Poletti, novità sui pensionamenti e i giovani precari

Pensioni-PolettiDopo che sono stati superati i limiti previsti per accedere all’APE social ed al pensionamento anticipato per i lavoratori precoci si profilano delle novità sui pensionamenti e sulle indennità per i giovani precari. L’INPS ha comunicato i dati definitivi delle istanze presentate entro la scadenza del 15 luglio. Complessivamente sono state presentate 66.409 domande (39.777 per l’APE e 26.632 per i lavoratori precoci) superando il tetto previsto per 60.000 richiedenti. Nello specifico, la maggior parte delle richieste sono state presentate dagli uomini con 28.109 domande per APE social e 22.900 per i lavoratori precoci. Le richieste delle donne complessivamente sono state pari al 23,2% cioè 15.400 su 66.409. Per l’APE sociale le donne sono ammontate a 11.668, mentre per i lavoratori precoci sono state soltanto 3.732.

Per i giovani precari, il PD si sta preparando ad avanzare una proposta, ancora in fase di studio ed approfondimento, sulla pensione di garanzia per i giovani, con un reddito minimo, e per rivedere il meccanismo di adeguamento automatico dell’età pensionabile con soluzioni diverse tra chi si trova soltanto nel sistema contributivo e chi si trova in altre situazioni. Si terrebbe conto anche delle diverse aspettative di vita tenuto conto che non tutti i lavori sono uguali. Lo ha dichiarato il responsabile per il lavoro del PD, Tommaso Nannicini al seminario ‘Non è una pensione per giovani’. L’ipotesi avanzata consisterebbe in una pensione minima per i giovani con lavori discontinui di € 650,00 che può aumentare di trenta euro al mese per ogni anno in più fino ad un massimo di mille euro. Al seminario hanno partecipato i Segretari di Cgil, Cisl ed Uil ed il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti.

Il Ministro del Lavoro nel suo intervento ha detto: “ Stiamo valutando possibili interventi sul cuneo contributivo, per abbassarlo e il problema è farlo stabilmente nel tempo, rendendo la misura definitiva”.

Giuliano Poletti ha anche criticato la riforma Fornero, spiegando:  “Considero sbagliate le politiche di austerità che hanno innalzato seccamente, di 5 anni, l’età del pensionamento, ciò ha creato un ‘muro’ all’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Doveva essere fatta in maniera diversa, serviva gradualità. Quindi, bisogna intervenire in maniera tale che convenga assumere un giovane. E l’operazione non deve avere una validità di uno o due anni, ma dovrebbe essere resa permanente”. Continuando, Poletti aggiunge: “Insomma, il lavoro stabile deve costare meno di quello a tempo in via definitiva, capovolgendo la situazione che c’era prima dei nostri interventi”.

Su quante siano le risorse a disposizione nella prossima legge di Bilancio per il taglio del cuneo, il ministro non si è pronunciato.

Rispondendo alle sollecitazioni sui Neet, dopo i dati diffusi ieri, il Ministro invita a non parlare di ‘sdraiati’, ma di persone che stanno attivamente cercando lavoro. In proposito, Poletti ha detto: “Ma in Italia, rispetto agli altri Paesi Ue, ci vuole più tempo. Ed è questo il problema. La soluzione va anche cercata attraverso politiche di accompagnamento e provando a fare incontrare domanda ed offerta di lavoro”.

