Pensioni. La quattordicesima scappa all’estero

Boeri-InpsIl Presidente dell’Inps, Tito Boeri, durante un’audizione al Comitato permanente sugli italiani nel mondo, presso la Commissione Esteri alla Camera, ha detto: “Nel 2017 la spesa per la quattordicesima a persone che non risiedono in Italia è più che raddoppiata passando da 15 a 36 milioni di euro con un’impennata del 131% delle prestazioni. Ciò si deve agli interventi sulla quattordicesima che hanno aumentato la platea dei beneficiari. La legge di Bilancio per il 2017 ha elevato il limite di reddito previsto per tale prestazione, incrementando la platea dei destinatari, e ne ha aumentato l’importo”. Sono stati circa 46.000 i beneficiari di questo provvedimento.

Poi Boeri ha aggiunto: “Le pensioni pagate all’estero dall’Inps, nel complesso, su 160 Paesi, nel 2016 sono state oltre 373.000, per un valore di poco superiore ad un miliardo di euro. Tuttavia, più di un terzo delle pensioni pagate a giugno 2017 hanno periodi di contribuzione in Italia inferiori a tre anni, il 70% è inferiore a sei anni e l’83% è inferiore ai dieci anni, quindi durate contributive molto basse. Queste prestazioni vanno a ridurre gli oneri di spesa sociale di altri Paesi, è quindi come se il nostro operasse un trasferimento verso altri Paesi senza avere un ritorno in consumi. Le somme sono erogate dall’Italia invece che dal Paese dove si pagano le tasse”. Per Boeri, in conclusione: “E’ un’anomalia, visto che non c’è un quadro di reciprocità”.

Il maggior numero dei beneficiari della quattordicesima è presente in Europa con il 39,6%, in America meridionale con il 36,1% ed in America settentrionale con il 12,6%. In proposito il Presidente dell’Inps ha ricordato: “ Si tratta in grandissima parte di Paesi in cui esistono redditi minimi garantiti il cui accesso è basato sul livello di reddito degli individui con benefici il cui ammontare è stabilito in modo tale da portare questo reddito al di sopra di soglie di povertà prestabilite. Questo significa che il nostro Paese con le quattordicesime erogate a residenti di questi paesi sta di fatto riducendo gli oneri di spesa assistenziale di altri Paesi”.

Boeri però non ha detto che gli oneri per l’assistenza sanitaria gravano sul Paese in cui si è residenti. La necessità di dare lavoro agli immigrati, se da un lato genera entrate contributive, non c’è poi nessuna certezza che le prestazioni vengano pagate in Italia. Non si può negare a nessuno la volontà di ritornare nei Paesi di origine e non si può nemmeno imporre ai residenti di non trasferire la residenza all’estero. Il fenomeno, in passato, ha funzionato favorevolmente per l’Italia, quando gli italiani emigrati all’estero, dopo il rimpatrio, ricevevano in Italia la pensione pagata dagli Stati esteri dove avevano svolto l’attività lavorativa. Oggi, tenuto conto che in Italia risiedono oltre cinque milioni di cittadini stranieri, si prospetta un ampliamento dei pagamenti all’estero delle prestazioni pensionistiche.

Invece, resta incompleta la lotta all’evasione ed all’elusione sia fiscale che contributiva.

Salvatore Rondello

Poletti, novità sui pensionamenti e i giovani precari

Pensioni-PolettiDopo che sono stati superati i limiti previsti per accedere all’APE social ed al pensionamento anticipato per i lavoratori precoci si profilano delle novità sui pensionamenti e sulle indennità per i giovani precari. L’INPS ha comunicato i dati definitivi delle istanze presentate entro la scadenza del 15 luglio. Complessivamente sono state presentate 66.409 domande (39.777 per l’APE e 26.632 per i lavoratori precoci) superando il tetto previsto per 60.000 richiedenti. Nello specifico, la maggior parte delle richieste sono state presentate dagli uomini con 28.109 domande per APE social e 22.900 per i lavoratori precoci. Le richieste delle donne complessivamente sono state pari al 23,2% cioè 15.400 su 66.409. Per l’APE sociale le donne sono ammontate a 11.668, mentre per i lavoratori precoci sono state soltanto 3.732.

Per i giovani precari, il PD si sta preparando ad avanzare una proposta, ancora in fase di studio ed approfondimento, sulla pensione di garanzia per i giovani, con un reddito minimo, e per rivedere il meccanismo di adeguamento automatico dell’età pensionabile con soluzioni diverse tra chi si trova soltanto nel sistema contributivo e chi si trova in altre situazioni. Si terrebbe conto anche delle diverse aspettative di vita tenuto conto che non tutti i lavori sono uguali. Lo ha dichiarato il responsabile per il lavoro del PD, Tommaso Nannicini al seminario ‘Non è una pensione per giovani’. L’ipotesi avanzata consisterebbe in una pensione minima per i giovani con lavori discontinui di € 650,00 che può aumentare di trenta euro al mese per ogni anno in più fino ad un massimo di mille euro. Al seminario hanno partecipato i Segretari di Cgil, Cisl ed Uil ed il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti.

Il Ministro del Lavoro nel suo intervento ha detto: “ Stiamo valutando possibili interventi sul cuneo contributivo, per abbassarlo e il problema è farlo stabilmente nel tempo, rendendo la misura definitiva”.

Giuliano Poletti ha anche criticato la riforma Fornero, spiegando:  “Considero sbagliate le politiche di austerità che hanno innalzato seccamente, di 5 anni, l’età del pensionamento, ciò ha creato un ‘muro’ all’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Doveva essere fatta in maniera diversa, serviva gradualità. Quindi, bisogna intervenire in maniera tale che convenga assumere un giovane. E l’operazione non deve avere una validità di uno o due anni, ma dovrebbe essere resa permanente”. Continuando, Poletti aggiunge: “Insomma, il lavoro stabile deve costare meno di quello a tempo in via definitiva, capovolgendo la situazione che c’era prima dei nostri interventi”.

Su quante siano le risorse a disposizione nella prossima legge di Bilancio per il taglio del cuneo, il ministro non si è pronunciato.

Rispondendo alle sollecitazioni sui Neet, dopo i dati diffusi ieri, il Ministro invita a non parlare di ‘sdraiati’, ma di persone che stanno attivamente cercando lavoro. In proposito, Poletti ha detto: “Ma in Italia, rispetto agli altri Paesi Ue, ci vuole più tempo. Ed è questo il problema. La soluzione va anche cercata attraverso politiche di accompagnamento e provando a fare incontrare domanda ed offerta di lavoro”.

Salvatore Rondello

Pensioni, è arrivato il giorno della quattordicesima

Inps

PUBBLICATI I DATI DELL’OSSERVATORIO SUL PRECARIATO

La consistenza dei rapporti di lavoro

Nei primi quattro mesi del 2017, nel settore privato, si registra un saldo, tra assunzioni e cessazioni, pari a +559.000, superiore a quello del corrispondente periodo sia del 2016 (+390.000) che del 2015 (499.000).

Su base annua, il saldo consente di misurare la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro. Il saldo annualizzato (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi) alla fine del 1° quadrimestre del 2017 risulta positivo e pari a +490.000. Tale risultato cumula la crescita tendenziale dei contratti a tempo indeterminato (+29.000), dei contratti di apprendistato (+47.000) e, soprattutto, dei contratti a tempo determinato (+415.000, inclusi i contratti stagionali e i contratti di somministrazione). Queste tendenze sono in linea con le dinamiche osservate nei mesi precedenti e attestano il proseguimento della fase di ripresa occupazionale.

La dinamica dei flussi

Complessivamente le assunzioni , sempre riferite ai soli datori di lavoro privati, nei mesi di gennaio – aprile 2017 sono risultate 2.129.000, in aumento del 17,5% rispetto a gennaio – aprile 2016. Il maggior contributo è dato dalle assunzioni a tempo determinato (+30,6%) mentre sono diminuite quelle a tempo indeterminato (-4,5%).

