Il Parlamento europeo lancia la lotta alla plastica

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Il Parlamento europeo, si legge in una  nota dell’Europarlamento,  ha approvato mercoledì il divieto al consumo nell’UE di alcuni prodotti in plastica monouso, che costituiscono il 70% dei rifiuti marini. La nuova normativa, se approvata in via definitiva, vieterà a partire dal 2021 la vendita all’interno dell’UE di articoli in plastica monouso, come posate, bastoncini cotonati, piatti, cannucce, miscelatori per bevande e bastoncini per palloncini.

I deputati hanno aggiunto all’elenco delle materie plastiche vietate, proposto dalla Commissione: gli articoli di plastica ossi-degradabili, come sacchetti o imballaggi, e i contenitori per fast-food in polistirolo espanso.

I dieci prodotti di plastica che si trovano più frequentemente sulle spiagge europee

Obiettivi nazionali di riduzione per le altre plastiche non vietate

Gli Stati membri dovranno ridurre il consumo dei prodotti in plastica per i quali non esistono alternative del 25% entro il 2025. Tra tali articoli figurano le scatole monouso per hamburger e panini e i contenitori alimentari per frutta e verdura, dessert o gelati. Altre materie plastiche, come le bottiglie per bevande, dovranno essere raccolte separatamente e riciclate al 90% entro il 2025.

Gli Stati membri dovrebbero elaborare inoltre piani nazionali per incoraggiare l’uso di prodotti adatti ad uso multiplo, nonché il riutilizzo e il riciclo.

I rifiuti di plastica e i costi dell’inquinamento marino

Mozziconi di sigaretta e attrezzi da pesca smarriti
I deputati hanno convenuto che le misure di riduzione dovrebbero riguardare anche i rifiuti da tabacco, in particolare i filtri per sigarette che contengono plastica. La mole di tali rifiuti dovrebbe essere ridotta del 50% entro il 2025 e dell’80% entro il 2030.

Un mozzicone di sigaretta può inquinare tra i 500 e i 1000 litri d’acqua e, se gettato in strada, può richiedere fino a dodici anni per disintegrarsi. Si tratta dei secondi articoli in plastica monouso più diffusi tra i rifiuti.

Gli Stati membri dovrebbero inoltre garantire che almeno il 50% degli attrezzi da pesca contenenti plastica smarriti o abbandonati venga raccolto ogni anno, con un obiettivo di riciclaggio di almeno il 15% entro il 2025. Gli attrezzi da pesca rappresentano il 27% dei rifiuti che si trovano sulle spiagge europee.

I rifiuti marini per tipologia

Rendere i produttori più responsabili
Gli Stati membri dovrebbero garantire che i produttori di tabacco si facciano carico dei costi di raccolta dei rifiuti per tali prodotti, compresi il trasporto, il trattamento e la raccolta dei rifiuti. Lo stesso vale per i produttori di attrezzi da pesca contenenti plastica, che dovranno contribuire al raggiungimento dell’obiettivo di riciclaggio.

Prossime tappe
La relazione è stata approvata con 571 voti favorevoli, 53 voti contrari e 34 astensioni. Il Parlamento avvierà negoziati con il Consiglio non appena i ministri dell’UE avranno stabilito la propria posizione comune.

Contesto
Secondo la Commissione europea, oltre l’80% dei rifiuti marini è costituito da plastica. I prodotti soggetti a queste misure costituiscono il 70% di tutti i rifiuti marini. A causa della sua lenta decomposizione, la plastica si accumula nei mari, negli oceani e sulle spiagge dell’UE e del mondo. I residui di plastica si trovano in specie marine – come tartarughe marine, foche, balene e uccelli, ma anche in pesci e crostacei, e quindi anche nella catena alimentare dell’uomo.

La plastica è un materiale conveniente, adattabile, utile ed economicamente valido, ma deve essere utilizzata, riutilizzata e riciclata meglio. Quando i rifiuti in plastica vengono gettati, l’impatto economico non comprende solo la perdita di valore del materiale, ma anche i costi di pulizia e le perdite per il turismo, la pesca e la spedizione.

La “spada di Damocle” della crisi dell’euro sulla “testa” dell’Europa

Parlamento EuropeoNell’imminenza delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo si susseguono gli appelli perché le forze progressiste si organizzino, con la presentazione di liste comuni, al fine di evitare che le forze populiste e sovraniste possano diventare maggioritarie, portando l’Europa al caos e a un suo possibile punto di non ritorno. Le iniziative in sé sono certamente condivisibili; esse, però, al di là degli appelli lanciati per una mobilitazione generale contro il pericolo cui è esposta l’Europa, mancano, come si suole dire, di indicare a chiare lettere gli obiettivi da perseguire; obiettivi che, a livello di Europa, non possono che riguardare la rimozione dei “deficit” istituzionali. che, per un verso, hanno da tempo bloccato il processo di unificazione, concorrendo, per un altro verso, a favorire la diffusione di un generalizzato euroscetticismo in tutti i Pesi membri dell’Europa comunitaria, a causa delle conseguenze negative patite dalle popolazioni di tali Paesi, per via del permanere di quei “deficit”.

Le iniziative e la mobilitazione pre-elettorali si limitano infatti a formulare appelli per sconfiggere il pericolo populista e sovranista, ma mancano di valutare criticamente che la diffusione di tale pericolo è la diretta conseguenza del fatto che si sia voluto realizzare l’unificazione politica dell’Europa attraverso l’adozione di una moneta unica da parte di Paesi tanto diversi, sul piano della struttura economica, e con filosofie sociali spesso tra loro inconciliabili.

Ciò ha comportato che si vanificasse il “capitale politico” “accumulato” nel dopoguerra intorno all’idea di un’Europa politicamente unita; idea, questa, perseguita nella prospettiva che l’unificazione fosse lo strumento con cui assicurare, in condizioni di benessere, “una pace perpetua” ai popoli dei Paesi dell’Europa occidentale, anziché considerare l’unificazione politica come il risultato finale del processo di perseguimento della pace. Molti osservatori, non solo economisti, concordano ormai sulla “storia tragica” degli intenti politici pacifisti perseguiti, subito dopo la fine delle Seconda Guerra Mondiale, dai Paesi dell’Europa occidentale: intenti sacrificati, per avere voluto realizzare l’unificazione politica, partendo da ciò che avrebbe dovuto essere il “risultato finale”.

