Trump da imprevedibile diventa inaffidabile

FINLAND-US-RUSSIA-POLITICS-DIPLOMACY-SUMMITDietrofront. Donald Trump ha mandato al macero velocemente le strette di mano, i sorrisi, gli ammiccamenti d’intesa con Vladimir Putin. Il pieno accordo proclamato al vertice di Helsinki dal presidente americano con il collega russo è svanito in appena 24 ore. Nell’incontro di lunedì 16 luglio nella capitale finlandese aveva dato ragione a Putin e torto ai magistrati e ai servizi segreti statunitensi: nessuna interferenza del Cremlino nella campagna elettorale americana del 2016, per sostenere lui contro la democratica Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca.

La marcia indietro del presidente americano, appena tornato a Washington, è stata improvvisa e netta: «Intendevo dire il contrario». Dalla Casa Bianca ha annunciato di «voler fare una precisazione» perché era stato frainteso al summit di Helsinki. Ha aggiunto: «Ho piena fiducia e sostegno nell’intelligence degli Stati Uniti» e «accetto» le conclusioni dei servizi segreti sulle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali. Comunque ha ribadito: «Non c’è stata nessuna collusione» con la sua campagna elettorale.

Trump ha capovolto le posizioni espresse ad Helsinki con un acrobatico triplo salto mortale politico. Nella conferenza stampa seguita al vertice con Putin aveva attaccato e scaricato il procuratore speciale Robert Mueller: l’inchiesta «è un disastro per il nostro Paese». Quindi aveva criticato pesantemente l’Fbi e la «corrotta Hillary Clinton», la sua ex avversaria. Aveva martellato: «Io neanche conoscevo Putin. Nessuna collusione». Complimenti a scena aperta, invece, per l’uomo forte del Cremlino: «È bello essere qui con te». E si era augurato una «relazione straordinaria» con l’uomo che governa da venti anni la Russia con un pugno di ferro senza tanti riguardi per le opposizioni e i giornalisti. Aveva appoggiato Vladimir Putin che aveva smentito tutte le accuse di ingerenza e si era solo limitato ad ammettere di aver parteggiato per l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca «perché aveva parlato di normalizzare le nostre relazioni» a differenza di Hillary Clinton.

Il Russiagate, cioè le indagini sull’ipotesi di collusione tra il Cremlino e il comitato elettorale del miliardario americano, è un brutto problema sia per Trump sia per Putin: il primo rischia di restare politicamente azzoppato, il secondo di rimanere sfigurato come un autocrate che regna con le spie. Il procuratore speciale Mueller, ex capo dell’Fbi, ha incriminato 12 agenti del servizio segreto militare russo per aver organizzato e gestito l’hackeraggio dei computer del Comitato nazionale democratico durante la campagna presidenziale del 2016. Nell’operazione è coinvolta, questa è l’ultima novità, anche un’altra funzionaria russa “infiltrata” nel voto di due anni fa, Maria Butina.

Trump, appena rientrato in patria, ha dovuto fare i conti con una gigantesca ondata di critiche corali: dai repubblicani (il suo stesso partito) ai democratici, dagli uffici federali ai giornali. Paul Ryan, speaker repubblicano della Camera, era impietoso: «Non ci sono dubbi che la Russia abbia interferito nella campagna elettorale». Il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer attaccava: «Ha creduto al Kgb e non alla Cia». John Brennan, capo della Cia all’epoca del presidente Obama, accusava: è «poco meno di un tradimento…È totalmente succube di Putin».

Trump ha cercato di rompere l’assedio nel quale si era cacciato. Adesso c’è tutta una politica da rivedere. È singolare che Trump attacchi i tradizionali alleati occidentali del G7, della Nato e dell’Unione europea difendendo i governi e i movimenti populisti e vada a braccetto con Mosca, la super potenza antagonista da sempre degli Stati Uniti d’America. È singolare che capovolga le fondamentali scelte della politica estera americana degli ultimi 70 anni basate sull’alleanza e la cooperazione con la Ue, il Regno Unito, il Giappone, la Corea del Sud e il Canada.

L’intesa privilegiata tra Trump e Putin, i due leader populisti e sovranisti affezionati ai toni e alle azioni forti, è durata poco. Il miliardario americano segue un motto: «Voglio essere imprevedibile». Ma questa volta il presidente americano, l’anti Barack Obama, rischia di passare da imprevedibile a inaffidabile sia agli occhi dei vecchi alleati, sia a quelli dei nuovi amici e dei nemici. Il quadro non è confortante.

Adesso sarà arduo affrontare il 25 luglio il vertice a Washington con il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker sui dazi americani imposti alla Ue. Juncker arriverà vittorioso sulle ali dell’accordo del 17 luglio con il Giappone, che azzera o riduce progressivamente i dazi tra Bruxelles e Tokio. Juncker viaggia in rotta di collisione con Trump: «Non c’è protezione nel protezionismo».

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Sommossa contro Ryan e speranza per i “Dreamers”

dreamers“Non vogliamo mai dare il controllo del calendario legislativo alla minoranza”. Con queste parole, Paul Ryan, cercava di dissuadere un gruppetto di parlamentari repubblicani di raccogliere abbastanza firme per una petizione che sottometterebbe automaticamente al voto alcuni disegni di legge sull’immigrazione. Si tratta di una procedura chiamata “discharge petition” che richiede 218 firme le quali verrebbero da 193 parlamentari democratici e 25 repubblicani. Fino al momento mancano 6 firme repubblicane per raggiugnere il traguardo. Per Ryan sarebbe una sconfitta perché gli toglierebbe il controllo del calendario legislativo che gli spetta come speaker.

I leader della “sommossa” includono un gruppetto di parlamentari repubblicani moderati capeggiati da Carlos Cupelo (Florida), Jeff Denham (California) e Will Hurd (Texas) i quali hanno perso la pazienza con la leadership repubblicana che non ha nessuna intenzione di risolvere la questione dei “Dreamers”. Si tratta, come si sa, di 800mila giovani cresciuti in America ma portati nel Paese dai loro genitori senza documenti. Il presidente Barack Obama aveva offerto loro un visto temporaneo con un ordine esecutivo nel 2012. Il presidente Donald Trump ha abrogato quell’ordine nel 2018 sfidando le due Camere a trovare una soluzione legislativa permanente. La scadenza imposta da Trump è però stata ritardata dal sistema giudiziario e il caso potrebbe andare a finire alla Corte Suprema dando più tempo ai legislatori. Con l’elezione di midterm in cinque mesi Ryan non ha nessuna intenzione di spingere molto per risolvere la questione dei “Dreamers”, una patata bollente con seri costi politici alle urne. Ecco dunque la pressione per la “discharge petition”.

Al momento di scrivere non si sa se il gruppetto di parlamentari “ribelli” riuscirà a trovare le altre sei firme richieste. Un esito positivo aprirebbe le porte al voto a quattro disegni di legge sui “Dreamers”. Tre di questi sono già pronti e riflettono una versione molto conservatrice, una liberal e un’altra più moderata. Un quarto disegno sarebbe a disposizione di Ryan come speaker.