In particolare sono cresciute le assunzioni a tempo determinato nei comparti del commercio, turismo e ristorazione (+47,5%) e delle attività immobiliari (+43,6%). Negli stessi settori si osserva inoltre una crescita anche delle assunzioni in apprendistato (+46,9% nelle attività immobiliari e +35,8% nel commercio, turismo e ristorazione). Significativa pure la crescita dei contratti di somministrazione (+16,7%).

Il forte aumento delle assunzioni a tempo determinato in contratti di lavoro intermittente o a somministrazione di manodopera intervenuto dalla seconda metà di marzo può essere messo in relazione alla chiusura della possibilità di acquistare voucher per remunerare i prestatori di lavoro occasionale. Questo ha portato ad una ulteriore riduzione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (26,6%) rispetto ai picchi raggiunti nel 2015 quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato.

Le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (ivi incluse le prosecuzioni a tempo indeterminato degli apprendisti) sono risultate 122.000, con una riduzione rispetto allo stesso periodo del 2016 (-2,4%).

Le cessazioni nel complesso sono state 1.570.000, in aumento rispetto all’anno precedente (+10,5%): a crescere sono soprattutto le cessazioni di rapporti a termine (+17,8%) mentre quelle di rapporti a tempo indeterminato sono leggermente in diminuzione (-1%).

Con riferimento ai rapporti di lavoro a tempo indeterminato, il numero complessivo dei licenziamenti risulta pari a 189.000, sostanzialmente stabile rispetto al dato di gennaio – aprile 2016 (-0,6%); così come stabili risultano le dimissioni (+0,4%).

Il tasso di licenziamento (calcolato sull’occupazione a tempo indeterminato, compresi gli apprendisti) è risultato per il primo quadrimestre 2017 pari a 1,8%, sostanzialmente in linea con quello degli anni precedenti (1,8% nel 2016; 1,7% nel 2015).

Le retribuzioni iniziali dei nuovi rapporti di lavoro

Quanto alla composizione dei nuovi rapporti di lavoro in base alla retribuzione mensile, si registra, per le assunzioni a tempo indeterminato intervenute a gennaio – aprile 2017, una riduzione della quota di retribuzioni inferiori a 1.500 euro (33,6% contro 35,5% di gennaio – aprile 2016).

I dati completi sono consultabili sulla home page del sito istituzionale dell’Inps (www.inps.it) nella sezione Dati e analisi/Osservatori Statistici, report dal titolo “Osservatorio sul precariato”, dove ogni mese vengono pubblicati gli aggiornamenti tabellari dei nuovi rapporti di lavoro e delle retribuzioni medie.

Informazioni

L’INPS CONTRO LE PAGINE FAKE DI FACEBOOK

Nel corso del 2017 l’Istituto ha monitorato e mappato tutte le pagine Facebook che nel titolo fanno riferimento, diretto o indiretto, ad Inps. Dalla mappatura sono emerse circa 50 pagine che utilizzano la parola Inps o il logo dell’Istituto in maniera impropria. La maggior parte contiene informazioni fake o «bufale» che non hanno alcun carattere di ufficialità e contengono notizie fuorvianti.

Queste pagine si sono auto-generate e non possono essere chiuse perché è impossibile risalire a un fondatore/amministratore.

L’Istituto, attraverso la Direzione centrale Relazioni esterne, ha segnalato alla stessa Facebook ed alla Polizia Postale i profili e i post contenenti ingiurie e minacce nei confronti dell’Istituto e dei suoi dipendenti. Nello stesso tempo il presidente Boeri ha inviato una lettera alla direzione di Facebook in Irlanda chiedendo la verifica e l’eventuale chiusura delle pagine stesse.

L’Istituto ribadisce ancora una volta che i soli canali social ufficiali dell’Inps sono il canale Twitter

@INPS_it, il canale You Tube INPS e i cinque profili Facebook elencati di seguito:

INPS per la Famiglia

INPS – Credito e Welfare dipendenti pubblici

INPS Portale in progress

INPS Giovani

INPS per i Lavoratori Migranti.

Per essere sicuri di essere sulle pagine istituzionali è possibile accedere dalla home page del sito www.inps.it , cliccando sul simbolo(+) presente in alto a destra.

Pensioni

IL GIORNO DELLA QUATTORDICESIMA

E’ arrivata la 14esima per 3,5 milioni di pensionati. E’ stata accreditata il primo del mese alle Poste e il 3 luglio presso le banche. Spetta a tutti quelli che sono in pensione da lavoro privato, pubblico e autonomo che abbiano compiuto 64 anni di età e il cui reddito personale annuo non superi i 13.000 euro. Per ottenerla non è necessario fare alcuna domanda, ma viene erogata automaticamente dall’Inps . E’ quanto ha opportunamente ricordato al riguardo lo Spi-Cgil in una apposita nota.

Chi ha una pensione fino a 750 euro lordi al mese, si legge nella comunicazione, avrà una somma maggiorata del 30%. La riceverà per la prima volta invece chi ha una pensione fino a 1.000 euro lordi al mese. La misura è stata definita nell’intesa tra governo e sindacati dello scorso 28 settembre ed è contenuta nell’ultima legge di bilancio. L’importo medio della 14esima è di 500 euro e varia a seconda degli anni di contribuzione. Tre le fasce individuate: per le pensioni da lavoro dipendente pubblico e privato la prima è stata fissata fino 15 anni di contribuzione; la seconda da 15 a 25 e la terza oltre i 25 anni. Per le pensioni da lavoro autonomo invece la prima è stata fissata fino a 18 anni di contribuzione; la seconda da 18 a 28 e la terza oltre i 28 anni. Lo Spi-Cgil ha attivato il sito www.pensionati.it, dove è possibile avere tutte le informazioni sulla 14esima e calcolare l’importo esatto che si riceverà.

“La 14esima per i pensionati è il frutto di un confronto positivo tra governo e sindacati che ha prodotto l’intesa dello scorso 28 settembre. Quando ci si ascolta e si cercano soluzioni condivise si fanno delle buone cose. Quando non lo si fa invece si rischia generalmente di produrre dei danni”, ha dichiarato il segretario generale dello Spi-Cgil Ivan Pedretti. “E’ fondamentale riprendere il filo di questo dialogo e riconvocare quanto prima il tavolo di confronto sulla fase due delle pensioni che negli ultimi mesi si è arenata”, ha aggiunto Pedretti.

“Circa 3 milioni e mezzo di pensionati”, a partire dall’inizio del mese, ha affermato da parte sua il segretario generale della Uil Pensionati Romano Bellissima, “stanno ricevendo la 14esima”. “Di questi circa un milione e mezzo la percepiscono per la prima volta e gli altri incassano un importo incrementato.”, ha proseguito rammentando come questo sia “il frutto della prima fase del confronto con il Governo che ha portato all’intesa dello scorso settembre”. “È la dimostrazione – ha affermato ancora Bellissima – che quando i governi accettano il confronto con il sindacato e si cercano soluzioni condivise, si hanno risultati positivi per i cittadini e per la società. Ora chiediamo coraggio all’esecutivo per dare continuità agli impegni presi e per attuarli nella seconda fase del confronto che finalmente riprenderà la prossima settimana”.

