Unimpresa: meno disoccupazione, ma boom di lavoratori precari

Inps

400MILA PENSIONI PAGATE DA OLTRE 38 ANNI

Le pensioni liquidate dal 1980, e quindi ancora in essere da oltre 38 anni, sono 406.942. Una cifra monstre, che fa riferimento ai versamenti per vecchiaia, anzianità e superstiti, mentre sono escluse invalidità e assegni sociali, e che mostra quali sono le pensioni con un vantaggio significativo rispetto ai contributi versati.

Decine di migliaia di questi ex lavoratori vivono in pensione dal doppio del tempo che hanno lavorato. C’è gente che riceve l’assegno da oltre 40 anni, avendo versato contributi per 20 anni (o meno). ll dato riferito all’inizio del 2018 arriva dagli Osservatori statistici dell’inps che calcolano invece in oltre 1,7 milioni gli assegni che durano da oltre 30 anni (quindi liquidati dal 1988 o prima).

Prima del 1980, l’età alla decorrenza delle pensioni liquidate per la gestione dei dipendenti pubblici era di 49 anni per la vecchiaia e di 45,7 per i trattamenti di anzianità contributiva. Per i superstiti ‘da assicurato’ era di 41,1 anni mentre per i superstiti da pensionato era di 45 anni. Naturalmente la cifra media risente del fatto che sono passati moltissimi anni e quindi le persone rimanenti con pensioni così “vecchie” sono quelle che sono andate a riposo prima e dopo 38 anni sono ancora in vita. Per i pensionati del settore privato l’età è un pò più alta per i trattamenti di vecchiaia (compresa l’anzianità) con 54,5 anni, mentre è più bassa per i superstiti con appena 40,2 anni al momento della liquidazione della pensione.

Il dato dei pubblici risente chiaramente delle pensioni “baby” e quindi delle uscite dal lavoro con 20 anni di contributi o meno (14 anni sei mesi e un giorno per le donne con figli).

Gli importi – Se per i trattamenti pensionistici del settore privato l’importo medio degli assegni liquidati prima del 1980 è largamente inferiore a mille euro al mese (818 euro mensili i trattamenti di vecchiaia, 529 euro quelli ai superstiti) per le prestazioni di quiescenza del settore pubblico l’importo medio supera i 1.650 euro mensili per i trattamenti di vecchiaia e i 1.466 euro per quelli di anzianità. Per le pensioni ai superstiti da assicurato risalenti a prima del 1980 la pensione media ammonta a 1.134 euro mentre gli assegni ai superstiti da pensionato valgono 1.200 euro al mese in media.

Welfare

VIA AL NUOVO REI

Come stabilito dalla legge di Bilancio 2018, dall’1 luglio si amplia la platea dei potenziali beneficiari del ReI che diventa a tutti gli effetti reddito di inclusione universale: si passa da 500mila famiglie (pari a 1,8 milioni di cittadini) a 700mila nuclei (2,5 milioni di persone). Già dall’1 giugno, per presentare domanda è necessario solo il requisito del reddito, mentre cadono tutti quelli legati alla composizione del nucleo familiare inizialmente previsti. Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha spiegato che è stata raggiunta “una platea più ampia di quello che pensavamo”, pur sottolineando che sono “ancora poche rispetto ai 4,5 milioni di individui in povertà” e che il ReI “è ancora largamente sotto finanziato”, mentre per raggiungere tutti i soggetti indigenti sarebbero “necessari tra i 6 e i 7 miliardi di euro”. Altra novità, non meno significativa, riguarda il massimale annuo riferito alla componente economica del ReI: il beneficio subisce un incremento del 10 per cento passando, per le famiglie con 5 o più componenti, da 485 a circa 534 euro al mese.

I requisiti per il reddito di inclusione – Dal mese di giugno per accedere al ReI non è più necessario, dunque, che in famiglia ci sia un minore, una persona con disabilità, una donna in gravidanza o un disoccupato ultra 55enne. Può infatti chiedere di essere ammesso alla nuova misura di contrasto alla povertà anche chi è solo o è sposato senza figli. I beneficiari devono essere cittadini italiani oppure stranieri con cittadinanza in uno dei Paesi Ue, familiari di cittadini italiani o comunitari, non aventi la cittadinanza in uno Stato membro titolari del diritto di soggiorno o diritto di soggiorno permanente, cittadini extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno Ce e titolari di protezione internazionale (asilo politico, protezione sussidiaria) residenti in Italia da almeno due anni. Possono presentare domanda tutti coloro che hanno un Isee fino a 6mila euro, oppure un Isre (Indicatore della situazione reddituale) fino a 3mila euro e altri specifici requisiti economici, a prescindere dalla composizione familiare. Il valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non deve superare i 20mila euro (quindi possono accedere al Rei pure i proprietari di prima casa che vivono in condizioni di povertà, mentre quello del patrimonio mobiliare (depositi, conti correnti, etc.) non può essere maggiore di 10mila euro (ridotto a 8mila euro per due persone e a 6mila euro per la persona sola). Per ottenere il beneficio, inoltre,, è necessario che ciascun componente il nucleo non percepisca già prestazioni di assicurazione sociale per l’impiego (NASpI) o altri ammortizzatori sociali di sostegno al reddito in caso di disoccupazione involontaria, non possieda autoveicoli o motoveicoli immatricolati la prima volta nei 24 mesi antecedenti la richiesta (sono esclusi autoveicoli e motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità) e non possieda imbarcazioni da diporto.

Come funziona – Il ReI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una Carta di pagamento elettronica (Carta ReI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa che punta al superamento della condizione di povertà. Il trattamento economico è concesso per un periodo massimo di 18 mesi, dopo i quali non può essere rinnovato se non sono trascorsi almeno 6 mesi. Dalla durata massima del ReI devono altresì essere sottratte le mensilità di Sostegno per l’inclusione attiva (Sia), eventualmente già corrisposte al nucleo familiare. L’Inps ha recentemente pubblicato il nuovo modello di domanda, che recepisce le novità prefigurate dalla legge di bilancio 2018. Le famiglie in possesso dei requisiti devono inoltrare il nuovo modulo al Comune di residenza che, una volta ricevuta tutta la documentazione, verifica la correttezza dei dati e lo trasmette all’Inps. L’Istituto controlla il possesso dei requisiti e, se l’esito è positivo, invia a Poste Italiane l’ok per la corresponsione dell’importo, se è negativo, comunica al cittadino il motivo del rigetto e le istruzioni per presentare un eventuale ricorso.

I calcoli sul reddito – Il soddisfacimento dei requisiti non dà necessariamente diritto al beneficio economico “la cui effettiva erogazione – ha spiegato l’Inps – dipende anche dall’eventuale fruizione di altri trattamenti assistenziali (esclusi comunque quelli non sottoposti ad una valutazione della condizione economica, come ad esempio l’indennità di accompagnamento) e dalla condizione reddituale rappresentata dall’indicatore della situazione reddituale, al netto dei trattamenti assistenziali in esso considerati. L’Isre, infatti, viene calcolato sulla base della somma di tutti i redditi meno le detrazioni, le franchigie e i redditi esenti. In pratica indica l’effettiva disponibilità economica delle famiglie, defalcando eventuali affitti pagati (fino ad un massimo di 7mila euro, incrementato di 500 euro per ogni figlio convivente successivo al secondo) e il 20% del reddito da lavoro dipendente (fino ad un massimo di 3mila euro). L’ammontare del beneficio economico viene, quindi, determinato integrando fino a una data soglia le risorse a disposizione delle famiglie. “La soglia è pari a 3mila euro – ha sottolineato l’Inps – ma in sede di prima applicazione viene coperta solo al 75%. Pertanto, inizialmente, la soglia con cui confrontare le risorse economiche del nucleo familiare è pari, per un singolo, a 2.250 euro e cresce in ragione della numerosità familiare”. L’Istituto di previdenza ha opportunamente confermato che sono già state apportate le modifiche ai diversi canali di trasmissione delle istanze all’Istituto. Ma resteranno comunque a disposizione anche le interfacce utilizzate per le domande presentate fino al 31 maggio, gestite con le regole precedenti. Tutte quelle inviate dal 1 gennaio al 31 maggio 2018, rifiutate per la sola mancanza dei requisiti familiari, saranno riesaminate d’ufficio con verifica dei requisiti alla data del 1 giugno 2018.

Lavoro

BOOM DI PRECARI

“Meno disoccupazione, compensata da una ‘fabbrica’ di lavoratori precari. Ora sono oltre 9,3 milioni gli italiani che non ce la fanno e sono a rischio povertà: è sempre più estesa l’area di disagio sociale che non accenna a restringersi. Dal 2016 al 2017 altre 128mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia: complessivamente, adesso, si tratta di 9 milioni e 293 mila soggetti in difficoltà”. E’ quanto emerge da un recente studio di Unimpresa nel quale si sottolinea che “crescono soprattutto gli occupati-precari: in un anno, dunque, è aumentato il lavoro non stabile per 197mila soggetti che vanno ad allargare la fascia di italiani a rischio”.

Ai “semplici” disoccupati, che hanno fatto registrare una diminuzione di 69mila unità, sostiene Unimpresa, “vanno aggiunte ampie fasce di lavoratori, ma con condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi. Si tratta di un’enorme “area di disagio”: ai quasi 3 milioni di persone disoccupate, bisogna sommare anzitutto i contratti di lavoro a tempo determinato, sia quelli part time (900mila persone) sia quelli a orario pieno (2 milioni); vanno poi considerati i lavoratori autonomi part time (722mila), i collaboratori (251mila) e i contratti a tempo indeterminato part time (2,68 milioni)”.

Questo gruppo di persone occupate, ma con prospettive incerte circa la stabilità dell’impiego o con retribuzioni contenute, “ammonta complessivamente a 6,55 milioni di unità”. Il totale dell’area di disagio sociale, calcolata dal Centro studi di Unimpresa sulla base dei dati Istat, a fine 2017 comprendeva dunque 9,29 milioni di persone, in aumento rispetto a fine 2016 di 197mila unità (+1,4%).

Ora il governo, ha sottolineato il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara, “deve dare risposte. È finito il tempo degli annunci ed è finita la campagna elettorale, come ha correttamente osservato pure il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Servono misure concrete. Le aziende italiane hanno bisogno di risorse e incentivi per crescere e svilupparsi dunque per avere i presupposti necessari a creare nuova occupazione stabile”.

Per Ferrara, “c’è bisogno di più lavoro per gli italiani: in questo senso, vanno accolti con favore tutti gli strumenti e le misure volte a rendere meno onerose le assunzioni di lavoratori, meglio se si tratta di interventi strutturali e non di aiuti una tantum. Riteniamo sbagliato insistere con forme di sussidio, perché strumenti come il reddito di inclusione alimentano l’assistenzialismo e disincentivano, di fatto, la crescita economica. I poveri non vanno lasciati nella loro condizione”.

Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Una situazione di fatto aggravata dalle agevolazioni offerte dal Jobs Act che hanno visto favorire forme di lavoro non stabili. Di qui l’estendersi del bacino dei “deboli”. Il dato sui 9,29 milioni di persone è relativo al terzo trimestre del 2017 e complessivamente risulta in progresso dell’1,4% in confronto al terzo trimestre del 2016, quando l’asticella si era fermata a 9,16 milioni di unità: in un anno quindi 105mila persone sono entrate nell’area di disagio sociale.

