Politeia, Savona contro il crollo Ue

paolo savonaPoliteia, la parola non esiste. Non se ne trova traccia né sfogliando il dizionario della lingua italiana Devoto-Oli né consultando il vocabolario Zingarelli. Ma è un termine che presto potrà diventare di uso comune in Italia e in Europa. Il nome lo lancia Paolo Savona, scavando nella cultura dell’antica Grecia, per indicare la sua proposta: una politica diretta a perseguire l’interesse generale, per delineare la costruzione di una Europa dei popoli e non delle banche.
La svolta è arrivata ai primi di settembre. Il ministro degli Affari europei ha inviato a Bruxelles un documento dal titolo: «Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa». L’economista sardo ha presentato un documento di 17 pagine, proponendo le scelte per “completare” l’unità europea, recuperando la fiducia dei cittadini colpiti dalla crisi economica, in rivolta contro una Ue più attenta al rigore della finanza che alle necessità delle persone.
Assegna un profondo senso alla parola politeia. Il ministro del governo Lega-M5S ha spiegato in un comunicato stampa: il riferimento lessicale a una “politeia”, anziché alla consueta “governance” è perché «la prima esprime una politica per il raggiungimento del bene comune, mentre la seconda -mutuata dalle discipline di management- indica le regole di gestione delle risorse. Politeia è quindi qualcosa di più di governance».
Rilancia quanto disse a maggio, quando la sua candidatura a ministro dell’Economia (proposta con determinazione da Matteo Salvini e sostenuta da Luigi Di Maio) fu bocciata dal presidente della Repubblica per il suo euroscetticismo comprendente anche l’idea di un Piano B su una eventuale uscita dalla moneta comune nel caso della comparsa del «cigno nero, lo choc straordinario». L’economista argomentò: «Voglio una Europa diversa, più forte, ma più equa». Successivamente Sergio Matterella nominò Giovanni Tria ministro dell’Economia e Savona ministro degli Affari europei.
Adesso, con il documento inviato a Bruxelles, l’economista ha proposto un progetto per cambiare la Ue costruendo una unione politica vera dotata anche di una solida moneta comune. Ha proposto «un Gruppo di lavoro» per esaminare «la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi di crescita nella stabilità e di piena occupazione esplicitamente previsti nei Trattati».
Teoria e decisioni operative marceranno insieme. Il ministro punta su 50 miliardi di euro d’investimenti in Italia per sostenere l’occupazione e lo sviluppo. Enel, Eni, Terna e Leonardo potrebbero investire fino a 36 miliardi mentre gli altri 14 arriverebbero dal governo Conte. In questo modo nel 2019, è il suo ragionamento, potrebbe raddoppiare al 2% la zoppicante crescita del Pil (Prodotto interno lordo) italiano permettendo anche un consistente aumento delle entrate fiscali. Solo la crescita «può sventare il collasso» dell’Italia e della Ue.
Ad agosto il ministro è andato a Francoforte a trovare Mario Draghi, il presidente della Bce (Banca centrale europea) fiero difensore della Ue, dell’”irreversibilità” dell’euro, autore del piano di espansione monetario osteggiato dalla Germania di Angela Merkel e ormai agli sgoccioli. Savona, 81 anni, ministro dell’Industria del governo Ciampi, professore di Politica economica, già direttore dell’ufficio studi della Banca d’Italia e stretto collaboratore di Guido Carli, ha avviato un difficile dialogo con Draghi sui malandati conti pubblici italiani in vista della prossima manovra economica dai possibili contenuti molto costosi (reddito di cittadinanza, flat tax, modifiche alle legge Fornero sulle pensioni). Ha più volte ripetuto di non vuoler distruggere l’Europa ma di volerla forte, unita e interprete degli interessi dei cittadini. Con il populismo della Lega e del M5S non sembra avere nulla da spartire: vuole dare uno sbocco europeo alla protesta sociale. Non vuole confini nazionali chiusi: «Non sono un sovranista, sono un duro trattativista».
È una corsa contro il tempo. Servono profonde e urgenti riforme della Ue a trazione tedesca dominata da severe regole finanziarie e non di sviluppo, pervasa da pericolose spinte autoritarie. Occorre fare presto perché i tempi sono stretti. Entro ottobre il governo Conte-Salvini-Di Maio dovrà presentare la Legge di bilancio 2019 e a maggio si terranno le elezioni europee.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

LINEA MORBIDA

conte salvini di maioIl cambio di rotta è quantomai repentino. Nel giro di poco tempo il programma rivoluzionario del governo è diventato un mero ricordo. È Salvini a dettare la nuova linea. “Intendiamo presentarci ai mercati e all’Europa con una legge di bilancio seria che faccia crescere l’economia di questo paese nel rispetto di tutti i vincoli Ue. È chiaro che non faremo tutto subito, né gli italiani se lo aspettano. Ci saranno opzioni a un anno, a due anni e a tre anni“. Il leader leghista e vicepremier Matteo Salvini, intervistato dal Sole 24 Ore, allunga i tempi per la realizzazione delle promesse elettorali e conferma la nuova linea morbida nei confronti di Bruxelles inaugurata martedì sera. Oggi a Palazzo Chigi si è svolto il vertice di maggioranza tra il premier Giuseppe Conte e i suoi due vice Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Tra i temi al centro della riunione, le priorità della manovra economica. Sono presenti anche il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, quello dell’Economia, Giovanni Tria, e quello degli Affari Europei, Paolo Savona. Moavero viene dalla scuola di Mario Monti a da sempre vede nell’Europa l’unico faro da seguire. Non a caso fu ministro per gli affari europei durante il governo del professore ora Senatore a vita, con il compito di recepire quanto veniva da Bruxelles per portarlo pari pari al consiglio dei ministri.

Il presidente del Consiglio Conte ogni tanto si ricorda di essere alla guida del Governo e si lascia andare in qualche dichiarazione. Solitamente lo fa quando deve tranquillizzare i mercati. “Nell’incontro di questa mattina – ha detto – abbiamo continuato a lavorare alla manovra economica e ci aggiorneremo anche domani. Stiamo approfondendo tutti i dettagli per varare un piano finanziario che tenga i conti in ordine e che consenta al Paese di perseguire un pieno rilancio sul piano economico-sociale: la nostra sarà una manovra nel segno della crescita nella stabilità”. “Stiamo lavorando alle riforme strutturali a favore della competitività del sistema-paese che saranno parte qualificante del Piano nazionale Riforme e, quindi, parte integrante della manovra economica”, ha affermato il premier in una nota diffusa al termine del vertice.

Salvini, dopo aver incassato un ricco bottino, almeno nei sondaggi, grazie alla spregiudicata politica sui migranti, si incarica di apparire rassicurante soprattutto dopo l’impennata, ora fortunatamente in fase di rientro, dello spread. Ora infatti il leader della Lega parla di rispetto degli impegni con l’Europa. Parole apprezzate subito dopo da un quasi incredulo presidente degli industriali Vincenzo Boccia. Salvini deve gestire il suo bottino di voti: le elezioni europee sono dietro l’angolo e in caso di crisi finanziaria avrebbe tutto da perdere. Di Maio ha il problema opposto: il decreto dignità non ha portato i risultati sperati e ora ha bisogno di una levata d’ingegno per risalire nei sondaggi. Per l’M5S la legge finanziaria è l’ultima occasione prima di giugno per tornare ad essere competitivi nei confronti dell’alleato di governo. Ma i temi tanto cari al Movimento, come il reddito di cittadinanza sui cui il movimento ha lucrato gran parte dei consensi, sono ancora lontani dall’entrare nella agenda di governo. Comunque anche Di Maio cerca di mostrare un volto rassicurante. Lo spread evidentemente ha lasciato un segno. “La prossima manovra – ha detto – manterrà i conti in ordine ma sarà coraggiosa: rassicurerà i mercati, ma anche le famiglie che hanno bisogno, i cui figli non trovano lavoro”. E ancora: “Non c’è contrapposizione con il ministro Tria, c’è lavoro di squadra”. E rispondendo ai cronisti che gli chiedono se la manovra manterrà il tetto del 2%, afferma: “Faremo una manovra che ridarà il sorriso agli italiani e che manterrà i conti in ordine” ha detto Di Maio. Sembra un poco la storia della botte piena e della moglie ubriaca…

Ginevra Matiz

La Lega teme il collasso da spread, il M5S no

spreadLo spread può diventare una malattia pericolosa, pericolosissima. Nel novembre 2011 morì il governo di Silvio Berlusconi per collasso da spread. Il differenziale tra i buoni del tesoro decennali italiani e quelli tedeschi esplose fino a 574 punti, portando quasi al crac i conti pubblici nazionali: Berlusconi fu disarcionato da presidente del Consiglio e al suo posto subentrò l’economista Mario Monti alla guida di un governo tecnico.

Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, braccio destro del segretario leghista Matteo Salvini, teme che la storia possa ripetersi, ha paura di un nuovo attacco dello spread con la vendita sui mercati finanziari internazionali di una valanga di titoli del debito pubblico italiano. Il collasso da spread potrebbe arrivare tra fine agosto e i primi di settembre.

Già qualcosa si è visto: lo spread, da quando l’esecutivo di Paolo Gentiloni ha ceduto il passo al governo Conte-Salvini-Di Maio, è aumentato da 120 a 280 punti: circa 5 miliardi di euro in più l’anno da pagare in interessi sui titoli del debito pubblico. Giorgetti a ‘Libero’ ha confidato: «L’attacco me lo aspetto, i mercati sono popolati da affamati fondi speculativi, che scelgono le prede e agiscono». Soprattutto in estate i rischi sono alti «quando ci sono pochi movimenti nelle Borse, un periodo propedeutico a iniziative aggressive nei confronti degli Stati, come è accaduto in Turchia».

Giorgetti teme un attacco politico delle élite internazionali al governo Lega-M5S, il primo esecutivo populista nella storia dell’Europa occidentale: «Il governo populista non è tollerato. La vecchia classe dirigente italiana ed europea vuol fare abortire questo governo per non alimentare precedenti populisti», ma l’orizzonte dell’esecutivo «non sarà di breve termine. L’accordo con il M5S è saldo».

Il 31 agosto e il 7 settembre saranno due date cruciali perché prima Fitch e poi Moody’s si pronunceranno sull’affidabilità del sistema finanziario del Belpaese. A fine mese ci sarà la revisione del rating da parte di Fitch, i primi di settembre sarà la volta di Moody’s. Si teme un declassamento della solvibilità dell’enorme debito pubblico nazionale e, in quel caso, sarebbe un disastro, la bancarotta. Forse per questo motivo sia Giorgetti sia il ministro per le Politiche Europee Paolo Savona sono andati a trovare Mario Draghi. Probabilmente proprio essi, due euroscettici critici sull’euro, sono andati a chiedere aiuto al presidente della Banca Centrale Europea, il primo convinto sostenitore dell’”irreversibilità” della moneta unica del vecchio continente.

Luigi Di Maio, pilastro del governo Conte assieme a Salvini, invece non ha paura del collasso da spread. Il capo del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, in una intervista al ‘Corriere della Sera’ si è mostrato fiducioso: «Non credo che avremo un attacco speculativo…Io non vedo il rischio che questo governo sia attaccato, è una speranza delle opposizioni». Ma si tiene pronto a reagire: «Se qualcuno vuole usare i mercati contro il governo, sappia che non siamo ricattabili».

Reddito di cittadinanza, flat tax e modifica della legge Fornero sulle pensioni sono le tre principali promesse sulle quali Di Maio e Salvini hanno vinto le elezioni politiche del 4 marzo, ma sono provvedimenti molto costosi, considerati rischiosi da Bruxelles per l’impatto sui malandati conti pubblici italiani. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo ha usato toni suadenti verso la commissione europea: «I provvedimenti fondamentali del contratto li faremo col massimo rispetto degli equilibri di bilancio». Comunque nel voto europeo di maggio «l’establishment sarà spazzato via da elezioni storiche». Bastone e carota. La partita è aperta tra il governo populista grilloleghista e l’Unione Europea.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Legge di bilancio, una manovra azzardata

ministero-economia-1Il premier Giuseppe Conte ha riunito i principali ministri del governo a Palazzo Chigi per avviare il cantiere della legge di Bilancio, mentre le vendite sui titoli di Stato italiani hanno portato lo spread con la Germania fino a toccare i 270 punti base.

Nel pomeriggio, il responsabile dell’Economia Giovanni Tria, si è detto soddisfatto dell’esito del lavoro, spiegando che gli obiettivi di bilancio sono compatibili con l’avvio di flat tax e reddito di cittadinanza, cavalli di battaglia di Lega e M5S. La dichiarazione del ministro Tria è stata in controtendenza a quanto ha dichiarato fino a pochi giorni fa nonostante la congiuntura manifesta segnali in rallentamento.

Il presidente del Consiglio, in una nota diffusa dopo la riunione, ha detto: “Oggi abbiamo deciso la programmazione economico-finanziaria che presenteremo nel prossimo mese di settembre”.

Al vertice hanno partecipato il sottosegretario alla presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti (Lega), il vicepremier Luigi Di Maio (M5s), i ministri dell’Economia Giovanni Tria, degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, per gli Affari europei Paolo Savona ed Elisabetta Trenta.

Il leader della Lega Matteo Salvini, vicepremier e ministro dell’Interno, era assente perché impegnato a Milano Marittima.

Conte ha spiegato: “Abbiamo operato una ricognizione dei vari progetti di riforma che consentiranno all’Italia di avviare un più robusto e stabile processo di crescita economica e di sviluppo sociale, rendendosi più competitiva sul mercato globale. Abbiamo esaminato i mutamenti del quadro macro-economico e le condizioni del bilancio a legislazione invariata”.

Ieri, in Borsa, la mattinata è iniziata male per i titoli italiani. Alcuni trader e analisti hanno spiegato il rialzo dei rendimenti in atto già da ieri con il perdurare dei timori sulla tenuta del governo e del bilancio pubblico.

Dal picco di 270 punti, il differenziale di rendimento tra Btp e Bund decennali è sceso a quota 251, comunque sopra i 246 di ieri. Il tasso sul benchmark a 10 anni è al 2%.

Christoph Rieger di Commerzbank ha commentato: “Il timore è che Tria sia costretto alle dimissioni, evento che porterebbe alla fine del governo, a nuove elezioni e ad un ulteriore rafforzamento della Lega. L’alternativa, sempre sgradita al mercato, è che il governo vari un bilancio in contrasto con le norme europee e apra un conflitto con la Commissione”.

Salvini, intervistato da Sky, escludendo scenari di crisi, ha detto: “La legge di Bilancio conterrà primi passi su Flat tax, smontaggio della legge Fornero e stralcio delle cartelle esattoriali. Abbiamo un’economia salda. Tanti investitori esteri non vedono l’ora di investire da noi”.

Tria ha confermato in Parlamento l’intenzione di aumentare il deficit del 2019, visto nel Def di aprile allo 0,8% del Pil in termini tendenziali, senza rivedere in peggio il saldo strutturale, calcolato al netto del ciclo e delle una tantum. Il mese scorso, due fonti vicine alla situazione hanno riferito a Reuters che il governo potrebbe alzare il deficit/Pil 2019 all’1,3 o all’1,4%. Ma nella maggioranza e nel governo c’è anche chi spinge per obiettivi più ambiziosi.

Savona ha proposto di negoziare con l’Europa margini in bilancio sufficienti a finanziare 50 miliardi di investimenti pubblici.

Il quadro è reso incerto anche dalla congiuntura economica meno favorevole del previsto. Il Pil nel secondo trimestre è cresciuto di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali dopo il +0,3% del primo. Ed Istat ha avvertito che prosegue l’attuale fase di contenimento dei ritmi di crescita economica.

Il Def stima un Pil a +1,5 nel 2018 e a +1,4 nel 2019, contro rispettivamente l’1,2 e l’1% indicati dal Fondo monetario internazionale il 16 luglio. Il governo aggiornerà il quadro macro e obiettivi di bilancio a fine settembre. La manovra sarà presentata al Parlamento e Commissione europea nel mese di ottobre.

