Lombardia, laboratorio
del neofascismo

fascisti milanoLa Lombardia è tornata ad essere da tempo laboratorio privilegiato del neofascismo. Da Varese a Pavia, da Monza a Cantù e a Como è un fiorire di iniziative e di propaganda.

Milano e i Comuni della Città metropolitana sono stati da tempo scelti dalle organizzazioni neofasciste e neonaziste come luoghi di incontro, di convegni e manifestazioni anche a livello europeo. Il fenomeno sta sempre più assumendo dimensioni che destano profonda preoccupazione in tutti noi.

Il blitz del 29 giugno 2017 a Palazzo Marino da parte di militanti di CasaPound, resisi protagonisti di saluti romani, violenze ed aggressioni, mentre era in corso la seduta del Consiglio Comunale democraticamente eletto dai cittadini, ha costituito un fatto di una gravità senza precedenti. L’assalto a Palazzo Marino e la contestazione al Sindaco Sala hanno rappresentato un salto di qualità nella sfida alle istituzioni nella città Medaglia d’oro della Resistenza.

Un blitz che aveva registrato un suo preambolo il 9 aprile 2017, quando alcuni militanti di CasaPound avevano inscenato una protesta contro l’accoglienza dei migranti durante una seduta del Consiglio Comunale di Monza. Una prova di forza che ha avuto il suo fondamento in quanto accaduto il 29 aprile 2017 al Cimitero maggiore di Milano, quando un migliaio di neofascisti sono andati a commemorare al campo X i caduti della Repubblica di Salò.

Da allora è stato un crescendo di iniziative, manifestazioni, provocazioni neonaziste e neofasciste.

Nella notte tra il 24 e il 25 settembre 2017, al Parco Nord di Milano, è stato devastato da neofascisti il Monumento al Deportato, realizzato su progetto dell’architetto Lodovico Barbiano di Belgiojoso, deportato a Mauthausen e dal figlio Alberico.

Nella giornata del 29 aprile, in cui ricorre l’anniversario della sanguinosa uccisione del giovane Sergio Ramelli, vittima di una aggressione squadristica del Cub di medicina di Avanguardia Operaia, e di Enrico Pedenovi, consigliere provinciale dell’Msi, assassinato dal gruppo terrorista Prima Linea, omicidi efferati, da sempre condannati dall’Anpi e dalle forze democratiche, i neofascisti inscenano a Milano manifestazioni di aperta apologia del fascismo. Il 29 aprile di quest’anno, un gruppo di circa 200 appartenenti a CasaPound, Forza Nuova e Lealtà e Azione hanno compiuto un’ignobile parata in piazzale Loreto per ricordare Mussolini e il nefasto e tragico ventennio fascista. La provocazione neofascista conclusasi con saluti romani è avvenuta proprio nel luogo dove sorge il Monumento dedicato ai Quindici Martiri, partigiani e antifascisti, prelevati dal carcere di San Vittore per ordine del capitano della Gestapo Theodor Saevecke e fucilati all’alba del 10 agosto 1944 da un plotone della Muti.

Il giorno prima, il 28 aprile 2018, due donne che, per tutelare il decoro della loro abitazione, avevano provveduto a staccare un manifesto abusivo incollato sul loro edificio, per la sfilata a ricordo di Ramelli e Pedenovi, sono state aggredite da neofascisti. Le due signore hanno dovuto ricorrere alle cure mediche e hanno sporto denuncia alla Questura di Milano. Ricordiamo, infine, la decisione del Comune di Cologno Monzese di organizzare, nei giorni immediatamente precedenti la ricorrenza del 73° anniversario della Liberazione, un campo militare tedesco che avrebbe offeso la memoria dei cittadini di Cologno Monzese che lottarono per la libertà e che furono vittime della deportazione nei lager nazisti. L’intervento dell’Anpi, che si è rivolta al Prefetto di Milano, la dottoressa Lucia Lamorgese, ha evitato questo ulteriore oltraggio.

Il 1° luglio si è verificata un’ulteriore gravissima provocazione nel quartiere di Niguarda: la distruzione della targa dedicata a Gina Galeotti Bianchi, la partigiana Lia, alla quale è intestato il giardino di via Hermada. Gina Galeotti Bianchi è stata la prima caduta dell’insurrezione a Milano contro i nazifascisti. Niguarda fu il primo quartiere ad insorgere, il 24 aprile 1945 e la partigiana Lia mentre era uscita insieme con la staffetta e amica Stellina Vecchio per portare ai partigiani l’ordine di insurrezione, venne colpita e uccisa da una raffica di mitra sparata da un camion carico di soldati tedeschi in fuga. Gina Galeotti Bianchi era incinta e aveva appena riferito a Stellina Vecchio di essere contenta perché “il nostro bambino nascerà in un paese libero”.

In questo quadro si inserisce il provocatorio evento organizzato il 6 e 7 luglio da Lealtà e Azione nella città di Abbiategrasso. La “festa del sole” ad Abbiategrasso è stata promossa dall’organizzazione neonazista e antisemita Lealtà e Azione che si ispira al generale nazista delle Waffen SS Leon Degrelle e a Corneliu Codreanu, fondatore della Guardia di ferro rumena, movimento ultranazionalista e antisemita, protagonista di spaventosi pogrom antiebraici negli anni 30 e 40.

Nonostante il tentativo di Lealtà e Azione di presentarsi sotto una veste dialogante e insospettabile, traspare la vera natura degli organizzatori. Sul manifesto di indizione vi compare l’immagine di un lupo, uno degli emblemi di Lealtà e Azione, con una rosa rossa in bocca, a ricordare lo stemma della X Mas, dove la rosa era posta tra i denti di un teschio al fine di esaltare la bella morte. Infine, immancabile, il concerto nazi rock, con band che inneggiano ai “martiri” della Repubblica di Salò, al suprematismo bianco e ai pogrom degli ebrei. Tra i gruppi che si sono esibiti i “Bullets”, autori dell’inno di Lealtà e Azione, in cui si esalta l’antisemita Corneliu Codreanu (“i valori che cerchiamo/noi li troviamo in Corneliu Zelea Codreanu”).

All’iniziativa, svoltasi in uno spazio pubblico, colpevolmente concesso a Lealtà e Azione dall’amministrazione comunale, hanno partecipato due assessori della Giunta regionale lombarda, esponenti di primo piano di Forza Italia, di Fratelli d’Italia e numerosi parlamentari della Lega.

Ciò che ci ha lasciato profondamente sbalorditi, tra le altre cose, è l’atteggiamento dell’assessore leghista alla cultura della Regione Lombardia che è intervenuto l’11 maggio scorso ad un importante convegno sull’ottantesimo anniversario della emanazione delle famigerate leggi antisemite, alla presenza di Liliana Segre, del Rabbino Capo di Milano Alfonso Arbib, del giornalista Ferruccio de Bortoli, dell’Arcivescovo di Milano, e che con grande disinvoltura e indifferenza ha voluto partecipare alla festa realizzata da una associazione neonazista e antisemita.

L’aspetto più grave e inquietante della manifestazione di Abbiategrasso è rappresentato, appunto, dallo stretto rapporto stabilitosi tra Lealtà e Azione e Lega di Salvini.

Stiamo assistendo in Lombardia, al preoccupante progetto di stabilire tutte le interlocuzioni possibili dell’estrema destra, soprattutto, con la Lega guidata da Salvini. D’altra parte non è una novità quella costituita dal collegamento di realtà neofasciste con la Lega. Lealtà e Azione ha scelto di appoggiare candidati della Lega o candidare propri militanti nel partito di Salvini, alle elezioni del 4 marzo scorso. E ora, i neofascisti lombardi vanno all’incasso “politico”.

