Le leggi elettorali in Europa. Il sistema spagnolo

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Con questo primo articolo si inaugura una serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

Le leggi elettorali contribuiscono a determinare gli equilibri del sistema politico nel tempo. La stabilità e la coerenza dei formati elettorali sono elementi essenziali al fine di garantire un soddisfacente rendimento del regime democratico.

Per questo motivo, da decenni, il legislatore italiano s’interroga su quale sia la formula elettorale migliore e più adatta alla democrazia del nostro Paese.

Dopo le elezioni italiane del 4 marzo e l’avvio della nuova legislatura si porrà, nuovamente, il tema di una riforma della legge elettorale. Una discussione che perdura negli anni, a tratti infinita e caratterizzata da interventi normativi troppo legati alla contingenza del quadro politico e privi di un disegno coerente.

Tuttavia, come osservato da più parti, non è possibile modificare efficacemente il sistema elettorale senza considerare la forma di governo, a esso strettamente posta in relazione.

È questo l’errore principale commesso dal legislatore italiano, l’aver pensato che, mediante la sola modifica del formato elettorale, si potesse garantire stabilità al quadro politico e istituzionale.

Ma la verità è sempre più cocciuta. Non potrà esserci stabilità del sistema politico senza un’incisiva riforma delle istituzioni: razionalizzazione della forma di governo (con strumenti come la sfiducia costruttiva) e il superamento del bicameralismo perfetto.

Dopo queste considerazioni di carattere generale, per nulla scontate e sempre più attuali, mi occuperò, brevemente, dell’esperienza costituzionale e del sistema elettorale spagnolo.

Un sistema che per modalità di funzionamento e per il relativo rendimento politico-istituzionale, è stato oggetto di attenzione e di studio da parte degli stessi “ingegneri istituzionali” che, in Italia, hanno lavorato alle riforme delle leggi elettorali.

Il sistema elettorale iberico è costituzionalizzato. La Costituzione spagnola, all’articolo 68, stabilisce che l’elezione della Camera bassa debba realizzarsi attenendosi a criteri di rappresentanza proporzionale.

Come previsto, dalla Carta e dalla legge elettorale, la maggior parte delle circoscrizioni corrisponde al territorio della provincia; è prevista una soglia di sbarramento al 3% a livello circoscrizionale; le liste sono corte e bloccate, senza preferenze; in media, una circoscrizione elegge sei deputati, realizzando, con un numero così ridotto di seggi, il fenomeno della disproporzionalità che permette di definire il sistema elettorale spagnolo, come un proporzionale corretto.

A questo proposito, l’indice di disproporzionalità, elaborato da Gallagher, con riferimento alla Spagna, è passato da un valore di 10,6 nel 1977 e nel 1979, a un valore pari 4,9 registrato nel 2004, uno dei più alti d’Europa, preceduto soltanto da quello britannico e da quello francese, entrambi, com’è noto, sistemi maggioritari.

Infatti, le caratteristiche strutturali del sistema elettorale spagnolo favoriscono la formazione di partiti che ottengono percentuali superiori al 20 per cento dei consensi sull’intero territorio nazionale o a livello di comunità territoriali e, nello stesso modo, penalizza le percentuali minori.

In altre parole, ricevono un premio in seggi i partiti che hanno un voto diffuso su tutto il territorio statale, sono invece penalizzati i partiti che hanno un voto disperso in molte zone del paese e in nessun territorio un largo consenso. Di contro, chi ha un voto concentrato nelle regioni che rappresenta, ad esempio il Partido Nazionalista Vasco, il PNV, riesce ad avere una percentuale di seggi quasi uguale a quella dei voti.

La forma di governo, adottata nel Paese iberico, è un parlamentarismo razionalizzato: bicameralismo differenziato (prevalenza del Congresso dei deputati, composto da 350 membri, mentre il Senato, composto da 266 membri, con minori poteri, costituisce la Camera di rappresentanza delle autonomie territoriali) e un complesso di regole in grado di garantire la stabilità dell’esecutivo rafforzando, nello stesso tempo, i poteri della figura istituzionale del Presidente del Governo.

Il Capo di Governo per i poteri di cui dispone può essere accostato alla figura del Primo Ministro inglese.

La Spagna è, dunque, una democrazia maggioritaria.

A questo punto, occorre chiedersi perché il legislatore spagnolo abbia scelto un modello orientato alla democrazia maggioritaria.

Le ragioni si trovano nelle vicende storiche: dopo aver vissuto per circa quarant’anni sotto un regime autoritario di matrice fascista, guidato dal generale Franco, la Spagna, si affacciò soltanto nel biennio 1977-78 alla democrazia.

La principale preoccupazione che animò i padri costituenti, durante gli anni della Transizione, fu quella di restaurare una democrazia in grado di garantire la stabilità dei governi.

Si scelse il sistema elettorale proporzionale, invece della formula maggioritaria, perché spinti dal timore di una nuova deriva autoritaria.

