Pensioni. Boeri, mancano i fondi per la quota 100

Boeri-InpsIl Presidente dell’Inps ancora una volta incalza il Governo su promesse che non potranno essere mantenute. In particolare sulla Manovra, Tito Boeri fa sapere che per quota 100 mancano “risorse aggiuntiva per il 2020 e il 2021 rispetto al primo anno”.
“Secondo tutte le nostre simulazioni -ha spiegato Boeri a margine di un evento organizzato dalla Fondazione Umberto Veronesi all’Università Bocconi di Milano -, costa in alcuni casi un terzo in più e in altri casi addirittura due volte in più rispetto al primo anno”.
“Eppure nella legge di bilancio, è previsto che la dotazione del fondo che paga quelle pensioni è praticamente la stessa e vari di poche centinaia di milioni: 6,7 miliardi nel 2019 e 7 miliardi nel 2020 e 2021”, ha spiegato Boeri. “È doveroso – ha aggiunto – dare le giuste informazioni a tutti gli italiani, se noi permettiamo di andare in pensione prima, come ad esempio un requisito di 38 più 62, e il primo anno prevediamo delle finestre che di fatto ritardano l’uscita verso la pensione, inevitabilmente il secondo anno questa misura costerà di più che nel primo”.

E aggiunge che “il governo si è posto come obiettivo quello di aumentare i pensionati. Quando si chiede perché si vogliono aumentare i pensionati, ci viene detto che serve per incrementare il tasso di occupazione dei giovani, ma se questo è l’obiettivo allora bisogna abbassare le tasse sul lavoro e creare occupazione e non capisco cosa c’entrino le pensioni”.
Affermazioni che non sono piaciute al Vicepremier Matteo Salvini che ha subito replicato al numero uno dell’Inps su Twitter: “È in perenne campagna elettorale: ha stufato. Si dimetta, si candidi col Pd alle Europee e la smetta di diffondere ignoranza e pregiudizio”.

RISCHIO RECESSIONE

fondomonetario

Nuove tirate di orecchie al governo. È il fondo monetario che manifesta le proprie perplessità sugli effetti della quota 100 e sull’impatto sulla crescita dell’Italia che produrrebbero le misure di stimolo previste dal governo. Secondo il FMI infatti l’effetto della manovra “sarebbe incerto nei prossimi due anni e probabilmente negativo nel medio periodo, se gli spread continuassero a restare a livelli elevati”.

Il Fmi spiega che l’atteso impatto di stimolo “rischia di essere controbilanciato dal continuo rialzo degli spread”, con un effetto “ambiguo” nel breve e “probabilmente negativo” nel medio periodo. Insomma gli effetti propagandistici della manovra messa a punto dal governo sarebbero nel breve periodo smascherati dai fatti. I cambiamenti delle pensioni previsti dal governo, ovvero la quota 100, “aumenterebbero ulteriormente la spesa pensionistica, imporrebbero pesi ancora maggiori sulle generazioni più giovani, lascerebbero meno spazio per politiche per la crescita e porterebbero a minori tassi di occupazione tra i lavoratori più anziani”, dice il Fmi. “E’ improbabile che l’ondata di pensionamenti creerebbe altrettanti posti di lavoro per i giovani”. Per il Fmi “è urgente razionalizzare i vari eccessi nel sistema”.

I conteggi sulla quota 100 hanno già dato un risultato allarmante per i futuri pensionati che, in virtù di un accorciamento di pochi anni della loro vita lavorativa, vedrebbero un taglio consistente, fino al 30%, dei loro assegni. Inoltre lo Stato non ne trarrebbe benefici. Anzi. Una operazione così fatta, come ha sottolineato il Fondo, aggraverebbe la stato dei conti pubblici. Un vero capolavoro.

ll Fondo Monetario Internazionale, mette in guardia l’Italia anche dal rischio di recessione che potrebbe derivare da livelli di debito troppo alti. Nel documento, il Fmi stima che il debito pubblico italiano “resterà intorno al 130% nei prossimi 3 anni” e avverte che qualsiasi shock anche modesto “aumenterebbe il debito aumentando il rischio che l’Italia sia costretta ad un consolidamento di bilancio maggiore quando l’economia si indebolisce. Questo potrebbe trasformare un rallentamento in una recessione”.

A criticare, anzi a bocciare i conti del Governo ci pensa il presidente dell’Inps Tito Boeri. “Oggi si parla di uno a uno, anzi qualcuno parla di tre assunti ogni pensionato, mi sembrano delle stime senza alcuna base empirica per quanto noi possiamo vedere dai dati a disposizione”, ha affermato Boeri. Poi cita uno studio di qualche anno fa che smentirebbe le tesi di un ricambio generazionale immediato: “Avevamo fatto degli studi nel 2011 in occasione della riforma di allora, Fornero, e avevamo trovato, nel contesto di allora, che era di recessione, che nelle imprese con lavoratori bloccati c’era stata una diminuzione delle assunzioni di giovani. Nell’impatto iniziale avevamo che per ogni tre persone bloccate c’era un giovane assunto in meno. Erano condizioni del tutto particolari, ora il contesto è diverso visto che l’occupazione è cresciuta negli ultimi anni”.

A questo punto Boeri mette nel mirino anche le stime sulle pensioni del futuro che a suo dire sarebbero state già compromesse con il rialzo dello spread: “I soli annunci hanno già comportato una perdita di reddito per i pensionati. In primo luogo – ha spiegato Boeri – per quello che sta avvenendo alle pensioni integrative abbiamo già visto che ci sono stati dei rendimenti negativi perché molti fondi pensione hanno investito in titoli di Stato che hanno perso in valore il 10% e anche oltre e questo si riflette sulle pensioni integrative che queste persone avranno se dovessero decidere di andare in pensione a 38 anni di contributi e 62 anni, avrebbero questa penalità dovuta al fatto che lo spread ha fatto diminuire il valore dei loro accantonamenti sulla previdenza integrativa”. Poi attacca: “Il conto del Governo sulla spesa per le uscite con 62 anni e 38 anni di contributi che è simile per il 2019 e il 2020 (6,7 miliardi il primo anno e sette il secondo) “non esiste”, aggiunge Boeri spiegando che la spesa del primo anno, considerate anche le finestre che ritardano le uscite, sarà nettamente inferiore a quello dell’anno successivo che deve tenere conto naturalmente delle persone uscite nel 2019 e di quelle che escono nel 2020.

Sul fronte della flat tax, cavallo di battaglia di Salvini, Enico Proietti, Segretario Confederale Uil esprime i forti dubbi del sindacato. “La flat tax, da un lato, fa venir meno il fondamentale principio della progressività, lasciando in pratica l’Irpef come sola imposta progressiva per i redditi da lavoro dipendete e da pensione; dall’altro lato, l’estensione del regime forfettario può determinare un implicito incentivo all’evasione. Essendo enorme il gap tra imposta ordinaria e quella agevolata si potrebbero generare fenomeni di occultamento dei ricavi o di tardiva trasmissione per non incorrere nel rischio di sforare i limiti previsti. Per la UIL – continua Proietti – l’impegno del Governo deve essere quello di perseguire ogni forma di evasione ed al contempo di procedere ad una concreta riduzione della pressione fiscale per lavoratori dipendenti e pensionati, che contribuiscono per oltre il 94% al gettito Irpef e sono i cittadini a più alta fedeltà fiscale, pagando le tasse ancora prima di ricevere lo stipendio e la pensione”.

PENSIONI DA FAME

Pensionati pensioni Inps

La riforma delle pensioni è uno dei punti fondamentali del programma di governo che ha dato vita alla maggioranza giallo-verde. Salvini ha costruito la campagna elettorale sull’abolizione della legge Fornero. Ora dalle chiacchiere bisogna passare ai fatti. E i fatti sono che la quota cento che il governo varerà nel 2019 per permettere di andare in pensione in anticipo rispetto ai requisiti attualmente in vigore, potrebbe portare forti penalizzazione sugli assegni dei futuri pensionati.

Lo dice una simulazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio che in audizione sulla Manovra ha provato a capire quali saranno gli effetti dell’entrata in vigore della misura. Secondo le stime dell’Upb, il taglio all’importo sarà variabile: da un minimo del 5,06% in caso di pensionamento con un solo anno di anticipo rispetto alla Legge Fornero, fino a un massimo del 34,17% con anticipo di 6 anni. Mediamente oltre il 30% se l’anticipo è superiore ai 4 anni. Tutto dipende dalla minore quota di contributi versata che concorre alla formazione dell’assegno. Matteo Salvini aveva escluso l’ipotesi. “Non ci sarà nessuna penalizzazione”, aveva detto. “Non ho capito da dove esca” questa simulazione, le sue parole.

Inoltre la riforma produrrebbe un danno non da poco per le casse dello Stato con tredici miliardi di aumento della spesa pensionistica solo per il primo anno. Infatti nella relazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio di legge che “qualora l’intera platea utilizzasse il canale di uscita appena soddisfatti i requisiti potrebbe comportare un aumento della spesa pensionistica lorda stimabile in quasi 13 miliardi nel 2019 sostanzialmente stabile negli anni successivi”. Una stima, spiega ancora la relazione, che “non è ovviamente direttamente confrontabile con le risorse stanziate nel Fondo per la revisione del sistema pensionistico per vari fattori: dal tasso di sostituzione dei potenziali pensionati con nuovi lavoratori attivi a valutazioni di carattere soggettivo (condizione di salute o penosità del lavoro) o oggettivo (tasso di sostituzione tra reddito e pensione, divieto di cumulo tra pensione e altri redditi, altre forme di penalizzazione)”. La relazione spiega ancora che la manovra peggiora il disavanzo pubblico, sia rispetto al deficit tendenziale sia, per il biennio 2019-2020, rispetto al risultato atteso per il 2018, che verrebbe nuovamente raggiunto solo nel 2021.

Inoltre ulteriore pessimismo sui numeri arriva dai dati Istat che vedono allontanarsi gli obiettivi di crescita fissati dal governo. Secondo l’istituto di statistica, per conseguire l’obiettivo di crescita del Pil all’1,2% nel 2018 previsto dalla Nota di aggiornamento al Def “in termini meccanici, sarebbe necessaria una variazione congiunturale del Pil pari al +0,4% nel quarto trimestre dell’anno in corso”. Numeri considerevoli se si pensa che nell’ultimo trimestre la crescita è stata nulla e che l’istituto di statistica, come rimarcato nei giorni scorsi nella nota mensile sull’economia, ricorda che l’indicatore anticipatore “registra un’ulteriore flessione” prefigurando una persistente “una fase di debolezza del ciclo economico”.

Anche per questo il presidente Istat Maurizio Franzini ha rimarcato che “un mutato scenario economico potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica in modo marginale per il 2018 ma in misura più tangibile per gli anni successivi”. Prudenza analoga a quella espressa dalla Corte dei Conti secondo cui dato il rallentamento del Pil, “l’obiettivo della crescita dell’1,5% per il 2019 richiederebbe una ripartenza particolarmente vivace, e una ripresa duratura”.

