Primarie Pd, la candidatura dei renziani senza Renzi

ascani-giachettiL’orma dell’ex segretario nel Pd è rimasta, nonostante il 4 dicembre e la debacle del 4 marzo. L’influenza di Matteo Renzi si fa sentire tra i dem, tanto che dopo la rinuncia di Minniti e i rumors su un nuovo partito della Leopolda oggi i deputati renziani Anna Ascani e Roberto Giachetti hanno annunciato una candidatura congiunta alle primarie del partito. Una decisione tutta a sostegno del progetto iniziale di rinnovamento e rottamazione del giovane Sindaco di Firenze.
Roberto Giachetti e Anna Ascani annunciano la corsa per la segreteria, per dare una “casa” a quella parte del Pd che “non si riconosce nelle posizioni di Zingaretti e Martina”. Lo hanno annunciato in una diretta Facebook i due parlamentari dem.”Nella mia libertà ho preso la decisione, non legata a una corrente, ma figlia della mia posizione” tenuta da sempre, di “candidarmi alla segreteria” del partito perché convinto “che il congresso non può essere solo appannaggio di Martina e Zingaretti e penso ci sia una realtà nel Pd che non può non essere presente. Sono felice che questa mia decisione sia condivisa da Anna Ascani”, ha spiegato Giachetti. La parlamentare dem ha aggiunto: “Sia chiaro, continueremo ad andare avanti insieme in questo partito tra tutti quelli che hanno condiviso” la linea di Matteo Renzi. Adesso ai due occorrono 1.500 firme in meno di un giorno per potersi candidare.
Tuttavia la giovane deputata umbra e l’ex radicale candidato alle comunali di Roma sono comunque una minoranza tra i renziani, la maggioranza dei parlamentari renziani ha votato per sostenere l’ex vicesegretario Maurizio Martina. Mentre Matteo Renzi non commenta le decisioni dei renziani per il congresso Pd e ribadisce che non fonderà un nuovo partito.

La gara disperata nel moribondo Pd

congresso pd

Ha perso tutto, tutto quello che poteva perdere l’ha perso. Pd la gara disperata. Negli ultimi tre anni il Pd ha perso il referendum costituzionale e le elezioni comunali, regionali e politiche. Nel voto politico del 4 marzo, in particolare, è precipitato ad appena il 18% dei consensi (dal 33% del 2008, il 25% del 2013 e il 40,8% del 2014). Da forza egemone del centro-sinistra e del governo è stato messo all’opposizione dalla Lega e dal M5S, gli avversari populisti.

Adesso il partito, a nove mesi dal disastro delle elezioni politiche, appena ha provato a rialzare la testa convocando il congresso nazionale è rimpiombato nel caos: Marco Minniti, uno dei sette candidati a segretario, molto quotato a vincere la sfida, si è fatto da parte. L’ex ministro dell’Interno si è improvvisamente ritirato dalla corsa lasciando campo libero a Nicola Zingaretti, ora super favorito.

Minniti ha gettato la spugna perché, a sorpresa, si è trovato in una contraddizione insanabile: era il candidato renziano in gara mentre Matteo Renzi era entrato nel possibile tunnel della scissione del Pd. Così ha lasciato il campo  per “salvare” il partito dalla distruzione.

 Pd la gara disperata. Il partito fondato nel 2007 da Walter Veltroni con l’impostazione della “vocazione maggioritaria” è diventato una piccola forza senza alleati che non riesce neppure a realizzare un’opposizione minima nel Parlamento e nel paese al “governo del cambiamento”.

Il Pd guidato, via via, da Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Orfini, Renzi e Martina ha accusato una crisi sempre più drammatica: il suo elettorato di sinistra e di centro-sinistra si è sentito tradito. È considerato succube delle èlite, dei grandi imprenditori e banchieri (da Carlo De Benetti a Giovanni Bazoli) che hanno fatto il tifo per la sua nascita. Per questo gli elettori gli hanno voltato le spalle in massa astenendosi dalle urne o votando per i populisti, in particolare per i grillini. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, in competizione politica ed elettorale tra loro in vista delle europee di maggio, non gli fanno toccare palla: svolgono sia i ruoli del governo sia quelli dell’opposizione. Sia per il capo politico del M5S sia per il segretario della Lega “l’opposizione non esiste”.

Pd la gara disperata. Il Pd, il maggiore partito della sinistra, già nel marasma, ora è catatonico, è in coma profondo. Prima si è dimesso da segretario Matteo Renzi, poi il successore Maurizio Martina, adesso ha lasciato Minniti mentre era appena cominciata la corsa verso le elezioni primarie del 3 marzo.

C’è chi, come Carlo Calenda, considera talmente compromessa la situazione che vuole perfino chiudere bottega e cambiare nome al Pd. Tra i 6 candidati alla segreteria adesso spiccano due nomi: Nicola Zingaretti e Maurizio Martina, che si è ricandidato. Tutti e due vengono dalla storia del Pci-Pds-Ds e sono riformisti. Puntano il dito contro l’errore di aver trascurato il problema delle crescenti “disuguaglianze sociali”. Il primo è più attento al principio di “uguaglianza”, il secondo fa più attenzione al valore della “sicurezza” (sociale ed economica). Sia il presidente della regione Lazio sia l’ex ministro dell’Agricoltura, però, partono dal presupposto di dare una risposta alla “paura”, di soddisfare le richieste di “protezione” degli italiani per recuperare il rapporto perduto con l’elettorato e la base di sinistra e di centro-sinistra. Entrambi sono contrari ad un accordo con il M5S, ma il no di Zingaretti è meno netto. Sfumature.

Tutti e due vogliono una totale rottura con il passato e un rinnovamento profondo del Pd. Anche Martina, che in passato è stato più vicino di Zingaretti a Renzi, sta facendo una campagna congressuale molto distante dall’ex segretario ed ex presidente del Consiglio un tempo potentissimo. I due antagonisti cercano perfino di evitare di nominare Renzi, passato in breve tempo da riverito protagonista ad appestato della politica italiana. L’ex segretario ed ex presidente del Consiglio si fa sentire il meno possibile ma conta ancora molto. Ha polemizzato con Minniti: «Chiedetemi tutto ma non di fare il piccolo burattinaio al congresso». Entro gennaio, secondo il tam-tam di Montecitorio, potrebbe fondare un suo partito liberaldemocratico sul modello francese di Emmanuel Macron ma lui ha smentito: una scissione «non è all’ordine del giorno, e non ci sto lavorando». Le voci impazzano. Secondo qualcuno Renzi potrebbe addirittura ricandidarsi alla segreteria.

