Periferie, subito una rete di servizi quotidiani

milano periferia

Le periferie rischiano di diventare terreno di scontro di una politica che si allontana sempre di più dalle esigenze quotidiane di chi le abita. Di periferie si parla molto, spesso a sproposito, alimentando speranze che rischiano poi di venire puntualmente frustrate.

Le periferie sono il palcoscenico più frequentato durante le campagne elettorali, salvo poi finire nell’ombra non appena le urne hanno dato il loro responso.
Negli ultimi anni, però, la situazione pareva cambiata, almeno dal punto di vista della risorse mese a disposizione dal passato Governo e dalla possibilità di utilizzare risorse europee, come ha avuto modo di fare il comune di Milano con il progetto relativo al quartiere Lorenteggio. Molte città, forti dello stanziamento di queste risorse, hanno proposto progetti concreti che ora vengono però messi in discussione da un dietrofront del Governo che ha, nei fatti, congelato buona parte dei fondi, rinviandoli ai prossimi anni. Anche l’accordo siglato nei giorni scorsi tra ANCI e Governo non pare aver risolto la questione che deve essere verificata città per città.
E chi abita in periferia sta a guardare con la netta sensazione che le grandi manovre della politica nazionale rimangano molto, troppo lontane dalla vita quotidiana delle persone.
Vanno bene i grandi progetti, necessari per immaginare un futuro diverso, ma per le nostre periferie e per chi ci abita conta molto di più la gestione quotidiana di servizi che molti danno per scontati, ma non sempre lo sono in zone periferiche. La qualità della vita si misura sulla vita quotidiana più che sulle belle promesse a lunga scadenza.

Milano credo possa, anche in questo campo, rappresentare un esempio positivo: oltre ai progetti di ampio respiro, penso al già citato Lorenteggio o al Quartiere Adriano, o ancora alla grande prospettiva del recupero degli ex scali ferroviari, la giunta Sala sta mettendo in atto interventi puntuali sul trasporto pubblico, la cura del decoro urbano, l’aumento dell’attenzione per la raccolta differenziata, l’illuminazione pubblica, il presidio sociale dei quartieri… Un’attenzione alla vita quotidiana che mira a creare relazioni sociali positive e ad affrontare il tema della sicurezza in maniera integrata e attenta alla vita quotidiana delle persone più che alle esigenze della propaganda politica. Mi pare una strada per stare vicino alle periferie e togliere dall’arena dello scontro politico.

Fabio Pizzul
Capo gruppo PD in consiglio regionale

Di quale periferia sei? Ognuna ha le sue storie

milano pedagogicaPer come la vedo io se non ti percepisci periferia di qualcosa o sei completamente inconsapevole o sei il centro del potere ed in entrambi i casi c’è un problema.

Per mia fortuna se sei “il centro del potere” la cosa non mi riguarda perchè non mi occupo di metafisica e se sei “completamente inconsapevole” il problema è solo mio perchè ho posto una domanda strana.

Quello che mi attrae delle periferie è che sono dannatamente concrete, calpestabili e dense. “Nuda vita!” Nelle periferie si giocano contemporaneamente tante partite, tutte vitali per il futuro delle persone e delle comunità. Ognuno è attore, pedina e rumore di fondo.

Ho vissuto numerose periferie come cittadino, esploratore e professionista e sono sempre rimasto colpito dalle peculiarità uniche di ognuna di esse. Benestanti, povere, disperate, centrali, periferiche, rurali… Ogni periferia si presenta urbanisticamente in modo differente e accoglie storie uniche. Sono arrivato alla banale conclusione che il termine “periferia” sia solo una semplificazione linguistica per indicare un qualcosa ai margini di qualche cosa d’altro, ne positivo ne negativo. Questa mia posizione è del tutto discutibile ma utile a non farsi distrarre approcciando ogni nuovo contesto senza preconcetti.

