Tennis: Djokovic, Bertens e Sabalenka show prima degli Us Open

sabalenkaOrmai sono entrati nel vivo gli Us Open, ma prima il tennis ha regalato l’exploit di Aryna Sabalenka e di Kiki Bertens, e confermato lo stato di grazia di Novak Djokovic. Intanto è stato introdotto lo shot clock e sono state ‘presentate’ nuove regole anche per la Coppa Davis.
Djokovic sale alla posizione n. 6 del ranking mondiale e segna il record di essere l’unico tennista ad aver vinto tutti i tornei del Master 1000 (almeno una volta). Non solo, ma al Master di Cincinnati è stato in grado di battere in finale Roger Federer con un doppio 6/4: evidente un crollo fisico dell’elvetico, ma convincente il tennis del serbo. Infatti, dopo la vittoria al Grand Slam di Wimbledon, parte bene anche al primo turno del Grand Slam degli Us Open. A Flushing Meadows si sbarazza abbastanza facilmente di Fucsovic, concedendogli solamente il secondo set, con un lieve calo di concentrazione; ma poi dilaga negli altri set con un gioco formidabile come quello dei ‘suoi’ tempi migliori: da vero numero uno, come nel 2011. 6-3 3-6 6-4 6-0 il punteggio finale; il ko nell’ultimo set dimostra quanto il serbo si fosse ritrovato (dopo essere riuscito a ottenere il break decisivo nel terzo e averlo chiuso per 6/4). Un risultato positivo anche per l’enorme caldo che ha provocato molti disagi: sofferente Nole, ma anche l’italiano Stefano Travaglia è stato costretto al ritiro per disidratazione (con il corpo affaticato e i muscoli ‘induriti’) contro il polacco Hurkacz e ha protestato contro gli organizzatori per le condizioni difficili in cui si svolgono i match (con anche oltre i 40°). Una ‘follia’ a suo avviso, che lo ha costretto a una flebo per riprendersi (una cosa simile era successa anche a Simona Halep). Se Stefano Travaglia si è ‘arreso’ sul parziale di 2/6 6/2 6/7 0/3, anche Marco Cecchinato è stato eliminato dal francese Benneteau (per 6/2 6/7 3/6 4/6), ma ha accusato problemi alla mano destra (probabilmente per una vescica, che non gli ha permesso di mantenere il livello espresso all’inizio nel primo set).
Viceversa agli Us Open ha dilagato Roger Federer contro il giapponese Nishioka: nettamente, per 6/2 6/2 6/4; due set speculari, nel terzo sembrava la stessa storia però poi -quando lo svizzero è andato a servire sul 5/2- si è fatto brekkare e dopo il nipponico ha tenuto la sua battuta (sorridente e divertito per il tennis messo in campo, pensando solo a fare più punti possibili al campione elvetico e i più belli e migliori che potessero farlo esultare di gioia contento così, anche solo di quella piccola soddisfazione che si era tolto di fare punti straordinari a un immenso campione); dopo il 5/3 è stato il 5/4, ma a quel punto Federer non ha sbagliato e ha chiuso 6/4. Tuttavia il giapponese lo ha fatto molto correre, ma alla fine ha prevalso il talento (soprattutto a rete) dello svizzero, con punti da manuale.
Nessun problema neppure per Alexander Zverev che ha vinto facilmente per 6/2 6/1 6/2 sul canadese Polansky. Per quanto riguarda l’Italia, poi, buone notizie sono venute da Fabio Fognini (testa di serie n. 14), che ha sconfitto l’americano Mmoh al quarto set (dopo aver perso il primo) per 4/6 6/2 6/4 7/6(4). Curiosità, la moglie Flavia Pennetta ha iniziato una collaborazione con Eurosport (come commentatrice, proprio a partire da Flushing Meadows che vinse prima del ritiro), che trasmette il torneo del Grand Slam. Male, invece, nel femminile dove perde Camila Giorgi: incassa un severo 6/4 7/5 da Venus Williams; diciamo severo perché è stato un match molto lottato ed equilibrato e l’azzurra avrebbe anche potuto vincere e comunque portare la partita al terzo set; sicuramente per lei una sconfitta molto amara che le fa male, per le molte occasioni sciupate: ha lottato Camila, ha fatto punti eccellenti da vera n. 1 con tutti i colpi, ma poi ha commesso troppi errori con cui ha sprecato e annullato tutto il vantaggio conquistato. Troppo fallosa, nonostante la tenacia di essere sempre comunque combattente e incisiva, mettendo in difficoltà la testa di serie n. 16. Tutto ok per Serena Williams, che ha imposto un doppio e netto 6/2 alla tedesca Witthoeft (dopo il 6/0 6/4 alla Linette); a Serena -tra l’altro- è stata assegnata la testa di serie n. 17 tra le polemiche.
La sorpresa invece arriva dall’eliminazione proprio della testa di serie n.1 Simona Halep. Evidentemente la campionessa non ha recuperato la stanchezza di aver giocato (e vinto) tanto nelle ultime settimane. In appena 76 minuti viene eliminata da Kaia Kanepi (n. 44 del mondo) con un drastico 6/2 6/4. Tuttavia per lei questo 2018 rimane comunque positivo: ha vinto al Roland Garros il suo primo Grand Slam, su Sloane Stephens (per 3/6 6/4 6/1). Proprio l’americana agli US Open ha faticato contro la valida ‘esordiente’ Kalinina: si è imposta solo al terzo set per 4/6 7/5 6/2. Inoltre la rumena aveva iniziato l’anno conquistando il torneo di Shenzhen, superando la Siniakova per 6/1 2/6 6/0; e poi ha trionfato in Canada al Wta di Montréal, dove ha vinto sempre sulla Stephens per 7/6 3/6 6/4. Dopo l’esperienza della Rogers Cup, l’avevamo vista impegnata nel Wta di Cincinnati. Se nel primo caso è riuscita a completare il quadro delle vittorie, nel secondo si è fermata in finale. In Canada aveva battuto la Pavljučenkova, Venus Williams, Caroline Garcia, Ashleigh Barty e la Stephens ovviamente. A Cincinnati, invece, Alja Tomljanovic, di nuovo Ashleigh Barty (testa di serie numero 16), Lesja Curenko e Aryna Sabalenka. In finale ha perso da Kiki Bertens, che si è imposta per 6-2 6-7 2-6. Il prolungarsi al terzo set della finale femminile ha fatto slittare anche quella maschile successiva tra Djokovic e Federer; ma ha disegnato un doppio scenario curioso: da un lato il tracollo fisico della rumena, dall’altra parte il trionfo e la commemorazione all’Olimpo delle top players della giovane tennista olandese (coetanea, tra l’altro della Halep, classe ’91). La Bertens diventa n. 13 al mondo e segna il record di battere ben 4 ‘top ten’ in un solo torneo. Infatti durante la straordinaria settimana a Cincinnati Kiki ha sconfitto, in fila: Coco Vandeweghe (per 6/2 6/0), Caroline Wozniacki (che si è ritirata quando l’olandese era avanti per 6/4), Anett Kontaveit (per 6-3 2-6 6-3), Elina Svitolina (n. 7 del mondo, per 6-4 6-3) e Petra Kvitová (n. 6 del mondo, per 3-6 6-4 6-2), prima di imporsi in una finale mozzafiato sulla rumena Halep. Quest’ultima resta comunque la n. 1 al mondo, a discapito della Wozniacki, che rimane n. 2. Quest’anno, ritornata dopo l’infortunio, la Kvitova aveva vinto il torneo di Madrid (sulla terra rossa) proprio sulla Bertens (per 7-6 4-6 6-3), e successivamente sull’erba il Wta di Birmingham (sulla Rybarikova per 4-6 6-1 6-2). Probabilmente ha ceduto anche lei per stanchezza, poiché in campo è apparsa stremata. Comunque, attuale n. 5 del mondo, è assolutamente ritornata, ritrovata e più competitiva che mai.
Del Wta di Cincinnati resterà di certo l’impresa di Kiki Bertens in finale (dopo essersi ‘vendicata’ della Kvitova), che rimonta quando la partita sembrava chiusa: perde malamente il primo set per 6/2; anche nel secondo sembrava in vantaggio e favorita la Halep, invece l’olandese è riuscita a restarle attaccata nel punteggio e a portarla al tie-break; qui la rumena gioca meno bene, sbaglia di più, concede qualcosina in più, è più fallosa e commette più errori gratuiti che allungano gli scambi e rimettono in partita la Bertens, che non si lascia scappare l’occasione e -concentrandosi- trova più aggressività e sicurezza, più adrenalina e convinzione che le permettono di acciuffare il tie-break e il secondo set. Così al terzo la situazione è completamente ribaltata: stavolta è Kiki a dominare gli scambi più aggressiva, a spostare e far correre la Halep, sempre più in affanno. L’olandese vince, incredula, con un’esultazione finale tra le lacrime di gioia e commozione.
Un’impresa simile ha compiuto Aryna Sabalenka. Classe 1998, vince il torneo di New Haven battendo la Stosur per 6/3 6/2, la Gavrilova per 6-3 6-7 7-5, la Bencic per 6-3 6-2 e la Görges per 6/3 7/6. Si porta così alla posizione n. 20 del ranking mondiale, dopo la vittoria in finale su Carla Suarez Navarro. La spagnola si era avvantaggiata di tre ritiri: di Johanna Konta nel secondo turno, di Petra Kvitová nei quarti di finale e di Mónica Puig in semifinale. Il match della finale è stato senza storia, completamente dominato dalla bielorussa: 6/1 6/4, con la Sabalenka già avanti 5-0 dopo soli 24 minuti di gioco. Superiore in tutti i colpi, la bielorussa si è assolutamente meritata la conquista del suo primo titolo e della top 20. Non solo ha ringraziato il suo coach, a cui ha attribuito tutto il merito: “in sei mesi mi hai cambiato la vita” -ha detto riconoscente-. Il suo più grande merito è stato aver vinto tutte partite diverse: nervosissima contro la Gavrilova, si sono sempre rincorse nel punteggio regalandosi molte chance a vicenda. Nel secondo set la partita sembrava finita, poiché la Sabalenka era avanti 4-0 con la palla del 5-0; poi ha sprecato quell’occasione e da lì è cominciata la rimonta della Gavrilova, brava nel tie-break, giocato malamente dalla Sabalenka. Nel terzo la bielorussa è riemersa in tutta la sua maturità; ma durante la partita ha rotto una racchetta per il nervosismo: era tesissima. Contro la Bencic ha controllato bene il match, anche se c’è stato equilibrio, ma è stato più facile forse per lei, perché la svizzera le ha concesso davvero tanto. Bel match contro la Görges, in cui ha rischiato tantissimo: sembrava addirittura favorita quest’ultima, poi ha scelto di adottare una tattica forse poco produttiva, ovvero quella di venire in avanti a rete in attacco, con il risultato che veniva passata dalla Sabalenka o sbagliava le volée perché leggermente in ritardo; ma hanno fatto vedere delle ottime cose. Un po’ come quando, contro la Gavrilova, la Sabalenka è voluta avanzare e veniva sistematicamente passata con precisione dall’avversaria. Tuttavia abbiamo visto Aryna servire bene e tentare anche gli attacchi a rete, quasi per provare un nuovo schema tattico di gioco, per essere una tennista più completa. La violenza e profondità dei suoi colpi, soprattutto del dritto anomalo, sono indubbi poi. Tuttavia prosegue il momento ‘no’ della Gavrilova, che agli Us Open ha perso da una ritrovata Azarenka (altra bielorussa di talento) per 6/1 6/2.