Lo scenario che si profila per la nostra regione e a livello nazionale, dove la Lega ha un ruolo determinante nel governo, è preoccupante e inquietante. A livello nazionale i primi passi del governo salviniano fanno felici i neofascisti per i porti chiusi, il fronte anti-Ong, la proposta del censimento dei Rom. Si rivela così la vera natura del fascismo, profondamente razzista sin dalle origini. È sotto gli occhi di tutti che la questione immigrazione diventa terreno di coltura per i germi del fascismo. Ci sono persone a cui si mette in testa che le ideologie nazifasciste e razziste sconfitte dalla Resistenza italiana ed europea siano ancora oggi la risposta alle problematiche attuali, scaricando su chi fugge dalle guerre e dalla fame la responsabilità della crisi della società contemporanea. La discriminazione razziale e l’odio per lo straniero così come la purezza etnica sono risposte tragicamente già date nel secolo appena trascorso.

L’Anpi provinciale di Milano e l’Anpi nazionale hanno aderito all’appello e al presidio unitario svoltosi, con successo, ad Abbiategrasso. Oltre all’Anpi hanno aderito: la senatrice Liliana Segre, Aned, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Comunità Ebraica di Milano, Associazione Italia Israele di Milano, Forum dei Musulmani Laici, Fiap, Anppia, Aicvas, Anpc, Cgil-Cisl-Uil, Acli, Libera, Comunità di Sant’Egidio, Pd, Liberi e Uguali, Partito socialista, Rifondazione comunista, Potere al popolo.

La senatrice Liliana Segre ha rivolto una interrogazione urgente al ministro dell’Interno Salvini con la quale ha chiesto la “revoca delle autorizzazioni, così da scongiurare la realizzazione di una iniziativa di patente carattere anticostituzionale, che offende i valori di fondo della nostra Repubblica e di ogni forma di convivenza civile.” All’appello si è aggiunta una lettera di 22 sindaci, di centrosinistra, ma anche di centrodestra, del territorio sud Milano, con la richiesta di cancellare il raduno neofascista.

Il presidio antifascista ad Abbiategrasso contro la festa di Lealtà e Azione ha visto la partecipazione di oltre 400 persone, alla presenza di Carla Nespolo, presidente nazionale dell’Anpi, che è intervenuta nel corso della manifestazione.

Da registrare anche la presenza della consigliera regionale lombarda del Movimento 5stelle, Monica Forte, e di numerosi attivisti pentastellati.

L’aspetto forse più interessante e significativo dell’intera vicenda è proprio costituito dall’ampio e unitario fronte antifascista mobilitatosi contro la provocatoria iniziativa di Lealtà e Azione.

Non è più tollerabile che a 73 anni dalla Liberazione dal nazifascismo si ripetano iniziative e vengano concessi spazi pubblici a organizzazioni neofasciste come Lealtà e Azione, CasaPound e Forza Nuova.

Le leggi ci sono (la Scelba e la Mancino), ma vanno applicate. Compito dello Stato è di adoperarsi per contenere e respingere ogni tentativo, oggi purtroppo ricorrente, di esaltazione del fascismo, per far conoscere cosa è stato il fascismo durante il ventennio e negli anni della strategia della tensione. Ci dimostri questo Stato di essere finalmente quello Stato antifascista delineato dalla Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza, sciogliendo gruppi dichiaratamente nazifascisti e infliggendo a chi fa apologia di fascismo e diffonde intolleranza e razzismo esemplari condanne.

La mobilitazione unitaria contro le provocazioni neofasciste e neonaziste è fondamentale, ma non basta. Se tutto questo avviene vuol dire che qualche cosa di profondamente grave si è verificato nel nostro tessuto sociale. Il ventre molle del Paese contaminato dal razzismo e dal fascismo non è mai del tutto scomparso. Solo che nel secondo dopoguerra ci si vergognava di tirarlo fuori. Il lutto e la disperazione provocati dal nazifascismo creavano una sorta di pudore intorno a certe tendenze. Il tempo ha cancellato la memoria delle tragedie. Ed ecco ora riaffacciarsi violentemente queste pulsioni razziste e xenofobe. Ma tutto ciò ha una spiegazione ben precisa. Se il fascismo in Italia è stato sconfitto militarmente il 25 aprile 1945, non lo è stato culturalmente, idealmente e storicamente. Riteniamo, infatti, che accanto all’impegno per rinnovare profondamente lo Stato sia essenziale vincere e combattere l’indifferenza che troppe volte si registra di fronte allo svilupparsi e al rifiorire di movimenti neofascisti e razzisti. Nostro compito è quello di continuare a sviluppare una intensa controffensiva di carattere ideale, culturale e storico soprattutto nei confronti dei giovani, per ricordare le tragedie provocate dal nazifascismo nel corso del Novecento e per combattere la sempre più preoccupante deriva xenofoba, razzista e antisemita che sta investendo l’Europa e il nostro Paese.

Roberto Cenati
Presidente del Comitato provinciale Anpi di Milano
(Patriaindipendente.it)

“L’Esperanto” compie novantacinque anni di pubblicazioni

esperanto

Il nuovo numero del trimestrale “L’Esperanto”, che è giunto al suo novantacinquesimo anno di pubblicazioni ci riserva sempre piacevolissime sorprese, soprattutto da quando tre anni fa è stato – con l’apporto di diverse ed arricchenti migliorie – interamente rinnovato grazie all’apprezzabile impegno del suo egregio direttore Davide Astori e della storica Federazione Esperantista Italiana che, per la sua lunghissima e pregevole missione fin qui svolta, ha infiniti meriti. Gradevoli sorprese, dicevamo, puntualmente confermate anche in questo bel numero primaverile dove, tra gli altri vari servizi (e tutti ben guarniti da tante fotografie), ne appare uno alquanto interessante intitolato “Gramsci e l’esperanto”. In esso ci si sofferma, se pur brevemente, sul rapporto certo non amichevole tra Antonio Gramsci e, appunto, la lingua creata (centotrent’anni fa) dall’oculista Lazzaro Zamenhof (1859-1917).

Al futuro fondatore de l’Unità (1924), che in quel periodo non era ancora trentenne ed aveva aderito al Partito socialista che poi abbandonerà, la lingua ausiliare non lo convinceva. Ne scrisse infatti giudizi molto negativi, prima sull’Avanti! e poi sull’organo (settimanale) dei socialisti di Torino e provincia “Il Grido del Popolo” di cui, assieme all’edizione torinese dell’Avanti!, ne era redattore. Proprio su quel settimanale,
che si pubblicò dal 1892 al 1946, l’autore delle toccanti “Lettere dal carcere” (1947), firmandosi con le sole iniziali, compilò un lungo articolo (a due colonne), “La lingua unica e l’esperanto”, che uscì il 16 febbraio del 1918 addirittura in prima pagina. Ma poco più di due
settimane prima (il 29 gennaio), e stavolta con l’esplicita firma “Il redattore torinese anti-esperantista”, Gramsci aveva già inviato anche una missiva al direttore dell’Avanti! (nell’edizione milanese) nella quale si spinse fino a darne alcune forti censorie indicazioni: “(…)

L’Avanti! persegue un fine formativo ed educativo delle coscienze e dei cervelli. Come non darebbe il lasciapassare alla proposta di fondare delle comunità collettivistiche che fossero “ausiliarie” della società borghese, così dovrebbe perseguitare una mentalità utopistica dovunque essa cerchi un riparo e quindi anche nel falanstero esperantista. Che gli esperantisti continuino pure a propagandare le loro idee (…): perché si dovrebbe essere crudeli con gli esperantisti che hanno tanta buona volontà? Ma il Partito, che ha una disciplina ideale oltre che una disciplina politica, e gli organi del Partito, secondo me, dovrebbero combattere sistematicamente questa fioritura di “buona volontà” utopistica e spropositante, così come combattono le altre utopie…”. Di tutt’altro avviso fu invece il più
che ponderato riscontro – particolarmente ben appropriato – del responsabile dell’Avanti! di allora, il ligure Giacinto Menotti Serrati (1872-1926), che diresse il quotidiano socialista dal 1915 al 1922: “(…). Parliamoci dunque un poco chiaro, anche a proposito dell’esperanto. Che si possano sostituire i dialetti, creazioni naturali, colla diffusione di una lingua artificiale, qual è l’esperanto, ci pare cosa veramente difficile per non dire impossibile.