Salvatore Rondello

Luca Fantò
Appello ai Parlamentari del Centrosinistra

“PD, PSI, Sinistra Italiana, Vicenza Capoluogo, Vicenza Domani, MdP- Art.1 della città di Vicenza lanciano un appello ai Parlamentari della Repubblica affinché sostengano la proposta di legge 3343 “Introduzione dell’art.293-bis del codice penale, concernente il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista” a prima firma dell’on. Fiano. L’intero centrosinistra richiama tutte le forze politiche affinché vi sia convergenza sulla difesa dei valori fondanti della nostra Costituzione. L’Antifascismo è uno dei capisaldi della Repubblica italiana. Un valore che fino alla scorsa generazione sembrava innegabile ma che ora, in un’epoca in cui ogni cosa sembra potere essere messa in discussione e negata, è necessario difendere con tutti gli strumenti che la stessa Costituzione concede al popolo italiano.
Pertini sosteneva “Il fascismo non è una fede politica, il fascismo è in contrasto con le fedi politiche perché le fedi politiche opprimeva con la forza”. Matteotti denunciava “Il fascismo non è un’opinione, è un crimine”.
Noi non possiamo dimenticare in cosa venne trasformata l’Italia nel ventennio fascista, non possiamo dimenticare che quel ventennio aprì le porte al razzismo, ad una guerra mondiale, all’occupazione nazifascista che violentò le nostre terre. Il tempo trascorre e sembra rendere opache queste terribili immagini del passato, ma il fascismo nelle pieghe del passato si nasconde, si camuffa e non muore. Riteniamo che non sia più accettabile che la violenza oppressiva del fascismo e del nazifascismo possa essere propagandata, in qualsiasi forma tale divulgazione avvenga. Per questo chiediamo con convinzione che il Parlamento approvi l’introduzione dell’art. 293-bis nel codice penale.

PD Vicenza
PSI Vicenza
Vicenza Capolugo
Sinistra Italiana Vicenza
MdP- Art.1 Vicenza
Domani Vicenza

Luca Fantò
 PSI Veneto

La sinistra di Roma
contro la sinistra di Milano

Si predica l’unità e si pratica lo scontro. La sinistra di Roma contro la sinistra di Milano. La fotografia delle due sinistre è emersa con forza sabato primo luglio. La sinistra di Renzi contro quella di Pisapia-Bersani. A Milano si è riunita la sinistra renziana, a Roma quella antirenziana.

Ad aprire il match è stato in mattinata Matteo Renzi, seduto tra Maurizio Martina e Matteo Orfini, due ex Ds suoi decisi sostenitori nel Pd. All’assemblea nazionale dei circoli democratici nel capoluogo lombardo ha fatto un discorso tutto all’attacco: «Sono pronto a ragionare con tutti, ad ascoltare chiunque, ma sui temi del futuro dell’Italia non ci fermiamo davanti a nessuno». I suoi strali sono rivolti soprattutto a chi ha lasciato il Pd: Bersani, D’Alema, Speranza, Fassina, Civati (gli ex esponenti della sinistra del partito che avevano votato “no” al referendum sulla riforma costituzionale del suo governo). Ma non risparmia nemmeno Giuliano Pisapia, con il quale era in sintonia, che pure aveva incoraggiato a creare Campo progressista, una nuova aggregazione di forze di centrosinistra.

Il segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio vinse trionfalmente le elezioni europee del 2014 con il 40,08% dei voti, ma poi ha perso le altre competizioni elettorali (comunali del 2016 e di giugno 2017, referendum costituzionale del 4 dicembre). E sono cominciati i guai. È scattata una serie di scissioni a catena.

Adesso pesano le accuse della sinistra di Roma di essere il responsabile delle sconfitte del centrosinistra e i ‘no’ a una ricandidatura alla presidenza del Consiglio in nome di una “forte discontinuità” politica. Il segretario dei democratici sprona i suoi a Milano: «Non è un attacco contro di me, ma è un attacco contro il Pd. Ma così attaccano l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Basta con lo sguardo rivolto al “passato” e con la “nostalgia” di ciò che è stato. Conclusione svolta davanti alla sinistra di Milano: fuori del Pd «non c’è la rivoluzione socialista, marxista, leninista» ma «la sconfitta della sinistra» e la vittoria del M5S e della Lega Nord.

Il discorso meno teso della sinistra di Roma verso Renzi lo fa Pisapia. L’ex sindaco di Milano lancia “Insieme”, parlando a Roma in piazza Santi Apostoli, un tempo la piazza dei comizi di Romano Prodi e dell’Ulivo. È un inno all’unità: «Uscire dai problemi da soli è avarizia, assieme è politica. Da soli non si va da nessuna parte». Lo slogan della manifestazione è: «Nessuno è escluso».