Tennis: pre-qualificazioni agli IBI 2018 e i campioni si prenotano

ibi tennis

Mentre si giocano al Foro Italico le pre-qualificazioni degli Internazionali Bnl d’Italia 2018, i big si prenotano un posto d’onore tra i favoriti per la vittoria finale agli IBI.

Chi saranno i più quotati? Già abbiamo detto di Rafael Nadal. Ora si aggiunge anche il campione Next Gen (ma ormai superato perché entrato a pieno regime nella top ten dei più forti, non a caso attuale n. 3 al mondo), Alexander Zverev che conquista in casa il titolo all’Atp di Monaco, in finale in un derby tedesco che ha sempre dominato e controllato (con maturità e sicurezza sorprendenti) sul connazionale più anziano Philipp Kohlschreiber con un doppio 6/3. Il giovane era testa di serie n. 1 ed ha rispettato i pronostici che lo davano superfavorito; l’altro ha fatto un buon torneo, ma non è bastato al n. 6 del seeding per portare a casa il trofeo. Il vincitore della passata edizione degli Internazionali, infatti, ha saputo sfruttare ogni occasione e fare il break decisivo che lo ha portato a servire prima per il set e poi per il match, in sicurezza, sbagliando molto poco, con una padronanza dei propri mezzi e del campo sorprendente: non ha tremato neppure un solo attimo. Più solido, concentrato, preciso, freddo e lucido, concreto in una parola, che nella semifinale contro Hyeon (testa di serie n. 4), che comunque ha battuto per 7/5 6/2, dopo essersi sbarazzato facilmente ai quarti di un fallosissimo Jan-Lennard Struff per 6/3 6/2.

Così come ha convinto il giapponese Taro Daniel all’Atp 250 di Istanbul, che la nostra nazionale di Coppa Davis ben ha imparato a conoscere e temere, sapendo quanto possa essere insidioso. Qui in Turchia prima ha battuto il nostro Matteo Berrettini per 7/5 6/3: l’azzurro ben si è difeso, ma la superiorità del talento nipponico si è vista; difficile che conceda un gratuito, rimette e respinge sempre ogni palla; poi ha eliminato la testa di serie n. 4 Bedene con un doppio 6/2; dopo ha avuto due match duri terminati al terzo set nei quarti e in semifinale: prima contro il brasiliano Dutra Da Silva (conclusosi con il punteggio di 1/6  6/1 6/4), in seguito – al turno successivo – del francese Chardy per 6/3 4/6 6/4. In finale contro Jaziri ha fatto la differenza con la regolarità, la precisione e il maggiore autocontrollo rispetto a un nervosissimo Jaziri. Daniel ha saputo mantenere più la calma e la concentrazione, ha avuto più pazienza, ha saputo aspettare e, al momento giusto, ha realizzato i punti del vantaggio che gli servivano giocando egregiamente il tiebreak del primo set (vinto per sette punti a quattro) e 6/4. Jaziri era anche in vantaggio e il giapponese ha dovuto rimontare il punteggio, ma non ha mai mollato, mentre l’altro si è distratto in contestazioni di chiamate di palle con l’arbitro che gli sono state poco utili.

Mentre nel femminile tornano a vincere di nuovo Elise Mertens e Petra Kvitova, rispettivamente al Wta di Rabat e al Wta di Praga. La prima finale è stata senza storia, dominata completamente dalla belga che ha prevalso nettamente sulla Tomljanović. Netto il 6/2 che le ha imposto nel primo set, l’avversaria ha avuto un sussulto solamente nel finale del secondo set. La belga è andata di nuovo a servire sul 5/2 per il match e tutto sembrava destinato a chiudersi con un doppio 6/2; invece la Tomljanović è riuscita con coraggio e orgoglio a strappare il servizio alla belga, poi a tenere il suo e portarsi sul 5/4, a crederci e pareggiare i conti sul 5-5; c’è stato di nuovo il break della Mertens, che però non è riuscita a completare il parziale e si è andati a un giusto, onesto e meritato tiebreak, però giocato meglio dalla più esperta belga, che lo ha portato a casa per sette punti a quattro, contro un’amareggiata ma generosa Tomljanović.

La ceca, invece, conquista il titolo al Wta di Praga (in casa) su un’avversaria ostica da tenere a bada, molto insidiosa e difficile, che emerge e sorprende tutti: la rumena Mihaela Buzarnescu. Si va al terzo set e solo la maggiore esperienza della Kvitova le ha permesso di vincere. 4/6 6/2 6/3 il punteggio con cui la rumena ha messo davvero in difficoltà diverse avversarie, tra cui la nostra Camila Giorgi in semifinale (in una maratona finita dopo due ore e mezza al terzo set, con molte occasioni non sfruttate dall’azzurra, che poteva anche chiudere). Tenace, grintosa, ha buoni fondamentali molto incisivi, profondi e potenti, in più passa bene e viene anche all’occorrenza avanti a rete, serve bene e potrebbe essere un misto della Mertens e della Giorgi perché tira ogni colpo, lotta su ogni palla, corre tanto e sbaglia poco, aggredisce molto. Abbastanza regolare, ha saputo sempre mantenere la lucidità e la freddezza necessarie al controllo del match, ma forse in finale ha accusato un po’ di stanchezza per la lunga battaglia sostenuta contro la marchigiana e di tensione e di emozione per giocarsi un titolo per lei importantissimo; tanto che ha iniziato a mostrare cenni di cedimento fisico e mentale e di nervosismo. Visibile la sua delusione nel finale, con gli occhi lucidi di dispiacere, tra l’esultanza euforica di Petra Kvitova, che si conferma ritornata e ritrovata. Ancor più evidenti i segnali di calo fisico e nervosismo della Buzarnescu, li si sono notati maggiormente contro la russa Maria Sharapova al primo turno del successivo torneo del Wta di Madrid. Qui contro la siberiana ha iniziato a commettere più errori, ad arrivare un po’ in ritardo sulla palla e a sbattere la racchetta con gesti di stizza a terra. Più lucida, precisa e fresca la Sharapova; con facilità e supremazia Masha si è imposta per 6/4 (con un solo break decisivo di vantaggio) per poi dilagare con un severo e netto 6/1 nel secondo set, in poco tempo, con una stremata rumena. La siberiana ha fatto tutto bene e giusto, sbagliando poco, mentre per l’avversaria c’è stato qualche errore di troppo con il dritto e al servizio (con il regalo di qualche doppio fallo di troppo); la Sharapova, invece, è stata incisiva soprattutto con il rovescio lungolinea. La Buzarnescu è diventata la nuova n. 32 al mondo, mentre la Sharapova ha confermato il buono stato fisico e di condizione anche al secondo turno battendo Irina-Camelia Begu per 7/5 6/1, in maniera speculare a quella con l’latra rumena.

Tra l’altro, nel recente Wta di Madrid, la Kvitova ha continuato a vincere facile per 6/1 6/2 sulla Tsurenko; ma bene anche la Halep (6/0 6/1 alla Makarova) e la Muguruza (6/4 6/2 alla Peng). In terra spagnola continuano a trionfare Kristina Pliskova (doppio 6/4 alla Vikhlyantseva) ed Elise Mertens (con un doppio 6/4 alla connazionale belga Van Uytvanck); positivo il doppio 6/3 della Azarenka sulla Krunic; ci sono anche la Wozniacki, che si impone sulla Gavrilova per 6/3 6/1, e la Konta (6/3 7/5 su Rybarikova); male la Errani, che perde 6/1 6/4 dalla Barty (che si scontrerà proprio con la danese); perde la Osaka dalla cinese Zhang per 6/1 7/5.