Com’è stato ben sottolineato dalla dottrina spagnola, la transizione dalla dittatura alla democrazia, nel suo complesso, si presenta come un evento politico e istituzionale negoziato e tranquillo, tra gli eredi del franchismo e l’opposizione democratica del tempo, aiutati dalle notevoli capacità negoziali del Re.

In sette anni, dalla morte del caudillo Francisco Franco (1975), fino alla prima alternanza di governo con il PSOE (1982), si registrano in Spagna eventi politici e istituzionali che altrove hanno imposto condizioni più favorevoli e tempi più lunghi: pluralismo politico, il riconoscimento di libertà e diritti, l’avvio del processo di decentramento territoriale, l’approvazione di una Costituzione democratica, ispirata alla Costituzione di Bonn e, in ultimo, l’alternanza al governo fra centro-destra e centro-sinistra.

Con riferimento ai partiti politici, è possibile distinguere quattro periodi storici: il primo periodo, dalle elezioni del 1977, si caratterizza per l’instabilità, l’UCD, il partito di Suarez governa con la maggioranza relativa, mentre il PSOE è il principale partito di opposizione; nel 1982 si inaugura un periodo di egemonia del PSOE; nel 1993 con la piena alternanza, si entra nella terza fase, emerge il ruolo centrale delle forze politiche territoriali. I due partiti maggiori non raggiungono la maggioranza necessaria per governare, e sono costretti a chiedere l’appoggio dei partiti espressione delle Comunità Autonome.

Con l’irrompere della crisi economica post 2008 e l’emergere di nuove soggettività politiche di carattere nazionale, come Ciudadanos o Podemos, si sono registrati ulteriori problemi nella formazione di maggioranze coese.

Tuttavia, con le recenti difficoltà politiche, il Congresso dei deputati ha riacquistato centralità, così come le contrattazioni tra i partiti politici: si pensi alle trattative per l’approvazione della mozione di sfiducia costruttiva al governo Rajoy e la successiva formazione dell’esecutivo socialista guidato da Pedro Sanchez, sostenuto dall’appoggio esterno di Podemos e dei partiti nazionalisti e regionalisti.

In questo, si conferma, come lo stesso dato legislativo pare rilevare, la concezione kelseniana della democrazia parlamentare, intesa come l’essenziale ricerca di una sintesi e di un compromesso fra le diverse istanze rappresentate in Parlamento e nella società.

In conclusione, è difficile prevedere se il sistema dei partiti e le Istituzioni spagnole, possano definirsi come consolidati nei loro attuali equilibri. Rimangono aperte grandi questioni quali la fragilità del sistema bipartitico, la mancata soluzione delle istanze federali e delle relative problematiche di funzionalità del Senato. Un sistema che appare fragile ma aperto a cambiamenti progressivi.

Paolo D’Aleo

Catalogna: prove di dialogo con il Governo spagnolo

Pedro SanchezIl 9 luglio a Madrid, presso il Palazzo della Moncloa si è tenuto il primo incontro tra il premier socialista Pedro Sanchez e il governatore della Catalogna Quim Torra. Durante la riunione, durata oltre due ore, i leader hanno concordato di “ristabilire” le relazioni tra la regione autonoma e il governo centrale, totalmente interrotte con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola.

Questa norma costituzionale si può attivare quando una Comunità Autonoma non adempia agli obblighi costituzionali e legali, tra cui la garanzia di unità del Paese.

Come si può ben immaginare, trattandosi di uno strumento legislativo delicato e anche asimmetrico, la sua attuazione dovrebbe presupporre un’estrema prudenza politica e un’attenta analisi operativa, poichè lo Stato assume su di sé il massimo livello della forza coercitiva a discapito della Comunità Autonoma.

Tuttavia, le vicende degli scorsi mesi hanno ampiamente superato il livello di allerta: l’indizione e lo svolgimento del referendum indipendentista in Catalogna, il primo ottobre 2017, hanno comportato un grave cortocircuito istituzionale e uno scontro tra i poteri dello Stato; la successiva violenta repressione delle forze dell’ordine nella giornata elettorale; la messa in stato d’accusa dei rappresentanti istituzionali catalani; il mandato di arresto europeo per l’allora presidente della Generalitat Puigdemont; le recenti elezioni in Catalogna e la nuova vittoria del fronte indipendentista.

Anche il governo centrale ha vissuto un rivolgimento, con l’approvazione della mozione di sfiducia al governo Rajoy, da parte del Congresso dei deputati e, come previsto dalla Carta costituzionale iberica, l’elezione di Pedro Sanchez, leader del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) a nuovo Capo del Governo.

