UE. Gentiloni, sforzo comune sui migranti

consiglio europeo gentiloniAl vertice di Bruxelles, Theresa May non convince i leader Ue e non ottiene il margine di manovra che sperava di ritagliarsi con la lettera sui diritti dei cittadini, con cui assicura il massimo delle tutele dopo l’uscita della Gran Bretagna dal blocco. Un messaggio che lo stesso leader del Labour britannico, Jeremy Corbyn, definisce debole.

Dopo cinque round negoziali, ed un tentativo ‘in extremis’, Londra dovrà fare i conti con la quasi certezza di essere rimandata a dicembre, per una nuova verifica sui progressi raggiunti sulle tre priorità fissate dai 27 (diritti dei cittadini, conti, e frontiere irlandesi), prima di poter passare alla tanto agognata discussione sulla transizione ed ai rapporti commerciali futuri, cioè, la cosiddetta ‘fase due’.
L’amarezza della premier britannica è stata addolcita con il via libera del blocco europeo a procedere, con i lavori preparatori interni, per il negoziato sulla seconda fase. Un messaggio di buona volontà, ma anche il segnale di non voler umiliare o indebolire troppo politicamente la May, insidiata da possibili tentazioni di colpi di mano del capo negoziatore David Davis, o del ministro degli Affari esteri Boris Johnson, secondo il quale il Regno Unito ‘se la passerà molto bene anche in caso di mancato accordo’.

A promuovere la linea dura dell’UE, secondo fonti diplomatiche, sarebbe l’asse Berlino-Parigi, sebbene con sfumature diverse. La cancelliera tedesca sarebbe più disponibile a tendere una mano alla collega d’Oltremanica, in caso d’apertura di spiragli. Angela Merkel ed Emmanuel Macron ne hanno discusso nuovamente in una bilaterale ai margini del vertice, poco prima di essere immortalati dall’occhio indiscreto delle telecamere a parlare in modo riservato con la May, al loro ingresso in sala, per l’avvio dei lavori del summit.

La cancelliera ha dichiarato:   “Voglio continuare con i negoziati con spirito positivo, al tempo stesso tenendo in conto e rispettando il desiderio dei britannici a lasciare, ma anche mantenendo una buona relazione tra il Regno Unito e l’Ue”. Parlando dei progressi, ha detto: “Insufficienti per passare alla seconda fase. L’obiettivo resta comunque di poter avviare la seconda fase a dicembre”.

Il capo dell’Eliseo si è invece limitato a sostenere: “Dal Consiglio europeo si leverà un messaggio di unità dei 27”. Il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha detto: “In attesa di vedere la trasformazione dei toni più flessibili di May in atti più concreti”.
Il premier olandese, Mark Rutte, ha ribadito: “Quello dei conti resta il capitolo più spinoso”.

La bozza sulle conclusioni approvata dopo il dibattito con il capo negoziatore Michel Barnier, recita: “Sulla questione finanziaria Londra non ha ancora tradotto in modo concreto gli impegni presi”. Il premier finlandese , Juha Sipila, ha dichiarato: “Siamo un po’ frustrati dall’andamento lento dei negoziati”. In modo un pò sibillino la leader lituana, Dalia Grybauskaité, ha invitato “A non trasformare il negoziato in qualcosa di tossico”.

Il Financial Times riporta che i leader Ue hanno chiesto alla premier britannica di assumere un impegno fermo e concreto per aumentare il valore del cosiddetto ‘divorce bill’, il prezzo che Londra deve pagare a Bruxelles per chiudere tutte le pendenze e gli impegni finanziari. Senza accordo sul ‘divorce bill’, hanno detto i leader europei alla May, non si potrà procedere a discutere di un futuro accordo commerciale tra Regno Unito e Ue.

Theresa May sperava di poter dare una svolta al negoziato. Così non è stato e ora la premier inglese si trova ad affrontare per settimane il braccio di ferro sulla questione finanziaria prima del decisivo vertice Ue di dicembre. L’atteggiamento, da un lato intransigente, tenuto dall’asse Merkel-Macron durante il vertice, è stato comunque ammorbidito dall’assist dei due leader fornito alla premier britannica che all’interno dei Tories deve fronteggiare la fronda dell’ala più euroscettica del partito.

Nel corso di una conferenza stampa, la May ha confermato che il Regno Unito esaminerà le  richieste di Bruxelles per un accordo finanziario di ‘divorzio’ di 60 miliardi di euro. La premier inglese ha detto: “Le richieste della Ue verranno valutate riga per riga”. Fino ad ora, il Regno Unito ha offerto per il divorzio una somma non superiore ai 20 miliardi di euro.

Il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, al termine del Consiglio Europeo, in una conferenza stampa a Bruxelles, ha detto: “Il contrasto ai trafficanti di essere umani nel Mediterraneo mostra una situazione molto incoraggiante dal punto di vista dei risultati ma fragile e per nulla garantita. Per questo c’è bisogno del sostegno politico perchè l’Italia non può fare a lungo questo sforzo in Libia soltanto come tricolore, ma deve farlo nell’ambito di operazioni che siano sempre più convintamente europee. Tuttavia sugli argomenti dei flussi migratori nel Mediterrano, oggi l’Italia è vista nelle discussioni del Consiglio Ue come Paese che ha dato risposta esemplare verso i trafficanti, che ha ottenuto risultati importanti, che deve essere sostenuta sul piano politico e finanziario. Ho cercato di spiegare ai miei colleghi che oltre ai risultati straordinari ottenuti non solo nella riduzione del numero degli arrivi, fondamentali per renderli gestibili, meno pericolosi per migranti, e di minor impatto sul Paese, oltre a questo ci sono le attività che si sviluppano sempre di più che aumentano la capacità della Libia di organizzare i rimpatri volontari. Mi auguro che sia presto possibile per Unhacr di aprire un campo in Libia per i rifugiati”. In conclusione, il premier Gentiloni ha chiesto anche il sostegno dell’ONU sul fenomeno dei flussi migratori.

Purtroppo, durante il vertice dell’Ue, ancora, sembrerebbe che non siano stati fatti ulteriori passi avanti sul processo di unificazione dell’Europa e sul completamento della Costituzione Europea. I tempi sarebbero ormai maturi per scoraggiare definitivamente gli anacronistici movimenti indipendentisti, ma anche per superare quel disagio vissuto da lungo tempo nell’Unione Europea dai diversi Governi costretti ad una permanente dialettica portata avanti da ciascun Governo per poter meglio difendere i propri interessi, dimenticando sovente gli interessi comuni dei popoli e della stessa umanità.

Salvatore Rondello

AGENDA EUROPEA

Al suo arrivo a Bruxelles per partecipare al Consiglio europeo, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha esposto i “tre o quattro obiettivi” del governo nelle discussioni e negli incontri che si svolgeranno oggi e domani nella capitale belga. Innanzitutto, l’agenda di riforme per rafforzare l’Unione, e la necessità di continuare a costruire l’Unione bancaria prendendo misure a favore della crescita e non decisioni “inopportune e intempestive” (come quelle suggerite recentemente dalla Vigilanza Unica della Bce per i crediti detriorati). Poi, la promozione della candidatura di Milano per la nuova sede dell’Ema, l’Agenzia del Farmaco europea che dovrà traslocare da Londra dopo la Brexit (ma la decisione non sarà oggi), e, infine, la questione migratoria, con la rivendicazione dei risultati raggiunti dall’Italia nell’arginare i flussi dalla Libia e l’esigenza di “consolidare questi risultati” al più presto, con un aumento sostanziale dello sforzo finanziario, finora poco rilevante, degli Stati membri per il “Trust Fund” per l’Africa.

Gentiloni ha parlato con i giornalisti a margine della prima sua prima riunione in agenda nella capitale belga, il pre-vertice del Partito dei Socialisti europei. “In questa partecipazione italiana al vertice dei socialisti europei, nell’incontro bilaterale che avrò con il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, e poi nella riunione del Consiglio Europeo, noi – ha detto Gentiloni – ci presentiamo con tre o quattro obiettivi principali: il primo è lavorare, in questa fase fondativa di una nuova agenda europea, in modo che sia il più possibile un’agenda che promuove la crescita, il lavoro e gli investimenti”.

“In questo quadro – ha spiegato – discuteremo anche con il presidente Juncker sostenendo le sue proposte, e insistendo – ha puntualizzato – sulla necessità che l’Unione bancaria per la quale si lavora sia uno strumento per migliorare la capacità delle banche di offrire credito alle imprese e di sostenere la ripresa, e che non ci siano invece misure inappropriate o intempestive che rischiano di produrre difficoltà nei meccanismi del credito e nella tutela del risparmio”.

“Siamo inoltre qui – ha continuato Gentiloni – per promuovere, nell’ambito delle diverse conversazione e occasioni che avremo, la candidatura di Milano come sede dell’Agenzia europea del Farmaco (Ema). Siamo convinti che sia una bella competizione tra diverse città europee, tutte valide; ma siamo orgogliosi del fatto che Milano, e lo dicono molte valutazioni indipendenti, è certamente una delle città che ha più capacità per ospitare l’Agenzia del Farmaco quando si trasferirà da Londra, facendola funzionare al massimo sin dal primo giorno”.

“Infine – ha detto ancora il presidente del Consiglio – siamo qui per rivendicare i risultati molto incoraggianti che l’Italia ha raggiunto per quanto riguarda il contrasto al traffico di migranti clandestini sulla rotta del Mediterraneo centrale”. “Sapete – ha ricordato parlando ai giornalisti – che i numeri degli sbarchi su quella rotta sono diminuiti drammaticamente negli ultimi quattro-cinque mesi. Sappiamo tuttavia – ha aggiunto – che questo risultato va consolidato, e abbiamo preso atto con soddisfazione anche del voto di stamani nel Parlamento europeo sui meccanismi comuni di una politica migratoria”.

