Pd, si è rotto il patto di via Barberini

barberiniVia Barberini, scissione, atto uno. Il 15 febbraio Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza, in un incontro riservato in via Barberini 36, gli uffici romani della regione Puglia,  innescano il processo della scissione del Pd. Il presidente della regione Puglia, il governatore della Toscana e l’ex capogruppo del Pd alla Camera pongono le basi dell’addio al Pd renziano. È il cosiddetto patto di via Barberini.

Le accuse a Matteo Renzi sono quelle ufficializzate tre giorni dopo, il 18 febbraio, nell’assemblea delle sinistre democratiche al Teatro Vittoria: la gestione leaderistica del partito; il congresso “cotto e mangiato” senza i tempi per discutere; lo spostamento delle scelte sociali ed economiche su posizioni neo centriste, dimenticando le radici di sinistra, la difesa dei lavoratori.

I “tre tenori”, come sono battezzati da un deputato della sinistra del partito, tutti e tre già in procinto di candidarsi al congresso per la segreteria in contrapposizione a Renzi, chiedono un radicale cambio di rotta al Teatro Vittoria (sul palco loro tre mentre in platea, in posizione più defilata, i veterani Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema). Il presidente della regione Puglia accusa il segretario del Pd  di “arroganza”, il governatore della regione Toscana gli rimprovera di essere espressione dell’“establishment”. L’ex capogruppo alla Camera, invece, attacca Renzi per il disegno di un congresso-plebiscito di rivincita «del capo arrabbiato che ha perso il plebiscito vero», quello del referendum costituzionale.

La replica delle accuse a Renzi c’è il 19 febbraio, il giorno dell’infuocata assemblea nazionale del Pd tenuta all’Hotel Parco dei Principi, davanti al parco di villa Borghese. I dissidenti della minoranza lasciano poco spazio ad una ricomposizione dello scontro: dal segretario arriva “un muro”: no alla trasformazione del Pd “nel PdR”, il Partito di Renzi; è possibile la nascita di “una nuova forza”.  Emiliano, però, oscilla. Alterna parole di rottura ad aperture di riconciliazione: «Non cerchiamo un capo» e «siamo a un passo dall’evitare la scissione».

Renzi si dimette da segretario e dà il via alla svolgimento del congresso su linea di contrattacco: la sinistra deve fare i conti con la realtà, no alla scissione, congresso in primavera, dialogo con le minoranza ma “niente ricatti”. Le mediazioni per evitare la spaccatura del partito tentate dai ministri Franceschini, Delrio e Orlando sembrano naufragare. Così anche gli sforzi unitari dell’ex segretario Ds Piero Fassino: «Resrate. Possiamo superare i contrasti. Le scissioni si fanno solo quando si hanno visioni diverse del mondo! ».

Via Barberini atto secondo. I tre alfieri della minoranza, insoddisfatti, si rivedono sempre il 19 febbraio negli uffici romani della regione Puglia per tirare il bilancio dell’assemblea nazionale del Pd. Emiliano, Rossi e Speranza formalizzano la levata di scudi in un bellicoso comunicato stampa comune.  Addossano il peso della rottura al segretario dimissionario: «È ormai chiaro che è Renzi ad andarsene, ad aver scelto la strada della scissione assumendo così una responsabilità gravissima». Tuttavia, dietro la durezza della nota stampa comune sembrano emergere delle divergenze. La scissione è sospesa.

Si susseguono colloqui e contatti tra renziani e minoranze e all’interno di quest’ultime. Si infittiscono le indiscrezioni sull’intenzione di Emiliano di non rompere, di restare nel Pd e di candidarsi alla segreteria in opposizione a Renzi. Lo “sceriffo”, come si è definito più volte il governatore pugliese, sembrerebbe contrario a una “cosa rossa”, una nuova formazione politica di sinistra radicale. L’incertezza è forte.

Via Barberini atto terzo. Si parla di una nuova riunione tra Emiliano, Rossi e Speranza negli uffici romani della regione Puglia. Sono frenetici gli incontri e i contatti informali. Alla fine arriva la notizia: l’ex pubblico ministero rimane del Pd e si candida alla segreteria. Parla alla direzione del Pd del 21 febbraio polemizzando duramente con Renzi: «Questa è la mia casa, nessuno mi può cacciare. Mi candido alla segreteria del Pd nonostante  l’intenzione evidente del segretario uscente di vincere  il congresso in ogni modo e con ogni mezzo…Renzi vuole il conflitto per il conflitto». Ricorda la battaglia comune con Rossi e Speranza: «Enrico e Roberto sono due persone perbene, di grande spessore umano che sono state offese e bastonate dal cocciuto rifiuto di ogni mediazione. Renzi è il più soddisfatto per ogni possibile scissione».

Speranza e Rossi, invece, non vanno alla riunione. È rotto il patto di via Barberini. Una parte della sinistra, disertando la direzione convocata nelle sede di Sant’Andrea delle Fratte, di fatto fa scattare la scissione.

Manca solo la formalizzazione dell’addio.Venerdì prossimo potrebbero nascere i gruppi parlamentari dei dissidenti al Senato e alla Camera. Ai primi di marzo potrebbe nascere il “nuovo soggetto politico” degli scissionisti. Ma c’è chi non si rassegna e spera ancora di evitare la scissione. In testa c’è Romano Prodi. L’inventore dell’Ulivo e del Partito democratico fa decine di telefonate per scongiurare la frattura: E’ “angosciato” perché «nella patologia umana c’è anche il suicidio».

Le conseguenze politiche del divorzio dei ribelli di sinistra da Renzi saranno a pioggia. Probabilmente la spaccatura del Pd farà traballare il governo Gentiloni, accentuerà la frammentazione del centrodestra allontanando Berlusconi da Salvini e incoronerà il M5S di Grillo primo partito italiano. Questi, però, sono i capitoli di un libro ancora tutto da scrivere. Gli imprevisti sono sempre in agguato.

