La crisi del Pd e le scissioni a sinistra

Il renzismo è in crisi e con esso il modello di partito costruito dall’ex premier, segnato da un flebile segno programmatico, incentrato sulle idee di mercato, giovanilismo e di innovazione, e da un’accentuata visione oligarchica della politica. Un modello sconfitto pesantemente nel referendum costituzionale del 4 dicembre scorso e politicamente in crisi, al netto delle inchieste giudiziarie sul “cerchio magico” di Renzi.
Da questa situazione si sono originate le condizioni per la nascita di una nuova formazione politica, che si colloca a sinistra del Pd, i Democratici Progressisti, mentre in precedenza si era costituita Sinistra Italiana.
Qualche commentatore ha evocato una sorta di “maledizione” per la sinistra nel nostro Paese, quella delle scissioni del “Sol dell’Avvenire”.
Il 15 agosto 1882, quando a Genova nacque il Partito socialista con la sigla di Partito dei lavoratori italiani, che aveva in Andrea Costa il leader, non aderirono gli anarchici, che rifiutavano la via parlamentare e democratica per il movimento operaio a livello politico, mentre prendevano le distanze dal nuovo partito, per la sua ideologia marxista, le società operaie mazziniane e repubblicane. Poi, il 21 gennaio del 1921, la scissione di Livorno di Bordiga, Gramsci, Togliatti e Tasca dal Psi, con la nascita del Partito comunista d’Italia, che voleva importare la rivoluzione bolscevica avvenuta nel 1917 in Russia e il 4 ottobre del 1922, alla vigilia della Marcia su Roma di Mussolini, la nascita del Partito socialista unitario, di schietta tradizione riformista, di Turati, Matteotti, Treves, Modigliani e Buozzi, a cui si aggiunse nel 1924 il socialista liberale Carlo Rosselli, in contestazione al massimalismo del Psi del tempo.
E nel dopoguerra, l’11 gennaio 1947 a Palazzo Barberini a Roma, la nascita del Partito socialista dei lavoratori italiani guidato da Giuseppe Saragat (poi, nel 1952, Partito socialdemocratico a seguito della fusione avvenuta l’anno prima con il Psu di Giuseppe Romita), che in polemica con la scelta del Fronte Popolare del Psi di Pietro Nenni e Rodolfo Morandi e dell’alleanza con i comunisti e della scelta filo-sovietica, indica la via democratica e riformista nel campo occidentale.
I due tronconi socialisti si riunificano nel 1966 (per poi dividersi tre anni dopo), ma nel 1964 era avvenuta una nuova scissione, questa volta “a sinistra” del Psi, con la costituzione del Psiup, i socialproletari di Vecchietti e Basso legati al comunismo sovietico. Anche nel campo comunista si deve ricordare una scissione, anzi, secondo il centralismo democratico sul modello del Pcus, l’espulsione del gruppo del Manifesto, “reo” di frazionismo ed “eresia” rispetto al dogma ideologico marxista-leninista, oltre alla nascita, soprattutto dopo il ’68, di una miriade di gruppi legati a varie correnti ideologiche, dal trotzkismo al maoismo all’autonomia operaia: Lotta Continua, Servire il Popolo, Potere Operaio, Pdup, Dp alcune delle sigle.
Si arriva al crollo del Muro di Berlino e il Pci, guidato da Occhetto, con il sostegno di D’Alema e Veltroni, opera la “svolta” della Bolognina il 12 novembre 1989. E così il 3 febbraio del 1991 nasce il Pds, da cui si stacca Rifondazione comunista nello stesso anno e da quest’ultima, nel 1998, il Partito dei comunisti italiani guidato da Cossutta, da sempre sostenitore della linea “sovietista” e storico antagonista del revisionismo di Berlinguer e del compromesso storico.
Tutte queste rotture (ma molte altre sono avvenute, per tacere della diaspora socialista dopo la fine della leadership di Craxi) nel campo della sinistra italiana hanno avuto sempre un aspetto: la contrapposizione ideologica e programmatica, si potrebbe dire la dialettica quasi irriducibile tra diverse concezioni della politica e della società nel divenire storico. Una tensione che, invero, ai nostri giorni appare molto affievolita.
Purtroppo, dal congresso “straordinario” del Psi, non è venuta alcuna risposta ai problemi della sinistra nel nostro Paese e sul tema del ruolo dei socialisti in Italia, con una sorta di miracolistica attesa delle “decisioni di Renzi” novello Godot, nonostante da più parti sia avvertita l’esigenza che anche da noi si costituisca, finalmente, una forza realmente omologa alle socialdemocrazie europee, senza quelle derive centriste e “blairiste” che in Europa hanno prodotto la sconfitta del Pasok in Grecia e dei laburisti in Olanda o l’emarginazione dei socialisti in Spagna.
Ma la “questione-socialista” (e non delle sorti personali dei singoli socialisti!) rimane fondamentale per l’avvenire della sinistra italiana.

Maurizio Ballistreri

Caccia al regista
della scissione Pd

Intervista Bettini-PdLa scissione del Pd fa male, è una ferita sanguinante. Il Pd, amputato di una parte della sinistra interna, va giù nei sondaggi e il M5S decolla come primo partito italiano. Improvvisamente salta ogni argine e lo scontro da controllato diventa infuocato e fratricida, condito da accuse pesantissime e da insulti.

Si parla di omicidio del Pd e del regista del delitto. Scatta il rimpallo delle accuse. Con toni da film giallo parte la caccia alla mente della rottura, al regista. Matteo Renzi, ritornato dal viaggio nella California delle nuove tecnologie, indica l’artefice della scissione nell’ex segretario del Pds-Ds: «Abbiamo avuto l’impressione che fosse un disegno già scritto. Scritto, ideato e prodotto da Massimo D’Alema». Il segretario dimissionario del Pd, in corsa per essere confermato dal congresso alla guida del partito, mette nel mirino soprattutto l’uomo definito un tempo il Lider Maximo: «A D’Alema dico, non scappare, vieni, candidati, corri e vediamo chi ha più consensi e più voti».

