ALLA FINESTRA

palazzo-giustinianiIl secondo giorno di consultazioni è ancora più complicato del primo. Ancora poche ore, poi Maria Elisabetta Alberti Casellati dovrà riferire al presidente della Repubblica l’esito delle consultazioni andate in scena in questi due giorni con gli schieramenti politici. Incontri interlocutori, fanno sapere i protagonisti. Che non sbloccano lo stallo e le posizioni da cui si è partiti.
A questo punto sembra improbabile che Casellati possa riuscire nell’intento di formare una maggioranza. Dopo di lei potrebbe toccare a Roberto Fico, il presidente della Camera grillino che a quel punto avrebbe un mandato ampio di trattativa. Ma se anche Fico dovesse fallire – escludendo la possibilità di elezioni immediate – Mattarella darebbe avvio ad un governo del presidente al quale sarebbe dura per i partiti dire di no.
In mattinata il centrodestra si presenta compatto al Senato. Berlusconi questa volta si fa da parte, lasciando la parola ad un Salvini ottimista, che lancia l’ultimo appello al M5s: “Nutriamo la fondata speranza che si riesca finalmente a superare la politica del no che in molti hanno portato avanti fino a oggi” afferma il leader leghista, confidando in un “accordo fra i primi e i secondi, fra il centrodestra votato dagli italiani e i 5 Stelle che sono il secondo partito”.
I grillini, però, non intendono cambiare rotta. “Non faremo mai alleanze con Berlusconi, che ha fatto fallire il Paese”, ribadisce Danilo Toninelli, capogruppo pentastellato a Palazzo Madama, che poi si rivolge al Pd, “al quale rinnoviamo la proposta di sedersi a un tavolo e scrivere un contratto di governo. Io spero che su sollecitazione anche del presidente della Repubblica facciano un passo avanti. Se il Pd vuole realizzare un programma serio noi ci siamo, noi abbiamo il reddito di cittadinanza e loro hanno il reddito di inclusione, troviamo una via di mezzo e combattiamo la povertà”.
Intanto in mattinata la segreteria nazionale del Partito Democratico ribadisce la linea di opposizione. “I 5 stelle sono molto distanti da noi. Per il Pd le intese si fanno solo sui programmi e un’alleanza con Di Maio e Toninelli è del tutto improbabile” fa sapere Andrea Marcucci, presidente dei senatori dem. Per ora, dunque, il Pd resta alla finestra. Prima di scendere in campo, al Nazareno aspettano i flop di Salvini e Di Maio.

F.G.

L’ESPLORATRICE

casellati

A Maria Elisabetta Alberti Casellati va l’incarico esplorativo mirato. La presidente del Senato avrà due giorni di tempo per verificare se esistono le condizioni per formare una maggioranza parlamentare composta da Centrodestra e Movimento 5 Stelle. Il tempo scadrà venerdì. Poi il Colle percorrerà altre strade.

In tarda mattinata arriva la decisione del presidente della Repubblica.  “Ho ringraziato per la fiducia Mattarella – afferma Casellati dopo l’incontro al Quirinale – che terrò costantemente aggiornato. Intendo svolgere l’incarico con lo stesso spirito di servizio che ha animato in queste settimane il ruolo di presidente del Senato”.

Immediate le reazioni a destra. “Noi siamo pronti a fare tutto, tranne che un governo con il Pd. Se Di Maio e Berlusconi continuano a dirsi no a vicenda se ne assumono la responsabilità. Se Di Maio vuole fare la rivoluzione con il Pd, gli faccio i migliori auguri” le parole di Matteo Salvini. Il capogruppo leghista a Palazzo Madama Centinaio non vive la vicenda con ottimismo: “Un risultato sarebbe un miracolo”.

La partita diventa sempre più complicata. Ad oggi un accordo centrodestra-M5s appare improbabile. Basti pensare che subito dopo l’ufficialità della nomina, il senatore pentastellato Vito Crimi ci tiene a ribadire: “A Casellati ripeteremo che il veto su Berlusconi rimane”. Difficile anche immaginare che la Lega possa mollare Forza Italia e Berlusconi per Di Maio. Insieme Lega e FI governano le grandi regioni del Nord che, in caso di scossoni a livello nazionale, sarebbero a rischio. Insomma, l’impasse non si sblocca.

L’unica soluzione potrebbe essere rappresentata dal Partito Democratico. Al Nazareno nessuno ha intenzione di intervenire in soccorso di chi ha ricoperto di insulti le politiche dem fino a poco tempo fa. Per questo un eventuale intervento dovrà essere necessariamente successivo ad una ammissione di colpa da parte degli altri schieramenti. “Prima dicano agli italiani che hanno fallito, che sono incapaci di formare un Governo. Poi, se Mattarella ce lo chiederà, ne parleremo” il pensiero di uno dei parlamentari più navigati del Pd.

