Berlusconi parla a nome degli alleati… da imprenditore

Berlusconi-MondadoriL’ex Cavaliere riesce in una delle sfide più difficili, riuscire a tenere insieme il centrodestra, ma resta tuttavia un imprenditore e finisce per decidere per gli altri. “Ho riannodato i rapporti con il centrodestra e poi abbiamo un programma molto preciso e completo sui cui hanno messo la firma gli alleati: è logico avere su singole questioni idee diverse, altrimenti saremmo un partito unico. Ne discuteremo e io farò valere quello che so e il prestigio e sono sicuro che farò passare una posizione che sia la mia o quasi la mia”. Lo dice Silvio Berlusconi nel corso dell’incontro organizzato da Confcommercio in vista delle elezioni. Non solo ma nonostante i dubbi espressi in passato dai suoi alleati rimette in squadra Carlo Cottarelli e afferma: “L’ho sentito ieri per telefono, mi ha ringraziato e mi ha detto di essere disponibile ad entrare nella squadra di governo, uno dei 12 nomi non provenienti dalla politica, magari con un ministero dedicato alla spending review”. Ma il diretto interessato smentisce il Cavaliere. “Ringrazio i partiti e i movimenti che mi hanno contattato in proposito, tuttavia la partecipazione ad un’attività di governo richiede la condivisione dei programmi concreti sulle cose da fare – dice Cottarelli -. Tale condivisione non può avvenire che dopo le elezioni. Vorrei quindi chiarire di non aver dato la mia disponibilità a nessun schieramento a partecipare in qualunque forma a un futuro governo”.
Ma il vero nodo per Berlusconi è ancora la sinistra e nonostante siano passati più di vent’anni, l’ex Cavaliere ripropone il suo vecchio mantra contro i comunisti: “Sono qui come imprenditore che parla agli imprenditori, come sapete sono incandidabile. Sono sceso in campo perché ho sentito quel dovere che avevo sentito già nel 1994 quando si era aperta una autostrada per l’ascesa al governo del Partito Comunista Italiano. Io a 12 anni andavo ad attaccare i manifesti della Dc, ho preso anche un po’ di botte dai compagni”.
Tuttavia ora per il leader di Forza Italia c’è un nuovo ‘nemico’ da combattere, il Movimento cinque stelle: “La sfida è fra centrodestra e Movimento 5 Stelle perché il Pd si è chiamato fuori: Renzi avuto il grande merito di avere tagliato i legami con il passato comunista ma non è stato in grado di tenere i suoi e quindi la sinistra si è divisa. Oggi è un partito sceso al 20% e qualcosa e quindi non ha alcuna possibilità”.

La guerra nella sinistra la rende irrilevante

sinsitraLa storia si ripete: è guerra nella sinistra e nel centro-sinistra. Anzi, più si avvicina il 4 marzo, la data delle elezioni politiche, più è “guerra totale”. Il Pd accusa Liberi e Uguali di far vincere “la destra” di Forza Italia e della Lega. Liberi e Uguali imputa al Pd di volere l’inciucio e di essere succube della “destra”. Secondo Potere al popolo, l’ultimo nato nel fronte progressista (raccoglie consensi tra gli elettori di Rifondazione Comunista, ex Ds e socialisti), le altre due sinistre praticamente sono un’altra faccia della “destra”.
La guerra fratricida tra le sinistre offusca perfino i diversi programmi e le differenti visioni della società. Piero Fassino è tra i pochi a non farsi prendere la mano: «Per me gli avversari politici sono i Cinque Stelle e i partiti del centrodestra. Noi non abbiamo avversari a sinistra». Ma l’ex segretario dei Ds, rimasto nel Pd di Matteo Renzi mentre molti altri hanno preferito la scissione, è tra i pochi a mantenere la calma e a non farsi trascinare dai toni settari.
Le accuse di “tradimento” dei valori della sinistra, in testa l’uguaglianza, prevalgono. Si è innescato un meccanismo di “cupio dissolvi” in nome di una non meglio precisata “purezza” politica. La battaglia è con il vicino di sinistra per conquistare voti, ma gli effetti sono opposti, deleteri. Non fa bene a nessuno alimentare le divisioni e gli scontri permanenti. Più la guerra a sinistra diventa senza quartiere più i sondaggi elettorali si tingono di nero per tutti: il Pd è crollato poco sopra il 20% dei voti, Liberi e Uguali oscilla sul 5-6%, Potere al popolo è posizionato tra l’1% e il 2%.
Il centro-destra di Silvio Berlusconi, unito pur tra non pochi dissensi interni, invece sale: secondo le rilevazioni starebbe poco sotto il 40% mentre il M5S si affermerebbe come il primo partito italiano con il 28%. Non solo. Gruppi neofascisti come Forza Nuova, cavalcando i temi anti immigrati e della sicurezza dopo il terrificante raid razzista di Macerata, avanzano e potrebbero riservare brutte sorprese. Ci sono le premesse di un disastro.
Certo gli indecisi sono ancora tanti e le urne potrebbero dare risultati diversi. Tuttavia l’andamento negativo potrebbe portare la sinistra al peggior risultato della sua storia. Nella Prima Repubblica Pci, Psi e la nuova sinistra (che si fosse chiamata Pdup o Democrazia proletaria) in totale andavano oltre il 40% dei voti. Nella parte iniziale della Seconda Repubblica il Pds-Ds e Rifondazione comunista sommati veleggiavano a ridosso del 35%. Il Pd renziano nelle elezioni europee del 2014 arrivò al trionfale 40,8%, una forza paragonabile solo alla Dc dei tempi d’oro.
In Italia la guerra nella sinistra c’è da sempre, salvo brevi periodi di sereno. La lotta fratricida è sempre stata tra le due diverse anime politiche: la sinistra riformista e quella radicale. C’è chi voleva mettere le briglie al capitalismo, per assicurare libertà ed uguaglianza alle masse popolari, e chi voleva l’abbattimento del sistema, la rivoluzione. Dopo il crollo del comunismo nel 1991 e la scomparsa dell’Unione Sovietica, tutto si è fatto più confuso. La socialdemocrazia non ha ingranato in Europa la marcia trionfale che molti si aspettavano, ma è andata incontro a divisioni e sconfitte; soprattutto in Italia la crisi è stata pesantissima.
L’unità è rimasto un miraggio, ha prevalso la frammentazione. Anche il tentativo di formare un centro-sinistra riformista, dando vita prima all’Ulivo di Romano Prodi e poi al Pd guidato da Walter Veltroni, è fallito. Renzi è sotto il fuoco incrociato degli avversari esterni e interni. Non è detto che sopravviverà al voto del 4 marzo. Se il Pd subirà una disfatta con la discesa al 20% dei voti, il segretario sarà disarcionato e si parla perfino di un possibile ritorno di Veltroni al posto dell’ex “rottamatore”. Se invece il Pd renziano riuscirà a reggere sul 25% incassando anche il 3-4% degli alleati minori di centro-sinistra (Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin), sarà comunque difficile formare un esecutivo.
La guerra nella sinistra rende ardua una intesa di governo con Liberi e Uguali di Grasso. Sarebbe molto complicato per Renzi riallacciare i rapporti con Bersani, D’Alema, Speranza, Civati, Fassina, usciti dal Pd con uno scambio di accuse laceranti. La guerra civile restringe e non allarga il perimetro della sinistra. Il pericolo è una terribile disfatta generale, le divisioni causano l’irrilevanza.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Contro Matteo Renzi la gara delle “spallate”