Sono presenti Bersani, D’Alema, Speranza (Mdp). Civati (Possibile), Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Bonelli (Verdi), Tabacci (Centro democratico), i redattori dell’”Unità” che ha chiuso i battenti. Delinea il traguardo: «Oggi nasce la nuova casa comune del centrosinistra. Senza dimenticare il passato, ma radicalmente innovativo». Insiste sulla necessità di superare i laceranti contrasti: «Non c’è altra strada insieme. L’altra strada della divisione, di non essere ancorati a principi rischia di dare il nostro Paese alla destra, al populismo, alla demagogia». Ma insieme con Renzi è un’impresa difficile: c’è una “mancanza di autocritica”, anche dopo “la sonora sconfitta” nelle elezioni comunali di giugno.

Chi attacca frontalmente Renzi a piazza Santi Apostoli, applaudito dai militanti, è Bersani. L’ex segretario democratico chiede una «radicale discontinuità» e «non per rancore, nostalgia, antipatia ma perché abbiamo un pensiero radicalmente diverso». Boccia la gestione leaderista del partito e le scelte politiche del governo soprattutto sul lavoro. Usa parole pesanti come pietre: «Basta camarille, gigli magici, arroganza. Non se ne può più».

La sinistra di Roma e la sinistra di Milano parlano lingue diverse, le distanze aumentano, viaggiano ormai in rotta di collisione. È difficile immaginare, per ora, una collaborazione. Sarà arduo, forse impossibile costruire una intesa elettorale per le politiche.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Nencini, sinistra riformista si presenti forte e coesa

Segreteria Psi-Nencini“Bisogna presentarsi agli elettori con un progetto definito di centrosinistra, una sinistra riformista forte e coesa, e la legge migliore per farlo è una legge che abbia un impianto maggioritario, perché chi va a votare deve sapere per chi vota e per fare che cosa subito dopo il voto”. Lo ha detto il senatore Riccardo Nencini, segretario del Partito Socialista italiano parlando a Bari dove si celebrano i 125 anni dalla fondazione del Psi. Nencini ha parlato della necessità di una “sinistra riformista unita, Pd, Psi, Pisapia, Emma Bonino, un mondo che del riformismo ha fatto la sua bussola di comportamento”.

Per Nencini “Renzi è uno dei leader assolutamente potenziali, è il segretario del più grande partito della sinistra riformista italiana”, mentre con riferimento all’appuntamento in programma a Roma con Giuliano Pisapia, il leader del Psi ha parlato di “una giornata importante ma non assolutamente decisiva”. Da Bari il Psi lancerà anche tre proposte programmatiche. “I 125 anni di storia che oggi celebriamo – ha detto Nencini – sono quelli che hanno reso l’Italia più libera e più civile. C’è però una parte del futuro ancora più significativa che parte da questa storia e, attraverso un’Europa diversa, passi, grazie agli Eurobond, alla fase degli investimenti, con un’attenzione particolare al mondo dei migranti. Noi siamo favorevoli allo ius soli – ha spiegato Nencini – ma a condizione che chi vive in Italia, lo faccia giurando sulla nostra Costituzione”.

Nencini ha inoltre detto che occorre “defiscalizzare tutte le assunzioni presso le imprese che riguardano giovani neoassunti”. Per questo evento nazionale che celebra la storia del partito è stata scelta Bari “per due ragioni – ha concluso Nencini – abbiamo avuto un ottimo risultato elettorale alle amministrative e questa terra ha espresso in questi 125 anni di storia leader, grandi battaglie di civiltà, ha dato i suoi morti per combattere per la libertà degli italiani e per questo era giusto essere a Bari”.

L.elettorale: Prodi, garantire stabilità con accorpamenti 

romano-prodi“O abbiamo una legge elettorale che ci obbliga ad accorpamenti o non c’è niente da fare”: lo ha detto Romano Prodi durante un confronto con il presidente di Acer Bologna, Alessandro Alberani, organizzato nel capoluogo emiliano. “La democrazia – ha ricordato il Professore – ha le sue regole: nei primi due o tre anni” occorre “fare le ‘robe’ scomode che si devono fare e che scontentano qualcuno, e poi si aggiustano le cose. Invece qui – ha sottolineato l’ex premier – c’è questa instabilità per cui mai si riesce a porre mano alle riforme”. Poi si registrano “liti, personalismi, aggravamenti ma – ha ribadito Prodi – nel lungo periodo il problema italiano” è legato alla “stabilità dell’autorità”.

