Le cento sinistre rischiano l’irrilevanza politica

Renzi_dalema_bersaniLe sinistre si fanno forza e scommettono su se stesse. L’impresa è trovare uno spazio politico alla sinistra del Pd, il partito egemone del centro-sinistra italiano. Ci hanno provato e ci stanno provando in molti. Sergio Cofferati, Pippo Civati e Stefano Fassina hanno abbandonato il Pd di Matteo Renzi nel 2015. All’inizio del 2017 se ne sono andati Roberto Speranza, Enrico Rossi, Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema.

Si sono susseguite scissioni e abbandoni basati su due accuse centrali rivolte all’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd: la gestione personalistica dell’”uomo solo al comando” con la creazione del Pdr (Partito di Renzi) e “la deriva di destra”. Il progetto è di costruire una sinistra di governo, ma dalle scelte radicali. Bersani ha parlato di una sinistra larga, dialogante. ulivista e di “combattimento”.

Nelle prossime elezioni comunali di giugno si avrà la verifica del consenso popolare. In molte città italiane la sfida per i sindaci dirà se esiste o no uno spazio alla sinistra del Pd. Finora le competizioni elettorali degli ultimi due anni nelle amministrative, regionali e comunali sono state deludenti per i tanti partiti e partitini di sinistra.

L’incubo è l’irrilevanza, la marginalità. I sondaggi elettorali non incoraggiano certo all’ottimismo. L’ultima rilevazione dell’Ixè su cosa farebbero gli italiani se si votasse adesso per le politiche, non sono confortanti. Il Movimento democratici e progressisti (Mdp) fondato da Bersani, Speranza, Rossi e D’Alema raccoglierebbe solo il 4,3% dei voti. Sinistra italiana (ex Sel ed ex Pd come Fassina), guidata da Nicola Fratonianni, prenderebbe appena il 2,6%. Le altre formazioni di sinistra il 2,2%. Poco, molto poco rispetto ai tre grandi antagonisti: il M5S incasserebbe il 28,7%, il Pd 26,6% e oltre il 30% un eventuale centrodestra ricompattato (Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia).

Sembra profilarsi la profezia di Bersani, quando a metà dello scorso dicembre invitava tutti ad evitare una scissione del Pd perché avrebbe rotto le ossa sia all’anima centrista sia a quella di sinistra del partito: «Ne sono sicuro. Perché la cosa di là, di origine democristiana, finisce come Kadima, cui pensò Rutelli. Quella di qua finisce per essere una sinistra minoritaria».

La scissione della “Ditta”, come Bersani chiamava con affetto il Pd, invece c’è stata. La disfatta di Renzi al referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale del governo, ha aperto le porte alla rottura del Pd, il partito nato nel 2007 dalla fusione tra i centristi ex Dc e la sinistra post comunista.

Ora il tentativo è di voltare pagina, di costruire un centro-sinistra di governo competitivo con il Pd. La bussola sono i diritti e l’uguaglianza sociale. I campi d’azione sono soprattutto tre: lavoro, ambiente, immigrazione. E qui arrivano i problemi. I partiti e i partitini di sinistra sono tanti, divisi da ricette diverse. Alcuni sono dialoganti e altri alternativi al Pd (questo ora è impegnato nel congresso e Renzi dovrebbe riconquistare la segreteria).

Giuliano Pisapia, pur tra gli uomini più dialoganti con il Pd, chiede «una forte discontinuità nel metodo e nel merito» delle scelte politiche passate. Il fondatore di Campo progressista, ad esempio, punta il dito contro la sintonia di Renzi con l’amministratore della Fiat-Chrysler Marchionne e lo scontro con la Fiom di Landini: se il Pd «si definisce di sinistra deve avere come riferimento iniziale il lavoratore, e non il datore di lavoro, altrimenti non è sinistra». Ancora più netto è Speranza: il Mdp “vuole unire”. La critica è sempre a Renzi: «Vogliamo ricostruire un nuovo centrosinistra nel Paese, libero da smanie autoreferenziali».

Poi ci sono tutti gli altri partiti, partitini e micro partiti: Psi (Riccardo Nencini), Possibile (Pippo Civati), Rifondazione comunista (Paolo Ferrero), Partito comunista (Marco Rizzo). Inoltre ci sono i lavori in corso per il varo di altre formazioni politiche. È il caso di DemA, Democrazia e autonomia, fondata dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris (sta preparandosi per le elezioni regionali in Campania, per ora esclude di partecipare alle politiche).

I toni, in genere, sono durissimi, di contrapposizione al Pd. Fassina sollecita a prendere con passione un’altra strada rispetto a quella dell’ex sindaco di Firenze: «Lui il cuore ce l’ha messo ma batteva a destra». Il problema è “la sua subalternità” alle politiche della destra, liberiste in economia e plebiscitarie nelle istituzioni.

Sono pesanti anche le critiche di Civati. Il segretario di Possibile, alleato di una parte dei dissidenti cinquestelle, accusa: «Renzi ha riutilizzato le ricette della destra». Propone di varare «una Costituente delle idee prima del diluvio». Cita in modo poetico l’ex presidente americano Barack Obama: «Bisogna allacciarsi le scarpe e partire».

Certo è difficile camminare insieme per tante sinistre così differenti e con ai piedi “scarpe” tanto diverse. Il rischio è una disastrosa frammentazione e l’irrilevanza. Per ora non si intravede nemmeno la convergenza su un programma sul quale contrapporsi o, invece, dialogare con Renzi, che ribadisce la bontà della linea di una sinistra moderna, non conservatrice, capace di affrontare l’innovazione e i nuovi problemi della società.

Poi c’è il macigno del M5S. Il movimento di Beppe Grillo, definito di centro da Bersani, rifiuta ogni vecchia catalogazione, nega di essere di destra o di sinistra. Ma con una politica di opposizione totale e anti sistema ha dato rappresentanza alla protesta di larghe fette di imprenditori, di ceto medio e di lavoratori colpiti dalla crisi economica. Con la proposta del reddito di cittadinanza pesca voti a sinistra, con lo stop all’immigrazione e all’euro raccoglie consensi a destra.

È complicato per le sinistre trovare spazio tra Renzi e Grillo. È ancora più difficile se restano divise, se non si uniscono, se non trovano un programma comune e un leader condiviso. La prima prova del fuoco ci sarà a giugno, nelle elezioni comunali.

Rodolfo Ruocco
(Fogliaroma.it)

L. elettorale. Premio alla lista un azzardo da evitare

Riforma-legge-elettorale“Collegi uninominali, premio di maggioranza alla lista e armonizzazione verso l’alto delle soglie di sbarramento in ingresso tra Camera e Senato”. Questi i punti “centrali” che per il Pd dovranno rappresentare i pilastri della nuova legge elettorale. E’ quanto ha spiegato in commissione Affari costituzionali della Camera il capogruppo dem, Emanuele Fiano, nel prosieguo del giro di ‘consultazioni’ che il presidente Andrea Mazziotti sta svolgendo, prima di delineare una proposta base su cui avviare l’esame nel merito. “Questi sono i punti centrali, sui quali costruire un testo base”, riferisce Fiano.