Pedro Sanchez, osteggiato dal gruppo dirigente storico (come la governatrice dell’Andalusia, Susana Diaz, sua sfidante alle ultime primarie del dicembre 2016), è tornato a guidare il Partito con il consenso della base socialista che gli ha riconosciuto coerenza nel contrastare il governo del Partido Popular e la scelta operata dal partito socialista di concedere “un’astensione benevola” al governo Rajoy, atto a cui rispose dimettendosi da segretario nazionale.

Tornando all’oggi, il nuovo esecutivo è un monocolore socialista, un governo di minoranza retto in Parlamento dall’appoggio esterno di Podemos e degli indipendentisti e nazionalisti catalani e baschi.

Pedro Sánchez è consapevole che la questione catalana sia la sfida più grande del suo mandato e un tema sensibile che può portare alla fine anticipata della legislatura. Per affrontare il problema, il Presidente del Governo è fiducioso che la nuova strategia del dialogo e della distensione possano portare al “disarmo” politico dei separatisti radicali che puntano ad una nuova escalation di tensione.

Il governo socialista confida nel fatto che non prevarrà nel movimento indipendentista la linea dura del secessionismo, rappresentata dal “fuggitivo” Carles Puigdemont e dal nuovo presidente della Generalitat, Quim Torra (“il circolo di Berlino”).

Tuttavia, durante l’incontro di ieri, Sánchez e Torra hanno condiviso la necessità di riattivare la Commissione bilaterale Stato-Generalitat, prevista dallo statuto della Catalogna ma non più convocata dal luglio del 2011.

Hanno concordato, inoltre, l’urgenza di ripristinare canali di dialogo tra i due soggetti istituzionali, fissando un nuovo incontro a Barcellona che probabilmente si terrà in autunno.

La mossa compiuta dall’esecutivo socialista può aprire una nuova stagione nei rapporti tra il governo centrale e le diverse autonomie di cui si compone lo Stato Spagnolo.

Sembrano superate le rigidità del governo conservatore di Rajoy che in nome dell’unità nazionale ha preferito utilizzare la ragione della forza rispetto al dialogo. In questa maniera ha ottenuto l’effetto contrario, rafforzando il consenso dei settori più radicali dell’indipendentismo catalano.

All’opposto, il tentativo di Sanchez si poggia sulla necessità di dialogare con le forze più moderate, in modo da raggiungere un accordo che dia maggiore autonomia alla Catalogna ma all’interno di un quadro di rinnovata unità nazionale.

In altre parole, la soluzione che Sanchez propone, con l’intento di scoraggiare la rivendicazione all’indipendenza della Catalogna è una riforma della Costituzione in senso plurinazionale.

La Spagna è una “nazione di nazioni” composta da Comunità autonome e governo centrale, in linea con lo spirito della Costituzione del 1979 con la quale si è inteso disegnare un ordinamento di tipo regionale, tendente al federalismo, in opposizione al centralismo che aveva caratterizzato il periodo della dittatura franchista.

Come Zapatero, anche il PSOE di Sánchez vede nella ridefinizione del consenso costituzionale in materia territoriale, l’opzione politica più efficace per costruire una nuova egemonia socialista insieme ad alcuni partiti della sinistra radicale, come Podemos, e con l’apporto dei nazionalisti.

Il nuovo stile del PSOE dà ossigeno alla direzione di CER o PDeCAT, indipendentisti catalani pragmatici, che vogliono riprendere il dialogo con il Governo per chiudere le ferite politiche e riparare le fratture sociali.

Da questi settori si fa notare come nonostante “i gesti e le minacce” di Torra, che come detto rappresenta l’ala più radicale, nessuno dei leader separatisti abbia infranto la legge. Anzi, il presidente del Parlamento catalano, Roger Torrent, ha messo in chiaro che non violeranno nuovamente la legge. Sperano, inoltre, che l’attivazione delle commissioni bilaterali tra lo Stato e il Governo consentano una normalizzazione delle relazioni. Tutto questo avviene mentre proseguono i processi alle massime cariche catalane responsabili dei passaggi che hanno comportato l’attivazione dell’art.155 Cost.

Di contro, dal governo spagnolo spiegano che il Presidente manterrà un atteggiamento di ascolto e dialogo, senza offrire al momento netti cambi di rotta sostanziali. Questo atteggiamento prudente si spiega con la necessità di verificare le reali intenzioni del governo catalano: non è chiaro se le sfide quotidiane lanciate da Torra siano una strategia di comunicazione per il proprio elettorato o nascondano la volontà di proseguire sulla strada dell’indipendenza.

Di fatto, Pedro Sánchez tiene aperti tutti gli scenari prima di una possibile evoluzione negativa del processo. Fonti del governo assicurano che se la Generalitat dovesse andare alla prova di forza, allora ci si richiamerà allo stato di diritto, come avvenuto nel 2017. È evidente come tale scenario sia il peggiore anche perché potrebbe determinare la caduta dell’esecutivo.