Nella speranza di poter accelerare l’unificazione politica, è stata adottata, da parte dei Paesi membri più avanzati sul piano economico, una moneta unica, il cui governo si è rivelato presto, non strumento di unificazione e di pace, ma causa di divisioni e conflitti. La causa principale dell’affievolimento dell’idea di un’Europa unita viene appunto individuata nella decisione di adottare una moneta unica, l’euro, senza la quale, si sostiene, la Comunità Europea avrebbe funzionato molto meglio.; si ritiene infatti che i più grandi successi sulla via dell’unificazione politica dell’Europa siano stati conseguiti prima che si affermasse una classe di leader europei sorretti dal proposito di portare avanti il progetto di una moneta unica, senza la preoccupazione di considerane, prima, tutte le implicazioni, sul piano economico e su quello politico.

Questi leader hanno ignorato le valutazioni formulate da molti economisti a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso: valutazione che evidenziavano innanzitutto il rischio che i vantaggi attesi dall’integrazione delle singole economie nazionali potessero trasformarsi in svantaggi, se tali economie avessero presentato, originariamente, strutture produttive completamente differenti; in secondo luogo, le valutazioni critiche prospettavano il pericolo che, in assenza di un’unità politico-istituzionale, la distribuzione dei vantaggi attesi tra i singoli Paesi venisse realizzata attraverso automatismi monetari, fuori dall’attuazione di una politica monetaria comune.

I leader politici europei, succeduti ai “padri fondatori” del progetto di unificazione dei Paesi dell’Europa occidentale, oltre che ignorare le valutazioni disinteressate degli economisti, hanno mancato di considerare anche i risultati del rapporto della Commissione Werner (1970), da loro stessi sollecitato. Tale rapporto metteva in evidenza che il governo di un’unione monetaria, conseguente all’adozione di una moneta unica da parte di un certo numero di Paesi, avrebbe richiesto che all’interno dell’area comune si accettasse una generalizzata mobilità dei fattori produttivi (in particolare della forza lavoro), quindi l’adozione di un bilancio e di una politica fiscale e monetaria comuni, con cui realizzare preventivamente l’omogeneità e la complementarità delle strutture produttive dei Paesi coinvolti nell’adozione di un’unica moneta.

Inizialmente, non sono mancate riserve sulla possibilità e opportunità che all’interno dell’area comunitaria si adottasse una moneta comune, prima che fossero rimosse le differenze strutturali; ma il sopraggiungere del crollo del Muro di Berlino ha posto improvvisamente il problema dell’unificazione tedesca, la cui soluzione col placet della Francia, veniva condizionata al fatto che il marco tedesco fosse legato alle sorti, oltre che del franco francese, anche delle altre valute europee. Le ragioni per cui è stato adottato l’euro, perciò, sono state di natura meramente politica, e non hanno tenuto in nessun conto le implicazioni economiche e monetarie negative che sarebbero inevitabilmente insorte nella regolazione delle relazioni economiche tra i Paesi aderenti all’area monetaria comune (eurozona), profondamente diversi tra loro.

Non appena insorgevano squilibri nelle bilance commerciali dei Paesi che avevano adottato la moneta comune, ci si appellava alla necessità che ciascuno di essi si attenesse ai famosi parametri di Maastricht, che stabilivano limiti all’indebitamento pubblico e al deficit corrente della pubblica amministrazione; oppure si procedeva all’approvazione di provvedimenti restrittivi, come è accaduto, ad esempio, con l’introduzione delle regole previste dal Patto di Stabilità e Crescita (un accordo, stipulato e sottoscritto nel 1997 dai Paesi membri dell’Unione Europea, per il controllo delle rispettive politiche di bilancio).

L’introduzione dell’euro, malgrado la natura politica delle ragioni che l’avevano giustificata, ha avuto inizialmente successo; ma ciò è servito solo a coprire l’insieme dei difetti che impedivano la correzione degli squilibri delle bilance commerciali dei Paesi, che avevano adottato la moneta unica, attraverso politiche monetarie attive dei governi dei singoli Stati. Ciò perché la Banca Centrale Europea, nominalmente indipendente, operava secondo una politica monetaria restrittiva, compatibile solo con il “buon funzionamento” delle più forti economie europee (in particolare di quella tedesca), che non consentivano che il riequilibrio delle posizioni di debito e credito dei Paesi aderenti all’eurozona avvenisse attraverso aggiustamenti del sistema dei prezzi interni.

Con i primi due presidenti, Wim Duisenberg e Jean-Claude Trichet, la Banca Centrale europea si è attenuta rigidamente ai canoni di una politica monetaria comune restrittiva, anche quando è sopraggiunta la crisi finanziaria della Grande Recessione del 2007/2008. E’ stato solo quando è divenuto governatore Mario Draghi, nel 2011, che la politica monetaria dell’istituto di credito centrale europeo ha iniziato a flessibilizzare la rigida condotta dei suoi predecessori.

A partire dal 2012, infatti, per affrontare le criticità dell’eurozona, Draghi ha assunto l’impegno di fare tutto il possibile (whatever it takes) per salvare l’euro; a tal fine, com’è noto, ha proceduto, prima, all’attuazione di programmi di intervento sul mercato dei titoli di Stato (denominati OMT: Outright Monetary Transactions), al fine di favorire l’omogeneo funzionamento del processo di trasmissione della politica monetaria comune in tutti i Paesi dell’eurozona; successivamente, egli ha fatto ricorso a operazioni di credito “non convenzionale” (quantitative easing), per aumentare la quantità di moneta in circolazione all’interno dell’area comune.