Atp di Rotterdam e Wta di Doha: Federer sempre n. 1 e Kvitova regina

Federer-trofeo-rotterdam-2018-696x464L’Atp di Rotterdam e il Wta di Doha hanno regalato una gioia immensa rispettivamente a Roger Federer e Petra Kvitova: il primo per essere tornato n. 1, la seconda semplicemente per essere ritornata ai vertici, entrando in top ten proprio alla posizione n. 10. Già dopo la vittoria su Robin Haase nei quarti (rimontando al terzo set, sotto di uno, con il punteggio di 4/6 6/1 6/1), era riuscito a piazzarsi nuovamente sulla vetta della classifica mondiale. Per questo il direttore del torneo Richard Krajicek gli aveva donato un simbolico n°1 con la scritta: “il più anziano di sempre”. Ma la corsa per lui non era finita lì. Da vero campione non si è accontentato dell’obiettivo raggiunto che ha bissato; lo era già diventato nel 2004 per la prima volta, dopo aver sconfitto Marat Safin in semifinale agli Australian Open, li ha riconquistati anche quest’anno e da allora la sua ascesa non si è arrestata: fortuita coincidenza? Sicuramente il Grand Slam di Melborune gli ha portato bene; ma qui all’Atp 500 di Rotterdam non ha mai perso di vista il suo scopo di conquistare anche il titolo del torneo olandese. Soprattutto è sembrato inarrestabile e sempre in crescita, mai stanco o scarico (sia fisicamente che mentalmente), tanto da strapazzare un buon e più che valido Grigor Dimitrov in finale, annientandolo con un doppio 6/2 forse troppo severo (nel finale il n. 5 al mondo, è sembrato davvero arrendersi alla maggiore prestazione del campione svizzero). Tra l’altro il bulgaro arrivava forse anche più riposato, poiché nella semifinale contro David Goffin (che veniva dal ritiro di Berdych che non aveva neppure giocato la partita), il belga si era ritirato nel secondo set per un infortunio ad un occhio (a causa del colpo di una pallina che gli ha provocato un ematoma che gli ha impedito di proseguire il match): il bulgaro, comunque, era avanti per 6/3 e 0-1. Dimitrov, poi, tra l’altro aveva convinto anche contro Rublev, apparso molto nervoso e infastidito nel finale, che ha ‘piegato’ con il punteggio di 6/3 6/4.

Il torneo dell’ABN AMRO ha legato il destino dell’elvetico all’Italia. Non solo era stato in grado di dominare e controllare bene un insidioso giocatore come il tedesco Philipp Kohlschreiber per 7/6(8) 7/5, ma in semifinale è riuscito a tenere a bada il nostro Andreas Seppi, artefice di uno dei suoi migliori tornei e che ha mostrato un tennis molto dinamico e vario, con ottimi colpi (anche in attacco a rete, molto offensivi e aggressivi, cercando di sorprendere l’avversario e di prendere l’iniziativa). Con un 6/3 7/6(3) Federer è venuto a capo di Seppi; ma per l’azzurro la gioia e la soddisfazione di aver giocato e lottato alla pari con il numero uno, di averlo impensierito a tratti e di aver battuto altri campioni come l’altro talento tedesco Alexander Zverev (per 6/4 6/3) e poi l’altro giovane emergente Daniil Medvedev, dopo una dura battaglia terminata al terzo set (il punteggio a favore dell’italiano è stato: 76(4) 46 63). Proveniente dalle qualificazioni, prima dei successi contro Zverev e Medvedev poteva annoverare la vittoria su Joao Sousa per 6/4 1/6 6/2.

A proposito di Italia, poi, il pensiero rimanda alla Federation Cup delle ragazze a Chieti. Una super Sara Errani ha trascinato la squadra di Fed Cup capitanata da Tatiana Garbin, affiancata da Chiesa e Paolini. Oltre alla buona notizia di battere la Spagna di Carla Suarez-Navarro per 3 a 2 in casa, l’altra piacevole sorpresa è che si sono rivelate delle campionesse nostrane molto valide e giovani. Oltre alla migliore delle Sara Errani mai viste prima d’ora, con un gioco profondo, potente, aggressivo con slanci a rete e soprattutto con tanta convinzione e tenacia di poter vincere e tanta voglia di trionfare e di riscattarsi (vincendo entrambi i suoi due singolari e regalando, nella seconda giornata, il punto decisivo che ci serviva); occorre citare, infatti, anche l’impegno enorme delle due giovanissime Chiesa e Paolini. La prima, di Trento e classe 1996, ha iniziato a giocare a tennis sin dall’età di sei anni, debuttava da singolarista in Fed Cup l’11 febbraio scorso, ma è riuscita a battere Lara Arruabarrena per 6/4 2/6 7/6(5); merito anche di Tatiana Garbin che, dopo la pausa a fine secondo set, durante il rientro in campo dagli spogliatoi per il break le ha detto: “vuoi essere ricordata come una leonessa o no?” e lei ha risposto affermativamente, dimostrando di esserne convinta. Partita bene, ha avuto un calo nel secondo set: l’avversaria ha stravolto il match attuando il suo stesso gioco, applicando il medesimo schema, ovvero l’attacco in controtempo, facendole fare molti errori gratuiti, infastidendola soprattutto col back che non permetteva a Deborah di spingere sui colpi e tirarli in top spin. Forte soprattutto di dritto, si è dimostrata coraggiosa nel venire a rete, anche se lì deve migliorare ancora un po’. Così come l’altra nostra atleta: Jasmine Paolini, classe 1993, nata a Bagni di Lucca da padre italiano e madre ghanese e polacca; in carriera ha vinto 5 tornei di singolare e 1 di doppio del circuito ITF. Quest’anno si era fatta notare al torneo di Shenzhen (dove sarà battuta dalla Wang per 6/0 6/4), eliminando nelle qualificazioni anche Schmiedlová e Lu. Anche lei ha spinto molto sui colpi, con coraggio, cercando sempre di fare il punto più che di ricercare solamente l’errore dell’avversaria, con il massimo del rischio, prendendo l’iniziativa anche a costo di rimetterci nel punteggio. Buon servizio per entrambe e non è cosa da poco (anche il servizio dell’Errani è migliorato e per le due giovani anche qualche aces). Entrambe rovescio bimane e buona mobilità in campo, anche se spesso si sono fatte trovare o un po’ lontane dalla palla o con la palla addosso, perdendo un po’ di timing. Ma hanno convinto soprattutto per il carattere: hanno lottato sino all’ultimo (anche la Paolini che ha perso il suo singolare), senza scoraggiarsi e mantenendo sempre costante l’impegno. Ultima nota per quanto riguarda Sara Errani: il fatto di aver battuto Lesia Tsurenko per 6/4 6/3 al primo turno dell’Atp di Dubai, per poi perdere dalla Kerber per 6/4 6/2 in poco più di un’ora di gioco; contro la tedesca ha tenuto abbastanza nel primo set, poi nel secondo la ex n. 1 ha dilagato sino al 4-1 con la possibilità (con il servizio a disposizione) di arrivare sino al 5-1, ma è riuscita a strappare il servizio a 0 ad Angelique e ad accorciare lo svantaggio; poi, però, la tedesca ha subito recuperato il break ed è andata a chiudere agevolmente per 6/2 il secondo parziale. Una buona e generosa Sara Errani non è bastata a fermare una dilagante Kerber, anche se complice un po’l’azzurra, che ha insistito troppo a giocare sul dritto mancino della tedesca, che le ha piazzato dei lungo-linea e dei dritti potenti ad uscire a chiudere paurosi, imprendibili (uno lungolinea e due incrociati in particolare sono stati da rimarcare). Forse avrebbe dovuto giocare più sul rovescio della Kerber e, soprattutto, in attacco a rete, dive Sara ha fatto dei punti interessanti dimostrando di avere tutte le capacità di una giocatrice d’attacco e da vera doppista. Si ferma, così, a Dubai la corsa della Errani a un passo dai quarti di finale. La Kerber nei quarti affronterà, invece, la Pliskova.

Ed a proposito di tennis femminile, non si può non sottolineare il successo di Petra Kvitova al Wta di Doha. Si è imposta in maniera strepitosa in semifinale su Caroline Wozniacki in tre set: 3/6 7/6(3) 7/5. Si va al terzo set anche in finale, contro la Muguruza: 3/6 6/3 6/4 il risultato finale. Ma è una Kvitova da record. Vince rimontando al terzo set, sotto di uno, per ben tre volte nel torneo: oltre che contro la Wozniacki e la Muguruza, anche contro la Radwanska (che batte per 6/7 6/3 6/4). Quindi sorprende tutti per la sua tenuta fisica, per la sua resistenza da vera maratoneta del tennis, per la sua caparbietà e capacità di restare nel match, concentrata e di reagire, recuperando terreno. La sua forza di volontà è stata la sua arma vincente: certo complici qualche chiamata strategica di time-out medico per problemi fisici dell’avversaria (come la Muguruza per il ginocchio), che hanno fatto recuperare anche lei, che ha risposto chiedendo il coaching, e qualche polemica poco utile (come quella della Wozniacki che ha chiesto che fosse ripetuto il punto su una chiamata errata che ha assegnato il 15 alla Kvitova). Ma ci si aggrapperebbe a sterili stratagemmi. È stata una Kvitova impeccabile, quasi perfetta, da primati: dopo la rimonta in tre set per ben tre volte, il fatto di vincere la sua 22esima finale su 29, di portare a casa 12 vittorie consecutive nelle ultime 3 settimane e di battere quattro top ten in sei partite: Muguruza, Wozniacki, Svitolina (per 6/4 7/5), Goerges al Wta di Doha; oltre ad aver sconfitto al Wta di San Pietroburgo (conquistando il titolo con una wild card) la Mladenovic, la Ostapenko e la stessa Goerges nuovamente.