Pensioni. La quota 100 mette in allarme la pubblica amministrazione

Quota 100

RIFORMA IRRAGIUNGIBILE PER LE DONNE

La riforma delle pensioni 2019, è stato detto dal presidente dell’Inps Tito Boeri, è maschilista. E a parte il numero uno dell’Inps non sono mancati altri commenti sulla Quota 100 che hanno evidenziato come si tratti di una misura che non favorisce certo le donne, visto che per loro raggiungere un’anzianità contributiva di 38 anni è tutt’altro che semplice. Orietta Armiliato, sulla pagina Facebook del Comitato Opzione donna social, ha al riguardo evidenziato: “Le Donne non sono e non vogliono essere spettatrici idiote del destino della loro pensione e dunque scrivono, partecipano, condividono il loro dissenso e lo disseminano ovunque. Si passano la voce, si documentano, si attivano e comprendono perfettamente che questa non è una manovra per donne, e dunque chiedono ai membri delle commissioni ed al Governo di inserire emendamenti in nostro favore nella Legge di Bilancio”.

Armiliato, a proposito della misura principale della riforma delle pensioni, ha sottolineato: “Quota 100 è irraggiungibile per le lavoratrici, sono tanti, troppi gli anni di contribuzione che sono richiesti dal provvedimento che stanno per proporre a meno che, non venga finalmente valorizzato e riconosciuto il ‘lavoro di cura’ che tutte le donne indistintamente per radicata convenzione socio-culturale (e opportunismo di comodo…) svolgono, lavorando di fatto h 24 per 365 giorni l’anno e 366 giorni ogni quattro anni fuori e dentro casa, a vantaggio di tutta la comunità”. Su questo fronte, però, non sembra che verrà fatto molto, anche se la richiesta avanzata dal Cods è parte integrante della piattaforma unitaria sindacale relativa alla previdenza.

Probabile nuova governance all’Istituto di previdenza

BRAMBILLA VERSO LA PRESIDENZA INPS

Novità in arrivo per l’Inps. A quanto ha appreso e diffuso l’Adnkronos il governo si accinge a modificare la governance dell’Istituto di previdenza reintroducendo il Cda al posto dell’attuale assetto commissariale che concentra gran parte dei poteri nelle mani del presidente. La misura sarà inserita nella manovra di bilancio assieme alla riforma Fornero attraverso un ddl collegato o un decreto legge.

L’accordo raggiunto tra Lega e M5S, sempre secondo quanto diramato dall’Adnkronos, prevedrebbe anche una accelerazione del ricambio al vertice dell’Inps dove l’attuale presidente Tito Boeri, nominato dal governo Renzi e in rotta con il vicepremier Matteo Salvini che più volte ne ha chiesto le dimissioni, verrebbe fatto decadere con l’entrata in vigore delle nuove norme sulla governance. L’accelerazione dell’esecutivo sarebbe arrivata anche a seguito delle ultime uscite del numero uno dell’Inps, sempre critico sulle scelte dell’esecutivo in materia previdenziale. Al suo posto, sempre stando alle stesse fonti, andrebbe Alberto Brambilla, da sempre vicino alla Lega e sottosegretario al Lavoro nei governi Berlusconi. Brambilla sarebbe comunque affiancato, oltre che dal ricostituito Cda, da un direttore generale indicato dal M5S.

Pensioni

QUOTA 100, STATALI IN ALLARME

La quota 100 nel pubblico impiego desta preoccupazione non solo nei sindacati ma anche nel ministro per la Pa Giulia Bongiorno che ha annunciato di voler emanare una norma ad hoc temendo esodi negli uffici. “Si deve garantire la continuità dell’azione amministrativa – ha recentemente detto Bongiorno ad ‘Agorà’ su Raitre – si valuterà che tipo di convenienza avrà il dipendente a usufruirne o meno. Perché non è detto che poi tutti ne usufruiranno” e andrà stabilito se dovranno dare “un preavviso”.

A stretto giro i sindacati hanno di riflesso parlato di possibili “penalizzazioni” e “disparità” per gli statali. Per Antonio Foccillo, segretario confederale Uil, la quota 100 potrebbe essere “l’ennesima norma che crea differenze tra pubblico e privato in quanto costringerà molti impiegati pubblici a rimanere più a lungo rispetto ai privati e sembra addirittura contraddire l’idea del turn over al 100% contenuta nel ddl concretezza” ha sostenuto Foccillo all’Adnkronos nel commentare l’approvazione del provvedimento al Cdm della scorsa settimana.

Per Serena Sorrentino, segretaria generale Fp Cgil invece, “le modifiche che si paventano sulle pensioni, ancorché non essere la cancellazione della legge Fornero, rischiano di non affrontare la penalizzazione che si determina nel pubblico impiego data dalla minore entità dell’assegno previdenziale, in virtù dell’anticipo di uscita rispetto al requisito ad oggi in essere per l’anzianità contributiva e l’erogazione del trattamento di fine rapporto dopo 27 mesi dal pensionamento”.

Comunque, ha ulteriormente aggiunto Sorrentino “se una quota di dipendenti deciderà di accedere a quota 100, l’effetto di esodo previsto nei prossimi tre anni si aggraverà. Per questo servono misure urgenti e straordinarie per lo scorrimento rapido delle graduatorie in essere, procedure concorsuali tempestive e stabilizzazione dei precari” ha sottolineato la sindacalista apprezzando la volontà di Bongiorno che ha annunciato una norma ad hoc anche per formulare concorsi rapidi ed omogenei, e laddove nel ddl concretezza per le assunzioni a tempo indeterminato si fa riferimento ai vincitori di concorso e allo scorrimento delle graduatorie nel limite massimo dell’80% delle facoltà di assunzione maturate per ogni anno.

La questione delle pensioni rappresenta in ogni caso “un aspetto delicato e dovrà essere oggetto di un confronto con i sindacati” ha dichiarato all’AdnKronos il segretario confederale della Cisl Ignazio Ganga. Va definito come la “quota 100 si può calare nel comparto pubblico – ha continuato – quindi invitiamo il ministro ad aprire un confronto rispetto alla materia previdenziale e a non fare l’errore di penalizzare i lavoratori pubblici”. Anche perché ha rimarcato Ganga “deve essere incentivato un sistema di relazioni sindacali partecipativo, le cui caratteristiche sono state definite nei nuovi contratti, per renderle più snelle ed efficaci”.

Inail

INORTUNI, AUMENTANO I MORTI SUL LAVORO

Aumentano i morti sul lavoro nei primi nove mesi del 2018. Da gennaio a settembre di quest’anno le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail sono state 834, 65 in più rispetto alle 769 denunciate nello stesso periodo del 2017 (+8,5%). L’aumento dei casi mortali è dovuto soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto in confronto all’agosto 2017 (109 contro 65), alcuni dei quali causati da incidenti ‘plurimi’, ovvero quelli che causano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori. I casi di infortunio denunciati all’Inail, invece, sono stati 469.008, in diminuzione dello 0,5% rispetto all’analogo lasso di tempo del 2017.

Decessi – I dati rilevati al 30 settembre evidenziano, a livello nazionale, un incremento sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro, che sono passati da 551 a 581 (+5,4%), sia di quelli occorsi in itinere, in aumento del 16,1% (da 218 a 253). Nei primi nove mesi di quest’anno si è registrato un rialzo di 67 casi mortali (da 648 a 715) nella gestione Industria e servizi e di cinque casi in Agricoltura (da 100 a 105), a fronte di un decremento di sette casi nel Conto Stato (da 21 a 14).

Incidenti ‘plurimi’. L’ascesa dei casi mortali è dovuta soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto rispetto all’agosto 2017 (109 contro 65), alcuni dei quali causati da incidenti ‘plurimi’, ovvero quelli che provocano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori. Nel solo mese di agosto, infatti, si è contato lo stesso numero di vittime (36) in incidenti plurimi dell’intero periodo gennaio-settembre 2017. Tra gli eventi di quest’anno con il bilancio più tragico si ricordano, in particolare, il crollo del ponte Morandi a Genova e gli incidenti stradali avvenuti a Lesina e a Foggia, in cui hanno perso la vita numerosi braccianti. Allargando l’analisi dei dati ai primi nove mesi, nel 2018 tra gennaio e settembre si sono verificati in totale 18 incidenti plurimi che sono costati la vita a 66 lavoratori, in confronto ai 12 incidenti plurimi del 2017, che hanno determinato 36 morti.

Analisi territoriale. L’analisi territoriale mostra una crescita di 40 casi mortali nel Nord-Ovest (da 183 a 223), di 15 nel Nord-Est (da 196 a 211) e di 14 al Sud (da 165 a 179). Modeste flessioni si riscontrano, invece, al Centro (da 158 a 156) e nelle Isole (da 67 a 65). A livello regionale spiccano i 20 casi in più del Veneto (da 70 a 90) e i 19 in più della Lombardia (da 94 a 113). Cali significativi si riscontrano, invece, in Abruzzo (da 38 a 22) e nelle Marche (da 28 a 15). L’aumento rilevato nel raffronto tra i primi nove mesi del 2017 e del 2018 è legato prevalentemente alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono stati 64 in più (da 696 a 760), mentre quella femminile ha contato un decesso in più (da 73 a 74). L’incremento ha interessato sia le denunce dei lavoratori italiani (da 649 a 698), sia quelle dei lavoratori extracomunitari (da 84 a 97) e comunitari (da 36 a 39).

Analisi per età. Dall’analisi per classi di età emerge come quasi una morte su due abbia coinvolto lavoratori di età compresa tra i 50 e i 64 anni, con un rialzo tra i due periodi di 67 casi (da 322 a 389). In progresso anche le denunce che hanno riguardato gli under 34 (da 132 a 154) e gli over 65 (da 59 a 62). In discesa, invece, le morti dei lavoratori tra i 35 e i 49 anni (da 256 a 229).

Infortuni – I casi di infortunio denunciati all’Inail sono stati 469.008, in flessione dello 0,5% rispetto al medesimo periodo del 2017. I dati rilevati allo scorso 30 settembre hanno evidenziato, a livello nazionale, un ridimensionamento dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 401.474 a 398.759 (-0,7%), mentre quelli in itinere, avvenuti cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, hanno fatto osservare un balzo pari allo 0,3%, da 70.044 a 70.249. Tra gennaio e settembre il numero degli infortuni denunciati è calato dello 0,5% nella gestione Industria e servizi (dai 375.499 del 2017 ai 373.670 casi del 2018), del 2,4% in Agricoltura (da 25.219 a 24.610) e del -0,1% nel Conto Stato (da 70.800 a 70.728).

Analisi territoriale. L’analisi territoriale mostra una sostanziale stabilità delle denunce di infortunio sul lavoro nel Nord-Ovest (-0,01%), una diminuzione al Centro(-2,0%), al Sud (-0,5%) e nelle Isole (-3,1%), e una lieve ascesa nel Nord-Est (+0,4%). Tra le regioni con le maggiori flessioni percentuali si segnalano la Provincia autonoma di Trento (-9,2%), la Valle d’Aosta (-5,0%) e l’Abruzzo (-4,1%), mentre gli incrementi maggiori sono quelli rilevati in Friuli Venezia Giulia (+4,1%), nella Provincia autonoma di Bolzano (+4,0%) e in Molise (+2,4%).

