BELLA SORPRESA

svezia-politicheNessuna debacle per i socialisti svedesi, al contrario del resto d’Europa. La destra avanza, ma non sfonda. È questo il primo risultato, nonché inaspettato, delle elezioni svedesi. Nonostante gli exit poll prefigurassero ormai la vittoria del Partito dei Democratici svedesi di Jimmie Åkesson, alla fine i socialisti democratici riescono ad arrivare in testa con Stefan Löfven, in carica dal 2014 sulla coalizione di Governo formata da socialisti e verdi. I democratici svedesi puntavano agli stessi temi della destra del resto d’Europa contro l’immigrazione, in un Paese ha accolto 163mila migranti, superando il numero di richiedenti asilo presenti negli altri Stati europei in proporzione alla popolazione. Ma non solo il Governo di Löfven, ha reso più stringenti le leggi sul diritto di asilo, ma anche durante la campagna elettorale il Premier ha chiamato in causa l’Unione europea per “una politica migratoria comune”.

Il problema ora si pone per quanto riguarda il futuro Governo: nessun partito al momento si è detto disposto a collaborare con i Democratici svedesi, che si attestano al secondo posto nei sondaggi. In ogni caso, i partiti vincitori avranno bisogno del sostegno di una parte dell’opposizione per governare.
“Siamo lieti che il nostro partito svedese Socialdemokraterna abbia vinto le elezioni con un buon margine e con probabilità molto difficili. Questa vittoria è incoraggiante per tutti i socialdemocratici europei e in un contesto di forte polarizzazione e crescita dell’estrema destra ovunque in Europa. Spero che si formi un nuovo governo a guida socialdemocratica e non vedo l’ora di continuare il nostro lavoro con Stefan Löfven come primo ministro pro-europeo svedese”. ha affermato il presidente del PES Sergei Stanishev
“Gli elettori hanno ancora una volta fatto dei socialdemocratici il partito più significativo”, ha commentato durante i primi scrutini Stefan Löfven, ma per il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini, i vincitori non sono loro.
“La Svezia patria del multiculturalismo e modello della sinistra, dopo anni di immigrazione selvaggia ha deciso finalmente di cambiare. Ora anche lì dicono no a questa Europa di burocrati e speculatori, no ai clandestini, no all’estremismo islamico. La forte affermazione di Jimmie Åkesson è l’ennesimo avviso di sfratto ai Socialisti: a maggio, alle elezioni Europee, completeremo l’opera del cambiamento fondato sui valori del lavoro, della sicurezza e della famiglia”, dice il leader della Lega.


La socialdemocrazia svedese ha retto l’urto della destra
di Salvatore Rondello

Le ultime elezioni in Svezia sono state molto sentite. Alla fine la socialdemocrazia svedese ha retto l’urto della destra. Dal risultato elettorale, la Svezia risulta spostata più a destra (ma non tanto quanto si temeva), con un Parlamento diviso quasi perfettamente a metà tra centrosinistra e centrodestra (sovranisti di estrema destra a parte) e una situazione politica a dir poco complicata. Questo è il risultato uscito urne elettorali. Gli svedesi sono andati a votare in massa (83%) chi per mandare al governo Svezia Democratica (il partito di estrema destra xenofoba guidato da Jmmie Akesson) chi con l’obiettivo opposto per evitare di precipitare nell’incubo neonazista o sovranista-trumpiano. L’estrema destra è stata arginata, ma è salita del 4,7% a quota 17,6% (un milione e centomila voti), ma non ha sfondato e si è femata molto più in basso di alcune previsioni che la davano oltre il 20  per cento, addirittura vicino al 25. In Parlamento (349 seggi in totale) Akesson avrà 62 deputati (13 in più della scorsa legislatura) che, dal punto di vista politico, però, non dovrebbero poter incidere sulla maggioranza di governo che dovrà formarsi.
La partita, in realtà, si gioca tra i due schieramenti tradizionali della politica svedese: il centrosinistra e il centrodestra. I socialdemocratici del premier uscente Stefan Lofven  (nella foto in alto) hanno tenuto (28,4% con un calo del 2,8%)  e portano al Riksdag (il Parlamento svedese) 101 deputati. A loro si devono sommare la Sinistra (Vansterpartiet) che ha preso il 7,9% (+2,2) e 28 seggi e gli ecologisti (Miljopartiet) con il 4,3% (-2,4%) e 15 seggi. Il totale della coalizione fa 40,6% (2 milioni e mezzo di voti, circa) e 144 seggi al Riksdag. Le femministe (0,4% crollate dal 3%) non avranno seggi.
Il  Centrodestra è formato da 4 partiti (in parte anche in competizione tra loro). I Moderati (Moderatema) di Ulf Kristensson hanno perso il 3 per cento fermandosi al 19,8% con 70 seggi, i Centristi (Centerpartiet) di Annie Loof, hanno ottenuto l’8,6% (+2,5%) e 31 seggi. Il liberali (Liberalema) di Jan Bjoerklund, hanno tenuto con il 5,5% (-0,1%) e gli stessi seggi (19) della scorsa legislatura. I Cristianodemocratici (Kristdemokratema) di Ebba Busch Thor hanno raggiunto il 6,8% (+1,8%) con 23 deputati. In totale, l’Alleanza di centrodestra ha preso il 40,3% (2 milioni e 400mila voti citrca) e 143 seggi, uno in meno del centrosinistra.
Chiaro che, a questo punto, non ci sono soluzioni di parte. La situazione ricorda quella tedesca (che è finita con la Grosse Koalition). Il leader socialdemocratico Lofven ha fatto qualche apertura al centrodestra e dichiarandosi disponibile a trattare ha detto: “Il risultato non è ancora chiaro. Sta ora ai partiti politici cooperare responsabilmente e creare un governo forte”. Sull’estrema destra ha commentato: “Un partito con radici naziste non potrà mai offrire nulla di responsabile”.
Dal centro destra è arrivata una risposta piuttosto brusca. Ma è chiaro che sono iniziati i giochi e, siccome nessuno (neanche il centrodestra) ha convenienza a fare qualcosa con l’estrema destra, si dovrà arrivare a qualche forma di coalizione che, però, potrebbe perdere dei pezzi.  Il moderato Ulf Kristersson ha chiesto pesantemente a Lofven di dimettersi chiedendo per sè un mandato a fare il governo dicendo: “L’alleanza di opposizione in parlamento è chiaramente la più ampia e il governo deve andarsene”.
Il sovranista Jimmie Akesson (ama il gioco d’azzardo e ammira Matteo Salvini) ha già tratto le sue conclusioni ed ha detto: “Le elezioni le abbiamo vinte noi”. Dal punto di vista strettamente numerico, il suo 4,7% in più lo autorizza all’ottimismo e alla soddisfazione, ma, di fatto, con 13 deputati in più, il suo peso nel Paese non è cresciuto di molto.
Adesso, in Svezia, molto probabilmente si farà un governo con il centrosinistra ed i moderati, visto che nessuno ha vinto le elezioni. Tuttavia, bisognerà stare molto attenti all’onda lunga del neonazismo che si sta diffondendo in più parti del mondo mascherato dal sovranismo e dal giustizialismo: sono ormai vicine le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.