Dunque, nella prossima finanziaria verrebbero inserite, nonostante le frenate fatte dal Tesoro, nei giorni scorsi, anche la flat tax e il reddito di cittadinanza, i due cavalli di battaglia dei gruppi di maggioranza del governo guidati da Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Più avanti si vedrà se questo accordo, che vede la Lega e il Movimento 5 Stelle su posizioni sensibilmente diverse, riuscirà a tenere nonostante le pressioni dell’Unione europea, le esigenze di bilancio e le incursioni in parlamento.

Ieri pomeriggio, è durato in tutto un paio d’ore l’incontro sulla manovra economica che dovrà essere presentata in autunno, e dopo il ritorno dalle ferie estive sarà il principale scontro politico.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, subito dopo le parole di Tria, ha twittato: “L’Italia sta morendo di tasse. Nella prossima manovra economica parte la rivoluzione fiscale. A qualcuno all’estero non PIACERÀ? Pazienza, non ci faremo fermare da qualche rimbrotto”.

In un video pubblicato su Facebook, Matteo Salvini ha anche detto: “Non mi interessa se qualcuno all’estero dice che non si può fare, si dovrà fare. Questo è il governo del cambiamento: non ha paura di due rimbrotti e minacce che arrivano da qualche parte”. Poi ha elencato le priorità: “Riduzione delle tasse, revisione della Fornero, stralcio delle cartelle fiscali di Equitalia e pagamento dei debiti della pubblica amministrazione nei confronti dei privati”.

Il deputato di Forza Italia, Renato Brunetta, in una nota, ha dichiarato: “Il vertice tra rappresentanti del governo tenutosi oggi sui contenuti della prossima legge di bilancio non ha per nulla risposto alle domande che il mondo politico e i mercati avevano posto all’esecutivo guidato da Giovanni Conte. Stando ai comunicati rilasciati a margine dell’incontro, sembrerebbe essere prevalsa la linea anti-europeista dei vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che prevede l’introduzione, già nella prossima manovra, del reddito di cittadinanza, della flat tax e l’abolizione della legge Fornero, da finanziare attraverso un maxi ricorso al deficit pubblico. Sembra quindi che il governo intenda procedere nella sua azione di sfida aperta alla commissione europea, alla quale chiede di sforare i parametri europei di finanza pubblica, incurante del monito del ministro dell’Economia Giovanni Tria, il quale ha detto apertamente che i soldi per finanziare il faraonico programma economico giallo-verde non ci sono per nulla. Questo atteggiamento non farà altro che spargere ulteriore benzina sul fuoco dei mercati finanziari, che si attendevano parole ben diverse, di rassicurazione sui conti pubblici che, però, non sono arrivate. Non ci resta, a questo punto, che aspettarci un altro round di svendite dei nostri titoli di Stato”.

Intanto, anche quest’anno ad agosto sarà sospeso l’invio delle cartelle e delle comunicazioni fiscali ad agosto. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha detto: “Nell’ottica di una sempre maggiore attenzione verso i cittadini, l’amministrazione finanziaria ha deciso di sospendere ad agosto l’invio di oltre un milione di atti. È un segno di riguardo nei confronti dei contribuenti, con l’obiettivo di ridurre al minimo eventuali disagi in un periodo particolare dell’anno. Saranno invece comunque avviati gli atti cosiddetti inderogabili. L’amministrazione non sospende ovviamente la sua attività interna ma si muove in una logica di buon senso e di semplificazione dei rapporti con famiglie, imprese e professionisti”.

Per realizzare il programma, il governo giallo-verde, dunque, avrebbe trovato i 50 miliardi necessari seguendo il percorso indicato da Savona. Così il ministro dell’Economia Giovanni Tria avrebbe dato il via libera. Non sappiamo se la Commissione dell’UE ha dato il via libera alla richiesta del governo Conte che ha delineato la nuova legge di bilancio. Inoltre, sulle prospettive congiunturali influirà l’effetto dei dazi, ma anche la cessazione del Qe della Banca Centrale Europea. Già si stanno manifestando i primi segnali di rallentamento sull’economia europea ed anche su quella italiana.

In sintesi, nella migliore delle ipotesi, è una manovra molto azzardata, che si appresterebbe a varare il governo giallo-verde. Va ricordato, inoltre, che per ogni rialzo dello spread pari a cento punti base (cioè 1%), gli italiani pagheranno un costo aggiuntivo di 18 miliardi per interessi sul debito pubblico.

Salvatore Rondello

L’Ecofin all’Italia: serve una correzione dei conti

tria moscoviOggi, l’Ecofin ha approvato le raccomandazioni specifiche per Paese pubblicate dalla Commissione Ue a maggio scorso, con le quali si è chiesto all’Italia “uno sforzo strutturale di almeno lo 0,3% del Pil nel 2018, senza alcun margine aggiuntivo di deviazione sull’anno”. La motivazione del Consiglio della Commissione Ue è stata perché: “C’è un rischio di deviazione significativa dal percorso verso l’obiettivo di medio termine. Nel 2019, dato il debito sopra il 60%, l’aggiustamento richiesto è dello 0,6%. L’Italia, a una prima valutazione, si prevede che non rispetterà la regola del debito nel 2018 e 2019. Inoltre, l’elevato debito pubblico implica che ampie risorse siano assegnate a coprire i costi per servire il debito, a detrimento di misure che aiutano la crescita incluse istruzione, innovazione e infrastrutture. In generale, il Consiglio è dell’opinione che le misure necessarie dovrebbero essere prese dal 2018 per rispettare le indicazioni del Patto. Sarebbe prudente anche l’uso di entrate inattese per ridurre il debito”.

Il commissario agli affari economici, Pierre Moscovici, con riferimento alla situazione italiana ha detto: “Ricordo che l’aggiustamento strutturale è indipendente dalla crescita. Quando ero ministro l’aggiustamento strutturale della Francia, era superiore a un punto percentuale all’anno. E non è quello che chiediamo all’Italia”.

Il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno ha fatto presente quanto segue: “Nell’ultimo Eurogruppo il ministro Tria è stato chiaro sugli impegni del Governo italiano sugli aggregati di bilancio, e questo include il profilo di riduzione del debito rispetto al Pil e sul deficit”.

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, a margine dell’Ecofin a Bruxelles, ha ribadito: “Per quanto riguarda il 2018, noi non cambiamo gli obiettivi. Si vedrà a consuntivo se abbiamo rispettato o no l’impegno preso con la Commissione Europea. Riteniamo che non ci sarà alcun allargamento del bilancio e nessuna restrizione, nel senso di manovra correttiva, lo abbiamo già detto. Riteniamo che questo sia sufficiente per raggiungere gli obiettivi. Poi si vedrà, è probabile che il gap si colmi, ma lo vedremo quando ci sarà il consuntivo. Non sono in grado di dire se a consuntivo ci sarà lo 0,3%, lo 0,2% di aggiustamento strutturale. Vedremo, questo dipende da molti fattori”. Alla domanda: “Quindi a primavera?”, il ministro Tria ha risposto: “Sì, certo. Quanto al 2019, ho ripetuto al commissario Moscovici che nel mio discorso in Parlamento ho preso l’impegno di proseguire nel percorso di riduzione del rapporto debito/Pil, e quindi faremo una manovra che sia coerente con quel risultato. Successivamente, ho preso un ulteriore impegno, molto più rigido, che non ci sarà nessuna inversione di tendenza per quanto riguarda l’aggiustamento strutturale. Misura e tempi dell’aggiustamento strutturale sono l’unica cosa in discussione, ma non è in discussione il fatto che si prosegue nell’aggiustamento strutturale. È probabile che dovremo rivedere i tempi, il timing, in relazione al rallentamento dell’economia europea.