renzi bersani

Giù, sempre più giù. Matteo Renzi va sempre più giù nei sondaggi elettorali. Il Pd perde voti verso sinistra, verso destra e verso l’astensione: adesso è dato dalle ultime rilevazioni sul 24% dei voti, sotto il 25% dell’era Bersani, ben lontano dal 30% di un anno fa. Sommando il 4% dei consensi dei possibili alleati minori (Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin), il centro-sinistra arriverebbe al 28%.

Il M5S, invece, sarebbe nettamente il primo partito italiano con il 27% mentre il centro-destra potrebbe vincere le elezioni politiche del 4 marzo con il 36%. La sinistra di Pietro Grasso, in netta contrapposizione con il segretario democratico, otterrebbe il 6%.

Avversari esterni ed interni, alleati, ex alleati ed ex compagni picchiano duro su Renzi. Il Pd, fino a poco tempo fa il partito egemone del sistema politico italiano, s’indebolisce sempre di più. Lo spartiacque della crisi è stata la disfatta subita da Renzi nel referendum sulla riforma costituzionale, bocciata il 4 dicembre 2016 da quasi il 60% degli italiani.

Da allora sono cominciati i guai: Renzi ha perso la presidenza del Consiglio; ha subito da sinistra la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza; è contestato sia sul piano politico (le scelte “subalterne” al centro-destra di Silvio Berlusconi) sia sul piano personale (la gestione “autocratica” del partito).

L’ex presidente del Consiglio continua a difendere “le riforme strutturali” del suo governo (lavoro, scuola, pubblica amministrazione, fisco) che hanno fatto “ripartire l’Italia”, ma ha perso il magnetismo e la carica innovativa di quattro anni fa. Il segretario del Pd è sotto un fuoco incrociato. Micidiali spallate arrivano dagli ex compagni di partito, ora sostenitori di Liberi e Uguali di Grasso. Massimo D’Alema parla dell’esistenza di «un gruppo di potere» formatosi nel Pd e «il capo è Matteo Renzi». Roberto Speranza nega di nutrire “odio” ma lo accusa di «aver tradito il suo popolo» perché «ha inseguito la destra».

Spallate pericolose partono dai cinquestelle. Luigi Di Maio, il traghettatore del M5S dall’opposizione anti sistema al dialogo con gli imprenditori italiani ed europei, cerca di assestare un colpo mortale distinguendo tra Renzi e il Pd. Il candidato premier cinquestelle avverte: se il M5S non avrà i numeri per governare da solo «la sera del voto faremo un appello. Chi risponderà si siederà con noi per mettere in piedi le priorità di governo». Secondo delle indiscrezioni Di Maio vorrebbe «aprire ai dem senza Renzi» perché il segretario verrebbe fatto fuori dai critici interni dopo l’eventuale sconfitta nelle elezioni politiche del 4 marzo.

Per Renzi sono brutti momenti. È scattata la gara delle “spallate” contro di lui. Oltre agli attacchi di avversari e di ex compagni di partito si vede piovere addosso anche le critiche di Sergio Marchionne, un tempo suo strenuo sostenitore. L’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles lo vede in declino: «Renzi mi è sempre piaciuto come persona. Quello che è successo a Renzi non lo capisco. Quel Renzi che appoggiavo non l’ho visto da un po’ di tempo». Carlo De Benedetti invece, anche se tra molti dubbi, non volta le spalle a Renzi. L’ex dominus dell’ Olivetti, della Sorgenia e del gruppo Espresso-Repubblica, avverte: «Sono deluso, ma alla fine, vista l’offerta politica, voterò Pd».

Certo il segretario democratico ha commesso degli errori, si è isolato e adesso paga il prezzo delle sconfitte patite nel referendum e nelle elezioni amministrative degli ultimi anni; sono lontani i tempi di quando ottenne il 40,8% dei voti nelle europee del 2014. Renzi prende atto della realtà e cerca di recuperare: «È vero, il consenso è in calo» ma il Pd «sarà il primo partito, anche se non siamo più ai livelli del 2014». Sembra anche mettere da parte il progetto di tornare ad essere presidente del Consiglio dopo le elezioni: «Non è importante qual è il nome che va a Palazzo Chigi ma che sia del Pd».

Inaspettatamente Carlo Calenda, dopo le dure critiche degli ultimi mesi, torna al suo fianco. Il ministro dello Sviluppo economico prende a prestito il linguaggio del calcio: «Renzi è il nostro centravanti di sfondamento». Subito dopo, però, assegna la stessa maglietta di «centravanti di sfondamento» anche a Paolo Gentiloni, amico di Renzi, attuale ed apprezzato presidente del Consiglio.