I lavoratori. Il decremento rilevato nel raffronto tra i primi nove mesi del 2017 e del 2018 è legato quasi esclusivamente alla componente femminile, che riscontra una caduta pari all’1,5% (da 167.631 a 165.145), rispetto al -0,01% di quella maschile (da 303.887 a 303.863). La discesa ha interessato gli infortuni dei lavoratori italiani (-1,7%) e di quelli comunitari (-0,4%), mentre per i lavoratori extracomunitari l’incremento è stato dell’8,0%. Dall’analisi per classi di età emergono decrementi per i lavoratori delle fasce 30-44 anni (-4,1%) e 45-59 anni (-1,4%). Viceversa, le classi fino a 29 anni e 60-69 anni registrano un aumento pari, rispettivamente, al +3,5% e al +5,2%.

Malattia – Dopo la diminuzione riscontrata nel corso di tutto il 2017, in controtendenza in confronto al costante aumento degli anni precedenti, nei primi nove mesi di quest’anno le denunce di malattia professionale protocollate dall’Inail sono tornate a lievitare, anche se a un ritmo sempre più decrescente nelle diverse rilevazioni mensili. Al 30 settembre scorso la crescita si è attestata al +1,8% (pari a 771 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2017, da 43.312 a 44.083). Si tratta della variazione più bassa osservata quest’anno: a gennaio, infatti, l’aumento riscontrato era stato pari al +14,8%, a febbraio al +10,3%, a marzo al +5,8%, ad aprile al +5,5%, a maggio al +3,1%, a giugno al +2,5%, a luglio al +3,5% e ad agosto al 2,3%. L’incremento ha interessato in particolare l’Agricoltura, con un salto percentuale pari al 5,2% (da 8.397 a 8.831), e l’Industria e servizi, le cui denunce di malattia professionale sono schizzate dell’1,0% (da 34.387 a 34.739), mentre nel Conto Stato il numero delle patologie denunciate è diminuito del 2,8% (da 528 a 513).

Analisi territoriale. L’analisi territoriale evidenzia aumenti delle denunce al Centro (+809), dove si concentra oltre un terzo del totale dei casi protocollati dall’Istituto, al Sud (+385 casi), dove le tecnopatie denunciate sono quasi un quarto del totale, e nel Nord-Ovest (+120). In calo, invece, il dato del Nord-Est (-233) e delle Isole (-310). In ottica di genere si rilevano 850 denunce di malattia professionale in più per i lavoratori (da 31.412 a 32.262, pari al +2,7%) e 79 in meno per le lavoratrici (da 11.900 a 11.821, per una diminuzione dello 0,7%). L’innalzamento ha riguardato le denunce dei lavoratori italiani, passate da 40.494 a 41.237 (+1,8%) e quelle dei lavoratori comunitari, da 834 a 910 (+9,1%), mentre le denunce dei lavoratori extracomunitari sono calate del 2,4% (da 1.984 a 1.936).

Patologie. Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo (26.732 casi), con quelle del sistema nervoso (5.065) e dell’orecchio (3.369), nei primi nove mesi di quest’anno hanno continuato a rappresentare le prime tre malattie professionali denunciate e sono pari a circa l’80% del totale. Seguono le denunce di patologie del sistema respiratorio (1.973) e dei tumori (1.753).

Carlo Pareto

Pensioni, svanite le promesse per il Sud

Pensioni-InpsApparse, scomparse, riapparse, dissolte. Svanita esenzione delle tasse per i pensionati al Sud. Neppure un accenno al sogno fatto balenare agli italiani: le pensioni esentasse nel Mezzogiorno.

Del progetto non c’è traccia nel disegno di legge di Bilancio 2019 del governo penta-leghista all’esame del Parlamento. Eppure c’è di tutto: reddito e pensione di cittadinanza, modifica della legge Fornero per anticipare il pensionamento dei lavoratori, flat tax per i piccoli imprenditori e i lavoratori autonomi a partita Iva, risarcimento dei risparmiatori danneggiati dal crac delle banche, pace o condono fiscale (secondo le varie definizioni), incentivi agli investimenti e alle nuove assunzioni. È previsto perfino l’affidamento in concessione gratuita per 20 anni dei terreni incolti alle famiglie che possano vantare la nascita di un terzo figlio nei prossimi tre anni, ma delle pensioni esentasse al Sud nessuna traccia. Nessun riferimento alla proposta lanciata da Salvini a metà agosto: svanita esenzione nella manovra economica.

Matteo Salvini, senatore eletto in Calabria, aveva avanzato l’ipotesi seducente in un tweet su internet: «Proporrò una zona di esenzione fiscale» in alcune delle più belle zone d’Italia perché «ci sono migliaia si pensionati italiani che vanno in Spagna e Portogallo per non pagare la tassa sulle pensioni». Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno in un comizio in Calabria, come aveva rivelato il ‘Corriere della Sera’, già in precedenza aveva delineato l’idea: creare «una zona di esenzione fiscale per i pensionati italiani e stranieri» in «alcune zone del Sud».

Alberto Brambilla, consigliere di Salvini, aveva messo a punto uno studio illustrato da ‘Repubblica’: esenzione decennale delle tasse per i pensionati italiani e stranieri che trasferiscono la propria residenza per almeno sei mesi e un giorno. Le regioni pilota scelte dal progetto erano la Calabria, la Sardegna e la Sicilia. Il piano fa felici insieme i pensionati e il Mezzogiorno: i primi non pagherebbero più un euro di tasse come in Portogallo (in Spagna e, in genere in diversi paesi europei, le imposte sono tagliate ma in parte restano) mentre le disastrate e belle regioni del Sud incasserebbero un fiume di denaro delle “pantere grigie” che creerebbe sviluppo e occupazione.

Brambilla aveva anche quantificato i vantaggi: «Calcoliamo in 600 mila le presenze aggiuntive in 3-4 anni nelle tre regioni per effetto dello sgravio. E un impatto quasi di uno a uno sull’occupazione locale».

In sintesi: per ogni pensionato trasferito “al sole” del Sud ci sarebbe un nuovo occupato, in genere giovane, principalmente nei servizi. Brambilla, però, aveva fissato delle condizioni stringenti: i comuni che potranno aderire all’iniziativa dovranno avere meno di 4 mila abitanti e dimostrare uno spopolamento del 20% negli ultimi 10 anni. Inoltre andranno garantiti una serie di servizi ritenuti imprescindibili come la raccolta differenziata e un livello sanitario in linea con quelli «di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia».

La sirena degli assegni previdenziali esentasse è suonata come una melodia per l’esercito di circa 60 mila pensionati italiani che sono emigrati all’estero (7 mila in Portogallo) o con un reddito basso (per vivere dignitosamente) o con un reddito alto (per migliorare le condizioni di vita). E’ suonata come una melodia anche per i pensionati stranieri e per gli aspiranti a staccare la spina dal lavoro, in Italia e all’estero.

Però è seguita la bruciante delusione, alle parole non sono seguiti i fatti: svanita esenzione. Una prima delusione era arrivata dal governo Conte-Salvini-Di Maio la notte del 27 settembre quando, suonando la grancassa mediatica, aveva approvato l’ossatura del disegno di legge di Bilancio decidendo i contenuti del Def (Documento di economica e finanza).

Ai primi di ottobre l’idea, invece, era riapparsa. Salvini aveva precisato ad Agorà, Rai3: «Ci stiamo lavorando…L’ipotesi in campo riguarda detassare le pensioni per alcune regioni del Sud dell’Italia a chi volesse portare la residenza in queste zone».

Poi niente, svanita esenzione. Certo c’è ancora un po’ di tempo per recuperare: il segretario della Lega, tra uno scontro e l’altro con la Ue e l’opposizione, per lo spread che sale vertiginosamente zavorrando pericolosamente la già difficile manovra economica, potrebbe ripescare il progetto della pensione senza imposte entro la fine dell’anno, termine per votare in Parlamento la legge di Bilancio (sempre che il governo sopravviva agli scontri tra Lega e M5S). Ma non c’è alcun segnale della volontà di rispettare l’impegno proclamato su Twitter e poi ad Agorà. Resta solo la speranza.

Per ora non c’è una parola, una sola parola né nel disegno di legge legge di Bilancio né in un provvedimento collegato. Salvini deve fare i conti con le sue troppe, roboanti e costosissime promesse acchiappa voti. Promesse in competizione con quelle, sempre costosissime di Luigi Di Maio, collega cinquestelle di governo e concorrente nelle elezioni europee di maggio.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Consulenti e Ispettori del lavoro: “Contrastare il lavoro irregolare e qualsiasi forma di sfruttamento”

Monitoraggio Inps

PENSIONI IN FRENATA

Pensioni in frenata nei primi 9 mesi del 2018: è l’effetto dell’aumento del requisito dell’età previsto per le donne scattato nel corso dell’anno a 66 anni e 7 mesi. Così tra gennaio e settembre sono state liquidate 349.621 pensioni rispetto alle 454.534 calcolate nel 2017. Il calo più evidente quello tra i dipendenti pubblici per i quali le pensioni liquidate nei primi 9 mesi dell’anno passano dalle 239.897 del 2017 a 197.608. E’ quanto rileva l’Inps, nel suo monitoraggio dei flussi di pensionamento.

La flessione maggiore, sempre per i dipendenti, si è evidenziata ovviamente per le pensioni di vecchiaia praticamente dimezzate e passate da 44.813 dei primi 9 mesi 2017 a 28.842 del 2018 ma un ridimensionamento è stato osservato anche per quelle di anzianità, da 73.434 a 66.137, invalidità da 25mila a 20.906 e superstiti da 96.450 a 81.723.

E sempre tra i lavoratori pubblici, annota ancora l’Inps, sono oltre 96mila i pensionati sotto i 1.000 euro in confronto ai 129mila dello stesso periodo del 2017. Sono in 33.466 invece i lavoratori che hanno percepito fino a 1.500 euro ; 27.032 quelli tra 1.500 e 2.000. Sono poco più di 25mila invece quelli che ricevono un trattamento pensionistico tra i 2.000 e 3.000 euro mentre ammontano a circa 14.574 gli assegni da 3.000 euro in su.

Complessivamente, invece, sotto i 1000 euro nei primi 9 mesi del 2018 finiscono circa 361mila pensioni. In particolare tra gennaio e settembre di questo anno ai 96 mila assegni tra i 500 e i 999 euro registrati dai lavoratori dipendenti si devono sommare i 18.099 dei coltivatori diretti sui 21.752 erogati; i 28.934 della gestione degli Artigiani sui 51.387 erogati; gli 8.824 dei Commercianti sui 40.737 erogati complessivamente, i 23.253 dei parasubordinati rispetto ai 24.969 erogati nei primi 9 mesi dell’anno e i 13.168 assegni sociali.

L’età media di uscita dal lavoro verso la pensione scende nei primi nove mesi del 2018 a 63,9 anni dai 64,1 riscontrati nell’analogo lasso di tempo del 2017. Il dato, come detto, emerge dal Monitoraggio dell’Inps sui flussi di pensionamento ed è legato alla riduzione delle pensioni di vecchiaia che si è avuta con l’aumento dei requisiti scattati nel 2018 per le donne. Per l’accesso alla pensione di vecchiaia l’età media passa infatti dai 66,4 anni del 2017 ai 67,3 del 2018 mentre per la pensione anticipata l’età media flette e passa dai 61 anni del 2017 a 60,9 anni nel 2018.

Consulenti e Ispettori

NO A SFRUTTAMENTO E LAVORO IRREGOLARE

Contrastare il lavoro irregolare e qualsiasi forma di sfruttamento del lavoro. Questo l’obiettivo comune, si legge in una nota, “del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro e l’Ispettorato nazionale del lavoro ribadito diramata al termine di un cordiale e proficuo incontro svoltosi recentemente tra la Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine, Marina Calderone, e il nuovo Capo dell’INL, Leonardo Alestra”.