L’Equità fiscale, una battaglia socialista in Europa

L’equità fiscale è un valore tipico della cultura socialista e quando i socialisti ancora in servizio effettivo in Europa se lo ricordano fanno buone battaglie.

All’Europarlamento di Strasburgo sono insorti contro una clausola di salvaguardia che sembra voler limitare il tentativo di introduzione di regole in grado di limitare eventuali pratiche di evasione od elusione delle imposte. Un altolà nei confronti delle multinazionali in particolare il cui… fluttuare fiscale è da tempo nel mirino europeo.

La clausola è spuntata in un emendamento proposto a quanto pare dagli euro liberali dell’Alde con l’appoggio del Ppe. E permetterebbe di non fare “trasparenza” su dati sensibili. Ed è noto quanto sia sensibile l’animo delle multinazionali verso il fisco… fino a desiderare con aneliti sinceri di imbattersi nei Paradisi… fiscali. Per i socialisti il capogruppo Pittella ha definito l’emendamento uno scandalo. Altri lo hanno bollato come una scappatoia che svuoterebbe d’incanto il provvedimento. Tanto a pagare qualcuno c’è sempre… i dipendenti ad esempio. E senza scappatoie.

Blog Fondazione Nenni

Il Pes si riunisce giovedì in vista della Brexit

pes corbynTutto pronto per giovedì, il Partito dei socialisti europei terrà una riunione infatti una riunione preparatoria dei leader della sinistra PES e dei Capi di Stato e di governo a Bruxelles giovedì 22 giugno per discutere delle posizioni comuni sulla Brexit. Ci saranno infatti: Antonio Costa, Primo ministro del Portogallo, Paolo Gentiloni, Presidente del Consiglio italiano, Lodewijk Asscher, vice-primo ministro dell’Olanda, Gianni Pittella, leader of the S&D group in the European Parliament
Frans Timmermans, Commissione europea, Jeremy Corbyn, leader del Labour inglese, Fofi Gennimata, leader di PASOK della Grecia, Pedro Sánchez, leader del PSOE, Spagna. A presiedere la riunione il Presidente del Pes Sergei Stanishev.
Non sarà presente invece il candidato socialista per le elezioni autunnali in Germania, il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz.
L’altra particolarità del summit è che ci saranno due vincitori, anche se in contesti diversi e agli antipodi sulle ‘vedute europee’: Pedro Sánchez e Jeremy Corbyn.
Lo spagnolo del Psoa rivedrà per la prima volta i ‘compagni’ europei da quando ha vinto le primarie del suo Partito e pochi giorni dopo il 39 Congresso federale che ha approvato lo Statuto che accompagnerà Sanchez per i prossimi quattro anni. Dall’altra parte il ‘vecchio socialista’ d’Oltremanica che è riuscito, riprendendo i valori della sinistra, a conquistare l’elettorato britannico. Euroscettico in passato, Corbyn ha difeso la permanenza nell’Unione europea durante il referendum britannico lo scorso anno e ora ha preso le distanze dalla durezza con cui la Premier May vuole negoziare la ‘Brexit’.