(Sfogliaroma.it)

Rodolfo Ruocco

Il Pd non fa “sconti” a Grasso e chiede gli arretrati

Francesco Bonifazi al suo arrivo all'assemblea nazionale del Partito Democratico a Roma, 14 dicembre 2014. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Francesco Bonifazi al suo arrivo all’assemblea nazionale del Partito Democratico a Roma, 14 dicembre 2014.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Dopo il divorzio arrivano i conti da pagare, Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd, ha infatti richiesto a Pietro Grasso 83mila euro per non aver versato negli ultimi cinque anni le quote al gruppo del Pd al Senato. Richiesta respinta al mittente, il leader di Liberi e Uguali, risponde con una lunga lettera pubblicata da Repubblica, in cui non solo si giustifica davanti alle numerose richieste, ma per il presidente del Senato le dichiarazioni di Bonifazi “sono infamanti” e rappresentano “una sorta di ritorsione” nei suoi confronti.
“Non ho mai ricevuto da voi – precisa Grasso – alcuna comunicazione in merito alla quota economica mensile che avrei dovuto versare al Pd in ragione della mia elezione, né le modalità di pagamento. Eppure dal marzo del 2013 al giorno delle mie dimissioni dal gruppo del Pd in Senato sono trascorse 56 mensilità. Abbastanza occasioni per farlo, non crede?”. Inoltre Grasso contrattacca e prende di mira la ‘mala gestione’ (a suo dire) dei dem: “Aggiungo una cosa. Lasci fuori da questa orrenda strumentalizzazione i dipendenti del Pd. Sono in cassa integrazione in virtù di una gestione economica e finanziaria disastrosa e di un indebitamento milionario causato, in primis, dalla fallimentare campagna referendaria: a loro, così come ai giornalisti dell’Unità, di Europa e alle loro famiglie, va tutta la mia solidarietà – conclude il presidente del Senato -. Questo usato da Lei e da alcuni suoi colleghi di partito è un modo di condurre il confronto politico che rifiuto: mi auguro che non sia questo il tono della vostra campagna elettorale. Di certo non sarà il mio, se non costretto”. Grasso ricorda quindi: “Nel mio secondo giorno da presidente del Senato ho scelto di dare un segnale di sobrietà tagliando, fatte salve le indennità irrinunciabili, varie voci tra cui quelle previste come ‘rimborso spese per l’esercizio del mandato’, esattamente quella dalla quale i parlamentari prelevano la quota che versano nelle casse del Pd. Oltre ai tagli alle mie indennità ho dimezzato il costo complessivo lordo del gabinetto del presidente e del fondo consulenza, con un risparmio annuo di circa 750.000 euro. Al termine del mio mandato avrò dunque fatto risparmiare alle casse dello Stato più di quattro milioni di euro”.
Tuttavia contro queste ultime argomentazioni arriva il disappunto del deputato Pd, Michele Anzaldi: “Grasso dice che la pensione da magistrato se l’è guadagnata. E chi lo mette in discussione? Anche il presidente Mattarella percepisce la sua pensione, ma ha scelto di evitare che il cumulo con lo stipendio da presidente della Repubblica sfori il tetto da 240mila che nella pubblica amministrazione tutti sono chiamati a rispettare. Perché Grasso non ha fatto lo stesso? È infamante chiedergliene conto?”.
A mettere i puntini sulle I anche il costituzionalista e senatore Pd, Stefano Ceccanti che dalle pagine di Democratica puntualizza come sia impossibile che Grasso, anche se presidente del Senato, non debba finanziare un partito essendone poi leader. “O si ritiene che un Presidente di Assemblea nel momento in cui è eletto si debba iscrivere al Gruppo Misto per rimarcare l’indipendenza (ed è una tesi ben sostenibile) e in quel caso ovviamente sarebbe esente dal contributo, oppure, se invece resta iscritto al gruppo di origine, come ha scelto di fare Grasso fino a pochi giorni fa, non può che comportarsi come tutti gli iscritti a quel gruppo”.

IL SALVATAGGIO

bonino tabacci

Non è mancato il rammarico e la sorpresa da parte socialista per la decisione improvvisa dei radicali, storici alleati del Psi, di allearsi con Bruno Tabacci di Centro Democratico. L’ex ministro degli Esteri prima ha deciso di correre da sola nelle politiche del 4 marzo, poi non riuscendo a raccogliere le firme necessarie, ha protestato contro il Partito democratico e infine ha accettato di correre con Bruno Tabacci della Lista Centro Democratico già presente in Parlamento. Un vero e proprio valzer. Insomma alla fine sarà un piccolo partito cattolico a togliere le castagne dal fuoco ai laicissimi radicali di +Europa (e probabilmente anche a Renzi) sulla questione della raccolta delle firme per le elezioni del prossimo 4 marzo.

Il colpo di scena si è materializzato nel primo pomeriggio nella sede della stampa estera, quando i vertici radicali hanno invitato a parlare il leader di Centro Democratico Bruno Tabacci, che era seduto in prima fila. E che ha fatto sapere di “aver riunito in mattinata gli organi dirigenti” della sua formazione e di aver deciso di “mettere a disposizione” il proprio simbolo al progetto +Europa. Questo, in soldoni, significa che la neonata formazione non dovrà passare per le sottoscrizioni alle candidature, essendosi Centro Democratico già presentato alle elezioni del 2013. Una decisione che è stata definita dal diretto interessato “un atto di servizio alla democrazia”, mentre per Emma Bonino si tratta di un “gesto generoso e autonomo che ci consente di essere presente ai blocchi di partenza al pari degli altri”. Non a caso, la conferenza stampa si era aperta con una critica feroce al Rosatellum, definito “trappola” e “imbroglio”, e con l’annuncio di iniziative legali sul fronte nazionale ed europeo. Il problema, anche per effetto del martellamento mediatico operato negli ultimi giorni dagli esponenti di +Europa, era ormai noto ai più: secondo le norme approvate col Rosatellum, a Emma Bonino e compagni sarebbe stato necessario raccogliere 25mila firme per potersi presentare all’appuntamento elettorale, poiché la neonata lista +Europa non può contare su rappresentanze parlamentari e non ha precedenti elettorali. Un numero di firme non proibitivo in assoluto, ma certamente arduo da superare per una formazione che come +Europa non può contare su una importante struttura territoriale e quasi impossibile nel caso di un apparentamento col Pd, visto che in quel caso occorrerebbe attendere il 21 gennaio per formalizzare la coalizione e il 29 per presentare le liste con le relative firme.