Al termine del Wta di Doha la Wozniacki resta comunque n. 1. Per la ceca un montepremi incassato di 391.750 dollari. Ma il torneo è stato messo in luce anche per altri due episodi rilevanti: il forfait in semifinale della Goerges (proprio contro Petra), sul punteggio di 6/4 2/1 (per un problema all’anca); poi il fatto che a dare partita vinta senza giocare sia stata proprio la rumena Simona Halep, in semifinale contro la Muguruza, che accedeva così alla finale senza fatica.

Riemerge anche Dominic Thiem, che si impone facilmente senza difficoltà in finale all’Atp di Buenos Aires (su terra rossa); su Bedene, che non è sembrato mai impensierirlo troppo (nonostante qualche ‘regalo’ che gli ha concesso il giovane tennista austriaco). Dopo essersi imposto con un netto 6/2 6/1 su Monfils in semifinale, Thiem ha conquistato la finale e il titolo in Argentina per 6/2 6/4: faticando un po’ di più nel secondo set, rischiando di rimettere in partita l’avversario, ma bravo a riprendersi nel momento giusto e cruciale e a sfruttare le occasioni decisive a disposizione per non allungare il match al terzo, dopo qualche chance sprecata da parte sua. Thiem ha stupito tutti con il suo rovescio ad una mano in top spin in accelerata (che finalmente sembra aver ritrovato decisamente), ben mascherato dal movimento del braccio, di cui era quasi impossibile leggere ed intuire la traiettoria.

Tennis, Coppa Davis e Wta di San Pietroburgo: infiniti Fognini e Kvitova

Fognini_363Un ‘gladiatore’ e un’”amazzone”, ovvero -rispettivamente- Fabio Fognini e Petra Kvitova (che conquista il Wta di San Pietroburgo con una wild card concessa dagli organizzatori). Il primo ha permesso all’Italia di Coppa Davis di qualificarsi ai quarti di finale, battendo il Giappone per 3-1. Gli azzurri si scontreranno con la Francia (campione uscente della Coppa), che ha sconfitto l’Olanda con lo stesso punteggio. Lo scontro avverrà, verosimilmente, dal 6 all’8 aprile prossimi a Genova, nella terra natìa proprio del tennista ligure che ha regalato alla sua squadra la qualificazione. Ricordiamo che il team italiano perse a Pesaro (sempre in Liguria) i quarti nel 2016 contro l’Argentina. Ora si spera che la terra rossa (su cui probabilmente si giocherà) permetterà quest’anno di disputare la semifinale. Sicuramente la superficie potrebbe rendere ancor più ‘ispirato’ Fognini, ma non sarà facile fronteggiare big del calibro di Tsonga e di Gasquet, o una coppia ‘mondiale da primato’ quale quella formata da Herbert e Mahut; ma il duo che abbiamo rivisto scendere in campo in Giappone, sul veloce indoor della Takaya Arena di Morioka, ovvero Fognini-Bolelli può fronteggiare chiunque: una coppia forte e solida che non teme nessuno, ma può giocarsela con la passione e l’entusiasmo che da sempre contraddistingue i nostri campioni azzurri. E quella italiana in Giappone è stata una vittoria di cuore. Felice, ma stremato, Fognini ha dato tutto, generosissimo. Uomo squadra ed emblema del team, ma soprattutto di questa gara con i nipponici. Se si volesse ricercare un’immagine che descriva lo scontro tra queste due squadre e che ha fatto la differenza è proprio la passione, il cuore, lo spirito di sacrificio per arrivare a vincere (spendendosi in toto): a un certo punto si è visto Fabio Fognini che, andando a prepararsi per servire, ha ricevuto le palline dai raccattapalle e una lo ha colpito -rimbalzando- al cuore, come a dire che era quello che stava mettendoci e occorreva adoperare. Mentre, dall’altra parte, il Giappone con i suoi uomini è apparso più come una macchina (perfetta, inarrestabile, in grado di respingere tutto, di massima precisione), ma che si poteva inceppare da un momento all’altro. E la differenza l’ha fatta la maggiore aggressività di Fognini, rispetto all’altro uomo-squadra dei nipponici Yuichi Sugita, più ancorato al fondo, al contrario del ligure più in attacco e in allungo. Tenuta mentale, ma anche fisica: stanchissimo, Fognini però non ha mollato ed è sembrata la maggiore resistenza fisica a fare la differenza contro Daniel. Di sicuro una Coppa Davis caratterizzata dalla lunghezza e durezza dei match, forse mai si è arrivati a così tanti scontri terminati al quinto set. Un gioco importante l’ha avuto il servizio, che ha permesso a Fabio di aggiustare il punteggio più volte. L’azzurro ci teneva molto e si è visto: concentrato fino all’ultimo punto, non ha mai creduto di poter perdere a nostro avviso, ma sempre di essere in grado di rimontare. La tenacia e la convinzione, o meglio l’auto-convincimento, gli hanno permesso di ribaltare il risultato; non solo, ma di vincere contro lo stesso avversario con cui aveva perso Seppi nel singolare di prima giornata, proprio perché a un certo punto è come se l’altoatesino avesse mollato, si fosse rassegnato, forse troppo stanco per una partita dura. Una gara di nervi e di tenuta mentale, anche a seguito di episodi che lo hanno fatto innervosire e che hanno visto Fognini gettare più volte la racchetta a terra. Dunque è stata la maggiore varietà di gioco e fantasia di schema tattico che ha favorito l’Italia di Coppa Davis rispetto al Giappone: esemplare nell’esecuzione delle volée (pressoché perfette) quando Fabio è venuto a rete, mentre meno preciso Sugita quando si è avvicinato al net (comunque anche lui un vero lottatore). Uno scontro all’ultimo punto, quello tra Italia e Giappone, di cui il match emblematico è stato il terzo singolare di seconda giornata tra Sugita e Fognini, che richiama un po’ tutto l’andamento degli altri. Ricordiamo che Fognini ha giocato (e vinto) anche il doppio con Bolelli, oltre gli altri due singolari, giocando quasi dodici ore in tutto. Solo lo scontro con Sugita, anch’esso terminato al quinto set, è durato più di quattro ore di gioco. Vediamo di riassumerne i passaggi focali.

Il match clou tra Sugita e Fognini. 3-6 6-1 3-6 7-6(6) 7-5 il risultato finale a favore di Fognini, per nulla scontato fino alla fine, in un continuo ribaltamento di punteggio nell’andamento del match e con molte occasioni non sfruttate e poi recuperate da ambo le parti. Il ligure inizia il primo set in sofferenza (prima dell’inizio lo abbiamo visto prendersi probabilmente una pasticca di antidolorifico), affaticato e addolorato. E, infatti, va sotto subito 2-0 nel parziale. Poi nel quarto game recupera il break, con un contro-break; ma, subito dopo, cede nuovamente il servizio (ed è, così, 4-2 per il giapponese) e successivamente il nipponico si porta sul 5-3. Fabio ha due palle break di nuovo sul 15-40, ma non le sfrutta e il primo set va a favore di Sugita per 6/3. Nel secondo set la situazione è completamente diversa, con Fognini avanti in apertura per 2-0 per lui stavolta, anche se deve annullare delle palle break. Poi conquista un secondo break, al sesto gioco, ed è una volata finale in bellezza tutta in discesa per il ligure sino al 6/1 con cui chiude il secondo parziale. Anche il terzo set è un continuo di break e contro break; parte Fognini che strappa la battuta e va in vantaggio, ma poi riperde il servizio al quarto game e -dopo il pareggio- si vede in svantaggio, sotto 2-4. Dopo il 4-3, ci sarà il break a 0 decisivo per Sugita, che lo porterà a servire per il 6/3, con cui chiuderà. Precedentemente, però, sul 3-2, per pareggiare i conti, c’è stato il game più lungo di tutta la partita (venti minuti circa con quasi una trentina di punti effettuati), che ha visto l’episodio più importante di tutto l’incontro e far volare sul 4-2 l’avversario; poi Fognini non è più riuscito a pareggiare sul 4 pari. Con un servizio del giapponese lungo, chiamato fuori in ritardo dal giudice di linea, per cui si era continuato a giocare e il punto è stato assegnato ugualmente al giapponese e non a Fognini, che avrebbe voluto ripeterlo. Immediata la reazione di Fabio nel quarto set, in cui va subito sul 3-0 con tre palle break per il 4-0 (non realizzato però). Sembra finita, invece Sugita recupera e con i contro-break del caso riesce a pareggiare i conti fino al 3-3. Di nuovo sembra l’apocalisse per l’azzurro, che cede la battura a zero e si ritrova sotto 5-3; ma lotta fino a che non va addirittura in vantaggio sul 6/5 a suo favore, non facendo non solo chiudere l’avversario, ma dominandolo. Andando a servire per il set sul 6-5 sembra tutto orientato già al quinto set, con Fabio avanti 30-0; ma non è così, perché si andrà al tie-break e il giapponese conquisterà subito un mini-break. Nervosissimo Fognini, ma non perde il controllo e la concentrazione, portandosi in vantaggio per 4 punti a due. Ma intanto deve anche fronteggiare il primo match point sul 6-5 di Sugita, a un passo davvero dal conquistare il match. Ma Fognini tirerà fuori il meglio di sé e conquisterà il tie-break. Al quinto set sembra la disfatta: sul 2-1 il giapponese trova il break e poi dal 3-1 va addirittura 4-1. Provvidenziale la richiesta del time out medico voluto da Fabio (per la fasciatura al ginocchio), che recupera energie e fa ordine dentro sé. Riuscirà ad arrivare, prima sino al 4 pari, poi a fare break e servire per il match sul 5/4; ma nulla, la partita deve continuare perché l’italiano non sfrutta l’occasione. Manca la chance concedendo il servizio niente di meno che a zero. Ma ecco subito che con un doppio fallo riconquista il break perso, strappando di nuovo la battuta al giapponese. E sul 6/5 non fallisce e chiude per 7/5 con un brutto errore di dritto di Sugita, che manda lungo un dritto facile -frontale e comodo-, al terzo match point utile per il ligure, che lo sfrutta e non sbaglia.

