Francia-Italia. Si cerca accordo sugli hot spot

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Forse è necessario avvisare Di Maio prima che torni a pretendere le scusa francesi, ma tra Francia e Italia sta tornado il sereno. Dopo lo scontro diplomatico innescato dal caso Aquiarius che ha rischiato di far saltare l’incontro, il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha ricevuto con una calorosa stretta di mano il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel cortile d’onore dell’Eliseo. Le parole ignobile del portavoce del governo francese e la piccata risposta italiana sono al momento derubricate. Il lavoro delle diplomazie ha riportato il sereno. Più per necessità che per convinzione. Al termine del pranzo di lavoro, che vedrà al centro del confronto le recenti tensioni sul tema migranti e la possibile riforma del regolamento di Dublino sull’accoglienza dei richiedenti asilo, è prevista una conferenza stampa congiunta.

Una delle proposte che Conte farà a Macron sarà quella di istituire hotspot nei Paesi africani d’origine per chiudere la rotta verso il Mediterraneo tutelando, al tempo stesso, le vite dei migranti. I centri di prima accoglienza dovrebbero sorgere non solo in Libia ma anche negli Stati sahariani, come il Niger. La proposta, spiegano le stesse fonti, è per un’attuazione nel breve periodo in vista di una riforma del regolamento di Dublino, fortemente voluta dal governo italiano.

Tra le proproste, che non sono nuove, l’istituzione di hotspot nei Paesi africani d’origine – non solo la Libia ma anche quelli sahariani, come il Niger – per chiudere la rotta verso il Mediterraneo tutelando, al tempo stesso, le vite dei migranti. La proposta di Conte, è pensata per un’attuazione nel breve periodo in vista di una riforma che l’Italia vuole radicale, del regolamento di Dublino.

Dopo la vicenda della chiusura dei porti italiani all’Aquarius, Conte arriva forte del mandato del governo giallo-verde per chiedere – questo è l’obiettivo – una maggiore “collaborazione e solidarietà a livello europeo” perché la parola d’ordine è ancora la stessa: l’Europa non può lasciare sola il nostro paese. In quest’ottica, tornerà a insistere sulla richiesta di modifica dei regolamenti di Dublino. Ma il faccia a faccia tra i due potrebbe non essere facile considerando le ‘asprezze’ dei giorni che hanno preceduto il vertice e che hanno rischiato di farlo saltare fino all’ultimo. Le parole durissime arrivate dall’Eliseo – “Italia cinica” e comportamento “vomitevole” per la decisione di chiudere i porti alla nave Aquarius con 629 migranti a bordo – riecheggiano ancora e potrebbero incidere nella relazione tra i due. Macron, in realtà va ricordato, fu il primo dei partner europei a chiamare il 26 maggio scorso Conte al suo primo incarico (al quale poi rinunciò a causa dello stop del Quirinale sul nome di Paolo Savona al ministero dell’economia); poi Conte e Macron si sono visti al G7 in Canada. E ieri, quando il presidente del Consiglio ha definito il “caso chiuso” dopo l’incidente diplomatico e la telefonata di disgelo del presidente francese, ha detto sicuro: “Con Macron parliamo di tutto, come abbiamo fatto già al G7 del Canada”. Sul tavolo, oltre al nodo della gestione dei flussi migratori e al regolamento di Dublino, ci saranno anche gli altri punti del prossimo Consiglio europeo di Bruxelles fissato per il 28 e 29 giugno. In primis, la riforma della governance dell’Eurozona.

Sul tema immigrazione è interventuo anche l’ex premier Paolo Gentiloni parlando alla presentazione del volume del Cespi “La questione orientale. I Balcani tra integrazione e sicurezza”. “Si possono fare molte cose – ha detto – per governare meglio i flussi migratori; si possono fare meglio i rimpatri; però è importante il dialogo con l’Unione Europea e con la Germania. Noi ci siamo trovati meglio e abbiamo ottenuto risultati grazie a Bruxells e al ‘diavolo’ Merkel che non grazie ad altri governi europei oggi osannati”.

NODO SAVONA

savona-mattarellatagliatoResta il nodo del ministero dell’Economia. Da una parte le insistenze di Lega e 5 Stelle decisi a non mollare sul nome di Paolo Savona e dall’altra le resistenze del Quirinale. Il premier incaricato, Giuseppe Conte, è salito nel pomeriggio al Colle per provare a mediare con il presidente della Repubblica. Il nome dell’economista non convince del tutto Sergio Mattarella, soprattutto per le sue posizioni critiche sull’euro. L’incontro dunque non è per scogliere la riserva o per la presentazione della lista dei Ministri bensì si tratta ancora di un incontro informale, interlocutorio, durante il quale Conte riferirà al capo dello Stato gli sviluppi delle trattative per la formazione della lista dei ministri.

La giornata di oggi per Conte è stata, ancora una volta, complessa. Prima l’incontro – durato oltre 90 minuti – in via Nazionale, a Roma, con il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, “in cui si è discusso dello stato dell’economia italiana”. Poi il vertice con Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Dopo l’incontro con i due leader, Conte non aveva escluso di poter tornare già oggi a riferire al presidente Mattarella: “Al Colle oggi? Vedremo…”. “Procede tutto per il meglio – ha assicurato Di Maio -. L’incontro è andato bene. Sulla squadra di governo la parola spetta al presidente Conte e al presidente della Repubblica”. Alla domanda se sia disposto a rinunciare al superministero del Lavoro, Di Maio ha risposto: “Non mi pare si stia discutendo di nomi, si sta discutendo dell’assetto di governo per realizzare il programma elettorale. Quando giurerà la squadra? Questo dovete chiederlo al presidente”. Al termine della riunione Conte è andato via in taxi seguito dalla scorta, così come era arrivato. “Abbiamo doverosamente parlato dello stato dell’economia italiana – ha detto Conte ai cronisti – c’è stato un aggiornamento”. Il premier incaricato ha poi ricordato che la prossima settimana ci sarà la relazione finale di Banca d’Italia.