Sembra una banalità ma è esattamente l’approccio opposto a quello giudicante, salvifico e assistenzialista che spesso incontriamo. Sia chiaro, mettere ogni cittadino in condizione di sicurezza potendo soddisfare i propri bisogni primari Abitare, Mangiare, Studiare dovrebbe essere l’imperativo primario, ma il secondo non può che essere quello di promuovere o favorire processi di cambiamento e sviluppo. Azioni attive concrete e indipendenti, imprese che solo chi si immagina protagonista può affrontare.

Le esperienze in tal senso sono innumerevoli alcune di stampo più imprenditoriale altre più volontaristico altre ancora legate prettamente alla socialità e al tempo libero. Hanno tutte in comune l’attivarsi in prima persona di gruppi di persone che ingaggiano le comunità locali e le amministrazioni partendo da una propria visione, un proprio desiderio un proprio obiettivo.

Ogni territorio ha le sue storie in cui pubblico, imprese, associazioni, singoli cittadini interagiscono o addirittura collaborano senza tradire le singole finalità istituzionali. Dove questa difficile alchimia funziona, si strutturano relazioni fiduciarie durature che secondo un imprevedibile schema a matrice consentono di combinare al meglio le risorse territoriale generando nuovi attori e nuovi servizi.

Oggi la sfida è accompagnare senza cavalcare e valutare senza incensare questi processi.

Max Calesini
(CULT – Community Hub Perugia)

Arrivano i fondi per le periferie. 500 mln per 24 progetti

periferia degrado“Oggi si materializza un impegno da 500 milioni per i 24 progetti migliori classificati per le periferie. L’impegno riguarda in tutto 120 interventi, quindi altri 95 rispetto a quelli di oggi: le disponibilità economiche ci sono, il Cipe ha stanziato altri 800 milioni dei 1,6 miliardi che servono, gli altri 800 milioni fanno parte del fondo per le infrastrutture. E ai 2,1 miliardi saranno aggiunti fondi pubblici e privati per un totale di circa 3,9 miliardi. Uno stanziamento molto rilevante”. Lo annuncia il premier Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi

“Oggi firmo – ha detto ancora – firmo 24 accordi con Sindaci per  interventi su periferie. Qualità e sviluppo sostenibile. Investire sulle città migliora l’Italia”.  I 24 sindaci vanno da Bari e Firenze, Antonio Decaro e Dario Nardella, ai sindaci di Roma e Firenze Virginia Raggi e Chiara Appendino, al sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Ventiquattro primi cittadini, con fascia tricolore, che hanno firmato questa mattina nella sala dei Galeoni di Palazzo Chigi, con il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, le convenzioni per la realizzazione di progetti di riqualificazione delle periferie.

“Il concetto di periferia – ha ggiunto Gentiloni – è sempre meno geografico, di distanza dal centro, ma ricucire quello che c’è da ricucire è qualcosa che rafforza le nostre città in generale. Lo facciamo con interventi che non mirano a un consumo ulteriore di suolo ma alla qualità, alla sostenibilità anche ambientale e al decoro”. “Questo ispira interventi su tantissime materie, dal verde pubblico allo sport, alla scuola e cultura, alla mobilità sostenibile. Il filo conduttore è ridare qualità e sostenibilità per quanto possibile a molti dei nostri quartieri che hanno bisogno e sono rimasti indietro. E’ un buon esempio di collaborazione istituzionale tra autorità centrali e sindaci e di questo i nostri cittadini hanno bisogno perché dalla collaborazione istituzionale si sentono più protetti, più rassicurati”, sottolinea. “E’ anche un esempio di collaborazione pubblico-privato, dal momento che il 30-40% di risorse viene dal privato: un dato molto rilevante”. “Tutti abbiamo la consapevolezza – ha aggiunto Gentiloni – che oggi le città sono la locomotiva del treno dell’economia del mondo. Questo determina in molti casi la competitività dei Paesi e siccome noi non abbiamo nulla da invidiare a nessuno, se investiamo sulla qualità delle nostre città investiamo sulla competitività del nostro Paese. Questa è la prima tappa di un percorso”, ha concluso il presidente del Consiglio.