Dal Nazareno, dall’inizio della trattativa politica condotta da Piero Fassino, si è più volte rassicurato gli esponenti radicali sul fatto che lo scoglio della raccolta delle firme sarebbe stato agevolmente superato grazie alla struttura del Pd, e che la priorità, nel breve, andava accordata al merito politico dell’accordo. Una linea che non è stata sposata dai radicali, inquietati dall’eventualità di una marcia indietro all’ultimo momento del Pd. Sullo sfondo, il “tira e molla” sulle candidature nei collegi uninominali che è fisiologico nella fase che precede la presentazione delle liste. Ancora stamani, il radicale Della Vedova aveva annunciato che +Europa si sarebbe attivato per raccogliere le firme autonomamente, non chiedendo l’apparentamento ai Dem per la mancanza di sufficienti garanzie politiche. Contestualmente, Piero Fassino aveva chiesto di “tenere la porta aperta”, rassicurando +Europa sulla raccolta delle firme. Una questione che ora risulta bypassata dagli eventi, anche se restano ancora dei nodi da sciogliere, come ad esempio la fisionomia che il nuovo ibrido politico dovrà avere, perché se è vero che per Tabacci “la collocazione è il centrosinistra”, ci sarà da valutare i modi dell’apparentamento col Pd di Renzi. A questo proposito, è stata annunciata un’assemblea per il 13 gennaio, nel corso della quale saranno definiti maggiormente i contorni di un’operazione politica che ha sorpreso tutti. Anche alcuni esponenti di Centro Democratico come il deputato Lorenzo Dellai, che ha fatto sapere di aver appreso della cosa “in tv”.

Scrive Massimo Sagramola:
Gli spezzapollici di Salsomaggiore Terme

Dopo avere notato sui social network di Salsomaggiore Terme post contro il Capo dello Stato, Il Papa, Il Segretario PD, post contro il Sindaco Pd come contro lo stato italiano, ho aperto una pagina Facebook per segnalare il fenomeno. Da giorni ricevo insulti aperti e personali quali “subumano”, “malato di mente” insieme a più classici turpiloqui. Da ultimo inizio a ricevere “avvertimenti” tramite social network e tramite amici socialisti riguardo l’intenzione di uno spezzapollici scelto per arrecarmi del male. Ovviamente presenterò denuncia, per il  momento constato che la pagina ha dato fastidio, ricevendo un furore facinoroso al di là del bene e del male. Non passeranno, attenti al neofascismo !

Massimo Sagramola

Etruria: nel giorno di Ghizzoni spunta mail Carrai

Banca Etruria-BoschiPoche righe di una mail piovuta sul banco della presidenza della Commissione Banche: “Ciao Federico, solo per dirti che su Etruria mi è stato chiesto di sollecitarti, se possibile, nel rispetto dei ruoli, per una risposta. Un abbraccio Marco”. Dove Federico è Ghizzoni, ex amministratore delegato di Unicredit, mentre il Marco che scrive è Marco Carrai, imprenditore ed esperto di cyber security – tanto che per lui si parlò di un incarico a capo di una squadra di 007 a Palazzo Chigi – e amico di lunga data di Matteo Renzi. È il colpo di scena che l’audizione più temuta dal Partito Democratico regala al caso Banca Etruria. Ma dall’audizione di questa mattina, i commissari aspettavano soprattutto chiarezza sullo scambio di accuse tra l’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, e l’ex ministra delle Riforme, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. De Bortoli aveva infatti parlato dell’incontro tra la ministra e l’ad nel suo ultimo libro, sottolineando la richiesta “di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria” da parte di Unicredit. A distanza di mesi dall’uscita del libro, con le polemiche mai sopite sul suo contenuto, Ghizzoni ha avuto la possibilità di parlare in una sede istituzionale. L’allora ministro, Maria Elena Boschi, “mi chiese se era pensabile per Unicredit valutare un intervento su Banca Popolare dell’Etruria stressando di nuovo la sua preoccupazione sugli effetti della crisi in Toscana”.

A queste parole le opposizioni rispondono con la rinnovata richiesta di dimissioni di Boschi. Si tratterebbe, per grillini ed Mdp, della conferma di quanto riportato da Ferruccio De Bortoli e che ha portato l’esponente del governo ad annunciare querela contro l’autore. Tanto Boschi quanto De Bortoli esprimono soddisfazione: “Sulla vicenda Banca Etruria, confermo ciò che ha detto oggi Ghizzoni. Che è stato impeccabile nel raccontare i fatti. I fatti sono quelli. Io mi sono informata e interessata come avrebbe fatto chiunque altro all’economia del proprio territorio”, scrive su Twitter il sottosegretario ad audizione ancora in corso.

Quando i commissari si ritirano, De Bortoli ringrazia “Federico Ghizzoni per aver confermato la richiesta dell’allora ministra Maria Elena Boschi di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria”. Il Partito Democratico insiste sull’assenza di “pressioni” da parte della Boschi, così come fatto al termine delle audizioni del presidente Consob, Giuseppe Vegas, e del governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco. Durante la sua audizione, rispondendo alle domande dei commissari, Ghizzoni ha infatti sottolineato di “non aver avvertito pressioni”, ma di aver avuto con Boschi un colloquio cordiale. Un incontro chiesto dalla allora ministro, al termine della cerimonia per i 15 anni di Unicredit e dopo il quale, Ghizzoni diede mandato alla sua segretaria di fissare un appuntamento con la responsabile delle riforme del governo Renzi. Incontro che si svolse il 12 dicembre 2014. Dopo quella data non ci furono altri contatti con Boschi. Ma di Etruria si continuò a parlare in Unicredit, anche perché Ghizzoni avviò, tramite i suoi collaboratori, una prima analisi della fattibilità dell’operazione Etruria. Circa un mese dopo, tuttavia, arrivò la mail di Carrai. Era il 15 gennaio. La risposta di Ghizzoni, che sottoliena di non essere in confidenza con Carrai ma di conoscerlo solo come consulente, fu netta: “Risposi che stavamo esaminando la situazione. Per me la risposta andava data solo alla banca”. Ghizzoni aggiunge di non aver chiesto “per il bene di Unicredit” chi fosse che solecitava una risposta su Etruria. Ma la risposta fu, al termine dell’esame, negativa. Se per i commissari di opposizione, come Andrea Augello, è chiaro che i committenti

della mail fossero Renzi e Boschi, di diverso avviso – ovviamente – sono gli esponenti dem. Fonti parlamentari sottolineano che “Carrai non agiva per conto di Renzi e Boschi”. Lo stato d’allerta, nonostante la soddisfazione manifestata da Boschi e dal renzianissimo Andrea Marcucci, rimane ai massimi livelli: “Teniamo botta”, viene spiegato, “ma la situazione non è facile. In ogni caso Ghizzoni ha ribadito che non ci sono state pressioni”. Per il momento è alla parola “pressioni” che sembra aggrapparsi la linea difensiva di un Pd che si prepara a dover contrastare l’offensiva delle opposizioni in campagna elettorale proprio sul tema delle banche.