Nel terzo trimestre del 2016 i disoccupati erano in totale 2,80 milioni: 1,53 milioni di ex occupati, 578mila ex inattivi e 693mila in cerca di prima occupazione. A settembre 2017 i disoccupati risultano in discesa di 69mila unità (-2,5%). Incide il calo di 139mila unità degli ex occupati, mentre crescono di 41mila unità gli ex inattivi; e salgono pure coloro che sono in cerca di prima occupazione, lievitati di 29mila unità.

In salita il dato degli occupati in difficoltà: erano 6,35 milioni a settembre 2016 e sono risultati 6,55 milioni a settembre scorso. In totale 197mila soggetti in più (+3,1%). Una crescita dell’area di difficoltà che rappresenta un’ulteriore spia della grave situazione in cui versa l’economia italiana, nonostante alcuni segnali di miglioramento: soprattutto le forme meno stabili di impiego e quelle retribuite meno, favorite dalle misure inserite soprattutto nel Jobs Act, pagano il conto della recessione.

I contratti a temine part time sono saliti di 146mila unità da 754mila a 900mila (+19,4%), i contratti a termine full time sono cresciuti di 196mila unità da 1,80 milioni a 2 milioni (+10,9%), i contratti a tempo indeterminato part time sono calati dell’1,0% da 2,70 milioni a 2,68 milioni (-27mila). Scendono i contratti di collaborazione (-56mila unità) da 307mila a 251mila (-18,2%) e risultano in diminuzione anche gli autonomi part time (-7,9%) da 784mila a 722mila (-62mila).

Carlo Pareto

Gig economy. Boeri: Serve un salario minimo per i lavori atipici

Pensioni

127MILA QUELLE LIQUIDATE NEL 2017

Nel 2017 sono state liquidate 124.464 pensioni ai lavoratori del settore pubblico con un aumento dell’8,4% rispetto a quelle liquidate nel 2016. Gli assegni erogati infatti sono passati da 114.833 del 2016 a 124.464 nel 2017.

In aumento anche gli importi medi mensili passati dai 2.018,33 euro del 2016 ai 2.069,42 euro nel 2017, con incremento percentuale del 2,5%. E’ quanto si legge nell’Osservatorio dell’Inps che ha aggiornato a maggio i dati statistici.

Ammontano invece a oltre 2,8 milioni le pensioni dei dipendenti pubblici in vigore al 1 gennaio 2018, in aumento dello 0,7% rispetto all’anno precedente. L’importo complessivo annuo delle pensioni (importo complessivo mensile moltiplicato 13) è di 69.328,8 milioni di euro, con incremento percentuale del 2,6% rispetto all’anno 2017, in cui l’importo risultava di 67.577,3 milioni di euro.

Nella ripartizione delle pensioni per categoria e sesso l’Inps registra che il 58,6% del totale dei trattamenti pensionistici è erogato alle donne, contro il 41,4% erogato ai maschi. In tutte le categorie di pensione, eccetto la categoria delle pensioni di inabilità, si rileva una maggior presenza di pensionate sui pensionati, con differenziazione massima nelle pensioni ai superstiti in cui le femmine rappresentano il 18,6% del totale delle pensioni e i maschi il 3,2%.

Per quel che riguarda la distribuzione geografica degli assegni di pensione vigenti al 1 gennaio 2018

l’Osservatorio dell’Inps annota come il maggior numero delle prestazioni sia concentrato nell’area settentrionale della penisola con il 40,9% del totale nazionale, seguito dal 36,0% delle prestazioni erogate nell’area meridionale, isole comprese. Infine, l’Italia Centrale assume, con il 23%, il valore minore nel rapporto con il totale. Esiguo il numero delle pensioni erogate all’estero pari allo 0,1% del totale.

Boeri

SERVE SALARIO MINIMO PER ATIPICI

Per il milione di lavoratori della Gig economy, un neologismo dall’americano gergale che indica i cosiddetti ‘lavoretti’ e include molti atipici compresi i riders, bisognerebbe introdurre un “salario minimo a prestazione”. Lo afferma il presidente dell’Inps, Tito Boeri, aggiungendo che in Italia sarebbe necessaria anche l’approvazione di nuove leggi che ‘obblighino’ i grandi gruppi del settore a iscriversi alla piattaforma on line dell’istituto di previdenza per le prestazioni occasionali.

Assegno di ricollocazione

LA DOMANDA ANCHE AI PATRONATI

A partire dal 28 maggio scorso è diventato più semplice fare richiesta per l’assegno di ricollocazione, la dote che lo Stato fornisce al disoccupato che percepisce la Naspi da almeno 4 mesi per la sua formazione e riqualificazione, così da renderlo “appetibile” per le imprese e il mercato del lavoro in generale: è infatti possibile – ha fatto il Ministero del lavoro – richiederlo anche rivolgendosi ai patronati convenzionati con l’Anpal.

E’ entrato così nella piena operabilità il principale strumento delle politiche attive del lavoro introdotto con il Jobs act, la cui messa a regime si è avuta il 14 maggio dopo un periodo di sperimentazione. «In questo modo si completano le misure previste dal Jobs Act – ha dichiarato il presidente dell’Anpal, Maurizio Del Conte – e si vedono quindi i frutti del lavoro svolto dalla nascita dell’Agenzia ad oggi, un lavoro pioneristico per molti aspetti, che abbiamo portato avanti insieme al Ministero del Lavoro e in forte sinergia con le Regioni».

«Sono soddisfatto – ha affermato l’ex ministro, Giuliano Poletti- con l’avvio definitivo dell’assegno di ricollocazione, strumento essenziale per dare concreta attuazione alle politiche attive, aiutiamo le persone a trovare un lavoro: tutte le nostre politiche sono state finalizzate a questo obiettivo, non ad offrire un sostegno assistenzialistico».

L’assegno di ricollocazione può essere richiesto dai beneficiari di Naspi da almeno 4 mesi. La somma di denaro messa a disposizione può essere utilizzata presso un Centro per l’Impiego o un’Agenzia per il lavoro accreditata, che assegnerà un tutor al disoccupato, per essere affiancato in un programma personalizzato di ricerca intensiva di una nuova occupazione.

L’importo dell’assegno – da un minimo di 250 euro ad un massimo di 5.000 euro, a seconda del tipo di contratto e del grado di difficoltà per ricollocare il disoccupato – viene riconosciuto all’ente che fornisce il servizio di assistenza alla ricollocazione, solo se la persona titolare dell’assegno trova lavoro.

Le tipologie di contratto per le quali si riconosce l’esito occupazionale sono il tempo indeterminato, compreso l’apprendistato, il tempo determinato, maggiore o uguale a 6 mesi (3 mesi per Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia). Il destinatario dell’assegno può scegliere liberamente l’ente da cui farsi assistere: il Centro per l’Impiego o l’operatore accreditato scelto assegnerà un tutor che lo affiancherà attraverso un programma personalizzato di ricerca intensiva per trovare nuove opportunità di impiego adatte al suo profilo.

La sperimentazione ha interessato circa 29 mila destinatari estratti in maniera casuale dallo stock di potenziali destinatari comunicati dall’Inps. Costoro potevano iscriversi al programma rivolgendosi ai centri per l’impiego dove era stato sottoscritto il patto di servizio personalizzato, oppure registrandosi al sito – ottenendo le credenziali di accesso per l’area riservata – e seguendo l’apposita procedura. Dal 14 maggio 2018 l’assegno di ricollocazione è entrato a regime per tutti gli aventi diritto.

Commercio

7 IMPRESE SU 10 GUIDATE DA DONNE

Le imprese guidate da donne sono per la maggior parte propense a occuparsi di commercio di mercato, ben 7 su 10 si occupano di questo settore. E la maggior parte mostrano una particolare attenzione alla sostenibilità e alla green economy. Lo scenario emerge dal 5° Forum di Terziario Donna Confcommercio, nell’ambito del quale si è svolto a Roma il convegno “Economia responsabile per dare valore al futuro”.

“Il terziario di mercato – ha dichiarato il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli – è la prima scelta delle donne che vogliono fare impresa, oltre il 70% delle donne che fa impresa, infatti, la fa nei nostri settori dove si produce più valore, più benessere più futuro forse anche grazie a una marcia in più che hanno le donne”.

A insistere sul tema è stata Patrizia Di Dio, presidente di Terziario Donna Confcommercio. “Dobbiamo essere consapevoli che la sostenibilità e la responsabilità sociale – ha affermato – non sono temi che hanno a che fare solo con l’etica, non esprimono solo un’economia virtuosa, ma sono anche un tema di competitività, una leva strategica vincente su cui puntare per migliorare le performance e i risultati delle nostre imprese e sono un patrimonio immateriale di capacità che noi donne imprenditrici già possediamo e applichiamo spontaneamente”.

Le imprese femminili hanno una maggiore attenzione verso la sostenibilità ambientale, secondo stime Si.Camera su dati Fondazione Symbola-Unioncamere (Rapporto GreenItaly 2017), le imprese femminili (con almeno un dipendente) del terziario che hanno investito negli ultimi 8 anni, dal 2010 al 2017, in prodotti e tecnologie green sono il 30,2% contro il 24,3% nel caso delle imprese maschili. La media del terziario è pari al 25,6%.

Nel campo della sostenibilità ambientale, le imprese femminili mostrano una più elevata propensione ad investire nella green economy rispetto a quelle maschili. Recenti ricerche hanno dimostrato come la responsabilità sociale di impresa, in una visione che vede l’impresa relazionarsi con la comunità territoriale senza perseguire solamente la massimizzazione del profitto, sono più competitive.

Durante i lavori è stata presentato il volume “Il Neuromarketing nel negozio”, il nuovo manuale della collana “Le Bussole”, che affronta un tema nuovo per gli esercizi commerciali, applicando concretamente, il ‘neuromarketing’ alla gestione del negozio, ovvero quali sono i meccanismi mentali che guidano le decisioni dei clienti. Un aspetto che può aiutare i negozianti a rivolgere l’attenzione ai propri clienti in modo nuovo, per capire meglio i loro comportamenti, i loro bisogni inespressi. Una attività ancora più importante adesso che la concorrenza dell’e-commerce diventa pressante.

Carlo Pareto

Sulla flat tax Salvini si toglie la maschera

salvini 6Dopo l’incidente diplomatico con la Tunisia, prima che il nuovo Governo abbia ottenuto la fiducia in Parlamento, Matteo Salvini si è tolto la maschera utilizzata per la propaganda elettorale.

Ma la flat tax è iniqua, favorisce i ricchi e non avvantaggia i poveri? A questa domanda il ministro dell’Interno  Matteo Salvini, a  Radio Anch’io, ha risposto: “Con la flat tax ci guadagnano tutti. Se uno fattura di più e paga di più, è chiaro che risparmia di più, reinveste di più, assume un operaio in più, acquista una macchina in più, e crea lavoro in più. Non siamo in grado di moltiplicare pani e pesci. Il nostro obiettivo è che tutti riescano ad avere qualche lira in più nelle tasche da spendere”. Il discorso potrebbe sottintendere il principio che è bene che i ricchi paghino meno tasse perché, avendo più mezzi, spendono di più e rimettono in moto l’economia del Paese.

Ma le opposizioni sono passate immediatamente al contrattacco. La vicepresidente del Senato,  Anna Rossomando  del Pd ha detto: “Il governo del cambiamento ha cambiato la trama di Robin Hood,  si toglie ai poveri per dare ai ricchi”. Il presidente del PD, Matteo Orfini,  ha aggiunto: “Finalmente ha detto la verità”.