PES, le future generazioni cercano supporto oggi

Halloween-tempestaMercoledì, 16 Novembre, si è tenuto presso l’Università della Calabria in Arcavacata di Rende, “l’Action day” di presentazione del nuovo piano europeo della Gioventù promosso dal Partito Socialista Europeo. Da una nota congiunta firmata dal Presidente del Pes, Sergei Stanishev, dalla Presidente dello YES Laura Slimani e dall’Ambasciatrice dello Youth Plan designata dal PSI, Francesca Rosa D’Ambra si evoca l’importanza di questa data al fine di promuovere le nuove tematiche promosse dal PES in ambito delle Politiche giovanili. Sono stae più di cento le attività promosse in tutta Europa, in questo giorno.
Come riportato integralmente nella nota – Ogni generazione guarda all’Europa in modo diverso. Per la generazione che ha vissuto la seconda guerra mondiale, il progetto europeo ha rappresentato motivo di unità e promessa di prosperità con la garanzia che non sarebbero mai più accadute guerre nel continente. Per la generazione che è cresciuta nel blocco orientale, l’Europa ha rappresentato l’accesso alla libertà e la speranza di vivere un futuro migliore. Oggi, per la nuova generazione, nella fascia d’età compresa tra i 18-30 anni, l’Europa significa austerità, incertezza e mancanza di prospettive future. Questa situazione sta minacciando l’esistenza della stessa UE, come abbiamo visto negli ultimi mesi. Se vogliamo che tutti i giovani europei combattano per un’Europa coesa e unita, essa deve fornire garanzie per loro. Naturalmente, l’Europa significa pace, significa mobilità transfrontaliera, significa migliori condizioni di lavoro per donne e uomini. Ma i giovani d’Europa stanno perdendo fiducia in loro stessi a causa dell’alto tasso di disoccupazione ed è mortificante crogiolarsi sulla paghetta offerta dai genitori o lasciare il proprio paese d’origine al fine di trovare un emancipazione economica ma con la nostalgia della propria casa e dei propri affetti.
L’unico modo per superare la crisi della disoccupazione giovanile, la povertà e l’esclusione sociale in Europa è implementare e concertare una serie di investimenti sostenibili volti ad aumentare le competenze e le opportunità per i giovani. Ecco perché i socialisti europei e i socialdemocratici hanno come primo obiettivo, nella loro agenda politica, i giovani, l’occupazione e la protezione sociale – ed è questo l’obiettivo della giornata di azione per un nuovo piano della gioventù, organizzato il 16 novembre con campagne ed eventi pubblici in tutta Europa.
Il nostro Piano europeo per la gioventù si basa su quattro focus principali:
– Tutti i giovani hanno diritto di lavorare: Vogliamo fare in modo che il progetto di Garanzia Giovani abbia fondi a sufficienza  per andare avanti almeno fino al 2020, quindi vogliamo aumentare il finanziamento totale fino a 20 miliardi di euro.
– Cultura per tutti: chiediamo un assegno per la cultura europeo, un bonus che i giovani possano spendere per le attività culturali di loro gradimento.
– L’Istruzione è uno dei fulcri centrali della nostra coesione europea: chiediamo Erasmus per tutti, uno schema che avvantaggi tutti gli studenti partendo dalle scuole superiori e dalle scuole di formazione professionale includendo i giovani con condizioni economiche svantaggiate.
– La povertà infantile non è un’opzione: chiediamo maggiori garanzie per l’indigenza infantile per assicurare che tutti i bambini in Europa abbiano accesso all’assistenza sanitaria gratuita, all’istruzione gratuita, all’assistenza all’infanzia gratuita, a un alloggio decente e a un’adeguata alimentazione.
L’azione è davvero urgente. La Garanzia giovani, ad esempio, è stato uno dei progetti di maggiore successo promossi dal Partito dei Socialisti e Socialdemocratici Europei. Questo progetto è stato introdotto a seguito di diverse pressioni da parte della nostra famiglia politica. Assicura ad ogni giovane di età inferiore ai 25 anni, una volta terminati gli studi, l’offerta di un posto di lavoro, di apprendistato, di tirocinio o l’opportunità di formazione continua entro quattro mesi dal termine della scuola o dal momento in cui hanno perso il loro lavoro.
In soli tre anni, 9 milioni di giovani sono entrati nel circuito di garanzia giovani. Da un bilancio iniziale di 6,4 miliardi di euro, il progetto di garanzia giovani ha portato grandi cambiamenti strutturali in molti Stati membri. Attualmente vi sono 1,4 milioni di giovani disoccupati in meno.

Inutile dire che sia necessario potenziarlo ora più che mai. Il tasso di disoccupazione giovanile è a livelli record. Un giovane europeo su cinque è senza lavoro, più di un terzo non è in circuiti lavorativi da più di 12 mesi. Quando vengono adottate misure di austerità e tagli alla spesa, i giovani sono i primi a perdere il posto di lavoro o a trovarsi in una situazione di precariato.
Ma proprio in questo momento il progetto di garanzia giovani, si trova di fronte ad un futuro poco chiaro poiché la maggior parte del suo bilancio iniziale è esaurito e l’eventuale finanziamento fino al 2020 significherebbe la diminuzione annua del fondo del 75%.
Investire nelle competenze dei giovani è l’unico modo per controbilanciare gli effetti disastrosi delle misure di austerità adottate nel corso di questi ultimi anni. Vogliamo fare in modo che la Garanzia  Giovani abbia fondi a sufficienza  per andare avanti almeno fino al 2020, aumentando il finanziamento totale fino a 20 miliardi di euro e che si appresti a divenire un progetto permanente nell’agenda politica dell’occupazione europea.
Vogliamo rendere l’Europa un posto migliore per i giovani – un luogo in cui ognuno abbia la possibilità di sentirsi realizzato andando a lavorare ogni mattina e vivere un futuro prospero. Un luogo dove ogni bambino goda degli stessi diritti. Dove tutti i giovani possano avere scambi interculturali e avere l’opportunità di imparare all’estero.
Per i Socialisti e i Democratici europei, la solidarietà rappresenta la nostra linfa vitale. Così incoraggiamo tutti ad unirsi alla nostra Giornata, il 16 novembre e a sostenere tutti i giovani d’Europa – hanno concluso.

