Sicilia. Angelino Alfano galleggia nella tempesta

Alfano-Pdl-Berlusconi-scissione

Sì, no, forse. Alla fine Angelino Alfano ha rotto gli indugi ed ha annunciato l’intesa con il Pd sulla candidatura del rettore Fabrizio Micari a presidente della regione Sicilia. Il leader di Alternativa popolare, in una conferenza stampa a Palermo, ha annunciato il 9 settembre: «Il sostegno a Micari è la carta migliore contro i 5 Stelle, la competenza contro il dilettantismo». Il centrista Giovanni La Via affiancherà il rettore dell’Università di Palermo come candidato vice presidente. Adesso il problema sarà la formazione delle liste elettorali.Il tira e molla è durato due mesi. Prima Alfano, tra luglio ed agosto, ha cercato di recuperare l’antico rapporto con Silvio Berlusconi proprio sulla Sicilia e poi la sua strada ha incrociato nuovamente quella di Matteo Renzi. Quasi in zona Cesarini il ministro degli Esteri e leader di Alternativa popolare ha dato il disco verde a Micari per correre come governatore regionale nel voto del 5 novembre in tandem con La Via. Ora il candidato del Pd avrà non pochi problemi con le sinistre all’interno e all’esterno del partito, ma Alfano ha di nuovo scongiurato la sua morte politica. Angelino Alfano, siciliano di Agrigento, non può permettersi l’isolamento proprio nell’Isola, la sua terra, la regione nella quale è più forte Alternativa popolare, la sua ultima e gracile creatura politica.
La sua è una storia di record travagliati. Prima nel centro-destra, stretto collaboratore di Berlusconi; poi alleato del centro-sinistra e di Renzi. Prima ministro della Giustizia nell’ultimo governo Berlusconi e poi ministro dell’Interno e degli Esteri con gli esecutivi di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, tre uomini del Pd. Prima segretario del Pdl, il partito di centro-destra fondato dal Cavaliere e poi leader del Nuovo centrodestra e di Alternativa popolare, due formazioni moderate al governo con il centro-sinistra. Un po’ qui e un po’ lì.
Alfano, avvocato, quasi 47 anni, ex democristiano, ex Forza Italia, già Pdl, sembrava un centrista destinato a un grande successo politico. Berlusconi lo aveva scelto come suo successore, era lanciatissimo anche se il leader del centro-destra aveva avuto qualche perplessità sulla sua candidatura a Palazzo Chigi. In una celebre conversazione informale riportata da alcuni giornali disse nel marzo 2012: «Gli vogliono tutti bene, però gli manca un quid…». Il commento poco lusinghiero suscitò un putiferio e fu poi smentito con una nota stampa dall’ex presidente del Consiglio, tuttavia in molti rimasero scettici sulla rettifica.
Le strade tra Berlusconi e Alfano si separarono nel novembre 2013, quando Berlusconi uscì dal secondo governo Letta mentre Alfano restò. Volarono parole grosse: sembra che il presidente di Forza Italia parlò di “tradimento” e di “parricidio”. Il ministro dell’Interno accusò di estremismo gli anti governativi: «Io sarò diversamente berlusconiano». Forza Italia subì una grave scissione, Alfano fondò il Nuovo centrodestra con l’ambizione di subentrare alla leadership del Cavaliere.
La stella di Berlusconi invece tornò a brillare mentre quella di Alfano calò nella coalizione di governo con il Pd. Calò al punto che Alfano sciolse il Nuovo centrodestra e fondò Alleanza popolare, con l’obiettivo di intercettare solo gli elettori più moderati, quelli centristi ma non più quelli di destra. Tuttavia anche Ap ha deluso: nelle elezioni comunali di giugno ha raccolto appena il 3-4% dei voti. Di qui un’emorragia sempre più forte di parlamentari, richiamati nuovamente dalla sirena di Berlusconi. In tanti hanno detto addio all’attuale ministro degli Esteri: Schifani, Quagliariello, Giovanardi, Nunzia Di Girolamo, Enrico Costa.
Un po’ qui e un po’ lì. Per Alfano non è stato possibile il ritorno alle origini. Berlusconi prima aveva socchiuso la porta al suo ex delfino su “intese locali” come in Sicilia mentre «alleanze nazionali sono impossibili, con chi fino ad oggi ha sostenuto la sinistra». Poi alla fine sembra sia saltato l’accordo pure per la Sicilia anche per il no degli alleati di centro-destra; in testa il leghista Matteo Salvini continuava a tuonare: «Via i traditori come Alfano».
La coabitazione con Renzi resta ma subisce continui scossoni. A maggio volarono parole grosse. Il segretario del Pd attaccò “i veti dei piccoli partiti” sulla nuova legge elettorale e sfidò il leader di Ap a far cadere il governo Gentiloni: «Quelli del partito di Alfano la parola dimissioni, lasciare la poltrona, non la conoscono benissimo».
Alfano, sballottato come un vaso di coccio tra quelli di ferro, ha rischiato grosso; ma ha evitato il peggio: si è salvato, galleggia come un tappo di sughero in un mare in tempesta. Ha definito Berlusconi “irriconoscibile” perché pieno di “rabbia” e di “rancore”. Ha attaccato Renzi: «La nostra fedeltà è stata mal ripagata». Ha anche annunciato a luglio: «La collaborazione con il Pd si è ormai conclusa». Ma poi ha detto sì, salvo sorprese, al candidato governatore siciliano del Pd Fabrizio Micari. Superato lo scoglio della Sicilia si vedrà. Dovrà decidere se affrontare da solo le elezioni politiche o se cercare delle alleanze all’inizio del 2018.

