Le vicende poco note
della storia del Pci

botteghe oscureÈ da poche settimane in libreria il nuovo libro di Salvatore Sechi, L’apparato para-militare del PCI e lo spionaggio del Kgb sulle nostre imprese, edito da Goware, e che porta a compimento delle lunghe ricerche che l’autore, a lungo professore ordinario di storia contemporanea in università italiane e estere, oltre che consulente della Commissione Mitrokhin e della Commissione Antimafia, ha effettuato in archivi nazionali e internazionali. L’importanza del lavoro, che analizza aspetti poco conosciuti della storia del più grande partito comunista dell’Europa occidentale, è rilevante, e Sechi è stato lieto di rilasciarsi un’intervista sui nodi cruciali del suo volume.

Professore, negli ultimi mesi la pubblicazione del suo volume e di quello di Giuseppe Pardini ha portato a una chiarezza di fondo sull’esistenza di un apparato para-militare del Pci. Chi si occupava di questa struttura?
Direi che gli elementi probatori raccolti da Giuseppe Pardini sono impressionanti e confermano quanto nei miei precedenti lavori (ad esempio Compagno cittadino. Il Pci tra via parlamentare e lotta amata, Rubbettino 2006, ndr) avevo intuito e in parte documentato. Mi riferisco alla ricchezza di fonti come quella dello Stato maggiore della Difesa e del nostro controspionaggio, di cui Pardini ha potuto fruire e che ha saputo utilizzare con molta maestria. L’apparato paramilitare non era una sezione di lavoro con un responsabile. Il comandante delle formazioni militari comuniste è stato, pare, il generale Alfredo Azzi. Come ricorda Pardini, è lui che il 13 luglio presenta alla sezione Italia del Cominform il documento Piani di difesa e di offesa.

Il 13 luglio vuol dire il giorno prima che Pallante sparasse a Togliatti. E il destinatario fu Gheorgiu Dimitrov, cioè il dirigente bulgaro insediato da Stalin alla testa del Cominform?
Sì, proprio il segretario del Cominfirm che, sulla base di una denuncia presentata dalla famiglia Gramsci, segnò l’uscita di Togliatti dalla segreteria del Comintern e il suo “esilio” nella Repubblica sovietica della Baschiria, a ridosso degli Urali. Dimitrov è un esecutore fedele delle preoccupazioni di Mosca. Ordina “alla Direzione del Pci di evitare azioni di forza, pur lasciando ampia libertà di azione in materia di scioperi”. In altre parole Mosca non vuole che nel Mediterraneo si ripeta una seconda Grecia. Come disse a Secchia nell’incontro del dicembre 1947, punta ad arginare l’area del contenzioso con gli Stati Uniti e i principali paesi europei.

Per il braccio armato del Pci si è sempre fatto il nome di Luigi Longo e soprattutto di Pietro Secchia.
Durante la Resistenza erano stati comandanti partigiani ed ebbero un’attenzione e un interesse per l’organizzazione militare del partito che invece Togliatti non aveva.

Tra gli storici è stato Paolo Spriano a valorizzare l’importanza del bracco armato del Pci.
E’ vero, ma non ha dedicato neanche un articolo all’argomento. Gli altri storici comunisti hanno glissato o sono stati generici (come Silvio Pons). Eppure una delle prerogative richieste fin dal 1917 per essere accolti come membri del Comintern e poi del Cominform fu proprio la struttura dotata di capacità di offesa e di autodifesa.

Può ricordare qualche episodio relativo a Secchia?
Fu proprio lui, che era vicesegretario del partito (nel periodo della degenza in ospedale di Togliatti lo sostituì alla testa del partito) su l’Unità ad esaminare città per città quali erano state le reazioni all’attentato. Si tratta di una vera e propria rassegna sull’efficienza e i limiti dell’esercito rosso.

Qual era la consistenza di questo apparato?
Dipartimento di Stato e Cia parlano di circa 200-300mila uomini, con un armamento non uniforme e non sempre aggiornato. Ma il corpo attivo era di circa 25-30mila unità distribuito soprattutto nel Modenese, in Romagna e nei grandi centri industriali del Nord dove maggiore era la concentrazione del proletariato di fabbrica. La preoccupazione del Dipartimento di Stato e della Cia era grande, come ho segnalato nei miei lavoro precedenti. La struttura militare del Pci era in grado di spaccare l’Italia, tenerla divisa per qualche mese, tenere in scacco il governo. E se jugoslavi e sovietici fossero intervenuti il rischio era di una terza guerra mondiale. Dunque, un’apocalisse.

Quante province furono investite da azioni insurrezionali o para-insurrezionali comuniste nei giorni, se non nelle ore, successivi all’attentato?
Secondo i dati desumibili da fonti militari (alle quali di recente Pardini ha potuto accedere) le reazioni aggressive nei confronti della polizia e delle autorità militare dopo l’attentato del 14 luglio si ebbero in 12 province. Al Nord Genova, Milano, Torino, Piacenza, Varese e Venezia. Al centro Forlì, Rovigo e Siena. Nel Sud Napoli e Taranto.

Quante furono le vittime degli scontri?
Riprendo le cifre dal bilancio ufficiale presentato dal ministro Scelba (ma le versioni furono diverse) al termine dello sciopero generale: 9 morti e 120 feriti tra le forze di polizia; 7 morti e 86 feriti tra i cittadini. Gli arrestati furono migliaia. L’apparato militare comunista in diverse città non solo fronteggiò le unità di polizia e dell’esercito, ma le disarmò e le tenne in ostaggio. Furono attaccate e devastate molte sedi della Dc e dei partiti di governo. L’elenco è ampio: Roma, Viterbo, Udine, Forlì, Reggio Emilia, Ferrara, La Spezia, Pistoia, Savona, Cesena, Venezia, Varese, Civitavecchia, Padova e Perugia. Si verificarono blocchi del traffico e scioperi diffusi. Nelle manifestazioni avutesi nel Sud siamo sul piano prevalentemente della protesta. Non si ebbero attacchi ai poteri istituzionali. Ma nei grandi centri industriali la musica fu un’altra.

Quale?
Scontri diretti e assalti alle caserme dei carabinieri e della guardia di finanza (come a Busto Arsizio e a Piombino), assalti alle carceri (per liberare i partigiani detenuti), blocchi stradali, interruzione dei binari ferroviari (a Foligno, Fidenza, Massarosa), presidi del territorio e posti di blocco nelle principali vie d’accesso, e altro ancora.

Lei intende dire che quanto accadde a Torino, Milano, Venezia, Genova ecc. rivelò una cura e una programmazione specifiche, di lunga durata? Aveva dunque ragione Pietro Ingrao a intitolare la prima pagina de l’Unità, di cui era direttore, “Via il governo della guerra civile”?
Dissento completamente. Quello di Ingrao, di Secchia e di Longo fu un plateale tentativo di attribuire a De Gasperi e a Scelba una responsabilità nell’attentato a Togliatti. Era semplicemente una forzatura, una invenzione pericolosa. Molto più cauto fu l’atteggiamento di Di Vittorio, Ruggero Grieco e di altri dirigenti di limitarsi allo sciopero generale e porre un argine alla linea di radicalizzazione dello scontro in atto.

Che cosa leggere per capire i termini del dibattito interno al Pci?
Secondo me risultano puntuali le analisi che vengono fatte dagli alti comandi della polizia, dei carabinieri e dell’esercito come del controspionaggio. Da Mitifrisco a funzionari come Vincenzo Ciotola, Giuseppe Massaioli, Arnaldo Valentini, Luigi Efisio Marras ecc. La ricostruzione che si può leggere nel saggio Prove tecniche di rivoluzione è da questo punto di vista minuziosa e fondata su fonti diverse, cioè è un lavoro storiograficamente incontrovertibile.

L’apparato militare sceso in capo nei giorni del 14-16 luglio puntò solo a difendersi da un eventuale “colpo di stato della borghesia”?
Questo fu il pretesto inscenato. In realtà si volle costruire un’alternativa ad essa, cioè dare vita allo schema di un vero e proprio potere operaio. Furono prove di una rivoluzione possibile. Ci fu l’occupazione delle fabbriche. Clamorosa quella della Fiat a Torino dove Vittorio Valletta fu tenuto per diversi giorni ristretto nel suo ufficio. Fu trattato con ogni possibile riguardo anche per il contributo che durante la guerra di liberazione e successivamente aveva dato ai dirigenti comunisti. Ma comunque fu fatto prigioniero dai suoi operai. La testimonianza migliore è quella fornita al Dipartimento di Stato dal console degli Stati Uniti a Torino.

Rispetto alla sconfitta elettorale del 18 aprile che cosa rappresentò l’attentato a Togliatti?
La classe operaia più avanzata, ma anche le masse popolari, fecero valere alcuni principi che elenco. In primo luogo che per sconfiggere il fascismo andavano recise le basi economiche dello sfruttamento e del lavoro salariato. In secondo luogo che i voti si contano, ma anche si pesano. In terzo luogo che l’odio e gli strumenti della violenza non sono rubricabili come nel vecchio Stato di diritto prefascista, cioè come una prerogativa dello Stato. L’esistenza dell'”esercito rosso” poneva, dunque, un’ipoteca sul monopolio statale della violenza legittima.

Come fece il Pci a superare queste ambasce e contraddizioni?
Nei decenni successivi, si lasciò trascinare in una politica di parlamentarizzazione infinita. Sia del partito, sia della lotta di classe sia dei conflitti sociali. Di comunista non sarebbe sopravvissuto molto, se non una retorica e una leggenda che stendeva elegia e poesia su una prosa che incorporava una vera e propria débacle.