Pd la gara disperata. Zingaretti, Martina e gli altri quattro candidati alla guida del patito si sono lanciati in un lavoro difficilissimo. Ci potrebbe essere anche un nuovo giocatore. I renziani, in maggioranza assoluta nei gruppi parlamentari, sono rimasti senza un candidato alla segreteria: potrebbero decidere di far scendere un loro nome in pista, l’ultima data utile è il 12 dicembre. Per adesso non c’è una alternativa credibile al populismo e nemmeno si intravede all’orizzonte. Per ora non ci sono parole e programmi che possano risvegliare l’interesse e l’entusiasmo dell’elettorato frammentato e deluso di sinistra. Chiunque vincerà per prima cosa avrà davanti il problema di ricostruire un Pd sommerso dalle macerie.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Pd. Tutto pronto per una nuova scissione

È quasi tutto pronto. Ancora qualche settimana e nel Partito Democratico si consumerà una nuova scissione. Matteo Renzi, abbandonato il Nazareno, fonderà il suo nuovo partito. Un movimento riformista europeo vicino al centrosinistra, ma lontano dalle logiche postcomuniste che hanno causato parecchi problemi al senatore di Scandicci. Lo seguiranno un manipolo di fedelissimi. Non tutti, però. Perché l’ex segretario ha voglia di mettere in campo facce nuove, provenienti dai comitati civici che sta scandagliando da mesi. Quasi certamente lo seguiranno anche Boschi, Gozi, Lotti e Scalfarotto.

A Palazzo Madama si parla già di rimpasto dei gruppi parlamentari. I senatori vicini a Renzi sono alla ricerca di un nuovo posizionamento. Il forfait di Minniti li ha spiazzati. Il mancato sostegno di Renzi all’ex ministro ha rappresentato la conferma definitiva della prossima scissione. La corrente renziana, ad oggi, non ha un candidato. Flebile la possibilità che Teresa Bellanova si metta in gioco. Così come Lorenzo Guerini non fa che smentire una sua discesa in campo. Stefano Ceccanti, pasdaran renziano, auspica che venga sostituita presto la candidatura di Minniti con “un altro esponente riformista”. Difficile, però, che ciò accada.

Restano dunque favoriti per la poltrona da segretario dem Zingaretti e Martina, con il primo parecchio avanti nei sondaggi. Il presidente della regione Lazio ha in mente un ritorno al passato, stile Pds. Ha già tirato dentro Paolo Gentiloni (che in caso di vittoria di Zingaretti otterrebbe il ruolo di presidente del partito) e sembra ci stia provando con Carlo Calenda. Il reclutamento dell’ex ministro dello Sviluppo Economico darebbe a Zingaretti la possibilità di allargare il suo elettorato e puntare anche al voto moderato. Senza contare i buoni rapporti con il mondo produttivo e industriale che Calenda può vantare. Il diretto interessato, per ora, glissa.

“Credo sia venuto il momento di un time out”, il tweet di Calenda, che predica chiarezza: “Gentiloni, Renzi, Zingaretti, Martina e Bonino dovrebbero sedersi intorno a un tavolo (non da pranzo) per capire davvero cosa vogliamo fare nei prossimi mesi: Opposizione e Europee. Non mi pare così difficile”. L’ex Confindustria non fonderà, comunque, un altro partito: “Nonostante l’insistenza degli stessi dirigenti di Pd – ‘fai un partito e poi ci alleiamo’ – non ho intenzione di farne uno. Ho sempre detto e ripetuto che non credo ai partiti personali. Altra cosa è lavorare per costruire un ampio Fronte democratico per le europee”.

F.G.

Nencini: “Una chiamata alle armi. Partire con chi ci sta”

cavallo

“Il Pd nasce dieci anni fa su uno schema bipolare che ora non esiste più. Nasce come contrapposizione al Popolo della Libertà costruito da Berlusconi con la mossa del predellino a Milano. C’era una Italia che ancora non aveva conosciuto la crisi economica più grave dal dopoguerra ad oggi. Ora non c’è più Berlusconi, non c’è più il Popolo della Libertà e la crisi che si è trascinata per anni è stata tamponata dai governi di centrosinistra”. Lo afferma in una intervista all’Avanti! il segretario del Psi Riccardo Nencini. “A fronte di un quadro sociopolitico di questa natura – continua Nencini – la domanda da farsi è se il Pd sia ancora lo strumento per affrontare una nuova Italia. Al passo indietro di Minniti e alla nascita probalissima di un movimento che avrà a capo il vecchio segretario del Pd Renzi, bisognerebbe rispondere con la mossa del cavallo”.

E per chi non gioca a scacchi cosa significa?
Con una mossa eretica ma indispensabile. Non tenere un Congresso di Partito, ma convocare, d’accordo con partiti e movimenti civici, gli stati generali dei riformisti italiani e pensare a una realtà politica nuova e diversa. Questo è quello che la politica suggerirebbe di fare. In modo tale che la sinistra italiana possa uscire dal deserto in cui è precipitata. La mia opinione è che non si andrà in quella direzione. Ergo, questa è una ragione in più perché i socialisti non si guardino l’ombelico. Per cui va benissimo l’orientamento assunto dal Consiglio Nazionale. Penso sia positivo per le direzioni che traccia. Da una parte l’appello a tutti i socialisti a rientrare in casa. Per due motivi: il primo è che non vi sono più ragioni, cessata Forza Italia e morta e sepolta la storia del comunismo italiano, per stare altrove. La seconda ragione è che l’Italia sta passando da uno Stato fondato su una società aperta, voluta dai padri costituenti dopo la seconda guerra mondiale e nella quale noi socialisti abbiamo innestato elementi fondamentali di libertà civile e di diritti sociali, a una società fondata sul nazionalismo etnico e sulla omnipresenza del ministero degli interni. Ultimo esempio è il decreto trasparenza, che riprende il filo conduttore del decreto sicurezza. In entrambi i casi i dati vengono sempre trasferiti al cervellone del ministero degli interni. Ci muoviamo verso una sorta di stato prefettizio, dove i prefetti, come al tempo di Giolitti, assumono una dimensione molto al di là dei poteri che sono stati loro conferiti. E questa è un’altra ragione per la quale bisognerebbe rientrare in casa, perché c’è da difendere diritti e valori per i quali i nostri nonni e le nostre madri hanno combattuto. Il secondo punto di quel Consiglio e che viene affidato ai deliberati del Congresso, riguarda la costruzione di una rete europeista per combattere l’internazionalismo nero e i populisti.