Ma il nodo evidentemente non è solo quella Savona. A complicare il quadro arrivano le pressioni di Bruxelles accompagnate dai primi segnali di impazienza della commissione. A pensare che soli pochi giorni fa era arrivato qualche segnale di incoraggiamento. La preoccupazione di Bruxelles è evidentemente in crescita sia per lo stallo che non si sblocca sia per le dichiarazioni di programma che vogliono mettere insieme politiche tali da mandare all’aria i conti dello Stato. Tanto che lo spread in pochi giorni è tornata superare quota 200.

“Risalire una china per cinque lunghi anni come l’Italia ha fatto – ha detto il presidente del Consiglio uscente Paolo Gentiloni – non è semplice: purtroppo ad andare fuori strada non servono cinque anni ma pochi mesi, a volte poche settimane”. “Bisogna curare le ferite ancora aperte – ha aggiunto – ma farlo cercando di andare avanti, mantenere qualità, responsabilità e impegni nell’azione di governo. Credo sia molto importante e sia l’unico messaggio che è giusto mandare al governo che nei prossimi giorni sostituirà quello che io ho presieduto”. Ma la preoccupazione è anche dell’Europa: “L’Italia non si comporti da irresponsabile – ha detto Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione a margine dell’Ecofin –.  Sul governo italiano prima di tutto dobbiamo vedere le proposte politiche concrete, il programma di stabilità che il governo deve presentare. Ma il nostro messaggio dalla Commissione è molto chiaro: è importante che l’Italia continui a rispettare politiche macroeconomiche e di bilancio responsabili”.

Il Governo ancora non c’è ma l’Ue già si preoccupa

commissione ue

L’allarme lo ha lanciato la Confcommercio, secondo la quale i dati statistici congiunturali continuano a mostrare segnali contradditori che inducono a valutare con prudenza le prospettive a breve dell’economia italiana. La valutazione di Confcommercio stima, per il mese di maggio, una variazione congiunturale nulla del pil mensile e una variazione tendenziale dell’1% (1,1% ad aprile), confermando un ulteriore rallentamento rispetto al primo trimestre.

Ad aprile 2018 l’indicatore dei Consumi Confcommercio (ICC) ha registrato un calo dello 0,1% rispetto a marzo ed un aumento dello 0,4% nei confronti dello stesso mese del 2017, in linea con un quadro congiunturale non particolarmente dinamico.

Il dato dell’ultimo mese è sintesi di un’evoluzione positiva della domanda relativa ai servizi (+1,8%) e di una flessione dello 0,2% della spesa per i beni.
In linea con quanto già emerso negli ultimi mesi, l’incremento più significativo ha riguardato la domanda per gli alberghi, i pasti e le consumazioni fuori casa (+2,7%).

Un altro campanello d’allarme lo ha comunicato Bankitalia nel fascicolo “Finanza pubblica, fabbisogno e debito”. A marzo il debito delle Amministrazioni pubbliche è aumentato di 15,9 miliardi rispetto al mese precedente, risultando pari a 2.302,3 miliardi. L’incremento è dovuto al fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (20,1 miliardi), in parte compensato dalla diminuzione delle disponibilità liquide del Tesoro (3,5 miliardi, a 44,8; erano 54,6 miliardi a marzo 2017). Il record precedente era a luglio scorso a quota 2.300.

L’Istituto di via Nazionale ha spiegato: “Il risultato è dovuto anche all’effetto complessivo degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio (0,8 miliardi)”. Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, il debito delle Amministrazioni centrali è aumentato di 16,0 miliardi e quello delle Amministrazioni locali è diminuito di 0,1 miliardi. Il debito degli Enti di previdenza è rimasto pressoché invariato.

Il Fondo Monetario Internazionale, oggi, come aveva già fatto nei rapporti diffusi ad aprile in occasione dei suoi lavori primaverili, nel documento intitolato ‘Regional Economic Outlook’, dedicato all’Europa, ha spiegato: “In Irlanda, Italia e Spagna la riduzione dei Npl (non performing loan, ndr) e la recente ripresa delle vendite di Npl è incoraggiante. Tuttavia, per una notevole parte del sistema bancario, il ROE resta con insistenza sotto il costo del capitale proprio”.

L’Istituto di Washington ha spiegato: “La ripresa economica potrebbe non essere sufficiente per soddisfare le aspettative degli investitori o per risolvere le sfide strutturali con cui le banche meno redditizie devono fare i conti; un consolidamento ulteriore e una ristrutturazione saranno necessari”.

Nel suo documento, il Fondo Monetario Internazionale ha sostenuto: “In Italia la produttività del lavoro è cresciuta cumulativamente solo dell’1% dal 2002. Molti Paesi stanno vivendo un’attività economica positiva e tassi di disoccupazione inferiori alla media storica, fatta eccezione di Francia, Italia e Spagna”.

Ad aprile il Fondo aveva stimato per il nostro Paese un tasso di disoccupazione per quest’anno al 10,9% e nel 2019 al 10,6%, sopra la media nell’Eurozona prevista rispettivamente all’8,4% e all’8,1%. I dati sono i peggiori nell’Eurozona dopo quelli di Grecia (19,8% nel 2018 e 18% nel 2019) e Spagna (nell’ordine, 15,5% e 14,8%).

A rendere più complessa la realtà, si aggiunge la situazione politica attuale.

