Reddito d’inclusione. Istruzioni per l’uso:
cos’è e come funziona

Inps

AVVISI DI ACCERTAMENTO PER I RAPPORTI DI LAVORO DOMESTICO

In questi giorni l’Inps sta inviando gli avvisi di accertamento per mancato pagamento dei contributi ai datori di lavoro domestico inadempienti per almeno un trimestre tra il 4° trimestre 2012 e il 2013.

Nell’avviso si invitano i contribuenti a regolarizzare la posizione.

I datori di lavoro che ritengono non dovuti i contributi indicati possono contestare l’avviso seguendo le istruzioni contenute in calce al provvedimento.

E’ possibile effettuare ogni contestazione telefonicamente, tramite Contact center dell’Inps, oppure utilizzando il servizio “lavoratori domestici” sul sito internet.

Per la contestazione il datore di lavoro può utilizzare il modulo prestampato di autocertificazione allegato al provvedimento, che guida il contribuente nella indicazione di tutti gli elementi utili. Il modulo consente di autocertificare la pregressa comunicazione della cessazione del rapporto di lavoro così come l’avvenuto pagamento dei bollettini.

Se il datore di lavoro ha già comunicato la cessazione del rapporto di lavoro, può inviare copia della ricevuta di comunicazione, oltre che tramite i canali sopra indicati, anche via fax al numero verde gratuito 800803164.

Tale comunicazione consentirà alla sede Inps di chiudere il rapporto di lavoro ed eventualmente di annullare l’avviso inviato per i periodi per i quali i contributi non siano dovuti. In questi casi, ovviamente, sarà ritenuta valida l’originaria data di comunicazione della cessazione del rapporto di lavoro e pertanto nessuna sanzione amministrativa sarà dovuta dal datore di lavoro.

Possono essere utilizzati fino al 31 dicembre

BUONI DI LAVORO ACCESSORIO

Il prossimo 31 dicembre scadrà il periodo transitorio per l’utilizzo dei buoni di lavoro accessorio.

I buoni lavoro richiesti entro il 17 marzo possono essere utilizzati esclusivamente per prestazioni il cui svolgimento avrà luogo entro il prossimo 31 dicembre; pertanto i committenti non potranno inserire nella procedura informatica prestazioni con data di inizio o fine successiva a questa data. Le prestazioni inserite erroneamente nella procedura informatica relative a periodi decorrenti dal 1° gennaio 2018 verranno cancellate d’ufficio e il committente non riceverà nessuna comunicazione in merito. Nel caso di prestazioni che abbiano data inizio nel 2017 e data fine nel 2018, verranno cancellate d’ufficio soltanto le prestazioni relative al 2018.

Per l’utilizzo di buoni tramite la procedura telematica, le prestazioni fino al 31 dicembre 2017 dovranno essere consuntivate dal committente improrogabilmente entro il 15 gennaio 2018; dal 16 gennaio sarà infatti inibito l’accesso alla procedura internet dedicata.

I rimborsi delle somme versate entro il 17 marzo e non utilizzate dal committente entro il 31 dicembre, potranno essere richiesti mediante modello Sc52 entro il 31 marzo 2018.

Le istruzioni dell’Inps

REDDITO DI INCLUSIONE

Con la circolare n. 172 del 22.11.2017, l’Istituto ha fornito le prime istruzioni amministrative relative al Reddito di Inclusione.

La nuova misura di contrasto alla povertà, introdotta dal decreto legislativo n. 147 del 15 settembre 2017, potrà essere richiesta dal 1° dicembre 2017 e verrà erogata a partire dal 1° gennaio 2018.

Il Reddito di Inclusione ha la finalità di fornire, ai nuclei familiari in situazione di difficoltà socio – economica, un beneficio economico ( erogato per il tramite di una carta prepagata emessa da Poste Italiane S.p.A.) e una presa in carico di tipo socio assistenziale, da parte dei servizi sociali comunali.

La domanda dovrà essere presentata esclusivamente in formato cartaceo presso i comuni, eventualmente associati in ambiti, i quali provvederanno a trasmetterla all’Istituto attraverso i canali web (sito internet www.inps.it e upload) e di cooperazione applicativa.

Il nucleo richiedente dovrà soddisfare specifici requisiti di residenza e anagrafici, economici, di composizione del nucleo familiare e di compatibilità, specificamente dettagliati nella circolare e nel modello di domanda.

Il beneficio economico, riconosciuto dall’Istituto, sarà erogato per un massimo di 18 mesi, dai quali saranno sottratte le eventuali mensilità di Sia percepite. Coloro che alla data del 1° dicembre 2017 stanno ancora percependo il Sia potranno presentare immediatamente domanda di Rei o decidere di presentarla al termine della percezione del Sia, senza che dalla scelta derivi alcun pregiudizio di carattere economico.

L’ammontare dell’importo è correlato al numero dei componenti il nucleo familiare, e tiene conto di eventuali trattamenti assistenziale e redditi in capo al nucleo stesso. In ogni caso, l’importo complessivo annuo non può superare quello dell’assegno sociale.

Si ricorda che, al fine della valida presentazione della domanda, occorre essere in possesso di una attestazione Isee in corso di validità. In pratica, il nucleo beneficiario deve essere in possesso di una attestazione Isee valida per tutta la durata del beneficio.

Dopo il provvedimento di accoglimento della domanda da parte dell’Istituto, il comune territorialmente competente provvede a contattare il nucleo familiare, ai fini della predisposizione e sottoscrizione del progetto personalizzato, il cui rispetto è condizione per la percezione del beneficio economico.

Si è svolto a Napoli il 6 dicembre scorso un importante seminario presso l’Assessorato al lavoro ed alle Risorse Umane della Regione Campania sulla nuova misura di contrasto alla povertà e all’inclusione sociale (REI)

REDDITO DI INCLUSIONE: COSA E’ E COME FUNZIONA

Al centro direzionale Isola A6, presso l’Assessorato al lavoro ed alle Risorse Umane della Giunta regionale per la Campania si è svolto mercoledì scorso 6 dicembre, un interessante seminario sulla nuova misura di inclusione sociale che sostituisce il Sia dal titolo “Reddito d’inclusione: cosa è e come funziona”.

Il reddito di inclusione (c.s. Rei) è una forma di sostegno al reddito destinata ai cittadini meno ricchi: è stato approvato ad agosto dal Consiglio dei ministri ed entrerà operativamente in vigore dal primo gennaio 2018.

Le domande per l’accesso al Reddito d’inclusione (Rei), presentabili da venerdì scorso nei punti d’accesso individuati dai Comuni, andranno successivamente inviate da questi ultimi all’Inps entro 15 giorni lavorativi dalla data di ricevimento delle stesse, termine entro cui gli enti territoriali dovranno verificare la sussistenza dei requisiti di residenza e di soggiorno del richiedente. L’Istituto di previdenza avrà, a quel punto, cinque giorni per verificare il possesso dei requisiti familiari ed economici previsti dal Decreto legislativo che ha introdotto la misura.

Cos’è il REI

Il sito del ministero del Lavoro lo definisce «programma di inserimento sociale e lavorativo che punta alla riconquista dell’autonomia delle famiglie più vulnerabili». Oltre a offrire soldi, prevede anche progetti personalizzati per corsi di formazione e aiuto nella ricerca di un lavoro. È stato stimato che il Rei riguarderà circa 500mila famiglie, per un totale di circa 1,8 milioni di persone. Allo stato costerà circa 2 miliardi di euro. Entrerò a pieno regime nel luglio 2018 (ma, di nuovo, la prima fase inizierà a gennaio) e andrà a sostituire quello che ora sono il Sia – Sostegno all’Inclusione attiva – e l’assegno di disoccupazione.

Nel caso di una sola persona, il Rei non supererà i 187 euro al mese; nel caso di famiglie il massimo mensile sarà di 485 euro. I soldi saranno erogati attraverso una carta prepagata: per metà dell’importo la carta potrà essere usata anche per prelevare contanti. Esempio: su un Rei di 200 euro si potranno prelevare un massimo di 100 euro, mentre gli altri andranno usati in altro modo. Il REI sarà erogabile per un massimo di 18 mesi. Finiti quei 18 mesi ce ne dovranno essere almeno 6 di pausa prima di poterlo richiedere di nuovo.

L’evento è stato aperto dalla padrona di casa, Sonia palmieri, assessore al lavoro ed alle Risorse Umane. A seguire sono intervenuti il Direttore Generale per l’istruzione, la Formazione, il Lavoro e le Politiche Giovanili, Maria Antonietta D’Urso, il Direttore Generale per le Politiche Sociali e Socio sanitarie Fortunata Caragliano, il Presidente ANCI Campania Domenico Tuccillo. il Direttore del Coordinamento metropolitano Inps di Napoli Roberto Bafundi che, in particolare ha ribadito, come del resto aveva già annunciato all’atto del suo insediamento nella città partenopea, il suo personale impegno nel rivitalizzare il ruolo sociale dell’istituto inteso soprattutto come soggetto protagonista attivo delle politiche del welfare. Una funzione – ha sottolineato opportunamente – da svolgere in assoluta sintonia con le istituzioni locali attraverso sinergiche collaborazioni in grado di individuare l’Ente anche come presidio di legalità. Inoltre sono stati presenti in sala funzionari Inps a cui si poteva rivolgersi per ogni eventuale quesito.