I tempi sono stretti. Le elezioni europee non sono lontane. Bisogna iniziare immediatamente…
Va iniziato immediatamente. La mia preoccupazione più grossa non sono lle Europee, ma le elezioni amministrative e regionali. Perché votiamo, da febbraio a ottobre, in sei regioni. Il 26 maggio votiamo alle Europee ma anche in 4000 comuni. La metà dei comuni italiani vanno al voto. Il rischio che il centro-destra a traino leghista sommi al governo del paese molte amministrazioni locali, in questo caso per eccessiva debolezza del contendente, è una preoccupazione alla quale bisogna far fronte. È una sorta di chiamata alle armi che dobbiamo mettere in campo. Intanto dobbiamo cominciare da chi ci sta. Vedo i Radicali, ma vedo anche una parte che aveva aderito a Forza Italia e che oggi fa attenzione a questa prospettiva, sindaci, civici.

Quindi bisogna muoversi in fretta senza aspettare il congresso Pd.
Esattamente. Anche perché non vedo ad oggi da parte del gruppo dirigente del Partito democratico, nessuna idea su quanto dicevamo prima.

La manovra appare ancora una scatola vuota. Da quando è nata ad ora è cambiata più volte ma è ancora un oggetto misterioso. Che ne pensi?
Quello che vedo è una discrasia tra le cose che si dicono e le cose che si scriveranno. Perché da una parte si sostiene che nulla cambia, ma dall’altra se prima si scrive 2.4 e poi 2.1 qualcosa deve cambiare. Ma in questa confusione rimangono due dati fissi. Il primo è che le politiche di promozione e valorizzazione dell’impresa Italia ancora non ci sono. Secondo, rimane uno straordinario caos negli investimenti infrastrutturali.

A cominciare dalla Tav…
Ma anche dalla Pedemontana, dalla Gronda di Genova, dal Passante di Bologna, dalla Fiano-Grosseto e dalla Tirrenica. Dalla Stazione di Grottaminarda in Campania. Per ora si registra non un programma alternativo rispetto ai governi Renzi-Gentiloni, che avevano finanziato opere per 149 miliardi. Ma si registrano soltanto una serie di no.

Delrio sul Corriere cita il socialista Prampolini quando diceva “uniti siamo tutto, divisi siamo niente” fa un certo effetto…
Il principio generale dello stare uniti lo condivido. Ma non basta più stare uniti. Non è che il Pd risolve il suo problema confidando in una spinta all’unità. Serve un canone diverso. Non serve solo al Pd, serve alla sinistra europea. Avrò dei colloqui con diversi leader socialisti europei. Vedrò anche Corbyn. Andrò a dire queste cose: che serve una Bad Goedesberg del socialismo europeo. Vanno disegnati diversamente i principi di giustizia sociale e di libertà. Va messa una relazione stretta tra libertà, sicurezza e identità. Serve anche una forma di socialismo umanitario più radicale, ma è una battaglia europea e non nazionale quando si affronta la prepotenza e il potere enorme che hanno le multinazionali,  che hanno i poli finanziari. Condizionano dalla fine degli anni ‘90 la politica. Terzo, bisogna tornare al primato della politica. Alla fine, tutto questo sputare in faccia alla politica, determina da una parte l’antipolitica, con tutti i populismi e sovranismi del caso, dall’altra apre un vialone straordinario all’economia finanziaria che non ha più nessuna forma di barriera politica ad ostacolarla. Però queste sono decisioni che vanno prese non stato per stato ma dentro un vertice europeo.

E in questa visione che cosa può partire dal Congresso del Pse a Lisbona?
Bisogna lanciare lì l’idea di Stati Uniti d’Europa. Perché l’Europa così com’è è destinata a contare sempre meno nello scenario internazionale che si è costituito dopo il 1989-90. Vanno rivisitati tutti i parametri di Maastricht perché ci sia più attenzione ai temi degli investimenti e dell’inclusione e bisogna che sia una responsabilità europea un tema delicato come quello delle grandi migrazioni. Non siamo davanti al fenomeno di un migrante che parte con la famiglia. Siamo difronte a migrazioni di popoli. Molti citano gli esempi degli italiani che a fine ottocento e inizio novecento partivano per Argentina, Brasile e Stati Uniti. È cosa diversa. Sono popoli che si spostano, all’interno di un continente o dal quel continente ad altri ritenuti più ricchi. È un fenomeno che ha una durevolezza temporale. Non è una cosa che nasce e muore nell’arco di un quinquennio.

Daniele Unfer

PD verso il Congresso
Cambiare o morire

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Da sinistra Fabio Salamida, Umberto Morassut, Nicola Zingaretti, Virman Cusenza, Monica Cirinnà, Luigi Manconi

Cambiare o morire. Dopo la débacle elettorale del 4 marzo, che ha visto ridurre drasticamente la forza elettorale del Partito Democratico, per il PD, ma sarebbe meglio dire per la sinistra tutta, è necessaria una svolta, una trasformazione epocale che metta in discussione la stessa forma partitica a cominciare dal nome. Se ne è discusso oggi, presso il cinema Farnese a Roma, nel corso della presentazione del libro di Roberto Morassut “Democratici. “Democratici. Un movimento per l’Europa contro le diseguaglianze”, pubblicato dalle edizioni Ponte Sisto, alla presenza di Nicola Zingaretti, Monica Cirinnà, Luigi Manconi, Virman Cusenza e Marco Damilano. Con gli ultimi sondaggi che danno la Lega vicina al 37%  è chiaro che la strada imboccata dopo le elezioni, quella di un sostanziale stallo dove proseguono le liti interne tra ipotesi di future ulteriori scissioni, non porta da nessuna parte. E non è certo presentando sei candidati alle primarie congressuali, con il concreto rischio che nessuno raggiungerà il 50% e che sarà ancora una volta l’apparato a decidere, che si verificherà quella tanto invocata “rifondazione” che non è però accompagnata da alcuna idea di riforma, né da una profonda analisi delle cause della crisi attuale.