Il ritorno nell’agenda politica delle legge elettorale per il segretario del Psi Riccardo Nencini è un dato positivo. “Finalmente – ha commentato Nencini – si torna a discutere di legge elettorale. La strada maestra per dare governabilità al Paese è un sistema a collegi uninominali con premio alla coalizione. Siccome nessuno dei partiti è nella condizione di raggiungere da solo il 40%, l’alternativa è consegnare l’Italia all’instabilità permanente. Un gioco d’azzardo da evitare”.

“Dopo l’intervento del Pd in Commissione gli elementi per lavorare al testo base ci sono”. Lo ha detto al termine della riunione della Affari costituzionali, il presidente e relatore, Andrea Mazziotti che, però, non si è sbilanciato nel fare una previsione sui tempi. La commissione si riunirà nuovamente giovedì prossimo, 27 aprile.

Con i punti illustrati oggi dal Pd e ritenuti “centrali”, i dem hanno ufficialmente accantonato – se non cestinato – il Mattarellum (ipotesi di fatto già uscita di scena nelle scorse settimane per la mancanza di ‘numeri’ e la contrarietà di diverse forze politiche) e ora il giro di consultazioni dei partiti che siedono in commissione è terminato. Quello che salta agli occhi è comunque il permanere, nella proposta Pd, del premio alla lista. Un modo per soffocare i partiti alleati del socio di maggioranza della coalizione. Un modo per determinare l’annullamento del pluralismo, in altre parole la continuazione del pensiero veltroniano dell’autosufficienza.

Una proposta che, leggendo la dichiarazione del deputato Pd Dario Ginefra, non si capisce da dove sbuchi. “Apprendiamo da agenzie di stampa – afferma Ginevra – che il Pd avrebbe indicato in Commissione Affari costituzionali, per mezzo del capogruppo Fiano, i ‘punti imprescindibili’ di un testo di legge elettorale alternativo al Mattarellum e che questi sarebbero i collegi uninominali, il premio alla lista e l’armonizzazione delle soglie di Camera e Senato. Tale posizione non è stata oggetto né di una indicazione di partito, né di una decisione di gruppo”. “Premesso che – prosegue – nel merito, due delle tre mozioni congressuali chiedono che la riforma elettorale preveda la reintroduzione del premio di maggioranza alla coalizione, ci interroghiamo sulle modalità con le quali si giunge, su temi cosi’ importanti, ad esprimere la posizione di un gruppo parlamentare. Non vorremmo che il partito a vocazione maggioritaria, possa trasformarsi del tutto in partito a tentazione autoritaria”.

“Dalla posizione assunta oggi dal Pd in commissione – commenta il capogruppo di Ap in commissione Affari costituzionali alla Camera, Dore Misuraca – “emergono un rischio e una certezza: il rischio di lasciare il Paese all’ingovernabilità e la certezza che vogliono rinviare la riforma elettorale”. “E’ chiaro infatti – sottolinea Misuraca – che insistendo sul premio alla lista sanno perfettamente che, al netto della propaganda, nessuna lista arriverà al 40 per cento, e quindi un minuto dopo il voto sarà subito caos istituzionale”.

Non è escluso che il presidente Mazziotti presenti un testo base già la prossima settimana, anche se è plausibile che si entrerà nel vivo della riforma elettorale solo dopo lo svolgimento delle primarie del Pd, il 30 aprile, e quando appunto si conoscerà il nome del nuovo segretario.

La sinistra ora prenda una posizione sull’Europa

La situazione politica italiana si viene, al tempo stesso, semplificando e complicando. La semplificazione deriva dalla riproporzionalizzazione del sistema elettorale e dal nuovo assetto politico che si viene delineando nel centro-sinistra e a sinistra.

Può sembrare strano parlare di semplificazione con riferimento a questi dati, quindi proverò a spiegare questa affermazione.

L’effetto congiunto del referendum del 4 dicembre e della sentenza della Corte costituzionale sul c.d. Italicum è quello dell’abbandono del modello maggioritario come fondamento del sistema elettorale.

Ciò non perché esso sia stato respinto dal voto dei cittadini o dichiarato illegittimo dalla Consulta. Un sistema maggioritario di tipo europeo, cioè basato sui collegi, a turno unico (come era, per la maggioranza dei seggi, la legge Mattarella), o a doppio turno, come in Francia, non era oggetto né del referendum né della decisione della Corte costituzionale (come ha segnalato nei giorni scorsi Giuliano Amato). Ma in realtà la scelta per l’impianto proporzionale è politica. Nessuno vuole più il maggioritario (al di là delle dichiarazioni di facciata), perché non risponde alla convenienza di nessuna forza politica. Contro il turno unico sono (per ragioni poi non molto diverse) sia Forza Italia che 5 stelle, e lo stesso Pd sa che si tratterebbe di una vera e propria lotteria. Il doppio turno di collegio avvantaggerebbe 5 stelle (che peraltro non lo chiede), come dimostra l’esito dei ballottaggi nelle elezioni comunali.

Non è dato sapere se i sistemi elettorali attualmente vigenti per la Camera e Senato (entrambi conseguenti a sentenze della Corte costituzionale) saranno “armonizzati”, come si chiede dal Quirinale, e in che modo, oppure no.

E, naturalmente, le diverse opzioni (preferenze o no, coalizioni o liste, soglia di sbarramento, soglia del 40% per il premio) non sono affatto irrilevanti sia sul comportamento degli elettori (il tema del “voto utile”) sia sulle caratteristiche del prossimo Parlamento. Ma la sostanza del sistema sarà proporzionalista, con una duplice conseguenza: verrà meno il “dovere” della coalizione, e ciascun soggetto politico potrà correre in proprio. Da qui la “semplificazione” di cui parlavo.

Del resto, analoga “semplificazione” si ripropone nel quadro politico della sinistra. Non si sono ancora svolte le primarie del partito democratico, ma mentre scrivo la vittoria ampia di Renzi appare sicura. È un risultato che colloca stabilmente il Pd nel campo del centro moderato, come il nuovo partito di Macron in Francia.

Legge di impianto proporzionale e conferma della leadership renziana nel PD consentono alle forze alla sua sinistra, almeno in teoria, di dispiegare la propria proposta senza più vincoli: senza il vincolo di partito, per la minoranza che ne è uscita costituendo il nuovo movimento “art 1”; senza il difficile dilemma della coalizione elettorale, per gli altri soggetti della sinistra (ed è su questo che si dovrà misurare il Campo progressista di Pisapia, di fronte alla conferma, da parte di Renzi, della linea solitaria di Veltroni).

E qui nascono le complicazioni. A sinistra del PD le soggettività politiche sono molteplici: art 1, comprensivo della componente di Sel che vi ha aderito; Campo progressista; Sinistra italiana; Possibile di Civati; Rifondazione comunista rilanciata dal recente Congresso. E mi limito ai soggetti esplicitamente politici, perché esistono fortunatamente in molte città significative realtà “civiche”, spesso legate ai comitati costituitisi sui territori in occasione del referendum costituzionale.

È possibile che queste diverse realtà costruiscano un progetto politico comune, e quindi si presentino in una stessa lista alle elezioni?

Personalmente è la soluzione che auspicherei, ma mi rendo conto delle difficoltà, soggettive ma anche oggettive: si tratterebbe di costruire un programma e una leadership condivisa.