Gli altri risultati. E questo è solo un match esemplificativo di uno scontro durissimo tra Giappone e Italia, che ha visto molti dei match terminare in cinque set, in maniera molto lottata. Ad esempio, anche l’altro singolare di Fabio Fognini conTaro Daniel si è concluso con il punteggio di 6-4 3-6 4-6 6-3 6-2 a favore dell’azzurro, con molto equilibrio -spezzato però dai colpi improvvisati di talento istintivo del tennista ligure-. Oppure lo stesso match tra Yuichi Sugita ed Andreas Seppi, quest’ultimo superato dal nipponico con il parziale di 4-6 6-2 6-3 4-6 7-6, dopo tre ore e mezza di gioco. L’altoatesino (che tra l’latro ha perso anche all’Atp di Sofia contro il lussemburghese Muller) ha avuto un match point a conclusione del quinto set, poi però è apparso quasi come crollare fisicamente e mentalmente nel tie-break decisivo. Così vale anche per il doppio della nostra coppia formata da Fabio Fognini e Simone Bolelli, che hanno battuto per 7-5, 6-7, 7-6, 7-5, in 3 ore e 37 minuti di gioco, il doppio nipponico formato da Ben Mclachan e Yasutaka Uchiyama; sono venuti a capo di un match che si stava complicando solo con i cambi repentini di schema tattico: prima entrambi a fondo, poi avanti tutte e due a rete a coprire, ma soprattutto le entrate a spezzare il gioco sia di Fognini che di Bolelli. Una coppia collaudata e ben amalgamata, ormai consolidata e una garanzia per Corrado Barazzutti; infatti c’è stato un momento nel secondo set in cui Fabio si è innervosito ed è stato bravo Simone a calmarlo e a regolare il punteggio con due accelerate straordinarie di rovescio, davvero eccezionali. Poi Fognini è rientrato nel match e ha dato prova del suo miglior tennis in attacco, con volée e dritto; ma per entrambi fondamentale nel doppio è stato ritrovare il servizio nei momenti clou. Intanto i francesi Gasquet, Mahut, Paire, Simon, Chardy &co sono impegnati nel torneo dell’Atp di Montpellier nella Francia meridionale.

La finale femminile del Wta di San Pietroburgo. Se Fognini è stato l’uomo Coppa Davis (come Sugita per il Giappone), non meno immensa è stata Petra Kvitova al Wta di San Pietroburgo. Gli organizzatori le aveva concesso una wild card e lei è arrivata in finale e ha vinto su un’altrettanto volenterosa Mladenovic; ma non è bastato a frenare un’inarrestabile e infinita ceca, che è stata impeccabile in tutto: dal servizio, all’attacco, ai fondamentali e alle accelerate improvvise, precise e potenti. Ha fatto la differenza con la potenza e profondità dei colpi, ma soprattutto con l’aggressività di gioco; rispondendo a tutte le battute (sia le prime che le seconde) della francese, cercando la risposta vincente subito immediata; il suo obiettivo era giocare su pochi scambi e cercare di scambiare il meno possibile essendo lei la prima a cercare la soluzione vincente o comunque a variare la direttiva del gioco. Ha mandato in confusione la Mladenovic che si è arresa, non sapendo più cosa fare. La Kvitova ha chiuso rapidamente in poco più di 50 minuti di gioco, neppure un’ora le è servita per venire a capo di un match semplice: le è bastato molto meno per impartire un duro e netto 6/1 6/2 alla testa di serie n. 4. Aveva iniziato (dopo il turno preliminare) giocando e vincendo al primo turno facilmente con la Vesnina per 6/2 6/0; poi aveva faticato di più con la Begu, finendo al terzo set e trionfando per 6/3 1/6 6/1; e ancora, di nuovo facile contro la Ostapenko, che ha stracciato con il punteggio netto molto severo di 6/0 6/2; fino ad arrivare allo scontro contro la Goerges (vincitrice del torneo di Auckland su Caroline Wozniacki per 6/4 7/6), una sorta di vera finale. Le due tenniste si contendevano non solo la finale, ma anche la possibilità di entrare in top ten, ma Petra era troppo ‘ispirata’ per poter essere dominata e, sebbene abbia sofferto un po’, è venuto a capo di un match che ha regalato alla Goerges tuttavia la posizione n. 10 del ranking mondiale. 7/5 4/6 6/2 il risultato finale della semifinale, in cui una volenterosa Julia nulla ha potuto: Petra tira tutto, a partire dalle risposte sul suo servizio e fa male soprattutto col dritto potente, a rete poi è impeccabile. Con il titolo conquistato a San Pietroburgo la Kvitova diventa n. 12 al mondo e ritrova fiducia dopo l’infortunio alla mano subito a seguito di un’aggressione avuta in casa. Tra l’altro la Goerges aveva eliminato la nostra Roberta Vinci con il punteggio di 7-5 6-0, in una partita durata poco più di un’ora e un quarto. Che dire poi della finale contro la Mladenovic? Pressoché perfetta (69% di prime servite e un primo set chiuso dopo poco più di mezzora), ha tremato solamente giusto un attimo quando è andata a servire sul 5/1, cedendo la battuta, ma strappandola immediatamente dopo all’avversaria e concludendo in maniera magnifica; tanto che anche l’avversaria ha dovuto inchinarsi a una simile maestria; per sdrammatizzare, durante la premiazione ha scherzato amaramente: “il pubblico sarà pentito per avere pagato il biglietto per una partita così breve e poco combattuta”. Forse colpa di un po’ di stanchezza per la dura semifinale disputata contro la Kasatkina, terminata per 3/6 6/3 6/2. Tuttavia un buon torneo anche per la francese, che ha detto di sentirsi a casa e molto soddisfatta del suo gioco, che ha convinto ed è sembrata anche lei ritrovata e ritornata: tanto che al Wta di San Pietroburgo aveva impartito un doppio 6/4 alla Cibulkova e un netto 6/4 6/3 alla Siniakova. Peccato per lei che era campionessa uscente, avendo vinto qui lo scorso anno sulla Putinseva per 6/2 6/7 6/4.

Corsa agli Australian Open: Ok Kerber e Del Potro e Bautista-Agut

Tennis - Sydney International - Sydney Olympic Park, Sydney, Australia, January 13, 2018. Germany's Angelique Kerber kisses the trophy after winning the Women's final against Australia's Ashleigh Barty. REUTERS/Steve Christo

Tennis – Sydney International – Sydney Olympic Park, Sydney, Australia, January 13, 2018. Germany’s Angelique Kerber kisses the trophy after winning the Women’s final against Australia’s Ashleigh Barty. REUTERS/Steve Christo