Ocse all’Italia

NO A MODIFICA ETA’ PENSIONE

L’Ocse promuove i conti italiani ma mette in guardia contro un allentamento del percorso delle riforme e interventi sulle pensioni che possano gravare sul bilancio. Nel nuovo Economic Outlook l’organizzazione rivede al rialzo le stime sul pil 2017 a +1,6% e 2018 a +1,5% (contro l’1,4% e l’1,2% stimati a settembre) ma prefigura anche un rallentamento a +1,3% nel 2019. “Dati lusinghieri” e “migliori di quelli del governo per il 2017”, a +1,5%, ha recentemente commentato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan dal palco dell’Ania.

Migliora il quadro dei conti: il debito pubblico dovrebbe scendere al 129,8% del pil nel 2018 rispetto al 131,6% di quest’anno, e proseguire il suo calo fino al 127,7% nel 2019; trend in discesa anche per il deficit al 2,1% nel 2017, per poi passare all’1,6% nel 2018 e all’1,1% nel 2019. L’inflazione è attesa all’1,4% quest’anno, all’1,2% nel 2018 e all’1,4% nel 2019, mentre il tasso di disoccupazione dovrebbe ridursi dall’11,2% del 2017 al 10,5% il prossimo anno e al 10,1% nel 2019.

In Italia “la ripresa si sta allargando agli investimenti e alle esportazioni” grazie a consumi privati che “continueranno a essere il principale motore” della crescita, scrive l’Ocse, che però ammonisce il governo in carica, e anche il governo che verrà, a non arretrare su riforme e sistema pensionistico. “Rallentare l’andamento delle riforme strutturali e allentare i conti pubblici dopo le elezioni programmate all’inizio del 2018 potrebbe ridurre la fiducia” nel Paese, “facendo finire fuori strada la ripresa” in atto, scrive nel rapporto.

In Italia, evidenzia poi l’Ocse, “l’attuazione delle riforme strutturali deve essere accompagnata da un avanzo di bilancio primario in graduale aumento”. C’è inoltre la necessità di “ulteriori progressi nella riduzione dell’evasione fiscale e la razionalizzazione delle spese fiscali e delle spese correnti”. Sollecitazione degli economisti Ocse anche a non modificare il sistema pensionistico, cruciale per la tenuta dei conti, mantenendo “il legame tra l’età di pensionamento e l’attesa di vita così da rafforzare l’equità tra le generazioni e salvaguardare la sostenibilità del sistema nel lungo termine”.

Sul fronte della Legge di Bilancio, plauso alla sterilizzazione delle clausole Iva per il 2018, ma anche all’estensione dei bonus fiscali alle imprese, al bonus permanente per l’assunzione dei giovani e all’obbligo di fatturazione elettronica tra privati che rappresenta “un importante passo avanti per ridurre l’evasione fiscale”. In questa prospettiva, “ridurre la soglia di pagamento in contanti completerebbe questi sforzi”, si legge ancora nel documento.

“I dati Ocse sono lusinghieri – ha affermato Padoan – ma un punto importante è che l’Italia, come altri Paesi, ha un enorme bisogno di investimenti che devono essere di lungo termine basati su un meccanismo che ha un impatto positivo sulle infrastrutture”.

Nel Paese, “ci sono segnali di ripresa non effimera, le stime Ocse sono migliori di quelle del governo per il 2017″, ha sottolineato ancora il ministro dell’Economia, concedendosi una battuta sull’organismo dove ha ricoperto l’incarico di vice segretario generale prima di assumere la guida del Mef. “Siccome l’Ocse sa fare bene il suo mestiere, mi fido delle sue stime” ha detto. “L’Italia – ha osservato ulteriormente il titolare di via XX settembre – sta uscendo dalla crisi e si sta lasciando alle spalle un periodo non facile caratterizzato però dal fatto che la direzione del Paese si è rafforzata anche grazie, lasciatemelo dire, all’azione del governo di questi ultimi anni”.

Secondo Padoan inoltre non deve far temere lo stop al Quantitative Easing della Bce. “L’uscita dal Qe è già avviata negli Usa” e “viene valutata in Europa ed è giusto che sia così o le economie europee rischiano di addormentarsi, rischiano di essere come drogate da un regime di tassi bassi e noi invece dobbiamo uscire da questa situazione per tornare a una situazione di normalità che non deve spaventare ma deve essere una situazione con aspetti positivi”, ha spiegato Padoan.

“Tassi più alti danno margini di profitto maggiori. Inoltre in un mondo di tassi più alti deve esserci anche un po più di inflazione e se c’è più inflazione la dinamica del pil nominale migliora ed ha un impatto positivo sul debito che scende più facilmente”. Quindi, ha concluso il ministro, “in un mondo di tassi più alti ci sono aspetti positivi”.

Carlo Pareto

Pensioni, la mobilitazione della Cgil divide la sinistra

cgil camussoOggi, 2  dicembre  2017,  è il giorno della mobilitazione nazionale della Cgil. Lo  storico sindacato  dei  lavoratori   è  sceso  in  campo  con  lo  slogan  ‘Pensioni, i conti  non tornano!’.  Sono state  cinque (a  Roma,  Torino,  Bari, Palermo  e  Cagliari) le manifestazioni organizzate dalla confederazione dopo l’esito del confronto con il Governo sulla previdenza, considerato  insufficiente  solo  dalla   CGIL.  Nella  capitale, capeggia  il  corteo  la segretaria  generale  Susanna  Camusso.  A  Roma  il  corteo  è  partito  da piazza della Repubblica, diretto  a  piazza  del  Popolo,  dove  è  allestito  il palco per l’intervento conclusivo della Camusso, che  chiuderà  l’iniziativa in collegamento video con le altre città. A Torino,   secondo  il  programma  della  Cgil,  il corteo è  sfilato  da Porta Susa a piazza  San  Carlo.  A  Bari,  i  circa  30mila partecipanti   si  sono  mossi  da piazza Massari   fino  a  piazza  Prefettura.  A  Palermo la  manifestazione  si  è  svolta   da piazza  Croci  a  piazza  G. Verdi.  Infine,  a Cagliari,  la  mobilitazione  è  andata  da  viale  Regina Elena  a piazza Garibaldi.

Tra  le  rivendicazioni al centro della mobilitazione, si  è  chiesto  di bloccare l’innalzamento  illimitato  dei  requisiti  per  andare  in  pensione,  garantire  un  lavoro  dignitoso  e  un  futuro  previdenziale ai giovani, riconoscere  il  ‘lavoro di cura’. Oltre  alle  motivazioni  sulla  previdenza,  il  sindacato  di  Corso d’Italia chiede anche di cambiare la legge di bilancio per sostenere lo sviluppo e l’occupazione, estendere gli ammortizzatori sociali, garantire a tutti il diritto alla salute,  rinnovare  i  contratti pubblici.

Dopo   aver  rotto  l’unità  sindacale  con Cisl e Uil sulla vertenza pensioni,   il  segretario  generale  della  Cgil, Susanna   Camusso,   parlando  dal  corteo  della mobilitazione  nazionale  organizzata  dal suo sindacato,   ha  tuonato:  “Bisognerà  ricostruire  i   fili   dell’unità  sindacale.   Il  premier  Gentiloni  e  il ministro Padoan hanno parlato del pacchetto pensioni come  di  un pacchetto importante, che tiene conto anche delle esigenze di bilancio ma le esigenze di bilancio non sono un termine astratto se si continuano a fare  condoni  e  non  si  contrasta  l’evasione.  Così  è certo che le risorse  non  bastano  mai. Queste  sono  scelte  politiche,  non è una condizione  inevitabile.

Oggi  è  la  prima  mobilitazione,  non ci fermiamo. Continueremo nei prossimi giorni, anche in parlamento presidieremo la discussione sulla legge di bilancio. Continueremo  ad  organizzare  assemblee e scioperi nei luoghi di lavoro per sostenere  le  nostre  vertenze.   Continuiamo  a lavorare per programmare la prossima mobilitazione generale, che, ve lo posso assicurare, non è lontana nel tempo”.

Al  fianco  della  CGIL,  sulle   pensioni  è  scesa  in  piazza   la sinistra  con la  presenza  di  esponenti  di  Mdp,  tra  i quali  Roberto Speranza, Enrico Rossi e l’ex leader Cgil Guglielmo Epifani; di Sinistra italiana con Nicola Fratoianni e di Possibile  con  Pippo  Civati;  di  Rifondazione  comunista  e anche una delegazione di Campo progressista.

“La  mobilitazione  nasce  su  rivendicazioni  che riteniamo sacrosante”, ha  affermato  il capogruppo alla Camera di Articolo 1-Mdp, Francesco Laforgia.

Alla  vigilia  della   manifestazione,  Susanna  Camusso   ha   lanciato  un  appello:  “Al centro  le  pensioni,  ma  anche  il  lavoro.  Torniamo  nelle  piazze  per quella che  è  una  prima  giornata di mobilitazione: cominciamo di nuovo una lunga lotta per  avere  una  risposta  sul  terreno previdenziale, del lavoro, dei rinnovi dei contratti pubblici e privati. Il Governo aveva preso degli impegni e non li ha mantenuti.  Se  gli  impegni  non  vengono  rispettati si reagisce, non si può far finta di niente.  Non  ci si può  contentare  di piccole deroghe , ma  che si deve  costruire un sistema di regole certe”.

Il segretario confederale nazionale Cgil, Maurizio Landini, ha  parlato dal palco  allestito  a  piazza  Verdi  a  Palermo:   “Quando nel 2011 l’allora governo Monti decise di intervenire drasticamente sulle pensioni si è aperta una ferita. Allora il sindacato  unitariamente  si  è  limitato a tre  ore di sciopero. Oggi bisogna riconoscere  che  abbiamo  commesso  un  errore  a  non contrapporci a quella riforma sbagliata.  Ci hanno detto  che era necessario intervenire sulle pensioni, cancellare  l’articolo 18,  abolire  le province e avremmo risolto tutti i nostri problemi. Tutte  queste  cose  sono  state  fatte  ma la situazione continua a non girare, anzi disoccupazione e precarietà sono aumentate, a livelli insopportabili soprattutto al Sud: i conti non tornano e le diseguaglianze sono cresciute”.