Rodolfo Ruocco

Pd. Guerra fredda e “Cosa Rossa”, 48 ore per decidere

pd scissione“È come quei film intellettualoidi che uno esce dal cinema senza aver capito come è andata a finire”. È questo il commento di Chicco Mentana e che meglio riesce a rappresentare i ‘giochi’ e gli scontri in casa Pd di questa domenica. Dopo quasi sette ore di dibattito, nessun fatto certo, e Michele Emiliano ha riaperto la partita, mettendo sul piatto la proposta di un accordo che, a suo dire, sarebbe vicino. Tuttavia però lo scontro si è riaperto sulla carne viva di una scissione, anche se restano ancora 48 ore per decidere. Intanto la politica infetta l’economia. Standard and Poor’s scrive nel rapporto sull’Italia “A stronger eurozone economy, despite higher volatility on bond markets”. Insomma: “L’economia italiana sembra alle prese con una debolezza strutturale di crescita e inflazione che permette al partito populista del ‘Movimento 5 Stelle’ di sostenere che lasciare l’euro possa risolvere i problemi dell’economia del Paese”. L’Italia è invischiata in uno stallo politico, in una situazione che potrebbe trasformare il 2017 in un anno perso per quanto riguarda le riforme, di cui il Paese ha bisogno.
Nel frattempo si scaldano i motori della nuova “Cosa Rossa”, la linea e l’eventuale nuovo Partito della minoranza e degli scissionisti, dove ci sono nomi di peso, fra cui due governatori in carica come Michele Emiliano ed Enrico Rossi, due ex segretari nazionali come Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani, un ex segretario della Cgil (lo stesso Epifani), un ex primo ministro (Massimo D’Alema) e un ex capogruppo alla Camera, Roberto Speranza. In tutto 60 parlamentari con un bacino di preferenze concentrato soprattutto al Sud che secondo il presidente del coordinamento del no al referendum di dicembre, Guido Calvi, prenderebbe molti di 6 milioni di voti per il no arrivati dal Pd.
Oltre che dai fuoriusciti del Pd, il nuovo gruppo sarebbe formato anche da alcuni parlamentari dell’ex Sel, ora diventata Sinistra Italiana (Si), e conterebbe una cinquantina di deputati e 15-20 senatori.
Neppure Renzi intende “staccare la spina” al governo approfittando della scissione, ha detto una fonte dell’esecutivo, ma ha avvertito che il pericolo potrebbe venire, nei prossimi mesi, dall’Ncd del ministro degli Esteri Angelino Alfano, nel caso in cui il centrodestra si ricompattasse attorno a Silvio Berlusconi, che sta cercando di costruire una nuova alleanza anche con Lega ed ex An.
ma il fronte degli scissionisti ha avvertito che appoggerebbe comunque Gentiloni e in una nota unitaria Emiliano, Rossi e Speranza attaccano l’ormai ex segretario: “Anche oggi nei nostri interventi in assemblea c’è stato un ennesimo generoso tentativo unitario. È purtroppo caduto nel nulla. Abbiamo atteso invano un’assunzione delle questioni politiche che erano state poste, non solo da noi, ma anche in altri interventi di esponenti della maggioranza del partito. La replica finale non è neanche stata fatta. È ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima”. Il vice segretario Lorenzo Guerini si dice “esterrefatto e amareggiato” perché “chiunque abbia seguito il dibattito della assemblea nazionale si è potuto rendere conto che esso andava in tutt’altra direzione, intervento dopo intervento. Segno che questa presa di posizione, del tutto ingiustificata alla luce del confronto odierno nel Pd, era evidentemente una decisione già presa”. Toni che allontanano una volta di più le parti, ma che ancora non segnano la parola fine al tentativo di tenere unito il partito. Da parte della maggioranza, spiega una fonte renziana, c’è ancora “disponibilità piena a fare la conferenza programmatica, mentre sui tempi siamo distanti”. “Il congresso si concluderà prima delle amministrative”, ribadisce la vice segretaria Debora Serracchiani. “Renzi può arrivare al massimo a fare le primarie il 7 maggio, più in là non si può andare”, spiega un parlamentare renziano. Bisogna vedere se per il candidato-governatore sarà sufficiente. “Martedì daremo vita alla commissione congresso, in direzione, – conclude un renziano – e vedremo chi accetta di entrare e chi no”.
Intanto Renzi non demorde e ha detto che intende ricandidarsi e i sondaggi della scorsa settimana tra gli elettori Pd lo danno nettamente in testa. Sempre l’ex presidente del Consiglio riferendosi all’assemblea commenta: “È andata benissimo. Ora il congresso entro maggio e il voto a settembre”. C’è già anche una data per le primarie: 7 maggio. La rotta è segnata, ma restano altre due tappe per non far naufragare il Partito. Un primo appuntamento per capire se la scissione passerà dagli annunci ai fatti, è già domani, quando nel pomeriggio si riunisce la direzione del Pd, per nominare la commissione che dovrà fissare regole e data del congresso e delle primarie per l’elezione del nuovo segretario. I tre principali sfidanti di Renzi, l’ex capogruppo alla Camera Roberto Speranza, il presidente della Puglia Michele Emiliano e Rossi non hanno ancora deciso se parteciperanno alla riunione della direzione, né se entreranno nella commissione che dovrà fissare il congresso. “Se non succede qualcosa di clamoroso entro 48 ore, siamo fuori”, dice una fonte vicina all’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani.

Ultimo tentativo per cercare di ricucire i rapporti è quello del Guardasigilli, Andrea Orlando, che domani inaugura il blog “Lo stato presente”, intervenendo ad Agorà su RaiTre, lancia un appello: “Non mi pare serva mettere altri candidati alla segreteria in lizza. La questione non è che non hanno un candidato. Ne hanno anche troppi. Se la mia candidatura impedisse la scissione, sarei già candidato. Non ho capito quale sia il problema in questo passaggio…”.

“Noi – ha aggiunto – abbiamo troppo concentrato la nostra attenzione sulle persone. Se le forze politiche stanno insieme solo su un leader e non su un programma alla prima curva rischiano di ribaltarsi. Dobbiamo dire prima di tutto come riposizioniamo il Pd dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre”.

Nel PD un dialogo tra sordi
ed i possibili rimedi

Dopo la direzione nazionale bisogna prendere atto che il PD potrà uscire fuori dal guado se indicherà la direzione di marcia e le condizioni essenziali perché sia perseguita in unità d’intenti. Viene legittimo il dubbio che con i suoi ultimatum a ripetizione la sinistra dem abbia l’intento di provocare la scissione a destra per scaricarne la responsabilità su Renzi ed accreditarsi come l’erede di quanto rimane del PD. E’ bene chiarire che è legittima aspirazione di ogni partito diventare forza maggioritaria per la sua proposta, altra cosa prefiggersi di raggiungere l’obbiettivo a colpi di sbarramenti, tipo l’8% di marca veltroniana che accelerò la caduta del governo Prodi a destra come a sinistra della composita coalizione prefigurando il taglio dei rami minori e, così facendo, decretando la fine del tronco.