D’Alema non viene lasciato solo dalla minoranza che, dopo il divorzio, ha dato vita al Movimento dei Democratici e Progressisti. Pier Luigi Bersani, uscito dal Pd assieme D’Alema, Roberto Speranza, Enrico Rossi, Vasco Errani e a un consistente gruppo di parlamentari, scende in campo per soccorrerlo. Ironizza sulla teoria del grande manovratore che veste i panni di D’Alema e rinvia l’imputazione al Rottamatore: «Renzi adesso ricerca il regista, ma non sia così umile: il regista è lui, ha fatto tutto lui, la disgregazione di questo partito ha un regista, e questo regista si chiama Renzi». L’ex segretario dei democratici spiega il perché della divisione: «Dopo averle provate tutte siamo usciti dal Pd. Perché, con Renzi, stiamo andando contro il muro, prima paese, poi partito, poi i destini individuali».

Tuttavia la caccia al regista della scissione era cominciata già da qualche tempo, già prima della frattura. D’Alema una settimana fa respingeva con toni accesi ogni accusa che arrivava dalla maggioranza renziana del partito: «È imbecille chi dice che sia io il regista della scissione del Partito democratico». Adesso attacca l’ex presidente del Consiglio e segretario dimissionario del Pd come un avversario da sconfiggere: «Per creare una grande forza di centrosinistra deve essere ridimensionato il ruolo del ‘rottamatore’, che ha rotto tutto, ha distrutto il Pd e lo ha svuotato di contenuti democratici, ne ha svilito ispirazione, ideale e politica».

Lo scambio di accuse è feroce, ma la rissa non si spiega solo con la veemenza tra ex compagni di partito che hanno scelto strade diverse, dopo un lungo ed infuocato scontro durato tre anni. I motivi sono tanti. In primo luogo c’è l’esigenza di non apparire i responsabili della divisione. Un’antica tradizione della sinistra di matrice marxista condanna senza appello una scissione perché rompe l’unità del partito, e un partito indebolito è subalterno della destra e delle forze anti operaie.

Ma lo scontro frontale si spiega anche su chi è la vera sinistra. C’è una visione differente della identità politica e delle scelte politiche: la minoranza ha ritenuto lesi i diritti dei lavoratori dal governo Renzi e chiede “una svolta radicale” verso sinistra in nome dell’uguaglianza, l’ex presidente del Consiglio e segretario dimissionario ha puntato le sue carte sulla modernizzazione della società come strumento per rendere vincente la sinistra e difendere proprio i lavoratori.

Non solo. A giugno si voterà in alcune importanti città italiane per eleggere i nuovi sindaci e ognuno, preparando la campagna elettorale, cerca di marcare il proprio territorio e di conquistare i voti dei tanti sostenitori sfiduciati di centrosinistra. Democratici e Progressisti, grazie anche all’adesione di una parte dei parlamentari di Sel guidati da Arturo Scotto, ha dato vita a dei forti gruppi alla Camera (37 deputati) e a Palazzo Madama (14 senatori).

Lo scontro era arrivato al punto di rottura già con il referendum dello scorso 4 dicembre sulla riforma costituzionale del governo: Renzi votò sì; la minoranza votò no, in rotta di collisione con il suo premier-segretario, assieme a tutte le opposizioni. Il giovane “rottamatore” fu “rottamato” da una sonora sconfitta. Di qui prima le dimissioni da presidente del Consiglio e poi da segretario del Pd con il l’obiettivo di “ripartire” nella sfida per tornare alla guida del partito. Non sarà facile. È una partita difficile per lui e per le tante frammentate forze di sinistra.

Rodolfo Ruocco

Il Pd verso le primarie sotto il fantasma di D’Alema

dalema-e-renziNel Partito democratico “finalmente si discuta di cosa serve all’Italia, e non più di quanto è antipatico Tizio o Caio, è fondamentale rilanciare sui contenuti, sulle idee, sulle proposte. Sulla sanità, la cultura, le tasse, l’innovazione, il capitale umano”. Lo scrive Matteo Renzi nella sua Enews, ricordando che domani “sarà l’ultimo giorno per iscriversi al Pd per chi vorrà: si potrà così partecipare alla fase del confronto tra gli iscritti, circolo per circolo”. La campagna elettorale per le primarie del Pd è appena iniziata. I candidati, all’indomani della scissione, sono in campo, conseguenza ultima della frattura interna al Pd che in questi anni è divenuta così forte fino a diventare insanabile.

“D’Alema ha delle  responsabilità, indubbiamente, ricondurre tutto e soltanto a un piano di D’Alema mi sembra francamente riduttivo”. Ha detto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, appena  arrivato a Fabbrico nel Reggiano per partecipare al 72esimo anniversario della battaglia partigiana che vide coinvolta la  cittadina. Orlando è tra i candidati alla segreteria e commentando le dichiarazioni fatte ieri sera in tv  da D’Alema riguardo alla responsabilità della scissione avvenuta all’interno del Partito democratico ha detto che “c’e’ un malessere che non è soltanto quello di persone e gruppi dirigenti che se ne vanno, è anche quello delle tante persone che sono rimaste a casa in questi anni e che hanno perduto la speranza nel Pd. La mia candidatura – ha spiegato ancora Orlando riferendosi al congresso – è in campo anche per questo, perché questa speranza non vada delusa”.

In un clima da separati in casa Orlando ha aggiunto che “il dialogo tra sordi genera dei compartimenti stagni e dentro il Pd ce ne sono troppi”. Per Orlando, il tema però “non è sempre tanto quello di sfidare, di sfidarsi, è anche quello ogni tanto di capirsi, perché un partito funziona anche così. L’idea che tutto possa ridursi ad una costante conta – ha detto ancora – è un po’ la causa delle difficoltà nelle quali ci troviamo”.