Sergei Stanishev
Presidente PSE

Laura Slimani,
Presidente YES

Francesca Rosa D’Ambra
Ambasciatrice Youth Plan PSI

Erdogan ricatta, ma l’Ue non vuole tagliare i ponti

Le proteste per gli arresti al quotidiano Cumurryet

Le proteste per gli arresti al quotidiano Cumurryet

“L’Ue non deve congelare i negoziati per l’adesione della Turchia, perché rischia di fare il gioco di Erdogan.” Lo ha spiegato Pia Locatelli, presidente del Comitato per i Diritti umani e capogruppo del Psi alla Camera dei deputati, al rientro da una missione del Pes in Turchia. E proprio mentre spiegava quanto sia difficile aiutare il popolo turco senza aiutare Erdogan, giungevano dal Paese notizie di nuove ondate di arresti per sospetti legami con la presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Secondo l’agenzia statale Anadolu, sono stati emessi mandati dui cattura per 60 membri dell’aviazione militare, tra cui diversi piloti mentre almeno 25 sono già stati arrestati nella provincia anatolica di Konya. In carcere anche il responsabile della prigione di Silivri a Istanbul, nell’ambito di un’operazione condotta in 8 province contro almeno 25 persone accusate di utilizzare ByLock, una app di messaggistica per smartphone che, secondo gli investigatori, veniva impiegata dai golpisti per scambiarsi informazioni criptate. Altri 22 mandatio di cattura per altrettanti dipendenti dell’azienda di telecomunicazioni Turk Telekom mentre le autorità hanno imposto la chiusura di altre 550 associazioni, 9 aziende del settore dell’informazione e 19 strutture sanitarie private per presunti legami con “organizzazioni terroristiche” e l’allontanamento di 5 altri mila dipendenti pubblici di Comuni, ministeri, della tv di stato Trt e della Presidenza per gli affari religiosi (Diyanet). Sempre oggi, sono stati licenziati per decreto quasi 10 mila membri di polizia ed esercito.


“Non dovete congelare i negoziati tra Europa e Turchia, fareste il gioco di Erdogan!” Con queste parole negli incontri che abbiamo avuto in Turchia, sia in quelli con il presidente della fondazione del quotidiano Cumurryet sia in quelli con i due partiti di opposizione, HDP e CHP, ci è stato ripetuto con grande forza un appello alla comunità europea a non sospendere i negoziati di adesione della Turchia alle Ue”. È quanto ha spiegato Pia Locatelli, presidente del Comitato per i Diritti umani e capogruppo del Psi alla Camera dei deputati, rientrata questa mattina dalla Turchia al termine di una missione del Pes, guidata dal suo presidente Stanishev, nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta a Montecitorio, presenti il presidente della Commissione estere, Fabrizio Cicchitto, e la deputata del Pd, Marietta Tidei. I parlamentari non sono però riusciti, bloccati dalla polizia, a incontrare i deputati dell’Hdp nel carcere di Edirne.

img-20161122-wa0008Dal 15 luglio a oggi, utilizzando il tentato golpe che Erdogan ha imputato al suo antico sodale, poi divenuto acerrimo nemico e esule negli Usa, Fethullah Gulen, il Governo ha attuato una massiccia repressione che è andata a colpire tutte le opposizioni, ma in modo particolare quella filo curda. Sulla base dello stato di emergenza che ha sospeso molte garanzie costituzionali, sono state arrestate decine di migliaia di persone e oggi si trovano ancora in carcere senza processo in 35 mila mentre altre centomila sono state sospese dal lavoro o licenziate.

Lo stato di emergenza è stato prorogato fino al gennaio 2017 e in questo modo, sulla base di accuse di complicità con Gülen tanto generiche quanto senza prove, la polizia ha condotto perquisizioni in case private, uffici, sedi di partito, ha imposto divieti di viaggiare, ha chiuso stazioni-radio, reti televisive, quotidiani e case editrici, ha licenziamento di decine di migliaia di dipendenti statali, della scuola e dell’università, rimosso magistrati, vertici e quadri intermedi delle Forze armate e della polizia, ha intimidito esponenti del mondo della cultura e del lavoro. Come non bastasse il 20 maggio 2016 il Parlamento ha approvato un emendamento costituzionale, proposto dal partito di governo Erdogan, l’Akp, che ha reso possibile la revoca dell’immunità per i deputati sottoposti a indagine giudiziaria. In questo modo tre settimane fa, la polizia ha arrestato 12 dei 59 parlamentari dell’Hdp, (Partito Democratico dei Popoli) il partito filocurdo, con accuse di terrorismo e sostegno al Pkk, il Partito comunista del Kurdistan, minacciando di fare lo stesso trattamento ai rimanenti. Così Selahattin Demirtas, parlamentare, avvocato, impegnato nella difesa dei diritti civili, e Figen Yuksekdag, vice Demirtas, il vertice dell’HDP, assieme agli altri dieci deputati, sono ora detenuti nel carcere di Edirne, nel nord-est del Paese, una prigione di massima sicurezza, che ospita terroristi, condannati per banda armata e crimini organizzati, ergastolani, con l’evidente obiettivo di isolarli completamente e trattarli alla stregua di terroristi.

