresa May si tratta di un “passo importante sulla strada per realizzare una Brexit liscia e ordinata”. “Credo che nessuno nasconda che la seconda fase che inizia adesso sarà molto complicata” ha detto invece Gentiloni, aggiungendo che pur essendo stata apprezzata la buona volontà del governo britannico “la fase di transizione non sarà un regalo alla controparte”.

Redazione Avanti!

Migranti, tra Quote obbligatorie e riforma Dublino

Italian Prime Minister Paolo Gentiloni, center, speaks with /European Commission President Jean-Claude Juncker, right, and Luxembourg's Prime Minister Xavier Bettel, left, during a round table meeting at an EU Summit in Brussels on Thursday, Dec. 15, 2016. European Union leaders meet Thursday in Brussels to discuss defense, migration, the conflict in Syria and Britain's plans to leave the bloc. (ANSA/AP Photo/Geert Vanden Wijngaert) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved.]

AP Photo/Geert Vanden Wijngaert

“Se vogliamo consolidare la svolta nella lotta ai trafficanti e cambiare in modo significativo la situazione dei diritti umani in Libia, abbiamo bisogno di un impegno finanziario, logistico, politico, ancora più forte, da tutta la famiglia europea. Questo chiederà l’Italia stasera”, è quanto ha dichiarato Paolo Gentiloni lasciando il minivertice con i leader dei V4 ed il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Inoltre il Presidente del Consiglio ha anche ringraziato i leader di Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia che “hanno annunciato l’intenzione di destinare 36 milioni di euro alle operazioni dell’Ue di rafforzamento dell’attività in Libia”, ma ha precisato: “Per noi i muri e le chiusure sono sbagliate, e le quote obbligatorie sono il minimo sindacale per l’Unione europea. Questi Paesi hanno un’opinione molto lontana. Ma è significativo che questa differenza che resta, e di cui discuteremo anche stasera a cena, non abbia impedito un’iniziativa politica che ritengo rilevante e di cui ringrazio”.
A rafforzare l’opinione di una profonda divisione nell’Ue il presidente del consiglio europeo Donald Tusk entrando al summit, per il quale sul dossier migrazione “la divisione è tra Est e Ovest”, sull’Unione economica e monetaria “tra Nord e Sud”. “Queste divisioni sono accompagnate da emozioni che rendono difficile anche trovare un linguaggio comune e argomenti razionali per il dibattito. Per questo dovremo lavorare sulla nostra unità in modo più intenso ed efficace”.
Ma parole conciliatorie arrivano proprio dal Premier ungherese. “Difendere le frontiere esterne dell’Unione e risolvere le cause all’origine delle migrazioni è l’elemento della politica migratoria dell’Unione che fino ad ora ha funzionato, dando i risultati attesi. Per questo siamo pronti a mettere assieme oltre 36 milioni di euro e se necessario anche a prendere parte alle operazioni”, afferma Viktor Orban al termine del minivertice con gli altri tre leader dei V4, il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, ed il premier Paolo Gentiloni. “Lo abbiamo fatto perché crediamo nell’unità dell’Ue – ha aggiunto Orban -. Così abbiamo trovato qualcosa su cui cooperare”.
Per l’Italia poi un’altra questione da affrontare è la Riforma di Dublino. Sulla riforma di Dublino “vanno rispettate le regole e va seguita la procedura ordinaria” che prevede che “si possa votare a maggioranza qualificata per dare nuove regole sui rifugiati e avere più solidarietà europea”: lo ha detto il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, contestando la posizione del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, che ha chiesto di procedere per “consenso” sulla questione. Sulla questione anche il capo della Farnesina, Alfano: “Vogliamo chiarire definitivamente che Dublino è la foto ingiallita di un’Europa che non c’è più e di flussi migratori che non sono quelli del passato”, dice il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, arrivando alla riunione del Ppe a Bruxelles. “Occorre responsabilizzare tutti i Paesi rispetto a questo. Serve una proposta che tenga insieme la solidarietà con il governo delle frontiere dell’Unione europea. Un tema essenziale per la tenuta politica del nostro Continente”.

È scontro nell’Unione Europea sui richiedenti asilo

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È scontro nell’Unione europea sulle quote obbligatorie per il ricollocamento dei richiedenti asilo. A riaccendere la miccia è stata la bozza di una lettera del presidente del consiglio europeo Donald Tusk, ai leader dei 28, per guidare la discussione della cena al summit di giovedì, in cui implicitamente suggerisce di abbandonare il meccanismo previsto dalla proposta della Commissione Ue, perché “inefficace” e “divisivo”. Una mossa che ha fatto insorgere non soltanto numerosi Paesi, dall’Italia alla Germania, dall’Olanda alla Spagna, ma lo stesso esecutivo comunitario, che per bocca del commissario alla Migrazione Dimitris Avramopoulos ha definito il documento “anti-europeo”, “inaccettabile”, una picconata al principio di solidarietà.

Il pressing è stato così forte da determinare, in serata, un ‘ammorbidimento’ nel linguaggio della lettera, poi pubblicata ufficialmente. Intanto la presidenza ungherese dei Visegrad, da sempre contrari alle relocation (tanto che tre di questi, Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria sono stati di recente deferiti alla Corte Ue per non aver rispettato i propri obblighi) ha organizzato un incontro pre-vertice tra i quattro leader, il premier Paolo Gentiloni, e il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker per annunciare un “sostanziale” contributo al Fondo fiduciario per l’Africa. Il loro modo di dimostrarci solidarietà e mostrare un ramoscello d’ulivo.