E, soprattutto, ed è questa la maggiore complicazione, c’è il problema del “dopo”. È a tutti chiaro che dalle prossime elezioni emergerà un Parlamento senza una maggioranza chiara, e che il sistema politico-parlamentare avrà subito avanti a sé il problema dei problemi: il rapporto con le regole dell’Unione europea, con l’austerità, con il fiscal compact.

Su questo difficilmente ci si potrà evitare una posizione nella prossima campagna elettorale. Ma quale posizione?

Intellettuali importanti della Sinistra europea hanno espresso posizioni contrapposte.

Luigi Ferraioli sostiene la necessità di una “rifondazione costituzionale” dell’Unione: un’assemblea costituente, convocata dai paesi che ne condividano l’esigenza, ridisegnando con chiarezza i lineamenti federali e sociali dell’Europa. Sul versante opposto, Perry Anderson, a lungo direttore della New Left Review, sostiene la forma più drastica di Brexit. Per lui, la democrazia è possibile solo là dove si esercita la sovranità popolare, cioè nello Stato nazionale.

Le forze politiche italiane stanno delineando le rispettive posizioni. Il PD di Renzi ripropone il già noto e poco positivo metodo della polemica con Bruxelles, senza indicare però chiare soluzioni per il caso di conflitto. Per i 5 stelle la proposta è un referendum sull’euro; il centrodestra, com’è noto, è diviso su questo tema, ma potrebbe trovare una composizione intorno alla proposta di Tremonti, della quale si sta discutendo, di una riforma costituzionale che garantisca (come in Germania) il primato del diritto italiano su quello europeo.

Quale posizione sull’Europa avrà la sinistra? A me questo sembra un elemento decisivo per costruire una credibile proposta politico-programmatica.

Le imminenti elezioni presidenziali (e poi parlamentari) in Francia, e poi quelle autunnali in Germania, forniranno elementi di valutazione importanti. Ma le campagne elettorali in questi paesi indicano già la centralità del tema europeo, che può riassumersi in un arduo dilemma: nessuna politica sociale “di sinistra” è possibile nell’attuale quadro normativo della UE, che di fatto non consente spese per investimenti pubblici e tutele sociali.

Al tempo stesso, è molto difficile indicare una credibile ed efficace alternativa.

D’altra parte, il tema si riproporrà nel nuovo Parlamento, rispetto al quale appare allo stato improbabile prefigurare chiare maggioranze politiche.

Insomma, si preparano tempi difficili; è da sperare che la sinistra sappia essere all’altezza.

Cesare Salvi

Blog Fondazione Nenni

Merlin. Contro la ‘tolleranza’ delle discriminazioni

merlinLina Merlin è ricordata da tutti come colei che fece chiudere le ‘case chiuse’ in un’epoca in cui il nostro Paese si distingueva per la discriminazione di genere e soprattutto per aver finito con il relegare ‘alcune’ donne a prestanza sessuale. Ma la Merlin non chiuse solo i bordelli, a lei l’Italia deve la scomparsa dei figli di NN e l’inserimento nell’articolo 3 della Costituzione del principio “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso”.
Lina Merlin, partigiana socialista, componente del CNL, tra le 21 donne dell’Assemblea Costituente e unica donna eletta al Senato nella seconda legislatura, svolse infatti proprio a Palazzo Madama tutte le proprie battaglie per i diritti delle donne, con l’approvazione di leggi fondamentali, tanto da essere soprannominata “la senatrice”. Oggi è stata ricordata nella Sala Nassirya del Senato in occasione del 130esimo anniversario della sua nascita, nel quale sono state illustrate le iniziative culturali e politiche per la sua commemorazione, tra cui la proposta di dedicare a Lina Merlin un busto nella galleria del Senato.
convegno merlinAlla conferenza stampa erano presenti la capogruppo del Psi alla Camera Pia Locatelli, la senatrice del Pd Laura Puppato, la presidente del Comitato “Lina Merlin” Paola Lincetto, la giornalista Anna Maria Zanetti, la vicepresidente della Fondazione Anna Kuliscioff Marina Cattaneo.
“Non sono così ingenua da pensare di voler abolire la prostituzione. La legge dello Stato non deve però tollerare il traffico delle donne e l’iscrizione in liste dalle quali non si può più uscire”, così la senatrice in un’intervista a Enzo Biagi esponeva le sue motivazioni a una legge che prese in seguito il suo nome.
Nel 1958 la proposta Merlin divenne legge e la svolta decisiva fu quando la senatrice minacciò di rendere noti i nomi della classe medica e dei tenutari che guadagnavano sui bordelli. Pia Locatelli, capogruppo Psi alla Camera, però tiene a precisare: “La fama ottenuta con la legge che chiuse i bordelli ha oscurato altre parti della sua storia altrettanto importanti: l’articolo 3 della Costituzione e l’abolizione dei figli di NN. Mi piace onorare la sua memoria, proprio in tempi in cui alcuni vorrebbero considerare i ‘sex worker’ lavoratori come gli altri. La legge Merlin è tuttora una delle migliori d’Europa”.
Pochi sanno poi che la senatrice Merlin è stata anche un’antifascista che ha combattuto contro ogni ingiustizia. Maestra elementare perse la cattedra perché rifiutò l’adesione al Partito fascista. Dal 1919 era infatti iscritta al Psi, venne arrestata 5 volte e fece 4 anni di confino in Sardegna e fu amnistiata solo per il matrimonio del re con Maria José. Con Pertini e Basso poi partecipò all’insurrezione di Milano e fece parte del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Lina Merlin fu anche la prima donna a parlare al Senato e il suo intervento, il 10 giugno 1948, fu in difesa di un bracciante 24enne ucciso dalla Polizia.

Il Senato commemorerà Lina Merlin il prossimo 13 giugno nella sala Zuccari. A ottobre ci saranno convegni anche all’Archivio di Stato di Rovigo, Milano e nel nuorese, dove visse da confinata. È in via di ampliamento anche il libro di Anna Maria Zanetti ‘La senatrice Lina Merlin, un ‘pensiero operante”, edito da Marsilio.


Riportiamo qui di seguito il capitolo su Lina Merlin del libro di Ugo Intini sulla storia dell’Avanti!