Le possibilità di un percorso totalmente positivo con un susseguente voto al Senato e la firma di Trump sono basse. Si ricorda che nel mese di febbraio il Senato aveva tentato di approvare alcuni disegni di legge per risolvere la situazione dei “Dreamers” senza alcun esito positivo.

Non si sa come andrà a finire alla Camera. Ciononostante, l’idea di coinvolgere i democratici con una parte dei repubblicani, mettendo da parte Ryan e la maggioranza repubblicana, potrebbe essere la strada bipartisan giusta. Comunque vada il gruppo di moderati “ribelli” ci guadagnerebbe. Anche se il disegno di legge non verrebbe approvato dal Senato per poi arrivare alla scrivania di Trump per la sua firma, il fatto di un semplice voto aiuterebbe politicamente i fautori poiché segnerebbero gol politici. Un punto di grande utilità per le prossime elezioni di midterm considerando il fatto che molti di questi repubblicani moderati devono correre in distretti congressuali in bilico. Inoltre, non esiste pericolo di ritorsioni per il loro atto ribelle dato che Ryan ha già annunciato di lasciare la Camera e il suo incarico di speaker alla fine di questa legislatura. Per la leadership repubblicana però si tratta di un passo tutt’altro che positivo poiché il piano della “discharge petition” conferma la confusione nei vertici della maggioranza repubblicana alla Camera e soprattutto la debolezza di Ryan.

Lo speaker da parte sua ha cercato di spiegare la riluttanza a un voto sull’immigrazione dicendo che non vuole perdere un sacco di tempo se non ha assicurazioni dalla Casa Bianca che Trump firmerebbe la legge. Non ha tutti i torti. Le posizioni del 45esimo presidente sulla questione dei “Dreamers” sono altalenanti con tutte le sfumature possibili dal suo grande amore per i giovani immigrati alla sua domanda che metteva l’immigrazione in dubbio perché gli Stati Uniti accettano immigrati di “paesi di m…da”.

D’altra parte però quando Barack Obama era presidente Ryan e i repubblicani approvarono una sessantina di voti per abrogare l’Obamacare, la riforma sanitaria, sapendo benissimo che l’allora presidente avrebbe imposto il suo veto. Poco importava però dato che l’idea dei voti era solo di ricordare agli elettori di tendenza repubblicana che tutta la colpa era del presidente democratico e sottolineare l’importanza della conquista repubblicana della Casa Bianca. Una volta eletto Trump e il controllo repubblicano delle due Camere, Ryan e compagnia non sono riusciti a mandare in porto la revoca della loro odiata Obamacare, paradossalmente un bene per il Paese poiché continua a fornire assicurazione medica a più di venti milioni di persone.

In passato Ryan aveva speso parole comprensive sui “Dreamers”. Da speaker però non fatto nulla. I moderati “ribelli” non avranno successo ma almeno, nel bene e nel male, ci stanno provando.

Domenico Maceri
PhD, University of California

La questione della lingua: troppo inglese in italiano

Lingua-Inglese

Alcuni mesi prima dell’elezione italiana avvenuta il 4 marzo 2018, Luigi Di Maio rinunciò a un confronto televisivo con Matteo Renzi dicendo che dopo i risultati delle elezioni in Sicilia il segretario del Partito Democratico non era più il suo “competitor”.  I sondaggi favorivano Di Maio e quindi si rese conto che un dibattito avrebbe fornito vantaggi a  Renzi. Pochi giorni dopo il rifiuto, Di Maio usò lo stesso termine per riferirsi all’astensione al voto come “l’unico competitor”.

In inglese “competitor” si usa per concorrenza, specialmente di tipo aziendale. In politica si usa il termine “opponent”. Si sbaglia dunque quando si usa “competitor” in italiano in queste circostanze? In un certo senso sì non solo perché riflette poca conoscenza dell’inglese ma specialmente perché l’italiano già possiede l’ottima alternativa di “avversario” che fa al caso.

Di Maio non differisce da altri politici italiani a spruzzare il suo linguaggio con espressioni inglesi. Si ricorda ovviamente il “Jobs Act” di Renzi, la “stepchild adoption” (l’adozione di figli minori di un partner) come pure “spending review, welfare, coming out,  foreign fighters, low cost, spread”, e tanti altri. E ovviamente, il centrodestra nella recente campagna elettorale ha fatto di “flat tax” il suo cavallo di battaglia. Usare un’espressione inglese sembra dare l’impressione di aggiungere una certa rispettabilità o freschezza, suggerendo che la lingua italiana sia poco efficace o povera.  In realtà itermini inglesi  oscurano il significato, spesso confondendo i cittadini, creando un linguaggio nebuloso  anche se potenzialmente piacevole e a volte anche misteriosamente attraente. È vero? Andare a un “party” è più divertente che “una festa”?  “Team e fake news” invece di “squadra e bufale, falsità, o balle” comunicano meglio?

Tutte le lingue fanno uso di prestiti linguistici per buonissime ragioni specialmente quando si tratta di nuovi concetti o nuove realtà create da una lingua e cultura potente come lo è di questi giorni l’inglese. Logico dunque che in italiano si dica “web” invece  di “rete” poiché l’originale inglese si riferisce a una nuova realtà. L’uso di “endorsement” per dire “sostegno o appoggio politico” si potrebbe accettare perché più evocativo, riflettente anche una realtà più amplia di concordanza politica.

Scrivendo sulla politica americana si può facilmente accettare il termine “speaker” per riferirsi all’incarico di presidente della Camera attualmente occupato da Paul Ryan. I sistemi politici sono diversi e l’uso di “speaker” si applica al ruolo specifico della Camera americana. Si potrebbe anche accettare “corner” invece di “calcio d’angolo” perché più economico specialmente nel linguaggio frettoloso di un commentatore televisivo o radiofonico. La frettolosità però spesso impoverisce la lingua italiana storpiando vocaboli già esistenti  e indebolendoli senza cogliere la completa realtà. Quando il presidente americano Donald Trump chiese “loyalty” a Jim Comey, direttore della Fbi, la maggior parte dei cronisti italiani lo tradussero con “lealtà” invece del termine più appropriato “fedeltà”.

In tempi passati il dominio culturale della nostra lingua ha contribuito notevoli prestiti ad altre lingue europee. Basta solo pensare al campo della musica e dell’arte dove per molte lingue sarebbe difficile comunicare senza i termini in lingua italiana. Si ricorda che non pochi compositori stranieri come Handel, Gluck e Mozart scrissero opere liriche in italiano perché il mondo dell’opera era dominato dalla nostra lingua per ragioni artistiche ma anche commerciali. Il pubblico si aspettava opere liriche solo in italiano ma ovviamente, poco a poco, si scrissero opere in altre lingue senza però togliere il prestigio e l’influenza della nostra lingua nel mondo dell’opera.