Ma la Dc e i partiti suoi alleati disponevano anch’essi di strutture para-militari?
In una certa misura. Lo ha documentato il giudice di Venezia Carlo Mastelloni. Ma di fronte alle manifestazioni violente inscenate dai comunisti, i corpi militari dei partiti di governo finirono per rivolgersi alla polizia e all’esercito. Di qui la valutazione negativa che essi trassero di questi organi. Capirono che non potevano fare alcun affidamento. D’Altro canto non si poteva cavalcare l’alternativa di mettere fuori legge il Pci. In un regime di democrazia liberale l’opposizione è un valore, non si può farne strame con misure legislative di contenimento forzoso.

sechiSi può dire che il Pci sia stato l’iniziatore della spartizione delle risorse pubbliche?Sì. Basta pensare al grande affaire dell’Ingic (l’Istituto nazionale per la gestione delle imposte comunali) nel 1954. Fu un grande scandalo di peculato e corruzione che coinvolse amministratori di tutti partiti, parlamentari, funzionari ecc. per un reato che anticipava quello del finanziamento pubblico ai partiti. Un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio approfitta della propria posizione per un fine o una utilità propria (come la “sovvenzione” ai partiti che, mettendosi preventivamente d’accordo, dovevano decidere a quale società affidare la riscossione delle imposte locali). Ebbe 1183 imputati, ma alla fine si risolse in un nulla di fatto, una sorta di amnistia generalizzata. Il Pci fu in prima linea nel difendere l’amnistia e la non colpevolezza di chi attraverso pressioni e scambi aveva introdotto la corruzione nella scelta delle imprese abilitate alla riscossione dei proventi fiscali nelle amministrazioni comunali. La partitocrazia è nata con la guerra di liberazione, quando Pci, Dc, Psi ecc. si assegnavano, in base a calcoli di proporzionalità politiche e successivamente elettorali, le presidenze degli enti comunali (per l’energia elettrica, per l’acqua, le centrali del latte, i mattatoi, le fiere, il controllo dei consumi). Dall’emergenza si è passati a farne una regola, un principio politico. Tutto questo in nome della retorica dell’antifascismo non lo si dice. Sull’Ingic ad alzare la voce fu l’ex comandante delle prime formazioni partigiane in Piemonte e inviato speciale de l’Unità, Luigi Cavallo, un diventato un irriducibile anti-comunista.

Sono valutazioni le sue, professore, alle quali la storiografia comunista e in generale di sinistra non mi pare si sia spinta.
Guardi, non creda a chi dice che nel paese esistono zone non infettate. Anche nell’università, nella nomina dei docenti, ha prevalso un dovere di solidarietà politica, e non di ricerca della competenza, del merito o verità storica.

Leonardo Raito

Scrive Celso Vassalini:
Aldo Moro e la lettera a Bettino Craxi

Sono passati 40anni e il ricordo è andato via via stemperandosi perché l’oblio accompagnato dal ricambio generazionale, alla fine avvolge anche gli avvenimenti più drammatici facendoli apparire distanti, quasi archiviati. Erano le 12,30 del 9 maggio 1978 quando Valerio Morucci telefonò a un collaboratore di Aldo Moro per comunicargli che la famiglia del leader democristiano avrebbe potuto recuperare il corpo in via Caetani a Roma, una strada breve e stretta, a due passi da piazza di Torre Argentina, quasi equidistante tra la sede del Pci in via delle Botteghe Oscure e quella della Dc in Piazza del Gesù. Il dramma si concludeva nella maniera da molti temuta. Era cominciato la mattina del 16 marzo in via Fani quando quella che venne definita “la geometrica potenza di fuoco” del commando delle Brigate Rosse composto da undici persone si dispiegò massacrando la scorta di Moro (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrando l’uomo politico impegnato in quei mesi a traghettare nell’area del governo il Partito Comunista.

In quei quasi due mesi, l’Italia si divise. Si divise soprattutto la politica: da un lato coloro che sostenevano l’impossibilità di una qualsiasi trattativa con le Br, un fronte guidato dal Pci a cui si aggregava, pur tra molti tormenti, la Dc; dall’altro chi cercava uno sbocco negoziale in grado di salvare la vita di Moro. Questo secondo “partito” era guidato dal Psi e da Bettino Craxi. Dalla cosiddetta “prigione del popolo” il leader democristiano scrisse numerose lettere. Nel 2008 lo storico e attuale parlamentare del Pd, Miguel Gotor, li raccolse in un volume edito da Einaudi dal titolo: “Lettere dalla prigionia”. La loro lettura spiega più di mille racconti o ricostruzioni la tensione di quelle settimane, soprattutto aiutano a capire lo stato d’animo di un uomo costretto a una prova terribile, vittima di un destino spietato. Per ricordare quella data abbiamo deciso di riproporne una: Moro la scrisse, secondo le ricerche di Gotor, il 12 aprile. Venne però recapitata soltanto il 29 aprile. Il destinatario era il segretario del Psi, Bettino Craxi:

“Caro Craxi, 
poiché ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del tuo Partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare ed anzi accentuare la tua importante iniziativa. È da mettere in chiaro che non si tratta d’inviti rivolti agli altri a compiere atti di umanità, inviti del tutto inutili, ma di dar luogo con la dovuta urgenza ad una seria ed equilibrata trattativa per lo scambio di prigionieri politici. Ho l’impressione che questo o non si sia capito o si abbia l’aria di non capirlo. La realtà è però questa, urgente, con un respiro minimo. Ogni ora che passa potrebbe renderla vana ed allora / io ti scongiuro di fare in ogni sede opportuna tutto il possibile nell’unica direzione giusta che non è quella della declamazione. Anche la D.C. sembra non capire, Ti sarei grato se glielo spiegassi anche tu con l’urgenza che si richiede. Credi, non c’è un minuto da perdere. E io spero che o al San Rafael o al Partito questo mio scritto ti trovi. Mi pare tutto un po’ assurdo, ma quel che conta non è spiegare, ma se si può fare qualcosa, di farlo. Grazie infinite ed affettuosi saluti tuo Aldo Moro”.

Celso Vassalini

Di Maio “i due forni” e i veti incrociati

renzi di maioLuigi Di Maio ha acceso e spento i “due forni” aperti con la Lega e il Pd, ma una fiammella brilla ancora in quello del Carroccio. Giulio Andreotti inventò l’immagine dei “due forni” attraverso i quali la Dc poteva acquistare a buon mercato “il pane” necessario per formare i governi. Lo scudocrociato aveva circa il 40% dei voti, ma non la maggioranza assoluta dei consensi popolari e dei seggi in Parlamento. Così il cavallo di razza della Democrazia Cristiana riuscì a guidare sia governi di centro-sinistra con il Psi sia esecutivi di unità nazionale con il Pci, mitigando le pretese dei due partiti di sinistra messi l’uno contro l’altro.
Anche Di Maio ha aperto “due forni” proponendo alternativamente sia alla Lega e sia al Pd un’intesa di governo. Ma il capo politico del M5S, forte del 32% dei voti dopo le elezioni politiche del 4 marzo, non è riuscito ad attivare nessuno dei “due forni”: prima è fallito il tentativo con il Carroccio («Dopo 50 giorni il forno della Lega è chiuso») e adesso quello con i democratici («Il Pd ha detto no ai temi per i cittadini e la pagheranno»).
Tuttavia Di Maio, dopo il flop del dialogo avviato con il Pd per lo stop dell’ex segretario Matteo Renzi messo sotto accusa da una fetta del partito, ha riacceso una fiammella con la Lega, quella delle elezioni politiche anticipate: «Io dico a Salvini, andiamo insieme a chiedere di votare» per aprire le urne “a giugno”. Dopo i toni moderati usati nelle consultazioni sul governo, ha riabbracciato la linea movimentista: «Facciamo scegliere i cittadini tra rivoluzione e restaurazione». Ovviamente cinquestelle e leghisti sono la “rivoluzione” mentre tutti gli altri partiti, in testa Pd e Forza Italia, sono la “restaurazione”.
La richiesta, strana coincidenza, collima con quella della Lega. Matteo Salvini per primo aveva proposto di tornare alle urne «subito, entro l’estate» (leggi giugno) se fosse saltato «l’accordo contro natura» del forno con il Pd. Non solo. Il segretario leghista adesso si dice pronto ad assumere un pre-incarico per il governo e rilancia la proposta di un esecutivo del centro-destra con i grillini: «Si ragiona con i 5 Stelle o altrimenti c’è il voto».
L’asse per andare a votare di nuovo a giugno, si somma con quello di riprovare a dare vita a un governo M5S-Lega. Le altre ipotesi di governo sono cancellate: sia Di Maio sia Salvini hanno bocciato come una “ammucchiata” un eventuale esecutivo del “presidente” o tecnico, di larghe intese per rivedere l’attuale legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum, con l’innesto di un premio di maggioranza. I due leader populisti si sono scambiati reciproci attestati di stima e dopo le politiche hanno realizzato una rapida intesa istituzionale con la quale si sono spartiti i vertici della Camera e del Senato.
L’approdo al “governo del cambiamento” finora è fallito per due motivi: 1) sia Di Maio sia Salvini vogliono fare il presidente del Consiglio, 2) il secondo ha respinto la richiesta del primo di mollare Silvio Berlusconi ed ha ribadito la volontà di non rompere l’unità del centro-destra (la coalizione conta sul 37% dei voti mentre il segretario della Lega da solo ha poco più del 17%).
All’apparenza sembrano due ostacoli insuperabili al varo del “governo del cambiamento” Lega-M5S, ma l’inventiva della politica italiana riesce sempre a stupire tutti. Uno dei due leader potrebbe farsi da parte per Palazzo Chigi ottenendo in cambio dei ministeri importanti. Berlusconi, sul quale pesa il veto dei pentastellati, potrebbe far parte della maggioranza ma non dell’esecutivo. Comunque vada a finire, un fatto è certo: Di Maio ha riacceso la fiammella del “forno leghista”. Ma la partita è ancora tutta aperta. Sergio Mattarella fino all’ultimo cercherà di verificare nelle sue consultazioni se esiste una maggioranza in Parlamento per sostenere un “governo del cambiamento”, o un esecutivo “del presidente”, o istituzionale, o di natura diversa (Berlusconi sarebbe favorevole a un ministero di centro-destra che cerchi i voti mancanti in Parlamento). Un fatto è sicuro: non ci sono più i tempi tecnici per riaprire le urne a giugno.
Certo non c’è più tempo da perdere. A due mesi dalle politiche l’Italia ancora non ha un governo mentre i gravi problemi economici, sociali, internazionali si aggravano. Agli elettori grillini non sembra essere piaciuta la politica dei “due forni”, mentre Salvini sta marciando come un treno: il centro-destra ad aprile ha vinto sia le elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia sia in Molise, i leghisti hanno trionfato mentre i pentastellati hanno perso un mare di voti rispetto alle politiche.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Vecchie nostalgie e nuovi scenari. Arrivano i Comunisti