Questo processo di involuzione antidemocratico e oscurantista, avviene a  pochi mesi dalla conclusione dell’accordo con l’Unione europea (marzo) per la gestione dei flussi migratori, soprattutto dalla Siria, che si basa sul riconoscimento della Turchia come ‘Paese terzo sicuro’ o come ‘Paese di primo asilo’ e che assegna aiuti fino a 3 miliardi di euro per l’assistenza ai rifugiati, soprattutto migranti in fuga dalla Siria e diretti, prima dell’accordo, nell’Europa del nord e soprattutto in Germania.
Cosa possono fare i governi europei? Se lo è chiesto il Pes, il Partito socialista europeo che rispondendo anche ai numerosi appelli giunti dalla Turchia, ha espresso solidarietà, ma ha anche deciso l’invio di una missione parlamentare per constatare sul campo la situazione e entrare in contatto direttamente con i giornalisti e con gli esponenti dell’Hdp e del Chp.

Una situazione difficile che si intreccia anche col passaggio di consegne alla Casa Bianca tra Barak Obama e Donald Trump perché – come ha ricordato Fabrizio Cicchitto – la Turchia è un partner strategico dell’Europa e della Nato. Ci sono decine di ufficiali della Nato all’estero che hanno chiesto asilo politico – “io lo concederei, ha detto Pia Locatelli” – e c’è la questione dell’estradizione di Gulen mentre Erdogan sembra pronto a giocarsi la carte di una rinuncia all’adesione all’Ue per avvicinarsi invece al blocco economico e politico euroasiatico anche perché né dalla Russia né tantomeno dalla Cina gli verrebbero obiezioni sul capitolo del rispetto dei diritti umani. Insomma oltre alla questione dei migranti oggi ‘parcheggiati’ in Turchia, c’è tutto il capitolo delle alleanze regionali che il ‘Sultano’ agita come un nodoso randello.

Siamo insomma a un momento di svolta nelle relazioni con la Turchia e “il congelamento del negoziato con l’Europa – ha spiegato Locatelli dando conto del dibattito che c’è nel Parlamento europeo – lascerebbe mani libere a Erdogan peggiorando la situazione dei diritti umani aggravatasi dopo il tentato golpe del luglio scorso. La nostra posizione di netta condanna nei confronti del governo continuerà a essere ‘ferma e prudente’. Questo vuol dire che non rinunciamo a denunciare le violazioni dello Stato di diritto, ma anche che la nostra reazione deve scongiurare ogni ulteriore peggioramento. Per questo la nostra missione in Turchia non sarà certo l’ultima, anche perché l’esperienza ci ha insegnato che se non seguissero nuove verifiche della situazione sul posto, se non proseguisse la nostra ‘attenzione’ per quanto avviene, tutto diverrebbe inutile”.

“Purtroppo la Turchia – ha concluso l’esponente socialista – si trova oggi nella posizione di esercitare pressioni, per non dire ricatti, nei confronti dell’Ue per l’accordo che è stato raggiunto a marzo sul tema dei migranti. Quello non è stato a mio parere un buon accordo anche perché i migranti vengono considerati dal governo di Ankara alla stregua di ‘ospiti’ e per questo possono in ogni momento perdere qualunque seppur minima garanzia”.