Da parte sua l’altro candidato, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano afferma che “i politici italiani, anche del Pd, pensano solo al proprio futuro e non a quello delle comunità e del Paese”. “Bisogna passare dall’io, che ha caratterizzato la politica italiana ed in particolare il Pd nell’ultimo periodo, al noi” ha concluso glissando le domande su D’Alema. Comunque, D’Alema, la sua voce continua a farla sentire e il suo bersaglio è sempre lo stesso: “Per creare una grande forza di centrosinistra deve essere ridimensionato il ruolo del rottamatore, che ha rotto tutto, ha distrutto il Pd e lo ha svuotato di contenuti democratici, ne ha svilito ispirazione ideale e politica”.

Pd, primarie fissate per il 30 aprile

Andrea OrlandoCon il voto della direzione del Pd sono state ratificate le proposte della commissione congressuale. Le primarie del Partito Democratico si terranno dunque il 30 aprile. Lo statuto del Pd prevede che, nel caso in cui nessuno dei candidati dovesse ottenere il 50% più uno dei voti, si deve procedere con il ballottaggio dei due candidati più votati dall’Assemblea, Hanno votato sì in 104, 3 i voti contrari e 2 gli astenuti.

Per la presentazione delle candidature a segretario nazionale c’è tempo fino alle ore 18 del prossimo 6 marzo. Le riunioni dei circoli si svolgeranno dal 20 marzo al 2 aprile, mentre le convenzioni principali si terranno il 5 aprile e la convenzione nazionale il 9 aprile. Le primarie nazionali si svolgeranno il 30 aprile, dalle ore 8 alle ore 20. Alle primarie potranno partecipare quanti si dichiareranno, all’atto della partecipazione alle primarie, elettori del Pd e potranno esercitare il diritto di voto versando 2 euro. Le liste per le primarie andranno presentate entro il 10 aprile. A ogni candidatura potranno essere presentate una o più liste collegate. “Siamo partiti dal regolamento utilizzato nel congresso del 2013. Abbiamo tenuto quella struttura  intervenendo su cose specifiche. Abbiamo ritenuto di fissare  una data certa sull’elettorato attivo. Abbiamo stabilito che la platea congressuale di riferimento fosse quella definita dal tesseramento 2016, prorogata al 28 febbraio, dando così un  elemento di trasparenza”, ha sottolineato Guerini.

Cuperlo, errore primarie il 30 aprile
Gianni Cuperlo critica la proposta della commissione congressuale di tenere le primarie per la scelta del segretario il 30 di aprile. “E’ stato commesso un errore rispetto allo sforzo collettivo che avrebbe dovuto fare un gruppo dirigente. Esprimo qui la mia convinzione e il mio voto conseguente”, ha detto in direzione Cuperlo che ha ricordato la proposta, avanzata all’ultima assemblea, “che  prevedeva una tempistica diversa”.

Orlando, mi candido per unire, non per la sinistra
“Io mi candido a costruire un Pd in cui nessuno abbia le ragioni per andarsene: non voglio essere il candidato della sinistra del Pd ma il candidato che tiene insieme anime diverse che abbiamo fatte sposare dieci anni fa”. Cosi’ Andrea Orlando. “Non vorrei che le separazioni in atto diventino divorzi e che ci siano nuovi divorzi – ha aggiunto il ministro della Giustizia, in corsa per la segreteria del Pd -: dobbiamo costruire un Pd meno rissoso e più inclusivo e non l’ok corral. E’ più  affascinante unire che cavalcare le divisioni che è più facile ma poi si vedono le conseguenze il giorno dopo”.

Fassino, 30 aprile chiude ipotesi di elezioni a giugno
La scelta di fare le primarie del Pd il 30 aprile “risolve un problema non banale: si chiude così  definitivamente il dibattito sul voto politico a Giugno, perché le procedure per attivare un percorso elettorale sono minimo di 45 giorni, e non posso pensare ad una crisi politica durante il congresso”. Lo ha detto Piero Fassino nel corso della Direzione del Partito Democratico. “E’ un elemento di rasserenamento della situazione politica e del dibattito interno – ha sottolineato l’ex sindaco di Torino – Il Pd sostiene il governo in tutti i passaggi del suo mandato. E’ necessario avere un governo molto forte, altrimenti rischiamo  di trovarci con qualche problema”, ha concluso Fassino