In  piazza  anche  il  Silp  Cgil,  il sindacato di polizia, con delegazioni di quadri, iscritti  e  simpatizzanti.  Il  segretario  generale  del  Silp,  Daniele  Tissone,  ha  affermato:   “I  poliziotti  sono  in piazza con la Cgil  perché  un Paese senza lavoro non  ha  futuro.  Le  lavoratrici  e i lavoratori in divisa manifestano anche per chiedere al governo di riavviare subito la trattativa per il rinnovo del contratto di lavoro, fermo da 9 anni”.

Dal fronte sindacale, Cisl e Uil sottolineano, al contrario, i risultati ottenuti dal confronto  con  il  Governo, da cui poi è nato l’emendamento alla legge di bilancio per  il  blocco  di  ‘quota  67’  a 15  categorie  di  lavori gravosi e per un nuovo sistema  di calcolo della speranza di vita. In attesa dell’altro emendamento del governo  sull’allargamento dell’Ape sociale   (l’anticipo pensionistico a carico dello Stato)  per  il  2018.  Sul  tema  pensioni,  intanto,  è  stata  depositata  la sentenza con cui  la  Corte   Costituzionale  ha  dichiarato legittimo il cosiddetto ‘bonus Poletti’ sulla perequazione (arrivato dopo la sentenza della Consulta del 2015 che aveva bocciato il blocco della rivalutazione legata al costo della vita, per il 2012-13, alle pensioni oltre tre volte il minimo). E’ legittimo perché con quel bonus, afferma la sentenza  (il  cui  dispositivo  era già stato reso noto il 25 ottobre scorso), il legislatore  ha  realizzato  un bilanciamento non irragionevole degli interessi coinvolti:  quello dei pensionati a preservare il potere d’acquisto delle proprie pensioni e le esigenze finanziarie e di equilibrio di bilancio dello Stato. L’Inps, invece, aggiorna i dati su Ape social e precoci: ha accolto, al termine del primo monitoraggio delle domande di certificazione per l’accesso all’Ape social ed al pensionamento  anticipato  per  i  lavoratori  precoci,  presentate  entro il 15 luglio 2017,  15.493  domande  di  certificazione  (comprensive  dei  riesami)  per l’Ape, pari al 39% del totale, e 9.031 relative ai precoci, pari al 34% del totale. Nel complesso  sono  state  accolte,  quindi, 24.524 domande sulle oltre 66.000 presentate.

Con  la   manifestazione  della  Cgil  di  oggi,  la  lacerazione  a  sinistra  e  tra  i  sindacati  si  è  ulteriormente  accentuata.  Purtroppo,  ormai  è  chiara  la  mancanza  di  una  visione  politica  comune  tra  le  diverse  realtà  politiche  della  sinistra.  Dunque,  è   auspicabile  che  possa   iniziare  al  più  presto  possibile  un  confronto  politico  per  elaborare   una  strategia  comune   della  sinistra,  altrimenti   sarà  sempre  più  difficile  difendere  i   sacrosanti  diritti  dei  lavoratori  e  delle  fasce  sociali  più  deboli.  Solo  ragionando  sulle  cose  da  fare  si  potrà  superare  la  crisi  e  ritrovare  il  percorso  virtuoso  che   conduce  alla  giustizia  sociale.

Salvatore  Rondello

Pensionati, la maggioranza sono donne. Ma oltre la metà sotto i mille euro

Aspettativa di vita
ITALIA TRA I PAESI LEADER
L’Italia è al “quarto posto” dei Paesi Ocse per aspettativa di vita, con 82,6 anni nel 2015: è quanto afferma l’organismo internazionale per lo sviluppo e la cooperazione economica nel rapporto Panorama della Salute 2017. Per l’Ocse, questo solleva diverse sfide legate all’invecchiamento. Ad esempio, precisa, l’Italia ha il “secondo più alto tasso di demenza” tra i Paesi presi in esame, al 2,3% della popolazione nel 2017 e dovrebbe raggiungere il 3,4% entro il 2037. Il sistema sanitario in Italia offre una “copertura universale” e i costi sono generalmente “bassi” rispetto ad altri Paesi Ocse: è quanto afferma l’organismo per la cooperazione e lo sviluppo economico nel Panorama Salute 2017. Secondo l’Ocse, un numero “relativamente basso di italiani ha rinunciato ad una consultazione medica a causa del costo” (4,8%), mentre “i tempi di attesa per la chirurgia della cataratta sono più brevi rispetto alla maggior parte degli altri paesi equivalenti dell’Ocse”. Quanto all’assistenza sanitaria di base è “generalmente di alta qualità”. L’Italia realizza buoni risultati anche in termini di sopravvivenza al cancro e agli attacchi cardiaci acuti. La spesa sanitaria è pari a 3391 dollari a persona, leggermente inferiore alla media Ocse. Mentre il taglio del numero di posti letto negli ospedali è in “coerenza con una tendenza generale nell’insieme dei paesi Ocse”. Male, invece, il rapporto nel numero medici-infermieri: 1,4 infermieri per medico
In Italia “le disuguaglianze regionali destano ancora grande preoccupazione”: è quanto scrive l’Ocse nel Panorama Salute 2017. In un contesto di pesanti vincoli di bilancio dovuti alla crisi finanziaria – continua l’Ocse -l’Italia ha realizzato una riforma per ampliare i benefici dell’offerta sanitaria. Ma rimane una “preoccupazione rispetto alla capacità delle singole regioni di assicurare la fornitura dei servizi ampliati”. “Malgrado la copertura universale – avverte l’Ocse – le regioni meridionali sono storicamente meno in grado di fornire l’assistenza adeguata come definita al livello nazionale”. Il che contribuisce ad un “ampliamento delle disparità”.

Pensioni
PER GLI ITALIANI L’ASSEGNO DURA MENO DELLA MEDIA UE
Lieve apertura del Governo sulla possibilità di bloccare l’incremento dell’età pensionabile nel 2019 per chi svolge lavori gravosi: nell’ultimo incontro tecnico tra Governo e sindacati – hanno spiegato fonti sindacali – l’Esecutivo ha proposto di fissare il requisito contributivo per mantenere l’età di vecchiaia a 66 anni e sette mesi per 15 attività gravose (evitando quindi il passaggio a 67 anni) a 30 anni. In precedenza si era parlato invece dei requisiti per l’Ape (36 anni). Il lavoro gravoso per evitare l’aumento dell’età pensionabile deve essere stato svolto almeno in sette anni negli ultimi dieci prima dell’accesso alla pensione.
Una proroga dell’Ape social al 2019 ed un allargamento delle categorie previste con l’aggiunta di lavoratori agricoli, marittimi pescatori e siderurgici, “un’apertura” con un proposta sulle pensioni future, quelle dei più giovani e l’equiparazione tra pubblico e privato della fiscalità per la previdenza integrativa. Sono questi gli elementi che il governo dovrebbe ha messo sul tavolo della trattativa sulle pensioni con i sindacati. Elementi, già in parte emersi nei giorni scorsi e che indicherebbero un margine stretto per la trattativa. Come è noto infatti le richieste dei sindacati comprendevano interventi più ampi. Una proroga dell’Ape social al 2019 ed un allargamento era stato proposto nei giorni scorsi dal Pd con tre emendamenti alla manovra e prevedeva tra l’altro di estendere la platea a chi, avendo maturato almeno 30 anni di contribuzione, si trova in stato di disoccupazione senza indennità da almeno 3 mesi, a seguito di licenziamento, a prescindere dal tipo di rapporto di lavoro.
Gli italiani per fortuna godono di buona salute ed hanno un’ottima aspettativa di vita ma, visto il ritardo di 3 anni del momento di andare in quiescenza rispetto alla media europea, restano di fatto in pensione per una durata di tempo inferiore in confronto agli altri paesi Ue: gli uomini italiani percepiscono l’assegno pensionistico per una media di 16 anni e 4 mesi, 2 anni e 5 mesi in meno rispetto alla media europea, le donne per 21 anni e 7 mesi, 1 anni e 7 mesi in meno in confronto alla media europea.
Siamo praticamente all’ultimo posto tra le economie più avanzate della Ue e parecchio indietro il generale nella classifica della Ue a 28. A stilare la fotografia è stata la Uil alla vigilia del doppio incontro sul governo sulle pensioni: un’occasione per ribadire la contrarietà del sindacato all’ adeguamento automatico alle aspettative di vita. “Non c’è nessun motivo di aumentare l’età pensionabile in modo generalizzato, continuando a fare parti uguali tra diseguali”, ha ribadito il segretario confederale Domenico Proietti.