La politica inaugurata da Draghi è servita ad “ammorbidire” il peso della Germania (e degli altri Paesi ad economia integrata con quella tedesca) sull’azione della Banca Centrale Europea; ma le cause della crisi dell’euro non sono state rimosse, continuando ad essere motivi di scontro tra Draghi e il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Il prossimo anno Draghi potrebbe essere sostituito da qualcuno meno propenso ad attuare “whatever it takes”, per tenere ancora in vita l’euro; se dovesse accadere, per l’euro potrebbe essere realmente “l’inizio della fine”. Ciò è tanto più probabile, se si tiene conto del fatto, come osserva Danilo Taino su “La Lettura” del Corriere del 26 agosto, che le elezioni europee del 2019 “vedranno crescere nazionalismi e populisti in tutta la UE”, in grado di trasformare le istituzioni politiche e decisionali comunitarie in un condominio urbano litigioso; infatti, da anni in tali istituzioni siedono i rappresentanti dei vari Paesi aderenti all’eurozona, sempre propensi, quando si tratta di assumere obblighi comuni a sottrarsi agli impegni conseguenti, limitandosi a mostrarsi unanimi solo nel formulare dichiarazioni roboanti sul ruolo e sul futuro dell’Europa; dichiarazioni che hanno spinto qualche osservatore a definire l’Europa comunitaria attuale una sorta di “repubblica degli annunci”.

La fine dell’euro, afferma Taino, sarebbe certamente per tutti i Paesi membri, Italia in testa, un “disastro”, dovuto al fatto che “la moneta unica ha fallito nella missione di unire l’Europa”, perché l’Unione Europea, a causa degli egoismi nazionali, è stata “rinchiusa in una gabbia”, che ha ridotto l’europeismo, dalla caduta del Muro di Berlino, in un “flop storico le cui conseguenze non sono facili da immaginare”. Negli ultimi decenni, infatti, dalla caduta del “Muro” – continua Taino – gran parte delle energie mentali e politiche dell’Europa “sono state dedicate all’euro, alla sua costruzione prima e a preservarlo dalla sua crisi poi”.

Nel profondere tutti gli sforzi verso la conservazione dell’euro, così come originariamente è stato concepito, senza la preoccupazione di rimuoverne i limiti dai quali risultava affetto, è stato commesso, secondo Taino, “un peccato di presunzione che ha sostenuto l’ideologia della UE di oggi (a differenza di quella pragmatica delle origini): l’idea di essere non solo un esperimento unico nella storia, cosa che effettivamente è, ma di essere centrale nel mondo, un modello che avrebbe potuto essere replicato altrove. Fondato sulla tendenziale estinzione degli Stati […]; sull’idea che sia stata solo la volontà degli europei a garantire decenni di pace in un continente in passato violento […]; sul ritenere i valori usciti dal Sessantotto l’essenza dello spirito europeo; sull’illusione di essere ancora il centro del pianeta quando la globalizzazione stava rovesciando i tavoli: in sostanza sulla presunzione di poter vivere contando solo sul proprio brillate soft power, sulla convinzione che il resto del mondo avrebbe copiato il modello europeo”.

La vera resa dei conti per l’euro si verificherà, presumibilmente, con la fine del mandato di Draghi ed il venir meno della copertura politica dalla quale sinora la moneta unica è stata “assistita”. Ciò esporrà le economie deboli dell’Europa a una nuova crisi finanziaria; a questo punto sarà difficile contrastare in Germania la tesi dell’IFO (Institute for Economic Research di Monaco), da anni impegnato a sostenere che sarebbe un bene per l’eurozona se la Germania tornasse al marco. Se il successore di Mario Draghi sarà, come si prevede, il tedesco Jens Weidmann, attuale governatore della Bundesbank e oppositore di qualsiasi politica monetaria accomodante, è fondata la preoccupazioni che egli possa dar vita a una “stretta” alla politica monetaria permissiva del suo predecessore.

Se ciò accadrà, la conseguenza sarà, verosimilmente, la fine, non solo dell’euro, ma anche dello stesso progetto di unificazione politica dell’Europa. Con Weidmann, infatti, se succederà a Draghi, sarà azzerata la possibilità che si arrivi alla modificazione delle attuali regole che governano la moneta unica, in funzione del riequilibrio (attraverso la variabilità dei prezzi interni ai singoli Stati) delle posizioni delle bilance commerciali dei Paesi membri.

A questo punto, l’Europa, tornerebbe ad essere un amalgama di Stati tra loro litigiosi, esposti, come denuncia Taino, in presenza del “caos globale” oggi esistente, al rischio di diventare il “trofeo prezioso nella lotta tra un’America confusa e sempre più lontana dalla dimensione atlantica e una Cina che immagina una ‘sua’ Eurasia, cuore dell’ordine mondiale futuro, nella quale l’Europa sarebbe la penisola occidentale di un super-continente dominato da Pechino”.

Di fronte a questi scenari, decisamente poco entusiasmanti, sorprendono le reazioni al fatto che l’attuale Ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, abbia sostenuto la necessità di una modifica dello Statuto della Banca Centrale Europea, al fine di conferire ad essa maggiori poteri per contrastare la speculazione che le istituzioni finanziarie globali hanno sinora effettuato ai danni delle economie dei Paesi europei maggiormente esposti. Le dichiarazioni di Savona sono state commentate in vario modo: come una difficoltà del governo attuale nel realizzare “molte delle sue promesse” (Ferdinando Giugliano, su Repubblica del 15 luglio scorso); oppure, in difesa dello status quo, ritenendo la Banca Centrale Europea sia già dotata dei poteri necessari per contrastare la speculazione (Lorenzo Bini Smaghi su Repubblica del 18 luglio).

Di fronte ai pericoli che si prospettano per l’Italia, i commenti come quelli sopra riportati hanno dell’inverosimile: più che esprimere valutazioni responsabili sulla necessità che lo Statuto della Banca Centrale Europea venga modificato, essi sembrano riflettere la preoccupazione che la situazione attuale possa essere cambiata e che possano essere annullati i vantaggi che dalla debolezza della moneta unica possono trarre gli speculatori finanziari.

In conclusione, chi sta lanciando appelli per avviare utili iniziative pre-elettorali, in vista del rinnovo del Parlamento europeo, dovrebbe anche promuovere il dibattito sui motivi reali per cui è necessario sconfiggere i movimenti che, a causa del malcontento sociale originato dal “cattivo” funzionamento dell’euro, possono portare al fallimento del progetto europeo, costituendo anche una minaccia di involuzione politica, sia delle istituzioni europee, che di quelle nazionali.