Negli ultimi decenni però, la lingua inglese è divenuta la lingua franca mondiale in molti campi considerando il potere economico, politico, e sociale del mondo anglosassone. In alcune università italiane, come il Politecnico di Milano,  si sta parlando seriamente di insegnare alcuni corsi di lauree magistrali e dottorati completamente in inglese.
Questo strapotere della lingua inglese e l’incremento di termini inglesi che arricchiscono il vocabolario italiano ma anche quello di altre lingue ha già causato non poche preoccupazioni anche se la grammatica non viene influenzata.
L’uso di parole straniere a volte è necessario ma sembra che di questi giorni si esageri. I leader politici dovrebbero essere in prima fila a difendere la lingua italiana invece di cadere nella tentazione di “competitor, jobs act e flat tax” nel loro sforzo disperato di racimolare alcuni voti extra. La lingua italiana è bella ed espressiva e l’uso di termini stranieri solo per apparire chic la abbruttisce. Non si suggerisce una crociata sciovinista contro i termini stranieri ma un po’ di misura sarebbe utile. I prestiti linguistici sono accettabili solo quando ampliano il vocabolario già esistente invece di rimpiazzare termini già consacrati nella nostra lingua. I politici italiani che tanto dicono di preoccuparsi dell’Italia dovrebbero anche includere la nostra bella lingua. Tutti quelli che usano la lingua come strumento di lavoro dovrebbero anche astenersi dalle facili cadute in anglicismi non necessari.

Alla fine però la lingua italiana è resiliente e non corre nessun pericolo di essere sopraffatta e annientata dai prestiti linguistici che poco a poco vengono plasmati assumendo “cittadinanza” italiana senza però alcun impatto nella grammatica italiana.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Altra tegola per Donald Trump: Paul Ryan lascia

Paul Ryan

“Qui ho compiuto molto di quello che mi ero proposto e i miei figli continuano a crescere”. Con queste parole Paul Ryan, annunciava che alla fine di questa legislazione lascerà il suo incarico di parlamentare e di speaker della Camera. Parlare della famiglia al momento di uscire dalla scena politica sembra essere divenuto quasi banale. Per quanto riguarda i risultati si tratta di una storia molto diversa.

Ryan fu eletto alla Camera per la prima volta nel 1998 all’età di 28 anni e rieletto ogni due anni, l’ultima delle quali nel 2016. Nel 2007 fu nominato presidente della potente Commissione del Bilancio alla Camera e nel 2012 fu scelto da Mitt Romney come suo vice nella corsa presidenziale, vinta alla fine da Barack Obama. Poi nel 2015, dopo le dimissioni di John Boehner, speaker della Camera, Ryan fu eletto a sostituirlo anche se lo fece con poco entusiasmo, accettando l’incarico per mettere fine alle “guerre” interne del Partito Repubblicano.

Ryan ci ha spiegato di essere soddisfatto del suo lavoro alla Camera ma un’analisi delle sue idee e piani ci chiarisce che è riuscito a fare ben poco di quello che si era proposto. Ryan era grande ammiratore di Ayn Rand, la scrittrice americana di origini russe, la quale sosteneva la virtù dell’egoismo etico rifiutando l’altruismo. Partendo da queso principio si capisce la filosofia politica di Ryan il quale ha sempre auspicato i tagli fiscali e di conseguenza la riduzione dei programmi sociali. Ryan crede che i poveri non vanno aiutati con programmi governativi perché tolgono l’incentivo per fare progressi economici e sociali. Ryan ha sempre voluto spingere per riformare il programma di Social Security e il Medicare privatizzandoli, preoccupandosi anche del deficit e del debito federale. L’insostenibilità di queste spese governative, secondo Ryan, doveva condurre a tagli costanti i quali sarebbero stati accompagnati da riforme ai programmi sociali, il metodo migliore per aiutare le classi povere.

I successi legislativi di Ryan sono però limitatissimi. Ha fallito persino con la revoca della tanto odiata Obamacare, la riforma sanitaria di Obama. Ryan da speaker, era riuscito a farla revocare alla Camera, ma appena il disegno di legge arrivò al Senato fu bocciato anche se con un margine risicato (51 no, 49 sì). Nonostante la maggioranza in ambedue le Camere e il controllo della Casa Bianca, Ryan e il suo partito hanno fatto poco per fare approvare le loro leggi. L’eccezione, come si ricorda, è stata la riforma fiscale del 2017 che ha tagliato le imposte principalmente a beneficio delle corporation e le classi abbienti. Il tanto odiato deficit di Ryan però è rimasto vivo diminuendo solo nell’amministrazione di Obama a 438 miliardi per il 2015. Nel 2016 è aumentato a 584 miliardi e nel 2017 a 666 miliardi. Aumenterà ancora nel 2018 a 800 miliardi e 1000 miliardi nel 2020. Il debito pubblico è anche aumentato a più di 20000 miliardi.  Per quanto riguarda il Social Security e il Medicare, Ryan non è riuscito a toccarli perché troppo popolari e il suo partito li ha considerati politicamente tossici. Un bilancio dunque che riflette poco dei successi citati da Ryan nel suo annuncio di lasciare la politica.

Il più grande demerito di Ryan però si trova nella sua debole difesa dei valori dell’establishment repubblicano messi da parte per l’arrivo del ciclone Donald Trump.  Durante la campagna elettorale del 2016 Ryan ha cercato, anche se debolmente, di prendere le distanze da alcune delle dichiarazioni più offensive del tycoon dicendo che non riflettono i valori del Partito Repubblicano. Dopo l’elezione, però, Ryan ha fatto quello che voleva il 45esimo presidente mettendo da parte le riforme tanto sognate sul Social Security e Medicare perché mancava il supporto della Casa Bianca. In effetti, Ryan è divenuto “soldato” di Trump riconoscendo la sconfitta dell’establishment repubblicano e accettando le vicissitudini dell’inquilino della Casa Bianca.

L’uscita di scena di Ryan si aggiunge a quelle di più di 40 altri parlamentari che non correranno per rielezione  nel mese di novembre. La rinuncia di Ryan è la più visibile e potrebbe incoraggiare altri a seguire il suo esempio. Si prevede una vittoria democratica alle elezioni di midterm a novembre e una susseguente conquista della maggioranza della Camera e forse anche del Senato. L’assenza di Ryan è stata interpretata da alcuni come una maniera di evitare la macchia del probabile tracollo e essere considerato responsabile  per la disfatta. Ciononostante, Ryan ha dato tutte le indicazioni che parteciperà alla campagna politica aiutando i candidati repubblicani, suscitando però seri dubbi sull’efficacia dei suoi contributi. I grossi donatori del Partito Repubblicano hanno già cominciato ad esprimere seri dubbi che i loro investimenti porteranno i frutti desiderati.