Né gli esperantisti – e questo diciamo non per dare l’appoggio di un organo del Partito alla propaganda esperantista, appoggio che dovrebbe essere deliberato da un congresso, ma per constatazione obiettiva – hanno mai pensato a tanto. Ma anche le attuali lingue ufficiali sono creazioni più o meno artificiali, imposte dalle convenienze consolidate dall’uso. A tutti sono noti i dibattiti che si sono svolti, spesso violenti e persistenti, prima di poter imporre una lingua sola a tutta una nazione. (…) Nelle colonie inglesi si parla l’inglese e si diffonde sempre più. I malgasci e i senegalesi parlano il francese, corrotto fin che si vuole, anti-artistico se vi pare. Gli esperantisti sperano di poter intendersi attraverso i confini parlando esperanto. Ognuno lo parlerà col proprio accento, con le naturali corruzioni. Evidentemente. Ma essi desiderano – continua Serrati, centrando appieno la questione –
di intendersi e si intendono. Utopia! Grida il nostro esperantofobo, che ha in orrore gli spropositi. E utopia sia. Ma gli esperantisti fanno quel che faceva il filosofo a chi negava il moto. Camminano. Ci si dice che nel 1913 si sono radunati a Berna – a congresso internazionale – (si fa accenno esattamente al nono Congresso universale, nda) esperantisti di ogni paese: inglesi, tedeschi, giapponesi e francesi, turchi e cristiani, svedesi e cinesi e quanti altri ancora. Hanno discusso. Si sono capiti. Nei congressi internazionali socialisti si parlano tre lingue – francese, inglese e tedesco – si perdono ore ed ore per le traduzioni e non ci si capisce… qualche volta. Dunque? Noi dobbiamo combattere intransigentemente tutto ciò che può tornare di danno all’azione, di classe, internazionale, del proletariato. Ma che ci si debba mettere a fare dell’intransigenza – cioè del purismo letterario – in difesa della glottologia scientifica – conclude molto ragionevolmente Menotti Serrati – davvero non lo comprendiamo…”.

Ancora tanti altri sono però gli interessanti servizi che si potrebbero menzionare (se solo lo spazio lo consentisse) di questa preziosa e accuratissima testata esperantista. I cui numeri, vista l’abbondante qualità, sono veramente tutti da conservare.

Luciano Masolini

L’Avanti! protagonista della lotta di Liberazione

apreL’Avanti! è sempre stato lo strumento più efficace di lotta politica e di propaganda delle idee socialiste, dalla sua fondazione nel 1896 agli anno ’70 del XX secolo, quando l’ingresso nel mercato editoriale di nuove testate o il rinnovamento di quelle esistenti con grandi investimenti tecnologici e finanziari ne hanno ridotto l’importanza nel panorama politico italiano.

Per questo, dopo la soppressione per legge da parte del regime fascista nel 1926, la principale preoccupazione del gruppo dirigente socialista in esilio in Francia o in clandestinità in Italia è stata quella di stampare e distribuire l’Avanti! per far conoscere ai compagni dispersi il punto di vista del PSI. In particolare, dopo l’armistizio con gli Alleati dell’8 settembre 1943, la stampa e distribuzione clandestina del giornale socialista nei territori della Repubblica Sociale e occupati dalle truppe tedesche darà un contributo importante all’organizzazione della lotta partigiana ed alla creazione di un’opinione pubblica ostile ai nazifascisti e desiderosa di giungere alla fine della guerra ed alla riconquista della libertà.

L’edizione clandestina per il nord Italia dell’Avanti! del 16 marzo 1944 proclamava: “La classe operaia in prima fila nella lotta per l’indipendenza e per la libertà”, con sottotitolo: “Lo sciopero generale nell’Italia Settentrionale contro la coscrizione, le deportazioni e le decimazioni”. Si tratta del grande sciopero del 1° marzo 1944, che paralizzò la produzione industriale delle fabbriche milanesi per un’intera settimana. Ha ricordato Marcello Cirenei, all’epoca segretario del PSIUP per l’Alta Italia: «Lo sciopero generale riuscì una impressionante e davvero imponente dimostrazione della volontà e potenza delle masse lavoratrici — compresi gli intellettuali — di abbattere il nazifascismo e di conquistare la libertà. Il partito Socialista ha avuto nella preparazione e nella esecuzione dello sciopero una parte essenziale, in fraterna e intima collaborazione con il partito Comunista». Il New York Times del 9 marzo 1944 scrisse: «In fatto di dimostrazioni di masse non è avvenuto niente nell’Europa occupata che si possa paragonare con la rivolta degli operai italiani. È il punto culminante di una campagna di sabotaggio, di scioperi locali e di guerriglie, che ha avuto meno pubblicità del movimento di resistenza francese perché l’Italia del nord è stata più tagliata fuori dal mondo esteriore. Ma è una prova impressionante che gli italiani, disarmati come sono e sottoposti a una doppia schiavitù combattono con coraggio e audacia quando hanno una causa per la quale combattere …» (Marcello Cirenei (M. Clairmont), “Il primo Comitato di Liberazione Alta Italia ed il problema istituzionale”, in “Contributo socialista alla Resistenza”).

EUGENIO COLORNI

Eugenio Colorni

L’edizione romana dell’Avanti! clandestino era curata (come ricordò Sandro Pertini in un numero unico del giornale del 25 dicembre 1946 dedicato al Cinquantenario dell’Avanti!), da Eugenio Colorni e Mario Fioretti: «[…] Ricordo come Colorni, mio indimenticabile fratello d’elezione, si prodigasse per far sì che l’Avanti! uscisse regolarmente. Egli in persona, correndo rischi di ogni sorta, non solo scriveva gli articoli principali, ma ne curava la stampa e la distribuzione, aiutato in questo da Mario Fioretti, anima ardente e generoso apostolo del Socialismo. A questo compito cui si sentiva particolarmente portato per la preparazione e la capacità della sua mente, Colorni dedicava tutto se stesso, senza tuttavia tralasciare anche i più modesti incarichi nell’organizzazione politica e militare del nostro Partito. Egli amava profondamente il giornale e sognava di dirigerne la redazione nostra a Liberazione avvenuta e se non fosse stato strappato dalla ferocia fascista, egli sarebbe stato il primo redattore capo dell’Avanti! in Roma liberata e oggi ne sarebbe il suo direttore, sorretto in questo suo compito non solo dal suo forte ingegno e dalla sua vasta cultura, ma anche dalla sua profonda onestà e da quel senso di giustizia che ha sempre guidato le sue azioni. Per opera sua e di Mario Fioretti, l’Avanti! era tra i giornali clandestini quello che aveva più mordente e che sapeva porre con più chiarezza i problemi riguardanti le masse lavoratrici. La sua pubblicazione veniva attesa con ansia e non solo da noi, ma da molti appartenenti ad altri partiti, i quali nell’Avanti! vedevano meglio interpretati i loro interessi». Purtroppo, il 28 maggio 1944, pochi giorni prima della liberazione della capitale, Colorni venne fermato in via Livorno da una pattuglia di militi fascisti della famigerata banda Koch: tentò di fuggire, ma fu raggiunto e ferito gravemente da tre colpi di pistola. Trasportato all’Ospedale San Giovanni, morì il 30 maggio sotto la falsa identità di Franco Tanzi. Nel 1946 gli fu conferita la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

1944 - 07.06 - assassinio di Bruno BuozziIl giornale uscì a Roma in clandestinità fino alla liberazione della capitale il 4-5 giugno 1944. L’edizione straordinaria del 7 giugno 1944 diede la notizia dell’eccidio romano de La Storta del 4 giugno, titolando: “Bruno Buozzi Segretario della Confederazione Generale del Lavoro assassinato dai nazisti con 14 compagni” (in realtà il numero dei martiri assassinati dai nazisti era di 14, compreso Buozzi).

L’Avanti! riprese la diffusione pubblica nella capitale e nei territori italiani via via liberati, mentre rimase clandestino nei territori della Repubblica Sociale.