Rodolfo Ruocco

Sfoglia Roma

Grana Pd con Crocetta, la destra sempre più compatta

crocetta 1A nove settimane e mezzo dal voto in Sicilia, dove i dem contano quattro assessori in giunta, Rosario Crocetta inizia a mettere i bastoni tra le ruote al Centrosinistra. L’attuale presidente chiede di essere ricandidato, vuole le primarie, mentre Ap e Pd hanno già chiuso l’accordo su Fabrizio Micari, rettore dell’ateneo di Palermo. “Io sono sempre stato chiaro e dico sempre quello che penso. Se qualcuno pensa che Rosario Crocetta sia l’ideologia della divisione del centrosinistra si sbaglia di grosso”, afferma dicendosi pronto a correre da solo in caso di rottura e minacciando perfino un “governo del presidente”.
La grana arriva direttamente in casa Dem portando a ulteriori divisioni, dopo i malumori per le regionali con alleanza Ap. “Il progetto Micari – fa sapere Crocetta – è un progetto nato a Roma con Leoluca Orlando che ha fatto esattamente la stessa cosa che ha fatto con le amministrative. È andato a Roma, si è fatto candidare dal Pd e poi ha detto che era civico, noi gli abbiamo fatto una legge che con il 40% vinceva e poi ha fatto tutto da solo. Io non posso accettare che la Sicilia venga commissariata da Roma”. Infine Crocetta chiede ancora una volta un incontro a Renzi, ma difficile che i vertici del Nazareno cambino idea sulle primarie, anche perché manca davvero poco e il Partito si è già speso per il nome del rettore palermitano.
“È legittimo che il presidente voglia difendere cinque anni di governo in Sicilia. Ma non accettiamo lezioni di democrazia. Renzi e la classe dirigente del Pd, sottoscritto compreso, hanno posto le primarie al centro del nuovo corso”. Lo afferma al Mattino, il sottosegretario alla Salute Davide Faraone, dirigente del Pd, riferendosi al governatore siciliano Rosario Crocetta. “Le primarie – aggiunge – furono proposte a Crocetta a suo tempo. Gli chiedemmo la disponibilità per i primi di luglio, ma il governatore rifiutò: le avvertiva come una sorta di messa in discussione della sua avventura politica”.
Da sinistra inoltre arriva il nome di un candidato più che influente e stimato negli ambienti siciliani: Claudio Fava. Mdp ha scelto infatti all’unanimità il figlio del giornalista ucciso da Cosa Nostra come candidato alla presidenza della Regione siciliana e vota compatta per la ricomposizione delle forze di sinistra. “Sono a disposizione e se ci sarà una condivisione ampia e convinta di tutta la Sinistra” con “una partecipazione alta e coerente di tutte le componenti a quel punto, ma soltanto a quel punto, sarò pronto a fare la mia parte”. Così Claudio Fava commenta la scelta del coordinamento regionale di Art1-Mdp di sceglierlo all’unanimità come candidato governatore in Sicilia.
E mentre la sinistra continua a spaccarsi, la destra si ricompatta: con Nello Musumeci potrebbe andare nelle prossime ore anche l’ex rettore Roberto Lagalla. Lo conferma il commissario regionale di Forza Italia, Gianfranco Miccichè: “Ci sono delle limature all’accordo da fare, ma anche Cantiere popolare fa parte della coalizione, se non fossero con noi sarebbe una grande sconfitta. Con Lagalla stiamo lavorando, non ha ritirato la candidatura a governatore. La nostra proposta è che sia in giunta”.

A caccia di voti con i sussidi di povertà

Poveri-crisiSussidi contro la povertà, caccia ai voti. La legislatura è a fine corsa, manca una manciata di mesi alle elezioni politiche della prossima primavera e i toni da campagna elettorale già si fanno sentire. I problemi più sentiti dall’Italia entrano di prepotenza in un clima di sfida elettorale: tasse, disoccupazione, crescita economica debole, cambio dei parametri per l’euro, immigrazione, riforma elettorale e povertà. Soprattutto la lotta alla povertà è diventato un tema “caldo”, un campo per mietere voti.

Con la crisi economica internazionale e la globalizzazione il problema è diventato grave. Nel 2016, secondo un rapporto dell’Istat (Istituto centrale di statistica), erano 1 milione e 619 mila le famiglie in condizioni di povertà assoluta (6,3% del totale), coinvolgendo 4 milioni e 742 mila persone (7,9%). In condizioni di povertà relativa, invece, erano 2 milioni e 734 mila famiglie (10,6% del totale), toccando 8 milioni e 465 mila individui (14%). Sono colpite soprattutto le famiglie numerose e i giovani.
È stato coniato un nuovo termine, “disagio sociale”, per illustrare la situazione nella quale vive oltre il 10% della popolazione italiana. Ai 3 milioni di disoccupati si sommano più di 5 milioni di cittadini in una situazione lavorativa incerta-difficile (contratti a termine, part-time, accordi atipici, contratti a tempo indeterminato con compensi minimi).
Così è iniziata la gara tra i partiti per dare una risposta al pesante problema e una decisa caccia ai voti. Secondo il governo la via maestra è un lavoro dignitoso per tutti, ma Paolo Gentiloni vuole combattere la povertà anche realizzando una indennità nazionale ed universale. Il presidente del Consiglio ne ha fatto una battaglia importante: «Il reddito di inclusione per due milioni di persone è un impegno per la dignità e la libertà dal bisogno». È soddisfatto anche il segretario del Pd, Matteo Renzi, predecessore di Gentiloni a Palazzo Chigi: «È la prima misura organica della storia repubblicana contro la povertà».poverty-81827_960_720
La macchina si è messa in moto. Entro settembre un decreto attuativo del governo renderà operativa la legge delega contro la povertà, approvata a marzo dal Parlamento. Il reddito di inclusione andrebbe da un minimo di 190 a un massimo di 480 euro al mese, riguarderebbe circa 700 mila famiglie, circa 2 milioni di persone. È previsto un costo di quasi 3 miliardi di euro l’anno. I percettori del sussidio, tra l’altro, dovrebbero impegnasi a mandare i figli a scuola, a cercare un lavoro se disoccupati e a frequentare corsi di formazione.
Ma secondo il M5S è poco, troppo poco. Beppe Grillo per primo, da anni, ha proposto il reddito di cittadinanza. Su questa battaglia batte e ribatte: lo scorso maggio ha organizzato la marcia Perugia-Assisi dei cinquestelle. Per il capo dei pentastellati il reddito di cittadinanza è una proposta «per ridare dignità alle persone», il M5S è una forza politica che «sa ascoltare». I gruppi parlamentari dei cinquestelle sono entrati nei particolari del piano in un documento pubblicato sul blog di Grillo: 780 euro al mese per chi è sotto la soglia di povertà, verrebbe revocato l’assegno dopo il rifiuto di tre proposte di lavoro, il costo sarebbe di 14,9 miliardi di euro (ma secondo molti si andrebbe almeno oltre i 20 miliardi).
A giugno anche Silvio Berlusconi è intervenuto sul tema. Il presidente di Forza Italia, uscito vincitore dalle elezioni comunali di un mese fa, ha annunciato: «Risponderemo all’emergenza povertà con il reddito di dignità». Ha dato qualche dettaglio corposo del suo progetto impegnativo: «Dobbiamo introdurre un reddito di dignità» per 15 milioni di persone. Non solo: «Dobbiamo innalzare le pensioni minime a mille euro. E sono credibile quando lo dico perché lo abbiamo già fatto».
In questo caso il costo per le casse dello Stato sarebbe più alto, molto più alto delle altre proposte. Non è per niente semplice la soluzione del problema. La commissione europea già rimprovera all’Italia un deficit e un debito pubblico troppo alti, al di fuori dei parametri per restare dentro l’euro.