 Alcuni leader del Partito Repubblicano spingeranno però per le sue dimissioni anticipate da speaker perché da anatra zoppa potrebbe fare ben poco per aiutare i candidati repubblicani a esiti positivi alle urne. Inoltre l’uscita di scena dello speaker creerà un’altra contesa fra le due ali del Partito Repubblicano per la  sostituzione di Ryan. Una battaglia che i repubblicani avrebbero voluto risparmiarsi poiché intorbidisce le acque in un momento critico in cui si dovrebbero spendere tutte le energie a evitare la perdita della maggioranza alla Camera.

Appena sentito l’annuncio delle dimissioni di Ryan, Randy Price, il candidato democratico nel distretto dello speaker, ha dichiarato che la loro meta era di “revocare e rimpiazzare” il loro avversario. Price ha continuato dicendo che con le dimissioni “la revoca” è stata compiuta; rimane solo vincere a novembre e completare con la sostituzione.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Donald Trump militarizza il confine col Messico

muro-messico“Non ho nessuna intenzione di permettere alla guardia nazionale dell’Oregon di essere usata come distrazione dai problemi di Washington”. Con queste parole, Kate Brown, democratica, governatrice dell’Oregon, si è rifiutata di accedere alla richiesta di Donald Trump vedendola come un tentativo di “militarizzare il confine col Messico”.  Susana Martinez, Greg Abbott e Doug Ducey, tutti repubblicani,  rispettivi governatori del New Mexico, Texas e Arizona, hanno invece accettato la richiesta di Donald Trump per mantenere la sicurezza al confine. Brian Sandoval, il governatore repubblicano del Nevada, invece si è dichiarato contrario. lI governatore della California, Jerry Brown, democratico, non si è ancora pronunciato ma il silenzio ci fa intendere che si opporrebbe anche lui.

Dopo avere visto alla Fox News una storia  su una carovana di migranti dell’America Centrale che era entrata nel Messico e si stava muovendo verso gli Stati Uniti, Trump ha deciso che bisognava agire per fermarli. Il 45esimo presidente è ritornato a premere su uno dei temi di campagna elettorale, parlando di invasione di immigrati e dell’importanza di fermarli per controllare le frontiere. Alcuni analisti, come Ann Coulter, grande sostenitrice di Trump, in un’intervista al New York Times, ha fatto notare che durante la campagna elettorale Trump aveva ripetuto ad nauseam la costruzione del muro al confine col Messico ma non è riuscito a mantenere la promessa. La “crisi” alla frontiera va vista dunque in questa luce di soddisfare i bisogni della base del presidente.

Trump, infatti, ha implicitamente riconosciuto questa situazione quando ha minacciato di non firmare la manovra del bilancio perché non includeva i fondi per il muro al confine. Un’altra riserva di Trump sulla legge era la mancata inclusione di risolvere la questione del Daca, l’ordine esecutivo di Barack Obama che protegge temporaneamente i giovani portati in America dai loro genitori senza documenti. Dopo avere addossato la colpa ai democratici, Trump ha alla fine firmato la legge perché, secondo lui, migliorava il bilancio delle forze armate.

Trump, considerandosi grande negoziatore, avrebbe potuto intervenire e affrontare questi punti ma non lo ha fatto, rimanendo in disparte. Dopo ha però espresso le sue forti delusioni su Paul Ryan, speaker della Camera, e Mitch McConnell, presidente del Senato. La manovra fiscale di 1300 miliardi di dollari  include però 1,6 miliardi per barriere al confine che equivalgono a delle briciole considerando i 25 miliardi che la Casa Bianca aveva richiesto. Se il muro e la soluzione al Daca fossero stati temi importanti, Trump avrebbe potuto spingere di più per ottenerli.

La carovana di un migliaio di migranti che sfuggono dalla violenza dell’Honduras e altri Paesi centroamericani però ha offerto al 45esimo presidente la scusa per agire. In una lunga serie di tweet velenosi, tipici del suo stile senza filtri, Trump ha accusato le inefficienti leggi americane che impediscono alla polizia di frontiera di compiere il loro lavoro a causa dei “deboli democratici”. L’inquilino della Casa Bianca ha mostrato la sua frustrazione minacciando la fine del Daca e di togliere i contributi americani all’Honduras. Trump ha anche accusato il Messico di dare il via libero ai profughi per raggiungere gli Stati Uniti minacciando anche di eliminare il Nafta.

Quando Trump non riesce a compiere qualcosa ritorna alla strategia accusatoria della campagna elettorale usando lo stesso linguaggio che tanto fa piacere ai suoi sostenitori, la cui visione del mondo è parente molto distante dalla realtà obiettiva. Il migliaio di profughi entrati in Messico consiste di 300 bambini, 400 donne e il resto uomini, maggiormente dell’Honduras, che sfuggono da un Paese pieno di corruzione, violenza politica e numerosissimi omicidi. I migranti viaggiano insieme per ragioni di sicurezza e proteggersi da stupri e altri pericoli, secondo un cronista del New York Times che ha visitato il complesso sportivo in Messico in cui i profughi si sono fermati. Non cercano la protezione del Daca, come ha indicato Trump in suo tweet, programma che copre giovani residenti  negli Stati Uniti dal 2007.

Il Messico ha già deportato 400 di questi individui della carovana e sta negoziando con i rimanenti per vedere se qualificano per lo status di rifugiati in Messico o negli Stati Uniti. In alcuni casi, funzionari messicani hanno distribuito permessi di transito validi per 20 giorni, dando tempo per lasciare il Paese o fare domanda di asilo politico in Messico. Altri stanno consultando con avvocati in Messico per cercare di determinare se i loro casi specifici sarebbero validi per status di rifugiati in America o scegliere di rimanere in Messico. Gli organizzatori della carovana, un evento annuale durante le feste di Pasqua, intendono attirare attenzione sulla triste situazione dei profughi. Si tratta dunque di un problema umanitario invece di un pericolo di sicurezza.

Trump ha però attaccato questi vulnerabili individui aggiungendo 4mila membri della guardia nazionale ai 20mila poliziotti della frontiera. Lo ha spiegato come un “muro” umano finché si costruirà quello che lui ha promesso in campagna elettorale. I numeri però non giustificano questa militarizzazione della frontiera. Gli arresti al confine infatti sono scesi da 700mila nel 2008 a 400mila nel 2016 durante la presidenza di Obama. Nel 2017 il numero di individui fermati è sceso a 300mila, il più basso in 46 anni.

Si potrà capire la frustrazione di un presidente americano dalla complessità del problema migratorio. Obama, con una legislatura repubblicana intransigente, cercò di fare il possibile per migliorare la situazione con il suo ordine esecutivo sul Daca. Trump, partendo da una visione fasulla della realtà, ha parlato di chiudere la frontiera con un muro per bloccare le entrate, rifugiandosi nel suo slogan di “America first” e al diavolo il resto del mondo. Una migliore strategia sarebbe invece di aiutare gli honduregni a risolvere la critica situazione del loro Paese offrendogli alternative a casa loro invece di sentirsi costretti a intraprendere un lungo e pericoloso viaggio come soluzione.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Dazi sull’acciaio e alluminio: frattura con il mondo

trump dazi

“Donald Trump ha fatto il più grande sbaglio della sua presidenza”. Così tuonava l’editoriale del Wall Street Journal mentre commentava l’ordine del 45esimo presidente di imporre dazi di 25 percento sull’acciaio e 10 percento sull’alluminio. La Casa Bianca ha spiegato che la misura difenderà posti di lavoro in America e rafforzerà la sicurezza nazionale.