Il riferimento di Gentiloni è al voto della commissione europarlamentare competente, che ha approvato stamattina un’ambiziosa proposta di riforma del regolamento di Dublino. Il nuovo testo, se approvato dalla Plenaria di Strasburgo e poi dal Consiglio Ue, creerebbe un sistema di “ricollocamento” permanente, equo ed automatico dei richiedenti asilo in tutti gli Stati membri, mettendo fine al principio attuale secondo cui il paese di primo arrivo de migranti deve farsi carico da solo dell’esame delle domande e della concessione dell’asilo.

“Ci aspettiamo che, oltre a rallegrarsi tutti in Europa per questi buoni risultati sui flussi migratori, ci sia anche, come credo chiederà il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ai diversi Stati membri, un concorso di risorse economiche. Perché – ha sottolineato il premier – il momento per consolidare questi risultati è ora, e non sarà facile consolidarli, se non ci sono risorse economiche adeguate per il Nordafrica, per la Libia e per i paesi africani di transito”.  “Su questi obiettivi – ha concluso Gentiloni – mi auguro che ci sia un impegno comune non solo della famiglia socialista, ma della grande maggioranza dei paesi europei”.

Gentiloni: prossimi 10 mesi decisivi per l’Europa

Camera - Informativa urgente del Governo sulla liberazione delle due ragazze

Futuro dell’Unione europea, temi migratori e Brexit i temi principali che verranno affrontati nel Consiglio europeo del 19 e 20 ottobre a Bruxelles. Il premier Paolo Gentiloni ne ha discusso ieri nel corso di due telefonate distinte con il presidente francese Emmanuel Macron e con il primo ministro britannico Theresa May. Gentiloni oggi è intervenuto alla Camera in vista dell’appuntamento europeo di domani e ha parlato di mesi decisivi per imprimere una svolta all’Unione nel segno dell’integrazione.

La Camera ha poi approvato la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio con 239 sì e 144 no. La Camera ha anche approvato le risoluzioni di Mdp e Alternativa Libera, su cui il Governo aveva espresso parere favorevole. Respinte le risoluzioni di M5S, Fi, Lega, Fdi e Si.

“Noi – ha detto Gentiloni nel suo intervento – siamo dalla parte di chi dice ‘più Europa’ e non di chi dice ‘contrapponiamo il nostro Paese all’Europa’”, scandisce a mo’ di slogan il presidente, sottolineando che “nel 2019 si avvia la fase del rinnovo del Parlamento e di tutte le istituzioni europee” quindi “il momento di discutere di nuove politiche – non dico i trattati – dell’Unione europea è ora”. I prossimi “10-15 mesi” si riveleranno “decisivi” o, al contrario, possono lasciare la situazione così com’è. “Ma – avverte il presidente – non possiamo permetterci di passare dalla tempesta perfetta del 2015 alle occasioni perdute del 2017-18, non possiamo farci dettare la velocità dagli ultimi vagoni del treno europeo cioè da chi dice di non volere alcuna spinta europeista pur volendo tutti i vantaggi dell’appartenere all’Unione”. Gentiloni striglia poi chi, come la Lega o Fratelli d’Italia ma non soltanto, simpatizza per chi chiude le frontiere ai migranti, come l’Austria. “Dico a chi si rallegra delle posizioni sovraniste ai confini del nostro Paese, che si rallegra per qualcosa che va contro l’Italia. E’ qualcosa – ammonisce – che dovremmo contrastare sul piano politico e diplomatico, e credo che il Parlamento dovrebbe e potrebbe impegnarsi in questo senso”. Gentiloni evoca poi “il lungo inverno del nostro scontento europeo” che sembrava essersi concluso con la “primavera romana in Campidoglio” in occasione della cerimonia dei Trattati europei, e invita a tradurre quel consenso in politiche concrete.

In questo senso, nel Consiglio di domani e dopodomani saranno fatti “passi decisivi” sul fronte della difesa comune e della Web tax per i giganti della rete. Invece, su lavoro e crescita “restano ancora tutti da fare”. Il premier non risparmia critiche poi alla Brexit: una scelta “democratica e che rispettiamo”, ma che “non ha portato a quelle conseguenze magnifiche e spettacolari promesse”. “Anzi – sottolinea Gentiloni -, il contesto in cui Regno Unito si muove è di innegabile maggiore difficoltà”. Il presidente del Consiglio poi riaccende i fari sulla questione migranti, su cui l’Italia è “orgogliosa di aver dato il buon esempio”. Ma, se la commissione europea si è spesa, non si può dire altrettanto di tutti gli Stati membri. “Serve un impegno maggiore dei Paesi europei. Abbiamo bisogno di più risorse e di più presenza delle organizzazioni umanitarie nei campi in Libia”, sottolinea il premier. Infine un accenno alla candidatura di Milano per ospitare l’Agenzia europea del farmaco, finora con sede a Londra. “Pur risultando tra le due o tre candidature migliori possibili – ammette Gentiloni -, non sarà una competizione facile”.

Alla vigilia del vertice europeo il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, in una lettera ai leader dei Ventotto, ha sottolineato che l’unità europea va difesa in quanto è la “nostra maggiore” dell’Unione europea. “Dovremmo preservare l’unità che siamo stati in grado di sviluppare nell’ultimo anno”, scrive Tusk, in riferimento all’agenda dei leader dopo la conclusione del percorso delineato nella roadmap di Bratislava (settembre 2016). “Abbiamo bisogno di unità per risolvere la crisi migratoria, per affrontare gli aspetti meno giusti della globalizzazione”, oltre che per i rapporti con “i paesi terzi, per limitare il danno causato dalla Brexit e per preservare un ordine internazionale basato sul diritto in questo momento difficile”.

RISCHIO AUTOGOL

ignazio-visco

Il 31 ottobre prossimo scade il mandato al Governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. Sono già iniziate le manovre per sostituirlo. La spinta arriva dal PD sceso in campo con una mozione. In vista del voto alla Camera sulle mozioni Banca d’Italia, il dispositivo della mozione del PD a prima firma ‘Fregolent’ recita: “Si impegna il Governo ad adottare ogni iniziativa utile a rafforzare l’efficacia delle attività di vigilanza sul sistema bancario ai fini della tutela del risparmio e della promozione di un maggiore clima di fiducia dei cittadini nei confronti del sistema creditizio individuando a tal fine, nell’ambito delle proprie prerogative, la figura più idonea a garantire nuova fiducia nell’Istituto, tenuto conto anche del mutato contesto e delle nuove competenze attribuite alla Banca d’Italia negli anni più recenti”.

Nelle premesse della mozione si ricordano le nuove funzioni attribuite nel 2015 e nel 2016 a Bankitalia, e cioè Autorità nazionale competente nell’ambito del Meccanismo di vigilanza unico e di Autorità nazionale di risoluzione delle crisi nell’ambito del Meccanismo di risoluzione unico, funzioni estremamente complesse da esercitare in un ambiente caratterizzato da difficoltà crescenti e cambiamenti profondi e che richiedono un’azione efficiente, responsabile e imparziale.

Ancora nelle premesse della mozione si sottolinea come la scelta che si porrà alla scadenza del mandato di Ignazio Visco (se riconfermarlo o individuare appunto una nuova figura) è “particolarmente delicata in considerazione del fatto che l’efficacia dell’azione di vigilanza della Banca d’Italia è stata, in questi ultimi anni, messa in dubbio dall’emergere di ripetute e rilevanti situazioni di crisi o di dissesto di banche, che a prescindere dalle ragioni che le hanno originate, sulle quali si pronunceranno gli organi competenti, ivi compresa la Commissione d’inchiesta appositamente istituita, avrebbero potuto essere mitigate nei loro effetti da una più incisiva e tempestiva attività di prevenzione e gestione delle crisi bancarie. Nella mozione, si ricorda infine che: “Le predette situazioni di crisi o di dissesto hanno costretto il governo e il Parlamento ad approvare interventi straordinari per tutelare, anche attraverso l’utilizzo di risorse pubbliche, i risparmiatori e salvaguardare la stabilità finanziaria, in assenza dei quali si sarebbero determinati effetti drammatici sull’intero sistema bancario, sul risparmio dei cittadini, sul credito al sistema produttivo e sulla salvaguardia dei livelli occupazionali”.

Successivamente, il Pd ha riformulato le premesse della mozione sulla nomina del governatore della Banca d’Italia, venendo incontro alla richiesta del Governo esplicitata in Aula dal sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta, nel dare i pareri sulle mozioni. Una versione più soft nei confronti della gestione di Ignazio Visco, ma non cambia il dispositivo finale, in cui si chiede: “Una figura più idonea a garantire nuova fiducia nell’istituto di via Nazionale.

Dalle premesse è stato eliminato il seguente capoverso sulle crisi bancarie degli ultimi anni “che a prescindere dalle ragioni che le hanno originate, sulle quali si pronunceranno gli organi competenti, ivi compresa la Commissione d’inchiesta all’uopo istituita, avrebbero potuto essere mitigate nei loro effetti da una più incisiva e tempestiva attività di prevenzione e gestione delle crisi bancarie”. Resta però annotato che: “L’efficacia dell’azione di vigilanza della Banca d’Italia è stata, in questi ultimi anni, messa in dubbio dall’emergere di ripetute e rilevanti situazioni di crisi o di dissesto di banche”.

L’ex segretario Walter Veltroni giudica il documento presentato ieri dal Pd contro il governatore Visco “incomprensibile ed ingiustificabile”. “Da sempre la Banca d’Italia – ha detto Veltroni – è un patrimonio di indipendenza e di autonomia per l’intero paese. Per questo mi appare incomprensibile e ingiustificabile la mozione parlamentare del Pd”.

Sulla mozione del Pd che punta a non rinnovare l’incarico del governatore della Banca d’Italia a Ignazio Visco, l’Abi non si è espressa. I banchieri, riuniti nella sede dell’Abi per il comitato esecutivo, per ora hanno scelto il silenzio. “Non abbiamo niente da dire”, ha sottolineato il presidente di Banca Intesa San Paolo, Gian Maria Pietro Gros. Nessun commento anche da Victor Massiah, consigliere delegato di Ubi, e Flavio Valeri, chief country officer di Deutsche Bank in Italia.