La conferma della linea assunta dai dem arriva dal segretario reggente, Maurizio Martina, che butta la palla nell’altro campo: “Con il mandato alla presidente Casellati si pone fine alle ambiguità di questi 45 giorni. Altro che aspettare le elezioni regionali, ora è il momento della verità per chi dopo il 4 marzo ha pensato solo a tatticismi e personalismi”.

F.G.

Nencini: “Di Maio camaleonte, Salvini filo-russo”

Quirinale-Presidente

Il secondo giro di consultazioni è finito. A breve Matteralla prenderà le sue decisioni su come sbrogliare la matassa post elettorale dando un mandato a chi ritiene possa coagulare una maggioranza in grado di sostenere un governo. Un mandato che può essere solo esplorativo oppure già pieno, ipotesi difficile al momento, in quanto i numeri su costruire un governo sono al momento del tutto assenti.

“Quando a dicembre – afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini – dicevamo del pericolo grigio verde avevamo visto bene. In secondo luogo ora vediamo che i 5 Stelle hanno manifestato una capacità di adattamento programmatico di tipo doroteo. Anche loro nascono con posizioni antieuro e antieuropeisti e in politica estera erano molto attenti alle buone relazioni con la Russia di Putin. Oggi invece si sanno adattando come un camaleonte alla situazione italiana mentre Salvini per ora non ha cambiato di una virgola il suo approccio: Filoputiano era e filoputiano resta.

E la vicenda Siria lo dimostra…
Esattamente. Il comportamento di Di Maio è quello di chi in nome del governo è disponibile a gettare a mare parte rilevante del suo programma e addirittura a ritenere ambiguamente realizzabile alcune parti del programma in alleanza con qualcuno, chi esso sia, senza che questo faccia nessuna differenza.

Quindi il fine non è il programma ma il governo.
Ma siamo bel al di là del fine che giustifica i mezzi di Machiavellica memoria, in cui vi era molta più etica e responsabilità che nella posizione di Di Maio. Non vi è dubbio però che la vicenda Siriana abbia svelato il gioco. Perché una cosa, e penso a Salvini, è sostenere immaginificamente un rapporto con la Russia di Putin, lasciandolo cioè a livello teorico. Altra cosa è vederlo applicato. E la sua messa in pratica porterebbe l’Italia lontano dai legami euroatlantici che sono ormai un patrimonio largamente condiviso. Così condiviso da provocare fratture anche nel centrodestra che ha vinto le elezioni.

Salvini invece pensa alle regionali come una sorta di turno di ballottaggio…
Ma il Molise e il Friuli, un milione e 800mila abitanti non sono un grimaldello molto robusto.

La settimana scorsa sei salito al Colle per i colloqui per il Governo. Quali i punti posti dai socialisti?
La certezza di una politica estera euro-atlantica, la conferma di un ruolo forte in una Europa profondamente riformata a partire dal trattato di Dublino e dal Trattato di Maastricht. Terzo una attenzione perché non si sfori ulteriormente il debito pubblico. Ora la mia opinione è che i due vincitori delle elezioni devono avanzare una proposta concreta. Se non la hanno devono dire agli italiani la verità. Ossia che si è trattato di una vittoria mutilata e che questi due partiti, ricchi di voti ma poveri di strategia, non sono in grado di realizzare un governo per l’Italia.

E in caso di ulteriore empasse, governissimo o nuove elezioni?
Intanto Salvini e Di Maio devono presentare agli italiani il loro percorso. Le modalità le troverà il Capo dello Stato. Da lì si vedrà se vi è la possibilità di fare un governo o se la loro ipotesi cadrà. Solo in quel momento il centrosinistra deve entrare in gioco per senso di responsabilità. Non prima.

Questo è un punto su cui il dibattito all’interno del Partito Democratico è molto forte.
Nel Pd si fronteggiano due linee. Una molto più possibilista del governo subito con i grillini e un’altra che non è lontana dalla nostra. Ma soprattutto nel Pd non si è preso ancora atto che è finito un tempo. Il Pd nasce come soggetto che deve fronteggiare il Popolo della libertà in uno schema bipolare. Oggi non c’è né lo schema bipolare né lo schema maggioritario. C’è una legge largamente proporzionale e c’è uno schema a tre che sarà durevole in Italia e nel resto dell’Europa. Ecco perché se dovesse aprirsi un’altra fase per la formazione del governo, non è tanto al Pd che ci si debba rivolgere, ma a una sinistra riformista in costruzione che deve partecipare coralmente e condividere un indirizzo.