La reazione ai dazi è stata quasi unanimemente negativa creando una frattura fra Trump e il Partito Repubblicano e confusione nei partner commerciali.

I rapporti fra Trump e il suo partito sono stati spinosi ma la leadership del Gop (Grand Old Party) ha chiuso più di un occhio considerando i comportamenti poco ortodossi dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Gli attacchi di Trump ai diversi gruppi etnici, la sua spavalderia nei suoi rapporti con le donne, le falsità a valanga, e persino gli attacchi a leader repubblicani per non essere riusciti ad approvare la revoca dell’Obamacare sono stati messi da parte. Trump è il presidente e ne hanno bisogno per firmare le loro leggi come ha fatto con la riforma fiscale e le nomine di giudici conservatori.

L’annuncio dei dazi però è stato condannato da quasi tutti i leader del Gop. Paul Ryan, speaker della Camera, ha avvertito il presidente sulle “conseguenze collaterali” negative. Mitch McConnell, presidente del Senato, ha rilevato “un alto livello di preoccupazioni”  che potrebbe lanciare “una vasta guerra di commercio” mettendo freni alla crescita economica. Altri hanno visto un’equivalenza fra dazi e tasse che alla fine colpiranno i consumatori con prezzi più alti. Inoltre, le reazioni negative repubblicane ai dazi riflettono il riconoscimento di un tradimento alle corporation e i loro profitti che potrebbero ovviamente erodere i contributi  elettorali al loro partito. In particolar modo i dazi preoccupano poiché un impatto negativo sull’economia si tradurrebbe in esiti negativi alle elezioni di midterm del mese di novembre di quest’anno.

I think tank sia di destra che di sinistra si sono scagliati anche loro contro i dazi. Questi includono l’Heritage Foundation e il Cato Institute, gruppi conservatori, ma anche la Brookings Institution e il Center for Economic  and Policy Institute che tendono a sinistra. Gli elettori sono anche contrari ai dazi come ci conferma un sondaggio della Quinnipiac University.

I dazi annunciati da Trump creerebbero 30.000 nuovi posti di lavoro nell’industria siderurgica ma potrebbero causare una perdita di 146.000  in altre industrie a causa di probabili rappresaglie dall’Unione Europea ma anche da altri Paesi asiatici.

Trump ha dichiarato che le guerre commerciali sono positive e che si possono “vincere facilmente”. Si sbaglia, secondo Christine Lagarde, direttrice dell’International Monetary Fund, la quale ha annunciato che “nessuno vince” con le guerre commerciali. Lo ha capito Gary Cohn, il principale consigliere economico di Trump, il quale si è dimesso non condividendo la decisione sui dazi. Trump forse ha già cominciato a capire le conseguenze della sua decisione. Ecco come si spiegano già le annunciate esenzioni per il Messico e il Canada. Altre esenzioni sono già in discussione e alla fine se ne potrebbero aggiungere di più che ridurrebbero l’efficacia senza però eliminare l’amaro in bocca ad altri partner commerciali.

Un centinaio di parlamentari ha inviato una lettera al presidente esprimendo la loro “seria preoccupazione” sul tema dei dazi. Nonostante tutto, il Congresso ha storicamente dato ampia autorità al presidente per mettere in pratica gli accordi sul commercio internazionale. Un tentativo per frenare il potere  del presiedente in questa area è stato però fatto mediante un disegno di legge introdotto dal parlamentare repubblicano Mike Lee dello Stato del Utah.  Anche il senatore Jeff Flake, repubblicano dell’Arizona, ha introdotto un disegno di legge che bloccherebbe i dazi. Nessuno dei due però ha molte chance di successo.

In sintesi i poteri del presidente sono notevoli e gli annunci sul dazio e l’altro sul sorprendente incontro con Kim Jong-un ce lo confermano ma rivelano altresì la volubilità di Trump. Servono anche politicamente  a dettare i cicli mediatici cercando di mascherare altri problemi come l’affaire Stormy Daniels, la pornostar che avrebbe avuto un rapporto extra coniugale con Trump e la sua preoccupazione per le  indagini sul Russiagate. Ecco come si spiega che Trump ha assunto Emmet Flood, un  avvocato che possiede esperienze con presidenti che hanno avuto seri problemi con l’impeachment. Flood ha infatti rappresentato Bill Clinton durante la sua crisi che lo condusse all’impeachment della Camera nel 1998 ma fu poi assolto dal Senato nel 1999.

L’annuncio di Trump sui dazi continua a confermare che il presidente fa il repubblicano quando gli conviene ma ritorna con frequenza alle sue radici populiste sull’immigrazione, il commercio, la legge e le relazioni internazionali.  Spesso l’emergenza delle sue tendenze populiste  suggerisce che il Partito Repubblicano appartiene a lui e lo può ridefinire per i suoi scopi politici ma anche personali con poche conseguenze. Cerca anche di definire i rapporti internazionali con esiti poco positivi per l’America e il resto del mondo.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Il Fmi avverte: il protezionismo blocca la crescita

FMI-christine-lagardeLa numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha lanciato un allarme sul rischio della guerra commerciale iniziata dal presidente degli Stati Uniti. Donald Trump, intenzionato a mettere dazi sull’acciaio e sull’alluminio, bloccherebbe la crescita globale. La presidente del FMI, intervenendo a radio RTL, ha detto: “Se il commercio internazionale viene messo in discussione da questi tipi di misure, sarà un canale di trasmissione per un calo della crescita, un calo degli scambi e sarà temibile. In una guerra commerciale alimentata da aumenti reciproci delle tariffe doganali, nessuno vince”.

La scorsa settimana, Donald Trump si è vantato su Twitter che le guerre commerciali sono ‘facili da vincere’ dopo che il suo annuncio iniziale delle tariffe del 10% sulle importazioni di alluminio e del 25% sull’acciaio introdotto negli Stati Uniti aveva provocato una protesta globale.

Gli alleati degli Stati Uniti hanno minacciato ritorsioni con possibili dazi sulle merci statunitensi che entrano nei loro mercati. L’UE dovrebbe dettagliare le sue misure di ritorsione oggi.

Christine Lagarde ha aggiunto: “Siamo preoccupati che queste misure non siano innescate, stiamo sollecitando le parti a raggiungere accordi, tenere negoziati, consultazioni”.