L’antenata delle battaglie sul costume: l’abolizione delle case chiuse.
Si conclude qui la fase più intensa e innovativa di un lungo cammino iniziato dalla Kuliscioff e dalle donne socialiste all’inizio del secolo. Che certo continuerà a lungo, tra alti e bassi, perché l’emancipazione femminile, specialmente per quanto riguarda il terreno del lavoro, partita in ritardo, sarà sempre in Italia al di sotto dello standard europeo. Ma le battaglie sul costume non sono soltanto quelle più importanti e note, come il divorzio, la contraccezione e l’aborto. L’arretratezza della nostra società, nel dopo fascismo, è tale da ricordare gli aspetti dei Paesi islamici che sarebbero stati rimproverati dall’Occidente negli anni 2000.
Soltanto nel 1955, per iniziativa della senatrice socialista Lina Merlin, viene cancellata sui documenti personali la umiliante scritta NN per gli orfani dei quali non si è individuata la paternità. Soltanto nel 1969, viene eliminata la normativa che punisce penalmente l’adulterio. Anche qui non per una decisione del Parlamento, ma per iniziativa della Corte Costituzionale. L’Avanti!, entusiasta, può titolare. “Adulterio e concubinato non sono più perseguibili”. Spiegando che la Corte ha potuto intervenire perché il codice trattava in materia le donne più severamente degli uomini, e quindi contravveniva al principio della parità dei cittadini di fronte alla legge. L’opinione pubblica, che ricorda i tanti casi clamorosi come quello della persecuzione penale per “adulterio” contro Fausto Coppi e la sua “dama bianca”, approva.
Nel 1963, la senatrice Giuliana Nenni presenta la prima proposta di legge per cancellare il cosiddetto “delitto d’onore”, ovvero la legislazione che permette a mariti, fratelli e padri gelosi o possessivi di uccidere le mogli, le sorelle e le figlie subendo pene irrisorie. La si riproporrà in tutte le legislature successive, ma il Parlamento abolirà questa norma anacronistica e vergognosa soltanto nel 1981.
Per quanto riguarda la presenza delle donne nelle istituzioni, soltanto nel 1955 vengono ammesse nelle giurie popolari e nei tribunali minorili. L’Avanti!, sotto il titolo “Sul banco dei giudici”, la considera una prima conquista. “È un ulteriore frutto della politica delle cose, che erode tutto quanto sia al tempo stesso anacronismo e conservazione”- scrive la futura deputata e sottosegretario Maria Vittoria Mezza. Ma bisognerà aspettare il 1963 per vedere il primo concorso per l’ingresso nella magistratura ordinaria aperto alle donne.
L’inizio concreto di questo lungo cammino per il rinnovamento del costume, la prima vera conquista per la liberazione della donna, si può far risalire (e qui si arriva alla antenata di tutte le battaglie) al 1958, quando vengono finalmente abolite le case chiuse gestite dallo Stato. Questa decisione di enorme significato simbolico porta il nome di Lina Merlin, è il risultato di una mobilitazione dei socialisti e dell’Avanti! che risale alla nascita stessa del partito e del giornale. La protagonista è cresciuta nel culto di Matteotti(è senatrice della sua stessa città, Rovigo) e della Kuliscioff. Nella stagione in cui diventa famosa, ha l’aspetto di una mite insegnante di scuola (quale è). Di una anziana, fragile zia dai capelli bianchi. Ma è una donna di ferro. Vedova a 48 anni(nel 1936) di un militante socialista, ne continua l’impegno a Milano. Viene arrestata più volte, si fa cinque anni di confino, partecipa con coraggio alla resistenza armata, conosce nelle carceri e nei luoghi della miseria le prostitute. Appena eletta al Senato, nel 1948, inizia la lotta per la cancellazione della “prostituzione di Stato” che si concluderà dieci anni dopo, nel clima politico più favorevole determinato dalla fine del frontismo e dall’avvicinarsi dei socialisti alla Democrazia Cristiana. Nell’ottobre 1949, illustra la sua legge in aula con un discorso appassionato, che scuote le coscienze e entra nella storia del costume italiano. L’Avanti! apre la prima pagina con un grande titolo. “Il dramma sociale della prostituzione nell’impressionante requisitoria di Lina Merlin. Bambini nelle case di tolleranza di Napoli. Una potente organizzazione esercita lo sfruttamento”(44). La eco è enorme. Il giorno dopo l’Avanti!, che ha quattro sole pagine, ne dedica una intera alla pubblicazione del discorso della senatrice. Che resta affisso per mesi nelle bacheche delle piazze e sui muri delle sezioni. “Lo sfruttamento delle prostitute-dice il titolo- piaga e vergogna dell’Italia”. La Merlin attacca a testa bassa l’ipocrisia e il maschilismo nazionali. Non si aspettava un’aggressione così violenta dei “benpensanti”. “Pensavo- spiega- che nella maggior parte degli italiani fossero instaurati quei principi di libertà e di giustizia sociale che la nostra Costituzione afferma con tanta solennità. Invece, articoli su quotidiani e periodici, interviste e lettere mi si sono riversate addosso. Le lettere avverse sono venute a ondate, con l’irruenza degli aeroplani nemici in tempo di guerra. La settimana passata è stata la volta dei colonnelli in pensione, come c’è stata la settimana degli ingegneri, quella dei medici, dei sociologi e, persino, la settimana dei giovani coscienti ed evoluti. Dal che posso desumere che le varie categorie sono state organizzate preventivamente. Difatti persone appartenenti a vari strati sociali, di varia cultura ed incultura, mi hanno elargito lezioni, contro progetti, sarcasmi, insulti, minacce, non si sono risparmiati neppure i miei vivi e i miei poveri morti”. La Merlin non è una moralista. Vorrebbe uomini “né monaci, né don Giovanni e neppure, come intermedio, filistei”. Non pretende di sradicare la prostituzione, ma di finirla con uno Stato che ne è esso stesso sfruttatore e organizzatore: caso ormai unico tra i Paesi civili. Contesta che la regolamentazione dello Stato diminuisca le malattie veneree e porta a esempio la Francia, dove le case chiuse sono state cancellate da tempo senza alcun danno per la salute. Denuncia la complicità della polizia con i tenutari, che favorisce la criminalità comune, lo sfruttamento da parte dei magnacci e trasforma, ciò che è peggio, le case chiuse in spacci clandestini di stupefacenti tollerati dalle autorità. Descrive l’abiezione dei luoghi “dove, per un prodigio di alchimia moderna, la carne umana si trasforma in oro”.
La Merlin sa cosa significa essere vista e trattata come una prostituta, perché quando era in carcere chi non la conosceva la scambiava per tale. Scuote i colleghi con un ricordo preciso. “Ho sempre- dice -il ricordo di un viaggio di prigione in prigione, di cellulare in cellulare, con la lunga teoria di ergastolani,54, a cui mi si era accomunata. E quando io giungevo in una stazione, tutti i viaggiatori fissavano i loro occhi curiosi su di me. Pareva, a quei miei tristi e infelici compagni di viaggio, che mi si credesse una di quelle disgraziate, spesso tradotte dalla polizia per infrazioni ai regolamenti. Ed allora, uno di quegli ergastolani levò i polsi incatenati, con una mano resse il suo fardello e con l’altra mi fece un cenno di saluto e gridò con forza: è una prigioniera politica!. E con queste parole intendeva purificare me, donna, dinanzi agli occhi dei maligni e dei curiosi”. “Ora -continua la Merlin nel silenzio più assoluto- dopo la tormenta, sono arrivata fin qui e anch’io sento il dovere di porgere la mano a chi è caduto”. “So- conclude- di aver sollevato un problema che per pudore o ipocrisia o indifferenza l’opinione pubblica lasciava nell’oblio. In questo anno di lavoro intorno alla mia legge ho sollevato con pena infinita il velo che copre tante brutture, tante terribili cose che ignoravo. Vi sono problemi più importanti da risolvere, si dice a gran voce dagli egoisti. No, signori, non vi è tema più importante di quello di una società che scricchiola sotto l’impalcatura fradicia di uomini corrotti e della donna schiava di una ingiustizia che raggiunge l’obbrobrio sanzionato dalla legge”(45).
Il discorso della Merlin è un pugno nello stomaco dell’Italia benpensante. Sembra che la stragrande maggioranza dei parlamentari la appoggi. E invece già un anno dopo l’Avanti!, sotto il titolo “Spalancare le persiane chiuse”, denuncia che l’insabbiamento è riuscito e che la legge appare irrimediabilmente bloccata(46). La Merlin non si rassegna. Migliaia di prostitute le scrivono raccontando le storie vere, semplici e umane, tristi o tragiche che si svolgono dietro quelle “persiane chiuse”. Le raccoglie in un libro che scrive a quattro mani insieme a Carla Barberis(la già ricordata moglie di Pertini, collaboratrice del quotidiano socialista) e che viene pubblicato nel 1955 con un enorme successo dalla casa editrice Il Gallo-Avanti!. A ogni nuova legislatura, la battaglia socialista riprende e infine, nel gennaio 1958, viene vinta. Contro l’abolizione delle case chiuse, votano contro, in Parlamento, solo i missini e i monarchici. La grande stampa dà scarso rilievo a un avvenimento che segna il costume nazionale e non lo commenta neppure con una riga. Intellettuali e giornalisti non risparmiano in altre sedi i loro sarcasmi. Come ad esempio Montanelli, il quale nel 1956 pubblica un libro di successo, tra il serio e il faceto, tutto sul filo del paradosso, intitolato “Addio Wanda”, nel quale si legge. “In Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli:la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre fondamentali istituzioni trovavano la più sicura garanzia”. D’altronde, continua, “i bordelli erano le uniche istituzioni italiane in cui la Tecnica venisse rispettata e la Competenza riconosciuta”(48).
Nell’estate del 1959, dopo sei mesi dall’approvazione della legge, si chiudono le case che ospitano tremila prostitute(le schedate sono seimila e le irregolari centinaia di migliaia). Nei quartieri cittadini e nei centri di provincia, i maschi non scrutano più avidamente ogni “quindicina” il patetico convoglio delle donne che sfilano in questo modo (un tempo in carrozza, adesso in pullman) lungo le strade per farsi notare e arrivano infine davanti al bordello dove danno il cambio alle loro colleghe, in una eterna rotazione. Finisce un rito, una letteratura, la simbologia di una Italia arretrata anche civilmente. Lo Stato continua a dispensare chinino, sale e tabacchi, ma non più prostitute. L’Avanti! festeggia. La protagonista della lunga battaglia commenta con due fondi, nei quali ormai parla di legge Merlin come se la Merlin non fosse lei stessa. È passata alla storia del costume ma, con semplicità e modestia, scrive. “Quale vantaggio verrà all’Italia? Nessuno può negare che uno scossone abbastanza vigoroso è dato a una struttura purulenta, che pone la donna a un livello inferiore, mentre essa è pur entrata nel ciclo produttivo, con enorme vantaggio per l’economia del Paese. Quale vantaggio verrà al socialismo? Quello di avere conquistato nuovo slancio, continuando la sua migliore tradizione emancipatrice degli oppressi, col porgere la mano alle più povere, alle più reiette. E non mi pare cosa da poco”.