ferrandoSi avvicinano le elezioni e come sempre arrivano le sorprese. In un Paese dove la crisi politica si fa sentire forte, il primo sintomo è la radicalizzazione politica unita a una buona dose di nostalgia: è avvenuto nelle ultime tornate elettorali europee, sta avvenendo anche in Italia. Insieme al ritorno di partiti xenofobi e apertamente neofascisti, come Casapound, ad affacciarsi sulla scena elettorale è l’altra faccia della medaglia ideologica: i comunisti.
Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori e referente italiano del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale ha annunciato il nome della lista e del simbolo che il Partito comunista dei lavoratori (Pcl) lancia assieme a Sinistra classe rivoluzione (Scr) alle prossime politiche. Si chiamerà “Per una sinistra rivoluzionaria” e presenta la falce e il martello nel simbolo rimosso da Occhetto.
sinistra rivoluzionariaNonostante la poca risonanza nelle ultime elezioni il partito di Ferrando ottenne lo 0,26% alla Camera e lo 0,37% al Senato, anche se non è riuscito a conquistare nessun seggio. Tuttavia oggi con la sinistra sempre più spaccata e con i malumori della base di Sinistra Italiana, questa costola trotzkista di Rifondazione comunista, potrebbe attrarre più lettori di quanto si pensi. Non a caso l’appello di Ferrando è rivolto proprio a chi non condivide la scelta di Frantoianni e co. di costituire un’alleanza con a capo Grasso: “Quella lista comprende un personale dirigente che non solo ha distrutto la sinistra politica in Italia, a partire dallo scioglimento del Pci, ma ha diretto le gigantesche privatizzazioni degli anni ’90, ha precarizzato il lavoro (a partire dal pacchetto Treu), ha infine votato tutto il peggio dei governi Monti, Letta, Renzi, inclusa la soppressione dell’articolo 18. In poche parole ha picconato la libertà e l’uguaglianza a danno di chi lavora. Il fatto che si chiamino ‘Liberi e Uguali’ dimostra solamente che il trasformismo non ha confini, la faccia tosta neppure”. Non mancano poi le critiche alla lista civica della Falcone e di Montanari, per Ferrando si tratta solo di
“un sipario, una mascheratura civica dietro cui si lavorava per ricomporre tasselli della cosiddetta sinistra riformista, subordinata agli interessi delle classi dominanti”.
L’appello del leader del Pcl è quindi verso ‘i duri e puri’ del vecchio stampo comunista, ma precisa: “L’obiettivo centrale è quello di usare anche la tribuna elettorale per ricostruire una coscienza politica di classe e anticapitalistica tra i lavoratori e gli sfruttati”.
Tuttavia per la ‘rivoluzione’ manca il tassello istituzionale: per la legge elettorale servono almeno 50mila firme, un obbligo per tutte le formazioni che non sono già in Parlamento.

Le colpe di Occhetto
e il Muro tra le sinistre

achille occhettoNegli ultimi giorni si fa un gran parlare di Renzi e dei suoi tentativi di riunire il Centrosinistra. Si discute di un Centrosinistra largo, e aperto a tutte le anime che abbiano la buona volontà di aderirvi. Di programmi poco o nulla. Lo sherpa dell’operazione è Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds e criticamente renziano.

Come si concluderanno queste grandi manovre è ad oggi un mistero, ma molti aspetti lasciano presagire un esito negativo. La sicumera renziana rimane uno dei più grandi limiti del segretario del Pd. Il carattere di Renzi impone oggettivi limiti a qualsivoglia dialogo con Mdp e con tutta la galassia della sinistra-sinistra. Le modalità con cui si è consumata la scissione nel vecchio Pd, insomma, impediscono una riunificazione. Ma il problema sta a monte, non riguarda né Renzi né Bersani e viene da molto lontano.

La storia della sinistra, infatti, è una storia più divisiva che unitaria. Le scissioni che l’hanno coinvolta sono numerose e hanno avuto delle conseguenze politicamente drammatiche. La frattura di Livorno del 1921 è la più pesante, e dopo quasi cent’anni sembra gravare ancora sulle sorti della sinistra nostrana. La rottura tra socialisti e comunisti non è mai stata superata, e questo fantasma continua ad aleggiare sul Pd.

Quando la si sarebbe potuta ricomporre, mancò la volontà politica. Le colpe di Occhetto sono note, ma anche Craxi non ebbe la forza di riunire quel che la Rivoluzione russa aveva diviso. Era il 1989 ed era appena crollato il Muro di Berlino e anche il Muro di Livorno sembrava vacillare.

La sinistra italiana si sarebbe potuta riconciliare intorno ad un progetto socialdemocratico e riformista unitario. Il Pci avrebbe potuto riscattarsi dal proprio massimalismo inconcludente, superando tutti i limiti che lo avevano privato della legittimità governativa; il Psi avrebbe vinto la sua lunghissima battaglia culturale.

Ma il Muro tra le sinistre non cadde. Il Pci divenne Pds, senza costruire una vera identità. La Cosa rossa oscillò pericolosamente tra il pacifismo, l’internazionalismo, il femminismo e l’ecologismo senza risolvere la questione cruciale: il rapporto con la socialdemocrazia. Il Pci-Pds abbandonava dunque il marxismo-leninismo, senza sostituirvi alcuna filosofia politica. Il Psi craxiano, invece, rimase impantanato nelle sue contraddizioni – finanziamento illecito e insufficiente crescita elettorale – e in breve passò dal riformismo alla conservazione dell’esistente, opponendosi al referendum sulla preferenza unica alla Camera e a qualsiasi tentativo di riforma del sistema dei partiti. Craxi commise una serie di errori, che lo trasformarono nell’emblema della partitocrazia. Sarebbe divenuto il capro espiatorio della tragica stagione di Mani Pulite.

Proprio durante quest’inchiesta i destini dei due partiti si separarono definitivamente. Il Pds colmò il proprio vuoto identitario con un giustizialismo moralista di marca berlingueriana che si caratterizzò per i toni antisocialisti. Il Psi venne spazzato via dal circuito mediatico-giudiziario. La sanzione di questi errori fu la vittoria di Berlusconi sulla coalizione dei progressisti guidata dal Pds, nel 1994.

Con la nascita del Pd poche cose sono cambiate. La questione dell’identità della sinistra italiana si è ulteriormente complicata, dal momento che la cultura degli ex democristiani non si è mai fusa in modo coerente con il ‘patrimonio’ ideologico dei postcomunisti. Dall’Ulivo passando per l’Unione fino al Pd, le divisioni hanno avuto la meglio. Basti pensare al colpo di mano del sempiterno D’Alema ai danni di Prodi nel 1998, grazie a cui il segretario dei Ds spalleggiato da Cossiga, sfruttando una crisi di governo aperta da Rifondazione comunista, sostituì il Professore alla guida dell’esecutivo. Episodio non troppo dissimile rispetto agli eventi seguiti al celebre ‘Enrico stai sereno’..

Quale sarà dunque l’esito delle trattative interne alla sinistra? Probabilmente una nuova vittoria di Berlusconi.

Rivoluzione russa: il tradimento dei bolscevichi

La nostra Ernesta Bittanti – l’indomita socialista compagna di Cesare Battisti – lo definì un delirio della «barbarie russa». Parliamo del pronunciamento politico-militare bolscevico che esattamente tra il 7 e 8 novembre di cento anni fa (ma la vulgata storica ha tramandato le date del 25 e il 26 ottobre 1917 riferendosi al calendario “giuliano” allora vigente in Russia) rovesciò il governo del socialista Aleksandr Kerenskij instaurando la dittatura leninista. Mente la Bittanti e tanti altri democratici si dolevano di quei fatti, in Occidente gli estremisti massimalisti e comunisti si infiammarono al grido di voler fare «come la Russia». Magari fosse stato un riferimento alla Rivoluzione di Febbraio, quando – sempre nel 1917 – una sollevazione spontanea di operai, donne e militari di Pietrogrado provocò la caduta dello zar! In previsione dell’elezione dell’Assemblea Costituente, venne varato un governo rappresentativo delle forze che appoggiavano la rivoluzione: esponenti parlamentari della Duma, Costituzionalisti democratici, Socialisti rivoluzionari e menscevichi. Sottaciuto è il fatto che mentre si metteva fine all’autocrazia zarista, i leader bolscevichi fossero estranei e assenti ai fatti: Lenin era a Zurigo, Trotskij a New York, Stalin lontano in Siberia. Partecipe attivo fu invece il fiero avvocato antizarista Kerenskij, difensore di tanti perseguitati politici e vicepresidente del soviet di Pietrogrado: dapprima membro del governo, ne divenne presidente dal luglio 1917; lo fece cadere il colpo di mano dei capi bolscevichi dell’autunno 1917, i quali – tornati in Russia – infiammarono le folle con grandissime ‘promesse’ di pane, pace, terre ai contadini, controllo operaio delle fabbriche, potere democratico alla Assemblea Costituente.