Nel frattempo, la crescita economica dell’area euro è stata ritoccata al ribasso, al 2,3 per cento sull’insieme del 2017 secondo una nuova stima diffusa da Eurostat. Nella indicazione iniziale l’ente di statistica comunitario aveva quantificato l’espansione al 2,5 per cento. Per quanto riguarda l’ultimo trimestre dello scorso anno il Pil ha segnato un più 0,6 per cento rispetto ai tre mesi precedenti e un più 2,7 per cento su base annua.

La commissaria UE, Malmstroem, sul protezionismo Usa ha detto: “Chiediamo a Washington di ripensarci. Ma se così non fosse abbiamo preparato una serie di interventi. Il primo intervento sarebbe quello di adire al Wto, l’organizzazione mondiale del commercio. L’Ue poi sarebbe pronta a mettere in campo una serie di provvedimenti per fronteggiare l’eventuale reindirizzamento di acciaio, che sarebbe stato destinato al mercato Usa, verso l’Ue, puntando comunque a evitare una chiusura su scala globale del settore. Infine, discutiamo diversi prodotti Usa su cui potremmo imporre misure per ridurre l’impatto molto negativo dei dazi in questione. Tra i possibili prodotti Usa oggetto di rappresaglie vi sono beni industriali ma anche Whiskey o dolciumi”.

L’amministratore delegato di FCA, Sergio Marchionne, dal salone dell’auto di Ginevra, ha detto: “È necessario evitare una guerra commerciale tra Usa e Ue, perché in uno scontro sui dazi alla fine vincerebbero gli Stati Uniti. Calmatevi tutti fate andare avanti il processo, fateli parlare: qualcosa si risolve. Minacciare dazi con dazi non risolve assolutamente niente. Se io dovessi fare la guerra dei dazi fino alla fine vince l’America, basta guardare il bilancio economico: importa più di quanto esporta”. Per Marchionne non preoccupano nemmeno le dimissioni del capo consigliere economico di Donald Trump, Gary Chon. Il numero uno di FCA ha spiegato: “La posizione di Trump sui dazi non poteva cambiare dopo due giorni. Cohn se ne è andato in maniera molto delicata, gli ha dato tempo fino alla fine del mese”.

In realtà le dimissioni di Conh sono un nuovo scossone alla Casa Bianca. Gary Cohn, il principale consigliere economico di Donald Trump, ha annunciato le sue dimissioni dopo la controversa decisione del presidente Usa di imporre dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio. Dimissioni che hanno spinto recentemente le Borse asiatiche in rosso. Alla base dell’addio proprio lo scontro sui dazi. L’ex numero due di Goldman Sachs si è unito alla lista impressionante degli stretti collaboratori di Trump che hanno abbandonato la nave. La scorsa settimana si è dimessa Hope Hicks, fedelissima che ha lasciato l’incarico di capo della comunicazione della Casa Bianca. Prima ancora avevano abbandonato, per esempio, il capo dello staff Reince Priebus e il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn.

Sulle dimissioni di Cohn, Trump ha scritto su Twitter: “Prenderò presto una decisione sulla nomina del nuovo capo consigliere economico. Molte persone vogliono l’incarico, sceglierò in modo saggio!”. Intanto oggi è atteso che l’Ue esponga i suoi piani per rispondere ai dazi su acciaio e alluminio minacciati da Trump. In parte già anticipato, ci si attende che Bruxelles possa prendere di mira prodotti Usa come jeans, moto e whiskey. Già venerdì scorso, il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, aveva minacciato di colpire brand come Harley Davidson e Levi’s, e appunto il whiskey con dazi sulle importazioni. L’annuncio ha spinto Trump a una nuova minaccia, quella di tassare le auto provenienti dall’Ue, alimentando ulteriori timori dello scoppio di una guerra commerciale. A Bruxelles non è attesa una decisione ufficiale, visto che Trump deve ancora firmare il provvedimento sui dazi, ma il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto all’Europa di essere pronta ad agire in modo rapido se lo farà.

Non è stata la prima volta che Gary Cohn, 57 anni, si è mostrato apertamente in disaccordo con Trump. Ad agosto del 2017 ha criticato il presidente Usa per la sua reazione a seguito delle violenze razziste di Charlottesville, in Virginia, ma in quel caso non era arrivato alle dimissioni. In un laconico comunicato di commiato, l’ex capo dell’influente Consiglio Economico Nazionale ha dichiarato: “È stato un onore servire il mio Paese e attuare delle politiche pro crescita favorevoli agli americani, in particolare con il voto di una riforma fiscale storica”. Trump invece ha commentato così: “Gary ha fatto un lavoro straordinario per attuare il nostro programma, aiutando ad arrivare a una riforma fiscale storica e a liberare ancora una volta l’economia americana”. Concedendo l’onore delle armi, Trump, però, non ha menzionato i disaccordi di fondo.

Il nodo dello scontro è stato proprio la mossa protezionistica di Trump sui dazi. Cohn, sostenitore del libero scambio, difendeva il commercio libero, equo e reciproco. Al Forum economico di Davos a gennaio aveva dichiarato: “Ci piacerebbe che la Commissione europea mettesse fine ai suoi dazi su molti prodotti che vorremmo importare dagli Stati Uniti”. Purtroppo ha perso la battaglia interna contro voci decisamente più protezioniste della sua all’interno dell’amministrazione Trump. Il New York Times, già la scorsa settimana, ha riportato le motivazioni quando il presidente aveva anticipato la sua intenzione di imporre dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio”. Cohn aveva minacciato le dimissioni, sottolineando che si trattava di misure pericolose per l’economia. Su Cohn hanno prevalso voci decisamente più protezioniste, come quella del consigliere per il commercio Peter Navarro e del segretario per il Commercio Wilbur Ross.

Il nome di Navarro, 68 anni, sta circolando fra i possibili successori: economista, è l’autore di decine di libri fra cui ‘Death by China: how America lost its manufacturing base’, cioè ‘Morte per mano della Cina: come l’America ha perso la sua base industriale’, in cui critica la guerra economica condotta da Pechino e le sue ambizioni di dominare l’Asia; da quando ha assunto l’incarico si è scagliato anche contro la Germania, accusata di usare un euro ‘ampiamente svalutato’ per sfruttare i suoi principali partner commerciali fra cui gli Usa, e senza sorpresa è anche favorevole ai dazi imposti a tutti i Paesi importatori senza distinzioni.

Il piano sui dazi, fra l’altro, non è stato ben accolto dai repubblicani, che tradizionalmente sono di solito a favore del libero scambio. In prima fila il presidente della Camera, il repubblicano Paul Ryan, che ha invitato Trump ad avere un piano ‘più furbo’ che fosse più ‘chirurgico e più mirato’, segnalando che le misure protezionistiche potrebbero avere le ‘conseguenze non volute’ di una guerra commerciale. Trump, tuttavia, si è mostrato irremovibile, ribadendo la sua posizione nel corso di un incontro martedì alla Casa Bianca con il premier svedese Stefan Löfven. In quella occasione si è scagliato contro l’Ue e gli europei affermando: “Rendono praticamente impossibile per noi di fare affari con loro; l’Ue non ci ha trattati bene. È una situazione commerciale molto ingiusta”.