Per questo motivi continuerà il dialogo e si proporrà un rafforzamento delle Comunità Autonome. In questo senso, vanno lette le recenti nomine della catalana Meritxell Batet come ministro della Politica Territoriale e Funzione Pubblica e della basca, Isabel Celaá come portavoce del Consiglio dei ministri e Ministro dell’Istruzione.

Paolo D’Aleo

La Francia all’Italia. “Salvini non può dar lezioni”

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“Non è certo il signor Salvini a poter dare lezioni alla Francia”: lo ha detto la ministra francese per gli Affari europei, Nathalie Loiseau, all’indomani del mini-vertice di Bruxelles. “La generosità della Francia – ha detto su France 2 – non può essere rimessa in discussione da nessuno e non certo dal signor Salvini che chiude i suoi porti, che aveva incoraggiato SOS Mediterranee a prendere dei migranti per poi rifiutarli a dare lezioni alla Francia”. “L’Europa – ha concluso – non si riassume in uomini che parlano forte in assenza di forza”. A una domanda sulla nave dell’Ong tedesca Mission Lifeline bloccata con 234 persone a bordo, dopo il rifiuto di Malta e dell’Italia di accoglierla, la ministra ha ribadito il principio di accoglienza nel porto più vicino. “E’ il diritto internazionale – ha concluso – non possiamo sostituirlo con la legge della giungla”.

Nessuna decisione operativa né documento finale di sintesi – come del resto era previsto – al vertice informale di Bruxelles. Il premier Giuseppe Conte valuta comunque positivamente il complicato summit a 16, con i leader europei divisi su molti temi, che ha preceduto il Consiglio europeo di fine mese. “Si è conclusa la riunione informale sul tema migrazione a Bruxelles e rientriamo a Roma decisamente soddisfatti. Abbiamo impresso la giusta direzione al dibattito in corso. Ci rivediamo giovedì al Consiglio europeo”, scrive su Twitter il presidente del Consiglio, dopo aver lasciato Palais Berlaymont, la sede del summit.

“Siamo tutti d’accordo: non si possono lasciare da soli i Paesi di primo arrivo e d’altro canto migranti e profughi non possono scegliere in quale Paese fare richiesta di asilo”, dice la cancelliera tedesca dopo il vertice informale. Angela Merkel ha ribadito come la responsabilità debba essere spalmata tra tutti i Paesi Ue e ha aggiunto che “quando possibile vogliamo trovare soluzioni europee. Laddove non sia possibile, vogliamo sviluppare insieme a quelli che sono disponibili un comune piano di azione”. Abbiamo trovato “molta buona volontà” per discutere e superare i disaccordi sul tema migranti, ha spiegato Merkel, evidenziando anche la convergenza registrata sulla necessità del rafforzamento delle frontiere esterne e sul fatto che “nessun Paese deve prendersi il peso da solo”.

Ma c’è chi gioca con la paura “Il presidente del Consiglio Conte ha espresso una posizione ed è stato coerente con l’insieme delle discussioni al tavolo”, ha commentato il presidente francese Emmanuel Macron al termine della mini riunione. “Ma a volte – ha aggiunto – sento cose dalla stampa che non sono la stessa cosa…”. Poi: la discussione ha “permesso di escludere le soluzioni non conformi ai nostri valori, le soluzioni che chiedevano tattiche di respingimento. Le soluzioni non conformi al diritto internazionale umanitario e al diritto europeo non sono state ritenute come pertinenti”. E infine: “Alcuni cercano di strumentalizzare la situazione dell’Europa per creare una tensione politica e giocare con le paure”. La mia posizione è che non nasconderò mai la verità ai miei concittadini”, ma che bisogna “avere una posizione efficace ed umana”.

“La sensazione che ho avuto partecipando alla riunione odierna è stata positiva”, ha confermato il premier spagnolo Pedro Sanchez. “Abbiamo trovato dei punti di unione e abbiamo fatto un buon passo in avanti. La conversazione è stata franca, ma tutti siamo concordi nell’avere una visione europea e su come affrontare il tema migranti”.

La riunione informale sulle migrazioni a Bruxelles “è andata meglio di quanto ci aspettavamo. Tutti noi abbiamo esposto le nostre idee in modo molto chiaro. Spero davvero che serva allo scopo di metterci in grado di comprenderci meglio per la prossima settimana”, dice il premier maltese Joseph Muscat al termine dei lavoro. “Quello che serve sono azioni operative: ci sono persone in mare, siamo in una situazione in cui se non prendiamo decisioni nei prossimi giorni la situazione subirà un’escalation. Quello che ho sentito oggi e le cose sulle quali abbiamo trovato convergenze sono il segno che c’è probabilmente la volontà di andare verso un qualche cambiamento operativo”.