“Carrai – è il commento di Ettore Rosato capogruppo Pd alla Camera – è un professionista, che non ha niente a che fare con il Pd, che opera in quel settore e conosce Ghizzoni. Mi pare normale uno scambio di corrispondenza professionale. Si interfaccia con il mondo delle imprese e del sistema finanziario”.

CENTROSINISTRA APERTO

lista insieme psi verdi

“Insieme”: è questo il nome con cui scendono in campo, a fianco del Pd, Psi, Verdi e Area Civica, i prodiani. Sul simbolo, oltre alla scritta “Italia Europa”, compaiono, su uno sfondo bianco, i simboli dei Verdi, del Psi e il bollo arancione di Aera Civica e figura, al centro, un ramoscello d’Ulivo. In alto le parole ‘Italia Europa’. Gli elettori troveranno sulla scheda per le politiche questo simbolo, alleato con il Pd. Oggi a Roma la presentazione ufficiale. Presenti Riccardo Nencini, segretario del Psi, Angelo Bonelli e Luana Zanella (Verdi), Giulio Santagata (prodiano). In sala la ‘benedizione’ del Pd è stata portata dal vicesegretario Maurizio Martina e da Piero Fassino. Presente anche Ernesto Auci del gruppo Misto. Per il Psi presenti anche Pia Locatelli, Enrico Buemi, Oreste Pastorelli, Mariacristina Pisani, Gian Franco Schietroma, Silvano Rometti.

“E’ un ricordo che non è nostalgia ma impegno”, spiega il prodiano Giulio Santagata presentando una lista che, rimarca, “non vuole essere testimonianza ma contribuire alla linea programmatica del centrosinistra”. Santagata pone l’accento sulla parole insieme perché ci sono questioni che “Italia e Europa non possono affrontare con una visione localistica”. È il momento di darsi una scossa, non basta l’indignazione suscitata dalla informazione televisiva o dalle notizie lette su internet. “Per questo – continua Santagata – ho tolto dal chiodo le mie scarpe. Per rimettermi in cammino tra la gente. Bisogna darci una mossa. Non si può stare a guardare e rilanciare l’idea che un paese ricco di risorse come il nostro può e deve fare un salto in avanti”.

Il ramoscello al centro del simbolo rappresenta il legame con la stagione dell’Ulivo. “Non la nostalgia – aggiunge Santagata – ma l’impegno. Quando abbiamo vinto quelle campagne elettorali – sottolinea riferendosi al 1996 e successivamente al 2006 quando Prodi andò a Palazzo Chigi esattamente a 10 anni di distanza una dall’altra – è perché il nostro impegno è stato premiato. È grazie all’impegno che abbiamo vinto”. “Oggi il centrosinistra va migliorato. Pd e alleati hanno governato con luci e ombre. Bene le luci, ma bisogna illuminare le ombre contribuendo a definire le linee programmatiche dei prossimi anni”.

Il bollo arancione di Area Civica richiama, cromaticamente, il movimento che faceva capo al “grande assente” della lista a sinistra del Pd, Giuliano Pisapia. “Dieci anni fa – aggiunge – avremmo assistito ad una grande corsa verso il centro, ora si rischia di assistere ad una corsa verso le estreme. C’è una disgregazione delle aree centrali del Paese che non segue una direttrice chiara”, spiega l’esponente prodiano secondo il quale la parola chiave del contributo di Insieme è “sostenibilità: ambientale, ma anche sociale, in un Paese diviso, dove le diseguaglianze sono diventate intollerabili”. Presenti, alla conferenza stampa, anche il vice segretario Pd Maurizio Martina e Piero Fassino, il tessitore della coalizione di centrosinistra scelto da Matteo Renzi.

Il segretario del Psi Riccardo Nencini mette in rilievo la necessità di partire dalla sostanza. Dalle idee. “Chiediamo subito un tavolo del centrosinistra – afferma Nencini – per discutere un progetto da portare a tutti gli italiani. A gennaio ci saranno le primarie delle idee, porteremo le nostre proposte in tutte le piazze d’Italia”. “Noi siamo una sorta di Pordenone Calcio vogliamo creare passione e ripetere una stagione di vittorie”, spiega Nencini con riferimento alla “favola” della squadra friuliana fermata solo ai rigori dall’Inter in Coppa Italia.

“Abbiamo ultimato un lavoro che durava da mesi. Siamo soddisfatti del lavoro fatto. È un simbolo inclusivo. Inclusivo significa che porta con se i figli di una storia politica importante. Però un simbolo aperto, ove mondi e culture che volessero riconoscersi in questa storia, possano trovare porte aperte e finestre spalancate”.

Mentre Angelo Bonelli, presidente dei Verdi, ricorda come la formazione ambientalista sia “tra i fondatori dell’Ulivo” e sottolinea, senza citare Giuliano Pisapia: “La scelta che altri hanno fatto di non contribuire al centrosinistra non la condividiamo per due ordini di motivi. La presenza forte di ecologisti in Parlamento può contribuire a far cambiare una rotta che fino ad oggi non ci ha convinto. Serve un centrosinistra diverso, nuovo con politiche ambientali innovative”.

“Le emergenze ambientali che sono una crisi economia e sociale profonda chiedono l’urgenza di processi di governo se vogliamo veramente salvare non solo il nostro paese, ma complessivamente il pianeta. Le politiche sul clima, le politiche energetiche, l’innovazione per esempio nell’industria automobilistica per superare quelle resistente verso l’auto pulita, sono nostri obiettivi molto importanti”. “Non può essere indifferente – conclude Bonelli – il futuro di questo Paese. Un futuro consegnato nelle mani di Berlusconi, Salvini, Meloni è un incubo, sia dal punto di vista delle poliche ambientali, sia da quello delle politiche sociali che di quello delle politiche internazionale”.

L’apprezzamento del Pd arriva dalle parole di Piero Fassino: “La formazione del rassemblement di ispirazione ulivista ‘Insieme’ rappresenta un contributo importante per una nuova stagione di centrosinistra, fondata su una coalizione ampia, plurale e inclusiva”. “Si ritrovano in ‘Insieme’ culture e esperienze – l’ambientalismo, il riformismo socialista, il femminismo, il pensiero progressista, il civismo – che hanno condotto e conducono ogni giorno un comune impegno nel governo dell’Italia e nella guida di tante Regioni e Città. Un patrimonio prezioso di esperienze e idee su cui il centrosinistra può contare per dotarsi di un programma credibile per un’Italia moderna e giusta”.

