Psf, con dimissioni Hulot cade maschera di Macron

Il più popolare dei ministri del governo francese, Nicolas Hulot, responsabile dell’Ambiente, si è dimesso ieri a sorpresa, con questo assestando un duro colpo al presidente Emmanuel Macron e all’immagine ‘ambientalista’ che ha cercato di proiettare al suo mandato sin dal suo arrivo all’Eliseo. Hulot, senza preavvertire né il presidente né il premier Eduard Philippe, ha annunciato le dimissioni in radio, a France Inter: “Ho preso la decisione di lasciare il governo. Non voglio mentire oltre, non voglio mantenere l’illusione che la mia presenza al governo significhi che siamo all’altezza delle sfide” in tema ambientale. Il ministro dimissionario ha elencato una serie di politiche, tra cui la restrizione all’utilizzo di alcuni pesticidi, su cui si sono registrati solo “piccoli passi”. E “questi piccoli passi sono sufficienti? La risposta è no”, ha ammesso l’ex giornalista impegnato sin dagli anni Novanta nelle battaglie sull’ambiente.

Dimissioni del ministro francese dell’ecologia Nicolas Hulot: la posizione del partito socialista francese

nicolas hulotIl partito socialista francese (PSF) ha definito il gesto di Hulot una scelta coraggiosa e denuncia il tradimento, del partito la Rèpublique en marche! che ha abbandonato ogni riferimento al progressismo e all’ecologia. Il PSF aggiunge che le maschere sono cadute una ad una: ecologia, fiscalità, politiche migratorie. La lista degli arbitraggi perduti da l’ex ministro è stata troppo lunga e l’impotenza ad agire insopportabile: il rinvio dell’interdizione del glifosato, l’importazione di 300 000 tonnellate per anno di olio di palma, il rinvio del ribilanciamento del mix energetico, l’applicazione anticipata della CETA e il rifiuto di trasformare in principio costituzionale la difesa dei beni comuni contro le multinazionali; inoltre le scelte a venire sull’energia minacciavano di essere ancora più negative.
Secondo il PSF l’allarme di Nicola Hulot deve essere ascoltato, poiché l’emergenza ecologica esige un nuovo modello di sviluppo che dia priorità a un’economia circolare, a basse emissioni di carbonio, allo sviluppo di energie rinnovabili, alla lotta contro il riscaldamento globale e allo sviluppo di un approccio che leghi le questioni ambientali a quelle sanitarie. Occorre raggiungere una rivoluzione dei modi di produzione.
Il Partito Socialista Francese intende prendere parte a questo dibattito perché il sociale e l’ecologia sono intimamente legati. Sono sempre gli individui, le regioni, i paesi più deboli ad essere le prime vittime, mentre il modello di sviluppo liberistico ha voltato le spalle all’essenziale: la conservazione dell’umanità, la qualità della vita e la salute delle persone.

Macron, il sistema francese e le riforme istituzionali

macronProseguono, con il secondo appuntamento, la serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

La stabilità e la coerenza della forma di governo e del sistema elettorale rappresentano degli elementi fondamentali per garantire la funzionalità e un alto rendimento delle democrazie rappresentative.

Oggi, mi occuperò della forma di governo semipresidenziale e del sistema elettorale francese da lungo tempo considerati, da diversi politici e studiosi, Giovanni Sartori in primis, come un modello da seguire per la stabilità e la governabilità.

Il termine semipresidenzialismo fu coniato, nel 1978, dal politologo Maurice Duverger. Venne introdotto in Francia dal generale Charles De Gaulle, con la Costituzione del 1958 che inaugurò, in un contesto di crisi politica e nel pieno della guerra d’Algeria, la Quinta Repubblica.

La forma di governo francese è una repubblica semipresidenziale: un sistema nel quale il Presidente della Repubblica viene eletto direttamente dai cittadini e, forte della legittimità popolare, gode di ampi e reali poteri quali la scelta e la revoca del Primo Ministro, nonché lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale, ovviamente, nei limiti costituzionali; il Primo Ministro necessita, insieme all’esecutivo, del voto di fiducia e di una maggioranza nell’Assemblea Nazionale.