L’Italia in genere segue l’andamento dell’economia europea, almeno fino ad oggi: speriamo non sempre. Abbiamo anche discusso della qualità e ci siamo trovati molto d’accordo sul fatto che è essenziale migliorare la qualità del bilancio, della spesa. L’obiettivo di far crescere la quota di investimenti pubblici rispetto alla spesa corrente è il centro della manovra politica di bilancio. Il profilo di discesa del debito non è in discussione: discuteremo dei tempi, ma il centro della manovra è ribaltare la tendenza che c’è stata fino ad oggi, quella cioè di aumentare la spesa corrente nell’ambito della spesa totale, a discapito di quella per investimenti. Questo è stato molto apprezzato, perché in passato è stato concesso molto all’Italia per aumentare gli investimenti che però si sono sempre ridotti, malgrado la flessibilità fosse stata ottenuta dichiarando che sarebbe stata utilizzata per gli investimenti. Lì è il centro della questione, perché questo sarebbe un vero aggiustamento strutturale dell’economia italiana e del bilancio italiano”.

Il titolare di via XX Settembre ha affrontato anche il tema del reddito di cittadinanza, dicendo: “Nessuno dice che non si troveranno i soldi in futuro. Non si possono calcolare 45 miliardi addizionali: sono tre punti percentuali di Pil. Ovviamente, se noi andassimo al 5% di deficit, il giorno dopo l’Italia va in default. E’ questo il problema, non le regole europee. La questione è che non si pone il problema in questi termini, stiamo studiando il bilancio. Se il governo ha trovato 50 miliardi per misure di questo tipo, vuol dire che 50 miliardi dentro già ci sono: basta utilizzarli per fare il reddito di cittadinanza, perché i bisogni sono quelli. Bisogna vedere quali sono gli strumenti ritenuti più adatti per rispondere a certi bisogni, non è che si aggiungono. L’implementazione del programma di governo viene studiata in termini di mutamento interno al bilancio della spesa, cercando di vedere quali sono gli strumenti più adatti a rispondere a certi bisogni. Le differenze politiche sono perché uno pensa che è meglio operare con certi strumenti e altri pensano che sia meglio operare con altri: lì c’è la discontinuità. Non è tra fare l’1 o il 5% di deficit: quella non è discontinuità, è irresponsabilità”.

Poi, rispondendo alla domanda se si prepari anche lui a gestire un ‘cigno nero’, (l’evento improbabile ma non impossibile  evocato dal ministro degli Affari Europei Paolo Savona), Tria ha spiegato: “Non considero i cigni neri, sennò non dovrei più uscire di casa, perché potrebbe cadermi una tegola in testa e potrei morire. Io sono avventuroso ed esco di casa la mattina, comportandomi normalmente”.

Infine, difendendo Savona, ha detto: “Non mi pare che Savona abbia fatto dichiarazioni improprie sull’euro. Ha sempre e solo parlato di quale sarebbe la ‘governance’ ideale dell’Eurozona, che è una cosa ben diversa”.

Ma intanto, nel supplemento al Bollettino Statistico della Banca d’Italia “Finanza Pubblica, fabbisogno e debito” si legge quanto segue: “Nuovo record assoluto per il debito pubblico italiano che a maggio è aumentato di 14,6 miliardi rispetto al mese precedente, risultando pari a 2.327,4 miliardi”.
L’aumento da fine 2017, quando il debito si è attestato a 2.263 miliardi, è stato di 84,3 miliardi con un incremento del 3,6%.

Sempre a maggio le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 33,6 miliardi, sostanzialmente stabili rispetto allo stesso mese del 2017. Nei primi cinque mesi del 2018 le entrate tributarie sono state pari a 155,2 miliardi, in aumento poco più di 800 milioni rispetto allo stesso periodo dello scorso anno quando avevano toccato i 154,3 miliardi.

Nel Bollettino si legge anche: “Al netto di alcune disomogeneità contabili, si può stimare che la dinamica delle entrate tributarie sia stata più favorevole”.

Nonostante quest’ultima effimera nota positiva, l’incremento del debito pubblico ha raggiunto valori significativi. Con questa realtà dovrà fare i conti il ministro Tria ed anche il governo giallo-verde con i programmi di cambiamento.

Salvatore Rondello

Governo. Obiettivi e contrasti, altri nodi al pettine

Conte Camera

L’azione del Governo comincia a manifestarsi con obiettivi e contrasti sempre più confusionari. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, intervenendo all’assemblea dell’Abi, ha indicato tre obiettivi dell’azione di politica economica che il governo intende realizzare. Il ministro Tria ha spiegato: “Il Paese, se pur a ritmi non soddisfacenti, presenta tassi di crescita positiva. Le condizioni di salute dell’economia e dei conti pubblici sono ancora buone. Tuttavia, anche se all’interno di un quadro generale positivo, gli indicatori recenti mostrano che c’è un rischio di una moderata revisione al ribasso della stima della crescita. A pesare è il rallentamento della produzione industriale e un rallentamento delle esportazioni. Il disegno riformatore del governo andrà avanti tenendo sempre presente l’impegno alla  riduzione del debito pubblico. In un contesto complesso, la risposta italiana sarà procedere con le riforme strutturali previste nel contratto di governo, con l’idea di avere la capacità di rispondere agli shock esogeni e attivare fattori endogeni di crescita economica”.

Dopo questa premessa, Tria ha indicato i tre principali obiettivi del governo: “Il primo è quello della riforma delle imposte, principalmente dirette con l’obiettivo prioritario di ridurre gradualmente il carico fiscale sui redditi di famiglie e imprese. Il secondo è quello dell’inclusione sociale facendo leva sulle politiche attive sul lavoro, con enfasi sul contrasto alla povertà. Altro caposaldo è poi il  rilancio degli investimenti pubblici, non solo tramite maggiori risorse di bilancio, ma anche rimuovendo gli ostacoli burocratici e le debolezze organizzative che li hanno frenati negli ultimi anni. Si tratta di uno sforzo dell’intero governo sui temi della semplificazione e sono già all’ordine del giorno dei lavori dell’esecutivo. Occorre puntare sullo stimolo endogeno alla crescita basato sugli investimenti pubblici e su quelli privati perché questo significa affrontare il tema dell’occupazione di oggi e al tempo stesso costruire una capacità produttiva addizionale di cui beneficerà il lavoro delle generazioni future. Gli obiettivi di consolidamento dei conti pubblici non derivano dagli impegni europei, seppure importanti e che siamo impegnati a rispettare,  ma dalla necessità di rafforzare la fiducia degli investitori esteri e nazionali nella stabilità finanziaria del Paese. Quanto alla moneta unica, se l’obiettivo di rafforzare l’Unione monetaria è condivisa, nell’area dell’euro, ampie restano le divergenze sulle modalità migliori per conseguire l’obiettivo. Riguardo poi alla imposizione di dazi da parte degli Usa e ulteriori misure protezionistiche dagli Stati Uniti e dalla Cina preoccupano le imprese e possono portare a una revisione al ribasso della crescita degli investimenti. Preoccupa in particolare il possibile ampliamento di misure protezionistiche da parte degli Usa sul settore dell’auto europeo che è un settore importante per l’Italia”. Anche il ministro Tria ha auspicato la necessità che non si arrivi a una guerra commerciale globale. Ma intanto, Trump inasprisce i dazi con la Cina e la Germania.

Le ‘buone intenzioni’ del Governo già si conoscevano, ma da Tria ci saremmo aspettati la ricetta per risolvere l’annoso problema della ‘botte piena e moglie ubriaca’.

All’indomani delle parole del ministro per gli Affari europei Paolo Savona, riguardo all’ipotesi di un abbandono della moneta unica, sono continuati i conflitti interiori del Governo giallo-verde. Il vicepremier  Luigi Di Maio, ospite a Omnibus su La7, in proposito ha detto: “Il governo non sta lavorando a un piano per l’uscita dall’euro. Non possiamo immaginarlo. Se altri ci vogliono cacciare non lo so, ma non c’è la volontà nostra.  Ieri, Savona, nel corso dell’audizione in commissione Affari Ue al Senato, ha spiegato che la sua posizione rispetto all’uscita dall’euro è quella di essere “pronti a ogni evenienza, anche al ‘cigno nero’, lo choc straordinario”.