In realtà, Salvini è rimasto nell’ambiguità, senza scoprirsi eccessivamente, ma ha commesso un errore nella valutazione della propensione al consumo che, con la flat tax, resterebbe invariata ed anzi con tendenzialità negativa. L’inversione di tendenza della propensione al consumo, per rimettere in moto l’economia del Paese, è possibile ottenerla soltanto aumentando il reddito delle fasce più povere.

Sempre in tema economico, il vicepremier leghista ha parlato anche di pensioni: “L’impegno è sacro. Smonteremo la legge Fornero pezzo per pezzo. Con l’obiettivo di tornare a 41 anni di contributi”.

Poi, Salvini è ritornato sulla questione migranti e sugli attacchi contro la Tunisia, promettendo di voler fare chiarezza: “Siamo al lavoro per capire meglio gli accordi con la Libia e la Tunisia già nel fine settimana, spero, incontrerò il ministro dell’Interno tunisino, un Paese dove non c’è guerra, epidemia, carestia e bisognerà cercare di lavorare meglio”.

A Salvini, dunque, non basta leggere i documenti sugli accordi firmati da Minniti che sono al Viminale.

Tra i temi a cui il Viminale sta lavorando per la prossima estate, Salvini ha citato il dossier ‘spiagge sicure’, una serie di provvedimenti per litorali liberi dagli abusivi affermando: “Stiamo preparando un dossier per evitare almeno in parte il dramma dell’abusivismo che colpisce commercianti e bagnanti”.

Dopo, a Montecitorio è ritornato sul tema dei centri di accoglienza sostenendo: “Il governo realizzerà dei Centri per i rimpatri chiusi affinchè la gente non vada a spasso per le città. La gente non vuole avere dei punti dove uno esce alle 8 della mattina, rientra alle 10 la sera e durante il giorno non si sa cosa fa e fa casino”. In merito alle possibili opposizioni delle Regioni alla realizzazione dei Centri, Salvini ha detto di aver già parlato “con tutti i governatori leghisti che non vedono l’ora di avere Centri chiusi”. E a chi gli ha fatto notare che si tratta di prigioni a cielo aperto, il neoministro di palazzo del Viminale ha risposto: “Sono dei centri per i rimpatri e se qualcuno è trovato in possesso di documenti falsi o senza documenti, prima di espellerlo dobbiamo capire chi è e da dove viene”.

Atteggiamento duro e repressivo quello di Salvini coerente alle promesse elettorali.

Anche i mercati sono stati coerenti con le preoccupazioni sul programma di governo della lega e dei pentastellatati. Sono tornati a salire lo spread Btp-Bund nel giorno del voto di fiducia al governo Conte alla Camera. Dopo l’avvio dei mercati finanziari, il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato decennali italiani e quelli tedeschi è passato in pochi minuti da 238 a 250 punti base.

Fra quattro mesi scadrà il quantitative easing della Banca Centrale Europea e non si sa ancora se verrà prorogato e per quanto tempo. Poi, nel 2019 scadrà il mandato del presidente Draghi alla Bce . Non si sa ancora se chi sostituirà Draghi alla Bce continuerà la politica monetaria del Qe che finora ha sostenuto efficacemente i Paesi dell’Ue, soprattutto quelli con un forte indebitamento pubblico. Con questo scenario sono giustificate le preoccupazioni dei mercati, ma saranno gli italiani a pagare il conto.

Salvatore Rondello

Povertà. Si allarga la platea del Rei, il reddito di inclusione sociale

Pensioni

LE NUOVE IPOTESI DI MODIFICA LEGA M5S

Il superamento della Legge Fornero è il punto che più accomuna i programmi di Lega e Movimento 5 Stelle. Entrambi i partiti, infatti, hanno indicato la volontà di introdurre Quota 100 e Quota 41 per cambiare il sistema pensionistico. Secondo quanto ha recentemente riportato al riguardo Il Sole 24 Ore, la Quota 100 diventerebbe 101 per i lavoratori autonomi e sarebbe prevista un’età minima di accesso pari a 64 anni. Inoltre, verrebbe posto un limite di 2 o 3 anni di contribuzione figurativa massima.

Il quotidiano di Confindustria ha riportato anche le dichiarazioni di Alberto Brambilla, ex sottosegretario al Welfare che ha curato il programma della Lega sulle pensioni, secondo cui è importante mantenere “gli stabilizzatori automatici, ovvero l’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita e i coefficienti di trasformazione”.

Misure che rappresenterebbero “il lasciapassare per l’Europa e per i mercati”, che consentirebbero quindi di “difendere la nuova flessibilità che vogliamo”. Resta da capire quale costo avrà una riforma delle pensioni di questo tipo. Secondo Brambilla, la spesa non supererebbe i 5 miliardi l’anno, ma, ha ricordato Il Sole 24 Ore, l’Inps aveva stimato a fine febbraio una spesa di 14-18 miliardi nei primi due anni di applicazione, al netto dell’Ape sociale non più erogata.

Non è poi chiaro se l’adeguamento dei requisiti pensionistici valga solo per l’età anagrafica o anche per l’anzianità contributiva. Cioè se la Quota 41 sia destinata ad aumentare con il passare del tempo. Si spera comunque non prima del 2019, quando è previsto già uno “scatto” di 5 mesi per gli attuali requisiti. Altrimenti la Quota 41 diventerà già di 41 anni e 5 mesi.

Povertà

SI ALLARGA LA PLATEA DEL REI

Si allarga da luglio la platea potenziale del Rei, il reddito di inclusione sociale ma le domande all’Inps anche senza i requisiti sulla composizione del nucleo familiare potranno essere presentate dal primo giugno (il beneficio si ottiene a partire dal mese successivo).

Lo scrive Inps in un messaggio ricordando che da luglio, come previsto dalla legge, non sarà più necessario per ottenere il sussidio avere in famiglia almeno un minore, un disabile, una donna in stato di gravidanza o un disoccupato over 55. Fino a giugno la platea potenziale è di circa 500.000 famiglie per 1,8 milioni di persone mentre da luglio passerà a 700.000 nuclei per 2,5 milioni di persone.

Il beneficio economico va da un massimo di 187,5 euro per una persona sola in situazione di povertà a 539,8 euro nel caso di famiglia con almeno sei componenti.

Tra i requisiti per avere il Rei c’è un Isee non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro.

Il Rei è compatibile con un’attività lavorativa (fermi restando i requisiti economici) ma non con la Naspi.

Lavoro

BOERI DIFENDE I RIDER

L’Inps scende in campo per i diritti dei rider. “Stiamo lavorando”, ha recentemente detto il presidente Tito Boeri “per definire forme di monitoraggio delle piattaforme di intermediazione della gig economy” ossia l’economia di quei lavoretti, fatti di solito dai giovani per arrotondare, ma che possono trasformarsi in altro sia per la disoccupazione che per la difficoltà di arrivare alla fine del mese. Il controllo, ha aggiunto Boeri, servirà “per vincolare da un lato il datore di lavoro a versare i contributi e dall’altro per tutelare i lavoratori per esempio in caso di malattia o maternità. L’obiettivo è “registrare quelle piattaforme ed essere noi stessi una piattaforma”.

“La gig economy – ha altresì osservato Boeri – è un fenomeno nuovo sul quale non siamo attrezzati. E un fenomeno complesso che crea opportunità di lavoro per chi ha esigenze temporanee di reddito, come per esempio gli studenti che hanno bisogno di elevata flessibilità e che quindi non possono avere un rapporto strutturato”.

“C’è però un problema – ha proseguito Boeri – nasce come lavoro autonomo, ma ha caratteristiche tipiche di lavoro subordinato, spesso il committente è unico, le modalità non sono tali da coniugare flessibilità con le tutele per i lavoratori. Per questo – ha concluso – siamo al lavoro per cercare di definire modalità che ci permettano di monitorare queste piattaforme”.

Inps

L’ISTITUTO PRESENTE AL SALONE DEL LIBRO DI TORINO

L’Inps, presente per il secondo anno consecutivo al Salone Internazionale del Libro di Torino, si conferma un punto fermo per i cittadini che hanno gremito la 31° edizione della manifestazione. Lo stand dell’Istituto è stato visitato da migliaia di persone provenienti da tutta Italia che hanno avuto modo di usufruire delle consulenza e delle informazioni sulle prestazioni erogate.

Neo corso della manifestazione sono stati premiati cinque funzionari dell’istituto vincitori del 1° Premio nazionale Inps di letteratura, poesia, saggistica e fumettistica, premio istituito quest’anno con l’intento di scoprire e valorizzare opere edite dagli stessi dipendenti dell’Istituto. Alla premiazione, che ha avuto un notevole successo di partecipanti ed un diffuso consenso da parte dei lavoratori tutti dell’Ente di previdenza, erano presenti il direttore centrale Relazioni esterne, Giuseppe Conte, il direttore regionale Giuseppe Baldino e il responsabile comunicazione del Piemonte, Giovanni Firera.

Ampio apprezzamento ha avuto la presenza del Presidente Tito Boeri che, nella stessa giornata della premiazione, si è soffermato con i dipendenti presenti allo stand e si è complimentato con gli autori dei libri vincitori del Premio.

Tra gli altri hanno visitato lo stand il vicepresidente del Salone del Libro Mario Montalcini, il questore della Città di Torino Francesco Messina, il prefetto Filippo Dispenza, il senatore Mauro Laus, Piero Bianucci, direttore di Tuttoscienze – Stampa di Torino, il giornalista e scrittore Massimo Gramellini, il cantante Alberto Fortis, il Presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, Luisella Fassino, il vicepresidente del Festival Panafricano Liuba Forte, il giornalista scientifico aerospaziale, Antonio Lo Campo, l’astronauta Franco Malerba, lo storico Gianni Oliva, lo storico e critico d’arte Philippe D’Averio e tanti altri ancora che hanno voluto testimoniare in questo modo l’importanza della nostra presenza in simili manifestazioni.

Nella giornata di chiusura ha fatto visita allo stand Inps il sindaco di Torino, Chiara Appendino, che ha ribadito l’importanza istituzionale della presenza dell’Istituto al Salone, in un momento così particolare ed importante per la Città.

L’affluenza all’importante evento ha registrato una media di circa 500 di visitatori al giorno, con picchi record di circa mille persone nelle giornate di sabato e domenica.

Ancora una volta i funzionari Inps che hanno prestato servizio allo stand si sono contraddistinti per capacità e professionalità, confermando la validità di una relazione diretta e trasparente con l’utenza.

Economia

SE PRELEVI PIU’ DI 3MILA EURO, SCATTA LA SEGNALAZIONE

Versamenti e prelievi, oltre i 3mila euro scatterà la segnalazione automatica alla Banca d’Italia. A confermare all’Adnkronos l’ipotesi allo studio è stata la stessa Unità di Informazione Finanziaria (UIF), la task force anti-riciclaggio di via Nazionale. “Il sistema di rilevazione sarà completato entro quest’anno – è stato annunciato -. Le segnalazioni, pertanto, potranno prendere avvio fra gli ultimi mesi del 2018 e l’inizio del 2019”. Sono cominciati, è stato spiegato, “i lavori per richiedere a banche, istituti di pagamento e istituti di moneta elettronica la segnalazione mensile delle transazioni in contante per le quali non sussistano ulteriori specifici elementi di sospetto”. La novità è stata introdotta dal decreto legislativo 90/2017 per le norme anti-riciclaggio. “Nei prossimi giorni saranno avviati i confronti con gli operatori sulle forme e modalità di segnalazione”. La soglia individuata, verosimilmente, sarà “almeno in fase di avvio, superiore a quella di 3mila euro, fissata dalla legge per i trasferimenti in contante fra i privati”.