Legge elettorale, è ancora stallo

urna elettoraleMatteo Renzi oggi scrive che sulla legge elettorale il Pd è in minoranza. E poi spiega: “In questa settimana si è consumato un fatto molto grave a livello istituzionale. I franchi tiratori del Senato, a volte ritornano, hanno scelto per la commissione della legge elettorale un candidato di NCD con l’appoggio di Grillo, Berlusconi, Salvini e della sinistra radicale. Tutti insieme, appassionatamente. Bene. Anzi male. Però questa è banalmente una conseguenza del no al referendum: siamo tornati alla palude”. E, aggiunge Renzi, “purtroppo il Pd può farci ben poco perché è minoranza. Vediamo che cosa proporranno loro e se finalmente ci spiegheranno a cosa sono favorevoli loro: troppo facile dire solo no. Buon lavoro, li giudicheremo dai fatti, senza polemiche”. Insomma Renzi se ne tira fuori. Come se il Pd non avesse l’onere di una proposta. Il partito è però impegnato in una serrata sfida per la segreteria e difficilmente sarà in grado di avere una posizione chiara fino all’elezione della nuova segreteria.

Il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio registra un fattore positivo: “Per la prima volta ci è parso di ascoltare autorevoli voci del partito di maggioranza relativa dichiarare una disponibilità a cancellare i capilista bloccati. La stessa posizione viene espressa da tempo dal Movimento Cinque Stelle. Bene, non siamo più i soli a volerlo! Allora andiamo avanti e votiamo una legge elettorale che rimetta finalmente nelle mani dei cittadini e non dei capibastone la scelta dei rappresentanti”. Sulla stessa posizione, Elisa Simoni, parlamentare Pd e sostenitrice della Mozione Orlando che definisce “interessanti” le “dichiarazioni di Renzi e Orfini sulle legge elettorale, riportate oggi dalla stampa, sulla disponibilità di discutere proposte del M5S. Ricordo a tutto il Pd che dovrebbe essere il nostro partito a rilanciare una proposta sul tema”. “Nel caso dell’Italicum, poi bocciato dalla Consulta – afferma Simoni – questa iniziativa politica non ci e’ mancata, tanto da essere pronti ad approvarla con un voto di fiducia”. Maurizio Turco della lista Pannella chiede l’intervento di Mattarella per scongiurare una legge con capilista bloccati “Il Presidente della Repubblica – afferma – ha opportunamente ed a tempo debito invitato il Parlamento a legiferare per armonizzare le leggi in vigore per le elezioni della Camera e del Senato. Dopo aver avuto per diverse legislature una legge elettorale palesemente anticostituzionale, nonostante i pareri di costituzionalità espressi da Camera, Senato e Presidenza della Repubblica, è evidente il tentativo di avere una legge elettorale che determini una quota non indifferente di eletti a prescindere dagli elettori”. “Siamo sempre più convinti che il miglior sistema sia il collegio uninominale ad un turno, ma saremmo favorevoli anche ad una elezione in due turni purché si salvi il collegio, cioè il contatto tra eletto e territorio a discapito di quello tra eletto e cupole partitocratiche”.

“La legge elettorale – aggiunge Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera – è ferma, c’è una sola ragione, il Partito democratico blocca tutto”. “Che gli italiani lo sappiano, il Partito democratico da mesi sta bloccando la discussione in merito alla legge elettorale in attesa che si celebri il suo congresso prima e le primarie dopo. Prima di quella data, il 30 aprile, il Pd ha bloccato tutto, ha bloccato tutti i lavori in Commissione Affari costituzionale alla Camera, quindi il Pd non si lagni poi se la legge elettorale è in ritardo, perché questo l’hanno provocato loro”. “Io auspico che invece ci sia, già da questa settimana, un incardinamento di un testo base in Commissione”.