Carlo Pareto

Pensioni. Quasi sei milioni a meno di mille euro al mese

anziani_povertaQualche giorno fa le parole di Papa Francesco sulle pensioni d’oro (“Sono un’offesa” ha detto il Pontefice ai delegati Cisl).
Oggi dal Rapporto annuale dell’Inps presentato in Parlamento, i numeri contenuti certificano una disparità nei trattamenti previdenziali da molti definita inaccettabile e testimoniano che l’offesa vera è per coloro che percepiscono una pensione da “fame” (magari potessero avere tutti una pensione “d’oro”).
Su 15,5 milioni di pensionati italiani, quasi 6 milioni (5,8 di cui 3,8 milioni di donne) percepiscono una pensione inferiore ai mille euro al mese. L’assegno è ancora più misero per 1,68 milioni di italiani (il 10,8%) che mettono in tasca meno di 500 euro al mese. Secondo il rapporto dell’Istituto di previdenza sociale. Il Presidente dell’Inps, Tito Boeri, provocatoriamente ha detto: “Chiediamo di cambiarne il nome in Istituto di Protezione sociale”.
Il 21,8% dei pensionati non supera i 1.500 euro. Più fortunati i 2,78 milioni che arrivano fino a 2.000 euro mensili così come gli oltre 1,6 milioni di italiani con un assegno fino a 2.500 euro.
Sono dunque 5,8 milioni i pensionati italiani  che nel 2016 potevano contare su un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro al mese, il 37,5% del totale, in calo dal 38% del 2015. Per le donne la percentuale di chi riceve meno di 1000 euro al mese sul totale delle pensionate è del 46,8% (3,8 milioni di persone) mentre per gli uomini è del 27,1%.
Il presidente Inps, Tito Boeri nella sua Relazione al Rapporto annuale dell’Istituto. a proposito della discussione sul possibile stop nel 2019 all’adeguamento dell’età di uscita, ha detto: “Il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita per la pensione di vecchiaia non è una misura a favore dei giovani. I costi si scaricherebbero sui nostri figli e sui figli dei nostri figli”.
Sempre secondo il Rapporto annuale Inps le fasce previdenziali più “ricche” sono rappresentate dal 5,4% (quasi 850mila persone) che percepisce fino a 3.000 euro e dal 6,8% (pari a poco più di un milione di pensionati) che incassa un assegno di oltre 3.000 euro mensili.
Il Presidente dell’Inps nel corso della presentazione del Rapporto ha anche affermato: “Il futuro, inoltre, non è roseo per la generazione nata negli anni ’80. La pensione, per molti trentenni di oggi, è sempre più un miraggio. Preoccupa soprattutto l’intreccio fra precarietà e copertura previdenziale, come abbiamo avuto modo di documentare e di segnalare a tutti gli interessati con strumenti come ‘la mia pensione’ e l’invio delle ‘buste arancioni’, frequenti episodi di non-occupazione all’inizio della carriera lavorativa hanno effetti molto rilevanti sulle pensioni future di chi è nato dopo il 1980 ed è perciò interamente assoggettato al regime contributivo. Questo rischio potrebbe essere in parte coperto fiscalizzando una componente dei contributi previdenziali all’inizio della carriera lavorativa per chi viene assunto con un contratto a tempo indeterminato. È una misura che, al contrario di molte di quelle proposte nella cosiddetta fase due del confronto governo-sindacati sulla previdenza, opererebbe un trasferimento dai lavoratori più anziani e dai pensionati verso i giovani e assicurerebbe sin d’ora uno zoccolo minimo di pensione a chi inizia a lavorare. Al contrario, bloccare l’adeguamento dell’età pensionabile agli andamenti demografici non è affatto una misura a favore dei giovani. Scarica sui nostri figli e sui figli dei nostri figli i costi di questo mancato adeguamento”.
Per Boeri sarebbe meglio una misura per la fiscalizzazione di una parte dei contributi all’inizio della carriera lavorativa per chi viene assunto con un contratto stabile.
Secondo il Codacons, ha spiegato il presidente Carlo Rienzi: “Dal Rapporto annuale Inps emergono disparità inaccettabili sul fronte delle pensioni. Ancora una volta in tema di pensioni l’Italia si conferma il Paese delle disuguaglianze. Non è civile un Paese in cui 1,68 milioni di pensionati fanno letteralmente la fame, ricevendo un assegno mensile inferiore ai 500 euro, mentre più di un milione di pensionati percepisce più di 3.000 euro al mese. Da anni la politica e i governi che si sono susseguiti hanno inserito il tema delle pensioni tra quelli da affrontare con urgenza, ma i dati dell’Inps dimostrano che nulla è stato fatto per migliore le condizioni di vita dei pensionati, e chi era povero continua a ricevere assegni miseri, inadatti a condurre una vita dignitosa”.
Oggi governo e sindacati tornano a discutere di riforma delle pensioni. Ma prima di entrare nel merito della cosiddetta fase due, Cgil, Cisl e Uil vorrebbero che l’esecutivo garantisse che non ci sarà un aumento dell’età pensionabile a partire dal 2019, spiegando che dopo le indiscrezioni emerse nei giorni scorsi, circa la possibilità di modificare i requisiti pensionistici in base all’aspettativa di vita, le organizzazioni sindacali vogliono riuscire a ottenere un “congelamento” degli attuali requisiti, quanto meno per altri due anni. Difficile poi che si possa entrare nel merito della fase due prima del 13 luglio, data in cui si terrà l’assemblea unitaria tra i sindacati. Più facile quindi che oggi si parli di requisiti pensionistici e di Ape, visto che ancora quella volontaria non è utilizzabile, nonostante fosse stato dato che lo sarebbe stata dal 1° maggio.
Roberto Ghiselli ha spiegato all’Agi che l’obiettivo principale è cercare di “dare risposte ai giovani che hanno carriere fragili e discontinue. Risposte che non possono arrivare tramite la previdenza complementare, perché chi non riesce a costruire il primo pilastro non può neanche costruire il secondo. Del resto non è semplice immaginare che chi ha carriere discontinue possa permettersi di avere una pensione integrativa”. Il Segretario confederale della Cgil ha quindi spiegato che la proposta dei sindacati è quella di utilizzare meccanismi di tipo solidaristico basato sulla previdenza pubblica. In tal senso ha continuato: “Si tratta di premiare la presenza e l’attività nel mondo del lavoro, non di dare a tutti una pensione minima garantita. A chi è disoccupato e segue un periodo di formazione, chi ha il part-time, chi fa lavori di cura, chi ha contributi bassi come collaboratori, lavoratori pagati con i voucher, colf che lavorano poche ore: a tutti costoro va valorizzato un periodo contributivo ulteriore, a spese della fiscalità generale”. Poi il sindacalista ha ricordato che: “Il meccanismo che proponiamo costa meno della pensione minima per tutti e degli interventi assistenziali di soccorso alla povertà”. Un altro tema caldo che i sindacati vorranno affrontare è quello del meccanismo che lega i requisiti pensionistici all’aspettativa di vita. “Chiederemo che sia modificata la legge”, ha detto a questo proposito Ghiselli.
Anche la Uil ha deciso di avviare una campagna sui cosiddetti “diritti inespressi” dei pensionati, così da aiutare alcuni di loro, specialmente quelli con assegni più bassi, a ottenere delle integrazioni all’assegno cui magari non sanno nemmeno di avere diritto. Del resto non essendo automatiche devono essere richieste specificatamente all’Inps, ma si è già avuto modo di verificare che spesso chi è in quiescenza non sa di averne diritto. Con questo tipo di verifiche, che vengono effettuate dai patronati, spesso si riescono a ottenere cifre importanti, considerando che non mancano situazioni in cui si ottengono gli arretrati e così i pensionati si ritrovano con delle somme importanti. Per quanto riguarda la Uil, il patronato di riferimento è Ital e ottenere una verifica sulla propria situazione pensionistica non è particolarmente difficile. L’importante è riuscire a verificare il cosiddetto modello Red.
L’Ape social, importante novità della riforma delle pensioni diventata finalmente realtà, è al centro di un grande interesse per via delle migliaia di domande arrivate nei primi giorni in cui è stato possibile presentarle attraverso la piattaforma telematica dell’Inps. La Cisl e il suo patronato Inas hanno quindi pensato di tenere un seminario d’approfondimento per informare e orientare i lavoratori presso il Dipartimento di Scienze politiche e giuridiche dell’Università di Messina. Con l’occasione la direttrice del Patronato Inas Cisl di Messina, Silvia Brunetto, ha avuto modo di chiarire: “l’Ape sociale non è una pensione, ma una indennità pagata dallo Stato che serve a raggiungere la pensione di vecchiaia”.  Il giornale “Messina Oggi”, riporta anche le dichiarazioni di Sebastiano Cappuccio, Segretario regionale della Cisl Sicilia, che ha spiegato : “Negli ultimi anni è stato fatto uno scempio del sistema pensionistico e lo sforzo del sindacato è stato quello di mettere delle pezze. Ape sociale e l’intervento sui lavoratori precoci sono forme sperimentali che avranno necessità di essere approfonditi dal punto di vista tecnico e politico”.
In questo senso Mimmo Milazzo, Segretario generale della Cisl Sicilia, pure lui presente al seminario, ha evidenziato: “L’Ape sociale, l’Ape aziendale e l’Ape volontaria sono un passaggio per il cambiamento del sistema pensionistico. Siamo, infatti, entrati nel sistema contributivo puro che cambia molto per la pensione, soprattutto per i giovani”. Il sindacalista ha ricordato alcuni temi importanti che dovranno essere affrontati nella cosiddetta fase due del confronto tra governo e parti sociali, come la previdenza complementare, la governance dell’Inps e la separazione tra assistenza e previdenza.