Carlo Pareto

Pensioni, come chiedere il cumulo dei contributi

Periodi assicurativi in gestioni diverse
COME RICHIEDERE IL CUMULO DEI CONTRIBUTI ALL’INPS

Se nel corso della nostra vita lavorativa abbiamo lavorato presso più gestioni previdenziali, come ad esempio la gestione pubblica e l’Inps, abbiamo la possibilità di richiedere il cumulo dei periodi assicurativi tra le diverse gestioni. Il cumulo, a differenza della ricongiunzione onerosa, può essere fatto in maniera totalmente gratuita, e permette di ricevere un’unica pensione. Questo sistema è utilizzabile solamente da chi ha versato i contributi in almeno due gestioni previdenziali differenti. Il cumulo dei contributi è una misura agevolativa particolarmente utile, perché consente che venga effettuata la liquidazione di un’unica prestazione pensionistica in base alle regole di ciascun fondo e, comunque, calcolata in base alle rispettive contribuzioni. Ecco più in dettaglio, a cosa serve e come si richiede il cumulo dei contributi all’Inps.

Cosa occorre
Contribuzione versata in diverse gestioni pensionistiche;
Pin Inps dispositivo;
Documento di riconoscimento;

L’iter procedurale
Il cumulo dei contributi può essere richiesto all’Inps dietro esplicita richiesta dell’interessato, avendo cura di indicare espressamente nell’istanza di accesso al beneficio previdenziale, tutti i periodi di contribuzione accreditati nelle diverse gestioni previdenziali. Attraverso questa operazione è possibile essere ammessi sia alla pensione di vecchiaia che a quella anticipata, ma per poter usufruire di tale istituto è necessario che il richiedente non sia già pensionato in uno dei fondi per cui viene richiesto il cumulo stesso. Questa procedura, infatti, permette di ridurre i tempi di accesso alle varie tipologie di pensione, aiutando l’assicurato a perfezionare prima tutti i requisiti previsti.

La domanda
La richiesta del cumulo dei contributi potrà essere trasmessa presso la sede Inps territorialmente competente, in base alla propria residenza. Ogni cittadino può autenticarsi sul sito dell’Istituto di Previdenza e inviare in modalità telematica la propria domanda autonomamente, qualora sia in possesso del pin Inps dispositivo. Giova infatti ricordare a tale riguardo, che il possesso del solo pin Inps non consente l’inoltro delle istanze all’Istituto, ma occorre che il codice pin sia convertito in pin dispositivo. Un’alternativa alla trasmissione personale è l’assistenza fornita da un Ente di Patronato: il personale esperto del Patronato può, in molti casi, guidare al meglio l’interessato e assisterlo sia in fase di compilazione che di trasmissione della domanda telematica all’Istituto. Per informazioni, al riguardo, è inoltre possibile contattare telefonicamente il call center dell’Inps al numero verde 803.164.

La comparazione
Il cumulo dei contributi, come detto, può essere richiesto all’Inps in modo del tutto gratuito. Mentre non avviene lo stesso con la ricongiunzione contributiva verso la gestione ex Inpdap, che, viceversa, è concessa a titolo oneroso e può arrivare a costare anche migliaia di euro. Un altro istituto, quasi simile, spesso utilizzato dai soggetti contribuenti, è quello della cosiddetta totalizzazione: anche questo sistema è difatti gratuito, ma permette il calcolo del trattamento pensionistico operato unicamente con il sistema contributivo, che, come è noto, è più sfavorevole rispetto al retributivo. In ogni caso, il cumulo, rappresenta indubbiamente un grande vantaggio in confronto agli altri sistemi di ricongiunzione dei contributi dalle diverse gestioni previdenziali.

Rivoluzione per invalidità ai pazienti oncologici
ARRIVA PROTOCOLLO VELOCE
Da cinque controlli per ottenere il riconoscimento dell’invalidità a uno solo, con lo specialista che fa la diagnosi, che compila il ‘certificato introduttivo’ che va direttamente all’Inps. Questo il contenuto dell’accordo siglato oggi tra gli Istituti Fisioterapici Ospedalieri (Ifo), la Regione Lazio e l’Inps per i pazienti oncologici, il primo di questo genere nel Paese, che promette di accorciare i tempi per il riconoscimento.
Il protocollo prevede una procedura informatica per la trasmissione del primo certificato all’Inps, saltando l’accesso presso il medico di base e l’accertamento sanitario delle Asl nelle Regioni che hanno un accordo di semplificazione. Il certificato era già disponibile dai singoli medici dal 2013, ma era stato usato pochissimo, appena 1500 volte nel 2014, ragione per cui l’Inps ha deciso di siglare accordi con i singoli centri d’eccellenza. “Questo protocollo – ha affermato il presidente dell’Inps Boeri – ha il vantaggio di unire il rigore degli accertamenti alla rapidità, riducendo gli oneri per le famiglie.
Potenzialmente tocca una platea importante, i malati di tumore sono la categoria più importante con il 28% delle prestazioni di invalidità per queste malattie oncologiche. Può riguardare il benessere di moltissime persone”.
Il protocollo verrà applicato per primi dagli Ifo, ma secondo il presidente della Regione Nicola Zingaretti sarà esteso in tempi brevi anche agli altri istituti oncologici laziali: “Nel caso delle cure oncologiche e dell’accesso ai diritti ci troviamo di fronte allo Stato egoista che non ragiona mettendo al centro il diritto della persone – ha commentato -. Lo Stato ha lavorato a canne d’organo, affastellando provvedimenti, e il costo finale di questo non dialogo lo si scarica sul cittadino. Credo che il protocollo abbia un valore importante perché interviene su uno Stato amico delle persone, vicino ai cittadini”.
L’accordo consentirà quindi l’attivazione tempestiva della pratica di invalidità presso l’Inps fatta dallo specialista oncologo al momento della diagnosi. Il Protocollo, di durata 18 mesi, permetterà ai medici di utilizzare il “certificato oncologico introduttivo”, grazie al quale sarà possibile acquisire fin da subito – durante il ricovero o cura presso le Strutture sanitarie – tutti gli elementi necessari alla valutazione medico legale, evitando al malato eventuali ulteriori esami e accertamenti. Si tratta del primo protocollo sperimentale in ambito oncologico ed è finalizzato a ottimizzare e mettere a sistema tale procedura nel Lazio e su tutto il territorio nazionale.
Si tratta, insomma, di un passaggio fondamentale per la semplificazione della relazione con il cittadino e soprattutto per il percorso del paziente fragile come quello oncologico. La regolare compilazione del “certificato oncologico introduttivo” da parte degli oncologi permette indubbi vantaggi: appropriatezza, equità, omogeneità delle valutazioni e adeguatezza delle previsioni di revisione sull’intero territorio nazionale. Consente inoltre  celerità dell’accertamento, fornendo alla Commissione tutti gli elementi necessari per la valutazione, escludendo quindi ulteriori accertamenti specialistici o richieste di documentazione integrativa (cartelle cliniche, esami istologici o strumentali). Il protocollo rientra negli obiettivi perseguiti dalla Regione Lazio e dall’Inps di favorire al massimo le collaborazioni istituzionali e di migliorare il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione. La presenza della convenzione per l’accentramento degli accertamenti per l’invalidità civile, firmata tra l’Istituto e la Regione Lazio nel dicembre 2017, consentirà inoltre agli interessati di essere sottoposti a un’unica visita Inps. In aggiunta, nei casi di documentata gravità della patologia, il giudizio medico per il rilascio delle prestazioni di invalidità potrà essere espresso agli atti con la certificazione specialistica oncologica della struttura abilitata, evitando anche in questi casi la visita Inps.

Centri per l’impiego
TROVATO LAVORO SOLO AL 3% DEI DISOCCUPATI
“Il Presidente dell’Anpal Maurizio Del Conte ha recentemente dato al Messaggero risultati imbarazzanti dei Centri per l’Impiego? Noi invece, da parte nostra, rincariamo la dose sia sull’Anpal che sui Centri per l’Impiego, il problema è profondo e parte dall’alto”. Così si è espressa l’Associazione Giovani Consulenti del Lavoro che ha tuonato di fronte alle dichiarazioni fallimentari rese dal Presidente dell’Agenzia Nazionale delle Politiche Attive che vedono i 600mila impiegati dei Centri per l’Impiego trovare lavoro al solo 3% dei disoccupati che vi si rivolgono. “Invitiamo tutti a leggersi il Decreto 4/2018 dello stesso Anpal che al punto 4 stabilisce come linee di indirizzo dei prossimi tre anni per i centri per l’impiego convocare i disoccupati entro 90 giorni da quando effettuano la Did Online ossia da quando dichiarano l’immediata disponibilità all’impiego richiedendo un appuntamento.
I disoccupati per definizione sono persone che vivono in una situazione di profonda fragilità. Se richiedono un appuntamento richiedono un aiuto. Ma con che coraggio i servizi per l’Impiego dello Stato italiano si possono prendere 90 giorni di tempo per convocare un disoccupato che invoca assistenza? Soprattutto che tipo di assistenza visto che il disoccupato arrivato al Centro per l’Impiego si ritrova a mettere due firme su qualche foglio senza ricevere alcuna assistenza, orientamento, sostegno o formazione.
Va peraltro considerato che il disoccupato oltre ad avere un costo sociale incide anche sulle casse dello Stato nel caso prenda la Naspi, comunemente chiamata disoccupazione Trovare lavoro a chi percepisce la Naspi può quindi essere un risparmio enorme per le casse dello Stato visto che questo disoccupato può altresì pesare sulle casse dell’Inps fino a 24 mesi.”
Il passaggio dai Centri per l’Impiego è poi obbligatorio nella maggior parte delle Regioni per partecipare a progetti quali Garanzia Giovani o altre iniziative di politiche attive promosse dalle singole regioni. “Se i risultati dei centri per l’impiego sono quelli imbarazzanti dichiarati dal Presidente dell’Anpal con anche 90 giorni per avere un appuntamento qualcuno ci spieghi perché nella maggior parte delle Regioni come ad esempio nel Lazio i disoccupati in cerca di lavoro per i vari progetti nazionali e regionali quali Garanzia Giovani e Bonus Generazioni che coprono la fascia fino a 39 anni vengono costretti dalle procedure a passare dai centri per l’impiego anche due volte nonostante magari scelgano di farsi assistere da agenzie per il lavoro private convenzionate e accreditate con Regioni e Anpal.
Il passaggio obbligatorio dai centri per l’impiego dunque oltre ad essere un collo di bottiglia che blocca il disoccupato anche per due-tre mesi è un chiaro fuori pista per chi cerca lavoro che da non tecnico del sistema nonostante abbia diritto a farsi seguire da strutture private più efficienti sceglie nell’80% dei casi di farsi assistere dai centri per l’impiego per il solo fatto che è il primo ente che gli capita davanti. Il modello da seguire è quello della Campania dove il disoccupato non è obbligato a passare dai Centri per l’Impiego ma può andare direttamente e liberamente all’agenzia per il lavoro che preferisce.” Questo quanto riportato nella nota dell’Associazione Giovani Consulenti del Lavoro di Roma.