“Ispettorato nazionale del lavoro e consulenti del lavoro condividono la necessità, ognuno nel rispetto del proprio ruolo istituzionale, di contrapporsi a qualsiasi forma di sfruttamento del lavoro; siano esse manifestate come lavoro nero o con altre forme più elaborate e sofisticate, comunque volte ad aggirare il sistema di regole vigente nel mondo del lavoro”, hanno dichiarato congiuntamente il Generale Alestra e la presidente Calderone.

“L’obiettivo – hanno continuato – è di essere a fianco delle imprese sane per favorirne la crescita nel rispetto delle regole del mercato del lavoro e per questo si impegnano a promuovere la cultura della legalità, anche attraverso l’utilizzo dell’Osservatorio per la legalità, canale già sperimentato e che ha dato positivi riscontri nel contrasto a qualsiasi forma di abuso. A tal fine, l’utilizzo della certificazione dei contratti e dell’Asseverazione della Regolarità Contributiva e Retributiva (Asse.Co), tra gli 8 milioni di rapporti di lavoro gestiti negli studi dei consulenti del lavoro, potranno essere strumenti – hanno concluso – quanto mai utili a ribadire la valenza della lotta al lavoro irregolare. In particolare, l’Asse.Co sta già realizzando un circuito virtuoso mirato alla diffusione del lavoro etico e regolare, che contribuisce altresì ad orientare in maniera più efficace i controlli degli organi ispettivi”.

Consulta Caf

ISSE CRITERIO BASE PER REDDITO DI CITTADINANZA

Estendere l’utilizzo dell’Isee e del 730 allargato per una più equa applicazione delle misure previste dalla legge di Bilancio 2019, a partire dal reddito di cittadinanza. Sono le proposte che arrivano dalla Consulta nazionale dei Caf, che le ha recentemente presentate a Roma nel corso di un incontro. Alla discussione, introdotta da Mauro Soldini e moderata da Massimo Bagnoli (coordinatori della Consulta nazionale dei Caf), hanno partecipato tra gli altri: Teresa Manzo (componente commissione Bilancio della Camera), Andrea Caso (componente commissione Finanze della Camera), Marco Leonardi (responsabile economia del Pd), Fabrizia Lapecorella (direttore generale del dipartimento Finanze del Mef), Paolo Savini (vicedirettore dell’Agenzia delle Entrate).

Ad oggi i Caf, che contano sull’intero territorio nazionale 10mila sedi permanenti, hanno trasmesso all’Agenzia delle Entrate oltre 17,6 milioni di dichiarazioni mod.730 (85% del totale) e all’Inps circa 5,8 milioni di Dichiarazioni sostitutive uniche (Dsu) dei nuclei familiari (97% del totale), valide ai fini del calcolo Isee, con un incremento del 10% sul 2017. E questi numeri, sottolineano i Centri di assistenza fiscale, “fanno sì che i Caf si candidino ad essere le uniche realtà in grado di gestire gli strumenti necessari all’applicazione delle riforme contenute nella legge di Bilancio 2019, garantendone l’equità, la trasparenza e contribuendo al contempo alla semplificazione fiscale”. In particolare, le principali proposte della Consulta sono: Isee estesa per reddito di cittadinanza e agevolazioni fiscali; Dichiarazione fiscale unica per le persone fisiche; premio alla fedeltà fiscale (bollino blu); applicazione estesa dell’Isee.

Secondo la Consulta, “l’Isee può diventare il criterio guida per la corresponsione del reddito di cittadinanza, in quanto la Dichiarazione sostitutiva unica che ne è alla base (l’autocertificazione del cittadino, compilata e trasmessa telematicamente dai Caf e asseverata dall’incrocio delle banche dati dell’Inps e dell’Agenzia delle entrate) fa emergere in maniera più trasparente non solo i redditi ma anche i patrimoni mobiliari (conti correnti, depositi, titoli) e immobiliari (appartamenti e terreni) dei richiedenti agevolazioni sociali, assistenziali ed economiche: una ‘prova dei mezzi’ che garantisce maggiore equità e trasparenza”.

E per i Caf, inoltre, “è possibile altresì definire un collegamento tra il sistema delle detrazioni e deduzioni fiscali e la prova dei mezzi Isee”. “Ciò consentirebbe – viene spiegato – di assicurare sia un maggiore riequilibrio delle attuali dinamiche di agevolazione fiscale, non sempre progressive, sia un correttore per l’equità, rispetto ad esempio a un taglio lineare o all’esclusione dalle tax expenditures di fasce di popolazione solamente in base al reddito e non anche al patrimonio familiare”. I Caf suggeriscono, quindi, “un nuovo modello 730 che, attraverso il semplice inserimento di pochi righi, diventi il modello dichiarativo unico per tutte le persone fisiche”. “Ciò equivarrebbe – assicurano – a una notevole semplificazione e velocizzazione delle procedure e degli adempimenti.

“E’ stato inoltre proposto lo spostamento del termine di presentazione del 730, dall’attuale scadenza del 23 luglio al 30 settembre. Questo permetterebbe agli intermediari di iniziare l’attività dopo aver acquisito le dichiarazioni precompilate dell’Agenzia delle Entrate nella loro piena completezza, così da elevare il livello di qualità, per l’intero sistema. Sarebbe una riforma semplice e senza aggravio per l’Amministrazione fiscale, trattandosi di dichiarazioni prevalentemente a credito”.

Per la Consulta, “si avverte oggi al necessità di implementare un’efficace politica d’incentivi ai pagamenti con mezzi tracciati, sostenuta ad esempio dalla detraibilità di tutte o parte di quelle spese o il sorteggio a premi di codici fattura o un mix di queste premialità. Questi elementi si inserirebbero nell’idea di un bollino blu della fedeltà fiscale del contribuente, che non si limiterebbe al solo proprio reddito (fedeltà obbligata) ma anche al patrimonio del proprio nucleo familiare (fedeltà volontaria)”.

“I Caf potrebbero quindi svolgere un ruolo di asseverazione per tutti i soggetti che già assistono oggi, lavoratori e pensionati, senza dimenticare la crescente platea con redditi diversi che in questi anni hanno ottenuto la possibilità di utilizzare il modello 730”, viene sottolineato. “Il bollino blu -precisa ancora la Consulta dei Caf- darebbe accesso ad alcune forme premianti come ad esempio: detrazioni aggiuntive delle spese pagate con mezzi tracciati, l’accreditamento di una somma su una carta prepagata, il riconoscimento di un coefficiente di abbattimento nel calcolo dell’Isee, per l’eventuale necessità d’accesso a determinate prestazioni sociali agevolate, una riduzione dell’attuale periodo di accertamento”.

“Con l’adozione di queste proposte – hanno dichiarato Massimo Bagnoli e Mauro Soldini, coordinatori della Consulta nazionale dei Caf – i Caf possono diventare sempre di più gli sportelli dello Stato sul territorio, grazie alla stretta vicinanza e al rapporto fiduciario instaurato negli anni con i cittadini”. “Il loro ruolo può quindi ampliarsi, a vantaggio dell’amministrazione finanziaria che può contare su una rete esistente, capillare e dotata di professionalità e competenze consolidate”, hanno sostenuto.

“La fornitura di questi nuovi servizi da parte dei Caf – hanno concluso – rende tuttavia necessario il recupero delle risorse economiche per il modello 730 oggi mancanti a causa del taglio già avvenuto dei compensi del Mef varati con la legge di stabilità 2016 (-70 milioni annui) e a quello a venire nel 2019 (-30 milioni) e per l’Isee, data l’insufficienza di copertura economica, (a meno di rifinanziamenti) sulle risorse dell’Inps e del ministero del Lavoro”.

Carlo Pareto

Reddito di cittadinanza, le incognite su Naspi e Rei

Lavoro

VOUCHER DA 10 EURO PER IL LAVORO DOMESTICO OCCASIONALE

La disciplina del “libretto famiglia” ha cambiato in maniera strutturale la regolamentazione, limitando l’uso delle prestazioni occasionali in ambito domestico, sia a livello soggettivo sia oggettivo.

In via preliminare, l’utilizzatore che intende registrarsi per espletare gli adempimenti previsti dev’essere in possesso del Pin dispositivo Inps. Se ne è sprovvisto, può farne richiesta all’Inps attraverso la procedura on line dedicata.

Dopo aver confermato i dati anagrafici e i recapiti contenuti nella banca dati Inps, nonché gli estremi di un documento di riconoscimento in corso di validità, il sistema emette un modulo che va stampato, firmato e riconsegnato – insieme a una copia del documento d’identità – tramite la procedura “converti Pin”, oppure via fax al contact center (numero gratuito 800 803 164) o, ancora, recandosi presso una sede Inps.

L’utilizzo del libretto di famiglia non prefigura oneri in materia di sorveglianza sanitaria. Infatti, i piccoli lavori domestici a carattere straordinario (compresi l’insegnamento privato supplementare e la cura e l’’assistenza ai bambini, agli anziani, ai disabili e agli ammalati) sono esclusi dall’applicazione delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro (ex Dlgs 81/2008).

Resta però fermo il diritto del prestatore all’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, con corresponsione della relativa contribuzione all’Inail: sotto questo aspetto, è l’Inps che – dopo aver ricevuto il versamento da parte del committente – “gira” all’Inail la sua quota di pertinenza.

Non è previsto inoltre alcun limite orario quotidiano. Anche se bisogna tener conto che il prestatore – che viene assimilato al lavoratore subordinato per questi profili – ha diritto al riposo giornaliero, alle pause e ai riposi settimanali, secondo quanto stabilito dalle norme generali.

In merito al pagamento delle prestazioni, giova sottolineare che il prestatore è in parte responsabile del corretto accredito dei compensi.

Al momento della registrazione preventiva sulla piattaforma Inps, deve difatti indicare l’Iban del proprio conto corrente o il numero della carta di credito su cui l’Istituto provvederà a effettuare il pagamento. Nell’ipotesi in cui ci sia stata una segnalazione sbagliata delle coordinate, o non si sia provveduto in modo tempestivo a comunicare l’avvenuta variazione del conto corrente, l’Ente assicuratore non assume alcuna responsabilità sull’accredito non andato a buon fine.

Il prestatore ha, comunque, la possibilità di monitorare la propria attività “scaricando” il prospetto relativo alle prestazioni corrisposte attraverso la piattaforma informatica Inps, dove sono riportati i dati identificativi del committente, delle prestazioni e la specifica dei contributi dovuti.

Particolare attenzione va prestata alle soglie di utilizzo fissate dalla legge, che non bisogna sforare. Il prestatore può ricevere compensi di importo non superiore a 2.500 euro nel corso di ciascun anno civile (vale a dire il periodo che va dal 1° gennaio al 31 dicembre) per le prestazioni complessivamente rese in favore del medesimo committente.

L’importo da considerare ai fini della verifica dei limiti suddetti è il compenso netto percepito dal prestatore, a prescindere dal costo complessivo per l’utilizzatore. Pertanto, non si tiene conto del valore nominale orario del buono del libretto famiglia (10 euro), ma soltanto del compenso netto che va al prestatore (cioè 8 euro).