Anche l’ex ministro dell’Economia,  Pier Carlo Padoan, ha commentato le parole di Savona: “Se un ministro di un governo dice che sta pensando a un piano B e che questo implica l’uscita dall’euro, questa è una affermazione che viene vagliata con molta attenzione, dai mercati in primo luogo. Ci sono delle analisi del rischio Italia che mostrano che nei mercati esiste il ‘rischio di ridenominazione’, ossia sui mercati si sconta una possibile situazione in cui l’Italia sia costretta a uscire dall’euro con l’introduzione di una nuova lira. E le parole di Di Maio sono importanti perché vanno in direzione opposta. Il fatto che ci sia un ‘cigno nero’, come dice Savona, cioè un evento imprevedibile e grave, non implica che si debba pensare come risposta un’uscita dall’euro. Questa è una situazione che non è sostenibile”.

L’inopportuna dichiarazione di Paolo Savona è stato un nuovo elemento di contrasto in seno al governo Conte.

Aspettiamo ancora, a distanza di oltre due mesi, di conoscere le vere intenzioni del nuovo governo sulla realizzazione di quel programma basato sulla propaganda elettorale della Lega e del M5S.

Salvatore Rondello

La posizione critica di Paolo Savona rispetto all’Euro e i due ‘Piani’

paolo savonaLa possibile nomina di Paolo Savona a Ministro dell’economia nel governo “Di Maio-Salvini” ha suscitato reazioni fuori misura. L’accusa era che egli volesse condurre l’Italia fuori dall’euro; è vero che Savona si è sempre dichiarato non disposto “a morire per Maastricht”, ma questa sua non disponibilità all’estremo sacrificio per salvare la moneta unica europea è sempre stata collocata all’interno di un discorso critico che, per quanto dissonante all’orecchio degli “integralisti europei” proni a Brexelles e a Berlino, non è mai stato molto diverso da quello di tanti tra coloro che, con la possibile nomina di Paolo Savona alla guida dell’economia italiana, “urlavano al lupo”.
La posizione critica di Paolo Savona rispetto all’Euro può essere riassunta nella prospettazione di due “Piani”, i cui contenuti sono stati da lui formulati sin dagli anni non sospetti precedenti l’inizio della crisi della Grande Recessione iniziata nel 2007/2008: un Piano A, per valutare responsabilmente la possibilità di continuare ad adottare la moneta unica, e un “Piano B”, contenente le modalità d’una possibile uscita ordinata dell’Italia dalla moneta unica.
Il due “Piani” sono stati originariamente formulati da Savona allorché egli ha proposto che venisse adottata, da parte dell’Italia, una strategia complessiva da utilizzare nei confronti del Paese forte, la Germania, al fine di modificare la struttura portante dell’Unione Europea, ipotizzando che il “Piano B” potesse essere utilizzato come “ricatto-minaccia” per la piena attuazione del “Piano A”.
Poiché la situazione italiana è peggiorata con l’avvio della crisi del 2997/2008, Savona ha condiviso l’idea che il “Piano B”, nell’impossibilità di vedere attuato il “Piano A”, potesse diventare prioritario, in considerazione del fatto che la “sordità” di Bruxelles e di Berlino rendevano difficile che l’Italia potesse continuare a rimanere nel sistema dell’eurozona. In ogni caso, Savona avvertiva che il “ritorno alla lira” non dovesse essere inteso nel senso letterale di un ritorno alla “moneta vecchia”, ma, più propriamente, come ricupero di una maggiore autonoma sovranità monetaria che consentisse di disporre di tutti quegli strumenti di politica economica e monetaria propri di uno Stato sovrano, progressivamente abbandonati per l’adesione alla moneta unica.
Forse l’Europa non si sarebbe disintegrata, né l’euro sarebbe scomparso dalla scena europea e mondiale, ma se non fossero stati rimossi i gravi difetti strutturali su cui si reggeva l’intera organizzazione comunitaria e la circolazione dell’euro, le conseguenze, secondo Savona, sarebbero state gravi per l’Italia; esse si sarebbero tradotte nell’arretramento di alcune aree territoriali, come quella del Mezzogiorno e il costo si sarebbe tradotto in minore crescita dell’economia nazionale e in termini di maggiore disoccupazione e di minore benessere per l’intera area meridionale. Così sentenziava Paolo Savona nell’ultimo suo “J’accuse”, “Il dramma italiano di un’ennesima occasione perduta”.
Savona, in quest’ultimo pamphlet è andato persino oltre nel denunciare gli effetti negativi dei difetti di struttura dell’organizzazione economica e monetaria dell’Unione Europa (UE), affermando che la loro mancata rimozione avrebbe avuto conseguenze nefaste anche sui regimi liberal-democratici, dai quali aveva tratto origine il quadro politico che aveva consentito di realizzare, all’interno degli Stati costitutivi dell’UE, le condizioni poste alla base del livello di benessere del quale godevano le loro popolazioni.
Ciò sarebbe accaduto, affermava Savona, per via del fatto che la filosofia “pseudo liberale” che era prevalsa in Europa era di tipo “costruttivista”, illudendo le singole dirigenze politiche degli Stati membri dell’UE di poter costruire un mondo migliore attraverso l’imposizione di vincoli all’azione, invece di accrescere le libertà dell’individuo e, con esse, l’assunzione di maggiori responsabilità in merito al futuro del Paese. In altri termini, secondo Savona, i mali dell’Europa dovevano essere ricondotti al fatto che nel Vecchio Continente si era consolidato un “pensiero unico”, imposto per giustificare l’organizzazione economica, politica e sociale realizzata, la quale si stava però rivelando del tutto inadeguata a risolvere i problemi interni di quegli Stati membri che, come l’Italia, stentavano ad affrontare gli effetti della stagnazione economica.
Contro il monolitismo del pensiero unico, approfittando del fatto che le sue insidie ai danni della democrazia ancora non avevano del tutto spento la libertà di parola, Savona proponeva l’attuazione di “una politica economica diversa” e, a tal fine, lanciava contro l’establishment dominante in Italia, tre “J’accuse”: di aver tenuto acceso il motore delle esportazioni e spento quello dell’edilizia; di aver accettato la spaccatura dell’unità d’Italia tra il Nord e il Sud, senza l’intenzione di porvi rimedio; di aver imposto maggiori tasse per finanziare maggiori spese, in luogo di sanare il debito in essere, approfittando delle eccezionali condizioni monetarie internazionali.
Sulla base di queste accuse, i limiti della politica economica che veniva attuata in Italia dopo l’inizio della crisi, erano rinvenuti da Savona in particolare nell’accanimento con cui la dirigenza politica nazionale mostrava di volersi attenere all’”overdose di decisioni europee”, per salvaguardare, si sosteneva, la stabilità della moneta unica, nonostante che le misure attuate si rivelassero inadatte allo scopo.
A supporto delle sue critiche, Savona ricordava che gran parte degli analisti esteri sostenevano che l’euro non poteva sopravvivere così com’era stato costruito; per via delle sue malformazioni genetiche, invece di “trascinare” i Paesi europei verso la stabilità e l’unificazione politica, li allontanava facendo loro correre il rischio di mettere in crisi ciò che sino ad allora era stato realizzato. Corollario di questa diagnosi estera – affermava Savona – era che l’Italia, a causa della moneta unica, “non ce la poteva fare”, perché aveva accumulato un debito pubblico sproporzionato, un’organizzazione statale inefficiente e costosa, un mercato del lavoro rigido e un sistema tributario scoraggiante.
A fronte di questa situazione, l’overdose delle decisioni europee, prima ancora di rimuovere il difetto di architettura dell’UE, che generava eccessi di risparmio [nella forma di avanzi di bilancia corrente con l’estero] ed impediva di assorbirli con una politica di deficit spending che avesse alimentato la domanda interna, si sarebbe dovuto operare, secondo Savona, per un’appropriata riduzione del debito pubblico”; mancando di agire per una riforma dell’intero impianto sul quale era fondato l’euro, l’Italia avrebbe perso l’opportunità di avvalersi dei vantaggi resi potenzialmente possibili dal mercato interno europeo.
Se tutto ciò fosse stato evitato dai responsabili della politica economica nazionale, si sarebbe potuto non solo potenziare il “motore delle esportazioni” per rilanciare la crescita del Paese, ma sarebbe divenuto possibile “riaccendere” anche il motore parimenti importante delle costruzioni, per affrontare il dimenticato fardello del Mezzogiorno, la cui mancata soluzione avrebbe continuato e ad essere causa di una “spaccatura” politico-territoriale del Paese; problema, questo, secondo Savona, “ben più grave di quello del ritardo nella crescita complessiva”, in quanto si trascurava di considerare che la crescita del Paese era strettamente correlata all’assenza di crescita nel Mezzogiorno. L’effettivo rilancio del sistema economico nazionale e la conseguente crescita del PIL avrebbero consentito, da un lato, di orientare la tassazione verso un riordino della finanza pubblica in luogo del finanziamento di maggiori spese e, dall’altro, di realizzare “una seria verifica della giustizia sociale”.
La critica di Savona all’architettura istituzionale e monetaria europea e la sua proposta per superare i limiti della politica economica nazionale che allora si attuava non facevano, come si suole dire, “una grinza”; esse però, si può osservare, peccavano solo di realismo. Può sicuramente sorprendere che un conoscitore, com’è Savona, delle modalità di funzionamento dei mercati finanziari e del loro potere egemonico, abbia potuto pensare che gli operatori che agivano all’interno di tali mercati, dopo aver imposto il “pensiero unico”, che impediva di considerare qualunque proposta venisse avanzata per rimuovere i difetti di struttura dell’organizzazione comunitaria, potessero accogliere la sua critica e la sua proposta, senza che queste fossero adeguatamente condivise da un’estesa base sociale.
Tuttavia, criticare la struttura dell’organizzazione comunitaria e individuare nel modo in cui sono stati costruiti i meccanismi sottostanti la circolazione dell’euro la causa delle molte difficoltà contro le quali da tempo l’Italia era costretta a lottare non significava necessariamente essere contrari alla permanenza dell’Italia in Europa, né significa la fuoriuscita del Paese dal Trattato di Maastricht; l’eventuale nomina di Paolo Savona a ministro dell’economia nel nuovo governo, perciò, tenuto conto delle resistenza alla sua possibile azione, poteva solo fare sperare, al di là delle Cassandre nostrane che urlavano al lupo, che un atteggiamento critico più fermo nei confronti delle istituzioni europee e dei poteri forti in esse dominanti potesse servire finalmente a far conseguire al Paese risultati più positivi di quelli ai quali sinora sono pervenuti coloro che, per giustificare l’insuccesso della loro azione, hanno saputo solo nascondersi dietro la falsa affermazione che la loro politica fallimentare fosse l’Europa a volerla attuata.