Governo e Pd. Gentiloni naviga a vista

gentiloni-uscitaPaolo Gentiloni parla poco, anzi pochissimo. La riservatezza è un tratto peculiare del suo carattere, ma c’è anche un’esigenza politica. Il presidente del Consiglio, da quando a dicembre ha sostituito Matteo Renzi a Palazzo Chigi, guida un governo di transizione che deve evitare sempre nuovi scogli pericolosi. È una navigazione sempre più difficile, a vista.
L’ultimo scoglio, solo in ordine di tempo, è la scissione del Pd. Roberto Speranza, Enrico Rossi, Pier Luigi Bersani, Vasco Errani, Guglielmo Epifani, Massimo D’Alema, hanno lasciato il partito dopo un lungo travaglio, aprendo la strada alla nascita dei gruppi parlamentari della “nuova formazione politica” di sinistra.
Il colpo è duro. Il Pd perderà una ventina di deputati e quasi quindici senatori, così calerà la maggioranza sulla quale può contare Gentiloni in Parlamento. Cresce il rischio di naufragio del governo. I fuoriusciti al Senato (nel quale l’esecutivo conta su una maggioranza risicata) sembrano orientati a votare anche la fiducia al governo, cosa che non farebbero alla Camera (nella quale il ministero ha un ampio margine). Tuttavia per Gentiloni aumentano i motivi per non dormire sonni tranquilli.
Il presidente del Consiglio a dicembre, nella conferenza stampa di fine anno, ha confermato l’intenzione di muoversi con cautela: «Il governo c’è finché c’è la fiducia della sua maggioranza». Ora però la maggioranza si è ridotta, è mutata sia dal punto di vista numerico sia dal punto di vista dell’identità e delle scelte politiche. Speranza e Bersani hanno già anticipato che chiederanno al governo delle “correzioni di rotta” per affrontare “il disagio sociale” e per tutelare giovani, lavoratori, pensionati e Sud colpiti dalla crisi economica.
È voluminoso il fascicolo dei problemi aperti per il presidente del Consiglio. Sul fronte politico la Lega Nord e il M5S, dall’opposizione, chiedono immediate elezioni politiche anticipate mentre il Pd sta preparando un suo turbolento congresso (Michele Emiliano ed Andrea Orlando sfideranno Renzi per la segreteria). Sul fronte economico ci sono da affrontare tanti temi delicati: l’anemica crescita, la debolezza finanziaria delle banche per i crediti deteriorati, le pressanti richieste della commissione europea di una manovra economica correttiva per ridurre il deficit pubblico. Infine c’è la questione esplosiva ed eterna della riforma elettorale, dopo la bocciatura di parte dell’Italicum ad opera della Corte costituzionale.
L’economia rischia di essere il tema più insidioso. La Ue ha chiesto una manovra aggiuntiva di 3,4 miliardi di euro, lo 0,2% del reddito nazionale, altrimenti scatteranno pericolose sanzioni per l’Italia. Si è parlato di taglio delle spese, di recupero dell’evasione fiscale, dell’aumento delle imposte indirette sulla benzina e sulle sigarette. L’estenuante trattativa tra Roma e Bruxelles per raggiungere un’intesa ancora è in corso. Gentiloni si è limitato a dire: «Faremo la correzione di conti senza manovrine depressive».
Il governo, dopo il colpo della scissione del Pd, cerca di tenere la rotta. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al “decreto correttivo” al codice degli appalti per assicurare trasparenza e rapidità delle procedure e ha approvato cinque decreti attuativi della riforma Madia della pubblica amministrazione. Gentiloni ha difeso l’esecutivo respingendo le critiche: «Al di là delle discussioni sulla velocità delle riforme, il governo prosegue nel suo cammino. Lo ha fatto con decisioni molto rilevanti, dalla tutela del risparmio alla sicurezza urbana fino all’immigrazione».
Il presidente del Consiglio deve fare i conti soprattutto con Renzi, suo amico, suo sponsor per Palazzo Chigi. L’ex presidente del Consiglio in corsa per riconquistare la segreteria del Pd non vuole sentire parlare di nuove tasse, anche perché a giugno si voterà per rinnovare i sindaci di alcune importanti città: «I 3,4 miliardi si recuperano non aumentando le accise, ma con un disegno che permetta all’Italia nei prossimi mesi di continuare a sostenere la crescita».
Non solo. Renzi preferirebbe aprire le urne per le politiche il prima possibile, senza aspettare la fine della legislatura tra un anno. Al ‘Corriere della Sera’ l’ha messa così: «Il punto è se votare a giugno o a febbraio del 2018…Si vuole andare avanti? Siamo pronti, se si riterrà che serva».
Rischia di prodursi una incredibilmente anomala politica: Renzi assieme a M5S e Lega Nord per le elezioni anticipate; scissionisti del Pd, Sinistra Italiana, Forza Italia, centristi della maggioranza favorevoli alle urne nel 2018. Instabilità politica e crisi economica possono costituire due scogli invalicabili per l’ex sindaco di Firenze.

Rodolfo Ruocco

Verso (centro) sinistra e oltre. Il riposizionamento

Andrea OrlandoIn principio erano tre leader scissionisti, poi divenuti due, come due erano – fino a ieri – i candidati in corsa per la Segreteria, che da oggi diventano tre.
Dietro questi incidenti algebrici si cela, con ogni probabilità, il futuro del Partito Democratico e di una buona parte della sinistra italiana. Lo zoccolo duro della agguerrita minoranza “tricefala”, compattatasi nelle ultime settimane attorno alle figure di Enrico Rossi, Roberto Speranza e Michele Emiliano, è stato ridimensionato dal colpo di coda a sorpresa del governatore della regione Puglia. I tre, riuniti sotto l’egida di un perentorio “no” ad un Renzi-bis, sembravano aver trovato un’intesa nell’esigenza di riformare il partito a partire da un Congresso da tenersi nei mesi estivi, così da dare modo a tutti, nelle loro parole, di presentare idee, discutere approfonditamente e sfidarsi su un terreno equo. Ma, quando in seguito all’Assemblea del 19 febbraio, Emiliano ha annunciato in Direzione di non essere più intenzionato a lasciare il PD e, anzi, di voler sfidare il dimissionario Matteo Renzi per il ruolo di Segretario, lo scenario è mutato e il quadro è stato ridisegnato.
Al versante interno della competizione si è aggiunto, nelle ultime ore, il ministro della Giustizia (già nel governo Renzi ed ora nel governo Gentiloni), Andrea Orlando. Il guardasigilli, che già negli ultimi tempi aveva cominciato a esprimere, in maniera neppur troppo sommessa, le proprie perplessità verso l’operato degli ultimi esecutivi, specialmente dopo il flop della campagna referendaria, ha ufficializzato la sua candidatura davanti ai giornalisti e agli iscritti del Circolo PD Marconi, nella zona sud di Roma. “Non mi rassegno all’idea di non dare una risposta a quel segnale venuto dal voto del 4 dicembre” ha affermato Orlando, aggiungendo: “Non ci sarà la conferenza programmatica a precedere il Congresso? Allora la farò da me”, alludendo a un grande evento di partecipazione popolare, che avrà luogo nell’arco temporale che precederà le primarie Dem (la cui data è ancora da stabilire fra aprile e maggio) e che si svolgerà a Napoli “in quel Mezzogiorno dove più che altrove ha lasciato il segno questa crisi sociale”. Soggetto chiave, nelle parole di Orlando – che sembra aver già riunito attorno a sé il sostegno di importanti esponenti del PD fra cui Cuperlo, Damiano e Zingaretti – è il popolo; il “ritorno all’ascolto del popolo” come unico “antidoto contro i populisti”.
E di popolo aveva già parlato anche l’ex-premier Matteo Renzi, fisicamente estraniatosi dall’agone politico di queste ore e in viaggio “di studio” nel sud degli Stati Uniti, dichiarando come “su questi temi (popoli e populismi, nda) dovrebbe confrontarsi una forza che vuole ambire a cambiare l’Italia e l’Europa, non certo sulla data di un congresso o sulla simpatia del leader di turno”, quasi anticipando la risposta al suo nuovo competitor interno e, al tempo stesso, lanciando una stoccata ai detrattori scissionisti.
La reazione alla candidatura di Orlando passa anche per le parole di Emiliano, che ha commentato a caldo “Orlando è una brava persona, un uomo competente. Ha un solo difetto: ha fatto parte del governo Renzi fino ad oggi, e dunque, come sfidante di Renzi, devo capire ancora esattamente a quale obiettivo stia mirando”, aggiungendo tuttavia che “se fosse rimasto con Renzi sarebbe stato molto peggio […] Essere in due piuttosto che da soli, secondo me, è meglio”.
A sinistra del centro-sinistra, intanto, i fronti si ricompattano e le strategie cominciano a delinearsi con sempre maggior nitidezza. Nel fine settimana – o al più tardi entro fine mese – i fuoriusciti al seguito di Rossi e Speranza, fra cui i filobersaniani, presenteranno i nuovi gruppi parlamentari (si parla di 37 uomini a Montecitorio e una quindicina di senatori – “adesioni oltre le aspettative”, ha dichiarato con soddisfazione il deputato Nico Stumpo), di cui, con molta probabilità, faranno parte anche gli ex di Sinistra Italiana, in attesa di capire quale potrà essere e sarà la reale portata di questo nuovo soggetto politico.