E questo è il tema di cui i Psi ha discusso a Bologna e poi a Napoli. Cosa si può trarre da questi due appuntamenti del Partito?
Da questi seminari viene fuori un partito vivo. Secondo viene fuori il desiderio pervicace di proseguire nella nostra iniziativa politica corredandola di diversi cambiamenti a cominciare da quello del punto di vista organizzativo. Terzo, arriva un appello al mondo socialista e riformista. Ma anche laico riformista e cattolico riformista per creare una sorta di concentrazione repubblicana e democratica da contrapporre a al populismo continentale ormai molto forte. Con una scadenza che siano le elezioni europee del prossimo anno per costruire una nuova storia.

Daniele Unfer

UNA NUOVA STORIA

consultazioni Quirinale

Il secondo giro di consultazioni è finito. A breve Matteralla prenderà le sue decisioni su come sbrogliare la matassa post elettorale dando un mandato a chi ritiene possa coagulare una maggioranza in grado di sostenere un governo. Un mandato che può essere solo esplorativo oppure già pieno, ipotesi difficile al momento, in quanto i numeri su costruire un governo sono al momento del tutto assenti.

“Quando a dicembre – afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini – dicevamo del pericolo grigio verde avevamo visto bene. In secondo luogo ora vediamo che i 5 Stelle hanno manifestato una capacità di adattamento programmatico di tipo doroteo. Anche loro nascono con posizioni antieuro e antieuropeisti e in politica estera erano molto attenti alle buone relazioni con la Russia di Putin. Oggi invece si sanno adattando come un camaleonte alla situazione italiana mentre Salvini per ora non ha cambiato di una virgola il suo approccio: Filoputiano era e filoputiano resta.

E la vicenda Siria lo dimostra…
Esattamente. Il comportamento di Di Maio è quello di chi in nome del governo è disponibile a gettare a mare parte rilevante del suo programma e addirittura a ritenere ambiguamente realizzabile alcune parti del programma in alleanza con qualcuno, chi esso sia, senza che questo faccia nessuna differenza.

Quindi il fine non è il programma ma il governo.
Ma siamo bel al di là del fine che giustifica i mezzi di Machiavellica memoria, in cui vi era molta più etica e responsabilità che nella posizione di Di Maio. Non vi è dubbio però che la vicenda Siriana abbia svelato il gioco. Perché una cosa, e penso a Salvini, è sostenere immaginificamente un rapporto con la Russia di Putin, lasciandolo cioè a livello teorico. Altra cosa è vederlo applicato. E la sua messa in pratica porterebbe l’Italia lontano dai legami euroatlantici che sono ormai un patrimonio largamente condiviso. Così condiviso da provocare fratture anche nel centrodestra che ha vinto le elezioni.

Salvini invece pensa alle regionali come una sorta di turno di ballottaggio…
Ma il Molise e il Friuli, un milione e 800mila abitanti non sono un grimaldello molto robusto.

La settimana scorsa sei salito al Colle per i colloqui per il Governo. Quali i punti posti dai socialisti?
La certezza di una politica estera euro-atlantica, la conferma di un ruolo forte in una Europa profondamente riformata a partire dal trattato di Dublino e dal Trattato di Maastricht. Terzo una attenzione perché non si sfori ulteriormente il debito pubblico. Ora la mia opinione è che i due vincitori delle elezioni devono avanzare una proposta concreta. Se non la hanno devono dire agli italiani la verità. Ossia che si è trattato di una vittoria mutilata e che questi due partiti, ricchi di voti ma poveri di strategia, non sono in grado di realizzare un governo per l’Italia.

E in caso di ulteriore empasse, governissimo o nuove elezioni?
Intanto Salvini e Di Maio devono presentare agli italiani il loro percorso. Le modalità le troverà il Capo dello Stato. Da lì si vedrà se vi è la possibilità di fare un governo o se la loro ipotesi cadrà. Solo in quel momento il centrosinistra deve entrare in gioco per senso di responsabilità. Non prima.

Questo è un punto su cui il dibattito all’interno del Partito Democratico è molto forte.
Nel Pd si fronteggiano due linee. Una molto più possibilista del governo subito con i grillini e un’altra che non è lontana dalla nostra. Ma soprattutto nel Pd non si è preso ancora atto che è finito un tempo. Il Pd nasce come soggetto che deve fronteggiare il Popolo della libertà in uno schema bipolare. Oggi non c’è né lo schema bipolare né lo schema maggioritario. C’è una legge largamente proporzionale e c’è uno schema a tre che sarà durevole in Italia e nel resto dell’Europa. Ecco perché se dovesse aprirsi un’altra fase per la formazione del governo, non è tanto al Pd che ci si debba rivolgere, ma a una sinistra riformista in costruzione che deve partecipare coralmente e condividere un indirizzo.

E questo è il tema di cui i Psi ha discusso a Bologna e poi a Napoli. Cosa si può trarre da questi due appuntamenti del Partito?
Da questi seminari viene fuori un partito vivo. Secondo viene fuori il desiderio pervicace di proseguire nella nostra iniziativa politica corredandola di diversi cambiamenti a cominciare da quello del punto di vista organizzativo. Terzo, arriva un appello al mondo socialista e riformista. Ma anche laico riformista e cattolico riformista per creare una sorta di concentrazione repubblicana e democratica da contrapporre a al populismo continentale ormai molto forte. Con una scadenza che siano le elezioni europee del prossimo anno per costruire una nuova storia.