Sempre Pertini fu protagonista della stampa e diffusione del primo numero del giornale a Firenze, immediatamente dopo la liberazione della città: «[…] improvvisamente all’alba dell’undici agosto, la “Martinella” – il vecchio campanone di Palazzo Vecchio – suonò a distesa; risposero festose tutte le campane di Firenze. Era il segnale della riscossa. Scendemmo, allora, tutti i piazza; i fratelli nostri d’oltre Arno passarono sulla destra, i partigiani scesero dalle colline, la libertà finalmente splendeva nel cielo di Firenze. Ci mettemmo subito al lavoro; tutti i compagni si prodigavano in modo commovente. Il nostro fu il primo Partito a pubblicare un manifesto rivolto alla cittadinanza e pensammo di fare uscire immediatamente l’Avanti! sotto la direzione del compagno Albertoni… Nel pomeriggio dell’undici agosto noi tutti uscimmo dalla sede del Partito di via San Gallo con pacchi di Avanti! ancora freschi di inchiostro e ci trasformammo in strilloni. L’Avanti! andò a ruba. Ricordo un vecchio operaio. Mi venne incontro con le braccia tese chiedendomi con voce tremante un Avanti!. Il suo volto, splendente di una luce che si irradiava dal suo animo, sembrava improvvisamente ringiovanire. Preso l’Avanti! se lo portò alla bocca, baciò la testata piangendo come un fanciullo. Sembrava un figlio che dopo anni di forzata lontananza ritrova la madre».

Andrea Lorenzetti

Andrea Lorenzetti

A Milano l’edizione clandestina dell’Avanti! era curata da Andrea Lorenzetti; nel periodo settembre 1943-maggio 1944, uscirono ben ventotto numeri, quasi uno la settimana: “L’Avanti! clandestino era regolarmente pubblicato: Lorenzetti si occupava della stampa e della ricezione e raccolta degli articoli: ne inviavano Guido Mazzali, e anche altri, tra i quali Ludovico d’Aragona, Lodovico Targetti, Giorgio Marzola” (Marcello Cirenei, op. cit.).

Il 10 marzo 1944 Lorenzetti fu catturato dalla Gestapo, assieme alla quasi totalità del gruppo dirigente socialista di Milano, nel corso della dura repressione seguita allo sciopero del marzo precedente. Gli esponenti socialisti, dopo un periodo di detenzione nel carcere milanese di San Vittore e di internamento nel campo di concentramento di Fossoli, vennero poi tutti deportati nel campo di sterminio di Mauthausen, dal quale uno solo fece ritorno.

Guido Mazzali

Guido Mazzali

Subito dopo l’arresto della redazione, la direzione milanese del giornale clandestino fu affidata a Guido Mazzali, grazie al cui impegno il giornale raggiunse una tiratura di 15 mila copie; esso aveva un recapito nei caselli daziari

Così Sandro Pertini ricordò l’impegno di Mazzali: «L’organizzazione politica e quella militare del nostro Partito procedeva nel Nord in modo febbrile e sempre più soddisfacente per opera di Morandi, di Basso, di Bonfantini. L’anima di questa organizzazione era l’Avanti! clandestino. Nel settentrione usciva in diverse edizioni: a Milano, Torino, Venezia, Genova, Bologna. Insieme all’Avanti! facevano uscire altri giornali clandestini… La pubblicazione di questi fogli in Milano la si deve alla tenacia, alla abnegazione, alla intelligenza di Guido Mazzali. Sempre sereno, egli non si turbava delle mie richieste di far uscire nuovi giornali: ascoltava tranquillo le mie sfuriate quando lo incitavo a pubblicare con più frequenza l’Avanti! e si metteva paziente al lavoro. Il giornale lo faceva lui, e lui ne curava la stampa e la diffusione. Si pensi che nella sola Milano siamo riusciti a stampare fino a 30.000 copie per numero dell’Avanti!. Il nostro giornale era lettissimo, soprattutto perché non si limitava a fare opera di patriottismo, come facevano i giornali di altri Partiti, ma prospettava sempre quelle che poi dovevano essere ed erano le finalità della guerra di liberazione, e cioè: l’indipendenza, la Repubblica, il Socialismo…».

«… nel tardo pomeriggio del 25 aprile 1945, un signore, tutto trafelato e dall’aria distinta circolava impavido per Milano insorta, con una bicicletta malandata e una borsa piena di carte che altro non erano che materiale da pubblicare su un giornale. Questo signore era Guido Mazzali che attraversava Milano per arrivare al Corriere della Sera. Il giorno successivo, il 26 aprile 1945, usciva finalmente, dopo vent’anni, il primo numero normale dell’Avanti!, alla luce del sole …» (Giuseppe Manfrin, Mazzali Guido: la tensione etica, in Avanti della Domenica del 22 settembre 2002, anno 5, numero 34).

1945-27-aprile-Avanti-Vento-del-NordVenerdì 27 aprile 1945, mentre nell’Italia settentrionale si andava completando la liberazione dei territori dall’occupazione tedesca, apparve sull’Avanti! un articolo, a firma di Pietro Nenni, il cui titolo divenne famoso: “Vento del Nord”. In esso il leader del PSIUP, nell’esaltare lo sforzo dei partigiani che erano riusciti a cacciare o a costringere alla resa i nazifascisti, individuava nella volontà di riscatto e di rinnovamento delle popolazioni del Nord il “vento” che avrebbe spazzato via i residui del regime che aveva governato l’Italia per oltre vent’anni: «Vento di liberazione contro il nemico di fuori e contro quelli di dentro».

Avanti del 1-¦ maggio 1945Il 1º maggio 1945 uscì a Milano il primo numero dell’Avanti! dedicato alla festa del 1º maggio, che venne celebrata per la prima volta dopo 20 anni con uno storico comizio di Sandro Pertini. Nella prima pagina compariva la foto di Bonaventura Ferrazzutto, sopra il titolo Gli assenti, in cui si ricordavano i compagni caduti sotto il piombo nazifascista o vittime della deportazione nei campi di sterminio.
Dopo la Liberazione l’Avanti! costituirà, con gli infuocati articoli di Nenni, uno straordinario strumento di propaganda per il voto a favore della Repubblica nel referendum istituzionale e per il PSIUP nelle elezioni per l’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946.

Alfonso Maria Capriolo

Matteo Gaudioso, uno studioso innamorato del socialismo

Quando faceva lezioni, nelle vecchie aule dell’Ateneo catanese, Matteo Gaudioso sembrava un uomo freddo, tutto preso dalla storia del Diritto, in cui era maestro. Quando invece  entrava a più diretto contatto e dialogava con gli studenti appariva diverso, caldo, affettuoso, partecipativo, ed era lui che aiutava gli interlocutori ad aprirsi, ad esprimere dubbi e a chiedere chiarimenti.

Così era, affettuoso, partecipativo, dialogante dentro il partito, nella Federazione provinciale del Partito Socialista, nelle visite alle sezioni, nei rapporti coi dirigenti e con la base,  insieme prestigioso docente universitario  e uomo politico estremamente sensibile e aperto alla vita dei lavoratori, dei giovani, fortemente inserito nella vita del Partito socialista.

Nato a Francofonte, la cittadina dei vasti e profumati aranceti, il  18 febbraio 1892, compì gli studi primari e secondari  distinguendosi per la netta preferenza delle discipline letterarie e storiche. Passato all’Università, dovette interrompere la frequenza dei corsi perché richiamato alle armi quando iniziò la Grande Guerra e venne aggregato nel corpo dei bersaglieri. Nel 1916, trovandosi in servizio nella zona della Carnia, venne ferito. Degente in ospedale, ultimò e diede alle stampe la sua prima opera, “Francofonte – ricerche e considerazioni storiche”,  nella quale ripercorreva la plurisecolare vita della città natale. Nel ’17 si trovò coinvolto nella ritirata di Caporetto: fatto prigioniero, venne trasferito in Germania e nei campi di raccolta  dei prigionieri rimase fino alla fine della guerra. Tornato nelle aule dell’Università di Palermo, riprese gli studi universitari e nel 1920 conseguì la laurea in Giurisprudenza. Si iscrisse quindi all’Università di Catania, dove seguì i corsi  di Lettere, interrotti nel 1922 per conseguire a Palermo il diploma di Paleografia e Dottrina archivistica presso quell’Archivio di Stato, sotto la guida del grande paleografo G.A. Garufi. Tornò quindi ai banchi universitari e nel 1925 conseguì la seconda laurea. Di lì a poco ebbe inizio la sua attività di insegnante in un Liceo, ma le sue passioni erano sempre la storia e la ricerca archivistica, e perciò fu lieto quando ottenne un impiego presso l’Archivio di Stato di  Catania, di cui nel ’31 divenne direttore.