Trump, sempre più circondato da ‘falchi’, non lascia spazi a dialoghi costruttivi per l’umanità, senza rendersi conto degli effetti negativi in cui nessuno sarà il vincitore, ma tutti perderanno qualcosa.

Salvatore Rondello

Trump e la folle corsa del debito americano

trump-delirio“Se eravate contrari ai deficit del presidente Obama e adesso favorite quelli repubblicani, non si tratta dunque della definizione classica d’ipocrisia?” Così Rand Paul, senatore repubblicano del Kentucky, nel suo futile tentativo di bloccare il voto al Senato per impedire un nuovo shutdown che aumenterebbe il deficit di almeno mille miliardi. I colleghi di  Paul con l’aiuto dei democratici hanno però votato a favore (71 sì, 28 no) della proposta che non ha evitato lo shutdown durato però solo poche ore senza che nessuno se ne accorgesse. La  Camera bassa lo ha anche approvato (240 sì, 186 no) e Donald Trump ha subito firmato la legge che spenderà 165 miliardi in più per le forze militari e altri 130 per programmi sociali. La misura alzerà il tetto delle spese e non si avranno altri voti per shutdown fino al 2019 aumentando però il deficit annuale a più di mille miliardi.

Queste spese si aggiungono a quelle della riforma fiscale approvata dai repubblicani il mese di dicembre del 2017 che aumenterà il debito federale di 1500 miliardi in dieci anni. Il debito totale americano si aggira adesso sui 20 mila miliardi. Non basta però per Trump il quale nella sua proposta di bilancio per il 2019  vorrebbe spendere ancora di più aumentando il deficit annuale a quasi mille miliardi senza nemmeno promettere di fare quadrare il bilancio nei prossimi dieci anni come aveva detto in passato.

La proposta di bilancio del presidente consiste di priorità della Casa Bianca che tipicamente il Congresso non approverà. Ci dice però molto sulle aspirazioni fiscali del presidente poiché oltre agli aumenti di spesa per la difesa includerebbe anche tagli ai servizi sociali incluso il Social Security, il Medicare, e il Medicaid. In sintesi, i debiti ad infinitum ci confermano quello che Trump aveva sostenuto da imprenditore quando disse che “era il re dei debiti” perché investiva i soldi delle banche per fare business.

Le spese del governo che causano deficit si considerano plausibili quando l’economia soffre e ha bisogno di stimoli, come affermava l’economista John Keynes. Lo ha fatto Barack Obama nel 2009 quando gli Stati Uniti si trovavano in una profonda crisi economica inferiore solo a quella della grande depressione degli anni trenta. Al momento però con la disoccupazione al 4,1 percento, considerata da molti economisti come occupazione piena, bisognerebbe invece usare le risorse per ridurre il debito nazionale. È questo che dicevano in passato i repubblicani quando i deficit preoccupavano. Paul Ryan, speaker della Camera, e Mitch McConnell, presidente del Senato, avevano spesso tuonato contro i deficit durante la presidenza di Obama. Adesso sono muti. Questo loro silenzio ha avuto un effetto anche sugli elettori i quali non lo includono nelle prime dieci priorità. Continua però a preoccupare una minoranza repubblicana al Senato e alla Camera. Alcuni senatori come Paul hanno alzato la voce contro i deficit e i parlamentari di ultra destra del Freedom Caucus hanno anche loro espresso la loro preoccupazione.

Di questi tempi avrebbero tutte le ragioni per essere preoccupati. Nel 2016 i costi per coprire i prestiti governativi hanno raggiunto 284 miliardi di dollari, cifra inferiore solo alle spese per la difesa. Nel 2017 il 69 percento delle spese federali è andato per coprire gli interessi e i programmi sociali come Social Security, Medicare e Medicaid. Questa pressione fiscale continuerà e a partire dal 2027 il  69 percento si convertirà al 77 percento lasciando il 23 percento per il resto.

È difficile determinare quanto debito si possa sostenere ma questa pressione al bilancio alla fine comincerà ad avere un impatto negativo all’economia poiché i prestiti del governo lasceranno poco spazio alle aziende per ottenere i fondi necessari per i loro bisogni. Paul Ryan però ha già cominciato a trovare la soluzione per ridurre il debito federale. In un’intervista radiofonica ha dichiarato che bisogna effettuare una riforma ai servizi sociali come le pensioni e la sanità che lui interpreta come tagli già auspicati in parecchie situazioni.

Trump nella sua proposta di bilancio lo ha già suggerito con i suoi tagli ai programmi per i poveri e gli anziani. Dopo avere regalato miliardi di dollari ai benestanti con la riforma fiscale del 2017 qualcuno dovrà alla fine pagare. La classe media e i poveri verranno colpiti a meno che i democratici non mostreranno più coraggio di quello visto fino ad ora. La tragica situazione dei “dreamers”, che i democratici avevano usato come perno causando lo shutdown di tre giorni nel mese di gennaio, gli ha fatto ottenere dai repubblicani una promessa di risolvere la problematica  ma fino ad oggi non ha prodotto  risultati. Ovviamente, i democratici sono in minoranza in ambedue le Camere e la loro forza di opposizione ha limiti notevoli. Forse si dovrà aspettare alle elezioni di midterm per vedere se il Paese è pronto a dare la maggioranza legislativa al Partito Democratico?

Domenico Maceri
PhD, University of California

Franken si scusa, Trump
e Moore fanno quadrato

franken“Provo imbarazzo e vergogna. Ho deluso molte persone e spero di rifarmi e poco a poco riottenere la loro fiducia”.  Con queste parole, il senatore Al Franken, democratico del Minnesota, ha cercato di giustificare le sue improprie azioni verso parecchie donne venute a galla nelle ultime settimane. Non era la prima volta che Franken chiedeva scusa ma a differenza di altri politici lui ha il merito di non avere attaccato le sue accusatrici. Forse per questo almeno una delle sue vittime non ha richiesto che Franken si dimetta.

Franken ha ovviamente fatto delle cose riprovevoli ma gli si deve riconoscere una certa sincerità come pure una certa sensibilità che riflette anche il Partito Democratico in comparazione alle reazioni nel campo repubblicano. Oltre a Franken i democratici accusati di queste nefandezze hanno reagito in modo più ragionevole dei repubblicani. John Conyers, parlamentare democratico del Michigan, si è dimesso della sua carica di leader democratico della Commissione giudiziaria, ma ha detto che rimarrà alla Camera per fare chiarezza e dimostrare la sua innocenza. Nancy Pelosi, leader delle minoranza democratica alla Camera, aveva inizialmente preso le difese di Conyers citando i contributi durante la sua lunga carriera. Poi dopo l’ennesima accusa la Pelosi e lo speaker della Camera Paul Ryan hanno ambedue dichiarato che Conyers dovrebbe dimettersi.