Si parte dunque da un’analisi della sconfitta che ha radici lontane e molteplici dalla perdita di ricchezza, alla crescita delle diseguaglianze economiche e sociali, al blocco della scala sociale, domande alla quale la sinistra europea non ha saputo dare risposte. Si passa per il graduale abbandono dei territori, delle sezioni dove il militante e l’iscritto poteva esporre i propri problemi, dire la sua opinione, sentirsi parte attiva di un processo politico; per arrivare all’attuale PD, a quello del “chi non è con noi” è fuori, dove le correnti si spartiscono candidature e ruoli e i nomi contano più delle idee. A questo si è aggiunto quello che Luigi Manconi ha definito “l’irresistibile spirito scissionista della sinistra” per il quale ogni sconfitto fonda il suo partito con gli esiti che ben conosciamo.

Dopo il decennio dell’Ulivo, generato dalla convergenza elettorale e di governo delle componenti più democratiche fuoriuscite dalla dissoluzione dei vecchi partiti costituzionali della Prima Repubblica, e quello che ha seguito la nascita del PD veltroniano, che ha dimostrato una distanza sempre più crescente tra quello che avrebbe dovuto essere e quello che poi è stato, siamo dunque al “che fare?” di leniniana memoria.

Morassut, che in questo libro ha raccolto una serie di interventi, di articoli o di brani di pubblicazioni scritti, pronunciati o pubblicati tra il 2009 ed oggi, è chiaro: il ciclo di “questo Pd” si è esaurito col voto del 4 marzo. Ora serve qualcosa di diverso che esca dalla tradizionale forma di Partito e allarghi il suo perimetro ad altre forze politiche della sinistra, a cominciare dai socialisti del PSI, alle associazioni, alla società civile. “Un movimento popolare che abbia il respiro nazionale ed europeo” con al centro i valori “Democratici”: giustizia, diritti e democrazia. Uno spazio aperto a quelle piazze che in questi giorni hanno manifestato a Roma, a Torino, a Milano nel Sud d’Italia che pur essendo contro questo Governo non voteranno mai PD. Una sorta di Costituente delle idee che partendo dal tema “dell’uguaglianza della riduzione delle abissali distanze sociali tra chi ha troppo e chi ha troppo poco” arrivi a ricreare una “cultura politica unitaria”.

Un progetto che rispetti le diversità e nello stesso tempo sia in grado di unire, in linea con l’idea di “Piazza Grande” lanciata da Nicola Zingaretti. E sarebbe ora.

Emanuela Sanna

Anticorruzione, Governo battuto alla Camera

cameradeideputati.600Il Governo è stato battuto alla Camera sull’anticorruzione. La maggioranza è andata sotto su un emendamento al ddl Bonafede votato a scrutinio segreto. A quel punto, il capogruppo M5S Francesco D’Uva ha chiesto la sospensione dell’aula. Il presidente della Camera, Roberto Fico, dopo aver ascoltato il parere dei gruppi, ha sospeso i lavori a Montecitorio per 30 minuti per poi convocare la conferenza dei capigruppo al termine della quale è stato comunicato che l’aula della Camera avrebbe ripreso l’esame del ddl il giorno successivo alle 11. Per le 9 nel frattempo Luigi Di Maio ha convocato l’assemblea dei gruppi M5S.

L’emendamento al ddl anticorruzione a prima firma dell’ex M5S ora al gruppo Misto, Catello Vitiello, sul quale la maggioranza è stata battuta, depotenzia il reato di peculato. Tema sul quale, durante i lavori in commissione, Lega e M5S avevano manifestato opinioni diverse: favorevole il Carroccio, contrari i grillini. La maggioranza aveva dato parere contrario all’emendamento Vitiello. I voti a favore sono stati 284, i voti contrari 239.

Vitiello è stato espulso dal M5S per aver violato l’articolo 6 del nuovo Regolamento grillino, che vieta la candidatura di persone iscritte ad associazioni massoniche e, soprattutto, per non aver informato i vertici del suo passato.

I colleghi della stampa, per dovere professionale, farebbero bene ad informare i cittadini che l’art. 6 del Regolamento grillino è incostituzionale per diversi aspetti tra cui gli atteggiamenti discriminatori sulla libertà di associazione dei cittadini.

Fuori da Palazzo Chigi, Matteo Salvini ha detto: “E’ stato un incidente di percorso che avrà come risultato che il ddl verrà approvato più in fretta, certo che non ci sarà nessuna ripercussione”. Subito dopo il voto il leader del carroccio aveva parlato di voto in aula assolutamente sbagliato. Salvini ha aggiunto: “La posizione della Lega la stabilisce il segretario. Il provvedimento arriverà alla fine come concordato dalla maggioranza. Io abolirei il voto segreto perché italiani hanno diritto di sapere chi vota cosa. Colpa delle Lega? A me non interessano i responsabili. Ripeto: nascondersi dietro il voto segreto è vigliacco, chiunque lo faccia. C’è una maggioranza, andrà fino in fondo. C’è il decreto sicurezza, c’è la manovra… c’è così tanto da fare che fare i bambini schiacciando i bottoni mi sembra veramente inutile. La lega si impegnerà per accelerare l’approvazione del ddl anticorruzione”.

L’onorevole Francesco D’Uva ha dichiarato: “Quello che è accaduto oggi in aula è un fatto gravissimo. Così non si va avanti. Noi non salviamo i furbetti dalla galera. Chi ha votato Sì a un emendamento che va a favore dei delinquenti si sta assumendo una responsabilità enorme agli occhi dei cittadini”.

Igor Iezzi, capogruppo della Lega in Commissione Affari Costituzionali, ha detto ai cronisti: “Sono i fichiani che hanno votato a favore per mandare un segnale. Cercano una scusa per non votare il decreto sicurezza”.

Il capogruppo della Lega a Montecitorio, Riccardo Molinari, ha assicurato: “Non siamo stati noi a far andare sotto la maggioranza”.

Il deputato Pd Francesco Boccia ha detto: “Con il governo battuto su un voto sul peculato è evidente che Lega e M5S non possono più stare insieme. I leghisti hanno tradito il patto di governo per salvare tutti coloro che hanno un processo per peculato. Brutta pagina politica che dimostra come la maggioranza su alcuni temi è geneticamente modificata. Un giorno il condono, un altro il dl sicurezza, poi gli inceneritori, oggi l’anticorruzione. Sono divisi su tutto e quando si affrontano i nodi cruciali dei singoli provvedimenti le enormi divergenze politiche e culturali vengono fuori”.

La capogruppo di Forza Italia alla Camera, Mariastella Gelmini, ha commentato: “Riteniamo attraverso il voto segreto di aver garantito la libertà di espressione di quest’aula. Dopo giorni di giustizialismo manettaro, se oggi quest’aula si è espressa a favore del garantismo è nell’interesse degli italiani”.