Ormai tutto è puntato sugli Australian Open, al via da lunedì 15 gennaio, tanto che già sono arrivati i primi risultati delle qualificazioni. Tra gli azzurri passano Lorenzo Sonego, che ha sconfitto l’egiziano Safwat per 6/3 7/5 e Salvatore Caruso, che ha battuto Gombos per 3/6 6/3 6/3; hanno perso, invece, Alessandro Giannessi da Escobedo in due set (per 6/3 6/2) e Stefano Napolitano, eliminato al terzo set dal canadese Pospisil. Per quanto riguarda gli scontri di tabellone, invece, al primo turno Paolo Lorenzi avrà Dzumuhr, Fabio Fognini Zeballos, Andreas Seppi una wild card (il francese Corentin Moutet), Francesca Schiavone la lettone Jelena Ostapenko e la Giorgi, dopo un primo turno agevole contro una giocatrice uscente dalle qualificazioni, avrà un match meno facile o contro l’australiana Ashlegh Barty o Aryna Sabalenka. Il main draw del tabellone maschile si rivela particolarmente interessante perché vede Roger Federer, Novak Djokovic e Alexander Zverev dalla stessa parte. Più aperto il tabellone femminile, con il forfait di Serena Williams – che salterà gli Australian Open -.
Ma prima i tornei di Sydney (Wta ed Atp) e l’Atp di Auckland hanno regalato episodi significativi. Uno simpatico da segnalare a parte è stata la divertente danza di Andrea Petkovic, contro la svizzera Belinda Bencic, al torneo Koyoong Classic, durante una lunga interruzione per pioggia; mentre hanno mandato in diffusione della musica durante la sospensione, la giocatrice tedesca ha animato la pausa ballando con euforia alcuni passi sulle note mandate in diffusione appunto durante uno stop che dunque si è rivelato esilarante, originale e fuori del comune, di certo insolito e inusuale.
Ma veniamo agli altri tornei. Il Wta di Sydney ci ha regalato il ritorno di Angelique Kerber: l’ex numero uno tedesca torna a vincere il suo primo torneo dell’anno, dopo un 2017 un po’ altalenante (di poche luci e molte ombre); si impone proprio sulla Barty (che partiva da qualificata), facilmente, in due set in cui domina, nonostante la caparbietà della giocatrice australiana. Con un doppio 6/4, in poco più di un’ora, viene a capo di un match che non l’ha mai impensierita troppo: i suoi colpi si sono rivelati più potenti e profondi, si è mossa bene in campo e ha corso in maniera composta, è venuta a rete dimostrandosi a suo agio. La cosa che le ha funzionato di più -però-, e che forse le ha regalato la chance in più, è stato il servizio: ben l’81% di prime vincenti servite, con ben quattro break point conquistati, non è una percentuale da poco. Tra l’altro la Barty potrebbe essere l’avversaria della Giorgi al secondo turno degli Australian Open, una giocatrice regolare comunque insidiosa – tanto da battere Daria Gavrilova in semifinale al terzo set (per 3/6 6/4 6/2) a Sydney-; il nome della tennista marchigiana, però, si lega anche a quello di Angelique Kerber. Il Wta di Sydney, infatti, ha regalato non poche emozioni a Camila Giorgi, artefice di un ottimo torneo; una corsa che procedeva tranquilla e spedita (in discesa per lei e in salita per le avversarie) sino a quando non ha incontrato in semifinale proprio la tedesca, che si è sbarazzata dell’azzurra con un netto 6/2 6/3. L’italiana ha giocato bene, ma è sembrata un po’ più fallosa del solito. Ha rischiato tanto, troppo; comunque è riuscita a tenere la partita abbastanza in equilibrio, anche se nel giro di poco si è trovata sotto di un set. Dopo aver perso il primo set, però, la tennista nostrana ha avuto una grossa opportunità che non ha sfruttato; non ha saputo cogliere il leggero momento di calo, deconcentrazione e di black out della tedesca per portare il match al terzo set. Aveva l’occasione di conquistare il secondo parziale. Era avanti 3-0 con anche la palla del 4-0 a disposizione: una vera chance irripetibile. Invece -non solo ha mancato quella-, ma si è fatta anche rimontare sino al 3-3 e poi superare sino alla chiusura del set per 6/3 (dunque senza più conquistare neppure un altro game). Comunque un torneo che le ha regalato soddisfazioni. Nei precedenti turni, infatti, la Giorgi aveva conquistato due importanti vittorie: prima sulla ceca Petra Kvitova per 7/6(7) 6/2 (giocandosela alla pari contro i colpi potenti della Kvitova), poi sulla Radwanska, impartendo una dura lezione alla polacca infliggendole un amaro 6/1 6/2 (con Aga completamente oscurata da una Giorgi decisamente in giornata e in forma, in uno splendido stato di grazia: forse il suo miglior match di sempre). Contro la Radwanska le è riuscito praticamente tutto e il risultato così netto le dà ancor più prestigio; ma il match contro Petra Kvitova sicuramente è da incoronate per l’equilibrio lottato tra le due.
Per quanto riguarda il maschile, la sezione maschile dell’Atp di Sydney regala una duplice sorpresa, proveniente da due giovani. Innanzitutto è il giovane Medvevdev (contro cui ha perso Fabio Fognini) a conquistare il titolo, vincendo il suo primo torneo al terzo set. Dunque una finale equilibrata e lottata, terminata a suo favore per 1-6 6-4 7-5. Ma ancor più stupefacente è conoscere chi era il suo avversario: la giovane rivelazione tutta australiana Alex De Minaur. Medvedev, proprio come contro Fabio Fognini, rimonta dopo ver perso il primo set. Classe 1996 lui, natìo di Mosca, classe 1999 l’altro (originario proprio di Sydney), sono simili come tattica di gioco e fisicamente: entrambi alti (Medvedev sfiora per poco i due metri, raggiungendo il metro e 98 di statura) e longilinei, esili ma non deboli, i loro colpi fanno molto male per la loro regolarità e incisività.
L’altro Atp in Nuova Zelanda ad Auckland ha mostrato due giocatori eccezionali. Un ritrovato Del Potro, che arriva in finale convincendo. Sconfigge prima Shapovalov per 6/2 6/4, poi Khachanov per 7/6(4) 6/3; ma non è solo un giustiziere dei Next Gen, ma si dimostra competitivo con i più forti, stracciando con un doppio 6/4 lo spagnolo David Ferrer. Con il potente dritto e il servizio ritrovato ha fatto faville, sicuro e abbastanza costante nel rendimento. Dall’altra parte lo spagnolo Roberto Bautista-Agut, che ha entusiasmato il pubblico soprattutto nella semifinale avvincente contro Robin Haase: finita al terzo set, tutti e tre terminati al tie-break (rimontando sotto di un set), per 6/7(7) 7/6(3) 7/6(5); nel primo set Haase gioca bene ed è anche più preciso di Bautista-Agut, continuando a giocare bene anche nel secondo sembrava favorito e destinato alla vittoria; poi lo spagnolo riesce a strappare il secondo set al tie-break, forse per un leggero calo di stanchezza dell’avversario e qualche errore gratuito in più di troppo; ma, a quel punto, trova sempre più fiducia e si impone in modo sempre più incisivo nel set, guadagnando sempre più campo e facendo correre sempre di più Haase (mentre nel primo era stato il contrario). Quest’ultimo riesce comunque a tenere in equilibrio il match e portarlo al tie-break, ma l’altro sembra più lucido e giocare meglio i punti decisivi, che gli regalano la finale contro Del Potro.
Quest’ultima è speculare alla semifinale appena descritta. 6/1 4/6 7/5 il punteggio finale a favore, a sorpresa forse, proprio dello spagnolo Bautista-Agut. All’inizio è lui che muove l’argentino in campo e ha migliori percentuali al servizio (con 5 aces a 2 messi a segno); l’arma vincente si dimostrerà il suo dritto (anche a sventaglio) ad uscire in cross sul rovescio di Del Potro. Non c’è storia: troppi punti vincenti in più per lo spagnolo e troppi errori gratuiti per l’argentino; il parziale di 6/1 non lascia spazio ad equivoci. Ma, si sa, l’argentino è un grosso lottatore e non molla mai. Anche il secondo set continua con un livello migliore da parte di Bautista-Agut, che però si va sempre più affievolendo. Del Potro ritrova il servizio, mentre lo spagnolo commette qualche doppio fallo di troppo (ben 4) anche sui punti decisivi. E così l’argentino chiude il secondo set per 6/4. Nel terzo c’è sempre più equilibrio: Del Potro che cerca di puntare sulla sua arma vincente dell’accelerata potente di dritto, mentre Bautista-Agut che cerca di spostare la traiettoria dei colpi sul suo rovescio. Ma quest’ultima tattica sembra riuscire sempre meno allo spagnolo e il favorito pare essere diventato proprio l’argentino. Se tutti possono pensare a Bautista-Agut come l’erede e sostituto di Nadal, tutti di certo ora vedono l’argentino destinato a conquistare i prossimi Australian Open. Invece c’è il flop di Del Potro, che in vantaggio sul 5/4 potrebbe chiudere 6/4 anche il terzo e decisivo set e invece si fa rimontare sul 5-5. A quel punto tutti pensano al tie-break, anche finale giusto di un match lottato ed equilibrato; ma è Roberto Bautista Agut a fare il break decisivo e chiudere (con un’accelerata di dritto eccezionale, veloce, potente e profonda, sul rovescio di Del Potro) per 7/5 la finale e conquistare il titolo all’Atp di Auckland: riassunto, la testa di serie n. 5 batte la n. 2 in un match emozionante e altalenante. Di certo la summa di tutto è che entrambi i giocatori sono destinati ad essere protagonisti agli Australian Open 2018 e ad arrivare sino in fondo al Grand Slam.