Inoltre “in un Paese frammentato la legge elettorale non è fatta per fotografare” il Paese stesso ma “per dare un governo stabile”. “È un richiamo al maggioritario?”, hanno chiesto i giornalisti al termine dell’incontro: “L’ho detto 6mila volte, lo dico 6mila e uno. Il Paese – ha replicato Prodi – si salva solo se c’è una legge che dà un Governo stabile nel lungo periodo”. E poi con una battuta l’ex presidente del Consiglio, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento al documento-appello al Pd firmato a Bologna da molte figure considerate vicine al professore: “Ma non ci sono più i prodiani. Non c’è più Prodi, come fanno ad esserci i prodiani?”.

Insomma il dibattito sulla legge elettorale e sulla coalizione è in corso. Anche se sotto traccia. A Prodi ha risposto il capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato: “La presunzione di autosufficienza noi del Pd non ce l’abbiamo, guarderemo a chi ha governato con noi. Dopo le elezioni speriamo di essere autosufficienti, ma se non lo saremo ci confronteremo in parlamento”. “Pisapia – ha detto ancora – è una persona con cui abbiamo sempre dialogato, il problema è qual è la linea politica. Agli elettori non interessano le sigle ma le idee, le soluzioni ai problemi. Siamo disponibili a dialogare con tutti su un progetto, poi arriveranno anche le sigle. Ma se c’è il pregiudizio sul nome, se non va bene Renzi e ce ne siamo andati via per questo, non si va da nessuna parte”.

Sempre dal Pd, il Ministro della Giustizia Orlando è su una posizione diversa: “Non può esistere un Pd senza centrosinistra. Il Pd da solo non è autosufficiente”. Orlando ha confermato anche di partecipare a Roma alla manifestazione organizzata da Campo Progressista di Giuliano Pisapia. “Perché un Pd indipendente dalle altre forze di sinistra, come sembra volere Renzi, non può stare in piedi”. Per Orlando le elezioni nei Comuni sono state in questo senso il banco di prova. E lancia un’esortazione al segretario del Pd: “Ora tocca a lui indicare la via del rilancio. Io non credo sia quella di un Pd solitario, è una via che porta all’insuccesso”. Da Forza Italia il deputato Francesco Paolo Sisto, capogruppo di Forza Italia in Commissione Affari Costituzionali alla Camera parla di crisi di nervi del Pd e rilancia il sistema tedesco. “Rosato che torna sul maggioritario con posizioni ambigue e poco chiare, Prodi che parla di ‘accorpamenti’: sulla legge elettorale si conferma la confusione di un Pd in piena crisi di nervi. Oggi i Dem non sarebbero in grado di dar vita a nessuna riforma, semplicemente perché non riuscirebbero a tenere i loro numeri”. E ripropone il sistema tedesco: “Per quanto ci riguarda restiamo coerenti con un modello che ha registrato ampio consenso Parlamentare e che è il solo in grado di far ‘pesare’ il voto degli italiani”.

Lettera di un trifoglio a una mangrovia

Capisco il segretario del Pd, eletto trionfalmente solo poche settimane fa, quando dichiara di essere contrario a caminetti, riunioni chilometriche sul nulla e dintorni. Lo capisco. Ma si tratta di un nodo che riguarda soprattutto il suo partito. Un nodo che lui deve sciogliere, non altri. Di certo non riguarda i partiti che con il Pd hanno governato l’Italia in questi anni. A proposito di partiti, conviene sottolineare una questione, in conflitto con la vulgata popolare ma non per questo meno vera: non sono i piccoli partiti a generare conflitti nelle istituzioni, a provocare il crollo dei governi. Insomma, non esistono oggi esempi simili al passato recente, quando Bertinotti e Mastella – oppure la Lega di Bossi – decidevano la vita o la morte dell’Esecutivo.