Salvatore Rondello

Inps: un mln e 200mila pensionati incasseranno per la prima volta la quattordicesima

Pensioni

IL 30% DELLE NUOVE 14ESIME A BENEFICIARI CON «REDDITI FORTI».

Un milione e duecentomila pensionati con il consueto assegno Inps, incasseranno per la prima volta anche la quattordicesima grazie all’ultima legge di Bilancio. Secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore, fino all’anno scorso questo bonus extra, dal peso variabile a seconda degli anni di versamenti effettuati, era appannaggio dei soli 2,1 milioni di pensionati contributivi con un reddito complessivo inferiore a 1,5 volte il minimo, come prevedeva la legge del 2007 che l’ha inventato. Per questa platea originaria – sottolinea Il Sole 24 Ore – il bonus viene rafforzato del 30% circa, per gli altri (quelli con una pensione compresa tra 1,5 e 2 volte il minimo) come detto è una novità. La misura ha un costo di 800 milioni l’anno ed è stata da più parti criticata, in primis dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, secondo il quale in 7 casi su 10 andrà a beneficio di pensionati che poveri non sono. Un giudizio cui gli autori della nuova quattordicesima hanno sempre replicato spiegando che non si tratta di una intervento di tipo assistenziale.

A chi spetta

La quattordicesima spetta a chi ha una o più pensioni Inps o delle gestioni autonome, separata e del fondo clero. Hanno titolo ad ottenerla i pensionati a partire da 64 anni. Hanno diritto anche i titolari di pensioni di invalidità (non quelle civili) e le reversibilità. Esclusi i pensionati Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti. Fino al 2016 l’assegno della quattordicesima competeva ai pensionati con una situazione reddituale complessiva fino a una volta e mezzo il trattamento minimo (chi ha avuto nel 2016 redditi fino a 9.786,86). Ora lo stesso beneficio va a chi ha un reddito superiore a 1,5 volte il minimo e fino 2 volte (quindi 13.049,14 euro). Per i pensionati subito dopo la soglia più alta è invece prevista una compensazione per evitare che siano penalizzati rispetto a chi si trova subito sotto.

Quanto vale l’operazione

Quanto vale la quattordicesima per i pensionati? Stando alle fonti Inps si varia tra 437 euro e 655 per coloro con i redditi più bassi, e tra 336 e 504 euro per quanti detengono situazioni reddituali fino a due volte il minimo.

Platea dei beneficiari

Pensionati felici: o meglio, 3,4 milioni pensionati lo saranno grazie alla quattordicesima in versione rafforzata configurata dalla ultima legge di Bilancio. L’ultima «finanziaria» ha irrobustito la quattordicesima a chi ne aveva già diritto ed ha allargato ulteriormente la platea dei beneficiari, includendo circa 1,2 milioni nuovi pensionati. Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha spesso criticato questa manovra legata alla quattordicesima perché scarica i costi sulle generazioni future.

Secondo il numero uno dell’Inps il bacino di avanti tiolo che usufruiranno della nuova misura previdenziale «è destinata a essere più ampia in confronto a quella prefigurata inizialmente: avremo un incremento soprattutto per quel che riguarda gli ex dipendenti pubblici», che saranno «i grandi beneficiari della quattordicesima. Attualmente sono circa 8.000 e con le nuove norme inserite nell’ultima legge di Bilancio saliranno a 125.000. Parliamo di un incremento del 1.500%».

Ammortizzatori sociali

SI ALLA CIG IN DEROGA ANCHE DOPO LA SOLIDARIETÀ

La cassa integrazione in deroga può essere concessa nel 2017 anche al termine di un contratto di solidarietà che ha avuto inizio prima del 31 dicembre 2016. Lo spiega l’Inps con il messaggio 2303/2017 pubblicato di recente dall’Istituto di previdenza. I chiarimenti riguardano l’erogazione della cassa integrazione in deroga concessa da regioni e province autonome, con possibilità di utilizzare fino al 50% delle risorse loro attribuite, ai fini della concessione di trattamenti con decorrenza successiva al 31 dicembre 2016, «purché consecutivi alla fruizione di precedenti interventi ordinari scaduti dopo tale data e purché i provvedimenti autorizzatori siano adottati entro e non oltre il 31 dicembre 2016». L’Inps, in merito, ha chiarito che la concessione di Cigd può interessare anche periodi che hanno inizio e fine nell’annualità 2017, purché consecutivi (cioè senza soluzione di continuità) alla fruizione di Cigo o Cigs con scadenza successiva al 31 dicembre 2016 (circolare n. 217/2016). Inoltre, ha precisato che tra gli ammortizzatori ordinari vi rientrano le prestazioni d’integrazione al reddito garantite dai Fondi di solidarietà, compreso il Fondo d’integrazione salariale (Fis) e i Fondi di solidarietà bilaterale alternativi (messaggio n. 1713/2017).

A ciò aggiunge che il ministero del lavoro ha precisato in una recente nota (prot. n. 8521) che le regioni hanno facoltà di concedere ammortizzatori in deroga, dal 1° o dal 2 gennaio 2017, a patto che vi sia continuità tra l’intervento ordinario e quello in deroga e che la decretazione della deroga sia avvenuta in data anteriore al 31 dicembre 2016. Inoltre, sempre il ministero ha chiarito che le prestazioni d’integrazione di solidarietà rientrano tra gli ammortizzatori ordinari; pertanto, regioni e province autonome possono decretare la Cigd per il 2017 in loro continuità. In tal caso, per la verifica del requisito di continuità, il datore di lavoro deve fornire all’Inps apposita dichiarazione, precisando la data fine intervento della solidarietà.

Previdenza

COVIP, SERVE VIGILANZA UNICA

Richiamare l’attenzione sulla necessità di riordinare ed efficientare l’assistenza sanitaria integrativa, che rappresenta un settore che già conta oltre 500 operatori. Potrebbe essere opportunamente valutata l’attribuzione della vigilanza a un’unica autorità, mantenendo presso i ministeri competenti (Lavoro e Salute) l’alta vigilanza sui rispettivi settori. E’ quanto emerge dalla relazione annuale della Covip, presentata di recente alla Camera dei deputati. A fronte dei cambiamenti demografici in atto e del conseguente ampliamento dei bisogni di protezione sociale, il ruolo del sistema dei controlli, spiegano dalla Covip, “assume una connotazione del tutto speciale, proprio per la grande rilevanza degli interessi coinvolti, ed è incentrato sul tema dell’adeguatezza delle prestazioni pensionistiche rispetto ai bisogni previdenziali”. Tale contesto assegna all’azione di vigilanza della Covip la connotazione di ‘vigilanza sociale’, differenziandone nettamente il ruolo e le caratteristiche funzionali rispetto alle Autorità di vigilanza sul risparmio finanziario. Peraltro, si osserva, l’esigenza di una “vigilanza così caratterizzata non investe solo la previdenza, ma anche, in un’ottica di welfare integrato, le diverse componenti della domanda di protezione sociale, riferibili ai bisogni di cura e assistenza, anche a lungo termine, che assumono particolare rilievo nelle società che invecchiano”.