Spiega lo storico Geoffrey Hosking che invece di pane «affamarono il popolo a un livello che non si era visto da tre secoli»; invece di terra  «i contadini vennero privati a forza dei frutti di quella terra»; invece di controllo operaio e potere ai soviet «instaurarono la dittatura di un partito unico»; concessero una pace sbrigativa agli Imperi centrali alleati contro le democrazie occidentali, ma gettarono il loro popolo «in una nuova terrificante guerra civile» che tra il 1917 e il 1922 porterà a circa 9 milioni di morti. Avevano promesso di accettare il trasferimento dei poteri alla nuova Assemblea Costituente, ma appena fu eletta la sciolsero: e anche qui viene sottaciuto che a questa elezione nel novembre 1917 oltre il 40 per cento dei suffragi andò ai Socialisti rivoluzionari – che avevano un forte radicamento nelle campagne – mentre i bolscevichi ottennero circa il 25 per cento; il resto finì ripartito tra menscevichi, costituzionali democratici e liste di minoranze nazionali. L’affossamento della Costituente, instaurò la dittatura. E non sarà un risentito conservatore ma la socialdemocratica rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg a dare fin dal 1918 la definizione più pregnante della nuova tirannia: «La guida effettiva è in mano a una dozzina di teste superiori; e una élite di operai viene di tempo in tempo convocata per battere le mani ai discorsi dei capi, votare unanimemente risoluzioni prefabbricate: in fondo dunque un predominio di cricche, una dittatura certo; non la dittatura del proletariato, tuttavia, ma la dittatura di un gruppo di politici»

Ora, in questa ricorrenza del 2017 è stato Michael Walzer a fare un bilancio risoluto, tanto più importante perché formulato da uno dei massimi filosofi progressisti contemporanei: «La verità è che la Rivoluzione bolscevica è stata un disastro: per il popolo russo, per l’Europa, per la sinistra». Sono verità negate «per troppo tempo» dalla sinistra occidentale pro-sovietica, che per lunghi decenni ha osannato il potere comunista costituitosi sulla sopraffazione della sinistra socialdemocratica, dei valori di libertà e sulle purghe di intere popolazioni.  Walzer lo scrive meritoriamente a cento anni di distanza, ma riconoscenza maggiore va ai militanti e pensatori che intravidero presto la gravità del sopruso bolscevico. Dalla citata Luxemburg allo scrittore Joseph Roth che descrivendo nel 1926 il suo Viaggio in Russia dichiarò tutto il suo sconforto: «sono partito bolscevico e ritornato monarchico»; a Bertrand Russel che fin dal 1920 era stato categorico: il fanatismo del nuovo regime era destinato «a portare nel mondo oscurità e inutile violenza»; all’anarchico Alexander Berkman che nel 1921 aveva tirato conclusioni analoghe: «Ho visto la lotta di classe diventare una guerra di vendetta e di sterminio. Ho visto gli ideali di ieri traditi, il senso della rivoluzione invertito, la sua essenza capovolta in reazione. Ho visto gli operai sottomessi, l’intero paese zittito dalla dittatura del partito e dalla sua brutalità organizzata».

Sono pensatori libertari, che si affiancano ai socialisti democratici nella contestazione del nuovo potere. Va menzionato il caso italiano dove, di fronte agli estremisti che volevano «fare come in Russia», si levarono i socialisti riformisti di Matteotti, Treves e Turati, con quest’ultimo tempestivo nel considerare la fazione comunista che si staccò dal Psi nel gennaio 1921 come «la corrente reazionaria del socialismo»: definizione di una pregnanza senza tempo.

Resta da spiegare come grandi partiti e una schiera di intellettuali delle società civili occidentali abbiano guardato con entusiasmo alle vicende sovietiche. Ad esempio per il segretario del Pci Enrico Berlinguer la «spinta propulsiva» della rivoluzione bolscevica andò avanti per almeno 60 anni, fin quando nel 1981 si dovette constatare «la fine» di tale slancio. Ma quando la spinta era ancora “propulsiva” – oltre alle vittime della guerra civile 1917/1922 in cui «Lenin fu maestro di Stalin nella pratica del terrore» – ci furono altri 50 milioni di vittime delle purghe staliniane, cifre tratte dalla ricerca della storica A. Salomoni, La Rivoluzione russa : parlando a Rovereto il recente 4 novembre il prof. L. Canfora ha biasimato la tendenza a inserire in questi elenchi – come avrebbe fatto il Libro nero del comunismo – anche i milioni di morti russi della Seconda guerra mondiale: a scanso di equivoci la ricerca di Salomoni precisa che dai citati 50 milioni sono escluse le morti «dovute alla Seconda guerra mondiale»!

Incredibile la devozione riservata ai sovietici, tanto che ancora nel 1977 – altro fatto assi silenziato – “la metà dei militanti del Pci riteneva i diritti individuali meglio garantiti in Urss che in Italia”. Questo per dire quanti danni alla capacità di discernimento abbia fatto la propaganda pro-sovietica della “corrente reazionaria del socialismo”, il comunismo. Sul piano storico ideale ha vinto la visione della “corrente democratica del socialismo”, benché in Russia allora sia stata sopraffatta: sarebbe «politicamente utile» – sostiene ora M. Walzer – scrivere una storia su come sarebbero state la Russia, l’Europa e la sinistra se questa corrente avesse vinto nella Russia del 1917. Costituirebbe un buon allenamento per pensare alle sfide della politica democratica di fronte alle ‘promesse’ di populismi ora rimontanti, non lorde di sangue ma tanto demagogiche e false quanto lo furono allora quelle bolsceviche.

Nicola Zoller

Parla Acquaviva. Intuizioni ed errori di Bettino Craxi

bettinocraxi

Prosegue la serie di interviste sul crollo della Prima Repubblica. Gennaro Acquaviva, senatore e stretto collaboratore di Craxi, racconta dettagliatamente la fase terminale della Repubblica dei partiti, riportando diversi aneddoti di grande valore storico e politico.

Come erano visti i partiti nel corso degli anni Ottanta? Si percepiva già un sentimento antipartitocratico?
Prima di dare dei giudizi bisogna fare una premessa indispensabile. Quando si riflette è doveroso cercare di fare astrazione dal ricordo, cercando di dare un giudizio che superi le emozioni dell’epoca. Altrimenti la testimonianza non può essere utile alla Storia. Io ricordo gli anni Ottanta come un periodo di grande entusiasmo, anche perché noi socialisti eravamo dei giovani ‘rampanti’ di livello. Il nostro gruppo aveva dentro di sé un insieme significativo di esperienze politiche, ma anche di studio: si veda De Michelis e la sua ricerca legata alle scienze, era un grande studioso di chimica; eppure nonostante questa formazione di livello sarà identificato come un giovane dissoluto, non vanno quindi dimenticate le sue doti intellettuali. Un discorso simile vale anche per Martelli ed altri. Questo gruppo si inserì in uno schema immobilizzato e paralizzato dalle divisioni che nascevano dalla ‘guerra fredda’. Lo spirito di Craxi è quello di voler rompere questa gabbia per realizzare una strategia importante: voleva ridimensionare il Pci portandolo verso di sé, sulla via del riformismo e costruire così la gamba di sinistra del bipolarismo necessario. Il gruppo socialista di quegli anni si impegna a fondo su questo, seguendo la forza e la spinta di Craxi. Questo avviene a partire dal 1978, soprattutto dopo il congresso di Palermo in cui Craxi conquista definitivamente il partito.
Negli anni Ottanta, tornando alla tua domanda, non c’era la percezione del crollo del sistema, si percepiva soprattutto l’impasse, il blocco del sistema politico. Tuttavia il sistema dei partiti si sentiva fortissimo perché controllava tutto e il mondo intero percepiva questa stabilità. Nessuno in quei momenti aveva la lucidità retrospettiva che possiamo avere oggi noi. Anche se la morte di Moro è un serio campanello d’allarme.

In questo contesto il Psi è ottimista, e ha in mente di riformare il sistema dei partiti anche provando a guidarlo. Il problema del Psi è che gli mancano i voti, se avesse avuto un 20% avrebbe potuto trattare in modo diverso con i comunisti; ad esempio avremmo potuto attrarre i miglioristi e il Pci più di ‘destra’. L’errore grave del Psi, su cui ho insistito più volte, è collocabile nel 1987. Allora Craxi (e il Psi) accetta la staffetta di De Mita: e invece avrebbe dovuto cercare di rimanere alla guida del processo. Abbandonare il governo dopo un’ottima prova senza reagire radicalmente è l’errore gravissimo che peserà molto su di noi. Ci sono anche delle responsabilità della cattolicità italiana (Cei e vescovi), perché nel 1987 combattono Craxi e il Psi, facendo una campagna elettorale largamente ostile. Il tutto per salvare la Dc nella sua situazione di crisi, in cui il Psi avrebbe potuto sottrarle voti importanti. A questo poi bisogna aggiungere anche il fatto che il potere ha dei lati negativi, siamo forse stati un po’ logorati dal potere e c’è mancato equilibrio e capacità di tenuta.