Nella Quinta Repubblica, il potere legislativo spetta alle Assemblee Parlamentari. L’Assemblea nazionale ha il compito, con il Senato, di approvare le disposizioni legislative.

Il bicameralismo è differenziato e razionalizzato, l’Assemblea Nazionale ha un ruolo preminente rispetto al Senato. Tra queste funzioni si evidenzia come il primo ministro debba avere la fiducia, o il tacito assenso, dell’Assemblea Nazionale, così come solo i deputati possono presentare una mozione di censura al Governo.

Il potere esecutivo è bicefalo, cioè condiviso tra il capo del Governo e il capo dello Stato. Questa caratteristica del semipresidenzialismo “ad assetto variabile” può comportare la coabitazione: l’elezione di un Presidente della Repubblica di un partito e la vittoria, in termini di seggi, alle elezioni legislative di un partito diverso.

Questa situazione, verificatasi diverse volte, ha comportato il successo o meno di una Presidenza.

A questo proposito, è evidente che esistono differenti margini di azione di cui può disporre il Capo dello Stato: da un verso lo stesso colore politico permette l’esercizio di poteri decisionali in capo al presidente e relega il primo ministro ad un ruolo tendenzialmente secondario (come avviene con l’attuale presidenza di Emmanuel Macron); dall’altro, in caso di coabitazioni di maggioranze non coincidenti, il presidente e il primo ministro tendono a bilanciarsi a vicenda e ad essere rigidamente rispettosi della divisione dei poteri.

Proprio al fine di rendere difficile la coabitazione, dalle elezioni del 2002, il mandato presidenziale è stato ridotto a cinque anni, la durata di una legislatura, e le elezioni presidenziali si svolgono poco prima delle elezioni legislative; in questo modo, sfruttando un cosi breve periodo tra le due elezioni, risulta più difficile che gli elettori scelgano, in maggioranza, schieramenti opposti tra loro.

Il sistema elettorale è fortemente legato a quest’assetto costituzionale.

Si tratta di un maggioritario a doppio turno, sia per le elezioni presidenziali che per le elezioni legislative: se, al primo turno, un candidato ottiene il 50% più uno dei voti nel collegio, si aggiudica il seggio; viceversa, se nessun candidato raggiunge questa percentuale, si tiene un secondo turno in cui partecipano i candidati che hanno ottenuto oltre il 12,5% dei consensi alla prima tornata elettorale.

L’unica eccezione è rappresentata dalle elezioni al Parlamento europeo, dove è utilizzato il sistema proporzionale con sbarramento di lista al 5%.

Durante l’ultima campagna presidenziale nel 2017, Macron ha promesso l’avvio di un’incisiva stagione riformatrice; nell’aprile di quest’anno, il primo ministro francese, Edouard Philippe, ha esposto le linee generali del progetto di riforma istituzionale.

La riforma è suddivisa in tre differenti testi: un progetto di revisione costituzionale, una legge organica e una legge ordinaria.

Su alcune proposte di modifica, come la riforma del Consiglio supremo della magistratura si registra un ampio consenso; viceversa, sulle proposte più pregnanti non è stato trovato un accordo con le forze politiche di minoranza.

Tra queste proposte troviamo: la riduzione del 30 per cento del numero dei senatori e dei deputati (244 senatori rispetto agli attuali 348; 404 deputati contro i 577 odierni). Se passasse la riforma, la Francia sarebbe considerata uno dei paesi d’Europa con il maggior numero di abitanti per parlamentare.

Un’altra proposta divisiva è l’introduzione, dalle prossime elezioni del 2022, di una quota del 15 per cento di deputati eletti con il metodo proporzionale.
La quota proporzionale unita alla riduzione del numero dei parlamentari sono le misure che, secondo i critici, maggiormente minacciano di snaturare il sistema francese, maggioritario e a doppio turno, poiché potrebbe allentare il legame tra l’eletto e il territorio.