Se un governo non ha più la maggioranza in Parlamento, avrebbe il dovere di chiedere la fiducia o di rassegnare le dimissioni.

S. R.

Pd, dalla vocazione maggioritaria al nulla cosmico

Scrivere costa? Scrivere costa specie se si sviluppano riflessioni critiche nei confronti di un qualcosa in cui si crede. Sono stato uno dei fondatori del Pd. Ci arrivavo dopo l’esperienza nei Ds e dopo che all’ultimo congresso avevo abbracciato la minoritaria mozione “Angius”, che voleva un Pd come partito federato tra i due partiti fondatori e ancorato ai valori del socialismo europeo. Temevamo, allora, che il nuovo soggetto sarebbe stato poco più di una fusione a freddo di classi dirigenti come poi, ahimé, si è rivelato. Eppure abbiamo vissuto la fase costituente con entusiasmo e curiosità: abbiamo incontrato tanta gente, parlato con tante persone, ci siamo appassionati al discorso di Veltroni al Lingotto, quello della vocazione maggioritaria, un’idea che sapeva di semplificazione in un clima ancora fortemente influenzato dal bipolarismo. La gente ci chiedeva unità, perché unità era sinonimo di forza e perché su tanti temi (non su tutti, si badi bene) le forze della sinistra democratica e della sinistra cattolica avevano sempre ragionato all’unisono.

Dove volevamo andare? Pensavamo, senza dubbio, di diventare il punto di riferimento per la gente di sinistra, gente che avrebbe capito, pensavamo, che per governare bisogna avere idee riformiste, perché il riformismo è anche coraggio di cambiare. I risultati a livello nazionale non furono brillanti, quel 33% fu un dato forse al di sotto delle aspettative, ma lo considerammo frutto di una partenza e di una possibilità di migliorare. Meglio poi andarono tante elezioni a livello locale, dove il partito aveva uomini e dirigenti preparati, dove sapeva aggregare, individuare candidati civici all’altezza della situazione. Ma quel 33% costò la messa in stato d’accusa di Veltroni e del suo gruppo dirigente, riemersero le vecchie ruggini, le correnti, ci si rese conto che l’amalgama tra esperienze e idee diverse era tutt’altro che riuscito. Il resto fu tutto un oscillare tra un leader più moderato e uno più di sinistra, fu tutto una rincorsa interna al posizionamento, senza tenere in debito conto la sostanza, la programmazione, i progetti politici. La ventata innovativa, ma anche violenta (internamente, nei toni e nei metodi) di Matteo Renzi, ci era sembrata un qualcosa di doveroso, in grado di innovare finalmente un partito fermo nei metodi e nei rituali. Ma quella fiammata durò poco.

La retorica dell’uomo solo al comando, del leader forte, durò l’esprit di un matin: il referendum costituzionale, che qualcuno pensava potesse consacrarlo leader assoluto, fu la tomba del Renzi di governo. Giustamente Renzi si dimise, ma la sua ombra, ancora lunga, resta lì su un partito che sembra incapace di reagire. Martina, da reggente, sta cercando di barcamenarsi, anche con chiarezza e pacatezza, per portare il partito a un congresso ricostituente. Ma se non si chiariscono linee chiare di proposta, di alleanze, di rinnovata strategia europea, il Pd resterà un contenitore vuoto che i sondaggi accreditano al 17%, metà rispetto all’anno di nascita. È questo l’approdo che si voleva? Non credo. Tanta strada per prendere meno voti di quelli che avevano i Ds non mi pare sia stata una grande volpata. Colpa delle volpi? Forse, anche, magari più di quello che pensiamo. E allora che fare? Ripartire da un progetto, che sono un congresso serio può costruire e ridare voce ai territori, dove tanti amministratori locali che guardano al centrosinistra sanno aggregare, proporre, combattere e costruire forze di governo. Solo qui si possono pescare i dirigenti dell’oggi e dell’immediato domani, per imbarcare definitivamente chi ha fatto male a un partito, a un sogno a una speranza. Si ritirino a vita privata e scrivano libri, ma non pensino più di essere gli indispensabili salvatori della patria.

La rottura sarà naturale e inevitabile. E, almeno a mio parere, altamente salutare.

Leonardo Raito

Nencini: “Preparare un ciclo nuovo”

nencini gentiloni

“La politica italiana è di fronte a un cambio di passo imponente. Sono passati 10 anni dalla mia elezione a segretario del Psi al Congresso di Montecatini. Bisogna preparare un ciclo nuovo che governi una fase nuova e diversa dalle precedenti. Quando io presi il partito da Boselli eravamo ancora dentro quella che è stata definita impropriamente la seconda Repubblica. Era nato da poco il Pd, aleggiava ancora lo spettro del berlusconismo che in Italia aveva appena vinto le elezioni con la maggioranza più ampia mai vista. Era il 2008. È una storia che è tramontata. Non c’è più il berlusconismo; e se viene meno il berlusconismo viene meno anche il Pd che era stato concepito in funzione anti Berlusconi. Insomma quei due pilastri di 10 anni fa non ci sono più”.

Lo afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini in una intervista all’Avanti! pochi giorni dopo la segreteria del Partito del 3 ottobre. “L’Italia – continua Nencini – è l’unico Paese in Europa che ha un governo populista e sovranista. La sinistra non ha ancora iniziato la sua traversata nel deserto. È la ragione per la quale i socialisti devono mantenere in vita la loro comunità, organizzarla autonomamente e partecipare alla costruzione di una sinistra completamente nuova rispetto a quella tradizionale del ‘900. Va costruita una sinistra che torna a incontrare il popolo; una sinistra molto più vicina a quella di fine ‘800 che a quella di fine ‘900”.

Insomma una sinistra che torni alle origini…
Vedo segnali molto forti di diciannovismo. Segnali causati dalla crisi economica che si è abbattuta in Italia più che altrove e che hanno provocato la crisi del ceto medio che era la colonna portante dell’Italia. La reazione è stata di rabbia e di paura con l’idea che non c’è più futuro con un conseguente chiudersi in se stessi. Però i problemi sollevati sono veri. Carenza di lavoro; chi era più ricco si è arricchito mentre chi era povero è precipitato nella miseria. L’Italia di mezzo si lagna in una condizione di apatia perché non vede ancora un nuovo treno che passa.

