Raggi. Secca bocciatura dal mini test elettorale

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L’effetto Raggi è arrivato. È una sconfitta pesante per la sindaca di Roma. Ha perso le elezioni nel III municipio (Nomentano) e nell’VIII (Garbatella), una popolazione complessiva di quasi 300 mila persone. I due candidati del M5S alla presidenza del municipio della Garbatella e del Nomentano sono andati addirittura fuori pista: non ci saranno nemmeno nel ballottaggio del 24 giugno.

Enrico Lupardini e Roberta Capaccioni domenica 10 giugno hanno raccolto appena il 13% e il 20% dei voti. Le opposizioni sono in rimonta. Alla Garbatella è diventato presidente al primo turno col 54% dei voti Amedeo Ciaccheri, centro-sinistra. Al Nomentano, invece, la sfida al secondo turno del 24 giugno sarà tra Giovanni Caudo, centro-sinistra, 41,52% dei voti, e Francesco Maria Bova, centro-destra, 34%.

I fasti di due anni fa sono solo un ricordo. Il 19 giugno 2016 andò alle urne il 50% dei romani e Virginia Raggi, candidata del M5S, espugnò il Campidoglio in modo trionfale: ben 770.564 voti, il 67,15% dei consensi. Roberto Giachetti, Pd, alfiere del centro-sinistra, si fermò appena al 32,85%, 376.935 voti. Così la Raggi divenne sindaca di Roma, sottraendo ai democratici la capitale d’Italia.

Adesso arriva una brutta doccia fredda, la prima in assoluto. I romani dei due municipi hanno protestato contro Virginia Raggi in due modi: o disertando le urne (non si è recato ai seggi oltre il 70% degli elettori) o votando per le opposizioni di centro-sinistra e di centro-destra.

Il mini test elettorale è una secca bocciatura per la sindaca, è affondato il M5S in due vaste aree della metropoli. La prima cittadina della capitale, a due anni della sua elezione, ha deluso le attese di rinnovamento. Non solo non è stato varato nessun grande progetto per fermare il degrado e rilanciare la città eterna, ma perfino i servizi pubblici essenziali sono a pezzi: gli autobus passano con forti ritardi e alcune volte vanno addirittura a fuoco, i rifiuti traboccano dai cassonetti puzzolenti, ogni tanto cade un albero nelle strade causando danni e feriti, le vie sono impercorribili dalle auto per le pericolose buche e diventano piscine quando piove, per la scarsa manutenzione dei tombini delle fogne.

La sindaca di Roma ha riconosciuto la sconfitta e tenta di correre ai ripari. Su Twitter ha annunciato: «I cittadini vanno sempre ascoltati. Seguiremo le loro indicazioni: ci impegneremo di più su decoro, lavori pubblici e trasporti». Effetto Raggi: rischiano il posto diversi assessori chiave della giunta capitolina grillina.

Virginia Raggi bussa anche alla porta di Palazzo Chigi. Dopo aver battuto cassa con il governo Gentiloni, è tornata alla carica con il nuovo esecutivo M5S-Lega presieduto da Giuseppe Conte. Punta ad ottenere più poteri e due miliardi di euro: «Se io ho bisogno di soldi per l’Atac, voglio parlare direttamente con lo Stato, non voglio passare dalla regione che me li dà se e quanti ne vuole».

Certo domenica 10 giugno non è stata una brutta giornata solo per la Raggi. Nello stesso giorno hanno votato quasi 7 milioni di italiani per rinnovare i sindaci di 761 comuni, l’affluenza è calata al 61% dal 67% di cinque anni fa, e i cinquestelle di Luigi Di Maio sono andati male. Una analisi dell’Istituto Carlo Cattaneo ha indicato una flessione rilevante: nei comuni capoluogo sono scesi dal 32,7% delle politiche del 4 marzo al 12,1% delle amministrative del 10 giugno mentre il centro-destra a trazione leghista è salito al 38% dal 33,4% di tre mesi fa. Il Pd è, invece, in lieve recupero rispetto alla disfatta delle politiche. Il nuovo governo giallo-verde sembra portare buoni frutti solo alla Lega di Matteo Salvini, mentre gli elettori pentastellati in parte si sono astenuti o hanno votato per altri.

Di Maio, Grillo e Davide Casaleggio (il M5S ha perso sonoramente anche ad Ivrea, la città cara al figlio di Gianroberto) dovranno riflettere sull’intesa con Salvini e come procedere nel programma del “governo del cambiamento” per non deludere i propri elettori ed evitare altre brutte sorprese. L’egemonia di Salvini sull’esecutivo populista si sta affermando e le elezioni europee della prossima primavera sono dietro l’angolo.