Ecco un paio di casi in controtendenza. Il primo. Il Governo Renzi ha ballato spesso nelle aule parlamentari ma sempre a causa delle divisioni nei gruppi del Pd, in particolare al senato. Rileggerai i verbali. Alternativa Popolare e PSI hanno presentato emendamenti su legge elettorale, riforma costituzionale, riforma della scuola e della pubblica amministrazione, unioni civili e altro ancora, eppure mai hanno minacciato la caduta del Governo, nemmeno quando i loro voti, prima della nascita di Ala, erano determinanti. Le ferite apertesi nel Pd tra il 2013 e l’inizio del 2014 non si sono mai richiuse, anzi, e hanno generato ulteriori fibrillazioni, profonde lacerazioni.

Il secondo caso riguarda le elezioni amministrative. L’unico partito a vocazione maggioritaria è stato quello del sindaco Orlando, eletto al primo turno grazie a un minestrone di liste civiche su cui svettava l’immortale primo cittadino. Salvo in rarissimi casi, i pochi vinti dai grillini senza il concorso di alcuna alleanza, il centro destra prevale quando si presenta unito rispolverando il vecchio PdL. Nel centro sinistra, invece? Alternativa Popolare ha fatto alleanze nei due campi, ora qui ora la’. Campo Progressista non si è presentato. MdP era presente appena in una quindicina di comuni. Sinistra Italiana correva pressoché ovunque in opposizione ai candidati della sinistra. L’asse riformista del primo turno è stato retto da Pd PSI e liste civiche, insomma dalle forze che si riconoscono nel PSE. Basta. Al secondo turno non è andata meglio, Toscana docet.

Non si tratta di rifondare l’Unione, Dio me ne guardi. Sarebbe un errore mettere assieme partiti litigiosi e con programmi alternativi. Esperienza da non ripetere. La strada maestra è un’altra: a partire dalle città in cui governeremo, superare i troppi monocolori Pd e coinvolgere l’intera area riformista per farne un laboratorio politico per il futuro; riunire qui, ora e subito, gli stati generali della sinistra riformista per scrivere il Patto con gli Italiani. Insomma, dotarsi di una bussola per leggere un tempo nuovo e riunire le forze per governarlo. Ma bisogna che la mangrovia non faccia solo la mangrovia.

Riccardo Nencini

Nencini. Patto con gli Italiani con la sinistra riformista

Nencini-Psi“Sabato 1 luglio Pisapia a Roma, i socialisti a Bari. Noi celebreremo i 125 anni di storia del socialismo italiano. Non siamo nati ieri. Siamo quelli che hanno fatto l’Italia più libera e più civile”. E’ quanto ha dichiarato il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, riferendosi alle celebrazioni del 125mo anno dalla fondazione del Psi, che i socialisti festeggeranno in una Kermesse di due giorni a Bari, alla fiera del Levante, venerdì 30 giugno e sabato 1 luglio. Domani, mercoledì 28 giugno, alle ore 13.15, Nencini e i parlamentari e dirigenti del Psi, tra i quali Pia Locatelli, Oreste Pastorelli, Enrico Buemi, Gian Franco Schietroma, Maria Pisani e Claudio Altini, presenteranno l’evento in una conferenza stampa che si terrà presso la sala stampa della Camera dei Deputati.

Sarà l’occasione per fare il punto sul dopo voto delle elezioni amministrative e sulle prossime sfide del centrosinistra. Nencini aggiunge: “Proprio da qui lanceremo tre appelli: al voto alla scadenza naturale, una legge elettorale di stampo maggioritario, un Patto con gli Italiani siglato da tutta la sinistra riformista”- ha concluso Nencini.

Continuano intanto le polemiche all’indomani dei ballottaggi. Il segretario del Pd Matteo Renzi, ha fatto la sua analisi durante la rassegna stampa del Nazareno: “Le continue esasperanti polemiche nel centrosinistra alla fine – ha detto – non fanno altro che agevolare il fronte avversario. È stato sempre così. Ma se in tanti pensano che il problema sia soltanto dentro il Pd, è chiaro che poi alle elezioni rischia di vincere qualcun altro”. “Noi – aggiunge – spalanchiamo le finestre e parliamo agli italiani. Se si perdono le elezioni è perché non si parla con la gente, non perché si fanno complicati giochi alchemici in quel di Roma. Il Pd ha risultati e una visione per i prossimi anni”. E aggiunge: “Bene quel che abbiamo fatto nei Mille giorni e quel che sta facendo il governo Gentiloni. Da venerdì al forum dei circoli di Milano vogliamo parlare di dove vogliamo portare l’Italia nei prossimi tre anni. Il Pd è l’unica forza che parla di contenuti: se si parla di contenuti non abbiamo nulla da perdere”.