Ma sullo sfondo restano le proteste erano partite lunedì pomeriggio, quando alla riunione degli sherpa Ue, i rappresentanti di varie cancellerie, inclusa Roma e Berlino, hanno preso la parola per sottolineare come il senso della lettera di Tusk sulle quote fosse “contro il Consiglio e la Corte Ue”. Il Consiglio infatti quelle quote le aveva votate a maggioranza qualificata nel 2015; mentre la Corte di giustizia, alcuni mesi fa aveva giudicato il sistema adeguato ad affrontare le situazioni di crisi, avallando la proposta della Commissione europea per la riforma del regolamento di Dublino, e bocciando i ricorsi di Slovacchia e Ungheria. Il Parlamento di quest’ultima ha votato con i voti della maggioranza governativa e quelli dell’estrema destra di Jobbik, una risoluzione contro le quote obbligatorie per il ricollocamento dei richiedenti asilo, inserendosi nello scontro in corso nell’Ue.

Alla riunione di lunedì sono volati gli stracci anche tra i rispettivi bracci destri di Tusk, Piotr Serafin, e del presidente della Commissione Jean Claude Juncker, Martin Selmayr. Uno scontro tra istituzioni Ue, col tentativo di Tusk, di marginalizzare il ruolo della Commissione, avocando a sè, tra l’altro, l’iniziativa di proporre “la strada da seguire”, se per giugno 2018 i Paesi non avranno trovato una “soluzione consensuale” sulla riforma del regolamento di Dublino. Una visione, quella di Tusk, sostenuta solo dai Visegrad.

Di fronte alla reazione anche dei numerosi ministri al consiglio Affari generali di oggi (quello di preparazione al vertice) che hanno “rimandato a settembre l’approccio”, come ha spiegato il sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi, il gabinetto del presidente del consiglio europeo ha fatto qualche passo indietro, apportando modifiche al testo. Fonti Ue avvertono: il testo è cambiato, ma non la visione di Tusk. Meglio non abbassare la guardia.

A Tusk risponde anche il capogruppo socialista al Parlamento europeo Gianni Pittella: “Il Consiglio europeo non alzi la bandiera in segno di rassegnazione di fronte alle quote sui rifugiati. Cerchi di convincere gli Stati membri dell’Unione Europea perché questo è il suo ruolo. Bisogna procedere”

C. sinistra, Nencini: “Lista progressista a giorni”

urna-elettoraleSi stringono i tempi sulla definizione del perimetro della coalizione di centro sinistra. Il primo nodo dovrebbe essere sciolto oggi alla direzione di Ap. Alternativa popolare va verso una separazione consensuale dal Pd: il tentativo è di non arrivare ad un voto con Lupi, Formigoni, Albertini e altri che ribadiranno di non voler andare insieme al Pd. “Proporrò un accordo con persone come Fitto e come Cesa per una gamba moderata e autonoma, orgogliosamente autonoma, ma che sia anche capace di dialogare con Forza Italia”, afferma l’ex governatore della Lombardia.

Al fianco dei democratici ci sarà una lista di centristi che ruoterà attorno alle figure di Lorenzin e Casini e che potrebbe vedere anche la partecipazione di altri esponenti moderati come Tabacci. In settimana (mercoledì o giovedì) si definirà anche la lista a sinistra: dopo il passo indietro di Pisapia.

La lista progressista di centrosinistra alleata del Pd, ha spiegato il segretario del Psi Riccardo Nencini, sarà presentata “a giorni”, e anche senza Campo Progressista “la sua impalcatura rimane integra”. “Ci sono ambientalisti, Verdi – ha detto ancora – ci sono i socialisti, ci sono prodiani, ci sono sindaci, quindi ci sono esperienze civiche, e c’è una parte anche che proviene da Sel: quindi l’impalcatura, la cornice, rimane solida”. Nencini ha quindi espresso perplessità sulle dichiarazioni di ieri di Pietro Grasso, il quale ha affermato che sarà lui stesso a guidare Liberi e Uguali, e non Massimo D’Alema: “Non ho mai visto fondatori di esperienze politiche, ma non soltanto politiche, che fanno passi indietro”.

La lista, riferisce chi sta lavorando al ‘dossier’, nasce con l’attivismo dei prodiani e dovrebbe avere l’incoraggiamento dell’ex presidente del Consiglio. Segnali in questo senso sono arrivati nelle ultime 48 ore, spiegano le stesse fonti. Prodi tra l’altro dovrebbe inviare un messaggio all’iniziativa sul clima in programma sabato. Renzi in ogni caso ha chiesto di accelerare per chiudere il perimetro e attende anche la formazione di Della Vedova e Bonino +Europa. “Inizia la campagna elettorale e penso che sia importante discutere di argomenti concreti per il futuro”, attacca Renzi, “noi come Pd abbiamo le idee chiare: siamo convinti europeisti ma vogliamo un’Europa diversa da quella tecnocratica che troppo spesso abbiamo conosciuto”. Il capogruppo Pd alla Camera parla di una coalizione che vede a sinistra del Pd una lista “con un gruppo ampio di rappresentanti politici e liste civiche che viene dalla Storia del territorio” anche con qualcuno dei fuoriusciti da Sel.

Nel Pd intanto si discute anche di candidato premier: “Credo che sia ragionevole discutere su quale oggi sia la formazione di gioco migliore per giocare questa partita”, afferma il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. “Gentiloni e Renzi insieme possono fare molto”, si limita a dire il ministro Calenda.

Migranti: da luglio – 67% gli sbarchi in Italia

Sbarchi migranti

Si chiudono oggi i lavori del quinto vertice Unione Africana-Unione Europea, ad Abidjan, capitale economica della Costa d’Avorio. In agenda, lo sviluppo economico dell’Africa come strumento per meglio regolare i flussi migratori: in particolare lo sguardo è concentrato sulla necessità di dare lavoro ai giovani africani attraverso la promozione dell’imprenditorialità e la creazione di posti di lavoro, in modo che non si imbarchino in pericolose avventure senza speranza.

Nella prima giornata di lavori, l’Unione Africana (Ua) ha fatto appello direttamente ai leader europei perché investano sulla gioventù africana a vantaggio del futuro di entrambi i continenti e per fermare l’esodo dall’Africa all’Europa. Il presidente dell’Unione Africana (Ua, il guineiano Alpha Conde’, ha detto che “oggi più che mai è necessario promuovere meccanismi per i giovani” e in particolare “per le donne e la protezione delle ragazze” a causa dell’aumento demografico che si registrerà nei prossimi anni nel continente africano. Lo slogan del vertice, il primo che si tiene in un Paese sub-sahariana, è “Investire nella gioventù per lo sviluppo sostenibile”, e il leader africano hanno insistito anche sulla necessità di dare istruzione ai giovani africani.