Nel caso in cui vengano superate le predette soglie numerarie, non sono stabilite sanzioni pecuniarie. Ma è previsto che il relativo rapporto si trasformi in un rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno e indeterminato. La conversione del rapporto lavorativo scatta anche qualora si superi il tetto delle ore di prestazione consentito nell’arco dell’anno civile, che è fissato in 280 ore.

Quindi, se le parti si attengono a quest’ultima determinazione – poiché il compenso orario è pari a 8 euro e il limite annuo è pari a 280 ore – il prestatore potrà incassare, dal singolo committente, compensi che non vanno oltre ai 2.240 euro annui.

Nel complesso della propria attività occasionale resa in favore di più committenti privati, il singolo lavoratore potrà svolgere fino a 625 ore di lavoro annue.

Non è invece fissata alcuna sanzione in caso di omessa o tardiva comunicazione a titolo di rendicontazione della prestazione, a cura del committente: in caso di controlli – in base alle prove acquisite dagli organi di vigilanza – possono però essere comminate sanzioni legate all’omesso versamento della contribuzione.

Reddito di cittadinanza

ADDIO A NASPI E REI?

Il reddito di cittadinanza entrerà verosimilmente in vigore da marzo 2019. Ad oggi, però, gli interrogativi su questa misura per il contrasto alla povertà sono ancora molti. Ad esempio, ci si chiede se il reddito di cittadinanza sarà cumulabile o meno con il reddito di inclusione – conosciuto ai più con il nome di Rei – e con il trattamento di disoccupazione Naspi. A tale proposito giova ricordare che il Rei è quella misura di contrasto alla povertà, introdotta dal governo Renzi, riconosciuto alle famiglie con reddito inferiore ai 6.000 euro e consistente in un sostegno economico mensile che nel caso delle famiglie più numerose può arrivare fino a 539,82 euro.

La Naspi, invece, è l’indennità di disoccupazione che viene concessa dall’Inps a quei dipendenti che perdono il lavoro per cause indipendenti dalla loro volontà e che possono vantare almeno 13 settimane contributive negli ultimi 4 anni, oltre a 30 giorni di lavoro effettivo negli ultimi 12 mesi. Ebbene, secondo le ultime indiscrezioni sembra che entrambi questi strumenti potrebbero essere assorbiti dal reddito di cittadinanza, così che il Governo recupererà rispettivamente 2,5 miliardi (dal REI) e 1,5 miliardi (dalla Naspi).

Il Rei, quindi, verrà trasformato in reddito di cittadinanza, con il requisito economico, che sarà aumentato a 8.000 euro, mentre l’importo del contributo mensile sarà portato a 780 euro. Per questo motivo Rei e reddito di cittadinanza non saranno cumulabili tra di loro dal momento che concretamente saranno la stessa cosa.

Discorso differente per la prestazione di disoccupazione Naspi, che dovrebbe essere assorbita dal reddito di cittadinanza, ma senza alcuna trasformazione (se non nel nome). Il trattamento di disoccupazione, che in questi anni ha funzionato molto bene, quindi non verrà eliminata, né trasformata. Ci sembra improbabile, però, che questa sia cumulabile con il reddito di cittadinanza di 780 euro. Potrebbe spettare al disoccupato, pertanto, scegliere tra quali due strumenti optare.

Cessione del quinto della pensione

AGGIORNATI I TASSI

Dopo il decreto del Mef del 27 settembre 2018, in cui sono stati aggiornati i tassi effettivi globali medi (Tegm) praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari, determinati ai sensi dell’articolo 2, comma 1, della legge n. 108/1996, con il messaggio n. 3629/18, pubblicato di recente, l’Inps ha aggiornato i tassi per i prestiti da estinguersi dietro cessione del quinto della pensione valevoli per il periodo 1° ottobre – 31 dicembre 2018.

I tassi soglia Taeg da utilizzare per i prestiti eseguibili con cessione del quinto concessi da intermediari finanziari in regime di convenzionamento ai pensionato in base alla classe d’età e d’importo sono così ridefiniti con decorrenza 1° ottobre 2018: fino a 59 anni 8,61 fino a 15mila euro, 7,14 oltre 15mila euro; da 60 a 64 anni 9,41 fino a 15mila euro, 7,94 oltre 15mila euro; da 65 a 69 anni 10,21 fino a 15mila euro, 8,74 oltre 15mila euro; da 70 a 74 anni 10,91 fino a 15mila euro, 9,44 oltre 15mila euro; da 75 a 79 anni 11,71 fino a 15mila euro, 10,24 oltre 15mila euro. L’Inps ricorda che le classi di età comprendono il compleanno dell’età minima della classe e che per età deve intendersi quella maturata a fine piano di ammortamento.

Statali

IMPRONTE DIGITALI CONTRO I FURBETTI DEL CARTELLINO

Rilevazione biometrica delle presenze dei lavoratori della pa. E’ una delle misure contenute nel ddl concretezza varato dal cdm. “Non è un provvedimento punitivo”, ha detto il ministro della Pa, Giulia Bongiorno, illustrando il provvedimento che, ha puntualizzato, punta “a contrastare i furbetti del cartellino”.

Il ddl prefigura dunque misure “per contrastare l’assenteismo dei dipendenti pubblici, prevedendo l’utilizzo generalizzato di sistemi di identificazione biometrica e di videosorveglianza per rilevare presenze e il rispetto dell’orario di lavoro” e “recepisce un’osservazione della Corte dei conti sulle stabilizzazioni effettuate nella precedente legislatura prevedendo, mediante una norma di interpretazione autentica, l’adeguamento dei fondi destinati al trattamento economico accessorio del personale in proporzione al numero delle nuove assunzioni”.

Il ddl ipotizza anche l’istituzione del Nucleo della concretezza che, in collaborazione con l’Ispettorato della funzione pubblica, svolge sopralluoghi e visite presso le singole amministrazioni, proponendo eventuali misure correttive con l’indicazione dei tempi di realizzazione; il ‘Piano triennale delle azioni concrete per l’efficienza delle pubbliche amministrazioni’ che contiene azioni dirette a garantire la corretta applicazione delle disposizioni in materia di organizzazione e funzionamento delle pubbliche amministrazioni e le azioni dirette ad implementare la loro efficienza, con indicazione dei tempi per la loro realizzazione; la mancata attuazione delle misure correttive determina responsabilità dirigenziale e disciplinare dei dirigenti e l’iscrizione dell’amministrazione in un’apposita ‘black list’; il coinvolgimento del Ministero dell’interno è assicurato sia nella fase di predisposizione del Piano, sia all’esito dei sopralluoghi mediante la trasmissione dei verbali al Prefetto competente, sia attraverso la possibile utilizzazione da parte del Prefetto o dei Commissari prefettizi del Nucleo della concretezza (in questi ultimi casi con il coinvolgimento del personale della Prefettura); l’assegnazione al Dipartimento di 53 unità di personale già appartenente alle pubbliche amministrazioni o da reclutare tramite concorso pubblico.

Inoltre il ddl “detta indicazioni per garantire assunzioni mirate e accelerare il ricambio generazionale. In particolare, per le pubbliche amministrazioni prefigura la possibilità di assumere personale a tempo indeterminato in misura pari al 100 % del personale cessato dal servizio nell’anno precedente; l’obbligo di reclutare, in via prioritaria, figure professionali con elevate competenze in materia di digitalizzazione, di razionalizzazione e semplificazione dei processi amministrativi, di qualità dei servizi pubblici, di gestione dei fondi strutturali e della capacità di investimento, di contrattualistica pubblica, di controllo di gestione e attività ispettiva; la possibilità di procedere, nel triennio 2019 – 2021, all’effettuazione di assunzioni, mediante scorrimento delle graduatorie ovvero tramite apposite procedure concorsuali indette in deroga alla normativa vigente in materia di mobilità del personale e senza la necessità della preventiva autorizzazione, da svolgersi secondo procedure semplificate e più celeri”.

Il ddl “contiene una disposizione finalizzata a prefigurare la sostituzione dei buoni pasto erogati in base delle Convenzioni BP 7 e BPE1, stipulate da Consip” e “prevede che le disposizioni della legge costituiscano principi fondamentali ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione e siano applicabili nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano compatibilmente con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione”.

Carlo Pareto

Pensioni. La sorpresa della quota 100: ecco cosa può accadere

Inps

MENO CASSA INTEGRAZIONE A SETTEMBRE

Prosegue la riduzione della cassa integrazione: a settembre 2018 – secondo l’Osservatorio Inps sulla cassa integrazione recentemente pubblicato sul sito dell’Istituto – sono state autorizzate 11.319.157 ore di cassa con un calo del 44,18% rispetto a settembre 2017. In confronto ad agosto 2018 si registra una sostanziale stabilità (+1,27%). Nei primi nove mesi dell’anno sono state autorizzate 162 milioni di ore di cassa con una flessione del 38,7% a fronte dei 264,5 dei primi nove mesi del 2017.

114.925 domande disoccupazione ad agosto, +8,5%

Ad agosto invece sono arrivate all’Inps 114.925 richieste per sussidio di disoccupazione tra Naspi, Aspi, mini Aspi, mobilità e Discoll con un aumento dell’8,5% rispetto ad agosto 2017. A luglio erano state 280.086, in progresso del 9,5% in confronto al mese corrispondente del 2017. Nei primi otto mesi del 2018 sono pervenute all’Inps 1.158.447 istanze complessive di disoccupazione con un incremento del 6,5% rispetto all’analogo lasso di tempo del 2017.

Cig in picchiata a settembre, in nove mesi -38,7%

La discesa delle ore autorizzate di cassa integrazione è dovuta principalmente alla contrazione delle autorizzazioni per la cassa straordinaria diminuite a settembre del 44,8% a 5,78 milioni mentre la cassa ordinaria è calata del 25,6% a 5,5 milioni. Il divario si amplia se si guarda ai primi nove mesi dell’anno. Le ore di cassa straordinaria autorizzate sono risultate in flessione del 45,7% a 86,6 milioni di ore mentre quelle di cassa ordinaria si sono ridimensionate del 5,5% a 73 milioni di ore. Ormai sostanzialmente residuale si palesa la cassa in deroga assestatasi nei primi nove mesi a 2,3 milioni (-91,5%). Nell’abbassamento della cassa straordinaria pesa anche la stretta sulla riduzione della durata massima prevista per questo specifico ammortizzatore sociale.

Previdenza

PENSIONE QUOTA 100, QUANTO SI PERDE

Quota 100, ecco cosa può accadere. Tito Boeri, presidente dell’Inps, nei giorni scorsi ha voluto avvertire tutti i lavoratori che dal prossimo anno potranno accedere a Quota 100 delle conseguenze negative che il pensionamento anticipato comporterà sul loro assegno previdenziale. Secondo Boeri, che è recentemente intervenuto in una audizione alla Commissione Lavoro della Camera, accettando di andare in pensione a 62 anni, lavorando così per 5 anni potenziali in meno (ricordiamo che l’età pensionabile dall’anno prossimo è fissata a 67 anni), l’assegno previdenziale sarà più basso di circa il 21%.

Nonostante il governo abbia garantito che per Quota 100 non ci saranno riduzioni (inizialmente si parlava di un -1,5% per ogni anno di anticipo) andare prima in quiescenza implicherà comunque un danno economico significativo per gli interessati.