Tuttavia sembra una preoccupazione esagerata, almeno rispetto all’introduzione di una quota proporzionale; essa può garantire una maggiore rappresentanza di forze politiche minori, come in questa fase il Partito Socialista francese, e temperare la netta sovra-rappresentazione in termini di seggi della forza di maggioranza relativa.

Un terzo elemento, molto contestato e tacciato di autoritarismo è la limitazione alla quantità degli emendamenti stabilita in base alla dimensione dei gruppi parlamentari, la proposta è stata, successivamente, ritirata.

Poche settimane fa, dopo giorni di paralisi in parlamento, in seguito al “Caso Benalla”, i lavori sul progetto di riforma della Carta fondamentale sono stati rinviati a dopo la pausa estiva.

Questo si spiega con le difficoltà della contingenza politica ma, soprattutto, perché molte delle riforme, per essere approvate, richiedono una revisione della Costituzione, quindi il voto favorevole anche del Senato che ha una maggioranza neogollista.

La modifica del sistema elettorale rientra invece in una legge ordinaria, per la quale ha l’ultima parola l’Assemblea Nazionale, dove En Marche! gode di un’ampia maggioranza.

Tuttavia, per evitare il problema del Senato, l’esecutivo potrebbe organizzare un referendum.

Potrebbe trattarsi di un azzardo: i francesi avrebbero la possibilità di esprimere un dissenso rispetto alla forza di governo, a prescindere dai contenuti della riforma. In qualche maniera, ripetendo quello che è successo in Italia con la vicenda del referendum costituzionale del 2016.

Per tutte queste ragioni, il Presidente della Repubblica non intende sottoporsi a un referendum politico preferendo per il momento tentare la strada parlamentare e trovare un accordo con il Senato.

Resta da capire se la forte personalizzazione, la leaderizzazione e il superamento di forme tradizionali di mediazione con parti sociali e soggetti politici, tratti caratteristici della scalata politica e del modo di governare incarnato da Macron, possano essere compatibili con la necessità di creare un clima di dialogo con le altre forze politiche, trovare accordi e superare in maniera condivisa le numerose criticità emerse.

Paolo D’Aleo

L’anno zero del Partito Socialista francese

hollande Macron

Il Partito Socialista francese è allo sbando: secondo i sondaggi, potrebbe uscire dalle imminenti elezioni legislative con un pugno di deputati. Questa è solo la fase finale di un lento ma inesorabile declino, iniziato durante la presidenza di François Hollande. Cos’è andato storto? Il Partito Socialista francese è ormai un’esperienza politica da archiviare o potrebbe, invece, risorgere dalle sue ceneri? Lo abbiamo chiesto a Christine Vodovar, professoressa di storia comparata dei sistemi politici alla LUISS ed esperta di storia dei partiti socialisti in Francia e Italia.

Professoressa Vodovar, la presidenza di François Hollande è stata caratterizzata da una prima fase, più interventista, e una seconda, più liberale. Quanto la svolta liberale ha inciso sul fallimento di Hollande?
Non sono convinta che sia stata la svolta liberale di per sé ad aver inciso sul fallimento di François Hollande. Hollande ha sempre avuto una linea di socialismo liberale e, in tal senso, si può ipotizzare che ciò che ha fatto nella seconda metà del quinquennato sia quello che voleva fare fin dall’inizio. Ma avendo stipulato durante la campagna elettorale un accordo con l’ala sinistra del suo partito, è stato costretto, nei primi due anni del suo quinquennato, a portare avanti delle politiche, soprattutto economiche, che tenevano conto di queste posizioni. Perciò, quando ha fatto la svolta liberale, Hollande si è trovato a fare i conti con i cosiddetti frondeurs, l’opposizione interna al suo partito, che ha provato in maniera sistematica ad ostacolare le misure che cercava di prendere. Hollande non è quindi riuscito a dare un indirizzo di politica economica omogeneo al suo quinquennato. Ma, soprattutto, anche in seguito alla svolta liberale, non è riuscito a invertire il corso negativo dell’economia francese. Solo il deficit pubblico annuo è stato in un qualche modo contenuto. Gli altri indicatori, come, ad esempio, il tasso disoccupazione, quello di povertà, il bilancio commerciale con l’estero o il debito pubblico, non solo sono ancora tutti in negativo, ma sono anche peggiorati nel corso degli anni.