È impossibile ridurre le tasse sul lavoro, sulle aziende, sui redditi personali di lavoratori e pensionati e, contemporaneamente, aumentare la spesa pubblica varando un consistente sussidio contro la povertà. La coperta è troppo corta. Occorre decidere cosa e chi privilegiare nella legge di Stabilità del 2018 da definire in autunno. Intanto sul sussidio contro la povertà è scattata la caccia ai voti in vista delle elezioni politiche e così sono partiti allettanti progetti per chi non riesce ad arrivare a fine mese. Poi, ad urne chiuse, si vedrà cosa si potrà realizzare e con quale governo.

Rodolfo Ruocco
Sfoglia Roma

Italia Francia. Continua il braccio di ferro

calendaDopo la vicenda su Stx-Fincantieri non ancora conclusa ma per la quale il Ministro Calenda manifesta ottimismo per sviluppi positivi, il governo ha avviato un’istruttoria su Tim in relazione alla golden power. In pratica il governo si è attivato per verificare il ruolo di direzione e controllo dichiarato dai francesi di Vivendi sul gruppo delle telecomunicazioni  che possiede la rete di accesso telefonica. Il faro è dunque puntato su questo asset, ritenuto strategico per il Paese.

La questione è già iniziata qualche giorno fa. Il 31 luglio scorso, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha ricevuto una nota nella quale il Ministro dello Sviluppo Economico ha sollecitato una pronta istruttoria da parte del gruppo di coordinamento all’interno della Presidenza del Consiglio (di cui al DPR n. 35 del 19 febbraio 2014 e del DPR n. 86 del 25 marzo 2014), al fine di valutare la sussistenza di obblighi di notifica e, più in generale, l’applicazione del decreto sul golden power, in relazione al comunicato stampa del 28 luglio scorso di Tim spa. Il 27 luglio il board di Tim aveva preso atto dell’inizio dell’attività di direzione e coordinamento da parte di Vivendi SA. Questo è il passo in tema di corporate governance indicato dal governo italiano nel dare notizia dell’avvio dell’istruttoria.

La norma di riferimento è il decreto legge n. 21 del 15 marzo 2012 (‘golden power’) che conferisce all’esecutivo poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni.

Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha precisato:  “’Facciamo quello che il governo deve fare: applicare le regole che esistono. A palazzo Chigi abbiamo chiesto di verificare se c’è l’obbligo di notifica sull’attività di direzione e coordinamento da parte di Vivendì”. Poi, ai giornalisti che gli chiedono se l’obiettivo è quello di arrivare a una sanzione ha risposto: “Vediamo cosa dice il comitato e da lì valutiamo”. Infine ha assicurato: “Questa cosa non ha nulla a che fare con la questione Fincantieri”.

Sull’assetto societario dell’operatore è intervenuto anche il presidente Consob, Giuseppe Vegas: “C’erano delle cose da capire: siamo andati in ispezione. Potrà anche essere una coincidenza, ma il fatto che abbiano dichiarato la direzione e il coordinamento di Vivendi su Telecom mi fa pensare che, forse, senza la nostra ispezione, non lo avrebbero fatto. Hanno detto che la valutazione sull’eventuale consolidamento del debito riguarda la Consob francese. Ma se la direzione e il coordinamento c’erano anche prima, allora si pone un problema di trasparenza che riguarda anche noi. Vedremo”. Lo ha dichiarato in un’intervista pubblicata ieri dalla Stampa, riferendosi all’inchiesta aperta sulla natura del controllo esercitato dal socio francese che detiene il 24,9% del capitale di Tim. Vegas annuncia così approfondimenti sulla gestione di Telecom, dal momento che, potrebbe porsi un problema di trasparenza di competenza della vigilanza italiana.

Con riferimento al comunicato stampa del 27 luglio u.s. di Tim SpA, Palazzo Chigi ricorda: “Nel comunicato in questione erano state rese note, inter alia, alcune tematiche di corporate governance affrontate dal Consiglio di amministrazione di Tim e, in particolare, la presa d’atto dell’inizio dell’attività di direzione e coordinamento da parte di Vivendi Sa”.

A chiedere ieri di valutare di intraprendere questa iniziativa era stata ieri un’interpellanza al ministro del Mise del deputato e presidente Pd Matteo Orfini che chiedeva al Governo quali iniziative avesse preso o volesse intraprendere per evitare eventuali minacce di grave pregiudizio per gli interessi pubblici relativi alla sicurezza e al funzionamento delle reti e degli impianti e alla continuità degli approvvigionamenti, citando una parte del testo dell’articolo 2 della norma sul golden power.

Il decreto legge 21 del 15 marzo 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge 56 dell’11 maggio 2012, quando era in carica il Governo Monti, contiene norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni. La legge, ridisegna i poteri speciali dello Stato in caso di difesa da scalate ostili nei settori della difesa e della sicurezza nazionale e in quelli di rilevanza strategica come l’energia, i trasporti e le comunicazioni. Nel passaggio a Montecitorio del decreto legge il veto fu esteso anche ai servizi pubblici essenziali. Inoltre, e fu la novità fondamentale, la nuova golden share non è più legata alla partecipazione diretta di capitale pubblico nell’azionariato ma ai settori di attività delle società.

Nell’articolo 2 del provvedimento denominato “Poteri speciali inerenti agli attivi strategici nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni” si dispone che “qualsiasi delibera, atto o operazione, adottata da una società che detiene uno o più degli attivi individuati, che abbia per effetto modifiche della titolarità, del controllo o della disponibilità degli attivi medesimi o il cambiamento della loro destinazione” debba essere “entro dieci giorni, e comunque prima che ne sia data attuazione”, notificata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dalla società stessa. “Sono notificati nei medesimi termini le delibere dell’assemblea o degli organi di amministrazione – recita la norma – concernenti il trasferimento di società controllate che detengono i predetti attivi”.