Gianfranco Sabattini

Diritto d’autore, via libera del Parlamento europeo

diritto d'autoreIl Parlamento europeo ha dato il via libera alla proposta di direttiva sui diritti d’autore nel mercato unico digitale. La proposta sul Copyright è stata adottata con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astensioni. Negli ultimi mesi la direttiva – che a luglio era già stata votata e bocciata dall’aula – aveva ricevuto numerose critiche ed era stata al centro di un intenso dibattito tra esperti di diritto, attivisti, piattaforme online e grandi gruppi editoriali e dell’intrattenimento. Con il respingimento di luglio la maggioranza dei parlamentari aveva chiesto di poter ridiscutere gli articoli più controversi e ridurre quelli che, secondo gli oppositori della direttiva, erano i rischi per la libera circolazione delle informazioni online. Il Parlamento ne ha quindi approvata una nuova versione, modificata.

La direttiva sul copyright è stata pensata allo scopo di aggiornare le regole sul diritto d’autore nell’Unione Europea ferme al 2001, quando le cose su Internet funzionavano diversamente. Ha il pregio di armonizzare le leggi sul copyright nei singoli stati, dando basi comuni più chiare sulle quali ogni stato può poi elaborare i propri regolamenti. In linea generale sono tutti d’accordo sulla necessità di aggiornare le regole, ma ci sono idee molto differenti su come farlo, soprattutto in relazione ad alcuni articoli della direttiva ritenuti troppo vaghi e che potrebbero lasciare spazio a interpretazioni più o meno creative da parte degli stati membri, rendendo difficile il processo di armonizzazione.

Il confronto si è concentrato soprattutto su due articoli, l’11 e il 13, che secondo i detrattori avranno conseguenze pericolose per la libera diffusione delle informazioni online. Il lavoro delle ultime settimane è stato orientato verso la discussione di centinaia di emendamenti, che avrebbero dovuto cambiare alcuni assunti della direttiva, ma che nei fatti non hanno portato a grandi stravolgimenti del testo.

Articolo 11. La nuova direttiva sul copyright vuole provare a bilanciare diversamente il rapporto tra le piattaforme online – Google, Facebook e gli altri – e gli editori, che da tempo lamentano di subire uno sfruttamento dei loro contenuti da parte delle prime nei loro servizi e senza un adeguato compenso. Il tema è annoso e controverso: da un lato gli editori accusano i social network e i motori di ricerca di usare i loro contenuti (per esempio con le anteprime degli articoli su Google o nel Newsfeed di Facebook), senza offrire in cambio nessuna forma di compenso; dall’altra parte ci sono le piattaforme che dicono di fare già ampiamente gli interessi degli editori, considerato che il loro traffico arriva in buona parte dalle anteprime pubblicate sui social network o nelle pagine dei risultati dei motori di ricerca. Ci sono buone ragioni da entrambe le parti, ma – per come è stato pensato e modificato – l’articolo 11 continua a favorire più gli editori che le piattaforme (e per questo potrebbe portare a un disimpegno delle piattaforme che finirebbe per danneggiare soprattutto i piccoli gruppi editoriali).

La direttiva dice che ogni stato membro deve assicurarsi che gli editori ricevano compensi “consoni ed equi” per l’uso dei loro materiali da parte dei “fornitori di servizi nella società dell’informazione”, cioè le aziende di Internet. Gli emendamenti hanno chiarito meglio che il principio riguarda le grandi piattaforme e che esclude gli utilizzi privati dei link e il loro impiego non commerciale, per esempio nei progetti di conoscenza condivisa (“wiki”) come Wikipedia.

Nelle ultime settimane l’articolo 11 è stato il più discusso da osservatori e parte dell’opinione pubblica, soprattutto nei paesi dove i gruppi editoriali sono più in difficoltà e vedono nei compensi dalle piattaforme una parziale soluzione ai loro problemi economici. In Italia la campagna di lobby da parte degli editori è stata molto forte, con articoli spesso sbilanciati a favore della direttiva e appelli sulle pagine dei giornali ai parlamentari europei italiani per fare approvare la direttiva.
Leggi anche: Chi ha votato a favore e contro la direttiva sul copyright

Articolo 13 L’altro articolo molto discusso della direttiva europea sul copyright è il 13, quello che continua a suscitare le maggiori preoccupazioni per la libera circolazione dei contenuti. Prevede che le piattaforme online esercitino una sorta di controllo, molto stretto, su tutto ciò che viene caricato dai loro utenti, in modo da escludere la pubblicazione di contenuti protetti dal diritto d’autore e sul quale gli utenti non detengono diritti. L’idea è che ogni fornitore di servizi online si doti di un sistema simile a “Content ID”, la tecnologia utilizzata da anni da YouTube proprio per evitare che siano caricati video che violano il copyright sul suo sito. Il sistema dovrebbe bloccare il caricamento evitando la diffusione di un video, un file musicale o altri contenuti, evitando la violazione.

I contrari hanno fatto notare che, per sviluppare “Content ID”, YouTube ha speso svariati milioni di dollari, e che nonostante sia il miglior sistema in circolazione, non sempre funziona al meglio e talvolta porta alla censura immotivata di alcuni contenuti. Che le piattaforme e i fornitori di servizi si dotino di un sistema analogo sembra improbabile, sia per i costi sia per le difficoltà tecniche che deriverebbero. Altri temono che questa soluzione possa limitare la libertà di espressione degli utenti, per esempio nel caso in cui siano caricate parodie, citazioni, rielaborazioni, meme e prodotti artistici basati su opere tutelate dal diritto d’autore.

I promotori delle modifiche ricordano invece che le soluzioni proposte, e via via corrette e integrate nella direttiva, danno la possibilità di avere licenze più adeguate da applicare online, tutelando meglio i diritti degli autori. Anche per questo motivo l’articolo 13 ha trovato nelle etichette discografiche, nelle associazioni degli autori e nelle major del cinema i principali sostenitori.