L’esperto
WELFARE AZIENDALE RISPOSTE A INEFFICIENZE SOCIALI
“Il welfare ‘privato’ è la risposta ad alcune inefficienze sociali dello Stato, tanto è vero che il governo ha previsto espressamente delle agevolazioni contributive e fiscali per chi introduce (aziende) e utilizza (i dipendenti) forma di welfare aziendali anziché retribuzione”. Lo ha recentemente affermato Simone Colombo, esperto di direzione del personale in outsourcing, che ha avvertito: “Come sempre in Italia, queste politiche funzionano per aziende strutturate, ma non sono una risposta semplice o di facile applicazione per aziende di dimensioni modeste, che però rappresentano il 90% del tessuto economico”.
“Il freno – ha ammesso – è anche culturale: se infatti alcune forme di welfare sono di competenza esclusiva delle aziende, si vedano le forme di assistenza sanitaria obbligatoria prevista dai contratti nazionali, poca cultura esiste per quanto riguarda le opportunità di spesa relative a istruzione, cultura o servizi di integrazione sociale. Inoltre, definire politiche di welfare per le aziende significa introdurre premi o mettere a disposizione dei dipendenti importi che vanno oltre le normali retribuzioni. Si tratta di un incentivo fondamentale per i lavoratori poiché i premi di produttività sono in diminuzione, spesso sono definiti ad personam e difficilmente, nelle aziende meno strutturate, i dipendenti hanno incrementi di stipendio nel corso della propria carriera oltre quelli previsti dai contratti nazionali”, ha sottolineato.
“Sostanzialmente possiamo affermare che i vantaggi sia per il dipendente che per le aziende che attivano il welfare aziendale sono molteplici: l’aumento della retribuzione reale del dipendente, che riceve il 100% del lordo, senza incidere sul costo del lavoro, con conseguente incremento della capacità d’acquisto; 100 euro di credito Welfare corrispondono a 100 euro di beni e servizi, per intenderci”, ha precisato Colombo. “A livello aziendale, i vantaggi più evidenti sono l’ottimizzazione dell’impatto fiscale, grazie alla possibilità di concedere ai dipendenti beni e servizi defiscalizzati, l’incremento della produttività dell’azienda stessa, la riduzione del turn over e l’incremento della capacità di attrarre e trattenere talenti, oltre a un miglioramento della reputazione interna e sul territorio”, ha concluso.

Ma la metà sotto i mille euro
MOLTE LE DONNE IN PENSIONE
Nel 2016 le donne rappresentano la maggioranza dei pensionati (52,7% pari a 8,5 milioni) ma percepiscono in media un importo mensile notevolmente inferiore a quello degli uomini: 1.137 contro 1.592 euro. Quasi la metà di loro (47,6%) beneficia di redditi pensionistici inferiori a mille euro, contro una quota che tra gli uomini non arriva ad un terzo (29,6%). E’ quanto si legge nel testo del Presidente Istat, Giorgio Alleva dal titolo Indagine conoscitiva sulle politiche in materia ,di parità tra donne e uomini depositato nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Affari Costituzionali della Camera.
Gli importi medi delle pensioni di titolarità maschile invece, si legge ancora, superano del 59,2% (15.523 euro contro 9.749) quelli destinati alle pensionate. Il vantaggio maschile scende al 40% (20.697 contro 14.780) se il confronto viene effettuato sul reddito pensionistico, ottenuto cioè, cumulando i più trattamenti di cui un pensionato può beneficiare.

Carlo Pareto

ESONERATI

pensione-gravosi-638x342Occhi puntati di nuovo sulla Manovra e ancora una volta al centro della questione le pensioni, andando un po’ contro gli avvisi dell’Europa che aveva invitato il Governo a riformare il sistema pensionistico italiano ‘troppo generoso’. Nel 2019 saranno esonerati dall’aumento dell’età pensionabile a 67 anni 14.600 persone impegnate in lavori ‘gravosi’, così si legge nella relazione tecnica all’emendamento del governo sulle pensioni con i sindacati.
In base all’emendamento, contenente nella Manovra che potrebbe così slittare in Aula del senato da lunedì a martedì, si prevede per il primo anno un costo di 100 milioni e nel triennio 2019-2021 quasi 385 milioni. L’adeguamento dell‘età pensionabile dal 2021 sarà calcolato ogni due anni tenendo conto della media dell‘aspettativa di vita del biennio precedente. “L‘eventuale riduzione della speranza di vita nel biennio di riferimento viene assorbita in riduzione dell‘adeguamento successivo”, spiega la norma.
Sul tema della previdenza complementare, l’intesa con i sindacati prevede l’introduzione di incentivi idonei per incrementare l’adesione dei lavoratori del settore pubblico attraverso la parificazione della tassazione sulle prestazioni al livello di quella dei privati; forme di adesione basate anche su sistemi di silenzio-assenso, come definite dalle parti istitutive dei Fondi, destinate ai pubblici dipendenti che saranno assunti in futuro.
Rispetto alle 11 categorie di “lavori gravosi” previsti dall’ape social diventano 15 le categorie tutelate e che vengono esentate dall’innalzamento automatico dell’età pensionabile a 67 anni dal 2019, sia per quanto riguarda le pensioni di vecchiaia che quelle di anzianità. Si aggiungono infatti quattro categorie, come anticipato dal governo al tavolo con i sindacati, che sono quelle degli gli operai dell’agricoltura, della zootecnica e pesca; i pescatori dipendenti o soci di cooperativa; lavoratori del settore siderurgico di prima e seconda fusione e lavoratori del vetro addetti a lavori ad alte temperature; marittimi imbarcati a bordo e personale viaggiante dei trasporti marini ed nelle acque interne.
Inoltre per rientrare nei requisiti bisogna avere svolto le mansioni gravose “da almeno sette anni nei dieci precedenti il pensionamento” e avere “una anzianità contributiva di almeno 30 anni”. È anche previsto che per i gravosi che saltano lo scatto del 2019 non si applichi “il vincolo di conseguire necessariamente il requisito anagrafico dei 67 anni dal 2021” previsto come clausola di salvaguardia dalla riforma Fornero. Quindi “il beneficio di 5 mesi” rimane “strutturale”.
Ma nel frattempo pesa sul Governo la lettera di Bruxelles in cui si mette sotto osservazione l’Italia per il mancato obiettivo di contenimento del deficit. In questo senso sono stati chiari i moniti dal vice presidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, e dal Commissario agli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, in cui si paventa uno scostamento rispetto agli obiettivi ed un rallentamento nell’iter delle riforme, in particolare quella sulle pensioni. “Noi pensiamo sia necessario che l’Italia resti fedele alle riforme, che le attui perché importante per la sostenibilità del bilancio a lungo termine e per il debito”. Tuttavia dal Dicastero di via XX settembre fanno sapere che non ci sarà una manovra correttiva in primavera. “Gli interventi proposti dal governo ai sindacati che saranno recepiti in emendamenti al disegno di legge di bilancio – spiega il ministero dell’Economia, Pier Carlo Padoan – tutelano le categorie che svolgono attività particolarmente gravose, senza però mettere a rischio la sostenibilità del sistema”.
“La lettera della Commissione europea sottolinea i grandi sforzi ed i risultati ottenuti” dall’Italia “in termini di riforme strutturali che stanno aiutando la crescita di lungo periodo”, afferma il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, in un’intervista al TG1. Sulle pensioni poi precisa che il meccanismo di adeguamento automatico oggi in vigore “avrebbe fatto saltare parametri che la Commissione europea ritiene fondamentali per il contenimento del debito”.

LO STRAPPO

sindacati

Oggi, al tavolo negoziale con il Governo, i sindacati non sono più uniti sulle pensioni. In merito al documento conclusivo con cui il governo ha chiuso la partita su sistema pensionistico e blocco dell’età pensionabile, la posizione più dura è quella della Cgil.

Il leader della CGIL, Susanna Camusso, durante la conferenza stampa al termine dell’incontro con l’esecutivo, ha affermato: “E’ stata un’occasione persa dal governo. La vertenza previdenziale per noi resta aperta e gli interventi fatti non chiudono il capitolo previdenziale. Per sostenere questo giudizio il prossimo 2 dicembre avremo una mobilitazione generale”.

Di segno decisamente opposto la posizione della Cisl. Annamaria Furlan ha commentato: “Diamo un giudizio positivo del percorso e del lavoro fatto e lo inseriamo in un altrettanto giudizio positivo sulla legge di bilancio”. Per la Uil, infine, sotto il profilo delle risorse, il lavoro fatto è stato il massimo. Il leader, Carmelo Barbagallo, ha detto: “Abbiamo aperto una breccia nella rigidità della riforma Fornero. Abbiamo messo a punto tutti i capitoli per intervenire. Evitiamo il gioco al massacro di chi fa di più e meglio. Siamo passati da 7 a 12 punti e se ci fossimo fermati prima non avremmo ottenuto quanto fatto. Il Parlamento è sovrano e se riusciranno a migliorare i capitoli mi fa piacere. Vigileremo che non li peggiorino”.

All’incontro con i sindacati, il governo ha messo sul tavolo delle pensioni un documento con delle nuove proposte, ma per la Cgil non è sufficiente. L’incontro si è concluso, quindi, senza una condivisione unitaria dei sindacati. Al tavolo delle trattative, per il governo oltre al premier Paolo Gentiloni, c’erano anche i ministri Madia, Padoan e Poletti, mentre per i sindacati c’erano i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Camusso, Furlan e Barbagallo.

Durante l’incontro, il premier Gentiloni ha detto: “Siamo convinti che nell’ambito di una Legge di Bilancio che già, pur con risorse limitate, viene incontro a numerose esigenze sociali e espresse dal mondo del lavoro, abbiamo messo insieme in queste tre settimane un pacchetto di misure molto rilevante e sostenibile. Dal nostro punto di vista è un buon risultato. Un risultato di cui la condivisione del mondo sindacale è requisito importante. Parliamo spesso dell’importanza del dialogo con le parti sociali, un dialogo che è forte quando produce risultati. Più sostegno il pacchetto avrà dalle forze sindacali, più sarà forte nel trovare spazio compiuto nella Legge di Bilancio. Il documento di sintesi del governo che vi abbiamo consegnato oggi contiene i contenuti che abbiamo illustrato nelle riunioni precedenti, con l’inserimento di alcuni elementi emersi nella discussione con i sindacati. Il dialogo sociale è forte nella misura in cui produce risultati. Riteniamo che la vostra adesione sarebbe un contributo molto positivo.  Sappiamo che ci sono posizioni e valutazioni differenziate tra di voi, di cui prenderemo atto. Il mio auspicio è che queste posizioni differenti rimangano in una dialettica non conflittuale. Ognuno è naturalmente padrone delle proprie scelte e decisioni. Per quanto riguarda questo pacchetto il governo si impegna a tradurlo in un emendamento alla legge di bilancio. Più forte sarà il sostegno delle organizzazioni sindacali, più forte sarà questo pacchetto di misure, e come si dice in gergo, più blindato sarà in Parlamento”.