Mettendo in dubbio l’efficacia dell’azione di vigilanza svolta da Palazzo Koch, con la mozione approvata dalla Camera, il Pd ha scaricato platealmente il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, arrivato quasi al termine del suo mandato, e impegna il Governo ad individuare un nuovo nome per la guida di via Nazionale. Si è imposta, dunque, la linea voluta dal segretario del PD, Matteo Renzi, che sembrerebbe non sia condivisa dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, piuttosto favorevole ad una riconferma del governatore uscente.

In Aula erano già state presentate le mozioni di Cinque Stelle e Lega che prevedevano esplicitamente di impegnare l’Esecutivo a non proporre la conferma di Visco. La mozione del Pd arriva solo a ridosso delle votazioni, il senso politico è lo stesso. Ma già prima che venga depositata, il Governo, sembrerebbe, in stretto contatto col Quirinale, è intervenuto per far ammorbidire il testo: la prima versione parlava espressamente di “prospettiva di discontinuità” a palazzo Koch. L’intervento dell’esecutivo riesce a far eliminare l’inciso.

Ma, l’indicazione è rimasta: a Palazzo Koch serve un volto nuovo, per girare pagina dopo le crisi bancarie degli ultimi anni. Un’ulteriore mediazione viene attuata in Aula, stavolta sulle premesse, pur non arrivando alla ‘mala gestione’ di cui l’M5S accusa il governatore, le critiche sono comunque severe. Il sottosegretario Baretta, in Aula per il governo, ha chiesto la riformulazione per poter dare parere favorevole. Il Pd accoglie, e alla fine viene tolta la frase in cui si affermava che le crisi bancarie degli scorsi anni “avrebbero potuto essere mitigate nei loro effetti da una più incisiva e tempestiva attività di prevenzione e gestione”. Resta però la valutazione sul fatto che “l’efficacia dell’azione di vigilanza della Banca d’Italia è stata, in questi ultimi anni, messa in dubbio dall’emergere di ripetute e rilevanti situazioni di crisi o di dissesto di banche”.

Del resto, in uno dei passaggi del suo libro “Avanti”, pubblicato qualche mese fa, Renzi aveva già espresso il suo giudizio sulla gestione Visco: “Quando arriviamo a Palazzo Chigi il dossier banche è uno di quelli più spinosi. Ci affidiamo quasi totalmente alle valutazioni e alle considerazioni della Banca d’Italia, rispettosi della solida tradizione di quella prestigiosa istituzione. E questo è il nostro errore, che pagheremo assai caro dal punto di vista della reputazione più che della sostanza”.

Ora è arrivato l’affondo in Aula. Renzi non vuole commentare dal treno del Pd, ma a spiegarlo ci pensa Matteo Richetti, anche lui a bordo dello stesso convoglio: “Il Pd non entra nel merito della decisione che compete al governo e al presidente del Consiglio, ma il Pd non si può sottrarre da un giudizio e traccia la necessità di aprire una fase nuova”.

Una mossa, quella di Renzi, che apre un altro fronte con Mdp. Il giudizio di Pierluigi Bersani è durissimo: “È una cosa fuori dalla logica. Non puoi portare in piazza la Banca d’Italia così. Il partito di maggioranza, il Pd, ha tutti gli strumenti per decidere quello che ritiene: c’ha il governo, c’ha il presidente del Consiglio. Cominciamo a essere fuori…”. E critico è anche Marco Meloni, deputato del PD molto vicino ad Enrico Letta, che scegliendo di non votare la mozione, ha detto: “Un risiko gravissimo, Renzi non capisce che la deve smettere di giocare con le banche”.

Muovendo contro il governatore della Banca d’Italia, arrivato alla scadenza del mandato, la mozione del Pd, approvata dalla Camera, ha spiazzato il governo destando preoccupazione anche al Quirinale. Il richiamo di Sergio Mattarella, riferito da fonti parlamentari, è netto: “Le scelte riguardanti la Banca d’Italia devono essere ispirate a esclusivi criteri di salvaguardia dell’autonomia e indipendenza dell’Istituto nell’interesse della situazione economica del nostro Paese e della tutela del risparmio degli italiani. A questi principi devono attenersi le azioni di tutti gli organi della Repubblica, ciascuno nel rispetto del proprio ruolo”.

Fino a pochi minuti prima l’inizio del dibattito, in Aula erano pervenute solo le mozioni delle opposizioni, tra cui quelle molto dure di M5S e Lega che chiedevano esplicitamente al Governo di non riproporre Visco per un secondo mandato. Non sarebbe stato un problema, per il Governo, visti i numeri di Montecitorio. Ma, a sorpresa, è arrivata anche la mozione Pd, che ha cambiato lo scenario. In serata, Renzi ha ribadito: “Se vogliamo dare un giudizio sul passato, in questi anni il Pd non è certo responsabile della crisi delle banche. E invece tante responsabilità che hanno avuto anche i vertici di Bankitalia, sono argomenti che per il passato devono essere esaminati”.

Insomma, lo scontro è deflagrato, ma dovrà rapidamente trovare una conclusione. Una decisione del Cdm sul vertice di Bankitalia era già attesa per l’ultima riunione, ma poi Paolo Gentiloni ha spiegato che non se ne è affatto parlato. Non è certo un mistero la volontà di Renzi a non confermare Visco, scelta che invece sembrava essere l’orientamento di Gentiloni. Ora però, dopo la mozione Pd che ha colto di sorpresa sia il governo che il Colle, è evidente che bisognerà superare rapidamente questa situazione. La preoccupazione del Quirinale è motivata sia per i riflessi sul quadro internazionale e sugli assetti del sistema delle Banche Centrali Europee, sia perché con quella mozione il Pd è intervenuto su prerogative del Governo e dello stesso Quirinale.

Ma come uscirne? Perché il dubbio che molti esprimono è che dopo Visco non c’è pronta una figura altrettanto autorevole. A meno di non togliere dalla guida dell’Economia Pier Carlo Padoan, dice qualcuno nel governo. Una soluzione interna a palazzo Koch potrebbe essere Fabio Panetta. Il Governo ancora non ha fatto la scelta. Un esponente dell’esecutivo fa notare: “Certo, ormai su Visco c’è un problema anche di opinione pubblica. Ma tecnicamente oggi il Parlamento ha respinto tutte le mozioni che espressamente ne impedivano la riconferma…”.

Su Bankitalia Matteo Renzi non torna indietro. Il segretario Pd, a Fano per la seconda giornata del tour del Pd in treno, ha letto i giornali che raccontano lo scontro istituzionale su Bankitalia e l’intervento del Quirinale. Con il Colle, però, secondo quanto si apprende, non ci sarebbero stati contatti.

Per Renzi, del resto, dopo la giornata convulsa di martedì con la mozione contro il governatore Visco approvata alla Camera, non c’è niente da aggiungere: “Quello che avevamo da dire lo abbiamo detto”, si è limitato a dire stamani, rispondendo ai giornalisti a Fano, da cui è ripartito il viaggio del treno ‘Destinazione Italia’.

Ai suoi, Renzi ha spiegato però che il Pd non aveva alternativa alla presentazione della mozione ieri in Parlamento, dicendo: “Noi non potevamo votare a favore della mozione M5S, ma se ci fossimo limitati a votare contro i giornali avrebbero scritto: il Pd blinda Visco. La scelta sul governatore è dell’esecutivo, e noi la accetteremo qualunque sia, ma non potevamo non dare un giudizio su questi anni”.

Dunque Renzi ha dato il via libera alla mozione, che poi è stata ‘ammorbidita’ su richiesta del governo. E’ stato lo stesso Gentiloni a chiamare Renzi per chiedere le modifiche. Il leader Pd era a Civita Castellana, al termine dell’incontro alla Azzurra Ceramiche con i rappresentanti del locale distretto industriale, quando è squillato il telefono: “Ciao Paolo, dimmi…”. Gentiloni, secondo quanto si apprende, ha chiesto di modificare alcune parti del documento all’esame di Montecitorio, per contenere la portata dello scontro. “Non c’è problema, lo facciamo”, la risposta del segretario che subito dopo ha chiamato il capogruppo Ettore Rosato per procedere con il nuovo testo rivisto.

Iniziativa che comunque ha provocato una deflagrazione, con l’accusa, tra l’altro, che la mossa del Pd sia mirata a distogliere l’attenzione dal caso Banca Etruria. Ricostruzione che, con i suoi, Renzi respinge fermamente: “Nessuno può credere che il problema sia Banca Etruria che è piccolissima”.

Matteo Renzi assicura che non c’è stata nessuna “intrusione di campo”, ma la mozione Pd su Bankitalia ha colto di sorpresa molti, anche tra i deputati democratici e non è un caso che, alla fine, in parecchi si siano sfilati al momento del voto. Formalmente c’erano tanti deputati in missione, ma la verità è che parecchi non condividevano proprio l’opportunità di aprire ufficialmente un fronte con Bankitalia e soprattutto con i soggetti che per legge hanno competenza in materia, ovvero Governo e Quirinale. Un malumore che, del resto, emerge anche dai numeri del voto: solo 213 sono stati i sì, che appunto scontano un centinaio di deputati in missione, ma anche molti dissensi.

Tra i democratici, per esempio, non hanno votato Gianni Cuperlo, il lettiano Marco Meloni, Dario Ginefra, i veltroniani Marco Causi e Walter Verini. Altri hanno detto sì, poi, si sfogano: “Non sapevamo niente di questa mozione, ce l’hanno annunciata questa mattina, ma è una cosa scombinata…”, dice un parlamentare della maggioranza che ha sostenuto Renzi al congresso. Invece, un esponente della minoranza ha detto: “Si può anche ragionare di nuovi meccanismi per scegliere la governance di Bankitalia, ma questa è un’iniziativa scomposta”.