Daniele Unfer

Calenda incalza il Pd per il Governo, il No di Orfini

Governo:Calenda, domani a Bruxelles, da lunedì impegno Mise“Il Pd non può restare immobile, deve farsi promotore di una proposta per uscire dallo stallo. Deve mettere sul banco l’idea di un governo di transizione sostenuto da tutte le forze politiche e parallelamente la formazione di una commissione bicamerale sulle riforme istituzionali”, così il neo tesserato Pd e ministro uscente del Mise, Carlo Calenda invita i suoi alla formazione di un Esecutivo ‘per il bene del Paese’. Immediata la replica di Matteo Orfini, presidente del Partito democratico: “Quella di Calenda è una tesi curiosa. La proposta non può spettare a chi ha preso il 18%, è stato bocciato dagli italiani ed è sconfitto alle elezioni. A noi spetta il posto che abbiamo detto di voler occupare dall’inizio: opposizione responsabile e propositiva, ma pur sempre opposizione”. E dopo aver bocciato l’ipotesi di Calenda spiega: “Lo stallo è creato dall’atteggiamento delle forze che hanno vinto le elezioni, che stanno facendo prevalere egoismi di partito e personalismi. Si assumano loro la responsabilità di sbloccare il quadro e cambino loro fase anche di fronte all’aggravarsi della situazione internazionale. Spero che questo sussulto di responsabilità ci sia. A Calenda vengono meglio i tweet che le interviste”.
Anche se non interpellato, non poetva mancare il commento del Leader del Carroccio che da Campobasso dice: “Io dialogo con tutti, ma l’unico punto fermo è che con il Pd non si può fare nulla. A Calenda dico, mamma mia! Un governo con chi ha approvato la Fornero o vuole gli immigrati che cosa potrebbe fare?”. Matteo Salvini boccia l’apertura del ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda a favore di un coinvolgimento del Pd nella formazione del futuro governo.
Tuttavia è arrivata la precisazione di Calenda che ha voluto far sapere che contrariamente a quanto scritto da Repubblica, ovvero che Calenda sponsorizzava un esecutivo di emergenza tra Pd, M5s e Lega, lui non ha mai preso in considerazione una cosa simile. “Titolo fuorviante, mai auspicato un patto del genere, personalmente lo considererei un grave errore” ha detto il ministro dell’esecutivo Gentiloni, secondo cui “data la situazione di stallo e il peggiorare delle crisi internazionali, occorrerebbe proporre un governo di transizione“.

Astio in casa Pd e Delrio ‘punta’ sulla classe operaia

Delrio-Rosato-Martina_PdDopo la debacle del 4 marzo la questione per i dem è tutta sulla leadership. Il Guardasigilli e leader della minoranza Pd, Andrea Orlando, attacca il segretario dimissionario, Matteo Renzi: “Renzi deve decidere una cosa: se ritiene che le colpa della sconfitta elettorale non sia la sua, che sia la mia o dei cambiamenti climatici, allora può decidere di ritirare le proprie dimissioni e continuare a esercitare il mandato avuto dagli elettori. Se invece, come ha detto, si assume non dico tutta la responsabilità ma almeno una quota significativa e ne trae come conseguenza quella di arrivare alle dimissioni, allora deve consentire a chi pro-tempore ha avuto l’incarico di poterlo esercitare altrimenti non riparte un dibattito sereno, una ripresa di rapporti de Pd con la società italiana”. L’invito di Orlando è quello di lasciar lavorare il segretario reggente, Maurizio Martina, ma la dichiarazione di fuoco arriva dopo la riunione dei “renziani” avvenuta ieri nello studio di Andrea Marcucci, capogruppo Dem al Senato che ha fatto infuriare molti membri del Pd. Ma se le liti interne sono ormai ordinarie in casa dem, a gettare benzina sul fuoco anche l’apertura del Movimento 5 Stelle che ha contribuito al moltiplicarsi delle voci che chiedono un congresso immediato.
Se fino a ieri sembrava scontata una rielezione di Martina ora invece, secondo le indiscrezioni, sono molti i ‘renziani’ pronti a prendere le redini del Partito. Primo fra tutti Matteo Richetti, attuale portavoce del Pd, ma anche la ‘renziana’ di prima ora e dimissionaria dal Pd, Debora Serracchiani, compare nella rosa dei candidati. Nel frattempo a sinistra dem si prepara un incontro domani “sinistra anno zero”, in contemporanea con il Convegno di Richetti “Harambee”, al quale parteciperanno Andrea Orlando e Gianni Cuperlo, ma anche alcuni fuoriusciti dal Partito e confluiti in LeU: Enrico Rossi e Alfredo D’Attorre.
A tentare di sedare gli animi ancora una volta Graziano Delrio che afferma: “Non mi interessa chi si candida alla segreteria mi interessa cosa proponiamo al Paese”. Sempre per quanto riguarda le candidature alla segreteria, si augura che ci ” siano tesi forti che favoriscano il nuovo percorso del Pd e la sua rigenerazione”. L’obiettivo è quello di “guardare alla sostanza delle ricette per il Paese”. E al riguardo chiarisce che il partito dovrebbe porsi in maniera “più critica” rispetto a certi modelli di sviluppo, come quelli che riguardano la delocalizzazione delle imprese e i salari, per esempio.
Probabilmente Delrio guarda al successo delle iniziative portate avanti dal neo iscritto Carlo Calenda a favore degli operai, come nel caso di Embraco.
Per quanto riguarda invece la possibilità di un’alleanza con i cinquestelle, Delrio mantiene la linea adottata da tutto il Pd, nessuna apertura. “Quando Di Maio dice: ‘O voi o la Lega!’, sta dicendo che non ha un`idea di paese. Cosa serve davvero all`Italia? Non c`è un problema personale. Di Maio fa la stessa offerta a noi e alla Lega. E a voi sembra che noi e la Lega abbiamo la stessa idea di paese? Di Maio ha ricevuto un mandato dagli elettori che non era il mandato a governare con noi”. Lo ha detto Graziano Delrio, capogruppo Pd alla Camera ai microfoni di Giorgio Zanchini a Radio anch`io (Rai Radio1).
“Il M5s ci ha criticato per tutti questi anni. Noi vogliamo essere seri. Loro hanno idee diverse da noi. E` una questione di serietà. Non vogliamo prescindere dal merito per arrivare al potere ad ogni costo”, ha concluso.

