Renzi-Macron. Ex socialisti temono di uscire dal PSE

macron renziIl segretario del PD Matteo Renzi è arrivato all’Eliseo per incontrare il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron. Renzi, accompagnato dal sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi e dal presidente del think tank “Volta” Giuliano da Empoli, ha lasciato il palazzo presidenziale dopo circa un’ora di colloquio. I due giovani leader condividono l’esigenza di porre “un argine ai populismi, quello di Le Pen in Francia e quello di Salvini in Italia”. Secondo quanto viene riferito da fonti italiane che hanno partecipato all’incontro che si è svolto questa mattina, tuttavia a preoccupare i ‘fuoriusciti’ dal Psi sembra un’altra notizia, quella che Macron punta alla creazione di un terzo polo nel parlamento europeo, nel quale potrebbero rientrare anche forze politiche oggi legate al Pse, il Partito socialista europeo.

“Leggiamo di un’improbabile proposta macroniana di uscita del Partito Democratico dal Pse. Siamo certi che Renzi, che ha avuto il merito dell’adesione nel 2014, non ci pensi neanche lontanamente: il Pd è oggi la principale forza nel Pse e noi crediamo che sia interesse reciproco rafforzare i legami”. Così in una nota congiunta i deputati socialisti del Pd Marco Di Lello, Tonino Cuomo, Federico Massa e Lello di Gioia, usciti dal Partito socialista e che oggi cercano il socialismo… fuori dal Psi.

Ma Gianni Pittella, presidente del Gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, dopo aver parlato con il Segretario del Pd, Matteo Renzi, assicura: “Il Partito democratico non si muove da nessuna parte, è e resta uno dei pilastri fondamentali del Pse”.

Pd-Mdp scontro a distanza

orfini dalema“Nessuno in Mdp chiede le primarie di coalizione perché perderebbero anche quelle”. E ancora “Non vogliamo coalizioni a ogni costo”. Le parole del presidente del Pd, Matteo Orfini, arrivano a poche ore da quelle pronunciate dal segretario Renzi – “siamo lontani dalle posizioni di Mdp” – e scavano un solco profondo tra i due partiti.

Il lavoro di ricucitura da parte di volenterosi dentro e fuori gli schieramenti, dal ministro Orlando a Walter Veltroni, prosegue ininterrotto, ma non passa giorno in cui non arrivino nuove bordate dall’uno all’altro. E non aiuta la scelta di Mdp di sostenere la candidata grillina ad Ostia. Difficile, certo, immaginare un endorsement di Bersani e compagni alla candidata di Fratelli d’Italia, ma l’appoggio a Giuliana Di Pillo rappresenta un atto ufficiale e la certificazione di un percorso di avvicinamento iniziato mesi fa quando a più riprese i maggiorenti di Mdp, Bersani in primo luogo, hanno definito i grillini come “interlocutori”. Nessuna indicazione di voto, invece, dal Partito Democratico per il quale il M5s è ancora l’avversario da battere e un “interlocutore inaffidabile come si è visto quando si e’ trattato di votare sul testo della legge elettorale”, come più volte sottolineato dal capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato.

Ma quel che è peggio è l’atteggiamento sprezzante che il Partito Democratico tiene ormai nei confronti di Pietro Grasso, probabile candidato di Mdp alla premiership.Alle accuse del deputato Davide Faraone, che imputa a Grasso di aver portato il Pd alla sconfitta in Sicilia con le sue dimissioni dal gruppo, sono seguite le parole di Matteo Orfini: “Noi abbiamo scelto il leader con le primarie e ricordo che nessuno lo ha voluto sfidare. E ora nessuno chiede le primarie di coalizione perché sa che le perderebbe. Grasso ci starebbe da Dio come leader del centrosinistra? È opinione di Bersani che io non condivo. Il leader non lo sceglie Bersani o io ma gli elettori”, dice Orfini che, poi, rimarca: “Non vogliamo coalizioni a ogni costo, non bisogna ricadere negli errori del passato con coalizioni solo per vincere, bisogna avere omogeneità”. Alla seconda carica dello Stato ha risposto anche ieri Matteo Renzi. “Vedremo i programmi”, sottolinea il governatore toscano, Enrico Rossi, cofondatore di Mdp: “A mio avviso, è più probabile che le alleanze si faranno dopo il voto. Al punto in cui siamo temo che farle adesso non convenga né al Pd né a una forza di sinistra civica di cui vedo lo spazio. Detto questo, non escludo nulla”, afferma Rossi. Come leader di Mdp, il presidente del Senato Pietro Grasso “ci starebbe bene. E’ una personalità di alto livello che può dare un contributo per cambiare il Paese”, osserva il presidente della Regione Toscana, che al Pd ribadisce: “non servono tatticismi, alchimie politiche o scambi di figurine: la gente si sentirebbe presa in giro. Dico che noi non siamo pericolosi estremisti e il Pd non è il nemico: rispettiamo il loro travaglio. Decidano, noi ci siamo”.