Insomma Renzi non si sente affatto lo sconfitto di questo turno di amministrative. “Sconfitto io? Non mi pare proprio”. E sulle coalizione afferma: “Si conferma la tesi che i migliori amici del Berlusca sono i suoi nemici. È stato infatti ancora una volta dimostrato che quelli che invocano una coalizione di centrosinistra larga il più possibile fanno il gioco del centrodestra, e non del Pd”. La sua seconda riflessione riguarda esponenti come Prodi, Orlando, Pisapia, Bersani, gente “che da giorni si era preparata la parte in commedia: erano pronti a dire ‘Renzi perde, vince la coalizione’, ma la realtà è stata un’altra”.

Un dibattito in cui è intervenuto anche l’ex presidente del consiglio Romano Prodi: “Leggo  – ha affermato  in un nota – che il segretario del Partito democratico mi invita a spostare un po’ più lontano la tenda. Lo farò senza difficoltà: la mia tenda è molto leggera. Intanto l’ho messa nello zaino”.

Tutti contro Renzi.
Il Cav vince ballottaggi

Berlusconi-Renzi-CapalbioLe elezioni comunali fanno sorridere Silvio Berlusconi e incupire Matteo Renzi. Nei ballottaggi per i sindaci di domenica 25 giugno il centro-destra sottrae 12 capoluoghi di provincia al centro-sinistra. La coalizione Berlusconi-Salvini-Meloni espugna tradizionali “roccaforti rosse”: Genova, La Spezia, L’Aquila, Piacenza, Pistoia, Rieti. Cade dopo 70 anni perfino Sesto San Giovanni, un comune alle porte di Milano, un tempo noto come la “Stalingrado d’Italia” per il voto operaio compatto in favore delle sinistre.

Un anno fa il Pd aveva perso già due grandi città: Roma e Torino, ma in questo caso la vittoria era andata al M5S. Il centro-sinistra si deve accontentare dei sindaci di Padova, Taranto, Lecce e Lucca (al primo turno Leoluca Orlando aveva trionfato a Palermo).

È una brutta sconfitta. Renzi, però, cerca di smorzare l’impatto della botta: i risultati complessivi delle elezioni comunali «sono a macchia di leopardo. Nel numero totale dei sindaci vittoriosi siamo avanti noi del Pd». Anzi, tra le polemiche, su Twitter ha tirato un bilancio sul voto nei comuni sopra i 15 mila abitanti: il centro-sinistra in testa con 67 sindaci, secondo il centro-destra con 59, terzo il M5S con 8. Comunque ha riconosciuto: «Poteva andare meglio: il risultato non è un granché. Ci fanno male alcune sconfitte, a cominciare da Genova e L’Aquila».

Hanno fatto la differenza i voti dei cinquestelle, praticamente fuori da tutti i ballottaggi importanti (hanno partecipato e vinto a Carrara e Guidonia). Si è ripetuto il meccanismo di “tutti contro Renzi”. Gli elettori grillini in genere o hanno votato per il candidato sindaco del centro-destra, oppure non hanno partecipato alle elezioni comunali. Non a caso gli astenuti al secondo turno di domenica sono stati una enormità: l’affluenza alle urne ha riguardato meno della metà del corpo elettorale, il 46,03%, il 13% in meno rispetto al primo turno di due settimane fa.

Il meccanismo è ormai collaudato: quando c’è un ballottaggio, il centro-destra e i pentastellati votano sempre insieme contro il Pd. È successo domenica scorsa in molte città come Genova (i cinquestelle hanno votato e fatto vincere il candidato del centro-destra), è accaduto un anno fa a Roma e a Torino (in questi casi i berlusconiani hanno decretato la vittoria di due grilline), si è verificato due anni fa in Liguria (l’ha spuntata come governatore regionale il berlusconiano Toti, grazie ai consensi del M5S). Ad inaugurare il meccanismo è stata cinque anni fa Parma: fu eletto sindaco Federico Pizzarotti, contrapposto a un candidato del centro-sinistra, grazie ai voti moderati (unica differenza: in quel momento Renzi non guidava il Pd). E domenica Pizzarotti, dopo la rottura con il M5S, è stato rieletto sindaco con una lista civica.