Carlo Pareto

Statali. Firmato il decreto che sblocca le assunzioni nelle amministrazioni pubbliche

Pensioni Inps

QUANDO ARRIVA LA QUATTORDICESIMA

Ancora due mesi di attesa e poi circa 3,5 milioni di pensionati riceveranno dall’Inps la tanto attesa quattordicesima, la somma aggiuntiva di pensione con un importo che varia dai 336 ai 655 euro. La quattordicesima però sarà corrisposta solamente a quei pensionati che soddisfano determinati requisiti, i quali sono stati riformati dalla Legge di Bilancio del 2017. Nel dettaglio con questa manovra finanziaria è stato stabilito che ne possono beneficiare soltanto coloro che hanno più di 64 anni e con un reddito complessivo inferiore a due volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti Inps che per il 2018 è pari a 507,42. Quindi, per ottenere la quattordicesima il reddito annuo non deve essere superiore a 13.192 euro e in tal caso l’importo sarà pari a 336 euro per i lavoratori autonomi (con almeno 18 anni di contributi) e privati (con 15 anni di contributi). Per gli autonomi la quattordicesima aumenta a 420 euro per un’anzianità contributiva compresa tra 18 e 28 anni e a 504 euro se questa è superiore ai 28 anni. Gli stessi importi valgono per i privati ma in tale ipotesi il primo scatto si ha con un’anzianità contributiva compresa tra i 15 e i 25 anni e il secondo per quella superiore ai 25 anni. Gli importi della quattordicesima salgono per coloro che hanno una situazione reddituale non superiore a 1,5 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni, ovvero a 9.894,69. Nel dettaglio, prendendo come riferimento le precedenti fasce di anzianità contributiva per lavoratori dipendenti e autonomi, gli importi della quattordicesima lievitano rispettivamente a 437, 546 e 655 euro. Giova per ogni opportunità ricordare che la quattordicesima per i pensionati verrà corrisposta – come per i lavoratori a cui spetta – nel mese di luglio 2018, in concomitanza con l’assegno previdenziale. Precisamente questa sarà pagata lunedì 2 luglio 2018.

Previdenza

CHI VA IN PENSIONE PUÒ LAVORARE ANCORA

Si potrebbe pensare che pensione e lavoro siano contrapposti, ovvero che l’uno escluda l’altro. In realtà non è così dal momento che si può andare in pensione pur continuando a lavorare. La Legge Dini del 1995, infatti, pur stabilendo che il dipendente che vuole andare in pensione ha l’obbligo di cessare l’attività lavorativa non vieta la ripresa del lavoro una volta che questo comincerà a percepire l’assegno previdenziale. Obbligo che comunque non interessa i lavoratori autonomi e parasubordinati i quali non devono interrompere l’attività lavorativa per avere diritto al trattamento pensionistico. Quindi chi ha un lavoro subordinato e vuole accedere alla pensione deve innanzitutto cessare dal servizio attuale. Solo dopo aver effettivamente percepito il primo assegno può riprendere a lavorare, iniziando una nuova attività oppure chiedendo di essere riassunto alla precedente azienda. È bene sottolineare, però, che per chi ha meno di 63 anni e la pensione calcolata interamente con sistema contributivo è prevista una riduzione dell’assegno previdenziale: nel dettaglio questo perde il 100% della pensione se inizia un’attività come subordinato, mentre in caso di lavoro autonomo viene decurtato il 50% della pensione che eccede il trattamento minimo stabilito dall’Inps (che per il 2018 è pari a 507,46 euro). Per tutti gli altri pensionati è invece possibile cumulare la prestazione pensionistica con i redditi derivanti da attività lavorativa. Continuare a lavorare dopo la pensione comporta il versamento dei contributi all’Inps. Questi non vanno persi ma sono utili per ottenere un incremento dell’importo della pensione; tuttavia il ricalcolo non è immediato poiché il pensionato può richiederlo solamente dopo 5 anni dalla decorrenza della pensione. Si può chiedere eccezionalmente anche dopo 2 anni, ma per una sola volta.

Lo studio

MIGLIORA IL RAPPORTO TRA ATTIVI E PENSIONATI

Aumenta il numero degli occupati, mentre decresce rispetto al 2015 il numero di pensionati, che si riduce di quasi 115.000 unità: il rapporto attivi/pensionati tocca quindi nel 2016 quota 1,417, dato migliore dal 1997 (primo anno utile al confronto); il tutto mentre la spesa pensionistica pura è aumentata dal 2015 al 2016 del solo 0,22%. Nel triennio 2014-2016 si registra un incremento medio annuo dello 0,57%, tra i più bassi di sempre. Sono queste alcune delle principali evidenze emerse dal Quinto Rapporto ‘Il Bilancio Previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2016’, a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.

Presentato alla fine di febbraio scorso al governo e alle commissioni parlamentari, il documento, realizzato con il patrocinio del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, fornisce una visione d’insieme del complesso sistema di welfare italiano, illustrando gli andamenti della spesa pensionistica, delle entrate contributive e dei saldi nelle differenti gestioni pubbliche e privatizzate che compongono il sistema pensionistico del Paese e opera al contempo un’utile riclassificazione della spesa all’interno del più ampio bilancio dello Stato.

“Nel pieno di una campagna elettorale nella quale ‘promesse e proclami’ si sono concentrati sul tema delle pensioni e dell’assistenza -ha detto Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali- argomenti che interessano da vicino un’ampia platea di potenziali elettori, come ad esempio i 16,1 milioni di pensionati italiani (più di 8 dei quali totalmente o parzialmente assistiti dallo Stato) o, ancora, quanti anelano alla giusta quiescenza, diventa quanto mai indispensabile fare chiarezza grazie ai numeri. Numeri che evidenziano innanzitutto come, al di là dell’opinione comune supportata dai dati Istat, la dinamica della spesa per le pensioni sia assolutamente sotto controllo”.

Nel 2016, la spesa pensionistica italiana relativa a tutte le gestioni ha raggiunto, al netto della quota Gias (vale a dire la gestione per gli interventi assistenziali), i 218.504 milioni di euro, mentre le entrate contributive sono state pari a 196.522 milioni di euro, per un saldo negativo di 21.981 milioni. A pesare sul disavanzo, in particolare, la gestione dei dipendenti pubblici, che evidenzia un passivo di ben 29,34 miliardi parzialmente compensato dall’attivo di 2,22 miliardi del Fondo pensione lavoratori dipendenti, il maggior fondo italiano, e dai 6,6 della gestione dei parasubordinati. Rispetto al 2015, aumentano invece del 2,71% i contributi versati: si riduce quindi di 4,56 miliardi il saldo negativo di oltre 26 miliardi registrato nel 2015. Prosegue nel 2016 la riduzione del numero di pensionati, che ammontano a 16.064.508 unità, segnando il punto più basso dopo il picco del 2008.

Tocca invece il massimo livello di sempre il rapporto tra occupati e pensionati, dato fondamentale per la tenuta di un sistema pensionistico a ripartizione come quello italiano. Con un numero di prestazioni in pagamento a propria volta in diminuzione, interessante invece notare come il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e numero di pensionati sia pari a 1,43, dato più elevato dal 1997, il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e popolazione tocca invece quota 2,638, di fatto una prestazione per famiglia (spesso di tipo assistenziale).

Nel 2016, risultano in pagamento in Italia 4,1 milioni di prestazioni di natura interamente assistenziale (invalidità civile, accompagnamento, di guerra) e ulteriori 5,3 milioni di pensioni che beneficiano, in una o più quote, di parti assistenziali (maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo, importi aggiuntivi etc). L’insieme delle prestazioni ha riguardato 4.104.413 soggetti, per un costo totale annuo di oltre 21 miliardi di euro (+502 milioni e +2,41% rispetto al 2015). Per queste prestazioni, ricorda il Rapporto, non è però stato di fatto versato alcun contributo (o, a più, sono state versate contribuzioni modeste e per pochi anni). “In questa prospettiva – ha commentato Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – separare la spesa previdenziale da quella assistenziale è un ‘esercizio’ necessario su più fronti”.

Innanzitutto, a livello contabile,” perché consente – ha spiegato Brambilla – di fare chiarezza su spese molto diverse tra loro per finalità e modalità di finanziamento, ma che troppo spesso sono impropriamente comunicate, come se fossero assimilabili tra loro”. E poi si tratta, ha proseguito, “di un esercizio di equità tra chi ha versato e chi no: non bisogna infatti dimenticare che il nostro modello di welfare prevede per finanziare le pensioni una tassa di scopo, i contributi sociali, mentre l’assistenza è finanziata dalla fiscalità generale”.

Statali

1.900 ASSUNZIONI AL VIA

“Bene la firma del decreto che sblocca quasi 1900 assunzioni nelle amministrazioni pubbliche”. La segretaria generale della Fp Cgil, Serena Sorrentino ha commentato, così, parlando con l’Adnkronos il via libera recente da parte dei ministri Padoan e Madia al decreto che autorizza ad assumere e a bandire concorsi in diverse amministrazioni dello Stato. “Dopo le amministrazioni centrali occorre che si muovano anche le Regioni per la sanità e gli Enti locali per i comuni” ha aggiunto Sorrentino. La firma, ha fatto notare la segretaria generale, “è un primo passo importante insieme al piano triennale di stabilizzazione come previsto nell’accordo del 30 novembre del 2016”. “Dopo questo passaggio, ora, è il momento dell’approvazione di un piano straordinario per nuove assunzioni nelle pubbliche amministrazioni – ha concluso -. Il fabbisogno rimane alto e, allo stesso tempo, le condizioni di lavoro sono sempre più insostenibili, soprattutto per il personale che lavora a contatto con il pubblico”.

Carlo Pareto

Boeri: dal prossimo anno si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni

Inps Ape volontario

MIGLIAIA LE DOMANDE DI CERTIFICAZIONE DEL DIRITTO FINORA ACCOLTE DALL’INPS 

Sono 6.684 domande di certificazione del diritto all’anticipo finanziario a garanzia pensionistica (Ape) volontario che risultano accolte finora. Di queste, 5.214 si riferiscono a soggetti che hanno maturato i requisiti per l’accesso all’Ape volontario tra il 1° maggio e il 18 ottobre 2017.
Le domande di certificazione del diritto all’Ape volontario possono essere presentate online dal 13 febbraio scorso, data a partire dalla quale l’Inps ha reso anche disponibile sul sito istituzionale un simulatore che consente di calcolare, in via indicativa, l’importo dell’anticipo finanziario a garanzia pensionistica e la rata di rimborso, mediante l’inserimento di dati e informazioni da parte dell’interessato.

Ad oggi risultano effettuate circa duecentomila simulazioni. Le procedure per la certificazione del diritto all’Ape sono state messe a disposizione delle sedi territoriali dell’Inps dal 16 marzo. Dal 30 dello stesso mese, l’Inps sta provvedendo ad inviare ai soggetti interessati le certificazioni del diritto all’Ape volontario.

Delle 6684 domande accolte, 5.000 sono relative a coloro che possono richiedere, entro il 18 aprile 2018, i ratei arretrati maturati, e 214 sono coloro che, al fine di integrare il requisito minimo di durata dell’Ape, devono necessariamente richiedere, entro il 18 aprile 2018, i ratei arretrati maturati.
La disciplina vigente in materia di Ape ha infatti previsto che coloro che hanno maturato i requisiti per l’accesso al beneficio (almeno 63 anni di età e 20 anni di contribuzione) in una data compresa tra il 1° maggio 2017 e il 18 ottobre 2018, possono richiedere, entro il 18 aprile 2018, la corresponsione di tutti i ratei arretrati maturati a decorrere dalla data di maturazione dei requisiti.
Contestualmente al rilascio della procedura per le certificazioni di cui sopra, è stata predisposta quella per la presentazione online della domanda di Ape volontario, che consente il colloquio telematico fra cittadino, Inps, istituti finanziatori e imprese assicuratrici, e che verrà resa disponibile non appena arriverà l’adesione formale da parte degli istituti bancari interessati.