A fronte di queste schermaglie, i pontieri vanno avanti. Walter Veltroni è tornato a richiamare tutte le parti a un gesto di responsabilità: “Restare divisi sarebbe una follia”, spiega il primo segretario del Pd: “Con questa legge elettorale se non ci si unisce dove si va?”, chiede ancora Veltroni. L’ipotesi più credibile è, tuttavia, che eventuali coalizioni o alleanze si realizzino dopo il voto, in Parlamento, davanti all’impossibilita’ di individuare un vincitore: “Lì dove io sono non mi ci ha messo Floris, D’Alema o Bersani. Mi ci hanno messo due milioni di persone. Il potenziale premier lo decide il Parlamento, dopo che il Capo dello Stato conferirà l’incarico a formare il governo”, sono le parole di Renzi a Di Martedì, nell’intervista andata in onda ieri sera. Tradotto: il candidato premier di centro sinistra – al momento – è Renzi e solo Renzi. Se poi, come sembra probabile, il Pd da solo non riuscirà a imporsi sulle altre forze parlamentari, ci si conterà in Parlamento e in quella sede si cercherà di individuare anche il potenziale premier.

Due nuovi centro-sinistra Renzi contro Bersani

renzi bersani

Per Matteo Renzi non c’è pace. Lo scontro è su due centro-sinistra che ancora devono formarsi. Il terremoto post elettorale è cominciato. La catena di sconfitte è lunga: nel 2015 perse la Liguria; nel giugno 2016 i sindaci di Roma e Torino; a dicembre dell’anno scorso il referendum sulla riforma costituzionale; adesso c’è stata la “botta” delle elezioni regionali in Sicilia. Il Pd nell’isola è arrivato terzo dopo il centro-destra e i cinquestelle.

Mezzo Pd è in rivolta. È in discussione perfino la leadership di Renzi. Dario Franceschini, ex Dc-Ppi-Margherita, potente capo corrente del Pd, è sul piede di guerra. Pronto a dare battaglia è anche Andrea Orlando, ex Pci-Pds-Ds, capo della corrente di sinistra del partito.

Così Renzi gioca d’anticipo. Prima rilancia la sua leadership: «Sono mesi che cercano di mettermi da parte, ma non ci riusciranno nemmeno stavolta». Poi apre la strada alla costruzione di un nuovo centro-sinistra, mettendo la parte la linea dell’autosufficienza del Pd: «Siamo pronti ad allargare ancora al centro e alla nostra sinistra. Condivido a questo proposito le riflessioni di Dario Franceschini». E annuncia: «Possiamo raggiungere, insieme ai nostri compagni di viaggio» il 40% dei voti già ottenuti nelle elezioni europee del 2014 e nel referendum sulla riforma costituzionale, perso proprio con questa soglia.

Su Palazzo Chigi è prudente, non rilancia la sua candidatura: sceglie il Parlamento. Ma anche qui si muove qualcosa. Il capogruppo democratico alla Camera, Ettore Rosato, ha considerato “spendibile” il nome di Paolo Gentiloni, anche se poco dopo non esclude una ricandidatura di Renzi a presidente del Consiglio. Del resto può succedere di tutto. Sono gettonati anche due ministri come possibili candidati premier: Marco Minniti (Interno) e Carlo Calenda (Sviluppo Economico).

Due centro-sinistra: scelte diverse sul programma e su Palazzo Chigi, la partita è aperta. Bersani e D’Alema, usciti dal Pd a febbraio contestando da sinistra Renzi per fondare il Mdp, hanno idee diverse. Pensano a Pietro Grasso, presidente del Senato, fresco di divorzio dal Pd, come candidato premier. Pier Luigi Bersani non nasconde l’entusiasmo per Grasso candidato presidente del Consiglio: «Per il nostro profilo civico e di sinistra ci starebbe da Dio…». Il parere di Massimo D’Alema è analogo: «La presenza di Grasso sarebbe fondamentale». La contrapposizione con Renzi è totale: «Io uso le parole di Pisapia: ‘La ricostruzione del centrosinistra richiede una discontinuità di leadership e di contenuti’. E io sono d’accordo con lui».

Si profilano due centro-sinistra in contrapposizione e una violenta battaglia tra le sinistre. Anche le altre forze della sinistra critica e riformista studiano strategie ed alleanze in vista delle elezioni politiche. Nicola Fratoianni, totalmente critico con il Pd, ha annunciato per il 19 novembre a Roma un’assemblea nazionale di Sinistra Italiana «per presentare alle prossime elezioni un’unica lista di sinistra autonoma e alternativa». Giuliano Pisapia, artefice di Campo Progressista, si considera diverso ma non alternativo a Renzi. L’ex sindaco di Milano potrebbe formare una lista elettorale con la radicale Emma Bonino, i socialisti di Riccardo Nencini e i verdi di Angelo Bonelli. Pisapia il 12 novembre, mell’assemblea organizzata a Roma, esporrà il suo progetto e probabilmente riproporrà le primarie di coalizione per Palazzo Chigi.