Top di Müller, Pouille, Kontaveit, ma anche Federer e Kvitova in corsa

Anett-Kontaveit-s-Hertogenbosch-2017-1Il torneo di ’s Hertogenbosch come l’Atp di Stoccarda. Entrambi, o meglio tutti e tre (dato che il primo prevedeva sia la sezione maschile che femminile), hanno fatto emergere talenti ‘nuovi’ per modo di dire. Ovvero tennisti che, finalmente, sono riusciti ad imporsi a giusto merito, dopo aver sfiorato più volte il successo.
È successo innanzitutto nell’Atp del Ricoh Open, che ha visto all’ultimo turno una finale tra “giganti” e “maestri dell’ace”. I Paesi Bassi hanno incoronato per la prima volta campione Gilles Müller. Qui il tennista lussemburghese è riuscito a conquistare la sua seconda finale, con una vittoria dopo le molte finali perse. Ben sei, di cui una proprio contro il suo avversario in questo torneo “fortunato” e “benedetto” di ‘s Hertogenbosch: Ivo Karlovic. Ben due tie-break per portare a casa il trofeo, che equivale al secondo titolo stagionale. Quest’anno già aveva vinto a Sydney, imponendosi sul cemento sullo statunitense Daniel Evans per 7/6(5) 6/2. Ora ha replicato contro il croato, facendo il bis con un doppio tie-break lottato e terminato per 7/6(5) 7/6(4). A distanza di qualche mese torna a vincere: dal lontano 14 gennaio scorso in Australia, si è ripetuto il passato 18 giugno, ma ha confermato che l’erba è decisamente la superficie dove riesce ad esprimersi meglio. Sicuramente è molto cresciuto e migliorato tennisticamente, ma ha impressionato soprattutto per il grado di precisione, di rapidità, di incisività, di essenzialità che ha saputo mettere in campo. Pochi scambi, i passaggi fondamentali per fare il punto e null’altro. Molto più forte al servizio, ha tenuto bene i suoi turni di battuta infatti, piazzando innumerevoli aces di potenza spaventosa (intorno ai 200 km/h); ha fatto più volte serve&volley quando ha potuto, ma soprattutto ha passato (sia col dritto che col rovescio) Karlovic e tutti gli altri avversari. Senza neppure sembra faticare. Anzi è sembrato essere sempre tranquillo in campo e sicuro di poter portare a casa il match, senza esitazioni, titubanze o momenti di difficoltà o timore. Serafico e calmo, non ha avuto appannamenti o fasi di oscuramento da parte degli altri tennisti; anche nelle circostanze di maggiore equilibrio degli incontri, è sembrato avere una marcia in più, qualcosa in più, più qualità, ma soprattutto più produttività dal punto di vista del punteggio e del parziale, che non l’ha mai visto in difetto. Ha vinto per merito perché ha giocato meglio. Era dal 2004 che ci provava e inseguiva la vittoria in finale. Riuscire a sollevare il trofeo è il giusto coronamento, meritato per un talento valido e un tennis espresso di qualità, di livello, fatto di punti e non sugli errori dell’avversario. Ripercorrendo la sua carriera, la prima possibilità sfiorata arriva con la finale (persa come tutte le altre che citeremo) nel 2004 appunto sul cemento di Washington, sconfitto da Hewitt per 6/3 6/4; poi è la volta, l’anno successivo, sempre sul cemento, del torneo di Los Angeles: giustiziato da André Agassi per 6/4 7/5; con un salto avanti nel tempo, arriviamo al 2012 e, per la terza occasione si trova a disputare una finale contro Andy Roddick: ed è di nuovo il cemento ad essergli fatale, dopo un match duro e lottato conclusosi al terzo set (per 6-1, 62-7, 2-6); lo scorso anno, nel 2016, arriva sempre all’ultimo turno e sempre qui a ‘s Hertogenbosch: quarta chance sfumata per mano di Nicolas Mahut, che gli infligge un netto doppio 6/4. Sempre dello stesso anno è l’altra quinta opportunità avuta di conquistare il suo primo titolo, sempre sull’erba: stavolta quello di Newport, dove cade sconfitto proprio da Ivo Karlovic (con cui si è preso la rivalsa). Un match strepitoso, con tre lunghissimi tie-break sancisce la vittoria del croato, sudatissimi: 7-62, 65-7, 612-7; l’ultimo dimostra proprio quanto sia stata una partita persa per poco da parte del lussemburghese, in cui la differenza è stata proprio di un punto (o meglio dei due punti di distacco necessari al tie-break).E poi l’ultima finale sfumata è stata, sulla terra (dove Müller ha più difficoltà), quest’anno, lo scorso maggio, all’Atp di Estoril, contro Carreno Busta: un giovane talentuoso, molto interessante e dal gioco “vivace”, “frizzante” e “sprezzante”, molto incisivo, che lo ha eliminato per 6/2 7/6(5). Ovviamente il livello alto raggiunto dal lussemburghese lo si vede dai nomi degli avversari contro cui ha perso, tutti eccellenti. Attuale n. 26 del mondo, la top venti ormai è a sua portata, ma la top ten non è così distante se continuerà con questa continuità.
E, sempre nel maschile, è arrivato il momento anche per il francese Lucas Pouille. Gioco aggressivo, grintoso, spinge su tutto e pretende molto da sé; si infervora facilmente se qualcosa non gli riesce, lotta molto, ma soprattutto rischia tantissimo, commettendo spesso qualche errore di troppo. Non esita ad attaccare e venire in avanti a rete, soprattutto nei momenti in cui il punteggio si fa più stringente, per trovare la soluzione vincente; altrimenti rimane inossidabile a fondo (quasi un muro che ribatte e respinge tutto alla Agassi per capirsi), correndo da una parte all’altra generoso, cercando qualche soluzione di fino e di precisione. Anche per lui secondo titolo stagionale, dopo la conquista del torneo di Budapest su Bedene (per 6/3 6/1) sulla terra rossa ad aprile. A distanza di due mesi, lo scorso 18 giugno ha scritto il suo nome sull’Atp di Stoccarda (sull’erba), sconfiggendo in rimonta un avversario ostico come Feliciano Lopez (giocatore più da terra che da erba). 4-6, 7-65, 6-4 il punteggio di una partita che sembrava volgere tutta a favore dello spagnolo. Il transalpino acciuffa, quasi per miracolo visto l’andamento del match, il tie-break del secondo set e poi decolla andando a dominare il terzo e decisivo. Ha mostrato maturità giocando egregiamente, e molto meglio rispetto a Lopez, il tie-break, indovinando tutte le trovate necessarie di variazioni di schema tattico. Arrivando persino a primeggiare da fondo sul terreno tipico, favorevole e consono allo spagnolo: lo scambio lungo da fondocampo. Ad un certo punto, con un Lopez in confusione e in difficoltà (ed anche stanco), è stato tutto più semplice e facile. Per lui, invece, è il terzo titolo in carriera, poiché le vittorie a Budapest e Stoccarda vanno ad aggiungersi a quella in Francia a Metz, all’Open della Mosella (sull’austriaco Thiem per 7/6 6/2) del 2016. Mentre sono due le finali perse: dopo quella in casa contro Tsonga (con un doppio 6/4) sul cemento di Marsiglia quest’anno, nel 2016 era stata la terra rossa di Bucarest ad essergli fatale, dove si arrese per mano di Fernando Verdasco per 6/3 6/2. Tuttavia in più occasioni Lucas Pouille si era messo in evidenza con il suo talento.
Ed altro talento prodigio è quello di Anett Kontaveit. Il 2017 sembra davvero essere il suo anno fortunato. Dopo la finale, contro l’altra giovane esordiente Vondrousova, alla prima edizione del Wta di Biella, è tornata in finale anche qui ad ‘s Hertogenbosch. Il cemento svizzero le era stato fatale, ed aveva perso per 6/4 7/6(6) contro la Vondrousova, diventando molto fallosa soprattutto nella parte conclusiva del primo set, per poi approfittare di un lieve calo dell’avversaria e rimontare nel secondo set. Non fallisce qui nei Paesi Bassi e vince facilmente (sull’erba stavolta) per 6/2 6/3 su un’altra giovane, interessante ed emergente avversaria (che sicuramente farà di questa finale persa il suo trampolino di lancio): Natal’ja Vichljanceva. Classe ’95, la tennista estone nata a Tallinn mostra buoni fondamentali con cui ama sorprendere le avversarie con accelerate improvvise e passarle con passanti sia lungolinea che incrociati. Sicuramente, se un appunto si vuole fare alla Kontaveit, è di rafforzare il gioco di rete (negli smash e nelle volée è più fallosa), che la agevolerebbe, facilitandola nel trovare la soluzione giusta vincente. Facendole risparmiare anche un po’ di energie, scorciando gli scambi da fondo, che regge benissimo, ma che di solito sono lunghissimi: la vedono protagonista in quanto riesce sempre a tenere il ritmo, con una precisione notevole, ma in cui spesso fatica a trovare il colpo definitivo o comunque dove deve rischiare moltissimo, anche se la maggior parte delle volte è lei a concludere con l’accelerata vincente, che spiazza l’avversaria lasciandola letteralmente ferma a guardare.
Tutti invece incantati a guardare Roger Federer, tornato a giocare a Stoccarda (dove però ha perso al primo turno da Tommy Haas per 2/6 7/6 6/4) e ad Halle: è il solito Federer che tutti siamo abituati a vedere, dai colpi magistrali, per lui sembra tutto facile e semplice. Ma anche Petra Kvitova al Wta di Birmingham, dopo l’infortunio per l’incidente alla mano: più forte di prima, più potenza nei colpi, ma anche più precisione. Sicuramente due notizie che fanno piacere.

Wta di Doha: show del giovane talento Ostapenko

jeleEntusiasmante il torneo femminile del Wta di Doha, nel Qatar. Protagonista, nonostante non sia riuscita a vincere, Roberta Vinci, che ha dovuto lottare contro un vento terribile, che ha rischiato di portarla all’eliminazione prematuramente. Dopo il facile esordio contro la Tsurenko (con cui ha vinto agevolmente per 6/2 6/1), infatti, è scesa in campo al secondo turno (tra l’altro fatale a Sara Errani contro la Babos) contro la russa Kasaktina (n. 46 del mondo); in circa mezzora ha perso il primo set per 6/2, assolutamente fuori palla e ritmo, in confusione e faticando a trovare la chiave di lettura, non per una mancanza tecnica quanto piuttosto di poca aggressività ed incisività. Molto innervosita anche il vento ha fatto la sua parte, spostando le traiettorie e falsando il rimbalzo alterato delle palle. Tuttavia palleggiava troppo con l’avversaria mettendola così in partita, soprattutto non prendeva l’iniziativa cercando di anticipare le accelerate dell’altra giocatrice o tentando di approfittarne per venire avanti a rete a chiudere. C’è voluto il valido coaching di Francesco Cinà per spronarla.

Nel match successivo di terzo turno a infastidirla, poi, c’è stato un gatto che è entrato in campo, con un’invasione plateale proprio sul set point per Roberta nel primo set, vinto poi per 7/5. Sembrava tutto facile e in discesa per l’azzurra, ma a fermarla ai quarti ci ha pensato Agnieszka Radwanska. Di sicuro è stato il match più bello del torneo, quello tra queste due tenniste straordinarie, che hanno eseguito solamente vincenti. L’azzurra è partita bene, portandosi subito sul 6/3 a suo favore. Poi la polacca ha iniziato ad attaccarla e a rischiare di più e l’italiana ha perso il secondo set per 6/2. Il contraccolpo è stato forte: la Vinci si è fatta prendere dallo sconforto, a causa della fortuna su qualche colpo per l’avversaria e in particolare dai recuperi strabilianti che l’altra ha compiuto, mettendola in difficoltà e costringendola a rischiare tantissimo per fare punti faticosissimi. Durissimi scambi hanno messo in risalto tutte le qualità tecniche delle due e hanno affascinato il pubblico. Roberta è andata in tilt e la sua lucidità tattica ha vacillato, complice un po’ di stanchezza. Allora è sceso in campo lo splendido coaching psicologico da manuale di Cinà, che le ha infuso un po’ di grinta e coraggio in più, anche di incoscienza e spensieratezza nel giocare istintivamente: ‘vinci o perdi -le ha gridato-, ma fai tu la partita e non farla fare all’avversaria’. Osare e rischiare, giocando in anticipo sui tempi e di precisione sono state le parole d’ordine e quello che gli ha chiesto il suo allenatore. Così si è andati al terzo set, che però la polacca ha portato a casa per 6/3. A questo punto la Radwanska è sembrata la favorita dopo la partita vinta con la Vinci. Stratosferica l’attuale n. 3 del mondo nei quarti, ma Roberta ha peccato di poca convinzione e cattiveria agonistica; peccato, perché avrebbe recuperato molte posizioni in classifica battendo un’altra top ten: questo l’esito di una partita in cui la polacca ha dato il meglio di sé. Eppure nella semifinale, la tennista di Cracovia si è fatta sorprendere dalla Suarez Navarro, che le ha impartito una dura lezione con un netto 6/0 6/2: Agnieszka è stata l’ombra di se stessa in questo incontro.