Inps

BONUS DA 600 EURO PER LE MAMME

Un bonus da 600 euro per le mamme. Si tratta del beneficio economico – ribattezzato ‘Contributo per l’acquisto di servizi di baby-sitting’ – destinato alle madri lavoratrici che non usufruiscono del congedo parentale. Introdotto nel 2012 in via sperimentale, riconfermato dalla Legge di Bilancio 2017, il voucher può essere utilizzato dalle neomamme che lavorano per pagare la baby sitter oppure l’asilo nido, pubblico o privato convenzionato. Le aspiranti beneficiarie, in possesso dei requisiti richiesti, possono accedere al contributo anche per più figli, presentando una domanda per ogni figlio.

Cosa prevede – Il beneficio – spiega l’Inps nel messaggio n.1428 del 30 marzo – consiste nelle seguenti forme di contributo, alternative tra loro: il contributo per far fronte agli oneri della rete pubblica dei servizi per l’infanzia o dei servizi privati accreditati; il contributo per l’acquisto di servizi di babysitting erogato secondo le modalità del ‘Libretto Famiglia’. L’importo del contributo è pari a 600 euro mensili ed è erogato per un periodo massimo di sei mesi (tre mesi per le lavoratrici autonome), divisibile solo per frazioni mensili intere, in alternativa alla fruizione del congedo parentale, comportando conseguentemente la rinuncia allo stesso da parte della lavoratrice.

Beneficiarie – Possono accedere al beneficio le seguenti categorie di lavoratrici: le lavoratrici dipendenti di amministrazioni pubbliche o di privati datori di lavoro; le lavoratrici iscritte alla Gestione separata Inps che si trovino, al momento della presentazione della domanda, ancora all’interno degli 11 mesi successivi alla conclusione del teorico periodo di indennità di maternità e non abbiano fruito ancora di tutto il periodo di congedo parentale; le lavoratrici autonome o imprenditrici che abbiano concluso il teorico periodo di fruizione dell’indennità di maternità e per le quali non sia decorso 1 anno dalla nascita o dall’ingresso in famiglia (nei casi di adozione e affidamento) del minore e che non abbiano fruito ancora di tutto il periodo di congedo parentale. Anche le lavoratrici part-time potranno fruire del contributo in misura, però, proporzionata in ragione del ridotto numero di ore lavorate.

Presentazione domanda – La domanda va presentata all’Inps esclusivamente attraverso uno dei seguenti canali: servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite Pin attraverso il portale dell’Istituto; enti di patronato, avvalendosi dei servizi telematici offerti dagli stessi; Contact Center (numero 803 164 da rete fissa oppure 06 164 164 da rete mobile). La presentazione sarà consentita fino al 31 dicembre 2018, o comunque fino a esaurimento dello stanziamento dei fondi. I termini da rispettare variano, inoltre, in base alla categoria delle lavoratrici. Per le lavoratrici dipendenti e per le lavoratrici iscritte alla Gestione separata la domanda deve essere presentata entro gli 11 mesi dalla fine del congedo di maternità o del periodo teorico di fruizione dell’indennità di maternità mentre, per le lavoratrici autonome, devono sussistere le seguenti condizioni: sia concluso il teorico periodo di fruizione dell’indennità di maternità; non sia decorso un anno dalla nascita o dall’ingresso in famiglia (nei casi di adozione e affidamento) del minore.

Pensioni

DAL 2019 L’USCITA A 67 ANNI

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri è inesorabile: dal prossimo anno si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni; mentre per l’anzianità bisognerà incrementare di 0,4 unità i valori attuali. Il nuovo metodo di calcolo è contenuto nella circolare dell’Inps, che rende operativo il decreto direttoriale del Mef e del ministero del Lavoro, pubblicato in Gazzetta ufficiale a dicembre del 2017.

Dal primo gennaio 2019 al 31 dicembre 2020 per accedere alla pensione di vecchiaia sarà quindi necessario aver compiuto 67 anni.

Dal 2019 si andrà in pensione di vecchiaia con almeno 67 anni di età se si hanno almeno 20 anni di contributi o con 71 se si ha il primo accredito contributivo dopo il 1996 e si hanno meno di 20 anni di contributi ma comunque più di cinque.

Lo ribadisce l’Inps con una circolare nella quale ricorda l’aumento previsto di cinque mesi per i requisiti per l’uscita dal lavoro e spiega il nuovo metodo di calcolo per gli aumenti legati all’aspettativa di vita che dal 2021 saranno biennali (e non potranno superare i tre mesi ogni volta).

L’Inps ricorda che dall’anno prossimo si potrà andare in pensione anticipata rispetto all’età di vecchiaia solo con 43 anni e tre mesi di contributi (42 anni e tre mesi se donna).

Saranno esentate dall’aumento dei requisiti i lavoratori impegnati in lavori gravosi delle 15 categorie definite dal Governo l’anno scorso. La variazione della speranza di vita relativa al biennio 2021-2022 – spiega l’Inps – è computata in misura pari alla differenza tra la media dei valori registrati nel biennio 2017-2018 e il valore registrato nel 2016.

A decorrere dal 2023, la variazione della speranza di vita relativa al biennio di riferimento è calcolata «in misura pari alla differenza tra la media dei valori registrati nei singoli anni del biennio medesimo e la media dei valori registrati nei singoli anni del biennio immediatamente precedente». Per il biennio 2023-2024 quindi la variazione della speranza di vita è calcolata in misura pari alla differenza tra la media dei valori registrati nel 2019-2020 e la media dei valori registrati nel 2017-2018.

Dal 2021, gli adeguamenti biennali non possono in ogni caso superare i tre mesi. Nel caso di incremento della speranza di vita superiore a tre mesi, la parte eccedente andrà a sommarsi agli adeguamenti successivi, fermo restando il limite di tre mesi. Nel caso di diminuzione della speranza di vita l’adeguamento non viene effettuato e di tale diminuzione si terrà conto nei successivi adeguamenti, fermo restando il predetto limite di tre mesi.

Pensioni

RIFORMA FORNERO POSSIBILE

Appare ormai sempre più abbordabile affrontare il capitolo pensioni e la riforma della legge Fornero.

Una revisione e non una cancellazione del regime attualmente in vigore, che di fatto prevede un’uscita dall’attività a 67 anni, livello ben più alto della Germania, potrebbe riuscire a coniugare le esigenze dei due elettorati di Lega e Cinquestelle e in fondo il bisogno di tutti: sbloccare le porte girevoli dell’accesso al mondo del lavoro e formare per tempo un bacino per pagare le pensioni nei prossimi 40 anni.

In questo senso andrebbe seriamente presa in considerazione l’ipotesi di istituire una quota 100, permettere cioè di accedere all’assegno dell’Inps a chi ha 64 anni e ha versato almeno 36 anni di contributi, oppure direttamente a chi ha già pagato 41 anni di contributi. Con le dovute accortezze e coperture, si tratterebbe di rimettere in moto quel turn over naturale nel settore privato da tempo bloccato che è risultato di fatto impermeabile al Jobs Act e all’Ape.

Un tecnico della materia come Alberto Brambilla ha stimato che un’operazione del genere costerebbe circa 5 miliardi l’anno. Potrebbe essere finanziata dimezzando quei 10 miliardi di incentivi alle imprese che ogni anno lo Stato elargisce senza essere davvero sicuro che servano alle imprese, come dimostrato dal rapporto Giavazzi ai tempi del governo Monti.

Rivedere la Fornero sarebbe quindi una retromarcia razionale, meno costosa di altri programmi e per nulla disonorevole. Se si paga un salario a chi non lavora si crea disoccupazione. Se si abbassa

l’età pensionabile senza aumentare il debito, l’occupazione sale. Forse, magari, varrebbe la pena provarci.

Carlo Pareto

Assegno di ricollocazione, lavori usuranti e reddito di inclusione: le novità

Lavoro

SLITTA A MAGGIO L’ASSEGNO DI RICOLLOCAZIONE

Slitta a maggio l’entrata a regime dell’assegno di ricollocazione, che era stato preventivato per il 3 aprile scorso. Lo prevede una nuova delibera Anpal, Agenzia Nazionale Politiche Attive per il Lavoro che sposta la partenza del contributo per i disoccupati senza peraltro fissare una nuova data. Le cause del rinvio sono da attribuire a problemi di adeguamento del sistema informatico da parte dei patronati che hanno richiesto tempi più lunghi del previsto.

Cos’è – Si tratta del contributo economico che va da 250 a 5.000 euro per i servizi per il lavoro che offrono un’opportunità di impiego ad un disoccupato che sia almeno da quattro mesi percettore di Naspi, la nuova indennità di disoccupazione erogata dall’Inps, ma anche a chi rientra nelle politiche di contrasto alla povertà (nel Rei) o è in cassa integrazione straordinaria Inps.

Un assegno che diventa tanto più pesante quanto più è difficile (per formazione, territorio e via dicendo) ricollocare il lavoratore in questione. La somma viene incassata dai centri per l’impiego, dalle agenzia per il lavoro o da altri enti accreditati se l’operazione ha avuto successo, cioè se ha portato a un contratto di lavoro.

A quanto ammonta – L’assegno di ricollocazione va da mille a 5mila euro se il disoccupato trova un nuovo impiego a tempo indeterminato, apprendistato compreso. Da 500 a 2.500 euro se si firma un contratto a termine di almeno 6 mesi. Nelle regioni considerate “meno sviluppate” (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia) si può scendere a 250 fino a 1.250 euro se si instaura un rapporto a tempo tra i tre e sei mesi.

L’entità dell’assegno varia anche a seconda della difficoltà di reinserimento occupazionale dell’interessato, stabilita nella fase di profilazione. Si terrà conto, tra l’altro, di età, sesso, livello di istruzione, collocazione geografica, precedente esperienza lavorativa.

Chi ne ha diritto – L’assegno può essere richiesto non solo da chi ha diritto alla Naspi dell’Inps da almeno quattro mesi ma anche dai beneficiari del Reddito di inclusione e dai lavoratori in accordi di ricollocazione. L’importo dell’assegno non viene attribuito alla persona disoccupata ma al soggetto che si prende in carico il lavoratore; inoltre, viene corrisposto solamente a risultato occupazionale acquisito. Una novità appena introdotta riguarda la procedura prevista dall’ultima manovra grazie alla quale il servizio può essere anticipato per i lavoratori già in Cigs Inps.

La procedura – Una volta che il disoccupato presenta domanda, sceglie chi eroga il servizio di assistenza: può essere un centro per l’impiego o un ente accreditato ai servizi per il lavoro. La richiesta dell’assegno è volontaria e si può presentare anche in via telematica. Il centro per l’impiego, entro 15 giorni, deve decidere se rilasciare o meno l’assegno dopo le verifiche. Se viene accettato si deve quindi elaborare il Patto di servizio personalizzato e il programma di ricerca intensivo. A quel punto il disoccupato deve partecipare agli incontri concordati e deve accettare le offerte congrue di lavoro ricevute. Se rifiuta può andare incontro a sanzioni che partono da una prima riduzione dell’assegno e arrivano alla sua perdita totale.