Mentre riprende il tavolo tra  Movimento Cinque Stelle e Lega  per la trattativa di governo, da Bruxelles arriva il monito su debito pubblico e immigrazione. A lanciare un altro all’allarme sui conti pubblici è il vice presidente della Commissione Ue  Valdis Dombrovskis che, rispondendo ad un ‘politico’ sulle sfide che attendono il nuovo governo italiano, ha affermato: “E’ estremamente chiaro che l’approccio deve essere quello di ridurre il debito”.

Poi, Dombrovskis ha spiegato: “Come Commissione non siamo coinvolti nelle discussioni politiche dei partiti relative alla formazione del governo. Tocca all’Italia decidere, il presidente Mattarella sta guidando il processo. Le consultazioni stanno andando avanti. Non posso anticipare le raccomandazioni per uno specifico paese ma ovviamente se si guarda alle precedenti raccomandazioni e alle sfide che l’Italia sta affrontando, ci si deve concentrare su questioni fiscali, riduzione del debito pubblico. L’Italia ha il secondo debito pubblico dopo la Grecia”.

Secondo Dombrovskis: “L’approccio della Commissione, che verrà esplicitato nelle raccomandazioni in arrivo più avanti nel corso del mese, è lo stesso del presidente Mattarella che durante il processo di formazione dell’esecutivo ha evidenziato la necessità di mantenere gli impegni europei. Il governo italiano uscente, guidato da Paolo Gentiloni, è stato molto attivo e ha offerto sostegno all’agenda europea. Non ci aspetteremmo cambi repentini”.

Sul fronte migranti, invece, è intervenuto il commissario europeo alla migrazione, Dimitris Avramopoulos, auspicando che il nuovo governo non cambi linea sulla politica migratoria. Dichiarazioni che non sono passate inosservate. Il segretario della Lega, Matteo Salvini, ha commentato: “Dall’Europa ennesima inaccettabile interferenza di non eletti. Noi abbiamo accolto e mantenuto anche troppo, ora è il momento della legalità, della sicurezza e dei respingimenti”.

Fiducia per l’Italia arriva, invece, dal vicepresidente della Commissione UE, Jyrki Katainen cha ha detto: “Ho tutte le ragioni per credere che l’Italia continuerà a rispettare i suoi impegni. Aspettiamo di lavorare con un Governo stabile, qualunque esso sia”.

Rispondendo a una domanda sui piani per i conti pubblici del possibile nuovo Governo Lega-5 stelle, Katainen ha anche detto: “Le regole del Patto di stabilità si applicano a tutti gli stati membri e non ho segnali che la Commissione concederà eccezioni a chiunque. Non è solo una cosa che sta a noi, alla fine le decisioni sul Patto le prende il Consiglio e non vedo segnali che in Paesi vogliano cambiare le regole o fare eccezioni per qualcuno”.

Sono questi i problemi politici ed economici più immediati che il nuovo Governo dovrà affrontare.

Salvatore Rondello

Il governo giallo-verde e le preoccupazioni della Ue

Juncker firenzeIn prossimità del varo del nuovo governo giallo-verde, si sollevano le preoccupazioni dall’UE per la propaganda antieuropeista portata avanti dalla Lega e dai penta stellati.

Il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, aprendo il suo intervento a ‘The State of Union’ a Firenze, ha detto: “L’Italia è parte integrante dell’Unione europea. Uscire dall’Europa non ha alcun senso e uscire dalla moneta unica, l’euro, sarebbe una scelta anacronistica ed autolesionistica. Non siamo perfetti ma cambiare significa migliorare, andare avanti e non tornare indietro, e la prima cosa da fare è avere un’Europa sempre più politica. La prima riforma da fare è quella della primazia della politica che significa primazia dei cittadini”. Con riferimento alla politica dei dazi di Trump ha aggiunto: “Comprendo che per il presidente degli Stati Uniti è importante ricordare il principio ‘America first’ ma questo non significa ‘America alone’”. Con riferimento alla situazione politica italiana ha sottolineato:  “In Europa tutti guardano con grande attenzione a quello che succede in Italia. L’Italia è un Paese fondamentale in Europa ma che ha i problemi di un altissimo debito pubblico e di un’altissima disoccupazione giovanile. E dopo la Brexit servirà un ruolo più importante per Italia e Spagna. E’ questa sarà la sfida per il nuovo governo”.

La seconda giornata della conferenza europea ‘The State of the Union’, oggi in Palazzo Vecchio a Firenze, è iniziata con i saluti delle istituzioni locali. Protagonisti dell’evento con i loro interventi sono stati, oltre al presidente del Parlamento Europeo  Antonio Tajani, il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker ed il governatore della Bce  Mario Draghi.  Nel pomeriggio è intervenuto l’Alto rappresentante Ue  Federica Mogherini. La chiusura dei lavori è spettata al premier  Paolo Gentiloni.

Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, nel suo intervento di saluto ha affermato: “Le città hanno ruolo di accrescere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sono energia per la vita, per il futuro, per l’Europa. Firenze interpreta il proprio ruolo di attore, non di spettatore dell’integrazione europea”.

Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, si è soffermato, con il suo intervento, sulla futura politica di coesione criticandone l’impostazione che “rischia di far prevalere ancora una volta l’idea di un’Europa dell’austerità che poi dà spazio all’Europa dei demagoghi. Abbiamo invece bisogno di un’Europa della crescita e della democrazia”.

Il Presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha detto: “Populisti e nazionalisti hanno avuto materia per alimentare loro sentimenti e aumentare distacco dagli altri a causa della crisi migratoria. Così la solidarietà si sfilaccia e si perde poco a poco, così i Paesi del Nord Europa hanno riscoperto un’espressione che detesto: il club del Mediterraneo, si deve usare solo per il turismo, per indicare il Sud Europa che affronta il flusso profughi. Invece Europa e solidarietà vanno insieme. La solidarietà fa parte del patto fondatore dell’Europa”.