Andrea De Luca

Pd, si è rotto il patto di via Barberini

barberiniVia Barberini, scissione, atto uno. Il 15 febbraio Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza, in un incontro riservato in via Barberini 36, gli uffici romani della regione Puglia,  innescano il processo della scissione del Pd. Il presidente della regione Puglia, il governatore della Toscana e l’ex capogruppo del Pd alla Camera pongono le basi dell’addio al Pd renziano. È il cosiddetto patto di via Barberini.

Le accuse a Matteo Renzi sono quelle ufficializzate tre giorni dopo, il 18 febbraio, nell’assemblea delle sinistre democratiche al Teatro Vittoria: la gestione leaderistica del partito; il congresso “cotto e mangiato” senza i tempi per discutere; lo spostamento delle scelte sociali ed economiche su posizioni neo centriste, dimenticando le radici di sinistra, la difesa dei lavoratori.

I “tre tenori”, come sono battezzati da un deputato della sinistra del partito, tutti e tre già in procinto di candidarsi al congresso per la segreteria in contrapposizione a Renzi, chiedono un radicale cambio di rotta al Teatro Vittoria (sul palco loro tre mentre in platea, in posizione più defilata, i veterani Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema). Il presidente della regione Puglia accusa il segretario del Pd  di “arroganza”, il governatore della regione Toscana gli rimprovera di essere espressione dell’“establishment”. L’ex capogruppo alla Camera, invece, attacca Renzi per il disegno di un congresso-plebiscito di rivincita «del capo arrabbiato che ha perso il plebiscito vero», quello del referendum costituzionale.

La replica delle accuse a Renzi c’è il 19 febbraio, il giorno dell’infuocata assemblea nazionale del Pd tenuta all’Hotel Parco dei Principi, davanti al parco di villa Borghese. I dissidenti della minoranza lasciano poco spazio ad una ricomposizione dello scontro: dal segretario arriva “un muro”: no alla trasformazione del Pd “nel PdR”, il Partito di Renzi; è possibile la nascita di “una nuova forza”.  Emiliano, però, oscilla. Alterna parole di rottura ad aperture di riconciliazione: «Non cerchiamo un capo» e «siamo a un passo dall’evitare la scissione».

Renzi si dimette da segretario e dà il via alla svolgimento del congresso su linea di contrattacco: la sinistra deve fare i conti con la realtà, no alla scissione, congresso in primavera, dialogo con le minoranza ma “niente ricatti”. Le mediazioni per evitare la spaccatura del partito tentate dai ministri Franceschini, Delrio e Orlando sembrano naufragare. Così anche gli sforzi unitari dell’ex segretario Ds Piero Fassino: «Resrate. Possiamo superare i contrasti. Le scissioni si fanno solo quando si hanno visioni diverse del mondo! ».

Via Barberini atto secondo. I tre alfieri della minoranza, insoddisfatti, si rivedono sempre il 19 febbraio negli uffici romani della regione Puglia per tirare il bilancio dell’assemblea nazionale del Pd. Emiliano, Rossi e Speranza formalizzano la levata di scudi in un bellicoso comunicato stampa comune.  Addossano il peso della rottura al segretario dimissionario: «È ormai chiaro che è Renzi ad andarsene, ad aver scelto la strada della scissione assumendo così una responsabilità gravissima». Tuttavia, dietro la durezza della nota stampa comune sembrano emergere delle divergenze. La scissione è sospesa.

Si susseguono colloqui e contatti tra renziani e minoranze e all’interno di quest’ultime. Si infittiscono le indiscrezioni sull’intenzione di Emiliano di non rompere, di restare nel Pd e di candidarsi alla segreteria in opposizione a Renzi. Lo “sceriffo”, come si è definito più volte il governatore pugliese, sembrerebbe contrario a una “cosa rossa”, una nuova formazione politica di sinistra radicale. L’incertezza è forte.