De Magistris ha già annunciato che a Napoli la convenzione sulle periferie porterà i fondi per finanziare “un progetto a cui teniamo tantissimo sulle vele di Scampia”. “Ci sara’ l’abbattimento delle vele, la prima all’inizio dell’estate di quest’anno”, ha aggiunto il sindaco, spiegando che delle quattro vele ne resterà in piedi solo una che, riqualificata e trasformata, diverrà la sede della Città metropolitana di Napoli. “E’ la prima volta in cui un progetto vede parte attiva gli abitanti, oltre ai progettisti”, ha aggiunto De Magistris

Sprawl. L’urbanizzazione
e il problema delle periferie

periferieIl fenomeno dell’urbanizzazione costituisce uno dei motivi di studio della storia contemporanea, ma anche uno dei problemi di più difficile soluzione; al contrario delle città del passato, che si sono sempre estese con andamento concentrico, oggi, quelle contemporanee, con la rivoluzione dei trasporti e delle tecnologie digitali, hanno preso a svilupparsi casualmente e disordinatamente (sprawl), generando l’urbanizzazione di vaste aree, dove zone agricole sono state riconvertite in insediamenti civili e produttivi, e dando origine al problema delle periferie.

A livello globale, un numero sempre più alto di persone preferisce vivere nelle aree urbane, piuttosto che in quelle rurali. Nel 2014, la popolazione mondiale residente nei centri urbani è stata pari al 54%, rispetto al 30% del 1950. Si calcola che per il 2050, la percentuale salirà fino al 66%. Oggi, le regioni più urbanizzate sono l’America Latina, in particolare i Caraibi (80%) e l’Europa (73%). Al contrario, Africa e Asia restano prevalentemente rurali, con l’urbanizzazione delle loro popolazioni compresa fra il 40 e il 48%.

Mentre la popolazione rurale del mondo, dal 1950 ad oggi, è cresciuta lentamente, la popolazione urbana, per contro, è aumentata rapidamente, passando da 746 milioni nel 1950, a 3.900 milioni nel 2014. Con la continua crescita demografica, l’urbanizzazione dovrebbe raggiungere, entro il 2050, 2,5 miliardi di persone. Quasi la metà degli abitanti delle città di tutto il mondo risiede in piccoli insediamenti, con meno di 500.000 abitanti, mentre solo uno su otto vive in 28 mega-città con più di 10 milioni di abitanti ciascuna.
Tokyo è la città più grande del mondo, con 38 milioni di abitanti, seguita da Delhi con 25 milioni, Shanghai con 23 milioni, Città del Messico, Mumbai e San Paolo, con circa 21 milioni di abitanti ciascuna. Entro il prossimo quindicennio, il mondo dovrebbe avere 41 mega-città; si prevede che nel 2030 Tokyo diventi la città più grande del mondo, con 37 milioni di abitanti, seguita “a ruota” da Delhi, dove la popolazione è destinata a salire fino a 36 milioni di abitanti. Considerando che diversi decenni fa la maggior parte dei grandi agglomerati urbani si trovava nelle regioni più sviluppate, oggi, invece, esse si concentrano nel Sud del mondo, con numerosi agglomerati a più rapida crescita (quelli di medie dimensioni, con 500.000 e fino a 1 milione di abitanti) situati in Asia e in Africa.

Le città sono importanti fattori di sviluppo, di miglioramento del livello di benessere e di riduzione della povertà, perché favoriscono livelli più alti di alfabetizzazione e di educazione, migliori condizioni di assistenza sanitaria e di accesso ai servizi sociali e maggiori opportunità di accesso al mercato del lavoro, di inclusione sociale e di partecipazione culturale e politica. Tuttavia, la crescita urbana, rapida e non pianificata, minaccia ora la sostenibilità dei migliorati livelli di vita conseguiti, se non saranno potenziate le infrastrutture necessarie o se non verranno attuate politiche che garantiscano vantaggi equamente condivisi della vita cittadina siano equamente condivisi. Oggi, infatti, nonostante questi vantaggi offerti dalle città siano indubbiamente maggiori rispetto al passato, le aree urbane sono caratterizzate da forti disuguaglianze, in quanto sono cresciuti i poveri “urbanizzati”, che vivono in condizioni molto al di sotto degli standard di una vita degna di essere vissuta. Nella stragrande maggioranza delle città, la rapida espansione urbana non regolata ha portato con sé il fenomeno della “periferia”, divenuto sinonimo di esclusione e devianza sociale, inquinamento, degrado ambientale e livelli di spesa pubblica insostenibili.