Durante la prima giornata, a Fiesole, il Presidente Sergio Mattarella, nel suo discorso di apertura dell’evento organizzato dall’Istituto Universitario Europeo per fare il punto sulle sfide e prospettive del prossimo futuro dell’UE, ha detto: “Più sicuri che nel dopoguerra, più liberi che nel dopoguerra, più benestanti che nel dopoguerra, rischiamo di apparire oggi privi di determinazione rispetto alle sfide che dobbiamo affrontare. E qualcuno, di fronte a un cammino che è divenuto gravoso, cede alla tentazione di cercare in formule ottocentesche la soluzione ai problemi degli anni 2000.  Sottraendoci all’egemonia di particolarismi senza futuro e di una narrativa sovranista pronta a proporre soluzioni tanto seducenti quanto inattuabili, certa comunque di poterne addossare l’impraticabilità all’Unione.  Nel turbamento del mondo quanto apparirebbe necessario il ruolo di equilibrio svolto da un concerto di 27 Paesi, tanto si mostra ampio il divario tra l’essere e il dover essere di un’ampia comunità che trova la sua dimensione in uno spazio già condiviso. Mai, dunque, come oggi appare urgente unire.

La operosa solidarietà degli esordi, sembra essersi trasformata in una stagnante indifferenza, in una sfiducia diffusasi, pervasivamente, a tutti i livelli, portando opinioni pubbliche, Governi, Istituzioni comuni, a diffidare, in misura crescente, l’uno dell’altro. Non possiamo ignorare questo stato di fatto, né sottacere quanto sia diffusa, fra i cittadini europei, la convinzione che il progetto comune abbia perso la sua capacità di poter realmente venire incontro alle aspettative crescenti di larghi strati della popolazione; e che non riesca più ad assicurare adeguatamente protezione, sicurezza, lavoro, crescita per i singoli e le comunità. Con una contraddizione singolare, che vede gonfiarsi, simultaneamente, le attese dei cittadini e lo scetticismo circa la capacità dell’Europa di corrispondervi”.

Dunque, non sono mancati i richiami ad un maggiore senso di responsabilità per il futuro dell’UE.

Salvatore Rondello

VERSO LE URNE

sergio_mattarella_9_csm_lapresse_2017_thumb660x453L’Italia si prepara al voto. Dopo l’ultimo giro di consultazioni al Quirinale, si rafforza sempre di più l’ipotesi di una nuova tornata elettorale prima del previsto. Il primo mese buono potrebbe essere luglio, al più tardi una delle prime domeniche del mese di ottobre. Oppure in primavera. Dipenderà tutto dall’esito del voto di fiducia che chiederà il Governo di servizio nominato da Mattarella. Se non ci sarà un maggioranza, il Paese tornerà subito alle urne.

Certo è che il Capo dello Stato non ha voluto affidare un mandato al buio al centrodestra, senza avere la certezza di una maggioranza, così come richiesto da Salvini. A questo punto era rimasta solo l’eventualità di un incarico di personalità, affidato ad una figura terza, scelta direttamente dal Presidente della Repubblica, che avrebbe traghettato il Paese al voto. E così è andata. Presto si saprà il nome del nuovo premier.

Mattarella ha deciso, dunque, dopo che nella giornata di oggi hanno sfilato al Colle i delegati dei principali movimenti politici. Di Maio, dopo aver “chiuso definitivamente” la settimana scorsa, oggi ha tentato di riaprire il forno con la Lega. Il capo politico grillino si è detto (nuovamente) disponibile ad un accordo con Salvini per un premier di garanzia così da attuare una serie di punti programmatici in comune, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero su tutti. Salvini, però, non ha mai voluto mollare la coalizione di centrodestra e ha risposto picche. “Non voglio tirare a campare. O nelle prossime settimane qualcuno fa un passo indietro come abbiamo fatto noi, oppure si torna alle urne”, ha rilanciato il segretario federale.

Il passo indietro non lo farà sicuramente Berlusconi, che al Quirinale si è presentato insieme a Salvini e Meloni. “Rispetto a un governo del cambiamento Salvini ha scelto ancora una volta Berlusconi”, ha tuonato Di Maio, che prima ha svestito gli abiti istituzionali per tornare a indossare quelli da campagna elettorale, poi ha sfoderato l’evergreen grillino: “Quello che dobbiamo dedurre è di formare non un governo del cambiamento di centrodestra, ma un governo dei voltagabbana, della compravendita dei parlamentari, dei traditori del mandato politico nella migliore delle ipotesi”.

Quelli del Partito Democratico sono gli unici intenzionati a supportare un governo di tregua. “Qui c’è da dare certezze al Paese con un governo che blocchi l’aumento Iva e loro continuano a giocare al gatto e al topo. È davvero incredibile, il Paese non si merita tutto questo”, le parole del segretario reggente Maurizio Martina. Al Nazareno si appellano alla responsabilità, dunque. In realtà i dem sono ben consapevoli che un ritorno alle urne in estate potrebbe assestare un colpo decisivo alla sopravvivenza del Pd.

F.G.

Dal Cdm via libera al Def. Ora tocca alle Camere

gentiloni padoan

Entro la scadenza, il Consiglio dei ministri ha approvato il Def. Il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, al termine del Cdm ha detto: “Un Def particolare, come si dice in gergo a politiche invariate, che non contiene la parte programmatica delle riforme che spettano al prossimo governo.

Nel Def c’è la fotografia della situazione tendenziale dell’economia italiana ed emerge un quadro positivo che riflette il buon lavoro fatto in questi 5 anni.  Oggi fotografiamo con questo Def risultati molto rilevanti.