Ci pui spiegare meglio l’errore del 1987?
Craxi sbaglia perché non rompe definitivamente con il sistema di potere in cui di fatto è rimasto ingabbiato. Avrebbe ad esempio potuto imboccare la strada ‘populista’ e cioè denunciare al popolo le ingiuste pretese della Dc. Si sarebbe potuto chiamare fuori dal sistema, rivendicando la sua buona prova di governo. Avrebbe dovuto insomma mostrarsi come alternativa al corporativismo e all’immobilismo di Dc e Pci. Questo però era pericoloso sul breve periodo perché avrebbe così perso la prospettiva di tornare al governo promessogli dalla Dc. Tutto ciò porta il Psi ad una fase conservativa che lo danneggia perché a gestire l’esistente sono meglio i democristiani. Da innovatore il Psi appare gestore del potere, da ciò deriva l’impossibilità di promuovere un rinnovamento vero nei tempi necessari. Craxi avrebbe potuto fare altrimenti? Non lo so anche perché avrebbe dovuto attendere tempi troppo lunghi. É un fatto comunque che con quella mossa si consegna al sistema. Quella legislatura finale (1987-1992) significa per l’innovatore Craxi consegnarsi alla decadenza e alla morte. Non si deve poi dimenticare l’abbassamento fisico e psicofisico di Craxi, dopo l’infarto da diabete subìto nel 1989, in cui vede la morte in faccia. Anche questo probabilmente ha influito sulle sue future scelte politiche. Questo gruppo rampante durante gli anni di governo ha fatto un’esperienza di potere intensa, ma ha anche subìto il fascino della mondanità. Questo si legge su Repubblica ma anche Civiltà cattolica ed altri giornali cattolici lo denunciano con attacchi pesanti. Oggettivamente c’era qualche eccesso, basti pensare al libro di De Michelis sulle discoteche. Abbiamo subìto un po’ il fascino del potere, e poi non dimentichiamo che abbiamo ottenuto potere sovradimensionato rispetto al nostro peso elettorale, e in troppo poco tempo. Questo probabilmente ha contribuito a far saltare i meccanismi di controllo dentro qualcuno.

Certa stampa ha descritto Craxi come un corrotto, cosa ne pensi?
Craxi non era mai stato avido, anzi me lo ricordo spesso come un grande tirchio. Per quanto riguarda la politica aveva visto e ben capito che senza autonomia finanziaria il Psi non avrebbe mai avuto l’autonomia politica indispensabile per cambiare le cose. Aveva visto negli anni del frontismo e del centrosinistra che la mancanza di soldi era gravosa, aveva visto singoli e gruppi letteralmente comprati dal denaro altrui. I soldi li considerava importanti perché gli servivano a fare politica autonoma. Nel suo schema lo scopo prevalente della tangente era fare politica seria, formare una classe dirigente capace. Un mezzo deprecabile ma costruito per un buon fine.

Che ricordi hai del 1992?
Io sono abbastanza incosciente nel 1992. Mi fido delle capacità superiori di Craxi e seguo la sua linea ed i suoi comportamenti. Craxi, che era obiettivamente in una posizione di minor forza, accetta anche che lo facciano fuori da Presidente del Consiglio. La scelta decisiva è però quella fatta da Scalfaro, cioè di non conferire l’incarico a Craxi per via delle indagini dandolo ad Amato. Se Craxi fosse diventato Presidente del Consiglio avrebbe fatto delle scelte in grado di contrastare fortemente l’emergente strapotere della magistratura. Non penso che quello del 1992 sia stato un golpe. Il problema è che il Psi aveva ridotto la propria capacità di potere e di peso. E poi fa anche una serie di errori. A questo bisogna aggiungere le misteriose dimissioni di Cossiga che cambiano radicalmente le carte in tavola. Insomma si costruiscono anche una serie di errori che sono insiti nel sistema dei partiti, attraverso cui si arriva alla stessa morte di questo assetto. Possiamo mai pensare che Scalfaro, che aveva fondato la Dc, voleva la morte dei partiti? Eppure è questo che allora avvenne, anche per colpa ed ignavia di molti, compreso l’allora Presidente della Repubblica.
Non dimentichiamoci che se Cossiga non si fosse dimesso, avrebbe dato l’incarico a Craxi come stabilito dagli accordi con il vertice DC, e cosa sarebbe successo in quel caso?
E poi Scalfaro era allora indubbiamente impaurito anche da possibili sue compromissioni e non essendo un ‘cuor di leone’ non compie le scelte che avrebbe dovuto e potuto prendere. Ricordiamo che in quella fase il sistema dei partiti era ancora, più o meno, in grado di reggere anche perché aveva comunque una maggioranza in Parlamento.

Quali sono le cause del crollo dunque?
Le cause sono insite nella stessa crisi del sistema politico. Pensiamo solo al mancato ricambio e alla pesantezza della conventio ad excludendum. E poi i cinque anni (1987-1992) che anticipano la tragedia, sono anni che sfibrano e indeboliscono fortemente il sistema, insomma conducono ad una degenerazione del sistema politico. Ripeto che in ogni caso nel 1992 i partiti tradizionali hanno comunque ancora la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. La questione preliminare è pienamente legata a Scalfaro che sotto ricatto non dà l’incarico a Craxi.
Un altro errore strategico riguarda il referendum (1991) sulla preferenza unica con cui Segni sconfigge la partitocrazia. Craxi avrebbe dovuto e potuto andare ad elezioni anticipate bypassando il referendum di modo da mettere in crisi il Pci. Purtroppo temporeggia come fa per tutto il contesto di quei cinque anni drammatici. Al congresso di Rimini del 1991, D’Alema e Veltroni vanno da Craxi per pregarlo di non ucciderli e lui acconsente. Craxi pensa di annetterli nel futuro, quando avrà il governo, commettendo così un grave errore. Si sarebbe dovuti andare ad elezioni anticipate, anche per mettere definitivamente il Pci in crisi. Tra l’altro andando ad elezioni nel 1991 Craxi avrebbe probabilmente preso in contropiede Tangentopoli, che già si preparava.
Anche i corsivi sull’Avanti! contro Di Pietro sono un errore grave. Se Craxi effettivamente avesse avuto prove delle malefatte di Di Pietro avrebbe potuto e dovuto fare degli esposti oltre a velate minacce. Non dimentichiamo che il Ministro di giustizia era Martelli, pur recalcitrante ed infido.

Perché Craxi diventa il capro espiatorio di questa stagione?
Perché era l’unico che poteva cambiare l’Italia, aveva dimostrato di essere un grande leader e di poter riformare tutto. Era un leader naturale. Ancora nella fase della decadenza sembrava fosse in grado di cambiare il Paese.

Cambiando argomento: all’interno della Grande riforma, quando si afferma il presidenzialismo?
Mai, in nessun congresso socialista si afferma compiutamente. L’avvio della grande riforma è l’articolo di Craxi del 1979, che prosegue il saggio di Amato del 1977. Il riformismo si sviluppa con il congresso di Rimini del 1982. Craxi sapeva che il presidenzialismo era troppo divisivo per la Dc, e che quindi non avrebbe mai potuto promuoverlo con il suo alleato maggiore, in modo decisivo e definitivo. I due schieramenti bipolari avrebbero costretto la Dc a prendere una posizione netta, facendo saltare il carattere interclassista della Dc e la stessa sopravvivenza del movimento politico dei cattolici.

Martino Loiacono

Intervista a Finetti: dalla lite Pci-Psi all’Antipolitica

Con l’intervista ad Ugo Finetti continua la serie di conversazioni storiche sul crollo della Prima repubblica. Finetti, storico esponente del Psi e Vicepresidente della regione Lombardia dal 1985 al 1992, ha le idee molto chiare sulla fine della Repubblica dei partiti. In questa intervista spiega il ruolo del pool di Milano e dei potentati economici, parlando di uno scioglimento per via giudiziaria dei partiti. Finetti, con il suo approccio da storico affermato, illustra anche i meriti storici del sistema dei partiti.

craxi-e-napolitanoQual era il clima politico degli anni Ottanta? C’era sfiducia verso i partiti?
L’antipolitica c’è sempre stata. Bisogna distinguere quando la polemica contro i partiti diventa avversione alla democrazia. Il fastidio verso i partiti nasce nel primo dopoguerra. Già nel 1919 c’era un certo fastidio, soprattutto dopo l’estensione del suffragio universale. Da questo momento i ceti più alti iniziarono a non sopportare che persone da loro ritenute di livello culturale e sociale inferiore potessero prendere decisioni di rilievo nazionale. Inizia l’avversione alla democrazia.
Nel secondo dopoguerra con la vita democratica che rinasce sotto la guida dei partiti del Cln c’è il trionfo dei partiti: i partiti diventano il cardine della democrazia e sono i veicoli di una estesa partecipazione sia alle elezioni che alle varie manifestazioni da essi organizzate. La partecipazione al voto era massiccia. I partiti sono punti di riferimento per un sistema di valori.
Le crepe iniziano dopo il ‘68, quando cresce una vera polemica verso i partiti (gli extraparlamentari), prima c’era solo una contestazione secondaria (per lo più di estrema destra ‘nostalgica’ del fascismo). Un segnale chiaro è l’esito del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti del 1978. Gli anni Settanta, più in generale, logorano il sistema politico, anche a causa delle varie crisi: economica, politica e sociale, sommate all’emergenza del terrorismo. Negli anni Ottanta c’è la fuoriuscita dalla crisi economica. La politica ha un primato, è promotrice dell’integrazione europea; i partiti diventano protagonisti, sia a livello ideale, tecnico-programmatico e istituzionale. Ci si rende conto però che la società italiana ha bisogno di un diverso assetto istituzionale, ma gli anni Ottanta non vedono un’autoriforma, e questo può essere un motivo di sfiducia.
Il ruolo dei partiti dipende anche dalle modalità con cui l’Italia vive la Guerra fredda e anche al ruolo dei partiti unitisi durante la Resistenza. L’antifascismo interseca lo schieramento della Guerra fredda. In Italia non c’è stato nessun muro di Berlino e con il Pci in Parlamento non si è andati a ‘muro contro muro’. Questo può aver comportato forme di consociativismo e può aver creato una sorta di omologazione politica che ha pesato sulla fiducia verso il sistema.
Un’altra questione problematica riguarda la staticità nei gruppi dirigenti: si arriva alla fine della Prima repubblica con a capo del governo il sottosegretario di De Gasperi, Andreotti. Anche gli stessi padri della Prima repubblica sono arrivati alla fine degli anni Novanta con ruoli di rilievo. Questo ha significato anche un certo immobilismo. Si può concludere dicendo che un elemento di crisi dei partiti è che con la fine della Guerra fredda gruppi dirigenti che erano stati ‘in divisa’ si sono trovati ‘in abiti borghesi’. La smilitarizzazione della politica ha messo in libertà l’elettorato.