Fumata nera alla Camera. Il Cavaliere torna al centro

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Come era scontato la fumata è stata nera. Nell’Aula della Camera dei deputati alla prima votazione per eleggere il presidente, nessuno ha raggiunto la maggioranza dei due terzi dei componenti l’Assemblea, ovvero 420 voti, richiesta al primo scrutinio. Servirà una nuova votazione.

Nel primo giorno della XVIII Legislatura Riccardo Nencini, segretario del Psi eletto Senatore alle ultime elezioni politiche, ha depositato il disegno di legge già presentato il 7 maggio del 2013 (n.643) che propone l’introduzione di una normativa per regolamentare le attività di rappresentanza di interessi nei confronti dei decisori pubblici. Si tratta di una legge sulle lobby che tutt’oggi non esiste in Italia. “Primo disegno di legge della nuova legislatura sulle lobby appena presentato. Battaglia storica, e speriamo sia la volta buona”, ha scritto Nencini sul suo profilo Facebook. Nencini è stato il primo parlamentare e membro del governo ad istituire spontaneamente  un registro pubblico degli incontri con i portatori di interesse presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dove sono riportati  i dettagli degli incontri con i lobbisti. Il disegno di legge vuole introdurre una particolare garanzia sulla trasparenza del meccanismo di pressione che i portatori di interessi particolari svolgono nei confronti dei decisori pubblici. Il disegno di legge, infatti si fonda su alcuni pilastri: trasparenza – attraverso l’istituzione di un registro dei rappresentanti di interessi; partecipazione democratica; garanzia di pubblicità delle informazioni; conoscibilità di formazione dei processi decisionali.

Tornando alle presidenze, dopo l’ingarbugliarsi della trattativa Pd, M5s, Fi e Lega hanno deciso di votare scheda bianca. Per il secondo e terzo scrutinio il regolamento abbassa il quorum ai 2/3 dei votanti, contando anche le schede bianche. “Il M5s sbaglia a porre veti, ma sbaglia anche chi si arrocca su un solo nome: ognuno di noi, in questo momento deve parlare con tutti e mettersi di lato di qualche centimetro, noi della Lega ci siamo messi di lato di un chilometro…”, dice Matteo Salvini. In una nota di Forza Italia si conferma che gli azzurri al terzo scrutinio del Senato voteranno per Paolo Romani. Insomma il gioco della scheda bianca rimesso al centro il Cavaliere. Lega e 5 Stelle si sono incartate da sole e hanno permesso a Silvio Berlusconi di rientrare in scena quanto basta per bloccare le prove tecniche di accordo dei due vincitori delle elezioni del quattro marzo. Il Pd gioca di rimessa e vota scheda bianca a primo scrutinio in attesa che altri indichino delle soluzioni. Ma i “vincitori” si sono resi conto che per governare serve la maggioranza e che in un sistema proporzionale che ha prodotto tre minoranze serve un accordo. “Spetta a M5s e centrodestra indicare una soluzione, non ci sono riusciti. Spetta a loro avanzare una proposta, siamo in attesa di capire quale” afferma il dem Ettore Rosato. Indicazione di scheda bianca anche da Forza Italia.