Una parlamentare che ha condiviso la mozione ha spiegato: “Del resto era l’unica carta che poteva giocare Renzi per mettere agli atti che ci sono delle responsabilità sulla crisi degli anni passati. Anche perché si sa che Mattarella e Gentiloni hanno idee diverse su Visco… Certo, si apre una tensione con il Quirinale. Ma era anche giusto che la politica dicesse la sua”.

Quindi, in serata, lo stesso Renzi è intervenuto: “Nessuna intrusione di campo nei confronti di altri soggetti istituzionali. Sono molto rispettoso delle istituzioni, so che il compito appartiene al presidente del Consiglio. Paolo Gentiloni farà le valutazioni che dovrà fare, seguirà l’iter che prevede l’intervento del capo dello Stato. Oggi il Pd non ha messo in discussione le regole del gioco o il rispetto istituzionale”.

Dalle fonti della Banca d’Italia è stato spiegato: “La Banca d’Italia fa interamente il suo dovere nelle diverse funzioni che svolge, applicandovi competenza e coscienza. Nella vigilanza bancaria, in questi anni segnati dalla più grave crisi economica della storia moderna d’Italia, ha difeso il risparmio nazionale limitando i danni. Questi non potevano non esserci, data la gravissima condizione dell’economia. Nella sua azione l’Istituto ha agito in continuo contatto col Governo. Il Governatore della Banca d’Italia ha parlato col Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario; la Banca sottometterà ogni documento rilevante per i lavori della Commissione”.

Le fonti di Bankitalia hanno concluso: “Il Governatore è pronto a essere ascoltato dalla Commissione quando essa vorrà”.

Riccardo Nencini, segretario del Psi e viceministro alle Infrastrutture, a margine di un convegno svoltosi a Milano sulla rigenerazione urbana, in merito alla questione su Bankitalia, ha detto: “E’ autonomia piena del Governo, deciderà il Presidente Gentiloni come deve fare”.

La storia non è certo conclusa, ma nel frattempo bisognerà pensare alla nomina del nuovo Governatore.

Salvatore Rondello

Padoan-Camusso, è scontro sulla manovra

camusso padoan

Ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato la manovra per il 2018 e subito sono iniziate le polemiche. Il Segretario generale della CGIL, Susanna Camusso, in un’intervista fatta al Circo Massimo per Radio Capital, ha affermato: “La  manovra approvata ieri, è una manovra che favorisce le rendite e che mantiene lo status quo. Si è fatta una scelta politica: si poteva intervenire sulla finanza, sul patrimonio e facilitare chi lavora e chi produce e invece si è scelto di usare questo slogan sulle tasse, facendo credere che è una risposta a tutti e invece è una risposta solo ad alcuni, mantenendo la pressione fiscale alta”.

Il segretario generale della Cgil ha spiegato anche che dopo la scelta annunciata dal governo di non voler intervenire sull’età pensionabile, il sindacato valuterà congiuntamente come reagire dicendo: “Abbiamo oggi un appuntamento con Cisl e Uil per valutare perché la chiusura non è arrivata al tavolo con il ministro Poletti ma dopo da Gentiloni in conferenza stampa. Faremo una valutazione comune. La politica pensa di essere autosufficiente e per questo le serve dire che la rappresentanza è inutile. C’è un atteggiamento ostile non solo nei confronti dei sindacati per questa idea di autosufficienza che però non mi sembra dia grandi risultati.  Il Governo aveva firmato con Cgil, Cisl e Uil un accordo sull’aspettativa di vita e sulle pensioni anche per i giovani che è stato disatteso. Dell’eventuale reazione discuteremo adesso con le lavoratrici e i lavoratori Cgil, Cisl, Uil”.

Immediata la risposta del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan: “Mi chiedo Susanna Camusso che legge di bilancio abbia visto, non corrisponde a questa descrizione. Abbiamo messo risorse per gli investimenti pubblici, per gli investimenti privati, risorse per l’occupazione giovanile Stiamo dando una scossa alla crescita.  Intervenire sull’Irpef in questa legge di bilancio non è stato possibile per la scarsità di risorse, mi auguro che si possa fare immediatamente nella prossima legislatura. Non è vero che non siamo intervenuti sulle pensioni perché ci sono misure come l’ape sociale e l’ape donna che introducono elementi per le persone che ne hanno più bisogno.  C’è una legge concordata in sede Ue che tiene conto dell’allungamento delle aspettative di età, ma ci sono anche molti meccanismi introdotti per affrontare la questione, come per i lavoratori usuranti che hanno diritto ad andare in pensione prima”.

Il Governo ha chiuso ogni spiraglio su possibili interventi in materia previdenziale a partire dalla richiesta dei sindacati di uno stop all’aumento dell’età di vecchiaia collegato all’aspettativa di vita previsto per il 2019.

Il premier, Paolo Gentiloni, al termine del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alla manovra, ha detto: “ C’è una legge in vigore e la rispetteremo”.

In pratica, quindi, si attenderanno i dati Istat previsti per questo mese sull’andamento dell’aspettativa di vita tra il 2013 e il 2016 e si procederà all’aumento dell’età di vecchiaia sulla base di questo andamento. Al momento la previsione è di un aumento nel 2019 di 5 mesi (arrivando a 67 anni). Pertanto, i sindacati hanno manifestato la loro preoccupazione.

In mattinata, ieri, i leader di Cgil Cisl e Uil, prima del Cdm, hanno incontrato il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, esprimendo preoccupazione per l’assenza di misure significative sulla previdenza, anche per quanto riguarda gli impegni assunti dal Governo l’anno scorso sulla fase due e augurandosi aperture dal Cdm. Le misure in legge di Bilancio sulla materia saranno invece marginali, come quella che agevola le lavoratrici madri (con uno ‘sconto’ contributivo di sei mesi per un massimo di due anni) nell’ accesso all’Ape sociale, che la leader della Cisl, Annamaria Furlan, ha giudicato insufficiente.

Nessuna indicazione sembra in arrivo sulla pensione di garanzia per i giovani né condizioni più favorevoli per il pensionamento delle donne nel complesso che hanno avuto figli così come chiesto dai sindacati (un anno di anticipo per ogni figlio con un limite di tre anni). Il numero uno della Cgil, Susanna Camusso, ha detto: “Voglio esprimere la preoccupazione per la mancanza di risposte sulla previdenza. Serve un atto normativo che sospenda l’aumento dell’aspettativa di vita”. Il leader della UIL, Carmelo Barbagallo, ha detto: “Non c’è bisogno di risposte significative sulla fase due della previdenza”. Furlan per la CISL ha commentato: “Se sul lavoro, con gli sgravi per le assunzioni stabili dei giovani al 50% ( 100% al Sud) e sul rinnovo dei contratti pubblici ci sono segnali positivi, sul capitolo pensioni non è così. Spero che Gentiloni ci convochi”. Il segretario generale dello SPI-CGIL, Ivan Pedretti, ha attaccato sostenendo: “Con arroganza il governo non risponde ai problemi di milioni di persone e disattende gli impegni che si era preso per la seconda fase di confronto con i sindacati sulle pensioni. A questo punto non è più rinviabile una grande mobilitazione”.

Nel frattempo, oggi è arrivata anche la valutazione di Moody’s che mantiene un outlook negativo sul sistema bancario italiano che riflette la continua pressione sui nostri istituti affinché riducano i loro grandi stock di crediti problematici in un contesto in cui ci sono limitate opportunità di raccogliere capitali, una redditività che continua ad essere debole e una significativa esposizione di credito verso il governo italiano. Nella nota, si legge: “Una fragilità solo parzialmente mitigata da una leggera ripresa economica e da flussi più bassi di Npl”.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, replicando prontamente, ha spiegato: “La questione degli npl sta subendo un’accelerazione positiva. Lo stock delle sofferenze è diminuito del 25% da inizio anno. Ci sono giudizi molto più positivi da altri investitori istituzionali. Si tratta, ha spiegato, di un’immagine che non rispecchia la realtà”. La crescita dell’1,3% del Pil attesa da Moody’s nel 2018 viene definita ‘un miglioramento marginale’ che supporterà i volumi di attività e quindi i ricavi ma che è improbabile possa condurre a una significativa riduzione dei crediti problematici, che dunque continueranno a scendere gradualmente ma a restare alti mentre le banche stanno affrontando continue pressioni per alzare i livelli di accantonamenti su questi crediti. Moody’s ricorda che alla fine dello scorso anno i nostri istituti avevano in bilancio 349 miliardi di crediti deteriorati, lo stock più alto in Europa, che rappresentava il 17,3% dei loro prestiti lordi, più di tre volte la media dell’Unione Europea (5,1%). Anche se gli accantonamenti sono migliorati salendo adesso al 51% si tratta comunque di una soglia appena sopra il 50% del livello pre-crisi del 2007 e comunque generalmente inferiore al livello che sarebbe richiesto per vendere questi asset sul mercato. Per Moody’ è invece positiva la riduzione dei flussi di nuovi Npl attesa nel 2018 in quanto ridurrà gli accantonamenti e sosterrà la redditività. Tuttavia la capacità di generare utili resterà debole nel 2018 sulla scorta di una serie di fattori che pesano sui ricavi come, per esempio, i bassi tassi di interesse e la limitata crescita dei prestiti. Dal punto di vista della raccolta, il sistema italiano resta solido grazie all’alto peso dei depositi che riduce l’esigenza di rifinanziarsi all’ingrosso. Tuttavia, la prevista riduzione dei bond utilizzabili nel bail in mano al pubblico retail, ridurrà la protezione per i bond senior e per i depositanti in caso di risoluzione.
Oltre al noto contesto finanziario, il varo della manovra avviene in un periodo in cui continua e si rafforza la fuga degli italiani all’estero. Nel 2016, sono state 124.076 le persone espatriate, con un aumento del 15,4% rispetto al 2015. L’aumento è caratterizzato soprattutto dai giovani: oltre il 39% di chi ha lasciato l’Italia nell’ultimo anno ha tra i 18 e i 34 anni (+23,3%). Il 9,7% ha tra 50 e 64 anni: sono i disoccupati senza speranza rimasti senza lavoro. Dal 2006, la mobilità italiana è aumentata del 60,1%. Questi dati emergono dal Rapporto Italiani nel Mondo 2017 di Migrantes presentato oggi a Roma. Nel Rapporto si legge anche: “Le partenze non sono individuali ma di famiglia, intendendo sia il nucleo familiare più ‘ristretto’, ovvero quello che comprende i minori (oltre il 20%, di cui il 12,9% ha meno di 10 anni) sia la famiglia ‘allargata’, quella cioè in cui i genitori (ormai oltre la soglia dei 65 anni) diventano ‘accompagnatori e sostenitori’ del progetto migratorio dei figli (il 5,2% del totale). Le donne sono meno numerose in tutte le classi di età ad esclusione di quella degli over 85 anni (358 donne rispetto a 222 uomini): si tratta soprattutto di vedove che rispondono alla speranza di vita più lunga delle donne in generale rispetto agli uomini. Il continente prioritariamente scelto da chi ha spostato la sua residenza fuori dell’Italia nel corso del 2016 è stato quello europeo, seguito dall’America Settentrionale. Rispetto allo scorso anno, quando la Germania era stata la meta preferita, quest’anno il Regno Unito registra un primato assoluto tra tutte le destinazioni, seguito da Germania, Svizzera, Francia, Brasile e Usa. La Lombardia, con quasi 23 mila partenze, si conferma la prima regione per partenze, seguita dal Veneto (11.611), dalla Sicilia (11.501), dal Lazio (11.114) e dal Piemonte (9.022). C’è però una regione che presenta un dato negativo, ed è il Friuli Venezia Giulia, da cui nell’ultimo anno sono partite 300 persone in meno (-7,3%)”.