Il motivo è semplice per il numero uno dell’Inps: ad oggi per il calcolo della pensione (per i contributi successivi al 1996, al 2011 per coloro che al 31 dicembre 1995 avevano almeno 18 anni di contribuzione accreditata) si applica il sistema contributivo con cui per quantificare l’importo del trattamento previdenziale si tiene conto del solo montante contributivo del lavoratore che viene trasformato in pensione annua, applicando un coefficiente di trasformazione stabilito dall’Inps.

In poche parole, più sono gli anni di contributi maturati dal lavoratore e più alta sarà la sua prestazione pensionistica. È ovvio quindi che anticipando il pensionamento si perdono 5 anni di contribuzione potenziale, utili per percepire un assegno di pensione più elevato.

Nel dettaglio, sempre secondo quanto rilevato da Boeri, andando a riposo con Quota 100 si prende una pensione di circa il 21% più bassa di quella che si sarebbe perfezionata continuando a lavorare per altri 5 anni per poi accedere al trattamento di vecchiaia a 67 anni di età.

Chi decide di accedere a Quota 100, quindi, deve essere consapevole che pur non subendo alcuna penalizzazione sulla rendita previdenziale percepirà una pensione più bassa rispetto a quella che avrebbe ottenuto se non ne avesse beneficiato.

Bene contratto temporaneo

CRESCE FIDUCIA IN MERCATO DEL LAVORO

Crescita della percezione positiva per il mercato del lavoro e riscoperta del lavoro temporaneo: questa la fotografia scattata nel terzo trimestre 2018 dal ‘Confidence Index’ di PageGroup, società leader mondiale nel recruitment con i brand Page Executive, Michael Page e Page Personnel. L’indice, che misura la fiducia nel mercato del lavoro, ottenuto attraverso la somministrazione di 660 questionari in Italia ai candidati per opportunità professionali, è aumentato del 7%, passando da 36 punti nel terzo trimestre 2017 a 43 punti nello stesso periodo del 2018.

I valori in maggiore crescita nel terzo trimestre del 2018 sono la percezione positiva sul futuro del mercato del lavoro e della situazione economica, la prima al 46% con una crescita del 12% rispetto al 2017 e la seconda a 49,5% con una crescita del 10% rispetto allo scorso anno. Mentre risultano ancora tra i valori assoluti più bassi d’Europa la fiducia nel mercato del lavoro attuale e nella situazione economica, che si fermano al 33% e al 35%, ma con una crescita media del 10% rispetto allo scorso anno.

Dalla ricerca emerge che il lavoro temporaneo è visto come grande opportunità dai lavoratori intervistati, soprattutto per arricchire la propria esperienza e le proprie abilità (69,5%) e per differenziare il percorso di crescita attraverso lo sviluppo di competenze in diversi ruoli e settori (43,8%). Inoltre, il lavoro in somministrazione viene considerato positivo poiché identificato come un trampolino di lancio per ottenere un contratto a tempo indeterminato (31,9%).

“A nostro avviso, la somministrazione rappresenta un elemento positivo e caratterizzante della carriera lavorativa di un potenziale candidato. Un’esperienza ‘temp’, infatti, tendenzialmente facilita gli avanzamenti di carriera e offre diversi vantaggi tra cui una maggiore flessibilità, la possibilità di lavorare in vari settori, una maggiore esposizione a diversi stili di management e diverse tipologie di clienti”, ha commentato Pamela Bonavita, Executive Director di Page Personnel, agenzia per il lavoro parte di PageGroup specializzata nella ricerca e selezione di impiegati e giovani professionisti qualificati.

“La richiesta di figure professionali da inserire in somministrazione – ha concluso – è in costante aumento e ai potenziali candidati viene così offerta la possibilità di ampliare o di approfondire le proprie competenze estendendo anche la rete professionale”.

A confermare questa tendenza positiva sono anche i numeri di posizioni aperte in ambito ‘temp’. Page Personnel è, infatti, alla ricerca di oltre 800 candidati per i settori finance & accounting (30%), procurement & logistics (20%), assistant & office support (11%), tax & legal (8%), sales support & custumer service (7%), information technology (6%), engineering & manufacturing (4%).

Economia

ITALIANI BERSAGLIATI DA 100 TASSE

“Oltre a essere bersagliati da oltre 100 tasse di tutti i generi, con un numero di scadenze fiscali da far rabbrividire anche il contribuente più zelante e con un prelievo tributario tra i più elevati d’Europa, il nostro fisco è sempre più ‘bulimico’”. A denunciarlo è la Cgia. “Tenendo conto che dall’applicazione di una novantina di tasse, tributi e contributi l’erario incassa solo il 15% del gettito totale annuo – ha segnalato il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – con una seria riforma fiscale basterebbero poco più di 10 imposte per consentire ai contribuenti italiani di beneficiare di una riscossione più contenuta, di lavorare con più serenità e con maggiori vantaggi anche per le casse dello Stato che, molto probabilmente, da questa sforbiciata vedrebbero ridursi l’evasione”.

Le imposte che pesano di più sui portafogli dei cittadini italiani sono due e garantiscono più della metà (il 55,4%) del gettito totale: esse sono l’Irpef e l’Iva. Nel 2017 la prima ha garantito all’erario un gettito di 169,8 miliardi di euro (il 33,8%, un terzo del totale) mentre la seconda ha consentito di incassare 108,8 miliardi di euro (21,6%). Per le aziende l’imposta più pesante è l’Ires (Imposta sul reddito delle società), che l’anno scorso ha consentito all’erario di incassare 34,1 miliardi di euro.

Di particolare rilievo anche il gettito riconducibile all’imposta sugli oli minerali che è stato pari a 26 miliardi e quello ascrivibile all’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive) che ha assicurato 22,4 miliardi di euro.

“Se si considera che il livello dei servizi presente nel nostro Paese è molto modesto – ha dichiarato il segretario della Cgia Renato Mason – è necessario che il Governo inizi seriamente a ridurre il carico tributario. Con la manovra di bilancio presentata nei giorni scorsi è cominciato un percorso di riduzione delle tasse sulle partite Iva. Un fatto sicuramente positivo, ma ancora insufficiente”. Oltre ad avere un peso fiscale eccessivo, rimane altrettanto inaccettabile che il grado di complessità raggiunto dal fisco scoraggi la libera iniziativa e la voglia di fare impresa. Oltre a ciò, la Cgia tiene a ribadire ancora una volta che non è nemmeno più rinviabile una riflessione sull’assetto’ della Magistratura giudiziaria che coinvolga non solo gli addetti ai lavori.

“In alcun modo – ha affermato Zabeo – possiamo mettere in discussione l’indipendenza, l’autonomia e l’imparzialità dei giudici tributari, tuttavia il problema sussiste e nel contenzioso giuridico tra fisco e contribuente lo squilibrio c’è e, purtroppo, è a vantaggio dell’Amministrazione finanziaria”.

Più in generale, sintetizzano dalla Cgia, i tempi e i costi della burocrazia fiscale sono diventati una patologia che caratterizza negativamente tutto il nostro Paese. “Non è un caso – ha concluso Mason – che molti operatori stranieri non investano da noi proprio anche a causa dell’eccessiva ridondanza del nostro sistema burocratico. Incomunicabilità, mancanza di trasparenza, incertezza giuridica e adempimenti troppo onerosi hanno generato un velo di sfiducia tra imprese e Pubblica amministrazione che non sarà facile rimuovere in tempi ragionevolmente brevi”.

Carlo Pareto

Inps, quali le condizioni per concedere prestiti ai pensionati

Polo unico di tutela della malattia

PUBBLICATI I DATI DEL II TRIMESTRE 2018

È stato recentemente pubblicato l’osservatorio Inps sul polo unico di tutela della malattia contenente i dati relativi al II trimestre 2018.

In questo trimestre si registra un incremento del numero dei certificati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente per il settore privato (+3,9%) mentre si rileva una diminuzione per il comparto pubblico (-2,2%). Al rialzo del numero dei certificati nel settore privato corrisponde un aumento meno che proporzionale del numero dei giorni di malattia (+1,1%) mentre nel comparto pubblico alla diminuzione del numero dei certificati si osserva un decremento più che proporzionale dei giorni di malattia (-4,8%).

Nel secondo trimestre del 2018, per le visite mediche d’ufficio del settore privato, si registra, rispetto al trimestre precedente, una drastica contrazione del tasso di idoneità, vale a dire il rapporto tra il numero di visite con esito di idoneità al lavoro e il numero di visite effettuate. Questo indicatore si riduce da 40 a 15 ogni cento visite. Anche il tasso di compressione prognosi si riduce in modo marcato passando da 6,3 a 4,2.

Queste riduzioni sono da imputare, in buona parte, alla sospensione, a partire dal marzo 2018, dell’utilizzo del modello statistico di data mining “Savio” che consentiva all’Inps di concentrare le visite mediche di controllo sui casi in cui è più ragionevole ipotizzare che il certificato medico del lavoratore riporti una prognosi non coerente con lo stato di salute.

A tale proposito giova ricordare che la sospensione del modello “Savio” è stata decisa dall’Ente di previdenza a seguito dell’intervento del Garante della privacy il quale ha avviato un procedimento sanzionatorio nei confronti dell’Istituto per la violazione di più norme vigenti a tutela della riservatezza dei dati personali.

Al riguardo, è bene chiarire che, tra le variabili considerate nel modello Savio, non vi sono assolutamente i dati nosologici relativi alla malattia da cui è affetto il lavoratore, dato particolarmente sensibile e quindi soggetto a specifiche restrizioni di trattamento da parte della legislazione sulla privacy.

L’Inps confida, in ogni caso, nella collaborazione con il Garante della Privacy sotto gli auspici della Commissione Lavoro del Senato (presso la quale sia l’Inps che il Garante sono stati auditi sull’argomento) al fine di trovare una soluzione al problema che da un lato, permette di tutelare la privacy dei lavoratori e, dall’altro di evitare un ulteriore spreco di risorse pubbliche, consentendo all’Inps di svolgere in maniera efficiente ed efficace le visite mediche di controllo per la malattia.

Assistenza fiscale: nuovo servizio Inps

I contribuenti che hanno presentato il modello 730, indicando l’Inps quale sostituto d’imposta per l’effettuazione dei conguagli fiscali, possono verificare tramite il servizio “Assistenza fiscale (730/4): servizi al cittadino”, presente sul sito istituzionale, le risultanze contabili inviate all’Inps dall’Agenzia dell’Entrate, da caf o associazioni o professionisti abilitati.

Oltre alla funzione di consultazione delle risultanze contabili e delle eventuali trattenute o rimborsi effettuati mensilmente sulle prestazioni erogate in applicazione di tali risultanze, il servizio consentiva tra l’altro di effettuare on line, entro lo scorso il 30 settembre, la richiesta di annullamento e di variazione della seconda rata d’acconto Irpef o della cedolare secca .

Inps

PRESTITI AI PENSIONATI

Il legislatore ha esteso anche ai pensionati la possibilità di contrarre prestiti personali estinguibili con una trattenuta diretta sulla rata della pensione. Per offrire la massima tutela ai pensionati, l’Inps ha definito tutte le modalità e le condizioni necessarie per concedere tali prestiti. Si tratta, in pratica, di un prestito che il pensionato può ottenere da un istituto di credito e rimborsare attraverso un addebito automatico che l’Inps effettua sulla sua pensione. Il prelievo non può superare un quinto dell’importo mensile della pensione. E poiché il pensionato può cedere fino a un quinto della propria pensione, la rata dipende dall’importo dell’assegno stesso.