Quello del Def è un quadro che ci dice che l’Italia è uscita finalmente dalla crisi economica più difficile dal dopoguerra, che la crescita è ripresa e si è andata consolidando, che il lavoro dall’inizio della legislatura è cresciuto recuperando circa un milione di posti di lavoro, che il deficit si è ridotto da circa il 3 a attorno al 2 e che anche il debito cresciuto enormemente tra il 2007 e il 2012-2014 si è stabilizzato e comincia a scendere”.

Dopo, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, al termine del Cdm che ha varato il Def, ha affermato: “La crescita nel Def è confermata all’1,5%. Questa cifra riflette un atteggiamento prudenziale di quello che l’economia può produrre. Nel 2018 il debito diminuisce in misura visibile, di un punto percentuale. Si tratta di un dato estremamente importante in un contesto in cui negli anni passati continuava a crescere ed era considerato come uno dei principali fattori di rischio dell’unione monetaria. Ora sta diminuendo grazie a una oculata gestione che mostra che la strategia è quella giusta: non è necessario deviare o pensare a misure eccezionali.

Il rapporto tra deficit e Pil è collocato al 2,3 per il 2017. Questo numero, più alto dell’iniziale previsione dell’1,9 incorpora risorse che il Governo ha messo per aggredire la situazione difficile dal punto di vista bancario.
Le clausole di salvaguardia sugli aumenti Iva nella versione del Def approvata dal governo sono tenute dentro, nell’aspettativa che, come in passato, il prossimo governo presenti misure per rimuoverle.

Nonostante l’impatto degli aiuti alle banche, il Def registra una over-performance della finanza pubblica dovuta ad una accurata gestione, che nulla ha tolto agli stimoli alla crescita”. Padoan, poi, ha anche ricordato la sua visione “Del sentiero stretto, un equilibrio possibile ed efficace tra continuo risanamento della finanza pubblica e sostegno alla crescita, che ha a che fare con l’intonazione ma molto anche con la composizione della politica di bilancio, cioè cosa si è fatto con i soldi pubblici, sia sul fronte del calo delle tasse sia su quello degli investimenti”.

In conclusione, per Padoan: “Il Pil, a legislazione vigente, crescerà all’1,4% nel 2019 e all’1,3% nel 2020”.

Tra i provvedimenti approvati dal Consiglio dei ministri c’è anche il decreto sulla proroga dei tempi di vendita della compagnia aerea. L’annuncio lo ha fatto il presidente del consiglio, Paolo Gentiloni, iniziando la conferenza stampa al termine del Cdm.

Il Consiglio dei ministri uscente, assolvendo il proprio dovere, ha rispettato i tempi tecnici per l’approvazione del Def. Adesso spetterà al Parlamento pronunciarsi in merito.

Salvatore Rondello

Assegno di ricollocazione, lavori usuranti e reddito di inclusione: le novità

Lavoro

SLITTA A MAGGIO L’ASSEGNO DI RICOLLOCAZIONE

Slitta a maggio l’entrata a regime dell’assegno di ricollocazione, che era stato preventivato per il 3 aprile scorso. Lo prevede una nuova delibera Anpal, Agenzia Nazionale Politiche Attive per il Lavoro che sposta la partenza del contributo per i disoccupati senza peraltro fissare una nuova data. Le cause del rinvio sono da attribuire a problemi di adeguamento del sistema informatico da parte dei patronati che hanno richiesto tempi più lunghi del previsto.

Cos’è – Si tratta del contributo economico che va da 250 a 5.000 euro per i servizi per il lavoro che offrono un’opportunità di impiego ad un disoccupato che sia almeno da quattro mesi percettore di Naspi, la nuova indennità di disoccupazione erogata dall’Inps, ma anche a chi rientra nelle politiche di contrasto alla povertà (nel Rei) o è in cassa integrazione straordinaria Inps.

Un assegno che diventa tanto più pesante quanto più è difficile (per formazione, territorio e via dicendo) ricollocare il lavoratore in questione. La somma viene incassata dai centri per l’impiego, dalle agenzia per il lavoro o da altri enti accreditati se l’operazione ha avuto successo, cioè se ha portato a un contratto di lavoro.

A quanto ammonta – L’assegno di ricollocazione va da mille a 5mila euro se il disoccupato trova un nuovo impiego a tempo indeterminato, apprendistato compreso. Da 500 a 2.500 euro se si firma un contratto a termine di almeno 6 mesi. Nelle regioni considerate “meno sviluppate” (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia) si può scendere a 250 fino a 1.250 euro se si instaura un rapporto a tempo tra i tre e sei mesi.

L’entità dell’assegno varia anche a seconda della difficoltà di reinserimento occupazionale dell’interessato, stabilita nella fase di profilazione. Si terrà conto, tra l’altro, di età, sesso, livello di istruzione, collocazione geografica, precedente esperienza lavorativa.

Chi ne ha diritto – L’assegno può essere richiesto non solo da chi ha diritto alla Naspi dell’Inps da almeno quattro mesi ma anche dai beneficiari del Reddito di inclusione e dai lavoratori in accordi di ricollocazione. L’importo dell’assegno non viene attribuito alla persona disoccupata ma al soggetto che si prende in carico il lavoratore; inoltre, viene corrisposto solamente a risultato occupazionale acquisito. Una novità appena introdotta riguarda la procedura prevista dall’ultima manovra grazie alla quale il servizio può essere anticipato per i lavoratori già in Cigs Inps.