Le molteplici e frammentate forze di centro-sinistra si muovono in modo contrapposto, le divisioni aumentano. Un brutto viatico per le elezioni politiche previste in primavera. In Sicilia la spaccatura c’è stata su due liste, quella centrata sul Pd e guidata da Fabrizio Micari e quella basata su Mdp capeggiata da Claudio Fava. È stato un disastro: Micari è arrivato terzo e Fava quarto. Dalle urne delle politiche potrebbe uscire l’ingovernabilità che aprirebbe le porte ad un esecutivo di “larghe intese” con Silvio Berlusconi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Elezioni. A sinistra tutti vogliono Grasso

Grasso-crocetta-intercettazioniDopo l’addio al Partito democratico e il tonfo della sinistra in Sicilia ora Piero Grasso, la seconda carica dello stato, è ancora il più ‘corteggiato’ a sinistra.
Dopo giorni di corteggiamenti e di avances non corrisposti a Grasso da parte di Mdp, Pier Luigi Bersani ci riprova. Oggi l’ex segretario del Pd Bersani, a margine della direzione del suo nuovo partito Mdp, ha lanciato la candidatura del presidente del Senato per un’ipotetica lista di centrosinistra: “Ha il profilo giusto per la premiership”, ha affermato, in linea con la proposta già avanzata dal leader di Campo progressista Giuliano Pisapia, che ha incontrato il presidente del Senato ieri pomeriggio.
Tuttavia resta netta, al momento, da parte dell’ex sindaco di Milano la chiusura di Mdp. Pisapia e i suoi lavorano infatti a unire attorno ad un’unica lista anche Radicali e Verdi, con l’obiettivo di ricompattare la sinistra.
Nel frattempo però da Mdp si continua a ‘tirare la giacchetta’ al Presidente del Senato. “Se effettivamente Pietro Grasso volesse partecipare a questo sforzo civico e progressista, la sua presenza sarebbe fondamentale”. Così Massimo D’Alema, arrivando alla direzione Mdp, risponde a chi gli chiede un giudizio sulla ipotetica leadership del presidente del Senato nella nuova formazione di sinistra.
A volere Grasso leader a sinistra anche Civati che ha affermato: “Bersani ha detto che Pietro Grasso leader della sinistra ci sta da Dio? Io più laicamente penso che possa andare bene, è una buona idea. Quando sento citare Dio io un po’ mi blocco…” A dirlo è Pippo Civati, leader di Possibile, che oggi è stato ospite del programma di Rai Radio1 Un Giorno da Pecora, condotto da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari. La sinistra ha preso una bella batosta in Sicilia…”No, io non ho preso nessuna batosta. Di solito ci danno al 3% e stavolta abbiamo preso il 5%, in una regione difficile. Certo, si poteva fare meglio: Fava è stato molto bravo ma è stata una campagna elettorale più di posizionamento che di proposta”.
Anche dal Pd la porta resta aperta, dopo le accuse di Faraone e la risposta piccata di Grasso, arriva la riflessione del renzista Giachetti. “Le frasi di Faraone forse sono state esagerate sotto un certo punto di vista ma il fatto reale, e non è una critica, e che a Grasso era stato proposto di candidarsi alle regionali e Grasso ha detto di no e questo indubbiamente ha portato a una scelta di un candidato che non è stato pienamente riconosciuto dell’elettorato del Pd. Grasso è liberissimo di candidarsi o meno, ma se si fosse candidato probabilmente le cose sarebbero andate decisamente meglio”. Roberto Giachetti, Pd, Vicepresidente della Camera, riflette ai microfoni di ‘6 su Radio 1’ sul futuro del centrosinistra analizzando i possibili errori che hanno portato al risultato delle regionali in Sicilia.