Sono quasi 5 milioni, al primo gennaio 2017, gli italiani che vivono all’estero secondo i dati delle iscrizioni all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero). Per la precisione, sono 4.973.942, che costituiscono l’8,2% degli oltre 60,5 milioni di residenti in Italia alla stessa data. Un numero che è costantemente aumentato negli anni (nel 2006 erano poco più di 3 milioni, +60,1%).  Oltre la metà risiede in un Paese europeo, ma le comunità italiane più numerose sono in Argentina (804mila), Germania (724mila) e Svizzera (606mila). E’ il Regno Unito, comunque, il Paese che ha visto aumentare le iscrizioni all’Aire (+27.602 nell’ultimo anno). Più della metà degli italiani residenti all’estero provengono da regioni del Sud. Aumentano i single, scendono i coniugati. In crescita anche gli italiani nati all’estero: dai circa 1,7 milioni del 2014 ai quasi 2 milioni del 2017.

La manovra non è certamente la panacea per tutti i mali del Paese ed è limitata dalle insufficienti risorse disponibili. L’assunzione di circa 1.500 nuovi ricercatori è sicuramente un segnale positivo ma ancora insufficiente. Tuttavia, un impegno importante il Governo potrebbe assumerlo: far emergere l’economia sommersa combattendo l’evasione e l’elusione sia fiscale che contributiva.

Salvatore Rondello

Via libera del Governo alla manovra di 20 miliardi

Council of Ministers meeting: Padoan - Gentiloni

Come già anticipato, da oggi il DEF dovrebbe essere pronto per la discussione in Parlamento. Oggi, il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al disegno di legge di Bilancio. In realtà, ci sarebbe il via libera a due testi. Il primo è il Documento programmatico di bilancio, che si compone di una serie di tabelle e riassume gli obiettivi della successiva legge di bilancio. L’altro testo è il disegno di legge di Bilancio vero e proprio. Il testo dovrà essere presentato alle Camere entro il 20 ottobre prossimo con i contenuti salienti ivi riportati.

La manovra per il 2018, probabilmente, raggiungerà i 20 miliardi comprensiva del decreto fiscale  che il governo ha già varato. La legge di bilancio è stata definita da Pier Carlo Padoan: “efficace e compatta”. Il provvedimento si incardina su poche misure, anche perché gran parte delle risorse saranno assorbite dall’eliminazione della clausola di salvaguardia sull’Iva. Il conto è sceso dopo il miliardo già disinnescato nel decreto di venerdì, ma si tratta comunque di altri 14,7 miliardi tutti da trovare.

Per le assunzioni di giovani è prevista una decontribuzione fino al 50% per tre anni. Nel 2018 la soglia delle assunzioni incentivate sarà valida fino al compimento dei 35 anni. Lo ha detto il ministro del lavoro Giuliano Poletti ai sindacati durante la riunione. Lo sgravio è aumentato al 100% per i giovani assunti al Sud.

Nella manovra andata in Cdm c’è anche la cosiddetta asta delle frequenze per il 5G, perché, come ha dichiarato il sottosegretario alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli, in occasione della presentazione della sperimentazione del 5G di Open fiber e Wind Tre: “Vogliamo dare elementi di certezza al Paese e agli operatori.  Per l’asta della frequenze 5G che andrà in manovra, la base d’asta è di 2,5 miliardi”. Va però ricordato che alcune delle frequenze (la banda 700) saranno disponibili dal 2022, quindi il pagamento potrà avvenire probabilmente per tranche nel corso degli anni e non in un’unica soluzione. La decisione su questo argomento spetta al Mef.

Anche se per il testo della legge è previsto la presentazione in Parlamento entro il 20 ottobre, l’Esecutivo ha scelto di anticipare l’approvazione del Ddl in contemporanea con il passaggio in CdM anche del Draft Budgetary Plan, da inviare a Bruxelles entro oggi. Probabilmente, come accaduto con il dl fiscale, il ddl di bilancio sarà approvato ‘salvo intese’, in modo da poter avere qualche giorno in più per la scrittura dell’articolato vero e proprio. Non a caso, il premier Paolo Gentiloni e il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, di ritorno dal Fmi, si sono incontrati anche con il sottosegretario Maria Elena Boschi per fare il punto.

Per gli sgravi ai giovani, gli stanziamenti ammontano a 338 milioni nel 2018 per poi salire esponenzialmente. Lo sgravio dovrebbe configurarsi nel taglio del 50% dei contributi per ogni nuovo assunto a tempo indeterminato, anche se si sta tentando di allargare anche agli autonomi. La fascia di età, almeno per il primo anno sarebbe fino a 35 anni. Lo sgravio arriverebbe al 100% per il Sud, confermando l’attuale normativa.

Per la coesione sociale e il finanziamento del nuovo reddito di inclusione il governo punta a mettere sul piatto 600 milioni in più nel 2018, 900 milioni nel 2019 e 1,2 miliardi nel 2020. Parte della maggioranza insiste anche per interventi a favore delle famiglie numerose in difficoltà economica, ma non è detto che nel testo iniziale del ddl possano trovare spazio. Per il momento, sembrerebbe escluso che il ticket sulla specialistica possa essere cancellato totalmente. Molto probabilmente si potrà optare per una riduzione parziale o differenziata a secondo del tipo di esame da effettuare o della Regione in cui lo si richiede. La misura potrebbe essere inserita in Parlamento.

All’interno del Governo c’è chi vorrebbe stabilizzare l’ecobonus o renderlo almeno quinquennale per i condomini. Sicuramente sarà confermato anche nel 2018, con uno sconto fiscale un po’ più basso (al 50% anziché al 65%) per le finestre o le caldaie a condensazione, ma allargato anche agli incapienti grazie alla possibilità di cessione del credito. Una delle ipotesi è di legare l’entità dello sconto all’obiettivo di miglioramento energetico raggiunto.

Per le imprese, i superammortamenti dovrebbero essere confermati anche se leggermente più bassi, si parla del 130%. Non verrebbe toccato invece l’iperammortamento al 250%. In arrivo anche il nuovo credito d’imposta al 50% per le spese in formazione digitale 4.0.

L’aumento da 85 euro in busta paga per i dipendenti pubblici costerebbe 1,6 miliardi. A crescere sarebbero anche gli stipendi dei presidi, che verranno gradualmente equiparati ai dirigenti pubblici, e quelli dei professori. Nel capitolo scuola, Valeria Fedeli chiede anche una serie di assunzioni per i bidelli (non si sa ancora se il Ministro del Miur proporrà forme applicative del nuovo contratto scuola-formazione-lavoro poco gradito dagli studenti). Per gli investimenti delle amministrazioni centrali e locali sono in arrivo 300 milioni nel 2018, 1,3 miliardi nel 2019 e 1,9 miliardi nel 2020. Per favorire il pensionamento delle donne, si pensa ad uno ‘sconto’ sull’Ape social di 6 mesi per figlio, per un massimo di 2 anni.

Il bonus ‘cultura’ da 500 euro potrebbe essere rinnovato, con un costo di 290 milioni. In forse le detrazioni per gli abbonamenti ai mezzi pubblici, mentre qualche stanziamento potrebbe arrivare, anche quest’anno, per le Province. La fatturazione elettronica dovrebbe diventare obbligatoria per le imprese solo nel 2019. La web tax dovrebbe essere aggiunta in Parlamento. Stesso dicasi per i correttivi allo spesometro e per gli incentivi all’utilizzo del Pos.

Nella legge di ‪Bilancio ci ‬sarebbe anche il ‘bonus ‪verde’ con detrazioni del 36% per la cura del verde privato: terrazzi e giardini, anche condominiali.

Sul decreto legge fisco varato venerdì scorso, c’è stata una presa di posizione dei sindacati confederali sulla previdenza.

In merito il Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, nel corso dell’incontro con i rappresentanti dei sindacati, ha detto: “La previdenza non è nelle priorità della legge di bilancio”. Sempre oggi, invece, Eurostat ha presentato un rapporto in cui risulterebbero 17 milioni e 470 mila Italiani a rischio povertà nel 2016, due milioni e mezzo in più rispetto al 2008 (pari al 28,7% della popolazione). Dunque, il problema della redistribuzione della ricchezza rimane il tema centrale per il superamento della crisi attuale.