Da ambienti finanziari interpellati si apprende però che la dichiarazione di Direzione e Coordinamento di Vivendi SA è un atto societario da cui non deriverebbe una modifica della titolarità del controllo o della disponibilità di asset in quanto nessun trasferimento degli stessi è stato trasferito rimanendo nella piena disponibilità di Telecom Italia. Pertanto non si paleserebbe l’obbligo di procedere alla notifica alla Presidenza del Consiglio. Quanto al secondo tema, quello dell’esercizio della golden power non si verifcherebbero alcuna situazione eccezionale e alcun grave pregiudizio alla sicurezza ed al funzionamento delle reti, condizioni previste dalla normativa per applicare le prerogative di veto derivanti dalla disciplina della golden power.

Pier Luigi Bersani (Mpd) ha commentato: “Il governo usi tutti gli strumenti che ha: non è questione di ritorsioni, non c’entra niente con Fincantieri, ma con le normali regole del gioco.  Si ha il diritto di conoscere cosa diavolo Vivendi intende fare di questa azienda. Io non ho capito cosa Vivendi voglia fare di Telecom: se ci dice pacatamente che ha controllo e coordinamento dell’azienda, ci dice una cosa piuttosto seria, il governo fa bene a guardarci perché siamo di fronte a un’impresa strategica, quella che nettamente investe di più in Italia e abbiamo il diritto di sapere chi detiene il controllo cosa voglia fare”.

I parlamentari del Movimento5Stelle in Commissione Telecomunicazioni hanno commentato: “Il governo Gentiloni è protagonista di una vera sceneggiata di quart’ordine, oggi si sveglia e decide di attivare la golden power su Tim, è una decisione tardiva presa solamente per far finta di mostrare i muscoli alla Francia. Il governo non può svegliarsi ora per una timida ripicca: Vivendi ha la maggioranza delle azioni dal 2014. La verità è che dopo aver smontato il patrimonio infrastrutturale del Paese questi partiti cercano di salvare la faccia. Purtroppo solo solamente azioni dimostrative del tutto inutili”.

Stefano Fassina di Sinistra Italiana ha sottolineato: “Nessuna ritorsione, nessuna discriminazione in base alla nazionalità. Ma sulla rete di Telecom in mano a Vivendi chiediamo al governo di aprire la strada per riportare sotto il controllo dello Stato, tramite Cdp, un asset decisivo sul piano tecnologico e della sicurezza nazionale”.

Ancora una volta , come per Fincantieri-Stx, la versione fornita dai francesi non è convincente. Intanto, Amos Genish  è il nuovo direttore operativo di Tim, dove sovrintenderà alle Operations della società. Ad annunciarlo in una nota è il presidente esecutivo di Tim, Arnaud de Puyfontaine. Con il nuovo incarico Genish si trasferirà a Roma da Londra, dove era a capo delle strategie di convergenza tra contenuti, piattaforme e distribuzione di Vivendi. Ha lasciato l’incarico di Amministratore Delegato Flavio Cattaneo.

Nel comunicato di Ardaud de Puyfontaine si legge: “Genish ha sviluppato una profonda esperienza nel campo delle telecomunicazioni e della tecnologia sia negli Stati Uniti sia in Brasile, dove ha fondato  Gvt rendendola in pochi anni il principale operatore brasiliano nel campo della banda ultralarga. In precedenza era stato Ceo di Telefonica Brasile / Vivo, il principale operatore integrato di telecomunicazioni del Paese con oltre 90 milioni di clienti. Amos è un affermato manager nel settore delle telecomunicazioni dove ha contribuito alla creazione di valore, con una comprovata esperienza in diversi contesti internazionali. Sono certo che saprà adattarsi rapidamente al contesto italiano, come aveva fatto in Brasile”.

In realtà le questioni Vivendi-Tim e Fincantieri-Stx sono soltanto le punte di iceberg di una situazione molto più complessa e vasta tra Italia e Francia. In questi giorni di derby tra Roma e Parigi, dalla Fincantieri a Telecom, arriva un giudizio indipendente che fa pendere la bilancia economica decisamente in favore dell’Italia. Non è un parere qualsiasi: lo ha sottoscritto Franklin Templeton, uno dei più grandi gestori di risparmio al mondo con oltre 720 miliardi di dollari gestiti con uffici in oltre 30 paesi al mondo, nonché una delle voci tra le più ascoltate dalla comunità finanziaria internazionale affermando: “L’Italia è molto meglio della Francia”.

Con questa frase Franklin Templeton ha invitato a investire di più sull’Italia e meno sulla Francia. Nel loro ultimo rapporto dedicato al mercato obbligazionario in Europa, il giudizio firmato da David Zhan, responsabile  degli investimenti a reddito fisso, è molto netto. A cominciare dal titolo: “Perché vediamo valore in Italia”. Secondo Franklin Templeton, l’Italia non rappresenta più un potenziale pericolo in campo politico e sta mostrando un deciso miglioramento dei fondamentali economici. A differenza della Francia, dove l’effetto Macron sembra già svanito. Inoltre, il gestore appare preoccupato dell’aumento del debito pubblico di Parigi che l’allontana sempre di più dal modello tedesco.

Partiamo dalla politica. Sono state soprattutto le incertezze sulla governabilità dell’Italia, unite ai problemi economici, a spaventare gli investitori negli anni passati. A favore di altri paesi europei considerati più solidi come la Francia. Ma se si guarda un prodotto come il “Franklin European Total Return Fund”, si scopre che la quota di investimento sui titoli di stato italiani è molto più alta rispetto a quelli emessi da Parigi. Per David Zhan : “L’incertezza politica permane ma non siamo così preoccupati dall’avanzare del partito populista Movimento 5 Stelle”. Da cosa deriva questa certezza? dallo stop subito dal partito guidato da Beppe Grillo alle ultime amministrative e dal fatto che la Costituzione italiana impedisce a un partito di indire un referendum su un trattato internazionale. In altre parole, sarebbe scongiurata la possibilità dell’uscita dalla Ue. E se anche i Cinquestelle andassero al governo (“non è inverosimile”) si troverebbero “a sfide simili a quelle di Renzi nel portare avanti le riforme”.

Ancora meglio il giudizio sulla situazione economica dell’Italia. La crescita? “Dovrebbe accelerare e potremmo vedere il rapporto debito-Pil dell’Italia stabilizzarsi quest’anno piuttosto che continuare a crescere”. L’emergenza banche? Qualche istituto “necessita di ristrutturazioni e di ricapitalizzazioni, ma si tratta principalmente di banche più piccole perché quelle grandi sono in buona salute e molte operazioni di ristrutturazione sono già in corso”. Inoltre, secondo il report “è improbabile che la Bce innalzi presto i tassi e qualunque stop agli acquisti sarà comunque graduale e quindi non vediamo uno scenario disastroso per l’Italia”.