Caos al Senato. Cilecca sulle Commissioni

senatoTerremoto nella maggioranza al Senato: l’elezione a presidente della Commissione Affari Costituzionali di Salvatore Torrisi, senatore di Alleanza Popolare, è suonata come uno schiaffo al Partito Democratico che aveva avanzato il nome di Pier Giorgio Pagliari e come un avvertimento al governo guidato da Paolo Gentiloni. Immediata la reazione del Nazareno i cui vertici si apprestano a chiedere un incontro con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. In Commissione Affari Costituzionali del Senato dovrà passare la nuova legge elettorale e questo avvicendamento sfuggito al controllo, evidenzia il momento di tensione che vive la maggioranza. La seconda conseguenza di quanto accaduto in Senato è lo scambio di accuse tra le forze politiche alla ricerca del responsabile di quello che i dem chiamano già un “tradimento”. Il Movimento 5 Stelle sottolinea che Pagliari è stato “impallinato” da un terzo dei voti della maggioranza, 5 su 16. “Noi non abbiamo rotto nessun patto”, avvertono alcuni senatori di Alleanza Popolare: “Non c’è stato alcun accordo, e anche con la presenza di Ala, Pagliari non sarebbe passato. E’ una questione interna al Pd e a quella parte della maggioranza che non ha voluto votare Pagliari”, aggiungono.

Dagli studi di Porta a Porta il Guardasigilli Andrea Orlando parla di un “fatto grave” che non va minimizzato. “Abbiamo avuto – afferma – una saldatura tra forze politiche di maggioranza e opposizione molto diverse. Serve un chiarimento, altrimenti si rischia lo sgretolamento del nostro sistema di alleanze”. “Spero – conclude – non ci sia la crisi. Lo sbocco sarebbero o il voto anticipato o le larghe intese, entrambi pericolose per il Paese e il Pd”. Per Orlando il sospetto è che “ci sia la volontà di andare a votare con la legge elettorale attuale, uscita dalla Consulta, perché ci sono i capilista bloccati”.

Fonti parlamentari dem sottolineano che “con questa mossa, nei fatti, si blocca la legge elettorale”, il più importante dei temi su cui il governo Gentiloni ha ottenuto la fiducia in Parlamento. Le stesse fonti sottolineano come ci si trovi davanti a un “grande accordo di Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Ncd e scissionisti” che ha “fatto a pezzi l’accordo di maggioranza eleggendo Torrisi, uomo di Alfano, contro il candidato Pagliari. Secondo fonti parlamentari, oltre a due senatori di Ala che non hanno partecipato al voto e ad una scheda bianca, sarebbero stati due senatori dem a votare contro l’indicazione del partito. “Oggi sono nate larghe intese in Senato per non fare la legge elettorale”, conferma il senatore renziano Andrea Marcucci: “Mdp, Forza Italia, M5S ed i centristi hanno eletto il loro presidente nella commissione affari costituzionali, con l’obiettivo di consegnare l’Italia al proporzionale”. A tirare direttamente in ballo gli scissionisti di Mdp è la senatrice dem Francesca Puglisi: “Erano talmente contrari al Patto del Nazareno che al Senato hanno votato il candidato di Alfano, a braccetto con Berlusconi e Grillo”.

Accuse che Bersani respinge al mittente: “Basta guardare i numeri e vedere chi ha votato…” dice parlando in Transatlantico. “Non mi piace che il Pd se la prenda con tutto il mondo… Il Pd guardi in casa, piuttosto”, aggiunge l’ex segretario Dem. Il deputato Pd Dario Ginefra sostenitore di Michele Emiliano nella corsa alla Segreteria, parla di “incidente di percorso”. “Ritorniamo a proporre una riunione di maggioranza che verifichi la possibilità di rendere omogenee le leggi elettorali di Camera e Senato per poi andare ad un confronto con le minoranze. L’obiettivo – prosegue Ginefra – deve essere quello di rispondere positivamente all’appello del Presidente della Repubblica e non di approfittare di ogni circostanza utile per tentare di dare una spallata al Governo Gentiloni”.

E mentre i 5 Stelle parlano di un Pd allo sbando, per Quagliariello “il voto per Torrisi non è espressione di alcuna anomala maggioranza, bensì la libera espressione di una Commissione che, lasciata per un tempo troppo lungo senza guida a causa delle controversie interne al partito di maggioranza relativa, ha individuato nella persona che ha riempito una sede vacante elementi di saggezza, equilibrio e rispetto”. “L’alzata di scudi odierna, che è arrivata addirittura a tirare in ballo il governo e persino il capo dello Stato, appare perciò strumentale e puerile. Nel migliore dei casi, palesa un riflesso partitocratico odioso. Nel peggiore – conclude Quagliariello -, una vena di antiparlamentarismo che avrebbe però bisogno di migliori interpreti e soprattutto di più solidi argomenti”.

Pd, gli iscritti hanno scelto Renzi. Orlando come Cuperlo

La prima parte del congresso nazionale del Pd è andata come tutti avevano previsto: Matteo Renzi, conquistato il sostegno del 68% dei votanti, è il più apprezzato dagli iscritti del partito, contro il 26% di Orlando e il 6% di Emilano. A essere sinceri, sui temi si è discusso poco: i testi delle tre mozioni non erano poi così diversi e d’altronde, come potevano esserlo in un partito che dovrebbe avere valori comuni? Si è capito con chiarezza che il congresso è tutto giocato sul filo della leadership; questo Renzi lo sa bene e ha sfruttato a proprio vantaggio un apparato che, tra i democratici, è sempre stato molto filo segretario. Orlando credo abbia avuto un risultato molto al di sotto delle attese: ha ricalcato un po’ la storia di Cuperlo, quando tentò di opporsi alla locomotiva fiorentina, confermando una battaglia ideale e di testimonianza che cerca di ricalcare l’organizzazione di una sinistra interna fin qui mai troppo convinta, salvo quando ha trovato, in alcuni ex dirigenti democratici, la forza di rompere e di andarsene. Quella di Emiliano, invece, pare una comparsata destinata a incidere poco, nell’organizzazione del partito, forse qualcosa in più quando si stenderanno le liste elettorali. Ma tatticismi e strategie a parte, di fronte alla prevedibile riconferma di Renzi c’è tanto, forse tutto, da riscrivere: organizzazioni territoriali, il rapporto con il governo Gentiloni, la legge elettorale, una coalizione da strutturare in vista delle prossime politiche (e della legge con cui si voterà), organismi dirigenti e una base ideale e programmatica da edificare con concretezza e pragmatismo. Renzi dovrà essere in grado di costruire anche un nuovo linguaggio, con l’attenzione dovuta al rischio di riproporre azioni e prospettive trite e ritrite e che, già testate, non hanno dato troppa fortuna. Alla sinistra del Pd intanto si muove una galassia che non vuole avere niente da spartire con il riformismo renziano e che forse gioirebbe di una prossima sconfitta elettorale, specie se si riuscirà a ristabilire un proporzionalismo dal profumo di pura rappresentanza. E quindi? Il futuro segretario del Pd dovrà essere bravo a dribblare tutte le insidie e i tranelli che i suoi compagni di viaggio dovessero mettergli davanti. Credo che in ballo ci sia molto di più della carriera di un leader di partito: almeno la speranza di una prospettiva per un centrosinistra credibile di governo.

Leonardo Raito

Chiuse le urne nei circoli. Il Pd verso le primarie

candidati pdChiuse le urne nei circoli, si fa la conta dei voti degli iscritti al Pd. Il dato finale parla di 266.726 votanti, pari al 59,29% dei 449.852 iscritti. Un’affluenza superiore al precedente congresso del Pd, nel 2013, in cui aveva votato il 55,34% degli iscritti. “La partecipazione è stata maggiore – commenta il presidente dem Matteo Orfini – anche se in percentuale questa volta avevamo meno iscritti. Il dato è stato piuttosto omogeneo in tutta Italia, non ci sono state contestazioni particolari. Direi che il bilancio è positivo”.