Cgil, Cisl e Uil alla fine non hanno quindi firmato il documento formalizzato dall’esecutivo al termine di mesi di confronti, tavoli tecnici e vertici politici. Una soluzione voluta dal governo stesso che ha evitato così di sancire la spaccatura avvenuta sul documento tra i sindacati stessi. Invece la Camusso usa parole aspre: “Il documento sintetizza una posizione del governo e se la sottoscrive il governo stesso”. Diversamente la pensa la Furlan spiegando: “Il governo ha chiesto quale fosse la posizione dei sindacati sul suo documento finale e noi gliela abbiamo rappresentata”. A rappresentare la situazione, con la consueta ironia, è stato Carmelo Barbagallo: “Che avremmo dovuto fare? Uno firmava, uno ci metteva una mezza firma e un altro ancora non firmava?”.

Al termine dell’incontro, la  Cgil ha quindi chiesto un incontro urgente ai presidenti di tutti i gruppi parlamentari. Nella lettera inviata, si legge: “In vista del prossimo avvio dei lavori parlamentari sulla Legge di Bilancio siamo a richiedere un incontro urgente per poter esporre le nostre considerazioni e le nostre proposte in particolare sulle norme che riguardano il lavoro e la previdenza”.

Nella nuova proposta dell’esecutivo, sono stati inclusi anche i siderurgici di seconda fusione ed i lavoratori del vetro tra i lavori gravosi ed esclusi dall’aumento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2019. I requisiti per accedere al beneficio che resta confermato per le 15 categorie già individuate nei giorni scorsi restano di aver svolto un lavoro gravoso di almeno 7 anni negli ultimi 10 ed avere 30 anni di contributi.

Il governo ha offerto, inoltre, a Cgil Cisl e Uil, la prosecuzione prioritaria di un dialogo su come assicurare una pensione adeguata ai giovani. Nella nota dell’Esecutivo, si legge: “Il governo concorda sulla necessità di dare priorità alla discussione sui temi della sostenibilità sociale dei trattamenti pensionistici destinati ai giovani al fine di assicurare l’adeguatezza delle pensioni medio-basse nel regime contributivo , con riferimento sia alla pensione anticipata che a quella di vecchiaia”. Così l’esecutivo ha confermato, in sostanza, il percorso tracciato con i sindacati nel 2016 sulla necessità di proseguire un dialogo nel rispetto dei vincoli di bilancio e della sostenibilità di medio e lungo periodo della spesa pensionistica e del debito.

Nella nota si legge anche: “Allargamento dei requisiti di accesso alla prestazione per le lavoratrici con figli al fine di avviare il processo di superamento delle disparità di genere e dare un primo riconoscimento al valore sociale del lavoro di cura e maternità svolto dalle donne”. Questo è stato l’impegno per il 2018 che il governo avrebbe formalizzato relativamente all’Ape social nel documento presentato a Cgil Cisl e Uil unitamente alla garanzia che sempre per il prossimo anno avrebbe ampliato la platea alle nuove categorie di attività gravose. Il documento, inoltre, conferma , con l’obiettivo di consentire in prospettiva la messa a regime dell’Ape social al termine della sperimentazione, l’accantonamento in un apposito fondo dei risparmi di spesa, come eventualmente accertato nel 2019 attraverso la rideterminazione delle previsioni di spesa nell’ambito dei limiti di spesa programmati.

Anche i sindacati siederanno nella Commissione che studierà, ai fini dei una rilevazione scientifica anche in relazione all’anzianità anagrafica dei lavoratori, la gravosità delle attività lavorative e che dovrà concludere i lavori entro il 30 settembre 2018. La Commissione tecnica sarà presieduta dall’Istat e sarà composta da rappresentanti del Ministero dell’Economia, del Lavoro, della Salute, di Inps, di Inail con la partecipazione di esperti indicati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative dei datori di lavoro e dei sindacati.

Dunque, come si legge nel documento dell’esecutivo, il Governo ha accolto quasi tutte le osservazioni fatte dalla CGIL nell’incontro di sabato scorso, ma la Camusso continua a dire di no. In realtà, è stato il Governo ad offrire delle opportunità ai sindacati, ma che la CGIL non ha saputo o voluto cogliere.

Salvatore Rondello

Pensioni, Cgil Cisl e Uil su posizioni diverse

sindacati

Cgil Cisl e Uil si trovano su posizioni diverse dopo la nuova proposta del Governo  sul pacchetto di misure previdenziali. Sabato il Governo ha esteso l’esclusione dall’innalzamento dell’età pensionabile, a 67 anni dal 2019, a 15 categorie di lavori gravosi. All’inizio del confronto, le categorie di lavori gravosi da escludere erano quattordici. Il confronto viene aggiornato a domani, ma l’ipotesi di un accordo con tutte e tre le sigle sindacali resta lontana. Non sono bastate infatti le due carte che l’esecutivo ha messo sul tavolo, lo stop all’innalzamento dell’età per le 15 categorie individuate anche per il criterio dell’anzianità e la costituzione di un fondo per rendere strutturale l’ape sociale, a piegare le resistenze della Cgil e a sciogliere i dubbi della Uil. Decisamente più propensa al via libera la Cisl, che ritiene comunque necessari alcuni chiarimenti.

Proprio Cisl e Uil, secondo quanto riferito da fonti di governo, avrebbero avanzato la richiesta di tempi supplementari per poter continuare a lavorare per l’accordo. Richiesta accolta dal Governo, che ritiene comunque di aver fatto tutto il possibile, nel quadro delle poche risorse disponibili. La sintesi l’ha fatta il ministro dell’Economia  Pier Carlo Padoan. “Il governo ritiene di aver fatto importanti sforzi e accoglie con rammarico il fatto che i sindacati abbiano opinioni diverse sulla bontà del pacchetto : la Cisl ha espresso una posizione di condivisione importante, la Cgil una posizione di segno opposto e una posizione intermedia è arrivata dalla Uil”.

Il premier Paolo Gentiloni, in apertura di confronto, ha già chiarito il perimetro della discussione: “Vi chiediamo di sostenere questo pacchetto, perché noi lo difenderemo nella misura in cui voi lo sosterrete. Il governo non si limita a recepire le indicazioni sull’aspettativa di vita ma prende atto dell’utilità di alcuni interventi mirati. Noi abbiamo fatto un investimento su questo tavolo, attribuendogli un ruolo importante”.

La nuova proposta del Governo prevede l’estensione delle esenzioni delle categorie definite gravose anche alle pensioni di anzianità (e non solo alle pensioni di vecchiaia) e l’istituzione di un fondo per i potenziali risparmi di spesa con l’obiettivo di consentire la proroga e la messa a regime dell’APE sociale. Il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, ha spiegato: “In campo c’è un impegno molto significativo da parte del governo che si inserisce nel percorso iniziato con il verbale sulla previdenza sottoscritto con i sindacati. Il Governo ha implementato le proposte coerentemente con quell’impegno”.

Diversa la valutazione del leader della Cgil, Susanna Camusso, che ha dichiarato: “Dal punto di vista degli impegni assunti dal governo nel settembre 2016 rispetto alla fase due, le distanze mi paiono evidenti. Il governo non dimostra nessuna disponibilità su quello che avevamo chiesto. In particolare, sui giovani e sulle donne. C’è un quadro di grande distanza rispetto agli impegni presi. Quindi, la nostra valutazione di grande insufficienza viene confermata, siamo davanti a un quadro che non risponde alle nostre richieste”. Al contrario, il segretario generale Cisl Anna Maria Furlan, ha sostenuto: “I due nuovi aspetti aggiunti oggi dal presidente Gentiloni sono assolutamente importanti e di non poco conto, coerenti con l’impostazione ed il metodo che ci eravamo dati nella prima parte dell’accordo sulla previdenza. E, anche se servono chiarimenti e correzioni, al termine della legislatura, è assolutamente importante portare a compimento l’intesa sulla previdenza che avevamo condiviso”.

Intermedia la posizione della Uil. Il segretario, Carmelo Barbagallo, ha sostenuto: “Nella proposta del governo ci sono delle incongruenze ma ci sono anche delle luci: dobbiamo sfruttare fino all’ultimo momento per ottenere di più dalla trattativa”.