Nonostante la bocciatura la vocazione maggioritaria è rispuntata anche con Renzi che avrebbe dovuto prenfere atto di un’altra lezione esemplare come l’implosione della maggioranza bulgara di Berlusconi. Ho riepilogato la storia di una direzione di marcia sbagliata per dire che la strada maestra di veri maestri come De Gasperi è quella delle coalizioni più ampie ed omogenee possibili cementate da una strategia condivisa per un obiettivo comune, che oggi prioritario e discriminante per le alleanze è restare in Europa per cambiarla dal di dentro. Questo criterio della inclusività per orientare ed aggregare altre forze esterne deve essere perseguita in primo luogo all’interno della forza politica che aspira alla guida del processo aggregativo. La prima doverosa mossa di Renzi è quella di liberare il partito dalla sensazione-tentazione di voler egemonizzare la rappresentanza, ma questo non può avvenire a trattativa privata con chi sta con un piede dentro ed uno fuori dal partito minacciando scissioni come un lassativo. Sarebbe l’inizio della disgregazione mentre la strada maestra ispirata dall’esperienza dell’Ulivo è quella di un partito aperto all’apporto della base anche fuori dal perimetro del partito estendendo le primarie a tutte le candidature specie se comprendono figure come i capolista sottratti al voto popolare, promuovendo primarie generali dei candidati in ogni collegio con il primo eletto indicato a capolista, evitando un duplicato del capolista in seconda battuta, assicurando così la pluralità degli apporti assolutamente vitale per chi si prefigge di superare la soglia del 40%.

In poche parole si tiene unito un partito facendosi carico per ogni componente del principio del “Primum vivere deinde philosophari”. Giusta la preoccupazione di chi ritiene che si moltiplicherebbe con il premio alla coalizione la frantumazione ed il ricatto delle forze minori ma il premio al partito di maggior consistenza può anche essere perseguito, incentivando l’unità di forze omogenee, escludendo dal riparto del premio le forze che non abbiano raggiunto un minimo di consenso popolare. Così come, per le candidature multiple, si evita l’arbitrarietà della scelta da parte delle oligarchie di partito risultando il candidato eletto laddove ha conseguito la percentuale maggiore. Mi fermo a queste prime indicazioni rispettose, dentro e fuori del partito, della pluralità degli apporti dentro possibili maggioranze e fuori a tutela delle minoranze prevedendo sin da ora, per favorire gli accorpamenti, che per le liste singole e non coalizzate la soglia minima sia fissata al 5% secondo il modello tedesco.

Pd, Ancora rancori… a un passo dalla scissione

pdNon si allenta la tensione in Casa Dem. Dopo l’incontro (e lo scontro) in Direzione Nazionale, ora la minoranza riparte alla carica e torna a paventarsi il rischio di una scissione. “L’odore di scissione si sente, ma non da oggi”. Lo ha detto David Ermini (Pd), renziano doc, ad Agorà su Raitre, in merito alla spaccatura all’interno del suo Partito. “Il problema è che spesso Renzi è stato visto da molti come un intruso, in un sistema che non aveva capito cos’era il Pd di Veltroni”.
Ma dalla minoranza arriva il vero affondo. “Qui non è questione di calendario. Il calendario è una tecnica. Qui il problema è se siamo il Pd o il Pdr”, spiega Pier Luigi Bersani in Transatlantico, all’indomani della direzione. “La scissione è già avvenuta. E io mi chiedo come possiamo recuperare quella gente lì”, aggiunge.
L’ex segretario del Pd si rivolge agli altri dirigenti del partito: “Da Renzi dopo averlo sentito ieri non me lo aspetto. Ma da chi è intorno a lui sì. Chi ha buonsenso è il momento che ce lo metta perché siamo a un bivio totale e andiamo incontro a problemi molto seri”.
Bersani chiede di chiarire se il partito “sostiene il governo di un Paese di sessanta milioni di abitanti” e vorrebbe che i democratici “si attrezzassero per una discussione a fondo ed eventualmente correggere la linea politica. Ma ieri ho visto solo dita negli occhi”. Sarebbe meglio che il congresso, spiega Bersani, “iniziasse a giugno”. A chi gli chiede se domenica parteciperà all’assemblea del Pd, risponde: “Penso di sì, ma stiamo aspettando una riflessione”.
Ieri lasciando la direzione Pd ai cronisti che gli chiedevano se la minoranza fosse pronta a una scissione Bersani aveva risposto: “Adesso vedremo”.
“No a un congresso cotto e mangiato con una spada di Damocle sul nostro governo mentre dobbiamo fare la legge elettorale e mentre dobbiamo fare le elezioni amministrative. Non è il messaggio giusto da dare al Paese. Siamo il partito che governa, dobbiamo garantire che la legislatura abbia il suo compimento normale e che il governo governi correggendo qualcosa che abbiamo fatto e che il congresso si faccia nel suo tempo ordinario cioè da statuto parte a giugno e si conclude a ottobre, sarebbe questa la cosa più normale. Non ho sentito dire se vogliamo accompagnare il governo fino alla fine della legislatura”, aveva detto Bersani.
“Non posso credere che una classe dirigente responsabile pensi a una scissione sui tempi del congresso”. Afferma il senatore dem Andrea Marcucci, che aggiunge: “Il congresso è già iniziato da un pezzo. I toni sono quelli. Non avrebbe avuto senso trascinare questo dibattito per mesi e mesi”. “Nel momento in cui il segretario offre le dimissioni e si va a una verifica non esiste più una maggioranza. Ci sarà un confronto e al termine si formerà una maggioranza”. Tuttavia, dice, “sarebbe incomprensibile per gli italiani una discussione che duri sei-otto mesi. Ad aprile, massimo i primi di maggio terremo il congresso. Siamo a febbraio…”.
Da parte dell’ex candidato alle primarie Pd, Gianni Cuperlo, arriva invece un tentativo di mediazione e nello stesso tempo viene espressa preoccupazione per quanto sta avvenendo. “Sono molto allarmato”, confessa. “Continuo a credere – spiega Gianni Cuperlo – che una divisione sarebbe una sconfitta per chi dovesse andare e per chi dovesse rimanere” e dunque, richiama il leader della Sinistra Dem, “la prima responsabilità nel tenere unito un campo è di chi regge il timone”.
“Non si può dire che la durata del governo attiene agli addetti ai lavori e non compete al primo partito della maggioranza”, avverte ancora. “È sempre spiacevole quando ad ammutinarsi è l’equipaggio. Ma va del tutto contro la logica – ammonisce Cuperlo – se ad ammutinarsi è il comandante”.
Anche il guardasigilli Orlando tenta di richiamare alla calma ed esprime preoccupazione sia per il futuro del partito, sia per il bene del Paese. Rischio scissione? “Mi auguro vivamente di no. Credo che la parola scissione abbia già prodotto grandi danni nella storia della sinistra”. A dirlo il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, rispondendo ai cronisti al termine della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2017 del Consiglio Nazionale Forense a Roma.