“L’Africa ha deciso di parlare con una sola voce e farsi carico del loro destino”, ha detto Conde’ Il 60% della popolazione in Africa è sotto i 25 anni e oltre il 31% dei giovani africani non riesce a trovare lavoro, un motivo di preoccupazione per il continente e di cui l’Europa deve essere consapevole. Il presidente della Commissione dell’Unione africana, Moussa Faki Mahamat, ha sostenuto che “senza un grande investimento in questa gioventù africana, l’Africa e l’Europa non avranno futuro”. Secondo Mahamat, “la nostra giovinezza è un vantaggio” e loro, i giovani, “devono essere al centro delle nostre azioni”.

Anche il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha riconosciuto la necessità di un piano di investimenti che dia “soluzioni concrete ai giovani africani” e non rimanga sul piano delle “mere buone intenzioni”.

Resta il nodo del riequilibrio dei fondi europei per l’Africa, già sollevato dal premier Paolo Gentiloni, con Italia, Germania e Commissione europea che finora sono state le uniche a impegnarsi: dei 3,1 miliardi di euro del Fondo fiduciario per l’Africa, 2,9 miliardi li ha mesi Bruxelles. Roma con un centinaio di milioni e Berlino con 33 (più 54 promessi) sono le uniche capitali a contribuire in modo significativo. I fondo serviranno anche per allargare i corridoi umanitari per i rifugiati e per intensificare i rimpatri dei migranti bloccati in Libia (sono stati 13.000 da inizio anno).

Intanto, dopo il clamore suscitato dall’inchiesta della Cnn sulla tratta degli immigrati rinchiusi nei campi libici, la Libia ha accettato di consentire l’evacuazione di emergenza dei migranti vittime di trafficanti di esseri umani. I governi di nove paesi europei e africani, tra cui la Libia, hanno deciso insieme alla Ue, all’Onu e all’Unità Africana di organizzare “operazioni di evacuazione d’emergenza estrema nei prossimi giorni e settimane” dei migranti che si trovano in Libia perché vittime della tratta. La decisione è stata presa in una riunione cui hanno preso parte nel particolare la Francia, l’Italia, la Spagna, il Ciad, il Niger la Libia il Marocco e il Congo. Da parte sua la Libia ha “ribadito di voler contribuire a identificare gli accampamenti dove si sono registrati atti di barbarie. Ed il presidente Sarraj ha dato il suo assenso per l’accesso” a queste strutture.

Intanto dal Viminale arrivano gli ultimi dati sugli sbarchi in Italia: dal 1 luglio ad oggi sono sbarcati 33.288 Migranti sulle coste italiane, vale a dire il 67,61% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, quando ne arrivarono 102.786. Dai dati del Viminale emerge inoltre che dall’inizio dell’anno il calo si assesta al 32,35%: a fronte dei 173.008 sbarcati nel 2016, quest’anno ne sono arrivati 117.042, dunque 55.966 in meno. Quanto alla Libia, nel mese di novembre si è registrato un calo del 65,31% delle partenze, passate dalle 13.581 del 2016 alle 4.711 dell’ultimo mese.

Luigi Grassi

Strage in Egitto: 300 vittime in attacco a moschea

moschea

Secondo quanto riportato dalla televisione di stato egiziana, oltre 300 persone sono morte e oltre 100 sono rimaste ferite nell’attacco avvenuto oggi a una moschea nel nord del Sinai. In mattinata, a Bir al-Abed, a ovest della città di Arish, alcuni uomini armati non identificati, sospettati dalle autorità di far parte di gruppi islamisti, hanno lanciato una bomba contro la moschea al-Rawdah per poi aprire il fuoco contro i fedeli impegnati in preghiera.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale MENA, che cita una fonte ufficiale delle forze di sicurezza del Cairo, almeno 100 persone sono rimaste ferite nell’attacco. Il presidente egiziano al-Sisi ha deciso di tenere una riunione di emergenza del governo in seguito all’attentato. Il governo del Cairo ha proclamato 3 giorni di lutto nazionale a seguito dell’attentato avvenuto oggi in una moschea nel nord del Sinai. Al momento nessun gruppo ha rivendicato l’attacco.

Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni su su Twitter, esprime il proprio “orrore per la strage terroristica nella moschea del Sinai. I nostri pensieri vanno alle vittime, la nostra solidarietà alle famiglie colpite e all’Egitto”. “Solidarietà e vicinanza dell’Italia al popolo dell’Egitto” è espressa dal ministro degli Esteri Angelino Alfano “per vile attacco terroristico a moschea Al Rawdah. La paura non prevarrà”.

L’ultimo, terribile atto erano stati i sanguinosi attentati della domenica delle Palme contro i cristiani copti a Tanta e ad Alessandria, nei quali erano morte quasi cinquanta persone. Già allora si temeva che si trattasse solo della punta dell’iceberg di una campagna di pogrom confessionali portata avanti dall’Isis e dai gruppi estremisti che a vari livelli operano in Egitto, e che sopratutto nel Sinai stanno seminando il terrore. La terribile conferma arriva oggi dalla moschea di Al-Rawda di Bir al-Abed, a pochi chilometri da Al-Arish, nel Sinai settentrionale: il jihadismo alza il tiro anche sui musulmani considerati eretici: sunniti come pure semplici cittadini accusati di essere accondiscendenti con il principio della laicità dello Stato.

Secondo Mokhtar Awad, esperto di gruppi terroristici della George Washington University, gli attentati dello scorso aprile contro le chiese copte hanno segnato in qualche modo un “salto di qualità” nella persecuzione dei copti, poiché sarebbero stati orchestrati attraverso il coordinamento tra diverse cellule all’interno del Paese, con legami diretti con il quartier generale dell’Isis in Iraq e Siria, anziché da una singola milizia o gruppo terroristico attivo nell’area.