Armando Marchio

La retata ‘istituzionale’ di Erdogan contro i curdi

hdpPiù volte Erdogan aveva mostrato il suo vero volto autoritario in Turchia dopo il tentato golpe, ma stavolta a finire in manette non sono solo persone, è un partito.
Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdag, i due leader del Partito democratico del popolo (HDP), espressione della minoranza curda in Turchia, sono stati tratti in arresto nella tarda serata. Insieme a loro, sono finiti in manette tutti i dirigenti principali del partito, Süraya Önder, Gülser Yildirim, Selma Irmak, Ziya Pir, Ali Aslan, Leyla Birlik, Ferhat Encü e Nursel Aydogan. In tutto sono 59 i parlamentari dell’HDP. La loro immunità è stata cancellata all’inizio di quest’anno.
“L’obiettivo di queste misure è di chiudere il terzo principale partito in Parlamento. È un giorno nero non soltanto per il nostro partito ma anche per tutta la Turchia perché significa la fine della democrazia” si legge nella nota in cui l’Hdp aggiunge di non volersi arrendere a queste “politiche dittatoriali”.
Le motivazioni dell’arresto sono state spiegate in un comunicato della presidenza della repubblica turca, diffuso dall’ambasciata di Ankara a Roma e relativo all’arresto di undici parlamentari del partito filocurdo Hdp. Secondo la nota gli undici deputati del Partito democratico dei popoli (Hdp) sono stati arrestati per non aver risposto ad un ordine di comparizione della procura che chiedeva una loro testimonianza dopo l’entrata in vigore di un emendamento costituzionale sulla rimozione dell’immunità parlamentare di alcuni membri dell’assemblea legislativa accusati di reati penali. “Il procedimento legale per Ä°mam Tascier e Nihat Akdogan, per i quali è stato emesso un mandato di custodia cautelare, è ancora in corso. Come è noto chi rifiuta di rispondere ad una convocazione della procura per testimoniare (in un processo) e quindi viola la legge viene posto in stato di custodia per prendere la testimonianza”, si afferma ancora nel comunicato.
La retata di Erdogan per mettere al tappeto il Partito dei curdi è in atto da tempo e appena pochi giorni fa, il 25 ottobre scorso altri due esponenti del HDP, Gultan Kisanak e Firat Anli, co-sindaci di Dyarbakir, principale città del Kurdistan turco, sono stati arrestati con l’accusa di terrorismo.
“Quanto sta avvenendo in Turchia conferma accentuandole le preoccupazioni che abbiamo espresso più volte sulle ripetute violazioni dei diritti umani da parte del presidente Erdogan. L’arresto del leader del partito Hdp, Selahattin Demirtas, della sua vice Figen Yuksekdag e di altri nove parlamentari, si aggiunge a quelli dei mesi scorsi di politici dissidenti, giudici, professori, giornalisti, alla chiusura dello storico quotidiano Cumhuriyet, ultima voce dell’opposizione, alle limitazioni nell’accesso ai social network e all’abbattimento dei simboli laici come la piazza di Gezi Park e il centro culturale Ataturk”. Lo ha detto Pia Locatelli presidente del Comitato Diritti umani della Camera. “Come europei, come italiani, come difensori dei diritti umani non possiamo restare a guardare. Personalmente ho intensione di recarmi al più presto in Turchia per visitare i colleghi parlamentari agli arresti”.
Mentre il PSE ritiene che il governo in Turchia stia abusando della sua potenza ignorando completamente lo stato di diritto, l’indipendenza della magistratura e la libertà di parola, come principi fondamentali della democrazia. “Estendiamo la nostra piena solidarietà alla HDP e la sua dirigenza che, oltre ad aver resistito contro il tentativo di colpo di questa estate, sono sempre stati coerenti nel sostenere la democrazia contro gli attacchi provenienti da qualsiasi lato”, ha detto il Presidente del Pes Sergei Stanishev che dopo gli arresti ha affermato: “Questo è il peggior tipo di repressione politica ed è inaccettabile in per i nostri valori fondamentali europei. Questo spingerà solo la Turchia lontano dalla Ue”.
Sempre in Europa il capogruppo degli europarlamentari socialisti e democratici, Gianni Pittella ha affermato: “Gli europarlamentari socialisti e democratici sono sconvolti per gli arresti dei leader e dei deputati Hdp. Pensiamo che il dialogo politico sia la sola via per normalizzare la democrazia in Turchia. Gli arresti di parlamentari allontanano la Turchia dalla Ue. L’Hdp è un partito fratello. Leader e deputati Hdp devono essere liberati”. E l’Unione Europea è “estremamente preoccupata” per gli arresti in Turchia dei deputati Hdp. Lo afferma l’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Federica Mogherini.

Colombia, vince il no, ma le Farc dicono addio alle armi

People sing the national anthem in Cali, Colombia, on June 23, 2016 celebrating the peace agreement between the Colombian governenment and the FARC leftist guerrilla to be signed today in Havana. Colombia's government and the FARC guerrilla force signed a definitive ceasefire Thursday, taking one of the last crucial steps toward ending Latin America's longest civil war. / AFP / LUIS ROBAYO (Photo credit should read LUIS ROBAYO/AFP/Getty Images)

Photo credit should read LUIS ROBAYO/AFP/Getty Images)

Non c’è pace in Colombia. Dopo mesi di trattative il popolo colombiano si spacca sull’accordo di pace tra governo e guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), ma con il 50,2 per cento prevale il no degli elettori che sono andati a votare al referendum. L’esito del referendum è stato una sconfitta soprattutto per il presidente Juan Manuel Santos, che ha investito molto nel processo di pace, considerato uno dei principali obiettivi politici del suo mandato.

Ma soprattutto ha messo in luce che la Colombia è un paese spaccato tra chi era pronto all’intesa e chi invece considera che l’accordo sia troppo favorevole agli ex guerriglieri Farc e al loro reinserimento, dopo anni di sangue e attacchi armati, nella società. Il risultato però ha messo in evidenza che non è semplice trovare la pace dopo più di mezzo secolo di una guerra che ha lasciato per strada oltre 200mila morti (per i due terzi civili) e quasi otto milioni di desplazados. Se da un lato non si possono cancellare quelle pagine della storia dall’altro è sempre più evidente che a far leva sull’opinione pubblica colombiana è stato il rancore o la paura di ritrovare le Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias Colombianas) tra i ranghi dello Stato e dell’Esercito. Ed è proprio sulla paura che ha giocato ancora una volta l’ex presidente Alvaro Uribe, che ha trasformato la consultazione popolare, voluta dall’attuale Presidente Santos, in un referendum pro o contro le Farc.

Il referendum, infatti non obbligatorio, è stato convocato da Juan Manuel Santos per dare più legittimità all’accordo. Gli elettori dovevano rispondere sì o no all’accordo firmato il 26 settembre a Cartagena dal presidente Juan Manuel Santos e dal comandante delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), Rodrigo Londoño.