Se François Hollande è stato fin dall’inizio sostenitore di un socialismo liberale, si può affermare che Emmanuel Macron è il suo vero erede?
Assolutamente sì. Emmanuel Macron è il continuatore di quello che avrebbe voluto fare Hollande nella seconda parte del suo mandato. Le ricette sono un po’ diverse, ma l’idea è la stessa. I due condividono una visione di politica economica liberale, mirata a rendere più flessibile il mercato del lavoro e a sgravare le imprese da una serie di costi sociali. Macron vuole farlo meno brutalmente dei repubblicani e vuole che le misure liberali in questione siano accompagnate da una serie di misure sociali. In tal senso, durante la campagna si è molto ispirato alla cosiddetta flexi-security attuata nei paesi del nord Europa.

Riuscirà Macron dove Hollande ha fallito, ovvero a invertire gli indicatori economici?
È impossibile rispondere ora. Si può tuttavia sottolineare che Hollande era membro del Partito Socialista, mentre Macron non lo è. Possiamo dire che, se le elezioni legislative gli daranno un’ampia maggioranza – cosa che potrebbe anche essere – avrà le mani meno legate e non sarà obbligato a fare compromessi con una certa parte della sinistra, com’è stato invece il caso di Hollande. Inoltre, Macron ha più carisma di Hollande e riesce a sedurre maggiormente la gioventù e gli ambienti europei. Il suo potenziale di partenza è quindi maggiore ma, se non riuscirà a invertire gli indicatori, c’è il rischio che i populisti del Front National e dell’estrema sinistra ritornino con ancora più forza alla prossima tornata elettorale.

Quali sono le cause della sconfitta di Benoît Hamon, candidato socialista alle presidenziali? Ha perso perché è stato visto come il continuatore di una politica fallimentare? Perché ha fatto le promesse sbagliate, come quella sul reddito universale? O perché, semplicemente, mancava di carisma?
Innanzitutto, Hamon non ha potuto contare su un partito compatto alle spalle. Durante la presidenza di Hollande è stato il capo dell’opposizione interna e c’è una parte del partito, come l’ex primo ministro Manuel Valls, che non glielo ha perdonato. A livello di personalità, Hamon è sicuramente un uomo di apparato. Non ha grande carisma e non lo ha aiutato il non aver mai coperto ruoli in grado di dargli una statura nazionale. Il problema è che non è riuscito a creare consenso a sinistra né sulla sua persona, né evidentemente sulle sue proposte. Ma su questo punto, ha pagato il fatto che, avendo vinto le primarie e ottenuto allora un’ampia legittimità attorno al suo programma iniziale, gli è stato molto difficile ridefinire questo programma in tale modo da creare quel consenso più ampio presso i militanti e gli elettori socialisti e di sinistra, necessario per qualificarsi al secondo turno. Anche se la sua linea politica non era del tutto credibile, l’idea del reddito universale era comunque una novità e avrebbe potuto convincere la parte dell’elettorato più popolare che invece ha preferito votare Mélenchon e Le Pen. In ogni caso, non credo che Hamon sia apparso come l’erede di Hollande. Ha piuttosto scontato il fatto di aver preso in mano un partito che negli ultimi cinque anni si è estremamente indebolito. Ancor prima che Macron scendesse in campo, i candidati del Partito Socialista si stavano preparando a un’enorme sconfitta alle legislative. L’elettorato francese si è spostato a destra. Sondaggi ed elezioni di medio termine lo avevano da tempo confermato.
Infine, va ricordato anche che Hamon ha dovuto affrontare un Jean-Luc Mélenchon che è riuscito benissimo a imporsi come candidato più credibile per un certo tipo di elettorato di sinistra.