ALTO MARE

aquarius

La nave Aquarius, con 600 migranti a bordo, sarà accolta dalla Spagna. L’Italia ha chiuso i propri porti ed è venuta meno ad uno dei principi fondanti della sua storia: la solidarietà. L’Aquarius sarà accolta dalla Spagna a Valencia. Lo ha annunciato il primo ministro socialista Pedro Sanchez che ha annunciato che il suo Paese permetterà alla nave di attraccare a Valencia. “È nostro obbligo aiutare ad evitare una catastrofe umanitaria e offrire un porto sicuro a queste persone”, ha detto il premier Sanchez.

“Salvini con la vicenda della nave Aquarius – ha dichiarato Enrico Buemi, responsabile giustizia del Psi e già Senatore nella XVII Legislatura – si è infilato in un tunnel che, finita la campagna elettorale, dovrà essere affrontato e risolto. Fra qualche giorno il caso della nave in mezzo al mare e senza viveri, con bambini e donne incinte, e l’isolamento internazionale in cui si sta infilando lo obbligheranno a tornare con i piedi per terra perché non esiste un politico, per quanto spregiudicato e per quanto vi sia un Paese disorientato e sordo, che ha perso il senso della sua Storia e della sua tragedia di popolo di migranti, che non debba fare i conti con la realtà”.

“Non esiste -ha continuato Buemi – in una situazione di fenomeni di migrazioni epocali, determinati da guerre, crisi economiche, epidemie e grande povertà, uomo di governo che possa contrastare il fenomeno in maniera adeguata senza la collaborazione degli Stati confinanti e, in particolare, senza risolvere il problema della Libia – ha spiegato Buemi – che ancora oggi non ha affrontato la questione della sua ricostruzione interna e senza la quale vi è un immenso varco aperto per cui non c’è Salvini di sorta che impedirà le tragedie in mare di migliaia di migranti. La soluzione, dunque, non è il respingimento ma adeguate politiche di accoglienza e di relazioni positive con gli Stati europei che, invece di essere presi a pesci in faccia, devono collaborare con l’Italia per risolvere la questione di una equa distribuzione dei flussi migratori”.

“Se in Italia fosse ancora in vigore la legge Turco-Napolitano, invece che la famigerata Bossi-Fini, che tanti guai ha creato, ci sarebbero flussi legali e immissioni controllate. La chiusura totale all’immigrazione legale porta alla immigrazione clandestina. I demagoghi di tutto il mondo si possono unire e fare tutto il chiasso che vogliono, e raggiungere anche grandi risultati elettorali, ma dovranno inevitabilmente tornare a fare i conti con la realtà di un mondo che si muove da dove si sta peggio a dove si sta meglio”, ha concluso Buemi.

L’ Aquarius è in navigazione nel canale di Sicilia da tre giorni con 629 migranti a bordo, tra cui minori, bambini e donne incinte. La svolta è arrivata con l’apertura da parte della Spagna e del premier socialista ha fatto in modo, anche dopo il pressing di Onu e Ue, che le ragioni umanitarie prevalessero sulle tattiche politiche e la nave fosse fatta attraccare ‘subito’. Il premier Giuseppe Conte, in visita alle zone terremotate, aveva “chiesto un gesto di solidarietà da parte dell’Ue su questa emergenza. Non posso che ringraziare le autorità spagnole per aver raccolto l’invito”. E ha spiegato che la decisione della Spagna va “nella direzione della solidarietà”. Solidarietà invece negata da parte Italiana con il premier che si è comunque trovato a subire una decisione imposta da un proprio ministro senza che fosse chiaro quale fosse la posizione del premier in proposito.

Il commissario europeo Dimitris Avramopoulos su Twitter ha appreso con soddisfazione la decisione del premier socialista: “Diamo il benvenuto alla decisione del governo spagnolo di permettere a nave Aquarius di sbarcare a Valencia per ragioni umanitarie. Questa è la vera solidarietà messa in pratica, sia verso questo queste persone disperate e vulnerabili, che verso Stati membri partner”. Nel frattempo altri migranti sono stati salvati a largo della Libia. Si tratta di circa 800 persone che, secondo quanto si apprende, sono state recuperate da imbarcazioni italiane e internazionali. Le operazioni di soccorso si sono concluse in piena notte.

E il ministro dell’Interno Matteo Salvini dopo le polemiche sulla nave Aquarius, ha scritto su twitter: “Oggi anche la nave Sea Watch 3, di Ong tedesca e battente bandiera olandese, è al largo delle coste libiche in attesa di effettuare l’ennesimo carico di immigrati, da portare in Italia. L’Italia ha smesso di chinare il capo e di ubbidire, stavolta c’è chi dice no”. Intanto una seconda nave si sta avvicinando alle nostre coste.

Sanchez, i progressisti europei nel Mediterraneo

Pedro Sanchez

“Un Governo socialista, paritario, europeista, garante della stabilità economica, che sia rispettoso dei propri doveri europei”. Questi in sintesi gli obiettivi di Pedro Sanchez che con una manovra parlamentare ha rovesciato l’incerta e fragile maggioranza di Mariano Rajoy e realizza 24 mesi quello che non gli riuscì all’inizio della legislatura.