Diverso nel report di Franklin Templeton il discorso per la Francia: “Il rapporto debito/Pil sta salendo più velocemente rispetto all’Italia e la disoccupazione rimane elevata”. Poi arriva una severa bocciatura che colpisce direttamente il neo presidente: “Riteniamo che il mercato sia eccessivamente ottimista nel prezzare la capacità di Macron di condurre le riforme. La sua capacità di costruire una nuova maggioranza è sicuramente un segnale positivo, ma il suo partito è formato da esponenti sia di destra che di sinistra, per cui potrebbe dover affrontare alcuni problemi dovendo considerare entrambe le correnti del suo governo”.

Oltre al report del Franklin Templeton, va ricordato che la bilancia commerciale tra Italia e Francia segna un attivo per l’Italia ormai da diversi anni. Probabilmente, questa realtà spinge il capitalismo francese ad investire in Italia per realizzare i profitti che non riesce più ad ottenere in Francia.

La difesa degli interessi italiani forse bisognava già esercitarla molto tempo prima, ma non è mai troppo tardi. Le prese di posizione per chiedere il rispetto della dignità e delle regole sono un atto dovuto.

In questa vicenda Italia-Francia, è preoccupante il silenzio assordante dell’Europa che non interviene per far rispettare le regole comunitarie sottoscritte dai Paesi aderenti.

La crisi in atto tra Italia e Francia fa emergere la crisi in cui versa la stessa Europa. Una crisi superabile soltanto dalla volontà di costituire al più presto una confederazione od una federazione di stati.

Salvatore Rondello

Carta stampata italiana
in scena l’ultimo atto

Editoria-finanziamentiIl crollo è rapido, verticale, drammatico, inarrestabile. Carta stampata ultimo atto: le copie vendute di giornali in dieci anni, in media, si sono più che dimezzate. Molti quotidiani e settimanali è inutile cercarli nelle edicole: hanno chiuso (l’ultima vittima è “l’Unità”, la testata legata al Pd, un tempo la potente voce del Pci).

Vanno malissimo i grandi e medi quotidiani nazionali, reggono un po’ meglio la “botta” quelli regionali e locali. I dati Ads (Accertamento diffusione stampa) danno il quadro impietoso della tragedia nei primi mesi di quest’anno. ‘Il Corriere della Sera’ ha dimezzato le vendite rispetto allo stesso periodo del 2007: poco più di 200 mila copie al giorno contro le quasi 430 mila del 2007.

E’ appena sopra la soglia delle 200 mila copie pur restando il maggiore giornale italiano. Chi sta peggio è ‘la Repubblica’: ha dimezzato e naviga a quota 180 mila. “La Stampa” viaggia sulle 120 mila copie, sempre la metà rispetto a dieci anni fa. “Il Sole 24 Ore” ha addirittura ha perso i due terzi delle vendite: è sceso a 58 mila da 180 mila. Nel baratro sono finiti “Il Giornale” e “Libero”: il primo è sotto le 60 mila copie contro quasi 160 mila, il secondo è calato a meno di 25 mila rispetto a oltre 100 mila. “Il Fatto Quotidiano”, inesistente nel 2007, è a circa 35 mila copie ma in discesa rispetto agli anni scorsi.

La carta stampata è in picchiata. Calano sia i giornali di centrosinistra, sia di sinistra, sia di centrodestra, sia di destra, sia cinquestelle. Scendono quelli prossimi all’area della maggioranza di governo e anche quelli vicini alle varie opposizioni. Vanno giù anche le testate economiche (di recente “Il Sole 24 Ore” di proprietà della Confindustria è inciampato in un brutto scandalo). Le agenzie di stampa hanno subito un terribile contraccolpo: alcune hanno chiuso i battenti, altre si sono fuse, praticamente tutte convivono con una crisi permanente (i contratti di solidarietà, per evitare i licenziamenti, sono quasi divenuti una regola).

I giornali online, soprattutto quelli emanazione dei grandi quotidiani della carta stampata, come il Corriere.it e Repubblica.it, vanno bene, ma non riescono a compensare le perdite. Sia gli abbonamenti dei quotidiani digitali sia la pubblicità su internet salgono ma non bastano ancora a riequilibrare il tracollo delle vendite nelle edicole.

Le conseguenze negative sono a cascata: la pubblicità si è squagliata;l’occupazione dei giornalisti e dei poligrafici (quei pochi sopravvissuti alle nuove tecnologie d’impaginazione digitale) è in picchiata; la disoccupazione e la cassa integrazione sono pane quotidiano; il deficit dell’Inpgi (l’istituto di previdenza dei giornalisti) è da collasso per i costi dell’assistenza fornita a chi ha perso il lavoro e per le spese conseguenti alle migliaia di prepensionamenti realizzati dagli editori che hanno dichiarato lo stato di crisi aziendale.

Carta stampata ultimo atto. È tutto un mondo che va in frantumi. Le edicole sono decimate, chiudono cinque chioschi al giorno. Delle 40 mila dei tempi d’oro ne restano circa la metà, le altre sono scomparse o aprono solo mezza giornata. A Roma, in particolare, la crisi è forte. Hanno chiuso i battenti circa 200 edicole. I motivi? Vado dal mio giornalaio di via Gregorio VII e domando se si vendono i giornali. Mi guarda stupito per la domanda: “Pochi, vendiamo pochi giornali. Sempre di meno. E’ tutta colpa di internet”. I giovani comprano i giornali, o in edicola vengono solo gli anziani? La risposta è immediata: “E chi li vede i giovani! Zero giovani comprano i giornali! Vanno su internet. Leggono lì le notizie!”. Per la crisi delle vendite molte edicole hanno chiuso… Annuisce: “E’ vero. La situazione è difficile. Noi resistiamo”.

Questa edicola è una delle poche che non ha chiuso ed ha mantenuto il vecchio meccanismo: apertura dalla mattina presto alla sera, due persone fisse e altre due di aiuto, due famiglie impegnate nell’impresa. Gli introiti da giornali sono calati, ma altri servizi introdotti (lotterie istantanee, ricariche telefoniche, pagamento delle bollette domestiche e delle multe, vendita dei libri e dei biglietti dell’autobus) hanno un po’ compensato i conti.