Fondi pensione – I fondi pensione e le casse professionali, quali investitori istituzionali, svolgono un ruolo di assoluta rilevanza nel finanziamento dell’economia italiana, disponendo di ingenti risorse utilmente impiegabili nel breve e lungo periodo. Considerati nel loro insieme, essi investono in Italia circa 71 miliardi di euro, pari al 37% del totale degli attivi. E’ quanto si evince dall’annuale relazione della Covip, presentata a Montecitorio. Oltre la metà delle risorse, spiegano dalla Covip, è formata da titoli di Stato, per un valore di 40,2 miliardi di euro, mentre circa un terzo è formato dalla componente immobiliare. La quota destinata al finanziamento delle imprese italiane rimane ancora esigua: 7,2 miliardi di euro, pari al 3,7% delle attività totali, di cui 3,4 miliardi in titoli di debito e 3,8 miliardi in titoli di capitale. Secondo la Covip, possono contribuire a intensificare l’impegno nell’economia reale le disposizioni della legge di bilancio per il 2017, che favoriscono investimenti nel capitale delle imprese da parte dei fondi pensione e delle casse professionali attraverso lo strumento della fiscalità e la semplificazione dei meccanismi amministrativi preordinati al conseguimento dei relativi benefici. A queste disposizioni si affiancano le iniziative più recenti che estendono la possibilità di investire nei Piani individuali di risparmio (Pir).

Alla fine del 2015, le attività complessivamente detenute dalle casse professionali ammontano, a valori di mercato, a 75,5 miliardi di euro: il 26% è investito in titoli di debito; di questi circa il 65% è costituito da titoli governativi. E’ quanto emerge dall’annuale relazione sull’attività della Covip (Commissione di vigilanza sui fondi pensione) presentata oggi dal presidente della Commissione, Mario Padula, alla Camera dei deputati. La composizione delle attività, emerge dalla relazione della Covip, continua a caratterizzarsi per la cospicua presenza di investimenti immobiliari che nel loro complesso si attestano a 18,5 miliardi di euro (corrispondenti al 24,5% del totale) seppure in diminuzione rispetto all’anno precedente. Gli investimenti nell’economia italiana continuano a superare quelli all’estero; ammontano a poco più di 32 miliardi di euro, pari a circa il 43% delle attività totali, mentre i secondi si attestano a poco meno di 30 miliardi di euro, corrispondenti a oltre il 39% delle attività totali. Per quanto riguarda la composizione degli investimenti domestici, la quota più rilevante è rappresentata dall’immobiliare (poco meno di 18 miliardi di euro), seguita dai titoli di Stato (9 miliardi di euro); gli investimenti in titoli emessi da imprese italiane sono invece limitati: ammontano a 3,8 miliardi di euro, meno del 5% cento delle attività totali, di cui 1,1 miliardi sono titoli di natura obbligazionaria e 2,7 miliardi di natura azionaria. Pur in assenza del regolamento, previsto dal decreto legge n. 98/2011, che avrebbe dovuto introdurre la disciplina sugli investimenti delle risorse finanziare, sui conflitti di interesse e sulla banca depositaria, la Covip ha comunque svolto la propria funzione di vigilanza. La rilevante mole di dati e di informazioni acquisita ha consentito alla Covip di predisporre un documento di sintesi, con dati omogenei e aggiornati su investimenti, patrimonio e assetti organizzativi delle casse professionali. E’ stata data così continuità al lavoro già realizzato lo scorso anno e del quale la Covip ha dato diffusione anche tramite il sito web.

Carlo Pareto

Non solo disoccupati, giovani penalizzati dalla Riforma delle pensioni

Renzi-calo consensi-giovaniIl Presidente dell’INPS, Tito Boeri, all’apertura del convegno fatto a Milano presso la sede del Sole24ore, intitolato “Tutto pensioni”, si è schierato contro la riforma delle pensioni: “Aumenta il debito e grava sui giovani”.
L’intervento di Tito Boeri è stato pungente nei confronti del Governo. Il Presidente dell’INPS ha sottolineato gli effetti che tutte le riforme hanno sul debito implicito pensionistico inclusa l’ultima riforma delle pensioni approvata nella legge di Bilancio 2017.
Il debito implicito pensionistico è l’insieme degli impegni presi dallo Stato nei confronti dei cittadini in ottica futura e secondo Boeri, la riforma delle pensioni fa aumentare il debito.
Tito Boeri ha denunciato la riforma approvata nella legge di Bilancio 2017, lanciando un allarme a tutti gli interessati, spiegando come questa manovra graverà sulle generazioni future e come non sia scongiurato il pericolo di tagli agli assegni. Secondo Boeri la riforma aumenta la spesa pensionistica che aiuta le categorie che hanno già goduto di buoni trattamenti andando ad incidere sul debito implicito pensionistico.
Per il Presidente dell’INPS, la riforma delle pensioni non comporterà soltanto oneri alle prossime generazioni, sempre più lontane da una pensione simile a quella dei loro genitori, ma anche una evidente differenza di trattamenti all’interno della stessa generazione.
Di conseguenza, dalle affermazioni di Boeri, si potrebbe pensare se la legge possa aver violato anche qualche dettato costituzionale.
Al di là delle considerazioni di Boeri, i giovani, dal ‘patto generazionale’ a tutte le altre norme che li riguardano, sono penalizzati sia nel mercato del lavoro che nel futuro pensionistico. Alla luce di ciò, quando i giovani andranno alle urne per votare, chi sosterranno con il loro voto?

Gap Previdenziale e incubo pensione per i medici

Consulcesi, realtà leader nella tutela dei camici bianchi, ha raccolto i pareri di oltre 2mila medici sulla previdenza complementare: il 51% degli intervistati ha già scelto un fondo pensione, privilegiando i privati.

medici 2Medici tra paura e lungimiranza quando si tratta del proprio futuro pensionistico. Oltre l’80%, infatti, teme che una volta abbandonato il camice bianco, la differenza tra l’attuale retribuzione e l’importo della pensione farà registrare un crollo drastico, tra il 30 e il 50%. Per questo motivo, più della metà di loro ha deciso di non farsi cogliere impreparato ed è già ricorso alla previdenza complementare. Sono questi i dati rivelati da un sondaggio effettuato da Consulcesi, realtà leader nella tutela dei camici bianchi, che ha raccolto opinioni e timori di 2722 medici in tema di previdenza complementare.
SÌ ALLA PREVIDENZA COMPLEMENTARE, MEGLIO SE PRIVATA
Dal sondaggio emerge innanzitutto che il 51% degli intervistati ha già aderito a una forma di previdenza complementare, di cui il 39% ha preferito un fondo privato rispetto a un fondo di categoria, scelto dal restante 13%. Su base geografica, si segnala inoltre che sono soprattutto i medici del Sud (42%) a preferire il privato, seguiti da Nord (39%) e Centro (35%).
I MEDICI TEMONO UN GAP PREVIDENZIALE TRA IL 30% E IL 50%, I PIÙ SPAVENTATI AL NORD
La paura di vedere il proprio reddito calare drasticamente nella delicata fase della vecchiaia accomuna l’81% degli intervistati. Il 42% di loro, infatti, teme di perdere più della metà rispetto a quanto percepito attualmente; il 39% condivide questo allarme ma crede che subirà un calo leggermente più contenuto, comunque di oltre il 30%. Di fatto, solo il 7% degli intervistati dichiara che avrà sostanzialmente lo stesso reddito attuale. È interessante notare che i più pessimisti in materia di gap previdenziale sono i medici del Nord: il 47% degli interpellati presume una riduzione del reddito superiore al 50%.
PER I CAMICI BIANCHI È FONDAMENTALE LA DEDUCIBILITÀ FISCALE
Se i medici lamentano diversi motivi che frenano l’adesione a un fondo di previdenza complementare, tra cui la scarsa conoscenza della materia (il 22%) e l’eccessiva burocrazia (il 4%), il fattore che la stragrande maggioranza considera strategico è la massima deducibilità fiscale, considerata molto importante per il 71% degli intervistati.
I MEDICI SONO INFORMATI E VOGLIONO MAGGIORI INCENTIVI
Tra gli altri dati emersi, si registra che la maggioranza dei medici conosce le diverse forme di previdenza complementare (il 58%) e l’81% chiede a gran voce un intervento legislativo per incentivare l’adesione a questi fondi.