Nel ’32 ottenne a Palermo il diploma della Scuola di Paleografia e Storia medievale. Cinque anni dopo conseguì  la libera docenza in Storia del Diritto italiano presso l’Università di Catania. I tempi, però, erano impossibili per chi amava la libertà, ed egli da tempo era animato da spirito liberale democratico. Guardato con crescente sospetto dalla polizia, nel 1941 venne trasferito a Firenze, dove lavorò presso il locale Archivio di Stato. Riprese le ricerche storiche, diede alle stampe un libro sul territorio di Lentini e un altro sulla schiavitù domestica in Sicilia al tempo della dominazione  normanna, che vennero recensiti con favore da alcuni periodici specialistici.

La caduta del fascismo e la Resistenza lo trovarono ancora in Toscana, dove, animato sempre da forti ideali di libertà,  si unì ai partigiani. Quando, con la sconfitta del nazifascismo, il paese venne restituito alla democrazia e alla libertà, rientrò nella sua isola e riprese il suo posto di libero docente nell’Università di Catania, estendendo l’insegnamento anche all’Ateneo messinese. Durante il periodo dello “scelbismo” venne guardato con scarsa simpatia per i suoi trascorsi di partigiano, e alla fine degli anni 40 subì un nuovo trasferimento con destinazione Venezia. Questa volta non volle  subire  il diktat:  rinunziò ad ogni incarico negli Archivi di Stato e si restituì alle ricerche e agli studi. Nel 1952 pubblicò un lavoro denso di  documentazione e di pensiero sulla “Natura giuridica delle autonomie cittadine nel Regnum Siciliae”. Si apriva intanto un nuovo campo di impegno: quello politico e di partito. Già da parecchi anni su posizioni socialiste, egli entrò attivamente nella militanza di partito, dando  logico  sbocco alle sue idee, scaturite oltre che dalla  osservazione della realtà meridionale anche dagli studi sulla storia del popolo siciliano e della sua aspirazione alla giustizia e alla libertà. Motivando il suo concreto impegno tra i lavoratori disse allora che intendeva esprimere una  “reazione ai secoli di oppressione e di sfruttamento delle classi popolare documentati negli archivi”.

La Federazione socialista di Catania viveva in quel periodo momenti difficili per contrasti tra le correnti interne al partito. Egli si diede allora interamente e con passione alla vita di partito, divenendo l’elemento di punta di un gruppo di giovani socialisti – Luigi Nicosia, Salvatore Miccichè, Nando Giambra, Maria Alessi (poi parlamentare), Lello Pappalardo, Cristoforo Montebello, Sebastiano Russo, che intendevano rinnovare e modernizzare le strutture del partito, facendolo partecipare più attivamente alle lotte per la riforma agraria e per una politica amministrativa equilibrata e di progresso sul piano fiscale, e più tardi divenuti  linfa vitale e rinnovatrice in diverse federazioni  isolane e nella CGIL.  Nel ’52  venne eletto consigliere comunale, nel 1953 deputato alla Camera dei deputati  nel collegio della Sicilia orientale (Catania, Messina, Enna, Siracusa, Ragusa) assieme all’on. Biagio Andò di Giarre, e venne riconfermato nel 1957. Conoscitore profondo delle vicende isolane, e interprete del bisogno di liberazione dal potere malavitoso avvertito dai conterranei, sostenne caldamente e insistentemente la necessità di costituire la Commissione parlamentare antimafia, cosa che alla fine trovò concreta realizzazione. Caldeggiò anche interventi nel settore della pubblica istruzione  e dei beni culturali.  Nella tarda età, pur non allontanandosi interamente dalla vita politica e di partito, riprese i suoi studi diletti e le sue ricerche, che confluirono in opere specifiche, tra cui  “La questione demaniale e la formazione urbanistica e sacra di Francofonte”, “La comunità ebraica di Catania tra il XIV e il XV secolo”. Come scrisse lo storico socialista Giarrizzo, con le precedenti opere esse costituiscono “un patrimonio imponente, la cui ricognizione può dare non  piccolo contributo alla affannosa, inquieta ricerca di identità di questa nostra terra, arrogante insieme e disperata”. Si spense a Catania il  27 dicembre del 1985.

Giuseppe Miccichè 

Nencini: “Per un soggetto dentro la sinistra riformista”

apre bologna

C’erano oltre trecento dirigenti e militanti socialisti al convegno del Psi del centro-nord che si è svolto a Bologna all’Hotel Savoia sabato scorso. La relazione introduttiva è stata opera del coordinatore della segreteria Gian Franco Schietroma che ha analizzato brevemente i risultati elettorali e ha proposto alcune necessarie modifiche alla nostra vita interna e alla nostra politica. E’ stata poi la volta del responsabile dell’organizzazione Enzo Maraio che ha dato appuntamento a un successivo Consiglio nazionale per talune modifiche statutarie e ha letto un documento che dovrà passare al vaglio del successivo convegno di Napoli dove verranno coinvolti i socialisti del centro-sud e aperto alle eventuali modifiche. Poi si è aperto un dibattito al quale hanno partecipato numerosi compagni, tra i quali il direttore dell’Avanti! Mauro Del Bue che ha insistito sulle proposte già lanciate attraverso il quotidiano socialista (una convention aperta a tutti i socialisti italiani, l’ipotesi della doppia tessera, una federazione tra socialisti, verdi e radicali pannelliani, un nuovo partito riformista della sinistra italiana come approdo finale).

Il compagno Buemi ha dichiarato che il vertice del partito deve assumersi appieno tutte le responsabilità del pessimo risultato elettorale, Luigi Covatta ha parlato dell’esperienza di Mondoperaio e della suggestione del nuovo partito riformista, Rita Cinti Luciani ha messo in evidenza i temi concreti di un possibile rilancio del centro-sinistra, Luca Pellegri ha presentato un documento organizzativo che prevede una struttura che parte dalla base con un semplice coordinamento nazionale, Federico Parea ha sottolineato la necessità di un cambiamento generazionale, come anche Maria Pisani che ha contestato le futili promesse dei Cinque stelle, Pasquotti ha puntato il dito sui temi più vicini alla vita delle persone dei quali anche il nostro partito ha perso conoscenza, anche Broi, segretario del Psi di Milano, ha presentato un documento critico nei confronti del gruppo dirigente, mentre Lorenzo Cinquepalmi ha esortato a comprendere la sconfitta senza precedenti della sinistra italiana. Particolarmente suggestivo e applaudito l’intervento di Ugo Intini che ha esortato i socialisti a battersi contro le tendenze antidemocratiche che stanno prevalendo. Intini ha ricordato che sul tema della difesa della democrazia non ci devono essere barriere tra destra e sinistra.