C. sinistra, Nencini: “Lista progressista a giorni”

urna-elettoraleSi stringono i tempi sulla definizione del perimetro della coalizione di centro sinistra. Il primo nodo dovrebbe essere sciolto oggi alla direzione di Ap. Alternativa popolare va verso una separazione consensuale dal Pd: il tentativo è di non arrivare ad un voto con Lupi, Formigoni, Albertini e altri che ribadiranno di non voler andare insieme al Pd. “Proporrò un accordo con persone come Fitto e come Cesa per una gamba moderata e autonoma, orgogliosamente autonoma, ma che sia anche capace di dialogare con Forza Italia”, afferma l’ex governatore della Lombardia.

Al fianco dei democratici ci sarà una lista di centristi che ruoterà attorno alle figure di Lorenzin e Casini e che potrebbe vedere anche la partecipazione di altri esponenti moderati come Tabacci. In settimana (mercoledì o giovedì) si definirà anche la lista a sinistra: dopo il passo indietro di Pisapia.

La lista progressista di centrosinistra alleata del Pd, ha spiegato il segretario del Psi Riccardo Nencini, sarà presentata “a giorni”, e anche senza Campo Progressista “la sua impalcatura rimane integra”. “Ci sono ambientalisti, Verdi – ha detto ancora – ci sono i socialisti, ci sono prodiani, ci sono sindaci, quindi ci sono esperienze civiche, e c’è una parte anche che proviene da Sel: quindi l’impalcatura, la cornice, rimane solida”. Nencini ha quindi espresso perplessità sulle dichiarazioni di ieri di Pietro Grasso, il quale ha affermato che sarà lui stesso a guidare Liberi e Uguali, e non Massimo D’Alema: “Non ho mai visto fondatori di esperienze politiche, ma non soltanto politiche, che fanno passi indietro”.

La lista, riferisce chi sta lavorando al ‘dossier’, nasce con l’attivismo dei prodiani e dovrebbe avere l’incoraggiamento dell’ex presidente del Consiglio. Segnali in questo senso sono arrivati nelle ultime 48 ore, spiegano le stesse fonti. Prodi tra l’altro dovrebbe inviare un messaggio all’iniziativa sul clima in programma sabato. Renzi in ogni caso ha chiesto di accelerare per chiudere il perimetro e attende anche la formazione di Della Vedova e Bonino +Europa. “Inizia la campagna elettorale e penso che sia importante discutere di argomenti concreti per il futuro”, attacca Renzi, “noi come Pd abbiamo le idee chiare: siamo convinti europeisti ma vogliamo un’Europa diversa da quella tecnocratica che troppo spesso abbiamo conosciuto”. Il capogruppo Pd alla Camera parla di una coalizione che vede a sinistra del Pd una lista “con un gruppo ampio di rappresentanti politici e liste civiche che viene dalla Storia del territorio” anche con qualcuno dei fuoriusciti da Sel.

Nel Pd intanto si discute anche di candidato premier: “Credo che sia ragionevole discutere su quale oggi sia la formazione di gioco migliore per giocare questa partita”, afferma il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. “Gentiloni e Renzi insieme possono fare molto”, si limita a dire il ministro Calenda.

Diritto di difesa. L’Avvocato minacciato di morte

avvocato difensorePrima di parlare delle minacce di morte rivolte a un avvocato che difende un ragazzo accusato di due omicidi e processato a Nuoro, vorrei citare due persone. Un mio vecchio maestro di giornalismo che diceva sempre che le domande migliori sono quelle alle quali non ti rispondono; e un vecchio compagno di partito che affermava che “noi socialisti siamo (anche, aggiungerei io senza un filo di ironia) figli del dubbio e non dobbiamo mai smettere di porci delle domande”. Quindi, parafrasando Pirandello e i suoi Sei personaggi in cerca di autore, in questo articolo troverete diverse notizie, e tante domande in cerca di risposta.

La storia di una chat dell’odio era nell’aria da tempo, ed era stata anche già segnalata, ma la vicenda ha assunto connotati inquietanti dopo le minacce di morte via facebook rivolte, appunto, a uno degli avvocati che difende Alberto Cubeddu, sotto processo a Nuoro perché accusato del duplice omicidio di Orune-Nule, in concorso con il cugino Paolo Pinna.

Minacce oggetto anche di una interpellanza parlamentare presentata dal deputato Pd Emanuele Cani il 22 novembre scorso, e che ben riassume il clima che ha avvolto sin dall’inizio le indagini e che potrebbe aver contaminato anche i processi ai due cugini. Ma cosa potrà accadere dopo le risposte dei ministri? Ormai siamo giunti alla scadenza della legislatura, sarà forse il prossimo Parlamento a istituire una commissione d’inchiesta su questo e altri aspetti legati ai due processi?

Nell’interpellanza è scritto che: “I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell’interno, il Ministro della giustizia, per sapere – premesso che:

nei giorni scorsi gli organi di stampa regionali e non solo hanno riportato la notizia di gravi minacce rivolte a una avvocata del foro di Sassari, difensore in un delicatissimo processo in corso davanti alla Corte d’assise di Nuoro;

l’avvocata è stata minacciata di morte su una pagina facebook che si occupava da tempo dei fatti al vaglio della magistratura nuorese e la cui attività palesemente offensiva e dispregiativa di tutti i difensori impegnati nel processo, era già stata segnalata alla Corte d’assise di Nuoro nel corso del predibattimento;
in particolare, le minacce nei confronti dell’avvocata sono state postate da persone ben individuate e comunque collegate alle vicende all’esame della Corte di Nuoro;

gli interpellanti, anche in considerazione del ripetersi in varie sedi di atteggiamenti aggressivi ed intimidatori nei confronti di avvocati impegnati in pubbliche udienze nella tutela del diritto di difesa garantito dall’articolo 24 della Costituzione, sono molto preoccupati per il clima che si sta creando:

se i Ministri interrogati siano stati a conoscenza dei gravissimi episodi riportati in premessa e quali iniziative di competenza intendano porre in essere per prevenire e contrastare tali gravissimi episodi assicurando che i professionisti minacciati possano continuare a svolgere il proprio lavoro in sicurezza;

se siano state attivate, per quanto di competenza, tutte le strutture deputate, inclusa la polizia postale, per individuare le pagine dei social media caratterizzate da spirito di totale intolleranza nei confronti della funzione difensiva e addirittura insofferenti anche nei confronti della stessa giurisdizione penale e dei suoi legittimi richiami al rispetto delle regole del processo”.