Berlusconi può essere soddisfatto. Le elezioni comunali sono una sua vittoria: gli italiani «ci hanno dato il mandato di cambiare il futuro delle nostre città» ed è una responsabilità «della quale sono pronto a fami carico, con Forza Italia e tutta la coalizione». Il Cavaliere parla delle elezioni comunali, ma in realtà pensa alle politiche, punta a rientrare a Palazzo Chigi.

Il presidente di Forza Italia, 80 anni suonati, si è impegnato a fondo nella campagna elettorale: ha attaccato Renzi e il governo Gentiloni. Ha rialzato la bandiera antica del taglio drastico delle tasse e quella nuova della difesa degli animali. Soprattutto ha attaccato Beppe Grillo sul piano etico: è «un buon comico, col vizio di farsi pagare in nero».

Tuttavia Grillo non si dà per vinto. Anche il garante dei cinquestelle ha davanti il traguardo delle politiche. Ha usato una citazione di un film di Al Pacino: «Da qui al governo è questione di pochi metri». Non si è lamentato del risultato elettorale: «Ogni maledetta elezione il M5S continua a crescere».

Chi è in difficoltà è Renzi. Il segretario del Pd è sotto assedio. Il Cavaliere, Grillo, Andrea Orlando (sinistra Pd) cercano di stingerlo alle corde. Indebolito dalla scissione a sinistra dei bersaniani, deve ripensare la sua strategia in vista delle elezioni politiche, sia che si svolgano regolarmente nella primavera del 2018 sia che si scivoli verso il voto anticipato a novembre. Non ha funzionato il corteggiamento degli elettori delusi del centro-destra e cinquestelle, il cosiddetto Partito della nazione ipotizzato dall’ex sindaco di Firenze, tanto contestato prima da Pier Luigi Bersani e ora da Andrea Orlando. Il leader di una delle sinistre del Pd imputa al segretario la responsabilità della sconfitta elettorale: «Il Pd è isolato politicamente e socialmente perde quasi ovunque. Cambiare linea. Ricostruire il centrosinistra subito».

Renzi ha più fronti sui quali combattere. Probabilmente cercherà di lavorare sui contenuti, rilanciando la battaglia per il taglio delle aliquote Irpef (l’imposta sui redditi delle persone fisiche), una misura prevista nel 2018 dal cronoprogramma di riforme, formulato quando era presidente del Consiglio. Ma gli ostacoli, all’interno e all’esterno del governo e del Pd, sono tanti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Via libera al ddl Tortura. Nessuna modifica

Diaz-reato tortura-UELa commissione Giustizia della Camera non tiene conto delle richieste del Consiglio d’Europa di modificare il ddl Tortura, e respinge tutti gli emendamenti al testo, su cui lunedì nell’Aula della Camera avrà inizio la discussione generale e e ha votato il mandato al relatore Franco Vazio del Partito Democratico a riferire in aula lunedì 26 giugno per la discussione generale. Tutti hanno votato a favore.

“Io avrei difficoltà a votare la legge sulla tortura così come è uscita dal Senato”. Lo ha detto Pia Locatelli in un’intervista a Radio Radicale. “Il testo va migliorato, abbiamo aspettato quasi trent’anni per fare una legge, ma se una legge non è fatta bene diviene inapplicabile. In questo modo facciamo solo finta di adempiere a un impegno”.

Il parere del Consiglio europeo passa così in secondo piano, Nils Miuznieks, commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa, proprio ieri aveva chiesto di cambiare il testo approvato dal Senato perché nella sua forma attuale contiene una definizione del reato e diversi elementi in disaccordo con quanto prescritto dagli standard internazionali. Il commissario punta il dito in particolare sul fatto che la proposta di legge preveda che per accusare qualcuno di tortura occorrerà che la persona abbia compiuto gli atti violenti più di una volta (“il testo parla infatti di “reiterate violenze”). Secondo Muiznieks se la legge sarà approvata così com’è, certi casi di tortura o trattamenti inumani non potranno essere perseguiti “creando quindi delle potenziali scappatoie per l’impunità”. Non solo, ma il testo è stato fortemente contestato da diverse associazioni tra cui Amnesty international e Antigone e da Ilaria Cucchi. “Il testo modificato approvato dal Senato è una informe creatura giuridica. Spetta alla Camera rimediare alle mancanze più gravi del pessimo testo varato dal Senato”, scrive Ilaria Cucchi.