Nelle ultime ore a Strasburgo prima del voto c’erano sono stati incontri e trattative, ma l’esito della votazione è rimasto sostanzialmente imprevedibile fino all’ultimo. Gli stessi gruppi parlamentari erano divisi al loro interno, come era già emerso con la votazione di inizio luglio, finita con un parere contrario. All’epoca c’erano state divisioni interne agli stessi partiti: per esempio nel Partito Democratico italiano, dove un terzo aveva votato contro e due terzi a favore; il Movimento 5 Stelle e la Lega avevano votato contro. Le divisioni più marcate erano state registrate nell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici e nel Partito Popolare Europeo, tra i promotori delle modifiche.

Tra i parlamentari europei c’era la consapevolezza che quella di oggi era l’ultima occasione utile per votare sul copyright prima delle elezioni europee della prossima primavera. Questa consapevolezza si è riflessa nelle posizioni di favorevoli e contrari: i primi spingevano per un’approvazione, in modo da non mandare all’aria anni di lavoro per una direttiva che comprende numerose altre riforme, i secondi confidavano in un nuovo voto contrario per affossarla definitivamente e tornare a parlarne alla prossima legislatura, quando le elezioni avrebbero consegnato un Parlamento Europeo diverso e probabilmente con nuovi equilibri politici.

La direttiva del copyright sarà ora analizzata nei negoziati tra istituzioni europee e stati membri. C’è ancora una possibilità che non sia adottata, nel caso in cui uno o più stati si mettano di traverso. I negoziati potrebbero durare più di un anno.

Il M5S parla, la Commissione europea risponde

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Dopo la presa di posizione della delegazione del M5S al Parlamento europeo, la nomina di Mario Nava a presidente della Consob è tornata d’attualità. In una nota si sostiene: “La Commissione europea conferma i dubbi che il Movimento 5 Stelle ha espresso sulla irregolarità che Mario Nava sia stato nominato Presidente della Consob venendo distaccato dalla Commissione Europea. Nella risposta del Commissario Oettinger all’interrogazione presentata dagli europarlamentari Marco Valli, Fabio Massimo Castaldo e Piernicola Pedicini, emerge che Nava avrebbe potuto essere posto in aspettativa dal suo precedente incarico di alto funzionario europeo, come previsto dalla Statuto Ue e dalla legge italiana”.

Nel mirino dei Parlamentari M5S il fatto che Nava, quando gli venne conferito l’incarico di guidare l’Autorità che vigila sui mercati italiani chiese un comando (distacco) di 3 anni da Bruxelles e non l’aspettativa.

Dal testo della risposta di Oettinger all’interrrogazione dei parlamentari italiani, tuttavia, non sembrano emergere dubbi sulla decisione di porre Nava in distacco, cioè in collocamento fuori ruolo: una fattispecie peraltro prevista dalla legge istitutiva della Consob proprio per i dipendenti della pubblica amministrazione.

Nella sua risposta a nome della Commissione Europea, il commissario Oettinger ha innanzitutto premesso: “Lo statuto prevede disposizioni amministrative che consentono a un funzionario titolare di occupare temporaneamente un impiego fuori della sua istituzione: si tratta del comando nell’interesse del servizio e dell’aspettativa per motivi personali”.

Poi, il Commissario ha spiegato le ragioni che hanno spinto la Commissione ad accettare il distacco di Nava: “In base a tali disposizioni amministrative il funzionario in questione rimane soggetto agli stessi doveri e diritti dei funzionari in attività di servizio presso la Commissione, tra cui l’obbligo di adempiere ai doveri sanciti dal titolo II dello statuto in relazione agli interessi dell’Unione europea. Tenuto conto dell’importanza di potenziare la collaborazione tra la Commissione e gli Stati membri e di rafforzare lo scambio delle migliori pratiche, la Commissione ha deciso di comandare il funzionario in questione presso la CONSOB nell’interesse del servizio”.

Una parte non secondaria in tale decisione, peraltro, è legata anche alle assicurazioni di indipendenza fornite dal precedente Governo italiano a Bruxelles. Oettinger le ha menzionate nella sua risposta: “Nel richiedere il distacco nell’interesse del servizio del funzionario della Commissione in questione, le autorità italiane hanno confermato che tale disposizione amministrativa non avrebbe inciso sulla sua indipendenza in veste di presidente della CONSOB e che si sarebbe mantenuta la conformità al requisito secondo cui il presidente esercita il suo mandato in regime di esclusività e a tempo pieno”.

Anche in questa circostanza, il M5S ha manifestato la scarsa conoscenza delle normative, italiana ed europea, che regolano la pubblica amministrazione.

Salvatore Rondello

EUROPA UNITA

DRAGHI NON MOLLA PRESA, DECISO CONTRO RISCHI DEFLAZIONEBorse europee positive nel pomeriggio, dopo il quadro rassicurante tracciato dal numero uno della Banca centrale europea, Mario Draghi, al Parlamento europeo e dopo la buona intonazione di Wall Street, ancora in festa per i dati sul mercato del lavoro di luglio (sono state create 213.000 nuove buste paga, livello superiore alle attese). Il banchiere ha dichiarato che sebbene a fine anno termineranno gli acquisti di asset da parte dell’istituto centrale, questo non significherà la fine dell’espansione monetaria. Draghi è quindi tornato a sottolineare che i fondamentali dell’economia del Vecchio Continente sono solidi, nonostante la crescita degli ultimi mesi sia risultata più moderata e nonostante il protezionismo in atto stia diventando sempre più una minaccia. Il presidente dell’Eurotower ha quindi invocato un’Europa unita, complice il fatto che l’unione monetaria è ancora incompleta e vulnerabile.

“In questi tempi di aumentate incertezze globali, è più importante che mai che l’Europa resti unita” ha avvertito ancora il presidente della Bce sottolineando i pericoli che corre l’Europa a causa dei dazi e del ritorno delle politiche protezionistiche. La ricetta di Draghi è un’Europa più unita: “Per sostenere la fiducia e continuare l’espansione economica, abbiamo bisogno di ulteriore convergenza e integrazione tra gli Stati membri dell’area dell’euro”, ha sottolineato.