Via Barberini atto terzo. Si parla di una nuova riunione tra Emiliano, Rossi e Speranza negli uffici romani della regione Puglia. Sono frenetici gli incontri e i contatti informali. Alla fine arriva la notizia: l’ex pubblico ministero rimane del Pd e si candida alla segreteria. Parla alla direzione del Pd del 21 febbraio polemizzando duramente con Renzi: «Questa è la mia casa, nessuno mi può cacciare. Mi candido alla segreteria del Pd nonostante  l’intenzione evidente del segretario uscente di vincere  il congresso in ogni modo e con ogni mezzo…Renzi vuole il conflitto per il conflitto». Ricorda la battaglia comune con Rossi e Speranza: «Enrico e Roberto sono due persone perbene, di grande spessore umano che sono state offese e bastonate dal cocciuto rifiuto di ogni mediazione. Renzi è il più soddisfatto per ogni possibile scissione».

Speranza e Rossi, invece, non vanno alla riunione. È rotto il patto di via Barberini. Una parte della sinistra, disertando la direzione convocata nelle sede di Sant’Andrea delle Fratte, di fatto fa scattare la scissione.

Manca solo la formalizzazione dell’addio.Venerdì prossimo potrebbero nascere i gruppi parlamentari dei dissidenti al Senato e alla Camera. Ai primi di marzo potrebbe nascere il “nuovo soggetto politico” degli scissionisti. Ma c’è chi non si rassegna e spera ancora di evitare la scissione. In testa c’è Romano Prodi. L’inventore dell’Ulivo e del Partito democratico fa decine di telefonate per scongiurare la frattura: E’ “angosciato” perché «nella patologia umana c’è anche il suicidio».

Le conseguenze politiche del divorzio dei ribelli di sinistra da Renzi saranno a pioggia. Probabilmente la spaccatura del Pd farà traballare il governo Gentiloni, accentuerà la frammentazione del centrodestra allontanando Berlusconi da Salvini e incoronerà il M5S di Grillo primo partito italiano. Questi, però, sono i capitoli di un libro ancora tutto da scrivere. Gli imprevisti sono sempre in agguato.

Rodolfo Ruocco

Pd. Guerra fredda e “Cosa Rossa”, 48 ore per decidere

pd scissione“È come quei film intellettualoidi che uno esce dal cinema senza aver capito come è andata a finire”. È questo il commento di Chicco Mentana e che meglio riesce a rappresentare i ‘giochi’ e gli scontri in casa Pd di questa domenica. Dopo quasi sette ore di dibattito, nessun fatto certo, e Michele Emiliano ha riaperto la partita, mettendo sul piatto la proposta di un accordo che, a suo dire, sarebbe vicino. Tuttavia però lo scontro si è riaperto sulla carne viva di una scissione, anche se restano ancora 48 ore per decidere. Intanto la politica infetta l’economia. Standard and Poor’s scrive nel rapporto sull’Italia “A stronger eurozone economy, despite higher volatility on bond markets”. Insomma: “L’economia italiana sembra alle prese con una debolezza strutturale di crescita e inflazione che permette al partito populista del ‘Movimento 5 Stelle’ di sostenere che lasciare l’euro possa risolvere i problemi dell’economia del Paese”. L’Italia è invischiata in uno stallo politico, in una situazione che potrebbe trasformare il 2017 in un anno perso per quanto riguarda le riforme, di cui il Paese ha bisogno.
Nel frattempo si scaldano i motori della nuova “Cosa Rossa”, la linea e l’eventuale nuovo Partito della minoranza e degli scissionisti, dove ci sono nomi di peso, fra cui due governatori in carica come Michele Emiliano ed Enrico Rossi, due ex segretari nazionali come Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani, un ex segretario della Cgil (lo stesso Epifani), un ex primo ministro (Massimo D’Alema) e un ex capogruppo alla Camera, Roberto Speranza. In tutto 60 parlamentari con un bacino di preferenze concentrato soprattutto al Sud che secondo il presidente del coordinamento del no al referendum di dicembre, Guido Calvi, prenderebbe molti di 6 milioni di voti per il no arrivati dal Pd.
Oltre che dai fuoriusciti del Pd, il nuovo gruppo sarebbe formato anche da alcuni parlamentari dell’ex Sel, ora diventata Sinistra Italiana (Si), e conterebbe una cinquantina di deputati e 15-20 senatori.
Neppure Renzi intende “staccare la spina” al governo approfittando della scissione, ha detto una fonte dell’esecutivo, ma ha avvertito che il pericolo potrebbe venire, nei prossimi mesi, dall’Ncd del ministro degli Esteri Angelino Alfano, nel caso in cui il centrodestra si ricompattasse attorno a Silvio Berlusconi, che sta cercando di costruire una nuova alleanza anche con Lega ed ex An.
ma il fronte degli scissionisti ha avvertito che appoggerebbe comunque Gentiloni e in una nota unitaria Emiliano, Rossi e Speranza attaccano l’ormai ex segretario: “Anche oggi nei nostri interventi in assemblea c’è stato un ennesimo generoso tentativo unitario. È purtroppo caduto nel nulla. Abbiamo atteso invano un’assunzione delle questioni politiche che erano state poste, non solo da noi, ma anche in altri interventi di esponenti della maggioranza del partito. La replica finale non è neanche stata fatta. È ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima”. Il vice segretario Lorenzo Guerini si dice “esterrefatto e amareggiato” perché “chiunque abbia seguito il dibattito della assemblea nazionale si è potuto rendere conto che esso andava in tutt’altra direzione, intervento dopo intervento. Segno che questa presa di posizione, del tutto ingiustificata alla luce del confronto odierno nel Pd, era evidentemente una decisione già presa”. Toni che allontanano una volta di più le parti, ma che ancora non segnano la parola fine al tentativo di tenere unito il partito. Da parte della maggioranza, spiega una fonte renziana, c’è ancora “disponibilità piena a fare la conferenza programmatica, mentre sui tempi siamo distanti”. “Il congresso si concluderà prima delle amministrative”, ribadisce la vice segretaria Debora Serracchiani. “Renzi può arrivare al massimo a fare le primarie il 7 maggio, più in là non si può andare”, spiega un parlamentare renziano. Bisogna vedere se per il candidato-governatore sarà sufficiente. “Martedì daremo vita alla commissione congresso, in direzione, – conclude un renziano – e vedremo chi accetta di entrare e chi no”.
Intanto Renzi non demorde e ha detto che intende ricandidarsi e i sondaggi della scorsa settimana tra gli elettori Pd lo danno nettamente in testa. Sempre l’ex presidente del Consiglio riferendosi all’assemblea commenta: “È andata benissimo. Ora il congresso entro maggio e il voto a settembre”. C’è già anche una data per le primarie: 7 maggio. La rotta è segnata, ma restano altre due tappe per non far naufragare il Partito. Un primo appuntamento per capire se la scissione passerà dagli annunci ai fatti, è già domani, quando nel pomeriggio si riunisce la direzione del Pd, per nominare la commissione che dovrà fissare regole e data del congresso e delle primarie per l’elezione del nuovo segretario. I tre principali sfidanti di Renzi, l’ex capogruppo alla Camera Roberto Speranza, il presidente della Puglia Michele Emiliano e Rossi non hanno ancora deciso se parteciperanno alla riunione della direzione, né se entreranno nella commissione che dovrà fissare il congresso. “Se non succede qualcosa di clamoroso entro 48 ore, siamo fuori”, dice una fonte vicina all’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani.