Prima di questi attentati, gli uomini e gli emuli di Al Baghdadi sembravano avere l’obiettivo di attivare con i cristiani d’Egitto la stessa logica settaria in atto nei confronti dei musulmani sciiti in Iraq: lo si è visto a partire dallo scorso anno, quando sono iniziati i pogrom anti-copti nel Sinai, che hanno costretto centinaia di cristiani ad abbandonare la città di Al Arish. Le persecuzioni nel Sinai non segnalano solo l’aumento del takfirismo e del terrorismo di matrice settaria: sono anche l’ennesima spia di una situazione fuori controllo nella Penisola nel nord-est dell’Egitto, dove sin dalle rivolte del 2011 gli scontri tra Esercito egiziano e varie milizie hanno fatto registrare più di un migliaio di morti. Nel penisola del Sinai – nota per essere un’area dove vige l’anarchia, che serve da rotta clandestina per i movimenti di armi – l’isolamento delle popolazioni beduine, lasciate a se stesse in un’area dotata di pochissime risorse, ha in qualche modo facilitato l’attecchimento del jihadismo, che è presente a fasi alterne sin dagli anni ’70. Nel Sinai operano dal 2011 molti gruppi terroristici, impegnati su base settimanale in scontri a fuoco con le truppe egiziane e responsabili di numerosi attacchi terroristici.

Si potrebbe pensare che gli attacchi contro i copti siano una prova di forza dell’Isis: una prova di forza rivolta all’Occidente e alle forze che in Siria, Iraq e Libia stanno costringendo gli uomini di Al Baghdadi alla ritirata, ma anche una prova di forza nei confronti di Al Qaeda, che nel Sinai e in Egitto vanta una presenza storica. Negli anni ’70 il gruppo più forte nella penisola era il Takfir wa Hijra (“scomunica ed esodo”) guidato da Shukri Mustapha: dopo la morte del leader, molti membri del gruppo si sono reinventati un ruolo ed hanno aderito ad altri gruppi dell’orbita qaedista. Alcuni di essi sono stati arrestati in Ucraina nel 2009. Oggi in Sinai proliferano gruppi diversi, riconducibili ad Al Qaeda e all’Isis. Sotto l’ombrello di Al Qaeda – che opera anche con il suo braccio principale nell’area, cioè Al Qaeda in Sinai Peninsula (AQSP) – ci sono gruppi come Ansar al Sharia di Ahmed Ashoush, fondato nel 2012; c’è Jaish al Islam, autore di un altro attentato contro una chiesa copta ad Alessandria nel 2011, in cui morirono 23 persone; ci sono le Brigade Abdullah Azzam, fondate ufficialmente nel 2009, attive sopratutto in Libano ma anche nel Sinai, dove nel 2004, prima della loro istituzione formale, realizzarono un attentato all’Hitlon di Taba, uccidendo 31persone; ci sono le Brigate al Furqan, impegnate spesso in scontri a fuoco con le Forze di sicurezza egiziane, e c’è Tawhid al Jihad, attivo dal 2008 ma oggi indebolito dal fuoco incrociato di attori diversi come Israele, Egitto e Hamas.

Dal 2014, però, c’è anche l’Isis: prima della proclamazione del Califfato a Mosul, nel Sinai l’Isis dal 2012 operava tramite il Mujaheddin Shura Council in the Environs of Jerusalem, un gruppo che, come nel caso di Tawhid al Jihad, viene combattuto da Israele, Egitto e Hamas, il cui nucleo principale oggi pare essersi spostato nell’orbita qaedista. Il gruppo che pare avere dei progetti che vanno oltre la lotta alle forze armate egiziane ed i pogrom anti- cristiani sembra essere però Ansar Beit al Maqdis.

Nato nel 2011 grazie all’afflusso di militanti da tanti piccoli gruppi di orientamento salafita, dal 2013 in guerra contro le Forze armate egiziane, dal 2014 Ansar Beit al Maqdis non si è solo limitato a giurare fedelta’ all’autoproclamato califfo Al Baghdadi: nel novembre 2014 si è trasformato e, analogamente a quanto fatto dall’Isis nel Levante, ha proclamato una provincia sotto il suo controllo: la Wilayat al Sinai, che ha anche un suo “governatore”, Abu Hajar al Hashemi, annunciato dal gruppo lo scorso dicembre.

LO STRAPPO

sindacati

Oggi, al tavolo negoziale con il Governo, i sindacati non sono più uniti sulle pensioni. In merito al documento conclusivo con cui il governo ha chiuso la partita su sistema pensionistico e blocco dell’età pensionabile, la posizione più dura è quella della Cgil.

Il leader della CGIL, Susanna Camusso, durante la conferenza stampa al termine dell’incontro con l’esecutivo, ha affermato: “E’ stata un’occasione persa dal governo. La vertenza previdenziale per noi resta aperta e gli interventi fatti non chiudono il capitolo previdenziale. Per sostenere questo giudizio il prossimo 2 dicembre avremo una mobilitazione generale”.

Di segno decisamente opposto la posizione della Cisl. Annamaria Furlan ha commentato: “Diamo un giudizio positivo del percorso e del lavoro fatto e lo inseriamo in un altrettanto giudizio positivo sulla legge di bilancio”. Per la Uil, infine, sotto il profilo delle risorse, il lavoro fatto è stato il massimo. Il leader, Carmelo Barbagallo, ha detto: “Abbiamo aperto una breccia nella rigidità della riforma Fornero. Abbiamo messo a punto tutti i capitoli per intervenire. Evitiamo il gioco al massacro di chi fa di più e meglio. Siamo passati da 7 a 12 punti e se ci fossimo fermati prima non avremmo ottenuto quanto fatto. Il Parlamento è sovrano e se riusciranno a migliorare i capitoli mi fa piacere. Vigileremo che non li peggiorino”.