Sorpresa Sicilia, torna Berlusconi

berlusconiLa Sicilia è la terra delle sorprese, può succedere di tutto. Può anche essere il palcoscenico del ritorno alla ribalta politica di Silvio Berlusconi, il fondatore di Forza Italia, del Pdl e della Fininvest. L’imprenditore che nel lontano 1994, contro ogni previsione, vinse le elezioni politiche, divenne presidente del Consiglio e fu tra i fondatori della poco brillante Seconda Repubblica.
Adesso gli occhi sono puntati sulla Sicilia: ieri si è votato per le regionali e oggi c’è lo scrutinio. La Trinacria è la terra delle sorprese e dell’assurdo. Pietrangelo Buttafuoco ha rivelato al Corriere della Sera: la Regione siciliana, in barba ai suoi giganteschi debiti, può permettersi perfino il lusso di comprare una feroce orca marina e metterla a pensione nei mari del nord Europa. Il giornalista catanese tra il serio e l’ironico ha commentato: «Non si ha idea di quanto costi allevare un’orca». Buttafuoco non ha precisato le caratteristiche dell’aggressivo predatore degli oceani (i maschi possono arrivare fino a una lunghezza di 9 metri e a 10 tonnellate di peso) battente bandiera della Trinacria, ma sembra che l’orca sia destinata al parco marino di Sciacca finora mai realizzato.
Chiunque vincerà le elezioni regionali siciliane, centro-destra o cinquestelle (secondo le proiezioni è un testa a testa), dovrà fare i conti con problemi enormi e surreali, di tutti i tipi. C’è anche il costosissimo paradosso delle guardie forestali: sono circa 25 mila i dipendenti (a tempo pieno o parziale) della regione Sicilia più gli 800 con poteri di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria inquadrati nei ranghi dell’arma dei carabinieri. Un esercito se si pensa alle guardie forestali delle altre regioni: il Piemonte, ad esempio, ne ha appena 400 con una superficie boschiva certo non inferiore alla Sicilia.
In realtà la regione di Archimede anche in questo modo cerca di dare una risposta all’altissima e perenne disoccupazione, una risposta più di tipo assistenziale che economica. Non solo. Puntualmente ogni estate le fiamme riducono in cenere buona parte dei boschi siciliani e, più di una volta, i piromani arrestati erano delle guardie forestali in cerca di un nuovo incarico o di poter effettuare degli straordinari per guadagnare qualcosa in più.
Povertà, malessere sociale e illegalità (in molti casi guidata dalla mafia) costituiscono una miscela esplosiva, pericolosa. Con il voto di ieri gli elettori siciliani hanno premiato le opposizioni e punito il centro-sinistra che ha guidato negli ultimi cinque anni Palazzo dei Normanni a Palermo. Il centro-sinistra ha pagato anche l’autogol della divisione: da una parte una lista centrata sul Pd e dall’altra quella basata sul tandem Mdp-Si. Soprattutto Matteo Renzi è il grande sconfitto, forse non a caso il segretario del Pd ha tenuto un basso profilo nelle elezioni siciliane.
Silvio Berlusconi ha smentito tutte le previsioni. Dato per morto sul piano politico per le tante sconfitte, per i pesanti guai giudiziari e per la seria malattia al cuore, è invece ritornato in campo da trionfatore. Il presidente di Forza Italia, 81 anni suonati, ha battuto in lungo e in largo la Sicilia ed è riuscito e ricomporre i contrasti con Matteo Salvini (Lega) e con Giorgia Meloni (FdI), riunificando il centro-destra.
Beppe Grillo può essere soddisfatto. Ha raddoppiato i voti raccolti cinque anni fa quando superò a nuoto lo Stretto di Messina e la sua voce nella campagna elettorale nell’isola è stata molto più forte e decisiva di quella del giovane Luigi Di Maio, eletto nelle primarie online “capo” del M5S e candidato premier nelle elezioni politiche dell’anno prossimo.
Certo ci sono due “piccoli problemi” (si fa per dire) da risolvere. Primo problema: il già basso numero dei votanti cala ancora al 46,76% degli elettori rispetto al 47,41% delle regionali del 2012. La maggioranza degli elettori, ben il 53,23% ha disertato le urne. Secondo problema: è probabile che il vincitore (centro-destra o cinquestelle) non avrà la maggioranza dei 70 consiglieri regionali e dovrà ricorrere ad una alleanza per governare. Sarebbe un bel rebus. Stamattina è cominciato lo scrutinio dei voti ed entro stasera si dovrebbe sapere chi ha vinto, con quanti consensi e se sarà in grado di formare una giunta autonoma o dovrà cercare alleanze per governare.

Rodolfo Ruocco

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Cannabis. Pastorelli: “Occasione persa”

Fabbrica-militare-cannabisArriva l’Ok dell’Aula della Camera alla proposta di legge sulla coltivazione e la somministrazione della Cannabis ad uso medico. I voti a favore sono stati 317, 40 i
contrari, 13 gli astenuti. Il testo passa al Senato. Contro hanno votato i deputati di Fi e Lega, mentre Direzione Italia si è astenuta. Nonostante la buona notizia la pdl è un’occasione persa, come fanno i deputati progressisti dai banchi dell’Aula, così come dichiarato anche dal deputato socialista Oreste Pastorelli. “In questa legislatura abbiamo svolto un lavoro trasversale con oltre 220 parlamentari per arrivare a un testo che mirava a regolarizzare l’uso della cannabis, togliendo in via definitiva le droghe leggere dal monopolio delle organizzazioni criminali e consentendo il controllo del consumo senza per questo incentivarlo. Dopo tanto lavoro la sfida è persa, così come è persa l’occasione di accogliere le richieste dei circa 67 mila cittadini che hanno firmato la legge popolare promossa dall’Associazione Coscioni”, afferma Pastorelli, deputato del Psi, nel corso delle dichiarazioni di voto sulla pdl cannabis della quale il parlamentare socialista è cofirmatario. “Rimane un provvedimento mite – prosegue – che prevede l’utilizzo della cannabis per i soli scopi terapeutici e che avrà un’efficacia limitata. Tutto questo di certo non ridurrà il consumo della cannabis da parte delle popolazione: si continuerà a utilizzare quella illegale di qualità incontrollata e senza dubbio più nociva”. “Oggi la Camera vota un testo sfigurato, che ha bocciato persino la liceità della coltivazione personale a uso terapeutico. Resta il rammarico per l’occasione mancata, ma riconosciamo che almeno sul fronte dell’utilizzo medico si è compiuto un piccolissimo passo in avanti”, ha concluso il deputato socialista.
“Ritengo comunque un risultato importante l’aver portato a casa almeno uno degli obiettivi che ci eravamo prefissati: la disciplina della coltivazione e somministrazione della cannabis per uso terapeutico”, afferma invece la deputata Pd Vincenza Bruno Bossio. Tuttavia come fanno notare da Alternativa popolare, l’uso terapeutico della cannabis è già regolamentato. “Alternativa popolare è convintamente a favore dell’uso terapeutico della cannabis. Questo deve essere chiaro, a scanso di equivoci”, afferma il capogruppo di Ap in commissione Affari sociali alla Camera, Rosanna Scopelliti che precisa: “Ma questa è una materia già regolamentata dal Ministero della Salute, con uno specifico e apposito decreto ministeriale aggiornato nel 2015. Uno strumento che sta funzionando. E in merito Ap condivide pienamente l’azione portata avanti del ministro Lorenzin. Evidentemente, però, per qualcuno non era sufficiente. Riteniamo sbagliato, dunque, il modo con il quale si è proceduto, sollecitando il Parlamento a intervenire su una materia già disciplinata”. Non solo, ma come fanno notare i cinquestelle che hanno votato con l'”amaro in bocca”, la pdl non prevede la coltivazione da parte dei pazienti per il loro esclusivo uso personale. Lo annuncia nell’Aula della Camera Vittorio Ferraresi, M5S, in dichiarazione di voto per il suo gruppo.
Tuttavia la “Maggioranza schiacciante”  per l’ok alla pdl “non lascia alibi ad una rapida approvazione al Senato. Questa legislatura si chiude con una promessa, ovvero con un impegno affinché le cose mancanti si concretizzino”. Lo afferma il deputato di Sinistra Italiana-Possibile Daniele Farina.