Gli ultimi sondaggi, pubblicati una settimana prima del voto, davano il sì in vantaggio con il 55 per cento o il 66 per cento, ma a vincere è stato il no con il 50,2 per cento dei voti, contro il 49,7 per cento dei sì e il tasso di affluenza fermo appena al 37,2 per cento.
Nonostante si debba rinegoziare tutto, le Frac hanno dato la loro disponibilità a mantenere la pace e a dare un addio definitivo alle armi. “Le Forze armate rivoluzionarie della Colombia mantengono la propria volontà di pace e ribadiscono di essere disponibili a usare solo la parola come arma di costruzione del futuro”. Così il leader del gruppo guerrigliero Rodrigo ‘Timochenko’ Londono, prima presa di posizione dopo la vittoria del ‘no’ nel referendum in Colombia sull’accordo di pace Bogotà-Farc.
Intanto è stata rinnovata la volontà da parte dei socialisti europei di continuare il processo di pace iniziato a l’Avana. Stanishev, presidente del Pes, ha infatti affermato: “Il grande sostegno internazionale che questo processo ha raccolto non scomparirà”. “I progressisti europei – ha aggiunto – continueranno a sostenere tutti gli sforzi diplomatici che portano ad assicurare il cessate il fuoco e a raggiungere una pace duratura”. “Questa è una grande battuta d’arresto nelle nostre aspirazioni, ma sono sicuro che l’intero processo di negoziazione non sarà stato vano”, conclude il presidente del PES.

Al via in Sicilia il Summer Camp 2016 dei Giovani socialisti europei

summParte il 19 luglio, per concludersi il prossimo 24 luglio, presso il resort Città del Mare di Terrasini (Pa), lo YES Summer Camp 2016, il più grande festival politico europeo, ospitato quest’anno dalla Fgs, la Federazione dei Giovani Socialisti Italiani. È prevista la presenza di oltre mille partecipanti dalle altre giovanili socialiste europee, di delegazioni dei partiti non europei e di decine di ospiti che si alterneranno in quattordici laboratori quotidiani per tutta la durata dell’ evento.

Il via al Summer camp 2016 alla presenza dei vertici del PSE e del vicepresidente vicario dell’Assemblea Regionale Siciliana, il socialista Antonio Venturino, sarà dato del Segretario Nazionale della Fgs, Roberto Sajeva,dalla presidente dei Giovani Socialisti Europei (YES), la francese Laura Slimani e dal presidente del Consiglio nazionale del PSI Carlo Vizzini che, nel 1992, fu tra i fondatori del PSE.

Nei giorni seguenti saranno presenti, tra gli altri, il presidente del PSE Serghei Stanishev, che illustrerà il piano politico del PSE, i parlamentari nazionali e regionali del PSI, il sottosegretario agli esteri Benedetto Della Vedova e la socialista Maria Pisani, portavoce del Forum Nazionale dei Giovani.

Il 22 luglio interverrà al Summer Camp Riccardo Nencini, segretario del PSI e viceministro ai Trasporti e Infrastrutture, che parlerà ai giovani compagni nel giorno del quinto anniversario della strage di Utøya, dove oltre settanta giovani socialisti vennero assassinati da un estremista di destra.

È inoltre previsto un incontro a Villa Niscemi tra Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e una delegazione dello YES.

TTIP. Il PSE di Taranto organizza incontro

ttip-218x150Il coordinamento provinciale di Taranto degli Attivisti del Partito Socialista Europeo, in un periodo di profonda riflessione sul futuro dell’Unione Europea, organizza un momento di approfondimento su uno dei temi più intricati nel dibattito pubblico Europeo: il trattato di libero scambio tra UE e USA, il TTIP.

Il trattato TTIP si propone di abbattere i limiti regolamentari agli scambi commerciali per beni e servizi tra le due sponde dell’Atlantico. Per un territorio come quello di Taranto, che cerca forme di sviluppo alternativo attraverso la promozione delle proprie specificità e valenze, rappresenta un’opportunità o una minaccia?

Con la liberalizzazione dei mercati tra UE e USA i mercati europei potrebbero essere invasi da prodotti made in USA, fabbricati con standard qualitativi e di sicurezza differenti. Infatti uno dei temi più controversi, che ha animato negli ultimi tempi il dibattito intorno a questo trattato, è proprio la difesa del patrimonio produttivo europeo, in particolare le produzioni di qualità italiane che hanno potuto godere di forza commerciale grazie alle norme europee che regolamentano le caratteristiche dei prodotti sui nostri mercati.

Inoltre, tra le questioni aperte ci sono anche gli standard ambientali e le condizioni lavorative sottese a questi nuovi possibili scenari innescati dal Trattato TTIP.

La discussione sul TTIP è un’occasione importante per discutere sui modelli di sviluppo che devono tenere conto di elementi cruciali come la sicurezza dei cittadini e dei consumatori, gli standard di qualità, la salvaguardia dell’ambiente e la dignità del lavoro, nonché la giusta competitività sui mercati. Ingredienti complessi soprattutto in una realtà come quella di Taranto che deve fare i conti con un nuovo modello sviluppo che sappia smarcarsi dal monocultura siderurgica e provi a rilanciarsi come territorio innovativo.

Ne discuteremo venerdì 1 luglio 2016, presso la ex sala giunta della provincia di Taranto in via Anfiteatro con i saluti di Giuseppe Fontana (coordinatore provinciale Attivisti PES Taranto), Michela Mastroluca (coordinatrice regionale Attivisti PES Puglia), Mino Carriero (coordinatore nazionale associazione Lab Dem), e gli interventi di Giuseppe Massafra (segretario CGIL Taranto), Raffaele Ignazi (Confederazione Italiana Agricoltori), Vincenzo Cesareo (presidente Confindustria Taranto), e Ludovico Vico (Parlamentare PD e membro della Commissione Attività Produttive della Camera). Modererà il dibattito Sergio Pargoletti, della associazione Terra Ionica d’Europa, partner dell’appuntamento.