L’importo cedibile è calcolato al netto delle trattenute fiscali e previdenziali, e in modo da non intaccare l’importo della pensione minima stabilito annualmente dalla legge. Per questo motivo i trattamenti pensionistici integrati al minimo non possono essere oggetto di cessione. Nel caso si sia titolari di più prestazioni cedibili, il calcolo si effettua sull’importo totale delle pensioni percepite. Per accedere all’operazione, il pensionato deve richiedere il prestito alla Banca o alla Società finanziaria. L’Inps provvede poi a versare la quota stabilita trattenendola direttamente dalla pensione.

La durata del contratto di prestito non può andare oltre i dieci anni ed è obbligatoria la copertura assicurativa per il rischio di premorienza del titolare del trattamento previdenziale.

La cessione del quinto può essere chiesta su tutte le prestazioni pensionistiche, ad eccezione di: pensioni e assegni sociali; invalidità civili; assegni mensili per l’assistenza ai pensionati per inabilità; assegni di sostegno al reddito(VOCred, VOCoop, VOeso); assegni al nucleo familiare; pensioni con contitolarità per la quota parte non di pertinenza del soggetto richiedente la cessione; prestazioni di esodo ex art. 4, commi da 1 a 7 – ter, della Legge n. 92/2012.

Per ottenere un prestito con cessione del quinto, il pensionato deve prima richiedere  la comunicazione di cedibilità della pensione: un documento in cui viene indicato l’importo massimo della rata del prestito.

La quota cedibile deve essere richiesta personalmente dal pensionato presso qualsiasi Sede Inps e va consegnata alla banca o alla società finanziaria con la quale stipulare il contratto di finanziamento. Nel caso in cui il pensionato, per la stipula del contratto, si rivolga ad un ente finanziario convenzionato con l’Inps, la comunicazione di cedibilità verrà elaborata direttamente dalla Banca/Finanziaria attraverso un collegamento telematico con l’Istituto stesso, e i tassi di interesse applicati al contratto di prestito saranno più vantaggiosi.

Per contenere il livello dei tassi di interesse e tutelare i pensionati, l’Inps ha predisposto una Convenzione, sottoscritta da numerose Banche e Società finanziarie, che garantisce tassi più favorevoli rispetto a quelli di mercato. L’elenco delle Banche e degli Istituti convenzionati è disponibile sul sito istituzionale dell’Inps www.inps.it

L’ultimo decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 27 settembre 2018, emanato al riguardo, ha indicato i Tassi Effettivi Globali Medi (TEGM) praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari nel 4° trimestre 2018, in vigore dal 1° ottobre al 31 dicembre. Il messaggio Inps del 3 ottobre 2018, n. 3629 riporta i tassi soglia del Tasso Annuo Effettivo Globale ( TAEG) da utilizzare per i prestiti estinguibili con cessione del quinto dello stipendio e della pensione.

Welfare

450 MILIARDI SPESI NEL 2016

Nel 2016 la spesa complessiva per pensioni, sanità e assistenza è stata di 451,903 miliardi di euro contro i 447,36 miliardi del 2015 (+4,5 miliardi pari al +1% circa): pari a 181,225 miliardi di euro (176,303 nel 2015, con una crescita del 2,75%) la quota finanziata da contributi sociali versati dalla produzione, a fronte di una restante quota pari a circa 270,678 da erogare ricorrendo alla fiscalità generale (e quindi ricorrendo alle tasse pagate). E’ quanto emerge dall’Approfondimento 2018 sulle ‘Dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef 2016 per importi, tipologia di contribuenti e territori e analisi Irap’, realizzato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali e sostenuto da Cida, Confederazione Italiana Dirigenti e Alte Professionalità. Il rapporto è stato presentato al Cnel.

Il risultato, sottolineano gli autori del Rapporto (Alberto Brambilla e Paolo Novati), è che “per finanziare la spesa per la protezione sociale sono occorse anche tutte le imposte dirette – l’Irpef (ordinaria, regionale e comunale), l’intero importo di Ires, Isos e Irap – e ulteriori 40,1 miliardi (34,5 nel 2015)”. “Se di questo importo 32,5 miliardi derivano da contribuzioni Inail e altre prestazioni temporanee, i restanti 7,6 miliardi sono da ricavare attingendo alle imposte indirette, vale a dire Iva e accise”, spiegano.

“Una situazione indubbiamente difficile -commenta Brambilla- e che lo diventa ancor di più se si considera che il nostro Paese non vive uno dei suoi momenti migliori neppure sotto i profili di finanza pubblica, occupazione e produttività”.

Ma come si finanzia quindi il “generoso” sistema di welfare italiano? Nel dettaglio, si legge nel Rapporto, il totale dei redditi 2016 dichiarati ai fini Irpef tramite i modelli 770, Unico e 730 ammonta a 842,977 miliardi di euro, 10 in più rispetto al 2015, con un incremento di circa l’1,2%, e 25,7 in più rispetto al 2014.

Su questi redditi sono stati complessivamente versati ai fini Irpef 163,377 miliardi di euro (al netto del bonus da 80 euro, di cui beneficiano ben 11.468.245 di contribuenti, per uno sconto totale sull’Irpef pari a 9,367 miliardi di euro), rispetto ai 162,750 miliardi dell’anno precedente, dei quali 146,680 – pari all’89,78% del totale – per Irpef ordinaria, 11,948 miliardi per l’addizionale regionale – pari al 7,31% del totale – e 4,749 miliardi – pari al 2,91% del totale – per l’addizionale comunale (stabili rispetto al 2015).

Fatto 100 il totale dei redditi e l’Irpef dichiarata nel 2008, nel 2016 i valori sono pari rispettivamente a 107,72 e 103,77. Se non ci fosse stato il bonus Renzi, le imposte avrebbero raggiunto il valore di 109,72. In pratica, mentre la spesa per il welfare aumenta, si riduce di circa 6,448 miliardi il finanziamento a mezzo di Irpef ordinaria.

Commercio

IN 6 ANNI SPARITI OLTRE 6MILA NEGOZI

La liberalizzazione del commercio introdotta dal governo Monti, concedendo la facoltà ai negozianti di stare aperti 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno, domeniche e festivi compresi, ha contribuito, in 6 anni, alla chiusura di 55.951 negozi di piccole e medie dimensioni, con superfici inferiori ai 400 mq. Ma non solo, nello stesso periodo che va dal 2011 al 2017, i megastore, al contrario, sono aumentati di oltre 2.400 unità in Italia. E’ quanto emerge da un’elaborazione condotta da Confesercenti su dati Istat e Mise per l’Adnkronos in vista del round di audizioni che si è recentemente svolta a partire dal 25 settembre scorso, alla commissione Attività produttive della Camera, su cinque proposte di legge in tema di liberalizzazioni per abrogare o modificare le norme contenute dal decreto Salva Italia.

In particolare, la Confesercenti rileva che con la totale “deregulation” degli orari e dei giorni di apertura, complice naturalmente il calo dei consumi delle famiglie, ad aver subito il maggiore contraccolpo sono stati soprattutto gli esercizi commerciali di dimensioni più piccole: quelli con una superfice inferiore ai 50 metri quadri hanno registrato 31.594 chiusure; a seguire quelli tra i 50 e 150 mq con – 22.873. Perdite di gran lunga inferiori per i negozi tra 150 e 250 mq (-754) e tra 250 e 400 mq (-730). In controtendenza risultano quindi i megastore con 2.419 nuove aperture.

Lo scenario si riflette, di conseguenza, sulle quote di mercato dei consumi commercializzati. La Gdo nei 6 anni considerati ha guadagnato 7 miliardi pari ad un incremento di circa il 3% a danno dei piccoli. Nel 2011 infatti la Gdo aveva una quota di mercato pari al 57,7%, salita nel 2016 al 60,2%, laddove il comparto ‘tradizionale’, nel medesimo periodo, è passato dal 29,8% al 27,2%. In crescita anche il commercio online che ha guadagnato il 2,5 punti percentuali passando da una quota dell’1,9% al 4,4%. Mentre altre forme di commercio hanno perso terreno passando dal 10,6% a 8,2%.

La liberalizzazione inoltre, secondo l’indagine di Confesercenti, ha inciso negativamente sull’occupazione complessiva del settore senza creare posti di lavoro aggiuntivi: tra il 2012 e il 2016 infatti, gli occupati del commercio sono passati da 1.918.675 a 1.888.951 con una perdita di 29.724 posti di lavoro.

Un calo dovuto soprattutto alla moria di piccoli negozi. A spingere il dato verso il basso è infatti il crollo dei lavoratori indipendenti, cioè imprenditori e collaboratori familiari, che in questi quattro anni sono diminuiti di oltre 62mila unità, e la flessione degli esterni (imprenditori della consulenza e altro, che appoggiavano la rete dei negozi di vicinato) che invece perdono oltre 17mila posti di lavoro. Un’emorragia di occupazione che la crescita dei dipendenti (+47mila) e dei lavoratori temporanei (oltre 3.400 in più) non è riuscita a compensare.

Carlo Pareto

L’inadeguatezza dello Stato sociale di fronte ai nuovi scenari economici

welfareSpesso, nei manuali di economia, il welfare State o Stato sociale viene definito una struttura istituzionale volta ad assicurare un minimo di benessere ai propri cittadini. Si tratta di una definizione che, nella nuova edizione del loro libro “Che cos’è il welfare State”, Yuri Kazepov e Domenico Carbone (docente di Politiche sociali comparate all’Università di Vienna, il primo; di Metodologia delle scienze sociali all’Università del Piemonte Orientale, il secondo) valutano molto riduttiva, in quanto non rende conto della complessità dello scopo e delle modalità di funzionamento della struttura.

La drastica semplificazione della definizione del welfare State, secondo gli autori, impedisce di cogliere l’evoluzione che esso ha subito nel tempo. Per rimediare a questo deficit definitorio, Kazepov e Carbone, ritengono sia necessario collocare l’analisi del welfare in una “prospettiva temporale di lungo periodo”, per collegare lo scopo del sistema di sicurezza al contesto sociale nel quale esso è stato istituzionalizzato, considerandone l’evoluzione delle sue caratteristiche.. La semplificazione della definizione del welfare State, infatti, non consente di rilevare che le finalità dello Stato sociale sono cambiate, in modo diverso a seconda della diversità delle ideologie che si sono affermate all’interno dei singoli contesti a supporto del welfare.

Non è un caso, osservano Kazepov e Carbone, che, a causa della semplificazione con cui il welfare State è stato originariamente definito, la sua considerazione, da parte di molti analisti, sia stata prevalentemente orientata a metterlo in relazione con aspetti del funzionamento dei sistemi economici, che non avevano niente a che fate con le sue reali finalità. E’ stato solo negli anni Ottanta del secolo scorso, che il welfare State è divenuto oggetto di studio autonomo, in funzione della dinamica dei moderni sistemi economici industrializzati e della natura dei cambiamenti che in questi si sono verificati.

L’ideologia del welfare ha iniziato ad essere condivisa tra le due guerre e a tradursi in strutture pubbliche operative nei Paesi ad economia di mercato, a partire soprattutto dalla fine del secondo conflitto mondiale; è stato infatti all’interno di questi Paesi che l’ideologia del welfare si è affermata, legittimando sul piano sociale la necessità che l’intervento dello Stato nell’economia diventasse “un elemento costitutivo importante del benessere del cittadino”.