Ma dietro i dati ufficiali è ancora guerra di cifre dentro il Pd. Se non vi sono dubbi che Renzi tenga saldamente il comando nella corsa a tre per la segreteria, le percentuali ballano a seconda della fonte di riferimento. E balla, soprattutto, il dato dell’affluenza. L’ex premier, stando alla sua mozione, sarebbe vicino al 70%, staccando nettamente Andrea Orlando (che avrebbe il 25% circa) e Michele Emiliano, al quale viene attribuito un risultato intorno al 6,5%, in grado di farlo restare dunque in gara. Dati che i renziani registrano con molta soddisfazione, giudicandoli un risultato incredibile, un vero trionfo. Dati che, pur mantenendo inalterati classifica e distacchi, sono stati contestati dalle altre due mozioni che nel corso della giornata sono giunte a quotare l’ex premier al 62% e il governatore pugliese all’8%, ben oltre la soglia necessaria per andare ai gazebo. A porre fine al rincorrersi di percentuali, a volte dettate piu’ da entusiasmi e scaramanzie che da rilevazioni reali, ci prova in tarda serata l’organizzazione del Pd che, “ufficializza” – a votazioni in corso – i risultati in proiezione: con i dati raccolti dall’organizzazione del Partito che coprono circa 4mila circoli – recita la nota del Nazareno – le tre mozioni hanno ottenuto: Matteo Renzi 68,22% (141.245 voti) – Andrea Orlando 25,42% (52.630 voti) – Michele Emiliano 6,36% (13.168), per una somma totale di voti validi pari a 207.043″.

Altro terreno di scontro tra i tre aspiranti candidati alle primarie è quello dell’affluenza. “L’affluenza al voto degli iscritti al partito per i congressi scrutinati – annuncia il Pd – è del 58,1%, che propone una proiezione finale di votanti compresa tra 235mila e 255mila”. Ma non c’e’ nulla da fare. In netto contrasto con i dati che i comitati di Emiliano e Orlando hanno snocciolato per tutta la giornata, giunge in tarda serata la secca presa di posizione della mozione del Guardasigilli che giudica “non convincenti” le proiezioni Pd quotando l’affluenza ai congressi intorno ai 200.000 votanti e ritoccando vistosamente le percentuali dei tre candidati: Orlando al 29,6%, Renzi al 62,4% ed Emiliano all’8%. Tra l’altro proprio oggi arriva per il governatore pugliese una nuova grana. Infatti la Procura generale della Cassazione ha rivolto una nuova contestazione al governatore della Puglia nell’ambito del procedimento disciplinare a suo carico davanti al Csm.

Se ai fini dell’accesso ai gazebo la lite può considerarsi marginale, altrettanto non si può fare con i dati della partecipazione che hanno una valenza tutta politica. E su questo Orlando recapita un messaggio ben preciso a tutto il Pd in vista delle primarie aperte del 30 aprile: “Mi auguro che quel giorno votino oltre 2 milioni di persone perché sotto questa soglia sarebbe un colpo per tutto il partito”.

Solo dopo la che il Pd avrà scelto il proprio segretario inizierà la vera battaglia sulla legge elettorale. Ma, nell’attesa, le polemiche tra le varie forze politiche non accennano a diminuire. A rigettare la palla in campo ‘avversario’ ci pensano i renziani che con Maria Elena Boschi fanno intendere di voler restare alla finestra in attesa che siano altri a prendere l’iniziativa: “Il Parlamento sta discutendo e mi auguro faccia una proposta”. E dopo i tanti no ricevuti (sul Mattarellum e sull’estensione dell’Italicum al Senato) ora Boschi chiede che “siano altri a fare una proposta”. Trovare però un punto di caduta non è affatto semplice soprattutto perché nessuno vuole scoprire ora le proprie carte, al massimo, ci si limita a delineare i contorni della nuova legge. Argomento che comunque divide coloro che insistono su un sistema maggioritario, come ad esempio Maurizio Martina che punta sulla necessità di “introdurre correttivi maggioritari evitare l’ingovernabilità e un sistema iper-proporzionale”, e chi come Silvio Berlusconi è su tesi opposte. Il leader di Forza Italia aspetterà l’esito della corsa alla guida del Pd prima di riprendere seriamente in mano il “dossier”, ma su un punto non è disposto a scendere a compromessi: la nuova legge per tornare alle urne deve tenere conto di una situazione tripolare. Il Cavaliere apre al “confronto” con i Dem a patto che non si rimetta sul tavolo l’idea di tornare al Mattarellum: “In quel caso – dice in un’intervista al Mattino – il dialogo viene meno”.

Chi boccia invece l’idea di un’estensione dell’Italicum a palazzo Madama è il Guardasigilli Andrea Orlando: “Io auspico da tempo un premio alla lista, ma sarebbe meglio non discutere di modelli ma di punti, come quelli dei collegi e del premio di governabilità. Evitiamo in tutti casi di andare a votare con questa”. La convinzione dello sfidante di Renzi è che debba essere il suo partito ad assumere l’iniziativa ma “non succede perché il congresso pesa e perché una parte del Pd vuole difendere capilista bloccati”.

Non ci va leggero il senatore del Pd Vannino Chiti che parla di “irresponsabilit” e “arroganza”. “Dalle ripetute e autorevoli dichiarazioni dei sostenitori della mozione Renzi – ieri Richetti, oggi Martina – appare chiaro che per la legge elettorale si intende mettere sullo stesso piano Mattarellum e Italicum. Il che ha un significato chiaro, visti i numeri in parlamento: estensione dell’Italicum anche al Senato”. “Cioè non collegi uninominali – aggiunge – scelta da parte dei cittadini dei loro rappresentanti, premio di governabilità, ma estensione dei capilista bloccati, obbligo di un governo con la destra o impossibilità di formare governi. Con altrettanta chiarezza sarà bene sapere che questa strada porterebbe ad una nuova e più profonda rottura nel Pd”.

L’uomo solo al comando
e crisi della partecipazione

matteo renziÈ uscito negli ultimi giorni per l’editrice Aracne di Roma, specializzata in testi universitari, l’ultima fatica di Leonardo Raito, storico e docente universitario, oggi collaboratore dell’Università di Padova, intitolato “L’uomo solo al comando. Crisi della partecipazione e trasformazione dei partiti nella prospettiva storica della seconda repubblica”. Il volume sviluppa una riflessione sulla trasformazione dei partiti nella seconda repubblica italiana, evidenziando gli aspetti di crescita della leadership personalistica e la crisi di partecipazione che ha fatto gridare alla crisi della democrazia italiana.