Come erano percepiti i partiti? Si sentiva la crisi dei partiti di massa?
Prima di parlare di partiti in generale si deve distinguere tra i vari partiti, non si può parlare generalmente di partiti di massa. Si tratta di realtà molto diverse. La Dc ha un retroterra cattolico molto vasto e articolato, è un partito interclassista. Il Psi e il Pci, invece, hanno un primato di elettorato popolare. Ma sono diversi tra loro: il Pci è un partito con un retroterra di solidarietà internazionale ed è organizzato in modo paramilitare con il centralismo democratico, con il divieto delle correnti e con un segretario eletto a vita, con successione monarchica (il vice diventa segretario). Il Psi, al contrario, ha tante correnti, subisce molte scissioni, ed è in stato di divisione permanente.
Elettoralmente si ha un elettorato sempre stabile, gli spostamenti elettorali sono microscopici rispetto ad oggi. Sono mutazioni lievissime, si pensi anche alla tradizione familiare con cui si andava al voto.
I partiti di opinione erano pochi e di dimensioni ridotte. Tutti i partiti però erano accomunati dall’antifascismo. C’era l’antifascismo da parte della Dc che limitava gli elementi di estrema destra, mentre il Pci condannava gli elementi più rivoluzionari della sua ideologia.
I partiti hanno così garantito anche la tenuta democratica durante situazioni drammatiche come il terrorismo, o di fronte a tentativi di colpi di mano. Infine bisogna ricordare che la tanto bistrattata partitocrazia è stata protagonista della resistenza e dello stato sociale. Prima di rivolgerle una critica sferzante, bisognerebbe ricordarne anche i meriti.

Cosa ne pensa del crollo della prima Repubblica? Quali sono le cause?
Non bisogna confondere crollo e sconfitta. Gli errori politici si riflettono in sconfitta elettorale non in crollo di sistema. L’unico grande calo tra il 1989 e il 1992 riguarda il Pci. Nel maggio 1992 Craxi era l’unico candidato alla presidenza del consiglio. Il pentapartito aveva la maggioranza del consenso. Quando per causa giudiziaria scatta il veto su Craxi da parte di Scalfaro, il presidente della Repubblica chiede comunque al segretario socialista di fare il nome del presidente del consiglio.
Il crollo avviene essenzialmente per via giudiziaria, non è la società civile che abbatte il sistema. Non bisogna confondere la procura di Milano con la società civile. Alcuni hanno parlato del referendum Segni come segno inequivocabile del declino, in realtà è un fatto politico, ma non è un crollo. Il Psi l’anno dopo – con Mani Pulite già in corso – nelle elezioni del ’92 mantiene le posizioni (perde due deputati su quasi cento). Non è quindi la società civile che ha rovesciato la politica. La realtà è che c’è stato uno scioglimento giudiziario dei partiti in modo molto selettivo.
Si è voluta creare artificialmente una dialettica politica tra ex fascisti ed ex comunisti. Fatto che fu consacrato nelle amministrative del 1993: si pensi alle contese elettorali tra Bassolino e la Mussolini a Napoli e alla sfida tra Fini e Rutelli a Roma. Questo schema venne sovvertito dal fenomeno berlusconiano.
La disgregazione voluta dal Pool nasce dal fatto che con la fine della Guerra fredda e la globalizzazione, il potere economico pensa che sia venuto il momento di liberarsi dalla politica. Si immagina un mondo senza conflitti, per andare verso un unico modello economico-istituzionale. C’è un assalto al potere politico, anche perché si volevano promuovere delle privatizzazioni che vedevano la classe di governo restìa. Non a caso Mediobanca con Cuccia patrocina il referendum Segni, insieme a Berlusconi. L’ex cavaliere dà molto spazio anche a Mani pulite sfruttando le sue televisioni.

Cosa ne pensa delle recenti parole di Di Pietro?
Parla così perché ormai l’Italia di Mani pulite è uscita di scena, sono usciti di scena i suoi eroi. Mani pulite ha salvaguardato comunisti e sinistra Dc più i neofascisti del Msi. Di Pietro e d’Ambrosio, non per caso sono diventati parlamentari del Pd. Di Pietro vorrebbe ora rientrare in Parlamento e ha fatto dichiarazioni a favore dei postcomunisti (Bersani) e degli ex missini (Meloni).

Che tipo di inchiesta è stata Mani Pulite?
Mani Pulite è un’inchiesta essenzialmente cartacea. Ha come postulato che gli imprenditori sono vittime della politica. L’inchiesta si svolge in maniera abbastanza semplice: si arrestano gli imprenditori affinché facciano i nomi dei politici. Così ottengono la libertà. L’inchiesta si basa sulle sabbie mobili della carcerazione preventiva con ‘confessioni’ firmate per uscire e che contengono accuse che sono quasi sempre parole non documentate.

Non possiamo non parlare del finanziamento ai partiti. Cosa si ricorda? Era un sistema come ha sostenuto più volte Craxi?
C’è in effetti una sorta di continuità dal 1944 con i primi finanziamenti al Cln anche fisica: Enrico Mattei si occupava di dividerli tra i partiti del Cln. È lo stesso Mattei che divide l’’oro di Dongo’.
È sempre Mattei che da presidente dell’Eni divide i soldi per i partiti.
Il sistema di finanziamento alla politica era molto noto e anche il Pci vi partecipava; non solo aveva finanziamenti provenienti dall’Urss, ma anche dai privati in cambio di favori. I verbali della Direzione del Pci lo testimoniano parlando esplicitamente di ‘tangenti’ o di ‘amministrazione straordinaria’ (cioè fuori dal bilancio ufficiale).
C’era un accordo generalizzato a livello nazionale per cui il 3% del valore degli appalti era riservato ai partiti. Si pensò di voltar pagina pubblicizzando finanziamenti una tantum. Anche Craxi si rendeva conto che il finanziamento illecito rendeva vulnerabili e creava marasma di gruppi personali. Ma è da tener presente la reazione dei privati: essi non volevano far sapere quanto davano ai partiti e non volevano comunque rinunciare ai fondi neri. Infatti l’accordo era il 3%, ma nei verbali si dichiara spesso molto di più. Persino il doppio. Nel sistema dei fondi neri si muovevano agevolmente anche i privati. Si tirava avanti sapendo che era ‘il segreto di Pulcinella’.

Quali sono stati gli errori di Craxi e quando inizia il suo declino?
Tra il 1987 e il 1992 Craxi pensa solo al ritorno a palazzo Chigi e vive la legislatura in attesa. La ritiene un tempo morto da far trascorrere in attesa che maturi la ‘controstaffetta’ e infatti arriva come unico candidato alla guida del governo nel 1992. Assume un atteggiamento di distacco, prende l’incarico all’Onu, ostenta distacco dalla politica quotidiana. Però agli occhi dell’elettorato rimane il dominus della politica anche perché i presidenti del consiglio continuano a cambiare.
È sbagliato addossargli tutta la colpa dell’immobilismo istituzionale. Il mutamento istituzionale si inceppa sul fatto che il Psi vuole il presidenzialismo, mentre Pci e Dc vogliono il maggioritario e sono contro il presidenzialismo, proprio perché temono la popolarità di Craxi negli anni Ottanta. Craxi rimane il politico più popolare rispetto a tutti, pur essendo il Psi più debole di Dc e Pci. L’odio nei suoi confronti si deve alla sproporzione tra potere politico e peso elettorale, a cui Craxi cerca di reagire tentando di costruire un’area politica più vasta, si veda la politica verso i socialdemocratici, i liberali, i radicali e anche parte dei repubblicani.

Che rapporti c’erano tra il Pci e Craxi?
Il concetto di ‘duello a sinistra’ non è forse una categoria interpretativa del tutto adeguata. Craxi non era anticomunista, aveva il disegno di far confluire il Pci verso un’opzione socialdemocratica a guida socialista. La politica di Craxi è stata una politica di tallonamento continuo al Pci. Per capirlo bisognerebbe conoscere il Craxi che fa politica tra il 1956 e il 1976
Per quanto riguarda il Pci la politica anticraxiana di Berlinguer è contestata da Napolitano, da Lama e dalla Iotti. Nel 1980 Berlinguer fa addirittura una Direzione-seminario sul Psi, ma la relazione anticraxiana di Natta non viene approvata perché c’è una parte del Pci che non vuole rompere con i socialisti. Berlinguer è contrastato proprio perché Craxi non è anticomunista. Napolitano, per la sua critica a come Berlinguer pone la ‘questione morale’ contro il Psi, sarà anche estromesso dalla segreteria e nominato capo gruppo della Camera. Anche Pajetta è a favore di Craxi. A Berlinguer si contesta il fatto che parla di alternativa, ma in realtà vuole accordarsi con la Dc contro il Psi.
Un episodio interessante riguarda lo scambio di battute tra Reichlin e Craxi dopo l’incontro tra Pci-Psi alle Frattocchie nel 1983. Craxi in modo amichevole avverte che il segretario del Pci capisce poco i mutamenti della società italiana e il dirigente comunista ammette che Berlinguer aveva una ‘visione catastrofista’. Possiamo dire che Craxi invece capiva molto di più le trasformazioni in atto.
Durante la segreteria Natta si sveleniscono i rapporti con Craxi. Il segretario socialista poi spera anche in Occhetto. Nel post ’89 non è aggressivo, è prudente, non incalza, aspetta una scelta socialdemocratica da parte del Pci che però non arriva. I comunisti di Occhetto pensano al cosiddetto ‘nuovo internazionalismo’, a un terzomondismo ‘ambientalista’, ma non alla socialdemocrazia.