Leo Sansone
(Sfogliaroma)

Calenda e il Fronte Repubblicano che già divide

calenda 3L’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, prova a creare un’àncora per la sinistra in alto mare. “Ora la gravità della situazione è evidente. I cittadini che lavorano e producono. Dobbiamo costruire un fronte repubblicano molto ampio, che abbia un unico obiettivo: tenere l’Italia in Occidente e in Europa. Ci vuole una mobilitazione civica sul territorio che, abbandonando ogni interesse di parte e agenda personale, vada in soccorso della Repubblica”, afferma Calenda in un’intervista al Corriere. Per il ministro uscente “le prossime saranno elezioni come quelle del 1948, definiranno cioè se l’Italia vuole restare in Europa o finire in Africa. Serie A o serie C. Gli italiani non consentiranno che tutto quello che è stato costruito nel Dopoguerra venga distrutto. Noi dobbiamo dare una voce e sostanza a questo fronte di resistenza allo sfascio”. L’invito è subito accolto dal segretario reggente del PD, Maurizio Martina, questa mattina a Radio anch’io (Rai Radio1) ha così commentato: “Il Pd sarebbe la lista fondamentale di questo nuovo schieramento che deve nascere, crescere, raccogliere nuove energie; poi le formule le vedremo. Si può ragionare su tutte le ipotesi utili di lavoro. Per me la cosa importante è lavorare a un progetto largo, di coalizione, che aiuti tutte le energie che vogliono dare una mano all’Italia a stare in partita”.
Dubbi invece dai fuoriusciti dem, in primis da Pier Luigi Bersani che risponde alle rimbeccate su Twitter di Calenda: “Caro Calenda, cerchiamo di capirci. Io non voglio un fronte della sopravvivenza, voglio un fronte del cambiamento dal lato popolare, democratico e costituzionale. Che la proposta arrivi agli italiani con segno della novità e della generosità. Inutile ammucchiare senza cambiare”.
Mentre per il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, il problema è ricreare ‘vecchie situazioni’, anche se con contenitori nuovi: “Caro Carlo Calenda ok schieramento repubblicano per salvare il Paese, ok nuovo simbolo per Pd, ma senza una forza socialista e un programma radicale per i ceti popolari il rischio è che destra populista vinca ancora. Anche uomini nuovi”.
Perplessità anche da Possibile. “La confusione è già tanta e bisogna fare chiarezza: Pier Luigi Bersani e il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, esprimono un’opinione personale sull’eventuale partecipazione al fronte repubblicano invocato dal ministro Calenda e benedetto anche da Renzi e Martina. Insomma, non è la posizione di Liberi e Uguali. Possibile non condivide questa impostazione e la discussione non è mai partita”. Lo dichiara la segretaria di Possibile, Beatrice Brignone. “L’assemblea di Leu svoltasi sabato – aggiunge Brignone – aveva invocato uno slancio unitario, che però alla prima curva sembra sbandare con dichiarazioni personali. Sarebbe il caso di non esporsi: il rischio è quello di alimentare ulteriore confusione nell’elettorato”.

CONTE DI POPOLO

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Il day-after è all’insegna delle polemiche. Dopo aver incaricato Giuseppe Conte di formare un governo, oggi Mattarella ha dovuto fare i conti con i primi problemi. Le pressioni sulla lista dei ministri posti dalla coppia Salvini-Di Maio inquietano il presidente della Repubblica, che nel pomeriggio lascia trapelare un messaggio ai due leader, sottolineando “l’inammissibilità di diktat nei confronti del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica nell’esercizio delle funzioni che la Costituzione attribuisce a tutti due”.

Il pomo della discordia ha probabilmente il nome di Paolo Savona, indiziato numero uno a ricoprire il ruolo di ministro dell’Economia. Le ripetute dichiarazioni di Lega e 5 Stelle, che di fatto blindano l’economista euroscettico a capo di via XX Settembre, non piacciono al Capo dello Stato. Non devono esserci interferenze nei confronti di Conte. Il premier deve essere autonomo nelle proprie scelte e condividerle con Mattarella. Il Quirinale, dunque, comincia ad avvertire il serio rischio che il docente pugliese sia solo uno specchietto per le allodole. Un mero esecutore dei veri conduttori del Governo: Di Maio e Salvini.

Nel frattempo Conte dà il via alle consultazioni con i gruppi parlamentari. Uno dopo l’altro sfilano nella Sala del Governo di Montecitorio i rappresentanti di tutti partiti di Camera e Senato. A conferma delle preoccupazioni di Mattarella e considerando le consultazioni una pura formalità istituzionale (“La squadra di governo è già delineata con la Lega” dice Di Maio), arrivano i rumors sulla volontà del giurista pugliese di concludere a breve. Nel weekend, infatti, potrebbe già andare in scena il giuramento dell’Esecutivo.