All’incontro con i sindacati, il governo ha messo sul tavolo delle pensioni un documento con delle nuove proposte, ma per la Cgil non è sufficiente. L’incontro si è concluso, quindi, senza una condivisione unitaria dei sindacati. Al tavolo delle trattative, per il governo oltre al premier Paolo Gentiloni, c’erano anche i ministri Madia, Padoan e Poletti, mentre per i sindacati c’erano i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Camusso, Furlan e Barbagallo.

Durante l’incontro, il premier Gentiloni ha detto: “Siamo convinti che nell’ambito di una Legge di Bilancio che già, pur con risorse limitate, viene incontro a numerose esigenze sociali e espresse dal mondo del lavoro, abbiamo messo insieme in queste tre settimane un pacchetto di misure molto rilevante e sostenibile. Dal nostro punto di vista è un buon risultato. Un risultato di cui la condivisione del mondo sindacale è requisito importante. Parliamo spesso dell’importanza del dialogo con le parti sociali, un dialogo che è forte quando produce risultati. Più sostegno il pacchetto avrà dalle forze sindacali, più sarà forte nel trovare spazio compiuto nella Legge di Bilancio. Il documento di sintesi del governo che vi abbiamo consegnato oggi contiene i contenuti che abbiamo illustrato nelle riunioni precedenti, con l’inserimento di alcuni elementi emersi nella discussione con i sindacati. Il dialogo sociale è forte nella misura in cui produce risultati. Riteniamo che la vostra adesione sarebbe un contributo molto positivo.  Sappiamo che ci sono posizioni e valutazioni differenziate tra di voi, di cui prenderemo atto. Il mio auspicio è che queste posizioni differenti rimangano in una dialettica non conflittuale. Ognuno è naturalmente padrone delle proprie scelte e decisioni. Per quanto riguarda questo pacchetto il governo si impegna a tradurlo in un emendamento alla legge di bilancio. Più forte sarà il sostegno delle organizzazioni sindacali, più forte sarà questo pacchetto di misure, e come si dice in gergo, più blindato sarà in Parlamento”.

Cgil, Cisl e Uil alla fine non hanno quindi firmato il documento formalizzato dall’esecutivo al termine di mesi di confronti, tavoli tecnici e vertici politici. Una soluzione voluta dal governo stesso che ha evitato così di sancire la spaccatura avvenuta sul documento tra i sindacati stessi. Invece la Camusso usa parole aspre: “Il documento sintetizza una posizione del governo e se la sottoscrive il governo stesso”. Diversamente la pensa la Furlan spiegando: “Il governo ha chiesto quale fosse la posizione dei sindacati sul suo documento finale e noi gliela abbiamo rappresentata”. A rappresentare la situazione, con la consueta ironia, è stato Carmelo Barbagallo: “Che avremmo dovuto fare? Uno firmava, uno ci metteva una mezza firma e un altro ancora non firmava?”.

Al termine dell’incontro, la  Cgil ha quindi chiesto un incontro urgente ai presidenti di tutti i gruppi parlamentari. Nella lettera inviata, si legge: “In vista del prossimo avvio dei lavori parlamentari sulla Legge di Bilancio siamo a richiedere un incontro urgente per poter esporre le nostre considerazioni e le nostre proposte in particolare sulle norme che riguardano il lavoro e la previdenza”.

Nella nuova proposta dell’esecutivo, sono stati inclusi anche i siderurgici di seconda fusione ed i lavoratori del vetro tra i lavori gravosi ed esclusi dall’aumento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2019. I requisiti per accedere al beneficio che resta confermato per le 15 categorie già individuate nei giorni scorsi restano di aver svolto un lavoro gravoso di almeno 7 anni negli ultimi 10 ed avere 30 anni di contributi.

Il governo ha offerto, inoltre, a Cgil Cisl e Uil, la prosecuzione prioritaria di un dialogo su come assicurare una pensione adeguata ai giovani. Nella nota dell’Esecutivo, si legge: “Il governo concorda sulla necessità di dare priorità alla discussione sui temi della sostenibilità sociale dei trattamenti pensionistici destinati ai giovani al fine di assicurare l’adeguatezza delle pensioni medio-basse nel regime contributivo , con riferimento sia alla pensione anticipata che a quella di vecchiaia”. Così l’esecutivo ha confermato, in sostanza, il percorso tracciato con i sindacati nel 2016 sulla necessità di proseguire un dialogo nel rispetto dei vincoli di bilancio e della sostenibilità di medio e lungo periodo della spesa pensionistica e del debito.

Nella nota si legge anche: “Allargamento dei requisiti di accesso alla prestazione per le lavoratrici con figli al fine di avviare il processo di superamento delle disparità di genere e dare un primo riconoscimento al valore sociale del lavoro di cura e maternità svolto dalle donne”. Questo è stato l’impegno per il 2018 che il governo avrebbe formalizzato relativamente all’Ape social nel documento presentato a Cgil Cisl e Uil unitamente alla garanzia che sempre per il prossimo anno avrebbe ampliato la platea alle nuove categorie di attività gravose. Il documento, inoltre, conferma , con l’obiettivo di consentire in prospettiva la messa a regime dell’Ape social al termine della sperimentazione, l’accantonamento in un apposito fondo dei risparmi di spesa, come eventualmente accertato nel 2019 attraverso la rideterminazione delle previsioni di spesa nell’ambito dei limiti di spesa programmati.

Anche i sindacati siederanno nella Commissione che studierà, ai fini dei una rilevazione scientifica anche in relazione all’anzianità anagrafica dei lavoratori, la gravosità delle attività lavorative e che dovrà concludere i lavori entro il 30 settembre 2018. La Commissione tecnica sarà presieduta dall’Istat e sarà composta da rappresentanti del Ministero dell’Economia, del Lavoro, della Salute, di Inps, di Inail con la partecipazione di esperti indicati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative dei datori di lavoro e dei sindacati.