D’Alema, riemerge la gerontocrazia

Renzi-DAlemaGiuliano Pisapia ha detto che D’Alema “è uno che divide” e lo ha invitato a farsi da parte. La risposta del “leader Massimo” è stata la scissione del partitino nato dalla rottura con il Pd renziano. Achille Occhetto, dando voce a un antico rancore lo ha definito «un serial killer… che le ha sbagliate tutte». Ma il diretto interessato, sempre a proprio agio nella polemica, sembra deciso ad andare avanti per la nuova strada senza voltarsi indietro.
Smessi i panni del viticoltore, si è rituffato nella mischia prendendo la guida di Mdp, nella speranza (ma per D’Alema ci sono sempre e solo certezze) di tornare in auge come leader della sinistra e ritrovare quel posto in Parlamento dal quale lo aveva sfrattato Matteo Renzi ai tempi della “rottamazione”.
Con buona pace della volontà, più volte espressa, di non voler far parte di una minoranza irrilevante, l’ex segretario del Pds, per dirla con Pisapia, si è messo alla guida d’un “partitino del 3 per cento”. Lo ha fatto appena sei mesi dopo (31 marzo 2017) aver ribadito con il solito tono solenne: «Noi abbiamo una vocazione maggioritaria. L’obiettivo è di fare in modo che ci sia un grande partito del centrosinistra».
Ma chi conosce D’Alema, sa bene che la coerenza non è fra le sue doti migliori. Nel 1996 impallinò l’Ulivo di Prodi, che aveva appena vinto le elezioni e conquistato Palazzo Chigi. Meno di tre anni dopo, organizzava a Firenze la grande riunione dell’“Ulivo mondiale”, ospitando Clinton, Blair, Schröder e i leader di quella “Terza via” che allora andava tanto di moda.
Da presidente del Consiglio, nel 1999 autorizzò l’intervento dei militari italiani nella guerra in Kosovo senza chiedere il voto del Parlamento previsto dalla nostra Costituzione. Gli ci sarebbero voluti dieci anni per ammettere che “fu un errore”.
Sfrattato Romano Prodi da Palazzo Chigi, ne prese il posto grazie al sostegno di Cossiga, che insieme ai suoi fedelissimi (“gli straccioni di Valmy”) aveva formato l’Upr, un partitino “fuori dai poli” dove avevano trovato asilo la Cdu di Buttiglione e la neonata Cdr di Clemente Mastella.
Comunque sia, oggi il vero problema del “compagno Max” messosi al timone di Mdp, non è la coerenza, cosa sempre difficile da chiedere a un uomo politico, il suo grande limite è il bagaglio politico che si porta dietro. Dentro ci sono gli schemi da vecchia scuola di partito (il Pci delle Frattocchie), le antiche ricette che non servono più a nessuno, l’incapacità di trovare risposte adeguate ai bisogni di una società dove tecnologia e globalizzazione hanno cambiato tutto.
Non è un problema solo italiano. La sinistra è in crisi in tutti i paesi industrializzati, proprio perché si dimostra impotente di fronte allo tsunami che, dopo aver spazzato via ogni cosa, ha accresciuto le disuguaglianze tra ricchi e poveri e cambiato radicalmente la vita di milioni di persone.

Il “compagno Max” che oggi riappare sulla scena politica nazionale per rivendicare un ruolo a sinistra del Pd renziano entra quindi a pieno titolo nella “gerontocrazia politica” della sinistra. Come rivelano, prima ancora delle proposte, lo stile e il linguaggio datati. Le parole con cui sferza gli avversari ricordano le invettive di Rodrigo di Castiglia nei corsivi pubblicati sulla ‘Rinascita’ negli anni Cinquanta. Quando ‘Rinascita’ era la rivista ideologica del Partito comunista italiano e Rodrigo di Castiglia era lo pseudonimo scelto dall’inflessibile segretario del Pci Palmiro Togliatti.
Certo, oggi D’Alema non definirebbe André Gide “un pervertito” o Ignazio Silone “un rinnegato”, come faceva “il Migliore”, ma il modo per sminuire e delegittimare chi gli si mette di traverso è lo stesso. Quello che 18 anni fa lo spingeva a parlare dell’allora segretario della Cgil come del “dottor Cofferati” e oggi lo porta a etichettare come “l’avvocato Pisapia” l’uomo politico che vuole dialogare con Renzi.
Ma l’apice D’Alema lo ha raggiunto con il ministro dell’Interno Marco Minniti definito “un tecnico della sicurezza”, un modo per ridicolizzare il ruolo politico di quello che fu il suo braccio destro a Palazzo Chigi. Sessant’anni fa per dileggiare un ministro dell’Interno democristiano, Rodrigo-Togliatti avrebbe potuto usare le stesse parole.