La CGIL ha rincarato la dose. Susanna Camusso ha scandito: “Trovare la quadra non è scontato, e in ogni caso non sarà affatto semplice. Senza correzioni su giovani e donne la Cgil non firmerà l’accordo con il governo sulle pensioni. Il sindacato mantiene il punto perché le proposte fatte finora dall’esecutivo mettono una pietra tombale sull’idea di cambiare un sistema che non è equo. Comunque non è certo da questo che dipende il futuro della sinistra”. E mentre la leader Cisl Annamaria Furlan parla di risultati importanti e giudica sbagliato l’atteggiamento della Cgil, la Uil continua nel suo ruolo di ‘pontiere’ auspicando da un lato, come ha detto Carmelo Barbagallo, più attenzione a donne e giovani e dall’altro manifestando la necessità di mantenere l’unità sindacale. La partita pensioni, insomma, è complessa più che mai, anche perché si gioca su più fronti, indissolubilmente legati tra loro. C’è il tema squisitamente tecnico, legato alle (poche) risorse che il governo può mettere sul piatto e che difficilmente supereranno i 300 milioni a regime promessi finora. Ma c’è anche il fronte politico, con i partiti già in campagna elettorale e ormai chiaramente schierati. Il Mdp che mantiene i suoi distinguo e boccia come insufficiente la proposta del governo, Salvini pronto a portare la Lega in piazza con la Cgil, Berlusconi che promette l’aumento delle pensioni minime e un ministero ad hoc per la terza età. Inoltre c’è il rischio di un assalto alla manovra. Al Senato i numeri, specie in commissione Bilancio, restano risicati. Sullo sfondo c’è il terzo fronte, quello con l’Unione europea, che guarda con la massima attenzione, ed apprensione, a ogni minimo movimento attorno al sistema previdenziale e che già ha il suo da fare a definire la posizione da prendere nei confronti dell’Italia. Il programma di bilancio di Roma, nelle valutazioni di Bruxelles, si scosterebbe dai parametri concordati e potrebbe comportare intanto un giudizio ‘sospeso’ seguito, nella peggiore delle ipotesi, dalla richiesta di misure aggiuntive. La prossima settimana sarà quella clou. Le pagelle della Commissione arriveranno mercoledì. Nel frattempo martedì, nel nuovo round con i sindacati, il governo cercherà di portare a casa l’accordo almeno con Cisl e Uil, anche se ancora non è persa la speranza di fare rientrare anche la Cgil. Molto difficile che si possa accogliere la richiesta di prendere un impegno concreto sulle future pensioni dei giovani perché, si ragiona in ambienti di governo, in questo momento non ci sono né le risorse né la forza politica necessarie per andare a Bruxelles a spiegare che si sta riformando il sistema contributivo. Anche se i costi non sono tema di oggi, come ripete Susanna Camusso, ma scattano tra 15 anni, la tenuta del sistema pensionistico viene invece valutata nel medio-lungo periodo e quindi anche la minima modifica deve avere il benestare dei cerberi dei conti europei. Se saltasse l’accordo non è nemmeno detto che il governo darebbe seguito a tutte le proposte presentate ai sindacati. Senza intesa, peraltro, sarebbe anche più complicato contenere le pressioni parlamentari, con l’esame della legge di Bilancio che entrerà nel vivo sempre da martedì. Gli emendamenti sulle pensioni sono numerosi, e vanno dalla richiesta di rinvio tout court del decreto direttoriale che sancirà l’aumento di 5 mesi dell’età dal 2019 riproposto da Mdp, alla tutela per i caregiver, che sta raccogliendo consenso bipartisan, alla proroga dell’Ape social suggerita dal Pd, che ha presentato una proposta che vale 70 milioni per questo capitolo, ma si allarga anche a correggere i requisiti per l’acceso dei disoccupati e di chi è stato impegnato in lavori gravosi, andando quindi oltre quanto prospettato dal governo ai sindacati.

Salvatore Rondello

Inps, come funziona la CIGS. Pensioni: Consulta, legittimo bonus sulle perequazioni

Inps
CASSA INTEGRAZIONE GUADAGNI STRAORDINARIA

Il trattamento di cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs) è un ammortizzatore sociale, concesso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ed erogato dall’Inps, avente la funzione di sostituire e/o integrare la retribuzione dei lavoratori sospesi o a orario ridotto di aziende in situazione di difficoltà produttiva o per consentire alle stesse di sostenere processi di riorganizzazione o qualora abbiano stipulato contratti di solidarietà.
Sono destinatari della Cigs i lavoratori subordinati, compresi gli apprendisti qualora dipendenti di imprese per le quali trovano applicazione solo le integrazioni salariali straordinarie e limitatamente alla causale di intervento per crisi aziendale, con esclusione dei dirigenti e dei lavoratori a domicilio, che siano alle dipendenze di un’azienda destinataria della normativa Cigs e possiedano almeno 90 giorni di anzianità di effettivo lavoro alla data di presentazione della domanda presso l’unità produttiva per la quale è richiesto il trattamento.
L’intervento straordinario di integrazione salariale può essere richiesto quando la sospensione o la riduzione dell’attività lavorativa sia determinata da una delle seguenti causali:
riorganizzazione aziendale;
crisi aziendale, esclusi i casi di cessazione dell’attività produttiva dell’azienda o di un ramo di essa (dal 1° gennaio 2016);
contratti di solidarietà.
Nell’ipotesi di riorganizzazione aziendale, per ciascuna unità produttiva la durata massima è pari a 24 mesi, anche continuativi, in un quinquennio mobile.
In caso di crisi aziendale, per ciascuna unità produttiva il trattamento straordinario di integrazione salariale può avere una durata massima di 12 mesi, anche continuativi. Una nuova autorizzazione non può essere concessa prima che sia decorso un periodo pari a due terzi di quello relativo alla precedente autorizzazione.
Nell’ipotesi di stipula di contratti di solidarietà, per ciascuna unità produttiva il trattamento straordinario di integrazione salariale può avere una durata massima di 24 mesi, anche continuativi, in un quinquennio mobile.
Sussiste comunque un limite massimo complessivo (articolo 4, d.lgs. 14 settembre 2015, n. 148) in base al quale, per ciascuna unità produttiva, la somma dei trattamenti ordinari e straordinari di integrazione salariale autorizzati non può superare la durata massima complessiva di 24 mesi in un quinquennio mobile.
Per le imprese del settore edilizia e le imprese che svolgono attività di escavazione e di lavorazione di materiali lapidei, la durata massima complessiva della cassa ordinaria e straordinaria è stabilita in 30 mesi per ciascuna unità produttiva.
Inoltre, ai fini del calcolo della suddetta durata massima complessiva, la durata dei trattamenti per la causale di contratto di solidarietà viene computata nella misura della metà per la parte non eccedente i 24 mesi e per intero per la parte eccedente.
Il trattamento di integrazione salariale ammonta all’80% della retribuzione globale che sarebbe spettata al lavoratore per le ore di lavoro non prestate, comprese fra le ore zero e il limite dell’orario contrattuale.
L’importo del trattamento di cui al comma 1 è soggetto alle disposizioni di cui all’articolo 26 della legge 28 febbraio 1986, n. 41, e non può superare per l’anno 2016717 gli importi massimi mensili rapportati alle ore di integrazione salariale autorizzate e per un massimo di dodici mensilità, comprensive dei ratei di mensilità aggiuntive. I limiti sono: 971,71 euro (importo lordo), quando la retribuzione mensile di riferimento per il calcolo del trattamento, comprensiva dei ratei di mensilità aggiuntive, è pari o inferiore a euro 2.102,24; 1.167,91 euro (importo lordo), quando la retribuzione mensile di riferimento per il calcolo del trattamento, comprensiva dei ratei di mensilità aggiuntive, è superiore a 2.102,24 euro.
Con effetto dal 1° gennaio di ciascun anno, a decorrere dall’anno 2016, gli importi massimi del trattamento salariale, nonché la retribuzione mensile di riferimento sopra indicati sono aumentati nella misura del 100% dell’aumento derivante dalla variazione annuale dell’indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e impiegati.
Gli importi massimi devono essere incrementati, in relazione a quanto disposto dall’articolo 2, comma 17, della legge 28 dicembre 1995, n. 549, nella misura ulteriore del 20% per i trattamenti di integrazione salariale concessi in favore delle aziende del comparto edile e lapideo per intemperie stagionali.
Il lavoratore che svolga attività di lavoro autonomo o subordinato durante il periodo di integrazione salariale non ha diritto al trattamento per le giornate di lavoro espletate. Il divieto di cumulo (circolare Inps 4 ottobre 2010 n. 130) si riferisce anche alle attività iniziate prima del collocamento del lavoratore in cassa integrazione.
Il lavoratore decade dal diritto all’integrazione salariale qualora non provveda a dare tempestiva comunicazione alla sede territoriale Inps sullo svolgimento dell’attività lavorativa. Ai fini di tale comunicazione valgono le comunicazioni obbligatorie rilasciate direttamente dal datore di lavoro (circolare Inps 6 maggio 2015 n. 57). Tale disciplina semplificatoria viene estesa anche alle comunicazioni a carico delle imprese fornitrici di lavoro temporaneo, valide quindi anch’esse ai fini dell’assolvimento degli obblighi di comunicazione dello svolgimento di altra attività lavorativa durante le integrazioni salariali.
Secondo quanto previsto dall’articolo 7, comma 3, decreto legislativo 148/2015, a pena di decadenza, l’azienda deve conguagliare le integrazioni corrisposte ai lavoratori entro sei mesi dalla fine del periodo di paga in corso alla scadenza del termine di durata della concessione o dalla data del provvedimento di concessione, se successivo. Per i trattamenti conclusi prima della data di entrata in vigore del decreto legislativo citato, i sei mesi decorrono da tale data. Per “provvedimento di concessione” si intende la delibera dell’Inps territorialmente competente per quanto riguarda le integrazioni salariali ordinarie, e il decreto ministeriale per le integrazioni salariali straordinarie.