Ultimo tentativo per cercare di ricucire i rapporti è quello del Guardasigilli, Andrea Orlando, che domani inaugura il blog “Lo stato presente”, intervenendo ad Agorà su RaiTre, lancia un appello: “Non mi pare serva mettere altri candidati alla segreteria in lizza. La questione non è che non hanno un candidato. Ne hanno anche troppi. Se la mia candidatura impedisse la scissione, sarei già candidato. Non ho capito quale sia il problema in questo passaggio…”.

“Noi – ha aggiunto – abbiamo troppo concentrato la nostra attenzione sulle persone. Se le forze politiche stanno insieme solo su un leader e non su un programma alla prima curva rischiano di ribaltarsi. Dobbiamo dire prima di tutto come riposizioniamo il Pd dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre”.

Nel PD un dialogo tra sordi
ed i possibili rimedi

Dopo la direzione nazionale bisogna prendere atto che il PD potrà uscire fuori dal guado se indicherà la direzione di marcia e le condizioni essenziali perché sia perseguita in unità d’intenti. Viene legittimo il dubbio che con i suoi ultimatum a ripetizione la sinistra dem abbia l’intento di provocare la scissione a destra per scaricarne la responsabilità su Renzi ed accreditarsi come l’erede di quanto rimane del PD. E’ bene chiarire che è legittima aspirazione di ogni partito diventare forza maggioritaria per la sua proposta, altra cosa prefiggersi di raggiungere l’obbiettivo a colpi di sbarramenti, tipo l’8% di marca veltroniana che accelerò la caduta del governo Prodi a destra come a sinistra della composita coalizione prefigurando il taglio dei rami minori e, così facendo, decretando la fine del tronco.

Nonostante la bocciatura la vocazione maggioritaria è rispuntata anche con Renzi che avrebbe dovuto prenfere atto di un’altra lezione esemplare come l’implosione della maggioranza bulgara di Berlusconi. Ho riepilogato la storia di una direzione di marcia sbagliata per dire che la strada maestra di veri maestri come De Gasperi è quella delle coalizioni più ampie ed omogenee possibili cementate da una strategia condivisa per un obiettivo comune, che oggi prioritario e discriminante per le alleanze è restare in Europa per cambiarla dal di dentro. Questo criterio della inclusività per orientare ed aggregare altre forze esterne deve essere perseguita in primo luogo all’interno della forza politica che aspira alla guida del processo aggregativo. La prima doverosa mossa di Renzi è quella di liberare il partito dalla sensazione-tentazione di voler egemonizzare la rappresentanza, ma questo non può avvenire a trattativa privata con chi sta con un piede dentro ed uno fuori dal partito minacciando scissioni come un lassativo. Sarebbe l’inizio della disgregazione mentre la strada maestra ispirata dall’esperienza dell’Ulivo è quella di un partito aperto all’apporto della base anche fuori dal perimetro del partito estendendo le primarie a tutte le candidature specie se comprendono figure come i capolista sottratti al voto popolare, promuovendo primarie generali dei candidati in ogni collegio con il primo eletto indicato a capolista, evitando un duplicato del capolista in seconda battuta, assicurando così la pluralità degli apporti assolutamente vitale per chi si prefigge di superare la soglia del 40%.

In poche parole si tiene unito un partito facendosi carico per ogni componente del principio del “Primum vivere deinde philosophari”. Giusta la preoccupazione di chi ritiene che si moltiplicherebbe con il premio alla coalizione la frantumazione ed il ricatto delle forze minori ma il premio al partito di maggior consistenza può anche essere perseguito, incentivando l’unità di forze omogenee, escludendo dal riparto del premio le forze che non abbiano raggiunto un minimo di consenso popolare. Così come, per le candidature multiple, si evita l’arbitrarietà della scelta da parte delle oligarchie di partito risultando il candidato eletto laddove ha conseguito la percentuale maggiore. Mi fermo a queste prime indicazioni rispettose, dentro e fuori del partito, della pluralità degli apporti dentro possibili maggioranze e fuori a tutela delle minoranze prevedendo sin da ora, per favorire gli accorpamenti, che per le liste singole e non coalizzate la soglia minima sia fissata al 5% secondo il modello tedesco.