Nel mezzo la Spagna ha vissuto una stagione turbolenta che ha consentito tuttavia ai popolari di Rajoy di portare il paese gradualmente fuori dal rischio di una grave crisi economica, di padroneggiare con veemenza la frattura territoriale catalana ma non ha saputo però tenere a freno né l’avanzata alla sua destra di una formazione nazionalista ed europeista come Ciudadanos né di affrontare gli scandali che hanno afflitto e colpito il cuore del Partito Popolare.

Pedro Sanchez dopo esser tornato in sella del PSOE dopo esserne stato disarcionato ha atteso il momento propizio per pugnalare Mariano Rajoy di tale gesto Egli stesso se ne è in fondo risentito avendo offerto l’onore delle armi all’avversario politico sconfitto con il quale ha dovuto condividere momenti di responsabilità comune, in occasione degli attentati a Barcellona ma soprattutto in occasione del Commissariamento della Catalogna tramite l’articolo 155 della Costituzione che i  Socialisti hanno sostenuto assieme a Rajoy.

Ma affinché la crisi del PP non trascinasse definitivamente anche i Socialisti che sostenevano il Governo con un voto tecnico di astensione Sanchez ha giocato la carta parlamentare della mozione di sfiducia. Mentre all’epoca Podemos rifiutò di sostenerla assieme ai Socialisti, oggi con un indebolito Pablo Iglesias vittima anch’egli di un’ondata moralizzatrice il sostegno non poteva che apparire naturale.

Si sono aggregate tutte le forze autonomiste della Spagna, i Baschi in testa una volta che hanno ottenuto assicurazione che i vantaggiosi accordi economici pattuiti fossero mantenuti in vita e così i Catalani.

Il cambio di Governo a Madrid obbliga il blocco indipendentista catalano al realismo che per anni è mancato. I Socialisti intendiamoci non hanno nessuna intenzione di fratturare la Spagna ma al tempo stesso hanno interesse a recuperare la convivenza civile in Catalogna , a temperare l’ondata nazionalista reazionaria in tutto il paese e ad avviare la politicizzazione dello scontro territoriale sottraendone la gestione alla sola autorità giudiziaria.

Quest’ultima non ha mancato di farsi sentire proprio nella giornata della decapitazione di Rajoy : infatti i giudici tedeschi hanno dichiarato la disponibilità a concedere l’estradizione del Presidente Catalano Puigdemont che dovrebbe essere restituito alla Spagna e consegnato alle prigioni madrilene.

Naturalmente questo complicherebbe un quadro che è già sufficientemente ingarbugliato, ma la volontà di Pedro Sanchez è quella di poter recuperare il tempo perduto dall’immobilismo politico del PP per generare nell’imminenza delle Elezioni Generali la fiducia che i problemi territoriali possano essere superati.

Sul piano politico generale l’affacciarsi sullo scenario europeo nuovamente di una forza socialdemocratica, ancorché assai indebolita in termini elettorali, promuove l’idea che sia possibile contenere le spinte populiste ed anti-sistema comprendendole in un disegno di responsabilità. Il PSOE non intende formare un Governo di coalizione ma confida nella prospettiva di evoluzione e cambiamento della formazione dei Podemos in senso riformistico.

La simmetria con il caso Italiano è impressionante : mentre a Roma si formava il Governo più anti-sistema e più anti-europeo del Continente a Madrid , proprio sulla scorta del contagio tricolore , si issavano nuovamente le bandiere del progresso e della giustizia sociale, delle libertà civili e democratiche, del pluralismo territoriale dell’europeismo inteso come grande patto fra la produzione ed il lavoro.

Se reggerà questo tentativo lo diranno i fatti, quello che è certo è che siamo di fronte ad un cambio di fase politica che va in controtendenza e che apre una strada ai progressisti europei nel Mediterraneo: Lisbona, Atene ed ora Madrid; E’ l’Europa che ha subito di più il morso della crisi e che però ha scelto di non dare una inutile ed isolante risposta sovranista ma ha rilanciato lo spirito dell’Europa dei Popoli. Bisognerebbe prenderne esempio.

Bobo Craxi

Spagna. Socialisti al Governo. Psi: “Sfida difficilissima”

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Senza passare dalle urne, arriva la sorpresa migliore per i socialisti spagnoli. Da questa mattina tornano alla guida del governo del Regno di Spagna con l’aiuto degli indipendentisti catalani e baschi.
Si chiude così nel peggiore dei modi la carriera di Mariano Rajoy uno dei premier più longevi d’Europa. Uscito quasi intonso dallo scontro violento con la Catalogna, non è riuscito a superare il caso legato alle tangenti e alla corruzione istuzionale che da anni il PP gestiva a livello nazionale.
Con 180 voti a favore, 169 contrari e un astenuto oggi Pedro Sanchez diventa il settimo Presidente del Governo, terzo socialista dopo Felipe Gonzalez e José Luis Rodriguez Zapatero, il primo eletto dopo aver sfiduciato il premier in carica nell’aula del Congreso del los Diputados.
Tra poche ore sarà ricevuto dal Re Felipe per giurare e presentare la propria squadra di ministri e ministre.