“Che il vento soffiasse a favore di Lega e M5S  lo avevamo capito, quello che non abbiamo capito  era la potenza di quel vento”, ha ricordato Riccardo Nencini concludendo i lavori. Nel corso dell’assemblea dei socialisti si è tracciato il cammino politico per il futuro: commentando l’ipotesi di una possibile alleanza di governo con i 5S, Nencini ha ribadito di escludere l’opzione di “un governo a trazione grillina, perché i 5Stelle hanno un tasso di anti parlamentarismo esagerato e perché hanno valori diversi dai nostri”. Il segretario del Psi sottolinea che “bisogna stare all’opposizione per lavorare alla nascita di un soggetto dentro la sinistra riformista”. Un progetto, analizza Nencini, che potrà vedere la luce solo se c’è una vera ” disponibilità a cedere parte della propria sovranità lavorando ad un disegno nuovo e comune”. Secondo Nencini “va cambiato il canone di lettura dei bisogni perché la nostra comunità si salva solo se c’è condivisione di una visione comune e se ognuno deve fa sua parte”.
Tornando al risultato elettorale del 4 marzo Nencini ha sottolineato che “i temi della sicurezza e dei migranti sono stati centrali nel definire l’agenda della campagna e noi lo avevamo capito da anni. Si tratta di problemi reali e non dovremmo fare finta di credere che il voto grillino e leghista sia semplicemente populista. Il risultato delle urne ci dice che noi della sinistra non abbiamo letto bene una serie di condizioni che nella società erano già maturate”.

Di fronte a questo scenario, e alla realtà di un PD che ” ha esaurito la sua funzione”, Nencini ha detto che la comunità socialista “sarà in grado di conservare autonomia solo e parte un disegno politico che coinvolga tutta la sinistra riformista italiana:  una concentrazione repubblicana che si prepari alle elezioni europee 2019 in cui la sinistra riformista possa confluire” ha concluso Riccardo Nencini.

Nel corso dei lavori sono intervenuti:

Enrico Buemi, Gian Franco  Schietroma,  Enzo Maraio, Maria Cristina Pisani,  Luca Pellegri, Lorenzo Cinquepalmi, Federico Parea, Rita Cinti Luciani, Pia Locatelli, Marco Andreini, Riccardo Mortandello, Mauro Del Bue, Luigi Covatta, Mauro Broi, Oreste Pastorelli, Giorgio Azzalini, Dario Mantovani (sindaco Pd i Molinella), Enrico Pedrelli, Tomas Carini, Ugo Intini, Marco Parlato, Francesco Bragagni, Ranieri, Ottavio Pasquotti, Alessandro Pietracci

RIPARTIRE DA BOLOGNA

apre bologna

C’erano oltre trecento dirigenti e militanti socialisti al convegno del Psi del centro-nord che si è svolto a Bologna all’Hotel Savoia sabato scorso. La relazione introduttiva è stata opera del coordinatore della segreteria Gian Franco Schietroma che ha analizzato brevemente i risultati elettorali e ha proposto alcune necessarie modifiche alla nostra vita interna e alla nostra politica. E’ stata poi la volta del responsabile dell’organizzazione Enzo Maraio che ha dato appuntamento a un successivo Consiglio nazionale per talune modifiche statutarie e ha letto un documento che dovrà passare al vaglio del successivo convegno di Napoli dove verranno coinvolti i socialisti del centro-sud e aperto alle eventuali modifiche. Poi si è aperto un dibattito al quale hanno partecipato numerosi compagni, tra i quali il direttore dell’Avanti! Mauro Del Bue che ha insistito sulle proposte già lanciate attraverso il quotidiano socialista (una convention aperta a tutti i socialisti italiani, l’ipotesi della doppia tessera, una federazione tra socialisti, verdi e radicali pannelliani, un nuovo partito riformista della sinistra italiana come approdo finale).

Il compagno Buemi ha dichiarato che il vertice del partito deve assumersi appieno tutte le responsabilità del pessimo risultato elettorale, Luigi Covatta ha parlato dell’esperienza di Mondoperaio e della suggestione del nuovo partito riformista, Rita Cinti Luciani ha messo in evidenza i temi concreti di un possibile rilancio del centro-sinistra, Luca Pellegri ha presentato un documento organizzativo che prevede una struttura che parte dalla base con un semplice coordinamento nazionale, Federico Parea ha sottolineato la necessità di un cambiamento generazionale, come anche Maria Pisani che ha contestato le futili promesse dei Cinque stelle, Pasquotti ha puntato il dito sui temi più vicini alla vita delle persone dei quali anche il nostro partito ha perso conoscenza, anche Broi, segretario del Psi di Milano, ha presentato un documento critico nei confronti del gruppo dirigente, mentre Lorenzo Cinquepalmi ha esortato a comprendere la sconfitta senza precedenti della sinistra italiana. Particolarmente suggestivo e applaudito l’intervento di Ugo Intini che ha esortato i socialisti a battersi contro le tendenze antidemocratiche che stanno prevalendo. Intini ha ricordato che sul tema della difesa della democrazia non ci devono essere barriere tra destra e sinistra.

“Che il vento soffiasse a favore di Lega e M5S  lo avevamo capito, quello che non abbiamo capito  era la potenza di quel vento”, ha ricordato Riccardo Nencini concludendo i lavori. Nel corso dell’assemblea dei socialisti si è tracciato il cammino politico per il futuro: commentando l’ipotesi di una possibile alleanza di governo con i 5S, Nencini ha ribadito di escludere l’opzione di “un governo a trazione grillina, perché i 5Stelle hanno un tasso di anti parlamentarismo esagerato e perché hanno valori diversi dai nostri”. Il segretario del Psi sottolinea che “bisogna stare all’opposizione per lavorare alla nascita di un soggetto dentro la sinistra riformista”. Un progetto, analizza Nencini, che potrà vedere la luce solo se c’è una vera ” disponibilità a cedere parte della propria sovranità lavorando ad un disegno nuovo e comune”. Secondo Nencini “va cambiato il canone di lettura dei bisogni perché la nostra comunità si salva solo se c’è condivisione di una visione comune e se ognuno deve fa sua parte”.
Tornando al risultato elettorale del 4 marzo Nencini ha sottolineato che “i temi della sicurezza e dei migranti sono stati centrali nel definire l’agenda della campagna e noi lo avevamo capito da anni. Si tratta di problemi reali e non dovremmo fare finta di credere che il voto grillino e leghista sia semplicemente populista. Il risultato delle urne ci dice che noi della sinistra non abbiamo letto bene una serie di condizioni che nella società erano già maturate”.

Di fronte a questo scenario, e alla realtà di un PD che ” ha esaurito la sua funzione”, Nencini ha detto che la comunità socialista “sarà in grado di conservare autonomia solo e parte un disegno politico che coinvolga tutta la sinistra riformista italiana:  una concentrazione repubblicana che si prepari alle elezioni europee 2019 in cui la sinistra riformista possa confluire” ha concluso Riccardo Nencini.

Nel corso dei lavori sono intervenuti:

Enrico Buemi, Gian Franco  Schietroma,  Enzo Maraio, Maria Cristina Pisani,  Luca Pellegri, Lorenzo Cinquepalmi, Federico Parea, Rita Cinti Luciani, Pia Locatelli, Marco Andreini, Riccardo Mortandello, Mauro Del Bue, Luigi Covatta, Mauro Broi, Oreste Pastorelli, Giorgio Azzalini, Dario Mantovani (sindaco Pd i Molinella), Enrico Pedrelli, Tomas Carini, Ugo Intini, Marco Parlato, Francesco Bragagni, Ranieri, Ottavio Pasquotti, Alessandro Pietracci