Gianfranco Sabattini

CNEL propone a Savona il board sulla produttività

treuIl presidente del CNEL, Tiziano Treu, ha espresso oggi al Ministro degli Affari Europeo, Paolo Savona, l’auspicio che il Comitato nazionale per la produttività – previsto dalla raccomandazione del Consiglio UE – venga realizzato all’interno del Cnel, seguendo l’esempio di altri Paesi.
“La produttività di un Paese è un fattore essenziale per la sua competitività nello scenario economico internazionale – ha sottolineato il presidente Treu – e richiede un’attenta analisi per indirizzare al meglio gli investimenti e per definire le riforme strutturali. Come già avviene in molti Paesi, il board potrebbe essere istituito all’interno del CNEL con l’ulteriore vantaggio che sarebbe così in contatto con tutti gli altri membri del CESE, il Comitato Economico e Sociale Europeo”.

Il comitato nazionale per la produttività dovrebbe essere istituito in attuazione della Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 20 settembre 2016 (2016/C 349/01), pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea del 24 settembre 2016, che richiede ai singoli Stati membri di costituire al proprio interno, entro il 20 marzo 2018, un “National Productivity Board” del Consiglio dell’Unione Europea del 20 settembre 2016 (2016/C 349/ 01) pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europa del 24 settembre 2016.

Al Ministro per gli Affari Europei, Paolo Savona – presente oggi al CNEL per il Debriefing del Consiglio UE del 28 e 29 giugno alle parti sociali – è stato segnalato come molti Paesi abbiano già provveduto ad istituire il Comitato e la maggioranza di questi lo abbia collocato proprio presso il Comitato Economico e Sociale (Danimarca, Lussemburgo, Irlanda) o presso un Organismo pubblico di analisi economica (Olanda, Slovenia, Portogallo, Ungheria, Romania, Grecia). Soltanto Francia e Lituania, contravvenendo le raccomandazioni UE, hanno istituito il Comitato presso la Presidenza del Consiglio o il Ministero dell’Economia.

“Con la creazione del Comitato presso il CNEL si riuscirebbe a garantire un approccio sistemico, l’indipendenza e l’esercizio a costo zero del Comitato. Il Governo avrebbe poi l’ulteriore vantaggio – ha concluso Treu – di ricevere analisi, pareri, progetti o proposte già discusse e condivise dalle parti sociali rappresentate presso il CNEL”