La finale che è seguita ha regalato un’altra sorpresa: la scoperta del giovane talento della lettone Jelena Ostapenko, in grado di battere Petra Kvitova al terzo turno, dopo tre set molto lottati, per 5/7 6/2 6/1. Nata a Riga, tiene bene fisicamente, dotata di rovescio bimane, con colpi da manuale in entrambi i fondamentali, grazie ai quali esegue accelerate improvvise perfette, che ama anche scendere a rete, sebbene sia ancora poco precisa. Sorprende anche con un servizio più che valido, con cui non ha paura a tirare anche la seconda. Non ancora diciottenne, è arrivata a un passo dal conquistare già il suo primo titolo, se non avesse peccato un po’ di distrazione e di scarsa esperienza.

Un po’ superba, ma anche molto simpatica, fa delle espressioni molto originali e divertenti, che fanno sorridere, sui suoi errori. Grintosa, determinata e tenace, si incita con piccole urla alla Maria Sharapova, con cui sfoga la sua potenza esplosiva. Gioca sulle righe e scarica tutto il peso sulla palla, cimentandosi anche nel back spin, su cui deve lavorare un pochino ancora. Sicuramente la vedremo e farà parlare ancora di sé questa giovane dalla grande personalità e di carattere, seguita dalla madre e un talento rubato alla danza, che ha studiato per sette anni. Immensa la gioia della Suarez Navarro, per la soddisfazione di vincere un incontro dato per perso, in cui, in poco meno di mezzora, si è trovata sotto nel punteggio per 6/1, umiliata dalla Ostapenko. Poi ha regolato i conti con un doppio 6/4, in cui però a fare la partita è stata sempre, nel bene e nel male, la lettone, che ha commesso troppi errori gratuiti, dopo una serie stratosferica di vincenti. Ha avuto poca pazienza e troppa fretta di chiudere, rischiando troppo e sbagliando colpi facili. Intanto la spagnola le ha preso le misure e preparato la contro-offensiva. Tra l’altro la Suarez Navarro ha giocato anche la finale di doppio, in coppia con Sara Errani. Le due l’hanno, però, persa con un doppio 6/3 dal duo cinese formato da Taipei Hao-Ching Chan e Yung-Jan Chan.

Nel frattempo la buona notizia è che la Vinci sarà testa di serie n. 1 al Wta di Kuala Lumpur, mentre la Errani a quello di Monterrey, dove Francesca Schiavone ha ottenuto anche una wild card. Avanti tutta con il tennis italiano e di giovani talenti emergenti, sempre ben accetti.

Barbara Conti

Tennis, Cina d’oro
per Murray e Kvitova

Petra KvitovaSono stati l’inglese Andy Murray e la ceca Petra Kvitova a scrivere le pagine del tennis cinese, rispettivamente nei tornei dell’ATP di Shenzhen e del WTA di Wuhan. A breve l’appuntamento è con l’ATP ed il WTA di Pechino, nella capitale dove si sono tenute le Olimpiadi del 2008. Lo scozzese si impone in finale su Tommy Robredo, in tre durissimi set, 5-7 7-6(9) 6-1 il punteggio, che hanno condotto lo spagnolo ad accusare forti crampi e dolori muscolari. Nonostante la superficie non fosse quella più gradita da Robredo, ovvero la terra rossa, ha colpito molto il tracollo dell’avversario del 27enne di Dunblane.

Uno dei maggiori lottatori del circuito mondiale, Robredo appunto, cede pesantemente sotto la maggiore solidità del britannico, che si dimostra più paziente e pronto a sfruttare tutte le occasioni che gli vengono fornite dai momenti di passaggio a vuoto dello spagnolo. Riuscendo a tornare in partita e a dominare agevolmente il terzo set di un match che sembrava senza più speranze per lui. Di certo non era uno degli avversari più facili da battere. Precedentemente Robredo aveva sconfitto, infatti, l’italiano Andreas Seppi. L’azzurro lotta fino al terzo set, ma poi deve arrendersi ai quarti al catalano. Una semifinale negata col punteggio di 6-4 6-7(5) 6-3. Tra l’altro Seppi veniva da un duro derby giocato con un “ritrovato” Simone Bolelli, che ritorna in singolare sulla scena del tennis dopo che lo abbiamo visto al fianco di Fabio Fognini, nell’incontro di Coppa Davis dell’Italia contro la Gran Bretagna guidata dallo stesso Murray. Rivedremo Andreas Seppi, sicuramente, nell’ATP 500 di Pechino e nel Masters 1000 di Shanghai. L’altoatesino si era imposto sul connazionale per 6/4 6/3: scambi lunghi e molto lottati hanno caratterizzato il derby tutto italiano, ma Seppi è sembrato essere più regolare e preciso.

E poi dal WTA di Wuhan arriva un’altra sorpresa. Ad aggiudicarselo è la ceca Petra Kvitova, che dimostra di essere una tennista da tenere d’occhio. La testa di serie e numero tre del mondo si impone sulla canadese Eugenie Bouchard, che aveva eliminato la danese Caroline Wozniacki in semifinale, con un agevole 6/3 6/4. Potenza esplosiva dei colpi, cerca le righe con precisione; fisicità imponente con cui aggredisce la palla, si distingue bene anche nel gioco a rete, non esimendosi dall’attaccare per chiudere prima lo scambio. Queste le caratteristiche di Petra Kvitova (che a Wuhan ha battuto la nostra Knapp per 6/3 6/0), che ricorda fisicamente un po’ Victoria Azarenka, affetta da diversi infortuni in quest’ultima parte della stagione tennistica.

La sua vittoria nel WTA di Wuhan fa piacere perché il suo talento va ad aggiungersi a quello delle campionesse di sempre: le già citate Wozniacki, Bouchard, oppure le note Serena Williams (che purtroppo qui a Wuhan si è dovuta nuovamente ritirare per problemi fisici contro la Cornet), Ana Ivanovic o Maria Sharapova (che qui in Cina ha perso, per 7-6(3) 7-5, dalla qualificata svizzera Timea Bacsinszky). Ma anche la rumena Simona Halep o la polacca Agnieska Radwanska, che quest’anno si è aggiudicata il torneo di Montréal. Nel torneo cinese a tenere alto il colore azzurro, oltre alla coppia consolidata Errani-Vinci, che hanno fatto bene, è stata Flavia Pennetta; la brindisina ha vinto in doppio in coppia con la svizzera Martina Hingis, ex numero uno indiscussa al mondo.

In finale hanno sconfitto la coppia testa di serie numero otto, formata da Cara Black dello Zimbabwe e dalla francese Caroline Garcia. Un match conclusosi solamente dopo quasi due ore di gioco (in un’ora e tre quarti per la precisione), col punteggio di 6-4 5-7 12/10. Una notizia che fa felice il pubblico italiano e comunque positiva, considerando il gradito ritorno al tennis giocato della Hingis (che abbiamo visto a volte anche in veste di coach). Novità meno lieta è stato, invece, il ritiro della vincitrice degli Australian Open 2014: la cinese Li Na. L’addio al tennis, per la campionessa cinese, avviene all’esordio del torneo di casa per lei, nella sua Cina e nella città dove è nata.

La 32enne è stata la prima cinese a vincere uno Slam, ma problemi al ginocchio l’hanno costretta a quattro interventi e a diverse centinaia di infiltrazioni, che non le permettono di giocare al suo miglior livello. Dopo l’exploit della Kvitova a Wuhan, dalla Malesia invece viene quello del giapponese Kie Nishikori. Si tratta di una sorpresa, ma al contempo di una conferma del talento di questo giovane giocatore, che già si era fatto notare in vari tornei precedenti a quello di Kuala Lumpur. Ha conquistato qui, infatti, il titolo battendo in finale il 32enne francese Julien Benneteau (numero 4 del tabellone) in due set: 7-6(4) 6-4.

Tutto facile per il 24enne giapponese, che non lascia neppure il tempo di ragionare all’avversario, mandandolo quasi in confusione. Benneteau è sembrato non sapesse più cosa fare contro il vigore e la freschezza atletici di Nishikori, contro la sua maggiore lucidità e precisione tattiche: non ha sbagliato un colpo, ha trovato tutti gli angoli e le righe, ha indirizzato la palla dove voleva con tranquillità e facilità, perfettamente a suo agio su questa superficie veloce, conforme al gioco rapido che lo connota. Agile, è sembrato riuscire a conservare uno standard di gioco uniforme e costante, sempre alto, senza cedimenti né cali di tensione; mentre, al contrario, Benneteau è stato molto più in affanno.

Barbara Conti

Doppio record storico
per Errani e Vinci

errani_vinci-abbraccioEdizione 2014 di Wimbledon riuscita: nonostante la pioggia abbia creato qualche disagio, il torneo si conferma uno dei più ambiti dai tennisti, in grado di offrire il loro miglior tennis. Sia da parte degli italiani che degli stranieri. Come nel 2011, ad aggiudicarsi il titolo tra le donne è Petra Kvitova, mentre tra gli uomini è Novak Djokovic. Il doppio femminile va alle italiane Sara Errani e Roberta Vinci, che mettono in campo una prova di maturità tecnica e tattica esempalre, dimostrando una superiorità senza precedenti. Continua a leggere