I governi dovranno impegnarsi ad attuare politiche idonee a garantire che il fenomeno della crescita continua dell’urbanizzazione diventi sostenibile, dal punto di vista ambientale e sociale, secondo le direttive emerse dalla Conferenza di Rio del 2012 (”Il futuro che vogliamo”); la Conferenza ha infatti riconosciuto che le città possono “aprire la strada” verso società sostenibili, sia socialmente ed economicamente, che ecologicamente, a patto che i problemi della loro espansione siano risolti secondo un approccio olistico, che abbracci cioè tutti contemporaneamente le criticità, in modo da tener conto degli esiti di tutte le loro reciproche relazioni; tutto ciò, in considerazione del fatto che un’urbanizzazione sostenibile richiede innanzitutto che, con l’espansione delle città, si potenzino di continuo le infrastrutture necessarie per i servizi igienico-sanitari, energia, trasporti, informazione e comunicazione; occorre, inoltre, che siano garantite pari opportunità di accesso ai servizi, che sia ridotto il numero di persone che vivono in condizioni degradate negli slum, che siano preservate le risorse naturali all’interno della città e delle zone circostanti e che siano realizzate politiche diversificate di pianificazione e gestione della distribuzione spaziale delle popolazioni residenti.

Per l’attuazione di queste politiche,lo scoglio maggiore da rimuovere è costituito dal fenomeno delle “periferie”. Come si è detto, esse sono nate con l’espansione casuale e disordinata delle città, originando, come viene osservato nell’”Editoriale” del n. 4/2016 di “Limes”, totalmente dedicato al problema, “pezzi di non città e di non campagna, nei quali si celebra l’impotenza dell’architettura nel forgiare l’abitato”. Battezzare, perciò, in senso urbano la nostra epoca è limitativo; più appropriato forse sarebbe definirla periferia, o suburban, “con il polisemico vocabolo inglese che nella sua sfera semantica include tanto i sobborghi di linde villette a schiera che punteggiano il paesaggio nordamericano quanto le favelas brasiliane, le villas miseria bonaerensi, gli slums terzomondiali, i casermoni nostrani”.

Tra l’altro, le difficoltà che si incontrano già nella definizione del fenomeno problema è dovuto al fatto che il sostantivo periferia “è lemma passpartout, di cui in un recente convegno del Massachusetts Institute of Technology sono state censite almeno duecento diverse, talvolta contraddittorie accezioni”. Le polemiche fra gli addetti ai lavori per la soluzione del problema della periferia sono perciò inevitabili, col risultato di portare solo all’elaborazione di progetti che “si pretendono scientifici, di scarsa pregnanza euristica. Rivelatori di un complesso di inferiorità nei confronti delle ‘scienze dure’, che induce a scimmiottarle”. A fronte dell’inconcludenza delle progettazioni che di continuo vengono formulate, di maggiore interesse sarebbe, invece, la riflessione sull’approccio politico da riservare alla soluzione del problema della “grande suburbanizzazione”, che sta investendo il mondo intero; un approccio, cioè, che sia meno interessato alle definizioni formali e alle soluzioni tecniche e più alla natura del metodo col quale tentare di definire quale dovrebbe essere la formula di governo più appropriata delle “sconfinate megalopoli in crescita incontrollata”.