“Scindersi oggi di fronte a una destra che è sempre più aggressiva, che propone chiusura e agita l’odio credo che sarebbe una responsabilità – ha sottolineato Orlando – che non ci potremmo in alcun modo perdonare. Io ho detto ieri alla direzione mettiamo al bando la parola scissione. Torniamo a parlarci e a farci carico ognuno delle ragioni dell’altro, rispettando il fatto che c’è stato un congresso e la scelta di una leadership che non può essere delegittimata continuamente”.

“Se Renzi va a sbattere? Non è Renzi ma è il Pd che credo debba seguire un’altra strada che è quella di provare prima a stringere su un accordo programmatico e poi confrontarsi anche sul tema della leadership – ha detto Orlando – Io credo che non ci sia niente di male nel fare un congresso. Fare un congresso senza prima aver parlato al Paese rischia di essere un elemento di lacerazione”.

“In più io credo che sia importante una conferenza programmatica anche per fare il punto su che giudizio diamo su questi anni di governo. Non credo che ci possiamo permettere di andare a un congresso nel quale i candidati – ha concluso Orlando – da un lato rivendicano il buon governo e le cose positive fatte in questi tre anni e dall’altro paragonano il governo Renzi a quelli della destra. Rischiamo di preparare noi una campagna elettorale per i nostri avversari”.

Un invito all’unità arriva anche dagli scranni europei.  “Parlare di scissione nel giorno dell’amore mi sembra un non senso, noi dobbiamo amare il Pd”. Dice il capogruppo S&D al Parlamento Ue Gianni Pittella ha voluto commentare il risultato della direzione del Partito democratico di ieri sera. “Abbiamo fondato” il PD, ha insistito Pittella, “lo dobbiamo rilanciare e lo dobbiamo far diventare sempre di più interprete dei progetti, delle ansie delle attese dei cittadini”.
In riferimento al Congresso del partito, il capogruppo S&D ha sottolineato che il suo obiettivo è “ripensare il rapporto tra partito e Paese: il Congresso – ha ribadito – parla al Paese, non c’entra il governo, il nostro governo è fuori discussione”.

Bad Godesberg, Pd e identità

Il risultato del referendum costituzionale ha lasciato non pochi problemi all’interno del Partito Democratico. Soprattutto, essendosi particolarmente indebolita la leadership di Renzi, il “correntismo” interno è tornato a muoversi in maniera disordinata e con sussulti tellurici. Tanto da far temere anche una deflagrazione del partito, che non riesce (e non è mai riuscito) a trovare un baricentro stabile.

A tal proposito, e comprensibilmente, qualche giorno fa, in un’intervista all’Huffingtonpost, il ministro Orlando ha parlato della necessità di una sorta “Bad Godesberg” per il PD, prioritaria addirittura rispetto al congresso del partito.

Il richiamo al congresso della SPD tedesca del 1959, fatto da Orlando, è molto evocativo, ma anche indicativo delle condizioni attuali (e forse perduranti) in cui si trova il PD, sempre alla ricerca di una sua chiara identità, pur se in un contesto politico/sociale “liquido”, e difficilmente malleabile con le categorie del ‘900.

Bad Godesberg è stato un passaggio importante per tutta la sinistra socialista e socialdemocratica del tempo, perché in quell’occasione, il principale partito della sinistra democratica continentale, la socialdemocrazia tedesca, ha ufficialmente abbandonato l’ortodossia marxista.

In fondo, l’ortodossia marxista la SPD non l’aveva mai realmente applicata. Il suo è stato sempre un agire riformista; nella sostanza, al di là di quello che c’era scritto nei programmi succedutesi nei vari congressi, il revisionismo di Eduard Bernstein si era ben radicato nel partito già ad inizio ‘900.

A Bad Godesberg si prese atto di ciò, e si passò, anche formalmente, ad un socialismo democratico, con un forte radicamento nell’etica cristiana. E la SPD si dichiarò anche a favore del libero mercato, concependo, così, la proprietà collettiva come “ultima possibilità”, e non come principale obbiettivo politico.

Dal Klassenpartei (partito di classe), si passo al Volkspartei (partito del popolo). Ed il socialismo assunse un volto decisamente più libertario e volontaristico, facendo propri i principi dell’antiautoritarismo. Uscendo dalle secche di un “ufficio” dove si adempivano compiti dogmatici secondo logiche di puro apparato.

Nel programma socialdemocratico, lo stato manteneva un ruolo essenziale in un contesto di economia mista, la quale potesse garantire la ristrutturazione del capitalismo; che, usando le parole di Olaf Palme di qualche anno più tardi, diventava “ufficialmente” una pecora da tosare.

Ruolo dell’individuo, del partito, dello stato e dell’economia di mercato. Questi, con una brutale sintesi, sono alcuni dei punti più importanti della revisione avvenuta a Bad Godesberg. Che non poche critiche, sia inteso, provocò. E non solo in Germania, ma anche in Italia, dove il solo Saragat la salutò con estremo favore. Mentre Nenni e Lombardi ne furono critici (le critiche del PCI le diamo per scontate).

Ma, tornando alle parole di Orlando, si può parlare di “revisione” per quanto riguarda il Partito Democratico? O, forse, più che di una Bad Godesberg tedesca, si accontenterebbero di una Epiny francese, congresso in cui, nel 1971, si arrivò all’unificazione delle varie anime del socialismo d’oltralpe, diviso in tanti rivoli, così come l’attuale Pd “balcanizzato”?

Perché la revisione è applicabile ad una identità che già esiste. Ad un programma, un modello o un progetto. Il Pd ha tutto questo?

E’ un problema dibattuto ormai da anni, che ancora non ha trovato alcuna soluzione. E che si trascina, infondo, dalla svolta occhettiana, che ha dato il maggior apporto quantitativo al PD attuale. Perché, se dal discorso della Bolognina, si “decise di non scegliere” con nettezza un alveolo (il socialismo) in cui identificarsi, con l’approdo al Partito democratico le lassità identitarie sono rimaste le stesse. Anzi, si sono acuite in un contesto in cui è tutta la socialdemocrazia europea a soffrire un cambiamento socio-economico epocale; trovandosi, così, “disarmata” di fronte alle sfide che la globalizzazione ha portato.