Il processo attraverso il quale l’intervento dello Stato ha assunto tale ruolo – affermano gli autori – “è fortemente intrecciato con le profonde trasformazioni economiche delle modalità di produzione del benessere e delle condizioni di vita delle persone, nonché con le trasformazioni politiche che hanno influenzato la partecipazione dei cittadini alla sfera pubblica”. Questo processo, avviatosi nel corso del Settecento, e irrobustitosi con la Rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese, ha dato luogo alla nascita delle economie nazionali e della democrazia politica, raggiungendo, nel periodo precedente e successivo al secondo conflitto mondiale, “il punto di svolta fondamentale”.

Con le trasformazioni economiche, sociali e politiche delle quali si è detto, si sono realizzate le condizioni perché si radicasse il consenso sociale su un intervento dello Stato nell’economia, per l’attuazione di politiche attive dirette a rimuovere, o quantomeno ad affievolire, i disagi causati dalle trasformazioni dei decenni precedenti. La natura di tali trasformazioni e la ricerca del necessario consenso sociale sulle politiche volte a rimuovere i disagi che ne erano derivati sono all’origine della complessità del sistema dello Stato sociale; realizzato originariamente in Gran Bretagna, esso si è esteso rapidamente, secondo modalità differenti, nei primi trent’anni successivi alla fine del conflitto mondiale, a gran parte dei Paesi ad economia di mercato e retti da regimi politici democratici.

La matrice ideologica del welfare State, oltre che determinare forme diverse con cui esso si è consolidato all’interno dei vari Paesi, si è anche arricchita nel tempo di nuovi contenuti, soprattutto quando lo scopo del sistema di sicurezza sociale è stato fortemente influenzato dall’accoglimento del “principio universalistico”, che ha determinato un salto di qualità nella natura delle sue prestazioni.

Il salto di qualità ha avuto l’effetto di promuovere l’espansione dei diritti dei cittadini e, conseguentemente, della spesa pubblica, promuovendo “un processo di sviluppo economico senza precedenti”, che ha consentito di disporre delle risorse necessarie a finanziare l’espansione dei diritti. Il doppio movimento espansivo (dei diritti sociali e della spesa pubblica, da un lato, e delle risorse necessarie a finanziare quest’ultima, dall’altro lato) si è riflesso nella formulazione di più rispondenti definizioni del welfare State; per un verso, tutte tendenti a presupporre, come “causa” della sua l’affermazione, la tutela della società di mercato e la “produzione di condizioni di insicurezza e vulnerabilità implicite nel suo funzionamento”; per un altro verso, tutte assumenti “che lo scopo del potere organizzato dello Stato “fosse quello di garantire un reddito minimo indipendentemente dal valore di mercato che i servizi della forza lavoro di un singolo poteva avere.

Le nuove definizioni stabilivano, quindi, l’esistenza di un “nesso causale”, che l’impetuoso processo di crescita e sviluppo verificatosi nel dopoguerra aveva concorso a fare nascere tra “l’affermazione della società di mercato”, la “produzione di insicurezza” che essa comportava e le conseguenti “politiche sociali” riparatorie da attuare a vantaggio di tutti.

Nella realtà, però, le politiche sociali realizzate non sono state sempre così universalistiche, come invece avrebbero dovuto essere, per cui i sistemi di welfare, pur consolidandosi, si sono evoluti sino alla metà degli anni Settanta del secolo scorso lungo tre direzioni: una direzione previdenziale, caratterizzata da prestazioni sociali a favore di beneficiari che si fossero trovati in particolari condizioni (occupazionali, di età, di genere, familiari, ecc.); una direzione assistenziale, caratterizzata da prestazioni sociali destinate a contrastare la povertà; infine, una direzione ugualitaria, che impegnava i sistemi di sicurezza sociale ad indirizzare le prestazioni verso il perseguimento della realizzazione di una “società più uguale”.

Nell’insieme, le definizioni del welfare (evolutesi lungo le tre “direzioni” indicate e divenute più rispondenti alla nuova situazione economica, sociale e politica maturata nel corso dei trent’anni successivi al 1945), pur indicando in modo specifico le finalità dello Stato sociale, hanno mancato, secondo Kazepov e Carbone, di prescrivere le modalità con cui esso (lo Stato sociale) poteva garantire e organizzare l’offerta delle prestazioni; la mancata indicazione di queste modalità è, per i due autori, all’origine del motivo per cui i sistemi di protezione sociale hanno assunto caratteristiche organizzative differenti nei vari Paesi, riflettendo i diversi valori prevalentemente condivisi nei singoli contesti.

Questo processo, culminato nella metà degli anni Settanta nell’allargamento degli scopi e nel potenziamento del welfare State – affermano Kazepov e Carbone – ha portato a scegliere all’interno dei vari Paesi l’attuazione di “certe politiche sociali piuttosto che altre”, indirizzando diversamente “i flussi redistributivi delle ingenti somme che lo Stato ha mobilitato nel periodo postbellico”. Ma, dopo il periodo del suo massimo sviluppo, i mutamenti socio-economici e le crisi strutturali dei Paesi ad economia di mercato hanno portato ad una riflessione critica riguardo agli scopi e alle modalità di finanziamento del welfare State. Assumendo una valenza prevalentemente ideologica, l’analisi critica è stata condotta secondo due prospettive diverse: quella neomarxista e quella neoliberista, cui va ricondotta anche la visione social-riformista.

La prima prospettiva critica ha fatto costante riferimento alla concezione marxiana dello Stato, secondo la quale, la sua azione condotta all’interno di una società di mercato, riproducendo le relazioni sociali proprie del capitalismo, non ha potuto incidere sulla rimozione (o sull’affievolimento) dei disagi sociali causati dagli esiti negativi della dinamica economica. Secondo la critica neomarxista, perciò, la crisi del welfare State è da ricondursi al fatto che il suo scopo è stato quello di assicurare la continuità nella stabilità del “processo produttivo e accumulativo del capitale”, attraverso la gestione delle crisi economico-sociali cui è sempre stato naturalmente esposto il capitalismo, a scapito di alcune classi e ad esclusivo vantaggio di altre.

L’instabilità dei mercati monetari e delle materie prime (in particolare delle risorse energetiche) ha comportato la riproposizione di antiche ideologie economiche e politiche conservatrici che, imputando al welfare State una radicalizzazione del conflitto sociale, hanno individuato nell’instabilità del mercato causata dall’approfondimento del conflitto sociale e nel crescente livello della spesa pubblica le cause della crisi dello Stato sociale. In base a questo approccio critico, a seguito delle insufficienze presentate dal welfare State a fronte degli effetti negativi dovuti all’instabilità dei mercati monetari e delle materie prime, a metà degli anni Settanta, la soluzione proposta, poi prevalsa, è consistita nella riduzione delle prestazioni sociali (considerate un disincentivo al lavoro) e del carico fiscale necessario per finanziare le politiche sociali.

Anche la critica social-riformista, rinvenendo il motivo della crisi del welfare State nella sua inadeguatezza nel fronteggiare l’instabilità dei mercati monetari e delle materie prime, non ha saputo che suggerire il ricorso a provvedimenti tampone, fondati sul continuo potenziamento del welfare State realizzato, che hanno avuto lo scopo, non di riproporre in termini innovativi le finalità dello Stato sociale e le modalità del suo funzionamento, ma solo quello di consentire alle economie di mercato in crisi di “guadagnare tempo”, rinviando così il momento in cui sarà giocoforza un “cambio di registro” circa il ruolo e la funzione che il welfare State dovrà svolgere per la salvaguardia dell’economia di mercato e la tutela del benessere dei cittadini, affrancata dall’instabilità economica, sociale e politica, trascinata fisiologicamente con sé dalla dinamica del moderni sistemi produttivi.

Nonostante le differenze che dividono le diverse prospettive critiche illustrate, è possibile rinvenire in esse, secondo Kazepov e Carbone, alcuni punti di convergenza: tutte concordano sul fatto che il welfare State, così come oggi risulta strutturato e “rabberciato”, non può più essere considerato la risposta ai problemi economici, sociali e politici delle economie di mercato; nessuna afferma la necessità di “smantellare” ab imis il welfare State, in quanto viene riconosciuto (sia pure per ragioni tra loro non omogenee) che le economie di mercato contemporanee non possono farne a meno; nessuna delle prospettive critiche dispone di “una strategia realistica per la realizzazione di quella che, secondo ognuna delle prospettive critiche, potrebbe essere la forme organizzativa più conveniente del welfare State, a fronte dei problemi economici, sociali e politici indotti dalla dinamica dei moderni sistemi produttivi.

Gli elementi di convergenza delle diverse prospettive critiche, a parere di Kazepov e Carbone, “sottolineano il fatto che il welfare State, così come si è storicamente strutturato e istituzionalizzato, ha raggiunto dei limiti”, che sono l’esito della dinamica, sia dell’economia, che delle modalità di intervento dello Stato per rimuoverne le disfunzioni; nell’ambito dei cambiamenti (dell’economia e delle modalità di intervento dello Stato), l’”inerzia istituzionale” del welfare State sta offrendo ora “risposte vecchie a sfide nuove”.

Concludendo il loro discorso sui limiti del welfare State e sulla necessità di una sua riorganizzazione idonea a dare risposte alle sfide economiche, sociali e politiche nuove, Kapezov e Carbone osservano che la riorganizzazione dovrebbe avvenire tenendo conto del ruolo politico-istituzionale che ha assunto l’intervento (regolatore dell’economia) dello Stato sociale moderno; ruolo, questo, che dovrebbe essere svolto attraverso un welfare State diretto a garantire, sotto forma di prevenzione, di assistenza e di modernizzazione della società, la soddisfazione di specifici diritti sociali, cui devono corrispondere specifici doveri di contribuzione finanziaria.

La conclusione del discorso degli autori sulla riorganizzazione del welfare State non appare innovativa, in quanto manca di tenere nel debito conto il fatto che la dinamica dei sistemi produttivi contemporanei, sotto la diretta influenza della globalizzazione, ha originato il fenomeno della disoccupazione crescente irreversibile; ciò rende del tutto inefficaci ipotesi di riforma del welfare State concepito come braccio operativo di un sistema di sicurezza sociale garante della soddisfazione di specifici diritti sociali, a fronte di altrettanti specifici doveri di contribuzione finanziaria. Ma, se il connotato principale dei attuali sistemi produttivi ad economia di mercato è quello di causare crescenti livelli di disoccupazione irreversibile, quale capacità può avere la forza lavoro di contribuire alla copertura finanziaria della spesa pubblica con cui dovrebbero essere soddisfatti i suoi loro diritti sociali?

La risposta ineludibile a questo interrogativo può essere data solo riflettendo su come riformare le modalità di distribuzione del prodotto sociale, in modo da svincolare la parte di esso che svincoli la parte di esso corrisposta alla forza lavoro disoccupata da ogni sua possibile contribuzione produttiva. E’ questo un problema sul quale da tempo si dibatte, senza pervenire, però, a conclusioni valide sul piano operativo, preferendo continuare a “rabberciare” il vecchio arnese del welfare State, ormai ridotto a strumento utile solo a consentire all’establishment economico e politico prevalente di “guadagnare tempo”, prima che i rattoppi del welfare State cessino la loro effimera efficacia.

Gianfranco Sabattini