Al momento i vertici del M5S ribadiscono la massima disponibilità ad un incontro tra leader ma senza Silvio Berlusconi. Anche se “il punto vero non è l’incontro ma l’insistenza su Paolo Romani. Se questa viene meno possiamo diventare concavi e convessi e la situazione può sbloccarsi”, spiega una fonte autorevole del M5S descrivendo l’apertura, da parte dei pentastellati a un nome alternativo del centrodestra per il Senato, inclusi quelli che stanno girando in queste ore. Evidentemente un pretesto in quando “la scusa” dei 5 Cinque Stelle su Romani non regge. Ma l’insistenza del centrodestra su Romani produrrebbe uno scontro, con un’ipotesi: che al ballottaggio i senatori del M5S votino un candidato del Pd, come potrebbe essere Luigi Zanda, cercando un’asse proprio con i Dem. “Il punto è che non voteremo mai Romani, e non ci asterremo”, si spiega dal Movimento. Ma è Rosato a smentire questa ipotesi: “Nessun grillino ci è venuto a dire che sono disponibili a votare come presidente Luigi Zanda o uno del Pd. L’ho letto ma sono voci fatte trapelare e non proposte fatte alla luce del sole”. “La presidenza del Senato – ha aggiunto – è la seconda carica dello Stato – e noi non siamo interessati a farci prendere in giro e nemmeno Luigi Zanda lo è. Sin da dopo le elezioni M5s e centrodestra hanno detto che hanno vinto le elezioni e che si sarebbero presi una presidenza per ciascuno, e ora stiamo a questo punto”.

Per ora il groviglio si complica. Una situazione di stallo determinata dalla superficialità di approccio con un metodo di lavoro chiaramente insufficiente. “Nessuno – afferma il reggente Pd Martina – si assume la responsabilità piena e invece giocano sui tatticismi, così il groviglio anziché districarsi si complica”.

NUOVO RIFORMISMO

Quirinale“Di fronte a una sonora sconfitta bisogna ispirarsi a un canone diverso che cali la sinistra riformista nello straordinario cambiamento che ha sconvolto abitudini secolari”. Inizia così la lettera che il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, ha inviato ai leader dei partiti di centrosinistra, a cominciare dal segretario reggente del Pd, Maurizio Martina, dopo il voto del 4 marzo. Nencini parla di “una dinamica che va fronteggiata percorrendo la strada della coesione politica e di un pensiero adeguato a ricongiungere la sinistra col suo popolo”, riferendosi al successo delle “forze antisistema”. Secondo Nencini, “i nodi da sciogliere hanno caratteristiche strutturali” e sono quelle che riguardano “i temi della sicurezza, delle disuguaglianze, della globalizzazione”. Essendo dunque per il segretario del Psi “una situazione eccezionale”, “urge una revisione radicale sia degli strumenti per comunicare che delle misure da assumere”.

Nella lettera Nencini fa un passaggio sui prossimi appuntamenti elettorali, le elezioni comunali e regionali. “È la prima occasione da cogliere, l’opportunità per presentarsi agli elettori superando divisioni laceranti. Ognuno di noi rinunci a una parte della sua sovranità per mettere in campo una piattaforma riformista aperta alle esperienze civiche, si tengano Primarie delle Idee per confrontarsi con i cittadini, si scelgano i candidati migliori senza guardare al partito da cui provengono. Insomma, un decisivo cambiamento di rotta per evitare che la sinistra soffochi nell’isolamento e venga vissuta solo come ‘sinistra baronale’, lontana dal mondo del bisogno, elitaria, sradicata dalle origini popolari”. Per Nencini le elezioni amministrative sono “un banco di prova, non possono essere né affidate al caso né a vecchi schemi. La strada peggiore sarebbe l’Aventino e logorarsi ciascuno all’interno dei propri partiti. La più proficua una riflessione comune” ha concluso il segretario socialista.

Ovviamente una riflessione è necessaria nell’intero centrosinistra. Nessuno può auto assolversi quando dalle urne escono risultati così netti. Dario Franceschini, in una lunga intervista al Corriere ha oggi fatto le proprie valutazioni e  lanciato la sua idea per uscire dall’empasse costituzionale. Secondo Franceschini è arrivato “è momento di scrivere le regole tutti insieme. Le riforme a maggioranza non funzionano; ma siccome oggi nessuno ha la maggioranza, il quadro è perfetto per fare le riforme, perché nessuno le può imporre agli altri”. “Monocameralismo e legge elettorale. L’insieme di questi elementi può dare stabilità al sistema Paese”. Per Franceschini “da una situazione che pare perduta può nascere un meccanismo virtuoso”.