Da quest’ultimo punto di vista, almeno con riferimento all’esperienza delle dinamica urbana sperimentata in Italia, si dovrebbe tener conto che nelle megalopoli la distinzione tra centro e periferia tende a svanire, perché, secondo Luca Molinari, docente di architettura contemporanea (“La periferia dopo la periferia”, in “Limes”, n. 4/2016), negli stessi luoghi urbanizzati, negli stessi quartieri e negli stessi caseggiati possono essere vissute entrambe le condizioni, proprie sia del centro che della periferia. La distinzione tra centro e periferia ha perso di significato anche per via delle modalità con cui sinora gli interventi pubblici sono stati effettuati, senza una metodologia che consentisse di rilevare la vera natura del problema da risolvere; è prevalsa una pianificazione dell’attività d’intervento che ha privilegiato talvolta il punto di vista del centro e talaltra quello della periferia, sulla base di una improbabile apertura democratica alle istanze provenienti dagli insediamenti periferici; il risultato, in mancanza di una precisa strategia d’intervento complessiva (olistica) è stato quello di determinare una perdita di identità del centro e la creazione di una moltitudine di insediamenti periferici alla ricerca di un’identità urbana.

Inoltre, il metodo privilegiato, sempre parziale, ha determinato il fallimento dello sforzo di ridurre il fenomeno della suburbanizzazione attraverso le numerose “politiche di welfare, attivate nel secondo dopoguerra da entrambi gli schieramenti ideologici”, con le quali è stato plasmato lo stile di vita urbano degli ultimi decenni. La causa del fallimento è da ricondursi principalmente, oltre che ai limiti del modello d’intervento, alla “crisi gestionale che ha colpito le amministrazioni pubbliche e la quasi impossibilità di elaborare modelli urbani capaci di competere con un idea stratificata di centro storico”; fatti, questi, che hanno decretato l’insuccesso sul piano culturale e su quello politico della strategia adottata.

Ciò che, in particolare, non è stato colto come causa del fenomeno della periferia urbana è stata la sua natura di esito della dinamica casuale e disordinata delle città, senza che si sia tenuto conto del fatto, a parere di Molinari, che i luoghi oggi considerati periferia sono diventati “la città vera, per dimensioni, consumo di suolo e presenza di una popolazione che da almeno tre generazioni ha colonizzato e trasformato questi luoghi dotandoli di storie, toponomastica e centralità”, che spesso si manca di riconoscere. Che fare allora? Come affrontare il fenomeno dello “sprawl”, cioè dell’espansione disordinata dei centri urbani?
Secondo molti urbanisti, l’assenza di una pianificazione strategica che avesse colto tutte le criticità dell’espansione urbana, in termini di un’area tanto vasta da comprendere tutte le localizzazioni insediative gemmate disordinatamente dal centro storico originario, è stata la causa principale del fallimento degli interventi riparatori. Conferire potere e centralità a un governo d’area vasta sulla dinamica del sistema insediativo urbano doveva costituire la condizione essenziale per ridurre gli sprechi e l’inefficacia degli interventi realizzati e la via maestra per acquisire il disegno futuro complessivo che si intendeva assicurare alla città, tenuto conto delle specifiche condizioni che concorrevano a caratterizzarla.

L’ostacolo all’adozione di una visione di area vasta per la soluzioni dei problemi delle conurbazioni è stato il prevalere dell’“egoismo localistico”; per contrastarlo efficacemente occorreva adottare un piano insediativo in grado di recepire le domande emergenti dalle criticità sociali, economiche e ambientali vissute da chi abitava/operava nelle singole aree vaste; in altri termini, doveva trattarsi di un piano insediativo conforme ad una visione condivisa del futuro delle singole città, desiderabile dai residenti. E’ questo un limite che occorrerà superare, se si vuole che, almeno in Italia, il riordino degli enti locali possa consentire ai responsabili del governo delle città di valersi delle capacità collettive dei territori urbani, attraverso il coordinamento dell’azione delle istituzioni, delle imprese e dei cittadini; mentre è destinata a sicuro insuccesso qualsiasi azione attuata senza una visione che integri, in termini unitari, le risposte, sul piano istituzionale, politico, sociale, economico e ambientale, alle domande dei territori investiti dallo sprawl urbano.