La procedura – Una volta che il disoccupato presenta domanda, sceglie chi eroga il servizio di assistenza: può essere un centro per l’impiego o un ente accreditato ai servizi per il lavoro. La richiesta dell’assegno è volontaria e si può presentare anche in via telematica. Il centro per l’impiego, entro 15 giorni, deve decidere se rilasciare o meno l’assegno dopo le verifiche. Se viene accettato si deve quindi elaborare il Patto di servizio personalizzato e il programma di ricerca intensivo. A quel punto il disoccupato deve partecipare agli incontri concordati e deve accettare le offerte congrue di lavoro ricevute. Se rifiuta può andare incontro a sanzioni che partono da una prima riduzione dell’assegno e arrivano alla sua perdita totale.

Come ottenere l’assegno – La somma viene intascata dal centro per l’impiego o dall’agenzia privata per il lavoro “a risultato raggiunto”, cioè alla firma del contratto subordinato. Il disoccupato, per ottenere l’assegno, deve presentare al servizio pubblico (una novità è il coinvolgimento anche dei patronati) la dichiarazione di immediata disponibilità a lavorare, la “Did”, e richiedere la somma. Il servizio si conclude dopo 180 giorni, con una possibile proroga di altri 180 giorni in caso di assunzione con contratto di almeno sei mesi.

Pensione lavori usuranti

DOMANDA ENTRO IL 1° MAGGIO

È in scadenza la domanda per il riconoscimento dei requisiti che garantiscono l’accesso alla pensione anticipata per chi svolge lavori usuranti. Entro il 1° maggio 2018 i lavoratori interessati sono chiamati a presentare il modulo AP45 all’Inps a cui viene fatta richiesta per accedere anticipatamente alla pensione, nel caso si perfezionino i requisiti, dal 1° gennaio al 31 dicembre 2019. Stando alla normativa, inserita nella Legge di Bilancio 2017, infatti, è necessario l’invio dell’istanza all’Inps prima della domanda di pensione vera e propria, perché l’istituto possa riconoscere il beneficio per i lavori usuranti e il rispetto di determinati requisiti.

I requisiti- Il lavoratore, incaricato di svolgere mansioni particolarmente pesanti, ha diritto alla

pensione prima di aver maturato i requisiti previsti dal trattamento ordinario. L’età minima varia sulla base della tipologia di attività lavorativa svolta e va da un minimo di 61 anni e 7 mesi fino a un massimo di 64 anni e 7 mesi di età. Rispettato il requisito anagrafico, sia gli autonomi che i lavoratori dipendenti dediti a lavori pesanti devono vantare un minimo di 35 anni di contributi.

Le categorie – Tra le macro-categorie di lavoratori interessati alla pensione anticipata per lavoro usurante troviamo i conducenti di veicoli di capienza complessiva non inferiore a nove posti adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo; gli addetti alla cosiddetta ‘linea catena’; gli impegnati in mansioni particolarmente usuranti; i lavoratori notturni a turni e/o per l’intero anno (lavoratori a turni che prestano attività nel periodo notturno per almeno 6 ore non meno di 64 giorni lavorativi l’anno; i lavoratori che prestano la loro attività per almeno 3 ore tra la mezzanotte e le cinque del mattino per periodi di lavoro di durata pari all’intero anno lavorativo).

La domanda – Qui il modulo per Ap45 Inps dedicato ai lavoratori in oggetto per presentare domanda di pensione anticipata. Sarà l’Inps a valutare e a comunicare l’esito della domanda di valutazione dei requisiti. Solo dopo una conferma da parte dell’istituto il lavoratore potrà richiedere anticipatamente la pensione con decorrenza a partire dal 1° gennaio 2019 o nei mesi successivi.

Reddito d’inclusione

PRESENTATI I DATI RELATIVI AL PRIMO TRIMESTRE

A tre mesi dal lancio del Reddito di Inclusione (REI) l’Osservatorio statistico Inps ha prodotto i primi dati sulle domande di richiesta del beneficio.

Nella sede di Palazzo Wedekind il Presidente Tito Boeri, il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni hanno recentemente presentato a giornalisti ed esperti del settore i risultati ottenuti dal REI nel primo trimestre del 2018.

Il Presidente Tito Boeri ha sottolineato l’importanza di avere una misura di contrasto alla povertà efficiente. “Il Reddito di Inclusione, il Sia (Sostegno per l’inclusione attiva) e le misure regionali collegate sottolineano l’attenzione dell’Istituto verso le famiglie in difficoltà” – ha affermato il Presidente – “I primi risultati che abbiamo, aggiornati al 23 marzo, parlano di 251mila famiglie raggiunte, corrispondenti a 870mila persone. Abbiamo raggiunto quasi il 50% della platea obiettivo di questa misura. È un dato rilevante. Non esistono schemi di contrasto alla povertà in altri paesi che abbiano superato il 40-50%”.

Tito Boeri ha tracciato un profilo delle persone che hanno fatto richiesta della misura, evidenziando un boom di richieste al sud. “Il dato rileva una evidente incidenza di richieste dove il tasso di disoccupazione è maggiore: 7 nuclei familiari su 10 dei beneficiari appartengono dal sud Italia” – ha aggiunto il Presidente – “È straordinaria la richiesta del beneficio proveniente da famiglie con presenza di persone disabili: un quinto dei richiedenti è rappresentato da questa categoria. L’aiuto alle famiglie in difficoltà con persone disabili è un ampliamento importante reso possibile dal Rei rispetto al preesistente Sia. È importante allargare la platea dei beneficiari di questo strumento e l’obiettivo è raggiungere, a partire da luglio, 2,7 milioni di persone”.