Dal Pd interviene anche il leader della minoranza Andrea Orlando, che ricorda come “nel documento conclusivo della Direzione del Pd, che è stato votato da tutti, abbiamo detto che siamo per una posizione responsabile che guardi con attenzione alle mosse che farà il Colle, ma che siamo indisponibili ad un’alleanza politica con la destra e il Movimento 5 Stelle”. “Credo a questo posizionamento rappresentato coerentemente da Martina. Questa – aggiunge il Guardasigilli – è la direttrice lungo la quale dobbiamo muoverci”. Alla domanda se questa posizione sia diversa da quella di Franceschini, Orlando ha precisato: “Non mi pare che Franceschini abbia detto cose radicalmente diverse. Poi ognuno darà la sua accentuazione ad un punto rispetto che a un altro”.

Il compito che spetta al capo dello Stato sarà arduo. Salvini e Di Maio si sentono già sulla sedia di Palazzo Chigi. Le prime prove di intesa si faranno con le elezioni dei presidenti delle Camera. “Stiamo lavorando – ha detto Salvini – per dare un governo a questo Paese con un programma di centrodestra aperto ad arricchimenti, contributi e proposte ma non stravolgimenti. Sarebbe irrispettoso coinvolgere chi ha perso le elezioni”. Un messaggio chiaro ai 5 Stelle. “Fatto escluso il Pd, tutto è possibile. Escludo che ci sia il Pd, di tutto il resto parleremo prossime settimane”. Insomma il pericolo grigio verde potrebbe concretizzarsi.

Salvini ci ripensa a Strasburgo: “Mai Governo con Pd”

Matteo Salvini-LegaA Strasburgo il leader della Lega lo hanno visto poco, ma oggi per Salvini è stata l’ultima conferenza stampa all’Europarlamento, che è prossimo a lasciare essendo stato eletto in Italia. Pur non avendo partecipato poco al dibattito di Strasburgo Matteo Salvini, non manca di attaccare l’Europa. “Riporteremo al centro gli uomini ed il lavoro, leggo che a Bruxelles qualcuno si aspetta una manovra economica del prossimo governo con più tasse, con l’aumento dell’Iva e delle accise, noi faremo l’esatto contrario”, continua Salvini a Strasburgo. “Diminuiremo le tasse in Italia, fino a portarle al 15% con quella flat-tax che è già regola vigente in sette Paesi dell’Ue (tutti nell’est Europa, ndr) – prosegue – quindi difficilmente qualcuno a Berlino a Bruxelles o a Francoforte potrà dirci no, non potete, perché la fanno gli altri”. Ma soprattutto il leader della Lega sui conti pubblici precisa che “i nostri esperti, che sono anche stati eletti in Parlamento, stanno lavorando al piano B qualora da Bruxelles arrivassero solo dei ‘no’. Noi ci mettiamo al tavolo da persone educate e responsabili, chiedendo di cambiare alcune regole che normano la nostra permanenza nell’Ue, che stanno danneggiando pesantemente lo stile di vita in Italia e i numeri lo dicono”. Precisando che se dovesse servire si dovrà ignorare il tetto del 3%
“Contiamo di riuscire – prosegue – da persone di buon senso, a rinegoziare alcuni di questi trattati, alcune di queste direttive, alcuni di questi vincoli. In caso contrario, non escludo nessuna possibilità. Un’uscita improvvisa e solitaria non è auspicata né auspicabile. Se ci sarà al tavolo una maggioranza di governi che vogliano ridiscutere politiche anche monetarie, noi saremo tra quelli”.
Salvini riprende quindi i suoi argomenti della campagna elettorale e rispolvera anche il suo ‘no’ a un Governo con i dem, anche se qualche giorno fa aveva dato possibilità a un’intesa con il Pd.
Durante la conferenza stampa Salvini fa sapere che con il M5S “i programmi sono molto diversi, ha vinto la coalizione di centrodestra, non è autosufficiente alla Camera e al Senato, ma sicuramente non posso allearmi con chi ha male governato negli ultimi anni, quindi ipotesi di governi che prevedano Renzi e Boschi o Gentiloni sono inimmaginabili”. Matteo Salvini su un punto è certo: mai al governo col Pd. Lo mette in chiaro nella risposta che dà alla domanda su un eventuale governo con il Movimento 5 Stelle. “Il nostro obiettivo è quello di un governo di centrodestra, con un programma di centrodestra, e poi chi vivrà vedrà”, ha precisato il leader della Lega.