Gianfranco Sabattini

“Musei in strada”,
l’arte colora
le periferie romane

museinstradaQuindici opere del Museo di Roma, della Galleria d’Arte Moderna e del Macro, coloreranno tre Municipi della Capitale: Trullo, Ottavia e Tor Bella Monaca. Dal 15 dicembre 2014 al 15 giugno 2015, alcune piazze della periferia romana si trasformeranno in piccoli musei. Si chiama “Musei in strada” il progetto che rientra in “Roma. Gran Formato”, promosso da Roma Capitale e realizzato con Antenna International, con la collaborazione degli Assessorati alla Cultura dei Municipi VI, XI e XIV e Zètema Progetto Cultura. Sono quindici riproduzioni fotografiche su tela di opere d’arte, scelte tra grandi artisti come Pablo Echaurren, Giacomo Balla, Gavin Hamilton e Carla Accardi, per citarne solo alcuni.

“Il progetto – dice l’assessore Giovanna Marinelli – mira a ridurre la distanza fisica e metaforica che separa i Musei del centro dai quartieri periferici di Roma, con l’obiettivo di far scoprire e riscoprire il patrimonio artistico museale della capitale e rafforzare il legame culturale identitario dei cittadini alla storia della propria città”. Attraverso l’app che porta lo stesso nome dell’iniziativa (scaricabile su Google Play per Android e presto in arrivo anche su iTunes per iPhone) i telefonini diventeranno vere e proprie guide turistiche grazie al QR code presente sulle didascalie di ogni opera. Dunque, se le periferie romane si trasformano in gallerie d’arte e i cellulari in guide turistiche, questa volta, a fare le veci dei biglietti d’ingresso, saranno i selfies. Infatti, per invogliare il pubblico a visitare i Musei che custodiscono i quadri originali, sarà offerto un ingresso gratuito ai cittadini residenti che si presenteranno alla biglietteria con un selfie accanto a una delle opere esposte.

Come testimonial del progetto, sono state scelte, oltre alla madrina Simona Marchini, “persone del quartiere”, come Giulio di Pilla, il proprietario del bar del Trullo “L’alta marea”, diventato custode e “critico d’arte” per l’occasione. I quadri parlano e lo fanno grazie alle spiegazioni, visibili sull’app, di 12 testimonial legati ai quartieri; come quella di Ilaria, di 10 anni, che spiega il quadro di Filippo Gagliardi situato a Tor Bella Monaca: “tutto questo è per l’arrivo della regina a Roma. Mi piace molto perchè è bello. Poi c’è tanta allegria” o come Giovanna D’Annibale, titolare del negozio di giocattoli di Ottavia che dice, a proposito del quadro di Giacomo Balla: “Mi condiziona il titolo dell’opera – “Il Dubbio” – però il dubbio attorno a questo, io proprio non ce lo vedo!”

musei in strada 2“Musei in strada”, dunque, si prospetta come una sfida per l’amministrazione capitolina: rilanciare e rivalutare le periferie romane grazie all’arte, dimostrando che esse sono l’anima pulsante della città. Una sfida già macchiata da alcuni atti vandalici che hanno rovinato due delle riproduzioni presenti ad Ottavia: il quadro “La velocità di motoscafo” di Benedetta Cappa che è stato incendiato e la tela “Nel Parco” di Amedeo Bocchi, sul quale sono stati fatti disegni e scritte di ogni tipo. “Atti vandalici che sento il bisogno di condannare ma, al tempo stesso, di minimizzare – dichiara Valerio Barletta, presidente del Municipio XIV – perchè quello che sta accadendo oggi nelle periferie italiane, è qualcosa di straordinario e non sarà di certo una provocazione come questa che fermerà ciò che stiamo provando a fare per far rivivere le periferie. Siamo già in accordo con l’assessore Marinelli al fine di provvedere ad una soluzione immediata per ridare completezza a questo importante lavoro, cercando di scovare e punire il colpevole, con l’aiuto dei carabinieri.”

Gioia Cherubini