Carta stampata ultimo atto. In altri posti non è andata così. L’edicola di piazza Antonio Mancini sul Lungotevere Flaminio, nella quale andavo ogni tanto a comprare i giornali, ha chiuso l’anno scorso. Ora è in vendita. Eppure era in una buona posizione: al capolinea degli autobus dell’Atac, uno dei più importanti di Roma. La ragazza che cominciava a lavorare alle 7 di mattina si lamentava che non ce la faceva a reggere, e alla fine ha mollato! In molti altri casi gli edicolanti hanno venduto l’attività ad extra comunitari, in gran parte bengalesi, che hanno ritmi di lavoro estenuanti e si contentano di margini economici più ridotti (per motivi analoghi sono stati i protagonisti della rinascita dei negozi di frutta e verdura, un tempo scomparsi nella città eterna).

I giornali online gratuiti su internet, la crisi economica, l’abbassamento della qualità dei quotidiani di carta è stata la miscela esplosiva della devastante crisi dell’informazione. La concentrazione dei giornali sempre più forte nelle mani di pochi editori sta accentuando problemi e danni. Gli oligopoli editoriali fanno il bello e il cattivo tempo. Finora, però, hanno causato tempo brutto, grandinate terribili e ben poco sole sull’informazione.

Il gruppo Espresso sta allargando il suo impero: al settimanale, a ‘Repubblica’, ai giornali regionali e alle radio locali, ultimamente ha aggiunto ‘La Stampa’ e ‘Il Secolo XIX’. Carlo De Benedetti è riuscito ad acquisire le due testate della famiglia Agnelli (in ritirata dall’Italia si è disfatta anche del ‘Corriere della Sera’ comprato da Urbano Cairo). L’Ingegnere, un tempo proprietario della fallita Olivetti, ha dato vita a una concentrazione editoriale formidabile, cedendo solo poche testate locali per non superare i livelli di concentrazione vietati dalle leggi sulla stampa.

Non ha fatto mistero sull’obiettivo del “contenimento dei costi”, prima già ridotti tagliando pesantemente gli organici dei redattori ricorrendo ai prepensionamenti finanziati dallo Stato, e ora da realizzare con l’operazione fusione. Ridurre i costi è un traguardo rispettabile, ma insufficiente a rilanciare i giornali se manca un progetto per migliorare la qualità del prodotto e per potenziare gli investimenti non solo sulle tecnologie digitali. In seriosi convegni gli editori continuano a ripetere: non si salvano i giornali senza l’aumento della qualità del prodotto ma poi non arrivano scelte conseguenti.

E la carta stampata continua a inabissarsi. La spiegazione c’è. Troppo spesso gli editori utilizzano le testate per difendere i propri interessi collaterali imprenditoriali, industriali, finanziari, politici. Oppure i giornali danno spazio ad avvenimenti ad effetto, ma poco rilevanti rispetto al altri sottovalutati o ignorati. I lettori sfiduciati così, in gran parte, non comprano più i giornali accontentandosi di ascoltare le notizie dai telegiornali o di leggerle su internet. La prima vittima è l’occupazione. Gli amministratori dei giornali si limitano a tagliare fortemente gli organici, a centralizzare e concentrare i servizi, ad assumere pochissimi giovani dopo una lungo lavoro da precari.

La parola d’ordine è flessibilità. I giornalisti, davanti alla grave crisi e alle innovazione tecnologiche, hanno accettato d’impaginare direttamente i propri articoli e di scrivere un pezzo sia per il quotidiano su carta sia uno praticamente in tempo reale per la versione web della testata. Alle volte confezionano anche dei servizi televisivi per la web tv del quotidiano online. In alcuni casi c’è stato un arricchimento della professionalità dei redattori, in molti altri un impoverimento per gli scadenti contenuti dovuto al lavoro multiplo (soprattutto quando si scrivono più articoli anche per le diverse piaffaforme).

Carta stampata ultimo atto. Serve una svolta, dei progetti con al centro la qualità e l’innovazione dell’informazione per immaginare e realizzare un rilancio. Ma restano nel limbo i contenuti di questi sacri principi per la rinascita della stampa. Si parla poco delle capacità dei giornalisti e della loro autonomia professionale, la base di un giornale di successo. Si va imponendo una ricetta distruttiva: pochi giornalisti legati in redazione alla “cucina”, un’impostazione sempre più accentrata e omologata dei quotidiani, e una miriade di collaboratori esterni mal pagati e sotto ricatto (in molti casi un articolo viene compensato con 10 euro lordi). E’ come se si volessero fare dei giornali senza giornalisti, ma con dei comunicatori ubbidienti impaginatori di notizie selezionate secondo gli interessi di chi comanda.

Eppure si è aperta una grande occasione da cogliere per rilanciare l’informazione. Si tratta della “nuova frontiera” dei giornali online in forte espansione, con immense potenzialità di penetrazione per la capacità d’informare in tempo reale i lettori sugli avvenimenti italiani ed internazionali. I quotidiani sul web e quelli di carta stampata possono offrire una considerevole complementarietà: i primi possono dare in maniera sintetica ed immediata le notizie, i secondi possono approfondire i temi e fornire le chiavi di lettura a una valanga d’informazioni altrimenti confuse e poco comprensibili.

Carta stampata ultimo atto. Nel consiglio di amministrazione di fine luglio della Gedi (la nuova società editoriale nata dalla fusione del gruppo Espresso con ‘La Stampa’ e il ‘Secolo XIX’) si è parlato degli utili prodotti dall’accorpamento dei giornali di De Benedetti con quelli ex Agnelli, ma non dei piani editoriali per il futuro. Carlo, 82 anni, ha passato le consegne al figlio Marco De Benedetti, 54 anni, nominato presidente della Gedi. L’Ingegnere rimarrà unicamente presidente onorario: ma questa è soltanto un’altra successione dinastica in una proprietà di famiglia che, in questo caso, è un grande impero multimediale. Le precedenti incoronazioni dinastiche nei grandi gruppi imprenditoriali italiani, in genere, non hanno portato bene.