Salvatore Rondello

È legge la riforma del diritto fallimentare

fallimenti

Addio ‘fallimento’, d’ora in poi sarà ‘liquidazione giudiziale’: è una delle novità introdotte dalla riforma del diritto fallimentare che – con il sì del Senato, 172 voti a favore, 34 contrari – diventa legge dopo un percorso ragionevolmente breve tra Montecitorio (il sì lo scorso primo febbraio) e Palazzo Madama. Il testo prevede, fra l’altro, meccanismi di allerta per impedire alle crisi aziendali di diventare irreversibili e ampio spazio agli strumenti di composizione stragiudiziale per favorire le mediazioni fra debitori e creditori per gestire l’insolvenza. La riforma, twitta il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, è “un contributo per un’economia più sana che aiuterà la crescita”.

Esulta anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che è intervenuto in aula a nome del governo prima del voto finale: “Non uso mai questi termini, ma si tratta di riforma di portata epocale”. Si cambia infatti una legge che “risale ancora al 1942 con un meccanismo distorto che ha macinato in questi anni molte risorse sia imprenditoriali che di beni materiali”. Con la riforma, secondo Orlando, si riesce “a rivedere lo stigma che spesso non è più giustificato nella fase di un’economia globalizzata, ma anche a non sprecare capacità imprenditoriale perché si può essere buoni imprenditori e aver avuto una prima esperienza imprenditoriale non felice”.

Favorevole il voto dei socialisti. “Noi – ha detto il senatore del Psi Enrico Buemi nella dichiarazione di voto – esprimiamo un giudizio molto positivo: si tratta di una buona legge, attesa da anni e che cambia completamente l’impostazione normativa. Da una fase sanzionatoria nei confronti delle imprese in difficoltà e da un atteggiamento negativo si passa a un completo ribaltamento dell’impostazione, avendo come punto di riferimento principale il mantenimento in vita dell’impresa, in quanto non soltanto patrimonio dei possessori e degli imprenditori, ma anche patrimonio ricchezza del Paese.”

Le principali novità

LA LIQUIDAZIONE GIUDIZIALE. Dominus sarà il curatore, con poteri decisamente rafforzati: accederà piu’ facilmente alle banche dati della Pa, potrà promuovere le azioni giudiziali spettanti ai soci o ai creditori sociali, sarà affidata a lui (anziché al giudice delegato) la fase di riparto dell’attivo tra i creditori. Ci sarà pero’ una stretta sulle incompatibilità.

PREVENIRE LA CRISI. Per facilitare una composizione assistita, arriva una fase preventiva di allerta attivabile direttamente dal debitore o d’ufficio dal tribunale su segnalazione (obbligatoria per fisco e Inps) dei creditori pubblici. In caso di procedura su base volontaria, il debitore sarà assistito da un apposito organismo istituito presso le Camere di commercio e avrà 6 mesi di tempo per raggiungere una soluzione concordata con i creditori. Se la procedura è d’ufficio, il giudice convocherà immediatamente, in via riservata e confidenziale, il debitore e affiderà a un esperto l’incarico di risolvere la crisi trovando un accordo entro 6 mesi con i creditori. L’esito negativo della fase di allerta e’ pubblicato nel registro delle imprese. L’imprenditore che attiva tempestivamente l’allerta o si avvale di altri istituti per la risoluzione concordata della crisi godrà di misure premiali (non punibilità dei delitti fallimentari se il danno patrimoniale è di speciale tenuità, attenuanti per gli altri reati e riduzione di interessi e sanzioni per debiti fiscali). Dalla procedura d’allerta sono escluse le società quotate e le grandi imprese.

REGOLE PROCESSUALI SEMPLIFICATE. Nel trattare le proposte, priorità viene data a quelle che assicurano la continuità aziendale, purché funzionali al miglior soddisfacimento dei creditori, considerando la liquidazione giudiziale come extrema ratio. Si punta poi a ridurre durata e costi delle procedure concorsuali (responsabilizzando gli organi di gestione e contenendo i crediti prededucibili). Il giudice competente sara’ individuato in base alle dimensioni e alla tipologia delle procedure concorsuali, assegnando in particolare quelle relative alle grandi imprese al tribunale delle imprese a livello di distretto di corte d’appello.

INCENTIVI A RISTRUTTURAZIONE DEBITI. Il limite del 60% dei crediti per l’omologazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti dovrà essere eliminato o quantomeno ridotto.

IL NUOVO CONCORDATO PREVENTIVO. Viene ridisegnato ammettendo, accanto a quello in continuità, anche il concordato che mira alla liquidazione dell’azienda se in grado di assicurare il pagamento di almeno il 20 per cento dei crediti chirografari.

INSOLVENZA GRUPPO DI IMPRESE. Arriva una procedura unitaria per la trattazione della crisi e dell’insolvenza delle società del gruppo e, anche in caso di procedure distinte, vi saranno comunque obblighi di collaborazione e reciproca informazione a carico degli organi procedenti.

CHIESTA LA FIDUCIA

Il timore dei voti segreti spinge la maggioranza trasversale che sostiene il Rosatellum 2.0 a chiedere al Governo di porre la fiducia alla Camera. E in Aula scoppia il caos. La ministra per i Rapporti con il Parlamento ha fatto fatica a parlare tra grida, urla e proteste, soprattutto da parte dei 5 Stelle. Alcuni deputati si sono anche avvicinati ai banchi della presidenza e del governo. Finocchiaro, nell’annunciare la fiducia, ha specificato in Aula che viene essa posta sugli articoli 1, 2 e 3 del testo base della legge elettorale. Si svolgeranno quindi tre diversi voti di fiducia. Le prime due si svolgeranno mercoledì a partire dalle ore 15.45. La terza ed ultima fiducia si voterà invece giovedì, mattina, poi i voti senza fiducia con l’esame degli emendamenti e di seguito i voti sugli ordini del giorno nel pomeriggio di giovedì e infine, entro la serata di giovedì il voto finale sulla legge elettorale.

Fonti di maggioranza confermano che l’iter della legge elettorale sarà rapido e si punta ad avere l’ok finale da parte del Senato prima della sessione di Bilancio. Quindi, l’intenzione, sembra, è quella di porre la questione di fiducia anche nel passaggio a palazzo Madama, per incassare il via libera definitivo entro il mese di ottobre.

Una scelta a cui Paolo Gentiloni si sarebbe sottratto volentieri memore anche delle polemiche che si trascinarono a lungo dopo l’approvazione dell’Italicum con voto di fiducia. Con il voto di fiducia cadano automaticamente tutti gli emendamenti ed avita alla maggioranza di incappare in qualche scivolone, sempre dietro l’angolo, nel corso delle votazioni segreti. Infatti ieri sera vagliando i circa 200 emendamenti, i capigruppo di Pd, Fi, Lega e Ap hanno constatato che si andava incontro a circa 100 possibili voti segreti; molti dei quali sarebbero stati evitati con due emendamenti “canguro” presentati da Pd e Ap. Ma per evitare ogni rischio, su input anche del segretario Dem Matteo Renzi, i capigruppo della maggioranza di governo si sono decisi a puntare alla fiducia. Un incontro con gli esponenti di Mdp per chiedere di rinunciare ai voti segreti sugli emendamenti era infatti finito in malo modo.

“Abbiamo costruito questo provvedimento con un consenso larghissimo e chi oggi contesta” il testo della nuova legge elettorale “chiedendo il proporzionale, sono gli stessi che hanno affossato il modello tedesco, un modello proporzionale” ha detto Ettore Rosato, capogruppo Pd e ‘padre’ del Rosatellum bis. Da Rosato poi arriva un ringraziamento a Gentiloni “per aver accolto la richiesta delle forze di maggioranza e aver acconsentito attraverso lo strumento regolamentare della fiducia di superare l’impasse di oltre 100 voti segreti”.

Ma scoppia il putiferio con i partiti contrari alla fiducia che promettono subito battagli con tutti i mezzi. “Al Pd non è bastato imporre con la fiducia una legge elettorale, l’Italicum, affondata subito dopo dagli elettori col referendum sulla riforma costituzionale. Adesso ci riprovano” affermano i capigruppo di Sinistra Italiana Giulio Marcon e Loredana De Petris. Dai banchi dei 5 Stelle, che domani scenderanno in piazza forse anche con Grillo, sono state lanciate rose rosse nel momento in cui il governo ha posto la fiducia. E il pentastellato Fico mette in guardia il governo sui possibili franchi tiratori nella maggioranza.

Una decisione che allarga ancora di più la spaccatura tra il Pd e Mdp. “Le nostre strade si separano definitivamente”, dice Alfredo D’Attorre annunciao la decisione del gruppo di votare contro la fiducia e contro il provvedimento. “Gentiloni non ha più la nostra fiducia, oggi si è creato un vulnus inaccettabile”, afferma Guglielmo Epifani. La decisione di porre la questione di fiducia sulla legge elettorale allontana ancor di piu’ Mdp dalla maggioranza. “Da domani cominciamo a votare contro il Senato”, annuncia Epifani. Malessere sul ricorso alla fiducia anche tra i pisapiani. “Hanno sbagliato, così si complica qualsiasi tentativo di confronto futuro con il Pd”.

Opposto il parere di Fabrizio Cicchitto di Ap: “Il ricorso al voto di fiducia rientra nella tecnica parlamentare e così la richiesta di voto segreto, mossa e contromossa come nel gioco degli scacchi. Comunque nel voto finale, a nostro avviso, ci può essere la richiesta di voto segreto. In tutto questo c’è solo una battaglia parlamentare, nessun colpo stato o operazione autoritaria per cui le manifestazioni in piazza sono un inizio di campagna elettorale non una mobilitazione contro un golpe inesistente”.