Lotta alla povertà. Approvato il decreto
sul reddito di inclusione

Statali

STRETTA SULLE ASSENZE ANCHE PER MALATTIE GRAVI

Un tetto massimo di assenze per malattia durante l’anno anche in caso di gravi patologie che richiedono terapie salvavita quali chemioterapia ed emodialisi. È la ulteriore ‘stretta’ all’assenteismo nel pubblico impiego prevista dall’atto di indirizzo generale predisposto dal ministro della Funzione pubblica Marianna Madia per il rinnovo dei contratti.

E sarà l’Aran a negoziare, in sede di trattativa, il computo dei giorni di assenza collegati al l’effettuazione di terapie salvavita “anche se non coincidenti con i giorni di terapia e a condizione che si determinino effetti comportanti incapacità lavorativa”. Un ampio capitolo dell’atto di indirizzo del resto è dedicato a permessi, assenze e malattia, un tema delicato che da settembre sarà affidato ai controlli dell’Inps secondo quanto previsto dal nuovo testo unIco del pubblico impiego.

Madia prevede inoltre una disciplina specifica sui permessi orari per visite mediche, terapie, prestazioni specialistiche ed esami diagnostici fruibili a giorni e addirittura a ore. Ma anche permessi brevi a recupero, permessi per motivi familiari e riposi connessi alla ‘banca delle ore’ che viene indicata come “base di partenza per ulteriori avanzamenti nella direzione mi una maggiore conciliazione e tra tempi di vita e di lavoro”.

Tuttavia anche in questi casi sono previsti nuovi paletti. L’ assenza deve essere giustificata con un’attestazione rilasciata dal medico o dalla struttura, anche privata, che ha svolto la visita o la prestazione o tramessa all’amministrazione presso cui lavora il dipendente pubblico.

La direttiva prevede anche un “monte ore” annuale per la fruizione di tali permessi con l’indicazione che 6 ore di permesso corrispondono a un’intera giornata di lavoro. Infine, si prevede un periodo di servizio minimo nell’arco della giornata almeno pari alla metà dell’orario e, salvi casi d’urgenza, adeguati periodi di preavviso.

Lotta alla povertà

APPROVATO DECRETO PER REDDITO DI INCLUSIONE

Per il reddito di inclusione verranno stanziati “2 mld l’anno nei prossimi anni”. Lo ha affermato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti in conferenza stampa al termine del Cdm che ha approvato il decreto sul reddito di inclusione. “Il beneficio economico va da 190 euro a 485 euro, si parte da un componente poi si sale” le soglie di accesso “sono pari a 6mila euro e 3mila euro di soglia Isee”, afferma Poletti.

Quanto alle risorse al momento sul tavolo ci sono 1,7 mld che verranno incrementate a 2 mld l’anno a regime “con il riordino delle misure in campo e destinando una quota del Pon inclusione per il potenziamento dei servizi per la messa in carico”, ha spiegato Poletti. La misura, revista dalla Delega per la lotta alla povertà, “è uno strumento di carattere generale, universale, che fa riferimento a tutte le città e tutti i soggetti”, spiegha il ministro. “Visti i soldi a disposizione verranno privilegiati i nuclei con figli minorenni, con disabili, donne in gravidanza o over55 disoccupati”, ha aggiunto, spiegando che la platea in questa prima fase sarà di “660mila famiglie, di cui 560mila con figli minori, quindi siamo in condizione di raggiungere già quasi tutto il target a cui puntiamo”.

Il ministro si è poi soffermato sulla volontà del governo di “lavorare con continuità nella logica del sostegno all’inclusione avviata dal governo precedente con le sperimentazioni del Sia”. Stiamo “lavorando in una logica molto forte di integrazione degli strumenti che agiscono per inclusione”, ha detto, sottolineando l’importanza del “lavoro fatto con l’Alleanza contro la povertà”. Due i pilastri del decreto indicati da Poletti: sostegno al reddito e presa in carico per l’inclusione”, con strumenti che andranno sia direttamente ai cittadini che “al potenziamento dei servizi e politiche attive”, circa il 15% delle risorse. Strumenti “come questi hanno bisogno di una verifica permanente” per verificarne l’efficacia.

Pratiche sprint – Una roadmap, con tappe e scadenze, per rendere facile e veloce l’accesso al Reddito d’inclusione (Rei). Ci saranno infatti degli sportelli dedicati e pratiche sprint, da chiudere in 20 giorni. A tracciare l’iter è il decreto approvato di recente in Cdm. Il provvedimento scandisce il percorso per fare la domanda di sussidio (fino a 485 euro mensili) e ricevere la risposta. Si stabilisce così che la richiesta va presentata a un desk ad hoc, “punti per l’accesso al Rei”, da identificare sul territorio. E’ quindi il Comune che raccoglie la domanda, verifica i requisiti e la invia all’Inps entro 10 giorni lavorativi. L’istituto di previdenza, entro i successivi 5 giorni verifica il possesso dei requisiti e, in caso di esito positivo, riconosce il beneficio, che sarà erogato mensilmente attraverso una Carta di pagamento elettronica (Carta Rei), simile a una prepagata. L’intera procedura quindi, considerata anche una ‘tolleranza’ di ulteriori 5 giorni dovuti ai vari passaggi non dovrà durare più di 20 giorni.

La sorpresa di luglio

CONGUAGLIO IN BUSTA PAGA

A luglio si fanno i conti con il fisco. Arrivano, infatti, i rimborsi Irpef. Si tratta di quelle imposte pagate in più dal contribuente, che viene restituita, dopo la presentazione della dichiarazione dei redditi 2017 con il 730 e redditi ex Unico. Nel momento in cui si fa la dichiarazione si possono, infatti, portare a detrazione o deduzione le spese sostenute per conto proprio o per i familiari a carico. Se tali spese risultano essere superiori all’imposta Irpef dovuta, si potrà vantare un credito che potrà essere utilizzato per pagare altre tasse e tributi oppure da richiedere come rimborso Irpef all’Agenzia delle Entrate. Per i lavoratori dipendenti o assimilati il rimborso dovrebbe arrivare quindi nella prossima busta paga, quella di luglio, mentre per i pensionati ad agosto. Se la dichiarazione dovesse far emergere al contrario un debito, allora, verrà trattenuto dalla retribuzione di competenza del mese di luglio.

I controlli, quando scattano. Se il modello 730 risulta incoerente rispetto ai criteri, fissati dalla stessa Agenzia delle Entrate, ma anche nel caso in cui i rimborsi siano superiori a 4mila euro. Ci saranno non solo delle verifiche, ma si allungheranno anche i tempi di accredito del rimborso. Se, invece, si sceglie la compensazione, si può utilizzare il rimborso superiore ai 4mila euro per saldare Imu, Tasi e Tari, facendo scendere la quota complessiva e rendendo più veloce l’accredito dei soldi.