Martino Loiacono

Fine della I Repubblica, ‘traino’ del Muro di Berlino

Da oggi l’Avanti! ospiterà una serie di interviste ad esponenti del Psi e a storici, nell’ambito della realizzazione di una tesi magistrale sul crollo della Prima repubblica.

craxi_occhettoIn questa intervista Mauro Del Bue, esponente di punta del Psi (deputato durante la X, XI e la XV legislatura, membro della Direzione del Psi dal 1989 e della segreteria nel 1993), spiega le ragioni del crollo del Partito socialista, facendo un resoconto preciso di quella crisi, con riferimenti storici puntuali e puntando l’’attenzione su quello che fu, nella sua lettura, il suo centro propulsore: la caduta del muro di Berlino. Del Bue si sofferma anche sugli errori strategici di Craxi, sul ruolo anomalo del Pci e sull’’avanzata della Lega lombarda, poi Lega nord.

Quando inizia il declino del Psi?

Probabilmente già nel 1987, nonostante il Psi raggiunga uno dei risultati migliori della sua storia ottenendo il 14,3% nelle politiche di quello stesso anno. Questo successo è dovuto agli ottimi risultati ottenuti dall’esecutivo guidato da Craxi grazie al quale l’inflazione scese dal 16 al 4%, anche per via del taglio dell’automatismo della scala mobile e poi per una politica estera indipendente e coraggiosa, come dimostra il memorabile episodio di Sigonella.

Da quel momento il Psi inizia la sua parabola discendente. Craxi, in effetti, pensava di “ingessare” la X legislatura (1987-1992), mantenendo un certo immobilismo, garantendo una legislatura o quasi a presidenze democristiane e assicurandosi in tal modo di tornare a palazzo Chigi nel 1992. La questione però riguardava le crepe e le smagliature che si stavano già generando all’’Interno del sistema politico. L’’idea che non ci fosse alternativa alla Dc sembrava ancora una certezza assoluta e inscalfibile, ma diveniva sempre più democraticamente insopportabile. Con la caduta del muro di Berlino questo schema salta e inizia un triennio di crisi che poi sfocia in tutta la sua virulenza tra il 1992 e il 1994.

Craxi, nonostante questo sconvolgimento epocale, rimase ancorato alla logica del vecchio sistema. Eppure già con le elezioni europee del 1989 si erano avvertiti i primi scricchiolii che proseguirono alle regionali del 1990, riemersero col risultato del referendum Segni del 1991 e poi divennero urla padane nel 1992 con l’’avvento della Lega che invase l’intero Nord, portando a Roma decine di parlamentari.

Se dovesse provare ad ordinare le cause del crollo della repubblica dei partiti come le ordinerebbe?

La causa scatenante, a mio avviso, è la caduta del Muro di Berlino e le sue conseguenze immediate in Italia, innanzitutto la fine del Pci. Il crollo del muro distrugge gli equilibri che avevano retto la Prima repubblica e fa emergere tutte le contraddizioni latenti che stavano iniziando a venire alla luce. Inclusa la pesantezza burocratica ed economica dei partiti. Non dimentichiamo che la struttura pesante dei partiti democratici era una caratteristica ereditata dal Pnf che per primo aveva dato vita ad una struttura di questo tipo in Italia ed era anche una risposta alla mastodontica struttura partitica del Pci, che era il partito più burocratizzato e organizzato dell’intero Occidente.

L’affermazione della Lega, già con le regionali e amministrative del 1990, poi iI referendum sulla preferenza unica del 1991 sono i primi due segnali evidenti della lacerazione del vecchio sistema politico.

Alla luce della debolezza dei partiti tradizionali, dunque, l’inchiesta di Mani Pulite può essere considerata una conseguenza e non una causa di questa crisi. È il terzo e definitivo segnale del crollo. Rappresenta il botto finale nella crisi del sistema, originata già dalla seconda metà degli anni ottanta, giustificata dal crollo del comunismo e dalla fine del Pci, segnalata dall’avanzata massiccia della Lega e poi dall’imprevisto risultato del primo referendum Segni. Il triennio 1989-1992 prepara il colpo di Tangentopoli e in un certo senso lo giustifica.

Torniamo alla Lega: come si spiega il suo successo e come si colloca nello scacchiere politico?

L’’avanzata della Lega, come noto, interessa il Nord Italia. Nasce come fenomeno di protesta fiscale e come movimento di contestazione antipartitica. È un movimento non ideologico: si pensi allo slogan “Roma Ladrona” o “Lombardo paga e taci”.

La Lega rappresenta la liberazione dal vincolo ideologico e il superamento del “naso turato” in senso anticomunista cui alludeva Montanelli, visto che il pericolo comunista è ormai tramontato. L’’elettore della fine degli anni Ottanta non vota più per appartenenza partitica, ma per interesse o per protesta e la Lega ne è la rappresentazione plastica.

Perché in Italia la caduta del muro di Berlino assume tale importanza?

La sua rilevanza riguarda, ancora una volta, il ruolo del Pci, il partito comunista più grande d’Europa. Tutto il sistema politico si era disegnato sulla conventio ad excludendum, cioè sulla necessità di escludere i comunisti dal governo per evitare i rischi legati alla guerra fredda. Questo era avvenuto anche durante gli anni della cosiddetta unità nazionale, quando al Pci fu concesso di votare a favore del governo, ma non di farne parte. Il ricambio, per quanto detto, era impossibile. Con la caduta del muro cade questa pregiudiziale e si ridisegna il panorama politico. La caduta del muro fa venire meno la ragion d’’essere di un sistema e fa venire alla luce i suoi elementi deteriori, tra cui i finanziamenti illegali alla politica che, se fino al 1989 parevano necessari e giustificati, dopo paiono senza motivo e finalità. Lo capirono i comunisti che votarono a favore della depenalizzazione dei finanziamenti illeciti fino al 1989, e quel voto li mise al riparo dalle indagini sui rubli di Mosca. Tale legge, approvata da tutto l’arco costituzionale, divise in due anche la questione morale. Fino al 1989 il finanziamento illecito divenne lecito e accettabile, dopo diventò reato e deprecabile. Non mancò un po’ di stupidità nei gruppi dirigenti degli altri partiti…

Parliamo del Pci-Pds: era pensabile riassorbirli in un progetto di Unità socialista?

Il duello a sinistra era stato intenso e senza esclusione di colpi. Il Psi avrebbe dovuto mettere in difficoltà i post comunisti muovendosi con una proposta politica che fosse di immediata soluzione. Invece preferì i tempi lunghi. Attese, invece di agire. I tempi lunghi erano quelli necessari al Pci per fondare il nuovo partito. Col senno del poi penso che si doveva puntare alle elezioni politiche anticipate subito dopo la Bolognina. Proporre subito ai post comunisti una lista di unità socialista, che forse li avrebbe ulteriormente divisi. Craxi temeva che dopo avere rotto con la Dc, i post comunisti avrebbero appoggiato loro Andreotti. Magari. Penso che un’operazione del genere li avrebbe portati allo sfacelo. Se il revisionismo post comunista fosse sfociato in un nuovo compromesso storico avrebbe perso le sue ragioni ideali e politiche. A me Bettino confessò che avrebbe voluto lentamente portarli al governo, ma quella era la logica degli anni settanta, quella del superamento graduale del fattore K, finito definitivamente sotto i calcinacci del muro.

Che ruolo ha avuto la magistratura nella dissoluzione del Psi? Che clima c’’era all’epoca di Mani Pulite?

Si può parlare di “strabismo”, nel senso che il Pool colpì secondo i suoi desideri E questo ha profondamente orientato il corso della politica italiana. Anche senza l’’intervento della magistratura il sistema politico italiano avrebbe subito sostanziali mutamenti, ma non credo avrebbe percorso la stessa direzione. La magistratura, insomma, ha guidato e orientato la transizione che ha accompagnato la fine della Prima repubblica.

Il clima era molto pesante: alla Camera era un susseguirsi quotidiano di notizie drammatiche. Ogni giorno piovevano avvisi di garanzia a cui corrispondevano le immediate dimissioni degli interessati. In quegli anni un avviso di garanzia equivaleva al definitivo tramonto di una carriera politica: un avviso di garanzia era una condanna senza appello. Vedo che oggi, invece, tutti hanno giustamente cambiato opinione sul rapporto stretto instaurato allora tra indagine e condanna. Poi c’erano i suicidi, gli infarti, il carcere duro al fine di confessione, che significa la reintroduzione della tortura.

La miscela tra iniziativa giudiziaria e informazione era esplosiva. Giornali e televisioni di destra, centro e sinistra si trovarono tutti dalla stessa parte della barricata. Il dipietrismo, il giustizialismo erano dilagati. Costituivano un muro contro il quale ci si poteva solo rompere la testa. Dovevamo combattere? Craxi su questo aveva ragione. Mi disse: “Bisogna lasciare passare la piena”. Sono passati venticinque anni, la piena ë passata, ma purtroppo il Psi non c’è più. Certo, è cambiato tutto il sistema politico. Non ci sono più neppure il Pci e la Dc. Ma mentre questi due partiti hanno avuto successori nella cosiddetta seconda Repubblica, il Psi non ha generato eredi altrettanto autorevoli e perfino la sua storia è a rischio dimenticanza. Per questo, per combattere questa grave e insopportabile ingiustizia, sono ancora qui a legare la mia vita a un impegno politico, storico ed editoriale. Per me è innanzitutto un dovere morale.

Martino Loiacono

Carta stampata italiana
in scena l’ultimo atto

Editoria-finanziamentiIl crollo è rapido, verticale, drammatico, inarrestabile. Carta stampata ultimo atto: le copie vendute di giornali in dieci anni, in media, si sono più che dimezzate. Molti quotidiani e settimanali è inutile cercarli nelle edicole: hanno chiuso (l’ultima vittima è “l’Unità”, la testata legata al Pd, un tempo la potente voce del Pci).

Vanno malissimo i grandi e medi quotidiani nazionali, reggono un po’ meglio la “botta” quelli regionali e locali. I dati Ads (Accertamento diffusione stampa) danno il quadro impietoso della tragedia nei primi mesi di quest’anno. ‘Il Corriere della Sera’ ha dimezzato le vendite rispetto allo stesso periodo del 2007: poco più di 200 mila copie al giorno contro le quasi 430 mila del 2007.