Le opposizioni, intanto, battono un colpo. A sinistra si fa vivo Matteo Renzi, che nella sua Enews parla di “scelte preoccupanti per l’Italia” da parte del nuovo Governo. L’ex premier ragiona sulla coerenza come caratteristica che Lega e Movimento 5 Stelle “non possono più permettersi. Perché devono governare l’Italia, non strillare su Facebook. E se cercate l’incoerenza, da oggi, la troverete davvero”. Il Partito Democratico farà “opposizione dura”, nonostante le divisioni interne. “Basta con le risse senza senso, vi prego. E con divisioni sul nulla”, l’appello di Renzi.

Anche gli alleati del Pd si schierano contro il Governo pentaleghista. Riccardo Nencini, segretario del Psi, auspica che Conte “si presenti alle Camere con un programma definito: date di realizzazione dei provvedimenti e fondi con cui coprire le spese. Faremo un’opposizione risoluta dentro e fuori il Parlamento”. Il numero uno socialista, a margine delle consultazioni a Montecitorio spiega: “Siamo preoccupati perché nasce il primo governo populista e radicale d’Europa. Sarebbe stato meglio se uno dei due leader che hanno vinto le elezioni si fosse assunto direttamente la responsabilità di guidare il Governo”.

F.G.

Pd ancora al bivio. Calenda: “È tutto incomprensibile”

calenda 3Ancora stallo nel Pd dopo l’assemblea nazionale di sabato che ha confermato Maurizio Martina segretario reggente del partito. Adesso i dem sono divisi tra chi vuole procedere subito all’elezione di un nuovo segretario, e chi invece punta direttamente al congresso. Nel frattempo è già partita l’opposizione interna, Andrea Orlando, per il quale l’errore è stato non eleggere un leader: “Sarebbe stato utile votare un segretario chiunque fosse stato a prevalere. Andremo ad un congresso in cui si scontreranno visioni diverse che sarà una battaglia sulle idee e contemporaneamente dovremo fare opposizione e scegliere accuratamente gli argomenti su cui farla. Un punto di riferimento che parlasse all’esterno sarebbe stato molto utile e peraltro è stato incomprensibile che i renziani non abbiano sostenuto Martina che è stato anche in ticket con Renzi”. Poi il ministro della Giustizia fa anche sapere che bisogna fermare chi nel Pd propone di fare un’alleanza con i forzisti, perché così si rischia di rimanere “nel limbo, o si ricostruisce una dialettica tra destra e sinistra, o si costruisce in qualche modo un blocco che si dice antipopulista ma che in realtà si colloca nel centro, costruisce un asse con Forza Italia e in qualche modo prefigura un partito che rappresenta le fasce incluse della società”.
A Orlando risponde Alessia Rotta, vicepresidente vicaria dei deputati del Partito Democratico:
“Nessuno sta discutendo della possibilità che Orlando presume sia nella mente di Renzi. Quella di un partito unico con Fi o dei moderati non è in nessuna maniera un’ipotesi sul campo”. E aggiunge: “Evocare scenari improbabili per alimentare la tensione nel Pd è un antico vizio che i nostri elettori non capiscono più e di cui bisognerà assumersi la responsabilità. Ridurre il dibattito a questo dimostra che la strada per rilanciare il Pd è molto lunga”.
In tutto questo interviene il Capo del Mise, Carlo Calenda che cerca di far trovare un terreno di incontro tra le diverse fazioni in continua lite nel Partito democratico.
“Le cose che si sono viste nell’assemblea di sabato non hanno nulla a che fare con un grande partito progressista che ha governato bene l’Italia per una legislatura. Cose indecorose per il Paese”, sostiene, a proposito del Pd, Carlo Calenda secondo il quale il partito “rischia di finire. Un partito che diventa la somma di “io sto con Renzi, io sto con Franceschini, io sto con Y”, non è più un partito ma una terza media all’ora di ricreazione”. Nessuna tentazione di “restituire la tessera”, “però è chiaro che il Pd così com’è non va da nessuna parte e non basta più. Siamo diventati un partito incomprensibile”, insiste, “non saprei neppure spiegare a un cittadino quello che è successo lì dentro. Avevo già detto che ci voleva una grande segreteria costituente in cui ci fossero tutte le persone che hanno rappresentato il Pd oggi e ieri, Veltroni, Franceschini, Letta, Orlando, Renzi, Gentiloni, Pinotti e Finocchiaro. Con delle donne capaci in segreteria magari il tasso di testosterone diminuisce. Oltretutto è incomprensibile questa guerra tra persone che sono state al governo insieme. Su cosa ci stiamo dividendo?”. Calenda auspica, quindi, che “ci sia la forza di sospendere ogni confronto insulso e di avere in Gentiloni il punto di riferimento”. Per quanto riguarda invece l’eventuale governo gialloverde, Calenda si dice “molto preoccupato. Sarà un governo elettorale che porterà instabilità e conflittualità. Inizieranno a dire che l’Europa non gli fa fare le cose e chiederanno nuove elezioni. Le prossime saranno come quelle del 1948: definiranno la nostra collocazione internazionale. Bisogna prepararsi ora”.