“Voglio fare gli auguri di buon lavoro –  è il commento di Pia Locatelli, responsabile esteri del Psi – compagno e amico di tante battaglie. Lo aspettano sfide difficilissime, ma sono sicura che sarà all’altezza del compito a cui è chiamato nel delicato momento che attraversa la Spagna”. “Pedro sta affrontando  una sfida difficilissima con un governo di minoranza sostenuto da forze diverse che hanno, pur nel dissenso delle posizioni politiche, apprezzato la sua coerenza e la sua passione”, ha detto Locatelli.

“Come capo del governo monocolore che il leader socialista si appresta a guidare sono sicura che Pedro farà di tutto per restituire ai cittadini spagnoli la necessaria fiducia nelle istituzioni tradita dai popolari. E’ un leader a cui i socialisti italiani manifestano tutta la loro stima e il loro  sostegno”, ha concluso Locatelli.

Spagna, ore cruciali per il governo Rajoy

parlamento spagnaOre cruciali per il governo spagnolo. Inizia infatti a Madrid, nel Congresso dei deputati, il dibattito sulla mozione di sfiducia presentata contro il capo del governo Mariano Rajoy dal leader socialista Pedro Sanchez che potrebbe fare cadere il premier del Partido Popular. Il voto finale è incerto. Si terrà venerdì. L’esito potrebbe dipendere da come si orienteranno i 5 deputati del partito nazionalista basco Pnv.  Intanto la direzione del Pnv basco ha comunicato al premier spagnolo che i suoi 5 deputati voteranno domani per la sfiducia. Lo riferisce la tv pubblica Tve. I 5 voti del Pnv sono considerati decisivi per fare vincere o perdere la mozione di sfiducia presentata dal leader socialista Pedro Sanchez contro il premier.

Intanto la Borsa di Madrid ha aperto in positivo, con una crescita dello 0,6%. Se la mozione di sfiducia otterrà l’appoggio di 176 deputati su 350 Rajoy cadrà e sarà sostituito automaticamente alla Moncloa da Sanchez. “Si dimetta signor Rajoy, la sua permanenza alla guida del governo è dannosa per il nostro Paese e un peso per il suo partito” ha affermato il leader socialista Pedro Sanchez nel dibattito sulla sfiducia. “È disposto a dimettersi qui e ora? Si dimetta e tutto finirà, potrà lasciare la presidenza del governo per sua decisione. O rimarrà afferrato alla poltrona?”. “Il suo tempo è finito – ha aggiunto – il Paese non ne può più del serial di corruzione che segna un’epoca sulla quale occorre voltar pagina”.

“Ci sono stati corrotti nel Partido Popular, è vero, ma il Pp non è un partito corrotto”. Si è difeso il premier spagnolo Mariano Rajoy. Il primo ministro ha affermato che “la corruzione è da tutte le parti”. “Se non si è in condizioni per dare lezioni, è meglio stare zitti” ha denunciato, “siete forse Suor Teresa di Calcutta?”.

Catalogna. Psoe rompe protocollo per socialisti catalani

GRA082 BARCELONA 17 10 2016 - El primer secretario del PSC Miquel Iceta i es felicitado por su rival en las primarias Nuria Parlon d al inicio de la reunion de la comision ejecutiva tras su reeleccion como lider de los socialistas catalanes EFE Toni Albir

Ancora nubi nere e tensione in Catalogna. La presidente del Parlamento catalano Carme Forcadell è stata arrestata e costretta a trascorrere una notte in carcere, nemmeno il tempo di diffondere la notizia che è arrivata la somma per la cauzione, fissata in 150 mila euro. L’assemblea nazionale catalana, una potente associazione indipendentista, ha pagato la cauzione dopo aver invitato i simpatizzanti a contribuire. “La cauzione per Forcadell è stata depositata, manca l’ordine di scarcerazione del giudice”, ha detto ai giornalisti un portavoce della Corte suprema spagnola. Per lei i reati contestati sono ‘ribellione’ e ‘sedizione’ e ora fino a 30 anni di carcere per avere posto ai voti le risoluzioni sull’indipendenza.
Nel frattempo i socialisti spagnoli si preparano al voto del 21 dicembre. Il segretario del PSC(patito socialista catalano), Miquel Iceta, parlerà in apertura del comitato federale del Psoe che si terrà questo Sabato, per spiegare la situazione in Catalogna, il posizionamento del PSC e come il partito affronterà la campagna elettorale del 21-D. La decisione è stata presa da Pedro Sánchez e rappresenta qualcosa di inaudito per questi incontri, in cui di solito c’è solo la dichiarazione pubblica del segretario generale sulla situazione politica e, successivamente, un dibattito a porte chiuse in cui sono coinvolti tutti i segretari regionali. Così, in questa occasione, ci saranno due discorsi iniziali, quello di Sánchez e quello di Iceta, e poi si darà via agli interventi, che si prevede siano numerosi.