Come ottenere l’assegno – La somma viene intascata dal centro per l’impiego o dall’agenzia privata per il lavoro “a risultato raggiunto”, cioè alla firma del contratto subordinato. Il disoccupato, per ottenere l’assegno, deve presentare al servizio pubblico (una novità è il coinvolgimento anche dei patronati) la dichiarazione di immediata disponibilità a lavorare, la “Did”, e richiedere la somma. Il servizio si conclude dopo 180 giorni, con una possibile proroga di altri 180 giorni in caso di assunzione con contratto di almeno sei mesi.

Pensione lavori usuranti

DOMANDA ENTRO IL 1° MAGGIO

È in scadenza la domanda per il riconoscimento dei requisiti che garantiscono l’accesso alla pensione anticipata per chi svolge lavori usuranti. Entro il 1° maggio 2018 i lavoratori interessati sono chiamati a presentare il modulo AP45 all’Inps a cui viene fatta richiesta per accedere anticipatamente alla pensione, nel caso si perfezionino i requisiti, dal 1° gennaio al 31 dicembre 2019. Stando alla normativa, inserita nella Legge di Bilancio 2017, infatti, è necessario l’invio dell’istanza all’Inps prima della domanda di pensione vera e propria, perché l’istituto possa riconoscere il beneficio per i lavori usuranti e il rispetto di determinati requisiti.

I requisiti- Il lavoratore, incaricato di svolgere mansioni particolarmente pesanti, ha diritto alla

pensione prima di aver maturato i requisiti previsti dal trattamento ordinario. L’età minima varia sulla base della tipologia di attività lavorativa svolta e va da un minimo di 61 anni e 7 mesi fino a un massimo di 64 anni e 7 mesi di età. Rispettato il requisito anagrafico, sia gli autonomi che i lavoratori dipendenti dediti a lavori pesanti devono vantare un minimo di 35 anni di contributi.

Le categorie – Tra le macro-categorie di lavoratori interessati alla pensione anticipata per lavoro usurante troviamo i conducenti di veicoli di capienza complessiva non inferiore a nove posti adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo; gli addetti alla cosiddetta ‘linea catena’; gli impegnati in mansioni particolarmente usuranti; i lavoratori notturni a turni e/o per l’intero anno (lavoratori a turni che prestano attività nel periodo notturno per almeno 6 ore non meno di 64 giorni lavorativi l’anno; i lavoratori che prestano la loro attività per almeno 3 ore tra la mezzanotte e le cinque del mattino per periodi di lavoro di durata pari all’intero anno lavorativo).

La domanda – Qui il modulo per Ap45 Inps dedicato ai lavoratori in oggetto per presentare domanda di pensione anticipata. Sarà l’Inps a valutare e a comunicare l’esito della domanda di valutazione dei requisiti. Solo dopo una conferma da parte dell’istituto il lavoratore potrà richiedere anticipatamente la pensione con decorrenza a partire dal 1° gennaio 2019 o nei mesi successivi.

Reddito d’inclusione

PRESENTATI I DATI RELATIVI AL PRIMO TRIMESTRE

A tre mesi dal lancio del Reddito di Inclusione (REI) l’Osservatorio statistico Inps ha prodotto i primi dati sulle domande di richiesta del beneficio.

Nella sede di Palazzo Wedekind il Presidente Tito Boeri, il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni hanno recentemente presentato a giornalisti ed esperti del settore i risultati ottenuti dal REI nel primo trimestre del 2018.

Il Presidente Tito Boeri ha sottolineato l’importanza di avere una misura di contrasto alla povertà efficiente. “Il Reddito di Inclusione, il Sia (Sostegno per l’inclusione attiva) e le misure regionali collegate sottolineano l’attenzione dell’Istituto verso le famiglie in difficoltà” – ha affermato il Presidente – “I primi risultati che abbiamo, aggiornati al 23 marzo, parlano di 251mila famiglie raggiunte, corrispondenti a 870mila persone. Abbiamo raggiunto quasi il 50% della platea obiettivo di questa misura. È un dato rilevante. Non esistono schemi di contrasto alla povertà in altri paesi che abbiano superato il 40-50%”.

Tito Boeri ha tracciato un profilo delle persone che hanno fatto richiesta della misura, evidenziando un boom di richieste al sud. “Il dato rileva una evidente incidenza di richieste dove il tasso di disoccupazione è maggiore: 7 nuclei familiari su 10 dei beneficiari appartengono dal sud Italia” – ha aggiunto il Presidente – “È straordinaria la richiesta del beneficio proveniente da famiglie con presenza di persone disabili: un quinto dei richiedenti è rappresentato da questa categoria. L’aiuto alle famiglie in difficoltà con persone disabili è un ampliamento importante reso possibile dal Rei rispetto al preesistente Sia. È importante allargare la platea dei beneficiari di questo strumento e l’obiettivo è raggiungere, a partire da luglio, 2,7 milioni di persone”.

Sull’efficienza dello strumento e l’importanza di controllare i flussi di domanda, il Presidente dell’Istituto ha commentato: “È importante mantenere e controllare questa macchina e chi fa richiesta del beneficio. C’è un grande lavoro dietro il controllo delle domande che arrivano. È difficile raggiungere le persone davvero bisognose. Nelle esperienze internazionali sappiamo che ci sono stati moltissimi fallimenti, abbiamo messo su una macchina che si rivolge esclusivamente a chi davvero ne ha bisogno e siamo orgogliosi del corretto funzionamento della stessa”.

Il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti è intervenuto elogiando la rete, permanente e stabile, di supporto alle persone bisognose, specificando che la misura del Reddito di Inclusione rientra attivamente in questo network. Nel tracciare la linea, il Ministro Poletti ha rilevato che è importante dedicare centinaia di milioni di euro alle misure di contrasto alla povertà.

Nel suo intervento il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, analizzando l’andamento economico del Paese, ha rivendicato la funzionalità del Rei. “È uno strumento efficiente che va difeso. Non abbiamo messo in campo una misura passiva che viene semplicemente a fronteggiare una condizione di difficoltà sociale” – ha dichiarato il Premier – “Abbiamo messo in campo uno strumento fondamentale ed efficiente, che va tutelato per aiutare davvero chi vive in condizioni di povertà assoluta”.

Carlo Pareto

In Italia 7 pensioni su 10 sotto la soglia dei mille euro al mese

Inps

7 PENSIONI SU 10 SOTTO I MILLE EURO

In Italia 7 pensioni su 10 sotto la soglia dei mille euro. Lo scorso primo gennaio il 70,8% delle pensioni erogate per il settore privato, 12,8 milioni di assegni, sono infatti state inferiori a 1.000 euro. E’ quanto documenta l’Inps nel suo osservatorio sulle pensioni, rilevando che per le donne la percentuale è decisamente inferiore arrivando all’86,6%.

Nel complesso al primo gennaio 2018 le pensioni erogate erano 17.886.623 con un calo di circa 143 mila unità rispetto a inizio 2017: di queste 13.979.136 erano di natura previdenziale, mentre le rimanenti 3.907.487 sono di natura assistenziale. La spesa complessiva annua risulta pari a 200,5 miliardi di euro (di cui 179,6 miliardi sostenuti dalle gestioni previdenziali): un dato, spiega l’Istituto, ottenuto moltiplicando per 13 mensilità (12 nel caso delle indennità di accompagnamento) il valore dell’importo mensile di gennaio.

Pensioni liquidate – Per quanto riguarda le pensioni liquidate, nel 2017 sono state 1.112.163 per il settore privato: di queste poco meno della metà (553.105, pari al 49,7%) erano di natura assistenziale (507.177 per gli invalidi civili e 45.928 assegni sociali). L’Inps sottolinea come gli importi annualizzati, stanziati per le nuove liquidate del 2017, ammontano a 10,8 miliardi di euro, un valore che rappresenta circa il 5,4% dell’importo complessivo annuo in pagamento allo scorso primo gennaio.

Nuove pensioni – Le nuove pensioni erogate ai dipendenti privati sono state 335.246, il 30,1% del totale, per un importo annualizzato di 5,44 miliardi (il 50,2% del totale). Le nuove prestazioni erogate agli autonomi sono state invece 215.439. Le pensioni liquidate nelle altre gestioni e assicurazioni facoltative sono state 8.373.

Gestioni – Oltre la metà delle pensioni – spiega l’Inps – è in carico alle gestioni dei dipendenti privati delle quali quella di maggior rilievo (95,6%) è il Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti che gestisce il 48,2% del complesso delle pensioni erogate e il 61,1% degli importi in pagamento. Le gestioni dei lavoratori autonomi elargiscono il 27,5% delle pensioni per un importo in pagamento del 23,9% mentre le gestioni assistenziali erogano il 21,8% delle prestazioni con un importo in pagamento di poco superiore al 10,4% del totale.

Consulenti lavoro

VADEMECUM SU INCENTIVI OCCUPAZIONE

Un vademecum sugli incentivi occupazione Mezzogiorno e occupazione Neet. E’ il contenuto della circolare n.8/2018 della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, una serie di Faq che tendono a coprire la maggior parte delle casistiche possibili sul tema.

I consulenti del lavoro ricordano che “sono stati pubblicati a gennaio 2018 i decreti direttoriali Anpal n. 2 e 3, rispettivamente per l’incentivo occupazione Mezzogiorno e per l’incentivo occupazione Neet, di giovani, tra i 16 e i 29 anni che non studiano e non lavorano (Neet), aderenti al programma ‘Garanzia Giovani'”. “L’Inps -continua la nota dei professionisti- ne ha reso possibile l’applicazione con la pubblicazione delle circolari n. 48 e 49 del 19 marzo scorso, contenti le procedure telematiche per le richieste dei relativi incentivi economici. Adesso, quindi, il quadro delle possibili combinazioni di assunzione con esonero, disegnato per l’anno 2018, è completo. Dopo, infatti, l’intervento della legge 205/17, commi 100 e seguenti, l’ultimo tassello erano proprio le attese circolari Inps, necessarie a sbloccare i predetti decreti dell’Anpal”.

“Lo scenario -conclude la nota- che si presenta è alquanto complesso e articolato. I predetti incentivi, infatti, si possono anche combinare fra loro (solo nel primo anno). In tal caso, occorre fare attenzione alle regole di fruizione, che sono differenti e vanno considerate prendendo a riferimento il quadro normativo di ogni singola misura. La Fondazione studi dei consulenti del lavoro ha predisposto la circolare n.8/2018, un vademecum contenente una serie di Faq che tendono a coprire la maggior parte delle casistiche possibili. Un utile strumento per orientare il consulente del lavoro nella scelta della misura ad hoc per ogni potenziale assunzione”.

lavorare in Italia

TUTTE LE AGEVOLAZIONI

Agevolazioni fiscali a favore di chi decide di trasferire la residenza in Italia per lavoro. Tali misure sono previste dal fisco per sostenere lo sviluppo economico, scientifico e culturale del Paese. Alcune sono in vigore da diversi anni, altre sono state emanate di recente. Obiettivo comune: attirare risorse umane.

Tra queste (consulta la guida), il sistema tributario agevola i redditi prodotti in Italia da docenti e ricercatori residenti all’estero che rientrano nel Paese.

Altro regime fiscale agevolato, ricorda l’Agenzia delle Entrate, “è stato pensato anche per i cosiddetti lavoratori ‘impatriati’ del quale possono usufruire: laureati che hanno svolto attività lavorative all’estero; studenti che hanno conseguito un titolo accademico all’estero; manager e lavoratori con alte qualificazioni e specializzazioni”.