Scrive Celso Vassalini:
Aldo Moro e la lettera a Bettino Craxi

Sono passati 40anni e il ricordo è andato via via stemperandosi perché l’oblio accompagnato dal ricambio generazionale, alla fine avvolge anche gli avvenimenti più drammatici facendoli apparire distanti, quasi archiviati. Erano le 12,30 del 9 maggio 1978 quando Valerio Morucci telefonò a un collaboratore di Aldo Moro per comunicargli che la famiglia del leader democristiano avrebbe potuto recuperare il corpo in via Caetani a Roma, una strada breve e stretta, a due passi da piazza di Torre Argentina, quasi equidistante tra la sede del Pci in via delle Botteghe Oscure e quella della Dc in Piazza del Gesù. Il dramma si concludeva nella maniera da molti temuta. Era cominciato la mattina del 16 marzo in via Fani quando quella che venne definita “la geometrica potenza di fuoco” del commando delle Brigate Rosse composto da undici persone si dispiegò massacrando la scorta di Moro (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrando l’uomo politico impegnato in quei mesi a traghettare nell’area del governo il Partito Comunista.

In quei quasi due mesi, l’Italia si divise. Si divise soprattutto la politica: da un lato coloro che sostenevano l’impossibilità di una qualsiasi trattativa con le Br, un fronte guidato dal Pci a cui si aggregava, pur tra molti tormenti, la Dc; dall’altro chi cercava uno sbocco negoziale in grado di salvare la vita di Moro. Questo secondo “partito” era guidato dal Psi e da Bettino Craxi. Dalla cosiddetta “prigione del popolo” il leader democristiano scrisse numerose lettere. Nel 2008 lo storico e attuale parlamentare del Pd, Miguel Gotor, li raccolse in un volume edito da Einaudi dal titolo: “Lettere dalla prigionia”. La loro lettura spiega più di mille racconti o ricostruzioni la tensione di quelle settimane, soprattutto aiutano a capire lo stato d’animo di un uomo costretto a una prova terribile, vittima di un destino spietato. Per ricordare quella data abbiamo deciso di riproporne una: Moro la scrisse, secondo le ricerche di Gotor, il 12 aprile. Venne però recapitata soltanto il 29 aprile. Il destinatario era il segretario del Psi, Bettino Craxi:

“Caro Craxi, 
poiché ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del tuo Partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare ed anzi accentuare la tua importante iniziativa. È da mettere in chiaro che non si tratta d’inviti rivolti agli altri a compiere atti di umanità, inviti del tutto inutili, ma di dar luogo con la dovuta urgenza ad una seria ed equilibrata trattativa per lo scambio di prigionieri politici. Ho l’impressione che questo o non si sia capito o si abbia l’aria di non capirlo. La realtà è però questa, urgente, con un respiro minimo. Ogni ora che passa potrebbe renderla vana ed allora / io ti scongiuro di fare in ogni sede opportuna tutto il possibile nell’unica direzione giusta che non è quella della declamazione. Anche la D.C. sembra non capire, Ti sarei grato se glielo spiegassi anche tu con l’urgenza che si richiede. Credi, non c’è un minuto da perdere. E io spero che o al San Rafael o al Partito questo mio scritto ti trovi. Mi pare tutto un po’ assurdo, ma quel che conta non è spiegare, ma se si può fare qualcosa, di farlo. Grazie infinite ed affettuosi saluti tuo Aldo Moro”.

Celso Vassalini

VERSO LE URNE

sergio_mattarella_9_csm_lapresse_2017_thumb660x453L’Italia si prepara al voto. Dopo l’ultimo giro di consultazioni al Quirinale, si rafforza sempre di più l’ipotesi di una nuova tornata elettorale prima del previsto. Il primo mese buono potrebbe essere luglio, al più tardi una delle prime domeniche del mese di ottobre. Oppure in primavera. Dipenderà tutto dall’esito del voto di fiducia che chiederà il Governo di servizio nominato da Mattarella. Se non ci sarà un maggioranza, il Paese tornerà subito alle urne.

Certo è che il Capo dello Stato non ha voluto affidare un mandato al buio al centrodestra, senza avere la certezza di una maggioranza, così come richiesto da Salvini. A questo punto era rimasta solo l’eventualità di un incarico di personalità, affidato ad una figura terza, scelta direttamente dal Presidente della Repubblica, che avrebbe traghettato il Paese al voto. E così è andata. Presto si saprà il nome del nuovo premier.

Mattarella ha deciso, dunque, dopo che nella giornata di oggi hanno sfilato al Colle i delegati dei principali movimenti politici. Di Maio, dopo aver “chiuso definitivamente” la settimana scorsa, oggi ha tentato di riaprire il forno con la Lega. Il capo politico grillino si è detto (nuovamente) disponibile ad un accordo con Salvini per un premier di garanzia così da attuare una serie di punti programmatici in comune, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero su tutti. Salvini, però, non ha mai voluto mollare la coalizione di centrodestra e ha risposto picche. “Non voglio tirare a campare. O nelle prossime settimane qualcuno fa un passo indietro come abbiamo fatto noi, oppure si torna alle urne”, ha rilanciato il segretario federale.