ARMISTIZIO

Francesco Nicodemo (s), delega alla cultura, e Chiara Braga, delega all'Ambiente, durante l'Assemblea nazionale del Pd a Milano, 15 dicembre 2013. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

Nessuna resa dei conti, in questo lunedì tutto è rimandato all’Assemblea che si terrà tra un mese. “Sento innanzitutto il bisogno di riconoscere la scelta che il segretario ha compiuto dopo il voto, con le sue dimissioni, e voglio ringraziarlo per questo atto forte e difficile ma soprattutto per il lavoro e l’impegno enorme di questi anni”, afferma Maurizio Martina nella relazione alla Direzione nazionale del Partito Democratico, ma il segretario dimissionario non c’è e questa è l’occasione per l’entrata in scena del ministro Martina che sa che ora il suo ruolo sarà importante e delicatissimo: il suo intento è quindi quello di guidare il partito nei prossimi passaggi “con il massimo della collegialità e con il pieno coinvolgimento di tutti, maggioranza e minoranze”. Il primo appuntamento è l’Assemblea nazionale di aprile, quando, secondo Martina, anziché avviare il congresso e le primarie il Pd dovrebbe dar vita a una Commissione di progetto per una fase costituente e riorganizzativa e verrà eletto anche il segretario reggente.
“La prossima Assemblea Nazionale – ha detto Martina – dovrebbe avere la forza di aprire una fase costituente del partito democratico in grado di potarci nei tempi giusti al congresso. Perché il nostro progetto ha bisogno ora più che mai di nuove idee e non solo di conte sulle persone. Ha bisogno di una partecipazione consapevole superiore a quella che possiamo offrire una sola domenica ai gazebo”.
“Abbiamo bisogno di una lettura politica e culturale all’altezza del tempo – ha proseguito – che stiamo vivendo. Di una profonda riorganizzazione, in grado di investire davvero sui territori e sulla partecipazione diretta della nostra comunità alle principali scelte politiche da compiere. Questo lavoro potrebbe iniziare proprio con la prossima Assemblea dando vita a una Commissione di progetto incaricata di elaborare unitariamente ipotesi concrete per il percorso”.
La lunga attesa di questa direzione però ha portato finalmente a una decisione, la cui linea è stata dettata proprio dal Vicesegretario: restare all’opposizione, nessuna alleanza con i pentastellati o con i leghisti di Salvini. “Alle forze che hanno vinto diciamo una cosa sola: ora non avete più alibi. Ora il tempo della propaganda è finito. Lo dico in particolare a Lega e Cinque Stelle: i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo. Cari Di Maio e Salvini prendetevi le vostre responsabilità”.
Sulla stessa linea il ministro Delrio: “Abbiamo ricevuto una cartolina netta, chiara, dagli elettori. Noi staremo dove ci hanno messo gli elettori: all’opposizione”. Una opposizione “seria, responsabile, costruttiva”, dice Graziano Delrio, nel suo intervento in direzione PD. “Quando il Paese si renderà conto che le promesse saranno irrealizzabili, gli elettori chiederanno conto”, afferma. Delrio però non dimentica di ricordare che il Pd non è finito: “Siamo ancora il secondo partito italiano, staremo uniti”. Delrio ha aperto il suo intervento ringraziando Renzi per tutto quello che ha fatto e per la scelta che ha compiuto con le dimissioni. “Maurizio Martina – aggiunge Delrio – tu ora hai mandato pieno. Grazie per la sua analisi franca e seria. Per ripartire abbiamo bisogno di analisi rigorose come questa. Dobbiamo dire ad elettori ed eletti che il PD c’è ancora”. “Non bisogna vergognarsi di aver detto la verità. Noi abbiamo cercato di dire la verità” in campagna elettorale, sottolinea: “Abbiamo bisogno di bussole che ci facciano capire i conflitti che ci sono, devono essere leggibili”.
La direzione si articolerà con un dibattito: inizialmente si era pensato di evitarlo, ma la minoranza del Pd ha chiesto, e ottenuto, di tenerlo. La soluzione per tutti è quella di rimanere all’opposizione nel prossimo Governo.
Michele Emiliano, non ha risparmiato però il suo astio e ha attaccato il Presidente Matteo Orfini: “Orfini è un artista nel cambiare le regole a seconda delle opportunità di vittoria che ha la sua parte, siccome la sua parte ora ha possibilità di vittoria più contenute rispetto alle precedenti primarie, probabilmente ora vuole cambiare le regole, ma io penso sia impossibile, nel Pd, fare a meno delle primarie, anche perché il nuovo segretario deve avere la stessa legittimazione del segretario uscente: sarebbe un segretario di serie B se eletto in modo diverso”. Inoltre il governatore della Puglia non esclude una sua candidatura per fare il segretario.
Adesso tocca trovare un progetto e “dare fiducia a Maurizio e costruire subito la collegialità necessaria per affrontare questa fase. Il Partito democratico c’è, ora dimostriamo che questa sconfitta non è un destino”. Per Gianni Cuperlo si deve andare oltre gli errori di Veltroni-Bersani-Renzi, ovvero quello schematismo in cui “si è affermato il primato della guida, associando il concetto di comando a quello di modernità”.