Torniamo al Psi.
Tutto questo questo giustifica l’apertura un ciclo nuovo. Bisogna arrivarci attraverso un Congresso straordinario da convocare prima delle elezioni europee. Il fatto che la Segreteria abbia all’unanimità fissato questo percorso che poi il Consiglio Nazionale a novembre formalizzerà, il fatto che lo abbia deciso in maniera unitaria, porta a considerare possibile l’apertura di un ciclo nuovo. Bisogna cogliere  l’occasione per fare un Congresso aperto, preceduto dai Congressi provinciali e Regionali e facendo partecipare al Congresso Nazionale anche chi non è iscritto, consegnandogli una tessera provvisoria perchè possa offrire un contributo al dibattito.

Ma per ricostruire il centrosinistra serve anche il Pd che però al momento non riesce neanche a fare  un congresso…
Sono fossilizzati e colpevoli. Chi è più grosso ha anche maggiore responsabilità. E i ritardi in cui si dibatte il Pd hanno senza dubbio una influenza negativa nel campo della sinistra riformista italiana. Ora bisogna tornare per davvero al primo motto craxiano del primum vivere. In questi anni sono nati e morti moltissimi partiti, noi invece abbiamo continuato a vivere. Soffriamo ancora gli effetti del ‘92 – ‘93. Ma oggi abbiamo ancora una presenza locale diffusa. Dobbiamo mettere in salvo questa scialuppa per partecipare al ridisegno della sinistra italiana. Il Pd che nasce come la somma dell’anima comunista e di quella democristiana temo non abbia più ragione di essere così come è nato. Servirebbe oggi più sinistra per strappare dalle mani di Lega e Grillini alcune bandiere che vengono manipolate o in maniera minacciosa o in maniera bugiarda.

Per esempio?
Pensiamo al reddito di cittadinanza di 780 euro. Non vi è la copertura per i 6 milioni e mezzo di donne di uomini in difficoltà. Quindi le battute ironiche di Di Maio che dice di aver azzerato la povertà sono una straordinaria presa in giro. Ecco perché serve una sinistra: per smascherare le bugie e per fare delle proposte credibili.

Il Psi ha lanciato un Manifesto per l’Europa. Quali sono i  punti principali?
Primo punto: la sinistra italiana tutta assieme e non solo chi sta nel Pse, dai sindaci civici a un pezzo di Leu fino all’esperienza Radicale, scelga il candidato alla presidenza della Commissione europea. Secondo, serve un appello delle tre grandi case che hanno fondato l’Unione europea: i popolari, i socialisti e i liberali per mettere in guardia l’Europa dal pericolo che crolli quanto abbiamo costruito. Terzo punto: per l’Italia l’ideale sarebbe un fronte europeista nella sinistra riformista in grado di opporsi a uno schieramento con le caratteristiche del populismo più greve e radicale.

Prodi ha recentemente parlato della necessità di una alleanza in Europa tra Socialisti, Liberali e Verdi…
Prodi conserva una grande lucidità e buonissime relazioni.

Un sondaggio recente afferma che gli elettori che credono al progetto europeo sono il 68% in Germania, il 53% in Francia, il 51% in Spagna, il 72% in Olanda l’80% in Svezia. Da noi questa percentuale è del 47%. Come leggi questo dato?
Sono preoccupato perché è una percentuale più bassa rispetto al passato. Però compiaciuto perché quel 47% è quasi la metà dell’elettorato potenziale ed è molto più alto rispetto ai numeri che nei sondaggi prenderebbero Lega e Grillini. Però a questo mondo va data una identità politica che ancora non c’è. Non esiste ancora l’attaccapanni per rappresentare i loro desideri e i loro problemi.

Si può dire che Roma si candida a diventare l’epicentro per distruggere l’Europa? O è una esagerazione?
Non è una esagerazione. È nel comportamento del governo. È nel filo putinismo dichiarato, è negli attacchi quotidiani che fanno alla UE. L’Europa così com’è  non piace neppure a me. Ma una cosa è distruggerla, altra cosa è cambiarla. Bisogna lavorare per cambiarla e farlo rapidamente. Il trattato di Maastricht è figlio di una stagione che è quella dell’Illuminismo e che ha come visione quella di un progresso continuo e costante. Con la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica si è dimostrato invece che non è cosi. Ecco perché quel trattato va revisionato inserendo al primo posto il tema di come si affrontano le crisi.

Il governo dopo lunghi balletti di cifre ha approvato il Def. Ne è susseguita la sceneggiata del balcone. Qual è il tuo commento.
C’è un surplus di comunicazione travolgente. Vendono cose che nel Def non sono scritte. Anche io, fossi stato al governo, avrei osato. Non avrei fatto dell’1,6% una linea di confine invalicabile. Ma avrei ragionato con l’Europa. Non mi sarei portato oltre il 2% ma avrei sempre ragionando con l’Europa con l’atteggiamento di chi vuole cambiarla e non distruggerla. Se si vuole distruggerla ci si comporta esattamente come Salvini e Di Maio, ossia mettendo ogni giorno un dito nell’occhio di chi poi deve darti il placet sulle operazioni economiche finanziarie. Ma c’è di più.

Cosa?
Bisogna fare attenzione a quello che succederà a fine ottobre, perché verranno rivisti i parametri di rating per l’Italia e per gli altri paesi europei. Noi siamo già in fascia tripla B, se scendessimo a livello inferiore, avremmo grande difficoltà a piazzare i nostri titoli. Due gradini sotto e arriveremmo in classe spazzatura. Ci sono molte grandi compagnie e istituti che negli statuti hanno scritto in maniera chiara che non possono acquistare titoli di paesi che si trovano in questa fascia. Immaginiamo cosa potrebbe succedere. Ecco perché è colpevole l’atteggiamento della Lega e dei grillini.

Anche il tema dell’immigrazione è usato come grimaldello. Basta vedere l’episodio dell’aereo tedesco…
Di nuovo la comunicazione. Guardiamo i numeri: il basso afflusso dei migranti è figlio del lavoro del governo Gentiloni e del ministro Minniti. Per chi non crede può vedere i dati di giugno. Il Governo Conte eredita i frutti positivi di quella stagione. Aggiungo: siccome noi siamo al governo in molti Comuni e Regioni, dovremmo prevedere immediatamente delle misure. Se un immigrato ha diritto di vivere da noi e percepisce 35 euro al giorno dallo Stato per vivere dignitosamente, ha anche il dovere di fare qualcosa per la comunità che lo ospita. Questa è una iniziativa che non prende il governo di destra, non prendono le amministrazioni locali e regionali di centrodestra ma che dovrebbe prendere la sinistra dove ha la possibilità ancora di decidere.