“La legge elettorale in discussione alla Camera – dichiara l’esponente del Psi Maria Cristina Pisani e portavoce del Forum Nazionale dei Giovani – è l’ultima occasione che abbiamo per innovare le procedure di voto, per offrire ai ragazzi e alle ragazze fuori sede l’opportunità di votare nelle città in cui studiano o lavorano senza costringerli ad affrontare lunghi viaggi, anche dispendiosi, per esercitare un proprio diritto”. “E’ quello che abbiamo ribadito anche oggi alla Camera – aggiunge Pisani – insieme a tante associazioni. Chiediamo al Governo di superare le resistenze, al Parlamento di delegare il Governo ad affrontare la questione già per le prossime elezioni politiche. I dati Istat sull’astensionismo sono allarmanti”. “L’early vote puo’ essere uno strumento per rinsaldare il rapporto tra giovani e istituzioni. C’è un emendamento alla Camera che se approvato consentirebbe di superare le difficoltà. È un’enorme opportunità per l’intero Paese. Esistono esempi lampanti dell’efficacia del sistema, in Danimarca, il 5% della popolazione residente vota grazie all’early vote, in Germania il 25% della popolazione per posta. Non possiamo negare ai nostri ragazzi – conclude la Portavoce del Forum – di scrivere con le loro mani il proprio futuro”.

SCOGLIO SUPERATO

senato

L’aula del Senato ha approvato con 181 voti, quindi con un’ampia maggioranza, lo scostamento sui conti pubblici previsto dal Def. Per questa votazione, secondo l’articolo 81 della Cotituzione, serviva la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea, che è pari a 161 voti. I sì sono stati 181, i no 107. Ancora l’Aula di Palazzo Madama ha dato il via libera alla risoluzione di maggioranza alla nota di aggiornamento al Def. I sì sono stati 164, 108 i voti contrari e un solo astenuto. Tra i voti a favore, in questo secondo caso, anche quello del senatore del M5s Nicola Morra, in contraddizione con quello del suo gruppo. “Errore materiale” si è poi giustificato il senatore pentastellato. Mdp non ha partecipato al voto.

Anche senza il voto dei 16 senatori di Articolo 1-Mdp, il Governo avrebbe comunque ottenuto i 161 voti necessari per raggiungere il quorum necessario per l’approvazione della relazione del Governo che illustra l’aggiornamento del piano di rientro verso l’obiettivo di medio periodo (Mto) nella Nota di aggiornamento al Def. Lo fa notare in un tweet Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera e deputato Pd: “I voti al Senato sul Def dimostrano in modo definitivo – afferma – l’irrilevanza non solo politica ma anche numerica di Mdp”. Mentre Paolo Gentiloni segnala che quello del Senato che “approva il quadro economico-finanziario della prossima legge di Bilancio” è “un voto all’insegna di responsabilità e stabilità”.

Da Assisi Gentiloni, sprona i partiti e il Parlamento a non “non dilapidare i risultati raggiunti” dal Paese negli ultimi mesi, in particolare per la ripresa dell’occupazione. “In questi anni – dice – abbiamo recuperato buona parte dei posti che avevamo perso negli anni terribili della crisi, ma è chiaro che c’è ancora molto da fare e che questo impegno deve continuare”. In entrambe le votazioni, quella sullo scostamento e quella sulla nota di aggiornamento, 12 senatori di Ala hanno votato insieme alla maggioranza a favore di entrambe i documenti. Per l’occasione è tornato a Palazzo Madama, dopo molto tempo, anche Denis Verdini. Anche il senatore M5s Nicola Morra ha votato sì ma, a sua stessa detta, “per errore materiale”.

Sono due i punti nella relazione dell’audizione del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan apprezzati dai socialisti. Lo sottolinea nel suo intervento il Presidente del gruppo socialista alla Camera Pia Locatelli. “Il primo è l’attenzione nei confronti dell’occupazione che, anche se lentamente e, purtroppo, soprattutto per i contratti a tempo determinato, continua a crescere”. “Quello dell’occupazione deve essere, a parere dei socialisti, un obiettivo strategico irrinunciabile in qualunque programma di governo. In particolare chiediamo che venga sostenuta l’occupazione femminile”. Il secondo punto indicato da Pia Locatelli è quello “relativo al fardello del debito pubblico nel momento in cui si chiede al Parlamento di autorizzare uno sforamento del deficit di bilancio così come era stato previsto in primavera.  Dopo sette anni, il debito ha cominciato a diminuire e questo trend, iniziato nel 2015, dovrebbe continuare nei prossimi anni, ma non basta”. “Il voto favorevole dei socialisti – conclude – è legato a questi impegni che ci auguriamo vengano mantenuti anche dal prossimo governo”

Intanto Giuliano Pisapia torna a sostenere la linea del dialogo e va inoltre all’attacco: “D’Alema sa perfettamente che io sono a disposizione di un progetto unitario e invece lui continua a fare dichiarazioni che dividono. Lui era favorevole che oggi non si votasse lo scostamento di bilancio che avrebbe portato all’aumento dell’Iva. Io e altri abbiamo voluto fare un percorso diverso. Io sono dell’idea che chi non ha obiettivi personali potrebbe fare un passo di fianco, bisogna esser in grado di unire. E vale per lui come per me”.

Presa di distanza accolta con favore dal segretario del PSI, Riccardo Nencini. “Gli indicatori economici – ha detto Nencini – tornano a sorridere e l’obiettivo di una parte della sinistra è distruggere tutto, anche il buon senso, come se l’Italia fosse un’isola di un altro pianeta e non parte di un continente battuto dal vento del nazionalismo e del populismo. La sinistra perfetta. Ma non esiste in natura. Ha fatto bene Pisapia a prendere le distanze da una condotta irresponsabile”.

Intanto dalla maggioranza arrivano segnali su uno dei ‘paletti’ di Mdp sulla manovra. “Rivedere gradualmente il meccanismo del cosiddetto super ticket al fine di contenere i costi per gli assistiti che si rivolgono al sistema pubblico”. E’ uno degli impegni che la maggioranza chiede al governo nella risoluzione sulla nota di aggiornamento al Def. Nel triennio 2018-2020 la risoluzione chiede “un complesso di interventi in materia sanitaria” compreso un incremento delle risorse in conto capitale per gli investimenti in sanità. “Noi non modifichiamo il nostro atteggiamento. Se fosse bastato l’impegno nella risoluzione – dice il senatore Mdp Federico Fornaro – avremmo partecipato allora alle riunioni per la sua stesura”. “Abbiamo dato – prosegue – un segnale politico. Vedremo se gli impegni saranno concretizzati negli atti della legge di bilancio”.

A parlare di un grave errore politico è il ministro Martina che si augura un ripensamento da parte di Mdp “ma purtroppo credo che la linea sia stata decisa già da tempo dall’ala più estrema e fa i conti con il nodo irrisolto del loro rapporto con il Partiro democratico. E questo nonostante le aperture di merito sulla legge di bilancio e su temi sociali che interessano anche noi”.

Def, tagli alla spesa pubblica e sostegno al PIL

luigi-federico-signoriniLa Nota di aggiornamento al Def è al vaglio delle commissioni Bilancio di Camera e Senato, con una serie di audizioni di vari organismi economici che si sono concluse a fine mattina con le dichiarazioni del ministro dell’economia Pier Carlo Padoan.
Dal documento con le note aggiuntive trasmesso dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan alle Commissioni congiunte Bilancio di Camera e Senato, la manovra del Governo partirebbe da una quota minima di circa 19,6 miliardi di euro.
Secondo il documento, la manovra avrà un impatto positivo sui tassi di crescita del PIL, in termini di differenziale tra lo scenario programmatico e quello tendenziale, attorno allo 0,3 punti percentuali in ciascuno degli anni 2018 e 2019.
Nel dettaglio, ammontano a 3,5 miliardi i tagli della spesa pubblica per il 2018 che andranno a copertura delle misure della Legge di Bilancio, compreso il miliardo l’anno a carico dei ministeri come previsto nella nuova ‘spending rewiew’. Altre coperture da entrate aggiuntive, allo studio nell’ambito della lotta all’evasione di alcune imposte, vengono quantificate in 5,1 miliardi di euro.
Le risorse per la competitività e l’innovazione, che includono anche le decontribuzioni per i giovani, nel 2018 ammontano a 338 milioni; 2,1 miliardi nel 2019 e quasi 4 miliardi nel 2020. Gli stanziamenti per lo sviluppo, che comprendono le spese per gli investimenti pubblici, saranno pari a 300 milioni nel 2018, ma passeranno a 1,3 miliardi nel 2019 e a 1,9 miliardi nel 2020. I fondi per la lotta alla povertà, comprensivi reddito di inclusione sociale saranno 600 milioni nel 2018, 900 milioni nel 2019, 1,2 milioni nel 2020.
Il mancato aumento delle aliquote Iva per il 2018 è quantificato in oltre 15,7 miliardi e 11,4 nel 2019. In sintesi, questi sono i dati salienti del documento presentato dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.
Sulle pensioni è arrivato l’alt da Corte dei Conti e Bankitalia. Il Presidente della Corte dei Conti, Arturo Martucci di Scarfizzi, nell’audizione alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, impegnate nell’esame della nota di aggiornamento del Def, ha affermato: “Ogni arretramento rispetto ai parametri sottostanti al disegno di riforma completato con la legge Fornero, esporrebbe la finanza pubblica a rischi di sostenibilità”.
La Corte, quindi, ha invitato a confermare i caratteri strutturali della riforma Fornero, a partire dai meccanismi di adeguamento automatico di alcuni parametri (come i requisiti anagrafici di accesso alla evoluzione della speranza di vita e la revisione dei coefficienti di trasformazione).
Il vice direttore generale di Bankitalia, Luigi Federico Signorini, durante la sua audizione, ha sostenuto: “Le ultime proiezioni sulla spesa pensionistica mettono in evidenza l’importanza di garantire la piena attuazione delle riforme approvate in passato, senza tornare indietro. Come ha ricordato il Governatore della Banca d’Italia nel suo recente intervento, l’insieme delle riforme previdenziali realizzate in più di vent’anni ha migliorato in modo sostanziale sia la sostenibilità sia l’equità intergenerazionale del sistema. Tuttavia le prospettive demografiche e di crescita potenziale sono state aggiornate e risultano meno favorevoli. Le più recenti proiezioni dell’incidenza della spesa sul prodotto, da poco rese note dalla Ragioneria Generale dello Stato, sono, conseguentemente, più alte di quanto precedentemente prospettato, comporterebbero un peggioramento degli indicatori di sostenibilità delle finanze pubbliche calcolati dalla Commissione europea. Secondo il Rapporto sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e sociosanitario, pubblicato lo scorso agosto dalla Ragioneria Generale dello Stato, l’incidenza sul PIL della spesa per pensioni, oggi pari a circa il 15,5 per cento, raggiungerebbe valori di poco superiori al 18 per cento tra il 2040 e il 2045, imboccando successivamente un sentiero di costante e significativa discesa. Rispetto alle precedenti proiezioni della Ragioneria, dunque, la spesa risulta sensibilmente maggiore in ciascun anno del periodo considerato. Il peggioramento riflette la revisione al ribasso effettuata da Eurostat delle prospettive di crescita italiane, a sua volta riconducibile a una più deludente dinamica della produttività totale dei fattori e a minori flussi migratori netti. E’ per questo che le ultime proiezioni sulla spesa pensionistica mettono in evidenza l’importanza di garantire la piena attuazione delle riforme approvate in passato, senza tornare indietro”.
Con riferimento al debito pubblico, Luigi Federico Signorini, ha affermato per la Banca d’Italia: “La significativa riduzione del debito pubblico è un imperativo per l’Italia, oggi alla nostra portata. La politica di bilancio si deve muovere lungo un ‘sentiero stretto’ tra l’esigenza di non soffocare la ripresa congiunturale e l’imperativo di ridurre il debito, come più volte sottolineato da Pier Carlo Padoan. Tuttavia, in questo momento il sentiero pur sempre arduo, è un po’ meno angusto che in passato, grazie alle favorevoli condizioni della congiuntura e dei mercati”. Questo, in sintesi, è il giudizio espresso dal vicedirettore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, in audizione sulla Nota di aggiornamento al Def.