100mila euro – Regime che prevede l’esenzione per 5 anni del 50% del reddito di lavoro autonomo o dipendente prodotto in Italia. Oppure, per i nuovi residenti, c’è un’imposta sostitutiva per 15 anni sui redditi prodotti all’estero: 100.000 euro annui (25.000 per ogni familiare).

Nuove ipotesi – Si tratta di una serie di misure introdotte dalla legge di bilancio 2017 (legge 11 dicembre 2016, n. 232) intervenuta per potenziare l’efficacia delle norme esistenti e introdurre nuove ipotesi, “in modo da configurare un sistema variegato e capace di cogliere le diverse realtà”.

Statali

MENO CAPI E PIÙ TRAVET

Meno capi e più dipendenti semplici: se le amministrazioni statali non possono decidere in autonomia di aumentare il numero dei dirigenti possono tuttavia tagliarlo per far posto a dipendenti ‘semplici’. Insomma, magari si perde un vertice ma, con lo stesso budget, si acquistano due o più travet non graduati. A stabilirlo sono le linee guida sui fabbisogni di personale, messe a punto dalla ministra P.A Marianna Madia. Si tratta di uno schema di decreto, già presentato a Regioni e Comuni, per orientare gli enti nella stesura dei piani per le assunzioni.

Inail – Accredia

-16% INFORTUNI NELLE IMPPRESE CERTIFICATE

Le imprese che sono passate da un livello di sicurezza base a un livello certificato hanno registrato una riduzione del 16% degli infortuni, che nel 40% dei casi sono risultati meno gravi rispetto a quelli nelle aziende non certificate. E’ quanto emerge dal Quaderno dell’Osservatorio Accredia dedicato alla salute e alla sicurezza sul lavoro, frutto della collaborazione con Inail e Aicq presentato oggi a Roma dal presidente dell’Inail, Massimo De Felice, di Accredia, Giuseppe Rossi e dell’Associazione Italiana Cultura Qualità Claudio Rosso.

Questo “è un primo risultato utile – ha detto il presidente De Felice – per individuare i fattori che hanno condotto le imprese sulla strada della certificazione e per valutare gli esiti di questa propensione alla qualità”.

Il nuovo quaderno dell’Osservatorio Accredia, a sei anni dalla prima edizione, conferma la maggiore efficacia delle politiche di prevenzione nelle aziende che adottano dei sistemi di gestione certificati sotto accreditamento. L’entità di queste riduzioni, secondo i dati raccolti, può variare sensibilmente a seconda del settore di attività. In quello del legno, per esempio, il calo della frequenza degli infortuni nelle aziende certificate è solo del 7%, mentre l’indice che ne misura la minore gravità tocca il 61%. Il tessile, invece, registra una riduzione del 10% dell’indice di frequenza e del 30% di quello di gravità.

Secondo De Felice la normazione tecnica volontaria è “un ausilio prezioso”, perché “potenzia la legislazione”. Con la certificazione, ha detto infine il presidente Inail, “è garantito il rispetto delle norme, documentata la qualità dell’impresa, correttamente tutelata la competitività. Sono tutti mezzi e azioni che contribuiscono, in grande, al miglioramento del sistema socio-economico”.

Carlo Pareto

Povertà. Aumenta il rischio anche per chi lavora

Pensioni

PENSIONI, PARTE IL RECUPERO CREDITI

Arrivano le indicazioni in materia di indebiti derivanti da prestazioni pensionistiche e da trattamenti di fine servizio/fine rapporto.

Indicazioni relative alla procedura che sono state riepilogate nella circolare Inps n. 47 dello scorso 16 marzo, alla luce del regolamento approvato con determinazione presidenziale il 26 luglio 2017 – n. 123 – e in relazione alle innovazioni normative.

Il regolamento stabilisce anche i criteri, i termini e le modalità di gestione del recupero dei crediti Inps nelle fasi antecedenti l’iscrizione a ruolo del lavoratore.

Tfr – “Il recupero delle prestazioni pensionistiche e di fine servizio o di fine rapporto (Tfs/Tfr) indebitamente corrisposte dall’Inps ha carattere di doverosità” si legge sul sito dell’Istituto, riferendosi alle somme non erogabili o erogate in eccedenza.

Ministero – La circolare ha acquisito il parere favorevole del ministero del Lavoro con protocollo 947 del 6 febbraio 2018, rappresentando un primo passo del processo di armonizzazione del settore.

Due parti – Tale circolare consta di due parti: la prima parte fornisce un quadro complessivo del sistema normativo degli indebiti (tenendo conto di tutte le gestioni confluite in Inps e ricondotte per sintesi a ‘Gestione Privata’ e ‘Gestione Pubblica’); la seconda parte, invece, è dedicata al procedimento di recupero degli indebiti secondo quanto previsto dal nuovo Regolamento.

Inps

IMMOBILI ALL’ASTA

Al via la dismissione di immobili dell’Inps. E, a questo proposito, è stata siglata una convenzione tra l’Istituto e il consiglio nazionale del Notariato per la gestione della dismissione del patrimonio immobiliare attraverso aste telematiche e tradizionali.

La collaborazione triennale – sottoscritta tra Tito Boeri e Salvatore Lombardo (in linea con i piani di investimento e disinvestimento Inps) – permetterà di svolgere aste on line attraverso la ‘Rete Aste Notarili’ (Ran).

Tale strumento consentirà così la più ampia partecipazione dei soggetti interessati, “che potranno presentare la propria offerta anche da remoto presso lo studio di uno dei notai abilitati” sul territorio nazionale, “in piena trasparenza e sicurezza e con un conseguente risparmio di costi”, si legge in un comunicato dell’Istituto.

I bandi – Sono 63 i bandi d’asta di enti pubblici gestiti attraverso la Ran per un valore di aggiudicazione di oltre 156 milioni di euro. Le aste pubbliche delle unità immobiliari principali Inps (appartamenti, negozi, uffici) saranno interamente gestite attraverso la Ran mentre quelle delle unità secondarie (cantine, soffitte, box e posti auto) potranno essere gestite anche mediante aste tradizionali, con modalità semplificate.

Le aste – La prima fase del programma di dismissione mediante asta pubblica del patrimonio immobiliare dell’Istituto riguarderà immobili liberi, sia ad uso residenziale che ad uso non residenziale, e verrà avviata entro la prima metà del 2018. Gli avvisi d’asta e le indicazioni utili per la partecipazione alle aste saranno disponibili sul sito dell’Inps e sui siti del Notariato.

Civ Inps

APPROVATO IL BILANCIO PREVENTIVO 2018

Il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps ha approvato all’unanimità, nella seduta del 13 marzo scorso, il bilancio di previsione dell’Istituto per l’anno 2018. Un bilancio preventivo che sarà comunque oggetto di una prossima variazione per gli effetti della legge di bilancio dello Stato per il 2018.

Il Civ ha evidenziato l’esigenza di risolvere gli elementi di criticità organizzativa e funzionale per riconoscere le prestazioni pensionistiche e previdenziali nei termini previsti dalla carta dei servizi. A tale scopo devono concorrere politiche deflattive del contenzioso: la più puntuale applicazione della ratio della normativa e un efficiente funzionamento del contenzioso amministrativo può contribuire a ridurre le troppe ingenti risorse impegnate nel contenzioso in sede giurisdizionale.

Sotto il profilo della razionalizzazione del patrimonio immobiliare funzionale alla attività, bisogna agevolare l’utenza e diffondere la presenza dell’Inps sul territorio, anche mediante modelli come quello della Casa del Welfare. Il Civ ha anche sottolineato come sia necessaria una verifica dei contratti in scadenza delle sedi dell’Istituto, con particolare riferimento agli immobili Fip, per ridurre i costi di locazione.

Infine, nella logica della crescente trasparenza che caratterizza l’attività dell’Istituto, il Civ riconosce l’indispensabilità di mettere a disposizione sia di tutti gli organi dell’Istituto che del mondo accademico i dati di archivio dell’Inps, in modo da garantire il migliore accesso degli stessi per lo svolgimento di compiti istituzionali e permettere all’opinione pubblica di avere una reale fotografia dello stato del nostro sistema di welfare.

Quasi uno su otto

A RISCHIO POVERTA’ ANCHE CHI LAVORA

Cresce il lavoro precario e part time e aumenta il fenomeno dei “working poor”, ovvero di coloro che pur avendo un’occupazione sono a rischio povertà. Secondo i dati Eurostat riferiti al 2016 l’11,7% degli occupati in Italia, quasi uno su 8, pari a circa 2,6 milioni di persone, è a rischio povertà. La percentuale è in crescita rispetto al 2015 (era l’11,5%) e soprattutto sul 2010 (+2,2 punti percentuali) mentre si fissa largamente al di sopra della media europea (il 9,6% degli occupati). Punta il dito sull’occupazione precaria anche la Cgil che con uno studio ha evidenziato la crescita del fenomeno affermando che circa 4,5 milioni di occupati (tra chi ha un contratto a tempo determinato e chi ne ha uno di part time ma involontario) sono da considerare nell’area del disagio.

Chiaramente le due analisi non sono sovrapponibili dato che solo una parte di quelli che hanno contratti precari e part time ricade nell’area di povertà (magari perchè ha uno stipendio adeguato anche se temporaneo o c’è un coniuge che guadagna di più). E d’altra parte ci sono persone con contratti a tempo pieno e indeterminato che sono comunque in una situazione di povertà.

Il dato italiano sui lavoratori a rischio povertà è tra i più alti in Ue (fanno peggio solo Romania, Grecia, Spagna e Lussemburgo). Il rischio – spiega Eurostat – è influenzato fortemente dal tipo di contratto con un dato complessivo doppio per coloro che lavorano part time (15,8%) rispetto a quelli che lavorano a tempo pieno (7,8%) e almeno tre volte più alto nel complesso tra coloro che hanno un impiego temporaneo (16,2%) rispetto a quelli con un contratto a tempo indeterminato (5,8%).

Gli uomini sono più a rischio povertà (10%) rispetto alle donne (9,1%). In Italia per chi lavora part time il rischio di povertà è del 19,9% (uno su cinque) in crescita di quasi cinque punti e mezzo rispetto al 2010, a fronte del 10% per chi lavora con un contratto a tempo pieno.

Se si guarda invece al tipo di contratto di lavoro, in Italia i lavoratori dipendenti con un contratto a tempo indeterminato a rischio povertà sono il 7,5%, in aumento dal 6,7% del 2010. Nel caso di lavoratori con contratto temporaneo il rischio di povertà è del 20,5% a fronte del 16,2% in Ue con una crescita di oltre un punto dal 2010 ma di oltre cinque punti dal 2008. Guardando ai dati di contabilità nazionale la Cgil sottolinea come rispetto al periodo pre crisi (il 2008) siano diminuite sia le ore di lavoro (-5,8%) sia le Ula, le unità di lavoro a tempo pieno,(-4,7%). “Il numero totale degli occupati, pur importante – dice il presidente della Fondazione Di Vittorio, Fulvio Fammoni, rappresenta un’immagine molto parziale della condizione del lavoro in Italia, dove la qualità dell’occupazione è in progressivo e consistente peggioramento. E’ evidente dai dati, che la ripresa non è in grado di generare occupazione quantitativamente e qualitativamente adeguata, con una maggioranza di imprese che scommette prevalentemente su un futuro a breve e su competizione di costo”.

Carlo Pareto