Inps

VERSAMENTI VOLONTARI: ENTRO IL 30 GIUGNO IL PAGAMENTO ALL’INPS

Scade giovedì prossimo trenta giugno il termine ultimo utile per corrispondere all’Inps i contributi volontari relativi al primo trimestre dell’anno corrente (Gennaio – Marzo 2017). Al riguardo è appena il caso di precisare che nel 2017 per coprire un anno di contribuzione volontaria occorre una spesa minima di 2.903 euro. E se si è stati autorizzati dopo il 31 dicembre del 1995 si dovrà addirittura spendere 522 euro in più. Entro la fine del mese di giugno – come già indicato in apertura – scade quindi il termine per il pagamento riferito al trimestre gennaio – marzo, il primo dei quattro appuntamenti previsti per quest’anno (gli altri tre sono rispettivamente fissati al 31 ottobre, 31 dicembre e 31 marzo 2018). L’aumento, in confronto al 2014 (ultimo incremento intervenuto per effetto dell’inflazione zero registrata dall’Istat nel 2015/16), è dovuto alla consueta lievitazione delle retribuzioni di riferimento, aggiornate all’1,1% per via dell’inflazione. La «volontaria» – si ricorda – coinvolge numerosi ex lavoratori (soprattutto donne) che hanno scelto di continuare l’assicurazione provvedendo in proprio, con lo scopo di maturare comunque il diritto alla pensione. Da un’occhiata sommaria alle tabelle, i cui vigenti parametri sono indicati in un’apposita, specifica circolare Inps, si nota facilmente come costa sempre di più «farsi» una prestazione pensionistica da soli, per chi si è ritirato prima del tempo dall’attività lavorativa. Non solo, ma in passato – giova sottolinearlo – la sola autorizzazione al versamento ha costituito un ottimo scudo per difendersi dalle novità progressivamente introdotte in materia di requisiti pensionistici. Anche se, dopo la riforma Monti-Fornero, ora non è più così.

Valori 2017. Le somme da corrispondere differiscono a seconda della decorrenza dell’autorizzazione: prima o dopo dicembre 1995. L’ammontare del contributo volontario si ottiene, infatti, applicando alla retribuzione di riferimento (quella dell’ultimo anno di lavoro) l’aliquota contributiva vigente che per gli ex dipendenti è pari al 27,87%, se autorizzati sino al 31 dicembre 1995, e al 32,87% (33% per le quote eccedenti i 46.123 euro annui) per le autorizzazioni successive.

Esiste anche una retribuzione base (minimale), pari al 40% del minimo di pensione mensile. In altri termini, per il 2017, con un minimale di retribuzione settimanale pari a 200,76 euro, il contributo non può essere inferiore a 64,98 euro per i soggetti autorizzati sino al 31 dicembre 1995 e a 55,95 euro per le autorizzazioni successive.

Il pagamento dei contributi volontari può avvenire in tre modi diversi:

1) utilizzando il bollettino Mav (pagamento mediante avviso);

2) online, sul sito internet www.inps.it;

3) telefonando al numero verde gratuito 803.164, utilizzando la carta di credito;

Una protezione vulnerabile. La possibilità di versare volontariamente in occasione delle precedenti riforme ha sempre costituito una vera e propria polizza assicurativa. A cominciare dall’elevazione del minimo di contributi richiesto per la vecchiaia, innalzato da 15 a 20 anni dalla riforma Amato del 1993, dove è prefigurata la conservazione dei «vecchi» 15 anni in favore dei soggetti autorizzati alla prosecuzione volontaria entro il 31 dicembre 1992. Per non parlare dei famosi «blocchi» temporanei delle pensioni di anzianità, avvenuti più volte tra il 1994 e il 1998, che in questi casi non hanno trovato applicazione,

Adesso la musica è cambiata. Soltanto un ristretto numero di contribuenti volontari è infatti rientrato nella schiera dei cosiddetti “salvaguardati” dall’inasprimento dei requisiti pensionistici della riforma Fornero. Ciò non toglie che la richiesta di autorizzazione alla prosecuzione volontaria, inoltrata alla cessazione o sospensione del servizio lavorativo, sia inutile. Non costa nulla e non è soprattutto impegnativa (nel senso che non si è affatto obbligati a continuare a versare fino alla quiescenza).

Carlo Pareto

Pil, il fondo monetario vede positivo

Pil Il Fondo monetario internazionale rivede al rialzo le stime di crescita per l’Italia: il Pil quest’anno salirà dell’1,3% (contro il +0,8% delle ultime stime) e rallenterà attorno all’1% nel 2018-20. L’alto livello di debito inoltre “lascia l’Italia esposta a shock”. Questo in sintesi il quadro disegnato dal Fmi sull’Italia. Però si sottolinea il miglioramento delle prospettive economiche. Ad aprile l’istituto di Washington prevedeva un aumento del Pil italiano dello 0,8% sia per il 2017 che per il 2018. Il governo nel Documento di Economia e finanza ad aprile ha stimato una crescita all’1,1% per il 2017 e all’1% per il 2018. Per l’Fmi, la ripresa in Italia proseguirà ma “i rischi al ribasso sono significativi” e legati, tra l’altro, “alle fragilita’ finanziarie, alle incertezze politiche, a una possibile battuta d’arresto del processo di riforma” e “alla normalizzazione” del corso della politica monetaria.

Dal Fondo si suggerisce di “accelerare il risanamento dei bilanci delle banche italiane e ridurre in modo “realistico” e “tempestivo” il problema dei non perfoming loans (Npl), i crediti deteriorati. Il Fondo chiede strategie “ambiziose e credibili” di riduzione degli Npl che affossano gli istituti italiani. In particolare, sottolinea l’Fmi, alle banche con “una debole capacità interna dovrebbe essere richiesto di intraprendere le azioni necessarie” come ingaggiare società specializzate.

L’istituto di Washington rileva inoltre come i progressi nell’accelerare le procedure d’insolvenza delle imprese “siano stati limitati” e ritiene necessario continuare a compiere “passi ambiziosi” sul fronte della ristrutturazione aziendale. Il fondo chiede inoltre che si dia vita a riforme riforme strutturali “ambiziose e onnicomprensive” che “aiuteranno a incoraggiare una crescita più forte”. Il Fondo chiede di portare avanti il programma già avviato con il Jobs act, la riforma della pubblica amministrazione, della giustizia civile e dell’istruzione e di puntare soprattutto sulla liberalizzazione dei mercati dei prodotti e dei servizi, sull’aumento della produttività e su un’ulteriore modernizzazione del settore pubblico.

Per quanto riguarda il debito pubblico, il Fondo Monetario sottolinea che “l’alto livello di debito pubblico lascia l’Italia esposta a shock, con uno spazio ridotto per rispondere, e al rischio di una dura e pro-ciclica correzione”. Inoltre suggerisce la strada delle riduzione del cuneo fiscale e di un salario minimo, “possibilmente differenziato tra le regioni”. Inoltre secondo il Fondo, bisogna garantire un’efficace contrattazione di secondo livello che rafforzi il legame tra salari e produttività. L’Fmi prende in esame anche le pensioni: “Nonostante gli sforzi degli ultimi anni, ulteriori passi sono necessari per ridurre la spesa corrente”, sebbene con un sostegno orientato ai più deboli. In particolare, il Fondo chiede di “migliorare l’efficienza della spesa sanitaria” e “ridurre gli alti livelli di spesa pensionistica nel medio termine”. Secondo l’Fmi, esistono “eccessi” nel sistema pensionistico italiano che “devono essere razionalizzati” legati soprattutto ai “benefit generosi” delle vecchie generazioni. L’istituto di Washington ritiene che i parametri pensionistici “potrebbero anche essere rivisti e corretti, se necessario”. Allo stesso tempo, bisognerebbe razionalizzare i programmi di protezione sociale ed estendere le misure contro la povertà”