Daniele Unfer

UN CICLO NUOVO

bandiera-rossa

“La politica italiana è di fronte a un cambio di passo imponente. Sono passati 10 anni dalla mia elezione a segretario del Psi al Congresso di Montecatini. Bisogna preparare un ciclo nuovo che governi una fase nuova e diversa dalle precedenti. Quando io presi il partito da Boselli eravamo ancora dentro quella che è stata definita impropriamente la seconda Repubblica. Era nato da poco il Pd, aleggiava ancora lo spettro del berlusconismo che in Italia aveva appena vinto le elezioni con la maggioranza più ampia mai vista. Era il 2008. È una storia che è tramontata. Non c’è più il berlusconismo; e se viene meno il berlusconismo viene meno anche il Pd che era stato concepito in funzione anti Berlusconi. Insomma quei due pilastri di 10 anni fa non ci sono più”.

Lo afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini in una intervista all’Avanti! pochi giorni dopo la segreteria del Partito del 3 ottobre. “L’Italia – continua Nencini – è l’unico Paese in Europa che ha un governo populista e sovranista. La sinistra non ha ancora iniziato la sua traversata nel deserto. È la ragione per la quale i socialisti devono mantenere in vita la loro comunità, organizzarla autonomamente e partecipare alla costruzione di una sinistra completamente nuova rispetto a quella tradizionale del ‘900. Va costruita una sinistra che torna a incontrare il popolo; una sinistra molto più vicina a quella di fine ‘800 che a quella di fine ‘900”.

Insomma una sinistra che torni alle origini…
Vedo segnali molto forti di diciannovismo. Segnali causati dalla crisi economica che si è abbattuta in Italia più che altrove e che hanno provocato la crisi del ceto medio che era la colonna portante dell’Italia. La reazione è stata di rabbia e di paura con l’idea che non c’è più futuro con un conseguente chiudersi in se stessi. Però i problemi sollevati sono veri. Carenza di lavoro; chi era più ricco si è arricchito mentre chi era povero è precipitato nella miseria. L’Italia di mezzo si lagna in una condizione di apatia perché non vede ancora un nuovo treno che passa.

Torniamo al Psi.
Tutto questo questo giustifica l’apertura un ciclo nuovo. Bisogna arrivarci attraverso un Congresso straordinario da convocare prima delle elezioni europee. Il fatto che la Segreteria abbia all’unanimità fissato questo percorso che poi il Consiglio Nazionale a novembre formalizzerà, il fatto che lo abbia deciso in maniera unitaria, porta a considerare possibile l’apertura di un ciclo nuovo. Bisogna cogliere  l’occasione per fare un Congresso aperto, preceduto dai Congressi provinciali e Regionali e facendo partecipare al Congresso Nazionale anche chi non è iscritto, consegnandogli una tessera provvisoria perchè possa offrire un contributo al dibattito.

Ma per ricostruire il centrosinistra serve anche il Pd che però al momento non riesce neanche a fare  un congresso…
Sono fossilizzati e colpevoli. Chi è più grosso ha anche maggiore responsabilità. E i ritardi in cui si dibatte il Pd hanno senza dubbio una influenza negativa nel campo della sinistra riformista italiana. Ora bisogna tornare per davvero al primo motto craxiano del primum vivere. In questi anni sono nati e morti moltissimi partiti, noi invece abbiamo continuato a vivere. Soffriamo ancora gli effetti del ‘92 – ‘93. Ma oggi abbiamo ancora una presenza locale diffusa. Dobbiamo mettere in salvo questa scialuppa per partecipare al ridisegno della sinistra italiana. Il Pd che nasce come la somma dell’anima comunista e di quella democristiana temo non abbia più ragione di essere così come è nato. Servirebbe oggi più sinistra per strappare dalle mani di Lega e Grillini alcune bandiere che vengono manipolate o in maniera minacciosa o in maniera bugiarda.

Per esempio?
Pensiamo al reddito di cittadinanza di 780 euro. Non vi è la copertura per i 6 milioni e mezzo di donne di uomini in difficoltà. Quindi le battute ironiche di Di Maio che dice di aver azzerato la povertà sono una straordinaria presa in giro. Ecco perché serve una sinistra: per smascherare le bugie e per fare delle proposte credibili.

Il Psi ha lanciato un Manifesto per l’Europa. Quali sono i  punti principali?
Primo punto: la sinistra italiana tutta assieme e non solo chi sta nel Pse, dai sindaci civici a un pezzo di Leu fino all’esperienza Radicale, scelga il candidato alla presidenza della Commissione europea. Secondo, serve un appello delle tre grandi case che hanno fondato l’Unione europea: i popolari, i socialisti e i liberali per mettere in guardia l’Europa dal pericolo che crolli quanto abbiamo costruito. Terzo punto: per l’Italia l’ideale sarebbe un fronte europeista nella sinistra riformista in grado di opporsi a uno schieramento con le caratteristiche del populismo più greve e radicale.

Prodi ha recentemente parlato della necessità di una alleanza in Europa tra Socialisti, Liberali e Verdi…
Prodi conserva una grande lucidità e buonissime relazioni.

Un sondaggio recente afferma che gli elettori che credono al progetto europeo sono il 68% in Germania, il 53% in Francia, il 51% in Spagna, il 72% in Olanda l’80% in Svezia. Da noi questa percentuale è del 47%. Come leggi questo dato?
Sono preoccupato perché è una percentuale più bassa rispetto al passato. Però compiaciuto perché quel 47% è quasi la metà dell’elettorato potenziale ed è molto più alto rispetto ai numeri che nei sondaggi prenderebbero Lega e Grillini. Però a questo mondo va data una identità politica che ancora non c’è. Non esiste ancora l’attaccapanni per rappresentare i loro desideri e i loro problemi.

Si può dire che Roma si candida a diventare l’epicentro per distruggere l’Europa? O è una esagerazione?
Non è una esagerazione. È nel comportamento del governo. È nel filo putinismo dichiarato, è negli attacchi quotidiani che fanno alla UE. L’Europa così com’è  non piace neppure a me. Ma una cosa è distruggerla, altra cosa è cambiarla. Bisogna lavorare per cambiarla e farlo rapidamente. Il trattato di Maastricht è figlio di una stagione che è quella dell’Illuminismo e che ha come visione quella di un progresso continuo e costante. Con la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica si è dimostrato invece che non è cosi. Ecco perché quel trattato va revisionato inserendo al primo posto il tema di come si affrontano le crisi.