Rodolfo Ruocco

Prestipino. Pisani, parole che ricordano periodi bui

patrizia-prestipino-110Dopo le polemiche per aver istituito un dipartimento ‘mamme’, arriva uno scivolone per il Partito democratico. Patrizia Prestipino, membro della direzione nazionale del Partito Democratico e responsabile del dipartimento del Partito Democratico per la difesa degli animali, difende il Dipartimento sulle mamme del partito con parole a dir poco imbarazzanti per la sinistra: “Se uno vuole continuare la nostra razza, se vogliamo dirla così, è chiaro che in Italia bisogna iniziare a dare un sostegno concreto alle mamme e alle famiglie. Altrimenti si rischia l’estinzione tra un po’ in italia”.
Dopo le affermazioni della deputata dem ai microfoni Radio Cusano Campus, le reazioni non si sono fatte attendere, sollevando un vero e proprio polverone, tanto che nel pomeriggio arrivano le scuse della diretta interessata. “Questa mattina nel corso della trasmissione radiofonica mattutina di Radio Cusano Campus, in maniera del tutto erronea, ho usato il termine razza nell’ambito di una discussione sulla natalità – spiega Prestipino – Mi scuso chiaramente per l’uso di questo termine che, peraltro, nulla aveva a che fare con la discussione in corso in quel momento”.
“Trovo stupide, vergognose e imbarazzanti le parole della signora Patrizia Prestipino che nel difendere la scelta di istituire un dipartimento mamme, ha sostenuto la necessità di dare continuità alla ‘razza’ italiana.” È il commento di Maria Cristina Pisani, portavoce del PSI, alle parole di Patrizia Prestipino, che ha sostenuto che “se uno vuole continuare la nostra razza bisogna dare un sostegno alle mamme”. “Il ritorno dunque a uno dei periodi più feroci della nostra storia. È evidente che il solleone alla signora fa male e anche parecchio”, ha proseguito Pisani che sulle scuse di Patrizia Prestipino, ha aggiunto: “A volte la toppa è persino peggio del buco”.

Poletti, novità sui pensionamenti e i giovani precari

Pensioni-PolettiDopo che sono stati superati i limiti previsti per accedere all’APE social ed al pensionamento anticipato per i lavoratori precoci si profilano delle novità sui pensionamenti e sulle indennità per i giovani precari. L’INPS ha comunicato i dati definitivi delle istanze presentate entro la scadenza del 15 luglio. Complessivamente sono state presentate 66.409 domande (39.777 per l’APE e 26.632 per i lavoratori precoci) superando il tetto previsto per 60.000 richiedenti. Nello specifico, la maggior parte delle richieste sono state presentate dagli uomini con 28.109 domande per APE social e 22.900 per i lavoratori precoci. Le richieste delle donne complessivamente sono state pari al 23,2% cioè 15.400 su 66.409. Per l’APE sociale le donne sono ammontate a 11.668, mentre per i lavoratori precoci sono state soltanto 3.732.

Per i giovani precari, il PD si sta preparando ad avanzare una proposta, ancora in fase di studio ed approfondimento, sulla pensione di garanzia per i giovani, con un reddito minimo, e per rivedere il meccanismo di adeguamento automatico dell’età pensionabile con soluzioni diverse tra chi si trova soltanto nel sistema contributivo e chi si trova in altre situazioni. Si terrebbe conto anche delle diverse aspettative di vita tenuto conto che non tutti i lavori sono uguali. Lo ha dichiarato il responsabile per il lavoro del PD, Tommaso Nannicini al seminario ‘Non è una pensione per giovani’. L’ipotesi avanzata consisterebbe in una pensione minima per i giovani con lavori discontinui di € 650,00 che può aumentare di trenta euro al mese per ogni anno in più fino ad un massimo di mille euro. Al seminario hanno partecipato i Segretari di Cgil, Cisl ed Uil ed il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti.

Il Ministro del Lavoro nel suo intervento ha detto: “ Stiamo valutando possibili interventi sul cuneo contributivo, per abbassarlo e il problema è farlo stabilmente nel tempo, rendendo la misura definitiva”.

Giuliano Poletti ha anche criticato la riforma Fornero, spiegando:  “Considero sbagliate le politiche di austerità che hanno innalzato seccamente, di 5 anni, l’età del pensionamento, ciò ha creato un ‘muro’ all’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Doveva essere fatta in maniera diversa, serviva gradualità. Quindi, bisogna intervenire in maniera tale che convenga assumere un giovane. E l’operazione non deve avere una validità di uno o due anni, ma dovrebbe essere resa permanente”. Continuando, Poletti aggiunge: “Insomma, il lavoro stabile deve costare meno di quello a tempo in via definitiva, capovolgendo la situazione che c’era prima dei nostri interventi”.

Su quante siano le risorse a disposizione nella prossima legge di Bilancio per il taglio del cuneo, il ministro non si è pronunciato.

Rispondendo alle sollecitazioni sui Neet, dopo i dati diffusi ieri, il Ministro invita a non parlare di ‘sdraiati’, ma di persone che stanno attivamente cercando lavoro. In proposito, Poletti ha detto: “Ma in Italia, rispetto agli altri Paesi Ue, ci vuole più tempo. Ed è questo il problema. La soluzione va anche cercata attraverso politiche di accompagnamento e provando a fare incontrare domanda ed offerta di lavoro”.

Salvatore Rondello

Luca Fantò
Appello ai Parlamentari del Centrosinistra

“PD, PSI, Sinistra Italiana, Vicenza Capoluogo, Vicenza Domani, MdP- Art.1 della città di Vicenza lanciano un appello ai Parlamentari della Repubblica affinché sostengano la proposta di legge 3343 “Introduzione dell’art.293-bis del codice penale, concernente il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista” a prima firma dell’on. Fiano. L’intero centrosinistra richiama tutte le forze politiche affinché vi sia convergenza sulla difesa dei valori fondanti della nostra Costituzione. L’Antifascismo è uno dei capisaldi della Repubblica italiana. Un valore che fino alla scorsa generazione sembrava innegabile ma che ora, in un’epoca in cui ogni cosa sembra potere essere messa in discussione e negata, è necessario difendere con tutti gli strumenti che la stessa Costituzione concede al popolo italiano.
Pertini sosteneva “Il fascismo non è una fede politica, il fascismo è in contrasto con le fedi politiche perché le fedi politiche opprimeva con la forza”. Matteotti denunciava “Il fascismo non è un’opinione, è un crimine”.
Noi non possiamo dimenticare in cosa venne trasformata l’Italia nel ventennio fascista, non possiamo dimenticare che quel ventennio aprì le porte al razzismo, ad una guerra mondiale, all’occupazione nazifascista che violentò le nostre terre. Il tempo trascorre e sembra rendere opache queste terribili immagini del passato, ma il fascismo nelle pieghe del passato si nasconde, si camuffa e non muore. Riteniamo che non sia più accettabile che la violenza oppressiva del fascismo e del nazifascismo possa essere propagandata, in qualsiasi forma tale divulgazione avvenga. Per questo chiediamo con convinzione che il Parlamento approvi l’introduzione dell’art. 293-bis nel codice penale.