Felice Saulino
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Legge elettorale. Il Rosatellum bis arriva in Aula

Camera deputati

La legge elettorale arriva in Aula. Il passaggio in commissione si è concluso con le ultime votazioni. L’accordo sul Rosatellum 2.0 regge e il testo arriverà a Montecitorio con il sostegno dei deputati di Pd, Psi, Ap, Lega, FI, Ala, Ci e Direzione Italia. Contro invece Fdi, Al, M5s, Mdp e Si. Gli emendamenti presentati sono circa 200. Tra questi anche quelli dei socialisti che mirano ad aumentare il numero di collegi uninominali (attualmente ne sono previsti 231 per la Camera e 109 per il Senato) e a raggiungere l’assoluta parità di genere (50% donne e 50% uomini) in entrambi i rami del Parlamento.

Al momento 55 proposte di modifica sono state depositate dal Movimento 5 stelle, 28 da Articolo 1 – Mdp, 7 da Forza Italia, 13 da Fratelli d’Italia e 18 da Sinistra italiana – Possibile. Un numero tutto sommato contenuto che dà l’idea di un clima di confronto tra le forze politiche. “Il Rosatellum è la legge che si avvicina di più al Mattarellum. Dunque, votiamo il Rosatellum convintamente. Ma questa legge duri 50 anni”, afferma il leader dei Moderati Giacomo Portas, eletto alla Camera nel Pd. Qualche timore arriva dagli eventuali voti segreti. Ma, taglia corto Ettore Rosato capogruppo del Pd alla Camera “sarebbe uno scandalo” se sulla legge elettorale “si procedesse a trucchetti con voti segreti”. Sulla legge elettorale, conclude, i voti segreti sono “irragionevoli”. Ottimista anche il deputato Francesco Paolo Sisto, capogruppo di Forza Italia in Commissione Affari Costituzionali alla Camera per il quale “alla vigilia dell’arrivo in Aula alla Camera della legge elettorale, l’orientamento comune non può che essere sintonizzato al senso di responsabilità di ciascuno, dando un senso al proficuo lavoro svolto in Commissione”. “Ognuno – conclude Sisto – potrà dire che manca un quid, ma certo non sono giustificati gli anatemi che qualcuno, ad arte, lancia in queste ore. Polemiche, queste, che non possono nè devono distogliere dal traguardo finale: dare agli italiani una legge elettorale scritta dal Parlamento nell’interesse delle istituzioni e del Paese”.

Riferimento evidente agli anatemi lasciarti dal Movimento 5 Stelle che parla di “voto eversivo” e di “legge indegna”. “I grillini – afferma Maurizio Lupi, coordinatore nazionale di Alternativa popolare – gridano addirittura al golpe bianco e accusano il Parlamento di voler approvare una legge elettorale contro il Movimento 5 Stelle, proprio loro che presentano emendamenti contra personam per rendere ineleggibile chi non gli è gradito. Certe uscite mi ricordano la meschina scusa della volpe che non riesce a prendere l’uva. Sulle leggi elettorali hanno cambiato più volte parere, non si atteggino a vittime, cerchino piuttosto anche nelle urne quel consenso che sbandierano in televisione, dove avevano giurato che non sarebbero mai andati”. Positivo il commento di Salvini che si è sempre detto di essere disponibile a votare una legge elettorale qualsiasi essa sia. La legge elettorale, afferma, “prima passa in Parlamento e meglio è perché prima si va a votare e meglio è”. Del tutto negativa invece la posizione di Sinistra Italiana che si augura che non venga posta la fiducia sulla legge elettorale (una cosa tra l’altro già vista con l’Italicum) perché “si tratterebbe di una forzatura di inaudita gravità, un vero e proprio attentato ai diritti e alla libertà del Parlamento”. Sulla stessa posizione Mdp che chiede che la “presidente Boldrini impedisca forzature sulla legge elettorale, come la fiducia o il canguro, di cui ho sentito parlare in queste ore”.