Iniziativa del Psi
in memoria di Matteotti

MatteottiReggio Calabria. Su iniziativa del partito Socialista italiano federazione di Reggio Calabria, ripristinata la targa commemorativa in ricordo di Giacomo Matteotti nei pressi del monumento ai caduti, Lungomare Italo Falcomatà. Di seguito nel salone del Lampadari di palazzo San Giorgio, il memoriale dal titolo “Omaggio a Matteotti” dedicato al deputato socialista, martire per la libertà, alla presenza del sindaco della Città Metropolitana Giuseppe Falcomatà, del presidente del consiglio comunale di Reggio Calabria Demetrio Delfino, del delegato alla Cultura del comune di Reggio Calabria Franco Arcidiaco, dello storico Antonino Romeo, del consigliere comunale in quota Psi Antonio Ruvolo, dell’assessore comunale al Bilancio, Irene Vittoria Calabró, del segretario provinciale reggino del partito socialista Giovanni Milana e della componente della commissione Toponomastica del comune di Reggio Calabria, Francesca Leotta di cui si riportano alcuni passaggi dell’articolato intervento sul parlamentare socialista e antifascista:

matteotti

“Matteotti fu un politico colto, raffinato, una figura lucida, poliedrica e straordinaria nell’Italia che si batte per l’idealità socialista nel primo quarto del Novecento; inoltre seppe comprendere e cogliere l’essenza del fenomeno fascista che altri dirigenti politici sottovalutarono e tentò di contrapporsi con strenuo impegno al fascismo nascente.
All’indomani delle elezioni dell’aprile del 1924, all’apertura dei lavori in Parlamento, toccò a Matteotti levare la sua voce di protesta contro la legge elettorale, la violenza fascista nei confronti degli oppositori e il risultato conseguito. Fu ucciso dopo il discorso in Parlamento che è rimasto una delle più importanti testimonianze di coraggio e di rispetto delle istituzioni della nostra storia. In quella seduta del 30 maggio 1924, con precisione da contabile, ma con l’indignazione di un vero democratico, elencò le violenze, le aggressioni e le intimidazioni messe in atto dalle bande fasciste durante le elezioni politiche volute da Mussolini, dopo la promulgazione della legge Acerbo che avrebbe visto la vittoria del listone fascista. Chi parlava quel giorno alla Camera era il segretario del Partito Socialista Unitario nato dopo l’espulsione del gruppo riformista dal PSI.
Di quell’intervento, Matteotti conosceva la pericolosità, tanto da prevederne, al termine, in aula, la sua prossima fine con le parole profetiche: “il mio discorso l’ho fatto, ora preparate voi il discorso funebre per me”.
L’assassinio di Matteotti servì a definire il progetto di Mussolini. Eliminato fisicamente l’unico politico che lo aveva messo in difficoltà, con il silenzio complice del re, iniziò quel tragico ventennio che sembrò dare agli italiani una crescita economica e sociale che tutti auspicavano e che invece portò il paese nel baratro della guerra e dell’occupazione nazista.
Dal male non può nascere il bene, senza la democrazia non può esserci nessuna crescita reale dell’economia e della società. A 93 anni di distanza dal sacrificio di Matteotti, martire per la libertà, il suo insegnamento resta valido e importante. Senza democrazia, nessuna crescita è duratura e non ci sarà mai né sviluppo né progresso.
Ma ricordare Matteotti oggi, è il modo migliore che abbiamo per rendere omaggio e giustizia ad una via spesa a fianco dei lavoratori e dei più umili.
Si è calato tra la sua gente, tra le persone in carne ed ossa che vivevano lo stato di miseria e sfruttamento della sua terra, nel Polesine. Studiava, approfondiva e tra la gente, con la gente, cercava soluzioni, lottava, spiegava, proponeva. La sua condizione di benestante e le molte cariche pubbliche rivestite, non lo spinsero mai a chiudersi in una torre d’avorio. Sempre insieme ai lavoratori, nei loro quartieri, alla testa delle loro manifestazioni, nei comuni presso i quali ricopriva la carica di consigliere. Era lui che pagava in prima persona e fisicamente, il prezzo delle sue scelte e anche e soprattutto per questo era considerato dai lavoratori che gli tributavano un gran rispetto: lui era con loro, condividesse o meno le azioni che aveva deciso di intraprendere. Matteotti tradusse sempre la sua azione e i suoi convincimenti anche in un rispetto assoluto per le istituzioni. Se l’impegno politico era la traduzione concreta di principi etici personali, le istituzioni nelle quali la politica trovava modalità espressive, erano sacre.
La figura di questo grande socialista deve essere quindi un punto di riferimento e non un ricordo nostalgico perché la coerenza che lo ha contraddistinto, contraddistingue pure l’azione di ogni persona impegnata nella cosa pubblica, nella politica, quella con la P maiuscola che ha come punti di riferimento i diritti dei cittadini e la promozione del benessere della comunità. Amministrare vuol dire innanzitutto servire, ma non i propri interessi bensì il bene comune…ed è questo che fece Matteotti”.

Umberto Calosso,
tra cultura e socialismo

Umberto_Calosso

Umberto Calosso

Quando morì, il 10 agosto del 1959, Pietro Nenni, con la capacità di penetrazione psicologica, di giudizio  e di sintesi che lo distingueva, lo definì nel suo Diario “spirito acuto e bizzarro, scrittore elegante, uomo di larga cultura umanistica” e ne ricordò la partecipazione con “Giustizia e Libertà” e poi col Partito Socialista alla lotta antifascista e il contributo alla ricostruzione democratica. Tutto questo era stato effettivamente Umberto Calosso.

Nato a Belviglio d’Asti il 23 settembre  del 1895, compì i suoi primi studi a Torino, allievo del Convitto nazionale, dove rivelò una intelligenza  vivissima e penetrante. All’inizio della Grande Guerra venne riconosciuto non idoneo al servizio militare, ma egli, per omaggio alla memoria di Mario Tancredi, un suo carissimo amico caduto in combattimento, decise di arruolarsi volontario e vestì il grigioverde  compiendo il proprio dovere.

Nel ’18, tornato nel capoluogo piemontese,  prese contatto con la vita politica aderendo al Partito Socialista, nel quale si avvicinò al gruppo  di giovani che attorno a Gramsci, Pastore, e altri discutevano con vivacità  e acume la problematica socialista.  Nel contempo riprese gli studi  e si laureò in Storia e Filosofia col massimo dei voti e la lode discutendo con originali argomentazioni una tesi su “L’anarchia di Vittorio Alfieri”.

L’avvento del fascismo lo vide  subito su posizione di netto rifiuto assieme a Leonida Repaci, Zino Zini, Palmiro  Togliatti, Umberto Terracini e altri. Con lo pseudonimo di Mario Sarmati fu tra i collaboratori  de “L’Ordine nuovo”, il  settimanale fondato a Torino  da Gramsci il 1° maggio del 1919 con l’intento di stimolare il pensiero politico  e la cultura  interessandoli alla questione sociale, ai soviet, ai consigli di fabbrica e ai vari  “istituti della classe operaia” di cui si erano fatti sostenitori i rivoluzionari bolscevichi.

Il 30 ottobre  1922 con Gramsci, Leonetti, Pastore, Viglongo  rivelò grande coraggio  difendendo  il periodico contro una aggressione delle squadracce fasciste. Fu accusato di “detenzione di armi  e costituzione  di bande armate” e nell’aprile del ’23 subì un processo da cui, non diversamente dagli altri  imputati, uscì assolto.

Gli impegni politici e giornalistici non limitavano i suoi interessi letterari: attento dal periodo universitario all’opera del grande   scrittore e drammaturgo astigiano, volle  riprendere il lavoro compiuto per la tesi di laurea e nel ’24 diede alle stampe “L’anarchia di Vittorio Alfieri”, lavoro nel quale evidenziò uno dei caratteri salienti dell’arte  del suo grande conterraneo.

Iniziò poi  l’attività di insegnante nell’Istituto  tecnico di Alessandria, ma non riuscì a sopportare l’atmosfera sempre più soffocante imposta dalla dittatura e decise di emigrare in  Francia, poi in Inghilterra, per passare infine a Malta dove insegnò Letteratura italiana al St. Edward’s College.

Il più preciso definirsi del fascismo come  militarista e imperialista lo collocò tra i più irriducibili contro il regime mussoliniano.

Trovandosi in Spagna per un giro di conferenze si impegnò nella lotta armata contro il franchismo militando tra i  volontari di “Giustizia e Libertà” e con Mario  Angeloni, Carlo Rosselli, Aldo Garosci fu tra i combattenti impegnati  nella battaglia di Monte Pelato.

Quando prevalsero i franchisti e si impose la dittatura di Francisco Franco, tornò a Malta e da qui passò ad Alessandria d’Egitto, dove svolse una discreta attività giornalistica esprimendo idee sempre più nettamente socialiste. A Malta pubblicò “Colloqui col Manzoni”, un lavoro  che arricchì  la già vastissima letteratura sul grande scrittore e gli valse un giudizio positivo di Benedetto Croce.