Vittima della dialettica politica. L’economista Paolo Savona si racconta

paolo savonaDopo i giorni della “caccia all’untore”, l’opinione pubblica si è acquietata e può essere ripreso il discorso, al netto del confuso dibattito pubblico che ha accompagnato la formazione della nuova compagine di governo, sulle reali intenzioni di Paolo Savona, proposto come possibile Ministro dell’economia e delle finanze, di voler “sganciare” l’Italia dall’eurozona.
La ripresa del discorso è ora facilitata, non solo perché dopo i “dì di tempesta” è tornato il sereno, ma anche perché (ironia della sorte), nel momento in cui Savona veniva indicato come colui che avrebbe dovuto “traghettare” il Paese fuori dall’area dell’euro, faceva la sua comparsa in libreria un ponderoso volume recante la sua autobiografia. Dalla lettura del libro, “Come un incubo e come un sogno. Memorialia e Moralia di mezzo secolo di storia”, il lettore può facilmente convincersi che Paolo Savona, pur avendo da sempre criticato le modalità con cui l’Italia aveva aderito alla moneta unica dell’Unione Europea, non era il “bau bau” che, nei giorni ”arroventati” del dibattito politico, seguito ai risultati delle ultime elezioni politiche, si è inteso “dare in pasto” alla pubblica opinione.
Quello che è accaduto si può pertanto considerare (si fa per dire) un “incidente di percorso”, del quale Paolo Savona è stata la “vittima sacrificale” sull’altare della dialettica politica, per la qual cosa è del tutto giustificato che egli abbia affermato d’aver subito un’offesa personale immeritata. Ma quali sono le ragioni per cui a Savona, malgrado sia cresciuto, culturalmente e professionalmente, all’interno della massima istituzione monetaria del Paese, la Banca d’Italia, è stata “affibbiata” la fama di “spauracchio dell’euro”?
Per rispondere all’interrogativo, occorre “spremere” la sua ponderosa autobiografia, approdando alla conclusione che le sue critiche all’establishment economico-politico nazionale ed europeo non sono diverse da quelle (anche se formulate in termini meno rigorose) sostenute da altre parti, molto più integrate nell’establishment dominante di quanto non sia (o non sia stato) lo stesso Savona.
Forse, ciò che caratterizza la personalità del nuovo Ministro dei rapporti con le istituzioni europee è il fatto che le sue idee per risolvere il problema del debito pubblico italiano, maturato a seguito di una lunga crisi, che ha coinvolto banche e sistema economico nazionali, euro e Unione Europea, a seguito di una crisi globale della democrazia, vengano proposte per tornare ad un mondo che non esiste più e che è utopistico pensare di poter ricuperare.
“Ripercorrendo la mia esperienza di oltre mezzo secolo di partecipazione alla vita economica – afferma Savona – mi sono domandato come mai l’Italia si sia trovata in questa condizione”; cioè a disporre di un sistema economico avanzato, che da tempo non riesce più a funzionare normalmente e a creare valore per una sua equa ripartizione tra i cittadini, all’interno di un quadro istituzionale che non riesce a sconfiggere il radicamento, da un lato, del fenomeno della costante “ricerca della rendita” (in luogo del profitto) da parte di una consistente quota della classe imprenditoriale, e dall’altro lato, di quello del mancato “rispetto della legge”.
Si tratta di una condizione – continua Savona – il cui consolidamento ha impedito “il formarsi di quello che viene definito ‘capitale fiduciario’” sia negli aspetti interni sia internazionali, il quale ha pari importanza del capitale produttivo ed è esso stesso ‘istituzione’”. Secondo le intenzioni della dirigenza del Paese “più illuminata”, l’adesione all’Unione Europea doveva funzionare come “vincolo” idoneo a rendere ineludibile la costruzione del capitale fiduciario che il Paese non riusciva ad “accumulare” autonomamente; ma è stata “una scelta errata”, perché, sia pure a posteriori, “l’architettura istituzionale concordata – secondo Savona – non si è rivelata capace di propiziarlo”, oltre che in Italia, anche in altri Paesi membri dell’Unione. Per questo motivo, i due difetti prima indicati (ricerca delle rendita e mancato rispetto della legge) sarebbero stati interiorizzati dal corpo sociale dell’Italia, tanto da originare problemi che sono ora nello stesso tempo, irrisolvibili e impossibili da rimuovere.
La conclusione di Savona è che, soprattutto per l’Italia, ma anche per l’Europa, solo “una migliore istruzione a tutto campo può rappresentare la risposta nel lungo termine”; ciò, perché la terapia per rimuovere i due fenomeni negativi, causa dei mali attuali del Paese e dell’Europa, non può essere individuata sulla base delle sole conoscenze dell’economia. Di qui, la speranza di Savona che il racconto della sua esperienza possa rappresentare “un contributo alla messa a punto del necessario programma educativo”, per tornare alla crescita e all’aumento del benessere. Ma qual è il “back round” esperienziale che conduce il Ministro dei rapporti con le istituzioni europee a questa radicale, e per certi versi pessimistica, conclusione? Per rispondere occorre esporre succintamente il risultato del processo, come lo chiama lo stesso Savona, di astrazione-teorizzazione delle conoscenze che egli ha acquisito dalla sua più che cinquantennale esperienza come “grand commis” dello Stato” e responsabile della direzione di importanti organizzazioni private.
Savona compie l’astrazione-teorizzazione della sue esperienze nella prospettiva di un’economia di mercato di tipo capitalistico, quale è l’economia italiana, inquadrata “in un’architettura giuridica che garantisce le libertà individuali e sociali”, che si trovi però, per le ragioni anzidette nell’impossibilità di perseguire con successo “la crescita del reddito e dell’occupazione, l’equa distribuzione delle risorse, la sicurezza interna ed esterna e la tutela dell’ambiente”. In una siffatta economia, i fatti economici sono il risultato dei comportamenti individuali posti in essere all’interno dell’architettura giuridica descritta, il cui funzionamento sia retto dai tre pilastri fondamentali di ogni economia di mercato avanzata: rispetto della regola democratica, Stato e mercato.
In un’economia di mercato, la regola democratica è, innanzitutto il perno su cui si regge la “convivenza civile”, rispetto alla quale il popolo è il “potere costituente”, che decide le regole della convivenza, nel cui ambito hanno “un peso importante i principi di cittadinanza”. Quindi, lo Stato è il presidio della volontà popolare, nel senso che è chiamato ad impedire che questa volontà resti inattuata, o “venga sostituita dalla volontà di altri poteri costituiti”; affinché ciò non avvenga, lo Stato deve essere governato da una “struttura giuridica” che sia sempre impegnata a realizzare le finalità sancite nella Costituzione. Il mercato infine, è il terzo perno della convivenza civile; purtroppo, dopo aver funzionato in modo conforme al principio della competizione perfetta tra gli agenti economici, per contrastare gli effetti negativi seguiti al progressivo affievolimento del principio della concorrenza, esso ha accolto molte istanze sociali che gli erano originariamente estranee. Con la globalizzazione, l’ampliamento delle funzioni ha avuto l’effetto di farlo prevalere sullo Stato e di trasformarlo in una fonte di obblighi aggiuntivi (rispetto a quelli costituzionali), riguardanti il modo di produrre, i livelli occupazionali e le modalità di distribuzione del reddito.
In tal modo, il ruolo dei tre perni istituzionali, che sarebbe dovuto consistere nel presidiare il corretto funzionamento di un’economia di mercato inserita nel contesto internazionale, qual è quella italiana, è stato alterato. Ciò ha comportato che, in luogo delle Costituzione, a dettare l’agenda politica del governo fossero le oligarchie, operanti “al di fuori della volontà democratica correttamente intesa”, come accade ora in Italia e nell’Unione Europea. Accade così che l’Italia non sia più in grado di onorare gli obblighi derivanti dal rispetto dei principi fondamentali statuiti dalla propria Costituzione.
Al riguardo, secondo Savona, è paradigmatica l’inattuazione, ad esempio, di quanto dispone l’articolo uno della Costituzione repubblicana, che afferma essere l’Italia una Repubblica fondata sul lavoro. Il rispetto da parte dello Stato dell’obbligo di assicurare il pieno impiego della forza lavoro implica un impegno finanziario che non deve compromettere l’equilibrio dei conti pubblici; ma se l’espansione del bilancio pubblico non trova un limite nel rispetto dei vincoli del pareggio e di quelli posti dalla concorrenza internazionale, diventa inevitabile l’ingovernabilità del mercato, con effetti negativi tanto più generalizzati, quanto più il sistema economico, come capita a quello italiano, è trainato dalle esportazioni.
Quando gli obiettivi sociali ed i vincoli di mercato cessano di essere conciliati, è inevitabile l’affermarsi di una situazione politica, com’è accaduto in Italia, di incertezza e di sfiducia, destinata a tradursi nella pretesa, da parte di chi è disoccupato, di disporre di un reddito a valere sul bilancio pubblico; situazione, questa, che, oltre che pesare sull’economia dal lato del bilancio pubblico, aggrava anche la tensione sociale, perché – afferma Savona – “del sussidio (ammantato della definizione etica di reddito di ‘cittadinanza’ o di ‘inclusione’) beneficia anche chi non cerca lavoro o lo rifiuta perché indesiderato o gravoso”, dando fiato all’ideologia non interventista o a quella neoliberista.
Poiché i principi fondanti della Costituzione italiana, espressi, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, da una visione conciliante del liberalismo con l’interventismo pubblico in economia, sono venuti meno a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, gli squilibri sociali che ne sono seguiti hanno dato luogo a maggiori pressioni da parte dei cittadini, perché fossero assistiti al verificarsi di ogni situazione di crisi economica. La conseguenza è stata l’espansione del bilancio pubblico e dell’indebitamento dello Stato, che hanno generato “una lotta perenne, priva di sbocchi concreti, tra governanti ed elettori”; lotta che si è ritenuto di “poter governare prendendo impegni internazionali per provvedervi”.
Infatti, i gruppi dirigenti dominanti in Italia hanno pensato di aggirare l’ostacolo del crescente impegno dello Stato attraverso “una modifica di fatto della Costituzione con i Trattati di Maastricht e quelli successivi”, cedendo la sovranità monetaria; di conseguenza, l’attività politica “indicata nel dettato costituzionale del 1948 è stata modificata”, a seguito dello smarrimento delle idee sul come l’intervento pubblico dovrebbe essere gestito in un’economia di mercato inserita nel mercato globale. In altri termini, è stata smarrita, secondo Savona, la necessità che l’operatività del mercato mondiale fosse sempre conservata in equilibrio con il funzionamento dei mercati degli Stati che in esso operano; che le democrazie nazionali dovessero sempre conciliare i propri comportamenti con i vincoli derivanti dal comportamento degli altri Stati e dal rispetto delle regole dettate dal mercato globale; che la politica dovesse sempre assicurare la compatibilità degli interessi dei poteri forti con quelli dell’intero popolo; infine, che a livello internazionale si agisse sempre per riformare le istituzioni, quando queste dovessero operare in modo da “appesantire” l’azione politica dei singoli Stati, volta a promuovere la “crescita reale e il benessere sociale”, compatibilmente con il rispetto della diversità degli interessi di tutti i popoli.
La firma dei Trattati europei, ricorda Savona, era stata sorretta dall’ideale di realizzare un’Europa unita e in pace; l’unificazione economica posta in essere, però, ha fatto emergere il conflitto tra la concezione della “competizione economica-meritocratica generatrice di crescita reale, occupazione e profitto e quella dell’uguaglianza sociale”; essendo stata privilegiata questa seconda concezione, si è avuta una continua crescita del debito pubblico di alcuni Paesi comunitari, che ha condizionato il corretto funzionamento economico dell’intero mercato unico realizzato. L’alternativa cui si è fatto ricorso per risolvere i problemi originati dall’aumento del debito pubblico è stata duplice: alcuni Paesi sono tornati a forme di neoliberismo, con minore intervento pubblico, mentre altri, tra i quali l’Italia, “hanno rafforzato l’assistenza per rendere socialmente più accettabile la distribuzione delle risorse a prescindere dall’incremento della crescita reale”. Nell’un caso e nell’altro non è stato ricuperato il corretto funzionamento dei sistemi economici, a danno, perciò, di tutti.
In conclusione, secondo Savona, per ricuperare “una vita economica ispirata dal senso della misura richiede di stabilire un equilibrio di sopravvivenza tra le tre istituzioni poste a presidio del sistema delle libertà individuali: democrazia, Stato e mercato”. Tale sistema dovrebbe tendere: a “democratizzare la democrazia invece che de-democratizzarla”, come è accaduto e come sta accadendo; a ricondurre lo Stato al “ruolo di gestore della volontà democratica”; e a “ridare al mercato le sue piene funzioni di gestore delle risorse”, fornendo assistenza laddove è necessaria e “legittimando il profitto ottenuto con continue innovazioni di processo e di prodotto”. Per conservarsi stabile e risultare inclusiva, una società civile richiede, perciò, che le risorse crescano e siano distribuite equamente nella legalità. “Quanto più un Paese si discosta da questo ideale, tanto più degrada sul piano economico e su quello sociale”.
Sulla base della “astrazione-teorizzazione” che Savona presenta della sua esperienza, è plausibile ricavare o dare – e lo si è fatto – un’immagine della sua persona come un “cavaliere di ventura” che, “con lancia in resta”, è determinato, se messo in una posizione di responsabilità nel governo del Paese, a muovere contro l’appartenenza dell’Italia all’Eurozona? Certamente no; semmai ciò che si può osservare, riguardo alle conclusioni cui perviene la sua autobiografia è che egli mostri nostalgia per un passato che non può più essere ricuperato; Savona, in sostanza, rimpiange il patto tra capitale e lavoro di keynesiana memoria, che ha consentito all’Italia, dopo il secondo conflitto mondiale, di modernizzarsi e di dotarsi di un sistema di protezione sociale che, alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, è entrato irreversibilmente in crisi, con l’avvio del processo di globalizzazione delle economie nazionali.
Savona manca di considerare che, parallelamente all’approfondimento della globalizzazione, il mondo economicamente più avanzato è passato dall’età dell’”economia della scarsità” a quella dell’”economia dell’abbondanza”, che sta provocando la crescente incapacità delle economie avanzate di garantire una distribuzione del prodotto sociale attraverso la partecipazione al lavoro.
La logica di funzionamento dell’economia dell’abbondanza, infatti, distrugge, anziché creare, posti di lavoro; per questa ragione, diventa sempre più urgente riflettere su come realizzare il finanziamento della domanda aggregata dei sistemi economici avanzati, andando oltre il welfare State, ormai non più in grado di garantire, contemporaneamente, come nel passato, crescita, benessere e libertà d’iniziativa. E’, questo, un obiettivo che il nostalgico ritorno al passato auspicato da Paolo Savona non consente di conseguire; sarà giocoforza aprirsi ad una visione del futuro che implichi il superamento dell’attuale welfare, garantendo un accesso universale e incondizionato ad un reddito di base, che non può essere reso possibile attraverso i tradizionali meccanismi distributivi.