Ha fatto la cosa giusta il membro dell’Assemblea californiana Raul Bocanegra il quale si è dimesso dopo le accuse di avere molestato sei donne. Altri due membri della legislatura in California, anche loro democratici, sono al momento sotto controllo dai leader del loro partito e si prevedono almeno delle sanzioni una volta che le indagini saranno completate.

Nel campo repubblicano invece si tratta di reazioni che lasciano poco da sperare dato che si tratta semplicemente di negare tutto attaccando le accusatrici e etichettare le storie come un complotto dei liberal media. Lo ha fatto Roy Moore, candidato repubblicano al Senato nell’elezione speciale dell’Alabama per sostituire Jeff Sessions, il quale si era dimesso per il suo incarico di Procuratore Generale nell’amministrazione di Donald Trump.

Moore è stato accusato di  avere molestato una decina di donne molti anni fa, alcune delle quali erano minorenni, mentre lui aveva già più di trent’anni. Moore e la sua campagna hanno fatto muro attaccando le accusatrici per la tempistica. Perché andare a pescare eventi avvenuti tanti anni fa? La risposta non piacerà a Moore ma lo tsunami di donne (e alcuni uomini) che hanno subito molestie sessuali negli ultimi mesi avrà avuto un effetto e incoraggiato non pochi individui a riaprire ferite che evidentemente non erano completamente guarite.

C’è poco da guadagnare e molto da perdere venendo alla luce del sole per molestie subite specialmente quando i trasgressori sono ricchi e potenti. Non solo le vittime possono perdere il lavoro ma dovranno anche subire attacchi spesso personali  a volte accompagnati anche da minacce. Meglio sarebbe tacere, dimenticare e andare avanti. La strada più facile però non è sempre quella giusta e le donne che descrivono  molestie subite  meritano comprensione e supporto se la società avrà qualche chance di evitarle in futuro.

Negare categoricamente dunque non è la via giusta ma questa sembra essere la strada dei repubblicani. Ovviamente il caso più famoso in questo partito consiste proprio del numero uno, Donald Trump, attuale presidente. Come si ricorda, poco prima dell’elezione l’anno scorso venne a galla il noto Access Video nel quale l’allora candidato repubblicano si vantava di essere una star e come tale poteva fare quello che voleva con le donne persino  prenderle dalle parti intime.

Trump fece all’epoca un breve discorso chiedendo scuse che risultarono poco convincenti spiegando tutto come chiacchiere di spogliatoio. Pochi giorni dopo una quindicina di donne confermarono che il suo comportamento verso di loro rifletteva proprio le parole del video. L’allora candidato repubblicano attaccò le sue accusatrici minacciando anche di querelarle.

Adesso da presidente Trump ha preso le difese di Moore ma ha criticato aspramente Franken, usando chiaramente due pesi e due misure. Con i suoi attacchi a Franken il 45esimo presidente incoraggia involontariamente il piano del Senato dell’inchiesta dell’Ethics Committee. La leadership repubblicana al Senato però sta andando piano sull’inchiesta.

Ciononostante Mitch McConnell, presidente del Senato, ha preso le distanze da Moore. L’idea di inchieste sulle molestie sessuali nelle due camere legislative non risulta tanto allettante considerando la paura che altri parlamentari e senatori vengano accusati di comportamenti inappropriati. L’inchiesta dell’Ethics Committee si profila però all’orizzonte nel caso della vittoria di Moore il 12 dicembre  di quest’anno.

Nel frattempo Trump rimane in grande misura fuori da mischia eccetto per il suo continuo supporto di Moore, lasciando agli elettori dell’Alabama la decisione. L’idea delle inchieste sui comportamenti dei parlamentari  dovrebbe però preoccuparlo. Nessuno ha dimenticato le sue parole nell’Access Video. Non dovrebbe anche lui essere soggetto di un’inchiesta per molestie sessuali?

Domenico Maceri
PhD, University of California

Mattarella e Obama in accordo sulla Libia

++ Mattarella,su Libia collaborazione Italia-Usa decisiva ++È stato un incontro all’insegna dei ringraziamenti tra i due presidenti, quello della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, e il capo della Casa Bianca, Barack Obama. Ma in realtà in agenda tra i due pesano numerose crisi internazionali che richiedono l’appoggio indiretto e costante del gigante americano.
Mattarella che ha parlato ai giornalisti insieme a Obama, nello studio ovale della Casa Bianca, ha sottolineato la “piena condivisione con gli Usa” su temi importanti come il terrorismo, il fenomeno migratorio, senza dimenticare inoltre la candidatura italiana per un posto nel consiglio di sicurezza dell’Onu, ma soprattutto le crisi che riguardano in particolare Siria, Iraq e Libia. Quest’ultima in particolare, resta la questione più importante per il nostro Paese, tanto che il viaggio di Mattarella a Washington è stato preceduto da indiscrezioni reiterate sulle pressioni dell’amministrazione americana affinché si desse inizio alle danze militari sul terreno. Tuttavia Obama ha captato la prudenza del presidente italiano in merito a un intervento, affermando solo: “Abbiamo parlato degli sforzi congiunti per aiutare la Libia a formare un governo che permetterà alle loro forze di sicurezza di stabilizzare il loro territorio e neutralizzare l’Isis”. In sostanza il Presidente degli Usa si accontenterà dei soldati che Roma manderà a difendere la strategica diga di Mosul e di quelli che spedirà a Tripoli e Obama ha continuato così con i ringraziamenti e i convenevoli: “Ho ringraziato tantissimo l’Italia – dice alla fine dell’incontro con Sergio Mattarella – per il grande contributo notevole per l’addestramento dei militari in Iraq e per il notevole ruolo che svolgerà a protezione della diga di Mosul, che è di estrema importanza per il popolo iracheno”.

“Per la Libia, la nostra collaborazione è decisiva affinché la comunità internazionale risolva i drammatici problemi sul tappeto ripristinando stabilità e sicurezza”, ha infatti confermato Mattarella parlando al termine dell’incontro allo studio ovale. La prudenza italiana nell’intervento fa presagire a una sorta di modello simile a quello dei “Paesi Balcani”, cioè prima una presa di posizione dell’Onu, poi l’intervento della Nato e infine la gestione di ricostruzione affidata all’Unione europea. La soluzione italiana quindi richiama a una cornice internazionale di consenso e legalità. Da parte statunitense l’Italia resta un alleato importante, nella lotta al terrorismo e negli interessi in Mediooriente, soprattutto dal punto di vista geografico, a confermarlo anche le tanti basi militari Nato.

Tanto che i colloqui di Mattarella, accompagnato dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, continueranno oggi con il Vice Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden. Successivamente andrà al Capitol Hill per incontrare prima il Presidente della Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan, e la Minority Leader, Nancy Pelosi, insieme ad una rappresentanza bipartisan e bicamerale della leadership del Congresso, poi sempre al Capitol Hill il Presidente Mattarella incontra una rappresentanza della Italian American Congressional Delegation.

Liberato Ricciardi