PARTITA APERTA

DELRIO-LUPI-facebookIl Parlamento si rimette in moto per lo Ius soli nonostante le difficoltà iniziali. Sembrava ormai una legge da mettere nel cassetto, ma ora a mobilitarsi non è più solo Mdp e la sinistra in Parlamento, ma anche le alte cariche del Governo. Il primo a rompere gli indugi è il ministro dell’Infrastrutture Graziano Delrio che ha aderito allo sciopero per l’attuazione dello Ius soli. “Il parlamentare risponde alla nazione, non alla disciplina di partito. Sui diritti civili non ci si astiene”, afferma il ministro Delrio che aggiunge: “Non dobbiamo avere paura dei bambini. Bisogna aiutare l’integrazione. Questo voto è di coscienza individuale dei parlamentari. Non so se ci sarà la maggioranza o meno. Se non ce la facciamo, amen. Ma mi interessa fare un dibattito ragionato, tranquillo, ragionevole. Dimostriamo di essere un grande Paese”. In realtà però era già stato il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, dopo l’ennesimo rinvio nella calendarizzazione in Aula, a prendere “l’impegno” a verificare “in autunno” la possibilità di approvare lo Ius soli. Un’impresa ardua perché il provvedimento sulla cittadinanza agli stranieri è possibile solo con il voto di fiducia vista la mole di quasi 5mila emendamenti che impedirebbero l’approvazione nell’ultimo scorcio di legislatura. Portata a casa, nonostante lo strappo di Mdp, la maggioranza assoluta sulla variazione di bilancio, ora il governo può tornare a sondare gli alleati di governo su un provvedimento che vedrebbe favorevole anche Sinistra Italiana. “Il dossier è sul tavolo”, assicurano fonti di governo non garantendo però sull’esito delle verifiche. L’incognita è ancora una volta quella dell’alleato numero uno al Governo: Alternativa Popolare. Anche se ufficialmente Ap dice di non aver cambiato idea, una minoranza dei centristi non è così contraria al provvedimento. E vorrebbe lavorare ad una mediazione. “Sulle nostre proposte – spiega la senatrice Simona Vicari – abbiamo ricevuto informalmente dei riscontri. Ieri ho parlato con il ministro Anna Finocchiaro e abbiamo capito che se ci daranno la possibilità di andare un minimo avanti e non fare tristi battaglie elettorali ce la possiamo fare”. Il punto per superare le “barricate” sarebbe accentuare l’aspetto che lega la cittadinanza dei bambini al percorso scolastico più che alla nascita.
“Riconosciamo ad Alternativa popolare senso di responsabilità e lealtà verso la coalizione, anche sulle questioni più delicate”, così ha dichiarato il Senatore Enrico Buemi, Capogruppo Psi in commissione giustizia. “È giunto il momento di fare uno sforzo ulteriore, pur nella diversità di valutazioni sul provvedimento, affinché sia data all’Italia una moderna e aggiornata legge sul diritto di cittadinanza”, ha continuato Buemi. “Come gli amici di Ap sanno il riconoscimento della cittadinanza non è automatico ma prevede un percorso non breve di apprendimento delle nostre leggi e della nostra lingua”, ha sottolineato il senatore socialista. “La condivisione che essi stessi hanno avuto sul provvedimento alla Camera non può mancare al Senato e questo senso di responsabilità che viene chiesto loro da parte di noi socialisti non è una rinuncia alle proprie valutazioni ma voglia di guardare avanti, poiché anche noi in varie occasioni abbiamo condiviso le loro posizioni”, ha concluso Buemi.
Tuttavia dagli scranni del Senato, Maurizio Lupi continua a chiudere ogni possibilità in proposito.
“Leggo di nuove e fantasiose ipotesi di manovre parlamentari per giungere all’approvazione dello Ius
soli. Ribadisco quanto Ap ha sempre sostenuto: la cittadinanza non è l’inizio ma il termine di un percorso, per la quale ai figli di cittadini stranieri non basta la nascita, ma è il compimento di un percorso che prevede l’apprendimento della lingua e della nostra cultura con i valori costituzionali ad essa connessi. In questo sono totalmente d’accordo con il presidente della CEI cardinale Bassetti”, dice Lupi e precisa: “La legge in discussione al Senato non dice questo, o lo dice solo in una parte, quella sullo Ius culturae. Noi vogliamo inoltre che in questo percorso sia coinvolta la famiglia, che deve sottoscrivere l’adesione ai valori della Costituzione e richiedere espressamente la cittadinanza per il figlio nato in Italia”. “Di questo vogliamo che si parli, che in Senato si discuta in modo approfondito, non voteremo mai la fiducia posta su un tema così delicato e che non è nel programma di governo, nè usciremo dall’Aula”, prosegue il senatore di Ap. “Altri hanno fatto di questo tema una bandiera ideologica da sventolare in campagna elettorale, noi l’integrazione la vogliamo sul serio, e ad essa serve una buona legge, non questa”, conclude Maurizio Lupi, coordinatore nazionale di Alternativa popolare.
Intanto la partita sull’approvazione sembra riaprirsi, sarebbero infatti 157 i senatori favorevoli alla legge sulla cittadinanza, un numero molto vicino ai 161 della maggioranza assoluta e sufficiente a far passare i provvedimenti nell’Aula di Palazzo Madama. I voti arriverebbero anche da Ala, Alleanza Liberalpopolare-Autonomie. “Tutti dicono che puzziamo ma alla fine il gruppo di Ala è il campione dei diritti civili”, ha affermato ironicamente Riccardo Mazzoni, senatore verdiniano. Avrebbe trovato nove-dieci voti in grado di compensare le perdite che arriveranno da Alternativa popolare, la forza del ministro Angelino Alfano. “I numeri ci sono”, ha aggiunto Mazzoni.
Nel frattempo prosegue la ricerca di adesioni, oltre che dal capogruppo Pd Luigi Zanda, anche da Luigi Manconi, presidente della commissione diritti umani. Nello stesso tempo continuano le adesioni allo sciopero della fame, già 70 parlamentari hanno aderito allo sciopero della fame a “staffetta” per lo Ius soli, promosso da Luigi Manconi. Le adesioni crescono di ora in ora, tra queste anche la portavoce del Psi, Maria Cristina Pisani: “Lo ius soli va approvato. Chi è nato in Italia è italiano. È un principio semplice”. Dichiara Maria Pisani che spiega: “Per questo ho appena aderito anche io allo sciopero della fame insieme a un centinaio di parlamentari e molti altri cittadini. Io parteciperò lunedì 9 e mercoledì 11”. “Le polemiche non servono, al di là della strategia, il gesto insegna a non mollare, a combattere, fino alla fine per ciò che è giusto. Con passione”, conclude Pisani.
“Il disegno di legge sullo ius soli non è di iniziativa governativa ma parlamentare. Il digiuno a staffetta, promosso dal senatore Manconi e a cui io aderisco oggi, non è dunque contro il governo, di cui faccio parte, ma per sollecitare il parlamento affinché si arrivi al voto”. Lo ha detto a Radio Radicale il senatore e sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, promotore di Forza Europa.
Ad aderire non sono solo i parlamentari, anche artisti come Ascanio Celestini, Alessandro Bergonzoni e Andrea Segre, senza dimenticare la mobilitazione della società civile.
Insegnanti, genitori e alunni torneranno a manifestare venerdì 13 ottobre, insieme al movimento #Italianisenzacittadinanza e ai promotori della campagna ‘L’Italia sono anch’io’, per ribadire la necessità del voto immediato della riforma che introduce lo Ius soli temperato e lo Ius culturae. Piazza Montecitorio a Roma verrà trasformata nella Piazza della Cittadinanza, con laboratori creativi, flash mob, cori e palloncini tricolore.