Il passo indietro non lo farà sicuramente Berlusconi, che al Quirinale si è presentato insieme a Salvini e Meloni. “Rispetto a un governo del cambiamento Salvini ha scelto ancora una volta Berlusconi”, ha tuonato Di Maio, che prima ha svestito gli abiti istituzionali per tornare a indossare quelli da campagna elettorale, poi ha sfoderato l’evergreen grillino: “Quello che dobbiamo dedurre è di formare non un governo del cambiamento di centrodestra, ma un governo dei voltagabbana, della compravendita dei parlamentari, dei traditori del mandato politico nella migliore delle ipotesi”.

Quelli del Partito Democratico sono gli unici intenzionati a supportare un governo di tregua. “Qui c’è da dare certezze al Paese con un governo che blocchi l’aumento Iva e loro continuano a giocare al gatto e al topo. È davvero incredibile, il Paese non si merita tutto questo”, le parole del segretario reggente Maurizio Martina. Al Nazareno si appellano alla responsabilità, dunque. In realtà i dem sono ben consapevoli che un ritorno alle urne in estate potrebbe assestare un colpo decisivo alla sopravvivenza del Pd.

F.G.

Di Maio “i due forni” e i veti incrociati

renzi di maioLuigi Di Maio ha acceso e spento i “due forni” aperti con la Lega e il Pd, ma una fiammella brilla ancora in quello del Carroccio. Giulio Andreotti inventò l’immagine dei “due forni” attraverso i quali la Dc poteva acquistare a buon mercato “il pane” necessario per formare i governi. Lo scudocrociato aveva circa il 40% dei voti, ma non la maggioranza assoluta dei consensi popolari e dei seggi in Parlamento. Così il cavallo di razza della Democrazia Cristiana riuscì a guidare sia governi di centro-sinistra con il Psi sia esecutivi di unità nazionale con il Pci, mitigando le pretese dei due partiti di sinistra messi l’uno contro l’altro.
Anche Di Maio ha aperto “due forni” proponendo alternativamente sia alla Lega e sia al Pd un’intesa di governo. Ma il capo politico del M5S, forte del 32% dei voti dopo le elezioni politiche del 4 marzo, non è riuscito ad attivare nessuno dei “due forni”: prima è fallito il tentativo con il Carroccio («Dopo 50 giorni il forno della Lega è chiuso») e adesso quello con i democratici («Il Pd ha detto no ai temi per i cittadini e la pagheranno»).
Tuttavia Di Maio, dopo il flop del dialogo avviato con il Pd per lo stop dell’ex segretario Matteo Renzi messo sotto accusa da una fetta del partito, ha riacceso una fiammella con la Lega, quella delle elezioni politiche anticipate: «Io dico a Salvini, andiamo insieme a chiedere di votare» per aprire le urne “a giugno”. Dopo i toni moderati usati nelle consultazioni sul governo, ha riabbracciato la linea movimentista: «Facciamo scegliere i cittadini tra rivoluzione e restaurazione». Ovviamente cinquestelle e leghisti sono la “rivoluzione” mentre tutti gli altri partiti, in testa Pd e Forza Italia, sono la “restaurazione”.
La richiesta, strana coincidenza, collima con quella della Lega. Matteo Salvini per primo aveva proposto di tornare alle urne «subito, entro l’estate» (leggi giugno) se fosse saltato «l’accordo contro natura» del forno con il Pd. Non solo. Il segretario leghista adesso si dice pronto ad assumere un pre-incarico per il governo e rilancia la proposta di un esecutivo del centro-destra con i grillini: «Si ragiona con i 5 Stelle o altrimenti c’è il voto».
L’asse per andare a votare di nuovo a giugno, si somma con quello di riprovare a dare vita a un governo M5S-Lega. Le altre ipotesi di governo sono cancellate: sia Di Maio sia Salvini hanno bocciato come una “ammucchiata” un eventuale esecutivo del “presidente” o tecnico, di larghe intese per rivedere l’attuale legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum, con l’innesto di un premio di maggioranza. I due leader populisti si sono scambiati reciproci attestati di stima e dopo le politiche hanno realizzato una rapida intesa istituzionale con la quale si sono spartiti i vertici della Camera e del Senato.
L’approdo al “governo del cambiamento” finora è fallito per due motivi: 1) sia Di Maio sia Salvini vogliono fare il presidente del Consiglio, 2) il secondo ha respinto la richiesta del primo di mollare Silvio Berlusconi ed ha ribadito la volontà di non rompere l’unità del centro-destra (la coalizione conta sul 37% dei voti mentre il segretario della Lega da solo ha poco più del 17%).
All’apparenza sembrano due ostacoli insuperabili al varo del “governo del cambiamento” Lega-M5S, ma l’inventiva della politica italiana riesce sempre a stupire tutti. Uno dei due leader potrebbe farsi da parte per Palazzo Chigi ottenendo in cambio dei ministeri importanti. Berlusconi, sul quale pesa il veto dei pentastellati, potrebbe far parte della maggioranza ma non dell’esecutivo. Comunque vada a finire, un fatto è certo: Di Maio ha riacceso la fiammella del “forno leghista”. Ma la partita è ancora tutta aperta. Sergio Mattarella fino all’ultimo cercherà di verificare nelle sue consultazioni se esiste una maggioranza in Parlamento per sostenere un “governo del cambiamento”, o un esecutivo “del presidente”, o istituzionale, o di natura diversa (Berlusconi sarebbe favorevole a un ministero di centro-destra che cerchi i voti mancanti in Parlamento). Un fatto è sicuro: non ci sono più i tempi tecnici per riaprire le urne a giugno.
Certo non c’è più tempo da perdere. A due mesi dalle politiche l’Italia ancora non ha un governo mentre i gravi problemi economici, sociali, internazionali si aggravano. Agli elettori grillini non sembra essere piaciuta la politica dei “due forni”, mentre Salvini sta marciando come un treno: il centro-destra ad aprile ha vinto sia le elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia sia in Molise, i leghisti hanno trionfato mentre i pentastellati hanno perso un mare di voti rispetto alle politiche.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