Il governo dopo lunghi balletti di cifre ha approvato il Def. Ne è susseguita la sceneggiata del balcone. Qual è il tuo commento.
C’è un surplus di comunicazione travolgente. Vendono cose che nel Def non sono scritte. Anche io, fossi stato al governo, avrei osato. Non avrei fatto dell’1,6% una linea di confine invalicabile. Ma avrei ragionato con l’Europa. Non mi sarei portato oltre il 2% ma avrei sempre ragionando con l’Europa con l’atteggiamento di chi vuole cambiarla e non distruggerla. Se si vuole distruggerla ci si comporta esattamente come Salvini e Di Maio, ossia mettendo ogni giorno un dito nell’occhio di chi poi deve darti il placet sulle operazioni economiche finanziarie. Ma c’è di più.

Cosa?
Bisogna fare attenzione a quello che succederà a fine ottobre, perché verranno rivisti i parametri di rating per l’Italia e per gli altri paesi europei. Noi siamo già in fascia tripla B, se scendessimo a livello inferiore, avremmo grande difficoltà a piazzare i nostri titoli. Due gradini sotto e arriveremmo in classe spazzatura. Ci sono molte grandi compagnie e istituti che negli statuti hanno scritto in maniera chiara che non possono acquistare titoli di paesi che si trovano in questa fascia. Immaginiamo cosa potrebbe succedere. Ecco perché è colpevole l’atteggiamento della Lega e dei grillini.

Anche il tema dell’immigrazione è usato come grimaldello. Basta vedere l’episodio dell’aereo tedesco…
Di nuovo la comunicazione. Guardiamo i numeri: il basso afflusso dei migranti è figlio del lavoro del governo Gentiloni e del ministro Minniti. Per chi non crede può vedere i dati di giugno. Il Governo Conte eredita i frutti positivi di quella stagione. Aggiungo: siccome noi siamo al governo in molti Comuni e Regioni, dovremmo prevedere immediatamente delle misure. Se un immigrato ha diritto di vivere da noi e percepisce 35 euro al giorno dallo Stato per vivere dignitosamente, ha anche il dovere di fare qualcosa per la comunità che lo ospita. Questa è una iniziativa che non prende il governo di destra, non prendono le amministrazioni locali e regionali di centrodestra ma che dovrebbe prendere la sinistra dove ha la possibilità ancora di decidere.

Daniele Unfer

Berlusconi e Di Maio. Due forni per Salvini

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Prima due forni per Di Maio e adesso due forni per Salvini. Luigi Di Maio è un esperto su come attivare due forni: a maggio tentò di formare “il governo del cambiamento” sia con la Lega sia con il Pd. Parlò e trattò sia con il segretario democratico Maurizio Martina sia con quello leghista Matteo Salvini, poi la palla andò in buca con il Carroccio. Il capo politico del M5S avrebbe preferito una intesa con i democratici, ma il Pd bocciò l’accordo (un secco no arrivò soprattutto dall’ex segretario Matteo Renzi).

Adesso è il turno di Salvini: prima non ha smantellato i due forni, quindi ha riacceso quello con Silvio Berlusconi accanto a quello con Di Maio. Il vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno e segretario della Lega è e rimane al governo con Di Maio, ma decide anche con Berlusconi il nuovo “presidente di garanzia” della Rai Marcello Foa. La commissione parlamentare di Vigilanza mercoledì 26 settembre ha votato a maggioranza qualificata la sua candidatura bocciata, invece, prima di Ferragosto. I parlamentari di Forza Italia sono stati determinanti per raggiungere l’alto quorum dei due terzi dei voti. Non solo. Il segretario del Carroccio imbocca con il presidente di Forza Italia la strada dell’alleanza nelle elezioni regionali (Piemonte, Emilia Romagna, Sardegna, Abruzzo, Calabria, Basilicata) e, probabilmente, nelle europee.

Due forni per Salvini. La nuova intesa, dopo forti polemiche e scaramucce, è scattata attraverso due incontri nelle case di Berlusconi: prima nella cena di domenica 16 settembre nella villa di Arcore e poi nel vertice di Palazzo Grazioli a Roma di giovedì 20 settembre allargato a Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia). Salvini prima smentisce e poi conferma. Smentisce per rassicurare Di Maio: «Non c’è nessuna strategia del doppio forno», il governo con i cinquestelle «durerà cinque anni». Ma poi confermato per il doppio forno per conquistare le giunte regionali, provinciali e comunali: «Io vado da Berlusconi e parlo solo di accordi locali».

L’ex presidente del Consiglio si mostra comprensivo con Salvini: «Deve tenere i rapporti con l’altra parte, bisogna capirlo…». Il Cavaliere ha fatto buon viso a cattivo gioco: avrebbe siglato l’accordo per evitare una penalizzazione delle sue tv Mediaset per mano dei grillini e per scongiurare il completo sgretolamento di Forza Italia sotto il rullo compressore della concorrenza leghista.

L’esecutivo con i grillini, anche se le posizioni sono contrapposte su molti temi, viaggia a gonfie vele per Salvini: secondo i sondaggi la Lega avrebbe oltrepassato il 30% dei voti, raddoppiando il 17% ottenuto nelle elezioni politiche del 4 marzo. Salvini ha conquistato l’egemonia politica sul governo Conte mietendo consensi e mettendo in un angolo Di Maio. Due forni per Salvini. Riaccendendo il forno con Berlusconi ha portato a casa una micidiale potenza di fuoco mediatica (grazie alla Rai e a Mediaset) che moltiplica le possibilità di stravincere le elezioni europee.

Anche un eventuale voto politico anticipato sarebbe gradito. La manovra economica 2019 è passata la notte di giovedì 27 settembre sull’asse dell’accordo Salvini-Di Maio, ma restano molti contrasti con il M5S (sulla stessa Legge di bilancio, le opere pubbliche, la giustizia, la sicurezza, gli immigrati). Finora i dissensi sono stati sempre superati ma l’atmosfera si sta pericolosamente surriscaldando. C’è chi azzarda la crisi di governo e le elezioni politiche anticipate. Berlusconi spera nella rottura: «Credo che in un futuro non lontano il centrodestra tornerà finalmente di nuovo alla guida del governo». Il vero beneficiario sarebbe il ministro dell’Interno. Le urne potrebbero segnare il trionfo di Salvini come leader del centro-destra e nuovo presidente del Consiglio.

Rodolfo Ruocco