Istat
4,2 MILIONI DI IMPRESE ATTIVE NEL 2015

Nel 2015 le imprese attive nell’industria e nei servizi di mercato sono 4,2 milioni e occupano 15,7 milioni di addetti, di cui 10,9 milioni dipendenti. Il valore aggiunto raggiunge i 716 miliardi di euro. Le imprese organizzate in gruppi sono 214.711, occupano 5,3 milioni di addetti, di cui 5,2 milioni dipendenti, con una dimensione media di 24,8 addetti. Lo rileva l’Istat nel Report sui risultati economici delle imprese. Per il secondo anno consecutivo cresce il valore aggiunto nell’industria e nei servizi di mercato (+4%), in accelerazione rispetto al +1,5% del 2014 grazie alla maggiore crescita del fatturato (+1,2%) rispetto ai costi intermedi (+0,6%).
Anche gli investimenti sono in espansione ma l’incremento è più contenuto (+2,7% dopo il +7,3% nel 2014 sul 2013). Il margine operativo lordo è in decisa crescita (+5,8%), con un contestuale incremento dal 26,8% al 28,3% dell’incidenza dei profitti lordi sul valore aggiunto.
Le imprese organizzate in gruppi generano il 55,3% del valore aggiunto dell’industria e dei servizi e conseguono risulti economici più elevati della media: rispetto al 2014 l’aumento del valore aggiunto è del 5,1% e quello del margine operativo lordo del 7,6%. Questi risultati sono determinati da una maggiore capacità di espansione delle vendite cui si associa una crescita più sostenuta dei costi intermedi e del lavoro rispetto alle imprese non appartenenti a gruppi, continua l’Istat.
L’importanza del fattore dimensionale e dell’organizzazione in gruppo per la performance di crescita tra il 2015 e il 2014 è confermato anche dai risultati delle grandi imprese che registrano una crescita del valore aggiunto del 6,3% e del margine operativo lordo del 9,1%. L’81,5% delle grandi imprese è infatti organizzato in gruppo, impiega il 90% di addetti e realizza il 95,3% del valore aggiunto delle imprese con 250 e più addetti. Le imprese di medie e grandi dimensioni hanno trainato la performance del sistema produttivo tra il 2014 e il 2015: rappresentano quasi il 50% del valore aggiunto complessivo ma spiegano il 68,3% della sua crescita. Il settore dei servizi, con il 78,2% di imprese e due terzi degli addetti totali, registra una crescita del valore aggiunto lievemente superiore alla media (+4,6%), prosegue l’Istat.
Nell’industria in senso stretto, il valore aggiunto aumenta a un tasso inferiore rispetto alla media nazionale (+3,5%) mentre la crescita è sostenuta per il margine operativo lordo (+6,4%) -prosegue l’Istat-. Gli investimenti crescono del 12% nelle imprese con 20 e più addetti e solo dell’1,2% in quelle con 10-19 addetti; sono invece in marcata flessione nelle imprese con meno di 10 addetti (-18,7%). La produttività nominale del lavoro, in crescita del 3,3%, è pari in media a oltre 45mila euro. Le imprese appartenenti a gruppi risultano più produttive di quelle indipendenti (quasi 75mila euro). Anche nell’ambito dei gruppi si rilevano significative differenze: la produttività media è più alta nei gruppi multinazionali (quasi 88mila euro in quelli con vertice residente all’estero e quasi 87mila euro per quelli con vertice residente in Italia) rispetto ai gruppi domestici (oltre 55mila euro).
La produttività mediana delle grandi imprese è pari a 76mila 400 euro, quasi quattro volte quella della classe di imprese con meno di 10 addetti (19mila 400 euro). L’eterogeneità nei livelli di produttività è più elevata fra le imprese appartenenti a gruppi rispetto alle imprese indipendenti. I differenziali di produttività fra le imprese del Nord e del Centro e quelle del Mezzogiorno sono ancora consistenti in tutti i settori di attività economica. Il divario è massimo nell’industria in senso stretto: il valore aggiunto per addetto si attesta a 72mila 300 euro al Nord-ovest e a 50mila 200 euro nel Mezzogiorno, conclude l’Istat.

Istat
SI ALLUNGA L’ASPETTATIVA DI VITA, IN PENSIONE A 67 ANNI

Si allunga l’aspettativa di vita: all’età di 65 anni, arriva a 20,7 anni per il totale dei residenti, crescendo di cinque mesi rispetto a quella registrata nel 2013. Lo rileva l’Istat. Quindi sulla base delle regole attuali l’età per la pensione di vecchiaia dovrebbe arrivare a 67 anni nel 2019.
In una nota unitaria, Cgil, Cisl e Uil chiedono ‘il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita previsto per il 2019 e l’avvio del confronto per una modifica dell’attuale meccanismo per superare e differenziare le attuali forme di adeguamento, tenendo conto anche delle diversità nelle speranze di vita e nella gravosità dei lavori’.
Cala la mortalità: nel 2016 sono stati registrati oltre 615 mila decessi tra i cittadini residenti, 32 mila in meno del 2015 (-5%). In rapporto alla popolazione, nel 2016 sono deceduti 10,1 individui ogni mille abitanti, contro i 10,7 del 2015. La riduzione nel numero di morti risulta omogenea sul territorio, anche se risulta più ampia nel Nord-ovest (-5,6%) e nel Sud (-5,7%).
I più longevi in Italia sono gli abitanti del Trentino Alto-Adige, quelli meno longevi invece i campani: è quanto certifica l’Istat nel report sugli indicatori di mortalità della popolazione residente relativi al 2016. Sono 2,7 gli anni che separano le donne residenti in Trentino-Alto Adige, le più longeve nel 2016 con 86,1 anni di vita media, dalle residenti in Campania che con 83,4 anni risultano in fondo alla graduatoria. Tra gli uomini il campo di variazione è più contenuto ed è pari a 2,3 anni, ossia alla differenza che intercorre, come tra le donne, tra la vita media dei residenti in Trentino-Alto Adige (81,2) e i residenti in Campania (78,9).
Lo scatto di età è automatico, ecco la legge  – E’ da quasi un decennio che in Italia l’età pensionabile è in linea di principio collegata, praticamente in automatico, all’aspettativa di vita. La regola è stata stabilita, infatti, per la prima volta in una manovra estiva del 2009, poi rivista negli anni, passando per il ‘Salva-Italia’ di Monti-Fornero. La sostanza però non cambia: l’uscita dal lavoro va di pari passo con l’allungamento dell’aspettativa di vita. Il meccanismo agisce su tutti i lavoratori, sia privati che pubblici. L’aggiornamento è previsto ogni tre anni e dal 2019 ogni due. Si può adeguare solo al rialzo, non vale il contrario: se cala la speranza di vita l’età per la pensione di vecchiaia non scende. In caso quindi l’età resta congelata. L’aggiustamento viene fatto in base ai dati, agli indici demografici, che fornisce l’Istat. Si guarda precisamente alla speranza di vita a 65 anni. Le variazioni, calcolate in mesi, vengono trascinate sul requisito minimo per ritirarsi dal lavoro. Il tutto passa per un decreto ministeriale (Mef e Lavoro), direttoriale, che prende atto dei mesi guadagnati. Provvedimento, di natura amministrativa, che va varato 12 mesi prima dell’aggiornamento dell’asticella. L’età per la pensione di vecchiaia è stata già rivista due volte: nel 2013, aumentata di tre mesi, e nel 2016, salita di quattro arrivando a 66 anni e sette mesi per gli uomini (65 anni e sette mesi per le dipendenti del settore privato). E a bocce forme, se nulla cambia a livello normativo, dal 2019 si alzerà ancora, di cinque mesi, toccando i 67 anni tondi. C’è da dire che la riforma Fornero contiene una ‘clausola di salvaguardia’ per cui l’aumento dell’età a 67 anni scatterebbe comunque, a partire dal 2021.

Pensioni
CONSULTA, LEGITTIMO BONUS SULLE PEREQUAZIONI

Il bonus Poletti sulle perequazioni pensionistiche è legittimo. Lo ha deciso la Corte Costituzionale che ha respinto le censure di incostituzionalità sollevate, ritenendo che la norma “realizzi un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica”.
La Corte costituzionale – si legge nel comunicato diffuso dalla Corte al termine dalla camera di consiglio, che si è aperta stamani alle 9.30 – ha respinto le censure di incostituzionalità del decreto-legge n. 65 del 2015 in tema di perequazione delle pensioni, che ha inteso “dare attuazione ai principi enunciati nella sentenza della Corte costituzionale n. 70 del 2015”. La Corte ha ritenuto che – diversamente dalle disposizioni del “Salva Italia” annullate nel 2015 con tale sentenza – la nuova e temporanea disciplina prevista dal decreto-legge n. 65 del 2015 realizzi un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica.

Inps
-509MILA COLLABORATORI DAL 2012

Ancora in calo i parasubordinati, per effetto del crollo del numero dei collaboratori, a fronte invece di un leggero aumento dei professionisti. I parasubordinati, che versano i contributi alla gestione separata Inps, nel 2016 sono 1 milione 244 mila, contro 1 milione 434 mila del 2015 (-13,3%) e 1 milione e 721 mila del 2012: da allora -477 mila (-27,7%).
Il calo, come si evince dalle tabelle Inps recentemente rese note, è imputabile ai collaboratori, 917 mila nel 2016 contro 1 milione 111 mila del 2015 (-17,5%) e 1 milione 426 mila del 2012: -509 mila (-35,7%), dopo la legge Fornero, il Jobs act e gli sgravi per le assunzioni stabili.

Carlo Pareto

Pensioni, governo e sindacati verso il round finale

sindacati governo pensioni

Oggi, dovrebbe essere il giorno decisivo sul confronto tra governo e sindacati sull’adeguamento delle pensioni alla speranza di vita. La scorsa settimana, il governo ha già fatto un’apertura ad alcuni correttivi da inserire nel disegno di legge di Bilancio all’esame del Senato con la possibilità di esentare dal prossimo adeguamento 15 categorie professionali di lavoratori dipendenti che svolgono mansioni particolarmente gravose (11 delle quali già all’interno del perimetro di tutela dell’Ape sociale più altre quattro: siderurgici, agricoli, marittimi e pescatori).