LA PALUDE

governoPer il Movimento cinque stelle è ufficialmente avviato il dialogo per il Pd, lo ha dichiarato il Presidente della Camera, Roberto Fico che ha detto che il suo mandato esplorativo ha avuto “un esito positivo”. Tuttavia l’altra parte del dialogo, il Partito democratico, si ritrova in una vera e propria palude, dove ogni passo rischia di far affogare il già travagliato partito alle prese con una sconfitta cocente e con divisioni che rischiano di lacerare ancora di più la sinistra. Il segretario reggente Maurizio Martina si ritrova davanti un partito diviso tra quanti vorrebbero almeno provare ad avviare il confronto sul programma di una possibile maggioranza e l’ala che fa capo all’ex segretario Matteo Renzi, contrario ad ogni ipotesi d’intesa. I renziani ritengono di essere in maggioranza in direzione. Nel frattempo è tutto fermo, si attende il 3 maggio quando finalmente la direzione dem si riunirà. Ma la sinistra non è solo il Pd, Maurizio Martina deve fare i conti anche con gli alleati, oggi il segretario dei socialisti è intervenuto al riguardo. “Tra noi e il Movimento 5 Stelle ci sono delle differenze sostanziali; di visione e di rapporto con un sistema democratico per arrivare alle decisioni. E poi non capisco quale sia il programma con il quale vorrebbero governare”. Questa la posizione espressa dal segretario del PSI, Riccardo Nencini, intervistato dal quotidiano Il Messaggero in merito alle consultazioni tra PD e M5S. Nencini ha ribadito nell’intervista di essere insospettito “dall’ipertatticismo” dei 5 Stelle soprattutto perché i grillini offrono indifferentemente contratti di governo a forze tra loro antagoniste: che adesso Di Maio tiri fuori il conflitto di interesse “conferma il camaleontismo dei 5S”, atteggiamento che si afferma, secondo Nencini, perché “sono spariti i pilastri fondativi” del Movimento e l’unico obiettivo è quello di “raggiungere la Presidenza del Consiglio”. Riguardo alla possibilità, tutta da verificare, di un incarico formale per la nascita di un governo, Nencini ribadisce di aver ricevuto “assicurazioni” da parte di Martina in merito al coinvolgimento delle forze di coalizione.
Anche il vicepresidente Pd della Camera, Ettore Rosato, ribadisce un no sicuro all’eventualità di un’alleanza con i pentastellati. Il percorso con i Cinque Stelle per l’esponente dem “non è avviato” al momento ed “è pieno di insidie”, quindi “difficilmente può concludersi in qualcosa”. Anche perché, spiega, il Pd è “differente su tutto” dal partito guidato da Luigi Di Maio e il M5s “non ha fatto un passo concreto in avanti”.
Ma dell’alleanza non sembrano sicuri nemmeno i cinquestelle con ‘resistenze’ di non poco conto tra la base grillina. Tuttavia il Capo politico M5S, Luigi Di Maio, punta a superare le divergenze con i dem per “un buon contratto di governo al rialzo, non al ribasso” col Pd.
L’altro ‘forno’ dei pentastellati, la Lega, intanto resta a guardare, ma non senza sfruttare lo stallo Pd-M5S per le prossime regionali che si terranno nel Friuli Venezia Giulia questa domenica, il 29 aprile.
“Vi immaginate cosa potrebbe combinare un governo Pd-Cinque Stelle sull’immigrazione? Io non oso farlo”. Matteo Salvini, parlando in una diretta Facebook davanti al Cie di Gradisca d’Isonzo, smonta così le trattative tra democratici e grillini per provare a creare un governo che definisce ‘stucchevole telenovela’. E poi tuona: “O si governa con le idee premiate dagli italiani o meglio tornare a votare e chiudere la fiducia per governare da soli”. Ma per il suo alleato Berlusconi “Sarebbe un male tornare al voto”. L’ex Cavaliere fa sapere che Matteo Salvini “resta sicuramente nella coalizione dopo le Regionali” e che sulle voci che “riguardano la rottura della Lega sono storie inventate da chi ha interesse a inventarle”.
Si rincorrono infatti voci secondo le quali dopo le elezioni di domenica prossima in Friuli, dove è candidato a governatore il leghista Fedriga, il leader del Carroccio potrebbe rompere l’alleanza con Berlusconi e puntare a riaprire i contatti con i 5Stelle per andare al Governo.
Dopo il voto nella Regione presenziata dalla Serracchiani l’indicazione principale che ci si attende è se la Lega supererà Forza Italia anche in questa regione. Il Centro destra resta il favorito anche in queste consultazioni elettorali.
A livello nazionale intanto in caso di mancato accordo viene scartata l’ipotesi delle elezioni a giugno, anche se Mattarella dovrebbe sciogliere le Camere entro il 9 maggio. L’ipotesi più probabile è quella di tornare al voto in autunno con una nuova legge elettorale che tolga l’impasse corrente e di conseguenza potrebbe esserci un Governo del Presidente.