Sinistra, Pisapia molla D’Alema perché divide

MASSIMO D'ALEMA POLITICO  PIERLUIGI BERSANI POLITICO GIULIANO PISAPIA POLITICO

MASSIMO D’ALEMA, PIERLUIGI BERSANI 
e GIULIANO PISAPIA

I malumori tra Giuliano Pisapia e Massimo D’Alema prima erano sommersi, ora esplodono in aperto scontro politico. E sono scintille tra le due sinistre che pure cercano di costruire un unico partito. Risultato: sono ai ferri corti Campo Progressista e Artitolo 1 Movimento democratico e progressista, più semplicemente Mdp.
Lo scontro è sui rapporti con Matteo Renzi, con il governo guidato da Paolo Gentiloni e sul rinnovamento generazionale. Tutte e due le sinistre sono per “una netta discontinuità” con la politica del segretario del Pd e con quella del governo per combattere le aumentate disuguaglianze sociali, ma sul come realizzarla si aprono forti divaricazioni. Pisapia, leader di Campo Progressista, vuole “sfidare” Renzi ma non lo considera “alternativo”. La stessa impostazione vale per l’esecutivo presieduto da Gentiloni ora alle prese con due importanti scadenze: la legge di Bilancio e quella per rivedere il sistema elettorale. Ma D’Alema boccia ogni tipo d’intesa e di alleanza elettorale con il segretario del Pd.
Altro che unità, i rapporti tra Pisapia e D’Alema sono arrivati addirittura al punto di rottura. L’ex sindaco di Milano ha sollecitato l’ex segretario del Pds-Ds a farsi da parte: «D’Alema? Deve fare un passo di lato» perché «anche lui, come Renzi, è divisivo». Ha sottolineato: «D’Alema sa perfettamente che io sono a disposizione di un progetto unitario e invece lui continua a fare dichiarazioni che dividono». L’occasione dello scontro è stata la decisione se e a quali condizioni votare in Parlamento la manovra economica del governo.
Il problema, per ora, è stato superato perché alla fine sia i senatori di Campo Progressista sia quelli di Mdp hanno votato a favore ai primi passi delle legge di Bilancio, ma la spaccatura politica resta. La ferita tra le due sinistre sanguina. Pisapia, che aveva già sollecitato un ricambio generazionale nelle candidature alle prossime elezioni politiche, adesso ha mollato ufficialmente D’Alema. Ha attaccato: «Lui era favorevole» a votare contro lo scostamento di bilancio, ma un no avrebbe portato all’aumento dell’Iva.
D’Alema per ora non ha replicato, la tensione è altissima. L’ex presidente del Consiglio in una intervista al ‘Corriere della Sera’ di qualche giorno fa non aveva risparmiato delle frecciatine a Pisapia: «Dovrebbe essere più coraggioso». La sollecitazione era a candidarsi per un seggio in Parlamento ripensando al suo no, ma a prescindere dal tema l’invito ad “essere più coraggioso” non è un bel viatico per chi dovrebbe guidare il futuro partito unitario della sinistra italiana (la costituente è prevista a novembre). E poi D’Alema non ha molta intenzione di seguire l’invito di Pisapia a farsi da parte. Non a caso aveva precisato: si ricandiderebbe alla Camera se la richiesta “venisse dai cittadini”.
Ma ora sembra essere stata messa in discussione la stessa leadership di Pisapia, già al centro di contestazioni. Lo scorso primo luglio nella manifestazione a piazza Santi Apostoli a Roma era stato investito, presente Pier Luigi Bersani, del mandato di riunificare le sinistre e di ricostruire “un nuovo centrosinistra”. Bersani lo ha più volte incoraggiato: «Giuliano Pisapia è perfettamente in grado di fare il federatore» della sinistra. Lo slogan della manifestazione romana era: “Insieme”. Tuttavia adesso quello slogan suona fortemente stonato.

Rodolfo Ruocco

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