E’ appena sopra la soglia delle 200 mila copie pur restando il maggiore giornale italiano. Chi sta peggio è ‘la Repubblica’: ha dimezzato e naviga a quota 180 mila. “La Stampa” viaggia sulle 120 mila copie, sempre la metà rispetto a dieci anni fa. “Il Sole 24 Ore” ha addirittura ha perso i due terzi delle vendite: è sceso a 58 mila da 180 mila. Nel baratro sono finiti “Il Giornale” e “Libero”: il primo è sotto le 60 mila copie contro quasi 160 mila, il secondo è calato a meno di 25 mila rispetto a oltre 100 mila. “Il Fatto Quotidiano”, inesistente nel 2007, è a circa 35 mila copie ma in discesa rispetto agli anni scorsi.

La carta stampata è in picchiata. Calano sia i giornali di centrosinistra, sia di sinistra, sia di centrodestra, sia di destra, sia cinquestelle. Scendono quelli prossimi all’area della maggioranza di governo e anche quelli vicini alle varie opposizioni. Vanno giù anche le testate economiche (di recente “Il Sole 24 Ore” di proprietà della Confindustria è inciampato in un brutto scandalo). Le agenzie di stampa hanno subito un terribile contraccolpo: alcune hanno chiuso i battenti, altre si sono fuse, praticamente tutte convivono con una crisi permanente (i contratti di solidarietà, per evitare i licenziamenti, sono quasi divenuti una regola).

I giornali online, soprattutto quelli emanazione dei grandi quotidiani della carta stampata, come il Corriere.it e Repubblica.it, vanno bene, ma non riescono a compensare le perdite. Sia gli abbonamenti dei quotidiani digitali sia la pubblicità su internet salgono ma non bastano ancora a riequilibrare il tracollo delle vendite nelle edicole.

Le conseguenze negative sono a cascata: la pubblicità si è squagliata;l’occupazione dei giornalisti e dei poligrafici (quei pochi sopravvissuti alle nuove tecnologie d’impaginazione digitale) è in picchiata; la disoccupazione e la cassa integrazione sono pane quotidiano; il deficit dell’Inpgi (l’istituto di previdenza dei giornalisti) è da collasso per i costi dell’assistenza fornita a chi ha perso il lavoro e per le spese conseguenti alle migliaia di prepensionamenti realizzati dagli editori che hanno dichiarato lo stato di crisi aziendale.

Carta stampata ultimo atto. È tutto un mondo che va in frantumi. Le edicole sono decimate, chiudono cinque chioschi al giorno. Delle 40 mila dei tempi d’oro ne restano circa la metà, le altre sono scomparse o aprono solo mezza giornata. A Roma, in particolare, la crisi è forte. Hanno chiuso i battenti circa 200 edicole. I motivi? Vado dal mio giornalaio di via Gregorio VII e domando se si vendono i giornali. Mi guarda stupito per la domanda: “Pochi, vendiamo pochi giornali. Sempre di meno. E’ tutta colpa di internet”. I giovani comprano i giornali, o in edicola vengono solo gli anziani? La risposta è immediata: “E chi li vede i giovani! Zero giovani comprano i giornali! Vanno su internet. Leggono lì le notizie!”. Per la crisi delle vendite molte edicole hanno chiuso… Annuisce: “E’ vero. La situazione è difficile. Noi resistiamo”.

Questa edicola è una delle poche che non ha chiuso ed ha mantenuto il vecchio meccanismo: apertura dalla mattina presto alla sera, due persone fisse e altre due di aiuto, due famiglie impegnate nell’impresa. Gli introiti da giornali sono calati, ma altri servizi introdotti (lotterie istantanee, ricariche telefoniche, pagamento delle bollette domestiche e delle multe, vendita dei libri e dei biglietti dell’autobus) hanno un po’ compensato i conti.

Carta stampata ultimo atto. In altri posti non è andata così. L’edicola di piazza Antonio Mancini sul Lungotevere Flaminio, nella quale andavo ogni tanto a comprare i giornali, ha chiuso l’anno scorso. Ora è in vendita. Eppure era in una buona posizione: al capolinea degli autobus dell’Atac, uno dei più importanti di Roma. La ragazza che cominciava a lavorare alle 7 di mattina si lamentava che non ce la faceva a reggere, e alla fine ha mollato! In molti altri casi gli edicolanti hanno venduto l’attività ad extra comunitari, in gran parte bengalesi, che hanno ritmi di lavoro estenuanti e si contentano di margini economici più ridotti (per motivi analoghi sono stati i protagonisti della rinascita dei negozi di frutta e verdura, un tempo scomparsi nella città eterna).

I giornali online gratuiti su internet, la crisi economica, l’abbassamento della qualità dei quotidiani di carta è stata la miscela esplosiva della devastante crisi dell’informazione. La concentrazione dei giornali sempre più forte nelle mani di pochi editori sta accentuando problemi e danni. Gli oligopoli editoriali fanno il bello e il cattivo tempo. Finora, però, hanno causato tempo brutto, grandinate terribili e ben poco sole sull’informazione.

Il gruppo Espresso sta allargando il suo impero: al settimanale, a ‘Repubblica’, ai giornali regionali e alle radio locali, ultimamente ha aggiunto ‘La Stampa’ e ‘Il Secolo XIX’. Carlo De Benedetti è riuscito ad acquisire le due testate della famiglia Agnelli (in ritirata dall’Italia si è disfatta anche del ‘Corriere della Sera’ comprato da Urbano Cairo). L’Ingegnere, un tempo proprietario della fallita Olivetti, ha dato vita a una concentrazione editoriale formidabile, cedendo solo poche testate locali per non superare i livelli di concentrazione vietati dalle leggi sulla stampa.

Non ha fatto mistero sull’obiettivo del “contenimento dei costi”, prima già ridotti tagliando pesantemente gli organici dei redattori ricorrendo ai prepensionamenti finanziati dallo Stato, e ora da realizzare con l’operazione fusione. Ridurre i costi è un traguardo rispettabile, ma insufficiente a rilanciare i giornali se manca un progetto per migliorare la qualità del prodotto e per potenziare gli investimenti non solo sulle tecnologie digitali. In seriosi convegni gli editori continuano a ripetere: non si salvano i giornali senza l’aumento della qualità del prodotto ma poi non arrivano scelte conseguenti.

E la carta stampata continua a inabissarsi. La spiegazione c’è. Troppo spesso gli editori utilizzano le testate per difendere i propri interessi collaterali imprenditoriali, industriali, finanziari, politici. Oppure i giornali danno spazio ad avvenimenti ad effetto, ma poco rilevanti rispetto al altri sottovalutati o ignorati. I lettori sfiduciati così, in gran parte, non comprano più i giornali accontentandosi di ascoltare le notizie dai telegiornali o di leggerle su internet. La prima vittima è l’occupazione. Gli amministratori dei giornali si limitano a tagliare fortemente gli organici, a centralizzare e concentrare i servizi, ad assumere pochissimi giovani dopo una lungo lavoro da precari.

La parola d’ordine è flessibilità. I giornalisti, davanti alla grave crisi e alle innovazione tecnologiche, hanno accettato d’impaginare direttamente i propri articoli e di scrivere un pezzo sia per il quotidiano su carta sia uno praticamente in tempo reale per la versione web della testata. Alle volte confezionano anche dei servizi televisivi per la web tv del quotidiano online. In alcuni casi c’è stato un arricchimento della professionalità dei redattori, in molti altri un impoverimento per gli scadenti contenuti dovuto al lavoro multiplo (soprattutto quando si scrivono più articoli anche per le diverse piaffaforme).

Carta stampata ultimo atto. Serve una svolta, dei progetti con al centro la qualità e l’innovazione dell’informazione per immaginare e realizzare un rilancio. Ma restano nel limbo i contenuti di questi sacri principi per la rinascita della stampa. Si parla poco delle capacità dei giornalisti e della loro autonomia professionale, la base di un giornale di successo. Si va imponendo una ricetta distruttiva: pochi giornalisti legati in redazione alla “cucina”, un’impostazione sempre più accentrata e omologata dei quotidiani, e una miriade di collaboratori esterni mal pagati e sotto ricatto (in molti casi un articolo viene compensato con 10 euro lordi). E’ come se si volessero fare dei giornali senza giornalisti, ma con dei comunicatori ubbidienti impaginatori di notizie selezionate secondo gli interessi di chi comanda.

Eppure si è aperta una grande occasione da cogliere per rilanciare l’informazione. Si tratta della “nuova frontiera” dei giornali online in forte espansione, con immense potenzialità di penetrazione per la capacità d’informare in tempo reale i lettori sugli avvenimenti italiani ed internazionali. I quotidiani sul web e quelli di carta stampata possono offrire una considerevole complementarietà: i primi possono dare in maniera sintetica ed immediata le notizie, i secondi possono approfondire i temi e fornire le chiavi di lettura a una valanga d’informazioni altrimenti confuse e poco comprensibili.

Carta stampata ultimo atto. Nel consiglio di amministrazione di fine luglio della Gedi (la nuova società editoriale nata dalla fusione del gruppo Espresso con ‘La Stampa’ e il ‘Secolo XIX’) si è parlato degli utili prodotti dall’accorpamento dei giornali di De Benedetti con quelli ex Agnelli, ma non dei piani editoriali per il futuro. Carlo, 82 anni, ha passato le consegne al figlio Marco De Benedetti, 54 anni, nominato presidente della Gedi. L’Ingegnere rimarrà unicamente presidente onorario: ma questa è soltanto un’altra successione dinastica in una proprietà di famiglia che, in questo caso, è un grande impero multimediale. Le precedenti incoronazioni dinastiche nei grandi gruppi imprenditoriali italiani, in genere, non hanno portato bene.

Rodolfo Ruocco