Giuseppe Fontana
Coordinatore Provinciale Attivisti PES Taranto

UN MARE DI MORTI

naufragio

Arriva la tragica conferma, circa 500 persone sarebbero morte a seguito del naufragio del barcone di migranti avvenuto nei giorni scorsi nel mar Mediterraneo. Lo ha confermato poco fa in una nota la portavoce di Unhcr per l’Europa meridionale, Carlotta Sami: “Abbiamo sperato fosse notizia infondata ma ieri sera abbiamo incontrato i superstiti a Kalamata”.

A far luce sulla vicenda l’UNHCR, ma a diffondere la notizia è stato il quotidiano laburista The Guardian. L’Organizzazione umanitaria ha svolto ieri un’indagine a Kalamata in Grecia dove ha raccolto le testimonianze di 41 migranti originari di Somalia, Sudan, Etiopia ed Egitto. Queste persone hanno detto di essere state coinvolte – o di aver assistito – in un naufragio che sarebbe costato la vita a circa 500 migranti. Tra le 100 e le 200 persone sarebbero partite da un punto della costa libica presso Tobruk, in un’imbarcazione in pessime condizioni. Una volta al largo, i trafficanti avrebbero tentato di far salire a bordo altre persone che si trovavano su una barca più piccola. A causa del sovraffollamento, l’imbarcazione più grande sarebbe affondata. I 41, prosegue l’Unhcr, sono persone che non erano ancora salite a bordo dell’imbarcazione affondata o che hanno raggiunto quella più piccola a nuoto, dopo l’incidente. La barca ha poi vagato alla deriva prima di essere avvistata il 16 aprile. I sopravvissuti sono stati recuperati in mare il 16 aprile e nei giorni successivi sono arrivati a Kalamata, dall’UNHCR è stato poi precisato che la data del naufragio è ancora non chiara e senza specificare chi ha salvato i migranti.

I sopravvissuti non saranno riportati in Turchia dal momento che sono partiti dalla Libia, un paese devastato dalla guerra e con il quale l’UE non ha ancora negoziato un accordo per i rimpatri. Inizialmente si pensava che il punto di partenza di quest’imbarcazione fosse la terra dei faraoni, l’Egitto. In effetti solo nelle ultime settimane la maggiorparte dei profughi sbarcati in Sicilia partiti dall’Egitto, senza dimenticare che continua ad ampliarsi la rete di scafisti nella terra dei faraoni e nel sud Italia che promette viaggi illegali a partire da 4mila euro a passeggero.

In una dichiarazione, l’UNHCR ha invitato l’Europa a fornire “un aumento dei percorsi regolari per l’ammissione di rifugiati e richiedenti asilo per gestire l’emergenza in Europa. Ulteriori possibilità per il reinsediamento, il ricongiungimento familiare, e i visti di lavoro e di studio”, perché “servono a ridurre la domanda di traffico di esseri umani e di viaggi in barca pericolosi”.

In effetti sembra che sia servito a poco all’Italia l’accordo con la Turchia. “Affidare a un Paese che non garantisce i diritti umani ai propri cittadini la gestione dei rifugiati è stato un errore. L’Europa esternalizzando l’accoglienza non solo è venuta meno ai propri principi, ma ha fornito ad Erdogan un’arma di ricatto”. Ha commentato la capogruppo socialista Pia Locatelli, presidente del Comitato diritti umani della Camera. “Il fatto che profughi non restino più in Europa non è una soluzione, ma un non voler affrontare il problema”.   Gli sbarchi dal Continente africano continuano inesorabilmente e la Penisola italica resta il punto di approdo più vicino. La scorsa settimana l’Oim ha fatto sapere che in soli tre giorni (dal 12 al 15 aprile) sono sbarcati in Italia quasi 6mila migranti. Il dato, diffuso dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni sul suo sito, richiede un nuovo aggiornamento dei numeri diffusi dal Viminale tre giorni fa, secondo cui quest’anno gli arrivi via mare sono stati 24mila, il 25% rispetto allo stesso periodo del 2015. Solo il 15 aprile, in prima mattinata, sono stati 357 gli arrivi a Messina. Oltre 4.100 migrati sono stati salvati nel canale di Sicilia nell’arco di 48 ore a partire da lunedì e nove persone sono morte.

Nel frattempo in Europa si inizia a valutare una soluzione per l’Italia. Il Presidente del Partito del socialismo europeo Sergei Stanishev ha espresso il suo sostegno per la ‘migration compact’ del governo italiano, che estenderebbe l’azione esterna dell’Europa sulla migrazione al di fuori dei propri confini per il rafforzamento della cooperazione soprattutto con i partner africani.
Ai paesi africani sarebbe così data assistenza per la gestione migratoria e flussi di rifugiati.
Sergei Stanishev ha infatti affermato: “Le persone hanno il diritto fondamentale di chiedere asilo, ma con il sistema attuale molti rischiano la vita per farlo. Con gli investimenti negli Stati fragili in Africa del presidente Renzi si ha lo scopo di evitare che le persone cerchino di entrare in Europa attraverso viaggi pericolosi. Ciò contribuirà alla lotta contro il traffico di esseri umani in Europa e contro quelle reti responsabili per contrabbando di migranti”. Inoltre andrebbero create più opportunità per la migrazione legale, attraverso sia quote di ingresso per i lavoratori che informazioni sulle opportunità di lavoro in Europa.

Redazione Avanti!