L’APERTURA

martina quirinale

Inizia il tentativo di Roberto Fico per mettere assieme una maggioranza in grado di sostenere un governo dopo il nulla di fatto dei tentativi precedenti resi vani da veti reciproci. Giro di incontri per il presidente Mattarella che parte con l’incontrare la delegazione del Pd fino ad oggi rimasta alla finestra. Ma il cambio di esploratore potrebbe avere degli effetti. Fico infatti rappresenta l’anima di sinistra del Movimento 5 Stelle.

Il partito sembra diviso, con i renziani che sembrano rimarcare la linea della chiusura totale come più volte ribadita. “Non sono ottimista, non vedo le condizioni perché i programmi si possano allineare, ma le sorprese in politica sono sempre dietro l’angolo” ha detto ai microfoni di ‘Radio Anch’io’ il capogruppo al Senato del Pd, Andrea Marcucci. Invece Dario Franceschini si dice aperto a un confronto, così come l’area di Michele Emiliano, che nelle settimane scorse non è sembrata voler escludere del tutto l’idea di un confronto. Calenda sceglie l’ironia per commentare il cambiamento di passo dei Cinquestelle che in poche settimane hanno stravolto quelli che per loro erano considerati dei punti saldi ai quali il programma era ancorato. “Fico esplora, Salvini passeggia (ma non marcia), Di Maio inforna. Intanto programmi cambiano, contratti vengono redatti da Professori su input di chi considera Governo dei tecnici e professori male assoluto. Nessuno mette in discussione Nato e Euro. Non male per primi 50 g.”

La delegazione Pd composta da Maurizio Martina, Andrea Marcucci, Graziano Delrio e Matteo Orfini è arrivata al Colle dopo una riunione al Nazareno. “Abbiamo detto a Fico una cosa: dopo 50 giorni di questa situazione che abbiamo tutti osservato e vissuto di impossibilità ad arrivare ad una proposta di governo, noi siamo disponibili a valutare il fatto nuovo se verrà confermato in queste ore e cioè la fine di qualsiasi tentativo di un accordo con la lega”, ha detto il segretario reggente Maurizio Martina al termine dell’incontro con Fico.

“Con spirito di leale collaborazione, non nascondendoci le diversità e punti di partenza differenti anche dal punto di vista programmatico su temi essenziali, ci impegniamo ad approfondire questo possibile percorso di lavoro comunque coinvolgendo i nostri gruppi dirigenti”. Martina ha anche spiegato che “la direzione nazionale deve essere chiamata a valutare, approfondire discutere ed eventualmente deliberare un percorso nuovo che ci coinvolga”. Insomma il Pd è disponibile a dialogare con M5s. “Attendiamo di capire gli sviluppi – ha detto ancora Martina -, lo faremo con la massima disponibilità, tenendo fermi la chiarezza, la responsabilità, il riconoscimento della fase del Paese che sta attraversando”. Insomma Matina la mette giù parlando di  un è “disponibile a dialogare” con M5s sulla base dei 100 punti del suo programma di governo e su tre punti “già evidenziati durante le consultazioni al Quirinale”. Punti che così riassume: “Una agenda europeista, il rinnovamento della democrazia superando il populismo, politiche del lavoro rispettando gli equilibri di finanza pubblica”. Ma a frenare su un possibile accordo è il ministro Calenda: “Vedo il serio rischio – scrive su Twitter – che Pd sia troppo antisistema per allearsi con M5s attuale”.