Francia-Italia. Si cerca accordo sugli hot spot

CANADA-G7-SUMMIT

Forse è necessario avvisare Di Maio prima che torni a pretendere le scusa francesi, ma tra Francia e Italia sta tornado il sereno. Dopo lo scontro diplomatico innescato dal caso Aquiarius che ha rischiato di far saltare l’incontro, il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha ricevuto con una calorosa stretta di mano il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel cortile d’onore dell’Eliseo. Le parole ignobile del portavoce del governo francese e la piccata risposta italiana sono al momento derubricate. Il lavoro delle diplomazie ha riportato il sereno. Più per necessità che per convinzione. Al termine del pranzo di lavoro, che vedrà al centro del confronto le recenti tensioni sul tema migranti e la possibile riforma del regolamento di Dublino sull’accoglienza dei richiedenti asilo, è prevista una conferenza stampa congiunta.

Una delle proposte che Conte farà a Macron sarà quella di istituire hotspot nei Paesi africani d’origine per chiudere la rotta verso il Mediterraneo tutelando, al tempo stesso, le vite dei migranti. I centri di prima accoglienza dovrebbero sorgere non solo in Libia ma anche negli Stati sahariani, come il Niger. La proposta, spiegano le stesse fonti, è per un’attuazione nel breve periodo in vista di una riforma del regolamento di Dublino, fortemente voluta dal governo italiano.

Tra le proproste, che non sono nuove, l’istituzione di hotspot nei Paesi africani d’origine – non solo la Libia ma anche quelli sahariani, come il Niger – per chiudere la rotta verso il Mediterraneo tutelando, al tempo stesso, le vite dei migranti. La proposta di Conte, è pensata per un’attuazione nel breve periodo in vista di una riforma che l’Italia vuole radicale, del regolamento di Dublino.

Dopo la vicenda della chiusura dei porti italiani all’Aquarius, Conte arriva forte del mandato del governo giallo-verde per chiedere – questo è l’obiettivo – una maggiore “collaborazione e solidarietà a livello europeo” perché la parola d’ordine è ancora la stessa: l’Europa non può lasciare sola il nostro paese. In quest’ottica, tornerà a insistere sulla richiesta di modifica dei regolamenti di Dublino. Ma il faccia a faccia tra i due potrebbe non essere facile considerando le ‘asprezze’ dei giorni che hanno preceduto il vertice e che hanno rischiato di farlo saltare fino all’ultimo. Le parole durissime arrivate dall’Eliseo – “Italia cinica” e comportamento “vomitevole” per la decisione di chiudere i porti alla nave Aquarius con 629 migranti a bordo – riecheggiano ancora e potrebbero incidere nella relazione tra i due. Macron, in realtà va ricordato, fu il primo dei partner europei a chiamare il 26 maggio scorso Conte al suo primo incarico (al quale poi rinunciò a causa dello stop del Quirinale sul nome di Paolo Savona al ministero dell’economia); poi Conte e Macron si sono visti al G7 in Canada. E ieri, quando il presidente del Consiglio ha definito il “caso chiuso” dopo l’incidente diplomatico e la telefonata di disgelo del presidente francese, ha detto sicuro: “Con Macron parliamo di tutto, come abbiamo fatto già al G7 del Canada”. Sul tavolo, oltre al nodo della gestione dei flussi migratori e al regolamento di Dublino, ci saranno anche gli altri punti del prossimo Consiglio europeo di Bruxelles fissato per il 28 e 29 giugno. In primis, la riforma della governance dell’Eurozona.

Sul tema immigrazione è interventuo anche l’ex premier Paolo Gentiloni parlando alla presentazione del volume del Cespi “La questione orientale. I Balcani tra integrazione e sicurezza”. “Si possono fare molte cose – ha detto – per governare meglio i flussi migratori; si possono fare meglio i rimpatri; però è importante il dialogo con l’Unione Europea e con la Germania. Noi ci siamo trovati meglio e abbiamo ottenuto risultati grazie a Bruxells e al ‘diavolo’ Merkel che non grazie ad altri governi europei oggi osannati”.