Pd, Ancora rancori… a un passo dalla scissione

pdNon si allenta la tensione in Casa Dem. Dopo l’incontro (e lo scontro) in Direzione Nazionale, ora la minoranza riparte alla carica e torna a paventarsi il rischio di una scissione. “L’odore di scissione si sente, ma non da oggi”. Lo ha detto David Ermini (Pd), renziano doc, ad Agorà su Raitre, in merito alla spaccatura all’interno del suo Partito. “Il problema è che spesso Renzi è stato visto da molti come un intruso, in un sistema che non aveva capito cos’era il Pd di Veltroni”.
Ma dalla minoranza arriva il vero affondo. “Qui non è questione di calendario. Il calendario è una tecnica. Qui il problema è se siamo il Pd o il Pdr”, spiega Pier Luigi Bersani in Transatlantico, all’indomani della direzione. “La scissione è già avvenuta. E io mi chiedo come possiamo recuperare quella gente lì”, aggiunge.
L’ex segretario del Pd si rivolge agli altri dirigenti del partito: “Da Renzi dopo averlo sentito ieri non me lo aspetto. Ma da chi è intorno a lui sì. Chi ha buonsenso è il momento che ce lo metta perché siamo a un bivio totale e andiamo incontro a problemi molto seri”.
Bersani chiede di chiarire se il partito “sostiene il governo di un Paese di sessanta milioni di abitanti” e vorrebbe che i democratici “si attrezzassero per una discussione a fondo ed eventualmente correggere la linea politica. Ma ieri ho visto solo dita negli occhi”. Sarebbe meglio che il congresso, spiega Bersani, “iniziasse a giugno”. A chi gli chiede se domenica parteciperà all’assemblea del Pd, risponde: “Penso di sì, ma stiamo aspettando una riflessione”.
Ieri lasciando la direzione Pd ai cronisti che gli chiedevano se la minoranza fosse pronta a una scissione Bersani aveva risposto: “Adesso vedremo”.
“No a un congresso cotto e mangiato con una spada di Damocle sul nostro governo mentre dobbiamo fare la legge elettorale e mentre dobbiamo fare le elezioni amministrative. Non è il messaggio giusto da dare al Paese. Siamo il partito che governa, dobbiamo garantire che la legislatura abbia il suo compimento normale e che il governo governi correggendo qualcosa che abbiamo fatto e che il congresso si faccia nel suo tempo ordinario cioè da statuto parte a giugno e si conclude a ottobre, sarebbe questa la cosa più normale. Non ho sentito dire se vogliamo accompagnare il governo fino alla fine della legislatura”, aveva detto Bersani.
“Non posso credere che una classe dirigente responsabile pensi a una scissione sui tempi del congresso”. Afferma il senatore dem Andrea Marcucci, che aggiunge: “Il congresso è già iniziato da un pezzo. I toni sono quelli. Non avrebbe avuto senso trascinare questo dibattito per mesi e mesi”. “Nel momento in cui il segretario offre le dimissioni e si va a una verifica non esiste più una maggioranza. Ci sarà un confronto e al termine si formerà una maggioranza”. Tuttavia, dice, “sarebbe incomprensibile per gli italiani una discussione che duri sei-otto mesi. Ad aprile, massimo i primi di maggio terremo il congresso. Siamo a febbraio…”.
Da parte dell’ex candidato alle primarie Pd, Gianni Cuperlo, arriva invece un tentativo di mediazione e nello stesso tempo viene espressa preoccupazione per quanto sta avvenendo. “Sono molto allarmato”, confessa. “Continuo a credere – spiega Gianni Cuperlo – che una divisione sarebbe una sconfitta per chi dovesse andare e per chi dovesse rimanere” e dunque, richiama il leader della Sinistra Dem, “la prima responsabilità nel tenere unito un campo è di chi regge il timone”.
“Non si può dire che la durata del governo attiene agli addetti ai lavori e non compete al primo partito della maggioranza”, avverte ancora. “È sempre spiacevole quando ad ammutinarsi è l’equipaggio. Ma va del tutto contro la logica – ammonisce Cuperlo – se ad ammutinarsi è il comandante”.
Anche il guardasigilli Orlando tenta di richiamare alla calma ed esprime preoccupazione sia per il futuro del partito, sia per il bene del Paese. Rischio scissione? “Mi auguro vivamente di no. Credo che la parola scissione abbia già prodotto grandi danni nella storia della sinistra”. A dirlo il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, rispondendo ai cronisti al termine della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2017 del Consiglio Nazionale Forense a Roma.

“Scindersi oggi di fronte a una destra che è sempre più aggressiva, che propone chiusura e agita l’odio credo che sarebbe una responsabilità – ha sottolineato Orlando – che non ci potremmo in alcun modo perdonare. Io ho detto ieri alla direzione mettiamo al bando la parola scissione. Torniamo a parlarci e a farci carico ognuno delle ragioni dell’altro, rispettando il fatto che c’è stato un congresso e la scelta di una leadership che non può essere delegittimata continuamente”.

“Se Renzi va a sbattere? Non è Renzi ma è il Pd che credo debba seguire un’altra strada che è quella di provare prima a stringere su un accordo programmatico e poi confrontarsi anche sul tema della leadership – ha detto Orlando – Io credo che non ci sia niente di male nel fare un congresso. Fare un congresso senza prima aver parlato al Paese rischia di essere un elemento di lacerazione”.

“In più io credo che sia importante una conferenza programmatica anche per fare il punto su che giudizio diamo su questi anni di governo. Non credo che ci possiamo permettere di andare a un congresso nel quale i candidati – ha concluso Orlando – da un lato rivendicano il buon governo e le cose positive fatte in questi tre anni e dall’altro paragonano il governo Renzi a quelli della destra. Rischiamo di preparare noi una campagna elettorale per i nostri avversari”.

Un invito all’unità arriva anche dagli scranni europei.  “Parlare di scissione nel giorno dell’amore mi sembra un non senso, noi dobbiamo amare il Pd”. Dice il capogruppo S&D al Parlamento Ue Gianni Pittella ha voluto commentare il risultato della direzione del Partito democratico di ieri sera. “Abbiamo fondato” il PD, ha insistito Pittella, “lo dobbiamo rilanciare e lo dobbiamo far diventare sempre di più interprete dei progetti, delle ansie delle attese dei cittadini”.
In riferimento al Congresso del partito, il capogruppo S&D ha sottolineato che il suo obiettivo è “ripensare il rapporto tra partito e Paese: il Congresso – ha ribadito – parla al Paese, non c’entra il governo, il nostro governo è fuori discussione”.