PD Vicenza
PSI Vicenza
Vicenza Capolugo
Sinistra Italiana Vicenza
MdP- Art.1 Vicenza
Domani Vicenza

Luca Fantò
 PSI Veneto

La sinistra di Roma
contro la sinistra di Milano

Si predica l’unità e si pratica lo scontro. La sinistra di Roma contro la sinistra di Milano. La fotografia delle due sinistre è emersa con forza sabato primo luglio. La sinistra di Renzi contro quella di Pisapia-Bersani. A Milano si è riunita la sinistra renziana, a Roma quella antirenziana.

Ad aprire il match è stato in mattinata Matteo Renzi, seduto tra Maurizio Martina e Matteo Orfini, due ex Ds suoi decisi sostenitori nel Pd. All’assemblea nazionale dei circoli democratici nel capoluogo lombardo ha fatto un discorso tutto all’attacco: «Sono pronto a ragionare con tutti, ad ascoltare chiunque, ma sui temi del futuro dell’Italia non ci fermiamo davanti a nessuno». I suoi strali sono rivolti soprattutto a chi ha lasciato il Pd: Bersani, D’Alema, Speranza, Fassina, Civati (gli ex esponenti della sinistra del partito che avevano votato “no” al referendum sulla riforma costituzionale del suo governo). Ma non risparmia nemmeno Giuliano Pisapia, con il quale era in sintonia, che pure aveva incoraggiato a creare Campo progressista, una nuova aggregazione di forze di centrosinistra.

Il segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio vinse trionfalmente le elezioni europee del 2014 con il 40,08% dei voti, ma poi ha perso le altre competizioni elettorali (comunali del 2016 e di giugno 2017, referendum costituzionale del 4 dicembre). E sono cominciati i guai. È scattata una serie di scissioni a catena.

Adesso pesano le accuse della sinistra di Roma di essere il responsabile delle sconfitte del centrosinistra e i ‘no’ a una ricandidatura alla presidenza del Consiglio in nome di una “forte discontinuità” politica. Il segretario dei democratici sprona i suoi a Milano: «Non è un attacco contro di me, ma è un attacco contro il Pd. Ma così attaccano l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Basta con lo sguardo rivolto al “passato” e con la “nostalgia” di ciò che è stato. Conclusione svolta davanti alla sinistra di Milano: fuori del Pd «non c’è la rivoluzione socialista, marxista, leninista» ma «la sconfitta della sinistra» e la vittoria del M5S e della Lega Nord.

Il discorso meno teso della sinistra di Roma verso Renzi lo fa Pisapia. L’ex sindaco di Milano lancia “Insieme”, parlando a Roma in piazza Santi Apostoli, un tempo la piazza dei comizi di Romano Prodi e dell’Ulivo. È un inno all’unità: «Uscire dai problemi da soli è avarizia, assieme è politica. Da soli non si va da nessuna parte». Lo slogan della manifestazione è: «Nessuno è escluso».

Sono presenti Bersani, D’Alema, Speranza (Mdp). Civati (Possibile), Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Bonelli (Verdi), Tabacci (Centro democratico), i redattori dell’”Unità” che ha chiuso i battenti. Delinea il traguardo: «Oggi nasce la nuova casa comune del centrosinistra. Senza dimenticare il passato, ma radicalmente innovativo». Insiste sulla necessità di superare i laceranti contrasti: «Non c’è altra strada insieme. L’altra strada della divisione, di non essere ancorati a principi rischia di dare il nostro Paese alla destra, al populismo, alla demagogia». Ma insieme con Renzi è un’impresa difficile: c’è una “mancanza di autocritica”, anche dopo “la sonora sconfitta” nelle elezioni comunali di giugno.

Chi attacca frontalmente Renzi a piazza Santi Apostoli, applaudito dai militanti, è Bersani. L’ex segretario democratico chiede una «radicale discontinuità» e «non per rancore, nostalgia, antipatia ma perché abbiamo un pensiero radicalmente diverso». Boccia la gestione leaderista del partito e le scelte politiche del governo soprattutto sul lavoro. Usa parole pesanti come pietre: «Basta camarille, gigli magici, arroganza. Non se ne può più».

La sinistra di Roma e la sinistra di Milano parlano lingue diverse, le distanze aumentano, viaggiano ormai in rotta di collisione. È difficile immaginare, per ora, una collaborazione. Sarà arduo, forse impossibile costruire una intesa elettorale per le politiche.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Nencini, sinistra riformista si presenti forte e coesa

Segreteria Psi-Nencini“Bisogna presentarsi agli elettori con un progetto definito di centrosinistra, una sinistra riformista forte e coesa, e la legge migliore per farlo è una legge che abbia un impianto maggioritario, perché chi va a votare deve sapere per chi vota e per fare che cosa subito dopo il voto”. Lo ha detto il senatore Riccardo Nencini, segretario del Partito Socialista italiano parlando a Bari dove si celebrano i 125 anni dalla fondazione del Psi. Nencini ha parlato della necessità di una “sinistra riformista unita, Pd, Psi, Pisapia, Emma Bonino, un mondo che del riformismo ha fatto la sua bussola di comportamento”.

Per Nencini “Renzi è uno dei leader assolutamente potenziali, è il segretario del più grande partito della sinistra riformista italiana”, mentre con riferimento all’appuntamento in programma a Roma con Giuliano Pisapia, il leader del Psi ha parlato di “una giornata importante ma non assolutamente decisiva”. Da Bari il Psi lancerà anche tre proposte programmatiche. “I 125 anni di storia che oggi celebriamo – ha detto Nencini – sono quelli che hanno reso l’Italia più libera e più civile. C’è però una parte del futuro ancora più significativa che parte da questa storia e, attraverso un’Europa diversa, passi, grazie agli Eurobond, alla fase degli investimenti, con un’attenzione particolare al mondo dei migranti. Noi siamo favorevoli allo ius soli – ha spiegato Nencini – ma a condizione che chi vive in Italia, lo faccia giurando sulla nostra Costituzione”.

Nencini ha inoltre detto che occorre “defiscalizzare tutte le assunzioni presso le imprese che riguardano giovani neoassunti”. Per questo evento nazionale che celebra la storia del partito è stata scelta Bari “per due ragioni – ha concluso Nencini – abbiamo avuto un ottimo risultato elettorale alle amministrative e questa terra ha espresso in questi 125 anni di storia leader, grandi battaglie di civiltà, ha dato i suoi morti per combattere per la libertà degli italiani e per questo era giusto essere a Bari”.