Il Presidente dell’ISTAT, Giorgio Alleva, nella sua audizione sulla nota di aggiornamento al Def, ha sottolineato: “L’economia sommersa rappresenta un freno strutturale allo sviluppo del Paese. In questo contesto, le politiche di contrasto all’evasione assumono una valenza strategica anche per aumentare il potenziale di crescita e la competitività del sistema produttivo”. Ha così ricordato i dati del Mef sul triennio 2012-2014, che segnalano una evasione di 107,7 miliardi, di cui 97 miliardi per mancate entrate tributarie e 10,7 miliardi per mancate entrate contributive.
Alleva ha proseguito precisando: “Inoltre per il complesso dell’economia, la perdita di efficienza dovuta al sommerso economico è pari a 5,3 punti percentuali; dal punto di vista dinamico, nel periodo 2011-2014, il tasso di crescita della produttività totale dei fattori, calcolato includendo l’economia sommersa, è inferiore di 1,9 punti percentuali rispetto a quello dell’economia regolare; l’effetto frenante si riscontra in tutti i settori produttivi, ma particolarmente nella manifattura (-3,0 punti percentuali) e nelle costruzioni (-2,3 punti percentuali)”.
Per l’Istat, le prospettive di crescita per i prossimi mesi appaiono in Italia favorevoli. Il presidente Giorgio Alleva ha parlato di segnali di miglioramento dell’economia, trainata anche dalla domanda di investimenti in macchine e attrezzature.
Il Presidente ISTAT, commentando i dati diffusi oggi dall’Istituto di statistica, ha aggiunto: “Nel primo semestre la crescita dell’economia italiana si è rafforzata. In Italia le aspettative di crescita per i prossimi mesi appaiono favorevoli”.
L’Istat ha rivisto le stime del Pil per il secondo trimestre dell’anno rispetto ai tre mesi precedenti. Secondo quanto si legge nella nota diffusa oggi, il dato è aumentato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente. La stima dei Conti economici trimestrali diffusa lo scorso primo settembre, invece, aveva rilevato una variazione congiunturale pari a +0,4%. Confermato, invece, il dato tendenziale di +1,5%. La variazione acquisita per il 2017 è pari a +1,2%.
Giorgio Alleva, nell’audizione per l’Istat ha ricordato: “A settembre l’indice del clima di fiducia dei consumatori ha registrato un incremento significativo, trainato dalla componente macro-economica dell’indice (giudizi e aspettative sulla situazione economica italiana e aspettative sulla disoccupazione), mentre più contenuti sono stati i miglioramenti registrati nei giudizi sulla situazione corrente e futura. Anche l’indice composito del clima di fiducia delle imprese ha evidenziato un aumento, confermando il trend positivo dei mesi precedenti: il miglioramento ha interessato tutti i settori ad eccezione dei servizi. I segnali di miglioramento dell’economia italiana sono confermati anche dall’indicatore anticipatore che mantiene a settembre un’intonazione positiva, più accentuata di quella dei mesi precedenti, confermando il rafforzamento delle prospettive di crescita a breve. In particolare, la domanda di investimenti in macchine e attrezzature è attesa crescere a un ritmo superiore a quello osservato nel secondo trimestre dell’anno”.
Il Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, durante la sua audizione, ha affermato: “Persiste la fase di significativo miglioramento del mercato del lavoro ed è prevedibile un ulteriore progressivo aumento dell’occupazione nei prossimi mesi e anni”. Padoan ha parlato di 1 milione di posti di lavoro in più rispetto al punto minimo di settembre del 2013.  In un altro passaggio della sua dichiarazione, il Ministro dell’Economia ha aggiunto: “In Italia ritorna il consolidamento della crescita e la ripresa dell’economia italiana sta guadagnando robustezza, in un quadro di prospettive di crescita positiva europeo. Ci sono le condizioni per un ulteriore rafforzamento della crescita nel terzo trimestre. Lo sforzo di consolidamento degli ultimi 10 anni risulta tra più significativi nell’area euro. Dopo 7 anni di aumenti, il debito ha registrato una prima flessione nel 2015, che verrà seguita da una riduzione anche nel 2017, che accelererà poi nel 2018 e negli anni successivi. Gli sforzi portati avanti sui conti pubblici consentiranno di assorbire la fase di aumento dei tassi di interesse . Nella Nota aggiuntiva al Def è già inclusa l’evoluzione dei tassi nei prossimi anni.  La prossima manovra conterrà misure selettive di impulso alla crescita, agli investimenti pubblici e privati, di promozione sociale e per i giovani, ma l’impatto sulla crescita delle misure espansive è significativo, uno 0,3% che è una valutazione prudenziale.  Una eccessiva restrizione sul fronte dell’aggiustamento dei conti pubblici metterebbe a rischio la ripresa e la coesione sociale del Paese, questi i motivi per cui il governo ha chiesto di ridurre l’aggiustamento strutturale allo 0,3% del Pil (dallo 0,8% di aprile). Quello che si propone, in accordo con la Ue, è un percorso di graduale aggiustamento, a patto di continuare ad attuare il programma di riforme strutturali. Abbiamo avviato un percorso con le forze di governo, Pd, Mdp, Ap e gli altri gruppi, volto a definire le ipotesi di intervento per investimenti, lavoro, lotta alla povertà e salute, mantenendo il giusto equilibrio tra politiche di bilancio e per il futuro”.

Il premier Paolo Gentiloni, in mattinata, ha incontrato Giuliano Pisapia per fare il punto sui provvedimenti e successivamente ha incontrato il presidente dell’Anci ed i sindaci delle città metropoliane.
Giuliano Pisapia, accompagnato dai capigruppo dell’MPD, Maria Cecilia Guerra e Francesco Laforgia, al termine dell’incontro di circa un’ora a Palazzo Chigi, ha detto: “Abbiamo posto qualche priorità indispensabile: mai più mance elettorali, intervenire con investimenti importanti sulla salute, milioni e milioni di persone non possono curarsi a causa del super ticket, nuove assunzioni e più tutele, ad esempio chi licenzia dopo 3 anni deve avere penalità”. Con riferimento al voto, ha risposto:   “I gruppi parlamentari decideranno dopo aver sentito domani il ministro Padoan”.

Pier Luigi Bersani, a Radio Radicale, dopo l’incontro di Giuliano Pisapia con il premier Paolo Gentiloni sulla legge di bilancio, ha detto: “Oltre alle richieste sulla legge di bilancio, immagino che poi in premessa avremo detto qualcosa del tipo: pensate di aver una maggioranza sulla legge di stabilità e un’altra sulla legge elettorale?”.

Parlando ai Comuni, Gentiloni ha detto: “Se vogliamo procedere nella dinamica di sviluppo che si sta consolidando nel nostro Paese, dobbiamo farlo puntando molto sulla collaborazione con le grandi città, che sono un asse centrale della competitività in tutto il mondo. Anche per quanto riguarda la crescita dell’economia, di cui oggi abbiamo avuto nuovi dati di conferma da parte dell’Istat, ci sono tendenze che hanno particolare bisogno della collaborazione del Governo centrale con le grandi città. Ci sono tante questioni da discutere, dalla ‘governance’ alle risorse, all’ottimizzazione dei programmi di sviluppo”.
Il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha riferito: “Quello di oggi è stato un confronto proficuo perché si è trattato nel merito degli investimenti per le città metropolitane, ma anche le città del sud e le periferie. Abbiamo chiesto a Gentiloni di poter stare tranquilli in merito ai bilanci del 2018 e a quelli futuri. Il tavolo con l’esecutivo è positivo perché si attiva una relazione diretta con le città metropolitane”.
Vedremo i prossimi sviluppi.