Oggi, non esiste un socialismo di stampo europeo con caratteri marcati. Esistono dei partiti socialisti alla perenne ricerca di soluzioni il più possibili accettabili e compatibili con la loro storia e il loro nome. Alle prese con problemi internazionali, che vorrebbero risolvere ancora in un’ottica di stato-nazione. Alla ricerca di una bussola che, fino ad ora, il neocapitalismo gli ha abilmente nascosto e “scombussolato”.

Ma, nonostante i vistosi problemi della sinistra britannica, francese, spagnola e tedesca, per il PD la situazione è ancora più complessa. E potrebbe portarlo ad una crisi irreversibile. Perché, i partiti socialisti sopra citati hanno comunque una loro identità forte, e che gli consente cadute e risalite, come è avvenuto nella storia. Revisioni comprese. O ritorni ad idee e programmi “old fashion”.

Sono partiti radicati, con una storia di oltre un secolo, che un peso ce l’ha, anche come motore/base per un cambiamento. Si pensi, ad esempio, alla decisione di Blair di togliere dallo statuto del Labour la famosa “clausola 4”; la quale impegnava la sinistra britannica a raggiungere l’obiettivo del controllo dello Stato sui mezzi di produzione e di distribuzione. Obbiettivo di per sé già abbandonato, o forse mai veramente perseguito fino in fondo, effettivamente da tempo. Ma, di certo, una decisione di grande impatto. Di revisione ideologica, si potrebbe dire. Ma che non ha impedito, a distanza di anni, di rivedere un Corbyn alla guida dei laburisti.

Al PD tutto questo manca, e potrebbe essere un problema grave.

La nascita del Partito Democratico si fa, in un certo senso, coincidere con il discorso del Lingotto pronunciato da Veltroni. Ma, più che un’idea di partito, ne uscì un programma elettorale.

In esso faceva troppo spesso capolino il rifermento al berlusconismo, come contraltare per la fisionomia e l’identità di un partito che nasceva.  C’era l’indicazione di un programma di governo, condivisibile o meno che sia, non la costruzione di un partito.

Ed anche la “vocazione maggioritaria” sembra riguardare più aspetti “elettoralistici”, che ideali. Trovando il suo conforto più nella tipologia della legge elettorale, che nell’identità del partito.

Veltroni parlò di “riformismo”, ma quasi più come un “contenitore”, che un “contenuto” (socialista/socialdemocratico).

Un partito non si fa dall’oggi al domani, questo è chiaro, soprattutto quando le condizioni politiche, sociali ed economiche sono così complesse come quelle attuali. Tanto da rendere ogni programma sempre incerto. E questo vale anche per il Partito Democratico (che qualcuno avrebbe voluto già della Nazione).

Emanuele Macaluso, in un suo libro, riportaquesto antefatto: “Tanti anni fa Gerardo Chiaromonte partecipò a un congresso dell’Spd. Al suo ritorno gli chiesi notizie sui lavori. Gerardo mi rispose che quel che più d’ogni altra cosa l’aveva colpito era l’addobbo della sala in cui si svolgeva il congresso. Tanti drappi rossi con tante foto: Marx ed Engels, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, Kautsky, Bernstein e altri. Un partito che da tempo aveva fatto la grande svolta di Bad Godesberg non cancellava il suo passato e il suo a volte drammatico cammino”.

Il problema di (una) identità si pone con grande urgenza. Altrimenti, caduto “l’uomo forte” di turno, si rischia ogni volta la tabula rasa.

Legge elettorale in commissione. Ma la quadra non c’è

Sebbene ufficialmente il calendario dei lavori della Camera preveda che la riforma della legge  elettorale approdi in Aula lunedì 27 febbraio, mai come in questo momento appare alquanto improbabile il rispetto della  tabella di marcia. È vero che oggi la commissione Affari  costituzionali ha avviato formalmente l’iter, con la relazione del presidente e l’incardinamento delle 18 diverse proposte di legge finora presentate, ma è altrettanto vero che tutto resterà ufficialmente congelato fino alle motivazioni della  sentenza della Consulta sull’Italicum.

Il vero nodo adesso è rappresentato dalle  mosse di Matteo Renzi, che dovrebbe sciogliere la riserva sul da farsi alla Direzione di lunedì. Finché, ragionano i componenti dei vari schieramenti politici in commissione Affari  costituzionali, compresi gli stessi deputati del Pd, non  saranno chiare le sorti del partito e del suo segretario, con le possibili dimissioni e l’apertura della fase congressuale,  nulla si muoverà e nessuna trattativa concreta sulla futura legge elettorale potrà arrivare alla quadra. E’ questo il senso dei vari conciliaboli in Transatlantico e nei corridoi del palazzo. “Il documento dei 40 senatori del Pd – osserva un  parlamentare dem – ha messo la pietra tombale sul voto a giugno e ha aperto di fatto il congresso. Renzi sa che al Senato non ha più la maggioranza del gruppo e con quei numeri non si può permettere di portare avanti alcuna proposta sulla legge elettorale, andrebbe in minoranza”, tira le somme la stessa fonte. Insomma, finché non si conosceranno i nuovi equilibri di forza nel Pd, è la convinzione di un esponente di spicco di Forza Italia, la legge elettorale resterà nel congelatore. Questo perché, spiega un deputato di Area popolare, “le  posizioni sul modello di voto all’interno dello stesso Pd sono  molto diverse e prevarrà la linea dell’area che vincerà il congresso”. E un verdiniano chiosa: “Nel pieno della campagna congressuale per conquistarsi lo scettro del Pd si potranno mai  mettere d’accordo le varie anime dem su quale legge elettorale  fare?”.

Al momento solo M5S, Lega e Fratelli d’Italia continuano ad invocare il voto subito. Lo ribadisce anche oggi Beppe Grillo che, in un post in cui attacca governo, Pd e parlamento, chiosa: “bisogna approvare la legge elettorale e andare a votare”. Di tutt’altro avviso la presidente della Camera, Laura Boldrini: “La legge elettorale è importante, ma il Paese lo è di più. Credo sia deludente andare a votare senza aver approvato quello che io chiamo il ‘pacchetto diritti'”. Anche per Massimo D’Alema non c’è alcuna fretta, anzi sarebbe disastroso un ritorno anticipato alle urne. Quanto alla legge elettorale, “il Pd ne ha proposto cinque diverse. E non è la minoranza che rompe le scatole. Lo scontro più aspro è quello che divide l’idea di Franceschini di un premio alle coalizioni e quella di Orfini che lo vuole alla lista”. Per l’ex premier “occorre una legge che offra una chance di governabilità, con un premio ragionevole, alla lista che arriva prima. Ma i capolista bloccati vanno aboliti”.