Iniziatasi la seconda Guerra mondiale si trasferì a Londra, dove    pubblicò “The remaking  of  Italy” e con i fratelli Paolo e Piero Treves, Ruggero Orlando, Arnaldo Momigliano fu tra i più attivi nel promuovere l’Associazione “Libera Italia” e tra i propagandisti di “Radio Londra”, dalla quale rivolse accorati appelli al popolo italiano perché si liberasse  del fascismo.

Alla fine del 1944  rientrò in Italia, e fu attivissimo  sul piano politico e culturale. Lavorò con Nenni all’Avanti!, scrisse un’ampia e puntuale introduzione a una edizione di “Scritti attuali” di Piero Gobetti, il coraggioso intellettuale antifascista deceduto nel ’26, fu  propagandista del partito socialista, consultore nazionale e nel ’46 deputato alla Costituente.

Il giornalismo lo impegnò fortemente : fu infatti direttore del “Sempre Avanti!”, quotidiano socialista che si pubblicò a Torino dal 1945 al  1948 sotto la direzione di Alberto Iacometti. Nel gennaio del ’47 si schierò con gli autonomisti e aderì al PSLI,  e  con  Andreoni, Saragat e Vassalli  diresse “ L’Umanità”, organo  ufficiale del nuovo partito, e  con  Bonfantini  invece “Mondo Nuovo”, quotidiano  torinese del  PSLI.

Nel 1948-49, recuperando gli studi della sua giovinezza, volle ripubblicare  i “Colloqui col Manzoni” e “L’anarchia di Vittorio Alfieri”, che ancora una  volta furono  discussi  con vivo interesse dalla critica.

Riconfermandosi uomo di forti e larghi interessi oltre che politici anche letterari, culturali, scolastici, approfondì in quel periodo i problemi della scuola,  delle donne,  dell’obiezione di coscienza, e li portò all’attenzione  dei parlamentari ma anche di un  pubblico  più vasto, pubblicando tra l’altro nel 1953 “La riforma della scuola si può fare”, in cui auspicava l’obbligatorietà e la gratuità della frequenza  e riforme nell’insegnamento  e più in particolare di quello elementare e medio, che a suo parere  abbisognava di interventi urgenti e puntuali.

   Sempre acuto e a volte graffiante nei suoi giudizi,  alla Camera, sulla stampa e nel partito si distinse come forte polemista sino a essere considerato a volte “un caso”.

 Quale libero docente di Letteratura Italiana insegnò nel Magistero dell’Ateneo romano, ma ai primi del  ’52 venne  fortemente disturbato e impedito dai neofascisti nella realizzazione del suo corso.

Nel partito si mostrò per qualche tempo critico della linea politica allora seguita, ritenendola fortemente appiattita sulla DC, e se ne allontanò sempre più, fin quando  nel 1953 rientrò nel PSI.  Colpito da paralisi cerebrale e costretto alla immobilità, si spense  dopo una  lunga e dolorosa agonia.

 Un bel volume contenente gli Atti del convegno di studi  a lui dedicato nel 1979 ne ricostruì e ripropose il pensiero e l’opera con interessanti relazioni di  Garosci, Colarizzi, Sapegno, Vittorelli e altri.

Giuseppe Micciche’

Spagna bloccata. Il Governo che non c’è.

Sanchez e RajoyDa più di 100 giorni la situazione politica in Spagna è bloccata, PSOE e Ciudadanos che avevano trovato un accordo a fine febbraio non hanno però trovato i numeri in Parlamento, quindi da ieri, archiviate le festività pasquali e le processioni religiose, sono ricominciate quelle tra i corridoi del Parlamento. Consultazioni e nuove riunioni tra leader di partito, ma al momento non pare ci siano novità. Le nuove elezioni che potrebbero celebrarsi il 26 giugno prossimo sembrano l’unica opzione percorribile.

Solo oggi Albert Rivera, il giovane segretario di Ciudadanos, il nuovo partito centrista, ha dichiarato “solo una cosa è peggiore delle nuove elezioni anticipate, Podemos al governo”. Ma una astensione del partito di Pablo Iglesias per spianare la strada a un governo PSOE – Ciudadanos non sarebbe sufficiente per assicurare la governabilità della Spagna. Se il PP non prende parte al progetto PSOE e Ciudadanos, ha dichiarato Rivera, a giugno gli spagnoli torneranno a votare.
L’unica alternativa sembrerebbe essere quella riproposta ieri, anche dal presidente del Governo in funzione Mariano Rjoy, una grande coalizione all’italiana che unisca il suo partito a socialisti e Ciudadanos: “L’aritmetica è aritmetica. Il Partito Popolare non può formare un governo se non riesce a raggiungere un accordo con il Partito socialista”.

Lo stallo politico che i partiti stanno facendo vivere alla Spagna, simile alla situazione vissuta in Belgio lo scorso anno, non sembra però bloccare le dinamiche interne dei maggiori partiti. Il PSOE a maggio attraverso le primarie dovrebbe esprimere il nuovo segretario, ma un probabile nuovo fallimento di Pedro Sanchez alla carica di presidente del governo sta portando Susana Diaz, padrona indiscussa dei socialisti in Andalusia, a scaldare i motori e schierare l’artiglieria pesante per diventare la nuova segretaria dei socialisti. La Diaz, e parte del PSOE che si oppone a qualsiasi tipo di collaborazione con Podemos e a ogni tipo di compromesso con i nazionalisti soprattutto catalani potrebbe avere le carte in regole per realizzare una doppietta niente male, diventare la prima donna segretaria dei socialisti, e candidata alla presidenza del governo, il tutto in poco più di un mese. Nel PP invece del dopo Rajoy non si parla, ma il partito ogni settimana deve fare i conti con nuove indagini e arresti per corruzione in tutto il Paese.

La prospettiva che la Spagna possa diventare il nuovo Belgio e rimanere per quasi un anno senza governo, potrebbe diventare una realtà, in caso di nuove elezioni che il calendario imposto dalla costituzione imporrebbe per fine giugno porta gli analisti politici a prevedere uno stallo fino a settembre inoltrato, quando tutti i partiti avranno giocato tutte le carte disponibili, in parlamento e nei congressi interni.

Sara Pasquot

Francia, 13 novembre
già finita l’unità nazionale

valls2L’unità nazionale del mondo politico francese, celebrata con la splendida Marsigliese intonata dalle camere riunite al cospetto di Hollande, è finita. A romperla è il repubblicano Patrick Balkany, che parlando ai microfoni dell’emittente televisiva Canal+ ha accusato duramente il Partito Socialista e l’esecutivo incolpandoli di essere incapaci di risolvere i problemi della Francia e di “avere sulla coscienza i morti di Parigi”. Le sue parole sono state rivolte soprattutto al ministro degli Interni Bernard Cazeneuve, al quale è arrivato addirittura ad imputare la responsabilità delle conseguenze degli atti terroristici.
Non si è fatta attendere la risposta del Partito Socialista dell’Hauts-de-Seine, che ha chiesto le dimissioni di Balkany da sindaco di Levallois-Perret e da deputato dell’Assemblea Nazionale. Balkany, figura controversa del panorama politico d’oltralpe, è stato più volte al centro di polemiche per via delle sue posizioni estremiste, che talvolta hanno finito per mettere in imbarazzo anche il suo stesso partito.

Il tristo spettacolo si è trasferito anche nell’aula dell’Assemblée, dove martedì il governo ha subito numerosi fischi dai banchi dell’opposizione. Anche qui, il deputato repubblicano Charles de La Verpillière non ha esitato a rivolgere parole di disprezzo nei confronti del Primo Ministro, accusandolo di essere intervenuto troppo tardi nell’attuazione delle misure di sicurezza. Valls, però, è determinato nel portare avanti saldamente e a testa alta l’azione del governo, invitando più volte i deputati dell’opposizione a ricoprire degnamente il proprio ruolo, mantenendolo all’altezza della Francia e del popolo francese, senza scivolare in indegne polemiche sterili e strumentali.

Giuseppe Guarino