L’interpellanza fa notare che nella black chat alcuni soggetti spargevano odio con scienza e con coscienza, e non poteva non chiedere l’intervento della polizia postale, e delle altre strutture deputate a svolgere le indagini. Incidentalmente le indagini potrebbero essere affidate a soggetti “terzi” e non locali, che non guarderebbero con fastidio e sospetto il lavoro dei difensori e dei giudici.

Riassumendo la vicenda, di cui abbiamo già scritto, l’8 maggio 2015 viene assassinato a Orune, con tre colpi di fucile calibro 12, Gianluca Monni, studente di 18 anni. Secondo l’accusa, la sera prima i due cugini avrebbero anche sequestrato e ucciso Stefano Masala, di Nule, per rubargli l’auto usata la mattina dopo per commettere l’omicidio. Auto che è stata bruciata la sera del giorno del delitto in aperta campagna, mentre il corpo di Masala non è stato ancora ritrovato.ALBERTO CUBEDDU (a sinistra) e PAOLO PINNA

Alle radici dell’omicidio, secondo l’accusa, un brutale pestaggio in due tempi, avvenuto la notte del 13 dicembre dell’anno prima, dopo che Paolo Pinna (accompagnato a Orune da Stefano Masala) avrebbe molestato la fidanzata di Monni durante una festa da ballo organizzata per Cortes Apertas. Pinna, al culmine di un diverbio, avrebbe puntato una pistola su Monni ma sarebbe stato disarmato dagli amici del giovane e poi pesantemente picchiato. Prima all’esterno della sala e poi fuori dal paese, dove era stato organizzato un blocco stradale. Un pestaggio talmente pesante che, come ha dichiarato qualche testimone durante le indagini, Stefano Masala avrebbe lavato il sedile della macchina per ben due volte, tanto era pieno di sangue.

Mentre Paolo Pinna, minorenne all’epoca dei fatti, processato col rito abbreviato, è stato condannato in primo grado a 20 anni dal tribunale dei minori di Sassari, e il 5 dicembre dovrebbe arrivare la sentenza di appello, il processo ad Alberto Cubeddu si sta svolgendo, appunto, in assise a Nuoro.

E proprio a Nuoro, in apertura dell’udienza del 17 novembre scorso, uno degli avvocati difensori di Cubeddu ha fatto scoppiare la bomba leggendo le minacce di morte ricevute via web, come commento dei suoi interventi all’udienza precedente, svoltasi il 19 ottobre. Minacce apparse in un post del gruppo Facebook “Vogliamo Stefano a casa”, nato per dare un sostegno morale alla famiglia Masala ma che, anche secondo l’interrogazione parlamentare, era diventato una vera e propria chat dell’odio.

Qualcuno potrebbe considerare queste minacce un fatto normale, uno dei tanti impedimenti e intimidazioni nei confronti del collegio di difesa dei due imputati. Qualcuno ha scritto di “minacce più o meno velate”, quasi a sminuire la portata l’episodio, ma l’aria che si respirava all’inizio dell’udienza era carica di tensione. Di chi non voleva che se ne parlasse? Di quando le sentenze si scrivono su fb e sui giornali e il processo diventa un siparietto inutile e fastidioso? Eppure si tratta di diritti che la Costituzione garantisce a tutti e in tutta Italia, Sardegna compresa. Come pure le norme dovrebbero garantire un tranquillo e “normale” svolgimento dei processi.

E vediamole le “più o meno velate” minacce: “Ma questo avvocato vuole vivere o morire?”. C’è forse bisogno di grandi studi per interpretare una frase del genere? Parole roventi come piombo caldo, scusate, pesanti come macigni, precedute da “Ci vuole coraggio a dire certe cose in aula” e “Hai perso l’occasione per stare zitta”. Riportate nel post in italiano e in sardo, giusto per farsi capire da tutti. Ma se c’è qualcosa di “velato” non è certo in queste frasi, e chissà se al termine delle indagini richieste dall’interrogazione parlamentare non si arrivi ad accuse tipo l’associazione a delinquere di stampo mafioso.

Come, forse, non era esattamente corretto il progetto di una manifestazione da tenersi all’ingresso del Tribunale di Nuoro, sempre organizzata dal gruppo, quasi a fare pressioni anche sui giudici perché non osassero esprimere un verdetto diverso dal loro. Manifestazione annullata all’ultimo momento con grande fastidio di qualche iscritto.

Adesso la famiglia Masala ha chiuso il gruppo dichiarando che era nato anche per avere un sostegno morale e che ha sempre rispettato tutti, compresi gli avvocati difensori. Anche se bisogna specificare che precedenti segnalazioni della difesa su contenuti censurabili, sempre postati sul gruppo, erano rimaste inascoltate, come è scritto anche nell’interpellanza.

E viene proprio da domandarsi quando arriverà la regolamentazione anche per i contenuti dei social media, nel senso che se io scrivo sull’Avanti le stesse frasi rivolte all’avvocato sulla black chat, e se vengono pubblicate sfuggendo ai controlli, succede un casino nero e, oltre le sanzioni penali, mi cacciano dall’Ordine. Lo scrivo su facebook ed è normale, anzi sono uno fico.

Di questo storia, prima che arrivassero le minacce di morte, ne avevo avuto notizia anche io mesi fa: l’avvocato mi aveva parlato di un gruppo facebook dai contenuti lerci, pesanti, sembrerebbe fatti anche da miei e da suoi colleghi, ma non ha voluto rilasciare interviste, e io non ho chiesto copia degli screenshot perché volevo che a parlarne fosse il diretto interessato.

Magari ricordo male, però non avendo sponda ho preferito glissare sull’argomento, anche perché senza la documentazione in cassaforte mai avrei potuto scriverne. L’avvocato ha preferito far esplodere il caso nel corso dell’udienza, e questa è una scelta che rispetto. Come rispetto quella di esserci mollati dopo la mia richiesta di intervistare non solo i difensori ma anche i familiari dei due ragazzi accusati del duplice omicidio.