Il candidato alla segreteria, Roberto Speranza, incontrando altri parlamentari della minoranza dem, ha detto: “Siamo aperti a discutere di coalizione per ricostruire il centrosinistra”. Ma vanno “eliminati i capolista bloccati”. Per Maurizio Lupi “con questa legge elettorale, in questo  momento, la cosa certa è che Area Popolare si presenta da sola”. Tuttavia, per Ap “il premio alla coalizione è meglio del premio alla lista semplicemente perché in questi mesi abbiamo visto finzioni assurde, meglio essere diretti. Ad esempio il listone unico che vogliono fare Salvini e la Meloni, non è meglio fare una coalizione a quel punto? Sbarramento al 3% in entrambe le Camere”. Forza Italia presenterà un suo  testo dopo le motivazioni della Consulta, ma la linea del non voto è già chiara. E oggi, Renato Brunetta ha anticipato i capisaldi della proposta azzurra: sistema a base proporzionale, no al ballottaggio, premio di maggioranza che scatta dal 40% in su e su base nazionale sia alla Camera che al Senato, soglie di sbarramento omologhe per entrambi i rami del Parlamento, capilista bloccati anche a palazzo Madama, no preferenze ma collegi uninominali sul modello del Provincellum: “Abbiamo 12 mesi di tempo perché la legislatura finisce a febbraio del 2018”, ha concluso.

Sinistra Italiana “pensa che sia necessaria una legge di impianto proporzionale che metta al centro il tema della rappresentanza, in equilibrio con il principio di governabilità, e che si eliminino definitivamente i capilista bloccati. Perché non si può arrivare all’ennesimo Parlamento con il 75% di deputati nominati”, ha spiegato il capogruppo Arturo Scotto.

Nencini: “Da Orfini idea medievale della parità”

On. Matteo OrfiniAncora toni alti, scontri e polemiche all’interno del partito democratico. Questa volta è stato Michele Emiliano a polemizzare con il segretario del partito. Il governatore della Puglia ha osservato che se Renzi non lascia la guida del Nazareno è perché vuole compilare lui le liste elettorali. “Il segretario non si dimette – ha detto Emiliano – perché ha un sacco di soldati e salmerie da collocare, ha da salvaguardare un sacco di persone. E se dovesse perdere la possibilità di fare le liste – ha aggiunto Emiliano – non so se quei sondaggi sarebbero uguali perché questi sondaggi sono cosi’ adesso che il segretario ha il potere di fare le liste e quindi tiene insieme tutte le infinite correnti del Pd”. A stretto giro è giunta la replica dura dei renziani che traducono il pensiero del segretario: “Emiliano se proprio si sente un leader – ha attaccato Ernesto Carbone, della segreteria – dovrebbe credere un po’ di più in se stesso e candidarsi alle primarie anziché battere ritirata al primo sondaggio letto dando poi la colpa a Matteo Renzi”.

Poi l’affondo più netto, direttamente dal vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini:”Non passa giorno senza che Emiliano provi ad aprire fronti nel partito alla cui guida, ‘suo malgrado’, vorrebbe candidarsi. Ogni giorno un attacco frontale al segretario e al partito. La dialettica è assicurata nel pd e la polemica, anche aspra, può essere a volte utile. Ma in questi giorni – ha concluso Guerini – sta assumendo livelli pericolosi, nel solco di esperienze già fatte in passato di tentativi di indebolire il leader di turno”.

Altro tema caldo che riguarda  tutti i partiti e non è esclusivo di un singolo, è la legge elettorale. Matteo Orfini, presidente del Pd, in una intervista a la Stampa si è detto “radicalmente in dissenso con la proposta di Franceschini” che ieri aveva proposto primarie di coalizione, per evitare la scissione nel Pd, e premio di maggioranza alla coalizione e non più alla lista come punto di mediazione con Forza Italia e Ncd sulla legge elettorale. Con il premio di maggioranza alla coalizione “si rischierebbe di mettere completamente in crisi la vocazione maggioritaria del Pd: se si torna alle coalizioni, allora si rischia di tornare anche a Ds e Margherita”.

Orfini è il commento del segretario del Psi Riccardo Nencini “pensa di trattare gli alleati come ascari: utili alle maggioranze parlamentari, dannosi nelle alleanze elettorali. Un’idea medievale della parità e della dignità. Proprio da archeologo. Applicando la teoria orfiniana, il centrosinistra perderebbe anche le città. Lavorerà mica per Grillo?”. “Ricordo a Orfini – ha aggiunto Nencini – che si tratta di condizioni completamente differenti. l’Ulivo era composto da una decina di partiti alleati con Rifondazione, decisiva nella caduta dei due Governi Prodi (nel 2008, a dire il vero, non da sola)”. “La coalizione che ha sostenuto dalla nascita i due ultimi governi – ha proseguito Nencini – non è in nulla paragonabile all’Ulivo: i partiti nazionali sono solo quattro (PD, Scelta Civica, PSI, NCD) mentre gli eredi di Rinfondazione Comunista sono sempre stati, e stabilmente, all’opposizione. Quanto a Pisapia, leggo che un futuro governo riformista vorrebbe sostenerlo, non abbatterlo. È paradossale – ha proseguito Nencini – che Orfini metta in guardia da un rischio che in questi anni non si è mai manifestato tacendo invece le divisioni nei gruppi parlamentari del PD che spesso hanno creato difficoltà al governo. Ha forse dimenticato le dichiarazioni di Bersani sulla valutazione di volta in volta degli atti dell’esecutivo Gentiloni?”.

Nencini ha poi esortato a “parlare meno di legge elettorale e di approvare misure necessarie agli italiani. Giacciono in parlamento provvedimenti che vanno portati a termine entro questa legislatura. Dal codice della strada al reddito di inclusione, dal testamento biologico al ‘correttivo’ al nuovo Codice Appalti”. Nencini ha fatto un appello a Laura Boldrini e Piero Grasso affinché questi provvedimenti arrivino fino in fondo: “Mi rivolgo ai presidenti di Camera e Senato perché le conferenze dei Capigruppo calendarizzino quanto prima proposte e disegni di legge in dirittura d’arrivo”.