Dunque, come si legge nel documento dell’esecutivo, il Governo ha accolto quasi tutte le osservazioni fatte dalla CGIL nell’incontro di sabato scorso, ma la Camusso continua a dire di no. In realtà, è stato il Governo ad offrire delle opportunità ai sindacati, ma che la CGIL non ha saputo o voluto cogliere.

Salvatore Rondello

Pensioni, Cgil Cisl e Uil su posizioni diverse

sindacati

Cgil Cisl e Uil si trovano su posizioni diverse dopo la nuova proposta del Governo  sul pacchetto di misure previdenziali. Sabato il Governo ha esteso l’esclusione dall’innalzamento dell’età pensionabile, a 67 anni dal 2019, a 15 categorie di lavori gravosi. All’inizio del confronto, le categorie di lavori gravosi da escludere erano quattordici. Il confronto viene aggiornato a domani, ma l’ipotesi di un accordo con tutte e tre le sigle sindacali resta lontana. Non sono bastate infatti le due carte che l’esecutivo ha messo sul tavolo, lo stop all’innalzamento dell’età per le 15 categorie individuate anche per il criterio dell’anzianità e la costituzione di un fondo per rendere strutturale l’ape sociale, a piegare le resistenze della Cgil e a sciogliere i dubbi della Uil. Decisamente più propensa al via libera la Cisl, che ritiene comunque necessari alcuni chiarimenti.

Proprio Cisl e Uil, secondo quanto riferito da fonti di governo, avrebbero avanzato la richiesta di tempi supplementari per poter continuare a lavorare per l’accordo. Richiesta accolta dal Governo, che ritiene comunque di aver fatto tutto il possibile, nel quadro delle poche risorse disponibili. La sintesi l’ha fatta il ministro dell’Economia  Pier Carlo Padoan. “Il governo ritiene di aver fatto importanti sforzi e accoglie con rammarico il fatto che i sindacati abbiano opinioni diverse sulla bontà del pacchetto : la Cisl ha espresso una posizione di condivisione importante, la Cgil una posizione di segno opposto e una posizione intermedia è arrivata dalla Uil”.

Il premier Paolo Gentiloni, in apertura di confronto, ha già chiarito il perimetro della discussione: “Vi chiediamo di sostenere questo pacchetto, perché noi lo difenderemo nella misura in cui voi lo sosterrete. Il governo non si limita a recepire le indicazioni sull’aspettativa di vita ma prende atto dell’utilità di alcuni interventi mirati. Noi abbiamo fatto un investimento su questo tavolo, attribuendogli un ruolo importante”.

La nuova proposta del Governo prevede l’estensione delle esenzioni delle categorie definite gravose anche alle pensioni di anzianità (e non solo alle pensioni di vecchiaia) e l’istituzione di un fondo per i potenziali risparmi di spesa con l’obiettivo di consentire la proroga e la messa a regime dell’APE sociale. Il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, ha spiegato: “In campo c’è un impegno molto significativo da parte del governo che si inserisce nel percorso iniziato con il verbale sulla previdenza sottoscritto con i sindacati. Il Governo ha implementato le proposte coerentemente con quell’impegno”.

Diversa la valutazione del leader della Cgil, Susanna Camusso, che ha dichiarato: “Dal punto di vista degli impegni assunti dal governo nel settembre 2016 rispetto alla fase due, le distanze mi paiono evidenti. Il governo non dimostra nessuna disponibilità su quello che avevamo chiesto. In particolare, sui giovani e sulle donne. C’è un quadro di grande distanza rispetto agli impegni presi. Quindi, la nostra valutazione di grande insufficienza viene confermata, siamo davanti a un quadro che non risponde alle nostre richieste”. Al contrario, il segretario generale Cisl Anna Maria Furlan, ha sostenuto: “I due nuovi aspetti aggiunti oggi dal presidente Gentiloni sono assolutamente importanti e di non poco conto, coerenti con l’impostazione ed il metodo che ci eravamo dati nella prima parte dell’accordo sulla previdenza. E, anche se servono chiarimenti e correzioni, al termine della legislatura, è assolutamente importante portare a compimento l’intesa sulla previdenza che avevamo condiviso”.

Intermedia la posizione della Uil. Il segretario, Carmelo Barbagallo, ha sostenuto: “Nella proposta del governo ci sono delle incongruenze ma ci sono anche delle luci: dobbiamo sfruttare fino all’ultimo momento per ottenere di più dalla trattativa”.