Sull’efficienza dello strumento e l’importanza di controllare i flussi di domanda, il Presidente dell’Istituto ha commentato: “È importante mantenere e controllare questa macchina e chi fa richiesta del beneficio. C’è un grande lavoro dietro il controllo delle domande che arrivano. È difficile raggiungere le persone davvero bisognose. Nelle esperienze internazionali sappiamo che ci sono stati moltissimi fallimenti, abbiamo messo su una macchina che si rivolge esclusivamente a chi davvero ne ha bisogno e siamo orgogliosi del corretto funzionamento della stessa”.

Il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti è intervenuto elogiando la rete, permanente e stabile, di supporto alle persone bisognose, specificando che la misura del Reddito di Inclusione rientra attivamente in questo network. Nel tracciare la linea, il Ministro Poletti ha rilevato che è importante dedicare centinaia di milioni di euro alle misure di contrasto alla povertà.

Nel suo intervento il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, analizzando l’andamento economico del Paese, ha rivendicato la funzionalità del Rei. “È uno strumento efficiente che va difeso. Non abbiamo messo in campo una misura passiva che viene semplicemente a fronteggiare una condizione di difficoltà sociale” – ha dichiarato il Premier – “Abbiamo messo in campo uno strumento fondamentale ed efficiente, che va tutelato per aiutare davvero chi vive in condizioni di povertà assoluta”.

Carlo Pareto

Gentiloni sulla Siria: “L’Italia non è un Pese neutrale”

gentiloni Camera

“L’Italia non è un Paese neutrale, che sceglie di volta in volta con chi schierarsi tra l’alleanza atlantica e la Russia: è un coerente alleato degli Stati Uniti e non di questa o quella amministrazione americana, di Kennedy o Nixon, di Reagan o Clinton, di Bush o Obama. È una scelta di campo, è la nostra scelta di campo”.
Il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, intervenendo alla Camera sulla situazione in Siria dopo l’attacco di sabato scorso Frena sulle derive pro-Russia della Lega.

“La risposta del 14 aprile da parte di Usa, Francia e Gran Bretagna – ha detto Gentiloni – è stata una risposta motivata, mirata e circoscritta. Non ci sono indicazioni di vittime civili né indicazioni di danni collaterali” il che dimostra che “la risposta è stata coordinata con attori presenti per scongiurare vittime civili”. Gentiloni ha poi sottolineato che “all’attacco l’Italia non ha partecipato e ha condizionato il suo supporto logistico al fatto che dal nostro territorio non partissero azioni dirette a colpire il territorio siriano”.

Credo, ha detto ancora il premier, “che non possiamo accettare che si torni a 100 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale a legittimare l’uso della armi chimiche,non possiamo accettarlo”. “La città di Duma, che era l’ultima roccaforte dei ribelli, è stata oggetto di un attacco in cui secondo ogni evidenza si è ripetuto l’uso di armi chimiche: probabilmente cloro miscelato con sarin o agenti assimilabili. Fonti diverse hanno confermato decine di morti e centinaia di feriti. Ma abbiamo la certezza purtroppo che a seguito del veto della Russia alla proposta del Consiglio di sicurezza l’iniziativa per accertare la verità e le responsabilità è stata bloccata”.

Tim, l’entrata del Governo che piace a M5S e Cdx

genish amosMentre non si trovano accordi per il nuovo Governo gli schieramenti politici sono tutti favorevoli all’entrata della Cassa Depositi e Prestiti nel Capitale Tim. Cdp, il braccio finanziario del Tesoro, apre il dossier Tim e oggi lo porterà al tavolo del suo cda, un’entrata in campo per tutelare gli interessi di sistema. Oggi il cda straordinario di Via Goito dovrebbe approvare l’ingresso nel capitale di Tim con una quota tra il 2 e il 5%: ai valori attuali, l’impegno massimo sarebbe di 550 milioni. Al momento non si sa se Cdp disponga di strumenti finanziari finalizzati, oppure se intenda procedere con acquisti diretti sul mercato. Si apre così un altro fronte per Vivendi, il socio di controllo francese, già minacciato dal fondo attivista americano Elliott. Nella sortita di Cdp il presidente del consiglio uscente Paolo Gentiloni, e con lui i ministri Pier Carlo Padoan e Carlo Calenda (in rappresentanza del Ministero dell’Economia e delle Finanze azionista con l’82,77%), risultano allineati a Giuseppe Guzzetti presidente di Acri (le fondazioni bancarie detengono il 15,93% di Cdp).
L’annuncio di Cdp ha avuto subito il riflesso positivo in borsa registrando un +3,72% per il titolo, ma ciò che colpisce è quanto l’iniziativa da secolo scorso di ‘Stato imprenditore’ piaccia sia ai pentastellati che ai leghisti, senza dimenticare i forzisti di Berlusconi, quest’ultimo già in rotta con Vivendi per l’Affaire Mediaset. L’alleato di Berlusconi, Matteo Salvini, sostiene la linea forzista in quanto da tempo si batte per la funzione pubblica da rete di Tim, oltre ai cavi sottomarini della controllata Telecom Sparkle, e dunque lo scenario di una società unitaria della rete con un ruolo per la Cdp (modello Terna). Sullo stesso piano anche il M5S nel cui manifesto elettorale era stato già sottolineato l’impegno “affinché l’infrastruttura di rete e la relativa gestione siano a maggioranza pubblica”.
Tuttavia proprio su Vivendi ci sono i primi contraccolpi, l’ad di Tim, Amos Genish, si è schierato contro l’hedge fund Elliott, dichiarando in un’intervista sul quotidiano francese Les Echoes: “Se Vivendi è entrata in Telecom Italia, lo ha fatto con una visione di lungo termine in quanto partner industriale. Tutto il contrario di un hedge fund come Elliott dalla politica di breve termine”.
Lo scenario si complica proprio per il fondo attivista Elliott, che fino a ieri era sicuro di riuscire a spodestare Vivendi dal controllo di Tim all’assemblea del 24 aprile. Ma non si possono saltare le tappe e i soci sanno che devono comunque segnare in agenda l’impegno del 4 maggio, data per la quale resta confermata la convocazione di un’assemblea ad hoc per il rinnovo del cda. Tim ricorda pertanto ai soci interessati il termine del 9 aprile per la presentazione delle liste di candidati per la nomina del Cda e, secondo quanto trapela, Assogestioni avrebbe rifiutato l’offerta di Elliott per la presentazione di una lista unitaria, in primis essendo impossibilitata per statuto a presentare una lista di maggioranza.