Ginevra Matiz

Roma, la giunta Raggi sempre più impantanata

raggi-xTarda, eccome se tarda, ogni barlume di iniziativa e proposta progettuale in grado di restituire respiro e speranza alla città. L’ultimo grido di allarme è arrivato dall’Associazione degli industriali del Lazio, che denuncia un’assenza di progettualità e di un vuoto operativo su tutti i settori: dai rifiuti alla mobilità all’immagine della città. Direi anche e forse soprattutto della città metropolitana. Ma se domani si dovesse votare, per il centro-sinistra non si porrebbe solo il problema di trovare un candidato sindaco, ma anche quello di una proposta e una formula politica nuova e credibile. Considerando che nel 2018 si voterà di certo per la Regione.

La giunta Raggi è infatti sempre più impantanata nel groviglio delle indagini giudiziarie e delle guerre tra fazioni. Le immaginiamo, le notti insonni della Sindaca. Tra interrogatori notturni e l’incubo del commissariamento da parte del partito-azienda, non deve essere un bel vivere rischiare di passare alla storia come il più macabro scherzo che la politica ha riservato a Roma e ai romani. Quindi, anche se il nostro iper-garantismo è messo a dura prova, noi continuiamo a metterla sul piano politico, lasciando alla coscienza della Sindaca e dei suoi tutori  la libertà di decidere quando trarre alcune conclusioni. Sempre che non intervenga la magistratura.

E sul pian politico non possiamo non denunciare innanzitutto la scarsa cultura istituzionale dei grillini, che si traduce inevitabilmente anche in scarsa cultura democratica. Pensare, come fa qualcuno da quelle parti, che si possa cambiare tranquillamente cavallo isolando la Raggi per puntare su un vice-sindaco, significa spernacchiare il voto dei romani, le leggi e l’ordinamento degli enti locali. Anche lo stadio della Roma subisce un duro colpo d’arresto. Forse persino a ragione, se i rilievi su cubature, rischio idrogeologico e mobilità hanno qualche fondamento. Ma è un fatto che di strategie e programmi di rilancio della città nemmeno l’ombra. Non ci sono idee sullo sviluppo e l’identità della città, sul risanamento delle aziende, su come far funzionare un welfare messo a dura prova  dall’estendersi dell’area del bisogno e dell’emarginazione sociale, sulla paralisi dei municipi, dove si riproducono in scala ridotta gli scontri e le divisioni del Campidoglio. Fino a quando? Sarà la magistratura o sarà l’orgoglio dei romani a mettere uno stop definitivo? Con cosa si sta misurando nel frattempo il centro-sinistra?

Qui la risposta è altrettanto desolante. Vedremo cosa succederà nel PD romano, che si accinge ad uscire dalla lunga fase del commissariamento, ma credo che, esattamente come sul piano nazionale, il tema sia quello di come ricostruire un campo di sinistra largo, articolato,plurale e, soprattutto, aperto alle forze sane della città. Direi persino oltre i partiti storici. Altre strade non si vedono. Qui non c’è un tema di legge elettorale. Quella c’è  e premia un sindaco e una coalizione. Una coalizione però tutta da ri-costruire, anche in vista delle regionali. Anche  noi socialisti andremo a congresso e non sarà un congresso rituale. Siamo piccoli, ma anche noi abbiamo l’obbligo e  l’onore di avanzare proposte e contenuti programmatici, ed è quello che faremo continuando pervicacemente nella convinzione di riuscire a dare corpo organizzativo e politico a quell’area laico socialista che al centro-sinistra manca come il pane.

I nominati

L’intermittente e molto spesso fasullo dibattito sui “nominati” è, ancora una volta, una specialità della politica italiana. Perchè, in tutti gli altri paesi d’Europa occidentale (e , forse, non solo) il problema non esiste. E non esiste perchè ci sono ancora i partiti. E perchè il giustizialismo non è ancora la cultura dominante.
In Europa occidentale, allora, le liste le fanno i partiti. O, più esattamente, i loro gruppi dirigenti. Assieme ai loro comitati locali, in caso di elezioni con il sistema uninominale. Tenendo conto, diciamo così, degli equilibri interni e delle situazioni locali in caso di elezioni a scrutinio di lista. “Società civile” non pervenuta. Elezioni primarie sì: ma solo per designare il candidato alle massime cariche elettive, per il resto, esistono i congressi (in questo quadro, l’elezione di Corbyn, e da parte di una platea più ampia, rappresenta una novità ).

In Italia, ai tempi della mai abbastanza deprecata prima repubblica, esistevano, come è noto, il proporzionale con le sue preferenze multiple e le sue teste di lista. Le prime sarebbero state viste con orrore dai Segni e dagli Occhetto, come simbolo della partitocrazia e delle sue abbiette mediazioni correntizie, tanto da essere la prima vittima della stagione referendaria. Mentre il loro obbiettivo reale era quello di impedire lo scontro di tutti contro tutti legato alla preferenza unica, con l’annessa probabile prevalenza del candidato più dotato di mezzi e con il quasi certo condizionamento da parte di gruppi esterni, criminali o meno.

L’inserimento, poi, nella testa di lista, magari con il numero uno (allora si scrivevano i numeri sulla scheda), non era affatto una nomina ma una indicazione per gli elettori certamente sì. Significava che il Partito (soprattutto comunista ma, ai tempi di Craxi, anche socialista) teneva particolarmente all’elezione del Personaggio (politico ma soprattutto intellettuale) tanto meritevole quanto privo delle radici locali e dei mezzi finanziari necessari per arrivare in Parlamento. E, da questo punto di vista, le designazioni hanno funzionato alla perfezione.

Ma è con la rivoluzione di Tangentopoli e l’annessa stagione referendaria che il sistema muta radicalmente. e certamente non in meglio. Per prima cosa compare la preferenza unica. E con essa le due conseguenze esiziali che abbiamo già ricordato: la perdita di ogni controllo da parte dei partiti e dei loro gruppi dirigenti su di una campagna elettorale ridotta ad uno scontro di tutti contro tutti; e l’aumento verticale dei costi delle campagne elettorali. Per evitare questo duplice pericolo il diritto di esprimere una preferenza sarebbe stato, da allora in poi, sottratto ai cittadini, almeno a livello nazionale Per essere sostituito, sia con il mattarellum che con il porcellum dal sistema delle liste bloccate formate, nel caso specifico senza alcuna procedura sia pur lontanamente democratica e, quindi, a totale arbitrio di ristretti gruppi dirigenti. Senza che  nessuno, almeno all’epoca ma anche dopo, avesse qualcosa da obbiettare.