Pensioni. L’Inps chiarisce sulla possibilità di anticipare a 64 anni

Ultime novità

PENSIONI ANTICIPATE A 64 ANNI

Torniamo ad occuparci di un argomento già trattato nei nostri interventi in diverse occasioni, ovvero la possibilità prevista dalla Manovra Fornero di ottenere il pensionamento anticipato in deroga rispetto ai requisiti ordinari di quiescenza previsti all’interno della stessa legge. L’Inps ha infatti comunicato recentemente le proprie delucidazioni in relazione all’ambito di applicazione di tale disposizione attraverso il messaggio n. 2054, escludendo di fatto la possibilità di pensionamento a partire dai 64 anni per le lavoratrici con 15 anni di versamenti nate nel 1952. Vediamone meglio i dettagli nel nostro nuovo approfondimento. Partiamo dalle posizioni confermate dall’Istituto di previdenza. Infatti, secondo l’Inps potranno fruire della misura coloro che abbiano maturato al 31/12 del 2012 almeno 35 anni di versamenti, purché in possesso dei “requisiti per il trattamento pensionistico entro il 31 dicembre 2012 ai sensi della tabella B allegata alla legge 23 agosto 2004, n. 243”. Per tutti questi soggetti si conferma la possibilità di beneficiare del prepensionamento a partire dai 64 anni di età. Vi sono poi da considerare anche coloro che possono accedere alla pensione di vecchiaia a partire dalla stessa età, purché abbiano perfezionato almeno 20 anni di versamenti al 31/12 del 2012. Fin qui i requisiti per gli aventi titolo, che possono esercitare l’opzione di uscita prefigurata all’interno della Manovra.. Stante la situazione, l’Istituto di previdenza esclude però la possibilità di pensionamento con meno di 20 anni di anzianità assicurativa. Restano di conseguenza tagliate fuori dalla misura le cosiddette “quindicenni”. Vista l’eccezionalità della disposizione, si legge infatti nel messaggio, “non può trovare applicazione la deroga di cui all’art. 2, comma 3 del decreto legislativo n. 503/1992 che prevede, a determinate condizioni, il conseguimento del trattamento pensionistico di vecchiaia con una anzianità contributiva di 15 anni anziché 20”. La vicenda sembra quindi chiudersi definitivamente per le lavoratrici in questione, che dovranno attendere la data ordinaria di quiescenza stabilita dal legislatore.

Welfare

ILPOPULISMO DANNEGGIA ANCHE LO STATO SOCIALE

Se la metafora fosse quella della “pedalata” evocata da uno dei padri dell’Europa moderna come Jacques Delors («O pedali e vai avanti, oppure ti fermi e cadi»), allora bisognerebbe concludere che il faticoso processo di integrazione europea ha davanti a sé una salita degna delle Tre Cime di Lavaredo. La vittoria di Emmanuel Macron e la pronta reazione di Angela Merkel al vento protezionistico che spira oltreoceano sembrano poter rimettere in fila un percorso parso, fino alle elezioni francesi, a dir poco sfilacciato. Resta tuttavia la minaccia del terrorismo, l’emergenza delle migrazioni che alimenta populismi e sovranismi di varia natura.

Tito Boeri dedica al tema un libro, pubblicato da Laterza, dal titolo Populismi e stato sociale, e lo fa da studioso attento alle dinamiche sociali dei fenomeni economici, oltre che da presidente dell’Inps. «Il pericolo – scrive nella premessa – è la possibile affermazione di partiti che puntano a interrompere il processo di integrazione europea, a chiudere le frontiere agli immigrati, per meglio proteggere le persone più vulnerabili dalle sfide della globalizzazione. È un messaggio che mina alle basi il principio della libera circolazione dei lavoratori nella Ue su cui si fonda, a partire dal Trattato di Roma, il processo di integrazione politica ed economica europea”.

Se quest’ondata non si dovesse fermare, è come se si fosse tolta ai giovani quella che Boeri definisce la «migliore assicurazione sociale contro la disoccupazione di cui oggi possano disporre». Già perché se si minacciano le conquiste fin qui realizzate, a partire dalla fondamentale libertà di circolazione nello spazio comune europeo, tutto ciò si traduce in un implicito invito a trovare altrove, al di fuori dell’Europa, un’occupazione in grado di garantirsi un futuro. Da noi, negli ultimi sei anni, si è assistito a un vero e proprio esodo di giovani. E allora che fare? Intanto cominciamo a smontare le idee-forza su cui i populismi basano la loro capacità di attrazione. Boeri ne elenca alcune: mostriamo, noi europei testardamente convinti che non di meno Europa vi sia bisogno ma di più Europa, che tagliare le tasse e aumentare la spesa pubblica può ingenerare l’illusione che si aumenti il reddito disponibile. Ma nel medio periodo può produrre conseguenze ben più gravi. Se si aumenta la spesa pubblica ad libitum, e contemporaneamente si taglia la pressione fiscale, l’unica strada è aumentare il deficit. E la montagna del debito pubblico, per noi assai ingombrante (assorbe oltre il 130% del Pil), si trasferisce tout court sulle generazioni future. E ancora, sgombriamo il campo dall’illusione che chiudere le frontiere a persone e a prodotti provenienti da altri Paesi possa contribuire a proteggere le economie nazionali dalla concorrenza degli immigrati e dei Paesi a basso costo del lavoro.

Il problema – osserva Boeri – è che il protezionismo nel mercato del lavoro «è di breve respiro e può rivelarsi presto controproducente». Ecco il risvolto sociale della questione: se si afferma il principio che vede le società contrapporsi tra il popolo e l’élite corrotta, la conseguenza è l’eliminazione dei corpi intermedi. In gioco è il destino del welfare europeo. Boeri propone di monitorare la mobilità dei lavoratori nelle frontiere della Ue, per ridurre l’evasione contributiva e prevenire «potenziali abusi da parte dei lavoratori che si spostano da un Paese all’altro». Occorre «un codice di protezione sociale», che valga per tutti i Paesi della Ue. L’European Social Security Identification Number potrebbe consentire «la piena portabilità dei diritti sociali tra Paesi e un migliore monitoraggio dei flussi migratori nell’Unione, impedendo il welfare shopping”.

Terruzzi

NUOVO PRESIDENTE FONDO SANITA’

Carlo Maria Teruzzi è il nuovo presidente di FondoSanità, il fondo di previdenza complementare rivolto a medici, odontoiatri, infermieri, farmacisti e veterinari. Teruzzi, che sostituisce Franco Pagano, è un medico di medicina generale ed è il presidente dell’Ordine dei medici e odontoiatri della provincia di Monza Brianza. Nato a Sesto San Giovanni (Milano) 63 anni fa, si è laureato a Milano ed è specializzato in gastroenterologia ed endoscopia digestiva oltre che in Scienza dell’alimentazione con indirizzo dietetico. “Sono onorato della fiducia riposta nella mia persona e l’impegno che ci aspetta come Cda è stimolante e carico di aspettative”, ha dichiarato il presidente Carlo Maria Teruzzi. “Tutti, anche con l’assistenza e il supporto del direttore generale Ernesto Del Sordo, ci adopereremo, in maniera sempre più capillare e con rinnovato slancio e vigore, per migliorare -ha continuato- la diffusione e la conoscenza di FondoSanità e per accrescere la consapevolezza nei sanitari della necessità di dotarsi di un’ulteriore copertura previdenziale da affiancare a quella obbligatoria”.

La nomina di Teruzzi è arrivata ieri nel corso della prima riunione del nuovo Consiglio di amministrazione del fondo, eletto lo scorso 12 maggio dall’assemblea dei delegati di FondoSanità. Il Cda ha confermato come vicepresidente Alessandro Nobili, odontoiatra e attualmente vicepresidente dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Bologna, mentre ha eletto segretario Claudio Capra, che esercita la professione di odontoiatra a Lugo, in provincia di Ravenna.

Gli altri membri del Cda sono: Luigi Daleffe, odontoiatra a Romano di Lombardia (Bergamo), che è stato riconfermato responsabile del Fondo; Luigi Tramonte, al primo mandato e medico di medicina generale a Palermo; Michele Campanaro, anche lui al primo mandato e medico di medicina generale della provincia di Matera; Giuseppe Nielfi, responsabile del servizio di Otorinolaringoiatria presso l’ospedale di Palazzolo (Bergamo) e presidente del sindacato Sumai; Sigismondo Rizzo, farmacista a Catenanuova (Enna); e Antonio Giuseppe Torzi, veterinario e direttore del dipartimento di prevenzione della Asl Lanciano Vasto Chieti. Presidente del collegio sindacale, i cui membri sono tutti iscritti all’albo dei Revisori, è il commercialista Nicola Lorito. Insieme a lui il collega Alessio Temperini e il consulente del lavoro Mauro Zanella. FondoSanità ha registrato negli ultimi anni un incremento dei propri iscritti superando la barra delle 5.500 posizioni, e l’ultimo bilancio approvato ha certificato un patrimonio di circa 150 milioni di euro.

Carlo Pareto