Per mia scelta, invece, ho dimenticato i nomi dei giornalisti e degli avvocati iscritti al gruppo, e che hanno usato linguaggio e modi che i rispettivi Ordini professionali potrebbero censurare. Nomi che mi sono giunti all’orecchio anche qualche giorno fa, ma che potrebbero essere falsi e oggetto di una delle tante campagne denigratorie e di vendette personali legate a questi strani processi. Anche questa volta niente screenshot, che sembrano più riservati della data di nascita di Amanda Lear che, a sua volta, è più segreta della combinazione della cassaforte di Fort Knox. Il giudizio su giornalisti e avvocati che hanno usato la black chat per spargere odi e veleni lo lascio ai rispettivi Ordini professionali, così come obbligati dalla legge, ovviamente solo dopo che un fatto così grave è stato provato dall’analisi degli screenshot.

Visto che le minacce di morte all’avvocato sono solo la punta dell’iceberg, aveva ragione Roberto Pinna, padre di Paolo, quando, dopo la condanna del figlio in primo grado, ha dichiarato che: “Il processo andava fatto a Roma. Qui c’era troppa pressione, l’opinione pubblica aveva già deciso.”?

Su questo argomento si può citare testualmente l’articolo 45 del codice di procedura penale: “In ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo ovvero la sicurezza o l’incolumità pubblica, o determinano motivi di legittimo sospetto, la Corte di cassazione, su richiesta motivata del procuratore generale presso la corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell’imputato, rimette il processo ad altro giudice”.

Continuando con le domande, l’avvocato aveva già segnalato la chat dell’odio durante il predi battimento in assise a Nuoro, come mai è stata presa sottogamba? Quanto ha inciso la campagna d’odio della black chat e della stampa in generale che hanno condannato da subito i due cugini? Quanto sono stati condizionati, per esempio, i giudici popolari dell’assise di Nuoro, che non sono delle comparse ma ai quali la legge affida compiti importanti?

In luoghi normali un avvocato riceve minacce di morte? I genitori degli imputati vengono presi a fucilate, come è capitato a Roberto Pinna? E i testimoni diventano un bersaglio mobile? Uno dei testi della difesa, non ancora chiamato a deporre, infatti, il 30 settembre scorso è stato ferito da una fucilata, calibro 12, sparatagli da un ancora sconosciuto aggressore. Un errore nel prendere la mira o un messaggio preciso, una intimidazione per garantirsi una testimonianza addomesticata? Non si era ancora diradato il fumo della polvere da sparo che qualche giornale ha scritto che il fatto non era legato al processo in corso a Nuoro. Indagini alla velocità della luce o poteri divinatori? Poteva essere un messaggio trasversale alla ex ragazza chiamata a deporre qualche giorno dopo?

E ancora. Come reagirebbe o avrebbe reagito vostro padre se foste tornati a casa esibendo una pistola, sottratta magari a uno che ve l’aveva puntata contro? Degli altri non so, ma il mio a calci in culo mi avrebbe portato dai carabinieri. Il resto me lo avrebbe dato con calma dopo. E poi si sarebbe veramente arrabbiato. Sicuramente non avrebbe discusso della restituzione con il padre del ragazzo al quale l’avevo sottratta. Dato che un’arma serve per compiere atti delinquenziali, cosa ne fa un bravo ragazzo di una pistola che, incidentalmente, si è tenuto senza pensare di consegnarla alle forze dell’ordine? Se la tiene sotto il cuscino e ci si fa le pugnette?

Visto che a Cortes Apertas sarebbe stata usata una pistola, come mai nessuno ha chiamato i carabinieri per denunciare il fatto? Non si dovrebbero comportare così i bravi ragazzi? Se tutto è nato quella maledetta notte del 13 dicembre 2014, l’intervento delle forze dell’ordine avrebbe evitato che si arrivasse agli omicidi?

Continuiamo con il pestaggio in due tempi di cui è stato vittima Paolo Pinna. L’organizzazione dell’agguato all’uscita del paese, con un’auto che ha bloccato la strada e le altre disposte in posizione strategica, è frutto di un caso o di una ben oliata macchina da guerra messa in piedi da quei bravi ragazzi di Orune (almeno uno con la pistola che avrebbe sottratto a Pinna)? Una testimone ha dichiarato nell’udienza del 5 ottobre scorso che: “Gianluca Monni aveva cominciato a spingere Paolo Pinna, appoggiandosi a lui e dicendo parole tipo gay”. Sta a vedere che il presunto molestatore è stato in realtà molestato e, magari, si è anche picchiato da solo. Quante volte era già successo che il branco puntasse un forestiero per poi massacrarlo di botte all’uscita del paese, lontano da occhi e orecchie indiscreti? Qualcuno ha indagato, così tanto per scrupolo? O si è preferito puntare su due presunti bad boys senza cercare altrove?

E a proposito delle indagini, dato che il nome dei due cugini è stato fatto dai carabinieri due giorni dopo l’omicidio di Gianluca Monni in una informativa nella quale chiedevano l’autorizzazione per le intercettazioni telefoniche, perché non si è pensato di cercare i residui della polvere da sparo? Non parlo del guanto di paraffina ma dei GSR (Gunshot Residue) che restano negli abiti e anche nelle narici per un periodo di tempo abbastanza lungo. Non è forse vero che questa particolare ricerca è stata fatta sulla moto (secondo l’accusa usata da Paolo Pinna per ritornare a casa qualche ora dopo il delitto) ben sette mesi dopo? Perché non nell’immediatezza del delitto sui due ragazzi? Si tratta, parafrasando la Cassazione, di una “amnesia” investigativa? I risultati avrebbero o non avrebbero consentito sin da subito di delineare un quadro, se non di certezza, quanto meno di tranquilla affidabilità, nella prospettiva vuoi della colpevolezza, vuoi dell’innocenza dei due accusati? Non ci sarebbe stato meno spazio per campagne dell’odio e per sbranarsi anche l’anima dei due cugini?

Il corpo di Stefano Masala è stato disperatamente cercato dal padre e dalle forze dell’ordine. Sue tracce sono state rilevate dai cani molecolari (addestrati a cercare persone vive) delle unità cinofile di Firenze il 12 maggio 2015 sia all’interno di Nule, sia nei dintorni dell’auto bruciata. Visto il perimetro circoscritto, perché non sono stati usati i cani addestrati alla ricerca dei cadaveri?

Non volendo occupare troppo spazio, concludo qui. Ma i processi continuano e le domande arriveranno copiose. Sperando che si possa dire altrettanto delle risposte.

Antonio Salvatore Sassu