Puigdemont contestato da tutti, Psoe difende il 155

puigdemont 3Alla fine il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, prende ancora tempo, ma stavolta si ritrova contro non solo il Governo di Madrid sempre più irritato dall’atteggiamento attendista del presidente catalano, ma anche degli stessi catalani che vogliono l’indipendenza dalla Spagna. Oggi infatti dopo che Puigdemont ha deciso di cancellare la dichiarazione in cui avrebbe dovuto convocare le elezioni regionali per il 20 dicembre, la folla si è radunata per contestare l’eventualità di una rinuncia all’indipendenza. Per i secessionisti più convinti, quello di Puigdemont è un vero tradimento. Centinaia di studenti che manifestavano contro l’articolo 155 si sono diretti sotto il palazzo della Generalitat al grido di “Abbiamo votato, applica il risultato. Governo traditore, non dimentichiamo e non perdoniamo”. La sola possibilità di nuove elezioni ha fatto infuriare anche i deputati del Parlament e dello stesso partito del presidente catalano.
“Non sono d’accordo con la decisione di andare al voto. Mi dimetto come deputato e lascerò il Pdemocratacat”, ha twittato Jordi Cuminal, deputato del partito di Puigdmont. Nel frattempo cade l’ultimo argine all’attivazione del famigerato articolo 155: la Corte costituzionale spagnola infatti ha respinto il ricorso presentato dal governo catalano contro l’attivazione del commissariamento annunciato dal premier Mariano Rajoy.
Adesso la presidenza del governo catalano ha reso noto che il presidente Carles Puigdemont farà una dichiarazione istituzionale alle 17. L’intervento di Puigdemont è già stata annunciato e rinviato due volte oggi.
Nel frattempo a poco più di 24 ore dopo che in Senato passa per la prima volta questo drastico strumento, il segretario generale del PSOE, Pedro Sanchez, ha ribadito il suo appoggio all’articolo 155 osservando che l’applicazione della disposizione, anche se senza precedenti “rimette le cose al loro posto, e fa tornare la Catalogna nella legalità” .
Tuttavia, Sánchez ha anche ammesso anche che “l’articolo 155 non è la soluzione della crisi in Catalogna”, ma l’unico modo per “ripristinare” la legalità in questo territorio. “Ma la vera soluzione deve venire dalla mano della politica”, ha insistito, evidenziando ancora una volta l’utilità di nuove elezioni entro sei mesi. Inoltre ha risposto alla accuse: “Non c’è bandiera di sinistra nella causa secessionista. Nessuna” e prosegue “Né tantomeno la classificazione tra i catalani di primo e di secondo” livello. “La sinistra deve essere in difesa della Costituzione e dello Stato”, ha detto Sanchez a Valladolid, “sconcertato” dai messaggi del partito viola (Podemos) che accusa il PSOE di aver eguagliato il PP di Rajoy.

Catalogna, dissidi tra Governo e Psoe e… fra socialisti

Patxi López e Pedro Sanchez

Patxi López e Pedro Sanchez

La Catalogna dà un’altra scossa al Governo. Prima gli avvertimenti del Partito Popolare a cui non bastano le nuove elezioni, ma vogliono anche la ‘rettifica’ da Puigdemont, Soraya Saenz de Santamaria si è detta disposta fino a ieri ad ‘adattare’ le misure di intervento al Senato se Puigdemont avesse affermato che non era stata dichiarata l’indipendenza. Ora però le accuse passano sui socialisti accusati di aver deciso di ritirare il loro sostegno all’attuazione dell’articolo 155 della Costituzione se il governo catalano indice nuove elezioni. Albert Rivera ha criticato il partito guidato da Pedro Sánchez, definendo il PSOE “equidistante” e non “chiaramente dalla parte di coloro che difendono la legge” nel conflitto catalano. L’immagine di unità del Governo si sta sbriciolando con i primi disaccordi sull’applicazione dell’articolo 155, e proprio su questo famigerato articolo Rajoy rischia di perdere il sostegno del PSOE.
A peggiorare il tutto una trentina di sindaci che si sono espressi contro la linea iniziale di Sanchez nella federazione catalana socialista.
L’attivazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola contro la Catalogna con il sostegno a Madrid del Psoe ha provocato una frattura nel partito socialista catalano (Psc). Diversi esponenti del partito fra cui l’ex-segretario Raimon Obiols e l’ex-candidata alla segreteria Nuria Parlon hanno chiesto al leader del Psc Miquel Iceta di opporsi al commissariamento duro deciso da Madrid.