QUESTIONI DI REDDITO

boeri_pensioniIl Presidente dell’Inps fa i conti sulle misure di contrasto alla povertà e stavolta va a smussare uno dei punti cardine della Campagna elettorale dei cinquestelle, il reddito di cittadinanza. Durante la conferenza stampa sullo stato di attuazione della misura di contrasto alla povertà Tito Boeri ricorda alla politica che una misura universale contro la povertà già esiste: è il Reddito di inclusione (Rei) partito a gennaio, fino a 485 euro per le famiglie con più di 5 persone e un Isee non superiore a 6mila euro.
L’Italia “sul contrasto alla povertà ha recuperato un ritardo di 70 anni rispetto ad altri Paesi”, ha affermato Boeri durante la presentazione, pur ammettendo che il Rei “è ai primi passi, ancora sottofinanziato” visto che a disposizione, quest’anno, ci sono solo 1,8 miliardi. Da luglio prossimo “la platea dei beneficiari salirà a 2,5 milioni di persone cioè circa 700mila famiglie“. Stando ai dati presentati mercoledì, nel primo trimestre 2018 i beneficiari di tutte misure di contrasto alla povertà (il Rei ma anche il suo antesignano Sostegno di inclusione attiva e le misure regionali integrative) sono stati quasi 900mila, il 50% della platea potenziale. Il Mezzogiorno resta in pole position per quanto riguarda la povertà. Le persone beneficiate da misure di contrasto alla povertà, cioè con un sostegno al reddito, sono nel primo trimestre 2018 quasi 900 mila e 7 su 10 dei beneficiari risiedono al Sud. Campania in testa, seguita da Sicilia e Calabria (insieme rappresentano il 60% del totale dei nuclei e il 64% del totale delle persone coinvolte). Nell’Osservatorio statistico sul reddito di inclusione presentato oggi dall’Inps e dal Ministero del Lavoro si legge che sono stati coinvolti dal Rei (Reddito di inclusione) 316.693 persone (in 110 mila famiglie) mentre altre 47.868 persone (in 119 mila famiglie) sono state interessate dal Sia (il sostegno di inclusione attiva). “Cumulando il Sia, il Rei e le misure regionali di contrasto alla povertà – ha spiegato il presidente Inps, Tito Boeri – abbiamo raggiunto quasi 900 mila persone. Possiamo dire che in Italia un reddito minimo c’è”.
A rivendicare il Rei anche il Presidente del Consiglio uscente, Paolo Gentiloni, che afferma soddisfatto: “Funziona e non era scontato. Non stiamo parlando di buone intenzioni, che fioccano in questa fase sull’argomento, ma di fatti”.
“Bisogna rafforzare reddito di inclusione rafforzandolo con nuove risorse, se possibile. Non buttando a mare il lavoro che è stato fatto, visto che funziona”, avverte Gentiloni che spiega: “Facciamolo, perché anche su questo il paese si troverà di fronte a un bivio nelle prossime settimane. E l’economia e la società italiana non possono permettersi una fiera delle velleità che ci porterebbe fuori strada”, un riferimento alle misure degli altri partiti, tra questi il M5S.
Tornando al Presidente dell’Inps, i suoi conti non tralasciano proprio la proposta di legge nella scorsa legislatura il reddito di cittadinanza pensato dal M5s che secondo il presidente dell’Inps potrebbe costare tra i 35 e i 38 miliardi di euro. Boeri sottolinea che si tratta “di una cifra molto consistente” e inoltre spiega: “Abbiamo fatto una stima dei costi del Ddl presentato dal M5S, che è la descrizione più accurata di cui oggi disponiamo su questo strumento. L’avevamo valutata già nel 2015 per 29 miliardi – ha aggiunto – ora abbiamo rifatto queste stime alle luce dei dati più recenti, combinando le nostre informazioni con quelle dell’Agenzia delle entrate e riteniamo che possa costare tra 35 e 38 miliardi”.
Sul reddito di cittadinanza è critico anche il leader di Confindustria, Vincenzo Boccia, secondo cui “rallentare sulle promesse elettorali per essere più realisti e per arrivare ad un programma di Governo che non aumenti debito e deficit, che acceleri sulla crescita, e che riduca i divari nel Paese, è la grande sfida”. Parlando ai microfoni di Circo Massimo delle proposte di M5S e Forza Italia su reddito di cittadinanza e flat tax, Boccia avverte che con “risorse scarse”, bisogna “darsi delle priorità”. Il capo degli industriali fa notare che un reddito di cittadinanza “generalizzato” sarebbe “un messaggio anomalo al Paese” ma riconosce che “ci si potrebbe lavorare”.
Proprio per questo a rispondere, dopo le parole di Boeri, sono intervenuti i capigruppo di Movimento 5 Stelle di Camera e Senato, Giulia Grillo e Danilo Toninelli: “Basta bugie sul reddito di cittadinanza – hanno rimarcato – L’Istat ha calcolato in 14,9 miliardi di euro la spesa annua, più 2 miliardi d’investimento il primo anno per riformare i Centri per l’Impiego”.