I rischi al ribasso per le prospettive di crescita “riguardano principalmente la minaccia di un maggiore protezionismo: un’Unione europea forte e unita può aiutare a cogliere i benefici dell’apertura economica proteggendo al tempo stesso i suoi cittadini contro una globalizzazione incontrollata”, ha insistito il presidente della Bce. “L’Ue – ha aggiunto – può dare supporto al multilateralismo e al commercio globale, capisaldi della crescente prosperità economica negli ultimi sette decenni. Ma per avere successo al di fuori, l’Ue richiede istituzioni solide e una sana governance economica all’interno”.

Draghi ha anche affrontato il tema dell’eurozona, al centro del dibattito tra i Paesi europei e di una riforma in salita. “La condivisione dei rischi aiuta in grande misura la riduzione dei rischi”, ha detto Draghi riferendosi al sistema bancario e alle scelte pendenti per completare l’unione bancaria (la questione centrale è il sistema unico di garanzia dei depositi).

Infine nel corso della conferenza stampa il presidente della Bce si concede un passaggio sull’Italia: “Dobbiamo vedere i fatti prima di esprimere un giudizio, i test saranno i fatti, finora ci sono state le parole e le parole sono cambiate”.

Il Parlamento Ue l’istituzione europea più affidabile

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Secondo un sondaggio diffuso oggi dalla Commissione europea, il Parlamento europeo consolida la sua posizione come istituzione europea più affidabile. I risultati pubblicati oggi dalla Commissione europea, estratti dal sondaggio Eurobarometro della primavera 2018 sul livello di conoscenza del pubblico delle istituzioni dell’Ue, rivelano che il 50% degli intervistati ha dichiarato di fidarsi del Parlamento europeo. Si tratta di un aumento sostanziale di 5 punti rispetto all’autunno 2017, mentre il livello di sfiducia è diminuito del 3% rispetto allo stesso periodo.

Durante la legislatura, la fiducia nel Parlamento europeo, sempre secondo i risultati dell’Eurobarometro, è passata dal 34% di maggio 2014 al livello record attuale del 50%.

Il sondaggio indica inoltre che il 93% degli intervistati conosce il Parlamento europeo: è molto più di quello che si registra per le altre istituzioni e rappresenta un piccolo aumento rispetto all’ultimo Eurobarometro.

L’Unione europea, nel suo insieme, rimane anche più affidabile (42%) rispetto agli organi nazionali di governo (34%).

“Questo Parlamento – ha commentato il Presidente Antonio Tajani – sta lavorando per ridurre la distanza tra istituzioni europee e cittadini e sta facendo bene il suo lavoro. Ce lo dicono i cittadini stessi attraverso i risultati dell’Eurobarometro. Negli ultimi sei mesi la fiducia nel Parlamento europeo è passata dal 45% al 50%. Il Parlamento è in assoluto l’istituzione Ue più apprezzata.” “Voglio ringraziare i 751 parlamentari che compongono l’assemblea. Abbiamo dimostrato di saper essere protagonisti mettendo il Parlamento al centro del dibattito per cambiare l’Europa e renderla più efficace.”

“In particolare, sull’immigrazione che, come conferma l’Eurobarometro, è in cima alle preoccupazioni dei nostri cittadini, abbiamo contribuito a dare riposte europee. Già a novembre abbiamo adottato un testo di riforma del sistema dell’asilo, compreso il regolamento di Dublino, che concilia fermezza e solidarietà. Abbiamo anche proposto una strategia di breve, medio e lungo termine per fermare le partenze dall’Africa. Il Consiglio non può più rimandare la riforma dell’asilo e deve prendere coscienza che sul governo dell’immigrazione è in gioco il futuro stesso della nostra Unione.”

Dublino. L’Italia si allinea ai paesi Visegrad

ungheria immigrazione

L’Italia, membro fondatore dell’Unione europea, si allinea sulla posizioni dei Paesi Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria)  mettendosi di traverso a qualsiasi ipotesi di riforma del trattato di Dublino sul diritto d’asilo. Al vertice dei ministri dell’Interno a Lussemburgo sono arrivati, oltre al no di Roma, quelli di Madrid, Austria, Romania, Ungheria, Slovenia e Slovacchia. Non si sono espressi Estonia, Polonia e Gran Bretagna. Gli altri 18, pur non soddisfatti, lasciano la porta aperta al negoziato. Tra questi Grecia, Malta, e Cipro, spaccando così il fronte mediterraneo.

Insomma da un lato del tavolo ci saranno la Germania, la Francia e i governi del Nord Europa. Dall’altro l’Italia e i Paesi del Sud a fianco del quartetto di Visegrad. Un’inedita alleanza mossa da un obiettivo comune: fare a pezzi la proposta di riforma di Dublino preparata dalla presidenza di turno bulgara, documento in discussione al Consiglio Affari Interni di Lussemburgo. Matteo Salvini non ci sarà, ma da Roma è partito l’ordine di tenere la linea dura: va respinto senza se e senza ma. In assenza di un accordo tra i 28, la palla passerà nelle mani di Donald Tusk, che chiederà ai leader di trovare una via d’uscita al Consiglio europeo di fine mese. Quello dell’esordio del premier Giuseppe Conte.  Uno spostamento netto dell’Italia che si allinea da una posizione di accoglienza che la ha sempre contraddistinta verso le posizioni della destra dei paesi dell’Est europeo. l Principio di Dublino dovrebbe regolare l’accoglienza di rifugiati nell’Unione europea. Da anni vi si chiede una riforma sostanziale, soprattutto da quando la gestione dei fenomeni migratori è diventata una priorità che non può essere gestita sempre come una urgenza. Ma deve essere invece governata. Per farlo serve un approccio diverso che passa appunto per la riforma del Trattato di Dublino. Ma l’intesa è in alto mare. L’obiettivo di trovare un accordo tra i Ventotto durante il vertice europeo di fine giugno non sembra raggiungibile, tanto più che in Lussemburgo si sono moltiplicate le critiche di numerosi ministri degli Interni e sono mancati i punti condivisi. Insomma la questione dell’immigrazione continua a dividere l’Unione.