Invece, i sindacati premono per ampliare ulteriormente la platea e che vorrebbero congelare a quota 66 anni e 7 mesi l’età necessaria per andare in pensione. I dati comunicati dall’Istat a fine ottobre prevedono infatti un rialzo di cinque mesi dell’età pensionabile nel 2019. Pertanto, l’età di vecchiaia passerebbe da 66 anni e 7 mesi a 67 anni, mentre il requisito contributivo per la pensione anticipata passerebbe dagli attuali 42 anni e 10 mesi a 43 anni e 3 mesi.

I sindacati insistono, ma il governo vorrebbe resistere. Per Palazzo Chigi l’offerta è già un bel passo in avanti rispetto all’attuale legislazione. Insomma, è piuttosto improbabile che ci si possa muovere dallo schema delle 15 categorie. Margini per il negoziato comunque ci sono, ma non è detto che non sia necessario un nuovo incontro tra le parti.

Del pacchetto di possibili correttivi che sarà portato al tavolo dal governo farà parte anche la revisione dal 2021 su base biennale (in media) del meccanismo di adeguamento dell’età alla speranza di vita. Sul versante delle deroghe allo stop dell’aumento dell’età pensionabile sarà confermata l’istituzione di una Commissione tecnica per studiare la possibilità di realizzare nuove stime sull’aspettativa di vita legate alle mansioni svolte. Ne farebbero parte Inps, Inail, Istat e i ministeri del Lavoro, dell’Economia e della Salute.

Nei giorni scorsi, il Pd ha proposto tre emendamenti alla manovra per estendere la platea a chi, avendo maturato almeno 30 anni di contribuzione, si trova in stato di disoccupazione senza indennità da almeno 3 mesi, a seguito di licenziamento, a prescindere dal tipo di rapporto di lavoro.

E’ vero che gli italiani godono di buona salute ed hanno un’ottima aspettativa di vita, ma è anche vero che restano in pensione per una durata di tempo inferiore rispetto agli altri Paesi dell’UE per il ritardo di 3 anni all’accesso alla pensione rispetto alla media dell’Ue. Gli uomini italiani percepiscono l’assegno pensionistico per una media di 16 anni e 4 mesi, cioè 2 anni e 5 mesi in meno rispetto alla media europea. Le donne restano in pensione per 21 anni e 7 mesi, 1 anno e 7 mesi in meno rispetto alla media europea.

Praticamente, l’Italia è all’ultimo posto tra le economie più avanzate della Ue e resta molto indietro nella classifica della Ue a 28. A stigmatizzare questa fotografia è la Uil alla vigilia del doppio incontro con il governo sulle pensioni. L’occasione viene colta per argomentare la contrarietà del sindacato all’adeguamento automatico alle aspettative di vita. Il segretario Confederale, Domenico Proietti, ha ribadito: “Non c’è nessun motivo di aumentare l’età pensionabile in modo generalizzato, continuando a fare parti uguali tra diseguali”.

Indubbiamente, se negli altri Paesi dell’UE (Austria, Belgio, Francia, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia), a parità di speranza di vita o con una speranza di vita migliore, i lavoratori possono andare in pensione almeno due anni prima senza creare problemi al bilancio dello stato o alla tenuta dei conti previdenziali, significa che andrebbe fatta qualche riflessione sulla struttura del sistema Italia.

Salvatore Rondello

Braccio di ferro sulle pensioni

tavolo-pensioniDiversamente dalle intenzioni dei sindacati, la Banca d’Italia ribadisce la necessità di non fare passi indietro nella riforma delle pensioni. Secondo l’Istituto Centrale sarebbe un atto cruciale per mettere in luce migliore i conti e per la loro sostenibilità. Il vice direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, durante l’audizione davanti alle commissioni congiunte Bilancio di Camera e Senato a Palazzo Madama, nel secondo giorno degli incontri tra governo e sindacati sulle pensioni, ha detto: “La necessità di mantenere, preservare, difendere l’equilibrio pensionistico di lungo periodo è una priorità assoluta. Questo non vuol dire che non ci possano essere aggiustamenti sui singoli casi ma l’importante è preservare la stabilità complessiva. L’attuale sistema è un elemento chiave, che contribuisce nel lungo periodo a mettere le finanze pubbliche italiane in una luce migliore che si potrebbe avere guardando alla sola dimensione debito. Il paese deve assicurare la sostenibilità dei conti.

Gli interessi che l’Italia paga sul debito pesano sull’economia in maniera notevole e riducono i margini per interventi di politica economica. Ne consegue la necessità, approfittando del periodo congiunturale favorevole, di intervenire sul risanamento della finanza pubblica”. In audizione al Senato sulla manovra, oggi c’è stato anche il presidente della Corte dei Conti Arturo Martucci di Scarfizzi che ha detto: “Per tutelare gli equilibri di fondo della finanza pubblica eventuali interventi sulle pensioni vanno disegnati in maniera tale da limitare la platea dei destinatari alle situazioni di effettivo disagio, anche per minimizzare gli ovvi effetti di frammentazione che finiscono per produrre. Misure come l’Ape sociale, sottolinea, vanno articolate in modo chiaro per favorirne la celere implementazione”.

Si fa sempre più in salita il percorso dei sindacati che vorrebbero l’ampliamento maggiore possibile della platea di lavoratori da esentare dall’adeguamento automatico dell’età pensionistica. Il Governo, dunque, si trova sempre più tra l’incudine ed il martello, tra l’esigenza di provvedimenti popolari con le elezioni sempre più vicine oppure con una misura stabilizzante nel lungo periodo che soddisfa la ‘ragion di stato’ ma che sicuramente è impopolare. La posta in palio è dunque molto alta per i possibili riflessi sul risultato elettorale.

Salvatore Rondello

Pensioni. Confronto in salita governo sindacati

sindacati governo pensioni

Non parte bene il confronto tra governo e sindacati sulle pensioni. Si tratta del primo tavolo tecnico sul nodo dell’innalzamento dell’età pensionabile legato all’aspettativa di vita, che senza interventi porterà a 67 anni per tutti l’uscita a partire dal 2019. Meccanismo che i sindacati chiedono di fermare e rivedere. Sul tavolo la possibilità di bloccare quota 67 per i lavori gravosi e di modificare il sistema di calcolo. Per i sindacati ci sono i segretari confederali Roberto Ghiselli (Cgil), Gigi Petteni (Cisl) e Domenico Proietti (Uil). “I lavori non sono tutti uguali, bisogna differenziare settore per settore e all’interno di ogni settore” il riferimento all’aspettativa di vita, ha sottolineato Proietti, arrivando all’incontro. Per questo “il governo ci porti i dati. Noi ci mettiamo il massimo di impegno e di volontà, possiamo riunirci ad oltranza. Si è perso tempo in questi mesi”, ha aggiunto il segretario confederale della Uil, insistendo sul fatto che “i soldi ci sono: c’è un miliardo risparmiato sui lavori usuranti, un altro miliardo sugli esodati e ci sono 3,5 miliardi dal fondo per il lavoro di cura. Serve la volontà politica per utilizzare una parte di queste risorse”.

“Vedremo se ci sorprenderanno con dati puntuali” sulla base dei quali poter “fare subito la discussione”, ha affermato Ghiselli. Bisogna “ridiscutere completamente il meccanismo”, ha insistito. Se non ci saranno le condizioni e le risposte entro i tempi fissati del confronto, che vedrà il 13 novembre il tavolo ‘politico’, “chiederemo lo slittamento” del decreto direttoriale atteso entro il 31 dicembre, che certificherà l’adeguamento all’aspettativa di vita (cinque mesi in più) portando l’età a 67 anni dal 2019. Tanto che Ghiselli a fine incontro afferma che si è trattato di un incontro “partito in salita. Intanto abbiamo appurato che non c’è la volontà di discutere in questa sede dei temi della ‘fase due’ della previdenza. E abbiamo appurato che non esistono dati, ricerche, statistiche utili al ragionamento sull’aspettativa di vita in rapporto al lavoro svolto”.

Il segretario generale della Cgil Susanna Camusso arrivando in Senato per l’audizione sulla manovra fa trapelare il proprio pessimismo. “Potremmo passare il pomeriggio a studiare gli emendamenti sul rinvio, in questo momento è più interessante delle non risposte che sta dando il governo”. Anche la Uil parla di strada in salita. “Il governo non vuole affrontare nell’insieme i temi della fase due sulla previdenza”, relativi in particolare alle donne e ai giovani. Afferma il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti . “Ci propongono solo di soffermarci sull’esame dell’aspettativa di vita, rispetto alla quale non hanno avanzato una proposta dettagliata, si riservano di farlo nell’incontro previsto per domani e di proseguire mercoledì. Per noi – ha sottolineato – ci vuole uno sforzo per rispondere alle reali attese dei lavoratori, quindi domani alla proposta che ci verrà presentata faremo delle osservazioni di merito, nella direzione di arrivare per i lavori gravosi e faticosi ad una non incidenza dell’aumento dell’aspettativa di vita”. Rispetto alle considerazioni dell’Istat sulla necessità di un progetto ad hoc per differenziare l’aspettativa di vita in base ai lavori, “noi abbiamo accettato di fare la discussione perché siamo forze responsabili, ma è evidente che ciò richieda del tempo ed un approfondimento scientifico”, ha detto Proietti.

Invece la Cisl con Gigi Petteni parla di segnali positivi per il quale “è stato un incontro molto importante” su un “tema delicatissimo e costosissimo” e gli altri “due appuntamenti fissati per domani e mercoledì sono il segnale che c’è la volontà di trovare una soluzione”.