La CGIL ha rincarato la dose. Susanna Camusso ha scandito: “Trovare la quadra non è scontato, e in ogni caso non sarà affatto semplice. Senza correzioni su giovani e donne la Cgil non firmerà l’accordo con il governo sulle pensioni. Il sindacato mantiene il punto perché le proposte fatte finora dall’esecutivo mettono una pietra tombale sull’idea di cambiare un sistema che non è equo. Comunque non è certo da questo che dipende il futuro della sinistra”. E mentre la leader Cisl Annamaria Furlan parla di risultati importanti e giudica sbagliato l’atteggiamento della Cgil, la Uil continua nel suo ruolo di ‘pontiere’ auspicando da un lato, come ha detto Carmelo Barbagallo, più attenzione a donne e giovani e dall’altro manifestando la necessità di mantenere l’unità sindacale. La partita pensioni, insomma, è complessa più che mai, anche perché si gioca su più fronti, indissolubilmente legati tra loro. C’è il tema squisitamente tecnico, legato alle (poche) risorse che il governo può mettere sul piatto e che difficilmente supereranno i 300 milioni a regime promessi finora. Ma c’è anche il fronte politico, con i partiti già in campagna elettorale e ormai chiaramente schierati. Il Mdp che mantiene i suoi distinguo e boccia come insufficiente la proposta del governo, Salvini pronto a portare la Lega in piazza con la Cgil, Berlusconi che promette l’aumento delle pensioni minime e un ministero ad hoc per la terza età. Inoltre c’è il rischio di un assalto alla manovra. Al Senato i numeri, specie in commissione Bilancio, restano risicati. Sullo sfondo c’è il terzo fronte, quello con l’Unione europea, che guarda con la massima attenzione, ed apprensione, a ogni minimo movimento attorno al sistema previdenziale e che già ha il suo da fare a definire la posizione da prendere nei confronti dell’Italia. Il programma di bilancio di Roma, nelle valutazioni di Bruxelles, si scosterebbe dai parametri concordati e potrebbe comportare intanto un giudizio ‘sospeso’ seguito, nella peggiore delle ipotesi, dalla richiesta di misure aggiuntive. La prossima settimana sarà quella clou. Le pagelle della Commissione arriveranno mercoledì. Nel frattempo martedì, nel nuovo round con i sindacati, il governo cercherà di portare a casa l’accordo almeno con Cisl e Uil, anche se ancora non è persa la speranza di fare rientrare anche la Cgil. Molto difficile che si possa accogliere la richiesta di prendere un impegno concreto sulle future pensioni dei giovani perché, si ragiona in ambienti di governo, in questo momento non ci sono né le risorse né la forza politica necessarie per andare a Bruxelles a spiegare che si sta riformando il sistema contributivo. Anche se i costi non sono tema di oggi, come ripete Susanna Camusso, ma scattano tra 15 anni, la tenuta del sistema pensionistico viene invece valutata nel medio-lungo periodo e quindi anche la minima modifica deve avere il benestare dei cerberi dei conti europei. Se saltasse l’accordo non è nemmeno detto che il governo darebbe seguito a tutte le proposte presentate ai sindacati. Senza intesa, peraltro, sarebbe anche più complicato contenere le pressioni parlamentari, con l’esame della legge di Bilancio che entrerà nel vivo sempre da martedì. Gli emendamenti sulle pensioni sono numerosi, e vanno dalla richiesta di rinvio tout court del decreto direttoriale che sancirà l’aumento di 5 mesi dell’età dal 2019 riproposto da Mdp, alla tutela per i caregiver, che sta raccogliendo consenso bipartisan, alla proroga dell’Ape social suggerita dal Pd, che ha presentato una proposta che vale 70 milioni per questo capitolo, ma si allarga anche a correggere i requisiti per l’acceso dei disoccupati e di chi è stato impegnato in lavori gravosi, andando quindi oltre quanto prospettato dal governo ai sindacati.

Salvatore Rondello

S&P: Italia in ripresa ma strada ancora lunga

Standard-Poors-Italia

L’agenzia di rating S&P, in un rapporto diffuso oggi, conferma la crescita dell’1,5% su base annua per l’economia italiana fotografata nel primo semestre 2017. Finalmente, si annuncia l’uscita dal tunnel, dopo sei anni di stagnazione. Ma l’andamento ancora molto basso della crescita della produttività suggerisce tempi molto lunghi per il pieno recupero della nostra economia. Nel rapporto di S&P, è segnalato il ruolo cruciale della crescita degli investimenti, sostenuti dagli incentivi fiscali, anche se il loro livello resta del 20% inferiore a quello del 2007.

Jean-Michel Six, S&P Global Chief Economist per EMEA definisce particolarmente confortante il ruolo di primo piano svolto dagli investimenti e fa notare che “La ripresa si sta diffondendo in tutti i settori dell’economia italiana”.

In particolare, due fattori sembrano suggerire un cauto ottimismo. Il primo è la svolta operata dalle banche italiane, anche alla luce dell’intervento dello Stato in Monte dei Paschi di Siena e del salvataggio delle banche venete oltre alla ricapitalizzazione di Unicredit. Il secondo il progressivo miglioramento del mercato del lavoro con una occupazione tornata ai livelli del 2008.

La situazione nel terzo trimestre è ulteriormente migliorata. Dalla comunicazione Istat, i dati del terzo trimestre 2017 sono migliorati di +0,5% sul trimestre precedente portando la crescita su base annua a +1,8%. Anche se il miglioramento dell’economia italiana ha raggiunto un livello superiore alle previsioni di stima, l’Unione Europea continua a mantenere una posizione critica. E’ anche vero che, nonostante i miglioramenti, la crescita dell’economia del Belpaese resta inferiore alle medie dell’UE.

Il vicepresidente della Commissione Europea, Jyrki Katainen, in una conferenza stampa al termine del collegio dei commissari a Strasburgo, in collegamento con Bruxelles, ha affermato: “Sul documento programmatico di bilancio dell’Italia per il 2018 prenderemo decisioni la settimana prossima, non voglio pregiudicare nulla. Il fatto è che, come tutti possono vedere dai numeri, la situazione in Italia non migliora. La sola cosa che posso dire è che tutti gli italiani dovrebbero sapere qual è la situazione reale. Si tratta del futuro del welfare italiano, della salute dell’economia italiana. Saprete di più sulla questione la settimana prossima”. Tuttavia, gli è stato obiettato: la crescita economica dell’Italia nel 2017 è all’1,5%, livello che il Paese non vedeva da tempo (e molto di più del +0,9% stimato dalla Commissione nel maggio scorso).

Katainen ha replicato spiegando di avere in mente solo i dati pubblicati nelle previsioni economiche di autunno, che mostrano chiaramente una deviazione dall’obiettivo di medio termine rispetto al saldo strutturale.

Il Commissario europeo agli Affari Economici e Finanziari Pierre Moscovici ha detto chiaramente la settimana scorsa: “La differenza tra le valutazioni di Roma e quelle di Bruxelles non avranno conseguenze procedurali”.

Alla domanda se sia d’accordo o dissenta dall’affermazione del collega francese, il politico finlandese, Katainen, ha risposto: “Abbiamo avuto una discussione molto approfondita sulla situazione complessiva di bilancio nell’Unione economica e monetaria, specialmente in Italia. L’orientamento di base è che dobbiamo essere onesti. Con tutti i Paesi, non solo con l’Italia. Ma dobbiamo essere onesti e far conoscere ai cittadini la situazione reale. Alla gente può non piacere ciò che dice la Commissione, ma dobbiamo essere onesti. Specialmente nei Paesi in cui ci sono elezioni in vista, la gente deve sapere qual è la situazione reale, e poi possono decidere liberamente quello che vogliono decidere”.