Il pacchetto sul tavolo rivede solo parzialmente il cosiddetto Principio di Dublino che prevede la responsabilità del paese di prima accoglienza nella gestione dei profughi. Tra le altre cose, la proposta di riforma stabilisce che, nei casi di flussi particolarmente elevati, vi possa essere un ricollocamento dei rifugiati in tutta l’Unione europea. Il pacchetto riprende a grandi linee l’iniziativa del 2015 che ha creato un meccanismo provvisorio di ricollocamento, criticato da alcuni stati membri.

A sostegno della riforma il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani per il quale la proposta in discussione “è l’unica che mette insieme fermezza e solidarietà. È su questa base che gli Stati membri e il Consiglio devono lavorare”. “Per fermare l’immigrazione clandestina – ha aggiunto – serve un piano Marshall per l’Africa e un accordo con la Libia e i Paesi di transito come quello fatto con la Turchia”.

La situazione è ben spiegata dalle parole del ministro alla migrazione svedese Helene Fritzon al suo arrivo al consiglio europeo Affari interni, a Lussemburgo. “L’Europa – ha detto – ha bisogno di un’intesa sulla riforma di Dublino, ma con le elezioni delle destre in Europa c’è un problema per raggiungere un compromesso oggi. C’è un clima politico più duro. Non si tratta solo dell’Italia, ma anche la Slovenia”, ad esempio. Insomma un clima frutto della crescita della destra in tutta Europa.

 

Sostegno record all’UE, nonostante la Brexit

Europa

L’ultimo sondaggio Eurobarometro del Parlamento europeo, pubblicato a un anno dalle elezioni del maggio 2019, conferma il crescente sostegno dei cittadini all’Unione europea. A un anno dalle prossime elezioni europee, il sondaggio Eurobarometro, commissionato dal Parlamento europeo e condotto nell’aprile 2018 da Kantar Public su 27.601 cittadini dei 28 Stati membri, rivela che il 60% di loro ritiene che l’appartenenza del proprio Paese all’UE rappresenti una “cosa positiva”. Inoltre, più di due terzi degli intervistati è convinto che il proprio Paese abbia tratto beneficio dall’appartenenza all’UE. Questo è il punteggio più alto mai registrato dal 1983.

Le percentuali in Italia sono più basse, anche se in aumento rispetto a sei mesi fa. Il 39% degli italiani intervistati ha risposto che l’appartenenza dell’Italia all’UE è una cosa positiva, 3 punti in più rispetto allo scorso novembre, mentre il 44% – 5 punti in più – sostiene che l’Italia abbia tratto beneficio dall’appartenenza all’UE.

Elezioni e nomina del futuro presidente della Commissione
A livello UE, quasi un terzo degli intervistati è già a conoscenza della data delle prossime elezioni europee. In generale, la procedura per la nomina dei candidati alla Presidenza della Commissione europea da parte dei partiti politici europei, è percepita come uno sviluppo positivo per la democrazia in Europa. Quasi la metà degli intervistati, infatti, ha dichiarato che questa procedura li incoraggerebbe a partecipare al voto. Quasi tre quarti dei cittadini desiderano che questa scelta dei candidati alla Presidenza della Commissione sia accompagnata da un vero dibattito sulle tematiche europee e sul futuro dell’UE.

Il 53% degli italiani intervistati ha risposto che la scelta del presidente della Commissione da parte del Parlamento li renderebbe più propensi ad andare a votare, mentre il 68% sostiene che tale processo dovrebbe essere accompagnato da un dibattito sulle questioni europee e sul futuro dell’UE. Sempre in Italia, alla domanda relativa alla data delle prossime elezioni, il 28% ha risposto “maggio” mentre l’11% ha risposto “2019”. In conclusione, quattro italiani su dieci sono in qualche modo a conoscenza della data delle prossime elezioni europee.

I poteri del Parlamento europeo
Il 42% degli italiani desidererebbe attribuire al Parlamento europeo un ruolo più importante, mentre il 28% gradirebbe vederne i poteri diminuiti, a fronte di un 18% che preferisce la situazione attuale. Il 34% dichiara di avere un’immagine positiva dell’Istituzione, mentre il 22% ne percepisce una negativa.

Le preoccupazioni degli europei e degli italiani
Interrogati su quali temi dovrebbero essere discussi durante le campagne elettorali in tutta l’UE, quasi la metà degli europei (49%) cita la lotta contro il terrorismo come tema prioritario, seguito da disoccupazione giovanile (48%), immigrazione (45%) nonché economia e crescita (42%).

Per gli italiani, i temi più importanti da affrontare in campagna elettorale sono l’immigrazione (66%), la lotta alla disoccupazione giovanile (60%), l’economia e la crescita (57%) e la lotta al terrorismo (54%).

Movimenti e partiti antieuropei
Il 56% degli intervistati ritiene che sia necessario un vero cambiamento e che tale cambiamento possa essere condotto dai movimenti e dai partiti anti-establishment ma, allo stesso tempo, sette europei su dieci credono che il fatto di essere contro qualcosa non porti benefici (a pensarla così è anche il 67% degli italiani).

Il governo giallo-verde e le preoccupazioni della Ue

Juncker firenzeIn prossimità del varo del nuovo governo giallo-verde, si sollevano le preoccupazioni dall’UE per la propaganda antieuropeista portata avanti dalla Lega e dai penta stellati.

Il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, aprendo il suo intervento a ‘The State of Union’ a Firenze, ha detto: “L’Italia è parte integrante dell’Unione europea. Uscire dall’Europa non ha alcun senso e uscire dalla moneta unica, l’euro, sarebbe una scelta anacronistica ed autolesionistica. Non siamo perfetti ma cambiare significa migliorare, andare avanti e non tornare indietro, e la prima cosa da fare è avere un’Europa sempre più politica. La prima riforma da fare è quella della primazia della politica che significa primazia dei cittadini”. Con riferimento alla politica dei dazi di Trump ha aggiunto: “Comprendo che per il presidente degli Stati Uniti è importante ricordare il principio ‘America first’ ma questo non significa ‘America alone’”. Con riferimento alla situazione politica italiana ha sottolineato:  “In Europa tutti guardano con grande attenzione a quello che succede in Italia. L’Italia è un Paese fondamentale in Europa ma che ha i problemi di un altissimo debito pubblico e di un’altissima disoccupazione giovanile. E dopo la Brexit servirà un ruolo più importante per Italia e Spagna. E’ questa sarà la sfida per il nuovo governo”.