Dopo il Pd è stata la volta dei 5 Stelle. “E’ chiaro che un governo del centrodestra non è più un’ipotesi percorribile, gli unici che non l’hanno capito sono forse proprio loro ma dopo il fallimento del mandato di Casellati quell’ipotesi tramonta del tutto”, ha detto il capo del M5s Luigi Di Maio, al termine dell’incontro con Roberto Fico. “Sono passati circa 50 giorni in cui abbiamo provato in tutti modi e tutte le forme a firmare un contratto di governo per il cambiamento del Paese con Salvini e la Lega ma loro hanno deciso di condannarsi all’irrilevanza per rispetto dei loro alleati e del loro alleato invece di andare al governo nel rispetto degli italiani”. “Se fallisce questo percorso per noi si deve tornare al voto non sosterremo nessun altro governo, tecnico, di scopo o del presidente”, ha detto ancora Di Maio.

Ma se nessuno dovesse tornare sui propri passi, la formazione di un governo resta un rebus. D’altronde non è facile muoversi dopo che ci si è ingarbugliati nelle solenni promesse del “mai con”. Vale per la Lega, per i Cinquestelle, per Forza Italia e anche per il Pd.  Per questo c’è chi non esclude la carta di un governissimo con tutti dentro. Ipotesi che sarebbe gradita a Silvio Berlusconi, il quale, pur ribadendo di voler restare nella partita con qualsiasi formula, sarebbe pronto a una maggioranza con tutti dentro. Opzione che i grillini vogliono invece scongiurare. Difficile quini ipotizzare quali possano essere gli scenari e le mosse del Colle se il mandato di Fico dovesse concludersi con un nulla di fatto.

Ginevra Matiz

SECONDA CHANCE

Lower House Speaker Roberto Fico (C) leaves the Quirinal Palace after meeting Italian President Sergio Mattarella (not pictured) for the second round of formal political consultations following the general elections, in Rome, Italy, 13 April 2018. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Roberto Fico sarà il secondo “esploratore” nominato dal Quirinale per capire se esiste la possibilità di formare un governo. Dopo i rumors dei giorni scorsi, oggi arriva la conferma. A differenza della Casellati, però, Fico dovrà sondare gli umori del centrosinistra, in particolare del Pd. “Il presidente della Repubblica ha conferito al presidente della Camera Roberto Fico il compito di verificare un’intesa per una maggioranza parlamentare tra il Movimento Cinque Stelle il Pd per costituire il governo. Mattarella ha chiesto a Fico di verificare entro giovedì”, ha reso noto il segretario generale della presidenza della Repubblica dopo il colloquio al Colle tra Mattarella e il numero uno di Montecitorio.

Tre giorni, dunque. Poi le frecce all’arco del Capo dello Stato saranno finite. In caso di flop, l’unica possibilità immaginabile è un Governo del Presidente al quale tutti dovranno dare il proprio appoggio in attesa di nuove elezioni (non prima della primavera 2019).

Il Pd, dunque, chiamato ufficialmente in causa. Dopo una debacle che sembrava definitiva, ora al Nazareno potrebbero addirittura ritrovarsi al Governo. Ma a che prezzo? In termini di voti un eventuale appoggio ad un governo grillino potrebbe costare caro. La base dem non perdonerebbe facilmente. Magari meglio attendere il fallimento definitivo di Di Maio per poi entrare in campo su richiesta esplicita di Mattarella. La partita, comunque, è tutta da giocare. E il risultato non è scontato. “Si deve partire dai temi per l’interesse del paese – incalza Fico dopo aver ricevuto l’incarico – e dal programma per l’interesse del paese, ed è quello che cercherò di fare da subito”. Di Maio ha lo stesso identico problema del Pd: complicato spiegare ai suoi elettori un accordo con il partito di Renzi. In più il capo politico vede a rischio il suo posto da premier.

Sul fronte del centrodestra, invece, Salvini insiste sulla sua premiership. Pur di governare sembra ormai pronto a mollare Berlusconi. Ogni giorno che passa i due appaiono più lontani. Il momento giusto per ricordarlo sono le dichiarazioni post-elezioni in Molise. “Centrodestra e 5 Stelle comincino a governare già da questa settimana – rilancia il leader del Carroccio –. I risultati parlano chiaro. In Molise ha vinto il centrodestra nettamente, i 5 Stelle sono arrivati secondi. Smettano di dire io, io, io e mettiamoci a lavorare. Ma a guidare il governo siano i primi arrivati, ma non dico Salvini o morte. Si è parlato anche troppo, le imprese e le famiglie non possono aspettare. Noi siamo pronti, ci sediamo attorno ad un tavolo con gli altri e per cinque anni ricostruiamo questo Paese”.