I sondaggi annunciano per il Partito Socialista una disfatta alle legislative. Come il PS potrà riprendersi da questa sconfitta e tornare ad essere il baricentro della sinistra francese?
La crisi del Partito Socialista ha delle radici profonde, l’elezione presidenziale ha soltanto dato un colpo di grazia. Quello che è venuto meno quest’anno è il grande partito della sinistra costruito da François Mitterrand tra il ‘69 e il ‘71, in grado di accogliere quasi tutte le sensibilità della sinistra di governo e anche qualche fetta di quella anti-sistemica. Si è chiuso un ciclo. Sinistra liberale, sinistra socialdemocratica e sinistra radicale non riescono più a dialogare. È difficile, a breve termine, ipotizzare una ricongiunzione. Se La République en marche sopravvivrà a Macron – impresa questa tutt’altro che facile – potrebbe diventare, almeno per ora, un’alternativa al vecchio PS.

Il Partito Socialista è quindi condannato a essere una forza di opposizione, sul modello del Labour di Jeremy Corbyn in Gran Bretagna?
Non sono sicura che il modello Corbyn sia quello più adeguato per una ripresa del Partito Socialista. Non credo che se dovesse intraprendere questa strada, riuscirebbe a fare meglio di questa volta in termini di voti. I delusi dalla politica di Macron andranno, nell’immediato, a rinforzare il campo di Mélenchon oppure si ritireranno dopo una breve sosta nel mondo della politica. Dopo le legislative, il Partito Socialista non potrà contare su molti deputati. Bisognerà ricostruire dalla base, dai comuni e dalle province.

Se il partito di Macron riuscirà a imporsi come soggetto politico stabile, c’è il rischio che l’alternanza si faccia tra il “né a destra né a sinistra” del nuovo presidente e il “né a destra né a sinistra” di Le Pen?
Se La République en marche, come partito, si imporrà e diventerà uno degli assi del sistema politico, diventerà una sorta di Democrazia Cristiana. E, diciamocelo, il sistema italiano nella Prima Repubblica non brillava certo per alternanza. Se Macron riuscirà ad andare fino in fondo con il suo progetto politico, il rischio è quindi che l’alternanza si faccia tra un partito di governo, credibile e moderato, e un’opposizione populista che si sta rafforzando.  Però la scossa che Macron, con la sua strategia, ha già dato al sistema, e il rinnovamento generazionale che è in atto, potrebbero anche costringere i partiti tradizionali a rinnovarsi, ridando invece vigore alla vecchia divisione – non affatto scomparsa – tra destra e sinistra.

Matteo Angeli

“Rise Up”, la campagna dei giovani socialisti europei per risollevarsi dalla crisi

“Rise up” letteralmente significa “sollevarsi”. Questo lo spirito che alimenta la campagna dei giovani socialisti europei dal nome appunto “Rise Up”, concepita per uscire dalla crisi e per contrastare l’austerità di alcuni Stati dell’Unione europea. Presentata lo scorso 24 agosto, in occasione dell’Universités d’été organizzata dal Partito Socialista francese a La Rochelle, la campagna non poteva non contare sulla firma del segretario nazionale del Psi, Riccardo Nencini. Il vicepresidente IUSY (Unione Internazionale dei Giovani Socialisti), Roberta Capone ha partecipato alla stesura della proposta di legge dichiarando che: «Il sogno è quello di costruire un grande movimento giovanile europeo e riformista che possa riconoscersi un domani in un grande partito progressista, socialista e democratico». Avanti! ha fatto il punto con Claudia Bastianelli, Segretaria Nazionale FGS e Maria Cristina Pisani, membro della Segreteria Nazionale della Federazione dei Giovani Socialisti. Continua a leggere