La seconda giornata della conferenza europea ‘The State of the Union’, oggi in Palazzo Vecchio a Firenze, è iniziata con i saluti delle istituzioni locali. Protagonisti dell’evento con i loro interventi sono stati, oltre al presidente del Parlamento Europeo  Antonio Tajani, il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker ed il governatore della Bce  Mario Draghi.  Nel pomeriggio è intervenuto l’Alto rappresentante Ue  Federica Mogherini. La chiusura dei lavori è spettata al premier  Paolo Gentiloni.

Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, nel suo intervento di saluto ha affermato: “Le città hanno ruolo di accrescere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sono energia per la vita, per il futuro, per l’Europa. Firenze interpreta il proprio ruolo di attore, non di spettatore dell’integrazione europea”.

Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, si è soffermato, con il suo intervento, sulla futura politica di coesione criticandone l’impostazione che “rischia di far prevalere ancora una volta l’idea di un’Europa dell’austerità che poi dà spazio all’Europa dei demagoghi. Abbiamo invece bisogno di un’Europa della crescita e della democrazia”.

Il Presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha detto: “Populisti e nazionalisti hanno avuto materia per alimentare loro sentimenti e aumentare distacco dagli altri a causa della crisi migratoria. Così la solidarietà si sfilaccia e si perde poco a poco, così i Paesi del Nord Europa hanno riscoperto un’espressione che detesto: il club del Mediterraneo, si deve usare solo per il turismo, per indicare il Sud Europa che affronta il flusso profughi. Invece Europa e solidarietà vanno insieme. La solidarietà fa parte del patto fondatore dell’Europa”.

Durante la prima giornata, a Fiesole, il Presidente Sergio Mattarella, nel suo discorso di apertura dell’evento organizzato dall’Istituto Universitario Europeo per fare il punto sulle sfide e prospettive del prossimo futuro dell’UE, ha detto: “Più sicuri che nel dopoguerra, più liberi che nel dopoguerra, più benestanti che nel dopoguerra, rischiamo di apparire oggi privi di determinazione rispetto alle sfide che dobbiamo affrontare. E qualcuno, di fronte a un cammino che è divenuto gravoso, cede alla tentazione di cercare in formule ottocentesche la soluzione ai problemi degli anni 2000.  Sottraendoci all’egemonia di particolarismi senza futuro e di una narrativa sovranista pronta a proporre soluzioni tanto seducenti quanto inattuabili, certa comunque di poterne addossare l’impraticabilità all’Unione.  Nel turbamento del mondo quanto apparirebbe necessario il ruolo di equilibrio svolto da un concerto di 27 Paesi, tanto si mostra ampio il divario tra l’essere e il dover essere di un’ampia comunità che trova la sua dimensione in uno spazio già condiviso. Mai, dunque, come oggi appare urgente unire.

La operosa solidarietà degli esordi, sembra essersi trasformata in una stagnante indifferenza, in una sfiducia diffusasi, pervasivamente, a tutti i livelli, portando opinioni pubbliche, Governi, Istituzioni comuni, a diffidare, in misura crescente, l’uno dell’altro. Non possiamo ignorare questo stato di fatto, né sottacere quanto sia diffusa, fra i cittadini europei, la convinzione che il progetto comune abbia perso la sua capacità di poter realmente venire incontro alle aspettative crescenti di larghi strati della popolazione; e che non riesca più ad assicurare adeguatamente protezione, sicurezza, lavoro, crescita per i singoli e le comunità. Con una contraddizione singolare, che vede gonfiarsi, simultaneamente, le attese dei cittadini e lo scetticismo circa la capacità dell’Europa di corrispondervi”.

Dunque, non sono mancati i richiami ad un maggiore senso di responsabilità per il futuro dell’UE.

Salvatore Rondello

Pisani: “Solidarietà a Pittella. Esempio di umiltà”

pittella“Voglio esprimere tutta la mia solidarietà all’Onorevole Gianni Pittella, per le minacce di morte che gli sono state rivolte attraverso Facebook”. Lo ha dichiarato Maria Cristina Pisani, portavoce nazionale del Psi. “Gianni non si è mai sottratto al confronto democratico – continua Pisani – e il confronto  è l’essenza della nostra democrazia. Per questo esprimo la vicinanza mia del Partito Socialista Italiano a Gianni Pittella. Non penso sia necessario spendere molte parole per Gianni, per il suo impegno, la sua passione e la sua enorme generosità per il Sud e per la Regione Basilicata. A Gianni – conclude la Portavoce del Psi – rivolgo anche il mio ringraziamento per il grande esempio di umiltà e di coraggio, per il grande messaggio che ci ha offerto di politica come servizio che privilegia le ragioni del cuore, di amore per la propria terra. Andiamo avanti, insieme, il prossimo 4 Marzo, faremo valere con serietà e coraggio le nostre ragioni.”

Gianni Pittella, presidente del gruppo Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, candidato in Basilicata al collegio uninominale per il Senato e nel collegio plurinominale Campania, è stato oggi bersaglio di un increscioso frutto della violenta campagna elettorale ormai svuotata di idee e riempita di scontri. “Nella mia lunga esperienza politica – ha detto Pittella – ho affrontato tante campagne elettorali, senza mai tirarmi indietro di fronte alle critiche o al confronto, anche aspro, di idee diverse dalle mie. Non era mai successo, però, di ricevere vere e proprie minacce di morte. Oggi è accaduto”.

“Per questo – ha continuato – sono stato costretto a denunciare presso le autorità competenti quanto scritto da un odiatore che, sulla mia pagina Facebook, ha commentato un post augurandomi la morte per mano criminale. Nella mia vita sono sempre stato aperto al confronto democratico. Qui non si tratta, però, di scontro politico, ma di violenza, il veleno della democrazia. A questo mi ribello. Continuerò quindi la mia battaglia di idee, fatta di ascolto e dialogo, contro ogni sopraffazione, contro ogni violenza”.