A lanciare un altro campanello d’allarme, per i non addetti ai lavori, c’è il bollettino della Banca d’Italia pubblicato oggi nel quale il debito pubblico italiano sembrerebbe risalito. Nel comunicato si legge che è stato pari a 2.283,7 miliardi, in aumento di 4,4 miliardi rispetto al mese precedente quando aveva registrato un ribasso di 21,3 miliardi. L’incremento, ha spiegato l’Istituto Centrale, ha riflesso il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (16,5 miliardi), in parte compensato dalla diminuzione delle disponibilità liquide del Tesoro (per 11,3 miliardi) e dall’effetto degli scarti e dei premi all’emissione. A settembre le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 28,2 miliardi (3,8 miliardi in meno rispetto a quelle rilevate nello stesso mese del 2016). Nei primi nove mesi del 2017, sono state pari a 306,8 miliardi, in aumento dell’1,6% rispetto al corrispondente periodo del 2016.

Lo scostamento mensile potrebbe sembrare un segnale negativo, in realtà non è attendibile per diverse ragioni tra cui influirebbe anche lo slittamento delle date di scadenza per la riscossione dei tributi. La rilevazione attendibile è quella su base annua dalla quale emerge, casualmente, un rapporto direttamente proporzionale tra la crescita delle entrate e la crescita economica nel 2017 rispetto al 2016. Domani sarà un giorno importante per la riscossione dei tributi in scadenza e si attendono positivi segni di entrata.

Il premier Gentiloni, intervenendo all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica, rivendica il lavoro del proprio governo affermando che “da ieri non siamo più il fanalino di coda in Europa. Dobbiamo essere più consapevoli che la sostanza del discorso non sono le cifre, ma è capire che il Paese s’è rimesso a crescere, anche se questa crescita non ha risanato le cicatrici della crisi. Non è la soluzione ma un’opportunità, dice alle classi dirigenti che offre una possibilità”.

Salvatore Rondello

Pil accelera, Gentiloni: “Non dilapidare risultati”

gentiloni padoan

La crescita in Italia c’è e si rafforza: il Pil accelera nel terzo trimestre secondo i dati diffusi dall’Istat che conferma le stime del governo e della Banca d’Italia. Soddisfatto il governo con il premier, Paolo Gentiloni che invita a “non dilapidare i risultati”. Tra luglio e settembre il prodotto interno lordo, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,5% rispetto al trimestre precedente (contro il +0,3% di aprile-giugno) e segna la tredicesima variazione congiunturale positiva consecutiva. La crescita tendenziale del Pil si attesta all’1,8%, la piu’ alta da oltre sei anni, ovvero dal secondo trimestre del 2011 quando aveva toccato +2,6%. Il valore assoluto di 400,547 miliardi di euro è al top dal quarto trimestre del 2011. La variazione acquisita per il 2017 è pari a +1,5%.

La variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura e di un aumento nei settori dell’industria e dei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo sia della componente nazionale (al lordo delle scorte), sia di quella estera (esportazioni al netto delle importazioni). Nello stesso periodo il PIL e’ aumentato in termini congiunturali dello 0,7% negli Stati Uniti, dello 0,5% in Francia e dello 0,4% nel Regno Unito. In termini tendenziali, si è registrato un aumento del 2,3% negli Stati Uniti, del 2,2% in Francia e dell’1,5% nel Regno Unito.

Rallenta invece l’inflazione: a ottobre l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,2% su base mensile e aumenta dell’1,0% rispetto ad ottobre 2016 (era +1,1% a settembre), confermando la stima preliminare. Il lieve rallentamento, spiega l’Istat, è dovuto quasi esclusivamente all’inversione di tendenza dei prezzi dei servizi vari (-1,1%, da +0,6% di settembre), dovuta al forte calo di quelli dell’istruzione universitaria a seguito dell’entrata in vigore delle nuove norme sulla contribuzione studentesca introdotte con la Legge di Stabilità.

Tornando al Pil, l’esecutivo, alle prese con la manovra, incassa i risultati ottenuti. “L’economia italiana accelera e lo fa per merito delle famiglia, delle imprese e dei lavoratori”, commenta il presidente del Consiglio, Gentiloni. “I governi – aggiunge – hanno cercato di incoraggiare questa spinta ma se la crescita è dell’1,8% quando le previsioni erano pochi mesi fa dello 0,8%, questo è perché il sistema si è rimesso in moto. Di questo dobbiamo essere orgogliosi”. Ora “non dobbiamo dilapidare questi risultati ma insistere e accelerare ancora lungo questa strada. Il governo – assicura infine – farà la sua parte e una parte rilevante della manovra è il pacchetto impresa 4.0”. Da Londra il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan twitta: “Oggi a Londra anche per ricordare agli investitori che dal 2014 in Italia PIL pro capite cresce più che altrove”.

Il ministro per lo sviluppo economico Carlo Calenda, invita ad andare avanti con gli investimenti. Mi pare che il paese si è messo in marcia. Anche se c’è da fare ancora molto e soprattutto non sciupare, come ha detto giustamente Gentiloni, quello che si è fatto”, afferma. “Bisogna continuare a insistere su investimenti, stimoli agli investimenti privati e investimenti pubblici. È questa la chiave di volta”. “I dati sono positivi – sottolinea Calenda – l’Italia sta camminando, ma bisogna fare attenzione a non perdere l’abbrivio, bisogna continuare a mettere al centro gli investimenti”. Su Twitter il segretario del Pd, Matteo Renzi, rivendica quanto fatto: “Quando siamo partiti il Pil era al 2% ma aveva il meno davanti: -2%. Istat oggi dice che nell’ultimo anno il Pil è stato quasi al 2%, ma ha il più davanti: +1.8%. Il tempo dimostra chi aveva ragione: non si molla, avanti assieme”.

Luigi Grassi