Come nasce questo lavoro
Questo saggio nasce dall’esperienza della tesi del master in management politico che ho conseguito alla Luiss e che è stata seguita dal professor Roberto D’Alimonte. Il desiderio di approfondire in chiave storica la crisi della partecipazione mi ha portato ad analizzare le trasformazioni dei partiti nella seconda repubblica. Ed ecco scaturire questo lavoro che tiene conto anche dell’attualità, la contestualizza e ci dovrebbe aiutare a capirla meglio.

libro RaitoQuali sono a suo avviso i maggiori problemi della democrazia italiana?
La democrazia italiana è malata e ha perso, con la crisi dei partiti tradizionali, anche un modello di organizzazione della vita, degli spazi pubblici. Ci sono molte cause di disaffezione ma una delle prime credo sia l’incapacità di tradurre in azioni concrete i programmi elettorali, a causa dei vizi e delle ruggini del nostro sistema parlamentare. Ovviamente non vanno dimenticati gli scandali, la corruzione, gli sprechi, cose che si vedono e che fanno perdere fiducia nella nostra classe politica.
In questo contesto, crescono i populismi: i cittadini premiano non chi riesce a toccare con realismo i temi prioritari, ma chi stuzzica più in profondità la pancia della gente. Non è quindi solo una crisi politica, ma anche una crisi di popolo e di consapevolezza civica.

I partiti personalistici sono un male o una risposta alla crisi della partecipazione?Sono una tendenza generale e diffusa. Forse una risposta alla scarsa qualità dei dirigenti politici. Nella mediocrità generale emergere per certi versi è più facile. Ma vediamo anche l’altro lato della medaglia. Il leaderismo scardina anche il concetto di partito come comunità, dove si discute e dove si elabora. Nei partiti leaderistici spesso si decide a scapito della qualità delle decisioni.

Da fondatore e dirigente del Pd, cosa sta succedendo al principale partito italiano di questi ultimi dieci anni?
Una crisi prevedibile, di identità e di prospettiva. Il Pd è stato sostanzialmente un partito della tradizione fino all’arrivo di Renzi. Poi è cambiato qualcosa. Manca il senso di comunità dove la discussione porta a fare sintesi. Qui ogni discussione viene messa sul piano personale. E fa perdere credibilità e lucidità all’azione. Ciò tuttavia il Pd ha ancora la sostanza per essere un partito. E se ne sente il bisogno.

In una prospettiva storica, la nostra democrazia è in crisi irreversibile?
Non direi. Certo non sta bene, ma dimostra segnali di vitalità, nei dibattiti e nella mobilitazione verso alcuni temi. La grande partecipazione al referendum costituzionale ha denotato l’ennesima fiammella di speranza non ancora spenta, anche se il risultato, a mio avviso, non contribuisce a rendere più efficace il sistema, anzi. Credo comunque che la forza della nostra democrazia sarà proporzionata alla propria capacità di riformarsi.

Edoardo Gianelli

La crisi del Pd e le scissioni a sinistra

Il renzismo è in crisi e con esso il modello di partito costruito dall’ex premier, segnato da un flebile segno programmatico, incentrato sulle idee di mercato, giovanilismo e di innovazione, e da un’accentuata visione oligarchica della politica. Un modello sconfitto pesantemente nel referendum costituzionale del 4 dicembre scorso e politicamente in crisi, al netto delle inchieste giudiziarie sul “cerchio magico” di Renzi.
Da questa situazione si sono originate le condizioni per la nascita di una nuova formazione politica, che si colloca a sinistra del Pd, i Democratici Progressisti, mentre in precedenza si era costituita Sinistra Italiana.
Qualche commentatore ha evocato una sorta di “maledizione” per la sinistra nel nostro Paese, quella delle scissioni del “Sol dell’Avvenire”.
Il 15 agosto 1882, quando a Genova nacque il Partito socialista con la sigla di Partito dei lavoratori italiani, che aveva in Andrea Costa il leader, non aderirono gli anarchici, che rifiutavano la via parlamentare e democratica per il movimento operaio a livello politico, mentre prendevano le distanze dal nuovo partito, per la sua ideologia marxista, le società operaie mazziniane e repubblicane. Poi, il 21 gennaio del 1921, la scissione di Livorno di Bordiga, Gramsci, Togliatti e Tasca dal Psi, con la nascita del Partito comunista d’Italia, che voleva importare la rivoluzione bolscevica avvenuta nel 1917 in Russia e il 4 ottobre del 1922, alla vigilia della Marcia su Roma di Mussolini, la nascita del Partito socialista unitario, di schietta tradizione riformista, di Turati, Matteotti, Treves, Modigliani e Buozzi, a cui si aggiunse nel 1924 il socialista liberale Carlo Rosselli, in contestazione al massimalismo del Psi del tempo.
E nel dopoguerra, l’11 gennaio 1947 a Palazzo Barberini a Roma, la nascita del Partito socialista dei lavoratori italiani guidato da Giuseppe Saragat (poi, nel 1952, Partito socialdemocratico a seguito della fusione avvenuta l’anno prima con il Psu di Giuseppe Romita), che in polemica con la scelta del Fronte Popolare del Psi di Pietro Nenni e Rodolfo Morandi e dell’alleanza con i comunisti e della scelta filo-sovietica, indica la via democratica e riformista nel campo occidentale.
I due tronconi socialisti si riunificano nel 1966 (per poi dividersi tre anni dopo), ma nel 1964 era avvenuta una nuova scissione, questa volta “a sinistra” del Psi, con la costituzione del Psiup, i socialproletari di Vecchietti e Basso legati al comunismo sovietico. Anche nel campo comunista si deve ricordare una scissione, anzi, secondo il centralismo democratico sul modello del Pcus, l’espulsione del gruppo del Manifesto, “reo” di frazionismo ed “eresia” rispetto al dogma ideologico marxista-leninista, oltre alla nascita, soprattutto dopo il ’68, di una miriade di gruppi legati a varie correnti ideologiche, dal trotzkismo al maoismo all’autonomia operaia: Lotta Continua, Servire il Popolo, Potere Operaio, Pdup, Dp alcune delle sigle.
Si arriva al crollo del Muro di Berlino e il Pci, guidato da Occhetto, con il sostegno di D’Alema e Veltroni, opera la “svolta” della Bolognina il 12 novembre 1989. E così il 3 febbraio del 1991 nasce il Pds, da cui si stacca Rifondazione comunista nello stesso anno e da quest’ultima, nel 1998, il Partito dei comunisti italiani guidato da Cossutta, da sempre sostenitore della linea “sovietista” e storico antagonista del revisionismo di Berlinguer e del compromesso storico.
Tutte queste rotture (ma molte altre sono avvenute, per tacere della diaspora socialista dopo la fine della leadership di Craxi) nel campo della sinistra italiana hanno avuto sempre un aspetto: la contrapposizione ideologica e programmatica, si potrebbe dire la dialettica quasi irriducibile tra diverse concezioni della politica e della società nel divenire storico. Una tensione che, invero, ai nostri giorni appare molto affievolita.
Purtroppo, dal congresso “straordinario” del Psi, non è venuta alcuna risposta ai problemi della sinistra nel nostro Paese e sul tema del ruolo dei socialisti in Italia, con una sorta di miracolistica attesa delle “decisioni di Renzi” novello Godot, nonostante da più parti sia avvertita l’esigenza che anche da noi si costituisca, finalmente, una forza realmente omologa alle socialdemocrazie europee, senza quelle derive centriste e “blairiste” che in Europa hanno prodotto la sconfitta del Pasok in Grecia e dei laburisti in Olanda o l’emarginazione dei socialisti in Spagna.
Ma la “questione-socialista” (e non delle sorti personali dei singoli socialisti!) rimane fondamentale per l’avvenire della sinistra italiana.

Maurizio Ballistreri