A ciò il Mattarellum aggiungeva, per il 75% di parlamentari eletti nel sistema eletttorale a un turno, due ulteriori ignominie.
La prima era quella che spingeva, soprattutto nell’area di centro-sinistra, i vari cespugli, per i quali lo sbarramento del 4% (e sul 25% dei seggi…) rappresentava un ostacolo insuperabile ad affidare al collegio uninominale le loro speranze di accesso al Parlamento. E, conseguentemente, a bussare alle porte del Pd (insomma di D’Alema e c.)  perchè assicurasse loro un’adeguata sistemazione. Un sogno per lo stesso Pd: tutti nominati e da lui. Ma anche la creazione di un rapporto sempre oscillante tra i due estremi della subalternità e del tradimento. Con la presenza, alla Camera e al Senato (questa l’ulteriore ignominia) di gruppi fantasma, disposti a diventare qualsiasi cosa ed ad andare dovunque, perchè non votati da nessuno.

Tutti nominati, dunque, e nel silenzio/assenso di tutti. Questo era il Mattarellum. Che Renzi e il Pd lo ripropongano oggi, senza arrossire, dimostra semplicemente che gli ex comunisti hanno liquidato tutto il loro passato e a prezzi di saldo, ma non le loro cattive abitudini.
Allora, nominati erano praticamente tutti. E così con il Porcellum, con l’aggiunta di un premio di maggioranza scandaloso e il correttivo della possibilità di concorrere per i partiti minori.
Rispetto a questi l’Italikum modificato dalla Corte (e magari ultriormente corretto con l’introduzione del sistema dei collegi del vecchio senato e delle elezioni provinciali) è molto “meno peggio”. In questi tempi calamitosi, una gran cosa. E, in quanto ai nominati, questi non saranno certamente  scelti da partiti, come una volta, ma da ristretti gruppi di potere; ma questi abbiamo e questi ci dobbiamo tenere.

Alberto Benzoni

Guerra di sinistra. Renzi accusato d’avventurismo

Renzi-DAlemaScissione. La parola proibita a sinistra continua ad essere formalmente bandita, ma è tornata ad emergere nel Pd come una ipotesi concreta. Massimo D’Alema ha chiesto “il cambio di rotta” e della “leadership” di Matteo Renzi. Il “Rottamato” sessantasettenne è pronto alla battaglia finale con il “Rottamatore” quarantaduenne. Renzi è indebolito: da dicembre non è più presidente del Consiglio, si è dimesso dopo la sconfitta patita nel referendum sulla riforma costituzionale e ora potrebbe perdere anche la segreteria del Pd. D’Alema ha chiamato alla mobilitazione la minoranza del Pd in un’assemblea nazionale tenuta a Roma: «Dobbiamo tenerci pronti per ogni evenienza». Ha incitato “i comitati del no”, costituiti per votare contro la riforma costituzionale del governo Renzi, a muoversi in caso di elezioni politiche anticipate: «I nostri comitati devono iniziare a raccogliere fondi, aprire sedi in tutta Italia. Perché se Renzi porterà il Paese all’avventura delle elezioni, senza un congresso e cercando di ridurre il partito all’obbedienza, ognuno di noi si sentirà libero».
Non ha pronunciato la parola scissione, ma ne ha delineato contenuti, tempi e modi se non ci sarà un congresso per cambiare segretario, prima delle elezioni politiche previste all’inizio del 2018. Il disegno «è quello di un centrosinistra largo e aperto alla società civile» contro il progetto neocentrista del “Rottamatore” di Firenze, basato sul Partito della nazione e sull’intesa con Silvio Berlusconi. È pronto anche il nome del nuovo partito: “Ricostruzione del centrosinistra”. Lo slogan è “Consenso”.
L’ex presidente del Consiglio, già segretario del Pds-Ds, è alla ricerca di alleati nella sinistra interna del Pd e in quella esterna (Sinistra Italiana, liste civiche, socialisti). All’assemblea di Roma c’erano, in particolare, due esponenti di Sinistra Italiana: Arturo Scotto e Nicola Fratoianni e il socialista Valdo Spini. C’erano anche due candidati alla segreteria alternativi a Renzi: Roberto Speranza ed Enrico Rossi, entrambi esponenti delle minoranze democratiche (il primo bersaniano, il secondo presidente della regione toscana).
Alla riunione, però, mancava Pier Luigi Bersani. Il Lìder Maximo, come era chiamato un tempo D’Alema, sembra lanciare un messaggio in particolare proprio a Bersani, pur senza nominarlo: «Alcuni di noi non sarebbero solo liberi, ma avrebbero il dovere di farlo, per responsabilità che portano verso la storia della sinistra italiana».
Bersani è un personaggio chiave nella geografia politica dei democratici: è il più autorevole esponente delle sinistre del partito, è un fiero avversario del “giovane Rottamatore”, ma finora si è sempre espresso contro ogni ipotesi di scissione perché, come spiegò con una espressione efficace e surreale, vuole combattere contro il renzismo “con tutte e tre le gambe” dentro il Pd.
L’ex segretario democratico è cauto, continua a muoversi in modo autonomo contro Renzi. Prima ha lanciato l’idea di “un nuovo Prodi” per combattere le disuguaglianze sociali e per riavviare la crescita dell’Italia. Poi ha aperto alla possibilità di andare al voto anticipatamente, ipotesi cara al segretario del Pd, ma a patto di modificare la legge elettorale eliminando “i capilista bloccati”. Ha avvertito: «Fuori di questa logica c’è solo l’avventura».
L’ex segretario del Pd ha indicato il pericolo dell’”avventura”, ha evocato lo stesso termine usato da D’Alema contro Renzi. Oltre a D’Alema e a Bersani, ha adoperato questo sostantivo politicamente contundente a sinistra anche Speranza. Strana coincidenza. L’ex capogruppo del Pd alla Camera ha lanciato l’allarme: «D’Alema e Renzi? Io lavoro perché non diventino due partiti diversi, ma Matteo deve evitare l’avventura elettorale a giugno». Ancora una volta il rischio avventura. Nel Pci si parlava, in termini sprezzanti, di “scelta avventuristica” e di “avventurismo” quando estrema sinistra o destra mettevano in discussione le conquiste della classe operaia, oppure la stessa democrazia. “Avventurista”, invece, era l’autore dell’azione avventata e irresponsabile. Renzi è avvertito.

Rodolfo Ruocco