Il provvedimento, che si appresta dunque ad essere approvato in via definitiva, è atteso in aula a partire dalla prossima settimana. Relatore di minoranza sarà il deputato M5S Vittorio Ferraresi.

Sei i punti principali del ddl:
– La commissione del reato da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio costituisce, anziché un elemento costitutivo, un’aggravante del delitto di tortura.
– Per essere reato di tortura è necessaria la pluralità delle violenze o delle minacce.
– Fino a 12 anni se chi tortura è pubblico ufficiale.
– Se dalla tortura deriva la morte quale conseguenza non voluta dal torturatore la pena della reclusione di trent’anni. Ma se il torturatore cagiona volontariamente la morte, la pena è dell’ergastolo.
– Il pubblico ufficiale che istiga a commettere tortura è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.
– Inutilizzabili informazioni e dichiarazioni estorte con tortura.

Orlando: Non rassegnarsi alle larghe intese

Orlando_AndreaClima teso nel Pd. Il Congresso si è concluso da poco con la riconferma di Matteo Renzi alla segretaria. Ma le tensioni interne tipiche di un periodo di confronto sono ancora palpabili. L’occasione è la partecipazione di Andrea Orlando, avversario di Renzi alle primarie Pd, e altri esponenti della minoranza del Partito democratico alla manifestazione organizzata da Giuliano Pisapia in piazza Santi Apostoli a Roma. L’iniziativa, infatti, si sovrappone a quella del Partito Democratico, con il forum dei Circoli previsto per il 30 giugno e il primo luglio. “Ognuno è libero di fare quello che vuole. Io vado all’assemblea dei segretari di circolo Pd, anche perché abbiamo una legge elettorale che non prevede le coalizioni e reputo più utile discutere con segretari di circolo più che con altre forze politiche, se si vuole rafforzare il Pd” dice il presidente del Pd Matteo Orfini che continua: “Sulle alleanze considerata la legge elettorale esistente, la discussione attuale rischia di essere solo accademica”.

Il punto è proprio qui. La visione strategica. Quella di Orlando mira a coinvolgere il centrosinistra in modo più ampio. Mentre per Orfini il Pd il premio di maggioranza alla lista sembra un dato acquisto e immutabile. La risposta di Orlando non si è fatta attendere: “Sono lieto che Matteo Orfini si sia ricordato che esistono i circoli del Pd che, come è noto, sono stati investiti nelle settimane scorse di una discussione ampia e approfondita sulla legge elettorale. Io comunque sarò all’Assemblea dei circoli, non sono rassegnato a questa legge elettorale e ricordo che le coalizioni esistono sia nei Comuni che nelle Regioni, pertanto, ignorare gli alleati non è segno di lungimiranza”. E le recenti elezioni amministrative hanno infatti dimostrato che il centro sinistra è in grado di vincere solo quando si presenta unito. E Andrea Orlando intervistato dall’Huffington post – propone “un momento di confronto sul programma attraverso la convocazione di un tavolo programmatico e anche un metodo per la scelta della leadership. Anche una consultazione. Ma è importate prima la costruzione di un nuovo centrosinistra largo e plurale. Immagino una convenzione di tutte le forze che si riconoscono nel progetto”. Orlando sarà in piazza da Pisapia e spiga: “È giusto unire tutte le forze” e “rivedere la legge elettorale” per “non rassegnarsi alle larghe intese”.

A Orlando risponde anche Lorenzo Guerini, coordinatore del Pd: “Vorrei ricordare che abbiamo appena tenuto un congresso che non è stato né frettoloso né una conta ma un momento di confronto e discussione politica importante e una significativa prova di democrazia e partecipazione. Con una legittimazione chiarissima del segretario che abbiamo rieletto. Non vorrei che appena celebrato si fingesse di scordarselo”.